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Siamo già oltre?

  • Isterica coscienza storica tedesca contro il Movimento per Gaza

    9 MAY 2024 · Ingenue contraddizioni di una cultura che produce olocausto     Come in tutto il mondo libero dalla informazione regolata da filosionisti, anche in Germania si è creato un Movimento ferocemente perseguito dalle autorità del governo semaforo, un Movimento che i poteri del mondo si affrettano a perseguire, pur raccontando la favola che è una situazione diversa da quello contro la guerra nel Vietnam che portò alla prima sconfitta degli americani… è vero: è differente perché bastarono meno immagini shock per smuovere coscienze, ma la spontaneità priva di sovrastrutture è la stessa. E come allora la Sinistra avversa le proteste per miopia. Vero che per ora sono in maggioranza pochi gli arianodiscendenti che partecipano e invece il Movimento è animato da tedeschi di seconda generazione, immigrati mediorientali o maghrebini, o turchi, italiani… tra questi Erna, di origine italiana di lingua e cultura anche tedesca, che ci racconta il momento di travolgente repressione antipalestinese, che ha avuto il suo culmine con la repressione del Congresso per la Palestina a Berlino. Ma è emblematico che la polizei morale imponga di togliere la kefiah specularmente all’imposizione del velo da parte di quella iraniana. E altrettanto significativo è il fatto che si prendano provvedimenti nelle Università, facendo ricorso a punizioni introdotte nel Sessantotto, come le extramatricolazioni (che ricorda la cacciata da tutte le scuole del regno nel Ventennio).   Problema essenziale delle potenze europee è la cattiva coscienza degli atavici rapporti con la cultura ebraica, che rispetto al caso Dreyfuss – più interno alle istituzioni militari francesi (e comunque fautore di notevole contrizione per il portato razzista che rivela nella radice culturale) – in Germania coinvolge la cattiva coscienza di quale possa essere il risultato della mitologia alla base della tradizione culturale teutonica. E così la reazione irrazionale è tutelarsi dall’accusa di iterazione del genocidio, anche a costo di sostenerne un altro perpetrato proprio dalla vittima dell’olocausto che macchia l’anima tedesca.   Berufsverbot come risposta a semplici opinioni controcorrente esposte su social; uno scontro a cui il movimento tedesco non è abituato e così si adegua, sottostando ai diktat delle divise: di nuovo un portato della cultura di base che si adegua ancestralmente alla autorità in quanto tale che impone di allinearsi a sostegno di un nuovo genocidio. A molti intellettuali è stato impedito intervenire a convegni; il muro impedisce qualunque discussione a priori e non ci sono spiragli giuridici a cui appigliarsi per uscire dall’incubo kafkiano.   Non servono nuove leggi speciali per soffocare manifestazioni di dissenso al verbo occidentale che sostiene il governo fascista di Netanyahu, sono sufficienti gli strumenti giuridici esistenti: alcuni ereditati proprio da quella storia nazista che sta a monte del senso di colpa che impone una chiusura senza confronto alle istanze filopalestinesi. L’impianto è solo repressivo, ottusamente e applicando pedissequamente regole poliziesche anacronistiche e distopiche che creano un corto-circuito tra storia foriera di sensi di colpa e nuovi crimini contro l’umanità di cui si diventa complici proprio nei risvolti di quella cultura di riferimento da. Cui si vorrebbe affrancarsi. Senza riuscirci, come da mezzo secolo Anselm Kiefer illustra con i suoi grandi formati cupi e di una matericità greve, come l’atavica colpa originaria, già presente nel mito.  
    36m 42s
  • Sterminio di Gaza: violazione di norme di consuetudine internazionale

    3 MAY 2024 · https://ogzero.org/tag/israele/ Fosse comuni per vittime e giustizia internazionale? Torniamo sulla questione della Giustizia internazionale, perché la cronaca ci induce a completare quanto Fabiana Triburgo aveva già affrontato rispetto ai due Tribunali dell’Aja dediti a perseguire crimini di guerra, genocidi, crimini contro l’umanità. Quello che il premier dello stato ebraico potrebbe rischiare insieme ai suoi collaboratori complici nel massacro della popolazione gazawi è un’iniziativa libera e indipendente della Corte penale internazionale su cui vengono fatte pressioni ad altissimo livello perché non emetta mandati di cattura contro Netanyahu, il ministro della Difesa Yoav Gallant e il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, Herzl Halevi. Sono gli stessi organi di propaganda sionisti a diffondere la notizia perché si possa disinnescare in tempo prima che i provvedimenti vengano presi da una Corte che non è ratificata da Israele (e nemmeno da Usa o Russia, perché troppo autonoma e non soggetta al veto di nessun componente del Consiglio di sicurezza dell’Onu), ma ha giurisdizione sui territori dove sono perpetrati i reati. E lo Stato palestinese (riconosciuto dalla Corte nei suoi confini del 1967, dunque comprensivo di Gaza) nel 2021 ha aderito e ratificato l’appartenenza a quella Corte penale che persegue singoli individui e non le responsabilità dei governi, come la corte internazionale di giustizia interpellata dal Sudafrica e di cui Fabiana si era occupata nell’intervento precedente.  Come scrive “https://pagineesteri.it/2024/04/30/medioriente/pressioni-sulla-corte-penale-internazionale-a-sostegno-di-israele/”, la reazione degli alleati non si è fatta attendere in forma di avvertimento mafioso verso il procuratore generale: «Venerdì 26 aprile il comitato editoriale del “https://www.wsj.com/articles/international-criminal-court-israel-arrest-warrants-karim-ahmad-khan-joe-biden-rishi-sunak-bfb7ed75?mod=Searchresults_pos1&page=1” ha invitato Washington e Londra a ricordare a Karim Khan che sono stati loro a metterlo lì: anche se non stupisce è inevitabile notare la singolarità del marchio Usa su un organismo che formalmente non riconoscono». Peraltro Khan ha agito motu proprio solo perché lo prevede il protocollo della Corte penale internazionale, ma è ben consapevole di essere un manichino anglo-americano, quindi non sentiremo certo più parlare di questa ventilata incriminazione di uno dei più pericolosi criminali della storia (passibile di imputazione per Crimine di guerra come di Crimine contro l’umanità), come era già ben chiaro fosse ai tempi dell’altro macellaio del Likud – persino più moderato (chi l’avrebbe detto!) –: la buon’anima di Sharon. Inoltre il processo non può svolgersi in contumacia e quindi, anche nel caso improbabile di mandato di cattura, come per Putin, non assisteremo a nessun teatrino giudiziario; però sarebbe già un riconoscimento da parte dell’opinione pubblica internazionale dell’attività criminale di Bibi. La Corte non è riconosciuta, ma quando aveva emesso lo stesso mandato di cattura nei confronti di Putin (che da un anno non può entrare in uno dei 124 paesi che hanno ratificato, perché rischia l’arresto) Biden aveva accolto con favore il provvedimento di Khan. Per il resto l’organismo giuridico si è occupato quasi esclusivamente di Africa subsahariana e quindi poco suscettibile a prese di posizione delle grandi potenze. L’accusa principale contro Netanyahu sarebbe quella di “affamare deliberatamente i palestinesi di Gaza”, senza tenere conto degli attacchi agli operatori umanitari, ai giornalisti, ai medici giustiziati con un colpo alla nuca… o ai 40.000 civili massacrati. I pubblici ministeri della Corte penale internazionale hanno comunque interrogato il personale dei due maggiori ospedali di Gaza, lo Shifa e il Nasser, anche sulle fosse comuni: dunque si potrebbe sognare in un’incriminazione che possa incrinare la reputazione di uno stato dedito all’apartheid da anni e ora anche stragista. Purtroppo siamo in tempo di guerra e questo verrà insabbiato in un’enorme fossa comune del Diritto e della Giustizia, insieme ai poveri corpi palestinesi martoriati da Tsahal e da brigate fuori controllo di invasati sionisti.
    17m 48s
  • “L’intenzione di distruggere un gruppo per ragioni etniche, razziali, religiose…”

    2 APR 2024 · https://ogzero.org/temi/governance/massacri/ Violazioni di diritti umani internazionalmente riconosciuti Vi vengono in mente prassi criminali di massacri in via di compimento? Ecco, a quelle cerchiamo di dare un inquadramento morale di giustizia giuridica con questa approfondita spiegazione offertaci da Fabiana Triburgo. Genocidio o crimine di guerra o atto di aggressione contro la pace? minime differenze per i profani, definizioni imprecise di giornalisti impreparati, vulgata o possibilità reali di ottenere Giustizia dalle Corti di La Hague. Ecco, Fabiana Triburgo, studiosa della Giurisprudenza internazionale e del Diritto dei migranti, sottolinea la confusione diffusa tra le due Corti che hanno sede all’Aja, sui loro compiti e le distinzioni di ambiti e di intenti. Differenze sostanziali: essenziale per il “crimine di guerra” è la presenza di una guerra conclamata (o l’aggressione di uno stato contro un altro stato riconosciuto), ma già diverso è il crimine soggettivo, che per venire ascritto al crimine di guerra va perpetrato da un individuo in una contestualizzazione precisamente collegata al conflitto e quindi alle indicazioni della linea di comando, perché deve essere sistemico e non ascrivibile alla solita singola “mela marcia”. Ci deve essere per la Convenzione sul genocidio del 1948 l’intenzione di distruggere un gruppo per motivi etnici, razziali, religiosi o politici per poter parlare di genocidio. Direte: “Come la Palestina!”, territorio occupato oltretutto militarmente dal 1967, con i conseguenti obblighi di tutela della popolazione occupata; e il reato di genocidio si può riconoscere compiuto anche in un contesto non di belligeranza, come è Gaza, dove non si contrappongono due eserciti, due stati… sembra palese, ma si frappongono cavilli giuridici e non è facile dimostrare come uno stato disumanizzante l’avversario nell’educazione stessa dei propri giovani e nell'impostazione sul modello Tsahal dell'intera società, come quello governato ora da Netanyahu, sia genocidario. Anche perché uno stato non può commettere reati, essendo persona giuridica. Alla Corte penale internazionale poi non hanno aderito proprio i paesi che dovrebbero andare alla sbarra in questo scorcio epocale. Riducendo il tutto a un sistema simbolico, non fattuale… ma forse c’è una gabola per aggirare questo, come spiega Fabiana. Convenzioni e processi, condotta generale ed elemento soggettivo che regge quella condotta sono essenziali… e allora nell’esemplificazione di Fabiana si affastellano esempi: dai Balcani al Ruanda, dal Sudan al Donbass… da Bucha a Gaza.   Sostanzialmente l’impressione è che i vincitori processano spesso i vinti, gli altri casi si perdono nei cavilli che fanno parte dell’impianto stesso che regge invece la struttura dei tribunali speciali. Un sistema di giudizio permanente ipergarantista pare essere solo simbolico, a meno che si riescano ad accumulare tanti tasselli (risoluzioni, provvedimenti, pressione dell’opinione pubblica…); quando si ha un tribunale ad hoc propagandistico per la politica del vincitore il reato viene perseguito in modo esemplare, come se la sentenza fosse già politicamente scritta.
    1h 1m 1s
  • Menem 2. Gli azzardi di Milei

    28 DEC 2023 · La fretta di Milei a rivoltare il sistema argentino https://ogzero.org/regione/ande-e-amazzonia/ Le tre mosse di Milei “a tutto campo” per sfruttare la luna di miele dopo l’elezione e incidere sul ruolo dello stato, azzerandolo neoliberisticamente: svalutare subito il peso, portandolo alla parità del mercato nero; il maxidecreto d’urgenza che consente privatizzazioni, aperture alle importazioni e cancelazione dei sostegni alle imprese argentine, consenso alla firma di contratti con valuta di riferimento il dollaro statunitense e modifica allo statuto dei lavoratori; una legge di sanatoria su patrimoni occulti fino a 100.000 dollari, riforma dell’irpef, eliminazione delle elezioni primarie. Alfredo Somoza dalle frequenze di GiornaleRadio commenta gli azzardi disperati per risolvere l’inflazione al 150% e il disavanzo pubblico, ma buona parte di queste riforme sono copiate paro paro da Menem, che aveva almeno un programma esclusivamente economico di riforme neoliberiste, mentre quello di Milei è un disegno eversivo relativo a tutti gli aspetti della società: a livello politico, culturale, sociale, assistenziale (per esempio il ruolo dei sindacati, dei piqueteros…). Rispetto a quello descritto nel suo recente libr Mezzo secolo di America latina non cambia il ruolo dell’America Latina nonostante l’ingresso dei cinesi in modo massiccio che rende il continente un esportatore di commodities essenziali per gli interessi di Pechino: abondanza di acqua, produzioni di alimenti e presenza massiva di litio e rame lo rendono un fattore essenziale di quello che esiste ancora della globalizzazione e la conseguente dipendenza dai cicli economici. Non avendo i numeri in parlamento, minaccia il plebiscito e il licenziamento di molti impiegati pubblici. Intanto alcuni settori sociali sono scesi in piazza e la principale centrale sindacale indice per il 24 gennaio uno sciopero generale contro il pacchetto Milei (sfidando il divieto di manifestare in più di 3 persone ivi contenuto) e per la separazione dei poteri a seguito della imponente manifestazione che la richiedeva oggi, 28 dicembre.
    19m 2s
  • Il feroce colonialismo italiano e il suo ciclico negazionismo

    22 NOV 2023 · https://ogzero.org/temi/governance/colonialismo/ Non si è mai sviluppato un vero studio divulgato nella società del colonialismo italiano, tanto che ha potuto per lunghi anni presentarsi nella vulgata con lo slogan "italiani brava gente"; paradossalmente invece a livello di studi scientifici glli storici grazie ad Angelo Del Boca e altri ricercatori hanno ricostruito tutti i tasselli e se opportunismi politici e scelte scellerate hanno messo la sordina, i dati e i documenti ci sono tutti e in alcuni periodi la corretta ricostruzione storica è riuscita a scalfire la disinformazione diffusa dalla destra che ha come unica tradizione culturale il colonialismo più retrivo e razzista. Completamente diverso dal neocolonialismo attuale delle potenze neocoloniali, quel colonialismo straccione ha diffuso lasciti tossici ancora attualmente condizionanti lo sviluppo dei territori occupati. Con Carlo Greppi, storico torinese, abbiamo tentato di capire le alterne fortune della storia del colonialismo e di ricostruire gli scombiccherati tentativi di negare le nefandezze del fascismo e della sua cultura razzista che, nel suo paternalismo stupratore e nello stragismo con armi bandite, è l'unico lascito culturale per gli attuali sovranisti nel loro cortocircuito identitario, fatto di monumenti ai peggiori criminali di guerra.
    22m 26s
  • Dollar supremacy sunset?

    16 APR 2023 · https://ogzero.org/tag/brics/ Dai petrodollari ai petroyuan? Prendiamo spunto dal sorprendente articolo che Giuseppe Masala ha scritto per “l’Antidiplomatico” per analizzare il distacco sempre più evidente dell’Arabia Saudita dal sistema incentrato sul dollaro, che appare come la punta dell’iceberg di quanto la divisa statunitense stia completando la parabola che ha visto in Bretton Woods l’inizio di regole concepite verso il termine della Seconda guerra mondiale da 44 nazioni facenti capo alle esigenze di Washington che raggiunse l’apice del dirompente strapotere economico-finanziario nel 1971 con l’inconvertibilità del dollaro e di seguito la creazione del petrodollaro, valuta di riferimento per gli scambi energetici (allora mondiali e ora globali), che è servito agli Usa per collegare merci, prestiti, debito… alla loro valuta, attraverso la quale indirizzare ogni investimento e scatenare conflitti per mantenere il controllo imperiale sul mondo: la finanziarizzazione della politica economica. Agli Usa si sta imponendo di smettere di pagarsi le proprie importazioni con la loro valuta (quindi creando debito pubblico americano), che finisce nelle casse degli esportatori, che finiscono con acquistare buoni del tesoro americani, comprando quello stesso debito statunitense prodotto dall’acquisto di beni da parte degli Stati Uniti. Essere moneta di riferimento significa doverla fornire a tutto il mondo e il metodo finora ha scaricato sugli altri la richiesta di dollari in pagamento dei prodotti scambiati con quella moneta. Poi reinvestita in Usa, creando una bolla. I nemici del dollaro possono approfittare della diversificazione delle monete che derivano anche dalle sanzioni ma anche per il fatto che i soliti meccanismi per assorbire le bolle finanziarie non funzionano più (il $ ha perso il 12% del suo peso a favore di altre valute di riserva occidentali): l’aumento dei tassi della Fed non funzionano; il sistema sta implodendo anche per esaurimento del risparmio e del credito generalizzato. Cominciano a serpeggiare alternative: quella più accreditata è la creazione di una valuta di riserva nel quadro dei Brics o quella di inventare una divisa sovrannazionale tra Cina (che sta accumulando a sua volta molto debito pubblico – dal 30 al 70% del pil – in pochi anni e il renminbi finirebbe con l’innescare lo stesso processo del dollaro, se sostituisse paro paro la moneta americana) e mondo arabo gravitante nell’orbita saudita. Proprio a partire da qui abbiamo iniziato il nostro viaggio nella dedollarizzazione con Giuseppe Masala. Il processo di decentralizzazione sorge con la crisi del 2008, si può ricondurre tutto a quel flusso di dollari di ritorno che si è incrinato perché la bolla era sostanzialmente dovuta al fatto che il ritorno era finanziarizzato. Ora si sta assistendo al connubio tra Pechino e Riyadh che può ricordare quello intercorso tra statunitensi e sauditi con l’invenzione dei petrodollari, perciò nel suo articolo Giuseppe Masala vede come già in corso il passaggio al “petroyuan”, dopo gli accordi intercorsi tra Iran e Arabia Saudita sotto l’egida cinese e dopo la sensazione da parte di Bin Salman di rischiare di venire dichiarato “canaglia” e subire la sorte degli ex alleati degli americani che potevano risultare scomodi; dunque la sicurezza innanzitutto finanziaria e poi anche quella militare suggerisce di poter contare su altri partner. Facendo paralleli storici si possono individuare passaggi epocali che si ripropongono agli occhi di analisti attenti come Masala, il quale riconosce una situazione di tramonto dell’impero americano assimilabile agli eventi dei primi anni Venti di un secolo fa, piuttosto che a quelli che ne hanno visto l’apoteosi nei primi anni Settanta col distacco dalla parità con l’oro.
    30m 29s
  • L'impronta di Macron rompe simbolicamente il patto sociale

    13 MAR 2023 · Questa reforme des retraites sarà rubricata a futura memoria come una rottura epocale, incarnata dal più vacuo manichino presidenziale del dopoguerra francese; falsamente urgente e imposta a forza travalica le vere urgenze, perché serve per produrre quella rottura di cui il potere ha bisogno per incidere poi sulla società e imporre un modello diverso da quello solidale. Il timore di "finire come gli italiani": è sufficiente questo spauracchio a portare in piazza milioni di francesi, determinati e fieri della loro tradizione di contrapporsi all'ingiustizia e all'arroganza di un potere che si crede onnipotente. Però è proprio lo spirito che è diverso, e pervade l'intera comunità: infatti nessun magistrato si sogna di comminare anni di galera per una barriera autostradale mantenuta aperta; nessun giornalista infarcisce i suoi pezzi soltanto di peana alla vetrina di una multinazionale della moda andata giù, anche il perbenismo dell'uomo della strada non si appunta soltanto sulle barricate incendiate; addirittura in Italia si sarebbe assistito ad accuse da parte dei giornalacci apparsi con Berlusconi di istigazione all'omicidio per la pubblicazione degli elenchi dei senatori con la loro scelta di voto sulla riforma, per Thomas – uno dei nostri interlocutori, quello francese – è invece indispensabile poter operare un controllo sul singolo parlamentare e renderlo responsabile dei suoi atti... però si cominciano a notare delle crepe. Innanzitutto al welfare, eroso dallo stornamento di fondi, nei servizi – per un italiano ancora di buon livello e quasi gratuiti, per un francese già sulla china dell'italianizzazione. Ma soprattutto alcune frange del paese non sono solidali come un tempo, avendo ormai ottenuto la pensione (in Italia era avvenuto con la riforma Dini, quindi la società francese ha ancora 25 anni per assumere in toto il volto feroce dello stato italiano). Marta, una expat piemontese che vive e lavora da 4 anni a Parigi (e che abbiamo interpellato con Thomas, il suo compagno francese, per comprendere meglio e reallizzare un paragone valutando le lotte in corso contro la riforma sulle pensioni fortemente voluta dal burocrate Macron, emanazione del sistema finanziario, al confronto con il recente passato italiano) individua nella vecchia paura che i francesi hanno nel dna della exception culturelle, sentimento più antiamericano che non meramente nazionalista, che individua in quel modello i maggiori pericoli di trasformazione. E forse il comparto più a rischio per lei potrebbe essere quello scolastico con la contrapposizione tra scuola pubblica e privata, laddove quest'ultima viene agevolata e andrebbe a sfornare dirigenti con lo stampino di un modello privatistico, bloccando l'ascensore sociale. La lotta proseguirà con il blocco di ogni settore, qualsiasi comparto, con scontri e manifestazioni nelle strade di tutta la Francia, pur avendo la sensazione che ormai il presidente ha i numeri in parlamento per far passare la sua riforma, per intestarsela e completare la missione per cui il potere economico-finanziario lo ha appoggiato. Una riforma che non prende in considerazione alternative all'aumento dell'età pensionabile (e comunque si prevedono 43 anni di contributi per mantenere almeno un 75% del valore dello stipendio e si vocifera già di portare a 71 anni il limite per le pensioni di vecchiaia), anziché tassazione di patrimoni e pensioni d'oro; o anche solo i capitali delle frange di nati prima del 1964 che hanno usufruito del sistema pensionistico ora smantellato e messo al sicuro il gruzzolo che Macron si guarda bene dal tassare per consentire una distribuzione che non richiederebbe alcuna stretta pensionistica. Invece è palese quali sono le categorie prese di mira – individuando una sorta di fastidiosa e altolocata supponenza e distanza di Macron e della sua En Marche. Sono le persone meno istruite – perché senza mezzi e ormai anziani –, precari, che non hanno una carriera di lunga data o frammentaria (e quindi non possono raggranellare tutti gli anni di contributi richiesti), donne giunte al lavoro più tardi e in ruoli subordinati, lavoratori che hanno svolto i lavori più usuranti, ferrovieri... e non si trova più nessuno che intenda sostituire chi riesce a smettere i lavori che non vengono compensati nemmeno per la loro usura. Altra differenza con il mondo italiano è il ruolo dei sindacati: rispetto alla reazione alla riforma Dini – e ancora di più contro quella Fornero, chiamata a riassestare i disastri del modello Berlusconi nel 2011 con ricette altrettanto liberiste – i sindacati francesi hanno saputo mobilitare e sostenere la lotta, esistono casse di mutuo soccorso per mantenere l'astensione dal lavoro e far sì che lo sciopero faccia male allo stato e non ai lavoratori. Il movimento dei Gilets Jaune è rimasto un po' offuscato dai Gilets Rouge della Cgt ma hanno cominciato a intestarsi anche loro la lotta nel weekend, dopo questa chiacchierata con Marta e Thomas, pur essendo stati una componente della mobilitazione fin dall'inizio, ma più defilati rispetto alla variegata composizione e serietà della lotta di classe che si manifesta nella sensibilità degli oppositori alla legge. Thomas coglie un punto essenziale della truffa elettorale: cioè Macron sapeva il giorno dell'elezione che non aveva un mandato per fare quello che voleva e che era stato eletto solo per mancanza di candidati antifascisti e invece adesso usa quella delega elettorale paradossalmente ribaltandola in una richiesta dalle urne di completare la riforma e invece serve solo al liberismo per fare strame di uno dei pochi sistemi ancora di welfare funzionante, accentuando le diseguaglianze sociali insite al modello capitalista. Se si permette ai politici di violare i diritti conquistati in tempo di crisi, creerano tempi di crisi per violare i diritti... fino all'oligarchia assoluta
    25m 6s
  • Davos frammentata: la disfatta di una globalizzazione retriva

    20 JAN 2023 · https://ogzero.org/studium/siamo-gia-oltre-la-globalizzazione-tra-fake-e-smart/ Ancora falchi su Davos, ma con artigli spuntati dal loro stesso sistema che cercano ancora di salvare asserendo che poteva andare peggio (Lagarde), ma il titolo del 53° anno è una pietra tombale sulla stessa convention del World Economic Forum di Davos devastato dal tracollo della globalizzazione arrogante e al soldo del neoliberismo più feroce nel tentativo di rifargli una facciata tollerabile. Tra i realizzatori del Forum di Porto Alegre, da sempre dunque attento al Forum di Davos, https://twitter.com/alfredosomoza è sicuramente tra i giornalisti più competenti per suonare il requiem al sistema che ha dato vita ai campioni della globalizzazione. Ecco, il rimmel si è sciolto e sotto il maquillage rimane il peggio esibito senza nemmeno la partecipazione dei presunti potenti politici; ma anche i ricconi hanno disertato, facendo sapere di essere disponibili a essere tassati, anzi: chiedendolo a gran voce, pur di sperare di non venire spazzati via dall’esasperazione delle moltitudini vessate dal feroce neoliberismo della scuola di Chicago che da 40 anni ha steso la sua orrida cappa sul mondo; cominciano ad avere paura, comprendendo di aver tirato troppo la corda, creando una sofferenza sociale che travalica le divisioni ideologiche tra destra e sinistra. Gli stessi liberisti ammettono di non aver mantenuto le promesse: il fallimento del modello ha trovato il suo palcoscenico per sancire il crollo del sistema. Il Forum nato come l’interpretazione del nuovo corso del capitalismo trionfante, sfila in sordina a mettere fine al paravento del greenwashing agli affari della pseudotransizione energetica, smarrita nella riapertura del peggior fossile con le cariche di Lützerath, però anche in quel contenitore onnicomprensivo ospitato nella cittadina elvetica si trovano balbettii sul delivery delle armi on demand, che dimostra come sia una delle voci principali per sostenere un sistema ormai pieno di falle, perché è scattata la priorità nazionale, l’opposto della globalizzazione che ha appaltato la sovranità energetica a un solo fornitore non affidabile, o che ha pontificato su fittizie facilitazioni dell’esistenza e invece ci volevano solo vendere un telefonino; che hanno spacciato la banalizzazione del dibattito con l’accesso democratico dei social. Un contenitore svuotato dal modello economico stesso, dove ancora i giornalisti conniventi inventano narrazioni false che si affidano a un’economia di guerra con Sanna Marin che è pronta a sostenere Kiyv anche per 15 anni, quella guerra che inabisserà definitivamente il massimo sponsor del Forum (l’Europa innamorata della globalizzazione capitalistica) esaltando le due grandi potenze: Usa e Cina. Un bipolarismo che trarrà vantaggio dalla dissoluzione del mondo di Davos e che informerà di sé i nuovi equilibri, dove Russia ed Europa saranno semplici vassalli. Perciò si sta riesumando il pensiero di Marx (Die Zeit), che fa il paio con il ritorno al controllo dello stato che subentri all’ideologia del mercato iperliberista e tutta la paccottiglia degli ultimi 30 anni che però non ha alternative, perché non esce dall’ideologia iniziata con l’esperimento di Pinochet. La democrazia comincia a essere impotente a proporre cambiamenti che creino anche consenso. Probabilmente siamo arrivati a un punto di svolta epocale.
    23m 36s
  • Un viaggio ventennale nella globalizzazione tra fake e smart

    4 JUL 2022 · https://ogzero.org/studium/siamo-gia-oltre-la-globalizzazione-tra-fake-e-smart/ Il viaggio prende avvio da quella terra di nessuno tex-mex di narcocorridos e muri inutilmente eretti per proseguire attraverso globalizzazione, capitalismo, colonialismo lungo tutti i percorsi inventati dai traffici, anticipando le altre attività fino alla Belt Road Initiative. Ma l'interconnessione prosegue liscia nel dialogo tra Alfredo Somoza e Claudio Agostoni sulle Onde Road di Radio Popolare di domenica 3 luglio 2022, incentrata sul volume di Alfredo "Siamo già oltre?": l'interdipendenza tra aree geografiche affonda i problemi alimentari ed energetici che l'Occidente si trova ad affrontare con affanno ora dopo l'esplosione del conflitto ucraino e Alfredo, con l'attenzione che lo contraddistingue – mettendo in relazione tutte le informazioni che immagazzina –, sottolinea la gran quantità di comparti interessati dalla attuale crisi, ma anche quella di differenti conflitti sparsi per il mondo che condizionano gli approvvigionamenti di una società così pesantemente globalizzata. E l'attenzione spasmodica per gli elementi economici porta Alfredo a ricondurli a immaginare la possibilità di un altro mondo contro la deregolamentazione neoliberista, Claudio e Alfredo usano il caffè per studiare il sistema ancora rimasto schiavistico... E allora la parolina “multilaterialismo” viene declinata nella sua esigenza di governi transnazionali, una pulsione data dall'interconnessione e dal cambiamento climatico i cui problemi vanno affrontati da un fronte comune... il problema è che i luoghi preposti al dialogo sono stati tutti delegittimati e i nazionalismi hanno prodotto attese in nuove potenze con mire imperialistiche. O la frase «La globalizzazione dell'economia ha anticipato il bisogno della globalizzazione dei diritti» che pervade tutto il libro... sono parole e frasi topiche che prese in modo apparentemente casuale dai due interlocutori vanno a formare una precisa lettura dell'intero volume, che è una delle molte possibili di un libro che comunque restituisce i caposaldi emersi nell'intervista, da qualunque spunto si voglia cominciare a rielaborare; tutti aneddoti molto calzanti e suggestivi che disvelano percorsi che ogni volta ci conducono a scoprire nuove analisi e rivelazioni... in questo caso trovate nel podcast di Radio Popolare la figura barbina della multinazionale Nike, appropriatasi malamente di una tradizione culturale portoricana, ma molti altri aneddoti sono racchiusi nel libro a cavallo tra colonialismo, expo, turismo e riconversione culturale... modernizzando con il landgrabbing e la migrazione la memoria di Frantz Fanon e la semplicità delle osservazioni di Pepe Mujica, perché si ha comunque bisogno di riferimenti a cui guardare.
    32m 5s
  • Dormi sepolto in un campo di grano

    10 JUN 2022 · https://ogzero.org/studium/siamo-gia-oltre-la-globalizzazione-tra-fake-e-smart/ Sulla scorta della proverbiale definizione di “granaio del mondo” l’Occidente sta attribuendo integralmente alla guerra in Ucraina la responsabilità della fame che si sta annunciando per carenza di grano (ma non si parla del fatto che la Russia è il maggior esportatore di fertilizzanti), senza considerare che il prezzo dei cereali era già in aumento prima del 24 febbraio e che sono periodiche le rivolte del pane (anche dopo il 2011 dei gelsomini). La guerra è stata solo il la ciliegina su una torta immangiabile per i 20 milioni di potenziali morti per fame che la contingenza può creare e i due autocrati di Astana si stanno mettendo d’accordo anche in questo caso per spartirsi guadagni e prestigio nei paesi africani sbloccando la situazione del Mar Nero con il blocco delle tonnellate di grano ammassato nei silos ucraini che rappresentano comunque soltanto l’8 per cento del prodotto annuale mondiale. Un’arma ibrida come le bombe di migranti gettate ai confini, che si produrranno anche attraverso questa nuova fame indotta dalla guerra sarmatica. Ma non solo: Alfredo Somoza ha colto i vari collegamenti che portano alle scelte strategiche dei singoli stati vincolati in qualche modo ai prodotti russi (per esempio il Brasile) e il ritorno d’immagine per i popoli affamati in Africa che si troveranno a ringraziare i garanti russo-turchi delle forniture alimentari che sono i responsabili dell’improvvisa carenza; senza contare la stagflazione ormai globale e l’indebitamento generalizzato. @alfredosomoza ha fatto dunque il punto attribuendo a ogni fattore la giusta responsabilità nella emergenza della carestia, guardando al sistema di produzione e distribuzione del cibo, il saccheggio e la colonizzazione dei territori, la pianificazione selvaggia e monocolturale: speculazione, latifondo senza collegamento con il territorio, landgrabbing, sistemi di produzione malati, diserbanti e ogm, concentrazioni di colture; la superficie coltivabile è diminuita con la globalizzazione, le colture per il foraggio o per i biocombustibili sono sempre più estese, il cambiamento climatico, la siccità avevano già innescato la speculazione sulle commodities dei futures che è strabordata con la scusa del conflitto raddoppiando il prezzo del grano; l’occupazione di terre africane da cui saccheggiare i prodotti da importare in madre Cina, o da esportare in paesi ricchi, sottraendo cibo potenziale agli autoctoni; Alfredo nel suo libro “Siamo già Oltre?” descriveva così il sistema su cui è intervenuto il conflitto in Ucraina, scompigliandolo e paradossalmente rendendo ancora più il cibo un’arma ricattatoria di consumi – anche indotti dal colonialismo – da brandire contro i poveri: «Nei paesi nei quali si è spinto l’acceleratore del moderno agribusiness, dove spesso si produce non solo di più ma anche male, la produzione non serve per soddisfare il bisogno dei consumatori ma per incassare sovvenzioni, fare guerre commerciali, imporre mode alimentari. Difficilmente in Africa, Asia meridionale o America centrale si produce più di quanto si consuma. Anzi, lì spesso si produce molto di meno, dato che una parte crescente delle loro terre agricole viene utilizzata per produrre alimenti e biocombustibili destinati al mondo ricco: che poi non riesce nemmeno a consumarli tutti. Distogliendo l’attenzione dalle cause per concentrarsi solo sugli effetti si arriva a soluzioni “umanitarie”, di buon senso, che però non risolveranno mai il problema a monte. Non porteranno, cioè, a una politica mondiale che stabilisca le priorità nella produzione di cibo, che imponga regole precise sul suo costo e sui suoi impatti. Non è sostenibile, per esempio, il mercato delle primizie che viaggiano in aereo da un angolo del mondo all’altro per garantire pere, ciliegie o mirtilli dodici mesi all’anno per il desco dei consumatori ricchi. Non è possibile che, quando un paese dà in concessione terreni agricoli a soggetti esteri, la Fao non intervenga a certificare che la sicurezza alimentare di quel paese sia comunque garantita, e che le concessioni non la mettano a rischio. Non è sensato che il consumatore, quando compra prodotti provenienti da migliaia di chilometri di distanza, non sia chiamato a pagare il costo ambientale di quella merce. Sono tanti i nodi irrisolti e i problemi in via di peggioramento, quando si pensa al tema del cibo… Ma ci raccontano che basta il riciclo degli sprechi per porvi rimedio. Una versione di comodo per le multinazionali del cibo e dell’agricoltura, proprio quelle che occuparono gli spazi più in vista all’Expo milanese. Imprese che si accaparrano licenze sulle sementi, sono grandi gestori dell’acqua, impongono modelli di consumo basati sulla carne rossa, la più dannosa per la salute e la più “costosa” per l’ambiente, anche se italiana. Questi gruppi oggi tengono in pugno l’agenda del cibo e buona parte della politica accetta la loro narrazione. È questo il segreto (di Pulcinella) da non far sapere al contadino».
    19m 47s

Questa è la sezione audio del libro di Alfredo Somoza, “Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart” (https://www.produzionidalbasso.com/project/siamo-gia-oltre-partecipa-al-progetto-di-attivismo-geopolitico/), risultato dell'osservatorio sulle conseguenze della globalizzazione implementato negli anni che...

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Questa è la sezione audio del libro di Alfredo Somoza, “Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart” (https://www.produzionidalbasso.com/project/siamo-gia-oltre-partecipa-al-progetto-di-attivismo-geopolitico/), risultato dell'osservatorio sulle conseguenze della globalizzazione implementato negli anni che ci dividono dal Forum di Porto Alegre 2001 documentato dall'autore in modo rigoroso e puntuale.

Si procede smascherando le fake news, ma anche andando a indagare sui reali vantaggi della civiltà smart. Uno sguardo che travalica la retorica trionfalistica sul futuro dell’umanità, cogliendo le falle e allargandole per evidenziare le trappole.
La globalizzazione è un fenomeno che ha cambiato la nostra vita con dinamiche nuove e riproposto in veste moderna altre molto antiche. Il libro racconta gli scenari dell’economia mondiale, della lotta per la terra e l’ambiente, dei diritti ottenuti e negati, del gioco delle potenze. Senza ideologismi né compromessi.

Il libro racconta il mondo nel quale siamo già sommersi, anche se ancora non ci è stato del tutto svelato. Il lavoro di Alfredo Somoza è ispirato all’idea che un altro mondo migliore sia ancora possibile.
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