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<rss xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:podcast="https://podcastindex.org/namespace/1.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" version="2.0"><channel><title>Taccuini</title><link>https://www.spreaker.com/podcast/taccuini--6499498</link><description><![CDATA[5 minuti di notizie pop guardate con la lente della psicologia... <br /><br /><a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><atom:link href="https://www.spreaker.com/show/6499498/episodes/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><language>it</language><category>Mental Health</category><copyright>Copyright Massimiliano Truce</copyright><image><url>https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/56cf51da9c493c589ef3178e45709a53.jpg</url><title>Taccuini</title><link>https://www.spreaker.com/podcast/taccuini--6499498</link></image><lastBuildDate>Sun, 13 Sep 2026 17:26:14 +0000</lastBuildDate><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:owner><itunes:name>Massimiliano Truce</itunes:name><itunes:email>feeds@spreaker.com</itunes:email></itunes:owner><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/56cf51da9c493c589ef3178e45709a53.jpg"/><itunes:subtitle>5 minuti di notizie pop guardate con la lente della psicologia...  dottmassimilianotruce.substack.com</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[5 minuti di notizie pop guardate con la lente della psicologia... <br /><br /><a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></itunes:summary><itunes:category text="Health &amp; Fitness"><itunes:category text="Mental Health"/></itunes:category><itunes:category text="Health &amp; Fitness"/><itunes:explicit>false</itunes:explicit><podcast:guid>77fcadde-142b-577f-89d4-037125b75b7d</podcast:guid><itunes:type>episodic</itunes:type><item><title>Sul suicidio, la morte di Denise Cosco e l’eutanasia</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sul-suicidio-la-morte-di-denise-cosco-e-l-eutanasia--75104179</link><description><![CDATA[Denise Cosco aveva trentacinque anni. Gli stessi che aveva sua madre, Lea Garofalo, quando nel 2009 la ‘ndrangheta la uccise per aver scelto di testimoniare, sciogliendone il corpo nell’acido. La figlia della testimone di giustizia, vissuta per anni sotto protezione con una nuova identità, si è gettata da una finestra al terzo piano dell’appartamento di Ariccia, ai Castelli Romani, dove abitava con il compagno e il loro bambino piccolo. Ha lottato quattro giorni in un ospedale di Roma, poi è morta il 10 settembre scorso.La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio: il telefono e l’appartamento sono sotto sequestro, e i magistrati vogliono ricostruirne gli ultimi giorni. Se esista qualcuno che l’ha spinta, almeno con le parole, lo diranno le perizie. Ma già la data dice qualcosa di più sottile: quello stesso 10 settembre, in tutto il mondo, ricorreva la giornata dedicata alla prevenzione del suicidio.La ricorrenza — istituita dall’Organizzazione mondiale della sanità insieme all’Associazione internazionale per la prevenzione del suicidio — ha scelto per il triennio 2024-2026 uno slogan che oggi suona come un’ammonizione: «Cambiare la narrazione sul suicidio». I numeri globali fanno paura: oltre 720 mila morti ogni anno, più della metà con meno di cinquant’anni, quasi tre su quattro nei paesi a basso e medio reddito. Il tema è stato lanciato nel 2024 dal presidente IASP Rory O’Connor con una motivazione esplicita: il silenzio e lo stigma impediscono alle persone di cercare aiuto, e servono conversazioni aperte e oneste ad ogni livello per “abbattere le barriere” e creare «culture migliori di comprensione e supporto». Eppure i numeri italiani trovano un contrappunto politico sorprendente: appena otto giorni prima della morte di Denise, il consiglio regionale del Veneto aveva approvato, con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti, la legge di iniziativa popolare sul fine vita voluta dall’associazione Luca Coscioni con oltre novemila firme. È la quarta regione d’Italia dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, ed è la prima amministrata dal centrodestra.Il provvedimento dà attuazione alla sentenza del 2019 della Corte costituzionale e fissa quattro requisiti cumulativi che devono essere raggiunti per poterla attuare: patologia irreversibile, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, sofferenza fisica o psicologica ritenuta intollerabile, piena capacità di intendere e di volere. Quindi, l’eutanasia resta un reato: il servizio sanitario assiste il paziente che assume il farmaco in autonomia. Nella stessa settimana, insomma, l’Italia ha scritto le regole per morire accompagnati e ha pianto una donna che si è data la morte da sola.Al di là della cronaca, le statistiche, del nostro paese disegnano un teorema di genere. Secondo gli ultimi dati Istat, quasi otto morti per suicidio su dieci sono uomini, un rapporto che le serie storiche dell’Istituto superiore di sanità confermano stabile da anni. È un divario che la ricerca continua a interrogare, e che racconta anche la reticenza maschile a chiedere aiuto prima che il buio diventi strutturale.Di fronte a questi numeri vale la pena tornare a una lettera privata. Lo ha fatto Maria Popova sul suo magazine The Marginalian, rileggendo il gennaio in cui Sylvia Plath, ventiduenne, confidava alla madre di stare combattendo «un’enorme battaglia» con se stessa: «Oltre un certo punto, combattere non fa che stancare, e bisogna spegnere quella parte petulante della mente e andare avanti senza di essa — la tua vita presente è la cosa importante». Plath morì suicida otto anni dopo, a trentun anni, e Popova avverte che è una fallacia pericolosa credere che chi muore così abbia “fallito” la vita.Sopravvivere anche un solo giorno con una mente che lavora contro se stessa non è un’impresa da poco, e avere riempito quegli anni di poesie che continuano a irradiare altre esistenze è un raro trionfo dello spirito. Forse è così che va ricordata anche Denise Cosco. <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:215466083</guid><pubDate>Sun, 13 Sep 2026 16:30:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/75104179/285d5c29024d8fb71a407f58ca407fa7.mp3" length="6722678" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/a4b5afe7-873e-49c2-b937-647bd1e9a5b4/a4b5afe7-873e-49c2-b937-647bd1e9a5b4.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/a4b5afe7-873e-49c2-b937-647bd1e9a5b4/a4b5afe7-873e-49c2-b937-647bd1e9a5b4.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/a4b5afe7-873e-49c2-b937-647bd1e9a5b4/a4b5afe7-873e-49c2-b937-647bd1e9a5b4.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>Denise Cosco aveva trentacinque anni. 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Se esista qualcuno che l’ha spinta, almeno con le parole, lo diranno le perizie. Ma già la data dice qualcosa di più sottile: quello stesso 10 settembre, in tutto il mondo, ricorreva la giornata dedicata alla prevenzione del suicidio.La ricorrenza — istituita dall’Organizzazione mondiale della sanità insieme all’Associazione internazionale per la prevenzione del suicidio — ha scelto per il triennio 2024-2026 uno slogan che oggi suona come un’ammonizione: «Cambiare la narrazione sul suicidio». I numeri globali fanno paura: oltre 720 mila morti ogni anno, più della metà con meno di cinquant’anni, quasi tre su quattro nei paesi a basso e medio reddito. Il tema è stato lanciato nel 2024 dal presidente IASP Rory O’Connor con una motivazione esplicita: il silenzio e lo stigma impediscono alle persone di cercare aiuto, e servono conversazioni aperte e oneste ad ogni livello per “abbattere le barriere” e creare «culture migliori di comprensione e supporto». Eppure i numeri italiani trovano un contrappunto politico sorprendente: appena otto giorni prima della morte di Denise, il consiglio regionale del Veneto aveva approvato, con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti, la legge di iniziativa popolare sul fine vita voluta dall’associazione Luca Coscioni con oltre novemila firme. È la quarta regione d’Italia dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, ed è la prima amministrata dal centrodestra.Il provvedimento dà attuazione alla sentenza del 2019 della Corte costituzionale e fissa quattro requisiti cumulativi che devono essere raggiunti per poterla attuare: patologia irreversibile, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, sofferenza fisica o psicologica ritenuta intollerabile, piena capacità di intendere e di volere. Quindi, l’eutanasia resta un reato: il servizio sanitario assiste il paziente che assume il farmaco in autonomia. Nella stessa settimana, insomma, l’Italia ha scritto le regole per morire accompagnati e ha pianto una donna che si è data la morte da sola.Al di là della cronaca, le statistiche, del nostro paese disegnano un teorema di genere. Secondo gli ultimi dati Istat, quasi otto morti per suicidio su dieci sono uomini, un rapporto che le serie storiche dell’Istituto superiore di sanità confermano stabile da anni. È un divario che la ricerca continua a interrogare, e che racconta anche la reticenza maschile a chiedere aiuto prima che il buio diventi strutturale.Di fronte a questi numeri vale la pena tornare a una lettera privata. Lo ha fatto Maria Popova sul suo magazine The Marginalian, rileggendo il gennaio in cui Sylvia Plath, ventiduenne, confidava alla madre di stare combattendo «un’enorme battaglia» con se stessa: «Oltre un certo punto, combattere non fa che stancare, e bisogna spegnere quella parte petulante della mente e andare avanti senza di essa — la tua vita presente è la cosa importante». Plath morì suicida otto anni dopo, a trentun anni, e Popova avverte che è una fallacia pericolosa credere che chi muore così abbia “fallito” la vita.Sopravvivere anche un solo giorno con una mente che lavora contro se stessa non è un’impresa da poco, e avere riempito quegli anni di poesie che continuano a irradiare altre esistenze è un raro trionfo dello spirito. 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Cartelli di cartone, cori, una marcia pacifica verso l’Ufficio presidenziale. «Al tramonto, in una tranquilla serata domenicale senza allarmi aerei, centinaia di voci echeggiavano nel centro di Kyiv», racconta il New Voice of Ukraine dal corteo del 16 agosto. Poi un ronzio si alza sopra la folla: uno scooter, un drone che riprende il corteo, forse niente. Andrei si pietrifica. La mano cerca una tracolla che non c'è, gli occhi scandagliano il cielo, il respiro si chiude. Per qualche secondo Bankova Street torna a essere una trincea. Bzzzzzz. Ti stanno dando la caccia! <a target="_blank" href="https://www.bbc.com/news/articles/c23gjk7dlvlo" rel="noreferrer noopener">Dice alla BBC Pavlo, 30 anni</a>, ex operatore di droni FPV tornato dal fronte in un appartamento di Kyiv.DRONOFOBIA!«Nell'ultimo anno, la maggioranza dei pazienti, se non è ferita fisicamente, riporta danni alla salute mentale causati dall'essere stati sotto attività di droni. La chiamiamo dronofobia», racconta - sempre alla BBC - il dottor Serhii Andriichenko, primario psichiatra dell'ospedale militare di Kyiv . Migliaia di uomini tornano dal fronte con disturbi acuti da stress legati proprio ai suoni dei droni, e il trigger può essere qualsiasi cosa meccanica che ronzi: motorini, scooter, tosaerba, condizionatori . A casa, i reduci spengono all'improvviso le luci, si allontanano dalle finestre, si nascondono sotto i mobiliI numeri di un’emergenza nazionaleAssociazioni di veterani e organizzazioni umanitarie stimano che tra un decimo e un quarto di tutti i veterani svilupperà PTSD o altri gravi disturbi mentali, e centinaia di migliaia ne soffrono già .Per capire cosa significhi, basta la storia di Mihaylo Sahadiak, 36 anni, raccolta dal giornalista Boštjan Videmsek sul <a target="_blank" href="https://geographical.co.uk/features/ukraine-drone-warfare-ptsd-veterans" rel="noreferrer noopener">numero di settembre di Geographical</a>, dal letto dell’ospedale municipale di Uzhhorod: «Dormo molto male. Per le prime settimane sentivo i droni di continuo: tutto quel ronzio, quel fruscio, quel sibilo nella testa. Ero terrorizzato. Ovunque guardassi, vedevo arrivare un drone. Ora va un po’ meglio, ma riesco a dormire solo con gli antidolorifici» . Alla domanda «Ti jak?», come stai?, Mihaylo fissa a lungo la pioggia contro il vetro e risponde solo: «Non lo so» .Lontano dal fronte, Uzhhorod, città di confine con la Slovacchia, è diventata una delle “città ponte” umanitarie dell’Ucraina: gli aiuti entrano da qui e centinaia di migliaia di sfollati interni ci sono passati o si sono fermati . La popolazione cittadina è raddoppiata dall’inizio dell’invasione; solo nei dormitori universitari sono passate, secondo le stime dei volontari, più di 7.000 persone .I numeri ufficiali della regione Zakarpattia parlano di circa 124.000 sfollati registrati, un livello stabile da quasi quattro anni, con 108 rifugi che ospitano quasi 4.600 persone e 325 posti liberi tenuti di riserva . La maggioranza degli sfollati non vive nei rifugi: affitta da sola o viene alloggiata dai datori di lavoro, spesso fabbriche dislocate dall’est che hanno portato con sé operai da Kharkiv o Donetsk .Ma sotto la superficie c’è un’altra città. Maria, 22 anni, arrivata due anni fa da Donetsk, non è registrata come sfollata e non può ricevere cibo, medicine e vestiti dalle ong: lavora come babysitter e il reddito copre a stento l’affitto di quasi 500 dollari al mese, mentre il suo compagno, non esentato dal servizio militare, lavora da casa . In un ex edificio di uffici alla periferia della città vivono oggi 35 persone: bagni e cucina in comune, letti e vestiti appesi a guardaroba improvvisati . Victoria Räcz, 47 anni, fondatrice della ong locale Western Unity, dice di conoscere «altri sette posti così nella regione, ma probabilmente molti di più», e avverte: una delle grandi sfide del dopoguerra sarà «vivere accanto a tutte le persone impazzite, sia quelle che tornano dal fronte sia quelle che hanno perso la testa in casa» .Lo psicologo statunitense Joseph Bonvie, autore su <a target="_blank" href="https://geographical.co.uk/features/ukraine-drone-warfare-ptsd-veterans" rel="noreferrer noopener">Primary Care Companion for CNS Disorders</a> di uno studio dedicato, ha detto alla rivista Psychiatric News che «la minaccia aerea persistente dei droni alimenta iperarousal e ansia continui, per via del costante senso di essere visti e quindi bersagliabili» .La scienza della cura: L’EMDR di guerraGli esperti parlano ormai di un nuovo sottotipo di stress post traumatico (PTSD): estrema sensibilità al rumore, con il ronzio e lo stridio dei droni descritti dai soldati come il principale innesco dei sintomi . Clinici ucraini usano il termine “dronofobia” per descrivere un quadro fatto di ipervigilanza, iperarousal e condotte di evitamento . Non è un dettaglio: negli ultimi mesi i droni hanno causato oltre il 60% delle ferite tra le forze ucraine, e il suono acuto dei rotatori avvisa i soldati che un operatore nemico potrebbe essere sulle loro tracce .Il 24 agosto scorso su<a target="_blank" href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/42635370/" rel="noreferrer noopener"> European Journal of Psychotraumatology </a>è uscita una ricerca firmata da Beer e colleghi: la prima valutazione dell’efficacia della terapia EMDR su bambini e adolescenti ucraini trattati mentre la guerra era ancora in corso .Lo studio ha analizzato i dati di 151 bambini e adolescenti (62,9% femmine, età media 10,8 anni, range 1–17 anni) trattati da 32 terapeuti ucraini formati da trainer EMDR di Paesi Bassi, Germania e Italia, tra giugno 2023 e gennaio 2025; il 72,2% dei piccoli pazienti viveva ancora in Ucraina all’inizio del trattamento, e l’evento potenzialmente traumatico più frequente era proprio “la guerra” .<a target="_blank" href="https://psicologotorino.org/" rel="noreferrer noopener">Prenota una consulenza</a> come primo spazio per orientarti e per capire se sono il terapeuta giusto per te…I risultati sono molto più che positivi: riduzioni significative e di grande entità dei sintomi di PTSD in tutti i criteri esaminati, con miglioramenti indipendenti da età, genere e luogo di residenza e tassi di abbandono bassissimi. La conclusione degli autori è che l’EMDR può essere somministrato efficacemente anche in regioni colpite da una guerra in corso, ma va implementato in modo sostenibile e capillare, durante il conflitto e nella ricostruzione. Il collegamento con la dronofobia è diretto: lo studio non misura il ronzio dei droni, ma fotografa la stessa ferita, un’intera generazione condizionata dai suoni della guerra, e dimostra che una terapia come l’EMDR funziona anche sotto le bombe. Se il trauma scatta in un parco di Uzhhorod, in una marcia a Kyiv o nella cameretta di un bambino di dieci anni, la risposta non può essere solo clinica d’élite: deve diventare infrastruttura nazionale e diffusa.Il ronzio passa, l’allerta restaTorniamo ad Andrei. Il ronzio si allontana, il corteo riprende a cantare, lui sorride e si scusa con sua figlia Alina, terrorizzata dalla reazione di papà. Ma il suo corpo non ha ancora smesso di irrigidirsi. «Il silenzio è sempre l’inizio», spiega alla BBC lo psichiatra militare Andriichenko: «Quando i soldati vanno in postazione, iniziano ad ascoltare con attenzione per assicurarsi che non ci siano droni. C’è tensione costante, paura costante. Guardano sempre in alto» . L’impatto pieno del trauma di guerra, avvertono gli esperti, si manifesterà solo quando tutti i combattenti saranno tornati a casa; nessuno sa dire quando, ma due intere generazioni di uomini ucraini ne portano già i segni .La dronofobia non è solo una nuova parola clinica: è il suono, letterale, di una guerra che non finisce con il cessate il fuoco. <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:213374714</guid><pubDate>Sun, 30 Aug 2026 16:30:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/74758144/61a004d6a56f649d421292dd687808a3.mp3" length="9282678" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/d5b606bc-9ae6-4c3f-9114-844475d09ec7/d5b606bc-9ae6-4c3f-9114-844475d09ec7.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/d5b606bc-9ae6-4c3f-9114-844475d09ec7/d5b606bc-9ae6-4c3f-9114-844475d09ec7.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/d5b606bc-9ae6-4c3f-9114-844475d09ec7/d5b606bc-9ae6-4c3f-9114-844475d09ec7.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>Andrei partecipa alla sua prima manifestazione civile dopo il fronte tenendo per mano sua figlia di 9 anni, Alina. 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Per qualche secondo Bankova Street torna a essere una trincea. Bzzzzzz. Ti stanno dando la caccia! <a target="_blank" href="https://www.bbc.com/news/articles/c23gjk7dlvlo" rel="noreferrer noopener">Dice alla BBC Pavlo, 30 anni</a>, ex operatore di droni FPV tornato dal fronte in un appartamento di Kyiv.DRONOFOBIA!«Nell'ultimo anno, la maggioranza dei pazienti, se non è ferita fisicamente, riporta danni alla salute mentale causati dall'essere stati sotto attività di droni. La chiamiamo dronofobia», racconta - sempre alla BBC - il dottor Serhii Andriichenko, primario psichiatra dell'ospedale militare di Kyiv . Migliaia di uomini tornano dal fronte con disturbi acuti da stress legati proprio ai suoni dei droni, e il trigger può essere qualsiasi cosa meccanica che ronzi: motorini, scooter, tosaerba, condizionatori . A casa, i reduci spengono all'improvviso le luci, si allontanano dalle finestre, si nascondono sotto i mobiliI numeri di un’emergenza nazionaleAssociazioni di veterani e organizzazioni umanitarie stimano che tra un decimo e un quarto di tutti i veterani svilupperà PTSD o altri gravi disturbi mentali, e centinaia di migliaia ne soffrono già .Per capire cosa significhi, basta la storia di Mihaylo Sahadiak, 36 anni, raccolta dal giornalista Boštjan Videmsek sul <a target="_blank" href="https://geographical.co.uk/features/ukraine-drone-warfare-ptsd-veterans" rel="noreferrer noopener">numero di settembre di Geographical</a>, dal letto dell’ospedale municipale di Uzhhorod: «Dormo molto male. Per le prime settimane sentivo i droni di continuo: tutto quel ronzio, quel fruscio, quel sibilo nella testa. Ero terrorizzato. Ovunque guardassi, vedevo arrivare un drone. Ora va un po’ meglio, ma riesco a dormire solo con gli antidolorifici» . Alla domanda «Ti jak?», come stai?, Mihaylo fissa a lungo la pioggia contro il vetro e risponde solo: «Non lo so» .Lontano dal fronte, Uzhhorod, città di confine con la Slovacchia, è diventata una delle “città ponte” umanitarie dell’Ucraina: gli aiuti entrano da qui e centinaia di migliaia di sfollati interni ci sono passati o si sono fermati . La popolazione cittadina è raddoppiata dall’inizio dell’invasione; solo nei dormitori universitari sono passate, secondo le stime dei volontari, più di 7.000 persone .I numeri ufficiali della regione Zakarpattia parlano di circa 124.000 sfollati registrati, un livello stabile da quasi quattro anni, con 108 rifugi che ospitano quasi 4.600 persone e 325 posti liberi tenuti di riserva . La maggioranza degli sfollati non vive nei rifugi: affitta da sola o viene alloggiata dai datori di lavoro, spesso fabbriche dislocate dall’est che hanno portato con sé operai da Kharkiv o Donetsk .Ma sotto la superficie c’è un’altra città. Maria, 22 anni, arrivata due anni fa da Donetsk, non è registrata come sfollata e non può ricevere cibo, medicine e vestiti dalle ong: lavora come babysitter e il reddito copre a stento l’affitto di quasi 500 dollari al mese, mentre il suo compagno, non esentato dal servizio militare, lavora da casa . In un ex edificio di uffici alla periferia della città vivono oggi 35 persone: bagni e cucina in comune, letti e vestiti appesi a guardaroba improvvisati . 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E’ un servizio che racconta come la forma più dannosa di perfezionismo (la paura di fallire) sia cresciuta di circa il 40% negli ultimi decenni. La tendenza è in aumento da molto prima dell’avvento dei social.Ma c’è un ma… Intanto, dietro c’è una ricerca molto seria, pubblicata su Psychological Bulletin. Ma tra ciò che lo studio dimostra e ciò che il video racconta passano diversi gradi di allarmismi divulgativi sbagliati.  Vale la pena capirci qualcosa di più.Cosa dice davvero lo studioLo <a target="_blank" href="https://psycnet.apa.org/record/2027-72800-001" rel="noreferrer noopener">studio del 2026 (Curran, Hill e Pose</a>) mette insieme 307 campioni per circa 83.000 studenti universitari di Stati Uniti, Canada e Regno Unito, tra il 1989 e il 2024. Risultato: il perfezionismo cresce, ma non in tutte le sue componenti. La tendenza a imporsi standard elevati sale in modo costante. L’elemento che accelera davvero, dai primi anni Duemila, è la sensazione che siano gli altri a pretendere la perfezione da noi (perfezionismo socialmente prescritto), insieme a paura di sbagliare, rimuginio sugli errori e timore del giudizio.Non dunque giovani che “pretendono di più da loro stessi”, ma piuttosto giovani che si sentono sempre più sotto pressione e che vivono l’errore come una minaccia crescente. Chissà come mai…Il famoso “40%”Il numero divulgato da BBC va preso con cautela. Nei lavori precedenti di Curran cifre simili erano espresse in percentili: il giovane medio di oggi ottiene punteggi intorno al 70° percentile delle distribuzioni del passato. È uno spostamento della distribuzione, non un +40% del punteggio grezzo: statisticamente le due cose non coincidono, anche se nei titoli la differenza scompare. Lo studio del 2026, peraltro, non presenta il suo risultato principale come “+40% di paura di fallire”. Ok, il numero non è inventato, però diciamo che è stato molto semplificato.Un altro punto cruciale, a mio avviso, è che la tendenza è solida: era già emersa nel 2019 su 41.000 studenti ed è confermata dall’estensione al 2024. Inoltre il legame tra la componente problematica del perfezionismo (ansia, depressione e sintomi ossessivi) resta stabile nel tempo, sostenuto da meta-analisi indipendenti: la correlazione con i sintomi depressivi è intorno a 0,40 per la componente di preoccupazione, molto più contenuta per la semplice tendenza a fissare standard alti.Il perfezionismo non è uno soloIl punto che il video appiattisce di più è sicuramente la riduzione ad un unico perfezionismo. La ricerca distingue due facce della perfezione: la ricerca dell’eccellenza (standard alti, legata alla coscienziosità) e la paura di non essere all’altezza (autocritica). La prima non è necessariamente dannosa: una meta-analisi su 37 studi trova una piccola associazione positiva con il rendimento accademico, mentre la seconda mostra una lieve relazione negativa. “Voglio fare bene questa cosa” non è lo stesso pensiero di “se sbaglio, significa che non valgo niente”. Il dato più interessante non è che i giovani abbiano standard più alti rispetto al passato ma che sembra cambiato il significato psicologico dell’errore, sempre più vissuto come minaccia al proprio valore. L’impennata, l’aumento o almeno la crescita, del perfezionismo “socialmente prescritto” suggerisce quindi una generazione che si sente più osservata e giudicata, in un ambiente in cui essere normali (e non necessariamente straordinari) sembra non essere più concesso.Quindi ricapitolando, il perfezionismo è in aumento? Probabilmente sì, almeno nella popolazione studiata. Ma il messaggio è diverso da quello che viene presentato dalla BBC come una terribile ‘disfunzione giovanile’: la vera epidemia è il vissuto di inadeguatezza e il senso di colpa di non essere straordinari.Riferimenti: Curran, Hill e Pose (2026), Psychological Bulletin, doi:10.1037/bul0000518; Curran e Hill (2019), doi:10.1037/bul0000138; Smith et al. (2019), Personality and Social Psychology Review; Madigan (2019), Educational Psychology Review, doi:10.1007/s10648-019-09484-2; Rudolph et al. (2020), doi:10.1007/s10869-019-09659-2; Pietrabissa et al. (2020), doi:10.1016/j.bodyim.2020.09.012; Soenens e Vansteenkiste (2019), doi:10.1037/bul0000167; Curran e Hill (2022), doi:10.1037/bul0000347. <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:212267677</guid><pubDate>Sun, 23 Aug 2026 16:30:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/74590949/616df9200e5c219731968f93def7a338.mp3" length="6402416" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/4e155596-6b8d-4e36-9187-de25ad95eeef/4e155596-6b8d-4e36-9187-de25ad95eeef.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/4e155596-6b8d-4e36-9187-de25ad95eeef/4e155596-6b8d-4e36-9187-de25ad95eeef.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/4e155596-6b8d-4e36-9187-de25ad95eeef/4e155596-6b8d-4e36-9187-de25ad95eeef.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>Un recente https://www.bbc.com/reel/video/p0p4b038/watch con Thomas Curran, psicologo della London School of Economics, rilancia una tesi molto amata dal grande pubblico. Principalmente perchè si presta a titoli allarmistici come: ‘‘i giovani sono...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Un recente <a target="_blank" href="https://www.bbc.com/reel/video/p0p4b038/watch" rel="noreferrer noopener">video della BBC</a> con Thomas Curran, psicologo della London School of Economics, rilancia una tesi molto amata dal grande pubblico. Principalmente perchè si presta a titoli allarmistici come: ‘‘i giovani sono sempre più perfezionisti’’. E’ un servizio che racconta come la forma più dannosa di perfezionismo (la paura di fallire) sia cresciuta di circa il 40% negli ultimi decenni. La tendenza è in aumento da molto prima dell’avvento dei social.Ma c’è un ma… Intanto, dietro c’è una ricerca molto seria, pubblicata su Psychological Bulletin. Ma tra ciò che lo studio dimostra e ciò che il video racconta passano diversi gradi di allarmismi divulgativi sbagliati.  Vale la pena capirci qualcosa di più.Cosa dice davvero lo studioLo <a target="_blank" href="https://psycnet.apa.org/record/2027-72800-001" rel="noreferrer noopener">studio del 2026 (Curran, Hill e Pose</a>) mette insieme 307 campioni per circa 83.000 studenti universitari di Stati Uniti, Canada e Regno Unito, tra il 1989 e il 2024. Risultato: il perfezionismo cresce, ma non in tutte le sue componenti. La tendenza a imporsi standard elevati sale in modo costante. L’elemento che accelera davvero, dai primi anni Duemila, è la sensazione che siano gli altri a pretendere la perfezione da noi (perfezionismo socialmente prescritto), insieme a paura di sbagliare, rimuginio sugli errori e timore del giudizio.Non dunque giovani che “pretendono di più da loro stessi”, ma piuttosto giovani che si sentono sempre più sotto pressione e che vivono l’errore come una minaccia crescente. Chissà come mai…Il famoso “40%”Il numero divulgato da BBC va preso con cautela. Nei lavori precedenti di Curran cifre simili erano espresse in percentili: il giovane medio di oggi ottiene punteggi intorno al 70° percentile delle distribuzioni del passato. È uno spostamento della distribuzione, non un +40% del punteggio grezzo: statisticamente le due cose non coincidono, anche se nei titoli la differenza scompare. Lo studio del 2026, peraltro, non presenta il suo risultato principale come “+40% di paura di fallire”. Ok, il numero non è inventato, però diciamo che è stato molto semplificato.Un altro punto cruciale, a mio avviso, è che la tendenza è solida: era già emersa nel 2019 su 41.000 studenti ed è confermata dall’estensione al 2024. Inoltre il legame tra la componente problematica del perfezionismo (ansia, depressione e sintomi ossessivi) resta stabile nel tempo, sostenuto da meta-analisi indipendenti: la correlazione con i sintomi depressivi è intorno a 0,40 per la componente di preoccupazione, molto più contenuta per la semplice tendenza a fissare standard alti.Il perfezionismo non è uno soloIl punto che il video appiattisce di più è sicuramente la riduzione ad un unico perfezionismo. La ricerca distingue due facce della perfezione: la ricerca dell’eccellenza (standard alti, legata alla coscienziosità) e la paura di non essere all’altezza (autocritica). La prima non è necessariamente dannosa: una meta-analisi su 37 studi trova una piccola associazione positiva con il rendimento accademico, mentre la seconda mostra una lieve relazione negativa. “Voglio fare bene questa cosa” non è lo stesso pensiero di “se sbaglio, significa che non valgo niente”. Il dato più interessante non è che i giovani abbiano standard più alti rispetto al passato ma che sembra cambiato il significato psicologico dell’errore, sempre più vissuto come minaccia al proprio valore. L’impennata, l’aumento o almeno la crescita, del perfezionismo “socialmente prescritto” suggerisce quindi una generazione che si sente più osservata e giudicata, in un ambiente in cui essere normali (e non necessariamente straordinari) sembra non essere più concesso.Quindi ricapitolando, il perfezionismo è in aumento? Probabilmente sì, almeno nella popolazione studiata. 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È il lavoro quotidiano di un tassista, ed è anche uno dei motivi per cui, secondo una ricerca pubblicata nel 2024, tassisti e autisti di ambulanza muoiono meno spesso di Alzheimer rispetto a tutte le altre professioni analizzate.Uno studio pubblicato sul British Medical Journal ha analizzato circa 9 milioni di certificati di morte statunitensi, confrontando la mortalità attribuita all’Alzheimer in quasi 450 occupazioni diverse. Il risultato è netto: tassisti e autisti di ambulanza presentano la mortalità più bassa per questa malattia tra tutte le categorie esaminate. L’ipotesi degli autori è che queste professioni richiedano un elaborato processing spaziale e navigazionale continuo, localizzazione costante, pianificazione di rotte multiple, aggiornamento in tempo reale delle informazioni mentre si è in movimento, che coinvolgerebbe l’ippocampo e le reti di navigazione cerebrale, aree tra le prime colpite dall’Alzheimer.È uno studio osservazionale: non stabilisce causalità e non controlla per fattori individuali come le comorbidità o la storia clinica dettagliata dei singoli, basandosi su certificati di morte soggetti a errori di classificazione. Ha però aggiustato per età, sesso, razza, etnia e livello di istruzione. Ma il campione è enorme e il segnale sufficientemente forte da giustificare una domanda più precisa: cosa, esattamente, della navigazione potrebbe proteggere il cervello?Per rispondere bisogna guardare a Londra, dove per oltre vent’anni un gruppo di neuroscienziati guidato da Eleanor Maguire, scomparsa nel 2025, ha studiato i tassisti dei celebri black cab. Per ottenere la licenza, questi devono superare “The Knowledge”, un esame che richiede di memorizzare circa 25.000 strade e migliaia di punti di riferimento, imparando a costruire percorsi ottimali tra due punti qualsiasi della città. Non è un training di guida, ma un allenamento intensivo di memoria spaziale che dura anni.In una serie di studi con risonanza magnetica, Maguire e colleghi hanno mostrato che i tassisti esperti hanno un volume maggiore di materia grigia nell’ippocampo posteriore rispetto a controlli della stessa età, e che questo volume cresce con gli anni di esperienza, mentre l’ippocampo anteriore risulta relativamente più piccolo. Uno studio longitudinale ha chiarito la direzione della causalità: prima del training non c’erano differenze tra chi avrebbe superato l’esame e chi no; dopo, solo chi lo superava mostrava un aumento significativo del volume ippocampale. È l’apprendimento intensivo, quindi, a modificare la struttura cerebrale, non una predisposizione di partenza.L’Alzheimer colpisce precocemente proprio l’ippocampo e la corteccia entorinale, causando i tipici deficit di memoria episodica e orientamento spaziale. Se un’attività come la navigazione complessa stimola ripetutamente queste reti, è plausibile che contribuisca a costruire una riserva cognitiva: più connessioni e capacità di compensare i danni iniziali prima che i sintomi diventino evidenti. Il concetto di riserva cognitiva non è nuovo, ma la specificità del caso dei tassisti è che sembra legata a un dominio molto preciso, la navigazione spaziale, e a una regione cerebrale ben definita. Va però sottolineato che gli studi di Maguire dimostrano plasticità strutturale, non un effetto protettivo diretto sull’Alzheimer: il salto tra “più materia grigia ippocampale” e “protezione dalla malattia” è plausibile ma non ancora dimostrato.Grazie per stare leggendo Taccuini! Iscriviti gratuitamente per sostenermi…La storia, però, non è solo tutta qua. Rispetto agli autisti di autobus, che guidano tanto quanto i tassisti ma su percorsi fissi e ripetitivi, i tassisti hanno un ippocampo posteriore più grande ma risultati peggiori nell’apprendere nuove informazioni visuo-spaziali. Il cervello si riorganizza per ottimizzare la mappa di Londra, ma questa specializzazione sembra ridurre la flessibilità per integrare nuovi apprendimenti spaziali. Maguire ha inoltre riportato dati preliminari secondo cui, dopo il ritiro dalla professione, l’ippocampo dei tassisti tende a restringersi, avvicinandosi ai livelli dei controlli: la plasticità sembra bidirezionale, si espande con l’uso intenso e si contrae quando lo stimolo cesa, anche se servono studi piu ampi per confermarlo.Dal punto di vista neuropsicologico, il messaggio più solido non è “fai il tassista per prevenire l’Alzheimer”, ma che la navigazione complessa e aggiornata è un candidato promettente per training cognitivi mirati, specialmente in popolazioni a rischio o in fasi precoci di declino. Camminare in quartieri nuovi, pianificare percorsi a memoria prima di verificarli, affidarsi meno al GPS per tratti brevi: sono attività che sollecitano attivamente le reti di navigazione, più della semplice ripetizione di percorsi noti. Come mostra il confronto tra tassisti e autisti di autobus, non è il movimento in sé a contare, ma la necessità di costruire e aggiornare mappe mentali in contesti non routinari.Resta comunque un’eredità scientifica precisa, lasciata da una delle ricercatrici che più ha contribuito a dimostrare la plasticità del cervello adulto: le nostre scelte quotidiane, quali strade percorriamo, quali ambienti abitiamo, quali compiti cognitivi accettiamo, possono scolpire lentamente la struttura stessa del nostro cervello.Fonti* BMJ (2024). Alzheimer’s disease mortality among taxi and ambulance drivers: population based cross sectional study. <a target="_blank" href="https://www.bmj.com/content/387/bmj-2024-082194" rel="noreferrer noopener">https://www.bmj.com/content/387/bmj-2024-082194</a>* The Conversation (2026). Taxi drivers rarely die of Alzheimer’s: how complex mental maps and spatial reasoning protect your brain. <a target="_blank" href="https://theconversation.com/taxi-drivers-rarely-die-of-alzheimers-how-complex-mental-maps-and-spatial-reasoning-protect-your-brain-286650" rel="noreferrer noopener">https://theconversation.com/taxi-drivers-rarely-die-of-alzheimers-how-complex-mental-maps-and-spatial-reasoning-protect-your-brain-286650</a>* Maguire EA et al. (2000). Navigation-related structural change in the hippocampi of taxi drivers. PNAS, 97(8), 4398-4403. <a target="_blank" href="https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.070039597" rel="noreferrer noopener">https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.070039597</a>* Maguire EA et al. (2006). London taxi drivers and bus drivers: a structural MRI and neuropsychological analysis. Hippocampus, 16(12), 1091-1101. <a target="_blank" href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/17024677/" rel="noreferrer noopener">https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/17024677/</a>* Woollett K &amp; Maguire EA (2011). Acquiring “the Knowledge” of London’s layout drives structural brain changes. Current Biology, 21(24), 2109-2110. <a target="_blank" href="https://doi.org/10.1016/j.cub.2011.11.018" rel="noreferrer noopener">https://doi.org/10.1016/j.cub.2011.11.018</a>* NIHR Dementia Researcher (2024). Insights from taxi drivers for Alzheimer’s interventions. <a target="_blank" href="https://www.dementiaresearcher.nihr.ac.uk/insights-from-taxi-drivers-for-alzheimers-interventions/" rel="noreferrer noopener">https://www.dementiaresearcher.nihr.ac.uk/insights-from-taxi-drivers-for-alzheimers-interventions/</a>* Nature (2025). Eleanor Maguire (1970-2025). <a target="_blank" href="https://www.nature.com/articles/s41593-025-01974-7" rel="noreferrer noopener">https://www.nature.com/articles/s41593-025-01974-7</a> <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:211280722</guid><pubDate>Sun, 16 Aug 2026 16:30:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/74136007/2f7c050a47c7c907ad63c6656d8edaed.mp3" length="6922776" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/8db58949-1d69-45ca-8724-540948820c4d/8db58949-1d69-45ca-8724-540948820c4d.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/8db58949-1d69-45ca-8724-540948820c4d/8db58949-1d69-45ca-8724-540948820c4d.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/8db58949-1d69-45ca-8724-540948820c4d/8db58949-1d69-45ca-8724-540948820c4d.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>Immagina di dover attraversare una città che non conosci, senza mappa sul telefono, con un passeggero che ti chiede di fare in fretta. 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Il risultato è netto: tassisti e autisti di ambulanza presentano la mortalità più bassa per questa malattia tra tutte le categorie esaminate. L’ipotesi degli autori è che queste professioni richiedano un elaborato processing spaziale e navigazionale continuo, localizzazione costante, pianificazione di rotte multiple, aggiornamento in tempo reale delle informazioni mentre si è in movimento, che coinvolgerebbe l’ippocampo e le reti di navigazione cerebrale, aree tra le prime colpite dall’Alzheimer.È uno studio osservazionale: non stabilisce causalità e non controlla per fattori individuali come le comorbidità o la storia clinica dettagliata dei singoli, basandosi su certificati di morte soggetti a errori di classificazione. Ha però aggiustato per età, sesso, razza, etnia e livello di istruzione. Ma il campione è enorme e il segnale sufficientemente forte da giustificare una domanda più precisa: cosa, esattamente, della navigazione potrebbe proteggere il cervello?Per rispondere bisogna guardare a Londra, dove per oltre vent’anni un gruppo di neuroscienziati guidato da Eleanor Maguire, scomparsa nel 2025, ha studiato i tassisti dei celebri black cab. Per ottenere la licenza, questi devono superare “The Knowledge”, un esame che richiede di memorizzare circa 25.000 strade e migliaia di punti di riferimento, imparando a costruire percorsi ottimali tra due punti qualsiasi della città. Non è un training di guida, ma un allenamento intensivo di memoria spaziale che dura anni.In una serie di studi con risonanza magnetica, Maguire e colleghi hanno mostrato che i tassisti esperti hanno un volume maggiore di materia grigia nell’ippocampo posteriore rispetto a controlli della stessa età, e che questo volume cresce con gli anni di esperienza, mentre l’ippocampo anteriore risulta relativamente più piccolo. Uno studio longitudinale ha chiarito la direzione della causalità: prima del training non c’erano differenze tra chi avrebbe superato l’esame e chi no; dopo, solo chi lo superava mostrava un aumento significativo del volume ippocampale. È l’apprendimento intensivo, quindi, a modificare la struttura cerebrale, non una predisposizione di partenza.L’Alzheimer colpisce precocemente proprio l’ippocampo e la corteccia entorinale, causando i tipici deficit di memoria episodica e orientamento spaziale. 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Frank Keil, professore di psicologia e linguistica alla Yale University, lo racconta con una cifra che lascia interdetti: i bambini in età prescolare pongono fino a duecento domande di tipo "perché" o "come" al giorno, ma nel giro di uno o due anni, all'ingresso nella scuola primaria, quel numero collassa a due o tre, spesso a zero. Non si tratta di un declino biologico, sottolinea Keil in una recente intervista rilasciata al podcast Social Science Bites, condotto da David Edmonds, ma di un fenomeno culturale che attraversa quasi ogni sistema educativo contemporaneo.Il paradosso è che questa curiosità causale non è affatto un'acquisizione tardiva della mente adulta. Keil, che dirige il Cognition and Development Lab di Yale, dimostra invece che anche i neonati distinguono con precisione un evento causale, come una palla da biliardo che ne colpisce un'altra mettendola in moto, da una sequenza puramente temporale priva di connessione meccanica. Il riferimento è alla ricerca di Lisa Feigenson alla Johns Hopkins University, che osserva come i bambini piccoli, di fronte a un evento fisicamente impossibile, smettano di limitarsi a manifestare sorpresa e comincino attivamente a indagare, scuotendo oggetti, verificando la solidità delle superfici, cercando la spiegazione mancante.Grazier per stare leggendo ‘Taccuini’ supportami, iscrivendoti alla newsletter.Il mondo è diventato una scatola neraUno dei passaggi più affilati della conversazione riguarda la trasformazione silenziosa degli oggetti che ci circondano. Keil fa un esempio quasi nostalgico: un carillon del 1950 rivelava, se aperto, un piccolo meccanismo a molla comprensibile a colpo d'occhio; un carillon di oggi contiene un microchip indistinguibile, nell'aspetto, da quello di una sveglia o di qualsiasi altro dispositivo. Questa scomparsa della "trasparenza causale" del mondo materiale, secondo lo psicologo, ha prodotto generazioni sempre più abituate a comprendere le cose come utenti di un'interfaccia piuttosto che come conoscitori del meccanismo sottostante.La conseguenza, spiega Keil, non è solo estetica o nostalgica: chi non possiede un modello causale anche rudimentale di come funzionano le cose diventa più vulnerabile alla disinformazione e più influenzabile da chi comunica con sicurezza superficiale piuttosto che con competenza reale. Uno dei metodi più efficaci per smascherare un falso esperto, sostiene, è semplicemente chiedergli di spiegare il meccanismo: pochissimi impostori riescono a sostenere la prova, mentre chi possiede vera competenza raramente ne è sprovvisto. L’autore cita il divertente esperimento di Harry Collins, sociologo britannico che nel 1970 studiava la comunità dei fisici delle onde gravitazionali, e che riuscì per un certo periodo di volte a farsi passare per fisico competente da diversi studenti di fisica.La problematica è più centrale di quanto sembri, almeno per il mondo scientifico, c’è un movimento crescente nelle scienze psicologiche e sociali che rinuncia deliberatamente ai modelli di comprensione a favore della pura capacità predittiva basata su enormi quantità di dati: una scelta che può funzionare sul piano della performance, ma che soffoca la creatività e ci rende incapaci di intervenire consapevolmente sui sistemi che utilizziamo.In medicina diagnostica, in psichiatria e in psicoterapia, la diagnosi non è l'esito di una lista di controllo: due pazienti con la stessa configurazione sintomatologica possono essere due mondi diversi, e chi esercita la clinica lo sa. Tra i cluster presenti o assenti c'è un atto interpretativo in cui entrano la sensibilità del clinico, la sua esperienza, la sua intuizione: un'esperienza che resiste alla quantificazione, che non si lascia tradurre in variabili e pesi come farebbe un modello, e che pure orienta l'ascolto, la scelta delle domande, la lettura dei silenzi. È quindi inevitabilmente da comprendere.Grazier per stare leggendo ‘Taccuini’ supportami, iscrivendoti alla newsletter.Allora il ragionamento sui ‘bambini di Keil’ diventa molto più profondo e cruciale e l’AI potrebbe portare questa trasformazione all’estremo. Potremmo delegare non soltanto il calcolo, la memoria e la ricerca delle informazioni, ma progressivamente anche la costruzione delle spiegazioni.Il problema, allora, non sarebbe avere macchine che sanno più cose di noi. È inevitabile, e probabilmente è persino auspicabile. Il problema sarebbe smettere di essere capaci di chiedere loro perché.Perché quella domanda, prima ancora di essere il principio della scienza, è uno degli strumenti attraverso cui una mente mantiene un rapporto attivo con la realtà. Il bambino che continua a chiedere “perché?” non sta rendendo più lente le scelte dell’adulto. Gli sta ricordando come si pensa.FontiFrank Keil, "Frank Keil on Causal Thinking", intervista di David Edmonds per il podcast *Social Science Bites*, Social Science Space, 3 novembre 2025.Frank Keil, *The Disappearance of Insight*, opera citata nell'intervista come sua pubblicazione più recente sul tema della comprensione causale.Lisa Feigenson, Johns Hopkins University, ricerche sul comportamento esplorativo dei neonati di fronte a eventi fisicamente anomali, citate da Keil nell'intervista.Fonti[1] Frank Keil on Causal Thinking - Social Science Space https://www.socialsciencespace.com/2025/11/frank-keil-on-causal-thinking/[2] Frank Kiel SSB Edit https://www.socialsciencespace.com/2025/11/frank-keil-on-causal-thinking/frank-kiel-ssb-edit/[3] billiard balls being struck by cue_robert-zunikoff-unsplash https://www.socialsciencespace.com/2025/11/frank-keil-on-causal-thinking/billiard-balls-being-struck-by-cue_robert-zunikoff-unsplash/[4] #856 Frank Keil: The Development of Causal Thinking, Explanation, and the Institution of Science https://www.youtube.com/watch?v=_3Br_iGfRaQ[5] Frank Keil | Department of Psychology https://psychology.yale.edu/people/frank-keil[6] Full Terms &amp; Conditions of access and use can be found at https://cogdevlab.yale.edu/sites/default/files/files/Categorisation%20causation%20and%20the%20limits%20of%20understanding.pdf[7] Frank Keil, Categorisation, causation, and the limits of understanding - PhilPapers https://philpapers.org/rec/KEICCA-3[8] Causality in Thought https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2547480[9] Distinguishing Genuine from Spurious Causes https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0010028599907247[10] Causation in contemporary analytical philosophy https://hal.science/ijn_00000404[11] Confusing Correlation with Causation https://www.socialsciencespace.com/2025/10/confusing-correlation-with-causation/[12] Improving causal determination - ScienceDirect.com https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2590113319300045[13] Causality - Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Causality[14] Explanation and Understanding - PMC - NIH https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3034737/[15] Causation in complex systems where human agency is in play https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/13645579.2023.2173845 <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:210138278</guid><pubDate>Sun, 09 Aug 2026 16:30:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/73819778/7f9e08798ecd13faee5b38f5e4fd2bfa.mp3" length="6425404" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/0c118492-fe99-48c6-8be3-3e32c2c84e52/0c118492-fe99-48c6-8be3-3e32c2c84e52.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/0c118492-fe99-48c6-8be3-3e32c2c84e52/0c118492-fe99-48c6-8be3-3e32c2c84e52.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/0c118492-fe99-48c6-8be3-3e32c2c84e52/0c118492-fe99-48c6-8be3-3e32c2c84e52.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>C'è un momento, nell'infanzia di ognuno di noi, in cui il mondo smette improvvisamente di essere un mistero da interrogare. Frank Keil, professore di psicologia e linguistica alla Yale University, lo racconta con una cifra che lascia interdetti: i...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[C'è un momento, nell'infanzia di ognuno di noi, in cui il mondo smette improvvisamente di essere un mistero da interrogare. Frank Keil, professore di psicologia e linguistica alla Yale University, lo racconta con una cifra che lascia interdetti: i bambini in età prescolare pongono fino a duecento domande di tipo "perché" o "come" al giorno, ma nel giro di uno o due anni, all'ingresso nella scuola primaria, quel numero collassa a due o tre, spesso a zero. Non si tratta di un declino biologico, sottolinea Keil in una recente intervista rilasciata al podcast Social Science Bites, condotto da David Edmonds, ma di un fenomeno culturale che attraversa quasi ogni sistema educativo contemporaneo.Il paradosso è che questa curiosità causale non è affatto un'acquisizione tardiva della mente adulta. Keil, che dirige il Cognition and Development Lab di Yale, dimostra invece che anche i neonati distinguono con precisione un evento causale, come una palla da biliardo che ne colpisce un'altra mettendola in moto, da una sequenza puramente temporale priva di connessione meccanica. Il riferimento è alla ricerca di Lisa Feigenson alla Johns Hopkins University, che osserva come i bambini piccoli, di fronte a un evento fisicamente impossibile, smettano di limitarsi a manifestare sorpresa e comincino attivamente a indagare, scuotendo oggetti, verificando la solidità delle superfici, cercando la spiegazione mancante.Grazier per stare leggendo ‘Taccuini’ supportami, iscrivendoti alla newsletter.Il mondo è diventato una scatola neraUno dei passaggi più affilati della conversazione riguarda la trasformazione silenziosa degli oggetti che ci circondano. Keil fa un esempio quasi nostalgico: un carillon del 1950 rivelava, se aperto, un piccolo meccanismo a molla comprensibile a colpo d'occhio; un carillon di oggi contiene un microchip indistinguibile, nell'aspetto, da quello di una sveglia o di qualsiasi altro dispositivo. Questa scomparsa della "trasparenza causale" del mondo materiale, secondo lo psicologo, ha prodotto generazioni sempre più abituate a comprendere le cose come utenti di un'interfaccia piuttosto che come conoscitori del meccanismo sottostante.La conseguenza, spiega Keil, non è solo estetica o nostalgica: chi non possiede un modello causale anche rudimentale di come funzionano le cose diventa più vulnerabile alla disinformazione e più influenzabile da chi comunica con sicurezza superficiale piuttosto che con competenza reale. Uno dei metodi più efficaci per smascherare un falso esperto, sostiene, è semplicemente chiedergli di spiegare il meccanismo: pochissimi impostori riescono a sostenere la prova, mentre chi possiede vera competenza raramente ne è sprovvisto. L’autore cita il divertente esperimento di Harry Collins, sociologo britannico che nel 1970 studiava la comunità dei fisici delle onde gravitazionali, e che riuscì per un certo periodo di volte a farsi passare per fisico competente da diversi studenti di fisica.La problematica è più centrale di quanto sembri, almeno per il mondo scientifico, c’è un movimento crescente nelle scienze psicologiche e sociali che rinuncia deliberatamente ai modelli di comprensione a favore della pura capacità predittiva basata su enormi quantità di dati: una scelta che può funzionare sul piano della performance, ma che soffoca la creatività e ci rende incapaci di intervenire consapevolmente sui sistemi che utilizziamo.In medicina diagnostica, in psichiatria e in psicoterapia, la diagnosi non è l'esito di una lista di controllo: due pazienti con la stessa configurazione sintomatologica possono essere due mondi diversi, e chi esercita la clinica lo sa. Tra i cluster presenti o assenti c'è un atto interpretativo in cui entrano la sensibilità del clinico, la sua esperienza, la sua intuizione: un'esperienza che resiste alla quantificazione, che non si lascia tradurre in variabili e pesi come farebbe un modello, e che pure orienta l'ascolto, la scelta delle domande, la lettura dei silenzi. È quindi...]]></itunes:summary><itunes:duration>322</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/63dbedd7bd617c8a07dcc877580fee7b.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Figli di Freud, la riabilitazione della psicoanalisi e le strombazzate giornalistiche</title><link>https://www.spreaker.com/episode/figli-di-freud-la-riabilitazione-della-psicoanalisi-e-le-strombazzate-giornalistiche--73343368</link><description><![CDATA[Ogni tanto la scienza produce una storia troppo bella per resistere alla tentazione di raccontarla male. Questa è una di quelle volte: Freud, che oltre un secolo fa immaginava una mente capace di anticipare, distorcere e correggere la realtà in base ai propri desideri inconsci, sembra oggi confermato dalle neuroscienze computazionali più avanzate. Sperticati titoli che si scrivono quasi da soli: la scienza riscopre Freud! Applausi.Freud neuroscienziato?È la cornice proposta da un recente articolo di Erik Stänicke, Bendik Sparre Hovet e Line Indrevoll Stänicke, dell’Università di Oslo, pubblicato su <a target="_blank" href="https://www.mdpi.com/1099-4300/28/3/318" rel="noreferrer noopener">Entropy</a><a target="_blank" href="https://www.mdpi.com/1099-4300/28/3/318" rel="noreferrer noopener">: </a><a target="_blank" href="https://www.mdpi.com/1099-4300/28/3/318" rel="noreferrer noopener">Freud’s Model of the Mind Within a Predictive Processing Neuroscientific Paradigm</a>. Il lavoro ha ricevuto una copertura divulgativa particolarmente enfatica da <a target="_blank" href="https://www.sciencedaily.com/releases/2026/06/260625014811.htm" rel="noreferrer noopener">ScienceDaily</a>, con un titolo che promette una riscoperta: la neuroscienza moderna tornerebbe a un’idea che Freud aveva formulato circa 130 anni fa.Ma la storia reale, dietro alle strombazzate, è più tiepida di quella raccontata dalla testata.Il paper non presenta nuovi esperimenti, non raccoglie dati clinici e non verifica una specifica ipotesi neurobiologica. È un lavoro teorico: mette in dialogo alcuni concetti psicoanalitici — proiezione, introiezione, transfert, appagamento di desiderio e identità percettiva — con il predictive processing, la famiglia di modelli secondo cui il cervello costruisce costantemente ipotesi sul mondo e riduce gli scarti tra ciò che si aspetta e ciò che riceve dai sensi. È un contributo interessante. Non è, però, una dimostrazione che Freud “avesse ragione”, tra l’altro la tradizione costruttivista (con i suoi modelli operativi interni) l’aveva già colta abbondantemente. Quindi, Freud ha ragione anche per le neuroscienze? Andiamo con ordine.La mente non registra: anticipaNel predictive processing, la percezione non è la semplice registrazione passiva di ciò che arriva dall’esterno. È il risultato di un confronto continuo tra segnali sensoriali e previsioni generate dal sistema nervoso. Vediamo, ascoltiamo e interpretiamo il mondo attraverso modelli interni che vengono aggiornati soltanto quando l’esperienza produce un errore di predizione sufficientemente rilevante da non poter essere ignorato.Questa impostazione viene spesso collegata al Free Energy Principle di Karl Friston, secondo cui gli organismi viventi si mantengono in equilibrio riducendo l’incertezza sulle condizioni necessarie alla propria sopravvivenza. Non significa che il cervello desideri “avere sempre ragione”, né che eviti sistematicamente ogni novità. Significa, piuttosto, che un organismo deve rendere il proprio ambiente sufficientemente prevedibile da preservare la propria integrità nel tempo.<a target="_blank" href="https://substack.com/@dottmassimilianotruce?r=4uvp20&amp;utm_campaign=profile&amp;utm_medium=profile-page" rel="noreferrer noopener">Iscriviti alla newsletter</a> Grazie per star leggendo ‘Taccuini’ puoi iscriverti gratuitamente per aiutarmi a diffondere notizie di psicologia con consapevolezzaDa questa logica derivano due strategie complementari. La prima consiste nell’aggiornare il proprio modello interno: se l’esperienza contraddice le aspettative, il sistema corregge la stima e modifica il modo di interpretare ciò che accade. La seconda consiste nell’agire sull’ambiente affinché l’esperienza si avvicini alle aspettative pregresse: cercare conferme, evitare situazioni dissonanti, selezionare relazioni e contesti che rendano meno costoso mantenere il proprio modello interno intatto.È su questa seconda strada che Stänicke e colleghi costruiscono il loro ponte con la psicoanalisi.Proiezione o predizione?La tesi più suggestiva dell’articolo è che la proiezione psicoanalitica possa essere letta in chiave neuroscientifica. Ma una corrispondenza concettuale non riabilita totalmente la psicoanalisi come cornice. Perchè in termini freudiani, il soggetto attribuisce all’esterno contenuti, affetti o intenzioni che non riesce a riconoscere come propri. Nel lessico del predictive processing, il soggetto applicherebbe al mondo un modello interno particolarmente rigido, assegnando un peso eccessivo alle proprie aspettative rispetto ai segnali effettivamente disponibili nell’ambiente.L’esempio clinico è intuitivo, quasi immediato. Una persona che ha interiorizzato un’immagine di sé inaccettabile, aggressiva o indegna può leggere ostilità, disprezzo o minaccia nelle intenzioni degli altri — non perché stia deliberatamente “inventando” il mondo, ma perché un insieme di aspettative profonde organizza la percezione sociale prima ancora che i dati vengano pienamente valutati.Gli autori propongono allora una corrispondenza precisa: l’adattamento autoplastico — modificare la propria esperienza e i propri modelli interni per renderli simili all’esperienza in atto. L’adattamento alloplastico, invece - cioè modificare il mondo o agire su di esso per renderlo coerente con esperienza interna - richiamerebbe l’inferenza attiva. Introiezione e proiezione diventerebbero, in questa cornice, due modi diversi di ridurre la discrepanza tra ciò che il soggetto si aspetta e ciò che effettivamente incontra.È una mappa concettuale elegante, insomma: permette di descrivere alcune forme di ripetizione relazionale senza ridurle a una generica “resistenza al cambiamento”. Una persona può riprodurre scenari dolorosi non perché li preferisca consapevolmente, ma perché quei copioni rappresentano modelli profondamente appresi, familiari e quindi, paradossalmente, più prevedibili di qualunque alternativa.Il gran finaleOgni volta che una teoria contemporanea incontra una tradizione clinica vasta e stratificata come la psicoanalisi, emerge una tentazione quasi irresistibile: rileggere il passato come se avesse già anticipato il presente. In questo caso, di più di un secolo. Freud diventa il precursore delle neuroscienze predittive; la psicoanalisi il linguaggio qualitativo di meccanismi che oggi potremmo finalmente descrivere in termini computazionali rigorosi.Molto di ciò che il paper presenta come una possibile convergenza tra Freud e il predictive processing era già stato formulato da Bowlby nella teoria dell’attaccamento: le esperienze relazionali costruiscono modelli interni di sé e degli altri, che guidano le aspettative future e possono essere modificati da nuove esperienze, l’autore della teoria dell’attaccamento, e dalla tradizione costruttivista dagli anni ‘60 e non da Freud. Il paper non dice nulla di nuovo a chi già lavora con i principi dell’attaccamento. Tanto più che l'’ “identità percettiva” di Freud era un abbozzo mai sviluppato, come gli stessi autori ammettono - peraltro. Una sorta di confirmation bias storico: se cerchi somiglianze tra una cornice abbastanza estesa e flessibile (quello che gli autori chiamano ‘predictive processing’) e una tradizione abbastanza ricca (come la psicoanalisi che ha 130 anni di storia), le trovi sempre. Ma la domanda rilevante non è “Freud è ancora attuale?”, bensì “chi ha intuito X per primo in modo testabile e sviluppabile?” E la risposta, per quanto riguarda i modelli operativi interni e la costruzione dell’aspettativa relazionale, è Bowlby circa quarant’anni dopo la morte del fondatore della psicoanalisi. Insomma Freud, è stato reinterpretato attraverso una teoria contemporanea che, in alcuni punti, ricorda le sue intuizioni e, in altri, se ne allontana radicalmente. La differenza non è un dettaglio: nella scienza, somigliare a una spiegazione non significa averla anticipata.La storia è certamente affascinante. Ma una storia affascinante non diventa più vera perché viene raccontata con titoli  urlati. No, quindi, Freud e la psicoanalisi non sono ancora stati riabilitati scientificamente.FontiStänicke, E., Hovet, B. S. e Stänicke, L. I. (2026). “Freud’s Model of the Mind Within a Predictive Processing Neuroscientific Paradigm”. Entropy, 28(3), 318. DOI: 10.3390/e28030318.La copertura divulgativa che ha rilanciato l’articolo è stata pubblicata da ScienceDaily nel 2026, a partire dal comunicato dell’Università di Oslo relativo alla ricerca. Il suo framing, più assertivo di quello del paper originale, è il principale oggetto della discussione proposta in questo articolo.Bowlby, J. (1969/1982). Attachment and Loss, Vol. 1: Attachment. New York: Basic Books.È il riferimento principale per la teoria dell’attaccamento e per l’idea che il bambino costruisca rappresentazioni relativamente stabili di sé, degli altri e delle relazioni. Solms, M. (2019). “The Hard Problem of Consciousness and the Free Energy Principle”. Frontiers in Psychology, 9, 2714. DOI: 10.3389/fpsyg.2018.02714.Hopkins, J. (2018). “Psychoanalysis and Neuroscience”. In R. Gipps e M. Lacewing (a cura di), The Oxford Handbook of Philosophy and Psychoanalysis, pp. 376–406. Oxford University Press. DOI: 10.1093/oxfordhb/9780198789703.013.24.Holmes, J. (2021). “Friston’s Free Energy Principle: New Life for Psychoanalysis?”. BJPsych Bulletin, 46(3), pp. 164–168. DOI: 10.1192/bjb.2021.6.Carhart-Harris, R. L. e Friston, K. J. (2019). “REBUS and the Anarchic Brain: Toward a Unified Model of the Brain Action of Psychedelics”. Pharmacological Reviews, 71(3), pp. 316–344. DOI: 10.1124/pr.118.017160.Colombo, M. e Wright, C. (2018). “First Principles in the Life Sciences: The Free-Energy Principle, Organicism, and Mechanism”. Synthese, 198, pp. 3463–3488. DOI: 10.1007/s11229-018-01932-w.Cieri, F. e Esposito, R. (2019). “Psychoanalysis and Neuroscience: The Bridge Between Mind and Brain”. Frontiers in Psychology, 10, 1983. DOI: 10.3389/fpsyg.2019.01983.Villiger, D. (2024). “An Integrative]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:209471417</guid><pubDate>Sun, 02 Aug 2026 16:30:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/73343368/edf41b22e7d2ddc66ba5e25dd5e7441c.mp3" length="8402874" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/80897c89-ee31-43fb-8ae3-839fad57ee77/80897c89-ee31-43fb-8ae3-839fad57ee77.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/80897c89-ee31-43fb-8ae3-839fad57ee77/80897c89-ee31-43fb-8ae3-839fad57ee77.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/80897c89-ee31-43fb-8ae3-839fad57ee77/80897c89-ee31-43fb-8ae3-839fad57ee77.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>Ogni tanto la scienza produce una storia troppo bella per resistere alla tentazione di raccontarla male. Questa è una di quelle volte: Freud, che oltre un secolo fa immaginava una mente capace di anticipare, distorcere e correggere la realtà in base...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ogni tanto la scienza produce una storia troppo bella per resistere alla tentazione di raccontarla male. Questa è una di quelle volte: Freud, che oltre un secolo fa immaginava una mente capace di anticipare, distorcere e correggere la realtà in base ai propri desideri inconsci, sembra oggi confermato dalle neuroscienze computazionali più avanzate. Sperticati titoli che si scrivono quasi da soli: la scienza riscopre Freud! Applausi.Freud neuroscienziato?È la cornice proposta da un recente articolo di Erik Stänicke, Bendik Sparre Hovet e Line Indrevoll Stänicke, dell’Università di Oslo, pubblicato su <a target="_blank" href="https://www.mdpi.com/1099-4300/28/3/318" rel="noreferrer noopener">Entropy</a><a target="_blank" href="https://www.mdpi.com/1099-4300/28/3/318" rel="noreferrer noopener">: </a><a target="_blank" href="https://www.mdpi.com/1099-4300/28/3/318" rel="noreferrer noopener">Freud’s Model of the Mind Within a Predictive Processing Neuroscientific Paradigm</a>. 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Non è, però, una dimostrazione che Freud “avesse ragione”, tra l’altro la tradizione costruttivista (con i suoi modelli operativi interni) l’aveva già colta abbondantemente. Quindi, Freud ha ragione anche per le neuroscienze? Andiamo con ordine.La mente non registra: anticipaNel predictive processing, la percezione non è la semplice registrazione passiva di ciò che arriva dall’esterno. È il risultato di un confronto continuo tra segnali sensoriali e previsioni generate dal sistema nervoso. Vediamo, ascoltiamo e interpretiamo il mondo attraverso modelli interni che vengono aggiornati soltanto quando l’esperienza produce un errore di predizione sufficientemente rilevante da non poter essere ignorato.Questa impostazione viene spesso collegata al Free Energy Principle di Karl Friston, secondo cui gli organismi viventi si mantengono in equilibrio riducendo l’incertezza sulle condizioni necessarie alla propria sopravvivenza. Non significa che il cervello desideri “avere sempre ragione”, né che eviti sistematicamente ogni novità. Significa, piuttosto, che un organismo deve rendere il proprio ambiente sufficientemente prevedibile da preservare la propria integrità nel tempo.<a target="_blank" href="https://substack.com/@dottmassimilianotruce?r=4uvp20&amp;utm_campaign=profile&amp;utm_medium=profile-page" rel="noreferrer noopener">Iscriviti alla newsletter</a> Grazie per star leggendo ‘Taccuini’ puoi iscriverti gratuitamente per aiutarmi a diffondere notizie di psicologia con consapevolezzaDa questa logica derivano due strategie complementari. La prima consiste nell’aggiornare il proprio modello interno: se l’esperienza contraddice le aspettative, il sistema corregge la stima e modifica il modo di interpretare ciò che accade. 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Io e la mia fidanzata abitiamo proprio al piano di sopra e — nonostante i soffitti siano sottili — non nutriamo particolare predilezione per cantare vecchie canzoni tradizionali. Comunque non così tanta da cantarla tutta la notte, in repeat, come sostiene nonna. La preoccupazione è legittimamente aumentata perché era coerente con un declino cognitivo lento ma inesorabile, di cui la nonna soffre come moltissimi anziani italiani oltre gli ottanta.Da quando ho cominciato a prendere servizio in geriatria, sei mesi fa, non avevo ancora visto allucinazioni in modalità visiva e uditiva di quel rilievo se non una volta, quando il mio primario Thomas F. — medico di grandissima esperienza e umanità — mi ha coinvolto in una consulenza in pronto soccorso. Paziente ricoverato con Lewy Body Dementia, una sindrome dementigena che produce allucinazioni ricche e terrificanti: il paziente sosteneva avessimo il pronto invaso dalle formiche. Nonostante le condizioni in cui versano gli ospedali italiani oggi, posso dire con certezza che non abbiamo mai avuto un problema di artropodi. Non quel giorno, almeno. Di LBD, invece, purtroppo sì. Per questa ragione la mia preoccupazione era che mia nonna stesse entrando in uno dei quadri sintomatologici dementigeni con allucinazioni. Quando l’abbiamo portata da Thomas, il quadro però si è chiarito: non era una psicosi da demenza nel senso comune del termine, ma una sindrome allucinativa associata all’ipoacusia, una condizione in cui il cervello, impoverito di stimoli sonori reali, prova a riempire il vuoto ricostruendo percezioni che non esistono fuori dalla mente. Il confronto però mi è servito: la Lewy Body genera allucinazioni complesse, sceniche, paurose; l’ipoacusia genera allucinazioni musicali stereotipate, meno drammatiche ma altrettanto rivelatrici. Due strade diverse verso un vuoto percettivo che il cervello cerca di riempire.È da storie come questa che bisognerebbe ripartire per capire una cosa che la clinica spesso intuisce prima della divulgazione: l’udito non è solo una porta sensoriale, è un pezzo della nostra architettura mentale. Non serve aspettare la demenza per vedere che il modo in cui il cervello riceve, filtra e organizza i suoni ha a che fare con l’attenzione, con la regolazione dell’arousal, con il senso di sicurezza e perfino con la continuità dell’esperienza di sé. In altre parole, la salute mentale passa anche da ciò che ascoltiamo e da come lo ascoltiamo.La musica non è solo intrattenimento: è una tecnologia emotiva, una forma di modulazione del tempo interno, del tono affettivo, della memoria e della vigilanza. Un ambiente sonoro caotico, aggressivo o costantemente saturo può amplificare irritabilità, affaticamento cognitivo e disorganizzazione interna; al contrario, un ascolto scelto, tollerabile e integrato nella vita quotidiana può funzionare come fattore di contenimento, regolazione e orientamento. Il fatto molto concreto è che il cervello usa il suono per prevedere, sincronizzare e stabilizzare.Negli ultimi anni si è consolidata una linea di ricerca che mostra come la perdita uditiva non riguardi soltanto il “sentire meno”, ma implichi più sforzo percettivo, maggiore carico cognitivo e una riorganizzazione progressiva delle risorse attentive. Quando ascoltare diventa faticoso, il cervello spende energia per decifrare il segnale e ne lascia meno alla memoria di lavoro, alla comprensione, alla flessibilità mentale. È un logoramento lento, spesso invisibile, che può durare anni prima di essere nominato.<a target="_blank" href="https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S014067362301406X" rel="noreferrer noopener">Le grandi revisioni degli ultimi anni e il trial ACHIEVE</a> hanno spostato il discorso fuori dall’angolo tecnico dell’audiologia: l’intervento sull’udito non coincide solo con il recupero comunicativo, ma entra nel terreno della protezione cognitiva e del rischio di declino. Anche il dato sulle protesi acustiche e sugli impianti cocleari va letto in questa direzione: non semplici strumenti per sentire meglio, ma possibili dispositivi che riducono isolamento, sforzo di ascolto e impoverimento dell’ambiente mentale.Dentro questo scenario, la musica torna a essere importante, ma in un senso meno spettacolare e molto più serio. <a target="_blank" href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1568163724001648?via%3Dihub" rel="noreferrer noopener">Una grande review del 2024</a>, che oggi è probabilmente il testo più rigoroso sul tema, ridimensiona l’idea di un trasferimento cognitivo generale del training musicale: gli effetti robusti ci sono, ma tendono a essere selettivi, circoscritti, legati soprattutto alle competenze allenate. Questo è un ridimensionamento utile, non una delusione. Vuol dire che la musica non va venduta come scorciatoia per diventare più intelligenti, ma riconosciuta per ciò che realmente può offrire: una pratica capace di incidere su ascolto, regolazione, attenzione e qualità dell’esperienza mentale.La ricerca più recente si sta spingendo addirittura oltre, fino a chiedersi se il sistema uditivo possa diventare una finestra precoce sul rischio neurodegenerativo. <a target="_blank" href="https://www.nature.com/articles/s41598-026-51854-8" rel="noreferrer noopener">Studi preclinici recenti </a>hanno mostrato che segnali neurofisiologici uditivi evocati, in particolare la risposta uditiva del tronco encefalico, distinguono in modelli animali i soggetti a rischio Alzheimer dai controlli sani e vengono studiati come potenziali biomarcatori precoci. Non siamo ancora al punto di usarla come strumento predittivo routinario per l’Alzheimer nell’uomo, ma il messaggio culturale è già forte: l’orecchio, qualche volta, parla del cervello prima che il cervello impari a raccontarsi con i sintomi.Se allora qualcuno ci chiede ‘la musica ci rende migliori’ — più intelligenti, più profondi, più interessanti a cena — la risposta è si. Ma non più di quanto leggere Proust ci renda necessariamente più brillanti: dipende da come lo leggi, e soprattutto da quanto ne parli dopo senza annoiare il vicino di casa in ascensore. La linea più onesta è un’altra. La qualità della nostra vita sonora, dall’infanzia alla vecchiaia, partecipa alla qualità della nostra vita mentale. Proteggere l’udito, curare l’ascolto, riconoscere lo sforzo percettivo e usare la musica con intelligenza clinica e culturale non promette miracoli, ma costruisce qualcosa di più solido: un ambiente cerebrale meno affaticato, più regolato e più abitabile. <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:197086679</guid><pubDate>Sun, 10 May 2026 16:30:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71948489/f38178e713bc4a706de5987d866f896a.mp3" length="7782727" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>Quando nonna Mary ha iniziato a sostenere che tutta la notte cantassi Piemontesina Bella, mi sono preoccupato. Io e la mia fidanzata abitiamo proprio al piano di sopra e — nonostante i soffitti siano sottili — non nutriamo particolare predilezione per...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Quando nonna Mary ha iniziato a sostenere che tutta la notte cantassi Piemontesina Bella, mi sono preoccupato. Io e la mia fidanzata abitiamo proprio al piano di sopra e — nonostante i soffitti siano sottili — non nutriamo particolare predilezione per cantare vecchie canzoni tradizionali. Comunque non così tanta da cantarla tutta la notte, in repeat, come sostiene nonna. La preoccupazione è legittimamente aumentata perché era coerente con un declino cognitivo lento ma inesorabile, di cui la nonna soffre come moltissimi anziani italiani oltre gli ottanta.Da quando ho cominciato a prendere servizio in geriatria, sei mesi fa, non avevo ancora visto allucinazioni in modalità visiva e uditiva di quel rilievo se non una volta, quando il mio primario Thomas F. — medico di grandissima esperienza e umanità — mi ha coinvolto in una consulenza in pronto soccorso. Paziente ricoverato con Lewy Body Dementia, una sindrome dementigena che produce allucinazioni ricche e terrificanti: il paziente sosteneva avessimo il pronto invaso dalle formiche. Nonostante le condizioni in cui versano gli ospedali italiani oggi, posso dire con certezza che non abbiamo mai avuto un problema di artropodi. Non quel giorno, almeno. Di LBD, invece, purtroppo sì. Per questa ragione la mia preoccupazione era che mia nonna stesse entrando in uno dei quadri sintomatologici dementigeni con allucinazioni. Quando l’abbiamo portata da Thomas, il quadro però si è chiarito: non era una psicosi da demenza nel senso comune del termine, ma una sindrome allucinativa associata all’ipoacusia, una condizione in cui il cervello, impoverito di stimoli sonori reali, prova a riempire il vuoto ricostruendo percezioni che non esistono fuori dalla mente. Il confronto però mi è servito: la Lewy Body genera allucinazioni complesse, sceniche, paurose; l’ipoacusia genera allucinazioni musicali stereotipate, meno drammatiche ma altrettanto rivelatrici. Due strade diverse verso un vuoto percettivo che il cervello cerca di riempire.È da storie come questa che bisognerebbe ripartire per capire una cosa che la clinica spesso intuisce prima della divulgazione: l’udito non è solo una porta sensoriale, è un pezzo della nostra architettura mentale. Non serve aspettare la demenza per vedere che il modo in cui il cervello riceve, filtra e organizza i suoni ha a che fare con l’attenzione, con la regolazione dell’arousal, con il senso di sicurezza e perfino con la continuità dell’esperienza di sé. In altre parole, la salute mentale passa anche da ciò che ascoltiamo e da come lo ascoltiamo.La musica non è solo intrattenimento: è una tecnologia emotiva, una forma di modulazione del tempo interno, del tono affettivo, della memoria e della vigilanza. Un ambiente sonoro caotico, aggressivo o costantemente saturo può amplificare irritabilità, affaticamento cognitivo e disorganizzazione interna; al contrario, un ascolto scelto, tollerabile e integrato nella vita quotidiana può funzionare come fattore di contenimento, regolazione e orientamento. Il fatto molto concreto è che il cervello usa il suono per prevedere, sincronizzare e stabilizzare.Negli ultimi anni si è consolidata una linea di ricerca che mostra come la perdita uditiva non riguardi soltanto il “sentire meno”, ma implichi più sforzo percettivo, maggiore carico cognitivo e una riorganizzazione progressiva delle risorse attentive. Quando ascoltare diventa faticoso, il cervello spende energia per decifrare il segnale e ne lascia meno alla memoria di lavoro, alla comprensione, alla flessibilità mentale. È un logoramento lento, spesso invisibile, che può durare anni prima di essere nominato.<a target="_blank" href="https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S014067362301406X" rel="noreferrer noopener">Le grandi revisioni degli ultimi anni e il trial ACHIEVE</a> hanno spostato il discorso fuori dall’angolo tecnico dell’audiologia: l’intervento sull’udito non coincide solo con il recupero comunicativo, ma entra nel terreno della protezione cognitiva...]]></itunes:summary><itunes:duration>390</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d5e97591ff98215f02f682d9b344f192.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sulle demenze, il monitoraggio dei dati e la precisione clinica</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sulle-demenze-il-monitoraggio-dei-dati-e-la-precisione-clinica--69042869</link><description><![CDATA[Immagina di gestire un ospedale senza sapere quanti pazienti ti aspettano. Suona assurdo, eppure in Italia accade qualcosa di simile con la demenza: non disponiamo di una mappa accurata di quanti siano i casi presenti nei diversi territori. Questo vuoto informativo ha conseguenze concrete: i servizi rimangono undersized, i percorsi di cura si frammentano, le risorse si distribuiscono a caso. Per pianificare efficacemente – dall’organizzazione dei centri specializzati fino alla programmazione dei posti letto nelle strutture residenziali – abbiamo bisogno di numeri affidabili. Ed è qui che entra in gioco una soluzione intelligente e a portata di mano: sfruttare i dati che il sistema sanitario produce già quotidianamente.I dati sanitari che abbiamo già (e che non sappiamo usare bene)Ogni volta che una persona con demenza va in ospedale, ritira una ricetta per un farmaco, si rivolge al pronto soccorso o si iscrive a una struttura residenziale, il sistema sanitario registra quel dato. Sono migliaia di piccole tracce informative sparse in archivi diversi: ricoveri, prescrizioni, accessi d’urgenza, registri di morte. Fino a poco tempo fa, queste informazioni restavano isolate, come puzzle smontati e sparsi in stanze diverse. Alcune regioni come Emilia Romagna hanno iniziato a mettere insieme questi tasselli, e scoperto qualcosa di straordinario: quando integri più flussi di dati, riesci a intercettare quasi l’80% dei veri casi di demenza presenti sul territorio.L’idea è semplice nella sua eleganza: non servono nuovi esami costosi né registri più complessi. Basta saper leggere in modo intelligente quello che già abbiamo. È come avere una biblioteca piena di libri sparsi e scoprire che, messi insieme, raccontano una storia coerente.Gli algoritmi della demenzaGli algoritmi che gli epidemiologi hanno sviluppato – quelli che trasformano i dati grezzi in stime attendibili – funzionano come rilevatori intelligenti. Cercano “segnali” caratteristici: se una persona è in cura presso un centro specializzato, assume farmaci specifici per la memoria e ha avuto un ricovero legato a complicanze cognitive, gli algoritmi riconoscono il pattern. All’inizio, questi sistemi catturavano circa il 74% dei casi veri, tralasciandone quasi il 40%. Ma quando i ricercatori hanno aggiunto più fonti informative – non solo le cure ospedaliere, ma anche le esenzioni, le strutture residenziali, i dati farmaceutici integrati – la precisione è salita fino al 96%.Il valore sta nella sinergia: nessun flusso da solo racconta tutta la storia, ma insieme riescono a catturare quasi tutti i casi reali. È come ascoltare un’orchestra: un singolo strumento dice poco, ma quando suonano tutti insieme, il quadro diventa completo.Una stima affidabileCon stime affidabili del numero reale di persone con demenza, le regioni possono finalmente pianificare in modo intelligente. Quanti neurologi servono a quella provincia? Quanti posti nelle strutture? Qual è il budget realistico per i farmaci? Inoltre, stime precise permettono di costruire percorsi diagnostico-terapeutici-assistenziali standardizzati e appropriati – cioè itinerari di cura ben definiti – basati su evidenza, non su impressioni o tradizioni.Ancora più importante: sapere dove sono i malati consente di fare prevenzione mirata. Se conosci i fattori di rischio che precedono la demenza – sedentarietà, solitudine, scarsa stimolazione cognitiva – puoi intercettare le persone vulnerabili e offrire interventi prima che la malattia si manifesti.La demenza non è solo eredità geneticaIl progetto di ricerca nazionale PREV-ITA-DEM finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (il cosiddetto “PNRR”), che coinvolge l’Istituto Superiore di Sanità e una rete di ricercatori in cinque regioni italiane, rappresenta uno shift paradigmatico importante. Per decenni abbiamo cercato cure focalizzandoci su due nemici “classici” della memoria: le proteine beta-amiloide e tau. Ma uno sguardo più ampio emerge: la demenza di Alzheimer in forma sporadica (cioè non ereditaria) non è inevitabile o puramente genetica. Dipende da una danza complessa fra fattori ambientali, stili di vita, genetica e qualcosa di ancora più fondamentale – il modo in cui il nostro cervello invecchia.La ricerca ipotizza che fattori modificabili – quanto movimento facciamo, quanto dormiamo, se curiamo le nostre relazioni sociali, se manteniamo una dieta adeguata – influenzino componenti biologiche cruciali come la microglia (una sorta di “custode” del cervello) e i mitocondri (le centrali energetiche cellulari). Se questa ipotesi è corretta, curare questi aspetti potrebbe ritardare significativamente l’insorgenza della demenza. Non una cura miracolosa, ma il potere di rimandare il declino di anni, talvolta decenni.Il contesto economico: il governo ascolta (finalmente)La bozza della Legge di Bilancio 2026 da finalmente un segnale incoraggiante. Cento milioni di euro l’anno dedicati specificamente a Alzheimer e demenze. Non è poco. Contemporaneamente, il governo prevede di assumere centinaia di infermieri, psicologi e operatori sociosanitari per i servizi di salute mentale – una categoria nella quale rientrano anche i servizi per le demenze. Si aggiungono fondi per supportare i caregiver familiari (207 milioni di euro annui dal 2027), riconoscendo finalmente l’enorme carico invisibile che ricade su mogli, figli e figlie che accudiscono i malati.Questi investimenti, legati anche a sentenze della Corte di Cassazione che hanno chiarito gli obblighi del sistema sanitario verso le persone con demenza, indicano una presa di consapevolezza: la demenza non è più un problema marginale, ma una priorità di sanità pubblica.Se i percorsi di cura sono basati su dati certi, la qualità migliora. Se si investe in prevenzione stratificata – offrendo a chi ha alto rischio interventi specifici su movimento, cognitività, socialità – si può allungare la “finestra” di benessere. Se i caregiver ricevono riconoscimento economico e supporto, l’isolamento e il burnout diminuiscono.Non sono promesse miracolose, ma progressi concreti. E tutto inizia da un’idea apparentemente semplice: leggere meglio i dati che già produciamo.Fonti di approfondimentoAncidoni et al. (2025) – Report nazionale sull’implementazione della cartella clinica informatizzata dei centri specializzati: <a target="_blank" href="https://www.demenze.it/documenti/schede/report_nazionale.pdf" rel="noreferrer noopener">https://www.demenze.it/documenti/schede/report_nazionale.pdf</a>Bacigalupo et al. (2021) – Studio di validazione degli algoritmi per il rilevamento dei casi di demenza attraverso i dati sanitari: <a target="_blank" href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36320346/" rel="noreferrer noopener">https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36320346/</a>PNRR PREV-ITA-DEM – Progetto coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità per lo studio dei fattori di rischio modificabili nella demenza di Alzheimer: https://www.iss.it/Quotidiano Sanità – Analisi della bozza della Legge di Bilancio 2026 con focus sui finanziamenti per demenze e Alzheimer: <a target="_blank" href="https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=132745" rel="noreferrer noopener">https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=132745</a> <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:178707487</guid><pubDate>Sun, 14 Dec 2025 16:30:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69042869/56f538c1bdb5863b9caf97226b116f5b.mp3" length="4731908" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>Immagina di gestire un ospedale senza sapere quanti pazienti ti aspettano. Suona assurdo, eppure in Italia accade qualcosa di simile con la demenza: non disponiamo di una mappa accurata di quanti siano i casi presenti nei diversi territori. Questo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Immagina di gestire un ospedale senza sapere quanti pazienti ti aspettano. Suona assurdo, eppure in Italia accade qualcosa di simile con la demenza: non disponiamo di una mappa accurata di quanti siano i casi presenti nei diversi territori. Questo vuoto informativo ha conseguenze concrete: i servizi rimangono undersized, i percorsi di cura si frammentano, le risorse si distribuiscono a caso. Per pianificare efficacemente – dall’organizzazione dei centri specializzati fino alla programmazione dei posti letto nelle strutture residenziali – abbiamo bisogno di numeri affidabili. Ed è qui che entra in gioco una soluzione intelligente e a portata di mano: sfruttare i dati che il sistema sanitario produce già quotidianamente.I dati sanitari che abbiamo già (e che non sappiamo usare bene)Ogni volta che una persona con demenza va in ospedale, ritira una ricetta per un farmaco, si rivolge al pronto soccorso o si iscrive a una struttura residenziale, il sistema sanitario registra quel dato. Sono migliaia di piccole tracce informative sparse in archivi diversi: ricoveri, prescrizioni, accessi d’urgenza, registri di morte. Fino a poco tempo fa, queste informazioni restavano isolate, come puzzle smontati e sparsi in stanze diverse. Alcune regioni come Emilia Romagna hanno iniziato a mettere insieme questi tasselli, e scoperto qualcosa di straordinario: quando integri più flussi di dati, riesci a intercettare quasi l’80% dei veri casi di demenza presenti sul territorio.L’idea è semplice nella sua eleganza: non servono nuovi esami costosi né registri più complessi. Basta saper leggere in modo intelligente quello che già abbiamo. È come avere una biblioteca piena di libri sparsi e scoprire che, messi insieme, raccontano una storia coerente.Gli algoritmi della demenzaGli algoritmi che gli epidemiologi hanno sviluppato – quelli che trasformano i dati grezzi in stime attendibili – funzionano come rilevatori intelligenti. Cercano “segnali” caratteristici: se una persona è in cura presso un centro specializzato, assume farmaci specifici per la memoria e ha avuto un ricovero legato a complicanze cognitive, gli algoritmi riconoscono il pattern. All’inizio, questi sistemi catturavano circa il 74% dei casi veri, tralasciandone quasi il 40%. Ma quando i ricercatori hanno aggiunto più fonti informative – non solo le cure ospedaliere, ma anche le esenzioni, le strutture residenziali, i dati farmaceutici integrati – la precisione è salita fino al 96%.Il valore sta nella sinergia: nessun flusso da solo racconta tutta la storia, ma insieme riescono a catturare quasi tutti i casi reali. È come ascoltare un’orchestra: un singolo strumento dice poco, ma quando suonano tutti insieme, il quadro diventa completo.Una stima affidabileCon stime affidabili del numero reale di persone con demenza, le regioni possono finalmente pianificare in modo intelligente. Quanti neurologi servono a quella provincia? Quanti posti nelle strutture? Qual è il budget realistico per i farmaci? Inoltre, stime precise permettono di costruire percorsi diagnostico-terapeutici-assistenziali standardizzati e appropriati – cioè itinerari di cura ben definiti – basati su evidenza, non su impressioni o tradizioni.Ancora più importante: sapere dove sono i malati consente di fare prevenzione mirata. Se conosci i fattori di rischio che precedono la demenza – sedentarietà, solitudine, scarsa stimolazione cognitiva – puoi intercettare le persone vulnerabili e offrire interventi prima che la malattia si manifesti.La demenza non è solo eredità geneticaIl progetto di ricerca nazionale PREV-ITA-DEM finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (il cosiddetto “PNRR”), che coinvolge l’Istituto Superiore di Sanità e una rete di ricercatori in cinque regioni italiane, rappresenta uno shift paradigmatico importante. Per decenni abbiamo cercato cure focalizzandoci su due nemici “classici” della memoria: le proteine beta-amiloide e tau. Ma uno sguardo più ampio emerge: la demenza di Alzheimer in...]]></itunes:summary><itunes:duration>296</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/9dc02623a42a9228011a2e82a42c019e.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sulla ''morale tribale'', il nostro cervello da scimmia e perchè sta uccidendo la democrazia</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sulla-morale-tribale-il-nostro-cervello-da-scimmia-e-perche-sta-uccidendo-la-democrazia--68807791</link><description><![CDATA[C’è un cortocircuito alla base delle nostre intuizioni morali, una dissonanza che la filosofia ha dibattuto per decenni e che le neuroscienze stanno iniziando solo ora a mappare con precisione. È il celebre “Dilemma del Carrello” (Trolley Problem): di fronte a un treno fuori controllo, la maggior parte delle persone accetta di tirare una leva per deviare la corsa, sacrificando una vita per salvarne cinque. Tuttavia, se per ottenere lo stesso risultato – salvare cinque vite – fosse necessario spingere fisicamente un uomo giù da un ponte, il consenso crolla. L’aritmetica della sopravvivenza è identica, ma la reazione viscerale è opposta.Per Joshua Greene, figura ibrida che unisce la formazione filosofica alla ricerca neuroscientifica, questa incoerenza non è un semplice capriccio logico, ma la chiave per comprendere le fratture della società contemporanea. Nel suo lavoro, che trova sintesi nel saggio Moral Tribes e nel recente intervento al podcast You Are Not So Smart, Greene trasforma questo esperimento mentale in una diagnosi del cervello umano, suggerendo che la polarizzazione politica che sta erodendo le democrazie occidentali abbia radici biologiche profonde.L’architettura a doppia modalitàPer spiegare la complessità dei processi decisionali, Greene ricorre a un’analogia efficace: il cervello umano opera come una fotocamera a doppia impostazione.Esiste una modalità automatica (”punta e scatta”), governata dall’amigdala e dai circuiti emotivi. È un sistema rapido ed efficiente, plasmato da milioni di anni di evoluzione per gestire l’immediato: la cura della prole, la difesa del gruppo, l’inibizione della violenza diretta “faccia a faccia”.Parallelamente, disponiamo di una modalità manuale, localizzata nella corteccia prefrontale dorsolaterale. È la sede del ragionamento deliberato: un processo lento, dispendioso in termini energetici, ma cruciale per la flessibilità cognitiva. È l’unico strumento che ci permette di elaborare concetti astratti o problemi inediti per la nostra specie, come il cambiamento climatico o i diritti umani universali.Il conflitto sorge perché le nostre impostazioni automatiche sono state calibrate per la vita tribale del Pleistocene. Sono straordinarie nel trasformare l’Io in Noi (favorendo la cooperazione interna al gruppo), ma diventano disfunzionali, se non pericolose, quando devono gestire il rapporto tra Noi e Loro.La tragedia del senso comuneLa tesi di Greene sposta il focus dal piano etico a quello cognitivo. I conflitti moderni non nascono da una mancanza di moralità, ma da un eccesso di moralità tribale. Destra e sinistra, laici e religiosi, oriente e occidente non si scontrano per malvagità, ma perché le loro “lenti automatiche” percepiscono i valori altrui non semplicemente come diversi, ma come intrinsecamente errati, quasi ripugnanti.In un mondo globalizzato, dove tribù diverse condividono lo stesso spazio fisico e digitale, il cervello elabora il disaccordo ideologico con la stessa urgenza di una minaccia fisica. Quando ci affidiamo all’istinto su temi complessi – dalla bioetica alla politica fiscale – stiamo applicando un software obsoleto a un hardware sociale radicalmente mutato. È la “tragedia del senso comune”: ciò che ci sembra intuitivamente giusto è spesso scientificamente sbagliato.Verso un utilitarismo pragmaticoLa proposta di Greene per uscire da questo stallo è il passaggio a un “utilitarismo profondo”: l’adozione consapevole della modalità manuale per massimizzare il benessere collettivo in modo imparziale. Non si tratta di un esercizio teorico, ma di una prassi che Greene ha tradotto in due progetti sperimentali:Il primo è <a target="_blank" href="https://givingmultiplier.org/" rel="noreferrer noopener">GivingMultiplier</a>, una piattaforma che applica i principi dell’economia comportamentale alla filantropia. Il sistema riconosce il bisogno emotivo del donatore di sostenere cause “vicine” (il rifugio locale, la propria comunità), ma incentiva, attraverso un meccanismo di matching dei fondi, la donazione parallela a enti di beneficenza ad altissima efficacia scientifica. Soddisfa l’impulso emotivo (automatico) mentre finanzia la razionalità (manuale).Il secondo è <a target="_blank" href="https://letstango.org/team" rel="noreferrer noopener">Tango</a>, un esperimento sociale sotto forma di quiz cooperativo. Mettendo persone di orientamenti politici opposti a collaborare in un contesto neutro e ludico, il gioco mira a disinnescare i meccanismi di difesa tribale. L’obiettivo è spegnere l’allarme identitario del “Loro” per riattivare, anche solo temporaneamente, i circuiti della cooperazione.Oltre il determinismo biologicoIl lavoro di Greene offre una prospettiva che è al contempo clinica e politica: la nostra realtà morale è una costruzione neurale, non un dogma immutabile. Sebbene siamo biologicamente cablati per il tribalismo, possediamo l’architettura cognitiva per trascenderlo. Salvare il discorso democratico dalla polarizzazione estrema non richiede la soppressione delle emozioni, ma la disciplina di riconoscere quando è il momento di abbandonare gli automatismi e mettere a fuoco, manualmente e faticosamente, la complessità del mondo che ci circonda. <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:180089526</guid><pubDate>Sun, 30 Nov 2025 16:00:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68807791/1d23da765cc2a10f6fcd97dc758f4463.mp3" length="4611536" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>C’è un cortocircuito alla base delle nostre intuizioni morali, una dissonanza che la filosofia ha dibattuto per decenni e che le neuroscienze stanno iniziando solo ora a mappare con precisione. 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Nel suo lavoro, che trova sintesi nel saggio Moral Tribes e nel recente intervento al podcast You Are Not So Smart, Greene trasforma questo esperimento mentale in una diagnosi del cervello umano, suggerendo che la polarizzazione politica che sta erodendo le democrazie occidentali abbia radici biologiche profonde.L’architettura a doppia modalitàPer spiegare la complessità dei processi decisionali, Greene ricorre a un’analogia efficace: il cervello umano opera come una fotocamera a doppia impostazione.Esiste una modalità automatica (”punta e scatta”), governata dall’amigdala e dai circuiti emotivi. È un sistema rapido ed efficiente, plasmato da milioni di anni di evoluzione per gestire l’immediato: la cura della prole, la difesa del gruppo, l’inibizione della violenza diretta “faccia a faccia”.Parallelamente, disponiamo di una modalità manuale, localizzata nella corteccia prefrontale dorsolaterale. È la sede del ragionamento deliberato: un processo lento, dispendioso in termini energetici, ma cruciale per la flessibilità cognitiva. È l’unico strumento che ci permette di elaborare concetti astratti o problemi inediti per la nostra specie, come il cambiamento climatico o i diritti umani universali.Il conflitto sorge perché le nostre impostazioni automatiche sono state calibrate per la vita tribale del Pleistocene. Sono straordinarie nel trasformare l’Io in Noi (favorendo la cooperazione interna al gruppo), ma diventano disfunzionali, se non pericolose, quando devono gestire il rapporto tra Noi e Loro.La tragedia del senso comuneLa tesi di Greene sposta il focus dal piano etico a quello cognitivo. I conflitti moderni non nascono da una mancanza di moralità, ma da un eccesso di moralità tribale. Destra e sinistra, laici e religiosi, oriente e occidente non si scontrano per malvagità, ma perché le loro “lenti automatiche” percepiscono i valori altrui non semplicemente come diversi, ma come intrinsecamente errati, quasi ripugnanti.In un mondo globalizzato, dove tribù diverse condividono lo stesso spazio fisico e digitale, il cervello elabora il disaccordo ideologico con la stessa urgenza di una minaccia fisica. Quando ci affidiamo all’istinto su temi complessi – dalla bioetica alla politica fiscale – stiamo applicando un software obsoleto a un hardware sociale radicalmente mutato. È la “tragedia del senso comune”: ciò che ci sembra intuitivamente giusto è spesso scientificamente sbagliato.Verso un utilitarismo pragmaticoLa proposta di Greene per uscire da questo stallo è il passaggio a un “utilitarismo profondo”: l’adozione consapevole della modalità manuale per massimizzare il benessere collettivo in modo imparziale. Non si tratta di un esercizio teorico, ma di una prassi che Greene ha tradotto in due progetti sperimentali:Il primo è <a target="_blank" href="https://givingmultiplier.org/" rel="noreferrer noopener">GivingMultiplier</a>, una piattaforma che applica i principi dell’economia comportamentale alla filantropia. Il sistema riconosce il bisogno emotivo del donatore di sostenere cause “vicine” (il rifugio locale, la propria comunità), ma incentiva, attraverso un meccanismo...]]></itunes:summary><itunes:duration>289</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/9908c2fb729baa546c390ff3c621b281.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sulla provincia come oblio sociale, Hip-Hop e criminalità</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sulla-provincia-come-oblio-sociale-hip-hop-e-criminalita--68389955</link><description><![CDATA[Ogni anno, centinaia di migliaia di italiani lasciano le province. Si dirigono verso le grandi città in cerca di opportunità, di lavoro, di futuro. Questo fenomeno — chiamato migrazione interna — non è nuovo, ma i dati dell’ultimo decennio rivelano un’accelerazione preoccupante. È il sintomo di un problema strutturale che ha trasformato intere aree del Paese in zone di scarto: non abbastanza importanti per il sistema, eppure fondamentali per molti milioni di persone.Le periferie delle grandi città vivono una marginalizzazione ben documentata dai media e dai dibattiti pubblici. Ma esiste uno spazio ancora più invisibile: la provincia. Non è la periferia di Milano o Roma — quella attira almeno l’attenzione della cronaca nera, seppur distorta. La provincia è semplicemente dimenticata. Non è abbastanza “calda” per fare notizia, non è abbastanza centrale per attirare risorse.È in questo contesto che un panel presso l’Università La Sapienza di Roma, intitolato “Hip Hop e strada tra racconto e stigmatizzazione delle periferie”, ha affrontato il tema dello stigma che grava sulle periferie italiane. La manifestazione, chiamata ‘Keep It Real’, ha riunito sociologi, antropologi e artisti in un dialogo raro nei dibattiti pubblici italiani. Il tema al centro: come la musica, in particolare l’hip-hop, diventa l’unica voce capace di raccontare la realtà di chi vive ai margini del sistema.FONTE: https://lab24.ilsole24ore.com/indice-della-criminalita-2024/Crimine e disintegrazione socialeTorino è la quinta città meno sicura d’Italia secondo l’Indice della Criminalità 2024. Barriera di Milano, il quartiere periferico nord-est di Torino dove sono cresciuti molti degli artisti rap che definiscono attualmente il paesaggio musicale italiano, rappresenta una concentrazione particolare di questo disagio.Quando la ricerca criminologica esamina il fenomeno della violenza giovanile nelle periferie, emerge un quadro complesso: accanto a fattori individuali e psicologici, la mancanza di opportunità strutturali emerge come correlato significativo. Un giovane di 19 anni che fa musica raccontando la violenza, le rapine, la sfida all’autorità sta documentando una realtà materiale: l’assenza di prospettive legittime, il circuito criminale come canale preferibile di reddito e l’isolamento dalle istituzioni.La difficoltà nell’ascoltare questa voce rivela qualcosa di fondamentale: nessuna istituzione vuole ascoltare la situazione delle periferie italiane. Le istituzioni non vogliono sentire le testimonianze di coloro che, esclusi dai canali legittimi di reddito e mobilità, si trovano costretti a operare attraverso circuiti informali e criminali.Il paradosso della visibilità negativa<a target="_blank" href="https://lab24.ilsole24ore.com/indice-della-criminalita/" rel="noreferrer noopener">Una ricerca che esamina specificamente il fenomeno della criminalità a Milano</a> rivela un dato controintuitivo: il numero totale di crimini nel capoluogo lombardo è sceso del 15,06% negli ultimi tre anni, e persino del 28,92% rispetto ai dieci anni precedenti. La percezione di “emergenza criminalità” non corrisponde ai dati reali. È una costruzione mediatica e politica.Eppure questa costruzione ha conseguenze materiali e concrete. Gli artisti vengono arrestati non solo per reati effettivamente commessi, ma anche per la loro rappresentazione della realtà. La censura non opera attraverso il divieto diretto, ma attraverso la stigmatizzazione: la loro musica viene definita “violenta”, “criminale”, “pericolosa”, e i giovani artisti diventano figure demonizzate nei media nazionali.Contemporaneamente, le cause strutturali di quella realtà — mancanza di risorse, opportunità assenti, prospettive inesistenti — rimangono intatte. Anzi, peggiorano. È un ciclo che si perpetua: la stigmatizzazione della periferia — e ancora più della provincia — funziona come meccanismo di controllo sociale. Quando le periferie vengono narrate come “zone di violenza”, “aree criminali”, “ambienti degradati”, l’attenzione si distoglie sistematicamente dalle politiche che hanno determinato queste condizioni e si concentra sulla repressione dei sintomi.L’hip-hop italiano rappresenta uno degli ultimi spazi di narrazione autonoma disponibile per giovani marginalizzati. Dalle generazioni pionieristiche dei Sangue Misto e dei Colle der Fomento fino ai vari Baby Gang, Simba la rue e 8b levrai contemporanei, il genere ha mantenuto una dimensione di denuncia sociale.Anche quando la dimensione politica esplicita è venuta meno nelle generazioni più giovani, la semplice documentazione della realtà materiale rimane un atto necessario se non politico. Un giovane che rappa “se tutto va male, torno a rompere l’anti taccheggio” non sta glorificando il crimine. Sta articolando un’osservazione sulla logica economica che caratterizza l’emarginazione strutturale: quando il sistema non offre vie legittime di sopravvivenza economica, gli individui razionalmente optano per vie illegittime.Il fatto che questa narrazione sia considerata scandalosa e censurata mentre le cause strutturali della realtà narrata rimangono intatte e persino accettate come inevitabili dalle istituzioni pubbliche, rivela il vero funzionamento del controllo sociale contemporaneo.Verso una comprensione strutturaleQuello che emerge è che la provincia non rappresenta semplicemente una “periferia di periferia”. È uno spazio caratterizzato da un’assenza specifica e radicale: non è abbastanza centrale da attrarre investimenti e attenzione pubblica, non è abbastanza periferica da generare quella visibilità mediatica — anche distorta — che accompagna i quartieri degradati delle grandi città.La provincia è, strutturalmente, il luogo dell’oblio.Un giovane che rappa “se tutto va male, torno a rompere l’anti taccheggio” non sta glorificando il crimine. Sta articolando un’osservazione sulla logica economica che caratterizza l’emarginazione strutturale: quando il sistema non offre vie legittime di sopravvivenza economica, gli individui razionalmente optano per vie illegittime.Questo ha implicazioni concrete sulla mobilità sociale, sull’accesso alle opportunità, sulla percezione di futuro possibile per le generazioni che vi nascono. Le seconde e terze generazioni di giovani italiani provenienti da contesti provinciali non vedono rappresentati i loro valori istituzionalmente. Non percepiscono opportunità di mobilità sociale ascendente attraverso canali legittimi. E la creatività e il talento rimangono frequentemente incontrati dai meccanismi di distribuzione culturale che, per quanto imperfetti, esistono nel sistema urbano.L’analisi della stigmatizzazione delle periferie — e ancor più della provincia — richiede di muoversi oltre la patologizzazione degli individui e verso l’analisi delle strutture socioeconomiche e istituzionali che generano queste manifestazioni.Se le province italiane continuano a spopolarsi; se le seconde e terze generazioni faticano ad accedere ai percorsi di mobilità sociale ascendente; se la criminalità rimane un canale di reddito preferibile a quello legale — non è perché gli individui facciano scelte morali sbagliate. È perché i sistemi di opportunità legittima non esistono e non sono stati costruiti.L’hip-hop, in questo senso, non è il problema. È un sintomo straordinariamente efficace di un problema molto più profondo: l’assenza di istituzioni capaci di accogliere, rappresentare e offrire percorsi di realizzazione personale a intere generazioni di giovani italiani. <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:177739673</guid><pubDate>Sun, 02 Nov 2025 17:30:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68389955/c1da7153dac42135c00eec727776a24d.mp3" length="6363621" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>Ogni anno, centinaia di migliaia di italiani lasciano le province. Si dirigono verso le grandi città in cerca di opportunità, di lavoro, di futuro. Questo fenomeno — chiamato migrazione interna — non è nuovo, ma i dati dell’ultimo decennio rivelano...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ogni anno, centinaia di migliaia di italiani lasciano le province. Si dirigono verso le grandi città in cerca di opportunità, di lavoro, di futuro. Questo fenomeno — chiamato migrazione interna — non è nuovo, ma i dati dell’ultimo decennio rivelano un’accelerazione preoccupante. È il sintomo di un problema strutturale che ha trasformato intere aree del Paese in zone di scarto: non abbastanza importanti per il sistema, eppure fondamentali per molti milioni di persone.Le periferie delle grandi città vivono una marginalizzazione ben documentata dai media e dai dibattiti pubblici. Ma esiste uno spazio ancora più invisibile: la provincia. Non è la periferia di Milano o Roma — quella attira almeno l’attenzione della cronaca nera, seppur distorta. La provincia è semplicemente dimenticata. Non è abbastanza “calda” per fare notizia, non è abbastanza centrale per attirare risorse.È in questo contesto che un panel presso l’Università La Sapienza di Roma, intitolato “Hip Hop e strada tra racconto e stigmatizzazione delle periferie”, ha affrontato il tema dello stigma che grava sulle periferie italiane. La manifestazione, chiamata ‘Keep It Real’, ha riunito sociologi, antropologi e artisti in un dialogo raro nei dibattiti pubblici italiani. Il tema al centro: come la musica, in particolare l’hip-hop, diventa l’unica voce capace di raccontare la realtà di chi vive ai margini del sistema.FONTE: https://lab24.ilsole24ore.com/indice-della-criminalita-2024/Crimine e disintegrazione socialeTorino è la quinta città meno sicura d’Italia secondo l’Indice della Criminalità 2024. Barriera di Milano, il quartiere periferico nord-est di Torino dove sono cresciuti molti degli artisti rap che definiscono attualmente il paesaggio musicale italiano, rappresenta una concentrazione particolare di questo disagio.Quando la ricerca criminologica esamina il fenomeno della violenza giovanile nelle periferie, emerge un quadro complesso: accanto a fattori individuali e psicologici, la mancanza di opportunità strutturali emerge come correlato significativo. Un giovane di 19 anni che fa musica raccontando la violenza, le rapine, la sfida all’autorità sta documentando una realtà materiale: l’assenza di prospettive legittime, il circuito criminale come canale preferibile di reddito e l’isolamento dalle istituzioni.La difficoltà nell’ascoltare questa voce rivela qualcosa di fondamentale: nessuna istituzione vuole ascoltare la situazione delle periferie italiane. 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È un attacco alla democrazia.Colpire chi racconta la verità significa minare la fiducia collettiva, indebolire il diritto di conoscere, e alimentare un clima di paura che rischia di diventare sistemico.La libertà di stampa non è un privilegio di categoria, ma una condizione mentale della democrazia. Quando viene messa sotto assedio, si incrina anche la stabilità psicologica di chi vive in quella società.Le ferite invisibili: libertà e benessere psichicoNumerosi studi internazionali mostrano il legame diretto tra libertà civili e salute mentale.Un’analisi intitolata Freedom and Mental Health: An Overview of the Impact of Fundamental Rights on Psychological Wellbeing dimostra come la privazione della libertà di espressione generi stress cronico, ansia e un diffuso senso di impotenza.Analogamente, il Consiglio d’Europa, nel report Journalists Under Pressure, rileva che le minacce e le interferenze nei confronti dei reporter si associano a tassi crescenti di disturbi post-traumatici e sintomi depressivi.La violenza, dunque, non colpisce solo il corpo del giornalista, ma la mente dell’intera opinione pubblica che da lui dipende per comprendere il mondo.Narrazioni oppressive e perdita di coesioneLà dove l’informazione si restringe, proliferano le narrazioni oppressive: quelle che semplificano, distorcono e dividono.Uno studio del 2025 (Impact of Media-Induced Uncertainty on Mental Health, John Doe et al.) mostra come l’incertezza indotta dai media controllati o censurati aumenti sentimenti di confusione, alienazione e sfiducia nelle istituzioni.La soppressione delle voci libere erode la coesione sociale.In comunità dove la pluralità informativa è limitata, la popolazione sviluppa un senso di isolamento e disconnessione, con ripercussioni dirette sulla salute mentale collettiva.Il ruolo dei giornalisti come “anticorpi sociali”L’informazione indipendente è una valvola psicologica per la società: consente di canalizzare ansie, di confrontare idee, di mantenere senso critico.Come hanno ricordato Looi, Reutens, Loi e Bastiampillai in Free Expression and Open Discourse in Australasian Psychiatry, i contesti che tutelano il pluralismo giornalistico mostrano livelli più alti di resilienza mentale comunitaria.Al International Symposium on Online Journalism, i ricercatori Higuera e Newman hanno spinto oltre il concetto: “La salute mentale è una questione di libertà di stampa.”Garantire sicurezza e supporto psicologico ai reporter, sostengono, è una condizione necessaria per preservare la salute cognitiva della democrazia stessa.Alla minaccia fisica si somma quella virtuale.Il report dell’American Press Institute, The Impact of Online Violence on Journalists’ Mental Health, documenta come insulti, minacce e doxxing provochino stress cronico e burnout professionale.Nel giornalismo contemporaneo, il trauma non è più confinato alla redazione o alla piazza: si insinua negli spazi digitali, diventando un assedio continuo all’equilibrio mentale di chi informa.Difendere la stampa per proteggere la menteL’attentato contro Ranucci non è un crimine isolato.È un segnale inquietante di un’epoca in cui la violenza contro l’informazione non mira solo a zittire, ma a demoralizzare.Minare la libertà di stampa significa compromettere il benessere psicologico pubblico, intaccare la fiducia, amplificare la paura.Difendere i giornalisti, oggi, non è soltanto un dovere civico.È un atto terapeutico collettivo: un modo per preservare la mente democratica di un Paese.Come in ogni terapia, riconoscere il trauma è il primo passo.Il secondo è non voltarsi dall’altra parte.Fonti e riferimenti* Freedom and Mental Health: An Overview of the Impact of Fundamental Rights on Psychological Wellbeing, Journal of Social Psychology, 2023.* Journalists Under Pressure: Unwarranted Interference, Fear and Self-Censorship in Europe, Council of Europe, 2021.* John Doe et al., Impact of Media-Induced Uncertainty on Mental Health, Global Mental Health Review, 2025.* Looi, J. C., Reutens, D., Loi, S. M., Bastiampillai, T., Free Expression and Open Discourse in Australasian Psychiatry, Australasian Psychiatry, 2022.* Higuera, M., Newman, N., Panel on Mental Health and Press Freedom, International Symposium on Online Journalism, Austin, 2024.* The Impact of Online Violence on Journalists’ Mental Health, American Press Institute Report, 2023.* Consiglio d’Europa, Safety of Journalists Platform – Annual Review 2024, Council of Europe Publishing.* Ricerche comparative su censura e salute mentale in comunità sotto controllo mediatico, International Journal of Communication Studies, Vol. 14, n. 2, 2025.* Dichiarazioni pubbliche e fonti di cronaca su Sigfrido Ranucci, raccolte da ANSA, La Repubblica e Il Post, ottobre 2025. <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:176500000</guid><pubDate>Sun, 19 Oct 2025 16:57:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68205066/89649c6a1b1cf9cf46f1014a5598d981.mp3" length="3642841" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>L’attentato con una bomba a mano contro il giornalista Sigfrido Ranucci, volto simbolo di un giornalismo d’inchiesta coraggioso, non è soltanto un atto di violenza. 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Questa scoperta potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui comprendiamo la polarizzazione politica e l’estremismo ideologico.La ricerca, pubblicata nel Journal of Personality and Social Psychology, ha utilizzato neuroimaging avanzato per esaminare come 44 partecipanti con orientamenti politici diversi elaborassero contenuti politici emotivamente carichi. I risultati sono stati tanto chiari quanto sorprendenti: gli individui con convinzioni più estreme, indipendentemente dalla loro collocazione ideologica, mostravano pattern di attivazione cerebrale molto più simili tra loro rispetto ai moderati.Quando i Cervelli degli Opposti si SincronizzanoIl team di ricerca ha scoperto che la sincronizzazione neurale tra individui estremi aumentava significativamente quando erano esposti a linguaggio politico particolarmente provocatorio. Questo fenomeno emergeva nelle aree cerebrali responsabili della “teoria della mente” - la capacità di comprendere le prospettive altrui - suggerendo che gli estremisti processano le informazioni politiche attraverso filtri emotivi e sociali molto simili.Particolarmente rilevante è il ruolo della corteccia cingolata anteriore, una regione che negli studi precedenti si era dimostrata più attiva nei liberali durante compiti di monitoraggio dei conflitti cognitivi. Tuttavia, la nuova ricerca mostra che negli estremisti di entrambe le parti questa area si sincronizza durante l’elaborazione di contenuti politicamente carichi.Le implicazioni di questi risultati vanno ben oltre la semplice curiosità scientifica. Come sottolinea Leor Zmigrod, pioniera delle neuroscienze politiche, “le ideologie non modificano solo le nostre convinzioni, ma ci entrano sottopelle, plasmano i nostri cervelli, fluiscono nelle nostre cellule”. La neuroplasticità cerebrale, la capacità del cervello di modificarsi in risposta all’esperienza, significa che l’esposizione prolungata a ideologie estreme può letteralmente rimodellare i circuiti neurali.Uno degli aspetti più affascinanti emersi dalla ricerca riguarda il ruolo della regolazione affettiva nell’estremismo politico. I partecipanti con convinzioni più estreme non solo mostravano risposte cerebrali più intense, ma anche pattern di conduttanza cutanea galvanica - una misura dell’arousal emotivo - più sincronizzati tra loro. Questo suggerisce che l’estremismo politico potrebbe essere fondamentalmente un fenomeno di disregolazione emotiva condivisa.La corteccia prefrontale, normalmente responsabile del controllo esecutivo e della modulazione delle risposte emotive, sembra funzionare diversamente negli individui con orientamenti estremi. Questo potrebbe spiegare perché le persone radicalizzate tendono a reagire in modo più impulsivo e meno riflessivo alle informazioni che contraddicono le loro convinzioni.Le Implicazioni per la Società DigitaleI risultati sono particolarmente rilevanti nell’era dei social media, dove l’esposizione a contenuti emotivamente carichi e polarizzanti è costante. La scoperta che il linguaggio estremo aumenta la sincronizzazione neurale tra estremisti suggerisce che certi tipi di comunicazione politica potrebbero letteralmente “sincronizzare” i cervelli in modi che amplificano la polarizzazione.Una delle implicazioni più profonde di questa ricerca riguarda la nostra comprensione dell’identità politica. Riconoscere che gli “avversari” politici condividono con noi meccanismi neurobiologici fondamentali potrebbe ridurre la demonizzazione e aumentare l’empatia. Come osserva de Bruin, “per le persone che si trovano agli estremi, sapere di essere in realtà più simili a quelle dell’altro lato potrebbe offrire una prospettiva diversa”.È importante riconoscere i limiti di questo studio pionieristico. La ricerca si è concentrata su un campione relativamente piccolo (44 partecipanti) e ha utilizzato stimoli politici specifici (immigrazione e sicurezza pubblica) in un contesto culturale particolare (Stati Uniti). Ulteriori ricerche dovranno verificare se questi pattern si mantengono con diverse tematiche politiche e in contesti culturali diversi.Questa ricerca rappresenta un punto di svolta nella comprensione scientifica dell’estremismo politico. Dimostrare che le basi neurobiologiche dell’estremismo trascendono le divisioni ideologiche tradizionali ci offre strumenti completamente nuovi per affrontare la polarizzazione crescente delle società contemporanee.La teoria del ferro di cavallo trova finalmente una validazione empirica robusta, ma soprattutto ci indica una strada per costruire società più inclusive e democratiche. Se l’estremismo ha radici neurobiologiche condivise, allora la moderazione, l’empatia e il dialogo non sono solo valori morali desiderabili, ma necessità evolutive per il funzionamento ottimale del nostro cervello sociale.Come conclude la ricerca, “riconoscere questa esperienza condivisa potrebbe favorire una maggiore empatia e ridurre la disumanizzazione attraverso la divisione politica”. In un’epoca di crescente polarizzazione, questa scoperta ci ricorda che, al di sotto delle nostre differenze ideologiche, condividiamo tutti la stessa architettura neurale fondamentale: un patrimonio comune che dovrebbe unirci piuttosto che dividerci. <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:175880488</guid><pubDate>Sun, 12 Oct 2025 09:00:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68106360/708cab5155f4f79303723925a121549b.mp3" length="4740268" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>https://psycnet.apa.org/record/2026-54527-001?doi=1 condotto alla Brown University ha appena fornito la prima evidenza neurobiologica di quello che i politologi chiamano “teoria del ferro di cavallo”: le persone con convinzioni politiche estreme, che...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a target="_blank" href="https://psycnet.apa.org/record/2026-54527-001?doi=1" rel="noreferrer noopener">Un rivoluzionario studio</a> condotto alla Brown University ha appena fornito la prima evidenza neurobiologica di quello che i politologi chiamano “teoria del ferro di cavallo”: le persone con convinzioni politiche estreme, che siano di destra o di sinistra, elaborano le informazioni politiche in modo sorprendentemente simile a livello cerebrale. Questa scoperta potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui comprendiamo la polarizzazione politica e l’estremismo ideologico.La ricerca, pubblicata nel Journal of Personality and Social Psychology, ha utilizzato neuroimaging avanzato per esaminare come 44 partecipanti con orientamenti politici diversi elaborassero contenuti politici emotivamente carichi. I risultati sono stati tanto chiari quanto sorprendenti: gli individui con convinzioni più estreme, indipendentemente dalla loro collocazione ideologica, mostravano pattern di attivazione cerebrale molto più simili tra loro rispetto ai moderati.Quando i Cervelli degli Opposti si SincronizzanoIl team di ricerca ha scoperto che la sincronizzazione neurale tra individui estremi aumentava significativamente quando erano esposti a linguaggio politico particolarmente provocatorio. Questo fenomeno emergeva nelle aree cerebrali responsabili della “teoria della mente” - la capacità di comprendere le prospettive altrui - suggerendo che gli estremisti processano le informazioni politiche attraverso filtri emotivi e sociali molto simili.Particolarmente rilevante è il ruolo della corteccia cingolata anteriore, una regione che negli studi precedenti si era dimostrata più attiva nei liberali durante compiti di monitoraggio dei conflitti cognitivi. Tuttavia, la nuova ricerca mostra che negli estremisti di entrambe le parti questa area si sincronizza durante l’elaborazione di contenuti politicamente carichi.Le implicazioni di questi risultati vanno ben oltre la semplice curiosità scientifica. Come sottolinea Leor Zmigrod, pioniera delle neuroscienze politiche, “le ideologie non modificano solo le nostre convinzioni, ma ci entrano sottopelle, plasmano i nostri cervelli, fluiscono nelle nostre cellule”. La neuroplasticità cerebrale, la capacità del cervello di modificarsi in risposta all’esperienza, significa che l’esposizione prolungata a ideologie estreme può letteralmente rimodellare i circuiti neurali.Uno degli aspetti più affascinanti emersi dalla ricerca riguarda il ruolo della regolazione affettiva nell’estremismo politico. I partecipanti con convinzioni più estreme non solo mostravano risposte cerebrali più intense, ma anche pattern di conduttanza cutanea galvanica - una misura dell’arousal emotivo - più sincronizzati tra loro. Questo suggerisce che l’estremismo politico potrebbe essere fondamentalmente un fenomeno di disregolazione emotiva condivisa.La corteccia prefrontale, normalmente responsabile del controllo esecutivo e della modulazione delle risposte emotive, sembra funzionare diversamente negli individui con orientamenti estremi. Questo potrebbe spiegare perché le persone radicalizzate tendono a reagire in modo più impulsivo e meno riflessivo alle informazioni che contraddicono le loro convinzioni.Le Implicazioni per la Società DigitaleI risultati sono particolarmente rilevanti nell’era dei social media, dove l’esposizione a contenuti emotivamente carichi e polarizzanti è costante. La scoperta che il linguaggio estremo aumenta la sincronizzazione neurale tra estremisti suggerisce che certi tipi di comunicazione politica potrebbero letteralmente “sincronizzare” i cervelli in modi che amplificano la polarizzazione.Una delle implicazioni più profonde di questa ricerca riguarda la nostra comprensione dell’identità politica. Riconoscere che gli “avversari” politici condividono con noi meccanismi neurobiologici fondamentali potrebbe ridurre la demonizzazione e aumentare l’empatia. Come osserva de Bruin, “per le persone che si trovano...]]></itunes:summary><itunes:duration>297</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1881d031ad94b69758f332b9894a6663.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Narcisismo e guerre: perché certe personalità spingono più facilmente verso il conflitto</title><link>https://www.spreaker.com/episode/narcisismo-e-guerre-perche-certe-personalita-spingono-piu-facilmente-verso-il-conflitto--66795750</link><description><![CDATA[Immagina di chiedere a una persona se sarebbe pronta a sostenere una guerra, o se preferirebbe piuttosto manifestare per la pace. A prima vista penseresti: dipenderà dal contesto, dalla politica, magari dalla religione. Ma c’è un fattore più nascosto che influenza queste scelte: il tipo di narcisismo.Non tutti i narcisisti sono ugualiPrima di tutto, sgombriamo il campo da un equivoco: il narcisismo non è un monolite. La ricerca guidata da Magdalena Żemojtel-Piotrowska dal titolo "Falcons or pigeons? Grandiose narcissism, personal values, and attitudes towards war and peace" lo dividono in diverse sfumature, e non tutte portano a vedere la guerra con lo stesso entusiasmo.* C’è il narcisismo di ammirazione, quello che spinge a cercare status e gloria, farsi notare e sentirsi speciali.* Poi c’è il narcisismo di rivalità, più oscuro e aggressivo, che vede gli altri come minacce da battere e ridicolizzare.* Esiste anche la santità, dove ci si sente persone eccezionalmente morali e buone.* E infine c’è l’eroismo, cioè il vedersi come protettori indispensabili del proprio gruppo, veri e propri salvatori.Falchi o piccioni?Nel loro studio, i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti quanto fossero d’accordo con frasi che esprimevano simpatia per la guerra (come l’idea che difendere la patria con le armi sia un dovere) o per la pace (come il partecipare a manifestazioni pacifiste). Hanno poi misurato i loro valori personali, come l’importanza data al successo personale o al benessere degli altri.Ecco cosa hanno scoperto:* Chi mostra ammirazione è più propenso a vedere nella guerra un’occasione per esaltare se stesso, ottenere riconoscimento, dimostrare la propria unicità. Al tempo stesso è meno entusiasta di iniziative pacifiche.* Chi ha tratti forti di rivalità è quello che più facilmente accetta la guerra e respinge la pace. Per queste persone il mondo è una giungla competitiva, dove farsi rispettare conta più di tutto, anche a costo di conflitti.* Il tratto di eroismo porta invece a una posizione ambivalente: da un lato aumenta la disponibilità ad accettare la guerra, dall’altro non esclude un coinvolgimento in iniziative pacifiche. Chi si sente “eroe” pensa soprattutto a proteggere il gruppo, con qualsiasi mezzo.* Infine, chi mostra alta santicità si considera una persona profondamente buona e morale. E infatti tende ad avere meno simpatia per la guerra e più entusiasmo per la pace, partecipando anche a comportamenti concreti in favore della convivenza pacifica.Tutto si gioca sui valoriMa perché questi diversi tipi di narcisismo portano a vedere la guerra o la pace in modo tanto diverso? La chiave sta nei valori.* Chi punta tutto sull’auto-esaltazione — sul successo, il potere, l’affermazione del proprio ego — finisce più facilmente per giustificare la guerra.* Al contrario, chi dà importanza all’auto-trascendenza (cioè preoccuparsi del bene degli altri), all’apertura al cambiamento e alla conservazione di tradizioni e ordine sociale, è più incline a preferire la pace.In pratica, il narcisista competitivo e dominatore tende a minimizzare l’importanza del benessere altrui e a vedere il conflitto come un male necessario per emergere. Chi invece si vede come profondamente morale, o chi attribuisce valore alle relazioni e alla comunità, guarda con più favore alla pace.Perché ci interessa saperlo?Perché le nostre idee su guerra e pace non sono solo il frutto di dibattiti politici o notizie che leggiamo sui giornali. Hanno radici profonde nella personalità e nei valori che ci guidano ogni giorno. E soprattutto, ci dicono che non tutti i narcisisti sono uguali: alcuni cercano il riflettore e non temono la guerra per salire sul palco della storia; altri si vedono custodi del bene e preferiscono di gran lunga la strada della convivenza.Un avvertimento però: questo studio è stato fatto in un momento particolare (nel pieno dell’escalation del conflitto russo-ucraino) e in un solo paese. Potrebbe essere che in altri contesti culturali o in periodi più tranquilli i risultati cambino. Ma resta un messaggio forte: il modo in cui vediamo noi stessi, e quanto contiamo solo noi rispetto agli altri, plasma anche il modo in cui guardiamo i grandi conflitti del mondo. <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:167089643</guid><pubDate>Sun, 29 Jun 2025 16:00:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66795750/ace434eae9fd16338975207cebfb7ada.mp3" length="6622890" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>Immagina di chiedere a una persona se sarebbe pronta a sostenere una guerra, o se preferirebbe piuttosto manifestare per la pace. 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Grandiose narcissism, personal values, and attitudes towards war and peace" lo dividono in diverse sfumature, e non tutte portano a vedere la guerra con lo stesso entusiasmo.* C’è il narcisismo di ammirazione, quello che spinge a cercare status e gloria, farsi notare e sentirsi speciali.* Poi c’è il narcisismo di rivalità, più oscuro e aggressivo, che vede gli altri come minacce da battere e ridicolizzare.* Esiste anche la santità, dove ci si sente persone eccezionalmente morali e buone.* E infine c’è l’eroismo, cioè il vedersi come protettori indispensabili del proprio gruppo, veri e propri salvatori.Falchi o piccioni?Nel loro studio, i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti quanto fossero d’accordo con frasi che esprimevano simpatia per la guerra (come l’idea che difendere la patria con le armi sia un dovere) o per la pace (come il partecipare a manifestazioni pacifiste). Hanno poi misurato i loro valori personali, come l’importanza data al successo personale o al benessere degli altri.Ecco cosa hanno scoperto:* Chi mostra ammirazione è più propenso a vedere nella guerra un’occasione per esaltare se stesso, ottenere riconoscimento, dimostrare la propria unicità. Al tempo stesso è meno entusiasta di iniziative pacifiche.* Chi ha tratti forti di rivalità è quello che più facilmente accetta la guerra e respinge la pace. Per queste persone il mondo è una giungla competitiva, dove farsi rispettare conta più di tutto, anche a costo di conflitti.* Il tratto di eroismo porta invece a una posizione ambivalente: da un lato aumenta la disponibilità ad accettare la guerra, dall’altro non esclude un coinvolgimento in iniziative pacifiche. Chi si sente “eroe” pensa soprattutto a proteggere il gruppo, con qualsiasi mezzo.* Infine, chi mostra alta santicità si considera una persona profondamente buona e morale. E infatti tende ad avere meno simpatia per la guerra e più entusiasmo per la pace, partecipando anche a comportamenti concreti in favore della convivenza pacifica.Tutto si gioca sui valoriMa perché questi diversi tipi di narcisismo portano a vedere la guerra o la pace in modo tanto diverso? La chiave sta nei valori.* Chi punta tutto sull’auto-esaltazione — sul successo, il potere, l’affermazione del proprio ego — finisce più facilmente per giustificare la guerra.* Al contrario, chi dà importanza all’auto-trascendenza (cioè preoccuparsi del bene degli altri), all’apertura al cambiamento e alla conservazione di tradizioni e ordine sociale, è più incline a preferire la pace.In pratica, il narcisista competitivo e dominatore tende a minimizzare l’importanza del benessere altrui e a vedere il conflitto come un male necessario per emergere. Chi invece si vede come profondamente morale, o chi attribuisce valore alle relazioni e alla comunità, guarda con più favore alla pace.Perché ci interessa saperlo?Perché le nostre idee su guerra e pace non sono solo il frutto di dibattiti politici o notizie che leggiamo sui giornali. Hanno radici profonde nella personalità e nei valori che ci guidano ogni giorno. E soprattutto, ci dicono che non tutti i narcisisti sono uguali: alcuni cercano il riflettore e non temono la guerra per salire sul palco della storia; altri si vedono custodi del bene e preferiscono di gran lunga la strada della convivenza.Un avvertimento però: questo studio è stato fatto in un momento particolare (nel pieno dell’escalation del conflitto russo-ucraino) e in un solo paese. 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Secondo le autorità locali, almeno 19 persone sono morte, mentre oltre 27mila cittadini sono stati costretti a evacuare.Il presidente ad interim, Han Duck-soo, ha parlato di “caos totale”: linee elettriche e di comunicazione interrotte, strade bloccate, comunità isolate. Il Ministero degli Interni ha riferito che 17.398 ettari sono andati in fumo, l’87% dei quali nella sola contea di Uiseong, tra le più colpite.Il governo ha innalzato il livello di allerta al massimo e ha persino dovuto trasferire migliaia di detenuti dalle carceri della zona, data la vicinanza delle fiamme.Questi eventi, sempre più frequenti in molte parti del mondo, non sono più fenomeni eccezionali. Sono diventati la norma. E stanno lasciando un’impronta profonda non solo sul territorio, ma anche sulla psiche collettiva.Il peso dell’eco-ansiaIl termine eco-ansia è stato coniato per descrivere uno stato emotivo di angoscia cronica legato alla percezione di un futuro ambientale sempre più incerto. Non si tratta di un disturbo mentale in senso clinico, ma di una risposta adattiva a una minaccia reale.I sintomi vanno dall’irrequietezza al senso di impotenza, fino a vere e proprie crisi di panico. In questi giorni, in Corea del Sud, molte persone — anche lontane dagli incendi — hanno riportato sentimenti di paura costante, insonnia e disturbi d’ansia acuti.Negli ultimi anni, l’eco-ansia è diventata una condizione comune, in particolare tra i più giovani. Una ricerca pubblicata su The Lancet nel 2021 ha rivelato che il 59% dei giovani in dieci Paesi si dichiara "molto" o "estremamente" preoccupato per il cambiamento climatico.Gli incendi in Corea del Sud rientrano perfettamente in questo quadro. Non solo distruggono ambienti naturali e abitazioni: erodono il senso di sicurezza esistenziale.Fonte: Opinions of young people on the threats of climate change, 2021. Share of young people in each surveyed country that responded "yes" to each statement about climate change. 1,000 young people, aged 16 to 25 years old, were surveyed in each country.Il lutto per un mondo che cambiaOltre all’ansia, molte persone sperimentano quello che gli psicologi chiamano climate grief – un lutto vero e proprio, spesso non riconosciuto socialmente, per la perdita di paesaggi, ecosistemi, specie.In Corea, le montagne bruciate erano non solo habitat naturali ma anche luoghi identitari. Per le comunità rurali della contea di Uiseong, vedere scomparire boschi e colline significa perdere una parte della propria memoria collettiva.Questo tipo di lutto è difficile da elaborare: non ci sono cerimonie, né rituali. Ma il dolore resta, e può sfociare in tristezza profonda, rabbia, disillusione.Una crisi di sensoA livello collettivo, fenomeni come gli incendi coreani sollevano una questione ancora più ampia: che tipo di futuro ci attende?La percezione che il mondo naturale stia collassando mina molte delle certezze su cui si fonda la vita quotidiana. Per chi è cresciuto immaginando un futuro lineare, fatto di progresso e stabilità, l’improvviso arrivo della crisi climatica può essere vissuto come un tradimento generazionale.Strategie per non soccombereNon esiste una soluzione unica. Ma la psicologia ambientale suggerisce alcune pratiche che possono aiutare a gestire l’impatto emotivo della crisi:* Riconoscere le emozioni: dare un nome alla propria angoscia è il primo passo per affrontarla.* Connettersi con gli altri: gruppi di discussione, comunità online, attività collettive possono offrire un senso di appartenenza e scopo.* Agire localmente: anche piccoli gesti – come partecipare a iniziative di riforestazione o modificare le proprie abitudini di consumo – possono ridurre il senso di impotenza.* Limitare l’esposizione mediatica: restare informati è importante, ma un consumo ossessivo di notizie drammatiche può alimentare l’ansia.* Cercare supporto professionale: la psicoterapia, in particolare quella basata sulla consapevolezza (mindfulness) o la ristrutturazione cognitiva, può essere utile per sviluppare strategie di coping efficaci.Fonte: We are striking from school to tell our politicians to take our futures seriously and treat climate change for what it is - a crisis.” School Strike 4 ClimateOltre la crisi, la possibilità di un cambiamentoGli incendi in Corea del Sud rappresentano una tragedia umana e ambientale. Ma possono anche essere letti come un segnale: la necessità di ripensare il nostro rapporto con la natura e con noi stessi.Non si tratta solo di “salvare il pianeta”, ma di trovare nuove forme di equilibrio psicologico in un mondo che cambia.Comprendere l’impatto emotivo del cambiamento climatico è un passo fondamentale per costruire una società più resiliente. Perché, se è vero che la foresta può ricrescere, anche le nostre comunità possono imparare a guarire. <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:160179515</guid><pubDate>Sun, 30 Mar 2025 16:00:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65237256/94e2ccc9aa74836a09098edd11da324c.mp3" length="5842874" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>Tra il 27 e il 29 marzo 2025, una serie di incendi boschivi ha colpito duramente la Corea del Sud. Le fiamme, alimentate da condizioni meteorologiche estreme, hanno distrutto intere aree rurali nel sud-est del Paese, causando danni senza precedenti....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Tra il 27 e il 29 marzo 2025, una serie di incendi boschivi ha colpito duramente la Corea del Sud. Le fiamme, alimentate da condizioni meteorologiche estreme, hanno distrutto intere aree rurali nel sud-est del Paese, causando danni senza precedenti. Secondo le autorità locali, almeno 19 persone sono morte, mentre oltre 27mila cittadini sono stati costretti a evacuare.Il presidente ad interim, Han Duck-soo, ha parlato di “caos totale”: linee elettriche e di comunicazione interrotte, strade bloccate, comunità isolate. Il Ministero degli Interni ha riferito che 17.398 ettari sono andati in fumo, l’87% dei quali nella sola contea di Uiseong, tra le più colpite.Il governo ha innalzato il livello di allerta al massimo e ha persino dovuto trasferire migliaia di detenuti dalle carceri della zona, data la vicinanza delle fiamme.Questi eventi, sempre più frequenti in molte parti del mondo, non sono più fenomeni eccezionali. Sono diventati la norma. E stanno lasciando un’impronta profonda non solo sul territorio, ma anche sulla psiche collettiva.Il peso dell’eco-ansiaIl termine eco-ansia è stato coniato per descrivere uno stato emotivo di angoscia cronica legato alla percezione di un futuro ambientale sempre più incerto. Non si tratta di un disturbo mentale in senso clinico, ma di una risposta adattiva a una minaccia reale.I sintomi vanno dall’irrequietezza al senso di impotenza, fino a vere e proprie crisi di panico. In questi giorni, in Corea del Sud, molte persone — anche lontane dagli incendi — hanno riportato sentimenti di paura costante, insonnia e disturbi d’ansia acuti.Negli ultimi anni, l’eco-ansia è diventata una condizione comune, in particolare tra i più giovani. Una ricerca pubblicata su The Lancet nel 2021 ha rivelato che il 59% dei giovani in dieci Paesi si dichiara "molto" o "estremamente" preoccupato per il cambiamento climatico.Gli incendi in Corea del Sud rientrano perfettamente in questo quadro. Non solo distruggono ambienti naturali e abitazioni: erodono il senso di sicurezza esistenziale.Fonte: Opinions of young people on the threats of climate change, 2021. Share of young people in each surveyed country that responded "yes" to each statement about climate change. 1,000 young people, aged 16 to 25 years old, were surveyed in each country.Il lutto per un mondo che cambiaOltre all’ansia, molte persone sperimentano quello che gli psicologi chiamano climate grief – un lutto vero e proprio, spesso non riconosciuto socialmente, per la perdita di paesaggi, ecosistemi, specie.In Corea, le montagne bruciate erano non solo habitat naturali ma anche luoghi identitari. Per le comunità rurali della contea di Uiseong, vedere scomparire boschi e colline significa perdere una parte della propria memoria collettiva.Questo tipo di lutto è difficile da elaborare: non ci sono cerimonie, né rituali. Ma il dolore resta, e può sfociare in tristezza profonda, rabbia, disillusione.Una crisi di sensoA livello collettivo, fenomeni come gli incendi coreani sollevano una questione ancora più ampia: che tipo di futuro ci attende?La percezione che il mondo naturale stia collassando mina molte delle certezze su cui si fonda la vita quotidiana. Per chi è cresciuto immaginando un futuro lineare, fatto di progresso e stabilità, l’improvviso arrivo della crisi climatica può essere vissuto come un tradimento generazionale.Strategie per non soccombereNon esiste una soluzione unica. Ma la psicologia ambientale suggerisce alcune pratiche che possono aiutare a gestire l’impatto emotivo della crisi:* Riconoscere le emozioni: dare un nome alla propria angoscia è il primo passo per affrontarla.* Connettersi con gli altri: gruppi di discussione, comunità online, attività collettive possono offrire un senso di appartenenza e scopo.* Agire localmente: anche piccoli gesti – come partecipare a iniziative di riforestazione o modificare le proprie abitudini di consumo – possono ridurre il senso di impotenza.* Limitare l’esposizione mediatica: restare informati è...]]></itunes:summary><itunes:duration>293</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/5802f6ae439a00654133aa805e41aa75.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sui rischi dell'AI nella didattica, le competenze degli studenti e insegnare a imparare</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sui-rischi-dell-ai-nella-didattica-le-competenze-degli-studenti-e-insegnare-a-imparare--65083963</link><description><![CDATA[Negli ultimi mesi, ogni consiglio di classe, ogni collegio docenti e ogni formazione insegnanti ha una parola d’ordine: intelligenza artificiale. Un entusiasmo contagioso, a volte ingenuo, spesso inevitabile. Le potenzialità sono innegabili: personalizzazione dell’apprendimento, accesso immediato all’informazione, strumenti innovativi per l’inclusione. Eppure, come accade spesso con le grandi rivoluzioni tecnologiche, la domanda da porre non è “cosa può fare l’IA per la scuola?”, ma “cosa fa l’IA alla scuola?”.Fonte: Chat GPTLa didattica dell’intelligenza artificiale – o, meglio, la didattica nell’epoca dell’intelligenza artificiale – non può limitarsi all’insegnamento tecnico di come scrivere un prompt efficace o a come correggere con ChatGPT. Il vero nodo è pedagogico e cognitivo: come garantire che l’uso degli LLM (Large Language Models) non disabitui gli studenti allo sforzo, alla riflessione, al dubbio, alla lentezza della comprensione?Diversi studi (tra cui il recente <a target="_blank" href="https://arxiv.org/abs/2310.13712" rel="noreferrer noopener">Impact of Guidance and Interaction Strategies for LLM Use on Learner Performance and Perception</a> e <a target="_blank" href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=4941259" rel="noreferrer noopener">AI Meets the Classroom: When Do Large Language Models Harm Learning)</a> mostrano che la disponibilità di IA testuale aumenta l’uso sostitutivo (copio la risposta) ma non sempre quello complementare (chiedo spiegazioni). Un cambio di postura mentale profondo: si scavalcano le tappe dell’apprendimento per arrivare direttamente al risultato, saltando l’errore, il tentativo, la fatica. E con essi, si rischia di indebolire funzioni cognitive fondamentali: la memoria di lavoro, la metacognizione, la flessibilità mentale.La didattica, invece, dovrebbe farci sostare nella complessità, non semplificarla eccessivamente. Dovrebbe educarci a dubitare, non solo a rispondere. Se gli studenti non sviluppano più il gusto della scoperta, il senso del limite, la capacità di porsi domande buone, l’IA diventa un oracolo che ipnotizza, non un alleato che stimola.Non si tratta di demonizzare la tecnologia. Si tratta di progettare un’educazione cognitiva all’uso dell’IA, che sviluppi pensiero critico, autonomia, controllo esecutivo e intelligenza emotiva. Servono laboratori in cui gli studenti confrontano il loro pensiero con quello dell’IA. Diari metacognitivi in cui riflettono su quanto hanno appreso davvero. Attività che cominciano senza IA per poi usarla come confronto, non come stampella.Fonte: Studio 2025 - AI Meets the Classroom: When Do Large Language Models Harm Learning?Ma per fare questo, serve molto più di un aggiornamento software o di una guida tecnica. Serve una ridefinizione della professionalità docente. Gli insegnanti oggi sono chiamati a diventare educatori cognitivi, formatori metacognitivi, facilitatori dell’uso critico delle tecnologie. Eppure, troppo spesso vengono lasciati soli, o peggio, addestrati a usare strumenti, ma non a capirne le implicazioni psicologiche. Integrare l’IA a scuola significa anche investire nella formazione profonda di chi educa.Anche le disuguaglianze rischiano di aumentare. Non tutti gli studenti sanno usare l’IA con lo stesso spirito critico. Chi ha alle spalle contesti culturali più solidi è più capace di mettere in discussione le risposte ricevute, di non prendere tutto per oro colato. Chi non ha queste risorse rischia di diventare utente passivo, sempre più dipendente dall’algoritmo. In questo senso, l’IA può diventare un moltiplicatore delle disuguaglianze cognitive ed epistemiche, e non un correttore.Infine, c’è un problema culturale. Viviamo in una società che ci educa alla performance, alla velocità, alla risposta pronta. L’IA si adatta perfettamente a questo immaginario. Ma la scuola dovrebbe fare il contrario: educare al rallentamento, alla profondità, all’imparare a imparare. Se la scuola abdica a questo ruolo, se rincorre l’efficienza a scapito della trasformazione, tradisce la sua missione più profonda: formare persone che pensano, non solo utenti che funzionano.La scuola non può rincorrere l’IA. Deve rallentarla, interrogarla, metterla alla prova. Non per paura del futuro, ma per rispetto del pensiero umano. Solo così la didattica sarà all’altezza della sfida che l’intelligenza artificiale ci pone: non quella di essere più intelligenti, ma quella di restare più umani. <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:159755130</guid><pubDate>Mon, 24 Mar 2025 15:53:18 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65083963/5d0034cfed5a7447d27596057df882ec.mp3" length="5802645" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>Negli ultimi mesi, ogni consiglio di classe, ogni collegio docenti e ogni formazione insegnanti ha una parola d’ordine: intelligenza artificiale. 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E con essi, si rischia di indebolire funzioni cognitive fondamentali: la memoria di lavoro, la metacognizione, la flessibilità mentale.La didattica, invece, dovrebbe farci sostare nella complessità, non semplificarla eccessivamente. Dovrebbe educarci a dubitare, non solo a rispondere. Se gli studenti non sviluppano più il gusto della scoperta, il senso del limite, la capacità di porsi domande buone, l’IA diventa un oracolo che ipnotizza, non un alleato che stimola.Non si tratta di demonizzare la tecnologia. Si tratta di progettare un’educazione cognitiva all’uso dell’IA, che sviluppi pensiero critico, autonomia, controllo esecutivo e intelligenza emotiva. Servono laboratori in cui gli studenti confrontano il loro pensiero con quello dell’IA. Diari metacognitivi in cui riflettono su quanto hanno appreso davvero. Attività che cominciano senza IA per poi usarla come confronto, non come stampella.Fonte: Studio 2025 - AI Meets the Classroom: When Do Large Language Models Harm Learning?Ma per fare questo, serve molto più di un aggiornamento software o di una guida tecnica. Serve una ridefinizione della professionalità docente. Gli insegnanti oggi sono chiamati a diventare educatori cognitivi, formatori metacognitivi, facilitatori dell’uso critico delle tecnologie. Eppure, troppo spesso vengono lasciati soli, o peggio, addestrati a usare strumenti, ma non a capirne le implicazioni psicologiche. Integrare l’IA a scuola significa anche investire nella formazione profonda di chi educa.Anche le disuguaglianze rischiano di aumentare. Non tutti gli studenti sanno usare l’IA con lo stesso spirito critico. Chi ha alle spalle contesti culturali più solidi è più capace di mettere in discussione le risposte ricevute, di non prendere tutto per oro colato. Chi non ha queste risorse rischia di diventare utente passivo, sempre più dipendente dall’algoritmo. In questo senso, l’IA può diventare un moltiplicatore delle disuguaglianze cognitive ed epistemiche, e non un correttore.Infine, c’è un problema culturale. Viviamo in una società che ci educa alla performance, alla velocità, alla risposta pronta. L’IA si adatta perfettamente a questo immaginario. Ma la scuola dovrebbe fare il contrario: educare al rallentamento, alla profondità, all’imparare a imparare. Se la scuola abdica a questo ruolo, se rincorre...]]></itunes:summary><itunes:duration>291</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/97d0615e9c536de6a4f6ad88c1ca6606.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sulle AI emotive, il futuro della psicologia e le relazioni affettive</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sulle-ai-emotive-il-futuro-della-psicologia-e-le-relazioni-affettive--64777541</link><description><![CDATA[C’era una volta l’era degli assistenti vocali che suonavano come segreterie telefoniche: risposte meccaniche, tono monotono e una distanza emotiva evidente. Ma ora è arrivata Sesame, e la nostra relazione con la tecnologia potrebbe cambiare per sempre.Un’AI che parla (e sente) come noiSesame ha sviluppato il Conversational Speech Model (CSM), un’architettura AI che non si limita a riprodurre suoni credibili, ma interpreta il contesto emotivo e risponde di conseguenza. Non è solo un avanzamento tecnologico: è la nascita di una nuova forma di comunicazione uomo-macchina.Immagina un assistente virtuale che coglie il tuo stato d’animo, percepisce tristezza nella tua voce e risponde con delicatezza, oppure adatta il tono in base alla conversazione. Non è più una voce robotica neutra, ma un’interazione che può sembrare quasi umana. Questo cambia radicalmente il nostro modo di relazionarci con l’IA e porta con sé interrogativi psicologici non indifferenti.Fonte: Sesame.comLegarsi emotivamente a un’AI: un rischio reale?Gli esperti di tecnologia e psicologia stanno già discutendo le conseguenze di questa evoluzione. Alcuni utenti che hanno testato Sesame raccontano di aver provato una connessione emotiva con l’IA: un tester ha parlato per mezz’ora con l’assistente e ha ammesso di essersi dimenticato che non fosse una persona reale. Un altro ha raccontato che la propria figlia si è messa a piangere quando la demo si è interrotta improvvisamente.Questo ci pone di fronte a una domanda scomoda: quanto siamo predisposti a sviluppare legami affettivi con le intelligenze artificiali? Se oggi conversiamo con un’IA come se fosse un amico, domani potremmo arrivare a dipendere emotivamente da essa?Le ricerche in psicologia mostrano che gli esseri umani tendono a umanizzare gli oggetti e le tecnologie, specialmente quando questi imitano le interazioni sociali. Con Sesame, questo effetto potrebbe amplificarsi enormemente. La solitudine e il bisogno di connessioni reali potrebbero spingere sempre più persone a trovare conforto in assistenti vocali empatici, con il rischio di sostituire i rapporti umani con interazioni artificiali.L’AI come terapeuta: il futuro della psicologia?Le ricerche scientifiche sul legame emotivo con l’IANumerosi studi stanno analizzando come le persone sviluppino attaccamenti emotivi verso l’intelligenza artificiale. Uno dei fenomeni più noti in questo ambito è l’Effetto ELIZA, che prende il nome da un chatbot creato negli anni ’60 dal ricercatore Joseph Weizenbaum. Nonostante il sistema fosse molto semplice e si limitasse a riformulare le frasi dell’utente, molte persone svilupparono un forte coinvolgimento emotivo con il programma, attribuendogli intenzioni e comprensione inesistenti.Questo fenomeno dimostra la nostra predisposizione a proiettare emozioni e personalità sulle macchine, anche quando queste si limitano a simulare la comunicazione umana. Con l’avvento di AI sempre più sofisticate come Sesame, che non solo risponde ma adatta il tono e il ritmo al contesto emotivo, il rischio di attaccamento psicologico potrebbe aumentare esponenzialmente.Alcuni studi recenti hanno evidenziato che chatbot terapeutici basati su AI, come Woebot e Wysa, possono essere utili nel fornire supporto immediato in situazioni di crisi emotiva. Tuttavia, vi è il pericolo che un legame eccessivo con un assistente virtuale porti a una sostituzione delle relazioni reali con quelle digitali, con possibili conseguenze negative sul benessere psicologico.Implicazioni psicologiche: disturbi dell’attaccamento, ansia e sindromi dell’abbandonoL’avvento di AI vocali empatiche come Sesame potrebbe avere effetti profondi sulla psiche umana, in particolare sui disturbi dell’attaccamento e sulle sindromi dell’abbandono. Da un lato, una voce sempre disponibile, in grado di rispondere con calore e comprensione, potrebbe offrire un senso di stabilità a chi ha sperimentato relazioni instabili o traumatiche. In alcuni casi, un’AI terapeutica potrebbe fornire un primo punto di supporto per persone con ansia sociale o difficoltà relazionali, aiutandole a sviluppare maggiore sicurezza nelle interazioni.Dall’altro lato, però, il rischio è che queste stesse persone trovino nelle AI un rifugio che sostituisce le relazioni umane piuttosto che facilitarle. Un’interazione sempre prevedibile e rassicurante potrebbe abbassare la soglia di tolleranza alla frustrazione nelle relazioni reali, portando a un incremento dell’evitamento sociale e all’aggravarsi di disturbi d’ansia e attaccamento insicuro. Inoltre, chi soffre di sindromi dell’abbandono potrebbe sviluppare un attaccamento disfunzionale nei confronti di un’entità che, in realtà, non può offrire una reciprocità autentica.Un altro aspetto inquietante riguarda la possibilità che terapeuti virtuali basati su AI diventino una realtà diffusa. Già oggi esistono chatbot come Woebot e Replika, che offrono supporto psicologico simulando una relazione terapeutica. Con un’IA come Sesame, capace di esprimere emozioni e rispondere in modo empatico, potremmo arrivare a una nuova generazione di terapeuti digitali.Questo solleva interrogativi etici e psicologici fondamentali:* Un’AI può davvero comprendere le emozioni umane o si limita a simularle?* Le persone si sentiranno più a loro agio a parlare con un terapeuta virtuale piuttosto che con un essere umano?* Cosa succede se si sviluppa una dipendenza emotiva da un’entità che, in fondo, non esiste?Se da un lato un’AI empatica potrebbe fornire un primo supporto psicologico accessibile a tutti, dall’altro rischia di creare un’illusione di comprensione e vicinanza che potrebbe allontanare le persone da relazioni reali e dall’aiuto umano professionale.IA: progresso o pericolo?Sesame rappresenta una rivoluzione nell’interazione uomo-macchina: le voci sintetiche stanno diventando così realistiche da essere indistinguibili da quelle umane, e questo potrebbe cambiare per sempre il nostro rapporto con la tecnologia.Ma siamo pronti ad accogliere questa evoluzione senza perderci qualcosa di fondamentale? La nostra capacità di connetterci con altri esseri umani potrebbe essere messa alla prova da macchine che ci ascoltano, ci rispondono e ci comprendono – o almeno ci danno questa impressione. Forse il problema non è l’AI in sé, ma il fatto che, più diventa umana, più ci costringe a chiederci: cosa significa davvero essere umani? <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:158699199</guid><pubDate>Sun, 09 Mar 2025 17:00:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64777541/203a427942bdedf988e8248f428cfc66.mp3" length="8502661" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>C’era una volta l’era degli assistenti vocali che suonavano come segreterie telefoniche: risposte meccaniche, tono monotono e una distanza emotiva evidente. 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Questo cambia radicalmente il nostro modo di relazionarci con l’IA e porta con sé interrogativi psicologici non indifferenti.Fonte: Sesame.comLegarsi emotivamente a un’AI: un rischio reale?Gli esperti di tecnologia e psicologia stanno già discutendo le conseguenze di questa evoluzione. Alcuni utenti che hanno testato Sesame raccontano di aver provato una connessione emotiva con l’IA: un tester ha parlato per mezz’ora con l’assistente e ha ammesso di essersi dimenticato che non fosse una persona reale. Un altro ha raccontato che la propria figlia si è messa a piangere quando la demo si è interrotta improvvisamente.Questo ci pone di fronte a una domanda scomoda: quanto siamo predisposti a sviluppare legami affettivi con le intelligenze artificiali? Se oggi conversiamo con un’IA come se fosse un amico, domani potremmo arrivare a dipendere emotivamente da essa?Le ricerche in psicologia mostrano che gli esseri umani tendono a umanizzare gli oggetti e le tecnologie, specialmente quando questi imitano le interazioni sociali. Con Sesame, questo effetto potrebbe amplificarsi enormemente. La solitudine e il bisogno di connessioni reali potrebbero spingere sempre più persone a trovare conforto in assistenti vocali empatici, con il rischio di sostituire i rapporti umani con interazioni artificiali.L’AI come terapeuta: il futuro della psicologia?Le ricerche scientifiche sul legame emotivo con l’IANumerosi studi stanno analizzando come le persone sviluppino attaccamenti emotivi verso l’intelligenza artificiale. Uno dei fenomeni più noti in questo ambito è l’Effetto ELIZA, che prende il nome da un chatbot creato negli anni ’60 dal ricercatore Joseph Weizenbaum. Nonostante il sistema fosse molto semplice e si limitasse a riformulare le frasi dell’utente, molte persone svilupparono un forte coinvolgimento emotivo con il programma, attribuendogli intenzioni e comprensione inesistenti.Questo fenomeno dimostra la nostra predisposizione a proiettare emozioni e personalità sulle macchine, anche quando queste si limitano a simulare la comunicazione umana. Con l’avvento di AI sempre più sofisticate come Sesame, che non solo risponde ma adatta il tono e il ritmo al contesto emotivo, il rischio di attaccamento psicologico potrebbe aumentare esponenzialmente.Alcuni studi recenti hanno evidenziato che chatbot terapeutici basati su AI, come Woebot e Wysa, possono essere utili nel fornire supporto immediato in situazioni di crisi emotiva. Tuttavia, vi è il pericolo che un legame eccessivo con un assistente virtuale porti a una sostituzione delle relazioni reali con quelle digitali, con possibili conseguenze negative sul benessere psicologico.Implicazioni psicologiche: disturbi dell’attaccamento, ansia e sindromi dell’abbandonoL’avvento di AI vocali empatiche come Sesame potrebbe avere effetti profondi sulla psiche umana, in particolare sui disturbi dell’attaccamento e sulle sindromi dell’abbandono. Da un lato, una voce sempre disponibile, in grado di rispondere con calore e comprensione, potrebbe offrire un senso di stabilità a chi ha sperimentato relazioni instabili o traumatiche. 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Ad esempio, una ricerca pubblicata su Nature Human Behaviour ha evidenziato che nei soggetti con alti livelli di isolamento sociale o sentimenti di solitudine si osservano concentrazioni maggiori di alcune proteine plasmatiche (GFRA1, ADM, FABP4, TNFRSF10A e ASGR1). Queste molecole, collegate a processi infiammatori e risposte antivirali, sono risultate correlate a un aumentato rischio di malattie cardiometaboliche e perfino mortalità prematura.Studio sulle proteine collegate alla solitudine - Nature Human Behaviour (Nat Hum Behav) ISSN 2397-3374 (online)Questi dati sono coerenti con altre evidenze provenienti da riviste di alto profilo, come The Lancet e JAMA, che hanno mostrato in più occasioni come le relazioni sociali positive possano ridurre il rischio di ipertensione, depressione e declino cognitivo. In altre parole, una solida rete di sostegno non è soltanto un toccasana psicologico: interviene a livello biologico, regolando l’attività di diversi mediatori che influenzano i nostri organi e i nostri circuiti neuronali.Come spiegarlo? In parte si ipotizza che la solitudine possa generare un circolo vizioso di stress cronico, testimoniato dai livelli elevati di cortisolo, che a loro volta favoriscono stati infiammatori e un’iperattivazione del sistema immunitario. Un lavoro pubblicato su Nature Neuroscience aggiunge un ulteriore tassello, sottolineando come l’assenza di interazioni sociali di qualità condizioni anche lo sviluppo di alcune aree cerebrali chiave per la memoria e la regolazione dell’umore.Come le relazioni sociali proteggono la saluteLa buona notizia è che si può intervenire. Studi di coorte seguiti nel tempo (per esempio quelli della UK Biobank) suggeriscono che gli individui che partecipano ad attività di gruppo, fanno volontariato o mantengono regolari rapporti familiari vedono ridursi in modo significativo i marcatori pro-infiammatori. In aggiunta, recenti meta-analisi evidenziano come un miglioramento della rete sociale possa avere effetti protettivi addirittura più marcati nei soggetti anziani, tradizionalmente a rischio più elevato di isolamento (OMS stima che circa un quarto degli over 65 viva in condizioni di solitudine).Wikimedia, 2009 Human Experiences, depression/loss of loved oneÈ però fondamentale distinguere la mera “connessione” digitale da quella che crea intimità e vicinanza. I social network sono uno strumento utilissimo, specialmente in contesti di distanza geografica, ma non sostituiscono il contatto umano diretto, prezioso per la modulazione dell’empatia e la lettura di segnali non verbali. Questo aspetto è stato messo in luce da vari studi su Psychological Science, i quali hanno dimostrato che persino una breve interazione “faccia a faccia” abbassa i livelli di cortisolo in modo più marcato rispetto alla comunicazione virtuale.L’importanza delle politiche di inclusioneConsiderate le prove a disposizione, la solitudine diventa una variabile di rilievo per le politiche di salute pubblica: non si tratta soltanto di alleviare la tristezza, ma di prevenire patologie cardiovascolari, metaboliche e neurodegenerative che hanno un peso notevole a livello sociale ed economico. Per questo, molte istituzioni sanitarie (inclusa la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità) insistono sull’importanza di promuovere programmi di inclusione e di sostegno alle reti di quartiere: il messaggio è che creare momenti di incontro reale, anche solo per una passeggiata di gruppo o un caffè condiviso, può tradursi in un guadagno concreto di anni di vita in buona salute.Titoli delle ricerche e anno di pubblicazione (in ordine di citazione):* Proteomic correlates of loneliness and social isolation in 42,062 UK Biobank participants (2023)* Social relationships and health: a global perspective (2021)* Association of Social Isolation With Health Outcomes: A Systematic Review (2020)* Social isolation shapes neural circuits underlying memory and mood regulation (2019)* Study Protocol for the UK Biobank: Rationale, Design and Characteristics (2012)* Social Isolation and Loneliness: Policy Brief (2021) <br /><br />This is a public episode. If you would like to discuss this with other subscribers or get access to bonus episodes, visit <a href="https://dottmassimilianotruce.substack.com?utm_medium=podcast&amp;utm_campaign=CTA_1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dottmassimilianotruce.substack.com</a>]]></description><guid isPermaLink="false">substack:post:157649708</guid><pubDate>Sun, 23 Feb 2025 17:00:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64528544/997d6f6b92d237d038b735637416c816.mp3" length="5942661" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Massimiliano Truce</itunes:author><itunes:subtitle>La solitudine non è soltanto una condizione emotiva spiacevole, ma una variabile con impatti reali su cuore, cervello e sistema immunitario. Gli studi più recenti lo confermano in maniera piuttosto netta. 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Queste molecole, collegate a processi infiammatori e risposte antivirali, sono risultate correlate a un aumentato rischio di malattie cardiometaboliche e perfino mortalità prematura.Studio sulle proteine collegate alla solitudine - Nature Human Behaviour (Nat Hum Behav) ISSN 2397-3374 (online)Questi dati sono coerenti con altre evidenze provenienti da riviste di alto profilo, come The Lancet e JAMA, che hanno mostrato in più occasioni come le relazioni sociali positive possano ridurre il rischio di ipertensione, depressione e declino cognitivo. In altre parole, una solida rete di sostegno non è soltanto un toccasana psicologico: interviene a livello biologico, regolando l’attività di diversi mediatori che influenzano i nostri organi e i nostri circuiti neuronali.Come spiegarlo? In parte si ipotizza che la solitudine possa generare un circolo vizioso di stress cronico, testimoniato dai livelli elevati di cortisolo, che a loro volta favoriscono stati infiammatori e un’iperattivazione del sistema immunitario. Un lavoro pubblicato su Nature Neuroscience aggiunge un ulteriore tassello, sottolineando come l’assenza di interazioni sociali di qualità condizioni anche lo sviluppo di alcune aree cerebrali chiave per la memoria e la regolazione dell’umore.Come le relazioni sociali proteggono la saluteLa buona notizia è che si può intervenire. Studi di coorte seguiti nel tempo (per esempio quelli della UK Biobank) suggeriscono che gli individui che partecipano ad attività di gruppo, fanno volontariato o mantengono regolari rapporti familiari vedono ridursi in modo significativo i marcatori pro-infiammatori. In aggiunta, recenti meta-analisi evidenziano come un miglioramento della rete sociale possa avere effetti protettivi addirittura più marcati nei soggetti anziani, tradizionalmente a rischio più elevato di isolamento (OMS stima che circa un quarto degli over 65 viva in condizioni di solitudine).Wikimedia, 2009 Human Experiences, depression/loss of loved oneÈ però fondamentale distinguere la mera “connessione” digitale da quella che crea intimità e vicinanza. I social network sono uno strumento utilissimo, specialmente in contesti di distanza geografica, ma non sostituiscono il contatto umano diretto, prezioso per la modulazione dell’empatia e la lettura di segnali non verbali. Questo aspetto è stato messo in luce da vari studi su Psychological Science, i quali hanno dimostrato che persino una breve interazione “faccia a faccia” abbassa i livelli di cortisolo in modo più marcato rispetto alla comunicazione virtuale.L’importanza delle politiche di inclusioneConsiderate le prove a disposizione, la solitudine diventa una variabile di rilievo per le politiche di salute pubblica: non si tratta soltanto di alleviare la tristezza, ma di prevenire patologie cardiovascolari, metaboliche e neurodegenerative che hanno un peso notevole a livello sociale ed economico. Per questo, molte istituzioni sanitarie (inclusa la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità) insistono sull’importanza di promuovere programmi di inclusione e di sostegno alle reti di quartiere: il messaggio è che creare momenti di incontro reale, anche solo per una passeggiata di gruppo o un caffè condiviso, può tradursi in un guadagno concreto di anni di vita in buona salute.Titoli delle ricerche e anno di pubblicazione (in ordine di citazione):* Proteomic correlates of loneliness and social isolation in 42,062 UK Biobank participants (2023)* Social relationships and health: a global perspective (2021)*...]]></itunes:summary><itunes:duration>298</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/877baadecb6b7709d3c6e2f9dad5b334.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item></channel></rss>
