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<rss xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:podcast="https://podcastindex.org/namespace/1.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" version="2.0"><channel><title>Luisella Scrosati - BastaBugie.it</title><link>https://www.spreaker.com/podcast/luisella-scrosati-bastabugie-it--6145846</link><description><![CDATA[La pungente penna di chi sa coniugare una profonda fede con l'insegnamento della Chiesa]]></description><atom:link href="https://www.spreaker.com/show/6145846/episodes/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><language>it</language><category>Christianity</category><copyright>Copyright BastaBugie</copyright><image><url>https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a302a48ff93c549406bc25773dc66853.jpg</url><title>Luisella Scrosati - BastaBugie.it</title><link>https://www.spreaker.com/podcast/luisella-scrosati-bastabugie-it--6145846</link></image><lastBuildDate>Tue, 15 Sep 2026 18:59:02 +0000</lastBuildDate><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:owner><itunes:name>BastaBugie</itunes:name><itunes:email>feeds@spreaker.com</itunes:email></itunes:owner><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a302a48ff93c549406bc25773dc66853.jpg"/><itunes:subtitle>La pungente penna di chi sa coniugare una profonda fede con l'insegnamento della Chiesa</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La pungente penna di chi sa coniugare una profonda fede con l'insegnamento della Chiesa]]></itunes:summary><itunes:category text="Religion &amp; Spirituality"><itunes:category text="Christianity"/></itunes:category><itunes:explicit>false</itunes:explicit><podcast:guid>3f97c65c-fc89-5cfd-b540-cb3364bd88f8</podcast:guid><itunes:type>episodic</itunes:type><item><title>Morto Enzo Bianchi, figlio del '68 cristiano</title><link>https://www.spreaker.com/episode/morto-enzo-bianchi-figlio-del-68-cristiano--75144747</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8662" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8662</a><br /><br />MORTO ENZO BIANCHI, FIGLIO DEL '68 CRISTIANO<br />di Luisella Scrosati<br /> <br />È morto ieri, all'ospedale Molinette di Torino, all'età di 83 anni, Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità monastica di Bose. Era l'8 dicembre 1965, quando, abbandonati gli studi universitari nella Facoltà di Economia dell'Università di Torino, giovanissimo, Enzo Bianchi decise di andare a vivere da solo in una cascina a Bose, frazione del comune di Magnano, sul crinale della Serra d'Ivrea; appena tre anni dopo, nell'autunno del 1968, lo raggiunsero alcuni fratelli e sorelle di quello che, molto più tardi, il 29 luglio 2023, diverrà un Monastero sui iuris di diritto diocesano.<br />Erano gli anni dell'inquietudine cattolica, di un Concilio ecumenico i cui testi verranno letti da pochi, ma il cui "spirito" si pretendeva compreso da molti. Il desiderio di una qualche riforma era dentro il cuore di molti, e tra questi non mancava il giovane "monaco" piemontese. Erano anni in cui cresceva la febbre di ricercare nuove forme di vita religiosa e monastica. Prima di lui, don Divo Barsotti, si era ritirato sui colli fiorentini, a Settignano, cuore dell'esperienza della Comunità dei Figli di Dio, che, a differenza di Bose, era nata come esperienza laicale di "monaci nel mondo", per poi dar vita anche alla forma della vita comune; sempre prima di lui, Giuseppe Dossetti, lasciata la militanza politica, aveva dato vita all'esperienza monastica della Piccola Famiglia dell'Annunziata.<br />Ma più che a questi precedenti italiani, è Oltralpe che si deve guardare per capire lo spirito della nuova avventura di Enzo Bianchi: dapprima a fianco dell'Abbé Pierre, poi in quella Comunità di Taizé, fondata dal protestante Roger Schutz, dove fratelli di diverse confessioni cristiane condividevano la vita monastica. Ed infatti tra i primi che raggiunsero Bianchi a Bose c'era un pastore protestante; e c'era anche una donna. La Comunità di Bose si caratterizza così fin dalla sua fondazione per una duplice eterogeneità: cattolici e non cattolici, uomini e donne vivevano e pregavano insieme. Peculiarità che attirò l'attenzione del vescovo di Biella, mons. Carlo Rossi, che colpì la comunità con un interdetto, impedendo così la celebrazione dei sacramenti. Nemmeno un anno dopo, per intervento dell'"illuminato" cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino - quello per il quale il celibato doveva essere rivisto... - l'interdetto venne rimosso. Nel settembre 1983 l'importante fondazione della casa editrice Qiqajon.<br />L'ESPANSIONE DI BOSE<br />Il cardinal Pellegrino aprì la strada all'espansione di Bose, e soprattutto all'onnipresenza del suo fondatore sulle colonne delle principali testate italiane, nelle trasmissioni televisive, nelle sale di centri, parrocchie e diocesi. A Bose iniziava a recarsi la "gente che conta" della politica, della cultura, dell'economia, non solo per sedere alla mensa dell'ormai noto ristorante a cinque stelle del monastero (Bianchi aveva un vero e proprio culto della cucina), ma anche per impartire lezioni di storia, filosofia, politica. Bose era diventata la nuova Barbiana, la meta di pellegrinaggio dell'intellighenzia che non cerca la conversione alla fede cattolica, ma che cerca di convertire la fede cattolica al mondo. E Bianchi era il "profeta" di questa strana fede che si vorrebbe pura sequela di Cristo e del Vangelo, ma sistematicamente contestatrice della Chiesa e del suo Magistero.<br />Era nota l'insofferenza di "fratel Enzo" verso il pontificato di Giovanni Paolo II, reo ai suoi occhi di aver congelato lo slancio del Concilio; stima e avversione verso Ratzinger-Benedetto XVI, troppo acuto per essere ignorato, troppo cattolico per essere seguito. Poi il pontificato di Francesco, con Bianchi che strizzava gli occhi per un "sogno o son desto?", quasi incredulo che sul soglio pontificio ci fosse adesso un uomo con le sue stesse idee, smanioso di rivoluzionare la Chiesa, avviando processi, e che per di più non aveva tenuta nascosta la sua ammirazione verso il profeta di Bose.<br />Eppure fu proprio il Papa dei sogni a sferrare il colpo più doloroso della vita di fratel Enzo. La sua comunità, che ormai mal digeriva il continuo via vai a Bose, la costante esposizione mediatica del suo fondatore, il suo stile troppo autoritario di governo, il suo ego troppo invadente, fece giungere alla Santa Sede le proprie lamentele. Per disposizione di Francesco, Bianchi dovette prima dare le dimissioni e, nel maggio 2020, fare le valigie e lasciare la Comunità, per riparare a Torino. Al compimento del suo ottantesimo compleanno, Bianchi confidava: «Allora volevamo cambiare il mondo e la Chiesa, adesso che sono vecchio la mia grande lotta è contro l'eventualità che il mondo e la Chiesa mi cambino. Gli anni sono passati, e ci rendiamo conto di non essere riusciti a cambiare nulla. Mi sento uno sconfitto, ma rifarei tutto».<br />RIFARE TUTTO DACCAPO<br />E nel 2023, ad Albiano d'Ivrea, qualche chilometro più in là di Bose, fratel Enzo prova in effetti a rifare tutto insieme a quanti lo avevano seguito da Bose, con la fondazione della Casa della Madia: una grande cascina ristrutturata, una biblioteca di diecimila volumi e undici ettari di terreno, per dare vita ad un enorme orto, ospitare corsi di cucina, la sua passione, direttamente tenuti da fratel Enzo, e continuare la strada di "dialogo" con il mondo della cultura radical-chic, portato avanti a Bose per decenni. Un programma fitto, che vede nelle prossime settimane intervenire personaggi come Gad Lerner, Ferruccio De Bortoli, Franco Cardini, Massimo Cacciari; le figure giuste per continuare nell'ossessione di cambiare la Chiesa, senza correre il rischio di essere cambiati dalla Chiesa.<br />Perché in fondo per fratel Enzo, degno figlio del Sessantotto "cristiano", tra l'Evangelo e la Chiesa c'è un abisso e la sua pretesa missione era quella di riportare la Chiesa all'Evangelo. Una prospettiva che rivela quanto poco Enzo Bianchi fosse monaco e altrettanto poco riformatore, perché il vero monaco non ha altro fine che permettere alla grazia di cambiare se stesso e il vero riformatore sa che il Vangelo autentico è quello custodito e fedelmente trasmesso dalla Chiesa, non quello soggetto alle proprie interpretazioni.<br />Se la grande prova che Enzo Bianchi ha affrontato negli ultimi anni della sua vita non sembra esser servita a purificarlo dall'idea di dover cambiare la Chiesa (e il mondo), essa sembra però averlo reso più sensibile verso chi, nella Chiesa, deve vivere la discriminazione, l'ingiustizia e l'isolamento. Il suo recentissimo endorsement a favore della Messa in rito antico, partecipando alla celebrazione eucaristica nella chiesa della Misericordia di Torino il 19 luglio scorso, ha voluto essere un sincero segno di vicinanza verso tutti quei cattolici legati a questo rito nella comunione della Chiesa. Noi, fratel Enzo, lo vogliamo ricordare così. Requiescat in pace.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/75144747</guid><pubDate>Tue, 15 Sep 2026 18:58:59 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/75144747/morto_fratel_enzo_bianchi.mp3" length="7779553" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8662

MORTO ENZO BIANCHI, FIGLIO DEL '68 CRISTIANO
di Luisella Scrosati
 
È morto ieri, all'ospedale Molinette di Torino, all'età di 83 anni, Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità monastica di Bose....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8662" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8662</a><br /><br />MORTO ENZO BIANCHI, FIGLIO DEL '68 CRISTIANO<br />di Luisella Scrosati<br /> <br />È morto ieri, all'ospedale Molinette di Torino, all'età di 83 anni, Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità monastica di Bose. Era l'8 dicembre 1965, quando, abbandonati gli studi universitari nella Facoltà di Economia dell'Università di Torino, giovanissimo, Enzo Bianchi decise di andare a vivere da solo in una cascina a Bose, frazione del comune di Magnano, sul crinale della Serra d'Ivrea; appena tre anni dopo, nell'autunno del 1968, lo raggiunsero alcuni fratelli e sorelle di quello che, molto più tardi, il 29 luglio 2023, diverrà un Monastero sui iuris di diritto diocesano.<br />Erano gli anni dell'inquietudine cattolica, di un Concilio ecumenico i cui testi verranno letti da pochi, ma il cui "spirito" si pretendeva compreso da molti. Il desiderio di una qualche riforma era dentro il cuore di molti, e tra questi non mancava il giovane "monaco" piemontese. Erano anni in cui cresceva la febbre di ricercare nuove forme di vita religiosa e monastica. Prima di lui, don Divo Barsotti, si era ritirato sui colli fiorentini, a Settignano, cuore dell'esperienza della Comunità dei Figli di Dio, che, a differenza di Bose, era nata come esperienza laicale di "monaci nel mondo", per poi dar vita anche alla forma della vita comune; sempre prima di lui, Giuseppe Dossetti, lasciata la militanza politica, aveva dato vita all'esperienza monastica della Piccola Famiglia dell'Annunziata.<br />Ma più che a questi precedenti italiani, è Oltralpe che si deve guardare per capire lo spirito della nuova avventura di Enzo Bianchi: dapprima a fianco dell'Abbé Pierre, poi in quella Comunità di Taizé, fondata dal protestante Roger Schutz, dove fratelli di diverse confessioni cristiane condividevano la vita monastica. Ed infatti tra i primi che raggiunsero Bianchi a Bose c'era un pastore protestante; e c'era anche una donna. La Comunità di Bose si caratterizza così fin dalla sua fondazione per una duplice eterogeneità: cattolici e non cattolici, uomini e donne vivevano e pregavano insieme. Peculiarità che attirò l'attenzione del vescovo di Biella, mons. Carlo Rossi, che colpì la comunità con un interdetto, impedendo così la celebrazione dei sacramenti. Nemmeno un anno dopo, per intervento dell'"illuminato" cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino - quello per il quale il celibato doveva essere rivisto... - l'interdetto venne rimosso. Nel settembre 1983 l'importante fondazione della casa editrice Qiqajon.<br />L'ESPANSIONE DI BOSE<br />Il cardinal Pellegrino aprì la strada all'espansione di Bose, e soprattutto all'onnipresenza del suo fondatore sulle colonne delle principali testate italiane, nelle trasmissioni televisive, nelle sale di centri, parrocchie e diocesi. A Bose iniziava a recarsi la "gente che conta" della politica, della cultura, dell'economia, non solo per sedere alla mensa dell'ormai noto ristorante a cinque stelle del monastero (Bianchi aveva un vero e proprio culto della cucina), ma anche per impartire lezioni di storia, filosofia, politica. Bose era diventata la nuova Barbiana, la meta di pellegrinaggio dell'intellighenzia che non cerca la conversione alla fede cattolica, ma che cerca di convertire la fede cattolica al mondo. E Bianchi era il "profeta" di questa strana fede che si vorrebbe pura sequela di Cristo e del Vangelo, ma sistematicamente contestatrice della Chiesa e del suo Magistero.<br />Era nota l'insofferenza di "fratel Enzo" verso il pontificato di Giovanni Paolo II, reo ai suoi occhi di aver congelato lo slancio del Concilio; stima e avversione verso Ratzinger-Benedetto XVI, troppo acuto per essere ignorato, troppo cattolico per essere seguito. Poi il pontificato di Francesco, con Bianchi che strizzava gli occhi per un "sogno o son desto?", quasi incredulo che sul soglio...]]></itunes:summary><itunes:duration>487</itunes:duration><itunes:keywords>68,bose,enzobianchi,esilio,piaceallagentechepiace</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8c94d0dc4af17ae45f2fb84ad21ed0d6.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Supplet ecclesia? I due casi previsti non giustificano i lefebvriani</title><link>https://www.spreaker.com/episode/supplet-ecclesia-i-due-casi-previsti-non-giustificano-i-lefebvriani--73437718</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8615" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8615</a><br /><br />SUPPLET ECCLESIA? I DUE CASI PREVISTI NON GIUSTIFICANO I LEFEBVRIANI<br />di Luisella Scrosati<br /> <br />Tenendo in mente che la giurisdizione è data alla Chiesa e dunque la giurisdizione di supplenza si ha solo laddove la Chiesa ha stabilito di supplire, vediamo le due situazioni in cui effettivamente la Chiesa ha previsto di conferire una giurisdizione di supplenza (oltre al caso di pericolo di morte, già visto), indicate nel can. 144 (che ripropone il can. 209 del CIC 1917).<br />Il primo caso è quello dell'errore comune, che riguarda il giudizio che qualcuno ha una giurisdizione che in realtà non ha; per esempio, un giudice canonico che in realtà non ha ricevuto alcuna giurisdizione, un sacerdote che assiste al matrimonio, ma senza le necessarie facoltà, o un sacerdote che amministra il sacramento della penitenza, ma senza averne le facoltà.<br />Senza entrare nelle discussioni tra canonisti, possiamo presentare alcuni punti fermi. Il primo è dato dal sostantivo «errore»; non si tratta dunque di ignoranza ("non sapevo che"), di dubbio ("chissà se"), ma di un giudizio che si rivela essere errato circa il fatto che il soggetto in questione ha quella giurisdizione abituale che in realtà poi non ha.<br />Facciamo un esempio semplice: se i fedeli si vanno a confessare in un santuario giuridicamente eretto dal vescovo o dalla Santa Sede, essi giudicano, in virtù di alcuni elementi oggettivi, che il sacerdote che trovano di turno nel confessionale sia stato mandato lì dall'autorità competente e dunque abbia le facoltà per assolvere. Deve dunque esistere un giudizio erroneo che nasce da elementi oggettivi osservabili che lasciavano intendere che il sacerdote in questione avesse effettivamente la giurisdizione o le facoltà per compiere un certo ufficio. Se vedo un sacerdote in un confessionale di una chiesa eretta dal vescovo (come una chiesa parrocchiale, o un santuario), deduco che egli abbia l'autorizzazione del vescovo per confessare.<br />L'ERRORE DEVE RIGUARDARE UNA COMUNITÀ<br />Il secondo dato è indicato dall'aggettivo «comune»: l'errore deve infatti riguardare una comunità (per es. la comunità parrocchiale, la comunità diocesana, i fedeli che si recano in pellegrinaggio in un santuario, etc.), e non singole persone. A ben vedere, questo aspetto è collegato al precedente: se infatti gli elementi oggettivi osservabili depongono per ritenere ragionevolmente che la persona abbia la giurisdizione abituale, allora sarà un'intera comunità ad essere indotta in errore e non solo qualcuno. E la Chiesa supplisce proprio per proteggere la comunità cattolica da un errore per certi versi inevitabile, non singole persone che hanno giudicato erroneamente sulla base di ignoranza, ed ancor meno di quelle che hanno consapevolmente disatteso le indicazioni della Chiesa, rivolgendosi al ministero di sacerdoti illegittimi.<br />Veniamo alla FSSPX. Chiunque si rivolga ai sacerdoti della Fraternità sa molto bene che essi non hanno ricevuto alcuna giurisdizione abituale dall'Ordinario (eccettuate le facoltà per assolvere e, con l'autorizzazione dell'Ordinario, per assistere ai matrimoni, se autorizzati dai vescovi, a partire rispettivamente dall'anno 2016 e 2017, e che oggi sembrano essere state revocate); e sa anche molto bene che si sta rivolgendo a dei sacerdoti che esercitano in modo illegittimo il loro ministero, come la Chiesa ha sempre affermato, anche dopo che Benedetto XVI tolse le scomuniche ai quattro vescovi. Tant'è vero che li va a "scovare" appositamente nelle loro chiese e cappelle private, e non nei luoghi di culto eretti dall'Ordinario o dalla Sede Apostolica. Dunque, il principio della supplenza di giurisdizione non si applica a questa situazione ed altre analoghe (per esempio, quella dei sedevacantisti).<br />LO STATO DI NECESSITÀ<br />Rivendicare lo "stato di necessità" non ha alcuna rilevanza nell'applicazione della supplenza di giurisdizione per errore comune, perché non è la necessità a conferire la giurisdizione, ma la Chiesa. E, come si è detto, la Chiesa supplisce la giurisdizione quando intende supplirla, come indicato chiaramente dal diritto. I fedeli che si rivolgono a ministri che palesemente non hanno ricevuto alcuna giurisdizione abituale - fatto che la stessa FSSPX ammette, tant'è vero che poi cerca di giustificarsi ricorrendo al principio dell'Ecclesia supplet, e dunque alla giurisdizione di supplenza, - non sono nella situazione di «errore comune» prevista dal diritto. Al contrario, i fedeli che conoscono il difetto del potere di giurisdizione non devono richiedere al sacerdote atti che egli non può compiere.<br />Vediamo ora il caso del dubbio positivo e probabile. Se l'errore comune riguarda la comunità dei fedeli, che giudica che il sacerdote abbia una giurisdizione abituale che invece non ha, il dubbio positivo e probabile riguarda il ministro stesso, che ha un dubbio oggettivo di avere le facoltà per una certa situazione. Non si tratta di un dubbio qualsiasi; il dubbio è detto positivo e probabile, perché il ministro ha ragioni positive e probabili per ritenere di avere le facoltà abituali (che in realtà poi non ha), ma non la certezza assoluta; il piatto della bilancia pende sul lato della risposta affermativa, ma senza poter effettivamente escludere l'altra possibilità. Attenzione: non si tratta di un dubbio che riguarda la conoscenza dottrinale (ad es., non sapere che per assolvere validamente è necessario aver ricevuto le facoltà), ma del dubbio di avere o no le facoltà in quella particolare situazione che le richiederebbe. La Chiesa assicura che, in una siffatta, situazione, ella supplisce una eventuale mancanza di facoltà, al fine di liberare il sacerdote da eventuali scrupoli.<br />NÉ GIURISDIZIONE, NÉ FACOLTÀ ABITUALI<br />Ma anche questa situazione non si applica ai sacerdoti della FSSPX, che sanno benissimo di non avere giurisdizione né facoltà abituali (di nuovo, per la confessione e i matrimoni, almeno fino al 2016 e 2017), sanno benissimo che il loro ministero è considerato dalla Chiesa illecito, tant'è vero che esplicitamente si giustificano con la (malintesa) giurisdizione di supplenza. Attenzione a questa precisazione: il dubbio indicato nel can. 144 riguarda la giurisdizione e le facoltà abituali, non quelle conferite dalla supplenza della Chiesa. Spieghiamo meglio: la Chiesa supplisce quando il sacerdote ritiene probabilmente, senza averne la certezza, di possedere la facoltà abituali, conferitegli dall'Ordinario, ma non quando egli ritiene di avere le facoltà perché "tanto la Chiesa supplisce".<br />Se, per esempio, un sacerdote della FSSPX assiste ad un matrimonio senza averne ricevute le facoltà dal vescovo, egli non può giustificarsi rifacendosi alla supplenza della Chiesa, perché non vi è alcun dubbio positivo e probabile a riguardo: egli sa di non avere le facoltà abituali. Né i nubendi possono addurre l'errore comune, primo perché non c'è errore, ma semmai ignoranza (quando non volontà esplicita di agire diversamente da come comanda la Chiesa); secondo, perché non c'è una comunità cattolica in errore: nel momento in cui dei fedeli si rivolgono a ministri illegittimi, essi non possono essere considerati una comunità cattolica. Un tale matrimonio risulta dunque invalido.<br />Chiediamo scusa ai lettori per la difficoltà dell'argomento, ma purtroppo è la stessa FSSPX a fare ricorso a questi canoni per giustificare il proprio operato. Salvo poi accusare di legalismo chi ne mostra le falle.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/73437718</guid><pubDate>Tue, 04 Aug 2026 19:40:04 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/73437718/supplet_ecclesia.mp3" length="9706728" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8615

SUPPLET ECCLESIA? I DUE CASI PREVISTI NON GIUSTIFICANO I LEFEBVRIANI
di Luisella Scrosati
 
Tenendo in mente che la giurisdizione è data alla Chiesa e dunque la giurisdizione di supplenza si ha...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8615" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8615</a><br /><br />SUPPLET ECCLESIA? I DUE CASI PREVISTI NON GIUSTIFICANO I LEFEBVRIANI<br />di Luisella Scrosati<br /> <br />Tenendo in mente che la giurisdizione è data alla Chiesa e dunque la giurisdizione di supplenza si ha solo laddove la Chiesa ha stabilito di supplire, vediamo le due situazioni in cui effettivamente la Chiesa ha previsto di conferire una giurisdizione di supplenza (oltre al caso di pericolo di morte, già visto), indicate nel can. 144 (che ripropone il can. 209 del CIC 1917).<br />Il primo caso è quello dell'errore comune, che riguarda il giudizio che qualcuno ha una giurisdizione che in realtà non ha; per esempio, un giudice canonico che in realtà non ha ricevuto alcuna giurisdizione, un sacerdote che assiste al matrimonio, ma senza le necessarie facoltà, o un sacerdote che amministra il sacramento della penitenza, ma senza averne le facoltà.<br />Senza entrare nelle discussioni tra canonisti, possiamo presentare alcuni punti fermi. Il primo è dato dal sostantivo «errore»; non si tratta dunque di ignoranza ("non sapevo che"), di dubbio ("chissà se"), ma di un giudizio che si rivela essere errato circa il fatto che il soggetto in questione ha quella giurisdizione abituale che in realtà poi non ha.<br />Facciamo un esempio semplice: se i fedeli si vanno a confessare in un santuario giuridicamente eretto dal vescovo o dalla Santa Sede, essi giudicano, in virtù di alcuni elementi oggettivi, che il sacerdote che trovano di turno nel confessionale sia stato mandato lì dall'autorità competente e dunque abbia le facoltà per assolvere. Deve dunque esistere un giudizio erroneo che nasce da elementi oggettivi osservabili che lasciavano intendere che il sacerdote in questione avesse effettivamente la giurisdizione o le facoltà per compiere un certo ufficio. Se vedo un sacerdote in un confessionale di una chiesa eretta dal vescovo (come una chiesa parrocchiale, o un santuario), deduco che egli abbia l'autorizzazione del vescovo per confessare.<br />L'ERRORE DEVE RIGUARDARE UNA COMUNITÀ<br />Il secondo dato è indicato dall'aggettivo «comune»: l'errore deve infatti riguardare una comunità (per es. la comunità parrocchiale, la comunità diocesana, i fedeli che si recano in pellegrinaggio in un santuario, etc.), e non singole persone. A ben vedere, questo aspetto è collegato al precedente: se infatti gli elementi oggettivi osservabili depongono per ritenere ragionevolmente che la persona abbia la giurisdizione abituale, allora sarà un'intera comunità ad essere indotta in errore e non solo qualcuno. E la Chiesa supplisce proprio per proteggere la comunità cattolica da un errore per certi versi inevitabile, non singole persone che hanno giudicato erroneamente sulla base di ignoranza, ed ancor meno di quelle che hanno consapevolmente disatteso le indicazioni della Chiesa, rivolgendosi al ministero di sacerdoti illegittimi.<br />Veniamo alla FSSPX. Chiunque si rivolga ai sacerdoti della Fraternità sa molto bene che essi non hanno ricevuto alcuna giurisdizione abituale dall'Ordinario (eccettuate le facoltà per assolvere e, con l'autorizzazione dell'Ordinario, per assistere ai matrimoni, se autorizzati dai vescovi, a partire rispettivamente dall'anno 2016 e 2017, e che oggi sembrano essere state revocate); e sa anche molto bene che si sta rivolgendo a dei sacerdoti che esercitano in modo illegittimo il loro ministero, come la Chiesa ha sempre affermato, anche dopo che Benedetto XVI tolse le scomuniche ai quattro vescovi. Tant'è vero che li va a "scovare" appositamente nelle loro chiese e cappelle private, e non nei luoghi di culto eretti dall'Ordinario o dalla Sede Apostolica. Dunque, il principio della supplenza di giurisdizione non si applica a questa situazione ed altre analoghe (per esempio, quella dei sedevacantisti).<br />LO STATO DI NECESSITÀ<br />Rivendicare lo "stato di necessità" non...]]></itunes:summary><itunes:duration>607</itunes:duration><itunes:keywords>can299,codicedidirittocanonico,lefebvriani,statodinecessità,suppletecclesi</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0c3839170ba362347e6d50f42230e10f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La Fraternità San Pio X fa ricorso, ma le scomuniche restano</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-fraternita-san-pio-x-fa-ricorso-ma-le-scomuniche-restano--73221763</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8614" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8614</a><br /><br />LA FRATERNITA' SAN PIO X FA RICORSO, MA LE SCOMUNICHE RESTANO<br />di Luisella Scrosati<br /> <br />La notizia, ormai di dominio pubblico, è chiara: il 13 luglio scorso, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha annunciato di aver presentato un ricorso amministrativo preliminare contro il decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede del 2 luglio, che dichiarava la scomunica latæ sententiæ dei sei vescovi della FSSPX. Questo ricorso, detto anche "richiesta" o "rimostranza", necessario prima di presentare un ricorso gerarchico, ha lo scopo di mettere a conoscenza l'autorità che ha emanato l'atto di eventuali errori presenti nel proprio atto, così da poterlo correggere, riformulare, integrare o persino annullare.<br />Non così chiare sono invece le conseguenze di questo ricorso. La Casa generalizia di Menzingen si è affrettata a scrivere nel proprio comunicato, forse per tranquillizzare la coscienza in subbuglio di qualche fedele, che tale ricorso preliminare «ha l'effetto di sospendere l'esecuzione del decreto, conformemente al can. 1353 del Codice di Diritto Canonico». E così su giornali e siti d'informazione si è diffusa l'idea che le scomuniche sono sospese: tutti amici come prima.<br />Le cose però non stanno proprio così. Perché le scomuniche che colpiscono cinque dei sei vescovi riguardano il canone 1387, per aver consacrato ed essere stati consacrati vescovi senza mandato pontificio. Si tratta dunque di scomuniche latæ sententiæ, che decorrono non appena l'atto è stato compiuto. Questo significa che le scomuniche precedono il decreto con cui vengono semplicemente dichiarate dall'autorità competente, perché sono legate appunto all'atto compiuto, non ad una sentenza. Un atto inequivocabile, pubblico, compiuto davanti a migliaia di persone e trasmesso in tutto il mondo.<br />La Sede Apostolica ha peraltro già respinto la motivazione dello "stato di necessità", che la Fraternità continua ad esibire, quando, il 24 agosto 1996, il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi spiegava che «non si dà mai una necessità di ordinare Vescovi contro la volontà del Romano Pontefice, Capo del Collegio dei Vescovi. Ciò infatti significherebbe la possibilità di "servire" la Chiesa mediante un attentato contro la sua unità in materia connessa con i fondamenti stessi di questa unità».<br /><br />LA SCOMUNICA RESTA VALIDA<br />Pertanto quelle scomuniche restano "attive". A poter essere impugnato è infatti solo il decreto che dichiara le pene, non le pene stesse, perché non è stato il decreto a imporre la scomunica (così che sospeso il decreto è sospesa anche la censura imposta), ma l'atto compiuto dai vescovi. Il decreto ha semplicemente dichiarato quanto accaduto.<br />Il Dicastero per la Dottrina della Fede, che ha trenta giorni di tempo per prendere posizione, potrà non rispondere al ricorso preliminare (e allora la FSSPX potrà proseguire con il ricorso gerarchico), oppure apportare correzioni al decreto, o semplicemente confermare la propria interpretazione del diritto. Ma questo non cambierà nulla riguardo alle scomuniche, che potranno essere rimosse solo dalla Santa Sede, una volta che ci siano segnali di pentimento. Il Dicastero potrebbe anche scegliere la strada di chiedere al Papa l'approvazione in forma specifica ed in tale caso la FSSPX non potrà fare alcun ricorso gerarchico, perché un atto del Papa è inappellabile.<br />Un'altra questione riguarda il soggetto che ha presentato il ricorso. Stando al comunicato, questo soggetto sembra essere la FSSPX. Non conoscendo il testo, dobbiamo procedere necessariamente per ipotesi; ma se così fosse, il ricorso potrebbe essere respinto dal Dicastero per la semplice ragione che la Fraternità non gode di alcuna personalità giuridica nella Chiesa. Essa esisteva come pia unione di fedeli ad experimentum (per sei anni), eretta il 1° novembre 1970 dal vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, mons. François Charriere, e soppressa dallo stesso il 6 maggio 1975. Da quel momento la FSSPX cessa di esistere giuridicamente per la Chiesa, e pertanto un soggetto inesistente non può presentare un ricorso. Cosa che invece possono fare i singoli vescovi coinvolti.<br /><br />UNA CONTRADDIZIONE EVIDENTE<br />Posti tutti questi chiarimenti, non può passare inosservato questo fatto curioso. Nella dichiarazione letta il 1° luglio al posto del mandato apostolico, la FSSPX affermava «che qualsiasi pena o condanna mossa contro questo atto [di consacrazione episcopale] non ha alcun valore». Dunque decretava di ritenere nullo qualunque provvedimento sarebbe giunto dalla Sede apostolica. Il 6 luglio, dunque dopo la dichiarazione delle scomuniche, pubblicava sul proprio sito un lungo articolo che rigettava nel dettaglio ogni singola affermazione del decreto e della nota esplicativa: nessuno è scomunicato, i sacramenti amministrati sono tutti legittimi, confessione e matrimonio sono validi. Il 9 luglio, stessa musica: niente scisma, niente scomuniche, niente sacramenti illegittimi o invalidi.<br />Dunque, quella FSSPX che ha già stabilito che nessuna sanzione proveniente dalla Santa Sede contro di lei dev'essere considerata valida, che nessuna dichiarazione nei suoi confronti ha valore, che nei suoi confronti non si applica il canone relativo alle consacrazioni senza mandato, adesso presenta un ricorso amministrativo a norma del diritto «in spirito di rispetto verso l'autorità ecclesiastica e di fedele attaccamento alla giustizia, alla verità e al bene della Chiesa». Va da sé che se quella rispettabile autorità dovesse, com'è probabile, confermare le sanzioni, allora essa non dev'essere seguita. Ovviamente, con tutto il rispetto.<br />Anche per le consacrazioni del 1° luglio, la FSSPX vantava la sua deferenza verso la Sede apostolica per aver inviato a Roma i dossier relativi ai nuovi quattro vescovi, come avviene per prassi, segno del proprio attaccamento al successore di Pietro. Peccato però che ciò avviene precisamente perché è il Romano pontefice ad avere il diritto, in forza del primato, di scegliere i vescovi da consacrare, se concedere il mandato o rifiutarlo, mentre invece la Fraternità aveva messo il Papa di fronte a decisioni già prese e non ritrattabili.<br />Don Davide Pagliarani, che con tanto zelo, nell'omelia in occasione delle consacrazioni, si stracciava le vesti per esprimere il suo amore al papato e il suo sdegno per «l'umiliazione del Papa», non si fa troppi scrupoli nel prendere decisioni che suonano come una presa per il naso della Sede apostolica; per la serie: noi vi riconosciamo a parole, ma si fa comunque come diciamo noi. Nessuna sorpresa: è la prosecuzione di quella "logica" sofistica per cui non si è scismatici perché si nomina il papa nel Canone, si mette la sua foto in sacristia, si prega per lui, e adesso - udite, udite - si fa persino un ricorso canonico, che è la prova provata del fatto che riconosciamo l'autorità del papa. Ma poi si agisce abitualmente senza tenere conto della sua autorità. A parole si difende il primato di Pietro, nei fatti lo si nega sistematicamente; non si resiste ad eventuali ordini contro la legge di Dio, ma ci si sottrae sistematicamente alla sua autorità.<br />È la quintessenza di quella divaricazione tra fede professata e fede praticata che richiama alla memoria il pontificato di papa Francesco. Alla fine Pagliarani e Bergoglio non sono così lontani.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/73221763</guid><pubDate>Tue, 28 Jul 2026 20:33:52 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/73221763/la_fraternita_san_pio_x_fa_ricorso.mp3" length="8310779" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8614

LA FRATERNITA' SAN PIO X FA RICORSO, MA LE SCOMUNICHE RESTANO
di Luisella Scrosati
 
La notizia, ormai di dominio pubblico, è chiara: il 13 luglio scorso, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8614" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8614</a><br /><br />LA FRATERNITA' SAN PIO X FA RICORSO, MA LE SCOMUNICHE RESTANO<br />di Luisella Scrosati<br /> <br />La notizia, ormai di dominio pubblico, è chiara: il 13 luglio scorso, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha annunciato di aver presentato un ricorso amministrativo preliminare contro il decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede del 2 luglio, che dichiarava la scomunica latæ sententiæ dei sei vescovi della FSSPX. Questo ricorso, detto anche "richiesta" o "rimostranza", necessario prima di presentare un ricorso gerarchico, ha lo scopo di mettere a conoscenza l'autorità che ha emanato l'atto di eventuali errori presenti nel proprio atto, così da poterlo correggere, riformulare, integrare o persino annullare.<br />Non così chiare sono invece le conseguenze di questo ricorso. La Casa generalizia di Menzingen si è affrettata a scrivere nel proprio comunicato, forse per tranquillizzare la coscienza in subbuglio di qualche fedele, che tale ricorso preliminare «ha l'effetto di sospendere l'esecuzione del decreto, conformemente al can. 1353 del Codice di Diritto Canonico». E così su giornali e siti d'informazione si è diffusa l'idea che le scomuniche sono sospese: tutti amici come prima.<br />Le cose però non stanno proprio così. Perché le scomuniche che colpiscono cinque dei sei vescovi riguardano il canone 1387, per aver consacrato ed essere stati consacrati vescovi senza mandato pontificio. Si tratta dunque di scomuniche latæ sententiæ, che decorrono non appena l'atto è stato compiuto. Questo significa che le scomuniche precedono il decreto con cui vengono semplicemente dichiarate dall'autorità competente, perché sono legate appunto all'atto compiuto, non ad una sentenza. Un atto inequivocabile, pubblico, compiuto davanti a migliaia di persone e trasmesso in tutto il mondo.<br />La Sede Apostolica ha peraltro già respinto la motivazione dello "stato di necessità", che la Fraternità continua ad esibire, quando, il 24 agosto 1996, il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi spiegava che «non si dà mai una necessità di ordinare Vescovi contro la volontà del Romano Pontefice, Capo del Collegio dei Vescovi. Ciò infatti significherebbe la possibilità di "servire" la Chiesa mediante un attentato contro la sua unità in materia connessa con i fondamenti stessi di questa unità».<br /><br />LA SCOMUNICA RESTA VALIDA<br />Pertanto quelle scomuniche restano "attive". A poter essere impugnato è infatti solo il decreto che dichiara le pene, non le pene stesse, perché non è stato il decreto a imporre la scomunica (così che sospeso il decreto è sospesa anche la censura imposta), ma l'atto compiuto dai vescovi. Il decreto ha semplicemente dichiarato quanto accaduto.<br />Il Dicastero per la Dottrina della Fede, che ha trenta giorni di tempo per prendere posizione, potrà non rispondere al ricorso preliminare (e allora la FSSPX potrà proseguire con il ricorso gerarchico), oppure apportare correzioni al decreto, o semplicemente confermare la propria interpretazione del diritto. Ma questo non cambierà nulla riguardo alle scomuniche, che potranno essere rimosse solo dalla Santa Sede, una volta che ci siano segnali di pentimento. Il Dicastero potrebbe anche scegliere la strada di chiedere al Papa l'approvazione in forma specifica ed in tale caso la FSSPX non potrà fare alcun ricorso gerarchico, perché un atto del Papa è inappellabile.<br />Un'altra questione riguarda il soggetto che ha presentato il ricorso. Stando al comunicato, questo soggetto sembra essere la FSSPX. Non conoscendo il testo, dobbiamo procedere necessariamente per ipotesi; ma se così fosse, il ricorso potrebbe essere respinto dal Dicastero per la semplice ragione che la Fraternità non gode di alcuna personalità giuridica nella Chiesa. Essa esisteva come pia unione di fedeli ad experimentum (per sei anni), eretta il 1° novembre...]]></itunes:summary><itunes:duration>520</itunes:duration><itunes:keywords>contraddizione,fraternitàsanpiox,lataesententiae,ricorso,scomunica</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/111889e834e6e3b5213c08f82e55fa49.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Lefebvriani, non bastano le parole se i fatti sono scismatici</title><link>https://www.spreaker.com/episode/lefebvriani-non-bastano-le-parole-se-i-fatti-sono-scismatici--73085353</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8607" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8607</a><br /><br />LEFEBVRIANI, NON BASTANO LE PAROLE SE I FATTI SONO SCISMATICI<br />di Luisella Scrosati<br /> <br />Ma perché se la Fraternità Sacerdotale San Pio X non è eretica è stata scomunicata? La scomunica è un atto ingiusto, che invece dovrebbe essere scagliato contro i veri eretici. Suona più o meno così la terza obiezione che si muove alla scomunica dichiarata dalla Santa Sede, in seguito alle consacrazioni episcopali del 1° luglio scorso.<br />Un primo chiarimento si impone: la Santa Sede non ha imposto alcuna scomunica, ma si è limitata a dichiarare una scomunica automatica dei sei vescovi per aver compiuto una consacrazione episcopale senza mandato e contro la volontà espressa del Romano Pontefice. Dunque, la causa della scomunica non è l'avversione del Papa alla Fraternità Sacerdotale San Pio X o un giudizio sommario del Dicastero competente, ma il fatto compiuto dai vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X nonostante l'ammonimento formale e pubblico della Santa Sede a non procedere.<br />Ora, il punto da comprendere è che l'episcopato è ordinato di per sé a reggere la Chiesa di Cristo, e dunque non è mai possibile conferire il terzo grado dell'ordine sacro contrariamente alla volontà espressa del Papa, che del corpo episcopale è, per volontà di Cristo, il capo. Ancor meno è possibile farlo con lo scopo di garantire l'autonomia sacramentale di un particolare gruppo dalla gerarchia cattolica. Se poi queste consacrazioni vengono compiute con il fine dichiarato di dare alla Chiesa un «episcopato veramente cattolico», allora allo scisma si aggiunge l'eresia, perché appartiene all'indefettibilità della Chiesa che sempre esiste ed esisterà un episcopato veramente cattolico nel successore di Pietro e nei vescovi in comunione con lui, a prescindere dal fatto che si tratti di buoni vescovi o meno.<br />Un aspetto che si fa fatica a far capire alle persone è che la scomunica latæ sententiæ non scatta solo per l'eresia o per l'apostasia, ma anche per lo scisma, per la profanazione dell'Eucaristia, per la violazione del segreto confessionale, per l'assoluzione del complice, etc. Ritenere che i vescovi non dovevano essere scomunicati perché (forse) non sono eretici, sarebbe come dire che i ladri non vanno condannati perché non sono stupratori... Si tratta di peccati distinti e di delitti canonici distinti.<br /><br />UN DELITTO CANONICO CHE PREVEDE LA SCOMUNICA AUTOMATICA<br />Dunque, i sei vescovi hanno compiuto sotto gli occhi di tutti un delitto canonico ben specifico che prevede la scomunica automatica, e la Santa Sede ha giustamente dichiarato (non imposto) tale scomunica. Per quanti si rifugiano in presunti precedenti non sanzionati, come quello di sant'Atanasio e del cardinale Slipyj, facciamo notare che si tratta di riferimenti errati e rimandiamo ai rispettivi link per la dimostrazione. Quanto al parallelo con gli attuali vescovi cinesi ordinati senza il mandato del Papa, rimandiamo ad un prossimo articolo.<br />La Nota esplicativa che accompagna la Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede si riferisce anche alla scomunica latæ sententiæ per scisma dei chierici della Fraternità Sacerdotale San Pio X e, con importanti e doverose distinzioni, dei fedeli laici che vi aderiscono formalmente. Non entriamo nel pur legittimo ed importante dibattito circa il potere di una Nota esplicativa di dichiarare delle scomuniche non presenti nel Decreto; facciamo solo notare che il delitto di scisma prevede una scomunica latæ sententiæ che non dev'essere necessariamente dichiarata.<br />E questo ci porta all'altro grande nodo della questione. Secondo la Fraternità Sacerdotale San Pio X e molti dei suoi sostenitori, non vi sarebbe alcuno scisma perché non c'è dichiaratamente alcuna intenzione di voler compiere uno scisma, di voler costituire una gerarchia parallela. Ed in effetti la Fraternità Sacerdotale San Pio X non fa altro che esprimere pubblicamente la propria contrarietà allo scisma. Ma ciò è sufficiente a non commettere effettivamente uno scisma? In fondo, anche molti di coloro che compiono l'eutanasia protestano di non voler commettere alcun omicidio, ma semplicemente di voler aiutare la persona a porre fine alle proprie sofferenze; o molti di quelli che ricorrono alla contraccezione non dicono affatto di non volere figli, ma semplicemente di voler distanziare le nascite.<br />Quello che perciò dev'essere verificato è l'intenzionalità dell'atto, non la semplice intenzione soggettiva. Il Codice di Diritto Canonico definisce lo scisma come «il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti». È dunque chiaro che non ogni disobbedienza o ribellione costituisce uno scisma, né la contestazione del Magistero del Papa si configura di per sé come tale; si tratta invece di un rifiuto abituale e concreto di sottomettersi al Papa e di comunicare con gli altri membri della Chiesa.<br />Due testi possono aiutare a chiarire ulteriormente. Il primo, un classico, è del Caietanus, nel suo commento all'articolo della Summa Theologiæ che tratta dello scisma: «È scismatico chi rifiuta di agire come parte della Chiesa. Poco importa la ragione: dal momento in cui ci si rifiuta di comportarsi come parte di un'unica Chiesa cattolica, si cade nello scisma. Per quanto diverse siano le ragioni e le passioni che spingono i cristiani a sottrarsi alla comunione, a voler santificare ed essere santificati, a insegnare ed essere istruiti, a dirigere ed essere diretti [...] non più come parti della Chiesa cattolica, ma come se fossero essi stessi un "tutto" a sé stante, questi sono scismatici».<br /><br />UN CORPO A SÉ STANTE<br />Il grosso problema della Fraternità Sacerdotale San Pio X sta proprio nel rifiuto sistematico di agire come parte del tutto, ponendosi di fatto come un corpo a sé stante. Anche se a parole si dice il contrario, nei fatti la Fraternità Sacerdotale San Pio X agisce in una indipendenza totale dai vescovi locali e dalla Sede Apostolica. Le recenti e passate consacrazioni episcopali sono state poste in atto precisamente per poter continuare in questa completa autonomia. Per riprendere il Gaetano, nella Fraternità Sacerdotale San Pio X sia la santificazione mediante i sacramenti, sia l'insegnamento, sia il governo sono esercitati nella più totale indipendenza dalle legittime autorità della Chiesa, rifiutandosi di ricevere i sacramenti al di fuori della Fraternità Sacerdotale San Pio X, di recepire gli insegnamenti del Magistero, di essere governati dalla Santa Sede. L'oggetto dello scisma non è quello di fondare un'altra chiesa, o una gerarchia parallela, ma di sottrarsi abitualmente all'autorità della gerarchia legittima; ed è precisamente quello che la Fraternità Sacerdotale San Pio X compie da decenni.<br />È molto significativo quanto il cardinale Journet scriveva nel suo capolavoro di ecclesiologia, L'Église du Verbe incarné; lo scismatico non lo si riconosce necessariamente per una dichiarata intenzione soggettiva di voler costituire una chiesa parallela, di rifiutare in linea teorica la comunione con la Chiesa (in questo caso, Journet, citando la voce Schisme nel Dictionnaire de Théologie Catholique e riferendosi al Gaetano, parla di scisma diretto), ma per il fatto che la volontà si orienta «direttamente e come suo oggetto non verso il rifiuto della comunione, ma verso una cosa che [...] comporta la rottura della comunione» (scisma indiretto). E continua: «Al limite, si avrebbe il caso dello scismatico suo malgrado, un caso meno fantasioso di quanto si pensi: quello dell'uomo che non vuole separarsi dall'unità ma che compie determinate azioni o le compie in un certo modo, e che si ostina a compierle in modo tale che la rottura ne derivi inevitabilmente»; come fu già il caso di Ignaz von Döllinger, sacerdote e teologo, che «ha sempre ribadito la sua volontà di restare nell'unità e mai volle accettare l'etichetta di vetero-cattolico» (vol. 2, p. 829).<br />La Fraternità Sacerdotale San Pio X è purtroppo almeno in questa situazione di scisma "suo malgrado", perché, nonostante protesti fedeltà al Papa e alla Chiesa, pone in atto sistematicamente delle azioni che comportano una rottura, di cui la più evidente è quella delle consacrazioni episcopali illegittime. A ragione dunque il Dicastero parla anche di scisma e ricorda la scomunica latæ sententiæ per coloro che vi aderiscono. Anche se non dichiarata.<br /><br /><b>Nota di BastaBugie:</b> <i>l'autrice del precedente articolo, Luisella Scrosati, nell'articolo seguente dal titolo "Cina-Écône, chi estorce la regolarizzazione e chi la rifiuta" spiega perché è diverso il caso dei vescovi della Fraternità rispetto a quelli imposti da Pechino. Questi ultimi di fatto si autoinvitano in comunione con Roma, mentre i primi se ne autoescludono per operare in proprio. Le nomine governative cinesi restano discutibili. ma non giustificano lo scisma lefebvriano.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 16 luglio 2026:</i><br />Dobbiamo oggi affrontare l'obiezione dei due pesi e delle due misure: in Cina si consacrano vescovi senza alcun mandato della Sede Apostolica, per volontà di un governo ateo e comunista, e il Vaticano non scomunica nessuno; la Fraternità Sacerdotale San Pio X consacra quattro vescovi e il giorno dopo il Dicastero per la Dottrina della Fede dichiara le scomuniche. A questa obiezione se ne associa un'altra: il Papa non poteva riconoscere i vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, visto che riconosce quelli cinesi?<br />Incominciamo da una constatazione di circostanza. L'accordo Cina-Vaticano, mediato dalla S]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/73085353</guid><pubDate>Tue, 21 Jul 2026 20:01:45 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/73085353/lefebvriani_non_bastano_le_parole_se_i_fatti_sono_scismatici.mp3" length="19100813" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8607

LEFEBVRIANI, NON BASTANO LE PAROLE SE I FATTI SONO SCISMATICI
di Luisella Scrosati
 
Ma perché se la Fraternità Sacerdotale San Pio X non è eretica è stata scomunicata? La scomunica è un atto...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8607" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8607</a><br /><br />LEFEBVRIANI, NON BASTANO LE PAROLE SE I FATTI SONO SCISMATICI<br />di Luisella Scrosati<br /> <br />Ma perché se la Fraternità Sacerdotale San Pio X non è eretica è stata scomunicata? La scomunica è un atto ingiusto, che invece dovrebbe essere scagliato contro i veri eretici. Suona più o meno così la terza obiezione che si muove alla scomunica dichiarata dalla Santa Sede, in seguito alle consacrazioni episcopali del 1° luglio scorso.<br />Un primo chiarimento si impone: la Santa Sede non ha imposto alcuna scomunica, ma si è limitata a dichiarare una scomunica automatica dei sei vescovi per aver compiuto una consacrazione episcopale senza mandato e contro la volontà espressa del Romano Pontefice. Dunque, la causa della scomunica non è l'avversione del Papa alla Fraternità Sacerdotale San Pio X o un giudizio sommario del Dicastero competente, ma il fatto compiuto dai vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X nonostante l'ammonimento formale e pubblico della Santa Sede a non procedere.<br />Ora, il punto da comprendere è che l'episcopato è ordinato di per sé a reggere la Chiesa di Cristo, e dunque non è mai possibile conferire il terzo grado dell'ordine sacro contrariamente alla volontà espressa del Papa, che del corpo episcopale è, per volontà di Cristo, il capo. Ancor meno è possibile farlo con lo scopo di garantire l'autonomia sacramentale di un particolare gruppo dalla gerarchia cattolica. Se poi queste consacrazioni vengono compiute con il fine dichiarato di dare alla Chiesa un «episcopato veramente cattolico», allora allo scisma si aggiunge l'eresia, perché appartiene all'indefettibilità della Chiesa che sempre esiste ed esisterà un episcopato veramente cattolico nel successore di Pietro e nei vescovi in comunione con lui, a prescindere dal fatto che si tratti di buoni vescovi o meno.<br />Un aspetto che si fa fatica a far capire alle persone è che la scomunica latæ sententiæ non scatta solo per l'eresia o per l'apostasia, ma anche per lo scisma, per la profanazione dell'Eucaristia, per la violazione del segreto confessionale, per l'assoluzione del complice, etc. Ritenere che i vescovi non dovevano essere scomunicati perché (forse) non sono eretici, sarebbe come dire che i ladri non vanno condannati perché non sono stupratori... Si tratta di peccati distinti e di delitti canonici distinti.<br /><br />UN DELITTO CANONICO CHE PREVEDE LA SCOMUNICA AUTOMATICA<br />Dunque, i sei vescovi hanno compiuto sotto gli occhi di tutti un delitto canonico ben specifico che prevede la scomunica automatica, e la Santa Sede ha giustamente dichiarato (non imposto) tale scomunica. Per quanti si rifugiano in presunti precedenti non sanzionati, come quello di sant'Atanasio e del cardinale Slipyj, facciamo notare che si tratta di riferimenti errati e rimandiamo ai rispettivi link per la dimostrazione. Quanto al parallelo con gli attuali vescovi cinesi ordinati senza il mandato del Papa, rimandiamo ad un prossimo articolo.<br />La Nota esplicativa che accompagna la Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede si riferisce anche alla scomunica latæ sententiæ per scisma dei chierici della Fraternità Sacerdotale San Pio X e, con importanti e doverose distinzioni, dei fedeli laici che vi aderiscono formalmente. Non entriamo nel pur legittimo ed importante dibattito circa il potere di una Nota esplicativa di dichiarare delle scomuniche non presenti nel Decreto; facciamo solo notare che il delitto di scisma prevede una scomunica latæ sententiæ che non dev'essere necessariamente dichiarata.<br />E questo ci porta all'altro grande nodo della questione. Secondo la Fraternità Sacerdotale San Pio X e molti dei suoi sostenitori, non vi sarebbe alcuno scisma perché non c'è dichiaratamente alcuna intenzione di voler compiere uno scisma, di voler costituire una gerarchia parallela. 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Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha emesso, nella giornata di ieri, 2 luglio, l'atteso Decreto con cui si notificano le scomuniche latæ sententiæ, in cui sono incorsi i due vescovi consacranti e i quattro nuovi vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Doppio è il delitto canonico dichiarato: quello per aver consacrato dei vescovi senza mandato e contro la volontà del papa (can. 1387) e quello di scisma (can. 1364 § 1). Si tratta di due delitti distinti, ognuno dei quali prevede la scomunica latæ sententiæ.<br />Curiosamente, per mons. Bernard Fellay, conconsacrante, viene dichiarata la sola scomunica per scisma, come già avvenne nel 1988 con mons. De Castro Mayer, che assisteva mons. Lefebvre nella consacrazione illegittima dei vescovi. Il Dicastero ammonisce inoltre «i chierici e i fedeli laici a non aderire allo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X, perché incorrerebbero ipso facto» nella stessa scomunica.<br />Nella Nota esplicativa che accompagna il Decreto vengono fatte ulteriori precisazioni, che spiegano come la scomunica latæ sententiæ per adesione allo scisma - dunque, non evidentemente quella per consacrazione senza mandato -, si estenda ai «ministri sacri appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X» e a quei fedeli laici «che aderiscono formalmente alla Fraternità Sacerdotale San Pio X alle condizioni stabilite nella Nota esplicativa dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 1996 (cfr. ibidem, 7), ancora vigente, che questo Dicastero fa propria».<br />Il cardinale Julián Herranz, prefetto del suddetto Pontificio Consiglio, spiegava che «nel caso dei diaconi e dei sacerdoti lefebvriani sembra indubbio che la loro attività ministeriale nell'ambito del movimento scismatico è un segno più che evidente del fatto che [...] vi è una adesione formale» (§ 6) allo scisma, in quanto espressione sia di una condivisione delle posizioni scismatiche della Fraternità sacerdotale San Pio X che delle azioni conseguenti a tale convinzione, come quella della «partecipazione esclusiva agli atti "ecclesiali" lefebvriani, senza prendere parte agli atti della Chiesa Cattolica» (§ 6).<br />SACRAMENTI ILLECITI<br />Quanto ai fedeli, già allora si indicava che è l'«adesione formale», ossia il fare proprio «l'atteggiamento di disunione dottrinale e disciplinare di tale movimento» (§ 7), a manifestare l'adesione allo scisma (con conseguente scomunica) e non la semplice frequentazione occasionale agli atti liturgici o altre iniziative della Fraternità sacerdotale San Pio X.<br />La Nota di ieri indica ulteriormente «che i ministri sacri della Fraternità Sacerdotale San Pio X amministrano illecitamente i sacramenti e che il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio da loro assistito sono invalidi». A quanto pare, il Dicastero ritiene conseguenza della pena della scomunica non solo la proibizione di celebrare, ricevere ed amministrare i sacramenti, ma anche la revoca delle facoltà (che ricordiamo essere necessarie per amministrare non solo lecitamente ma anche validamente i sacramenti della penitenza e del matrimonio).<br />Ora, qui sembra sussistere un problema quanto alla revoca delle facoltà per la confessione. Infatti, fu una Lettera Apostolica di papa Francesco, Misericordia et misera (n. 12), a concedere ai sacerdoti della Fraternità sacerdotale San Pio X le facoltà di assolvere validamente. Un Dicastero, in un documento che non ha ricevuto (almeno per ora) l'approvazione specifica del papa, può revocare l'atto di un pontefice? La mancata approvazione in forma specifica del papa lascia dunque aperto un dubbio su una questione di estrema importanza. Per i matrimoni il problema sembra diverso, perché si trattò di una lettera dell'Ecclesia Dei che incoraggiava gli Ordinari a concedere le facoltà per assistere canonicamente ai matrimoni.<br />Resta però chiaro che tutti i sacramenti amministrati dai sacerdoti della Fraternità sacerdotale San Pio X e la celebrazione della Messa permangono illeciti, ed è pertanto ordinariamente proibito al fedele di accostarvisi.<br />IL VALORE GIURIDICO DELLA NOTA ESPLICATIVA<br />Un problema ulteriore sembra sorgere sul senso di questa Nota esplicativa: qual è il suo valore giuridico? È assimilabile a quello del decreto? Perché le sanzioni esposte nella Nota non sono state riportate direttamente nel Decreto? In effetti, una Nota esplicativa non rientra tra gli atti dotati di efficacia penale. Questo non significa evidentemente che la scomunica latæ sententiæ per scisma (e lo scisma c'è) non riguardi chi vi aderisce, perché questo è già previsto dal diritto canonico. Ma, riguardo alle censure, un conto è la scomunica non dichiarata, che ha conseguenze comunque assai serie in foro interno sulla persona, e un conto quella dichiarata, da cui conseguono le corrispondenti censure giuridiche.<br />Restando dunque il dubbio sul valore giuridico del documento accompagnatorio, le uniche censure effettivamente dichiarate sembrano essere quelle dei vescovi; per i sacerdoti e i fedeli "assidui", esiste un'effettiva adesione allo scisma, e la conseguente scomunica, ma non dichiarata.<br />Appare dunque esserci più di un problema nei documenti emessi dal Dicastero, con conseguente confusione per tutta la Chiesa (come di consueto, da un po' di tempo a questa parte).<br />Tra questi, la curiosa indicazione «Prot. n. 99/2009», malgrado il documento sia correttamente datato 2 luglio 2026: quale documento è stato riesumato e modificato? Domanda non irrilevante, dal momento che il valore giuridico si esprime anche nella forma.<br />Il Dicastero ha altresì reso noto un documento relativo alla prassi da adottare per la riconciliazione di laici e fedeli proveniente dalla Fraternità sacerdotale San Pio X. In sostanza, il cardinale Fernández respinge al mittente la proposta che il cardinale Müller ha lanciato in Concistoro (e ribadita ieri nell'intervista alla Bussola) di creare una sorta di Ecclesia Dei 2.0 per agevolare il rientro di chi ha deciso di non seguire lo scisma. Secondo il Dicastero, ogni sacerdote dovrà sostanzialmente cercarsi un vescovo che lo accolga ad experimentum, per poi eventualmente procedere all'incardinazione. Il sacerdote dovrà prima chiedere al papa la remissione delle censure, firmare la Professio fidei e la Forma adhæsionis, ove si promette fedeltà al papa, si accetta la dottrina presente in Lumen gentium 25, si riconosce la validità della Messa e dei sacramenti frutto della riforma liturgica e si riconosce la disciplina della Chiesa, presente in particolare nel Codice di Diritto Canonico. [...]<br />Nota di BastaBugie: l'autrice del precedente articolo, Luisella Scrosati, nell'articolo seguente dal titolo "Vescovi consacrati a Écône, uno strappo contro la Tradizione" parla dei quattro candidati della Fraternità San Pio X che hanno ricevuto la consacrazione episcopale senza mandato pontificio, al posto del quale è stata letta una giustificazione dell'atto scismatico. Ma è lo stesso rito celebrato ieri a mostrare le falle teologiche di un episcopato che pretende di riconoscere il primato petrino solo a parole. Pretesa bocciata già dal beato Pio IX. <br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 2 luglio 2026: <br />L'atto scismatico è compiuto. Ad Ecône, i quattro candidati, Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry, Marc Hanappier, sono stati consacrati vescovi, contro l'espresso divieto di papa Leone XIV, incorrendo pertanto, insieme al vescovo consacrante, mons. Alfonso de Galarreta, e al co-consacrante, mons. Bernard Fellay, nella scomunica latæ sententiæ.<br />Occorrerà attendere una dichiarazione della Santa Sede per comprendere meglio tutte le conseguenze di questo gesto, che già nel 1988 venne chiaramente definito una «disobbedienza che porta con sé un rifiuto pratico del Primato romano» e che pertanto «costituisce un atto scismatico» (Ecclesia Dei, § 3). Rispetto alle consacrazioni illecite del 30 giugno 1988, si registra una "novità"; alla domanda che introduce il rito «Habetis mandatum apostolicum?» (Avete il mandato apostolico?), questa volta è mancata la risposta «Habemus», che nel 1988 venne data, con la giustificazione che la Santa Sede, nel percorso per trovare un accordo con mons. Lefebvre, aveva promesso la consacrazione di un vescovo della Fraternità sacerdotale San Pio X. In sostituzione è stata letta una sorta di giustificazione dell'atto scismatico, facendo riferimento alle «circostanze eccezionali» che autorizzerebbero delle consacrazioni episcopali contro la volontà del papa, come mezzo proporzionato alla crisi presente; «dal Concilio Vaticano II fino ad oggi, le autorità della Chiesa manifestano un atteggiamento contrario alla fede e agiscono contro la sacra Tradizione». Nello stesso testo, si trova anche l'affermazione che «le eventuali pene e censure» che verranno comunicate dalla Santa Sede «non hanno nessun valore».<br />L'omelia del Superiore generale, don Davide Pagliarani, non poteva illustrare meglio quell'errore fondamentale che ha purtroppo guidato le decisioni di mons. Lefebvre e della Fraternità sacerdotale San Pio X. Di fronte al dilemma di scegliere tra la fede e la Chiesa, che correttamente don Pagliarani definisce «falso», egli replica che «si appartiene alla Chiesa innanzitutto per la professione integrale della fede. Si appartiene alla Chiesa perché si professa la fede della C]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72853595</guid><pubDate>Tue, 07 Jul 2026 18:57:16 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72853595/scomunica_ai_vescovi_lefebvriani.mp3" length="17423961" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8600

SCOMUNICA AI VESCOVI LEFEBVRIANI, PER GLI ALTRI C'E' MA NON SI VEDE
Al posto del mandato pontificio è stata letta una (pseudo) giustificazione dell'atto scismatico, ma i sacramenti dei lefebvriani...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8600<br /><br />SCOMUNICA AI VESCOVI LEFEBVRIANI, PER GLI ALTRI C'E' MA NON SI VEDE<br />Al posto del mandato pontificio è stata letta una (pseudo) giustificazione dell'atto scismatico, ma i sacramenti dei lefebvriani sono illeciti ed è proibito accostarvisi<br />di Luisella Scrosati<br /> <br />Dopo la tempesta meteorologica che ha travolto i fedeli durante le consacrazioni del 1° luglio, un'altra ben più grave perturbazione si abbatte su Ecône. Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha emesso, nella giornata di ieri, 2 luglio, l'atteso Decreto con cui si notificano le scomuniche latæ sententiæ, in cui sono incorsi i due vescovi consacranti e i quattro nuovi vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Doppio è il delitto canonico dichiarato: quello per aver consacrato dei vescovi senza mandato e contro la volontà del papa (can. 1387) e quello di scisma (can. 1364 § 1). Si tratta di due delitti distinti, ognuno dei quali prevede la scomunica latæ sententiæ.<br />Curiosamente, per mons. Bernard Fellay, conconsacrante, viene dichiarata la sola scomunica per scisma, come già avvenne nel 1988 con mons. De Castro Mayer, che assisteva mons. Lefebvre nella consacrazione illegittima dei vescovi. Il Dicastero ammonisce inoltre «i chierici e i fedeli laici a non aderire allo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X, perché incorrerebbero ipso facto» nella stessa scomunica.<br />Nella Nota esplicativa che accompagna il Decreto vengono fatte ulteriori precisazioni, che spiegano come la scomunica latæ sententiæ per adesione allo scisma - dunque, non evidentemente quella per consacrazione senza mandato -, si estenda ai «ministri sacri appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X» e a quei fedeli laici «che aderiscono formalmente alla Fraternità Sacerdotale San Pio X alle condizioni stabilite nella Nota esplicativa dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 1996 (cfr. ibidem, 7), ancora vigente, che questo Dicastero fa propria».<br />Il cardinale Julián Herranz, prefetto del suddetto Pontificio Consiglio, spiegava che «nel caso dei diaconi e dei sacerdoti lefebvriani sembra indubbio che la loro attività ministeriale nell'ambito del movimento scismatico è un segno più che evidente del fatto che [...] vi è una adesione formale» (§ 6) allo scisma, in quanto espressione sia di una condivisione delle posizioni scismatiche della Fraternità sacerdotale San Pio X che delle azioni conseguenti a tale convinzione, come quella della «partecipazione esclusiva agli atti "ecclesiali" lefebvriani, senza prendere parte agli atti della Chiesa Cattolica» (§ 6).<br />SACRAMENTI ILLECITI<br />Quanto ai fedeli, già allora si indicava che è l'«adesione formale», ossia il fare proprio «l'atteggiamento di disunione dottrinale e disciplinare di tale movimento» (§ 7), a manifestare l'adesione allo scisma (con conseguente scomunica) e non la semplice frequentazione occasionale agli atti liturgici o altre iniziative della Fraternità sacerdotale San Pio X.<br />La Nota di ieri indica ulteriormente «che i ministri sacri della Fraternità Sacerdotale San Pio X amministrano illecitamente i sacramenti e che il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio da loro assistito sono invalidi». A quanto pare, il Dicastero ritiene conseguenza della pena della scomunica non solo la proibizione di celebrare, ricevere ed amministrare i sacramenti, ma anche la revoca delle facoltà (che ricordiamo essere necessarie per amministrare non solo lecitamente ma anche validamente i sacramenti della penitenza e del matrimonio).<br />Ora, qui sembra sussistere un problema quanto alla revoca delle facoltà per la confessione. Infatti, fu una Lettera Apostolica di papa Francesco, Misericordia et misera (n. 12), a concedere ai sacerdoti della Fraternità sacerdotale San Pio X le facoltà di assolvere validamente. Un Dicastero, in un documento che non ha ricevuto (almeno per ora) l'approvazione specifica del...]]></itunes:summary><itunes:duration>1089</itunes:duration><itunes:keywords>attoscismatico,lefebvriani,mandatopontificio,pseudogiustificazione,scomunica</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/5069b8eecf5b0f4b27e2d129a2f1ad6b.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Dalla San Pio X una professione di fede integra, ma incoerente</title><link>https://www.spreaker.com/episode/dalla-san-pio-x-una-professione-di-fede-integra-ma-incoerente--72747429</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8584" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8584</a><br /><br />DALLA SAN PIO X UNA PROFESSIONE DI FEDE INTEGRA, MA INCOERENTE<br />di Luisella Scrosati<br /> <br />E dopo la Dichiarazione di fede del 14 maggio scorso, nella giornata di mercoledì 24 giugno, vigilia del concistoro, la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) ha inviato al Santo Padre e ai cardinali una «professione integrale di fede cattolica», in 154 punti, come «miglior contributo che si possa offrire alla Chiesa universale», nella speranza che questo testo possa un giorno «servire da base per una discussione franca con la Santa Sede, in un clima pacifico, fraterno e caritatevole». Questa professione non è solo la manifestazione dell'attaccamento della Fraternità alla fede cattolica, ma anche della volontà dei suoi membri di non affrontare mai il proprio problema strutturale.<br />È da quarant'anni che i colloqui con la Santa Sede sono segnati da questa "strategia": mettere davanti una pretesa professione di fede cattolica integra, con lo scopo di "buttare la palla" nel campo di Roma (espressione che ho udito letteralmente più volte dalla bocca dei superiori della FSSPX, incluso l'attuale) e tenere lontano il pericolo di dover difendere la propria (indifendibile) area di rigore.<br />E così, da quattro decadi, la Santa Sede offre una soluzione canonica e la Fraternità rinvia, mettendo davanti il problema della "fede", e rendendo il criterio della retta dottrina come l'unico indispensabile per l'appartenenza alla Chiesa cattolica, contrariamente a tutta la tradizione della Chiesa. Una retta dottrina che la Fraternità, nel caso del primato del Papa, afferma a parole e smentisce nei fatti.<br />IL PROBLEMA DELLA FRATERNITÀ<br />È piuttosto evidente che il problema della Fraternità non è professare la fede cattolica, ma professarla al di fuori dell'unità cattolica. Ed è precisamente il nodo, nemmeno troppo gordiano, che la FSSPX non vuole affrontare, ciò che rende la propria posizione scismatica, nonostante talune ragioni che essa rivendica. Perché, in linea teorica, si può essere perfettamente ortodossi e perfettamente scismatici, ed essere così drammaticamente, pericolosamente fuori della Chiesa. Viene alla mente quanto sant'Agostino scriveva degli scismatici donatisti: «mentre le cose in cui sono con noi, noi non le proibiamo, per quanto riguarda quelle in cui non sono con noi, li esortiamo a venire per averle o a tornare per riaverle, e con ogni possibile mezzo ci impegniamo con grande carità, perché, emendatisi e correttisi, facciano questa scelta». Ed aggiungeva: «non diciamo loro [ai donatisti]: "Non date il battesimo", ma: "Non datelo nello scisma"; e a quelli che essi stanno per battezzare, non diciamo: "Non ricevete il battesimo", ma: "Non ricevetelo nello scisma"» (Sul battesimo dei donatisti, I.2.3). Non diciamo alla Fraternità: "non professate la fede", ma "non fatelo nello scisma".<br />Perché il punto è proprio qui, ed è ciò su cui la Fraternità continua a menar il can per l'aia, arroccandosi su una interpretazione dello stato di necessità incompatibile con la costituzione divina della Chiesa. Non esiste, infatti, un episcopato cattolico che nasca contro la volontà del Papa, cui spetta, per diritto divino, di selezionare, consacrare ed inviare i vescovi. Non esiste un episcopato cattolico che prescinda dall'appartenenza al corpo episcopale, che possa essere esercitato, anche solo dal punto di vista del potere d'ordine, autonomamente, quando non persino in contrapposizione agli altri vescovi e al Papa. Non esiste un episcopato solo "sacramentale", ossia che non sia ordinato al governo della Chiesa, ragion per cui un'ordinazione episcopale senza mandato costituisce un atto scismatico.<br />DON PAGLIARANI<br />Se un suggerimento può essere dato alla Santa Sede, è certamente quello di incontrare i vertici della Fraternità e tirar fuori una volta per tutte questi problemi. E altri, che l'attuale superiorato di don Pagliarani ha il "merito" di non riuscire più a tenere nascosti sotto i tappeti della propria sbandierata fedeltà alla Chiesa, e che vanno nella direzione di ritenere dubbi quasi tutti i sacramenti novus ordo. Due sacerdoti che hanno lasciato qualche anno fa la FSSPX, hanno confermato quanto a me già noto (ma non al pubblico medio), ossia che «la Fraternità San Pio X reitera le cresime conferite col rito riformato da Paolo VI», e «addirittura recentemente a Bordeaux è stata nuovamente conferita la cresima a un giovane già cresimato dal card. Ricard con il rito tradizionale». Si tratta dell'ennesimo segnale preoccupante, insieme a quello di non usare le ostie consacrate nelle Messe celebrate con il rito di Paolo VI, a conferma del fatto che ormai la tesi di don Jean-Michele Gleize, teologo della FSSPX e docente di teologia dogmatica a Ecône, sulla dubbiosa validità di quattro sacramenti novus ordo, non riguarda solo una corrente minoritaria. «Precisamente - scrive don Gleize - le loro [dei vescovi "conciliari"] intenzioni sono dubbie nella misura esatta in cui sono dubbi i nuovi riti riformati da Paolo VI. Sappiamo che sussiste un dubbio, riguardo alla validità, per i due sacramenti dell'estrema unzione e della cresima, a causa della materia. Esiste un dubbio anche per il sacramento dell'Eucaristia, per la Messa, a causa dell'ambiguità del nuovo rito, che può distorcere l'intenzione del celebrante. Per quanto riguarda il sacramento dell'Ordine, la problematica, se di problematica si tratta, è analoga a quella della Messa: non si può giudicare la validità se non caso per caso, in base alle celebrazioni concrete».<br />La Fraternità, in sostanza, concepisce se stessa come l'unica realtà nella quale questi sacramenti sono certamente validi. Anche nelle realtà che celebrano i sacramenti in rito antico il dubbio è tutt'altro che assente, a causa di una possibile invalidità a monte dell'ordinazione episcopale di colui che ha conferito gli ordini maggiori. E così, il cardinale Jean-Pierre Ricard, arcivescovo emerito di Bordeaux, potrebbe aver conferito delle cresime invalide (agli occhi della FSSPX) per almeno due ragioni: possibile invalidità degli oli sacri (quanto alla materia) e possibile invalidità della sua ordinazione.<br />Per non parlare della sempre viva Commissione San Carlo Borromeo per la nullità matrimoniale (ed altre cosette), dove la Fraternità di fatto esercita quella giurisdizione che poi sbandiera di non voler trasmettere con le "proprie" ordinazioni episcopali. La Santa Sede li riceva dunque, ponga direttamente ai suoi interlocutori domande che permettano di chiarire una volta per tutte queste ambiguità e prenda una posizione chiara e definitiva, che possa orientare i fedeli e confermarli nella fede.<br />Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Luisella Scrosati, nell'articolo seguente dal titolo "Müller al concistoro rompe il silenzio sul 'caso Écône'" parla dell'ex prefetto della Dottrina della Fede che scuote il sacro collegio dei cardinali nell'imminenza di un nuovo atto scismatico. <br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 26 giugno 2026:<br />Non era nell'agenda del concistoro in corso, ma il cardinale Gerhard Müller, ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e presidente, ex-officio, dell'allora Pontificia Commissione Ecclesia Dei, non ci ha pensato due volte: secondo la notizia diffusa da Il Giornale, il cardinale ha preso la parola per chiedere ai confratelli cardinali e al Papa di rispondere all'accusa aperta della Fraternità Sacerdotale San Pio X che Roma, a partire dal Concilio Vaticano II incluso, avrebbe perso la fede.<br />Avevamo dato notizia della "professione di fede" che la FSSPX, di certo non senza una certa provocazione, aveva inviato il 24 giugno scorso a tutti i cardinali riuniti in concistoro. Che Roma abbia perso la fede, che la Chiesa cattolica sia ormai declassata ad una decadente "chiesa conciliare" non è di certo una convinzione dell'ultim'ora nel panorama lefebvriano; ma di certo le imminenti consacrazioni episcopali e i toni di sfida del superiore generale, don Davide Pagliarani, non potevano passare inosservate.<br />Il cardinale ha avuto la franchezza necessaria per scuotere i confratelli da un silenzio piuttosto imbarazzante, quasi che un nuovo atto scismatico imminente sia qualcosa di cui la Chiesa non debba occuparsi. Due sembrano essere le indicazioni che Müller ha voluto suggerire al Santo Padre. La prima riguarda il fatto che è giunto il momento di rispondere nei contenuti alle accuse della Fraternità, senza lasciare questa incombenza ad interviste estemporanee di qualche prelato o al solo dibattito teologico. Anche perché i fedeli hanno il diritto alla chiarezza, da parte dei propri pastori.<br />Di certo non è rassicurante che un tale incarico possa essere assegnato all'attuale prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinale Victor Manuel Fernández, e non solo per la sua problematica formazione teologica, ma anche perché, di una questione così delicata, è necessario che si occupi chi la conosce a fondo, avvalendosi del contributo di quelle realtà che hanno ben chiare le posizioni della Fraternità e che da anni vi hanno dedicato i propri studi. Mai come in questo frangente appare necessario ricostituire l'Ecclesia Dei, dopo la chiusura forzata voluta da Francesco, che ha il vantaggio di (ri)partire da un bagaglio di quarant'anni di esperienza, arricchendola di nuovi collaboratori che hanno approfondito, dal punto di vista teologico, l'una o l'altra delle questioni sollevate dalla FSSPX. Perché se una risposta dev'esserci - e dev'esserci -, dovrà essere caratterizzata da completezza, articolazione, esaustività.<br />Tra le tema]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72747429</guid><pubDate>Tue, 30 Jun 2026 20:09:44 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72747429/dalla_san_pio_x_una_professione.mp3" length="16962116" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8584

DALLA SAN PIO X UNA PROFESSIONE DI FEDE INTEGRA, MA INCOERENTE
di Luisella Scrosati
 
E dopo la Dichiarazione di fede del 14 maggio scorso, nella giornata di mercoledì 24 giugno, vigilia del...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8584" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8584</a><br /><br />DALLA SAN PIO X UNA PROFESSIONE DI FEDE INTEGRA, MA INCOERENTE<br />di Luisella Scrosati<br /> <br />E dopo la Dichiarazione di fede del 14 maggio scorso, nella giornata di mercoledì 24 giugno, vigilia del concistoro, la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) ha inviato al Santo Padre e ai cardinali una «professione integrale di fede cattolica», in 154 punti, come «miglior contributo che si possa offrire alla Chiesa universale», nella speranza che questo testo possa un giorno «servire da base per una discussione franca con la Santa Sede, in un clima pacifico, fraterno e caritatevole». Questa professione non è solo la manifestazione dell'attaccamento della Fraternità alla fede cattolica, ma anche della volontà dei suoi membri di non affrontare mai il proprio problema strutturale.<br />È da quarant'anni che i colloqui con la Santa Sede sono segnati da questa "strategia": mettere davanti una pretesa professione di fede cattolica integra, con lo scopo di "buttare la palla" nel campo di Roma (espressione che ho udito letteralmente più volte dalla bocca dei superiori della FSSPX, incluso l'attuale) e tenere lontano il pericolo di dover difendere la propria (indifendibile) area di rigore.<br />E così, da quattro decadi, la Santa Sede offre una soluzione canonica e la Fraternità rinvia, mettendo davanti il problema della "fede", e rendendo il criterio della retta dottrina come l'unico indispensabile per l'appartenenza alla Chiesa cattolica, contrariamente a tutta la tradizione della Chiesa. Una retta dottrina che la Fraternità, nel caso del primato del Papa, afferma a parole e smentisce nei fatti.<br />IL PROBLEMA DELLA FRATERNITÀ<br />È piuttosto evidente che il problema della Fraternità non è professare la fede cattolica, ma professarla al di fuori dell'unità cattolica. Ed è precisamente il nodo, nemmeno troppo gordiano, che la FSSPX non vuole affrontare, ciò che rende la propria posizione scismatica, nonostante talune ragioni che essa rivendica. Perché, in linea teorica, si può essere perfettamente ortodossi e perfettamente scismatici, ed essere così drammaticamente, pericolosamente fuori della Chiesa. Viene alla mente quanto sant'Agostino scriveva degli scismatici donatisti: «mentre le cose in cui sono con noi, noi non le proibiamo, per quanto riguarda quelle in cui non sono con noi, li esortiamo a venire per averle o a tornare per riaverle, e con ogni possibile mezzo ci impegniamo con grande carità, perché, emendatisi e correttisi, facciano questa scelta». Ed aggiungeva: «non diciamo loro [ai donatisti]: "Non date il battesimo", ma: "Non datelo nello scisma"; e a quelli che essi stanno per battezzare, non diciamo: "Non ricevete il battesimo", ma: "Non ricevetelo nello scisma"» (Sul battesimo dei donatisti, I.2.3). Non diciamo alla Fraternità: "non professate la fede", ma "non fatelo nello scisma".<br />Perché il punto è proprio qui, ed è ciò su cui la Fraternità continua a menar il can per l'aia, arroccandosi su una interpretazione dello stato di necessità incompatibile con la costituzione divina della Chiesa. Non esiste, infatti, un episcopato cattolico che nasca contro la volontà del Papa, cui spetta, per diritto divino, di selezionare, consacrare ed inviare i vescovi. Non esiste un episcopato cattolico che prescinda dall'appartenenza al corpo episcopale, che possa essere esercitato, anche solo dal punto di vista del potere d'ordine, autonomamente, quando non persino in contrapposizione agli altri vescovi e al Papa. Non esiste un episcopato solo "sacramentale", ossia che non sia ordinato al governo della Chiesa, ragion per cui un'ordinazione episcopale senza mandato costituisce un atto scismatico.<br />DON PAGLIARANI<br />Se un suggerimento può essere dato alla Santa Sede, è certamente quello di incontrare i vertici della Fraternità e tirar fuori una volta per tutte questi...]]></itunes:summary><itunes:duration>1061</itunes:duration><itunes:keywords>consacrazioniepiscopali,incoerenza,integrità,professionedifede,sanpiox</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a4110a4f6996664e7007f3310f0cfbab.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Cattolici senza Chiesa, quanti equivoci sul caso san Pio X</title><link>https://www.spreaker.com/episode/cattolici-senza-chiesa-quanti-equivoci-sul-caso-san-pio-x--72549443</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8577" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8577</a><br /><br />CATTOLICI SENZA CHIESA, QUANTI EQUIVOCI SUL CASO SAN PIO X<br />di Luisella Scrosati<br /> <br />C'è un atteggiamento piuttosto preoccupante che serpeggia nel web (e fuori dal web) circa la valutazione della posizione della Fraternità Sacerdotale San Pio X e, in particolare, delle consacrazioni episcopali del prossimo 1° luglio. La legittimazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X verrebbe dal disastro ecclesiale: gli incontri di Assisi, la dichiarazione di Abu-Dhabi, le benedizione alle coppie omo, la persecuzione al rito romano antico, la Pachamama, gli abusi liturgici. Tutto fa brodo. E sembra che ad ogni castroneria pronunciata da un vescovo, ad ogni nuova trovata della creatività liturgica, ad ogni frutto avariato del falso ecumenismo diventi sempre più evidente che Lefebvre aveva ragione e che la scelta della Fraternità sia l'unica realisticamente percorribile per conservare la fede.<br />A questa lettura della situazione se ne accompagna sistematicamente un'altra, che riguarda il "marchio di cattolicità". La Fraternità Sacerdotale San Pio X, si dice, è cattolica perché ha la vera fede e chi ha la vera fede non può essere scismatico. Non pochi arrivano anche ad affermare che ad essere non cattolica sia "Roma".<br />È piuttosto triste e preoccupante constatare come sia andata completamente perduta l'idea squisitamente cattolica di cosa significhi appartenere alla Chiesa e di come ci si distacchi da essa. Si nota ovunque una sovraenfatizzazione, per non dire un'assolutizzazione, del vincolo della "vera fede", che di fatto ha finito per riassorbire gli altri due. E così i "tradizionalisti" di vecchia e nuova data non riconoscono più l'insegnamento tradizionale (e preconciliare!) sulla Chiesa.<br />CATECHISMO MAGGIORE DI SAN PIO X<br />Prendiamo il Catechismo Maggiore di San Pio X, come punto di partenza accettato anche dalla controparte. Al n. 151, il Catechismo illustra gli elementi necessari per appartenere alla Chiesa cattolica: «Per esser membro della Chiesa è necessario esser battezzato, credere e professare la dottrina di Gesù Cristo, partecipare ai medesimi sacramenti, riconoscere il Papa e gli altri legittimi Pastori della Chiesa». Si possono riconoscere, oltre al battesimo, i tre vincoli essenziali che ci legano alla Chiesa e ci fanno entrare nella sua unità e che corrispondono - teniamo bene a mente - ai tre poteri dei pastori della Chiesa, i vescovi: insegnare, santificare, governare. Si è membri della Chiesa perché si corrisponde a questa triplice potestà che Cristo continua ad esercitare nella Chiesa mediante i legittimi pastori. L'unità della Chiesa si fonda pertanto su tre vincoli, non solo sul primo. L'affermazione di don Pagliarani, nella recente Dichiarazione dottrinale, secondo cui l'unità della Chiesa «deriva essenzialmente dall'adesione di tutti i suoi membri all'unica vera fede», conferma questo errore e dimostra l'assolutizzazione della professione della retta dottrina, che finisce per assorbire gli altri due vincoli.<br />Poco oltre, il Catechismo ricorda che, ad essere fuori dall'unità della Chiesa sono «gli infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati». In particolare, al n. 230, definisce gli scismatici come quei «cristiani che, non negando esplicitamente alcun domma, si separano volontariamente dalla Chiesa di Gesù Cristo, ossia dai legittimi pastori» (corsivo nostro).<br />Due considerazioni, intimamente legate tra loro. La prima: è piuttosto evidente che la professione della vera fede non è sufficiente per essere membri della Chiesa; la seconda: lo scisma - che è uno dei delitti canonici che separa dall'unità della Chiesa - non richiede necessariamente la negazione di alcun dogma, ma riguarda la volontà di separarsi «dai legittimi pastori». A scanso di equivoci, ricordiamo che lo stesso Catechismo spiega chi siano questi legittimi pastori, ossia «il Romano Pontefice, cioè il Papa, che è il Pastore universale, ed i Vescovi» (n. 152), ovviamente quelli in comunione con lui, perché nella storia sono esistiti molti vescovi ordinati validamente, ma scismatici.<br />UNO SCISMATICO NON È PER FORZA ANCHE ERETICO<br />Ora, la rete sembra piena di persone che ritengono, a torto, che uno scismatico debba essere anche eretico, e magari debba avere dei comportamenti moralmente riprovevoli. Insomma, lo scismatico dev'essere per forza brutto e cattivo. Ma non è affatto così. Uno scismatico può essere perfettamente ortodosso, zelante, celebrare meravigliosamente nel rito romano antico eppure essere fuori dalla Chiesa, per la semplice ragione che rifiuta di essere unito ai legittimi pastori. Di fronte a quest'ultima affermazione, c'è una certa quota di persone assolutamente rispettabili, che subito si stracciano le vesti, pensando che questa unione significhi l'approvazione di qualunque cosa questi pastori facciano e dicano. Ma di questo non c'è traccia nell'insegnamento della Chiesa, che non parla affatto di una condivisione di sentimenti, di idee o di intenti. Si tratta, invece, più concretamente, dell'inserimento nella struttura giuridica della Chiesa - elemento imprescindibile della visibilità della Chiesa -, per cui un cattolico non è un apolide, ma appartiene a una diocesi eretta dal Sommo Pontefice (o dal Patriarca), ed un vescovo appartiene al collegio episcopale, cum Petro et sub Petro.<br />Ecco, la Fraternità rompe la sua comunione con la Chiesa proprio su questo punto così importante: essa rifiuta di essere inserita nella struttura visibile e gerarchica della Chiesa ed è, per questa ragione, scismatica; non esiste un episcopato cattolico al di fuori della comunione gerarchica, anche se i vescovi in questione fossero perfettamente ortodossi nella dottrina. Ed è questo che si continua a non capire.<br />Quei pochi simpatizzanti della Fraternità Sacerdotale San Pio X che pure ricordano i tre vincoli, finiscono poi per riformularli pro domo loro, stravolgendone il significato. La rivisitazione suona più o meno così: la Fraternità Sacerdotale San Pio X professa la fede cattolica, utilizza dei libri liturgici legittimi, riconosce il papa. Dunque, è cattolica. Si tratta però di un travisamento del senso dei tre vincoli che, come abbiamo ricordato sopra, sono la risposta alle tre potestà che Cristo esercita nella Chiesa, mediante i successori degli Apostoli. Non basta riconoscere il papa e il suo primato in linea di principio, o nominarlo nel Canone (anche i vetero-cattolici, che sono scismatici, lo fanno), ma occorre riconoscere di fatto la gerarchia della Chiesa, sottomettendosi al suo potere di giurisdizione. Sottrarsi abitualmente a questo potere per dar vita ad una realtà del tutto autonoma significa rompere questo vincolo e porsi al di fuori della Chiesa.<br />L'UNITÀ CATTOLICA E LA SOTTOMISSIONE AL PAPA<br />Nemmeno è sufficiente utilizzare dei libri liturgici legittimi: i sacramenti ed il santo sacrificio della Messa sono sempre ordinati alla glorificazione di Dio, all'edificazione della Chiesa e alla santificazione delle anime. Questo significa che essi richiedono l'unità cattolica e pertanto la sottomissione al vescovo e/o al papa. Impugnare un Messale contro questa unità è quanto di più contraddittorio possa esistere. Nella Chiesa antica, lo scisma era espresso segnatamente dall'erigere altare contra altare, ossia celebrare e amministrare i sacramenti al di fuori della comunione con il vescovo.<br />Anche sul primo aspetto, la professione della fede, c'è qualcosa di importante da dire. Perché la fede si esprime non semplicemente nell'adesione a delle dottrine, ma, come dice l'Atto di fede, nel credere «tutto quello che tu [Dio] hai rivelato e la santa Chiesa ci propone a credere». L'atto di fede si porta su quanto la Chiesa ci chiede di credere, chiaramente non in modo indistinto, ma conformemente ai tre gradi con cui il Magistero si esprime (rinviamo al Primo Piano del numero di marzo 2025 de La Bussola mensile). Ora, la Fraternità Sacerdotale San Pio X si ostina a rifiutare la Professio Fidei del 1989, dimostrando così di non credere ciò che la Chiesa propone a credere. Non si tratta di avere delle riserve su alcuni punti dell'insegnamento del Magistero, quando esso non propone insegnamenti definitivi; rifiutando la Professio Fidei la Fraternità respinge quanto la Chiesa chiede a tutti i fedeli di accogliere.<br />Chi prende la strada della Fraternità Sacerdotale San Pio X spinto dallo sdegno per quanto dobbiamo purtroppo vedere o sentire all'interno della Chiesa dovrebbe ricordare che fuori della Chiesa non c'è salvezza. E la Chiesa è lì dove c'è Pietro e i vescovi ricevuti nella comunione cattolica. La Fraternità Sacerdotale San Pio X non è nella comunione della Chiesa, perché rifiuta la sottomissione ai legittimi pastori, come insegnava proprio San Pio X. Anche se ritiene di avere la dottrina e la Messe "di sempre".<br />Il 26 maggio la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha reso noti i nomi dei quattro sacerdoti che il 1° luglio riceveranno la consacrazione episcopale senza mandato pontificio: don Pascal Schreiber, svizzero; don Michael Goldade, statunitense; don Michel Poinsinet de Sivry e don Marc Hanappier, entrambi francesi.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72549443</guid><pubDate>Tue, 16 Jun 2026 19:40:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72549443/cattolici_senza_chiesa.mp3" length="10688131" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8577

CATTOLICI SENZA CHIESA, QUANTI EQUIVOCI SUL CASO SAN PIO X
di Luisella Scrosati
 
C'è un atteggiamento piuttosto preoccupante che serpeggia nel web (e fuori dal web) circa la...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8577" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8577</a><br /><br />CATTOLICI SENZA CHIESA, QUANTI EQUIVOCI SUL CASO SAN PIO X<br />di Luisella Scrosati<br /> <br />C'è un atteggiamento piuttosto preoccupante che serpeggia nel web (e fuori dal web) circa la valutazione della posizione della Fraternità Sacerdotale San Pio X e, in particolare, delle consacrazioni episcopali del prossimo 1° luglio. La legittimazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X verrebbe dal disastro ecclesiale: gli incontri di Assisi, la dichiarazione di Abu-Dhabi, le benedizione alle coppie omo, la persecuzione al rito romano antico, la Pachamama, gli abusi liturgici. Tutto fa brodo. E sembra che ad ogni castroneria pronunciata da un vescovo, ad ogni nuova trovata della creatività liturgica, ad ogni frutto avariato del falso ecumenismo diventi sempre più evidente che Lefebvre aveva ragione e che la scelta della Fraternità sia l'unica realisticamente percorribile per conservare la fede.<br />A questa lettura della situazione se ne accompagna sistematicamente un'altra, che riguarda il "marchio di cattolicità". La Fraternità Sacerdotale San Pio X, si dice, è cattolica perché ha la vera fede e chi ha la vera fede non può essere scismatico. Non pochi arrivano anche ad affermare che ad essere non cattolica sia "Roma".<br />È piuttosto triste e preoccupante constatare come sia andata completamente perduta l'idea squisitamente cattolica di cosa significhi appartenere alla Chiesa e di come ci si distacchi da essa. Si nota ovunque una sovraenfatizzazione, per non dire un'assolutizzazione, del vincolo della "vera fede", che di fatto ha finito per riassorbire gli altri due. E così i "tradizionalisti" di vecchia e nuova data non riconoscono più l'insegnamento tradizionale (e preconciliare!) sulla Chiesa.<br />CATECHISMO MAGGIORE DI SAN PIO X<br />Prendiamo il Catechismo Maggiore di San Pio X, come punto di partenza accettato anche dalla controparte. Al n. 151, il Catechismo illustra gli elementi necessari per appartenere alla Chiesa cattolica: «Per esser membro della Chiesa è necessario esser battezzato, credere e professare la dottrina di Gesù Cristo, partecipare ai medesimi sacramenti, riconoscere il Papa e gli altri legittimi Pastori della Chiesa». Si possono riconoscere, oltre al battesimo, i tre vincoli essenziali che ci legano alla Chiesa e ci fanno entrare nella sua unità e che corrispondono - teniamo bene a mente - ai tre poteri dei pastori della Chiesa, i vescovi: insegnare, santificare, governare. Si è membri della Chiesa perché si corrisponde a questa triplice potestà che Cristo continua ad esercitare nella Chiesa mediante i legittimi pastori. L'unità della Chiesa si fonda pertanto su tre vincoli, non solo sul primo. L'affermazione di don Pagliarani, nella recente Dichiarazione dottrinale, secondo cui l'unità della Chiesa «deriva essenzialmente dall'adesione di tutti i suoi membri all'unica vera fede», conferma questo errore e dimostra l'assolutizzazione della professione della retta dottrina, che finisce per assorbire gli altri due vincoli.<br />Poco oltre, il Catechismo ricorda che, ad essere fuori dall'unità della Chiesa sono «gli infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati». In particolare, al n. 230, definisce gli scismatici come quei «cristiani che, non negando esplicitamente alcun domma, si separano volontariamente dalla Chiesa di Gesù Cristo, ossia dai legittimi pastori» (corsivo nostro).<br />Due considerazioni, intimamente legate tra loro. La prima: è piuttosto evidente che la professione della vera fede non è sufficiente per essere membri della Chiesa; la seconda: lo scisma - che è uno dei delitti canonici che separa dall'unità della Chiesa - non richiede necessariamente la negazione di alcun dogma, ma riguarda la volontà di separarsi «dai legittimi pastori». 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Il superiore della FSSPX lamenta di non essere mai stato adeguatamente ascoltato, di non aver mai ricevuto una «risposta effettiva» alle perplessità sollevate negli anni. Al contrario, «l'unica soluzione veramente presa in considerazione dalla Santa Sede sembra essere quella delle sanzioni canoniche. Con nostro grande rammarico, ci sembra che il diritto canonico sia dunque utilizzato non per confermare nella fede, ma per allontanare da essa».<br />Chi è a conoscenza della modalità con cui la Fraternità si è rapportata con la Santa Sede in tutti questi anni sa riconoscere in questa dichiarazione un tratto piuttosto caratteristico di queste relazioni, ossia quello di far credere al lettore sprovveduto che il problema sia esclusivamente "Roma", mentre la Fraternità non è altro che cattolica perché professerebbe la "fede di sempre" (cosa tra l'altro non vera, essendoci degli errori importanti nella dichiarazione). E così, caro Papa, ti mettiamo davanti una dichiarazione dottrinale per mostrarti che noi crediamo quello che la Chiesa ha sempre creduto; e se dunque tu ci scomunichi, scomunichi la Tradizione della Chiesa, mostrando che lo scismatico sei tu.<br />Mons. Lefebvre fece lo stesso nella famosa dichiarazione del 21 novembre 1974, testo "fondatore" della FSSPX, quando proclamò: «Per questo ci atteniamo fermamente a tutto ciò che è stato creduto e praticato nella fede, i costumi, il culto, l'insegnamento del catechismo, la formazione del sacerdote, l'istituzione della Chiesa, della Chiesa di sempre e codificato nei libri apparsi prima dell'influenza modernista del Concilio, attendendo che la vera luce della Tradizione dissipi le tenebre che oscurano il cielo della Roma eterna». Le tenebre sono a Roma, la luce a Ecône: il problema riguarda dunque Roma non la Fraternità.<br />IL VERO PROBLEMA<br />Dichiarazioni di questo tipo non hanno che uno scopo: di fronte al comprensibile disorientamento e tentennamento di molti fedeli per la minaccia di scomunica, specie di quelli che hanno iniziato la frequentazione delle cappelle della FSSPX in anni più recenti, la Fraternità ha necessità di dimostrare di essere cattolica, e che la scomunica che conseguirà necessariamente alle consacrazioni è una cattiveria di Roma, una sua incomprensione o, meglio ancora, la prova che Roma ha perso la fede, perché insieme alla Fraternità, condannerebbe anche la fede espressa nella dichiarazione. Il ragionamento di don Pagliarani è piuttosto evidente: noi proclamiamo la fede cattolica, voi vi limitate a colpirci con il diritto canonico. Da una parte l'integrità della fede, dall'altra il legalismo canonico: posta così la questione, chi non simpatizzerebbe per la FSSPX?<br />E invece la verità è ben diversa. Lo scopo di questa dichiarazione è quello di gettare fumo negli occhi dei lettori, perché non vedano il vero problema alla base della Fraternità e della sua scelta di consacrare vescovi contro l'espressa volontà del Papa: lo scisma. E uno scisma che si fonda su una insufficiente, e pertanto falsa, concezione della Chiesa. Nessun vescovo può essere un vero vescovo cattolico se non è ricevuto nel collegio episcopale dal Papa, che di tale collegio è il capo. Nessun vescovo può esercitare legittimamente il proprio ministero se non nella comunione della Chiesa cattolica. Non c'è "stato di necessità" che dispensi da questa comunione gerarchica stabilita da Gesù Cristo e confermata dalla Chiesa. Quella di sempre. E a non volere questa comunione è stata a più riprese la Fraternità, che ha sistematicamente rifiutato ogni proposta di regolarizzazione canonica, senza la quale non c'è comunione con la Sede Apostolica, per rivendicare una totale autonomia dalla gerarchia cattolica che, per definizione, si chiama scisma.<br />COSA SONO DAVVERO I LEFEBVRIANI<br />Quanto al «non nascondere nulla né a Sua Santità né alla Chiesa universale» non c'è che da sorridere. Perché la Fraternità dimentica sempre di spiegare al Papa e alla Chiesa come mai consiglia di ri-ordinare sotto condizione i sacerdoti della "chiesa conciliare" che si "convertono", proibisce di utilizzare particole consacrate nelle Messe novus ordo, erige chiese, altari e seminari senza nemmeno consultare l'Ordinario del luogo, continua ad ammettere che i propri sacerdoti assistano ai matrimoni senza avere le deleghe necessarie per la forma canonica (e dunque per la validità del sacramento), impedisce ai propri sacerdoti la communicatio in sacris con i sacerdoti della Chiesa cattolica e ai fedeli di partecipare attivamente ai sacramenti "riformati" (e si potrebbe continuare). Se spiegasse il senso di tutte queste "usanze" farebbe capire una volta per tutte al Papa che l'unica chiesa di Cristo indefettibile non ha più il suo centro di unità a Roma, ma a Menzingen. Se per gli ortodossi russi Mosca è la terza Roma, per la Fraternità Menzingen è la quarta.<br />Dall'altra parte ci ritroviamo però, per inscrutabili permissioni divine, la persona meno indicata per rapportarsi con il mondo tradizionalista e per cercare di ricucire degli strappi. Tucho Fernández sarà ricordato nella storia della Chiesa per aver fatto sollevare l'episcopato di un intero continente contro le benedizioni delle coppie omosessuali da lui fortemente volute. Le sue "chiarificazioni" sul tema hanno poi creato ancora più confusione e insoddisfazione. Tucho rappresenta quel mondo che rovescia l'insegnamento della Chiesa sbandierando una continuità inesistente, conquistata distorcendo i testi del Magistero o dei dottori della Chiesa ad usum Delphini. La posizione gravemente errata della Fraternità non può e non deve far dimenticare i numerosi problemi dottrinali e disciplinari che affliggono la Chiesa, di cui Fernández è l'espressione tra le più tristi ed eloquenti.<br />Anche le mancate sanzioni (ad oggi) nei confronti di mons. Joseph Brennan, per la scandalosa partecipazione alla consacrazione di un vescovo anglicano non sono certamente un segnale di una volontà di confermare i fedeli nella verità della fede. Ma questa grave situazione che affligge la Chiesa cattolica non sarà mai motivo sufficiente per trascinare le anime al di fuori dell'unità cattolica. Perché qualcuno sembra aver scordato che, come insegnava proprio San Pio X nel noto Catechismo, «gli scismatici sono i battezzati che ricusano ostinatamente di sottostare ai legittimi Pastori, e perciò sono separati dalla Chiesa, anche se non neghino alcuna verità di fede». Una verità che non ritroviamo nella Dichiarazione di don Pagliarani.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72295080</guid><pubDate>Tue, 02 Jun 2026 20:30:06 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72295080/l_inganno_dei_lefebvriani.mp3" length="8759667" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8565

L'INGANNO DEI LEFEBVRIANI: SBANDIERARE LA FEDE PER CELARE LO SCISMA
di Luisella Scrosati
 
Il 13 maggio scorso, il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8565" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8565</a><br /><br />L'INGANNO DEI LEFEBVRIANI: SBANDIERARE LA FEDE PER CELARE LO SCISMA<br />di Luisella Scrosati<br /> <br />Il 13 maggio scorso, il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha pubblicato una dichiarazione per confermare che le consacrazioni del prossimo 1° luglio, annunciate dal superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), don Davide Pagliarani, comporteranno la scomunica latæ sententiæ.<br />Don Pagliarani risponde il giorno successivo con una Dichiarazione di Fede cattolica rivolta direttamente a papa Leone, per esprimere «il proprio attaccamento alla fede cattolica, senza nascondere nulla né a Sua Santità né alla Chiesa universale», considerata il «minimo indispensabile per poter essere in comunione con la Chiesa». Il superiore della FSSPX lamenta di non essere mai stato adeguatamente ascoltato, di non aver mai ricevuto una «risposta effettiva» alle perplessità sollevate negli anni. Al contrario, «l'unica soluzione veramente presa in considerazione dalla Santa Sede sembra essere quella delle sanzioni canoniche. Con nostro grande rammarico, ci sembra che il diritto canonico sia dunque utilizzato non per confermare nella fede, ma per allontanare da essa».<br />Chi è a conoscenza della modalità con cui la Fraternità si è rapportata con la Santa Sede in tutti questi anni sa riconoscere in questa dichiarazione un tratto piuttosto caratteristico di queste relazioni, ossia quello di far credere al lettore sprovveduto che il problema sia esclusivamente "Roma", mentre la Fraternità non è altro che cattolica perché professerebbe la "fede di sempre" (cosa tra l'altro non vera, essendoci degli errori importanti nella dichiarazione). E così, caro Papa, ti mettiamo davanti una dichiarazione dottrinale per mostrarti che noi crediamo quello che la Chiesa ha sempre creduto; e se dunque tu ci scomunichi, scomunichi la Tradizione della Chiesa, mostrando che lo scismatico sei tu.<br />Mons. Lefebvre fece lo stesso nella famosa dichiarazione del 21 novembre 1974, testo "fondatore" della FSSPX, quando proclamò: «Per questo ci atteniamo fermamente a tutto ciò che è stato creduto e praticato nella fede, i costumi, il culto, l'insegnamento del catechismo, la formazione del sacerdote, l'istituzione della Chiesa, della Chiesa di sempre e codificato nei libri apparsi prima dell'influenza modernista del Concilio, attendendo che la vera luce della Tradizione dissipi le tenebre che oscurano il cielo della Roma eterna». Le tenebre sono a Roma, la luce a Ecône: il problema riguarda dunque Roma non la Fraternità.<br />IL VERO PROBLEMA<br />Dichiarazioni di questo tipo non hanno che uno scopo: di fronte al comprensibile disorientamento e tentennamento di molti fedeli per la minaccia di scomunica, specie di quelli che hanno iniziato la frequentazione delle cappelle della FSSPX in anni più recenti, la Fraternità ha necessità di dimostrare di essere cattolica, e che la scomunica che conseguirà necessariamente alle consacrazioni è una cattiveria di Roma, una sua incomprensione o, meglio ancora, la prova che Roma ha perso la fede, perché insieme alla Fraternità, condannerebbe anche la fede espressa nella dichiarazione. Il ragionamento di don Pagliarani è piuttosto evidente: noi proclamiamo la fede cattolica, voi vi limitate a colpirci con il diritto canonico. Da una parte l'integrità della fede, dall'altra il legalismo canonico: posta così la questione, chi non simpatizzerebbe per la FSSPX?<br />E invece la verità è ben diversa. Lo scopo di questa dichiarazione è quello di gettare fumo negli occhi dei lettori, perché non vedano il vero problema alla base della Fraternità e della sua scelta di consacrare vescovi contro l'espressa volontà del Papa: lo scisma. E uno scisma che si fonda su una insufficiente, e pertanto falsa, concezione della Chiesa. 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Nella ineffabile cornice architettonica del Duomo di Colonia, è la grandezza della chiamata al ministero sacerdotale a risuonare, nella sua esigenza di «celebrare i misteri di Cristo secondo la Tradizione della Chiesa con fedele riverenza, a lode di Dio, per la salvezza del suo popolo».<br />I misteri di Cristo si rendono presenti nella Chiesa ogni volta che i sacramenti vengono celebrati ed amministrati, ed in particolare nell'Eucaristia. Ma all'Eucaristia, fin dai primissimi tempi della Chiesa, sono strettamente uniti anche l'annuncio della Parola di Dio e le opere di carità, nel soccorso del prossimo. Il cardinale ha ricordato l'insegnamento del Concilio Vaticano II: «i presbiteri, nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno anzitutto il dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Dio» (Presbyterorum Ordinis, 4), così che il ministro cui spetta di presiedere l'Eucaristia è lo stesso che deve anche annunciare la Parola di Dio nell'omelia.<br />«Perciò, cari confratelli, di fronte ai tentativi di oggi di separare l'annuncio della Parola di Dio nell'omelia dalla presidenza della celebrazione eucaristica, facciamo attenzione a custodire questo importante legame teologico e non sottoponiamolo a una visione meramente funzionalistica». L'esortazione del cardinale ha chiaramente davanti agli occhi i numerosi abusi, che avvengono nelle chiese in Germania, di affidare l'omelia ad un laico, talvolta nemmeno cattolico, in nome di una errata concezione del sacerdozio battesimale di tutti i fedeli. Abusi che non si limitano ai confini della diocesi di Colonia, né alle sole diocesi tedesche, ma che si sono diffusi un po' ovunque, inclusa l'Italia.<br />L'insegnamento della Chiesa è chiaro, ed è stato riassunto e riproposto in modo autorevole dall'Istruzione Redemptionis Sacramentum (2004), che ricorda come «l'omelia, che si tiene nel corso della celebrazione della santa Messa» fa parte «della stessa Liturgia» e «di solito è tenuta dallo stesso Sacerdote celebrante o da lui affidata a un Sacerdote concelebrante, o talvolta, secondo l'opportunità, anche al Diacono, mai però a un laico» (n. 64). Una eventuale prassi di affidare ad un laico l'omelia «è, di fatto, riprovata e non può, pertanto, essere accordata in virtù di alcuna consuetudine» (n. 65). Questo «divieto di ammissione dei laici alla predicazione durante la celebrazione della Messa» si estende a tutti coloro che non hanno ricevuto almeno l'ordine sacro del Diaconato, e dunque vale anche «per i seminaristi, per gli studenti di discipline teologiche, per quanti abbiano ricevuto l'incarico di "assistenti pastorali", e per qualsiasi altro genere, gruppo, comunità o associazione di laici» (n. 66). Ai laici possono essere affidate altre forme di predicazione diverse dall'omelia, in chiesa o in un oratorio, «se in particolari circostanze la necessità lo richiede o in specifici casi l'utilità lo esige», sempre però al di fuori della Messa, e prestando sempre attenzione ad alcune precise condizioni: 1. che non si muti «da caso di assoluta eccezionalità a fatto ordinario»; 2. che non avvenga come espressione di una pretesa «autentica promozione del laicato»; 3. che tale facoltà sia conferita dall'Ordinario del luogo (n. 161).<br />Il cardinale Woelki ha voluto altresì ricordare con particolare enfasi che «la Chiesa consiglia con insistenza soprattutto a noi sacerdoti, la celebrazione quotidiana della Santa Messa». Non è un obbligo, ma resta il fatto che la celebrazione quotidiana è «costitutiva del nostro essere e del nostro agire da sacerdoti», ed è «di vitale importanza» anche per tutti i fedeli. «Non priviamoci, cari confratelli, di questo dono di grazia che il Signore ci fa con l'Eucaristia e non disabituiamo, attraverso la prassi personale, ancora di più i fedeli dalla possibilità di partecipare quotidianamente alla santa Messa». Anche in questo caso, l'arcivescovo di Colonia colpisce nel segno: purtroppo non sono pochi i sacerdoti che non celebrano quotidianamente la Messa, né mancano le diocesi che concedono ai propri presbiteri un "giorno libero", nel quale il sacerdote omette la celebrazione eucaristica, privando così se stesso, i fedeli e la Chiesa tutta di questo immenso dono di grazia.<br />Ancora più accorato è il richiamo del cardinale Woelki a non sostituire la santa Messa con la Liturgia della Parola, anche se è prevista la distribuzione della santa Comunione: «In modo persistente e con forza desidero condividere ancora una volta con voi, la mia grande preoccupazione: attraverso una tale prassi siamo sempre più a rischio di perdere la nostra identità cattolica». La piaga che ferisce la diocesi di Colonia è estremamente diffusa in tutta Europa, anche laddove il calo delle vocazioni sacerdotali, seppur significativo, non è ancora così grave da impedire di trovare una chiesa in cui si celebra l'Eucaristia nel raggio di qualche chilometro.<br />«Dove questa prassi è già in uso», constata Woelki, «sento dire che alcuni fedeli, la domenica, si spostano per andare dove viene celebrata la santa Messa. E grazie a Dio che è così. Altri invece semplicemente non vengono ed altri ancora ritengono che una celebrazione della Parola basta loro e non hanno bisogno di qualcosa di più. Sì, sembra addirittura che ci siano ormai luoghi in cui si afferma apertamente di voler fare quanto possibile per rendersi in futuro indipendenti dal sacerdote, così da non aver più bisogno di lui, né del suo ministero». Ed ammonisce: «Questo, cari confratelli, care sorelle e fratelli, questo semplicemente non è più cattolico. E vi chiedo con insistenza di contrastare tutto questo fin da principio».<br />Questa mentalità non cattolica è sempre più diffusa, anche in Italia; avevamo avuto modo di denunciare (vedi articolo nella nota) come nella diocesi del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Matteo Zuppi, e in quella del vicepresidente per l'Italia Settentrionale, mons. Erio Castellucci, la Messa sia stata sostituita dalla Liturgia della Parola per ragioni non accettabili. Il cardinale Woelki chiede che, laddove non sia possibile avere un sacerdote per la Messa, anziché moltiplicare queste liturgie, si provveda a radunare più comunità in una chiesa dove vi sia la celebrazione eucaristica.<br />Come ricordava San Giovanni Paolo II, «dal momento che per i fedeli partecipare alla Messa è un obbligo, a meno che non abbiano un impedimento grave, ai Pastori s'impone il corrispettivo dovere di offrire a tutti l'effettiva possibilità di soddisfare al precetto» (Dies Domini, 49). I fedeli che non hanno gravi impedimenti sono tenuti a cercare e recarsi in una chiesa ove sia celebrata la santa Messa domenicale, non a rimanere nella chiesa più vicina dove non c'è la Messa, o addirittura a casa, magari con la scusa di seguirla in televisione. Al dovere dei fedeli corrisponde però il dovere dei Pastori di offrire questi luoghi, perché i fedeli vi si possano recare, ricordando che la partecipazione alla Liturgia della Parola non assolve il precetto (cf. Notitiæ 248, marzo 1987, 169).<br /><br /><b>Nota di BastaBugie:</b> <i>l'autrice del precedente articolo, Luisella Scrosati, nell'articolo seguente dal titolo "Senza la Messa, non c'è stile della comunità che tenga" commenta l'episodio del parroco di Bologna che, a letto con l'influenza, ha incaricato il diacono di celebrare una liturgia della Parola "dimenticando" che questa non è un surrogato dell'Eucaristia. Come si vede i timori del vescovo tedesco si possono benissimo applicare anche alla situazione italiana.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 21 novembre 2023:</i><br />L'episodio legato al parroco di Santa Maria della Carità di Bologna, don Davide Baraldi, raccontato da La Nuova Bussola, merita un approfondimento. Ricordiamo brevemente il cuore della questione: il parroco, non potendo celebrare le SS. Messe domenicali a causa di un'influenza aveva deciso di non cercare un sacerdote che lo sostituisse, ma di incaricare il diacono per la celebrazione di una liturgia della Parola.<br />A prima vista, sembra che il can. 1248 § 2 del Codice di Diritto Canonico giustifichi la decisione del parroco: «Se per la mancanza del ministro sacro o per altra grave causa diventa impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica, si raccomanda vivamente che i fedeli prendano parte alla liturgia della Parola, se ve n'è qualcuna nella chiesa parrocchiale o in un altro luogo sacro, celebrata secondo le disposizioni del Vescovo diocesano, oppure attendano per un congruo tempo alla preghiera personalmente o in famiglia o, secondo l'opportunità, in gruppi di famiglie».<br />Anzi, sembra persino che don Baraldi abbia fatto qualcosa di lodevole, corrispondendo alla viva raccomandazione presente nel canone citato. Il punto è però che il canone si riferisce a circostanze in cui sia impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica, ossia a quelle situazioni in cui non è ragionevolmente possibile recarsi in una Chiesa in cui vengano celebrate SS. Messe legittime, a causa, per esempio, di una distanza tale da rendere non fattibile il viaggio (prudentemente si indica un viaggio di oltre un'ora).<br />Non si tratta di una personale interpretazione del canone da parte di chi scrive, ma di quella ufficiale dell'allora Congregazione per il Culto Div]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71533210</guid><pubDate>Tue, 21 Apr 2026 21:04:34 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71533210/messa_e_sacerdozio.mp3" length="18640640" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8514

LA LITURGIA DELLA PAROLA NON ASSOLVE IL PRECETTO DOMENICALE
di Luisella Scrosati
 

È un'omelia da incorniciare quella pronunciata dal cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo metropolita di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8514" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8514</a><br /><br />LA LITURGIA DELLA PAROLA NON ASSOLVE IL PRECETTO DOMENICALE<br />di Luisella Scrosati<br /> <br /><br />È un'omelia da incorniciare quella pronunciata dal cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo metropolita di Colonia, il 30 marzo scorso, in occasione della Messa crismale. Nella ineffabile cornice architettonica del Duomo di Colonia, è la grandezza della chiamata al ministero sacerdotale a risuonare, nella sua esigenza di «celebrare i misteri di Cristo secondo la Tradizione della Chiesa con fedele riverenza, a lode di Dio, per la salvezza del suo popolo».<br />I misteri di Cristo si rendono presenti nella Chiesa ogni volta che i sacramenti vengono celebrati ed amministrati, ed in particolare nell'Eucaristia. Ma all'Eucaristia, fin dai primissimi tempi della Chiesa, sono strettamente uniti anche l'annuncio della Parola di Dio e le opere di carità, nel soccorso del prossimo. Il cardinale ha ricordato l'insegnamento del Concilio Vaticano II: «i presbiteri, nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno anzitutto il dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Dio» (Presbyterorum Ordinis, 4), così che il ministro cui spetta di presiedere l'Eucaristia è lo stesso che deve anche annunciare la Parola di Dio nell'omelia.<br />«Perciò, cari confratelli, di fronte ai tentativi di oggi di separare l'annuncio della Parola di Dio nell'omelia dalla presidenza della celebrazione eucaristica, facciamo attenzione a custodire questo importante legame teologico e non sottoponiamolo a una visione meramente funzionalistica». L'esortazione del cardinale ha chiaramente davanti agli occhi i numerosi abusi, che avvengono nelle chiese in Germania, di affidare l'omelia ad un laico, talvolta nemmeno cattolico, in nome di una errata concezione del sacerdozio battesimale di tutti i fedeli. Abusi che non si limitano ai confini della diocesi di Colonia, né alle sole diocesi tedesche, ma che si sono diffusi un po' ovunque, inclusa l'Italia.<br />L'insegnamento della Chiesa è chiaro, ed è stato riassunto e riproposto in modo autorevole dall'Istruzione Redemptionis Sacramentum (2004), che ricorda come «l'omelia, che si tiene nel corso della celebrazione della santa Messa» fa parte «della stessa Liturgia» e «di solito è tenuta dallo stesso Sacerdote celebrante o da lui affidata a un Sacerdote concelebrante, o talvolta, secondo l'opportunità, anche al Diacono, mai però a un laico» (n. 64). Una eventuale prassi di affidare ad un laico l'omelia «è, di fatto, riprovata e non può, pertanto, essere accordata in virtù di alcuna consuetudine» (n. 65). Questo «divieto di ammissione dei laici alla predicazione durante la celebrazione della Messa» si estende a tutti coloro che non hanno ricevuto almeno l'ordine sacro del Diaconato, e dunque vale anche «per i seminaristi, per gli studenti di discipline teologiche, per quanti abbiano ricevuto l'incarico di "assistenti pastorali", e per qualsiasi altro genere, gruppo, comunità o associazione di laici» (n. 66). Ai laici possono essere affidate altre forme di predicazione diverse dall'omelia, in chiesa o in un oratorio, «se in particolari circostanze la necessità lo richiede o in specifici casi l'utilità lo esige», sempre però al di fuori della Messa, e prestando sempre attenzione ad alcune precise condizioni: 1. che non si muti «da caso di assoluta eccezionalità a fatto ordinario»; 2. che non avvenga come espressione di una pretesa «autentica promozione del laicato»; 3. che tale facoltà sia conferita dall'Ordinario del luogo (n. 161).<br />Il cardinale Woelki ha voluto altresì ricordare con particolare enfasi che «la Chiesa consiglia con insistenza soprattutto a noi sacerdoti, la celebrazione quotidiana della Santa Messa». Non è un obbligo, ma resta il fatto che la celebrazione quotidiana è «costitutiva del nostro essere e del nostro agire da sacerdoti», ed è «di...]]></itunes:summary><itunes:duration>1166</itunes:duration><itunes:keywords>annuncio,eucaristia,liturgiadellaparola,misteri,operedicarità,precetto</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d3939b0e0a2ca2bb5c0205faf49b946e.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Cosa vogliono davvero i Lefebfriani con le annunciate ordinazioni episcopali</title><link>https://www.spreaker.com/episode/cosa-vogliono-davvero-i-lefebfriani-con-le-annunciate-ordinazioni-episcopali--69963089</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8449" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8449</a><br /><br />COSA VOGLIONO DAVVERO I LEFEBVRIANI CON LE ANNUNCIATE ORDINAZIONI EPISCOPALI di Luisella Scrosati<br /> <br />Il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), il cardinale Víctor Manuel Fernández, ha rivelato a The Pillar la sostanza del contenuto della lettera inviata dal medesimo Dicastero alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, cui aveva fatto riferimento il comunicato del 2 febbraio scorso della Casa Generalizia lefebvriana. Il Prefetto ha spiegato di aver risposto «semplicemente in modo negativo circa la possibilità di procedere ora a nuove ordinazioni episcopali». Ed ha aggiunto: «Abbiamo avuto uno scambio di lettere di recente. La prossima settimana incontrerò don Pagliarani al DDF per cercare e trovare un proficuo percorso di dialogo». L'incontro avverrà giovedì 12 febbraio; resta invece da vedere se al Superiore Generale sarà in seguito concessa un'udienza anche con il Santo Padre.<br />Nel frattempo, il Superiore Generale della FSSPX ha rilasciato una lunga intervista, nella quale si capisce chiaramente che le consacrazioni episcopali avverranno a prescindere da qualunque risposta venga da Roma, in ragione della "salvezza delle anime". Si comprende altresì che i vertici della Fraternità non intendono chiedere alla Santa Sede una regolarizzazione della propria posizione (cosa che tra l'altro hanno sempre rifiutato), ma che il Papa approvi che la FSSPX continui ad esistere ed operare senza uno statuto canonico nella Chiesa, ed accetti così delle consacrazioni episcopali necessarie per continuare il proprio apostolato. La proposta «tenuto conto delle circostanze del tutto particolari in cui si trova la Fraternità, consiste concretamente nel chiedere che la Santa Sede accetti di lasciarci continuare temporaneamente nella nostra situazione di eccezione, per il bene delle anime che si rivolgono a noi. [...] Mi sembra che una tale proposta sia al tempo stesso realistica e ragionevole, e che potrebbe, di per sé, essere accettata dal Santo Padre», ha spiegato don Pagliarani.<br />LO STATO DI NECESSITÀ<br />Nella logica della FSSPX, lo stato di necessità in cui versa la Chiesa e l'urgenza della salvezza delle anime giustificherebbero l'anomalia di una «situazione di eccezione» in cui dei vescovi verrebbero consacrati senza mandato del Papa (e anche contro la sua volontà) e il ministero di questi vescovi e dei sacerdoti della FSSPX possa essere esercitato senza alcuna missio canonica, al di fuori di ogni vincolo giuridico. La Fraternità chiede dunque in sostanza al Papa di approvare che essa possa continuare ad esistere ed operare al di fuori di ogni struttura canonica; e questo sarebbe possibile perché «l'assioma "suprema lex, salus animarum: la legge suprema è la salvezza delle anime" è una massima classica della tradizione canonica [...]; nello stato di necessità attuale, è da questo principio superiore che dipende, in ultima analisi, la legittimità del nostro apostolato e della nostra missione presso le anime che si rivolgono a noi».<br />È piuttosto chiaro che non è la Santa Sede a non voler regolarizzare la situazione della Fraternità, cosa che permetterebbe a quest'ultima di poter giungere a consacrazioni episcopali legittime, con il mandato del Papa; è la Fraternità a non volerla. Non c'è offerta di regolarizzazione che la Fraternità possa accettare, nemmeno quella di una Prelatura personale o di un Ordinariato, perché essa comporterebbe in ogni caso una riduzione di quella "libertà" di cui oggi essa gode, ossia la libertà di procedere a ordinazioni, erigere o sopprimere seminari, scuole, conventi, accogliere o espellere membri, aprire centri di Messa e priorati, dichiarare la nullità di matrimoni, senza dover chiedere a nessuno e senza dipendere da alcuna autorità superiore. Don Pagliarani lo espresse anche poco più di un anno fa (15 novembre 2024), riferendosi alle comunità ex Ecclesia Dei: «Ciò che esse non dicono è che in realtà hanno una libertà limitata. Hanno solo lo spazio concesso loro da una gerarchia più o meno benevola, più o meno ispirata da principi personalisti e liberali. [...] Di conseguenza, il loro apostolato e la loro influenza sono frenati, ostacolati e compromessi, così che la questione della loro sopravvivenza pratica diventa sempre più preoccupante».<br />TOTALE INDIPENDENZA DALLA GERARCHIA<br />Ma ciò che è don Pagliarani a non dire è che questa libertà che la FSSPX rivendica in forza di una totale indipendenza dalla gerarchia della Chiesa cattolica, si chiama scisma. Tra le più acute precisazioni sullo scisma, fornite dalla riflessione del cardinale Tommaso de Vio, più noto come il Gaetano, c'è il fatto che lo scismatico non accetta di agere ut pars, agire come parte di un unico popolo, retto da una gerarchia legittima. Lo scismatico rifiuta dunque di agire come parte, perché vuole vivere e agire come organo autonomo. Esattamente quello che don Pagliarani rivendica per la Fraternità. Non basta andare a colloquio con il Papa, mantenere relazioni con la Santa Sede, nominare il Papa nel canone o esporne la foto nelle proprie case per non essere scismatici. Il superiorato di don Pagliarani e le sue dichiarazioni hanno messo in luce quanto negli anni di reggenza di mons. Bernard Fellay non appariva così chiaramente: la Fraternità intende rifiutare a priori ogni proposta di regolarizzazione canonica, con lo scopo di mantenere un'indipendenza totale dalla legittima gerarchia cattolica. Il che significa semplicemente che essa intende chiedere al papa di approvare questo suo rifiuto di agere ut pars, ossia di benedire uno stato di scisma. Per il bene della Chiesa e delle anime: un cortocircuito totale.<br />È evidente che alla base di questa richiesta ci sia una concezione del tutto insufficiente del senso del mandatum del Papa nelle consacrazioni episcopali e una concezione altrettanto inadeguata della Chiesa come società visibile. Nella logica di don Pagliarani, la situazione della Fraternità sarebbe di semplice illegalità, agendo al di fuori di regole che la Chiesa si è posta per un ordine interno e un buon governo, ma che risulterebbero oltrepassabili in stato di necessità per il criterio superiore della salus animarum. Questo "oltrepassamento" sarebbe possibile in virtù del fatto che non si tratta di una legge divina, ma ecclesiastica.<br />LUTERO NON AVREBBE DETTO DIVERSAMENTE<br />Ora, invece, la dimensione giuridica della Chiesa appartiene alla sua costituzione divina, così come è parte costitutiva del primato di Pietro il suo diritto esclusivo di nominare i vescovi. Don Pagliarani, nella sua omelia del 2 febbraio, ha fatto un'affermazione tanto chiara quanto problematica, al limite dell'eresia: «La Chiesa non esiste nei vincoli. La Chiesa esiste nelle anime. Sono le anime che formano la Chiesa». Lutero non avrebbe detto diversamente. Perché è dogma di fede che la Chiesa, nella sua realtà di società perfetta visibile, così come l'ha costituita Cristo, sia costituita da vincoli giuridici. Pio XII, proprio mentre illustra la realtà profonda della Chiesa come corpo mistico, insiste con forza che ella ha ricevuto il suo ufficio giuridico da Cristo stesso. Contro coloro che ritengono la Chiesa una realtà spirituale senza tali vincoli giuridici, Pio XII ricorda che «essi non avvertono che il divin Redentore volle che il ceto di uomini da Lui fondato fosse anche una società perfetta nel suo genere e fornita di tutti gli elementi giuridici e sociali per perpetuare in terra l'opera salutare della Redenzione [...] Or dunque, nessuna vera opposizione o ripugnanza può esistere tra la missione invisibile dello Spirito Santo e l'ufficio giuridico che i Pastori e i Dottori hanno ricevuto da Cristo» (Enciclica Mystici Corporis).<br />La necessità di appartenere alla Chiesa mediante vincoli giuridici non è dunque questione di mero diritto ecclesiastico, ma riguarda la costituzione divina della Chiesa; scindere o rifiutare tali vincoli non è perciò semplice illegalità, ma scisma. E sempre di diritto divino è la necessità di ricevere una missio canonica per poter esercitare il ministero: «Poiché, in virtù di quella missione giuridica per la quale il divin Redentore mandò nel mondo gli Apostoli come egli stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Io. 17, 18; 20, 21), è proprio lui che battezza, insegna, governa, assolve, lega, offre, sacrifica, per mezzo della Chiesa» (Ibi). Pio XII insegna che il fondamento della necessità di tale «missione giuridica» per poter esercitare il ministero riposa nella stessa Rivelazione, nel cuore della Santissima Trinità, in quell'invio di Cristo da parte del Padre, e poi degli Apostoli da parte di Cristo. Per questa ragione, il Concilio di Trento condanna con anatema, ossia come contrario alla fede divina cattolica, chi sostiene la legittimità del ministero della parola e dei sacramenti di quei vescovi che non sono stati «regolarmente ordinati o inviati dall'autorità ecclesiastica canonica» (Denz. 1777), considerandoli come «ladri e briganti che non sono entrati per la porta (cf. Gv 10, 1)» (Denz. 1769).<br />Non è dunque questione di "legalità", di formalismo, di incomprensione della legge suprema della Chiesa, ma è questione di costituzione divina della Chiesa, società visibile dotata di vincoli giuridici, necessari per l'esercizio del ministero. Pretendere una libertà giuridica significa tagliarsi fuori dalla comunione del Corpo mistico di Cristo. Né più né meno. Altro che «proposta realistica e ragionevole».<br />Nota di BastaBugie: Daniele Trabucco nell'articolo seguente dal titolo "Lefebvriani, lo stato di necessità è una contraddizione" parla della decisione di consacrare vescovi senza mandato p<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69963089</guid><pubDate>Tue, 10 Feb 2026 22:26:03 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69963089/cosa_vogliono_davvero_i_lefebfriani.mp3" length="17955988" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8449

COSA VOGLIONO DAVVERO I LEFEBVRIANI CON LE ANNUNCIATE ORDINAZIONI EPISCOPALI di Luisella Scrosati
 
Il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), il cardinale Víctor Manuel Fernández,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8449" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8449</a><br /><br />COSA VOGLIONO DAVVERO I LEFEBVRIANI CON LE ANNUNCIATE ORDINAZIONI EPISCOPALI di Luisella Scrosati<br /> <br />Il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), il cardinale Víctor Manuel Fernández, ha rivelato a The Pillar la sostanza del contenuto della lettera inviata dal medesimo Dicastero alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, cui aveva fatto riferimento il comunicato del 2 febbraio scorso della Casa Generalizia lefebvriana. Il Prefetto ha spiegato di aver risposto «semplicemente in modo negativo circa la possibilità di procedere ora a nuove ordinazioni episcopali». Ed ha aggiunto: «Abbiamo avuto uno scambio di lettere di recente. La prossima settimana incontrerò don Pagliarani al DDF per cercare e trovare un proficuo percorso di dialogo». L'incontro avverrà giovedì 12 febbraio; resta invece da vedere se al Superiore Generale sarà in seguito concessa un'udienza anche con il Santo Padre.<br />Nel frattempo, il Superiore Generale della FSSPX ha rilasciato una lunga intervista, nella quale si capisce chiaramente che le consacrazioni episcopali avverranno a prescindere da qualunque risposta venga da Roma, in ragione della "salvezza delle anime". Si comprende altresì che i vertici della Fraternità non intendono chiedere alla Santa Sede una regolarizzazione della propria posizione (cosa che tra l'altro hanno sempre rifiutato), ma che il Papa approvi che la FSSPX continui ad esistere ed operare senza uno statuto canonico nella Chiesa, ed accetti così delle consacrazioni episcopali necessarie per continuare il proprio apostolato. La proposta «tenuto conto delle circostanze del tutto particolari in cui si trova la Fraternità, consiste concretamente nel chiedere che la Santa Sede accetti di lasciarci continuare temporaneamente nella nostra situazione di eccezione, per il bene delle anime che si rivolgono a noi. [...] Mi sembra che una tale proposta sia al tempo stesso realistica e ragionevole, e che potrebbe, di per sé, essere accettata dal Santo Padre», ha spiegato don Pagliarani.<br />LO STATO DI NECESSITÀ<br />Nella logica della FSSPX, lo stato di necessità in cui versa la Chiesa e l'urgenza della salvezza delle anime giustificherebbero l'anomalia di una «situazione di eccezione» in cui dei vescovi verrebbero consacrati senza mandato del Papa (e anche contro la sua volontà) e il ministero di questi vescovi e dei sacerdoti della FSSPX possa essere esercitato senza alcuna missio canonica, al di fuori di ogni vincolo giuridico. La Fraternità chiede dunque in sostanza al Papa di approvare che essa possa continuare ad esistere ed operare al di fuori di ogni struttura canonica; e questo sarebbe possibile perché «l'assioma "suprema lex, salus animarum: la legge suprema è la salvezza delle anime" è una massima classica della tradizione canonica [...]; nello stato di necessità attuale, è da questo principio superiore che dipende, in ultima analisi, la legittimità del nostro apostolato e della nostra missione presso le anime che si rivolgono a noi».<br />È piuttosto chiaro che non è la Santa Sede a non voler regolarizzare la situazione della Fraternità, cosa che permetterebbe a quest'ultima di poter giungere a consacrazioni episcopali legittime, con il mandato del Papa; è la Fraternità a non volerla. Non c'è offerta di regolarizzazione che la Fraternità possa accettare, nemmeno quella di una Prelatura personale o di un Ordinariato, perché essa comporterebbe in ogni caso una riduzione di quella "libertà" di cui oggi essa gode, ossia la libertà di procedere a ordinazioni, erigere o sopprimere seminari, scuole, conventi, accogliere o espellere membri, aprire centri di Messa e priorati, dichiarare la nullità di matrimoni, senza dover chiedere a nessuno e senza dipendere da alcuna autorità superiore. Don Pagliarani lo espresse anche poco più di un anno fa (15 novembre 2024),...]]></itunes:summary><itunes:duration>1123</itunes:duration><itunes:keywords>lefebvriani,mandatopontificio,ordinazioniepiscopali,statodinecessità,tradizione</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a6ca20bf525d4f35855af6671ea1bb74.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>I simboli e il significato della corona di avvento</title><link>https://www.spreaker.com/episode/i-simboli-e-il-significato-della-corona-di-avvento--68839578</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8365" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8365</a><br /><br />I SIMBOLI E IL SIGNIFICATO DELLA CORONA D'AVVENTO di Luisella Scrosati<br /> <br />La corona d'Avvento si è affermata nel mondo cattolico solamente agli inizi del Novecento. Si tratta di preparare per tempo una corona con quattro ceri (sei per gli ambrosiani), tre di colore viola e uno rosa (talvolta se ne utilizzano quattro rosse), che andranno accesi ai primi vespri della Domenica, in modo che all'inizio di ogni nuova settimana si accenda una candela in più; la candela rosa è riservata alla terza domenica d'Avvento, detta anche Gaudéte.<br />Queste candele indicano in generale la duplice attesa dell'umanità: dalla creazione all'Incarnazione del Verbo, e dall'Incarnazione al ritorno glorioso di Cristo. Nello specifico, ogni candela "ha un nome": la prima, che si accende ai primi vespri della prima Domenica d'Avvento, viene detta anche "del Profeta", perché esprime l'attesa del Messia da parte del popolo ebraico; la seconda, che inizia a brillare al calare del sole del sabato successivo, prende il nome di candela "di Betlemme", città da dove, secondo la profezia di Michea, sarebbe nato «colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall'antichità, dai giorni più remoti» (Mi 5, 1); la terza, quella rosa, che si accende ai primi vespri della Domenica Gaudéte è detta "dei Pastori", che accorsero pieni di gioia alla grotta della Natività; infine, la quarta e ultima è la candela "degli Angeli", i primi annunciatori del Dio fatto carne. In internet si può facilmente trovare anche il canto con le strofe adatte per l'accensione di ciascuna candela.<br />La corona d'Avvento racchiude una stratificazione di simboli. La corona, realizzata con rami freschi intrecciati di alberi sempreverdi, come l'abete, il pino o la tuja, che si fissano con del filo metallico attorno ad una corona di paglia (meglio evitare quelle già pronte in plastica!), fa risaltare un verde vivo, sovrastato dalla luce delle candele. Il verde è segno della vita che vince sulla morte, ed è il verde di alberi sempreverdi, alberi che esprimono una vita che non è toccata dall'alternarsi delle vicissitudini di questo mondo. La candela, a sua volta, indica la luce che sconfigge le tenebre; vita e luce che sono i due attributi principale del Signore Gesù nel prologo del Vangelo di Giovanni: «in lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1, 4). Poi, la circolarità, figura dell'eternità e dell'Eterno che irrompe nel tempo e nella storia.<br />La corona viene normalmente accesa per la preghiera e/o durante i pasti. Terminato il tempo d'Avvento, essa può servire da base per accendere un'unica grande candela rossa o bianca, che verrà utilizzata per tutto il tempo di Natale.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68839578</guid><pubDate>Tue, 02 Dec 2025 22:10:59 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68839578/i_simboli_e_il_significato_della_corona_di_avvento.mp3" length="3531799" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8365

I SIMBOLI E IL SIGNIFICATO DELLA CORONA D'AVVENTO di Luisella Scrosati
 
La corona d'Avvento si è affermata nel mondo cattolico solamente agli inizi del Novecento. Si tratta di preparare per tempo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8365" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8365</a><br /><br />I SIMBOLI E IL SIGNIFICATO DELLA CORONA D'AVVENTO di Luisella Scrosati<br /> <br />La corona d'Avvento si è affermata nel mondo cattolico solamente agli inizi del Novecento. Si tratta di preparare per tempo una corona con quattro ceri (sei per gli ambrosiani), tre di colore viola e uno rosa (talvolta se ne utilizzano quattro rosse), che andranno accesi ai primi vespri della Domenica, in modo che all'inizio di ogni nuova settimana si accenda una candela in più; la candela rosa è riservata alla terza domenica d'Avvento, detta anche Gaudéte.<br />Queste candele indicano in generale la duplice attesa dell'umanità: dalla creazione all'Incarnazione del Verbo, e dall'Incarnazione al ritorno glorioso di Cristo. Nello specifico, ogni candela "ha un nome": la prima, che si accende ai primi vespri della prima Domenica d'Avvento, viene detta anche "del Profeta", perché esprime l'attesa del Messia da parte del popolo ebraico; la seconda, che inizia a brillare al calare del sole del sabato successivo, prende il nome di candela "di Betlemme", città da dove, secondo la profezia di Michea, sarebbe nato «colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall'antichità, dai giorni più remoti» (Mi 5, 1); la terza, quella rosa, che si accende ai primi vespri della Domenica Gaudéte è detta "dei Pastori", che accorsero pieni di gioia alla grotta della Natività; infine, la quarta e ultima è la candela "degli Angeli", i primi annunciatori del Dio fatto carne. In internet si può facilmente trovare anche il canto con le strofe adatte per l'accensione di ciascuna candela.<br />La corona d'Avvento racchiude una stratificazione di simboli. La corona, realizzata con rami freschi intrecciati di alberi sempreverdi, come l'abete, il pino o la tuja, che si fissano con del filo metallico attorno ad una corona di paglia (meglio evitare quelle già pronte in plastica!), fa risaltare un verde vivo, sovrastato dalla luce delle candele. Il verde è segno della vita che vince sulla morte, ed è il verde di alberi sempreverdi, alberi che esprimono una vita che non è toccata dall'alternarsi delle vicissitudini di questo mondo. La candela, a sua volta, indica la luce che sconfigge le tenebre; vita e luce che sono i due attributi principale del Signore Gesù nel prologo del Vangelo di Giovanni: «in lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1, 4). Poi, la circolarità, figura dell'eternità e dell'Eterno che irrompe nel tempo e nella storia.<br />La corona viene normalmente accesa per la preghiera e/o durante i pasti. Terminato il tempo d'Avvento, essa può servire da base per accendere un'unica grande candela rossa o bianca, che verrà utilizzata per tutto il tempo di Natale.]]></itunes:summary><itunes:duration>221</itunes:duration><itunes:keywords>abete,avvento,candele,corona,natale,profeta</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/bb717bf74d057e975edef05ee7e77cf2.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>No a Maria Corredentrice, il vaticano fa confusione</title><link>https://www.spreaker.com/episode/no-a-maria-corredentrice-il-vaticano-fa-confusione--68755075</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="https://www.bastabugie.it/8358" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> https://www.bastabugie.it/8358</a><br /><br />NO A MARIA CORREDENTRICE, IL VATICANO FA CONFUSIONE di Luisella Scrosati<br /> <br />Martedì 4 novembre, il Dicastero della Dottrina della Fede ha pubblicato una Nota dottrinale di 80 paragrafi, approvata da papa Leone XIV, nella quale ci viene spiegato che «considerata la necessità di spiegare il ruolo subordinato di Maria a Cristo nell'opera della Redenzione, è sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria» (§ 22, corsivo nel testo). Sempre inappropriato ci dicono dal Dicastero; almeno per i lettori delle principali lingue in cui è stato pubblicato il documento, perché il testo inglese si limita ad un «it would not be appropriate», omettendo l'avverbio e preferendo il condizionale. Ma siccome qualcuno deve aver deciso che l'originale dei documenti della Chiesa non si debba più scrivere nella lingua latina, è lasciato alla preferenza dei lettori quale versione scegliere.<br />Appena tre giorni prima, sabato 1° novembre, Leone XIV proclamava san John Henry Newman dottore della Chiesa. Piccolo dettaglio: Newman era uno di quelli che aveva difeso la possibilità di utilizzare il titolo di Corredentrice. La proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione (1854) aveva turbato, tra gli altri, il mondo anglicano. L'amico e compagno di John Henry Newman nell'avventura dell'Oxford Movement, Edward B. Pusey, formulò le obiezioni del mondo anglicano nell'Eirenicon, al quale Newman rispose con la nota Letter to the Rev. E. B. Pusey on his recent Eirenicon, che costituisce il trattato mariologico per eccellenza di Newman. Pusey si lamentava che la corredenzione non era affermata «in isolati passi di un autore devozionale [...], ma nelle risposte formali indirizzate da Arcivescovi e Vescovi al Papa in merito a ciò che essi auspicano riguardo alla dichiarazione dell'Immacolata Concezione come articolo di fede» (An Eirenicon, London, 1865, pp. 151-152). Ed aggiungeva con disappunto che «questa dottrina, a cui qui si allude, è elaborata dai teologi cattolici romani di ogni scuola».<br />Newman era ben consapevole della conoscenza approfondita che Pusey aveva dell'insegnamento dei Padri della Chiesa; era perciò sorpreso del fatto che egli potesse accusare il mondo cattolico di una "quasi idolatria" nei confronti della SS. Vergine, a motivo dell'abbondanza di titoli onorifici e di densità teologica attribuiti alla Madonna, perché era proprio la «Chiesa indivisa», a cui Pusey si appellava, ad essere tanto generosa nei titoli mariani. «Quando si vede che Lei, con i Padri, dà a Maria i titoli di Madre di Dio, seconda Eva e Madre di ogni vivente, Madre della vita, Stella del mattino, mistico nuovo Cielo, Scettro dell'ortodossia, tutta immacolata Madre della santità, e simili, la gente potrebbe interpretare come una misera contropartita per tale modo di esprimersi le sue proteste contro chi dà a Maria il titolo di Corredentrice e Sacerdotessa».<br /><br />Mai Newman avrebbe pensato che sarebbe arrivato un giorno in cui si sarebbe dovuto difendere il titolo di Corredentrice di fronte non ad un anglicano, ma al prefetto dell'ex-Sant'Uffizio. Nientemeno. La ragione per cui il Dicastero cassa il titolo di Corredentrice è la sua potenzialità di generare «confusione e squilibrio nell'armonia delle verità della fede cristiana, perché "in nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati"» (At 4,12). E ancora: «il pericolo di oscurare il ruolo esclusivo di Gesù Cristo [...] non costituirebbe un vero onore alla Madre». Affermazioni non originali, dal momento che sono tipiche delle obiezioni protestanti, ma di certo molto curiose in un documento ufficiale che si propone di rispondere a questioni che risveglierebbero «con frequenza, dubbi nei fedeli più semplici»; sì, perché nell'epoca della gestione Fernández, le Note dottrinali non esistono più per chiarire ciò che potrebbe apparire confuso, ma per rendere confuso ciò che era già chiaro.<br />Logica richiederebbe infatti che, se un termine che si è ormai ampiamente diffuso - non solo nella devozione dei fedeli, ma anche negli interventi papali ed episcopali e nei documenti ufficiali della Chiesa (si pensi ai due decreti, rispettivamente del 1913 e del 1914, del Sant'Uffizio) -, viene eventualmente frainteso in modo non conforme alla retta dottrina, la Santa Sede intervenga per chiarire e confermare, non per alimentare ulteriormente il fraintendimento e liquidare un titolo che si è ormai affermato a livello teologico e magisteriale.<br />Perché chiunque abbia una minima conoscenza di come si è sviluppata la riflessione teologica intorno alla corredenzione mariana e delle sue precisazioni fondamentali, sa bene che essa non sostiene una redenzione parallela a quella di Cristo, né una necessità assoluta della collaborazione mariana (de condigno) per la Redenzione, e neppure che Maria SS. non abbia avuto bisogno di essere redenta dal Verbo incarnato, suo Figlio. Tutti aspetti già ampiamente assodati, ma che Tucho &amp; C. preferiscono continuare a fingere che siano confusi e pericolosi.<br /><br />La Nota arriva pure a presentare un criterio, tratto da non si sa dove, che sarebbe semplicemente esilarante, se non fosse tragicamente presente in un documento ufficiale della Santa Sede: «Quando un'espressione richiede numerose e continue spiegazioni, per evitare che si allontani dal significato corretto, non serve alla fede del Popolo di Dio e diventa sconveniente». Bisognerebbe chiedere al card. Fernández e a mons. Matteo se credano realmente a quanto hanno scritto; perché, seguendo questo principio, bisognerebbe ritrattare praticamente tutti i dogmi mariani. E non solo. Forse che il titolo di Theotokos non richiese - e continua a richiedere - numerose e continue spiegazioni? Forse che il dogma dell'Immacolata Concezione non dev'essere continuamente spiegato per evitare di pensare che la Madonna sia esente dalla redenzione di Cristo? Le formulazioni del dogma trinitario o di quello cristologico non richiedono anch'esse «numerose e continue spiegazioni»? Sarebbero per questo «sconvenienti» e non utili alla fede del Popolo di Dio? Il principio enunciato dalla nota, costituisce di fatto la tomba di ogni definizione dogmatica e della stessa teologia.<br />Del tutto scorretta è poi la presentazione della storia della dottrina della corredenzione. Lo straordinario contributo di numerosi santi e teologi viene liquidato in appena un paragrafo (§ 17), segno piuttosto evidente che l'intenzione della Nota non era certo quella di fare il punto della situazione, ma di colpire la corredenzione. Altra liquidazione si registra nel misero accenno all'insegnamento dei pontefici, in particolare di san Giovanni Paolo II; salvo poi dedicare due ampi paragrafi alla posizione di Ratzinger (ancora cardinale).<br />La ragione di questa selezione non è difficile da cogliere: Ratzinger sarebbe, insieme a papa Francesco, a cui viene dedicato l'intero paragrafo § 21, l'auctoritas per sostenere che il titolo di Corredentrice sarebbe inappropriato. A ben vedere, nel votum del 1996, in qualità di Prefetto della CDF, Ratzinger non rifiutava il titolo, ma riteneva che la riflessione teologica non fosse ancora matura per attribuire alla Madonna il titolo di Corredentrice e Mediatrice; la sua contrarietà al titolo, invece, riguarda una semplice intervista del 2002 (nella quale, tra l'altro, si dichiarava favorevole alla dottrina di fondo, come espressione del fatto che Cristo voglia condividere con noi tutto, anche il suo essere redentore). Ma un votum ed un'opinione vengono favorite nella Nota piuttosto che, per esempio, la presentazione del più sistematico insegnamento di Giovanni Paolo II sulla corredenzione mariana; il pontefice polacco (come i predecessori) non aveva poi minimamente esitato ad utilizzare più volte anche quel titolo che adesso Tucho ci spiega essere sconveniente e inappropriato. Giovanni Paolo II, evidentemente, si divertiva ad «oscurare l'unica mediazione salvifica di Cristo».<br />Ancora una volta, il cardinale Fernández si conferma come un fabbricatore seriale di dubbi e pasticci, come già accadde per le risposte ad alcuni dubbi sollevati da Amoris Lætitia, per le benedizioni alle coppie omo, per la pena di morte e la dignità umana. Doveva essere il primo prefetto da silurare con il nuovo pontificato, ed invece lo ritroviamo ringalluzzito a proseguire la propria opera di confusione. Al male è stato ancora concesso tempo per sfidare la pazienza divina e mettere alla prova la fede dei cristiani.<br />Nota di BastaBugie: l'autrice del precedente articolo, Luisella Scrosati, nell'articolo seguente dal titolo "Per far sparire la Corredentrice non basta dire magistero" spiega che il valore magisteriale della Nota dottrinale Mater populi fidelis nulla dice sul grado di certezza, ma solo sulla modalità dell'insegnamento.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 22 novembre 2025:<br />«L'espressione "dottrinale" nel titolo della Nota indica che questo documento ha un valore speciale, superiore agli altri documenti che abbiamo pubblicato negli ultimi due anni. Firmata dal Papa, appartiene al magistero ordinario della Chiesa e dovrà essere presa in considerazione in relazione allo studio e all'approfondimento di argomenti mariologici». Così aveva sentenziato il cardinale Víctor M. Fernández in occasione della presentazione della Nota dottrinale Mater populi fidelis alla Curia dei Gesuiti.<br />Effettivamente una Nota dottrinale del Dicastero per la Dottrina della Fede, una volta che viene approvata dal Sommo Pontefice, diviene parte del suo magistero]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68755075</guid><pubDate>Wed, 26 Nov 2025 12:31:52 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68755075/maria_corredentrice.mp3" length="17076205" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜https://www.bastabugie.it/8358

NO A MARIA CORREDENTRICE, IL VATICANO FA CONFUSIONE di Luisella Scrosati
 
Martedì 4 novembre, il Dicastero della Dottrina della Fede ha pubblicato una Nota dottrinale di 80 paragrafi, approvata da...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="https://www.bastabugie.it/8358" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> https://www.bastabugie.it/8358</a><br /><br />NO A MARIA CORREDENTRICE, IL VATICANO FA CONFUSIONE di Luisella Scrosati<br /> <br />Martedì 4 novembre, il Dicastero della Dottrina della Fede ha pubblicato una Nota dottrinale di 80 paragrafi, approvata da papa Leone XIV, nella quale ci viene spiegato che «considerata la necessità di spiegare il ruolo subordinato di Maria a Cristo nell'opera della Redenzione, è sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria» (§ 22, corsivo nel testo). Sempre inappropriato ci dicono dal Dicastero; almeno per i lettori delle principali lingue in cui è stato pubblicato il documento, perché il testo inglese si limita ad un «it would not be appropriate», omettendo l'avverbio e preferendo il condizionale. Ma siccome qualcuno deve aver deciso che l'originale dei documenti della Chiesa non si debba più scrivere nella lingua latina, è lasciato alla preferenza dei lettori quale versione scegliere.<br />Appena tre giorni prima, sabato 1° novembre, Leone XIV proclamava san John Henry Newman dottore della Chiesa. Piccolo dettaglio: Newman era uno di quelli che aveva difeso la possibilità di utilizzare il titolo di Corredentrice. La proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione (1854) aveva turbato, tra gli altri, il mondo anglicano. L'amico e compagno di John Henry Newman nell'avventura dell'Oxford Movement, Edward B. Pusey, formulò le obiezioni del mondo anglicano nell'Eirenicon, al quale Newman rispose con la nota Letter to the Rev. E. B. Pusey on his recent Eirenicon, che costituisce il trattato mariologico per eccellenza di Newman. Pusey si lamentava che la corredenzione non era affermata «in isolati passi di un autore devozionale [...], ma nelle risposte formali indirizzate da Arcivescovi e Vescovi al Papa in merito a ciò che essi auspicano riguardo alla dichiarazione dell'Immacolata Concezione come articolo di fede» (An Eirenicon, London, 1865, pp. 151-152). Ed aggiungeva con disappunto che «questa dottrina, a cui qui si allude, è elaborata dai teologi cattolici romani di ogni scuola».<br />Newman era ben consapevole della conoscenza approfondita che Pusey aveva dell'insegnamento dei Padri della Chiesa; era perciò sorpreso del fatto che egli potesse accusare il mondo cattolico di una "quasi idolatria" nei confronti della SS. Vergine, a motivo dell'abbondanza di titoli onorifici e di densità teologica attribuiti alla Madonna, perché era proprio la «Chiesa indivisa», a cui Pusey si appellava, ad essere tanto generosa nei titoli mariani. «Quando si vede che Lei, con i Padri, dà a Maria i titoli di Madre di Dio, seconda Eva e Madre di ogni vivente, Madre della vita, Stella del mattino, mistico nuovo Cielo, Scettro dell'ortodossia, tutta immacolata Madre della santità, e simili, la gente potrebbe interpretare come una misera contropartita per tale modo di esprimersi le sue proteste contro chi dà a Maria il titolo di Corredentrice e Sacerdotessa».<br /><br />Mai Newman avrebbe pensato che sarebbe arrivato un giorno in cui si sarebbe dovuto difendere il titolo di Corredentrice di fronte non ad un anglicano, ma al prefetto dell'ex-Sant'Uffizio. Nientemeno. La ragione per cui il Dicastero cassa il titolo di Corredentrice è la sua potenzialità di generare «confusione e squilibrio nell'armonia delle verità della fede cristiana, perché "in nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati"» (At 4,12). E ancora: «il pericolo di oscurare il ruolo esclusivo di Gesù Cristo [...] non costituirebbe un vero onore alla Madre». Affermazioni non originali, dal momento che sono tipiche delle obiezioni protestanti, ma di certo molto curiose in un documento ufficiale che si propone di rispondere a questioni che risveglierebbero «con frequenza, dubbi nei fedeli più semplici»; sì, perché...]]></itunes:summary><itunes:duration>1068</itunes:duration><itunes:keywords>confusione,mariacorredentrice,notadidubbiovalore,titolo,vaticano</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8fbb06a27d34e87845ea4f9e3f6ca4d3.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Viganò e don Pompei, senza gerarchia non c'è chiesa visibile</title><link>https://www.spreaker.com/episode/vigano-e-don-pompei-senza-gerarchia-non-c-e-chiesa-visibile--68318113</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8337" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8337</a><br /><br />VIGANO' E DON POMPEI, SENZA GERARCHIA NON C'E' CHIESA VISIBILE di Luisella Scrosati<br /> <br />La recente vicenda legata a don Leonardo Maria Pompei, ex parroco di S. Maria Assunta in Cielo in Sermoneta, attualmente sospeso a divinis dal suo vescovo, mons. Mariano Crociata, ha provocato numerosi commenti sul web. Com'era da prevedersi, dal momento che don Pompei è molto presente su internet e sui social media. La Nuova Bussola Quotidiana ha ospitato, tra gli altri, un articolo del prof. Daniele Trabucco, che ha poi replicato sul blog chiesaepostconcilio.<br />S. E. Mons. Carlo Maria Viganò ha inviato alla nostra redazione uno scritto di sei pagine dall'eloquente titolo Obœdientia obœdientibus (l'obbedienza si deve a chi obbedisce), che intende essere una precisazione al contenuto di fondo degli articoli in questione, contenuto che possiamo così riassumere: l'obbedienza ai legittimi superiori rimane virtù necessaria anche in tempi, come quelli attuali, in cui la Chiesa vive una crisi senza precedenti.<br />La lettera di mons. Viganò mette in risalto che l'obbedienza assoluta si deve solo a Dio, mentre alle diverse autorità umane è dovuta un'obbedienza «subordinata e condizionata alla sottomissione dell'autorità umana (e dell'ordine impartito) all'autorità di Dio» (frase in grassetto nella lettera). Il riferimento di questa affermazione sarebbe, nelle intenzioni di mons. Viganò che la riporta, la Summa Theologiæ, II-II, q. 104, a. 4. Don Pompei avrebbe dunque fatto bene a disobbedire al proprio vescovo in quanto egli, «superiore dottrinalmente deviato», gli avrebbe impartito un «ordine dottrinale» (e non meramente disciplinare) non conforme alla volontà di Dio.<br />Nel parallelo tra don Bosco e padre Pio da una parte e don Pompei dall'altra - parallelo intavolato dal prof. Trabucco, a cui Viganò intende rispondere - vi sarebbe una differenza essenziale, che permette di comprendere la legittimità del comportamento di don Pompei: «Perché il ragionamento del prof. Trabucco sia valido - spiega mons. Viganò - tanto padre Pio quanto don Pompei dovrebbero essersi trovati ad obbedire a dei superiori legittimi, ossia che esercitano la propria Autorità conformemente alla Legge di Dio, alla Verità rivelata, al Magistero immutabile della Chiesa». Va da sé, seguendo il filo logico dell'argomentazione, che l'autorità preposta a don Pompei sarebbe dunque illegittima, a differenza di quelle preposte a don Bosco o a padre Pio.<br />AFFERMAZIONI CONFUSE<br />Tale illegittimità non riguarderebbe solo il vescovo di Latina, ma l'intera gerarchia della Chiesa cattolica, che ormai l'ex-Nunzio negli Stati Uniti denomina «gerarchia conciliare e sinodale», la quale «si è sottratta all'autorità di Dio e della Chiesa nel momento in cui, adulterando la fede, si è sinodalizzata». Poco oltre, Viganò spiega che, in realtà, «sono loro stessi ad affermare di essere la "nuova chiesa" rispetto a quella preconciliare»; per questa ragione, «obbedire a questi pastori significa rendersi loro complici, ed essere in comunione con loro esclude l'essere in comunione con la Chiesa cattolica apostolica romana».<br />Le affermazioni di Sua Eccellenza risultano tanto forti nei toni quanto confuse nei contenuti. Mi pare che la maggiore evidenza di tale confusione si ritrovi nell'errata ricostruzione del pensiero di san Tommaso. Si sarà notato che nella citazione verbatim sopra riportata, mons. Viganò afferma che l'obbedienza alle autorità umane dipende dalla sottomissione sia loro che dell'ordine impartito all'autorità di Dio. Eppure, san Tommaso, nell'art. 5, non afferma affatto ciò. Egli spiega come vi siano due motivi per cui «un suddito può non essere tenuto a obbedire in tutto al proprio superiore». Primo, che vi sia un'autorità superiore che comanda diversamente: «Se dunque l'imperatore comanda una cosa e Dio comanda il contrario, si deve obbedire a Dio senza badare all'imperatore». Secondo, che il superiore comandi relativamente a qualcosa a cui il suddito non è sottoposto, quando in pratica comanda oltre il suo ambito di competenza.<br />Come si può notare, san Tommaso ammette che vi possano essere degli ordini illegittimi ai quali si può (e talvolta si deve) resistere; ma il testo evocato non supporta affatto l'argomento di Viganò, che è invece ripetutamente orientato a definire la gerarchia cattolica illegittima. San Tommaso parla di ordini illegittimi, Viganò di autorità illegittima; la prospettiva è completamente diversa e profondamente differenti sono le conseguenze. Nel primo caso, è lecito non obbedire ad un ordine oggettivamente contrario alla legge di Dio (o altra legge superiore), oppure ad un ordine che non rientra nella competenza dell'autorità preposta; in nessun modo, però, si questiona la legittimità dell'autorità stessa. Nel secondo caso, che non trova appigli nel testo della Summa, è l'autorità stessa che viene ritenuta illegittima, di modo che qualsiasi ordine che da essa scaturisca risulta a sua volta illegittimo, o comunque non vincolante. Si passa così dalla possibilità di opporre un rifiuto all'esecuzione di alcuni (pochi o tanti) ordini che hanno delle caratteristiche precise, all'opposizione all'autorità in quanto tale, perché ritenuta illegittima.<br />LE LEGITTIME AUTORITÀ<br />Secondo mons. Viganò, la bontà del comportamento di don Pompei starebbe dunque nel fatto che ha disobbedito ad autorità a suo avviso illegittime. Una illegittimità che, per Viganò, è palese, dal momento che «papi, cardinali, vescovi e chierici aderiscono tutti, indistintamente, ad un altro Vangelo (Gal 1, 6-7), un'altra religione, un altro credo, un altro papato, un altro sacerdozio, un'altra messa, sostenendo di appartenere a un'altra chiesa, che chiamano conciliare e sinodale». Si tratta dunque dell'impossibilità di obbedire non ad un ordine contrario alla legge di Dio o alle leggi della Chiesa, ma «ad un'autorità usurpata, di cui si sono impadroniti degli eversori eretici e corrotti».<br />Che questa sia la prospettiva, ne è ulteriore conferma il fatto che né mons. Viganò, né don Pompei (a quanto ci risulta) abbiano fatto ricorso alle legittime autorità competenti contro le sanzioni ricevute, semplicemente perché, nella loro prospettiva, non esistono più autorità legittime nella Chiesa. Questa lettera conferma che avevamo visto giusto quando sottolineavamo che il nocciolo del problema del "caso don Pompei" non era legato alla disobbedienza all'ordine di sospendere le proprie attività sui social, ma al rifiuto di riconoscere la legittimità della gerarchia cattolica. E dunque sembra delinearsi a tutti gli effetti il delitto di scisma, delitto per cui lo stesso Viganò è già stato scomunicato.<br />La scelta di don Pompei e di mons. Viganò pertanto non riguarda propriamente il tema dell'obbedienza, quanto piuttosto quello ben più ampio e fondamentale dell'apostolicità della Chiesa cattolica e della sua visibilità. Come avremo modo di vedere in un prossimo articolo.<br />Nota di BastaBugie: Luisella Scrosati nell'articolo seguente dal titolo "Non c'è crisi che dispensi dalla comunione gerarchica" parla di mons. Viganò che difende don Pompei. L'ex nunzio dimentica che nel sacerdozio cattolico è essenziale (per diritto divino) l'inserimento canonico nella struttura gerarchica della Chiesa, senza cui si cade nello scisma. E anche la dichiarazione di eresia può venire solo da chi ne ha l'autorità.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 14 ottobre 2025:<br />Il nocciolo della problematicità della posizione assunta da monsignor Carlo Maria Viganò, alla quale anche don Leonardo M. Pompei appare aderire, è il rifiuto almeno implicito della nota dell'apostolicità della vera Chiesa di Cristo, la Chiesa cattolica, e della sua visibilità (vedi qui il nostro articolo precedente).<br />Quando si parla di apostolicità della Chiesa si intendono tre aspetti correlati: l'apostolicità d'origine (la Chiesa è fondata sugli Apostoli), quella di dottrina (la Chiesa custodisce nel tempo la dottrina e i mezzi di salvezza trasmessi dagli Apostoli) e quella di successione (ininterrotta successione apostolica).<br />I tre aspetti, pure distinti, si compendiano nella caratteristica più specifica di questa nota dell'apostolicità, ossia che il fondamento degli Apostoli permane nella Chiesa, tramite i loro successori, fino alla fine del mondo, nella visibilità dell'episcopato e del primato petrino. Laddove ci sono il successore di Pietro e i vescovi in comunione con lui, lì c'è la Chiesa di Cristo. Se - come ha sostenuto mons. Viganò - papi, cardinali, vescovi e chierici fossero illegittimi in quanto affermano di appartenere ad un'altra chiesa conciliare e sinodale, allora potremmo tranquillamente ritenere che è venuta meno l'apostolicità della Chiesa, in quanto è venuto meno l'intero collegio dei vescovi in comunione con il papa e il papa stesso, ossia coloro che tale apostolicità incarnano. Il che è un'eresia. Parimenti sarebbe venuta meno la visibilità della Chiesa, che è strettamente connessa alla permanenza della successione apostolica.<br />Noi, a differenza dei protestanti, professiamo la necessità di essere parte dell'unità visibile della Chiesa, che è fondata sulla comunione con la gerarchia, nell'obbedienza agli ordini legittimi che essa impartisce. In modo più semplice, alla domanda su dove sia la Chiesa, la fede cattolica ci insegna che la Chiesa è lì dove vi sono i pastori legittimi (chi siano costoro, lo diremo tra poco) e i fedeli in comunione con loro; dove questa comunione non è costituita da affinità, affetto, uniformità di vedute, ma dall'obbedienza agli ordini legittimi, dalla professione della fede della Chiesa e dalla partecipa]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68318113</guid><pubDate>Tue, 28 Oct 2025 20:41:09 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68318113/vigano_e_don_pompei.mp3" length="16479356" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8337

VIGANO' E DON POMPEI, SENZA GERARCHIA NON C'E' CHIESA VISIBILE di Luisella Scrosati
 
La recente vicenda legata a don Leonardo Maria Pompei, ex parroco di S. Maria Assunta in Cielo in Sermoneta,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8337" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8337</a><br /><br />VIGANO' E DON POMPEI, SENZA GERARCHIA NON C'E' CHIESA VISIBILE di Luisella Scrosati<br /> <br />La recente vicenda legata a don Leonardo Maria Pompei, ex parroco di S. Maria Assunta in Cielo in Sermoneta, attualmente sospeso a divinis dal suo vescovo, mons. Mariano Crociata, ha provocato numerosi commenti sul web. Com'era da prevedersi, dal momento che don Pompei è molto presente su internet e sui social media. La Nuova Bussola Quotidiana ha ospitato, tra gli altri, un articolo del prof. Daniele Trabucco, che ha poi replicato sul blog chiesaepostconcilio.<br />S. E. Mons. Carlo Maria Viganò ha inviato alla nostra redazione uno scritto di sei pagine dall'eloquente titolo Obœdientia obœdientibus (l'obbedienza si deve a chi obbedisce), che intende essere una precisazione al contenuto di fondo degli articoli in questione, contenuto che possiamo così riassumere: l'obbedienza ai legittimi superiori rimane virtù necessaria anche in tempi, come quelli attuali, in cui la Chiesa vive una crisi senza precedenti.<br />La lettera di mons. Viganò mette in risalto che l'obbedienza assoluta si deve solo a Dio, mentre alle diverse autorità umane è dovuta un'obbedienza «subordinata e condizionata alla sottomissione dell'autorità umana (e dell'ordine impartito) all'autorità di Dio» (frase in grassetto nella lettera). Il riferimento di questa affermazione sarebbe, nelle intenzioni di mons. Viganò che la riporta, la Summa Theologiæ, II-II, q. 104, a. 4. Don Pompei avrebbe dunque fatto bene a disobbedire al proprio vescovo in quanto egli, «superiore dottrinalmente deviato», gli avrebbe impartito un «ordine dottrinale» (e non meramente disciplinare) non conforme alla volontà di Dio.<br />Nel parallelo tra don Bosco e padre Pio da una parte e don Pompei dall'altra - parallelo intavolato dal prof. Trabucco, a cui Viganò intende rispondere - vi sarebbe una differenza essenziale, che permette di comprendere la legittimità del comportamento di don Pompei: «Perché il ragionamento del prof. Trabucco sia valido - spiega mons. Viganò - tanto padre Pio quanto don Pompei dovrebbero essersi trovati ad obbedire a dei superiori legittimi, ossia che esercitano la propria Autorità conformemente alla Legge di Dio, alla Verità rivelata, al Magistero immutabile della Chiesa». Va da sé, seguendo il filo logico dell'argomentazione, che l'autorità preposta a don Pompei sarebbe dunque illegittima, a differenza di quelle preposte a don Bosco o a padre Pio.<br />AFFERMAZIONI CONFUSE<br />Tale illegittimità non riguarderebbe solo il vescovo di Latina, ma l'intera gerarchia della Chiesa cattolica, che ormai l'ex-Nunzio negli Stati Uniti denomina «gerarchia conciliare e sinodale», la quale «si è sottratta all'autorità di Dio e della Chiesa nel momento in cui, adulterando la fede, si è sinodalizzata». Poco oltre, Viganò spiega che, in realtà, «sono loro stessi ad affermare di essere la "nuova chiesa" rispetto a quella preconciliare»; per questa ragione, «obbedire a questi pastori significa rendersi loro complici, ed essere in comunione con loro esclude l'essere in comunione con la Chiesa cattolica apostolica romana».<br />Le affermazioni di Sua Eccellenza risultano tanto forti nei toni quanto confuse nei contenuti. Mi pare che la maggiore evidenza di tale confusione si ritrovi nell'errata ricostruzione del pensiero di san Tommaso. Si sarà notato che nella citazione verbatim sopra riportata, mons. Viganò afferma che l'obbedienza alle autorità umane dipende dalla sottomissione sia loro che dell'ordine impartito all'autorità di Dio. Eppure, san Tommaso, nell'art. 5, non afferma affatto ciò. Egli spiega come vi siano due motivi per cui «un suddito può non essere tenuto a obbedire in tutto al proprio superiore». Primo, che vi sia un'autorità superiore che comanda diversamente: «Se dunque l'imperatore comanda una cosa e Dio comanda...]]></itunes:summary><itunes:duration>1030</itunes:duration><itunes:keywords>disobbedienza,donpompei,gerarchia,legittimipastori,vigano</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1378a96c3968672eeb670c156743d37a.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La "papessa" di Canterbury, culmine del naufragio anglicano</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-papessa-di-canterbury-culmine-del-naufragio-anglicano--68122022</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8322" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8322</a><br /><br />LA ''PAPESSA'' DI CANTERBURY, CULMINE DEL NAUFRAGIO ANGLICANO di Luisella Scrosati<br /> <br />Il 1° novembre prossimo papa Leone XIV proclamerà san John Henry Newman dottore della Chiesa. Ormai oltre un secolo e mezzo fa Newman cercava di scuotere il mondo anglicano - il proprio mondo - per tentare di ricondurlo al porto sicuro della Chiesa apostolica, nell'alveo della tradizione dei Padri, scongiurando i naufragi del cristianesimo liberale, soggetto allo spirito di questo mondo. È noto che la risposta delle autorità anglicane fu tranchant: la linea scelta da Newman era troppo "romana", troppo simile al cattolicesimo continentale, e pertanto inaccettabile. Né la gerarchia anglicana né buona parte dei colleghi di Oxford avevano compreso che Newman non guardava solamente indietro, al IV-V secolo della Chiesa, ma guardava anche molto avanti, intuendo quali pericolose derive si stessero delineando all'orizzonte.<br />Ironia della sorte - che altro non è se non il modo con cui la Provvidenza sorride di fronte allo stolto agitarsi degli uomini - vuole che esattamente duecento anni dopo l'ordinazione presbiterale di Newman (1825) nella chiesa anglicana, sia per la prima volta una donna ad essere nominata arcivescovo di Canterbury, massima autorità spirituale della Comunione anglicana e primate d'Inghilterra. In pratica, la "papessa" anglicana, sebbene l'essenza e la modalità di esercizio di questa autorità siano del tutto differenti da quelle del Successore di Pietro.<br />NÉ PRESBITERA, NÉ VESCOVA<br />Si tratta di Sarah Mullally, sposata e madre di due figli, di professione infermiera (professione che ha lasciato nel 2004 per dedicarsi al ministero), "ordinata" presbitero della chiesa anglicana nel 2002 e vescovo nel 2015 (preferiamo evitare quella sorta di ossimoro che vorrebbe si scriva "presbitera" e "vescova"), proprio dal suo predecessore, l'allora arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, dimessosi lo scorso anno in seguito ad accuse di copertura di uno scandalo legato alla pedofilia. L'annuncio è arrivato ieri, 3 ottobre, dal portavoce della Crown Nominations Commission, ossia la commissione chiamata a scegliere, con maggioranza dei due terzi, i candidati arcivescovi di Canterbury e York, che devono poi essere presentati all'approvazione del re.<br />La nomina di Sarah Mullally, a dire il vero, non sorprende affatto. Non si tratta né di una rivoluzione, né di una svolta, come riportano alcune agenzie o titolano alcune testate, ma della logica conseguenza della scelta che la chiesa anglicana fece a partire dall'11 novembre 1992, durante il proprio Sinodo, quando si decise di aprire la possibilità alle donne di accedere al sacerdozio; due anni dopo, il 12 marzo 1994, trentadue donne ricevettero l'ordinazione. Altri vent'anni (2014) e il voto democratico delle assemblee sinodali spalancò le porte anche all'episcopato (ricordiamo che tutti gli ordini sacri conferiti nella chiesa anglicana sono invalidi). Era chiaro già da allora che, in quanto vescovi, anche le donne potevano divenire le "inquiline" di Lambeth Palace. Ed in effetti, alla prima occasione possibile - ricordiamo che Welby fu nominato nel 2013, un anno prima della decisione sulle donne-vescovo -, la chiesa anglicana non ha perso l'occasione di mostrare al mondo la propria decadenza.<br />LA DENUNCIA DI JOHN HENRY NEWMAN<br />Perché in fondo si tratta del coronamento di quella logica che Newman aveva denunciato come la più pericolosa, che, in nome di una presunta libertà dello spirito, affrancava la chiesa dalla sua sottomissione alla tradizione dei Padri per assoggettarla alle decisioni politiche e allo spirito del tempo. È in conseguenza di questa singolare emancipazione che la chiesa anglicana si è espressa a favore della libertà di scelta delle donne relativamente all'aborto, della possibilità in certi casi (ricorda qualcuno?) del ricorso all'eutanasia come espressione della pietà cristiana, del riconoscimento e benedizione delle coppie omosessuali, purché stabili e unite civilmente, coronamento di un percorso di discernimento triennale, denominato Living in love and faith, guidato proprio dalla Mullally. Per non parlare del divorzio, che è nel suo nativo corredo cromosomico.<br />Non ci resterebbe che rattristarci della realtà del mondo anglicano, che, respinta la mano tesa della misericordia di Dio, che aveva suscitato al suo interno una sorta di nuovo Elia inviato ai Samaritani, nella persona di John Henry Newman, si ritrova ora a precipitare verso l'abisso con allegria e soddisfazione. Come sul Titanic. Se non fosse, però, che anche tra le più alte sfere della gerarchia cattolica si ammicca ad aperture simili, inclusa quella al sacerdozio femminile. Numerosi bastioni sono già stati ampiamente scossi e pericolose brecce sono state aperte nei vari Sinodi targati Francesco: dalla comunione ai divorziati-risposati che continuano a vivere more uxorio, ormai una realtà in tutte le diocesi, alla riapertura delle discussioni sul celibato sacerdotale, sul diaconato femminile, alle benedizioni alle coppie dello stesso sesso. Nonché la sovversione del senso stesso del Sinodo dei vescovi, con la possibilità conferita ai laici non solo di intervenire, ma anche di votare; una novità anche questa "francescana", che avvicina spaventosamente i Sinodi della Chiesa cattolica alla struttura tricamerale (House of Bishops, House of Clerics, House of Laity) dei General Synods della chiesa anglicana. E speriamo che le similitudini finiscano qui.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68122022</guid><pubDate>Tue, 14 Oct 2025 21:23:51 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68122022/la_papessa_di_canterbury.mp3" length="6344683" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8322

LA ''PAPESSA'' DI CANTERBURY, CULMINE DEL NAUFRAGIO ANGLICANO di Luisella Scrosati
 
Il 1° novembre prossimo papa Leone XIV proclamerà san John Henry Newman dottore della Chiesa. Ormai oltre un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8322" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8322</a><br /><br />LA ''PAPESSA'' DI CANTERBURY, CULMINE DEL NAUFRAGIO ANGLICANO di Luisella Scrosati<br /> <br />Il 1° novembre prossimo papa Leone XIV proclamerà san John Henry Newman dottore della Chiesa. Ormai oltre un secolo e mezzo fa Newman cercava di scuotere il mondo anglicano - il proprio mondo - per tentare di ricondurlo al porto sicuro della Chiesa apostolica, nell'alveo della tradizione dei Padri, scongiurando i naufragi del cristianesimo liberale, soggetto allo spirito di questo mondo. È noto che la risposta delle autorità anglicane fu tranchant: la linea scelta da Newman era troppo "romana", troppo simile al cattolicesimo continentale, e pertanto inaccettabile. Né la gerarchia anglicana né buona parte dei colleghi di Oxford avevano compreso che Newman non guardava solamente indietro, al IV-V secolo della Chiesa, ma guardava anche molto avanti, intuendo quali pericolose derive si stessero delineando all'orizzonte.<br />Ironia della sorte - che altro non è se non il modo con cui la Provvidenza sorride di fronte allo stolto agitarsi degli uomini - vuole che esattamente duecento anni dopo l'ordinazione presbiterale di Newman (1825) nella chiesa anglicana, sia per la prima volta una donna ad essere nominata arcivescovo di Canterbury, massima autorità spirituale della Comunione anglicana e primate d'Inghilterra. In pratica, la "papessa" anglicana, sebbene l'essenza e la modalità di esercizio di questa autorità siano del tutto differenti da quelle del Successore di Pietro.<br />NÉ PRESBITERA, NÉ VESCOVA<br />Si tratta di Sarah Mullally, sposata e madre di due figli, di professione infermiera (professione che ha lasciato nel 2004 per dedicarsi al ministero), "ordinata" presbitero della chiesa anglicana nel 2002 e vescovo nel 2015 (preferiamo evitare quella sorta di ossimoro che vorrebbe si scriva "presbitera" e "vescova"), proprio dal suo predecessore, l'allora arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, dimessosi lo scorso anno in seguito ad accuse di copertura di uno scandalo legato alla pedofilia. L'annuncio è arrivato ieri, 3 ottobre, dal portavoce della Crown Nominations Commission, ossia la commissione chiamata a scegliere, con maggioranza dei due terzi, i candidati arcivescovi di Canterbury e York, che devono poi essere presentati all'approvazione del re.<br />La nomina di Sarah Mullally, a dire il vero, non sorprende affatto. Non si tratta né di una rivoluzione, né di una svolta, come riportano alcune agenzie o titolano alcune testate, ma della logica conseguenza della scelta che la chiesa anglicana fece a partire dall'11 novembre 1992, durante il proprio Sinodo, quando si decise di aprire la possibilità alle donne di accedere al sacerdozio; due anni dopo, il 12 marzo 1994, trentadue donne ricevettero l'ordinazione. Altri vent'anni (2014) e il voto democratico delle assemblee sinodali spalancò le porte anche all'episcopato (ricordiamo che tutti gli ordini sacri conferiti nella chiesa anglicana sono invalidi). Era chiaro già da allora che, in quanto vescovi, anche le donne potevano divenire le "inquiline" di Lambeth Palace. Ed in effetti, alla prima occasione possibile - ricordiamo che Welby fu nominato nel 2013, un anno prima della decisione sulle donne-vescovo -, la chiesa anglicana non ha perso l'occasione di mostrare al mondo la propria decadenza.<br />LA DENUNCIA DI JOHN HENRY NEWMAN<br />Perché in fondo si tratta del coronamento di quella logica che Newman aveva denunciato come la più pericolosa, che, in nome di una presunta libertà dello spirito, affrancava la chiesa dalla sua sottomissione alla tradizione dei Padri per assoggettarla alle decisioni politiche e allo spirito del tempo. 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Si tratta di una lettera di papa Siricio al vescovo Imerio. In questa lettera, tra le altre cose, il Papa esorta a battezzare i bambini quanto prima «perché non accada che uscendo da questo mondo qualcuno perda sia il Regno che la vita». È evidente che si riferisce all'uscire da questo mondo senza battesimo. Questa espressione manifesta una verità profonda e cioè che il battesimo è necessario alla salvezza. Ne riparleremo quando vedremo i sacramenti, ma intanto ricordiamo che questa verità si fonda sulle parole stesse del Signore: «Chi non rinasce dall'acqua e dallo spirito non può entrare nel regno dei cieli» (cfr. Gv 3, 5). La Chiesa, sempre sulla base delle Scritture e non per propria fantasia, ha ampliato la questione mostrando che oltre al battesimo sacramentale, cioè con l'acqua, esistono altre due forme: il battesimo di sangue, che si riceve con il martirio, confessando Cristo, e il battesimo di desiderio. Il desiderio può essere esplicito, manifesto, come nel caso dei catecumeni, nel caso dovessero morire prima di ricevere il battesimo, o implicito, occulto, dunque conosciuto solo da Dio che scruta i cuori, vedendovi il desiderio della redenzione di Cristo.<br />Risale al 417 un altro insegnamento importante, stavolta di Innocenzo I: «Che agli infanti possa essere donato il premio della vita eterna anche senza la grazia del battesimo è grande stoltezza». Quindi, in un tempo piuttosto ravvicinato, due pontefici ci dicono in sostanza che: 1) i bambini che escono da questo mondo senza essere battezzati perdono il Regno (Siricio); 2) è stolto pensare che ai bambini possa essere data la vita eterna senza la grazia del battesimo (Innocenzo I).<br />UNA QUESTIONE DIBATTUTA<br />L'anno successivo, nel 418, un concilio regionale ma importante, ai tempi di sant'Agostino, ovvero il concilio di Cartagine - che era una grande e importante regione ecclesiastica - proprio sulla base di questa asserzione di Innocenzo I, il quale era ben cosciente di questa questione dibattuta all'interno delle Chiese africane, condannava l'esistenza di un luogo «dove vivono come beati i bambini che morirono senza battesimo, senza il quale non possono entrare nel regno dei cieli». Quindi è anatema chi ritiene che esista un luogo dove i bambini morti senza battesimo possano vivere come beati, dunque godendo della visione beatifica.<br />Ora, questa non è una lectio magistralis sul tema; si potrebbero riportare molte più citazioni, ma ci bastano queste tre, tra le più antiche, per capire una cosa importante: questi e altri testi magisteriali mostrano con grande chiarezza e anche con costanza che non si può affermare in linea generale che i bambini che muoiono senza battesimo siano salvati, nel senso che possano godere della beatitudine eterna. Il minimo che si possa dire, secondo questo insegnamento che affonda le sue radici nei primi secoli della storia della Chiesa e viene ribadito con una certa costanza, è che non è possibile affermare che in generale morire con o senza battesimo sia la stessa cosa perché in entrambi i casi i bambini possono godere della visione beatifica.<br />Cosa c'è dietro a questa idea? Di nuovo, è l'idea fondamentale nella presente economia salvifica, che Dio stesso ha stabilito, che la Chiesa non ha altri mezzi, diversi dal battesimo, per dare la vita eterna ai bambini prima dell'uso di ragione. Perché, se riflettete, l'altra forma di battesimo, quella di desiderio, è un'ipotesi, una possibilità accessibile a chi è in grado di esprimere un desiderio, quindi è dotato di un sufficiente grado di ragione. Non perché i bambini non siano dotati di ragione, ma perché la loro razionalità si deve sviluppare secondo un normale iter di natura. Possiamo dire che fino a una certa età hanno la razionalità in potenza, la possibilità di scegliere in potenza, ma non ancora in atto, non ancora effettiva.<br />LA RIFLESSIONE DEI PADRI E DELLA SCOLASTICA<br />Per queste ragioni, la riflessione dei Padri prima e della Scolastica poi va in una direzione ben precisa, cioè si sposta verso un'altra questione: posto che i bambini morti senza battesimo non possono essere salvati, che ne è della loro sorte eterna? Ed è qui che abbiamo un ampio cambiamento: mentre sulla questione della salvezza c'è una costanza, per cui mai abbiamo trovato un insegnamento magisteriale che dicesse che i bambini morti senza battesimo si salvano a prescindere, sulla loro sorte eterna - cioè sulla risposta alla domanda "che ne è di loro?" - abbiamo avuto una variazione, uno sviluppo.<br />Riassumo questo sviluppo secondo questa linea di direzione: 1) in un primo tempo, alcuni Padri, tra cui sant'Agostino, hanno parlato di "pena mitissima", cioè ci sarebbe una pena, ma molto mitigata dal fatto che questi bambini non hanno evidentemente delle colpe personali, ma hanno ereditato come tutti gli uomini il peccato originale, che gli è rimasto perché non hanno ricevuto il sacramento del battesimo; 2) poi, il transito a uno stato di beatitudine di natura, che possiamo ritenere come lo stadio più maturo.<br />Ora, quello che è chiarissimo in questo sviluppo è che si esclude il fatto che questi bambini possano essere dannati, cioè che questi bambini possano soffrire quelle pene che i dannati soffrono, in quanto evidentemente non hanno colpe personali. Dunque, sarebbe ingiusto ipotizzare una pena, anche mite, di questo tipo. E tuttavia rimane la pena legata alla colpa originale, che accomuna tutta la stirpe umana. E qual è questa pena? Ne abbiamo già parlato nelle due precedenti catechesi, in quanto era ciò che caratterizzava la situazione del Limbo dei patriarchi, cioè il fatto di non poter accedere alla gloria eterna, non poter entrare nella beatitudine eterna, perché con il peccato originale i cieli si sono chiusi; e non si sono semplicemente riaperti con la redenzione di Cristo, perché la redenzione di Cristo, nell'attuale economia salvifica, giunge attraverso il battesimo.<br />Un interessante pronunciamento di Pio VI, la bolla Auctorem fidei del 1794, ha difeso esplicitamente la dottrina del Limbo, cioè una condizione in cui «abbiamo la pena del danno senza la pena del fuoco». La pena del danno è la privazione della beatitudine eterna dovuta al peccato originale; la pena del fuoco è la pena dovuta ai peccati personali, che viene espiata nel Purgatorio per le anime che si salvano; nell'Inferno, invece, per le anime che hanno rifiutato la salvezza di Cristo. Ora, il punto forte di questa posizione del Limbo sta nel fatto che non c'è altro mezzo, all'infuori del battesimo, per comunicare la vita soprannaturale al bambino che non ha ancora l'uso di ragione. E questo è ribadito dallo stesso papa Pio VI: «Senza il battesimo non vi è altro mezzo per comunicare questa vita al bambino che non ha ancora l'uso di ragione». Dall'altra parte, però, essi non pagano, non possono pagare per colpe che non hanno compiuto. Dunque, diciamo che nella sua formulazione più matura il Limbo è ciò che armonizza queste due verità importanti.<br />UNA NUOVA RIFLESSIONE TEOLOGICA<br />Tuttavia, questa posizione non nasconde alcuni punti deboli, alcune vulnerabilità, di fronte alle quali anche papa Benedetto XVI aveva chiesto in qualche modo una nuova riflessione teologica sul tema.<br />Dopo questa apertura, c'è stata nel 2007 la pubblicazione di un documento da parte della Commissione Teologica Internazionale, che ha riesaminato un po' la questione e ha riaperto il tema. Sui giornali è uscito un po' di tutto, tipo che il Papa aveva abolito il Limbo, ma la realtà è un po' diversa. Questo documento affronta due domande importanti, che - come dicevo - sono un po' il vulnus della prospettiva del Limbo, che costituisce una condizione di privazione della pena, di ogni pena dei sensi, di ogni pena che è caratteristica dell'Inferno o dello stesso Purgatorio, ma nel quale rimane presente la pena dovuta al peccato originale. Dunque, la visione teologica più matura riteneva questa condizione come una condizione di beatitudine naturale, non soprannaturale: è difficile descrivere questa cosa, ma questo era il punto d'arrivo.<br />Il primo dei suddetti punti deboli era la conciliazione di questa dottrina del Limbo con la volontà salvifica universale di Dio. Perché? Si è detto che Dio vuole salvare tutti: dalla Scrittura è evidente questa volontà, che Dio vuole salvare tutti gli uomini. Ora, che molti uomini di fatto non si salvino per colpa propria non lede questa volontà salvifica, perché rimane la parte dell'uomo, la sua resistenza a questa volontà. Ma dall'altra parte ci troviamo con dei bambini che di per sé non pongono un ostacolo a questa salvezza. E dunque come si concilia la volontà salvifica di Dio con la condizione di non beatitudine eterna di questi bambini?<br />La seconda questione ammessa parte dal fatto che c'è la volontà salvifica universale di Dio e, dall'altra parte, abbiamo la necessità del battesimo; tuttavia si è fatto giustamente notare che noi uomini siamo legati ai mezzi di salvezza, ma non Dio: Dio può salvare le anime anche senza i mezzi che Egl]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67864619</guid><pubDate>Tue, 23 Sep 2025 21:47:40 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67864619/il_limbo_e_i_bambini_morti_senza_battesimo.mp3" length="21495117" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8282

IL LIMBO E I BAMBINI MORTI SENZA BATTESIMO di Luisella Scrosati
 
Premetto che si tratta di una questione dibattuta: non abbiamo su questo tema un insegnamento definitivo della Chiesa, sebbene si...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8282" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8282</a><br /><br />IL LIMBO E I BAMBINI MORTI SENZA BATTESIMO di Luisella Scrosati<br /> <br />Premetto che si tratta di una questione dibattuta: non abbiamo su questo tema un insegnamento definitivo della Chiesa, sebbene si debba notare che la dottrina sul Limbo dei bambini - adesso vedremo che cos'è e come si è sviluppata - sia stata ritenuta da alcuni teologi dottrina comune e abbia trovato spazio anche all'interno di un catechismo molto conosciuto e molto importante, come il Catechismo di San Pio X.<br />Il primo pronunciamento magisteriale importante, di peso, su questa questione risale al 385. Si tratta di una lettera di papa Siricio al vescovo Imerio. In questa lettera, tra le altre cose, il Papa esorta a battezzare i bambini quanto prima «perché non accada che uscendo da questo mondo qualcuno perda sia il Regno che la vita». È evidente che si riferisce all'uscire da questo mondo senza battesimo. Questa espressione manifesta una verità profonda e cioè che il battesimo è necessario alla salvezza. Ne riparleremo quando vedremo i sacramenti, ma intanto ricordiamo che questa verità si fonda sulle parole stesse del Signore: «Chi non rinasce dall'acqua e dallo spirito non può entrare nel regno dei cieli» (cfr. Gv 3, 5). La Chiesa, sempre sulla base delle Scritture e non per propria fantasia, ha ampliato la questione mostrando che oltre al battesimo sacramentale, cioè con l'acqua, esistono altre due forme: il battesimo di sangue, che si riceve con il martirio, confessando Cristo, e il battesimo di desiderio. Il desiderio può essere esplicito, manifesto, come nel caso dei catecumeni, nel caso dovessero morire prima di ricevere il battesimo, o implicito, occulto, dunque conosciuto solo da Dio che scruta i cuori, vedendovi il desiderio della redenzione di Cristo.<br />Risale al 417 un altro insegnamento importante, stavolta di Innocenzo I: «Che agli infanti possa essere donato il premio della vita eterna anche senza la grazia del battesimo è grande stoltezza». Quindi, in un tempo piuttosto ravvicinato, due pontefici ci dicono in sostanza che: 1) i bambini che escono da questo mondo senza essere battezzati perdono il Regno (Siricio); 2) è stolto pensare che ai bambini possa essere data la vita eterna senza la grazia del battesimo (Innocenzo I).<br />UNA QUESTIONE DIBATTUTA<br />L'anno successivo, nel 418, un concilio regionale ma importante, ai tempi di sant'Agostino, ovvero il concilio di Cartagine - che era una grande e importante regione ecclesiastica - proprio sulla base di questa asserzione di Innocenzo I, il quale era ben cosciente di questa questione dibattuta all'interno delle Chiese africane, condannava l'esistenza di un luogo «dove vivono come beati i bambini che morirono senza battesimo, senza il quale non possono entrare nel regno dei cieli». Quindi è anatema chi ritiene che esista un luogo dove i bambini morti senza battesimo possano vivere come beati, dunque godendo della visione beatifica.<br />Ora, questa non è una lectio magistralis sul tema; si potrebbero riportare molte più citazioni, ma ci bastano queste tre, tra le più antiche, per capire una cosa importante: questi e altri testi magisteriali mostrano con grande chiarezza e anche con costanza che non si può affermare in linea generale che i bambini che muoiono senza battesimo siano salvati, nel senso che possano godere della beatitudine eterna. Il minimo che si possa dire, secondo questo insegnamento che affonda le sue radici nei primi secoli della storia della Chiesa e viene ribadito con una certa costanza, è che non è possibile affermare che in generale morire con o senza battesimo sia la stessa cosa perché in entrambi i casi i bambini possono godere della visione beatifica.<br />Cosa c'è dietro a questa idea? Di nuovo, è l'idea fondamentale nella presente economia salvifica, che Dio stesso ha stabilito, che la Chiesa non ha...]]></itunes:summary><itunes:duration>1344</itunes:duration><itunes:keywords>battesimo,limbo,riflessioneteologica,salvezza,santommaso</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a2090308222ca39ba75037f5861efeff.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La Comunione sulla mano è il peggior rito possibile (e non è mai stato fatto così)</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-comunione-sulla-mano-e-il-peggior-rito-possibile-e-non-e-mai-stato-fatto-cosi--66176369</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8174" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8174</a><br /><br />LA COMUNIONE SULLA MANO E' IL PEGGIOR RITO POSSIBILE (E NON E' MAI STATO FATTO COSI') di Luisella Scrosati<br /> <br />Forse sorprenderà molti sapere che la forma attuale di distribuzione dell'Eucaristia sulla mano non ha precedenti nella bimillenaria tradizione liturgica della Chiesa. E che invece alcuni dettagli e raccomandazioni che emergono dalle testimonianze più antiche risultano essere maggiormente in sintonia con la prassi universale della Comunione sulla lingua, più che con quella sulla mano.<br />Non si vuole negare che le testimonianze antiche, particolarmente quelle fino al IV secolo, indichino che la modalità di distribuzione dell'Eucaristia passava dalle mani dei fedeli, ma è singolare che questi testi si concentrino soprattutto sull'attenzione a non disperdere frammenti e sulla riverenza dovuta all'Eucaristia quando ci si comunica. Si pensi alla pressante premura con cui Tertulliano esorta alla massima cautela nel fare la Comunione: «Noi siamo angosciati che nulla, né del calice né del pane, cada a terra» (La corona del soldato, III).<br />Non è secondario precisare che la modalità approssimativamente descritta dagli autori delle Chiese d'Africa, come appunto Tertulliano, ma anche san Cipriano di Cartagine, in realtà non sembra essere rappresentativa di un vero e proprio rito, dal momento che ci troviamo in un contesto di persecuzione, durante il quale facilmente si sarebbero autorizzate concessioni straordinarie per permettere ai fedeli di portare nelle proprie dimore la Santa Eucaristia e potersi così comunicare.<br />NESSUN FRAMMENTO CADA A TERRA<br />Ad ogni modo, alla preoccupazione di Tertulliano fa eco quella di Origene: «Voi, che avete la consuetudine di assistere ai sacri misteri, quando ricevete il Corpo del Signore, prestate attenzione ad osservare con ogni cura e venerazione possibile che nessun frammento cada a terra e che nulla del dono consacrato vada perduto» (Omelie sull'Esodo, XIII). San Girolamo (cf. Commento ai Salmi, Salmo 147, 14) sembra parafrasare Origene. Anche la testimonianza di san Cirillo di Gerusalemme, la più citata a favore della Comunione sulla mano, è un lungo richiamo alla riverenza, all'attenzione «a non perdere nulla di esso [corpo santo]», perché «se tu ne perdi, è come se tu fossi amputato di un tuo membro» (Catechesi mistagogiche, V, 21); il rito prevedeva anche la santificazione degli occhi, fissando lo sguardo sul Pane santo, e, dettaglio di grande importanza, la mano sinistra doveva fare da trono alla destra, dove veniva poggiata la Santa Comunione.<br />Perché è così rilevante la precisazione? Sappiamo che la prassi odierna è quella di porre la mano destra sotto la sinistra, in modo da poter poi prendere con le dita della destra l'Ostia consacrata e portarla alla bocca. Ma l'indicazione di san Cirillo, a cui i riformatori dicono di essersi ispirati, è esattamente l'opposto. Nella modalità riferita da san Cirillo, la destra non doveva essere lasciata libera per afferrare l'Eucaristia, perché il fedele si abbassava verso le mani, facendo così un profondo inchino, e assumeva il Pane eucaristico direttamente dal palmo della mano destra, come conferma anche Teodoro di Mopsuestia (cf. Omelie catechetiche, XVI, 27). Per questo, più che di Comunione sulle mani, si dovrebbe parlare di Comunione sul palmo della mano. La prassi nuova, invece, è pensata per lasciare libera la mano destra (essendo la maggioranza delle persone destrimane), le cui dita afferrano la Particola per portarla alla bocca.<br />Dev'essere altresì ricordato che, per buona parte del primo millennio cristiano, sia nella Chiesa latina che in quelle d'Oriente il pane utilizzato per l'Eucaristia era un pane lievitato. Sarà a partire dal IX secolo che, nelle chiese di Gallia, subentrerà l'uso della particola sottile, decisamente più sicura quanto alla possibile perdita di briciole e più adatta alla sua deposizione direttamente sulla lingua del fedele.<br />PURIFICARE LE MANI<br />Josef A. Jungmann, analizzando le fonti antiche, ha altresì messo in luce che i fedeli, prima della preghiera liturgica, dovevano purificare le proprie mani, mediante un rito di abluzione, e concorda sull'insistente richiamo alla cura nell'assumere la santa Eucaristia da parte del fedele. È attestato anche, in alcune chiese delle Gallie, l'uso di un panno di lino, sembra soprattutto per la Comunione delle donne, di modo che l'Eucaristia non venisse a diretto contatto con le mani.<br />Un'attenta lettura di queste testimonianze dimostra, dunque, che la preoccupazione principale dei Padri non era minimamente quella di difendere ad oltranza la Comunione sul palmo, ma di richiamare con ogni cura a che si evitassero il più possibile le quasi inevitabili problematiche che si verificavano ricevendo il Pane eucaristico in quella modalità già diffusa in molte chiese, sebbene con dettagli diversi. I Padri avevano ben presente che briciole o frammenti di Pane consacrato potevano andare perduti e richiamavano perciò i fedeli sulla gravità di una tale eventualità. Ancora, avvertivano come pressante dovere l'esortare i fedeli ad atteggiamenti non solo di rispetto, ma anche di adorazione verso il Corpo sacramentale del Signore.<br />Sotto questo punto di vista, non c'è dubbio che l'uso successivo di porre l'Ostia santa direttamente sulla lingua del fedele sia stato il naturale e adeguato sviluppo per corrispondere alle preoccupazioni dei Padri. Al contrario, la proposta di introdurre la Comunione sulla mano, privata di tutti gli altri dettagli che caratterizzavano la Comunione sul palmo, costituisce non solo una brusca e non necessaria rottura di questa maturazione, ma anche l'introduzione di una modalità che ripresenta i rischi dell'uso antico, privato altresì di quegli elementi che servivano a favorire l'adorazione e il rispetto della santa Eucaristia e a ridurre il più possibile la perdita di frammenti. Insomma, il peggior rito possibile.<br />Nota di BastaBugie: Luisella Scrosati nell'articolo seguente dal titolo "La Comunione sulla mano e la visione distorta della Tradizione" spiega che La Chiesa, specie in ambito liturgico, ha avuto modo di mettere in guardia da due visioni distorte della Tradizione, entrambe componenti del "progressismo": l'archeologismo e la smania di cambiare.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 18 maggio 2025:<br />Si è visto come l'attuale modalità di ricezione della Comunione sulla mano - particola posata sulla mano sinistra, sorretta dalla destra, e utilizzo delle dita della mano destra per portare la particola alla bocca - non trovi precedenti nella storia della Chiesa. A segnare una novità è anche l'assenza di un gesto, ossia l'inchino reverenziale, che diveniva obbligatorio per il fatto che il fedele doveva chinarsi per assumere l'Eucaristia direttamente dal palmo della mano. Ancora più evidente è la preoccupazione dei Padri della Chiesa affinché nessuna briciola del Pane eucaristico andasse perduta, apprensione che non sembra costituire una priorità per molti dei nostri pastori.<br />Tre elementi che permettono di capire la logica patologica sottesa a molte delle riforme liturgiche post-conciliari (tra cui quella della Comunione sulla mano): una comprensione puramente materiale della Tradizione. L'affermazione potrà sorprendere, perché una certa vulgata vorrebbe che siano proprio i non meglio specificati "tradizionalisti", più di recente battezzati anche come "indietristi", ad avere una concezione fissista e stantia della Tradizione. In realtà, le cose non sono così semplici.<br />La Chiesa ha avuto modo di mettere in guardia da due visioni distorte della Tradizione, particolarmente in ambito liturgico. La prima è il cosiddetto archeologismo, che Pio XII, nell'enciclica Mediator Dei, definiva «eccessivo ed insano». Gli usi liturgici dei primi secoli della Chiesa sono senza dubbio da venerare, così come è di grande importanza conoscere quei riti, apprezzarli, immergersi in essi per ritrovarne ogni volta lo spirito; d'altra parte, però, il criterio dell'antichità non è di per sé garanzia di trovarsi davanti al meglio. Bisogna infatti considerare che lo Spirito Santo non ha limitato la sua azione ai soli primi secoli della Chiesa. Scriveva Pio XII: «Come, difatti, nessun cattolico di senso può rifiutare le formulazioni della dottrina cristiana composte e decretate con grande vantaggio in epoca più recente dalla Chiesa, ispirata e retta dallo Spirito Santo, per ritornare alle antiche formule dei primi Concili, o può ripudiare le leggi vigenti per ritornare alle prescrizioni delle antiche fonti del Diritto Canonico, così, quando si tratta della sacra Liturgia, non sarebbe animato da zelo retto e intelligente colui il quale volesse tornare agli antichi riti ed usi ripudiando le nuove norme introdotte per disposizione della Divina Provvidenza e per le mutate circostanze». Come si può vedere, il rifiuto dell'approccio archeologista si estende ai diversi domini della vita della Chiesa e non solo alla liturgia. Non si può pretendere di tagliare un albero con lo scopo di farlo ritornare alle dimensioni di quando era un piccolo arbusto.<br />La seconda insidia viene dalla smania di innovare, cambiare, modificare. Pio XII stigmatizzava «il temerario ardimento di coloro che di proposito introducono nuove consuetudini liturgiche o fanno rivivere riti già caduti in disuso e che non concordano con le leggi e le rubriche vigenti». Questo testo è particolarmente prezioso, perché descrive come espressione della stessa smania sia l'introduzione di nuove consuetudini sia il ripristino di riti antichi non più in uso. L'archeologismo rivela così di essere una componente del "progressismo", una sua neces]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66176369</guid><pubDate>Tue, 20 May 2025 21:45:01 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66176369/la_comunione_sulla_mano_e_il_peggior_rito_possibile.mp3" length="15225043" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8174

LA COMUNIONE SULLA MANO E' IL PEGGIOR RITO POSSIBILE (E NON E' MAI STATO FATTO COSI') di Luisella Scrosati
 
Forse sorprenderà molti sapere che la forma attuale di distribuzione dell'Eucaristia...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8174" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8174</a><br /><br />LA COMUNIONE SULLA MANO E' IL PEGGIOR RITO POSSIBILE (E NON E' MAI STATO FATTO COSI') di Luisella Scrosati<br /> <br />Forse sorprenderà molti sapere che la forma attuale di distribuzione dell'Eucaristia sulla mano non ha precedenti nella bimillenaria tradizione liturgica della Chiesa. E che invece alcuni dettagli e raccomandazioni che emergono dalle testimonianze più antiche risultano essere maggiormente in sintonia con la prassi universale della Comunione sulla lingua, più che con quella sulla mano.<br />Non si vuole negare che le testimonianze antiche, particolarmente quelle fino al IV secolo, indichino che la modalità di distribuzione dell'Eucaristia passava dalle mani dei fedeli, ma è singolare che questi testi si concentrino soprattutto sull'attenzione a non disperdere frammenti e sulla riverenza dovuta all'Eucaristia quando ci si comunica. Si pensi alla pressante premura con cui Tertulliano esorta alla massima cautela nel fare la Comunione: «Noi siamo angosciati che nulla, né del calice né del pane, cada a terra» (La corona del soldato, III).<br />Non è secondario precisare che la modalità approssimativamente descritta dagli autori delle Chiese d'Africa, come appunto Tertulliano, ma anche san Cipriano di Cartagine, in realtà non sembra essere rappresentativa di un vero e proprio rito, dal momento che ci troviamo in un contesto di persecuzione, durante il quale facilmente si sarebbero autorizzate concessioni straordinarie per permettere ai fedeli di portare nelle proprie dimore la Santa Eucaristia e potersi così comunicare.<br />NESSUN FRAMMENTO CADA A TERRA<br />Ad ogni modo, alla preoccupazione di Tertulliano fa eco quella di Origene: «Voi, che avete la consuetudine di assistere ai sacri misteri, quando ricevete il Corpo del Signore, prestate attenzione ad osservare con ogni cura e venerazione possibile che nessun frammento cada a terra e che nulla del dono consacrato vada perduto» (Omelie sull'Esodo, XIII). San Girolamo (cf. Commento ai Salmi, Salmo 147, 14) sembra parafrasare Origene. Anche la testimonianza di san Cirillo di Gerusalemme, la più citata a favore della Comunione sulla mano, è un lungo richiamo alla riverenza, all'attenzione «a non perdere nulla di esso [corpo santo]», perché «se tu ne perdi, è come se tu fossi amputato di un tuo membro» (Catechesi mistagogiche, V, 21); il rito prevedeva anche la santificazione degli occhi, fissando lo sguardo sul Pane santo, e, dettaglio di grande importanza, la mano sinistra doveva fare da trono alla destra, dove veniva poggiata la Santa Comunione.<br />Perché è così rilevante la precisazione? Sappiamo che la prassi odierna è quella di porre la mano destra sotto la sinistra, in modo da poter poi prendere con le dita della destra l'Ostia consacrata e portarla alla bocca. Ma l'indicazione di san Cirillo, a cui i riformatori dicono di essersi ispirati, è esattamente l'opposto. Nella modalità riferita da san Cirillo, la destra non doveva essere lasciata libera per afferrare l'Eucaristia, perché il fedele si abbassava verso le mani, facendo così un profondo inchino, e assumeva il Pane eucaristico direttamente dal palmo della mano destra, come conferma anche Teodoro di Mopsuestia (cf. Omelie catechetiche, XVI, 27). Per questo, più che di Comunione sulle mani, si dovrebbe parlare di Comunione sul palmo della mano. La prassi nuova, invece, è pensata per lasciare libera la mano destra (essendo la maggioranza delle persone destrimane), le cui dita afferrano la Particola per portarla alla bocca.<br />Dev'essere altresì ricordato che, per buona parte del primo millennio cristiano, sia nella Chiesa latina che in quelle d'Oriente il pane utilizzato per l'Eucaristia era un pane lievitato. 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Questo articolo conclusivo vuole rapidamente richiamare gli urgenti "interventi di rifacimento e manutenzione" a cui bisognerà porre mano al più presto, per riparare agli scandali contro la fede e contro la credibilità della Chiesa, alimentati in quest'ultimo pontificato.<br />1. NO ALLA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI (Amoris lætitia)<br />È necessaria anzitutto una chiarificazione da parte del Dicastero per la Dottrina della Fede - una volta ripulito da persone decisamente non all'altezza e dalla formazione teologica più che questionabile -, sulla deriva della Comunione ai divorziati risposati, che ripristini la disciplina corretta: non è possibile che persone che continuano a vivere more uxorio possano ricevere l'assoluzione sacramentale e accedere alla Santa Comunione.<br />Una modalità potrebbe essere quella di dare finalmente una risposta ai famosi Dubia del 19 settembre 2016, che si ponga come interpretazione autentica dell'esortazione post-sinodale Amoris lætitia, e correttiva della lettera del 5 settembre 2016 di papa Francesco a mons. Sergío Alfredo Fenoy. Un altro intervento dovrà portarsi sulla correzione della nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica sulla pena capitale, che appare decisamente in discontinuità con l'insegnamento tradizionale sul tema.<br />2. NO BENEDIZIONI AI GAY (Fiducia supplicans)<br />È urgente la revoca della dichiarazione Fiducia supplicans, così come del comunicato stampa del 4 gennaio 2024, firmato dal cardinale Victor Manuel Fernández e da mons. Armando Matteo. Il documento, a causa dell'assurdità e inaccettabilità delle sue affermazioni, e la chiarificazione successiva, persino peggiorativa della Dichiarazione, hanno provocato una profonda divisione all'interno della Chiesa con conferenze episcopali, e persino un intero continente, che si sono rifiutati di renderli applicativi nelle proprie zone di competenza. In nessun modo coppie caratterizzate da relazioni contrarie alla legge di Dio possono ricevere una benedizione del Signore, in nessuna forma.<br />3. NO AL DIACONATO FEMMINILE<br />Si pubblichi un documento che raccolga la parte migliore dei lavori delle diverse commissioni radunate negli anni per studiare la questione del diaconato femminile e si ribadisca in modo chiaro e definitivo l'impossibilità dell'ordinazione diaconale e presbiterale delle donne.<br />4. VOTO NEI SINODI AI SOLI VESCOVI<br />Si ripristini l'ordine gerarchico della Chiesa mediante l'attribuzione del diritto di voto nei Sinodi generali ai soli vescovi (e a eventuali altri membri, purché appartenenti almeno all'ordine presbiterale). Lo stesso avvenga nei sinodi locali. L'autorità dell'ordinario sia restituita in tutta la sua pienezza, ed anche il senso dell'episcopato. Il nuovo pontefice si troverà a dover porre mano ai criteri di selezione dei nuovi vescovi, e alla loro effettiva applicazione; la Chiesa, soprattutto in quest'ultimo decennio, ha conosciuto nomine episcopali di persone del tutto non all'altezza dell'ordine che hanno ricevuto e della missione affidata, senza le minime competenze canoniche, con una conoscenza approssimativa della dottrina, desiderosi di novità piuttosto che di solidità, e non di rado con un profilo morale che si è rivelato alquanto discutibile, quando non palesemente inaccettabile.<br />Appare altresì più che opportuno un intervento che interdica l'eventuale accesso di laici, uomini e donne, a quelle cariche di responsabilità nella Chiesa che devono essere destinate, per loro natura, a chi ha ricevuto l'ordine sacro dell'episcopato o del presbiterato, o che sono espressione del collegio cardinalizio, come nel caso della presidenza dei dicasteri della Curia romana.<br />5. RIVEDERE L'ACCORDO TRA CINA E SANTA SEDE<br />Si dovrà rivedere l'accordo tra Cina e Santa Sede, di recente rinnovato per altri quattro anni (fino al 2028), voluto dal cardinale Pietro Parolin (e per il quale fu decisiva la mediazione dell'ex cardinale Theodore Edgar McCarrick), del quale non sono state fatte conoscere le condizioni. Non è accettabile un compromesso che avalli la situazione attuale, con il Governo cinese che ha la facoltà di cambiare il Catechismo della Chiesa cattolica, di proibire l'iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi, di imporre l'esposizione delle immagini di Xi Jinping nelle chiese, di scegliere i vescovi, con la Santa Sede umiliata nel "dover approvare" vescovi già arbitrariamente decisi dal regime, e persino di erigere diocesi.<br />6. BASTA PACHAMAMA E RITO AMAZZONICO<br />La Chiesa ha bisogno di riprendere il proprio slancio missionario, nella consapevolezza di avere il diritto e il dovere di portare ovunque la verità del Vangelo e la grazia dei sacramenti. Emerge come particolarmente meritevole di attenzione il tema dell'inculturazione, tema pastoralmente importante, ma in nome del quale in Vaticano si è persino posta in essere una celebrazione pagana, dalla chiara connotazione ideologica, in onore della "divinità" pagana inca, la nota Pachamama. L'inculturazione non può essere concepita e realizzata come una generosa concessione agli idoli delle religioni pagane; essa è la capacità del Vangelo di vivificare una cultura, purificarla da quanto non è compatibile con la verità su Dio e sull'uomo, e condurla alla pienezza delle sue potenzialità, mediante la lenta e progressiva opera della grazia. Inculturazione è e dev'essere evangelizzazione delle culture, non metamorfosi del Vangelo e della liturgia della Chiesa che assume i connotati del paganesimo, previa superficiale "verniciata" di cristianesimo. A questo riguardo, grande attenzione dovrà essere posta alla fase finale di realizzazione del "rito amazzonico".<br />7. BASTA PASTORI CORROTTI<br />La Chiesa ha un problema enorme di pastori corrotti fin nelle midolla. Il caso Rupnik, con tutte le coperture che per decenni hanno silenziato le denunce e il dolore delle vittime, rimane in primo piano; per non parlare di altri prelati, tutt'ora in posti di grande responsabilità, con pesanti scheletri nell'armadio. Anche quanto sta emergendo in queste ore, relativamente a presunte lettere di Papa Francesco, siglate solo con l'iniziale del nome, che vengono alla luce solo dopo la sua morte, dà prova di quanto fitta sia la ragnatela di corruzione tessuta da molti prelati, inclusi cardinali dati come "papabili".<br />CONCLUSIONE: LASCIARE SPAZIO A DIO<br />Al di sopra di tutte le considerazioni snocciolate in questi articoli, la grande sfida del nuovo pontefice è la stessa dei precedenti, in questi ultimi due secoli: rispondere alla crescente secolarizzazione che penetra il mondo e ha invaso la Chiesa. Non v'è che un solo rimedio a questo processo che appare sempre più aggressivo e inarrestabile; un rimedio che potrà sembrare modesto rispetto ai grandi discorsi che stiamo udendo in questi giorni sull'agenda per il nuovo pontificato, zeppa di sinodalità, inclusività, cura della "casa comune", aperture a todos, todos, todos. Il rimedio è quello di permettere a Dio di agire nella sua Chiesa, di manifestarsi nella sua Chiesa. Questa strada esige che ciascuno si rimetta al proprio posto di miseri uomini peccatori, i quali, ogni volta che pensano di dover cambiare la Chiesa, modernizzare la Chiesa, aggiornare la Chiesa, finiscono per oscurare la presenza di Dio.<br />Bisognerà prima o poi prendere atto che la fede fiorisce o rifiorisce laddove si lascia più spazio a Dio e gli uomini accettano di non strafare. Per rendersene conto, sarebbe sufficiente visitare i santuari, soprattutto quelli mariani, prendere contatto con monasteri e case religiose che non hanno gettato abito e regola alle ortiche (magari dopo un restyling forzato voluto da Dicastero per la vita consacrata, sotto la guida canonica del cardinale Ghirlanda), recarsi nelle parrocchie dove ancora la liturgia viene celebrata con grande decoro, il catechismo non è edulcorato e le processioni e i pellegrinaggi non vengono banditi come reperti oscurantisti. Sono queste le realtà dove ci sono conversioni, dove le famiglie fioriscono, dove nascono nuove vocazioni, dove ci sono radici sufficientemente profonde e solide per resistere all'aridità dei nostri tempi.<br />Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Il processo sinodale è una gravissima minaccia per la Chiesa" spiega perché la sinodalità è un processo che sta cambiando (protestantizzandola) la struttura della Chiesa cattolica, dal ruolo dei vescovi al Catechismo, dal rapporto con il mondo al relativismo dottrinale. È il pericolo più grave perché si tratta di una prassi e non di una dottrina. Il voto in conclave ne tenga conto.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 5 maggio 2025:<br />In questo conclave la posta è molto alta. Tra l'altro ne è una prova indiretta la compatta pressione dei mass-media di regime per una indiscutibile "continuità" con Francesco. La posta in gioco è alta perché questo Pontificato ha puntato diritto verso significativi radicali cambiamenti rispetto alla tradizione dottrinale, disciplinare e pastorale. Queste rivoluzioni non possono venire nascoste sotto atteggiamenti che hanno trovato gradimento tra la gente, oppure sotto un fraseggio di tipo esistenziale e sentimentale che ha talvolta scaldato i cuori, o tramite le espressioni]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65953003</guid><pubDate>Tue, 06 May 2025 22:18:10 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65953003/le_sette_priorita_per_il_nuovo_papa.mp3" length="15673144" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8153

LE SETTE PRIORITA' PER IL NUOVO PAPA di Luisella Scrosati
 
Archiviato il pontificato di Francesco, sono tutt'altro che naufragati i processi da lui avviati con atti, decisioni e gesti che hanno di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8153" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8153</a><br /><br />LE SETTE PRIORITA' PER IL NUOVO PAPA di Luisella Scrosati<br /> <br />Archiviato il pontificato di Francesco, sono tutt'altro che naufragati i processi da lui avviati con atti, decisioni e gesti che hanno di fatto aperto nuove finestre di Overton o hanno condotto alla parziale realizzazione di quelle già aperte. Questo articolo conclusivo vuole rapidamente richiamare gli urgenti "interventi di rifacimento e manutenzione" a cui bisognerà porre mano al più presto, per riparare agli scandali contro la fede e contro la credibilità della Chiesa, alimentati in quest'ultimo pontificato.<br />1. NO ALLA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI (Amoris lætitia)<br />È necessaria anzitutto una chiarificazione da parte del Dicastero per la Dottrina della Fede - una volta ripulito da persone decisamente non all'altezza e dalla formazione teologica più che questionabile -, sulla deriva della Comunione ai divorziati risposati, che ripristini la disciplina corretta: non è possibile che persone che continuano a vivere more uxorio possano ricevere l'assoluzione sacramentale e accedere alla Santa Comunione.<br />Una modalità potrebbe essere quella di dare finalmente una risposta ai famosi Dubia del 19 settembre 2016, che si ponga come interpretazione autentica dell'esortazione post-sinodale Amoris lætitia, e correttiva della lettera del 5 settembre 2016 di papa Francesco a mons. Sergío Alfredo Fenoy. Un altro intervento dovrà portarsi sulla correzione della nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica sulla pena capitale, che appare decisamente in discontinuità con l'insegnamento tradizionale sul tema.<br />2. NO BENEDIZIONI AI GAY (Fiducia supplicans)<br />È urgente la revoca della dichiarazione Fiducia supplicans, così come del comunicato stampa del 4 gennaio 2024, firmato dal cardinale Victor Manuel Fernández e da mons. Armando Matteo. Il documento, a causa dell'assurdità e inaccettabilità delle sue affermazioni, e la chiarificazione successiva, persino peggiorativa della Dichiarazione, hanno provocato una profonda divisione all'interno della Chiesa con conferenze episcopali, e persino un intero continente, che si sono rifiutati di renderli applicativi nelle proprie zone di competenza. In nessun modo coppie caratterizzate da relazioni contrarie alla legge di Dio possono ricevere una benedizione del Signore, in nessuna forma.<br />3. NO AL DIACONATO FEMMINILE<br />Si pubblichi un documento che raccolga la parte migliore dei lavori delle diverse commissioni radunate negli anni per studiare la questione del diaconato femminile e si ribadisca in modo chiaro e definitivo l'impossibilità dell'ordinazione diaconale e presbiterale delle donne.<br />4. VOTO NEI SINODI AI SOLI VESCOVI<br />Si ripristini l'ordine gerarchico della Chiesa mediante l'attribuzione del diritto di voto nei Sinodi generali ai soli vescovi (e a eventuali altri membri, purché appartenenti almeno all'ordine presbiterale). Lo stesso avvenga nei sinodi locali. L'autorità dell'ordinario sia restituita in tutta la sua pienezza, ed anche il senso dell'episcopato. Il nuovo pontefice si troverà a dover porre mano ai criteri di selezione dei nuovi vescovi, e alla loro effettiva applicazione; la Chiesa, soprattutto in quest'ultimo decennio, ha conosciuto nomine episcopali di persone del tutto non all'altezza dell'ordine che hanno ricevuto e della missione affidata, senza le minime competenze canoniche, con una conoscenza approssimativa della dottrina, desiderosi di novità piuttosto che di solidità, e non di rado con un profilo morale che si è rivelato alquanto discutibile, quando non palesemente inaccettabile.<br />Appare altresì più che opportuno un intervento che interdica l'eventuale accesso di laici, uomini e donne, a quelle cariche di responsabilità nella Chiesa che devono essere destinate, per loro natura, a chi ha...]]></itunes:summary><itunes:duration>980</itunes:duration><itunes:keywords>amorislaetitia,dubia,fiduciasupplicans,ordinegerarchico,priorità</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/693834cb6ee5bce731bded470305d7b6.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Fine di un pontificato all'insegna del cambio di paradigma</title><link>https://www.spreaker.com/episode/fine-di-un-pontificato-all-insegna-del-cambio-di-paradigma--65670400</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8143" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8143</a><br /><br />FINE DI UN PONTIFICATO ALL'INSEGNA DEL CAMBIO DI PARADIGMA di Luisella Scrosati<br /> <br />Il pontificato del primo papa gesuita della storia è giunto al tramonto: la preghiera di tutto il popolo cristiano offrirà il suffragio per l'anima del pontefice defunto durante i tradizionali novendiali. Dal tardo pomeriggio di quel 13 marzo 2013, quando Francesco si affacciò sulla piazza gremita salutando tutti con un semplice "buonasera", sono ormai passati oltre dodici anni. Anni in cui il "cambio di paradigma" partì con l'acceleratore al massimo, ma anche con il freno a mano tirato, data la presenza di un Benedetto XVI silenzioso, ma vigile.<br />Questo gioco di forze opposte lo si comprese molto bene durante il Sinodo sulla Famiglia, che partorì la nota esortazione post-sinodale Amoris Lætitia, nella quale quanti volevano introdurre evidenti elementi di rottura dovettero accontentarsi di dirottarli nelle note. Poi vennero i Dubia di quattro cardinali - Caffarra, Burke, Brandmüller, Meisner - che mai ottennero risposta, segno che il papa voleva andare avanti per la sua strada, senza rendere ragione del suo operato, nemmeno a quanti, in ragione della nomina cardinalizia, sono più strettamente uniti al papa nel governo della Chiesa universale. La linea iniziale fu comunque il tentativo disperato di mostrare una presunta "continuità" tra il papa tedesco e quello argentino, che portò alla figuraccia del caso di mons. Dario Edoardo Viganò, costretto a manipolare la risposta di Benedetto XVI alla richiesta di un testo di endorsement alla teologia di papa Francesco, presentata in una collezione di undici piccoli volumi editi dalla Libreria Editrice Vaticana.<br />Poi fu il turno del Sinodo sull'Amazzonia, con il tentativo chiarissimo di rendere facoltativo il celibato sacerdotale, naufragato per la tempestiva pubblicazione del libro Dal profondo del nostro cuore, da parte di Benedetto XVI e il cardinale Robert Sarah; quindi, le encicliche sociali Laudato si' e Fratelli tutti, un fardello che non sarà facile smaltire, divergenti su molti punti dall'insegnamento della dottrina sociale cattolica.<br />Un nuovo Sinodo sulla sinodalità andava a sigillare la "conversione sinodale" della Chiesa, con posizioni di apertura su temi caldi come le benedizioni di coppie dello stesso sesso, il diaconato femminile, l'esercizio dell'autorità nella Chiesa; aspetti che provocarono una nuova serie di Dubia da parte di cinque cardinali - Burke, Brandmüller, Sarah, Zen, Sandoval. Il 2021 fu l'anno di Traditionis custodes, che cancellava con un colpo di spugna l'altro motu proprio di papa Benedetto, Summorum Pontificum, e palesava una cecità piena di livore nei confronti di cellule vive della Chiesa e del rito più diffuso, fino ad una manciata di anni prima, e tra i più longevi della Chiesa latina. Fu un colpo al cuore per tanti cattolici, frequentanti o meno il Rito antico, ma anche per lo stesso Ratzinger, che a questa faticosa e indispensabile riconciliazione interna della Chiesa aveva dedicato la sua vita.<br />LA DISSOLUZIONE INTERNA DEL CATTOLICESIMO<br />Con la morte di Ratzinger si ebbe il tracollo: congedato il cardinale Ladaria, la nomina di Fernández al Dicastero per la Dottrina della Fede diede un'ulteriore accelerazione alla dissoluzione interna del cattolicesimo, che raggiunse una crisi con pochi precedenti nella pubblicazione della dichiarazione Fiducia supplicans. Questa e altre le nomine di uomini del tutto privi del senso della Chiesa, ampiamente ideologizzati e caratterizzati fin nelle midolla da quella che papa Benedetto aveva battezzato come «l'ermeneutica della rottura». E, in non pochi casi, anche da una condotta morale che si rivelerà tutt'altro che integra.<br />Come se non bastasse, ad uscire a pezzi, da questi anni di pontificato, è la figura stessa del papa. Dalla prima "timida" intervista a Eugenio Scalfari, prese avvio un pontificato che si è svolto sulla piazza mediatica, assecondandone i canoni e le aspettative, fino al mediatico sigillo di un pontificato, che si è chiuso con le ultime due apparizioni pubbliche di Francesco, se si eccettuano le fugaci e "mute" comparse in carrozzina di questi ultimi giorni, rispettivamente alla trasmissione di Fabio Fazio e al Festival di Sanremo. Intelligenti pauca.<br />Il successore dell'Apostolo Pietro, che esiste per confermare con la sua parola franca e ponderata la fede dei fratelli, è divenuto onnipresente sui mezzi di comunicazione: interviste "ufficiali" rilasciate in aereo al ritorno dai viaggi apostolici ed altre meno ufficiali, apparizioni abituali in programmi televisivi, docufilm e perfino messaggi su Tik Tok. La salvezza eterna, la vita morale e sacramentale, la persona di Gesù Cristo buttati sulla pubblica piazza con espressioni approssimative, insegnamenti incompleti, affermazioni fuorvianti. Come quando papa Francesco si inventò che «tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio», senza ulteriori precisazioni, vanificando con queste poche parole la verità che solo in Gesù Cristo c'è la salvezza.<br />IL PAPA NON DEVE PROCLAMARE LE PROPRIE IDEE<br />Questa "onnipresenza" mediatica ha comportato l'inevitabile conseguenza di ogni sovraesposizione: la parola del papa è divenuta una tra le tante, forse un po' più autorevole in ragione della sua anzianità e del suo prestigio morale, ma nulla più. Quello che il pubblico legge o ascolta non è più considerato come la parola del successore di Pietro, che fa risuonare ancora oggi la forza della parola del Signore, ma il parere di un uomo che si mescola alla cacofonia di tante altre voci.<br />Se il papa non parla più per insegnare la verità di Gesù Cristo, ma per esprimersi a braccio sui più svariati temi del momento, allora agli occhi degli uomini il senso dell'ufficio che Dio gli ha affidato al momento della sua accettazione si stempera fino a nascondersi dietro al semplice uomo che tale ufficio ricopre. Il papa «non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all'obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo». Così Benedetto XVI nell'omelia di insediamento sulla Cathedra romana: Francesco ha fatto esattamente il contrario. Il giusto cordoglio per la morte del papa non deve ipocritamente cancellare questa amara realtà. Per il bene della Chiesa.<br />La Chiesa, con questa sovraesposizione mediatica di Francesco, è ora forse percepita come più vicina all'uomo di oggi? La verità, drammatica, è un'altra e bisogna avere il coraggio di riconoscerla: ad aver raggiunto l'uomo moderno non è «la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità» (1Tm 3, 15), ma quella immagine della Chiesa che rimane dopo il "lifting" dei criteri massmediatici, più simile ad una modesta organizzazione spirituale ed umanitaria, utile al sistema di moda fintanto che essa gli sia docilmente funzionale. Il pontificato di Francesco, che ha fatto della denuncia della mondanità il suo cavallo di battaglia, ha di fatto impresso un'accelerazione senza precedenti all'autosecolarizzazione della Chiesa. Preghiamo che il nuovo pontefice abbia la forza della verità per un deciso cambio di rotta.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65670400</guid><pubDate>Tue, 22 Apr 2025 21:12:50 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65670400/fine_di_un_pontificato.mp3" length="8330409" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8143

FINE DI UN PONTIFICATO ALL'INSEGNA DEL CAMBIO DI PARADIGMA di Luisella Scrosati
 
Il pontificato del primo papa gesuita della storia è giunto al tramonto: la preghiera di tutto il popolo cristiano...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8143" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8143</a><br /><br />FINE DI UN PONTIFICATO ALL'INSEGNA DEL CAMBIO DI PARADIGMA di Luisella Scrosati<br /> <br />Il pontificato del primo papa gesuita della storia è giunto al tramonto: la preghiera di tutto il popolo cristiano offrirà il suffragio per l'anima del pontefice defunto durante i tradizionali novendiali. Dal tardo pomeriggio di quel 13 marzo 2013, quando Francesco si affacciò sulla piazza gremita salutando tutti con un semplice "buonasera", sono ormai passati oltre dodici anni. Anni in cui il "cambio di paradigma" partì con l'acceleratore al massimo, ma anche con il freno a mano tirato, data la presenza di un Benedetto XVI silenzioso, ma vigile.<br />Questo gioco di forze opposte lo si comprese molto bene durante il Sinodo sulla Famiglia, che partorì la nota esortazione post-sinodale Amoris Lætitia, nella quale quanti volevano introdurre evidenti elementi di rottura dovettero accontentarsi di dirottarli nelle note. Poi vennero i Dubia di quattro cardinali - Caffarra, Burke, Brandmüller, Meisner - che mai ottennero risposta, segno che il papa voleva andare avanti per la sua strada, senza rendere ragione del suo operato, nemmeno a quanti, in ragione della nomina cardinalizia, sono più strettamente uniti al papa nel governo della Chiesa universale. La linea iniziale fu comunque il tentativo disperato di mostrare una presunta "continuità" tra il papa tedesco e quello argentino, che portò alla figuraccia del caso di mons. Dario Edoardo Viganò, costretto a manipolare la risposta di Benedetto XVI alla richiesta di un testo di endorsement alla teologia di papa Francesco, presentata in una collezione di undici piccoli volumi editi dalla Libreria Editrice Vaticana.<br />Poi fu il turno del Sinodo sull'Amazzonia, con il tentativo chiarissimo di rendere facoltativo il celibato sacerdotale, naufragato per la tempestiva pubblicazione del libro Dal profondo del nostro cuore, da parte di Benedetto XVI e il cardinale Robert Sarah; quindi, le encicliche sociali Laudato si' e Fratelli tutti, un fardello che non sarà facile smaltire, divergenti su molti punti dall'insegnamento della dottrina sociale cattolica.<br />Un nuovo Sinodo sulla sinodalità andava a sigillare la "conversione sinodale" della Chiesa, con posizioni di apertura su temi caldi come le benedizioni di coppie dello stesso sesso, il diaconato femminile, l'esercizio dell'autorità nella Chiesa; aspetti che provocarono una nuova serie di Dubia da parte di cinque cardinali - Burke, Brandmüller, Sarah, Zen, Sandoval. Il 2021 fu l'anno di Traditionis custodes, che cancellava con un colpo di spugna l'altro motu proprio di papa Benedetto, Summorum Pontificum, e palesava una cecità piena di livore nei confronti di cellule vive della Chiesa e del rito più diffuso, fino ad una manciata di anni prima, e tra i più longevi della Chiesa latina. Fu un colpo al cuore per tanti cattolici, frequentanti o meno il Rito antico, ma anche per lo stesso Ratzinger, che a questa faticosa e indispensabile riconciliazione interna della Chiesa aveva dedicato la sua vita.<br />LA DISSOLUZIONE INTERNA DEL CATTOLICESIMO<br />Con la morte di Ratzinger si ebbe il tracollo: congedato il cardinale Ladaria, la nomina di Fernández al Dicastero per la Dottrina della Fede diede un'ulteriore accelerazione alla dissoluzione interna del cattolicesimo, che raggiunse una crisi con pochi precedenti nella pubblicazione della dichiarazione Fiducia supplicans. Questa e altre le nomine di uomini del tutto privi del senso della Chiesa, ampiamente ideologizzati e caratterizzati fin nelle midolla da quella che papa Benedetto aveva battezzato come «l'ermeneutica della rottura». E, in non pochi casi, anche da una condotta morale che si rivelerà tutt'altro che integra.<br />Come se non bastasse, ad uscire a pezzi, da questi anni di pontificato, è la figura stessa del papa. Dalla prima "timida"...]]></itunes:summary><itunes:duration>521</itunes:duration><itunes:keywords>attualità,cambiodiparadigma,chiesa,finepontificato,secolarizzazione</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/312dd872fdd32df0df4b613c1189b8c4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La regola di San Benedetto spiega come frenare la lingua</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-regola-di-san-benedetto-spiega-come-frenare-la-lingua--64194302</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8064" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8064</a><br /><br />LA REGOLA DI SAN BENEDETTO SPIEGA COME FRENARE LA LINGUA E CONTROLLARE IL RISO di Luisella Scrosati<br /> <br />San Benedetto dedica il nono, decimo e undicesimo gradino dell'umiltà alla parola e al riso. Il monaco che cammina sulle vie dell'umiltà, e dunque della santità, «sa frenare la sua lingua» e si astiene «dal parlare finché non viene interrogato», «non è facile e pronto al riso» e, quando deve parlare, «lo fa pacatamente e senza ridere, con umiltà e gravità, dicendo poche e ponderate parole, senza mai alzare la voce» (Regola, 7,56-60). Tutti bocciati o, nella migliore delle ipotesi, rimandati a settembre.<br />Potremmo essere portati a pensare che san Benedetto sia a riguardo un po' troppo rigido, o che di fatto le sue considerazioni riguardino solo i monaci. Ma che le cose non stiano così, lo dimostra il fatto che egli si premura di ricordare che non si tratta di altro che di quanto contenuto nelle Sacre Scritture: «Nel molto parlare non manca la colpa, chi frena le labbra è prudente», ammonisce il libro dei Proverbi (10,19); e il libro del Siracide (21,20) conferma che «lo stolto alza la voce mentre ride; ma l'uomo saggio sorride appena in silenzio».<br />Non si tratta certamente di assumere atteggiamenti inopportuni e fuori luogo, di fare il muso lungo, o, peggio ancora, di imporre la gravità di un atteggiamento ostentato. San Benedetto è caratterizzato da uno spiccato realismo: occorre dunque riconoscere in tutta onestà che il parlare e il ridere smodato e frequente sono segno e causa di un disordine interiore: segno, perché la "parola compulsiva" manifesta un disordine interiore; causa, perché a sua volta alimenta questo disordine.<br />La Regola tocca tre punti ben specifici.<br />Il primo: frenare la lingua, ossia applicare la terapia della taciturnitas a una tendenza logorroica, dove la lingua si muove prima di qualsiasi altra considerazione, finendo così per parlare per sfogarsi, parlare per piacere, parlare per imporsi, parlare per vanità, parlare tanto per parlare, cercando di scappare da pensieri non graditi, che potrebbero emergere nel silenzio. La parola non è un male in sé, ma essa dev'essere "pura", ossia nascere dal desiderio del vero bene nei confronti di qualcuno e da un cuore abituato al raccoglimento. Un test infallibile sta nel "misurare" quanto ci peserebbe tacere: quanto più il punteggio è alto, tanto più quella parola è contaminata da un disordine.<br />Secondo, evitare di ridere in continuazione o in modo sguaiato; per quanto ci possa dare un certo fastidio, la verità è espressa dal noto proverbio «risus abundat in ore stultorum». Anche questo ridere fuori misura, per intensità o frequenza, scriveva madre Anna M. Canopi, è «indice di dissipazione interiore o di desiderio di farsi notare, ponendosi al centro dell'attenzione» (Mansuetudine. Volto del monaco, 2014, p. 128). Non ci viene chiesto di essere imbronciati, ma altro è il riso smodato e altro il sorriso.<br />Terzo, il volume del nostro parlare: è un brutto segno quando si è soliti alzare la voce per imporsi, per far valere le proprie ragioni, per umiliare qualcuno. Non ci rendiamo conto di quante volte anziché parlare agli altri, parliamo sugli altri. Troppo di frequente parlare non è sinonimo di comunicare]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64194302</guid><pubDate>Wed, 05 Feb 2025 16:50:11 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64194302/la_regola_di_san_benedetto_spiega_come_frenare_la_lingua.mp3" length="4266004" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8064

LA REGOLA DI SAN BENEDETTO SPIEGA COME FRENARE LA LINGUA E CONTROLLARE IL RISO di Luisella Scrosati
 
San Benedetto dedica il nono, decimo e undicesimo gradino dell'umiltà alla...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8064" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8064</a><br /><br />LA REGOLA DI SAN BENEDETTO SPIEGA COME FRENARE LA LINGUA E CONTROLLARE IL RISO di Luisella Scrosati<br /> <br />San Benedetto dedica il nono, decimo e undicesimo gradino dell'umiltà alla parola e al riso. Il monaco che cammina sulle vie dell'umiltà, e dunque della santità, «sa frenare la sua lingua» e si astiene «dal parlare finché non viene interrogato», «non è facile e pronto al riso» e, quando deve parlare, «lo fa pacatamente e senza ridere, con umiltà e gravità, dicendo poche e ponderate parole, senza mai alzare la voce» (Regola, 7,56-60). Tutti bocciati o, nella migliore delle ipotesi, rimandati a settembre.<br />Potremmo essere portati a pensare che san Benedetto sia a riguardo un po' troppo rigido, o che di fatto le sue considerazioni riguardino solo i monaci. Ma che le cose non stiano così, lo dimostra il fatto che egli si premura di ricordare che non si tratta di altro che di quanto contenuto nelle Sacre Scritture: «Nel molto parlare non manca la colpa, chi frena le labbra è prudente», ammonisce il libro dei Proverbi (10,19); e il libro del Siracide (21,20) conferma che «lo stolto alza la voce mentre ride; ma l'uomo saggio sorride appena in silenzio».<br />Non si tratta certamente di assumere atteggiamenti inopportuni e fuori luogo, di fare il muso lungo, o, peggio ancora, di imporre la gravità di un atteggiamento ostentato. San Benedetto è caratterizzato da uno spiccato realismo: occorre dunque riconoscere in tutta onestà che il parlare e il ridere smodato e frequente sono segno e causa di un disordine interiore: segno, perché la "parola compulsiva" manifesta un disordine interiore; causa, perché a sua volta alimenta questo disordine.<br />La Regola tocca tre punti ben specifici.<br />Il primo: frenare la lingua, ossia applicare la terapia della taciturnitas a una tendenza logorroica, dove la lingua si muove prima di qualsiasi altra considerazione, finendo così per parlare per sfogarsi, parlare per piacere, parlare per imporsi, parlare per vanità, parlare tanto per parlare, cercando di scappare da pensieri non graditi, che potrebbero emergere nel silenzio. La parola non è un male in sé, ma essa dev'essere "pura", ossia nascere dal desiderio del vero bene nei confronti di qualcuno e da un cuore abituato al raccoglimento. Un test infallibile sta nel "misurare" quanto ci peserebbe tacere: quanto più il punteggio è alto, tanto più quella parola è contaminata da un disordine.<br />Secondo, evitare di ridere in continuazione o in modo sguaiato; per quanto ci possa dare un certo fastidio, la verità è espressa dal noto proverbio «risus abundat in ore stultorum». Anche questo ridere fuori misura, per intensità o frequenza, scriveva madre Anna M. Canopi, è «indice di dissipazione interiore o di desiderio di farsi notare, ponendosi al centro dell'attenzione» (Mansuetudine. Volto del monaco, 2014, p. 128). Non ci viene chiesto di essere imbronciati, ma altro è il riso smodato e altro il sorriso.<br />Terzo, il volume del nostro parlare: è un brutto segno quando si è soliti alzare la voce per imporsi, per far valere le proprie ragioni, per umiliare qualcuno. Non ci rendiamo conto di quante volte anziché parlare agli altri, parliamo sugli altri. 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Così la regola di San Benedetto (VII, 49-50).<br />Di fronte a questo testo, noi, uomini del XXI secolo, abituati a far valere i nostri diritti e a ricercare spasmodicamente la stima di sé, siamo più che tentati di protestare contro questa svalutazione della dignità umana e di noi stessi, foriera di complessi psicologici distruttivi. Prima di buttare tutto all'aria, dovremmo farci almeno incuriosire dall'inatteso finale di questo sesto gradino: "sono sempre con te". Parole tratte dal salmo 72,23 e che sembrano rivelare un'inaspettata pace, che nasce dalla consapevolezza di essere con il Signore. Leggendo questo breve passo della Regola si ha l'impressione di entrare in un sentiero impervio, faticoso, pieno di rovi ed esposto sull'abisso, al termine del quale però ci attende la pace di un lago di montagna con i suoi ruscelli e una florida vegetazione.<br />In effetti, San Benedetto ci esorta a liberarci da quell'affanno con il quale cerchiamo di tenere in piedi una piacevole immagine di noi stessi, agli occhi altrui e ai nostri stessi occhi, che è la vera, profonda ragione della nostra tristezza e insoddisfazione. E per liberarcene, ci viene messa davanti la strada dell'umiliazione, che ci chiede di accontentarci di quello che ci capita, di quello che la vita ci pone davanti, senza stare a recriminare che meritavamo di più, che i nostri talenti non sono stati compresi, che è colpa di Tizio o di Caio se non possiamo diventare quello che vorremmo, e così via.<br />"Questo sesto gradino", commenta dom Guillaume, "è il passaggio così importante dal sogno di sé all'umile accettazione di sé stessi. L'accoglienza semplice e pacifica della realtà" (Un cammino di libertà, p. 166). Passaggio che ci libera dall'assurda e sterile fatica di voler tenere in piedi un'immagine di noi stessi, per farci entrare nella libertà della verità. Il piegarci umilmente ai lavori più spregevoli e pesanti, come anche a quelli meno "rimunerati" e più monotoni, l'accettazione senza recriminazione di quanto ci viene chiesto, a prescindere che ci sia gradito o meno, sono la strada per questa liberazione. Una strada che però noi non solo vorremmo evitare, ma di fatto facciamo di tutto per sfuggire, fino a quando il Signore ci fa la grazia di chiuderci ogni altra via e far crollare ogni ponte.<br />In questo isolamento, in questo venire meno del nostro agitarci per far andare le cose secondo quello che noi pensiamo sia bene per noi, sorge il fiore dell'affidamento pacifico: "Fa' dell'essere da te plasmato ciò che vuoi. Io credo che, essendo buono, tu provvederai per me il bene, anche se per mio vantaggio non lo conosco. Ma non sono neppure degno di conoscerlo, né chiedo di imparare per averne riposo: probabilmente ciò non mi giova. Né oso chiedere sollievo da una lotta, anche se sono debole e mi affatico in tutto, perché non so cosa mi giova. Tu sai tutto: fa' come sai (...). Io dunque non ho nulla. Davanti a te sono come un essere senz'anima: la mia anima la affido alle tue mani immacolate" (Pietro Damasceno, in Filocalia, III, p. 148). Questo affidamento ci libera dal pesante fardello di dover sempre corrispondere a uno standard costruito da mano d'uomo (molto spesso la nostra), per poter vivere nella grande pace di essere sempre con Lui.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63359123</guid><pubDate>Tue, 17 Dec 2024 20:41:21 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63359123/per_essere_umili_va_eliminata_la_falsa_immagine_di_se.mp3" length="4264481" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8013

PER ESSERE UMILI VA ELIMINATA LA FALSA IMMAGINE DI SE' di Luisella Scrosati
 
«Il sesto gradino dell'umiltà consiste nell'accontentarsi di tutto ciò che vi è di più umile e...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8013" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8013</a><br /><br />PER ESSERE UMILI VA ELIMINATA LA FALSA IMMAGINE DI SE' di Luisella Scrosati<br /> <br />«Il sesto gradino dell'umiltà consiste nell'accontentarsi di tutto ciò che vi è di più umile e spregevole, e nel ritenersi operaio indegno e incapace di fronte a ogni ordine che viene dato, ripetendo con il profeta: "ero ridotto a nulla e non capivo, davanti a te stavo come una bestia, ma sono con te sempre"». Così la regola di San Benedetto (VII, 49-50).<br />Di fronte a questo testo, noi, uomini del XXI secolo, abituati a far valere i nostri diritti e a ricercare spasmodicamente la stima di sé, siamo più che tentati di protestare contro questa svalutazione della dignità umana e di noi stessi, foriera di complessi psicologici distruttivi. Prima di buttare tutto all'aria, dovremmo farci almeno incuriosire dall'inatteso finale di questo sesto gradino: "sono sempre con te". Parole tratte dal salmo 72,23 e che sembrano rivelare un'inaspettata pace, che nasce dalla consapevolezza di essere con il Signore. Leggendo questo breve passo della Regola si ha l'impressione di entrare in un sentiero impervio, faticoso, pieno di rovi ed esposto sull'abisso, al termine del quale però ci attende la pace di un lago di montagna con i suoi ruscelli e una florida vegetazione.<br />In effetti, San Benedetto ci esorta a liberarci da quell'affanno con il quale cerchiamo di tenere in piedi una piacevole immagine di noi stessi, agli occhi altrui e ai nostri stessi occhi, che è la vera, profonda ragione della nostra tristezza e insoddisfazione. E per liberarcene, ci viene messa davanti la strada dell'umiliazione, che ci chiede di accontentarci di quello che ci capita, di quello che la vita ci pone davanti, senza stare a recriminare che meritavamo di più, che i nostri talenti non sono stati compresi, che è colpa di Tizio o di Caio se non possiamo diventare quello che vorremmo, e così via.<br />"Questo sesto gradino", commenta dom Guillaume, "è il passaggio così importante dal sogno di sé all'umile accettazione di sé stessi. L'accoglienza semplice e pacifica della realtà" (Un cammino di libertà, p. 166). Passaggio che ci libera dall'assurda e sterile fatica di voler tenere in piedi un'immagine di noi stessi, per farci entrare nella libertà della verità. Il piegarci umilmente ai lavori più spregevoli e pesanti, come anche a quelli meno "rimunerati" e più monotoni, l'accettazione senza recriminazione di quanto ci viene chiesto, a prescindere che ci sia gradito o meno, sono la strada per questa liberazione. Una strada che però noi non solo vorremmo evitare, ma di fatto facciamo di tutto per sfuggire, fino a quando il Signore ci fa la grazia di chiuderci ogni altra via e far crollare ogni ponte.<br />In questo isolamento, in questo venire meno del nostro agitarci per far andare le cose secondo quello che noi pensiamo sia bene per noi, sorge il fiore dell'affidamento pacifico: "Fa' dell'essere da te plasmato ciò che vuoi. Io credo che, essendo buono, tu provvederai per me il bene, anche se per mio vantaggio non lo conosco. Ma non sono neppure degno di conoscerlo, né chiedo di imparare per averne riposo: probabilmente ciò non mi giova. Né oso chiedere sollievo da una lotta, anche se sono debole e mi affatico in tutto, perché non so cosa mi giova. Tu sai tutto: fa' come sai (...). Io dunque non ho nulla. Davanti a te sono come un essere senz'anima: la mia anima la affido alle tue mani immacolate" (Pietro Damasceno, in Filocalia, III, p. 148). Questo affidamento ci libera dal pesante fardello di dover sempre corrispondere a uno standard costruito da mano d'uomo (molto spesso la nostra), per poter vivere nella grande pace di essere sempre con Lui.]]></itunes:summary><itunes:duration>267</itunes:duration><itunes:keywords>diritti,pace,regola,sanbenedetto,umili</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/4671b95e062408ae150b08b5fdc2d6d6.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>I miracoli servono a riconoscere la presenza di Dio</title><link>https://www.spreaker.com/episode/i-miracoli-servono-a-riconoscere-la-presenza-di-dio--63020250</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7990" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7990</a><br /><br />I MIRACOLI SERVONO A RICONOSCERE LA PRESENZA DI DIO di Luisella Scrosati<br /> <br />Ogni tanto bisogna tornarci sopra. Parliamo dei miracoli, della loro presenza ostinata e ingombrante nelle Sacre Scritture: ostinata perché li ritroviamo quasi ad ogni pagina della Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, senza eccezioni e pure con la pretesa che si tratti di fatti veri e propri, ben distinti dal racconto edificante e parabolico. Ingombrante, perché nell'epoca dell'incenso immolato cotidie alla Scienza, provoca sempre un certo imbarazzo leggere nei testi fondativi e sacri della fede cristiana di guarigioni, esorcismi, tempeste sedate e persino risurrezioni di morti. Come facciamo a mostrarci credibili e ragionevoli di fronte ai nostri contemporanei, sedotti e convinti solo da grafici, statistiche e formule chimiche?<br />La domanda è senz'altro curiosa, perché inverte di 180 gradi il senso della presenza dei miracoli nelle Scritture: quello di mostrare proprio la credibilità della fede nel Dio d'Israele e in Gesù Cristo. Ciò che a noi suscita un certo disagio è presente nei testi sacri precisamente per mostrare con forza l'azione di Dio in mezzo al suo popolo, per togliere ogni dubbio sulla verità della sua presenza, per rafforzare la fede in un'opera e un messaggio che la sola ragione umana, lasciata a se stessa, non riuscirebbe a credere.<br />Si presta molta attenzione ad affermare - e giustamente - che i miracoli sono segni che vogliono esprimere una profonda realtà da credere, un tratto della divinità a cui aderire; ma non di rado questa enfasi ha finito per mettere in ombra il senso più generale e fondamentale del miracolo: achtung! Dio è all'opera! Per non parlare di quelle interpretazioni che, così attente al carattere di segno, ritengono persino superfluo indugiare sulla veridicità del fatto narrato: l'importante è il significato.<br />«Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,30-31). Così il primo epilogo del quarto Vangelo (il secondo è 21,24-25) esprime in modo piano il senso per cui il Signore Gesù ha compiuto miracoli e per cui essi sono stati narrati a quanti non hanno potuto vederli di persona: «perché crediate... e perché, credendo, abbiate la vita». L'evangelista Giovanni lega il miracolo nientemeno che alla salvezza eterna, in quanto supporto di quella fede necessaria per la salvezza. Non è cosa di poco conto, che spiega come mai, tra l'altro, il Signore non abbia perso il vizio di disseminare i suoi prodigi nella storia.<br />OBIEZIONI AI MIRACOLI<br />L'obiezione che normalmente si solleva è che la fede, se autentica, non ha bisogno dei miracoli, i quali ne costituirebbero addirittura una sorta di "contaminazione". Gesù stesso sembra confermare questa posizione, allorché rimproverò il funzionario del re, venuto a Cana di Galilea per implorare la guarigione del Figlio: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete» (Gv 4,48).<br />Un'altra obiezione, certamente sensata, è che gli uomini facilmente ricercano il miracolo come soluzione ai loro problemi di quaggiù: malattia, miseria, pericoli sono tutte situazioni nelle quali domandiamo a Dio di intervenire non per rafforzare la nostra fede, ma per liberarci dai mali materiali che incombono su di noi. E dunque, paradossalmente, l'aspettativa del miracolo o persino un miracolo effettivamente compiuto, rischierebbero pure di favorire in noi questo attaccamento alle cose che passano. È la situazione descritta nel racconto della moltiplicazione dei pani, narrata nel Vangelo di Giovanni, che ha provocato il rimprovero del Signore: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6,26).<br />Ancora, si osserva che il miracolo può addirittura aggravare la condizione spirituale di una persona: di fronte ad un prodigio, il rifiuto di credere e l'indurimento del cuore peggiorano la situazione, aggravando la colpa di fronte a Dio. Anche questo dramma è attestato nel Vangelo e raggiunge il suo apice in occasione della risurrezione di Lazzaro. Di fronte alla straordinaria risurrezione di un cadavere quadriduano per mezzo della sola parola, la reazione del Sinedrio è stata così riassunta laconicamente da Giovanni: «Da quel giorno, dunque, decisero di ucciderlo» (Gv 11,53). Dalla bocca stessa di Gesù proviene la dura parola verso coloro che recalcitrano di fronte a chiari prodigi: «Guai a te, Corazin, guai a te, Betsàida! Perché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti tra voi, già da tempo si sarebbero convertiti vestendo il sacco e coprendosi di cenere. Perciò nel giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi» (Lc 10,13-14).<br />RISPOSTA ALLE OBIEZIONI<br />E tuttavia il Signore Gesù, che ben conosce in cosa consista la purezza della fede, come la nostra reticenza a volgerci alle realtà celesti, sia infine la durezza incredula del nostro cuore, non si è affatto rifiutato di compiere miracoli. Perché?<br />Abbiamo una prima traccia interessante di risposta nel famoso brano dei discepoli del Battista che erano stati mandati da Gesù a domandargli se fosse lui colui che doveva venire. A costoro il Signore replicò di andare a riferire a Giovanni «ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me» (Mt 11,4-6). Il Signore articola la sua risposta attingendo ai testi messianici del profeta Isaia ben noti ai suoi uditori: la venuta del Messia sarebbe stata riconosciuta da alcuni segni: i ciechi vedono, i sordi odono, i muti parlano e gli zoppi camminano. Gesù invita i discepoli di Giovanni a constatare che tali segni sono lì presenti, davanti ai loro occhi. Il miracolo serve dunque a riconoscere la presenza divina. Ed è per questo che il Signore "corre" i tre rischi, assolutamente reali, sopra riportati: gli uomini devono poter riconoscere i segni chiari di Dio presente in mezzo a loro per credere e, credendo, ottenere la vita eterna.<br />Certamente Dio non si limita a questa azione esterna: mentre compie il prodigio, egli muove anche i cuori dall'interno, suscitando e sostenendo la risposta dell'uomo, che resta sempre libera. E tuttavia la logica di Dio, che ritroviamo anche nell'Antico Testamento, è quella di dare agli uomini segni prodigiosi perché credano. Il grande evento fondatore del popolo d'Israele, l'Esodo, non è stato forse tutto all'insegna di segni miracolosi? Jahvé non ha forse mandato Mosè dal Faraone a compiere prodigi? Egli non è forse intervenuto a liberare il suo popolo compiendo il grande segno dell'attraversamento del Mar Rosso? L'ingresso nella Terra promessa, sotto la guida di Giosué, non è forse avvenuto con un altro prodigioso attraversamento, quello del fiume Giordano?<br />Il libro del Deuteronomio non è altro che una continua esortazione a ricordare i prodigi che Dio ha compiuto sotto gli occhi di coloro che stavano ascoltando la parola di Mosè: «Ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un'altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore vostro Dio in Egitto, sotto i vostri occhi?» (Dt 4, 34). O ancora: «ricordati delle grandi prove che hai viste con gli occhi, dei segni, dei prodigi, della mano potente e del braccio teso, con cui il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire» (Dt 7,19).<br />IL DIO VERO E I FALSI DÈI<br />Proprio l'onnipotenza rivelata dai prodigi compiuti distingue il Dio d'Israele dai falsi dèi delle nazioni. Non fu forse questa la discriminante tra il Dio di Elia e i Baal (cf. 1Re 18,1-40)? Gli idoli delle genti non sono forse caratterizzati dalla loro incapacità di compiere qualcosa degno di Dio? «Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Hanno mani e non palpano» (Sal 114, 5-7). Per questo il senso della presenza di Israele in mezzo alle nazioni era precisamente quello di ricordare «i prodigi che egli ha compiuti, i suoi miracoli e i giudizi della sua bocca» (1Cr 16,12), perché tutti potessero riconoscere il vero Dio.<br />Gesù si mette esattamente nella stessa linea, mostrando a tutti che egli è quello stesso Jahvè che ha compiuto meraviglie per il popolo d'Israele e che ora è venuto nella carne per compiere una liberazione più radicale e definitiva: quella dalla tirannia del male. Tra i miracoli compiuti da Gesù ve n'è uno che rivela specificamente questa logica: la guarigione del paralitico calato dal tetto (cf. Lc 5,17-26). Il miracolo della guarigione avviene precisamente per mostrare che al Figlio dell'uomo è stato dato il potere di rimettere i peccati. Un grandioso segno visibile rivela qualcosa di ancora più grandioso che non può essere compreso dai nostri sensi.<br />A ben vedere, è una dinamica analoga a quella della creazione: la creazione esprime sensibilmente le perfezioni divine e quel mondo spirituale non accessibile ai sensi; analogamente, segni che oltrepassano il corso naturale, manifestano ed esprimono la presenza del mondo soprannaturale. Dio si "tocca" solo tramite la fede, e non senza un senso di smarrimento e di vertigine, ma questa fede è richiesta all'uomo rispettando la sua natura ragionevole. Cristo è Dio stesso, può rimettere i peccati, redime l'uomo con]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63020250</guid><pubDate>Tue, 26 Nov 2024 23:40:51 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63020250/i_miracoli_servono_a_riconoscere_la_presenza_di_dio.mp3" length="11409493" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7990

I MIRACOLI SERVONO A RICONOSCERE LA PRESENZA DI DIO di Luisella Scrosati
 
Ogni tanto bisogna tornarci sopra. Parliamo dei miracoli, della loro presenza ostinata e ingombrante...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7990" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7990</a><br /><br />I MIRACOLI SERVONO A RICONOSCERE LA PRESENZA DI DIO di Luisella Scrosati<br /> <br />Ogni tanto bisogna tornarci sopra. Parliamo dei miracoli, della loro presenza ostinata e ingombrante nelle Sacre Scritture: ostinata perché li ritroviamo quasi ad ogni pagina della Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, senza eccezioni e pure con la pretesa che si tratti di fatti veri e propri, ben distinti dal racconto edificante e parabolico. Ingombrante, perché nell'epoca dell'incenso immolato cotidie alla Scienza, provoca sempre un certo imbarazzo leggere nei testi fondativi e sacri della fede cristiana di guarigioni, esorcismi, tempeste sedate e persino risurrezioni di morti. Come facciamo a mostrarci credibili e ragionevoli di fronte ai nostri contemporanei, sedotti e convinti solo da grafici, statistiche e formule chimiche?<br />La domanda è senz'altro curiosa, perché inverte di 180 gradi il senso della presenza dei miracoli nelle Scritture: quello di mostrare proprio la credibilità della fede nel Dio d'Israele e in Gesù Cristo. Ciò che a noi suscita un certo disagio è presente nei testi sacri precisamente per mostrare con forza l'azione di Dio in mezzo al suo popolo, per togliere ogni dubbio sulla verità della sua presenza, per rafforzare la fede in un'opera e un messaggio che la sola ragione umana, lasciata a se stessa, non riuscirebbe a credere.<br />Si presta molta attenzione ad affermare - e giustamente - che i miracoli sono segni che vogliono esprimere una profonda realtà da credere, un tratto della divinità a cui aderire; ma non di rado questa enfasi ha finito per mettere in ombra il senso più generale e fondamentale del miracolo: achtung! Dio è all'opera! Per non parlare di quelle interpretazioni che, così attente al carattere di segno, ritengono persino superfluo indugiare sulla veridicità del fatto narrato: l'importante è il significato.<br />«Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,30-31). Così il primo epilogo del quarto Vangelo (il secondo è 21,24-25) esprime in modo piano il senso per cui il Signore Gesù ha compiuto miracoli e per cui essi sono stati narrati a quanti non hanno potuto vederli di persona: «perché crediate... e perché, credendo, abbiate la vita». L'evangelista Giovanni lega il miracolo nientemeno che alla salvezza eterna, in quanto supporto di quella fede necessaria per la salvezza. Non è cosa di poco conto, che spiega come mai, tra l'altro, il Signore non abbia perso il vizio di disseminare i suoi prodigi nella storia.<br />OBIEZIONI AI MIRACOLI<br />L'obiezione che normalmente si solleva è che la fede, se autentica, non ha bisogno dei miracoli, i quali ne costituirebbero addirittura una sorta di "contaminazione". Gesù stesso sembra confermare questa posizione, allorché rimproverò il funzionario del re, venuto a Cana di Galilea per implorare la guarigione del Figlio: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete» (Gv 4,48).<br />Un'altra obiezione, certamente sensata, è che gli uomini facilmente ricercano il miracolo come soluzione ai loro problemi di quaggiù: malattia, miseria, pericoli sono tutte situazioni nelle quali domandiamo a Dio di intervenire non per rafforzare la nostra fede, ma per liberarci dai mali materiali che incombono su di noi. E dunque, paradossalmente, l'aspettativa del miracolo o persino un miracolo effettivamente compiuto, rischierebbero pure di favorire in noi questo attaccamento alle cose che passano. È la situazione descritta nel racconto della moltiplicazione dei pani, narrata nel Vangelo di Giovanni, che ha provocato il rimprovero del Signore: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non...]]></itunes:summary><itunes:duration>714</itunes:duration><itunes:keywords>divinitàdigesù,fede,miracoli,presenzadidio,scrittura</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/866610040a8222360be8ad0111ed0df5.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Dai vescovi un giro di vite sugli abusi liturgici</title><link>https://www.spreaker.com/episode/dai-vescovi-un-giro-di-vite-sugli-abusi-liturgici--62620688</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7971" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7971</a><br /><br />DAI VESCOVI UN GIRO DI VITE SUGLI ABUSI LITURGICI di Luisella Scrosati<br /><br />La Conferenza Episcopale Italiana ha stabilito un energico giro di vite sugli abusi liturgici, emanando una circolare per tutti i sacerdoti, perché pongano fine ad atti che non rispettano la natura del culto pubblico della Chiesa. Il cardinale Zuppi ha firmato un documento che prevede sanzioni verso i sacerdoti protagonisti di liturgie fai-da-te. Non ci credete? Fate bene, perché per i vescovi italiani le priorità sono la Costituzione, il cambiamento climatico e il sostegno di Bruxelles. Non così però per i confratelli nigeriani, che invece hanno realmente preso carta e penna per comunicare ai loro sacerdoti che di abusi liturgici ne hanno abbastanza.<br />Con una dichiarazione del 15 agosto scorso, la Conferenza Episcopale Nigeriana (CBCN) ha fermamente condannato l'«aumento allarmante nella nostra nazione di aberrazioni durante il culto, commesse da alcuni nostri preti». Nel documento, che porta la firma del presidente della CBCN, mons. Lucius Iwejuru Ugorji, arcivescovo di Owerri, lamentano soprattutto «deviazioni dalle preghiere prescritte e dalle rubriche della Messa, inclusa la preghiera eucaristica» ed un «trattamento irriverente dell'Eucaristia», con particolare riferimento all'uso di camminare in mezzo alla navata con il Santissimo sacramento, benedicendo le persone agitando l'ostensorio a mo' di aspersorio.<br />Altri abusi vengono ripresi dai vescovi nigeriani: presenza di musica non liturgica o addirittura profana nella liturgia, danze indecenti, continua raccolta di offerte durante la celebrazione eucaristica, utilizzo della predicazione per finalità che non le sono proprie, invenzione di riti e benedizione di oggetti che la Chiesa non include tra i sacramentali e, più in generale, una mancanza di preparazione adeguata delle celebrazioni liturgiche.<br />ELENCO DI ABUSI<br />Si tratta di un elenco di abusi che evidentemente colpiscono le chiese cattoliche della Nigeria (in buona parte sovrapponibile a quanto accade da noi), ma che manifestano un atteggiamento di fondo, adeguatamente colto e stigmatizzato dai vescovi: «queste azioni non sono semplicemente errori di valutazione; sono violazioni dell'ordine sacro e come tali devono essere trattati. Ricordiamo ai nostri sacerdoti che l'altare non è un palcoscenico teatrale e che la liturgia neppure è un luogo di innovazione». Si trova qui il cuore di questa dichiarazione: la liturgia risponde a un ordine sacro che non è a disposizione dell'arbitrio degli uomini, nemmeno se preti o vescovi, qualunque sia la loro più o meno lodevole intenzione. Note di benedettiana memoria.<br />«La liturgia è un'anticipazione del banchetto celeste, un incontro sacro con la divinità, e dev'essere sempre condotta con la più grande solennità e il più grande rispetto. Qualsiasi atto che sminuisce questo incontro sacro dev'essere condannato e corretto con la serietà che merita», continua la dichiarazione. In un contesto di aperta e sanguinaria persecuzione dei cristiani, i vescovi nigeriani fanno quadrato per difendere il primato di Dio, nel culto liturgico a lui dovuto. Ai loro occhi evidentemente non è una minaccia meno grave quella che nasce dall'interno della Chiesa, dal cuore del santuario, dalle mani e dalle labbra dei sacerdoti, di quella che proviene dai gruppi di islamisti.<br />In un Paese dove, nel solo 2022, quasi 6mila cristiani sono stati uccisi, oltre 2mila chiese distrutte, 124mila persone sono state allontanate con forza dalle loro case, dove continuano l'assassinio e il rapimento di laici e chierici, i vescovi hanno la lucidità e lungimiranza di mettere in guardia i sacerdoti dal violare l'ordine sacro nella sua forma esterna. Visione pienamente illuminata dalla fede e animata dalla virtù di religione: quella di celebrare i santi misteri, continuano i vescovi, «non è una responsabilità da prendere alla leggera, né una responsabilità che permette un'interpretazione personale. Questo si può ottenere solo quando la liturgia viene celebrata con il decoro, la riverenza e la fedeltà che essa richiede. Gli abusi e le deviazioni relative alla forma prescritta non sono solamente inaccettabili, ma costituiscono un grave danno per i fedeli e per la Chiesa».<br />LA DIREZIONE DA PRENDERE<br />Chiesa e fedeli: sono quasi una rarità i sacerdoti consapevoli che non hanno alcun diritto di alterare, sminuire o modificare i sacri riti approvati dalla Chiesa: «la Chiesa ci ha dato delle direttive chiare sul modo in cui la liturgia dev'essere celebrata, e queste direttive devono essere seguite senza eccezioni. La fedeltà alle leggi della Chiesa non è facoltativa, ma obbligatoria. I fedeli non meritano altro che la celebrazione corretta e rispettosa dei misteri della nostra fede».<br />I fedeli, appunto, le vittime dei gusti personali dei preti e delle commissioni liturgiche: vittime quando il loro diritto di poter partecipare alla sacra liturgia, senza "additivi" e senza minimalismi essenzialisti, viene calpestato, con loro grande sofferenza; doppiamente vittime quando seguono entusiasti le creatività liturgiche dei loro pastori.<br />Come nelle visioni dell'Apocalisse, la purezza del copioso sangue dei martiri entra nella liturgia che unisce cielo e terra, liturgia descritta con minuziosità da San Giovanni nelle forme della sua sollemnitas, senza la quale essa non è, nella migliore delle ipotesi, che un semplice esercizio di devozione personale e nelle peggiori una vera e propria manipolazione di ciò che spetta a Dio solo.<br />La Nigeria è davanti ai nostri occhi per capire qual è la direzione da prendere, per uscire dalla grave crisi che attanaglia la Chiesa e rischia di farla estinguere: glorificare Dio con il sacrificio della vita; glorificare Dio con la solennità e il profondo rispetto dei sacri riti. E la Chiesa in Nigeria, pur con tutte le sue ombre e i suoi limiti umani, scoppia di battesimi e vocazioni. La nostra languisce, mentre è tutta indaffarata a perseguitare il rito antico.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62620688</guid><pubDate>Tue, 05 Nov 2024 21:25:18 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/62620688/dai_vescovi_un_giro_di_vite_sugli_abusi_liturgici.mp3" length="6555752" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7971

DAI VESCOVI UN GIRO DI VITE SUGLI ABUSI LITURGICI di Luisella Scrosati

La Conferenza Episcopale Italiana ha stabilito un energico giro di vite sugli abusi liturgici, emanando...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7971" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7971</a><br /><br />DAI VESCOVI UN GIRO DI VITE SUGLI ABUSI LITURGICI di Luisella Scrosati<br /><br />La Conferenza Episcopale Italiana ha stabilito un energico giro di vite sugli abusi liturgici, emanando una circolare per tutti i sacerdoti, perché pongano fine ad atti che non rispettano la natura del culto pubblico della Chiesa. Il cardinale Zuppi ha firmato un documento che prevede sanzioni verso i sacerdoti protagonisti di liturgie fai-da-te. Non ci credete? Fate bene, perché per i vescovi italiani le priorità sono la Costituzione, il cambiamento climatico e il sostegno di Bruxelles. Non così però per i confratelli nigeriani, che invece hanno realmente preso carta e penna per comunicare ai loro sacerdoti che di abusi liturgici ne hanno abbastanza.<br />Con una dichiarazione del 15 agosto scorso, la Conferenza Episcopale Nigeriana (CBCN) ha fermamente condannato l'«aumento allarmante nella nostra nazione di aberrazioni durante il culto, commesse da alcuni nostri preti». Nel documento, che porta la firma del presidente della CBCN, mons. Lucius Iwejuru Ugorji, arcivescovo di Owerri, lamentano soprattutto «deviazioni dalle preghiere prescritte e dalle rubriche della Messa, inclusa la preghiera eucaristica» ed un «trattamento irriverente dell'Eucaristia», con particolare riferimento all'uso di camminare in mezzo alla navata con il Santissimo sacramento, benedicendo le persone agitando l'ostensorio a mo' di aspersorio.<br />Altri abusi vengono ripresi dai vescovi nigeriani: presenza di musica non liturgica o addirittura profana nella liturgia, danze indecenti, continua raccolta di offerte durante la celebrazione eucaristica, utilizzo della predicazione per finalità che non le sono proprie, invenzione di riti e benedizione di oggetti che la Chiesa non include tra i sacramentali e, più in generale, una mancanza di preparazione adeguata delle celebrazioni liturgiche.<br />ELENCO DI ABUSI<br />Si tratta di un elenco di abusi che evidentemente colpiscono le chiese cattoliche della Nigeria (in buona parte sovrapponibile a quanto accade da noi), ma che manifestano un atteggiamento di fondo, adeguatamente colto e stigmatizzato dai vescovi: «queste azioni non sono semplicemente errori di valutazione; sono violazioni dell'ordine sacro e come tali devono essere trattati. Ricordiamo ai nostri sacerdoti che l'altare non è un palcoscenico teatrale e che la liturgia neppure è un luogo di innovazione». Si trova qui il cuore di questa dichiarazione: la liturgia risponde a un ordine sacro che non è a disposizione dell'arbitrio degli uomini, nemmeno se preti o vescovi, qualunque sia la loro più o meno lodevole intenzione. Note di benedettiana memoria.<br />«La liturgia è un'anticipazione del banchetto celeste, un incontro sacro con la divinità, e dev'essere sempre condotta con la più grande solennità e il più grande rispetto. Qualsiasi atto che sminuisce questo incontro sacro dev'essere condannato e corretto con la serietà che merita», continua la dichiarazione. In un contesto di aperta e sanguinaria persecuzione dei cristiani, i vescovi nigeriani fanno quadrato per difendere il primato di Dio, nel culto liturgico a lui dovuto. Ai loro occhi evidentemente non è una minaccia meno grave quella che nasce dall'interno della Chiesa, dal cuore del santuario, dalle mani e dalle labbra dei sacerdoti, di quella che proviene dai gruppi di islamisti.<br />In un Paese dove, nel solo 2022, quasi 6mila cristiani sono stati uccisi, oltre 2mila chiese distrutte, 124mila persone sono state allontanate con forza dalle loro case, dove continuano l'assassinio e il rapimento di laici e chierici, i vescovi hanno la lucidità e lungimiranza di mettere in guardia i sacerdoti dal violare l'ordine sacro nella sua forma esterna. Visione pienamente illuminata dalla fede e animata dalla virtù di religione:...]]></itunes:summary><itunes:duration>410</itunes:duration><itunes:keywords>abusiliturgici,conferenzaepiscopale,girodivite,sangiovanni,zuppi</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/357a1879436f46e7c6a16a9b6561a3a9.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il papa e il dovere di assolvere</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-papa-e-il-dovere-di-assolvere--62181013</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7940" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7940</a><br /><br />IL PAPA E IL DOVERE DI ASSOLVERE di Luisella Scrosati<br />Era passata inosservata l'ennesima grave esternazione di papa Francesco in occasione del recente viaggio in Indonesia. Ma ci ha pensato il fido Antonio Spadaro a riesumarla e farla conoscere al mondo sul sito de La Civilità Cattolica, riportando diversi colloqui di Francesco in occasione del Viaggio Apostolico, incluso quello con 42 gesuiti di Timor Est, il 10 settembre.<br />Il Papa ha ripetuto ancora una volta di non aver mai rifiutato l'assoluzione, aggiungendo però un dettaglio che lo pone direttamente sotto l'anatema del Concilio di Trento. Già nel novembre 2022, parlando ai Rettori e ai Formatori dei Seminari dell'America latina, Francesco si era spinto molto alla deriva (vedi qui), etichettando come "delinquenti" quei sacerdoti che rifiutano l'assoluzione. Poi, il 14 gennaio scorso, ospite della trasmissione Che tempo che fa, aveva ostentato la sua misericordia, affermando che «in 54 anni di sacerdozio ho soltanto negato una sola volta l’assoluzione per l’ipocrisia della persona». Ora, con i confratelli di Timor Est, il Papa confessa «che in 53 anni di sacerdozio non ho mai rifiutato un’assoluzione». Non è solo il computo degli anni di sacerdozio a non tornare (dal prossimo 13 dicembre saranno infatti 55), ma anche il contenuto dei suoi racconti: questa benedetta assoluzione l'ha negata almeno una volta all'ipocrita o non l'ha mai negata? Quale sarà la prossima versione? La sensazione che Bergoglio se le inventi di sana pianta è piuttosto difficile da rintuzzare.<br />Ma questa volta il Papa ha pensato bene di aggiungere al suo già problematico palmarès una nuova "nota di demerito". Ha infatti affermato di aver sempre perdonato, anche quando la confessione «era incompleta» (corsivo nostro). E ha proseguito: «Ho sentito dire a un cardinale che, quando è in confessionale e le persone cominciano a dirgli i peccati più gravi balbettando per la vergogna, dice sempre: "Vada avanti, vada avanti, ho capito già", anche se non ha capito niente. Dio capisce tutto. Per favore, non trasformiamo il confessionale in un consultorio psichiatrico, non trasformiamolo in un tribunale. Se c’è una domanda da fare, e spero che siano poche, la si fa e poi si dà l’assoluzione».<br />LA CONFESSIONE INCOMPLETA<br />Come si può notare, il Papa ha esplicitamente fatto riferimento ad una confessione incompleta. L'aggettivo è indicativo di una precisa espressione teologica, che si riferisce ad una confessione nella quale il penitente volutamente tace uno o più peccati mortali da lui commessi e non precedentemente confessati. In simili situazioni, la confessione viene a mancare del requisito essenziale dell'integrità, ossia la confessione di tutti i peccati gravi (la confessione dei peccati veniali è consigliata, ma non obbligatoria) di cui si è consapevoli, dopo un attento esame di coscienza, alla luce dei santi Comandamenti.<br />Ora, l'integrità dell'accusa è condizione necessaria per ottenere la remissione dei peccati, ossia è condizione per la validità del sacramento, esattamente come il pentimento e il proposito di emendarsi. Vi sono situazioni in cui ovviamente il sacerdote non può sapere che il penitente stia tacendo dei peccati gravi, perché non ne ha elementi oggettivi. Altre in cui ne ha il sospetto e allora ha il dovere di porre delle domande per aiutare il penitente a confessare tutte le colpe gravi commesse; è il classico caso della persona che non si confessa da 30 anni e dice solo di aver mangiato una caramella in Quaresima... Vi sono poi altre situazioni in cui il sacerdote ha la certezza che la confessione non sia integra, come nel caso di un peccatore pubblico che taccia appunto la colpa nota. Le parole del Papa portano decisamente a questa terza ipotesi, dal momento che Francesco ha fatto riferimento ad una confessione effettivamente incompleta e non al sospetto insolubile che potesse essere tale.<br />In sostanza, il Papa si è posto come esempio per esortare i confratelli ad impartire assoluzioni invalide, finendo piuttosto chiaramente sotto l'anatema scagliato dal Concilio di Trento nel settimo dei Canoni sul sacramento della penitenza: «Se qualcuno dirà che nel sacramento della penitenza per ottenere la remissione dei peccati non è necessario di diritto divino confessare tutti e singoli i peccati mortali che si ricordano dopo debito e diligente esame, anche quelli segreti e commessi contro i due ultimi precetti del decalogo [...], sia anatema (Denz. 1707). Importante la sottolineatura «di diritto divino» (iure divino), che indica espressamente che l'integrità della confessione è condizione costitutiva del sacramento e non derogabile da parte di qualsivoglia autorità ecclesiastica, fosse appunto anche il Papa, che non è affatto superiore al diritto divino.<br />IL PENTIMENTO DI TUTTE LE COLPE<br />Nella sua parte espositiva, il medesimo Concilio spiegava la ragione profonda dell'importanza e necessità di non tacere alcuno dei peccati gravi di cui si è consapevoli: «Mentre i cristiani si sforzano di confessare tutti quelli che vengono loro in mente, senza dubbio mettono tutti i loro peccati davanti alla divina misericordia perché li perdoni. Quelli, invece, che fanno diversamente e tacciono consapevolmente qualche peccato, è come se non sottoponessero nulla alla divina bontà perché sia perdonato per mezzo del sacerdote» (Denz. 1680).<br />Il sacramento della penitenza esiste per rimettere i peccati ed essere così riconciliati con Dio. Ora, conservare il legame con un peccato che, per sua natura, ci separa da Dio (ossia un peccato mortale), impedire volontariamente che venga alla luce per essere rimesso e la nostra anima sia così risanata, significa sottrarsi alla misericordia di Dio. Sarebbe semplicemente ridicolo pensare che il Signore rimetta "parzialmente" le colpe, ritenendo che intanto si possano assolvere le colpe confessate, ma non quelle occultate; ed ancor più assurdo sarebbe pensare che Dio rimetta quelle colpe che noi vogliamo sottrarre al suo perdono, tacendole. I peccati mortali sono sì di specie molteplici, ma tutti accomunati da una caratteristica: commettendoli, l'anima si distoglie da Dio e si priva della grazia santificante. Per questa ragione, il penitente deve ripudiarli tutti e singoli per non conservare quell'affetto al peccato, che lo manterrebbe nello stato di privazione della grazia. Perché - e questo è ciò che questo pontificato ha dimenticato e fatto dimenticare - tra il peccato mortale e la grazia santificante c'è esclusione reciproca: o c'è l'uno o c'è l'altra. Appunto perché non si tratta di "cose" che possono stare l'una accanto all'altra, ma di disposizioni dell'anima che o si volge a Dio con un vero pentimento di tutte le sue colpe oppure si distoglie da lui, conservando affetto per la colpa.<br />ASSOLVERE ANCHE SE NON SI PUÒ SIGNIFICA INGANNARE IL FEDELE<br />Papa Francesco è nuovamente cattivo maestro: assolvere un penitente, sapendo che la sua confessione non è integra, significa ingannare gravemente il fedele, simulando un'assoluzione che non può che essere invalida, e profanare così il sacramento. Lasciare che il fedele occulti le proprie colpe, significa lasciarlo nella melma della colpa ed impedire la sua guarigione. Si tratta dunque a tutti gli effetti di una falsa e pericolosa misericordia.<br />Non meno problematica è l'esempio riportato dal Papa, nel quale si evince che non sarebbe necessario che il penitente specifichi di quali peccati si sta accusando, né che il sacerdote lo comprenda. Il Concilio di Trento, al contrario, insegna che parte essenziale dell'integrità della confessione è lo specificare il tipo di peccato ed anche «le circostanze che mutano la specie del peccato, perché senza quelli né i penitenti esporrebbero integralmente i peccati, né i giudici li conoscerebbero a sufficienza per percepirne esattamente la gravità e imporre ai penitenti una pena proporzionata» (Denz. 1681)». Perché, quanto alla gravità, altro è rubare una matita al compagno di classe e altro rubare ad una famiglia il necessario per vivere; quanto alla specie, altro è rubare al supermercato e altro rubare la pisside con le ostie consacrate dal tabernacolo. Non basta, per esempio, accusarsi di aver peccato contro la purezza: senza entrare ovviamente in dettagli inutili e morbosi, si deve però confessare se il peccato contro il sesto comandamento è avvenuto da soli, o con altre persone; e se queste altre persone sono sposate o libere, se sono persone del proprio sesso o no, perché, come è facile comprendere, cambia la specie di peccato.<br />È da notare inoltre come il Concilio tridentino non tema di chiamare il confessore «giudice», e, come se non bastasse, di definire «empio affermare che una tale confessione», nella quale si confessano tutti i peccati gravi che si ricordano e le circostanze specificanti, sia «impossibile o chiamarla tortura delle coscienze». Esattamente quanto fa di continuo papa Francesco, mettendosi così nell'infelice compagnia di Lutero, Melantone e Calvino, che sono i bersagli espliciti di questo testo del tridentino.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62181013</guid><pubDate>Wed, 02 Oct 2024 08:39:01 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/62181013/il_papa_e_il_dovere_di_assolvere.mp3" length="10307787" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7940

IL PAPA E IL DOVERE DI ASSOLVERE di Luisella Scrosati
Era passata inosservata l'ennesima grave esternazione di papa Francesco in occasione del recente viaggio in Indonesia. Ma ci...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7940" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7940</a><br /><br />IL PAPA E IL DOVERE DI ASSOLVERE di Luisella Scrosati<br />Era passata inosservata l'ennesima grave esternazione di papa Francesco in occasione del recente viaggio in Indonesia. Ma ci ha pensato il fido Antonio Spadaro a riesumarla e farla conoscere al mondo sul sito de La Civilità Cattolica, riportando diversi colloqui di Francesco in occasione del Viaggio Apostolico, incluso quello con 42 gesuiti di Timor Est, il 10 settembre.<br />Il Papa ha ripetuto ancora una volta di non aver mai rifiutato l'assoluzione, aggiungendo però un dettaglio che lo pone direttamente sotto l'anatema del Concilio di Trento. Già nel novembre 2022, parlando ai Rettori e ai Formatori dei Seminari dell'America latina, Francesco si era spinto molto alla deriva (vedi qui), etichettando come "delinquenti" quei sacerdoti che rifiutano l'assoluzione. Poi, il 14 gennaio scorso, ospite della trasmissione Che tempo che fa, aveva ostentato la sua misericordia, affermando che «in 54 anni di sacerdozio ho soltanto negato una sola volta l’assoluzione per l’ipocrisia della persona». Ora, con i confratelli di Timor Est, il Papa confessa «che in 53 anni di sacerdozio non ho mai rifiutato un’assoluzione». Non è solo il computo degli anni di sacerdozio a non tornare (dal prossimo 13 dicembre saranno infatti 55), ma anche il contenuto dei suoi racconti: questa benedetta assoluzione l'ha negata almeno una volta all'ipocrita o non l'ha mai negata? Quale sarà la prossima versione? La sensazione che Bergoglio se le inventi di sana pianta è piuttosto difficile da rintuzzare.<br />Ma questa volta il Papa ha pensato bene di aggiungere al suo già problematico palmarès una nuova "nota di demerito". Ha infatti affermato di aver sempre perdonato, anche quando la confessione «era incompleta» (corsivo nostro). E ha proseguito: «Ho sentito dire a un cardinale che, quando è in confessionale e le persone cominciano a dirgli i peccati più gravi balbettando per la vergogna, dice sempre: "Vada avanti, vada avanti, ho capito già", anche se non ha capito niente. Dio capisce tutto. Per favore, non trasformiamo il confessionale in un consultorio psichiatrico, non trasformiamolo in un tribunale. Se c’è una domanda da fare, e spero che siano poche, la si fa e poi si dà l’assoluzione».<br />LA CONFESSIONE INCOMPLETA<br />Come si può notare, il Papa ha esplicitamente fatto riferimento ad una confessione incompleta. L'aggettivo è indicativo di una precisa espressione teologica, che si riferisce ad una confessione nella quale il penitente volutamente tace uno o più peccati mortali da lui commessi e non precedentemente confessati. In simili situazioni, la confessione viene a mancare del requisito essenziale dell'integrità, ossia la confessione di tutti i peccati gravi (la confessione dei peccati veniali è consigliata, ma non obbligatoria) di cui si è consapevoli, dopo un attento esame di coscienza, alla luce dei santi Comandamenti.<br />Ora, l'integrità dell'accusa è condizione necessaria per ottenere la remissione dei peccati, ossia è condizione per la validità del sacramento, esattamente come il pentimento e il proposito di emendarsi. Vi sono situazioni in cui ovviamente il sacerdote non può sapere che il penitente stia tacendo dei peccati gravi, perché non ne ha elementi oggettivi. Altre in cui ne ha il sospetto e allora ha il dovere di porre delle domande per aiutare il penitente a confessare tutte le colpe gravi commesse; è il classico caso della persona che non si confessa da 30 anni e dice solo di aver mangiato una caramella in Quaresima... Vi sono poi altre situazioni in cui il sacerdote ha la certezza che la confessione non sia integra, come nel caso di un peccatore pubblico che taccia appunto la colpa nota. 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Stiamo parlando dello storico polacco Jacob Leib Talmon (1916-1980), e dell’ormai classico saggio di filosofia politica "Le origini della democrazia totalitaria", edito per la prima volta nel 1952.<br />È possibile che la democrazia divenga totalitaria? È già accaduto nella storia e accade di nuovo. L’analisi di Talmon va alla Francia di fine Ottocento, e a quegli autori che prepararono concettualmente la Rivoluzione del 1789, come l’ex-allievo dei Gesuiti, Claude-Adrien Helvétius, il barone renano, Paul Henri d’Holbach, il ben più noto Jean-Jacques Rousseau, il misterioso Morelly, forse sacerdote, di cui non si saprebbe nulla se non avesse lasciato l’opera Code de la nature, e l’Abbé de Mably, dapprima gesuita e poi massone. Il libro analizza anche il pensiero di due attori fondamentali della Rivoluzione, ossia Emmanuel Joseph Sieyès, prete che abbracciò con entusiasmo la Costituzione civile del clero, e l’“Arcangelo del terrore”, Louis Antoine Léon de Saint-Just, per terminare poi con il rivoluzionario François-Noël Babeuf. Allora come oggi, con le stesse dinamiche, le stesse logiche.<br />Tre gli ingredienti essenziali della madre di tutte le democrazie totalitarie, e di tutte le figlie: damnatio memoriæ dell’ancien régime, ed in generale di tutto il passato dell’umanità, presentati come il regno dell’ignoranza, dei vizi e dei soprusi; instaurazione di nuovo sistema presentato come l’unico finalmente razionale e scientifico; prospettiva messianica, proiettata ad occuparsi di problemi remoti e universali, scansando quelli presenti e concreti, indegni dell’attenzione degli idéologues.<br />«Il pensiero democratico totalitario (...) può essere definito - spiegava Talmon - messianismo politico in quanto postula un insieme di cose preordinato, armonioso e perfetto, verso il quale gli uomini sono irresistibilmente spinti e al quale devono necessariamente giungere, e riconosce infine un solo piano di esistenza, la politica». Si tratta di un piano di salvezza sociale, una vera e propria escatologia immanente, a cui gli uomini devono essere condotti, e che, appunto in quanto escatologia, trasforma la vita politica nell’unico piano totalizzante dell’esistenza: nulla al di fuori, nulla al di sopra.<br />NEL REGNO DELLA LIBERTÀ DEMOCRATICA C'È SEMPRE IL TERRORE<br />Va da sé che, in quanto messianismo, «gli assiomi o i postulati devono rimanere un fatto di fede. Essi non possono essere né verificati né confutati», ma semplicemente accettati; e chi pone domande o obiezioni diviene eretico. L’ideologo della rivoluzione ha la profonda convinzione «che il suo abbozzo a matita sia la sola cosa reale» e tutto il resto dev’essere ricondotto dentro questo abbozzo.<br />È qui che si comprende perché nel regno della libertà democratica subentri sistematicamente il terrore, pensato come male transitorio, ma inevitabile, per raggiungere quel bene determinato razionalisticamente e “scientificamente”. «Il dottrinario non pensa mai all’abbozzo a matita in termini di coercizione. Esso non è destinato a interferire con la libertà; al contrario, esso è destinato ad assicurarla. Soltanto il malintenzionato, l’egoista e il perverso possono lamentarsi che la loro libertà è violata. Essi sono colpevoli di sabotaggio, rifiutando di essere liberi e inducendo in errore gli altri». Il ricorso alla forza non è il fine, ma il mezzo necessario «per accelerare il passo del progresso umano verso la perfezione e l’armonia sociale», togliendo di mezzo quelli che, di volta in volta, vengono additati come i nemici del popolo, del progresso, della società, gli ostinati che impediscono alla società di divenire felice e sicura. Obiettivo che può essere raggiunto solo «al termine di questa guerra, solo quando il nemico è stato eliminato e il popolo rieducato».<br />DPCM ANTE-LITTERAM<br />Questo obiettivo è sempre solo un passo più in là della situazione concreta; «ripetutamente Robespierre e Saint-Just dichiararono che questo o quel decreto o epurazione era l’ultimo, proprio l’ultimo, e quello che avrebbe certamente inaugurato l’ordine naturale». DPCM ante-litteram. Ordine che diviene ancor più desiderato allorché si convince l’opinione pubblica che un grande male è all’orizzonte, come teorizzava Saint-Just nelle sue Istituzioni repubblicane (1794): «Dobbiamo aspettarci un male generale che dovrebbe essere abbastanza grande per dimostrare alla pubblica opinione la necessità di misure adatte a fare il bene». “Misure adatte” che divengono urgenti nei momenti di crisi, «in cui sono indispensabili l’unità di intento e l’azione concorde», che giustifica «l’eliminazione dell’opposizione ideologica e politica».<br />L’avanguardia illuminata si mostra dunque amica del popolo, perché ne conosce il bene autentico e persino le aspirazioni più profonde, così profonde da essere nascoste al popolo stesso. Essa è la vera interprete della “volontà generale”, che non è mai «la volontà degli individui spontaneamente espressa, ma qualcosa che avrebbe dovuto essere voluto e che, se necessario, (deve) essere imposto». È in virtù di questa volontà generale che l’avanguardia ha il diritto di ricorrere alla forza ed instaurare così una rivoluzione permanente, motivata ogni volta da mali che incombono e da un bene universale che è lì lì per essere raggiunto, se solo il popolo accettasse un ultimo sforzo, un’ultima restrizione, un ultimo sacrificio.<br />Non si deve però commettere l’errore di pensare che per la democrazia totalitaria le masse siano spettatrici: tutt’altro. Esse devono essere coinvolte, educate, così da «non lasciare al popolo la libertà di agire» come vuole, ma «fargli compiere l’azione giusta». Al popolo educando non è permesso dare una direttiva politica, almeno finché non è stato «preparato a votare come doveva».<br />L’analisi di Talmon non è solamente storica, ma profetica. Profezia non di un tempo che sarà, ma di un tempo che è.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60860447</guid><pubDate>Tue, 30 Jul 2024 20:20:39 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60860447/in_occidente_viviamo_in_una_democrazia_totalitaria.mp3" length="8333314" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7847

IN OCCIDENTE VIVIAMO IN UNA DEMOCRAZIA TOTALITARIA di Luisella Scrosati
Fu lui il primo ad associare tra loro due termini apparentemente antitetici. Stiamo parlando dello storico...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7847" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7847</a><br /><br />IN OCCIDENTE VIVIAMO IN UNA DEMOCRAZIA TOTALITARIA di Luisella Scrosati<br />Fu lui il primo ad associare tra loro due termini apparentemente antitetici. Stiamo parlando dello storico polacco Jacob Leib Talmon (1916-1980), e dell’ormai classico saggio di filosofia politica "Le origini della democrazia totalitaria", edito per la prima volta nel 1952.<br />È possibile che la democrazia divenga totalitaria? È già accaduto nella storia e accade di nuovo. L’analisi di Talmon va alla Francia di fine Ottocento, e a quegli autori che prepararono concettualmente la Rivoluzione del 1789, come l’ex-allievo dei Gesuiti, Claude-Adrien Helvétius, il barone renano, Paul Henri d’Holbach, il ben più noto Jean-Jacques Rousseau, il misterioso Morelly, forse sacerdote, di cui non si saprebbe nulla se non avesse lasciato l’opera Code de la nature, e l’Abbé de Mably, dapprima gesuita e poi massone. Il libro analizza anche il pensiero di due attori fondamentali della Rivoluzione, ossia Emmanuel Joseph Sieyès, prete che abbracciò con entusiasmo la Costituzione civile del clero, e l’“Arcangelo del terrore”, Louis Antoine Léon de Saint-Just, per terminare poi con il rivoluzionario François-Noël Babeuf. Allora come oggi, con le stesse dinamiche, le stesse logiche.<br />Tre gli ingredienti essenziali della madre di tutte le democrazie totalitarie, e di tutte le figlie: damnatio memoriæ dell’ancien régime, ed in generale di tutto il passato dell’umanità, presentati come il regno dell’ignoranza, dei vizi e dei soprusi; instaurazione di nuovo sistema presentato come l’unico finalmente razionale e scientifico; prospettiva messianica, proiettata ad occuparsi di problemi remoti e universali, scansando quelli presenti e concreti, indegni dell’attenzione degli idéologues.<br />«Il pensiero democratico totalitario (...) può essere definito - spiegava Talmon - messianismo politico in quanto postula un insieme di cose preordinato, armonioso e perfetto, verso il quale gli uomini sono irresistibilmente spinti e al quale devono necessariamente giungere, e riconosce infine un solo piano di esistenza, la politica». Si tratta di un piano di salvezza sociale, una vera e propria escatologia immanente, a cui gli uomini devono essere condotti, e che, appunto in quanto escatologia, trasforma la vita politica nell’unico piano totalizzante dell’esistenza: nulla al di fuori, nulla al di sopra.<br />NEL REGNO DELLA LIBERTÀ DEMOCRATICA C'È SEMPRE IL TERRORE<br />Va da sé che, in quanto messianismo, «gli assiomi o i postulati devono rimanere un fatto di fede. Essi non possono essere né verificati né confutati», ma semplicemente accettati; e chi pone domande o obiezioni diviene eretico. L’ideologo della rivoluzione ha la profonda convinzione «che il suo abbozzo a matita sia la sola cosa reale» e tutto il resto dev’essere ricondotto dentro questo abbozzo.<br />È qui che si comprende perché nel regno della libertà democratica subentri sistematicamente il terrore, pensato come male transitorio, ma inevitabile, per raggiungere quel bene determinato razionalisticamente e “scientificamente”. «Il dottrinario non pensa mai all’abbozzo a matita in termini di coercizione. Esso non è destinato a interferire con la libertà; al contrario, esso è destinato ad assicurarla. Soltanto il malintenzionato, l’egoista e il perverso possono lamentarsi che la loro libertà è violata. Essi sono colpevoli di sabotaggio, rifiutando di essere liberi e inducendo in errore gli altri». Il ricorso alla forza non è il fine, ma il mezzo necessario «per accelerare il passo del progresso umano verso la perfezione e l’armonia sociale», togliendo di mezzo quelli che, di volta in volta, vengono additati come i nemici del popolo, del progresso, della società, gli ostinati che impediscono alla società di divenire felice e sicura....]]></itunes:summary><itunes:duration>521</itunes:duration><itunes:keywords>coercizione,democraziatotalitaria,dpcm,ignoranza,occidente</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/31334a3bd597fec516affa8866be641c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Rifiutando la chiesa visibile Viganò si scomunica da solo</title><link>https://www.spreaker.com/episode/rifiutando-la-chiesa-visibile-vigano-si-scomunica-da-solo--60582280</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7844" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7844</a><br /><br />RIFIUTANDO LA CHIESA VISIBILE VIGANO' SI SCOMUNICA DA SOLO di Luisella Scrosati<br /><br />Com'era prevedibile, dopo la convocazione di Mons. Carlo Maria Viganò da parte del Dicastero per la Dottrina della Fede, l'ex-Nunzio ha risposto con un pesante J'accuse, evocando il noto J'accuse le Concile che Mons. Marcel Lefebvre scrisse nel 1976.<br />Viganò ha esordito con un'affermazione che lo pone automaticamente al di fuori della Chiesa cattolica, a prescindere dalla sentenza che potrà venire dalla Santa Sede: «non riconosco l'autorità né del tribunale che pretende di giudicarmi, né del suo Prefetto, né di chi lo ha nominato». Il che significa la sua volontà di non essere in comunione con la Chiesa cattolica, nella sua attuale gerarchia. Che per quanto malmessa, per quanto comprensiva di persone obiettivamente non all'altezza e probabilmente anche indegne, rimane l'unica gerarchia esistente. E senza la gerarchia non si dà la Chiesa, almeno per come l'ha fondata Gesù Cristo.<br />Perché, senza nulla togliere all'importanza delle questioni legate al Concilio Vaticano II, alla riforma liturgica, ai problemi di questo pontificato, rimane la domanda fondamentale: dov'è la Chiesa? Se la Chiesa non è lì dove si trova quel Papa che i vescovi hanno riconosciuto all'unanimità, se la Chiesa non è lì dove ci sono questi vescovi in comunione con la Sede di Pietro, allora non esiste più la Chiesa cattolica. La quale è, per volere del suo fondatore, una società visibile, gerarchica e fondata sulla roccia di Pietro.<br />L'argomento fondante della propria posizione, Mons. Viganò lo avrebbe rinvenuto nella Bolla Cum ex apostolatus officio di papa Paolo IV, che fu pontefice dal 1555 al 1559. Questa Bolla, spiega Viganò, «stabilisce in perpetuo la nullità della nomina o dell'elezione di qualsiasi Prelato - ivi compreso il Papa - che fosse caduto in eresia prima della sua promozione a Cardinale o elevazione a Romano Pontefice. Essa definisce la promozione o l'elevazione nulla, irrita et inanis, ossia nulla, non valida e senza alcun valore (...). Paolo IV aggiunge che tutti gli atti compiuti da questa persona sono da considerarsi parimenti nulli e che i suoi sudditi, tanto chierici quanto laici, sono liberati dall'obbedienza nei suoi confronti». In virtù di questa giustificazione, Viganò «con serenità di coscienza» ritiene «che gli errori e le eresie a cui Bergoglio aderiva prima, durante e dopo la sua elezione e l'intenzione posta nella presunta accettazione del Papato rendono nulla la sua elevazione al Soglio».<br />Viganò si immette così nel grande fiume sedevacantista, abbracciandone sostanzialmente la posizione circa la nullità della nomina o la privazione dell'ufficio ipso facto di un prelato eretico, incluso il papa. Ma il vero problema è la disambiguazione del termine "eretico": di quali eretici si tratta?<br />COS'È L'ERESIA?<br />Iniziamo con una chiarificazione previa: che cos'è l'eresia? Il Can. 751, condensando la riflessione teologica e canonistica, la definisce come «l'ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa». L'eresia dunque richiede un oggetto specifico che non è l'errore relativo a qualsivoglia verità della fede, ma la negazione di quanto la Chiesa ha infallibilmente proposto come dogma rivelato, ossia come contenuto diretto della Sacra Rivelazione, per il quale richiede un assenso propriamente di fede. L'Assunzione della SS. Vergine, l'esistenza e l'eternità dell'Inferno, l'esistenza degli Angeli sono appunto verità de fide tenenda; mentre l'impossibilità per le donne di accedere al sacerdozio o la condanna dell'eutanasia sono invece dottrine insegnate infallibilmente dalla Chiesa e certamente connesse al dato rivelato, ma non definite (almeno per ora) come divinamente rivelate. La negazione di queste ultime non costituisce pertanto formalmente un'eresia.<br />Chiarito dunque che l'eresia non è un errore qualunque, anche grave, circa l'insegnamento della Chiesa, vediamo che nel canone citato ricorre per due volte l'aggettivo «ostinato». Entriamo quindi nella precisazione di chi sia l'eretico inteso dai testi canonici. La distinzione classica è quella tra "eretico occulto" ed "eretico manifesto", ma quest'ultimo termine ha generato molti equivoci, e sembra dunque opportuno sostituirlo con un altro più preciso, presente in letteratura, ossia quello di "eretico notorio".<br />Partiamo dall'eretico occulto: si tratta di chi commette il grave peccato formale di eresia - nel senso restrittivo spiegato sopra -, ma lo fa o esclusivamente in foro interno oppure anche mediante parole e atti. Dunque, quando parliamo di eretico occulto, non dobbiamo commettere l'errore di intendere questa espressione come se escludesse di per sé una dimensione manifesta, perché - e questo è il punto capitale - l'eretico rimane occulto fino a quando non venga dichiarato eretico dalle competenti autorità ecclesiastiche, oppure egli non ammetta la propria eresia davanti alle medesime, o ancora la sua eresia non venga provata senza che vi possano essere ragionevoli dubbi in contrario, come per esempio avviene nel caso di un prelato che dovesse abbandonare egli stesso la Chiesa cattolica. Solo così può essere provata effettivamente sia l'eresia nel suo contenuto formale che l'ostinazione del soggetto, che diviene dunque imputabile; ed è solo così che l'eretico diviene notorio.<br />L'ERETICO OCCULTO E L'ERETICO NOTORIO<br />Perché questa distinzione è così importante? Perché l'eretico occulto commette sì un peccato di eresia, con il quale perde la grazia e la fede, ma permane giuridicamente nella Chiesa. È solo l'eretico notorio che invece cessa di essere legalmente membro della Chiesa. Attenzione: l'appartenenza giuridica e legale alla Chiesa non è una questione secondaria, ma sostanziale. Come affermato all'inizio, che la Chiesa sia (anche) una società visibile, alla quale si appartiene mediante vincoli giuridici, è un dogma di fede. Dunque, mentre l'eretico occulto si separa "solo" spiritualmente dalla Chiesa, ma non giuridicamente, l'eretico notorio si separa da essa in entrambe le dimensioni.<br />Ora, le affermazioni di papa Paolo IV, come anche di tutti i teologi che affermano che il prelato eretico perde ipso facto il proprio ufficio, si riferiscono all'eretico notorio, non a quello occulto. Se così non fosse, il giudizio di eresia sarebbe lasciato al libero esame di ciascuno, provocando inevitabili divisioni interne tra chi ritiene che Tizio sia eretico e chi non lo ritiene tale, e dunque tra chi ritiene che Caio sia ancora vescovo o papa e chi no. Ed è infatti quanto avviene nel variegato mondo sedevacantista da decenni.<br />Ora, se è già compito piuttosto arduo dimostrare l'effettiva eresia (occulta) di Jorge Mario Bergoglio, prima e dopo la sua elezione, posta la materia precisa dell'eresia, allo stato attuale non è di certo possibile dimostrare che egli sia stato o sia un eretico notorio. Qui si aprirebbe un lungo discorso se sia possibile che un Papa, mentre è in carica, possa diventare eretico notorio (sulla possibilità di divenire eretico occulto non ci sono serie obiezioni), perché il Papa non può essere giudicato da nessuno. Ma questo è un altro tema. A noi basta aver mostrato che, purtroppo, Mons. Viganò sta trascinando centinaia di persone nello scisma, che egli stesso rivendica, dal momento che ha ripetutamente e pubblicamente affermato di non riconoscere l'autorità del Sommo Pontefice, con il quale tutti i vescovi cattolici sono in comunione, sulla base di un passo falso.<br />Abbracciare la posizione di Mons. Viganò comporta necessariamente l'ammissione che la Chiesa cattolica, in quanto società visibile e gerarchicamente ordinata (e non ve n'è un'altra), è di fatto venuta meno, che la Chiesa, nella forma che Gesù Cristo le ha conferito, non è dunque indefettibile. Che le porte degli inferi hanno prevalso contro di essa. Il che è un'eresia.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60582280</guid><pubDate>Tue, 02 Jul 2024 21:10:21 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60582280/rifiutando_la_chiesa_visibile_vigan_si_scomunica_da_solo.mp3" length="8904683" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7844

RIFIUTANDO LA CHIESA VISIBILE VIGANO' SI SCOMUNICA DA SOLO di Luisella Scrosati

Com'era prevedibile, dopo la convocazione di Mons. Carlo Maria Viganò da parte del Dicastero per...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7844" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7844</a><br /><br />RIFIUTANDO LA CHIESA VISIBILE VIGANO' SI SCOMUNICA DA SOLO di Luisella Scrosati<br /><br />Com'era prevedibile, dopo la convocazione di Mons. Carlo Maria Viganò da parte del Dicastero per la Dottrina della Fede, l'ex-Nunzio ha risposto con un pesante J'accuse, evocando il noto J'accuse le Concile che Mons. Marcel Lefebvre scrisse nel 1976.<br />Viganò ha esordito con un'affermazione che lo pone automaticamente al di fuori della Chiesa cattolica, a prescindere dalla sentenza che potrà venire dalla Santa Sede: «non riconosco l'autorità né del tribunale che pretende di giudicarmi, né del suo Prefetto, né di chi lo ha nominato». Il che significa la sua volontà di non essere in comunione con la Chiesa cattolica, nella sua attuale gerarchia. Che per quanto malmessa, per quanto comprensiva di persone obiettivamente non all'altezza e probabilmente anche indegne, rimane l'unica gerarchia esistente. E senza la gerarchia non si dà la Chiesa, almeno per come l'ha fondata Gesù Cristo.<br />Perché, senza nulla togliere all'importanza delle questioni legate al Concilio Vaticano II, alla riforma liturgica, ai problemi di questo pontificato, rimane la domanda fondamentale: dov'è la Chiesa? Se la Chiesa non è lì dove si trova quel Papa che i vescovi hanno riconosciuto all'unanimità, se la Chiesa non è lì dove ci sono questi vescovi in comunione con la Sede di Pietro, allora non esiste più la Chiesa cattolica. La quale è, per volere del suo fondatore, una società visibile, gerarchica e fondata sulla roccia di Pietro.<br />L'argomento fondante della propria posizione, Mons. Viganò lo avrebbe rinvenuto nella Bolla Cum ex apostolatus officio di papa Paolo IV, che fu pontefice dal 1555 al 1559. Questa Bolla, spiega Viganò, «stabilisce in perpetuo la nullità della nomina o dell'elezione di qualsiasi Prelato - ivi compreso il Papa - che fosse caduto in eresia prima della sua promozione a Cardinale o elevazione a Romano Pontefice. Essa definisce la promozione o l'elevazione nulla, irrita et inanis, ossia nulla, non valida e senza alcun valore (...). Paolo IV aggiunge che tutti gli atti compiuti da questa persona sono da considerarsi parimenti nulli e che i suoi sudditi, tanto chierici quanto laici, sono liberati dall'obbedienza nei suoi confronti». In virtù di questa giustificazione, Viganò «con serenità di coscienza» ritiene «che gli errori e le eresie a cui Bergoglio aderiva prima, durante e dopo la sua elezione e l'intenzione posta nella presunta accettazione del Papato rendono nulla la sua elevazione al Soglio».<br />Viganò si immette così nel grande fiume sedevacantista, abbracciandone sostanzialmente la posizione circa la nullità della nomina o la privazione dell'ufficio ipso facto di un prelato eretico, incluso il papa. Ma il vero problema è la disambiguazione del termine "eretico": di quali eretici si tratta?<br />COS'È L'ERESIA?<br />Iniziamo con una chiarificazione previa: che cos'è l'eresia? Il Can. 751, condensando la riflessione teologica e canonistica, la definisce come «l'ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa». L'eresia dunque richiede un oggetto specifico che non è l'errore relativo a qualsivoglia verità della fede, ma la negazione di quanto la Chiesa ha infallibilmente proposto come dogma rivelato, ossia come contenuto diretto della Sacra Rivelazione, per il quale richiede un assenso propriamente di fede. L'Assunzione della SS. Vergine, l'esistenza e l'eternità dell'Inferno, l'esistenza degli Angeli sono appunto verità de fide tenenda; mentre l'impossibilità per le donne di accedere al sacerdozio o la condanna dell'eutanasia sono invece dottrine insegnate infallibilmente dalla Chiesa e certamente connesse al dato rivelato, ma non...]]></itunes:summary><itunes:duration>557</itunes:duration><itunes:keywords>autorità,gerarchia,papa,scisma,scomunica,vigano</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/49cad5030cbb74284cf2aaca569eb455.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Vigano e i lefebvriani, l'illusione di una tradizione senza chiesa</title><link>https://www.spreaker.com/episode/vigano-e-i-lefebvriani-l-illusione-di-una-tradizione-senza-chiesa--60508203</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7836" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7836</a><br /><br />VIGANO' E LEFEBVRIANI, L'ILLUSIONE DI UNA TRADIZIONE SENZA CHIESA di Luisella Scrosati<br /><br />Due fulmini hanno segnato il cielo tradizionalista, nelle giornate del 19 e 20 giugno. Il primo riguarda la convocazione da parte del Dicastero per la Dottrina della Fede di Mons. Carlo Maria Viganò, ex Nunzio apostolico per gli Stati Uniti, arcivescovo titolare della sede soppressa di Ulpiana.<br />Con una lettera dell'11 giugno scorso, firmata dal Segretario per la Sezione Disciplinare, Mons. John J. Kennedy, il Dicastero ha notificato all'interessato l'avvio di un processo penale extragiudiziale a suo carico per delitto di scisma e lo aveva invitato a presentarsi presso il palazzo del medesimo Dicastero il 20 giugno, «affinché lo stesso possa prendere nota delle accuse e delle prove». Nella stessa lettera, il Dicastero ha elencato il venir meno di alcuni «elementi necessari per mantenere la comunione con la Chiesa cattolica: negazione della legittimità di Papa Francesco, rottura della comunione con lui e rifiuto del Concilio Vaticano II». Il Dicastero ha altresì assicurato la necessaria facoltà di essere difeso o rappresentato da un Avvocato o da un Procuratore.<br />A parte la generica «rottura della comunione», che significa tutto e niente, le altre due accuse sono purtroppo vere. E Mons. Viganò le ha confermate nella sua risposta pubblicata sul blog curato da Aldo Maria Valli, che nel frattempo sta raccogliendo lettere di solidarietà all'Arcivescovo ed approvazione della sua posizione. Esternazioni senza dubbio sincere, ma che nei toni e nei contenuti mettono purtroppo in luce quanto ormai si sia andati oltre una legittima opposizione agli errori che serpeggiano ovunque, anche all'interno del Dicastero stesso. E questo "oltre", nella tradizione della Chiesa, significa scisma.<br />LE ACCUSE, UN MOTIVO DI ONORE<br />In questa risposta, che porta la data del 20 giugno, dunque il giorno stesso in cui l'Arcivescovo sarebbe dovuto comparire a Roma per la sua difesa, Mons. Viganò considera le accuse a suo carico «un motivo di onore»: «Credo che la formulazione stessa dei capi d'accusa confermi le tesi che ho più e più volte sostenuto nei miei interventi. Non è un caso che l'accusa nei miei confronti riguardi la messa in discussione della legittimità di Jorge Mario Bergoglio e il rifiuto del Vaticano II: il Concilio rappresenta il cancro ideologico, teologico, morale e liturgico di cui la bergogliana "chiesa sinodale" è necessaria metastasi».<br />La reazione di Viganò è un copia-incolla di quella che fu di Mons. Marcel Lefebvre, che egli esplicitamente evoca: «Cinquant'anni fa, in quello stesso Palazzo del Sant'Uffizio, l'Arcivescovo Marcel Lefebvre venne convocato e accusato di scisma per aver rifiutato il Vaticano II. La sua difesa è la mia, le sue parole sono le mie, miei sono i suoi argomenti dinanzi ai quali le Autorità romane non hanno potuto condannarlo per eresia, dovendo aspettare che consacrasse dei Vescovi per avere il pretesto di dichiararlo scismatico e revocargli la scomunica quando ormai era morto». Posizione che inevitabilmente porterà ad una scomunica.<br />Ed anche la Fraternità San Pio X, fondata proprio da Mons. Lefebvre, fa parlare di sé, dopo che il Superiore del Distretto di Francia, l'abbé Benoît de Jorna, ha iniziato ad avvisare che nuove consacrazioni episcopali sono all'orizzonte. Nella Lettre aux Amis et Bienfaiteurs, pubblicata il 19 giugno, l'abbé de Jorna ha infatti scritto: «Il 30 giugno 1988, l'arcivescovo Lefebvre ha compiuto un'"operazione-sopravvivenza" sulla Tradizione cattolica consacrando quattro vescovi ausiliari. Questi vescovi, che all'epoca erano abbastanza giovani, lo sono ovviamente meno trentasei anni dopo. Poiché la situazione della Chiesa non è migliorata dal 1988, è diventato necessario prendere in considerazione la possibilità di dare loro degli assistenti, che un giorno diventeranno i loro sostituti. Quando il Superiore Generale annuncerà questa decisione, ci si potrà aspettare un'esplosione mediatica contro i "fondamentalisti", i "ribelli", gli "scismatici", i "disobbedienti" e così via. A quel punto, dovremo affrontare contraddizioni, insulti, disprezzo, rifiuto, forse anche rotture con le persone a noi vicine».<br />SEMINARIO D'ÉCÔNE<br />De Jorna non è un "prete qualunque" nella Fraternità San Pio X. Ordinato nel 1984 da Mons. Lefebvre, venne nominato superiore del distretto francese, per poi divenire, nel 1996, rettore del Seminario d'Écône, incarico che coprirà per oltre vent'anni; nel 2018 divenne nuovamente superiore del Distretto di Francia, il maggiore insieme a quello degli Stati Uniti, in sostituzione dell'abbé Christian Bouchacourt, nominato nel frattempo consigliere generale della Fraternità San Pio X.<br />De Jorna attribuisce ai quattro vescovi consacrati nel 1988 il titolo di "ausiliari", mostrando in questo modo una delle tante incongruenze della Fraternità San Pio X: ogni vescovo ausiliario deve infatti ricevere dalla Santa Sede una lettera apostolica che egli deve mostrare al proprio Ordinario per prendere possesso del proprio ufficio; ed è di norma l'Ordinario a costituire il vescovo ausiliario, con il permesso della Santa Sede, o comunque qualcuno indicato sempre dal Papa. Per nessuno dei quattro vescovi è stata data una lettera apostolica, né possono essere considerati ausiliari di un vescovo (Lefebvre) che, all'epoca delle ordinazioni, non aveva alcuna giurisdizione ed era persino sospeso a divinis.<br />Nell'ottica della Fraternità San Pio X queste ordinazioni furono necessarie appunto per l'operazione "salvataggio della tradizione", salvataggio che si renderebbe necessario anche oggi e che giustificherebbe pertanto nuove consacrazioni episcopali. L'abbé de Jorna ha il merito di mettere in luce la vera logica della Fraternità San Pio X, ossia quella di essere l'unica vera chiesa, che dunque ha bisogno dei "suoi" vescovi. Nel finale della lettera, egli afferma infatti la necessità della virtù della fortezza per essere fedeli «alla vera Tradizione della Chiesa (...) e anche alla Fraternità San Pio X, arca di salvezza suscitata dalla Provvidenza nel mezzo del diluvio che minaccia d'inghiottire la Chiesa e la civiltà». Un riferimento - quello all'Arca - decisamente significativo, dal momento che i Padri hanno visto nell'Arca del patriarca Noè la figura della Chiesa, fuori della quale non c'è salvezza. L'ex-direttore del Seminario d'Écône non sembra invece farsi troppi scrupoli nell'identificare la Fraternità San Pio X con l'arca e dunque con la Chiesa. Dunque, extra Fraternitatem nulla salus.<br />ATTITUDINE SCISMATICA<br />Un atteggiamento chiaramente scismatico, che si rende evidente anche nella sua esortazione, quasi un rimprovero, a quei giovani "nati" nella Fraternità San Pio X, che mancano di seguire pienamente «la linea di assoluta fedeltà alla fede insegnataci dall'arcivescovo Lefebvre». «Non è forse - prosegue de Jorna - una realtà tangibile quella di questi giovani provenienti da famiglie pienamente impegnate nella battaglia della Fraternità San Pio X, di questi giovani che hanno frequentato solo le cappelle e le scuole della Fraternità San Pio X, e che si scoprono essere un giorno cristiani, il giorno dopo mondani? Un giorno Fraternità San Pio X, un giorno Ecclesia Dei, o persino carismatici; un giorno Messa tradizionale, un giorno Messa nuova; un giorno pellegrinaggio di Pentecoste in una direzione, un giorno pellegrinaggio nella direzione opposta?» [la Fraternità San Pio X promuove un pellegrinaggio di Pentecoste nella direzione inversa a quello celebre di Chartres]. Insomma, ragazzi contaminati.<br />Parole che dimostrano una volta di più che la Fraternità San Pio X purtroppo non è affatto cambiata nella propria attitudine scismatica, nonostante i passi compiuti da Benedetto XVI e poi da Francesco per una riconciliazione. Resterà da vedere quale sarà l'atteggiamento dell'attuale Papa di fronte a nuove consacrazioni episcopali: le legittimerà come ha legittimato confessioni e matrimonio, inaugurando così il cortocircuito di una impossibile gerarchia parallela senza giurisdizione e non soggetta né alla Santa Sede né all'Ordinario? Oppure farà finta di nulla? O comminerà una scomunica? Tutto è possibile, sotto Francesco.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60508203</guid><pubDate>Tue, 25 Jun 2024 20:35:50 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60508203/vigano_e_i_lefebvriani_l_illusione_di_una_tradizione_senza_chiesa.mp3" length="8849513" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7836

VIGANO' E LEFEBVRIANI, L'ILLUSIONE DI UNA TRADIZIONE SENZA CHIESA di Luisella Scrosati

Due fulmini hanno segnato il cielo tradizionalista, nelle giornate del 19 e 20 giugno. Il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7836" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7836</a><br /><br />VIGANO' E LEFEBVRIANI, L'ILLUSIONE DI UNA TRADIZIONE SENZA CHIESA di Luisella Scrosati<br /><br />Due fulmini hanno segnato il cielo tradizionalista, nelle giornate del 19 e 20 giugno. Il primo riguarda la convocazione da parte del Dicastero per la Dottrina della Fede di Mons. Carlo Maria Viganò, ex Nunzio apostolico per gli Stati Uniti, arcivescovo titolare della sede soppressa di Ulpiana.<br />Con una lettera dell'11 giugno scorso, firmata dal Segretario per la Sezione Disciplinare, Mons. John J. Kennedy, il Dicastero ha notificato all'interessato l'avvio di un processo penale extragiudiziale a suo carico per delitto di scisma e lo aveva invitato a presentarsi presso il palazzo del medesimo Dicastero il 20 giugno, «affinché lo stesso possa prendere nota delle accuse e delle prove». Nella stessa lettera, il Dicastero ha elencato il venir meno di alcuni «elementi necessari per mantenere la comunione con la Chiesa cattolica: negazione della legittimità di Papa Francesco, rottura della comunione con lui e rifiuto del Concilio Vaticano II». Il Dicastero ha altresì assicurato la necessaria facoltà di essere difeso o rappresentato da un Avvocato o da un Procuratore.<br />A parte la generica «rottura della comunione», che significa tutto e niente, le altre due accuse sono purtroppo vere. E Mons. Viganò le ha confermate nella sua risposta pubblicata sul blog curato da Aldo Maria Valli, che nel frattempo sta raccogliendo lettere di solidarietà all'Arcivescovo ed approvazione della sua posizione. Esternazioni senza dubbio sincere, ma che nei toni e nei contenuti mettono purtroppo in luce quanto ormai si sia andati oltre una legittima opposizione agli errori che serpeggiano ovunque, anche all'interno del Dicastero stesso. E questo "oltre", nella tradizione della Chiesa, significa scisma.<br />LE ACCUSE, UN MOTIVO DI ONORE<br />In questa risposta, che porta la data del 20 giugno, dunque il giorno stesso in cui l'Arcivescovo sarebbe dovuto comparire a Roma per la sua difesa, Mons. Viganò considera le accuse a suo carico «un motivo di onore»: «Credo che la formulazione stessa dei capi d'accusa confermi le tesi che ho più e più volte sostenuto nei miei interventi. Non è un caso che l'accusa nei miei confronti riguardi la messa in discussione della legittimità di Jorge Mario Bergoglio e il rifiuto del Vaticano II: il Concilio rappresenta il cancro ideologico, teologico, morale e liturgico di cui la bergogliana "chiesa sinodale" è necessaria metastasi».<br />La reazione di Viganò è un copia-incolla di quella che fu di Mons. Marcel Lefebvre, che egli esplicitamente evoca: «Cinquant'anni fa, in quello stesso Palazzo del Sant'Uffizio, l'Arcivescovo Marcel Lefebvre venne convocato e accusato di scisma per aver rifiutato il Vaticano II. La sua difesa è la mia, le sue parole sono le mie, miei sono i suoi argomenti dinanzi ai quali le Autorità romane non hanno potuto condannarlo per eresia, dovendo aspettare che consacrasse dei Vescovi per avere il pretesto di dichiararlo scismatico e revocargli la scomunica quando ormai era morto». Posizione che inevitabilmente porterà ad una scomunica.<br />Ed anche la Fraternità San Pio X, fondata proprio da Mons. Lefebvre, fa parlare di sé, dopo che il Superiore del Distretto di Francia, l'abbé Benoît de Jorna, ha iniziato ad avvisare che nuove consacrazioni episcopali sono all'orizzonte. Nella Lettre aux Amis et Bienfaiteurs, pubblicata il 19 giugno, l'abbé de Jorna ha infatti scritto: «Il 30 giugno 1988, l'arcivescovo Lefebvre ha compiuto un'"operazione-sopravvivenza" sulla Tradizione cattolica consacrando quattro vescovi ausiliari. Questi vescovi, che all'epoca erano abbastanza giovani, lo sono ovviamente meno trentasei anni dopo. Poiché la situazione della Chiesa non è migliorata dal 1988, è diventato necessario...]]></itunes:summary><itunes:duration>554</itunes:duration><itunes:keywords>lefebvre,scisma,scomunica,tradizione,vigano</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/49cad5030cbb74284cf2aaca569eb455.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Papi e antipapi, sede vacante e papa legittimo (4° parte)</title><link>https://www.spreaker.com/episode/papi-e-antipapi-sede-vacante-e-papa-legittimo-4-parte--59640669</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7775" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7775</a><br /><br />PAPI E ANTIPAPI, SEDE VACANTE E PAPA LEGITTIMO (4° e ultima parte) di Luisella Scrosati<br />Dedichiamo un'ultima riflessione alla questione relativa alla legittimità del papa riconosciuto universalmente e pacificamente dalla Chiesa come fatto dogmatico (per gli articoli precedenti, clicca qui), affrontando le due principali obiezioni che normalmente vengono sollevate.<br />Prima di tutto ricordiamo che i fatti dogmatici - tra i quali rientra la legittimità del pontefice riconosciuto universalmente - fanno parte delle verità connesse alla Rivelazione (per necessità storica); il che, in concreto, significa che la loro negazione finirebbe per contraddire uno o più punti della medesima Rivelazione. I fatti dogmatici devono pertanto essere tenuti in modo definitivo, non ipotetico (potrebbe essere così) o condizionale (sarebbe così, ma solo a condizione che). Il papa, una volta che ha ricevuto l'accettazione della Chiesa universale, è papa, qualunque contestazione si possa avere a riguardo.<br />1) IL DISSENSO DI UN GRUPPO<br />Una prima obiezione frequentemente sollevata contesta il senso dell’"accettazione universale", ritenendo che il dissenso di un gruppo, più o meno esteso, di fedeli e chierici, sia sufficiente per affermare la non universalità di tale accettazione. In sostanza, l'universalità dovrebbe essere intesa come una totalità matematica da parte dei battezzati. Occorre rilevare che, se così fosse, non si raggiungerebbe quasi mai la certezza della legittimità del papa, perché sarebbe sufficiente qualsiasi dissenso di un gruppo, dovuto a ragioni più o meno plausibili, per lasciare nell'incertezza la Chiesa universale. Questa incertezza si riverserebbe sugli atti del sommo pontefice, così che sarebbe sempre possibile rifiutare una definizione dogmatica o un insegnamento definitivo a motivo del fatto che la legittimità di tale papa era stata contestata da quel gruppo di fedeli e/o chierici.<br />Ma c'è una ragione più profonda che fa comprendere che il dissenso di fedeli e chierici non sia sufficiente ad inficiare l'universalità richiesta: quando si parla di "Chiesa universale" si intende non la semplice comunità dei battezzati - concezione protestante dell'Ecclesia -, ma la comunità dei battezzati uniti ai loro legittimi pastori, i vescovi. Se dunque i vescovi, nella loro universalità, riconoscono Tizio come vero papa, i fedeli sono tenuti ad aderire a questo insegnamento. L'ipotesi che tutti i vescovi si ingannino sulla legittimità del pontefice comporterebbe infatti una defezione di tutta la Chiesa docente su un fatto dogmatico e sul riconoscimento di chi è il Capo visibile della Chiesa, il che sarebbe una contraddizione diretta dell'infallibilità della Chiesa. Ma anche della sua indefettibilità, perché la Chiesa non può rimanere senza Capo, se non per quel tempo di sede vacante necessario per eleggere un nuovo pontefice. Verrebbe altresì meno la nota dell'unità della Chiesa, che è una delle quattro note professate nel Credo, perché ci troveremmo nella situazione in cui la Chiesa, vescovi e fedeli loro sottomessi, sarebbe separata dal suo Capo. Va da sé che, quando parliamo dell'insieme dei vescovi, intendiamo quanti hanno ricevuto una giurisdizione dal sommo pontefice e sono dunque in comunione con la Chiesa: non è sufficiente infatti l'ordinazione episcopale per fare di un sacerdote un vescovo.<br />2) SOLO A CONDIZIONE CHE...<br />La seconda obiezione riguarderebbe la condizionalità dell'accettazione pacifica universale, posizione che potremmo riassumere in questo modo: la dottrina sull'accettazione è valida, ma solo a condizione che...; oppure: è valida, ma non si applica a questo caso di pontefice universalmente accettato. Dunque vi sarebbero condizioni "aggiuntive" perché si possa ritenere questa dottrina nel caso concreto del papa Tizio. Per esempio, che siano state osservate tutte le norme dell'elezione del papa (dal 22 febbraio 1996 indicate nella Universi Dominici Gregis); o a condizione che il papa scelto dai cardinali non fosse eretico prima della sua elezione; o ancora, a condizione che il papa eletto non fosse iscritto alla Massoneria o ad altre associazioni proibite dalla Chiesa, per le quali si incorrerebbe nella scomunica; a condizione che la rinuncia di un eventuale papa dimissionario sia valida.<br />Si potrebbero aggiungere ulteriori argomenti condizionali, ma non serve a molto, perché le pur diverse condizionalità hanno in comune questa logica: occorre verificare che certe condizioni si siano verificate per poter ritenere applicabile al presunto papa in questione la dottrina sull'accettazione pacifica universale. Detto in altro modo: l'insegnamento sulla legittimità del papa non si applicherebbe a questo singolo caso, perché, in questo caso, non si sono verificate certe condizioni.<br />Ora, il punto è che l'unico caso in cui non si applica la dottrina sull'accettazione pacifica universale è che... non vi è stata un'accettazione pacifica universale! Ossia quando vi sono stati dei vescovi che hanno contestato quella specifica elezione, per delle precise ragioni legate alle condizioni previe del soggetto eletto o alle modalità dell'elezione: eresia, scisma, scomunica, incapacità mentale del candidato, simonia, brogli, costrizione nell'elezione, e così via.<br />Quando invece i vescovi (secondo Giovanni di San Tommaso, basterebbero i cardinali elettori) hanno universalmente riconosciuto Tizio come papa, allora, in virtù del fatto dogmatico, si ha la certezza che Tizio sia papa, a prescindere dal fatto che possa rivelarsi un pessimo papa e, soprattutto, a prescindere che si siano risolti eventuali dubbi sulla sua persona, sull'elezione e quant'altro. Perché il punto chiave dell'accettazione pacifica universale è proprio questo: poiché è impossibile che la Chiesa erri nell'unirsi a un Capo fasullo (per le ragioni dette sopra), dunque il papa riconosciuto universalmente è il Capo della Chiesa. La maggioranza dei teologi che trattano della questione ritiene che questa accettazione sia la prova che tutte le condizioni di validità, su cui si potrebbero sollevare dubbi, si sono di fatto verificate; altri si spingono ad affermare una sorta di eventuale sanatio in radice di eventuali deficienze; ma a noi interessa che tutti concordino con il fatto che l'accettazione universale è la garanzia che Tizio è papa.<br />Guardando nuovamente la questione da un altro punto di vista, possiamo dire che chi ritiene che, in questo caso specifico, il pontefice riconosciuto universalmente non è in realtà papa, per qualsivoglia ragione, non ha compreso il senso del fatto dogmatico. Sarebbe come colui che, di fronte ad un pronunciamento ex cathedra, mettesse in dubbio il dogma proclamato perché, a torto o a ragione, le argomentazioni addotte risulterebbero insufficienti o errate, oppure non limpido l'iter per giungere a tale pronunciamento. L'adesione di fede, in questo caso, viene data in ragione dell'infallibilità petrina, mentre, nel caso dell'accettazione universale, in ragione dell'infallibilità della Chiesa.<br />Dunque aveva ragione Martino V: l'accettazione di questo concreto papa, riconosciuto universalmente dalla Chiesa, non è solo una questione disciplinare, ma di fede. La Chiesa universale non può errare nell'unirsi al suo Capo visibile (unità della Chiesa), né la Chiesa può rimanere priva di lui (indefettibilità), né la Chiesa gerarchica può errare nell'insegnare che Tizio sia papa (infallibilità): l'adesione universale dei vescovi è un segno infallibile della legittimità del sommo pontefice.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59640669</guid><pubDate>Wed, 24 Apr 2024 21:58:15 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59640669/papi_e_antipapi_sede_vacante_e_papa_legittimo.mp3" length="9390333" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7775

PAPI E ANTIPAPI, SEDE VACANTE E PAPA LEGITTIMO (4° e ultima parte) di Luisella Scrosati
Dedichiamo un'ultima riflessione alla questione relativa alla legittimità del papa...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7775" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7775</a><br /><br />PAPI E ANTIPAPI, SEDE VACANTE E PAPA LEGITTIMO (4° e ultima parte) di Luisella Scrosati<br />Dedichiamo un'ultima riflessione alla questione relativa alla legittimità del papa riconosciuto universalmente e pacificamente dalla Chiesa come fatto dogmatico (per gli articoli precedenti, clicca qui), affrontando le due principali obiezioni che normalmente vengono sollevate.<br />Prima di tutto ricordiamo che i fatti dogmatici - tra i quali rientra la legittimità del pontefice riconosciuto universalmente - fanno parte delle verità connesse alla Rivelazione (per necessità storica); il che, in concreto, significa che la loro negazione finirebbe per contraddire uno o più punti della medesima Rivelazione. I fatti dogmatici devono pertanto essere tenuti in modo definitivo, non ipotetico (potrebbe essere così) o condizionale (sarebbe così, ma solo a condizione che). Il papa, una volta che ha ricevuto l'accettazione della Chiesa universale, è papa, qualunque contestazione si possa avere a riguardo.<br />1) IL DISSENSO DI UN GRUPPO<br />Una prima obiezione frequentemente sollevata contesta il senso dell’"accettazione universale", ritenendo che il dissenso di un gruppo, più o meno esteso, di fedeli e chierici, sia sufficiente per affermare la non universalità di tale accettazione. In sostanza, l'universalità dovrebbe essere intesa come una totalità matematica da parte dei battezzati. Occorre rilevare che, se così fosse, non si raggiungerebbe quasi mai la certezza della legittimità del papa, perché sarebbe sufficiente qualsiasi dissenso di un gruppo, dovuto a ragioni più o meno plausibili, per lasciare nell'incertezza la Chiesa universale. Questa incertezza si riverserebbe sugli atti del sommo pontefice, così che sarebbe sempre possibile rifiutare una definizione dogmatica o un insegnamento definitivo a motivo del fatto che la legittimità di tale papa era stata contestata da quel gruppo di fedeli e/o chierici.<br />Ma c'è una ragione più profonda che fa comprendere che il dissenso di fedeli e chierici non sia sufficiente ad inficiare l'universalità richiesta: quando si parla di "Chiesa universale" si intende non la semplice comunità dei battezzati - concezione protestante dell'Ecclesia -, ma la comunità dei battezzati uniti ai loro legittimi pastori, i vescovi. Se dunque i vescovi, nella loro universalità, riconoscono Tizio come vero papa, i fedeli sono tenuti ad aderire a questo insegnamento. L'ipotesi che tutti i vescovi si ingannino sulla legittimità del pontefice comporterebbe infatti una defezione di tutta la Chiesa docente su un fatto dogmatico e sul riconoscimento di chi è il Capo visibile della Chiesa, il che sarebbe una contraddizione diretta dell'infallibilità della Chiesa. Ma anche della sua indefettibilità, perché la Chiesa non può rimanere senza Capo, se non per quel tempo di sede vacante necessario per eleggere un nuovo pontefice. Verrebbe altresì meno la nota dell'unità della Chiesa, che è una delle quattro note professate nel Credo, perché ci troveremmo nella situazione in cui la Chiesa, vescovi e fedeli loro sottomessi, sarebbe separata dal suo Capo. Va da sé che, quando parliamo dell'insieme dei vescovi, intendiamo quanti hanno ricevuto una giurisdizione dal sommo pontefice e sono dunque in comunione con la Chiesa: non è sufficiente infatti l'ordinazione episcopale per fare di un sacerdote un vescovo.<br />2) SOLO A CONDIZIONE CHE...<br />La seconda obiezione riguarderebbe la condizionalità dell'accettazione pacifica universale, posizione che potremmo riassumere in questo modo: la dottrina sull'accettazione è valida, ma solo a condizione che...; oppure: è valida, ma non si applica a questo caso di pontefice universalmente accettato. Dunque vi sarebbero condizioni "aggiuntive" perché si possa ritenere questa dottrina nel caso concreto...]]></itunes:summary><itunes:duration>587</itunes:duration><itunes:keywords>accettazioneuniversale,conclave,martinov,papalegittimo,sedevacante</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/905d5f21085a10d4b154f439c56e2d5f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Papi e antipapi, sede vacante e papa legittimo (3° parte)</title><link>https://www.spreaker.com/episode/papi-e-antipapi-sede-vacante-e-papa-legittimo-3-parte--59374784</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7754" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7754</a><br /><br />PAPI E ANTIPAPI, SEDE VACANTE E PAPA LEGITTIMO (3° parte) di Luisella Scrosati<br />Ripartiamo da Martino V. Nella contesa con i lollardi e gli ussiti, il papa aveva richiesto, come requisito per la confessione integrale della fede cattolica, che essi riconoscessero il papa legittimamente eletto, più precisamente quel papa riconosciuto universalmente e pacificamente dalla Chiesa.<br />Il grande teologo domenicano, Giovanni di San Tommaso (1589-1644), ha ripreso questo aspetto, sostenendo appunto che sia di fede il riconoscimento che questo preciso uomo "x", riconosciuto dalla Chiesa come papa, sia effettivamente il papa. Non si tratta di una tesi teologica, ma effettivamente di una verità strettamente legata alla fede; più tecnicamente rientra in quella categoria che teologicamente viene denominata "fatti dogmatici". Cerchiamo di capire di cosa si tratta.<br />Nell'articolazione della nostra adesione di fede alla dottrina insegnata dalla Chiesa, la Professio fidei del 1989 indica tre macro-categorie: l'adesione agli articoli del Credo e agli altri dogmi che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelati; l'adesione a tutto ciò che la Chiesa insegna in modo definitivo; infine l'ossequio dovuto all'insegnamento autentico. Nella seconda categoria, troviamo tutte quelle verità che, pur non essendo direttamente contenute nella Rivelazione, sono tuttavia connesse con essa. Ora, questo tipo di connessione può essere duplice: logica o storica. Un esempio piuttosto chiaro del primo caso è la condanna dell'eutanasia, che è logicamente connessa al divieto rivelato di non uccidere l'innocente. Quanto alle verità connesse storicamente alla Rivelazione, esse comprendono proprio i fatti dogmatici di cui abbiamo parlato sopra; la Nota dottrinale (1998) della Congregazione per la Dottrina della Fede ne riporta alcuni esempi: «la legittimità dell'elezione del Sommo Pontefice o della celebrazione di un concilio ecumenico, le canonizzazioni dei santi (fatti dogmatici); la dichiarazione di Leone XIII nella Lettera Apostolica Apostolicæ Curæ sulla invalidità delle ordinazioni anglicane».<br />LA LEGITTIMITÀ DELL'ELEZIONE DEL PAPA<br />La legittimità dell'elezione del papa rientra dunque tra i fatti dogmatici che devono essere tenuti come definitivi, dunque tra quei fatti storici strettamente connessi con la Rivelazione. L'importanza di questi fatti dogmatici mi pare venga ben messa in luce dal classico Compendio di Teologia Dogmatica, del teologo e medievalista bavarese, Ludwig Ott (1906-1985): «Se la Chiesa potesse sbagliare nel suo giudizio su questi fatti o verità, che sono indirettamente connesse con la Rivelazione, ne deriverebbero conseguenze inconciliabili con la sua istituzione divina e con la sua santità».<br />Prima di comprendere per quale ragione mettere in dubbio la legittimità dell'elezione del sommo pontefice comporterebbe gravi conseguenze, che vanno di fatto a erodere il dogma dell'istituzione divina della Chiesa, della sua indefettibilità e santità, dobbiamo chiarire che si tratta non di qualsiasi elezione del papa, ma di quella del papa universalmente e pacificamente accettato dalla Chiesa.<br />Giovanni di San Tommaso dà una ragione fondamentale per spiegare perché il mancato riconoscimento di un papa legittimamente eletto non è "solo" un problema disciplinare, ma dottrinale: perché il papa può essere considerato come la regula fidei vivente. Cerchiamo di capire cosa vuol dire questa affermazione. Il teologo domenicano non sta evidentemente affermando che il papa sia al di sopra della Rivelazione e di quanto la Chiesa ha già definito, e ancor meno che qualunque sua esternazione sia regola della fede. Il punto è un altro: il magistero della Chiesa, che il papa incarna quando intende definire qualcosa, sia agendo ex cathedra che quando intende insegnare in modo definitivo nel suo magistero ordinario, è la regola della fede prossima, che "comunica" la regola della fede remota (la Rivelazione). Dunque, se la Chiesa intera si ingannasse nel riconoscere dove sta questa regola della fede vivente, la Chiesa si ingannerebbe sulla fede stessa.<br />UN ESEMPIO<br />Facciamo un esempio. Checché se ne dica, san Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994), ha inteso intervenire in modo definitivo sull'impossibilità dell'ordinazione delle donne; il carattere definitivo di questo pronunciamento era stato ulteriormente ribadito dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Ora, attenzione: non poche persone, soprattutto negli Stati Uniti, rifiutano di riconoscere i pontefici da Giovanni XXIII (incluso) in poi, per varie ragioni; una di queste è la presunta illegittimità dell'elezione di Roncalli nel conclave del 1958, perché, basandosi su una propria interpretazione di quanto scritto da Benny Lai, nel suo noto libro Il Papa non eletto. Giuseppe Siri, cardinale di Santa Romana Chiesa: i voti dei cardinali sarebbero confluiti nell'arcivescovo di Genova, il cardinale Siri, il quale avrebbe accettato e scelto per sé il nome di Gregorio XVII; poco dopo però avrebbe rinunciato, perché una parte consistente dei cardinali contrari avevano minacciato uno scisma. Dunque, l'elezione di Roncalli sarebbe stata nulla e tutti i papi seguenti non sarebbero papi legittimi.<br />Che cosa comporta una teoria del genere? Che tutta la Chiesa avrebbe recepito la definitività dell'insegnamento di Giovanni Paolo II, regola prossima della fede nel suo pronunciamento sul sacerdozio femminile, ingannandosi, perché Wojtyla in realtà (secondo loro) non era papa. Questo dubbio si potrebbe estendere a tutti i papi dei quali si sospetta la legittimità dell'elezione. Per cui si potrebbe ipoteticamente non essere mai certi di un pronunciamento ex cathedra, come, per es., l'assunzione al Cielo della SS. Vergine, per un dubbio sul fatto che Pio XII fosse veramente papa. E così via.<br />In sintesi, dichiarare come fatto dogmatico che il papa accettato dalla Chiesa sia veramente papa blinda ogni possibile messa in causa dell'insegnamento del papa, in quanto regola prossima della fede, ossia impedisce che si possano mettere in dubbio i suoi pronunciamenti infallibili o definitivi sulla base di un presunto dubbio sulla legittimità della sua elezione. Dunque, poiché non è possibile che la Chiesa universale si inganni, credendo quanto insegnato infallibilmente o definitivamente dal sommo pontefice, così non è possibile che la Chiesa universali erri ritenendo papa uno che non lo è.<br />Per evitare fraintendimenti, è necessario precisare che questo fatto dogmatico appena descritto riguarda il fatto che il papa universalmente riconosciuto sia il vero papa e non che sia un buon papa, un papa santo o un papa che non pronuncia errori teologici o perfino eresie. Questi ultimi aspetti non c'entrano nulla con quanto espresso della Professio fidei e spiegato da Giovanni di San Tommaso. Il quale invece aggiunge un corollario importante, ossia che l'universale e pacifica accettazione del papa da parte della Chiesa risolve anche ogni dubbio sulla legittimità della sua elezione: se Tizio è stato accettato come papa allora tutti i requisiti per la validità della sua elezione si sono verificati, e ogni dubbio che possa essere sollevato in un secondo momento decade. Diversamente, basterebbe sollevare dei dubbi per non avere più la certezza della validità dell'elezione del pontefice.<br />Proseguiremo il discorso nei prossimi articoli, ma è bene ancora una volta ribadire che stiamo parlando del papa universalmente accettato dalla Chiesa, non di un papa la cui elezione è stata contestata da una parte della gerarchia.<br />Nota di BastaBugie: l'autrice del precedente articolo, Luisella Scrosati, nell'articolo seguente dal titolo "Il Papa legittimo e l’accettazione universale della Chiesa" spiega perché la Chiesa universale non può errare nel sottomettersi ad un papa non legittimo. Questo fatto dogmatico discende dalla promessa di Cristo.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 17 marzo 2024:<br />L'accettazione da parte della Chiesa del papa scelto dai cardinali non è un mero pro forma, ma l'atto fondamentale con cui la Chiesa universale riconosce il proprio capo, Vicario di Cristo, e vi si sottomette. Perché la sottomissione al papa legittimo, quando egli comanda all'interno dei limiti della propria potestà suprema, è indispensabile per appartenere alla Chiesa.<br />Riprendendo le considerazioni di Giovanni di San Tommaso (vedi articolo precedente), il cardinale Charles Journet (1891-1975), indiscusso teologo e autore della "summa" di ecclesiologia L'Église du Verbe Incarné, ricordava che l'accettazione pacifica universale «è un atto con cui la Chiesa impegna il suo destino. È quindi un atto di per sé infallibile e immediatamente conoscibile come tale»; la conseguenza di questa infallibilità è che questa accettazione manifesta e perciò riconoscibile assicura che «tutti i requisiti per la validità dell'elezione sono stati soddisfatti» (op. cit., I, 1955, p. 624). L'accettazione, secondo Journet, si verifica in due in due modi: negativamente, se l'elezione non viene contestata; positivamente, quando «l'elezione viene dapprima accettata da coloro che sono presenti e in seguito dagli altri».<br />Il punto centrale, nell'esposizione di Journet, è che la Chiesa ha il diritto di eleggersi un papa, perché Cristo stesso ha fondato la Chiesa su Pietro e sui suoi successori, che sono principio di unità, regola della fede, sede della giurisdizione suprema. Da questo diritto discendono due diritti conseguenti fondamentali: il primo è che la Chiesa ha il diritto d]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59374784</guid><pubDate>Tue, 09 Apr 2024 20:33:40 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59374784/papi_e_antipapi_sede_vacante_e_papa_legittimo_3_parte.mp3" length="18468824" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7754

PAPI E ANTIPAPI, SEDE VACANTE E PAPA LEGITTIMO (3° parte) di Luisella Scrosati
Ripartiamo da Martino V. Nella contesa con i lollardi e gli ussiti, il papa aveva richiesto, come...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7754" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7754</a><br /><br />PAPI E ANTIPAPI, SEDE VACANTE E PAPA LEGITTIMO (3° parte) di Luisella Scrosati<br />Ripartiamo da Martino V. Nella contesa con i lollardi e gli ussiti, il papa aveva richiesto, come requisito per la confessione integrale della fede cattolica, che essi riconoscessero il papa legittimamente eletto, più precisamente quel papa riconosciuto universalmente e pacificamente dalla Chiesa.<br />Il grande teologo domenicano, Giovanni di San Tommaso (1589-1644), ha ripreso questo aspetto, sostenendo appunto che sia di fede il riconoscimento che questo preciso uomo "x", riconosciuto dalla Chiesa come papa, sia effettivamente il papa. Non si tratta di una tesi teologica, ma effettivamente di una verità strettamente legata alla fede; più tecnicamente rientra in quella categoria che teologicamente viene denominata "fatti dogmatici". Cerchiamo di capire di cosa si tratta.<br />Nell'articolazione della nostra adesione di fede alla dottrina insegnata dalla Chiesa, la Professio fidei del 1989 indica tre macro-categorie: l'adesione agli articoli del Credo e agli altri dogmi che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelati; l'adesione a tutto ciò che la Chiesa insegna in modo definitivo; infine l'ossequio dovuto all'insegnamento autentico. Nella seconda categoria, troviamo tutte quelle verità che, pur non essendo direttamente contenute nella Rivelazione, sono tuttavia connesse con essa. Ora, questo tipo di connessione può essere duplice: logica o storica. Un esempio piuttosto chiaro del primo caso è la condanna dell'eutanasia, che è logicamente connessa al divieto rivelato di non uccidere l'innocente. Quanto alle verità connesse storicamente alla Rivelazione, esse comprendono proprio i fatti dogmatici di cui abbiamo parlato sopra; la Nota dottrinale (1998) della Congregazione per la Dottrina della Fede ne riporta alcuni esempi: «la legittimità dell'elezione del Sommo Pontefice o della celebrazione di un concilio ecumenico, le canonizzazioni dei santi (fatti dogmatici); la dichiarazione di Leone XIII nella Lettera Apostolica Apostolicæ Curæ sulla invalidità delle ordinazioni anglicane».<br />LA LEGITTIMITÀ DELL'ELEZIONE DEL PAPA<br />La legittimità dell'elezione del papa rientra dunque tra i fatti dogmatici che devono essere tenuti come definitivi, dunque tra quei fatti storici strettamente connessi con la Rivelazione. L'importanza di questi fatti dogmatici mi pare venga ben messa in luce dal classico Compendio di Teologia Dogmatica, del teologo e medievalista bavarese, Ludwig Ott (1906-1985): «Se la Chiesa potesse sbagliare nel suo giudizio su questi fatti o verità, che sono indirettamente connesse con la Rivelazione, ne deriverebbero conseguenze inconciliabili con la sua istituzione divina e con la sua santità».<br />Prima di comprendere per quale ragione mettere in dubbio la legittimità dell'elezione del sommo pontefice comporterebbe gravi conseguenze, che vanno di fatto a erodere il dogma dell'istituzione divina della Chiesa, della sua indefettibilità e santità, dobbiamo chiarire che si tratta non di qualsiasi elezione del papa, ma di quella del papa universalmente e pacificamente accettato dalla Chiesa.<br />Giovanni di San Tommaso dà una ragione fondamentale per spiegare perché il mancato riconoscimento di un papa legittimamente eletto non è "solo" un problema disciplinare, ma dottrinale: perché il papa può essere considerato come la regula fidei vivente. Cerchiamo di capire cosa vuol dire questa affermazione. Il teologo domenicano non sta evidentemente affermando che il papa sia al di sopra della Rivelazione e di quanto la Chiesa ha già definito, e ancor meno che qualunque sua esternazione sia regola della fede. Il punto è un altro: il magistero della Chiesa, che il papa incarna quando intende definire qualcosa, sia agendo ex cathedra che...]]></itunes:summary><itunes:duration>1155</itunes:duration><itunes:keywords>dottrina,martinov,ordinazionedelledonne,papadubiuspapanullus,roncalli</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/965052aa85093fd4170777069ab18efa.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Papi e antipapi, sede vacante e papa legittimo (2° parte)</title><link>https://www.spreaker.com/episode/papi-e-antipapi-sede-vacante-e-papa-legittimo-2-parte--59283854</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜  <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7750" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7750</a><a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7744" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a><br /><br />PAPI E ANTIPAPI, SEDE VACANTE E PAPA LEGITTIMO (2° parte) di Luisella Scrosati<br />La lunga crisi del Grande Scisma d'Occidente aveva messo a dura prova l'unità della Chiesa. Non solo durante i quarant'anni dello Scisma ma anche successivamente non fu facile dipanare il groviglio della legittimità dei tre pontefici. In particolare, quella del cardinale Baldassarre Cossa, che prese il nome di Giovanni XXIII (ca 1370-1419), quando venne eletto al Concilio di Pisa del 1410. Basti pensare che papa Martino V (1369-1431), eletto l'11 novembre 1417 durante il Concilio di Costanza, ossia il papa del (provvisorio) ritorno all'unità, si riteneva successore non di colui che oggi consideriamo il papa legittimo, ossia Gregorio XII (ca 1335-1417), ma appunto di Giovanni XXIII. Dunque un papa legittimo, riteneva di succedere ad un papa in realtà illegittimo...<br />Ad essere ancora più sorprendente è invece il fatto che Cossa/Giovanni XXIII risultava nella lista dei papi legittimi ancora nell'Annuario Pontificio del 1946! Una prova indiretta della convinzione della sua legittimità la troviamo anche nel famoso romanzo di Robert H. Benson, Il Padrone del Mondo, pubblicato nel 1907; Benson immaginava che tra gli ultimi due papi della storia della Chiesa ci sarebbe stato un "Giovanni XXIV", proprio perché agli inizi del Novecento, cinque secoli dopo il Grande Scisma, Cossa era ancora considerato papa legittimo. Mentre l'ultimo papa immaginato da Benson prende il nome di Silvestro III, perché Giovanni de' Crescenzi Ottaviani (ca 1000 - ca 1062), che prese proprio il nome di Silvestro III e il cui pontificato durò poco meno di due mesi, è stato considerato antipapa fino a tempi recenti.<br />Insomma un antipapa considerato papa per secoli e un papa legittimo ritenuto antipapa. Altri casi analoghi si sono verificati nella storia della Chiesa, come, per esempio, quello di Pietro Filargis/Alessandro V (ca 1339-1410), altro "papa" eletto al Concilio di Pisa, così che nei tondi della Basilica di San Paolo fuori le Mura vi sono raffigurati antipapi come fossero sommi pontefici, mentre non compaiono le immagini dei papi legittimi.<br />GIOVANNI XXIII<br />Torniamo a Cossa/Giovanni XXIII. Il 27 ottobre 2018, il pronipote di Angelo Roncalli, Marco Roncalli, saggista e biografo del "papa buono", scrisse un interessante articolo per La Stampa, nel quale rivelava alcuni fatti inediti che portarono il Patriarca di Venezia a scegliere il nome di Giovanni XXIII e non quello di Giovanni XXIV.<br />Roncalli desiderava assumere il nome di Giovanni, perché era quello del padre e della chiesa nella quale era stato battezzato, oltre che, ovviamente, dell'Apostolo diletto, del Battista e primo nome di Marco, l'evangelista. Ma c'era la questione di Cossa/Giovanni XXIII: se questi veniva considerato papa, allora Roncalli avrebbe dovuto seguire la numerazione successiva; in caso contrario, assumere la stessa del Cossa.<br />All'"appuntamento" del 28 ottobre 1958, giorno della sua elezione al Soglio di Pietro, il cardinale Roncalli arrivò comunque ben preparato. Nel settembre del 1958, dunque un mese prima della sua elezione, Roncalli era stato chiamato a Lodi da monsignor Tarcisio Benedetti. Roncalli si trovava, insieme ad altri invitati, in una sala del Palazzo episcopale, la "Sala gialla", dove vi era una grande raffigurazione di Baldassarre Cossa/Giovanni XXIII. Il dipinto ricordava l'evento dell'incontro tra il cardinale napoletano e l'imperatore Sigismondo, uniti nell'intento di porre fine alla divisione e che determinò l'indizione del Concilio di Costanza. Una frizzante disputa tra due storici si accese sul personaggio rappresentato nel dipinto, alla presenza del Patriarca: uno storico riteneva che Cossa fosse papa legittimo, un altro che invece fosse antipapa. Sembra che Roncalli abbia cercato di conciliare gli animi, affermando che un futuro papa Giovanni avrebbe risolto la questione: se si fosse chiamato Giovanni XXIII, significava che Cossa era stato un antipapa; se XXIV, Cossa doveva essere considerato papa legittimo.<br />DURANTE IL CONCLAVE<br />Un'altra testimonianza riportata nell'articolo, di molto precedente a quella appena menzionata, proviene dalla rivista Sursum corda (1974) del Seminario Romano. In un ricordo di Raffaele Boyer, compagno di Roncalli, è emerso che, dopo la morte di Leone XIII (20 luglio 1903), il futuro papa era piuttosto contrariato dal fatto che Baldassarre Cossa fosse considerato papa legittimo nei diversi libri di storia della Chiesa da lui consultati, così come pure sull'Annuario Pontificio. È più che probabile che Roncalli ritenesse vera la "leggenda nera" su Cossa, ma, a parte questo, il Concilio di Costanza lo aveva comunque dichiarato non legittimo, ed egli propendeva perciò per la sua illegittimità.<br />Il segretario particolare di Giovanni XXIII, mons. Loris Capovilla, ha testimoniato che, durante il conclave, Roncalli gli avrebbe chiesto di procurargli l'Annuario Pontificio. È possibile che egli avesse percezione, da come stavano andando le votazioni e i confronti tra i cardinali, che lo Spirito Santo stesse soffiando su Venezia, come poi di fatto avvenne; e pertanto il Patriarca voleva essere certo di non compiere un errore nella scelta del nome, assicurandosi che l'Annuario portasse il nome di ventidue papa "Giovanni" e non ventitré.<br />Aneddoti giovannei a parte, la storia mostra come la questione della legittimità di un papa non sia sempre pacifica. Occorre però fare una precisazione molto importante: i dubbi riguardo ad un pontefice sono legittimi nella misura in cui la sua accettazione non è stata pacifica e universale da parte della Chiesa. E in effetti, il conclave che portò all'elezione di Urbano VI avvenne sotto la minaccia del popolo romano, elemento che fin da subito creò dubbi sulla validità di quella elezione, dubbi sostenuti da una parte degli stessi cardinali che a quel conclave parteciparono. È solo in queste situazioni che vale il principio papa dubius, papa nullus, secondo la breve spiegazione che avevamo dato nello scorso articolo. Quando invece un papa viene accettato pacificamente e universalmente dalla Chiesa, il discorso cambia radicalmente.<br />Nota di BastaBugie: l'autrice del precedente articolo, Luisella Scrosati, nell'articolo seguente dal titolo "Martino V e la questione del Papa legittimo" prosegue con il racconto di quel travagliato periodo di storia della Chiesa.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 3 marzo 2024:<br />Martino V (1369-1431) fu il papa finalmente unico, dopo quarant'anni di scisma. Eletto durante il Concilio di Costanza, l'11 novembre 1417, riuscì a governare la Chiesa per un tempo relativamente lungo (13 anni). Oddone Colonna, questo il suo nome di battesimo, aveva erroneamente sostenuto la legittimità di Giovanni XXIII, del quale si considerava successore.<br />C'è un aspetto di questo pontificato, che merita di essere portato alla luce. Martino dovette porre mano alle agitazioni alimentate da John Wyclif († 1384) e Jan Hus (ca 1371-1415). Il primo, originario dello Yorkshire, insegnante all'Università di Oxford, si fece alfiere di un movimento antipapale inglese, tanto più che si era nell'epoca dei papi avignonesi, papi cioè provenienti da e residenti nella nemica Francia. Scrisse numerosi testi teologici e raccolse attorno a sé un nutrito gruppo di predicatori popolari, i famosi lollardi. Il secondo, boemo, subì l'influenza di Wyclif e in sostanza ne abbracciò le posizioni ereticali. Sia i lollardi che gli ussiti ebbero grande diffusione nei paesi di origine dei due "fondatori".<br />Più nello specifico, entrambi erravano soprattutto riguardo alla natura della Chiesa e ai diritti e alle prerogative del papa. La loro sottolineatura sull'importanza della pietà personale dei ministri di Dio si spinse fino ad identificare la Chiesa con la comunità di coloro che vivevano ispirati a questa pietà. Essi sostenevano pertanto che la Chiesa non fosse quella visibile, che appariva corrotta e divisa, ma quella invisibile; e che pertanto, a dover essere riconosciuti come membri della Chiesa, non erano quanti erano annoverati tra il clero, e nemmeno quanti vi appartenevano giuridicamente e formalmente, ma esclusivamente i "veri fedeli", conosciuti solo da Dio. Mettevano in discussione la validità delle scomuniche comminate dai pontefici, la loro autorità, l'estensione del potere di legare e sciogliere, così come il fatto che il papa era il successore dell'apostolo Pietro. Per questa insufficiente comprensione della natura della Chiesa, essi ritenevano che fosse sufficiente la sola ordinazione per poter amministrare i sacramenti, inclusa la facoltà di assolvere: non era necessario alcun mandato o giurisdizione e, pertanto, nessuno poteva impedire lo svolgimento del ministero, nemmeno con sanzioni. Altri errori riguardavano le indulgenze, l'Eucaristia e il Purgatorio, e vennero tutti condannati al Concilio di Costanza.<br />Quando Oddone divenne papa, sia Wyclif che Hus erano già morti, ma il loro movimento imperversava in Europa. Martino V decise allora di emanare una bolla, la Inter cunctas (22 febbraio 1418), indirizzata ai vescovi e agli inquisitori, con una lista di domande da porre ai sospetti seguaci dei due contestatori, per verificare se credessero rettamente, secondo la fede cattolica.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59283854</guid><pubDate>Wed, 03 Apr 2024 20:42:08 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59283854/papi_e_antipapi_sede_vacante_e_papa_legittimo_2_parte.mp3" length="17475753" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜  https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7750

PAPI E ANTIPAPI, SEDE VACANTE E PAPA LEGITTIMO (2° parte) di Luisella Scrosati
La lunga crisi del Grande Scisma d'Occidente aveva messo a dura prova l'unità della Chiesa. Non...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜  <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7750" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7750</a><a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7744" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a><br /><br />PAPI E ANTIPAPI, SEDE VACANTE E PAPA LEGITTIMO (2° parte) di Luisella Scrosati<br />La lunga crisi del Grande Scisma d'Occidente aveva messo a dura prova l'unità della Chiesa. Non solo durante i quarant'anni dello Scisma ma anche successivamente non fu facile dipanare il groviglio della legittimità dei tre pontefici. In particolare, quella del cardinale Baldassarre Cossa, che prese il nome di Giovanni XXIII (ca 1370-1419), quando venne eletto al Concilio di Pisa del 1410. Basti pensare che papa Martino V (1369-1431), eletto l'11 novembre 1417 durante il Concilio di Costanza, ossia il papa del (provvisorio) ritorno all'unità, si riteneva successore non di colui che oggi consideriamo il papa legittimo, ossia Gregorio XII (ca 1335-1417), ma appunto di Giovanni XXIII. Dunque un papa legittimo, riteneva di succedere ad un papa in realtà illegittimo...<br />Ad essere ancora più sorprendente è invece il fatto che Cossa/Giovanni XXIII risultava nella lista dei papi legittimi ancora nell'Annuario Pontificio del 1946! Una prova indiretta della convinzione della sua legittimità la troviamo anche nel famoso romanzo di Robert H. Benson, Il Padrone del Mondo, pubblicato nel 1907; Benson immaginava che tra gli ultimi due papi della storia della Chiesa ci sarebbe stato un "Giovanni XXIV", proprio perché agli inizi del Novecento, cinque secoli dopo il Grande Scisma, Cossa era ancora considerato papa legittimo. Mentre l'ultimo papa immaginato da Benson prende il nome di Silvestro III, perché Giovanni de' Crescenzi Ottaviani (ca 1000 - ca 1062), che prese proprio il nome di Silvestro III e il cui pontificato durò poco meno di due mesi, è stato considerato antipapa fino a tempi recenti.<br />Insomma un antipapa considerato papa per secoli e un papa legittimo ritenuto antipapa. Altri casi analoghi si sono verificati nella storia della Chiesa, come, per esempio, quello di Pietro Filargis/Alessandro V (ca 1339-1410), altro "papa" eletto al Concilio di Pisa, così che nei tondi della Basilica di San Paolo fuori le Mura vi sono raffigurati antipapi come fossero sommi pontefici, mentre non compaiono le immagini dei papi legittimi.<br />GIOVANNI XXIII<br />Torniamo a Cossa/Giovanni XXIII. Il 27 ottobre 2018, il pronipote di Angelo Roncalli, Marco Roncalli, saggista e biografo del "papa buono", scrisse un interessante articolo per La Stampa, nel quale rivelava alcuni fatti inediti che portarono il Patriarca di Venezia a scegliere il nome di Giovanni XXIII e non quello di Giovanni XXIV.<br />Roncalli desiderava assumere il nome di Giovanni, perché era quello del padre e della chiesa nella quale era stato battezzato, oltre che, ovviamente, dell'Apostolo diletto, del Battista e primo nome di Marco, l'evangelista. Ma c'era la questione di Cossa/Giovanni XXIII: se questi veniva considerato papa, allora Roncalli avrebbe dovuto seguire la numerazione successiva; in caso contrario, assumere la stessa del Cossa.<br />All'"appuntamento" del 28 ottobre 1958, giorno della sua elezione al Soglio di Pietro, il cardinale Roncalli arrivò comunque ben preparato. Nel settembre del 1958, dunque un mese prima della sua elezione, Roncalli era stato chiamato a Lodi da monsignor Tarcisio Benedetti. Roncalli si trovava, insieme ad altri invitati, in una sala del Palazzo episcopale, la "Sala gialla", dove vi era una grande raffigurazione di Baldassarre Cossa/Giovanni XXIII. Il dipinto ricordava l'evento dell'incontro tra il cardinale napoletano e l'imperatore Sigismondo, uniti nell'intento di porre fine alla divisione e che determinò l'indizione del Concilio di Costanza. Una frizzante disputa tra due storici si accese sul personaggio rappresentato nel dipinto, alla presenza del...]]></itunes:summary><itunes:duration>1093</itunes:duration><itunes:keywords>dubbi,giovannixxiii,legittimitaà,leonexiii,scismadoccidente</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/90ff922a7a466489bc030d8a0754779b.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Meglio la sepoltura che la cremazione, retaggio del paganesimo</title><link>https://www.spreaker.com/episode/meglio-la-sepoltura-che-la-cremazione-retaggio-del-paganesimo--59283819</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7741" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7741</a><br /><br />MEGLIO LA SEPOLTURA CHE LA CREMAZIONE, RETAGGIO DEL PAGANESIMO di Luisella Scrosati<br />Cremazione: sì o no? Ormai tutti i cattolici sanno che la cremazione, quando non è motivata da ragioni contrarie alla fede, viene ammessa e, di conseguenza, non vengono più negate le esequie. L'Istruzione Ad resurgendum cum Christo, della Congregazione per la Dottrina della Fede (15 agosto 2016) spiega che l'atto di cremare le spoglie mortali non comporta di per sé nulla di contrario né all'immortalità dell'anima né alla risurrezione della carne alla fine della storia.<br />Tuttavia, a più riprese, l'Istruzione insiste sul fatto che «la Chiesa raccomanda insistentemente che i corpi dei defunti vengano seppelliti nel cimitero o in altro luogo sacro». La cremazione non è dunque considerata come equivalente all'inumazione o alla deposizione, nonostante ormai tra noi cattolici sembra che la cremazione sia divenuta una pratica diffusa. Potremmo dire che per la cremazione è avvenuto qualcosa di analogo alla Comunione sulla mano: due pratiche per secoli sostanzialmente proibite sono state di recente ammesse (entrambe durante il pontificato di Paolo VI, rispettivamente nel 1963 e nel 1969), finendo per diventare addirittura preferenziali. E ciò, nonostante la Chiesa mantenga fermo che le due modalità non si collochino sullo stesso piano, ma l'una sia raccomandata, l'altra semplicemente permessa.<br />I CRISTIANI RIFIUTARONO LA CREMAZIONE<br />Come spiegare questa stranezza? Diamo prima una rapida occhiata a come, storicamente, i cristiani si siano posti di fronte alla cremazione. È fuori discussione che, fin dai primi secoli, i cristiani rifiutarono la pratica della cremazione in uso tra i pagani. Minucio Felice, autore cristiano del II-III secolo, scriveva nell'Octavius che i pagani si prendevano gioco della credenza della risurrezione dei morti, che essi consideravano alla stregua di aniles fabulas, favole da vecchiette; è a causa di questa credenza che i cristiani «esecrano i roghi e condannano le cremazioni». Dunque, anche ai pagani era chiaro che il rifiuto delle cremazioni era legato alla fede nella risurrezione della carne. Non dobbiamo pensare che i cristiani dei primissimi secoli fossero così sempliciotti da ritenere che questa pratica avrebbe impedito la risurrezione di corpi ridotti in ceneri: lo spettacolo dei corpi dei martiri smembrati, mangiati dalle fiere, scorticati, era più che sufficiente per metterli al sicuro dalla tentazione di pensare che Dio non avrebbe potuto resuscitare se non un corpo integro.<br />Qual è dunque questo legame tra il rifiuto della cremazione e la risurrezione della carne, che anche i pagani constatavano, pur senza capirne il senso?<br />L'inumazione è il segno più chiaro ed esplicito della dinamica insegnata da San Paolo: «Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore. Così (...) la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale» (1Cor, 15, 36. 42-44). "Seminare" il corpo mortale è il grande segno con cui i cristiani esprimono che quel corpo risorgerà glorioso; la Chiesa ha sviluppato i suoi riti funebri proprio su questo gesto così semplice e così importante, che apre il tempo dell'attesa. Come ogni buon contadino, anche la Chiesa semina e attende: semina corpi corruttibili e attende che, per la potenza divina, germoglino incorruttibili. Questo segno viene meno con la cremazione, che è appunto il contrario della semina e dell'attesa paziente, realizzando l'annientamento violento e repentino del corpo: le carni vengono bruciate a quasi mille gradi, provocando un movimento della salma per effetto della contrazione muscolare provocata dal calore; le ossa e i denti, che non bruciano, vengono frantumate e polverizzate a parte.<br />L'ETERNO RIPOSO<br />La cremazione è anche la distruzione del grande segno della morte come sonno-riposo, meravigliosamente espresso dalla preghiera del Requiem æternam, che si sposa perfettamente con l'atto di calare nella terra o nel sepolcro, in posizione orizzontale, il corpo del defunto, in continuità con l'insegnamento profetico: «Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno» (Dn 12,2). L'idea della morte-sonno è ripresa anche dal Signore Gesù, che così annunciava ai discepoli la morte dell'amico Lazzaro: «Il nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11). Nell'atto della sepoltura si esprime dunque questo segno della morte come sonno e riposo, ma che attende quel "risveglio", che Cristo opererà sui nostri corpi, alla fine del mondo.<br />Né si può trascurare il fatto che i cristiani vogliono conformare a Cristo la propria vita e la propria morte. E se non spetta a loro decidere come e quando morire, essi però possono disporre dei riti di sepoltura.<br />C'è poi anche un'importante questione: la cremazione distrugge alla radice la possibilità delle reliquie, la possibilità che le spoglie dei santi operino miracoli, perché lo Spirito Santo continua ad agire tramite questi resti benedetti, che sono stati il suo tempio.<br />Queste riflessioni a noi, figli di una mentalità razionalista e utilitarista, possono sembrare al massimo un po' romantiche.  Quel che conta è l'utilità di un atto, oppure, in un'ipotesi migliore, se vi siano idee contrarie alla dottrina. Ma per secoli non è stato così. Forti non solo della fede, ma dell'espressione di questa fede nei segni, i cristiani hanno portato di fatto all'estinzione di questa pratica, che consideravano, a ragione, come ripugnante. Non è una questione di stomaco, ma di coerenza appunto nel segno. E la storia insegna che i segni sono fondamentali nella trasmissione della fede.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59283819</guid><pubDate>Wed, 03 Apr 2024 20:35:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59283819/meglio_la_sepoltura_che_la_cremazione_retaggio_del_paganesimo.mp3" length="7776443" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7741

MEGLIO LA SEPOLTURA CHE LA CREMAZIONE, RETAGGIO DEL PAGANESIMO di Luisella Scrosati
Cremazione: sì o no? Ormai tutti i cattolici sanno che la cremazione, quando non è motivata da...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7741" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7741</a><br /><br />MEGLIO LA SEPOLTURA CHE LA CREMAZIONE, RETAGGIO DEL PAGANESIMO di Luisella Scrosati<br />Cremazione: sì o no? Ormai tutti i cattolici sanno che la cremazione, quando non è motivata da ragioni contrarie alla fede, viene ammessa e, di conseguenza, non vengono più negate le esequie. L'Istruzione Ad resurgendum cum Christo, della Congregazione per la Dottrina della Fede (15 agosto 2016) spiega che l'atto di cremare le spoglie mortali non comporta di per sé nulla di contrario né all'immortalità dell'anima né alla risurrezione della carne alla fine della storia.<br />Tuttavia, a più riprese, l'Istruzione insiste sul fatto che «la Chiesa raccomanda insistentemente che i corpi dei defunti vengano seppelliti nel cimitero o in altro luogo sacro». La cremazione non è dunque considerata come equivalente all'inumazione o alla deposizione, nonostante ormai tra noi cattolici sembra che la cremazione sia divenuta una pratica diffusa. Potremmo dire che per la cremazione è avvenuto qualcosa di analogo alla Comunione sulla mano: due pratiche per secoli sostanzialmente proibite sono state di recente ammesse (entrambe durante il pontificato di Paolo VI, rispettivamente nel 1963 e nel 1969), finendo per diventare addirittura preferenziali. E ciò, nonostante la Chiesa mantenga fermo che le due modalità non si collochino sullo stesso piano, ma l'una sia raccomandata, l'altra semplicemente permessa.<br />I CRISTIANI RIFIUTARONO LA CREMAZIONE<br />Come spiegare questa stranezza? Diamo prima una rapida occhiata a come, storicamente, i cristiani si siano posti di fronte alla cremazione. È fuori discussione che, fin dai primi secoli, i cristiani rifiutarono la pratica della cremazione in uso tra i pagani. Minucio Felice, autore cristiano del II-III secolo, scriveva nell'Octavius che i pagani si prendevano gioco della credenza della risurrezione dei morti, che essi consideravano alla stregua di aniles fabulas, favole da vecchiette; è a causa di questa credenza che i cristiani «esecrano i roghi e condannano le cremazioni». Dunque, anche ai pagani era chiaro che il rifiuto delle cremazioni era legato alla fede nella risurrezione della carne. Non dobbiamo pensare che i cristiani dei primissimi secoli fossero così sempliciotti da ritenere che questa pratica avrebbe impedito la risurrezione di corpi ridotti in ceneri: lo spettacolo dei corpi dei martiri smembrati, mangiati dalle fiere, scorticati, era più che sufficiente per metterli al sicuro dalla tentazione di pensare che Dio non avrebbe potuto resuscitare se non un corpo integro.<br />Qual è dunque questo legame tra il rifiuto della cremazione e la risurrezione della carne, che anche i pagani constatavano, pur senza capirne il senso?<br />L'inumazione è il segno più chiaro ed esplicito della dinamica insegnata da San Paolo: «Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore. Così (...) la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale» (1Cor, 15, 36. 42-44). "Seminare" il corpo mortale è il grande segno con cui i cristiani esprimono che quel corpo risorgerà glorioso; la Chiesa ha sviluppato i suoi riti funebri proprio su questo gesto così semplice e così importante, che apre il tempo dell'attesa. Come ogni buon contadino, anche la Chiesa semina e attende: semina corpi corruttibili e attende che, per la potenza divina, germoglino incorruttibili. Questo segno viene meno con la cremazione, che è appunto il contrario della semina e dell'attesa paziente, realizzando l'annientamento violento e repentino del corpo: le carni vengono bruciate a quasi mille gradi, provocando un movimento della salma per effetto della contrazione muscolare provocata dal calore; le...]]></itunes:summary><itunes:duration>486</itunes:duration><itunes:keywords>ceneri,cremazione,inumazione,paganesimo,sepoltura</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/7eb80705928c5f94b51cde78cfed0825.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Papi e antipapi, sede vacante e papa legittimo (1° parte)</title><link>https://www.spreaker.com/episode/papi-e-antipapi-sede-vacante-e-papa-legittimo-1-parte--59187486</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7738" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7738</a><br /><br />PAPI E ANTIPAPI, SEDE VACANTE E PAPA LEGITTIMO (1° parte) di Luisella Scrosati<br />Dopo il lungo periodo della "cattività avignonese" (1316-1377), durante il quale la Sede apostolica era stata trasferita nella città di Avignone da parte di Giovanni XXII (1244 ca - 1334), la città di Roma era rimasta senza pastore. I papi avignonesi, preceduti da Clemente V (1264-1314) che aveva trasferito la sede prima a Poitiers e poi a Carpentras, non risultarono così succubi delle politiche dei monarchi francesi; e tuttavia era chiaro che l'influenza francese esisteva. Il papato non riusciva a stare a Roma, lacerata dalle contese tra la famiglia Orsini e la famiglia Colonna; in Francia godeva sì di una libertà, ma pur sempre una "libertà vigilata": il peso dell'autorità ne risultava particolarmente indebolito. Iniziarono a comparire anche alcune correnti teoriche relativizzanti l'autorità pontificia, correnti che si facevano strada in ambito universitario sulle spalle di due grandi figure intellettuali del XIV secolo: il francescano Guglielmo di Ockham (1288-1347) e Marsilio da Padova (1275-1342).<br />A dare il colpo di grazia, in quella fase, alla credibilità del papato fu però la tragica scissione, che prese il nome di Grande Scisma d'Occidente, e che durò quarant'anni, coinvolgendo quattro papi e altrettanti antipapi.<br />Il ritorno del papa, da Avignone a Roma, realizzato da Gregorio XI (1330-1378), rappresentava agli occhi dello stesso pontefice la possibilità di una crisi peggiore, che avrebbe sommato il potenziale pericolo delle contese delle famiglie romane con quello dei maneggi avignonesi, rischiando di mettere il papato dentro ad un ginepraio inestricabile. Nel tentativo di evitare questo scenario, Gregorio dispose che il conclave futuro avesse inizio subito dopo il suo decesso, senza attendere l'arrivo dei cardinali che risiedevano fuori dall'Urbe, e che il nuovo pontefice sarebbe stato eletto con una maggioranza semplice, per evitare il dilungarsi del conclave.<br /><br />URBANO VI (1318-1389)<br />Morto dunque Gregorio il 27 marzo 1378, l'8 aprile i 16 cardinali presenti a Roma elessero l'arcivescovo di Bari, Bartolomeo Prignano, che prese il nome di Urbano VI (1318-1389). Il quale si mostrò sì determinato nel voler intraprendere la riforma della Chiesa, ma si mise contro quasi tutti per il suo carattere scontroso e irascibile e i suoi modi del tutto inconcilianti. Pare che, tra l'altro, avesse dato dell'imbecille al cardinale Giacomo Orsini e della canaglia al cardinale arcivescovo di Amiens. Alcuni cardinali francesi, dapprima ad Anagni e poi a Fondi, dichiararono invalida l'elezione di Urbano VI a causa di pressioni esterne sul conclave, e il 20 settembre elessero il cardinale di Ginevra, che prese il nome di Clemente VII (1342-1394) e pose la sua sede ad Avignone.<br />La cristianità d'Occidente si spaccò così in due: al papa romano prestarono fedeltà gli Stati nel centro-nord dell'Italia, i Regni d'Inghilterra, Ungheria, Polonia, Portogallo, Svezia, Norvegia e Danimarca, mentre al papa avignonese si strinsero i Regni di Francia, Aragona, Castiglia, Napoli, Sicilia e Scozia. Si videro cardinali contrapporsi ad altri cardinali, vescovi a vescovi, abbazie ad abbazie, e persino nelle stesse diocesi e nei monasteri sorsero divisioni. Anche i santi erano divisi e contrapposti: a sostegno del papa di Roma si schierarono Caterina da Siena, Caterina di Svezia, il grande predicatore olandese Geert Groote; la riformatrice delle Clarisse, santa Coletta, il grande predicatore domenicano Vincenzo Ferreri e il giovane beato Pietro di Lussemburgo sostennero invece per un certo tempo la legittimità dei papi avignonesi, pur adoperandosi per tentare di ricomporre lo scisma.<br />La situazione era in stallo, perché da entrambe le parti si portavano ragioni convincenti per sostenere la legittimità dell'uno e l'illegittimità dell'altro pontefice. I quali si scomunicarono a vicenda. Vennero persino contrapposte lacrime a lacrime. Due grandi giuristi si affrontarono sulla questione: da una parte il laico Giovanni da Legnano, insegnante di diritto canonico e civile, che difese la legittimità dell'elezione di Urbano VI nel De fletu Ecclesiæ, scritto proprio nell'anno dell'elezione del pontefice (1378); dall'altra l'abate Jean Le Fèvre (1320-1390), poi vescovo di Chartres, statista e cancelliere di Luigi I e Luigi II d'Angiò, che rispose con il De planctu bonorum (1379), difendendo l'elezione di Clemente VII.<br /><br />ROMANO LO VOLEMO, O ALMANCO ITALIANO!<br />A ben vedere, il conclave che aveva portato all'elezione di papa Urbano era stato piuttosto movimentato. I romani, sapendo che al conclave la maggioranza dei cardinali era composta da francesi, fecero sentire le loro minacce, con il famoso grido: «Romano lo volemo, o almanco italiano!». Grida che si materializzarono nell'invasione nella stanza del Conclave... Dunque, le pressioni ci furono, ma sarebbe stato doveroso verificare se fossero state tali da viziare formalmente il conclave. Ma non fu per questa strada che si volle risolvere la situazione: l'obiettivo era mettere fuori gioco Urbano VI, il cui comportamento era sempre più ingestibile. E così ne nacque uno scisma lacerante.<br />La situazione però andò persino peggiorando. Nella linea dei papi di Roma, a Urbano VI successero Bonifacio IX (1350 ca - 1404), Innocenzo II (1336 ca - 1406), che regnò per soli due anni, e Gregorio XII (1335 ca - 1417); all'antipapa Clemente VI, successe, nel 1394, il cardinale spagnolo Pedro Martínez de Luna, che prese il nome di Benedetto XIII (1328-1423). I tentativi tra le due parti di risolvere lo scisma non andarono a buon fine; anche quello più recente, tra Gregorio XII e Benedetto XIII, finì in nulla. Questa situazione prolungata, dopo trent'anni di divisione, portò all'esasperazione tra i cardinali di entrambe le parti, i quali decisero di trovare essi stessi una soluzione per porre fine allo scisma... e ne crearono un altro.<br />Riuniti in concilio a Pisa, il 25 marzo 1409, dichiararono scismatici ed eretici i "due papi", i quali, sulla base del principio che il papa eretico non è più papa, dovevano perciò essere sostituiti. Venne così eletto un "terzo papa" (secondo antipapa), nella persona dell'arcivescovo di Milano, Pietro Filargo, che prese il nome di Alessandro V (1339-1410); il quale però morì l'anno dopo la sua elezione e venne sostituito dal promotore del concilio pisano, il cardinale napoletano Baldassarre Cossa, che prese il nome di Giovanni XXIII (1370ca-1419). Cossa era stato tra i più attivi per ricomporre la frattura tra Gregorio XII e Benedetto XIII, ma senza riuscirvi. Per questo tentò la strada di un concilio - che sarà poi quello di Pisa - e accettò di tirarsi da parte durante il concilio di Costanza (1414), per cercare di ricomporre la crisi.<br /><br /><b>Nota di BastaBugie:</b><i> l'autrice del precedente articolo, Luisella Scrosati, nell'articolo seguente dal titolo "La Sede vacante e il caso san Vincenzo Ferreri" spiega perché nemmeno in una situazione ingarbugliatissima, nata dall'incertezza sull'elezione di Urbano VI, si può dichiarare la Sede vacante.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 18 febbraio 2024:</i><br />Nel 1409, dopo trent'anni di "convivenza" tra due papi (di cui solo uno, ovviamente, legittimo), il tentativo di risolvere la dolorosa e disorientante situazione era sfociata in uno strappo ulteriore: l'elezione di un "terzo papa", come si è visto, nella persona di Pietro Filagro (Alessandro V), durante il concilio di Pisa (1409). Ma torniamo indietro agli anni in cui vi erano "solo" due papi: quello di Roma e quello di Avignone. A sostenere la legittimità di Benedetto XIII, antipapa avignonese dal 1394 al 1423, vi era un grande santo: il dotto frate domenicano Vincenzo Ferreri (in valenciano, Vicent Ferrer; 1350-1419).<br />Nato a Valencia ed entrato nell'Ordine dei Frati predicatori in giovanissima età, insegnò teologia nella città natale e venne notato per la sua preparazione dal cardinale aragonese Pedro de Luna, il futuro Benedetto XIII. Il cardinale aveva dapprima cercato di sostenere la legittimità di Urbano VI, per poi sostenere l'invalidità del conclave che lo elesse e divenendo così sostenitore dell'antipapa Clemente VII. Eletto "pontefice", scelse proprio Vincenzo Ferreri come suo confessore. San Vincenzo sosteneva la legittimità di Benedetto, ma non era indifferente alla grande lacerazione della cristianità, divisa tra due e poi tre obbedienze, che minacciavano di instaurarsi in modo perpetuo, portando avanti tre linee di successione di prelati che rivendicavano di essere il papa legittimo.<br />Nel 1413, l'imperatore Sigismondo (1368-1437) convocò un concilio a Costanza, che si sarebbe svolto nel novembre dell'anno seguente, con il preciso scopo di risolvere lo scisma. Dei tre "papi", solo Giovanni XXIII, che quel concilio aveva appoggiato proprio con l'intento di uscire dalla crisi, accettò di presentarsi; ma proprio a lui venne riservato il trattamento più rude e scorretto: fu accusato ingiustamente di ogni nefandezza e deposto. La "leggenda nera" sul cardinale Baldassarre Cossa fu portata avanti per secoli, e solo di recente una preziosa monografia ne ha riscattato la memoria (M. Prignano, Giovanni XXIII. L'antipapa che salvò la Chiesa, Brescia, 2019, con prefazione del card. Walter Brandmüller): antipapa sì, ma non delinquente.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59187486</guid><pubDate>Tue, 26 Mar 2024 21:51:25 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59187486/papi_e_antipapi_sede_vacante_e_papa_legittimo_1_parte.mp3" length="16891297" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7738

PAPI E ANTIPAPI, SEDE VACANTE E PAPA LEGITTIMO (1° parte) di Luisella Scrosati
Dopo il lungo periodo della "cattività avignonese" (1316-1377), durante il quale la Sede apostolica...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7738" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7738</a><br /><br />PAPI E ANTIPAPI, SEDE VACANTE E PAPA LEGITTIMO (1° parte) di Luisella Scrosati<br />Dopo il lungo periodo della "cattività avignonese" (1316-1377), durante il quale la Sede apostolica era stata trasferita nella città di Avignone da parte di Giovanni XXII (1244 ca - 1334), la città di Roma era rimasta senza pastore. I papi avignonesi, preceduti da Clemente V (1264-1314) che aveva trasferito la sede prima a Poitiers e poi a Carpentras, non risultarono così succubi delle politiche dei monarchi francesi; e tuttavia era chiaro che l'influenza francese esisteva. Il papato non riusciva a stare a Roma, lacerata dalle contese tra la famiglia Orsini e la famiglia Colonna; in Francia godeva sì di una libertà, ma pur sempre una "libertà vigilata": il peso dell'autorità ne risultava particolarmente indebolito. Iniziarono a comparire anche alcune correnti teoriche relativizzanti l'autorità pontificia, correnti che si facevano strada in ambito universitario sulle spalle di due grandi figure intellettuali del XIV secolo: il francescano Guglielmo di Ockham (1288-1347) e Marsilio da Padova (1275-1342).<br />A dare il colpo di grazia, in quella fase, alla credibilità del papato fu però la tragica scissione, che prese il nome di Grande Scisma d'Occidente, e che durò quarant'anni, coinvolgendo quattro papi e altrettanti antipapi.<br />Il ritorno del papa, da Avignone a Roma, realizzato da Gregorio XI (1330-1378), rappresentava agli occhi dello stesso pontefice la possibilità di una crisi peggiore, che avrebbe sommato il potenziale pericolo delle contese delle famiglie romane con quello dei maneggi avignonesi, rischiando di mettere il papato dentro ad un ginepraio inestricabile. Nel tentativo di evitare questo scenario, Gregorio dispose che il conclave futuro avesse inizio subito dopo il suo decesso, senza attendere l'arrivo dei cardinali che risiedevano fuori dall'Urbe, e che il nuovo pontefice sarebbe stato eletto con una maggioranza semplice, per evitare il dilungarsi del conclave.<br /><br />URBANO VI (1318-1389)<br />Morto dunque Gregorio il 27 marzo 1378, l'8 aprile i 16 cardinali presenti a Roma elessero l'arcivescovo di Bari, Bartolomeo Prignano, che prese il nome di Urbano VI (1318-1389). Il quale si mostrò sì determinato nel voler intraprendere la riforma della Chiesa, ma si mise contro quasi tutti per il suo carattere scontroso e irascibile e i suoi modi del tutto inconcilianti. Pare che, tra l'altro, avesse dato dell'imbecille al cardinale Giacomo Orsini e della canaglia al cardinale arcivescovo di Amiens. Alcuni cardinali francesi, dapprima ad Anagni e poi a Fondi, dichiararono invalida l'elezione di Urbano VI a causa di pressioni esterne sul conclave, e il 20 settembre elessero il cardinale di Ginevra, che prese il nome di Clemente VII (1342-1394) e pose la sua sede ad Avignone.<br />La cristianità d'Occidente si spaccò così in due: al papa romano prestarono fedeltà gli Stati nel centro-nord dell'Italia, i Regni d'Inghilterra, Ungheria, Polonia, Portogallo, Svezia, Norvegia e Danimarca, mentre al papa avignonese si strinsero i Regni di Francia, Aragona, Castiglia, Napoli, Sicilia e Scozia. Si videro cardinali contrapporsi ad altri cardinali, vescovi a vescovi, abbazie ad abbazie, e persino nelle stesse diocesi e nei monasteri sorsero divisioni. Anche i santi erano divisi e contrapposti: a sostegno del papa di Roma si schierarono Caterina da Siena, Caterina di Svezia, il grande predicatore olandese Geert Groote; la riformatrice delle Clarisse, santa Coletta, il grande predicatore domenicano Vincenzo Ferreri e il giovane beato Pietro di Lussemburgo sostennero invece per un certo tempo la legittimità dei papi avignonesi, pur adoperandosi per tentare di ricomporre lo scisma.<br />La situazione era in stallo, perché da entrambe le parti si portavano...]]></itunes:summary><itunes:duration>1056</itunes:duration><itunes:keywords>antipapa,castiglia,cattivitàavignonese,conclave,sanvincenzoferreri</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/603aedc91e81d880596b49d08bbec11b.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La paura ti blocca? Sei pusillanime?</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-paura-ti-blocca-sei-pusillanime--59183052</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7734" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7734</a><br /><br />LA PAURA TI BLOCCA? SEI PUSILLANIME?<br />Il pusillanime crede troppo in sé stesso, e così rimane bloccato (la soluzione è ritornare a Dio)<br /><br />di Luisella Scrosati<br />"Frutto della vana gloria e figlia dell'incredulità" (La Scala, XX,1): è questo, secondo san Giovanni Climaco, l'albero genealogico della pusillanimità. Mai come il nostro tempo la paura è divenuta il pane quotidiano degli uomini, con noi cristiani purtroppo in cima alla lista. Note o ignote disgrazie, probabili o improbabili calamità all'orizzonte , presunte profezie o angoscianti vaticini di uomini che giocano a fare i semidei: tutto acquista peso nel cuore del pusillanime. Non è il semplice fatto di avvertire la paura a essere una patologia dell'anima, ma lasciare che la paura prenda piede, detti le nostre decisioni, penetri i nostri pensieri e i nostri atteggiamento. "L'anima superba è schiava della pusillanimità: confida in sé stessa e poi si spaventa davanti al minimo rumore e all'ombra delle creature!" (XX,3). Il superbo non confida che in sé stesso, nelle proprie forze e convinzioni; il suo coraggio poggia dunque su fondamenti corruttibili, precarie, limitate, e non appena un pericolo lo minaccia la sua fragile fortezza vacilla. E non vedendo che se stesso e le proprie soluzioni, egli vive in una concreta, e a volte teorica, incredulità. Se infatti la superbia e la vanagloria riguardano l'eziologia della pusillanimità, l'incredulità ha a che fare con la patogenesi: è infatti attraverso il processo "fisiologico" della mancanza di confidenza in Dio, causata dalla superbia, che si manifesta della pusillanimità. Secondo la scuola del monachesimo antico, la soluzione alla paura che affligge il pusillanime non risiede nelle rassicurazioni bonarie degli amici e ancor meno nel ricorso alle soluzioni umane della scienza, della politica, della tecnologia. Per non parlare dell'illusoria esortazione a "credere in se stessi", che è invece proprio la causa di questa malattia spirituale. Non c'è che una sola terapia bifronte per il pusillanime: l'umiltà e la confidenza in Dio. La vera umiltà confida audacemente in Dio, la vera confidenza teme il Signore; l'umiltà del pavido non è invece che una forma di larvata incredulità, e la confidenza del temerario un nuovo volto della superbia. Invece, "chi è diventato servo del Signore, teme il proprio padrone, e lui solo; ma chi ancora non lo teme, spesso si spaventa davanti alla sua stessa ombra" (XX,10).<br />La vittoria della pusillanimità non nasce se non da una continua confidenza nel Signore, tagliando corto su ogni pensiero che possa insinuare che il Signore non è in grado di prendersi cura di noi, o, peggio ancora, che non c'è alcun Dio che ci soccorra. Giovanni Climaco propone un esercizio concreto: "non esitare a recarti in piena notte nei luoghi in cui di solito hai paura, perché se ti lasci andare un po' a questa passione ridicola e infantile, essa finirà per rinvecchiare con te! Mentre ti stai recando là, armati della preghiera e, quando sei arrivato, stendi le braccia e flagella i tuoi nemici con il nome di Gesù: non esiste infatti arma più potente né in cielo né in terra!"(XX,6). A noi figli del secolo che ha fatto ironicamente della sicurezza il principio di ogni cosa, la semplice idea di seguire questo consiglio fa scatenare tuttala contraerea di obiezioni piene di "ragionevolezza": occorre essere prudenti, non bisogna tentare Dio, quei tempi non sono come i nostri, la preghiera sola non basta, in televisione hanno detto che sono aumentati i lupi e gli orsi. E così via, in un'infinita serie di litanie traboccanti della sapienza di questo mondo, che inibiscono la litania del ricorso a Dio.<br />Eppure, San Giovanni Climaco non ha dubbi sull'efficacia della terapia e nemmeno sul modo per non perdere più la sanità dell'anima: "una volta guarito da questa malattia, eleva un canto a colui che ti ha liberato, perché se gli dimostrerai gratitudine, egli ti proteggerà in eterno" (Ibi).]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59183052</guid><pubDate>Tue, 26 Mar 2024 21:50:07 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59183052/la_paura_ti_blocca_sei_pusillanime.mp3" length="5354937" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7734

LA PAURA TI BLOCCA? SEI PUSILLANIME?
Il pusillanime crede troppo in sé stesso, e così rimane bloccato (la soluzione è ritornare a Dio)

di Luisella Scrosati
"Frutto della vana...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7734" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7734</a><br /><br />LA PAURA TI BLOCCA? SEI PUSILLANIME?<br />Il pusillanime crede troppo in sé stesso, e così rimane bloccato (la soluzione è ritornare a Dio)<br /><br />di Luisella Scrosati<br />"Frutto della vana gloria e figlia dell'incredulità" (La Scala, XX,1): è questo, secondo san Giovanni Climaco, l'albero genealogico della pusillanimità. Mai come il nostro tempo la paura è divenuta il pane quotidiano degli uomini, con noi cristiani purtroppo in cima alla lista. Note o ignote disgrazie, probabili o improbabili calamità all'orizzonte , presunte profezie o angoscianti vaticini di uomini che giocano a fare i semidei: tutto acquista peso nel cuore del pusillanime. Non è il semplice fatto di avvertire la paura a essere una patologia dell'anima, ma lasciare che la paura prenda piede, detti le nostre decisioni, penetri i nostri pensieri e i nostri atteggiamento. "L'anima superba è schiava della pusillanimità: confida in sé stessa e poi si spaventa davanti al minimo rumore e all'ombra delle creature!" (XX,3). Il superbo non confida che in sé stesso, nelle proprie forze e convinzioni; il suo coraggio poggia dunque su fondamenti corruttibili, precarie, limitate, e non appena un pericolo lo minaccia la sua fragile fortezza vacilla. E non vedendo che se stesso e le proprie soluzioni, egli vive in una concreta, e a volte teorica, incredulità. Se infatti la superbia e la vanagloria riguardano l'eziologia della pusillanimità, l'incredulità ha a che fare con la patogenesi: è infatti attraverso il processo "fisiologico" della mancanza di confidenza in Dio, causata dalla superbia, che si manifesta della pusillanimità. Secondo la scuola del monachesimo antico, la soluzione alla paura che affligge il pusillanime non risiede nelle rassicurazioni bonarie degli amici e ancor meno nel ricorso alle soluzioni umane della scienza, della politica, della tecnologia. Per non parlare dell'illusoria esortazione a "credere in se stessi", che è invece proprio la causa di questa malattia spirituale. Non c'è che una sola terapia bifronte per il pusillanime: l'umiltà e la confidenza in Dio. La vera umiltà confida audacemente in Dio, la vera confidenza teme il Signore; l'umiltà del pavido non è invece che una forma di larvata incredulità, e la confidenza del temerario un nuovo volto della superbia. Invece, "chi è diventato servo del Signore, teme il proprio padrone, e lui solo; ma chi ancora non lo teme, spesso si spaventa davanti alla sua stessa ombra" (XX,10).<br />La vittoria della pusillanimità non nasce se non da una continua confidenza nel Signore, tagliando corto su ogni pensiero che possa insinuare che il Signore non è in grado di prendersi cura di noi, o, peggio ancora, che non c'è alcun Dio che ci soccorra. Giovanni Climaco propone un esercizio concreto: "non esitare a recarti in piena notte nei luoghi in cui di solito hai paura, perché se ti lasci andare un po' a questa passione ridicola e infantile, essa finirà per rinvecchiare con te! Mentre ti stai recando là, armati della preghiera e, quando sei arrivato, stendi le braccia e flagella i tuoi nemici con il nome di Gesù: non esiste infatti arma più potente né in cielo né in terra!"(XX,6). A noi figli del secolo che ha fatto ironicamente della sicurezza il principio di ogni cosa, la semplice idea di seguire questo consiglio fa scatenare tuttala contraerea di obiezioni piene di "ragionevolezza": occorre essere prudenti, non bisogna tentare Dio, quei tempi non sono come i nostri, la preghiera sola non basta, in televisione hanno detto che sono aumentati i lupi e gli orsi. E così via, in un'infinita serie di litanie traboccanti della sapienza di questo mondo, che inibiscono la litania del ricorso a Dio.<br />Eppure, San Giovanni Climaco non ha dubbi sull'efficacia della terapia e nemmeno sul modo per non perdere più la sanità...]]></itunes:summary><itunes:duration>335</itunes:duration><itunes:keywords>paura,politica,pusillanime,soluzioni,superbo</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/f6daa4098a0167187740a10dc24856dc.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Memento mori, ricordati che devi morire</title><link>https://www.spreaker.com/episode/memento-mori-ricordati-che-devi-morire--58754829</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7699" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7699</a><br /><br />MEMENTO MORI, RICORDATI CHE DEVI MORIRE<br />Oggi pochi vivono pensando ai novissimi, ossia morte, giudizio, Inferno e Paradiso, perché per molti, anche tra i cristiani praticanti, l'esistenza terrena è l'unico orizzonte<br />di Luisella Scrosati<br />Nel terzo capitolo della Regola di San Benedetto, un lungo elenco di "strumenti delle buone opere", incappiamo in alcune raccomandazioni demodé: "temere il giorno del giudizio, provar terrore dell'Inferno, rivolgere ogni desiderio dello spirito alla vita Eterna, avere ogni giorno presente dinanzi agli occhi la morte"(RB,3,44-47). Morte, giudizio, Inferno, Paradiso: i novissimi devono essere una realtà viva, sempre presente alla memoria e all'attenzione del monaco. La nostra cultura è talmente decaduta da non saper far altro che scongiuri di fronte a un'affermazione del genere, o scuotere la testa per una concezione così "negativa" della vita. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: nessuno pensa alle conseguenze delle proprie azioni, tanto meno a quelle eterne. Si vive in una de-responsabilizzazione pressoché ordinaria, ritmata dai soliti ritornelli: "lo fanno tutti", "bisogna stare al mondo", "mi hanno detto di farlo", "ho obbedito".<br />E invece San Benedetto, raccogliendo l'insegnamento di Nostro Signore e la tradizione monastica a lui precedente, taglia corto: ricordati che dovrai rendere conto di ogni tua azione, di ogni tua parola, di ogni tuo pensiero volontario. Rico9rdati che l'inferno c'è, e non è così tanto scontato che tu non ci finisca dentro. Per l'eternità. Temilo e stanne lontano. Ricordati che questa vita passa e che, anche in ciò che essa ha di buono e bello, non è che un pallido riflesso instabile delle vita vera. Ricordati che la morta verrà di certo, molto prima di quanto tu pensi; non fare il fenomeno: per quanto tu sia in salute, abbia denaro conosca le persone che contano, abbia potere e intelligenza, potresti non arrivare a domani.<br />Queste verità non sono né dure, né tristi: sono verità. Riflettervi spesso e conformare la propria vita al vero è semplicemente saggezza; rimuoverle e deriderle, stoltezza. Quando queste verità penetrano nel cuore, dopo aver oltrepassato la spessa membrana di insipienza e inavvertenza, esse diventano anche grande fonte di consolazione. Perché questo giudice al quale dovremo rispondere di ogni cosa è lo stesso che si è immolato per noi; ed è veramente giusto: non lascerà che l'empietà trionfi, che l'iniquità possa perdurare, che colui che persevera nel male abbia un'eternità di gaudio. Perché quando si impara a temere l'inferno, viene meno la paura di tante altre cose di questa vita, che invece sono fonte di ansia per gli uomini. Perché quando si desidera la vita eterna, si apprezzano le cose di quaggiù per quelle che sono, e si acquista una grande libertà interiore. Perché quando pensiamo che la morte è accanto a noi, le pene di questa vita ci appaiono momentanee le preoccupazioni ridicole, la scalea dei valori nel giusto ordine. Ricordati perciò di "vigilare in ogni momento" sulla tua "condotta di vita" (RB, 3,48): ogni attimo pesa quanto l'eternità. Vivi sempre consapevole "che Dio ci vede in ogni luogo" (RB, 3,48): se quello sguardo diviene inquietante o consolante, dipende da te.<br />Bisogna notare come San Benedetto esorti a temere il giudizio e l'inferno, non la morte; nel contempo, bisogna pensare anche alla morte. Perché? Ce lo spiega questo squisito racconto tratto da Vitae Patrum: "Raccontano di un anziano che morì a Scete, e i fratelli si radunarono attorno al suo letto, lo vestirono e cominciarono a piangere. Egli aprì gli occhi e rise, e così fece una seconda e una terza volta. I fratelli allora lo supplicarono: "Dicci, padre, perché noi piangiamo e tu ridi?". Rispose loro: "La prima volta ho riso, perché voi temete la morte; la seconda, perché non siete pronti; la terza, perché dalla fatica io vado alla quiete" (5, 11, 52).]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58754829</guid><pubDate>Tue, 20 Feb 2024 22:16:58 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58754829/memento_mori_ricordati_che_devi_morire.mp3" length="5427513" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7699

MEMENTO MORI, RICORDATI CHE DEVI MORIRE
Oggi pochi vivono pensando ai novissimi, ossia morte, giudizio, Inferno e Paradiso, perché per molti, anche tra i cristiani praticanti,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7699" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7699</a><br /><br />MEMENTO MORI, RICORDATI CHE DEVI MORIRE<br />Oggi pochi vivono pensando ai novissimi, ossia morte, giudizio, Inferno e Paradiso, perché per molti, anche tra i cristiani praticanti, l'esistenza terrena è l'unico orizzonte<br />di Luisella Scrosati<br />Nel terzo capitolo della Regola di San Benedetto, un lungo elenco di "strumenti delle buone opere", incappiamo in alcune raccomandazioni demodé: "temere il giorno del giudizio, provar terrore dell'Inferno, rivolgere ogni desiderio dello spirito alla vita Eterna, avere ogni giorno presente dinanzi agli occhi la morte"(RB,3,44-47). Morte, giudizio, Inferno, Paradiso: i novissimi devono essere una realtà viva, sempre presente alla memoria e all'attenzione del monaco. La nostra cultura è talmente decaduta da non saper far altro che scongiuri di fronte a un'affermazione del genere, o scuotere la testa per una concezione così "negativa" della vita. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: nessuno pensa alle conseguenze delle proprie azioni, tanto meno a quelle eterne. Si vive in una de-responsabilizzazione pressoché ordinaria, ritmata dai soliti ritornelli: "lo fanno tutti", "bisogna stare al mondo", "mi hanno detto di farlo", "ho obbedito".<br />E invece San Benedetto, raccogliendo l'insegnamento di Nostro Signore e la tradizione monastica a lui precedente, taglia corto: ricordati che dovrai rendere conto di ogni tua azione, di ogni tua parola, di ogni tuo pensiero volontario. Rico9rdati che l'inferno c'è, e non è così tanto scontato che tu non ci finisca dentro. Per l'eternità. Temilo e stanne lontano. Ricordati che questa vita passa e che, anche in ciò che essa ha di buono e bello, non è che un pallido riflesso instabile delle vita vera. Ricordati che la morta verrà di certo, molto prima di quanto tu pensi; non fare il fenomeno: per quanto tu sia in salute, abbia denaro conosca le persone che contano, abbia potere e intelligenza, potresti non arrivare a domani.<br />Queste verità non sono né dure, né tristi: sono verità. Riflettervi spesso e conformare la propria vita al vero è semplicemente saggezza; rimuoverle e deriderle, stoltezza. Quando queste verità penetrano nel cuore, dopo aver oltrepassato la spessa membrana di insipienza e inavvertenza, esse diventano anche grande fonte di consolazione. Perché questo giudice al quale dovremo rispondere di ogni cosa è lo stesso che si è immolato per noi; ed è veramente giusto: non lascerà che l'empietà trionfi, che l'iniquità possa perdurare, che colui che persevera nel male abbia un'eternità di gaudio. Perché quando si impara a temere l'inferno, viene meno la paura di tante altre cose di questa vita, che invece sono fonte di ansia per gli uomini. Perché quando si desidera la vita eterna, si apprezzano le cose di quaggiù per quelle che sono, e si acquista una grande libertà interiore. Perché quando pensiamo che la morte è accanto a noi, le pene di questa vita ci appaiono momentanee le preoccupazioni ridicole, la scalea dei valori nel giusto ordine. Ricordati perciò di "vigilare in ogni momento" sulla tua "condotta di vita" (RB, 3,48): ogni attimo pesa quanto l'eternità. Vivi sempre consapevole "che Dio ci vede in ogni luogo" (RB, 3,48): se quello sguardo diviene inquietante o consolante, dipende da te.<br />Bisogna notare come San Benedetto esorti a temere il giudizio e l'inferno, non la morte; nel contempo, bisogna pensare anche alla morte. Perché? Ce lo spiega questo squisito racconto tratto da Vitae Patrum: "Raccontano di un anziano che morì a Scete, e i fratelli si radunarono attorno al suo letto, lo vestirono e cominciarono a piangere. Egli aprì gli occhi e rise, e così fece una seconda e una terza volta. I fratelli allora lo supplicarono: "Dicci, padre, perché noi piangiamo e tu ridi?". Rispose loro: "La prima volta ho riso, perché voi temete...]]></itunes:summary><itunes:duration>340</itunes:duration><itunes:keywords>giudizio,inferno,mementomori,novissimi,paradiso</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/62be0a4c1288efb16cd9ad6b9dd469e0.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L'inizio del secolo buio del papato</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-inizio-del-secolo-buio-del-papato--58678708</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7698" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7698</a><br /><br />L'INIZIO DEL SECOLO BUIO DEL PAPATO di Luisella Scrosati<br />La Chiesa, maestra di verità, ha sempre dovuto convivere con il fatto che spesso i suoi pastori e i suoi figli abbiano preferito la via dell'eresia. Analogamente, la Chiesa santa non solo vive abitualmente a contatto con il peccato dei suoi figli, purificandoli con i sacramenti e innalzando preghiere incessanti per la loro conversione, ma non di rado si trova ad affrontare periodi storici durante i quali il lezzo di gravi peccati sembra prevalere sul profumo dell'incenso, persino in coloro che sono chiamati al sacerdozio supremo.<br />Non solo eresie, dunque. Mentre in Oriente l'11 marzo 843, con una solenne processione di chiusura del Sinodo di Costantinopoli, fortemente voluto da Teodora (ca 815-867), madre dell'imperatore Michele III e reggente, venne definitivamente archiviato il capitolo iconoclastia, in Occidente ombre sempre più fitte si abbatterono sul Papato. L'alleanza con l'Impero carolingio, che aveva prodotto generosi frutti, stava però finendo con l'assorbire la Chiesa nelle logiche temporali e con un modo di vivere decisamente mondano.<br />Le prime avvisaglie di una crisi ormai prossima si ebbero per la successione di papa san Leone IV (790-855). Il nuovo eletto, Benedetto III (810-858), che venne letteralmente condotto a forza in Laterano per accettare la nomina, prima di essere ordinato vescovo (era prete cardinale) dovette attendere la conferma degli imperatori carolingi Lotario I (795-855) e Ludovico II il Giovane (822/825-875). Ma i due legati pontifici proposero in segreto agli imperatori di non confermare Benedetto III, bensì di prendere le parti di Anastasio Bibliotecario (ca 810-879), decisamente più favorevole a che la dinastia franca giocasse un ruolo più decisivo nella vita della Chiesa. Per un breve periodo si ebbero perciò un Papa legittimo, Benedetto III, e un antipapa, Anastasio.<br />Dopo appena tre anni di pontificato, a Benedetto successe un grande papa, san Niccolò (o Nicola) I, detto appunto Magno (ca 820-867), che era stato consigliere di Benedetto. Poco più di nove anni di pontificato, durante i quali il Papato acquistò grande vigore. Papa Niccolò affrontò con grande fermezza lo scisma del patriarca di Costantinopoli, Fozio (ca 810-897), e fu coraggioso e inamovibile nel difendere l'indissolubilità del matrimonio, quando Lotario II respinse la moglie Teutberga per sposare la concubina Waldrada. Un pontificato all'insegna della fortezza fu anche quello di Giovanni VIII (ca 820-882), che tentò in tutti i modi di resistere alle ingerenze imperiali. Una breve, intensa luce, prima del piombare delle tenebre.<br />LA SEDE APOSTOLICA PREDA DI INTERESSI DI PARTE<br />Per un periodo di un secolo e mezzo, infatti, ben 44 papi si succedettero al Soglio pontificio, con pontificati mediamente molto brevi, finanche a durare solo qualche mese o qualche settimana (dall'896 al 904 ci furono addirittura nove papi); solo un papa meritò di essere canonizzato (Adriano III), mentre una dozzina furono uccisi o morirono in situazioni non chiare. La Sede Apostolica divenne preda di interessi di famiglie aristocratiche, che imponevano per lo più candidati incapaci, immorali, senza alcun vero interesse per il bene della Chiesa. Era questo l'esito di una troppo stretta commistione tra il Regno e la Chiesa, con sacerdoti che abbandonavano il gregge per partire in guerra con i loro signori, o per servirli a corte; i vescovi venivano scelti più per l'obbedienza al signore che alle leggi della Chiesa; le abbazie finivano nelle mani di dignitari laici; i beni della Chiesa diventavano benefici affidati dai signori ai propri vassalli; la simonia era il pane quotidiano. Sul piano sociale, continue scorrerie di Normanni, Magiari e Saraceni assestavano colpi ad un Impero ormai morente: spargevano sangue, seminavano paura, provocavano rovina, colpendo spesso e volentieri monasteri, chiese e proprietà ecclesiastiche.<br />La desolazione era ovunque e i vescovi cercavano di puntellare un edificio che crollava in ogni sua parte. Come nel Sinodo di Trosle (909), dove i vescovi descrivevano la situazione drammatica che caratterizzava buona parte dell'Impero carolingio: «Le città sono spopolate, i monasteri in rovina e in fiamme; la buona terra è diventata un deserto. Gli uomini vivono come primitivi, senza legge e senza timor di Dio, abbandonandosi interamente alle passioni, così che ognuno compie ciò che sembra giusto ai propri occhi in spregio alle leggi umane e divine e ai comandamenti della Chiesa; i potenti opprimono i deboli; il mondo è pieno di violenza contro i piccoli e gli indifesi; gli uomini rubano i beni che appartengono alla Chiesa e si divorano l'un l'altro come i pesci del mare».<br />IL CASO DI PAPA FORMOSO<br />In questo scenario di desolazione, la Sede Apostolica si trovò spesso occupata da papi non solo non all'altezza, ma decisamente indegni, e gli artigli del potere ormai dettavano legge. Il caso di papa Formoso (ca 816-896) è da questo punto di vista eclatante. Formoso si era trovato in mezzo ad una situazione difficile, che gestì in modo confusionario, riuscendo a inimicarsi il mondo intero: prima sostenne Guido II di Spoleto (855-894) per la corona imperiale e incoronò anche il figlio, Lamberto II (880-898), garantendo così la successione; poi cercò aiuto nel re di Baviera, Arnolfo di Carinzia (ca 850-899), per mettere fine alle continue razzie di Guido nei territori della Chiesa, riconoscendo Arnolfo legittimo imperatore. Ma alla morte di Guido, il giovanissimo Lamberto, forte del sostegno della madre Ageltrude, reclamò la sua incoronazione. E Formoso la riconobbe, inviando però in segreto un'ambasciata ad Arnolfo, perché intervenisse. Arnolfo scese in Italia, "liberò" Roma, ma mentre era in marcia contro il Ducato di Spoleto fu colpito da una paralisi. Formoso venne probabilmente avvelenato e morì il 4 aprile 896.<br />La sua morte però non mise fine alla confusione. Bonifacio VI (†896), che era stato scomunicato due volte sotto Giovanni VIII, probabilmente per condotta immorale, venne eletto papa in non si sa quale modo; tant'è che ancora oggi è dibattuto se sia stato realmente un papa della Chiesa cattolica. Il suo pontificato durò appena quindici giorni. Quindi venne eletto Stefano VI, che era in sostanza una marionetta nelle mani dei Duchi di Spoleto. E infatti si prestò per quello che la storia ha battezzato come il vergognoso "Sinodo del cadavere" (897): una vendetta macabra di Lamberto e di sua madre, che riesumarono il corpo di papa Formoso, lo rivestirono degli abiti pontificali, per processarlo alla presenza di Stefano VI, di cardinali e vescovi. Al cadavere vennero elencati sette capi d'imputazione; per ovvia mancanza di difesa, l'interessato fu condannato, le tre dita della mano destra con cui impartiva le benedizioni vennero mutilate, e il cadavere ingiuriato, portato in giro per Roma e infine gettato nel Tevere. Un vilipendio ripugnante anche per quei romani che non ebbero particolare ammirazione per papa Formoso. I quali, di fronte a tanta crudeltà ed empietà, insorsero. Stefano VI venne fatto prigioniero dal popolo indignato, condotto in prigionia a Castel Sant'Angelo e alla fine strangolato.<br />Ma questo era solo l'inizio della profonda umiliazione del Papato nel secolo buio.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58678708</guid><pubDate>Tue, 13 Feb 2024 23:32:17 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58678708/l_inizio_del_secolo_buio_del_papato.mp3" length="8922636" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7698

L'INIZIO DEL SECOLO BUIO DEL PAPATO di Luisella Scrosati
La Chiesa, maestra di verità, ha sempre dovuto convivere con il fatto che spesso i suoi pastori e i suoi figli abbiano...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7698" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7698</a><br /><br />L'INIZIO DEL SECOLO BUIO DEL PAPATO di Luisella Scrosati<br />La Chiesa, maestra di verità, ha sempre dovuto convivere con il fatto che spesso i suoi pastori e i suoi figli abbiano preferito la via dell'eresia. Analogamente, la Chiesa santa non solo vive abitualmente a contatto con il peccato dei suoi figli, purificandoli con i sacramenti e innalzando preghiere incessanti per la loro conversione, ma non di rado si trova ad affrontare periodi storici durante i quali il lezzo di gravi peccati sembra prevalere sul profumo dell'incenso, persino in coloro che sono chiamati al sacerdozio supremo.<br />Non solo eresie, dunque. Mentre in Oriente l'11 marzo 843, con una solenne processione di chiusura del Sinodo di Costantinopoli, fortemente voluto da Teodora (ca 815-867), madre dell'imperatore Michele III e reggente, venne definitivamente archiviato il capitolo iconoclastia, in Occidente ombre sempre più fitte si abbatterono sul Papato. L'alleanza con l'Impero carolingio, che aveva prodotto generosi frutti, stava però finendo con l'assorbire la Chiesa nelle logiche temporali e con un modo di vivere decisamente mondano.<br />Le prime avvisaglie di una crisi ormai prossima si ebbero per la successione di papa san Leone IV (790-855). Il nuovo eletto, Benedetto III (810-858), che venne letteralmente condotto a forza in Laterano per accettare la nomina, prima di essere ordinato vescovo (era prete cardinale) dovette attendere la conferma degli imperatori carolingi Lotario I (795-855) e Ludovico II il Giovane (822/825-875). Ma i due legati pontifici proposero in segreto agli imperatori di non confermare Benedetto III, bensì di prendere le parti di Anastasio Bibliotecario (ca 810-879), decisamente più favorevole a che la dinastia franca giocasse un ruolo più decisivo nella vita della Chiesa. Per un breve periodo si ebbero perciò un Papa legittimo, Benedetto III, e un antipapa, Anastasio.<br />Dopo appena tre anni di pontificato, a Benedetto successe un grande papa, san Niccolò (o Nicola) I, detto appunto Magno (ca 820-867), che era stato consigliere di Benedetto. Poco più di nove anni di pontificato, durante i quali il Papato acquistò grande vigore. Papa Niccolò affrontò con grande fermezza lo scisma del patriarca di Costantinopoli, Fozio (ca 810-897), e fu coraggioso e inamovibile nel difendere l'indissolubilità del matrimonio, quando Lotario II respinse la moglie Teutberga per sposare la concubina Waldrada. Un pontificato all'insegna della fortezza fu anche quello di Giovanni VIII (ca 820-882), che tentò in tutti i modi di resistere alle ingerenze imperiali. Una breve, intensa luce, prima del piombare delle tenebre.<br />LA SEDE APOSTOLICA PREDA DI INTERESSI DI PARTE<br />Per un periodo di un secolo e mezzo, infatti, ben 44 papi si succedettero al Soglio pontificio, con pontificati mediamente molto brevi, finanche a durare solo qualche mese o qualche settimana (dall'896 al 904 ci furono addirittura nove papi); solo un papa meritò di essere canonizzato (Adriano III), mentre una dozzina furono uccisi o morirono in situazioni non chiare. La Sede Apostolica divenne preda di interessi di famiglie aristocratiche, che imponevano per lo più candidati incapaci, immorali, senza alcun vero interesse per il bene della Chiesa. Era questo l'esito di una troppo stretta commistione tra il Regno e la Chiesa, con sacerdoti che abbandonavano il gregge per partire in guerra con i loro signori, o per servirli a corte; i vescovi venivano scelti più per l'obbedienza al signore che alle leggi della Chiesa; le abbazie finivano nelle mani di dignitari laici; i beni della Chiesa diventavano benefici affidati dai signori ai propri vassalli; la simonia era il pane quotidiano. Sul piano sociale, continue scorrerie di Normanni, Magiari e Saraceni assestavano colpi ad un Impero...]]></itunes:summary><itunes:duration>558</itunes:duration><itunes:keywords>carolingio,formoso,iconoclastia,sinododelcadavere,sinododitrosle</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a79366c4299a0e9eb0a844f46d257a5f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Pier Damiani e la denuncia dell'omosessualità</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-pier-damiani-e-la-denuncia-dell-omosessualita--58520469</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7686" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7686</a><br /><br />SAN PIER DAMIANI E LA DENUNCIA DELL'OMOSESSUALITA' di Luisella Scrosati<br />Un grande santo riformatore, ingiustamente poco conosciuto. Nato a Ravenna nel 1007, morto molto presto il padre e abbandonato dalla madre (anch'essa morirà poco dopo) per l'estrema povertà della famiglia, venne prima allevato da un fratello, che lo trattò molto duramente; quindi fu cresciuto da un altro fratello, l'arciprete Damiano, e avviato allo studio delle arti del trivio e del quadrivio. Divenuto professore, fu profondamente colpito da un episodio, nel quale lesse un monito divino: rifiutata ad un povero un'elemosina, secondo alcuni, o del pane bianco, secondo altri, rischiò di morire soffocato per una lisca conficcatasi nella gola. Decise così di abbracciare la vita solitaria, entrando nell'eremo di Fonte Avellana, monastero camaldolese non molto grande, che fu però fucina di santi (76, secondo la tradizione camaldolese) e di futuri vescovi, importantissimi per la riforma della Chiesa.<br />Pier Damiani fu eletto priore nel 1043 e divenne protagonista di numerose nuove fondazioni, propagando con zelo la vita eremitica quale culmine della vita monastica cenobitica. Ma basta dare un'occhiata alle sue lettere, raccolte in otto volumi nell'Opera omnia, per capire come questo eremita fosse particolarmente attento alle piaghe di cui la Chiesa del suo tempo soffriva, soprattutto la simonia e l'omosessualità nel clero, cercando di denunciare il male, consigliare i pastori, papi inclusi, perché mettessero mano ad una coraggiosa riforma. Per questa ragione, papa Stefano IX (1020-1058) nel 1057 lo nominerà vescovo di Ostia e cardinale; carica che pare abbia accettato solo sotto pena di scomunica e che sopportò per soli dieci anni, ottenendo poi di ritornare alla vita eremitica.<br />Ma facciamo un passo indietro. Con il pontificato di Leone IX (1002-1054), san Pier Damiani iniziava la sua influenza significativa sulla riforma della Chiesa. Due sono gli scritti di denuncia dei peccati del clero, diffusi e gravissimi, con la proposta di una linea più decisa e rigorosa da parte del papa: il Liber Gratissimus del 1052, sulla simonia, e il Liber Gomorrhianus, composto nel 1049, sull'omosessualità negli ecclesiastici. Entrambi gli scritti furono accolti da Leone IX, ma qualcosa nel rapporto tra i due finì presto per incrinarsi. Più tardi, nel 1059, scrisse anche un piccolo libro, il De cælibatu sacerdotum, appunto per esortare papa Nicola II (980 ca - 1061) ad agire contro i prelati che avevano concubine e che violavano la castità propria del loro stato.<br />LINEA FERMA CONTRO LA SIMONIA E L'OMOSESSUALITÀ<br />Quanto alla prima pubblicazione, Pier Damiani proponeva una linea ferma contro la simonia, ma nello stesso tempo spiegava che le ordinazioni conferite a o da prelati simoniaci erano comunque valide. Sul fronte opposto, il cardinale Umberto da Silva Candida (†1061), nell'Adversus simoniacos, sosteneva invece la necessità di riordinare quanti avevano ricevuto l'ordinazione da vescovi simoniaci. Leone IX appariva fortemente indeciso al riguardo, e fu solo con Nicola II, durante il Sinodo romano del 1060, che si prese la posizione definitiva della non riordinazione.<br />Ma ancora più curiosa appare la gestione di Leone IX riguardo al problema dell'omosessualità. Il Liber Gomorrhianus rappresentava il più forte e chiaro tentativo di colpire al cuore questa piaga presente nel clero, che Pier Damiani chiamava «quadruplice vizio», in riferimento alle quattro modalità concrete con cui la pratica omosessuale si concretizzava, a partire dal peccare con sé stessi, che egli considerava come un primo grado del peccato contro natura, fino all'atto propriamente sodomita. La posizione di Pier Damiani, che pure non intendeva arrogarsi dell'autorità di comminare sanzioni ecclesiastiche, fu molto ferma e decisa non solo per la gravità del peccato contro natura, ma anche e soprattutto per il fatto che veniva commesso da chierici. Dichiarava infatti «contrario alla ragione e alle sanzioni dei Padri» che «quelli che si macchiano abitualmente con questa malattia purulenta osino entrare nell'ordine e rimanere nel loro grado».<br />San Pier Damiani sosteneva dunque che quanti erano abitualmente implicati in qualcuna di queste quadruplici colpe, foss'anche quella non più grave, dovevano essere dimessi dallo stato clericale. Leone IX, nella lettera Ad splendidum nitentis (1054), rispondeva personalmente all'eremita, condividendo la ferma condanna della «sfrenata licenza della fangosa lussuria» e riconoscendo che quanti si sono macchiati di queste colpe sono sempre stati «rimossi da tutti i gradi della chiesa immacolata», a norma dei sacri canoni. Ma, non senza contrariare Pier Damiani, il Papa decise di operare «con maggiore benevolenza», permettendo che fossero reintegrati nel proprio grado dell'ordine sacro quanti, purificati da una «degna penitenza» e dopo aver messo «un freno alla libidine», erano sì rei, «ma con una pratica non lunga né con molte persone» e purché non avessero «peccato nelle terga».<br />LE PERVERSIONI NEL CLERO<br />Una decisione sicuramente di condanna, ma che lasciava ampi margini di interpretazione, rischiando di fiaccare la lotta contro l'omosessualità attiva nel clero: cosa significava una «pratica non lunga»? E cosa si intendeva con «molte persone»? Che tra i due ci sia stato un certo distanziamento, sembra attestarlo una lettera (cf. PL 144, 208B-209C) scritta tra il 1050 e il 1054; Pier Damiani rimprovera il Papa di aver creduto ad alcune menzogne contro di lui, senza aver voluto verificare i fatti. Chi e per quale ragione abbia diffuso delle falsità a danno dell'eremita non è dato saperlo; e nemmeno sappiamo il contenuto di queste menzogne. Sta di fatto che il pontificato di Leone IX scivolò via, senza troppo ferire quegli ecclesiastici che praticavano l'omosessualità.<br />Ma il Liber Gomorrhianus doveva andare incontro ad una sventura ancora più singolare. Quando, nel 1061, Anselmo da Baggio venne eletto Papa, scegliendo il nome di Alessandro II (+1073), sembrava suonata l'ora per le perversioni nel clero. Anselmo da Baggio era stato, insieme a Pier Damiani, protagonista della riforma della Chiesa di Milano; tra loro c'era comunione di intenti ed amicizia. Inoltre papa Alessandro doveva all'amico una strenua difesa della legittimità della sua elezione contro l'antipapa Onorio II. Anche le sue prese di posizione da pontefice indicavano una volontà di lottare strenuamente contro simonia e nicolaismo. Eppure, in una lettera (cf. PL 144, 270A-272C) indirizzata a due cardinali (tra i quali Ildebrando di Soana, futuro Gregorio VII), Pier Damiani lamentava che il Papa si era fatto prestare la copia, probabilmente l'unica, di un libro a lui caro (che molti identificano proprio con il Liber Gomorrhianus), e non gliela aveva più restituita. In sostanza, un sequestro. Non è difficile pensare che il libro in questione doveva essere molto scomodo e dare fastidio a più d'uno degli ecclesiastici che operavano nella Curia romana.<br />San Pier Damiani non ebbe dunque vita facile proprio sul versante della denuncia dell'omosessualità nel clero. I pontefici erano di certo contrari a questa piaga, ma sembravano approcciarsi alla riforma con il freno a mano. Una certa vaghezza di Leone IX prima, e una probabile volontà di non urtare gli avversari di Pier Damiani da parte di Alessandro II poi, lasciano comprendere che evidentemente il problema era non solo diffuso, ma anche penetrato fin negli uomini più vicini ai papi. I quali evidentemente ne avvertivano la pressione. Il caso di Leone IX è poi particolarmente significativo: dietro a quel suo modo di agire “più umano”, non si può forse vedere il problema molto pratico che, a dimettere dallo stato clericale tutti quelli che si erano macchiati del «quadruplice vizio», ci sarebbero stati non pochi problemi a trovare sufficienti sostituti?]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58520469</guid><pubDate>Wed, 31 Jan 2024 19:14:21 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58520469/san_pier_damiani_e_la_denuncia_dell_omosessualit.mp3" length="9380302" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7686

SAN PIER DAMIANI E LA DENUNCIA DELL'OMOSESSUALITA' di Luisella Scrosati
Un grande santo riformatore, ingiustamente poco conosciuto. Nato a Ravenna nel 1007, morto molto presto il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7686" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7686</a><br /><br />SAN PIER DAMIANI E LA DENUNCIA DELL'OMOSESSUALITA' di Luisella Scrosati<br />Un grande santo riformatore, ingiustamente poco conosciuto. Nato a Ravenna nel 1007, morto molto presto il padre e abbandonato dalla madre (anch'essa morirà poco dopo) per l'estrema povertà della famiglia, venne prima allevato da un fratello, che lo trattò molto duramente; quindi fu cresciuto da un altro fratello, l'arciprete Damiano, e avviato allo studio delle arti del trivio e del quadrivio. Divenuto professore, fu profondamente colpito da un episodio, nel quale lesse un monito divino: rifiutata ad un povero un'elemosina, secondo alcuni, o del pane bianco, secondo altri, rischiò di morire soffocato per una lisca conficcatasi nella gola. Decise così di abbracciare la vita solitaria, entrando nell'eremo di Fonte Avellana, monastero camaldolese non molto grande, che fu però fucina di santi (76, secondo la tradizione camaldolese) e di futuri vescovi, importantissimi per la riforma della Chiesa.<br />Pier Damiani fu eletto priore nel 1043 e divenne protagonista di numerose nuove fondazioni, propagando con zelo la vita eremitica quale culmine della vita monastica cenobitica. Ma basta dare un'occhiata alle sue lettere, raccolte in otto volumi nell'Opera omnia, per capire come questo eremita fosse particolarmente attento alle piaghe di cui la Chiesa del suo tempo soffriva, soprattutto la simonia e l'omosessualità nel clero, cercando di denunciare il male, consigliare i pastori, papi inclusi, perché mettessero mano ad una coraggiosa riforma. Per questa ragione, papa Stefano IX (1020-1058) nel 1057 lo nominerà vescovo di Ostia e cardinale; carica che pare abbia accettato solo sotto pena di scomunica e che sopportò per soli dieci anni, ottenendo poi di ritornare alla vita eremitica.<br />Ma facciamo un passo indietro. Con il pontificato di Leone IX (1002-1054), san Pier Damiani iniziava la sua influenza significativa sulla riforma della Chiesa. Due sono gli scritti di denuncia dei peccati del clero, diffusi e gravissimi, con la proposta di una linea più decisa e rigorosa da parte del papa: il Liber Gratissimus del 1052, sulla simonia, e il Liber Gomorrhianus, composto nel 1049, sull'omosessualità negli ecclesiastici. Entrambi gli scritti furono accolti da Leone IX, ma qualcosa nel rapporto tra i due finì presto per incrinarsi. Più tardi, nel 1059, scrisse anche un piccolo libro, il De cælibatu sacerdotum, appunto per esortare papa Nicola II (980 ca - 1061) ad agire contro i prelati che avevano concubine e che violavano la castità propria del loro stato.<br />LINEA FERMA CONTRO LA SIMONIA E L'OMOSESSUALITÀ<br />Quanto alla prima pubblicazione, Pier Damiani proponeva una linea ferma contro la simonia, ma nello stesso tempo spiegava che le ordinazioni conferite a o da prelati simoniaci erano comunque valide. Sul fronte opposto, il cardinale Umberto da Silva Candida (†1061), nell'Adversus simoniacos, sosteneva invece la necessità di riordinare quanti avevano ricevuto l'ordinazione da vescovi simoniaci. Leone IX appariva fortemente indeciso al riguardo, e fu solo con Nicola II, durante il Sinodo romano del 1060, che si prese la posizione definitiva della non riordinazione.<br />Ma ancora più curiosa appare la gestione di Leone IX riguardo al problema dell'omosessualità. Il Liber Gomorrhianus rappresentava il più forte e chiaro tentativo di colpire al cuore questa piaga presente nel clero, che Pier Damiani chiamava «quadruplice vizio», in riferimento alle quattro modalità concrete con cui la pratica omosessuale si concretizzava, a partire dal peccare con sé stessi, che egli considerava come un primo grado del peccato contro natura, fino all'atto propriamente sodomita. 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Il 1° gennaio 2024, il Cancelliere vescovile, don Matteo Giavazzi, ha comunicato al clero e ai fedeli diocesani che don Guidetti è incorso nella scomunica latæ sententiæ per il fatto di aver compiuto «un atto di natura scismatica» durante la Celebrazione eucaristica del 31 dicembre 2023, «rifiutando la sottomissione al Sommo Pontefice e la comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti».<br />Cerchiamo di capire come sono andate le cose. Durante la Messa del 31 dicembre scorso, don Guidetti ha pronunciato una lunga omelia di circa venti minuti, salutata con un applauso finale, nella quale il parroco ha sostanzialmente spiegato che Benedetto XVI non avrebbe mai rinunciato al munus petrino e dunque sarebbe rimasto papa fino al giorno della sua morte; Francesco non sarebbe dunque un vero papa. Nell'omelia don Guidetti ha salutato «padre Alessandro Maria Minutella», il sacerdote palermitano scomunicato nel 2018 e dimesso dallo stato clericale nel novembre del 2021, come «paladino della verità». Quindi ha nominato i sette sacerdoti che si sono uniti a Minutella nel Sodalizio Sacerdotale Mariano, secondo don Guidetti, «i Magnifici sette», tutti colpiti da sanzioni ecclesiastiche.<br />Verso la metà dell'omelia, don Guidetti ha iniziato ad alzare i toni, riferendosi alla «falsa chiesa, del signor Bergoglio e dei suoi mercenari», criticando preti, vescovi, cardinali «che continuano a girarsi i pollici e sanno tutto», ossia «sanno che c'è uno scisma da dieci anni, sanno che c'è la massoneria che governa, sanno che costui non è il papa, lo sanno ma tacciono. E poi ti tacciano». Quindi il riferimento a Bergoglio come all'«innominato, non lo nomino (...) massone, un gesuita massone legato ai poteri mondialisti, usurpatore e antipapa». E l'annuncio: «Ed ecco che da domani, a questi valenti sacedoti si aggiunge il sottoscritto».<br />SCOMUNICA LATÆ SENTENTIÆ<br />Queste le parole più significative dell'omelia. Mons. Giusti ha aggiunto alcuni dettagli della vicenda nella sua intervista a Il Telegrafo di Livorno; don Ramon «era stato già ammonito a non compiere quell'atto prima di Natale e alla fine aveva convenuto di soprassedere alle sue intenzioni, capendo la gravità della cosa. Poi alla messa del 31 dicembre la sua dichiarazione di rottura, a quel punto inattesa, contestando l'elezione di Papa Francesco, il suo ministero e la sua autorità, celebrando non in comunione con il Papa, con atteggiamento scismatico». Il vescovo di Livorno chiarisce dunque che il sacerdote era già stato richiamato ed aveva, apparentemente, accettato il richiamo. Inoltre, don Guidetti ha celebrato una Messa non una cum, ossia una Messa nella quale, durante la Preghiera eucaristica, non si è menzionato il Papa, come avviene nel tempo di sede vacante.<br />Continua il vescovo: «L'ho chiamato lo stesso 31 dicembre dopo la messa e non ha risposto. Lui aveva già fatto i bagagli e aveva lasciato le chiavi non a me, ma ad una signora della parrocchia, andandosene via subito dopo, risucchiato in gruppi scismatici che si contrappongono alla Chiesa. Era stato tutto preordinato». Dunque, la decisione presa dal vescovo di rendere nota la scomunica latæ sententiæ, nella quale il sacerdote è incorso ipso facto per scisma, appare motivata da più atti di natura scismatica compiuti dall'ex parroco: dichiarazione pubblica che Francesco non è papa, rifiuto di celebrare una cum, abbandono repentino della parrocchia per unirsi a un sodalizio scismatico.<br />La conferma dell'adesione ad uno scisma, proviene dalla bocca dello stesso don Guidetti, che così ha commentato le sanzioni del vescovo di Livorno: «Ci farò una bella cornicina e lo appenderò al muro e sarà qualcosa di cui mi vanterò ben volentieri», disconoscendo in questo modo l'autorità del proprio vescovo.<br />Per quanto sia indubbiamente indisponente vedere sanzioni che scattano con estrema velocità verso quei sacerdoti che criticano l'attuale pontificato, mentre non vengono comminate o addirittura tolte ad abusatori plurimi ed eretici, rimane il fatto che le sanzioni prese da mons. Giusti sono corrette. Questo punto va chiarito: don Guidetti non ha semplicemente criticato, anche con toni forti, azioni, parole, documenti di questo pontificato, ma ha usurpato il giudizio della Chiesa su chi sia o non sia il legittimo pontefice. Il problema non è avere dubbi in foro interno, purché fondati; ma riconoscere che si tratta appunto di dubbi, che attendono un giudizio da parte della sola autorità che si può pronunciare in questo ambito: la Chiesa.<br />SAN TOMMASO D'AQUINO<br />Oltre alla chiara posizione di san Roberto Bellarmino sulla questione del papa eretico (vedi nota in fondo a questo articolo), bisogna ricordare la posizione classica di san Tommaso (cf. Summa Theologiæ III, q. 82, a. 9): è solo a partire dalla sentenza della Chiesa che diviene lecito e obbligatorio non comunicare più con scismatici, eretici e scomunicati, ossia non partecipare alle loro messe e non ricevere da loro i sacramenti. Discorso analogo vale per la legittimità di un papa, che è stato riconosciuto tale dall'universalità della Chiesa, in quanto dubbi sono stati sollevati solo molto tempo dopo (sul finire del 2015 circa) e non hanno mai trovato eco tra i membri legittimi dell'episcopato. Prima di una eventuale sentenza della Chiesa, chiunque si arroghi il diritto di giudicare della legittimità di un papa usurpa il giudizio della Chiesa.<br />Rimane un altro fatto, che deve far riflettere. L'omelia di don Ramon è stata accolta da uno scroscio di applausi. Né si può tacere che vari movimenti scismatici, incluso il Sodalizio Sacerdotale Mariano, stanno vedendo affluire sempre più simpatizzanti. È un dato di fatto: la sempre più marcata confusione e grave problematicità di questo pontificato sta spingendo sempre più persone fuori dalla Chiesa. E questo problema non lo si risolve sanzionando, seppur giustamente, uno o più sacerdoti. La rabbia e l'agitazione stanno crescendo a dismisura tra i fedeli e il clero, portando ad assumere posizioni che, anziché soccorrere la Chiesa, la feriscono ancora di più, oltre che mettere in serio pericolo la salvezza delle anime. Fiducia supplicans è stata una ulteriore tragica e colpevole spinta in questo senso.<br />I pastori della Chiesa devono assumersi la responsabilità di questa parte del gregge, andare loro incontro per tutte le loro legittime richieste, senza continuare a inacerbirsi contro questi fedeli, i quali hanno bisogno di liturgie sacre, di sana dottrina, di vicinanza effettiva ed affettiva da parte dei loro pastori. E devono farlo capire a papa Francesco, che è all'origine di misure e parole sempre più esasperanti.<br />Nota di BastaBugie: l'autrice del precedente articolo, Luisella Scrosati, nell'articolo seguente dal titolo "Un Papa eretico? Cosa ne pensava san Roberto Bellarmino" parla del giudizio su un eventuale Papa eretico. San Bellarmino aveva chiaro che nessuna autorità umana può deporre un Papa.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 3 dicembre 2023:<br />La condanna post mortem di papa Onorio è un fatto storico. Non è affatto certo che tale condanna fosse ben meritata, ma è invece pacifico che essa si trovi nero su bianco negli atti di tre concili, approvati dai romani pontefici. La questione merita una "digressione".<br />Quella del "papa eretico" è certamente una possibilità remota, ma non per questo irreale o impossibile. Ed è una vexata quæstio, che da ipotesi teologica è divenuta, nell'ultima metà di secolo, motivo di numerosi scismi. Il punto critico e forse insuperabile del problema sta nel principio inviolabile per cui prima sedes a nemine iudicetur - la prima Sede, ossia la Sede Apostolica, non può essere giudicata da nessuno. Dunque, se non può essere giudicata, chi può deporre il papa eretico?<br />Cercando di semplificare, senza tradire il pensiero soggiacente alle differenti correnti contemporanee sedevacantiste, la loro tesi di fondo è che un papa manifestamente eretico si separa da sé dalla Chiesa, decadendo così dall'ufficio petrino. Non si tratterebbe dunque di giudicare il papa, ma semplicemente di discernere che il papa non è più tale, a causa della sua eresia. Né si tratterebbe di deporlo, ma di prendere atto che si è deposto da sé con la propria eresia o, se si preferisce, che è stato deposto dalla legge divina.<br />Questa posizione assomiglia molto alla seconda delle cinque tesi discusse da san Roberto Bellarmino, nel suo De Romano Pontifice, secondo la quale il papa eretico è deposto ipso facto da Dio e quindi separato dalla Chiesa, della quale dunque non è più papa. L]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58252585</guid><pubDate>Wed, 10 Jan 2024 14:54:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58252585/sacerdote_scomunicato_perch_afferma_che_papa_francesco_non_un_vero_papa.mp3" length="16480174" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7663

SACERDOTE SCOMUNICATO PERCHE' AFFERMA CHE PAPA FRANCESCO NON E' UN VERO PAPA di Luisella Scrosati
Le sanzioni adottate dal vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, ai danni...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7663" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7663</a><br /><br />SACERDOTE SCOMUNICATO PERCHE' AFFERMA CHE PAPA FRANCESCO NON E' UN VERO PAPA di Luisella Scrosati<br />Le sanzioni adottate dal vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, ai danni del parroco di San Ranieri in Guasticce, don Ramon Guidetti, hanno fatto il giro del mondo. Il 1° gennaio 2024, il Cancelliere vescovile, don Matteo Giavazzi, ha comunicato al clero e ai fedeli diocesani che don Guidetti è incorso nella scomunica latæ sententiæ per il fatto di aver compiuto «un atto di natura scismatica» durante la Celebrazione eucaristica del 31 dicembre 2023, «rifiutando la sottomissione al Sommo Pontefice e la comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti».<br />Cerchiamo di capire come sono andate le cose. Durante la Messa del 31 dicembre scorso, don Guidetti ha pronunciato una lunga omelia di circa venti minuti, salutata con un applauso finale, nella quale il parroco ha sostanzialmente spiegato che Benedetto XVI non avrebbe mai rinunciato al munus petrino e dunque sarebbe rimasto papa fino al giorno della sua morte; Francesco non sarebbe dunque un vero papa. Nell'omelia don Guidetti ha salutato «padre Alessandro Maria Minutella», il sacerdote palermitano scomunicato nel 2018 e dimesso dallo stato clericale nel novembre del 2021, come «paladino della verità». Quindi ha nominato i sette sacerdoti che si sono uniti a Minutella nel Sodalizio Sacerdotale Mariano, secondo don Guidetti, «i Magnifici sette», tutti colpiti da sanzioni ecclesiastiche.<br />Verso la metà dell'omelia, don Guidetti ha iniziato ad alzare i toni, riferendosi alla «falsa chiesa, del signor Bergoglio e dei suoi mercenari», criticando preti, vescovi, cardinali «che continuano a girarsi i pollici e sanno tutto», ossia «sanno che c'è uno scisma da dieci anni, sanno che c'è la massoneria che governa, sanno che costui non è il papa, lo sanno ma tacciono. E poi ti tacciano». Quindi il riferimento a Bergoglio come all'«innominato, non lo nomino (...) massone, un gesuita massone legato ai poteri mondialisti, usurpatore e antipapa». E l'annuncio: «Ed ecco che da domani, a questi valenti sacedoti si aggiunge il sottoscritto».<br />SCOMUNICA LATÆ SENTENTIÆ<br />Queste le parole più significative dell'omelia. Mons. Giusti ha aggiunto alcuni dettagli della vicenda nella sua intervista a Il Telegrafo di Livorno; don Ramon «era stato già ammonito a non compiere quell'atto prima di Natale e alla fine aveva convenuto di soprassedere alle sue intenzioni, capendo la gravità della cosa. Poi alla messa del 31 dicembre la sua dichiarazione di rottura, a quel punto inattesa, contestando l'elezione di Papa Francesco, il suo ministero e la sua autorità, celebrando non in comunione con il Papa, con atteggiamento scismatico». Il vescovo di Livorno chiarisce dunque che il sacerdote era già stato richiamato ed aveva, apparentemente, accettato il richiamo. Inoltre, don Guidetti ha celebrato una Messa non una cum, ossia una Messa nella quale, durante la Preghiera eucaristica, non si è menzionato il Papa, come avviene nel tempo di sede vacante.<br />Continua il vescovo: «L'ho chiamato lo stesso 31 dicembre dopo la messa e non ha risposto. Lui aveva già fatto i bagagli e aveva lasciato le chiavi non a me, ma ad una signora della parrocchia, andandosene via subito dopo, risucchiato in gruppi scismatici che si contrappongono alla Chiesa. Era stato tutto preordinato». Dunque, la decisione presa dal vescovo di rendere nota la scomunica latæ sententiæ, nella quale il sacerdote è incorso ipso facto per scisma, appare motivata da più atti di natura scismatica compiuti dall'ex parroco: dichiarazione pubblica che Francesco non è papa, rifiuto di celebrare una cum, abbandono repentino della parrocchia per unirsi a un sodalizio scismatico.<br />La conferma dell'adesione ad uno scisma, proviene dalla bocca...]]></itunes:summary><itunes:duration>1030</itunes:duration><itunes:keywords>bellarmino,deromanopontifice,fiduciasupplicans,papaeretico,sacerdotescomunicato</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3f57a058b9cdc186968c40223b1f7610.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il caro estinto nel cassetto con la benedizione di Fernández</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-caro-estinto-nel-cassetto-con-la-benedizione-di-fernandez--58134984</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58134984</guid><pubDate>Thu, 28 Dec 2023 01:26:52 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58134984/il_caro_estinto_nel_cassetto_con_la_benedizione_di_fern_ndez.mp3" length="3638087" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:duration>455</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3f80612dcaf39953b61427c0e9ae2726.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il Dicastero per la Demolizione della Fede approva la benedizione delle coppie gay</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-dicastero-per-la-demolizione-della-fede-approva-la-benedizione-delle-coppie-gay--58079386</link><description><![CDATA[IL DICASTERO PER LA DEMOLIZIONE DELLA FEDE APPROVA LA BENEDIZIONE DELLE COPPIE GAY<br />Con la dichiarazione ''Fiducia supplicans'' il card. Fernández sdogana le benedizioni per qualsiasi tipo di unione (ma molti sacerdoti e vescovi non la applicheranno)<br />di Luisella Scrosati<br /><br />Si può benedire l'unione di persone dello stesso sesso, purché non si confonda con una benedizione nuziale. È la sostanza dei 44 paragrafi della Dichiarazione Fiducia supplicans sul senso pastorale delle benedizioni del Dicastero per la Dottrina della Fede, pubblicata ieri, 18 dicembre 2023, e firmata dal Prefetto, il cardinale Victor M. Fernández, dal Segretario per la Sezione Dottrinale, mons. Armando Matteo, e da papa Francesco.<br />Così il paragrafo centrale della Dichiarazione: «Nell'orizzonte qui delineato [che presenteremo, n.d.a.] si colloca la possibilità di benedizioni di coppie in situazioni irregolari e di coppie dello stesso sesso, la cui forma non deve trovare alcuna fissazione rituale da parte delle autorità ecclesiali, allo scopo di non produrre una confusione con la benedizione propria del sacramento del matrimonio».<br />Il documento si propone di offrire «nuovi chiarimenti (…) sul Responsum ad dubium formulato dall'allora Congregazione per la Dottrina della Fede e pubblicato il 22 febbraio 2021» (n. 2), per cercare di venire incontro a quanti «non hanno condiviso la risposta negativa al quesito o non l'hanno ritenuta sufficientemente chiara nella sua formulazione e nelle motivazioni» (n. 3). L'intento di Fernández è quello di mantenere «gli aspetti dottrinali» del Responsum, coniugandoli coerentemente con «quelli pastorali», che nel 2021 non sarebbero stati adeguatamente presi in considerazione, mentre invece sarebbero stati promossi dalle Risposte di papa Francesco ai dubia dei cinque cardinali.<br />La strada tracciata può essere sintetizzata in questo modo: coerentemente al Responsum, la Dichiarazione continua a respingere benedizioni o riti che possano apparire come approvazioni di unioni non coniugali o che in qualche modo presentino una somiglianza con i riti nuziali. Per avere sufficienti margini di chiarezza, la Dichiarazione intende collocare le benedizioni «al di fuori di un quadro liturgico» (n. 23), come «atti di devozione che "trovano il loro spazio al di fuori della celebrazione dell'Eucaristia e degli altri sacramenti"» (n. 24).<br /><br />BENEDIZIONI A COPPIE IRREGOLARI E DELLO STESSO SESSO<br />Incalza Fernández: «La Chiesa, inoltre, deve rifuggire dall'appoggiare la sua prassi pastorale alla fissità di alcuni schemi dottrinali o disciplinari (…). Perciò, quando le persone invocano una benedizione non dovrebbe essere posta un'esaustiva analisi morale come precondizione per poterla conferire» (n. 25). È dunque in questo contesto aliturgico e arituale che, secondo la Dichiarazione, possono essere date delle benedizioni anche a coppie irregolari e dello stesso sesso, chiedendo, mediante esse, a Dio le grazie loro necessarie.<br />Sarebbe dunque questo l'approfondimento (cf. n. 26) del Responsum del 2021. Ma, ancora una volta, dei documenti "scomodi" che lo precedono, Fernández seleziona solo quello che gli serve, distorcendolo nel significato, per la sua tesi precostituita. Perché per il Responsum la questione non è semplicemente quella di non confondere esternamente le benedizioni di queste coppie con il matrimonio – problema che potrebbe essere ovviato dalla proposta della Dichiarazione. Il punto è invece un altro, che Fernández nemmeno menziona: che cosa si benedice quando si benedice una coppia? Se si tratta appunto di una coppia significa che si benedice una relazione; altrimenti si benedirebbero le singole persone. Ma, spiegava il Responsum, «per essere coerenti con la natura dei sacramentali, quando si invoca una benedizione su alcune relazioni umane occorre (…) che ciò che viene benedetto sia oggettivamente e positivamente ordinato a ricevere e ad esprimere la grazia»; e dunque «solo quelle realtà che sono di per sé ordinate a servire quei disegni [di Dio nella Creazione]» possono essere benedette.<br />Ora, proprio perché tali relazioni non sono ordinabili ai disegni divini, perché oggettivamente contrari ad essi, queste coppie non possono ricevere alcuna benedizione. Come coppie. La Chiesa può permettere la benedizione di un non cattolico, perché, in quanto persona umana, è ordinato alla chiamata alla vita della grazia, ma non può benedire una coppia omosessuale, perché quella relazione di coppia non è in alcun modo ordinata ai disegni di Dio.<br /><br />TROPPI PREREQUISITI DI CARATTERE MORALE?<br />Non c'entra dunque nulla il fatto che la Chiesa non deve richiedere «troppi prerequisiti di carattere morale» (n. 12), perché si tratterebbe di benedizioni e non di sacramenti. Si tratta semplicemente di capire se l'oggetto della benedizione è ordinato o meno a servire ai disegni di Dio; non i disegni "occulti", ma quelli manifestati nella Creazione e nella Rivelazione.<br />È da notare che a questa conclusione il Responsum era giunto proprio «per essere coerenti con la natura dei sacramentali». Fernández ha pensato di uscire dalla strettoia, ripetendo continuamente nell'Istruzione che le benedizioni sono gesti semplici, amati dalla gente, che non devono sottostare alla «pretesa di un controllo» (n. 12) e dunque non devono essere in alcun modo ritualizzate (cf. n. 38). Ma per quanto queste benedizioni non siano inserite nei rituali, per quanto l'Istruzione intimi che mai dovranno essere date «contestualmente ai riti civili di unione e nemmeno in relazione a essi» (n. 39), restano pur sempre dei sacramentali e rispondono alla logica dei sacramentali. Il sacerdote, quando impartisce una benedizione, anche se non è solenne, anche se data nel retro della sacristia, agisce come ministro della Chiesa e impartisce un sacramentale, e il gesto dev'essere dunque coerente con la natura dei sacramentali.<br />Prendiamola da un altro punto di vista. La radice di ogni benedizione sta nella benedizione originaria, che troviamo nel libro della Genesi: «E Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse» (Gn 1, 21-22). La benedizione di Dio è conseguente al suo sguardo che si posa su una "cosa buona". Dio posa lo sguardo sulla sua opera o sull'opera dell'uomo, vede che è buona e benedice, nel nostro caso, per mezzo del ministero della Chiesa. Ma quando posa lo sguardo su una coppia che vive la propria sessualità al di fuori del matrimonio legittimo che cosa vede? Vede qualcosa che contraddice oggettivamente il disegno della creazione e non la benedice. E nemmeno i ministri di Dio possono farlo.<br /><br />LA BENEDIZIONE ACQUISTA UNA DIMENSIONE PUBBLICA<br />Ci si domanda poi che fine facciano tutte le raccomandazioni di non equiparare queste benedizioni al matrimonio, con la quali si pensa di risolvere la questione, quando, al n. 40, si dà questa indicazione: «Tale benedizione può invece trovare la sua collocazione in altri contesti, quali la visita a un santuario, l'incontro con un sacerdote, la preghiera recitata in un gruppo o durante un pellegrinaggio». La benedizione acquista di fatto una dimensione pubblica. E che senso ha una benedizione al cospetto di un'assemblea se non quello di dare un riconoscimento pubblico a queste convivenze? Se (a fatica) si concedesse che non è questo l'intento di questo passo dell'Istruzione, rimane il fatto che una benedizione ad una coppia data in un contesto pubblico non può non assumere questo significato.<br />Dunque, semplicemente, continua a non essere possibile benedire una coppia irregolare in quanto coppia, per la natura stessa dei sacramentali e per l'oggettivo disordine di quella relazione. Ogni ministro della Chiesa che faccia diversamente si prende la responsabilità di benedire quello che Dio non può benedire. Perché Dio, a differenza di quanto sta accadendo in questo pontificato, non contraddice se stesso.<br />La scure è ormai posta alla radice dell'albero (cf. Lc 3, 9) e si stanno svelando i pensieri di molti cuori (cf. Lc 2, 35). Che non capiti che chi alzerà la mano per benedire ciò che il Signore non ha ordinato di benedire si esponga alla sorte di quei profeti che il Signore non aveva inviato: «Allora il profeta Geremia disse al profeta Anania: "Ascolta, Anania! Il Signore non ti ha mandato (...) perciò dice il Signore: Ecco, ti mando via dal paese; quest'anno tu morirai, perché hai predicato la ribellione contro il Signore"» (Ger 28, 15-16).]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58079386</guid><pubDate>Thu, 21 Dec 2023 02:49:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58079386/s_alla_benedizione_delle_coppie_gay.mp3" length="7722674" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>IL DICASTERO PER LA DEMOLIZIONE DELLA FEDE APPROVA LA BENEDIZIONE DELLE COPPIE GAY
Con la dichiarazione ''Fiducia supplicans'' il card. Fernández sdogana le benedizioni per qualsiasi tipo di unione (ma molti sacerdoti e vescovi non la applicheranno)...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[IL DICASTERO PER LA DEMOLIZIONE DELLA FEDE APPROVA LA BENEDIZIONE DELLE COPPIE GAY<br />Con la dichiarazione ''Fiducia supplicans'' il card. Fernández sdogana le benedizioni per qualsiasi tipo di unione (ma molti sacerdoti e vescovi non la applicheranno)<br />di Luisella Scrosati<br /><br />Si può benedire l'unione di persone dello stesso sesso, purché non si confonda con una benedizione nuziale. È la sostanza dei 44 paragrafi della Dichiarazione Fiducia supplicans sul senso pastorale delle benedizioni del Dicastero per la Dottrina della Fede, pubblicata ieri, 18 dicembre 2023, e firmata dal Prefetto, il cardinale Victor M. Fernández, dal Segretario per la Sezione Dottrinale, mons. Armando Matteo, e da papa Francesco.<br />Così il paragrafo centrale della Dichiarazione: «Nell'orizzonte qui delineato [che presenteremo, n.d.a.] si colloca la possibilità di benedizioni di coppie in situazioni irregolari e di coppie dello stesso sesso, la cui forma non deve trovare alcuna fissazione rituale da parte delle autorità ecclesiali, allo scopo di non produrre una confusione con la benedizione propria del sacramento del matrimonio».<br />Il documento si propone di offrire «nuovi chiarimenti (…) sul Responsum ad dubium formulato dall'allora Congregazione per la Dottrina della Fede e pubblicato il 22 febbraio 2021» (n. 2), per cercare di venire incontro a quanti «non hanno condiviso la risposta negativa al quesito o non l'hanno ritenuta sufficientemente chiara nella sua formulazione e nelle motivazioni» (n. 3). L'intento di Fernández è quello di mantenere «gli aspetti dottrinali» del Responsum, coniugandoli coerentemente con «quelli pastorali», che nel 2021 non sarebbero stati adeguatamente presi in considerazione, mentre invece sarebbero stati promossi dalle Risposte di papa Francesco ai dubia dei cinque cardinali.<br />La strada tracciata può essere sintetizzata in questo modo: coerentemente al Responsum, la Dichiarazione continua a respingere benedizioni o riti che possano apparire come approvazioni di unioni non coniugali o che in qualche modo presentino una somiglianza con i riti nuziali. Per avere sufficienti margini di chiarezza, la Dichiarazione intende collocare le benedizioni «al di fuori di un quadro liturgico» (n. 23), come «atti di devozione che "trovano il loro spazio al di fuori della celebrazione dell'Eucaristia e degli altri sacramenti"» (n. 24).<br /><br />BENEDIZIONI A COPPIE IRREGOLARI E DELLO STESSO SESSO<br />Incalza Fernández: «La Chiesa, inoltre, deve rifuggire dall'appoggiare la sua prassi pastorale alla fissità di alcuni schemi dottrinali o disciplinari (…). Perciò, quando le persone invocano una benedizione non dovrebbe essere posta un'esaustiva analisi morale come precondizione per poterla conferire» (n. 25). È dunque in questo contesto aliturgico e arituale che, secondo la Dichiarazione, possono essere date delle benedizioni anche a coppie irregolari e dello stesso sesso, chiedendo, mediante esse, a Dio le grazie loro necessarie.<br />Sarebbe dunque questo l'approfondimento (cf. n. 26) del Responsum del 2021. Ma, ancora una volta, dei documenti "scomodi" che lo precedono, Fernández seleziona solo quello che gli serve, distorcendolo nel significato, per la sua tesi precostituita. Perché per il Responsum la questione non è semplicemente quella di non confondere esternamente le benedizioni di queste coppie con il matrimonio – problema che potrebbe essere ovviato dalla proposta della Dichiarazione. Il punto è invece un altro, che Fernández nemmeno menziona: che cosa si benedice quando si benedice una coppia? Se si tratta appunto di una coppia significa che si benedice una relazione; altrimenti si benedirebbero le singole persone. Ma, spiegava il Responsum, «per essere coerenti con la natura dei sacramentali, quando si invoca una benedizione su alcune relazioni umane occorre (…) che ciò che viene benedetto sia oggettivamente e positivamente ordinato a ricevere e ad esprimere la grazia»; e dunque «solo quelle...]]></itunes:summary><itunes:duration>483</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d518a20743f20e2c753b9ba2c5832c87.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Disordini alimentari: per sconfiggerli alla radice bisogna rileggere i Padri della Chiesa</title><link>https://www.spreaker.com/episode/disordini-alimentari-per-sconfiggerli-alla-radice-bisogna-rileggere-i-padri-della-chiesa--56852848</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7529" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7529</a><br /><br />DISORDINI ALIMENTARI: PER SCONFIGGERLI ALLA RADICE BISOGNA RILEGGERE I PADRI DELLA CHIESA di Luisella Scrosati<br />Mangiare non è solo consumare cibo; almeno per l'uomo. L'atto del cibarsi porta infatti in sé il principio della relazione: relazione con il mondo materiale, che porto in me e assimilo; relazione con il prossimo, con il quale condivido la mensa; relazione con Dio, dal quale ricevo il nutrimento dell'anima e del corpo e al quale rendo grazie. È in questa tridimensionalità ordinata che avviene l'atto umano del cibarsi.<br />Dando un rapido sguardo alle Scritture e all'Insegnamento di quei grandiosi "psicologi" dei primi secoli dell'era cristiana, ovvero i Padri della Chiesa e i Padri del Monachesimo, ci accorgiamo che l'alimentazione occupa un posto centrale. Dalle prime pagine del libro della Genesi, Dio indica all'uomo il modo di nutrirsi (cf. Gen 1,29-30), mostrandogli fin da subito il limite che corrisponde alla sua natura (cf. Gen 2,15-17), al di fuori del quale non avrebbe conseguito un perfezionamento del proprio essere, ma sarebbe al contrario decaduto.<br />Il peccato originale è giustamente descritto dal Catechismo della Chiesa Cattolica (n° 397) come una disobbedienza, alimentata dalla perdita della fiducia in Dio: "l'uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nel suo Creatore e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio". E aggiunge che, "in seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà".<br />Disobbedienza, mancanza di fede, sono la sostanza del peccato originale e di ogni peccato; ma la sua materializzazione, quasi il detonatore dell'esplosione, e un altro , come chiaramente il testo della Genesi 3,1-6 indica. Qui compare per sette volte la parola "mangiare"; e poi nei versetti 11-13 per altre tre volte. Decisamente troppo per passare inosservato dai Padri. Evagrio Pontico è, al riguardo, piuttosto lapidario: "il desiderio di cibo ha generato la disobbedienza, e il dolce gustare ha scacciato dal Paradiso" (gli otto spiriti della malvagità 1). E non è il solo a collegare il peccato originale al desiderio di un alimento; Sant'Ambrogio, per esempio, nell'opera De Iacob et vita beata (I, 2-8), sottolinea che dal momento in cui i nostri progenitori "non mantennero la temperanza, i trasgressori di questa virtù fondamentale furono esiliati dal Paradiso, senza aver più parte all'immortalità".<br />IL DISORDINE RELAZIONALE DIVENTA ALIMENTARE<br />Insomma, l'atto del cibarsi porta in sé molto più di quanto non appaia a prima vista. Torniamo al racconto genesiaco. La fame è l'appetito primordiale, al quale è legato il mantenimento della vita e della salute del corpo; introdurre in sé un alimento indica poi un con la creazione molto intimo: significa far entrare in sé il mondo naturale, trasformarlo in sé. Ora, è chiaro che un disordine di questa dimensione concupiscibile significa disordine nel desiderio e nella relazione; il problema del peccato primordiale non è quello di mangiare un frutto, ma di disprezzare Dio, disubbidendo al suo comando con l'illusione di diventare come Lui. Il punto però è che, molto realisticamente, le Scritture ci indicano che questo disprezzo si consuma si consuma nell'atto di prendere cibo. Anche Esaù concretizzò il proprio disprezzo per la primogenitura - essere l'erede della promessa! - mangiando un piatto di lenticchie (cf. Gen 25, 29-34). E Giuda consumò il proprio tradimento mangiando il boccone datogli dal Maestro e Signore (cf Gv 13,27). Stringiamo ulteriormente la riflessione. Il cibarsi in modo disordinato nella bibbia è la cifra di un problema relazionale: i progenitori si distolgono si distolgono da un rapporto di fiducia con Dio e mangiano ciò che non devono ; Esaù non considera il bene più prezioso l'essere l'oggetto dell'elezione divina e si butta su un piatto di lenticchie; Giuda tradisce l'amore di Gesù e riempie il suo ventre del boccone del tradimento.<br />Non c'è disordine relazionale che non si traduca in un "problema alimentare". E viceversa la follia del ventre, la gastrimargìa, è vera e propria idolatria, come insegna San Paolo (cf Fil 3,19), e dunque mina, fino a distruggerlo, il rapporto con Dio e con il prossimo. Mangiare solo quello che piace, quando ne abbiamo voglia e quando ci pare: sono questi i tre campanelli d'allarme che tradizionalmente i padri indicano come spie della passione della gola, dell'idolatria del ventre.<br />I padri vi dedicano grande attenzione, così come ai rimedi dell'astinenza e del digiuno, perché ogni passione è una malattia dell'anima - che poi traduce anche in un malattia del corpo, si somatizza - , non solo le sue manifestazioni catalogate nel Dms.<br />Essi sanno molto bene che quando la sfera del concupiscibile cerca soddisfazione nei piacerei della carne - gola, lussuria, avidità, etc -, l'anima si "appesantisce" e Dio sparisce dall'orizzonte. Il desiderio dell'anima viene così sviato dal suo fine proprio: "l'occhio è stato creato per la luce, l'orecchio per i suoni, ogni cosa ha il suo fine e il desiderio dell'anima per slanciarsi verso Cristo" (Nicola Cabasilas, la vita in Cristo, II, 90). Il desiderio di cibo è il più primordiale nell'uomo: per questo il demonio ha tentato lì i progenitori; per questo la prima battaglia di ogni cristiano è quella di ripristinare il primato di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (cf. M.t 4,4). Ed ancora per questa ragione il figlio di Dio diventa nostro cibo, per colmare ogni desiderio dell'uomo.<br />L'ILLUSIONE DELLA COMPENSAZIONE<br />Proviamo adesso a chiudere il cerchio. La persona con un disturbo alimentare è disperatamente affamata: il suo desiderio non riesce a trovare soddisfazione nell'apertura relazionare, che anzi è stata ed è una sofferenza. Nell'anoressia questo si traduce nel rigetto: il rifiuto della relazione che ferisce diviene rifiuto di cibo, controllo maniacale di ciò che entra in me, di ciò che in qualche modo penetra nella mia persona. La persona che ne soffre si difende chiudendosi a riccio, respingendo ogni forma di "intrusione" nella propria persona, che il cibo incarna perfettamente. La persona bulimica si una relazione contraria, ma in fondo c'è lo stesso problema: il tentativo di saziare la propria disperata fame primordiale di relazione si traduce questa volta nell'introdurre cibo in quantità e modalità sregolate, rigorosamente in solitudine, cercando così di occupare lo "spazio" vuoto della relazione; eccesso che poi viene "compensato" ricorrendo all'assunzione di lassativi, al vomito autoindotto e altre modalità. Compensazione che non si trova invece nella persona affetta da binge eating. Anoressia, bulimia, binge eating sono vere e proprie patologie che, nell'ottica delle Scritture e dei Padri, devono essere comprese come devastazioni del desiderio, che si incaglia nei beni sensibili per compensare un vuoto relazionale. Una compensazione ingannevole e insalubre, destinata al fallimento , poiché conduce verso l'oblio di Dio, relazione fondamentale, Sommo bene capace, solo, di dare pienezza al desiderio dell'uomo.<br />I disordini alimentari di ogni tipo devono essere riconosciuti, senza coprirli con una vergogna fallace, perché sono un campanello d'allarme che rivela questa dinamica di uno sviato amore di sé, brillantemente descritta da San Massimo Confessore: "più l'uomo andava verso cose sensibili attraverso i suoi soli mezzi, più l'opprimeva l'ignoranza di Dio; più era soggiogato dall'ignoranza di Dio, più si abbandonava al godimento delle cose materiali (...); più egli si impregnava di questo godimento, più eccitava la filautìa (amore disordinato di sé, n.d.a) che ne era la conseguenza; più coltivava la filautìa, più inventava molteplici modi per ottenere il piacere, frutto e scopo dell'amore di sé" (Questioni a Talassio, Prologo).<br />Rendersene conto non è la parola ultima di un fallimento, ma l'inizio prezioso e indispensabile del percorso di guarigione. Il cui esito è la piena comunione con Dio, che le Scritture descrivono come un banchetto di gustose e abbondanti vivande.<br />Dio colma con sovrabbondanza il desiderio dell'uomo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56852848</guid><pubDate>Tue, 19 Sep 2023 20:45:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56852848/disordini_alimentari_per_sconfiggerli_alla_radice_bisogna_rileggere_i_padri_della_chiesa.mp3" length="10052798" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7529

DISORDINI ALIMENTARI: PER SCONFIGGERLI ALLA RADICE BISOGNA RILEGGERE I PADRI DELLA CHIESA di Luisella Scrosati
Mangiare non è solo consumare cibo; almeno per l'uomo. L'atto del...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7529" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7529</a><br /><br />DISORDINI ALIMENTARI: PER SCONFIGGERLI ALLA RADICE BISOGNA RILEGGERE I PADRI DELLA CHIESA di Luisella Scrosati<br />Mangiare non è solo consumare cibo; almeno per l'uomo. L'atto del cibarsi porta infatti in sé il principio della relazione: relazione con il mondo materiale, che porto in me e assimilo; relazione con il prossimo, con il quale condivido la mensa; relazione con Dio, dal quale ricevo il nutrimento dell'anima e del corpo e al quale rendo grazie. È in questa tridimensionalità ordinata che avviene l'atto umano del cibarsi.<br />Dando un rapido sguardo alle Scritture e all'Insegnamento di quei grandiosi "psicologi" dei primi secoli dell'era cristiana, ovvero i Padri della Chiesa e i Padri del Monachesimo, ci accorgiamo che l'alimentazione occupa un posto centrale. Dalle prime pagine del libro della Genesi, Dio indica all'uomo il modo di nutrirsi (cf. Gen 1,29-30), mostrandogli fin da subito il limite che corrisponde alla sua natura (cf. Gen 2,15-17), al di fuori del quale non avrebbe conseguito un perfezionamento del proprio essere, ma sarebbe al contrario decaduto.<br />Il peccato originale è giustamente descritto dal Catechismo della Chiesa Cattolica (n° 397) come una disobbedienza, alimentata dalla perdita della fiducia in Dio: "l'uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nel suo Creatore e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio". E aggiunge che, "in seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà".<br />Disobbedienza, mancanza di fede, sono la sostanza del peccato originale e di ogni peccato; ma la sua materializzazione, quasi il detonatore dell'esplosione, e un altro , come chiaramente il testo della Genesi 3,1-6 indica. Qui compare per sette volte la parola "mangiare"; e poi nei versetti 11-13 per altre tre volte. Decisamente troppo per passare inosservato dai Padri. Evagrio Pontico è, al riguardo, piuttosto lapidario: "il desiderio di cibo ha generato la disobbedienza, e il dolce gustare ha scacciato dal Paradiso" (gli otto spiriti della malvagità 1). E non è il solo a collegare il peccato originale al desiderio di un alimento; Sant'Ambrogio, per esempio, nell'opera De Iacob et vita beata (I, 2-8), sottolinea che dal momento in cui i nostri progenitori "non mantennero la temperanza, i trasgressori di questa virtù fondamentale furono esiliati dal Paradiso, senza aver più parte all'immortalità".<br />IL DISORDINE RELAZIONALE DIVENTA ALIMENTARE<br />Insomma, l'atto del cibarsi porta in sé molto più di quanto non appaia a prima vista. Torniamo al racconto genesiaco. La fame è l'appetito primordiale, al quale è legato il mantenimento della vita e della salute del corpo; introdurre in sé un alimento indica poi un con la creazione molto intimo: significa far entrare in sé il mondo naturale, trasformarlo in sé. Ora, è chiaro che un disordine di questa dimensione concupiscibile significa disordine nel desiderio e nella relazione; il problema del peccato primordiale non è quello di mangiare un frutto, ma di disprezzare Dio, disubbidendo al suo comando con l'illusione di diventare come Lui. Il punto però è che, molto realisticamente, le Scritture ci indicano che questo disprezzo si consuma si consuma nell'atto di prendere cibo. Anche Esaù concretizzò il proprio disprezzo per la primogenitura - essere l'erede della promessa! - mangiando un piatto di lenticchie (cf. Gen 25, 29-34). E Giuda consumò il proprio tradimento mangiando il boccone datogli dal Maestro e Signore (cf Gv 13,27). Stringiamo ulteriormente la riflessione. Il cibarsi in modo disordinato nella bibbia è la cifra di un problema relazionale: i progenitori si distolgono si distolgono da un rapporto di fiducia con Dio e mangiano ciò che non devono ; Esaù non considera...]]></itunes:summary><itunes:duration>629</itunes:duration><itunes:keywords>anoressia,disturbialimentari,esaù,malattiadellanima,padridellachiesa,passione</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/45c43f85257c4ca9d039d0b1b38888e6.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il rifiuto dei lefebvriani di sottomettersi al Papa è un atto scismatico</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-rifiuto-dei-lefebvriani-di-sottomettersi-al-papa-e-un-atto-scismatico--56779822</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7530" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7530</a><br /><br />IL RIFIUTO DEI LEFEBVRIANI DI SOTTOMETTERSI AL PAPA E' UN ATTO SCISMATICO di Luisella Scrosati<br />Ad emergere in modo preoccupante nelle repliche, spesso scomposte, al dossier della Bussola sulla Fraternità Sacerdotale San Pio X è l'insufficiente comprensione della natura della Chiesa e dell'appartenenza al Corpo mistico di Cristo. Pio XII nell'enciclica Mystici Corporis insegnava che la natura giuridica della Chiesa è l'espressione della dimensione visibile della Chiesa. Ed è nell'unione della dimensione visibile ed invisibile che la Chiesa «presenta una perfettissima immagine di Cristo», il quale "nascondeva" la sua divinità invisibile nell'umanità visibile: Dio agiva mediante la carne assunta. Qui si radica la sacramentalità della Chiesa, così come la sua azione sacramentale. Ora, sottolinea ancora Pio XII, è proprio «in virtù di quella missione giuridica per la quale il divin Redentore mandò nel mondo gli Apostoli come egli stesso era stato mandato dal Padre», che Cristo continua ad agire tramite la Chiesa.<br />Chi ci accusa di essere formalisti, legalisti, non comprende il senso della struttura giuridica della Chiesa. Ed è in ragione di questa dimensione essenziale che mai la Chiesa ha approvato l'esercizio del ministero clericale "slegato" dalla sua struttura giuridica. La posta in gioco non è semplicemente canonica, ma di fede. Ed è bene ricordare che le norme canoniche scaturiscono non solo dalla giustizia, ma spesso e volentieri dai dogmi della fede. Così come è da tenere presente che la costante disciplina canonica è sempre stata considerata come un locus theologicus, ossia un elemento della sacra Tradizione. Pensiamo, tra le tante attestazioni di questa verità, al fatto che Giovanni Paolo II si riferì proprio alla costante pratica della Chiesa per sostenere l'impossibilità di ordinare delle donne. La logica secondo cui, siccome l'elezione dei vescovi è questione disciplinare, allora non riguarda la fede, è decisamente sbagliata; e, ironia della sorte, si pone nella stessa linea del presente pontificato che ha sganciato completamente tra loro prassi e dottrina.<br />CONSACRATO CONTRO LA VOLONTÀ DEL PAPA<br />L'istituzione di un vescovo è prerogativa del Papa: non si è vescovi cattolici semplicemente con la consacrazione (come non si è sacerdoti cattolici solo con l'ordinazione). E nemmeno semplicemente con la dottrina. Qualcuno ha questionato sul fatto che l'obbligatorietà della nomina dei vescovi da parte del Papa sia contraddetta dalla storia. Abbiamo già avuto modo di distinguere la modalità di elezione dalla nomina; e parimenti nessuno intende sostenere che debba essere il Papa in persona a consacrare. Nemmeno è richiesto che questa designazione del vescovo provenga esplicitamente dal Papa, ma è assolutamente chiaro che nessuno può consacrare un vescovo contro la volontà del Papa e nessuno può essere considerato un vescovo cattolico se il Capo del Collegio episcopale non lo accoglie nel Collegio. Questo è un aspetto chiave del primato del Papa, da cui deriva anche la sua potestà di deporre un vescovo, ovunque si trovi. Un pontefice può certamente abusare di questo suo potere, ma, come si suol dire, l'abuso non toglie l'uso.<br />È proprio perché si va contro la legge divina e non quella semplicemente umana, che il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, nella Nota sulla scomunica per scisma in cui incorrono gli aderenti al movimento del Vescovo Marcel Lefebvre, chiariva che «non si dà mai una necessità di ordinare Vescovi contro la volontà del Romano Pontefice, Capo del Collegio dei Vescovi. Ciò infatti significherebbe la possibilità di "servire" la Chiesa mediante un attentato contro la sua unità in materia connessa con i fondamenti stessi di questa unità». Mai. Sostenere il contrario significherebbe pensare che Nostro Signore, disponendo in questo modo le cose, non sia stato in grado di prevedere tutte le situazioni e circostanze che si sarebbero verificate nella storia della sua Chiesa. Ecco perché rifarsi allo "stato di necessità" per andare contro un diritto divino è un controsenso.<br />Ci sono due lettere di papa Innocenzo I (+417) che attestano l'impossibilità di concepire l'episcopato senza la sua connessione con il Papa. Nella lettera 29, indirizzata al Concilio di Cartagine, egli parla della Sede Apostolica «a quo ipse episcopatus et tota auctoritas nominis hujus emersit» (PL 20, 583). L'episcopato e la sua autorità provengono dalla Sede Apostolica. Nella lettera successiva, indirizzata al Concilio di Milevi, il Pontefice afferma inoltre che i vescovi «ad Petrum (...) sui nominis et honoris auctorem referre debere» (PL 20, 590); Pietro è quindi l'autore sia del nome che della dignità dei vescovi.<br />Si potrebbero aggiungere anche altri testi che vanno nella stessa direzione: nei primi secoli, quando ancora non c'era tecnicamente il mandatum, né c'era un codice di diritto canonico che prevedeva sanzioni, era già chiaro che un episcopato contro la volontà del Papa è semplicemente una contraddizione; come risulta un nonsenso la teorizzazione della separazione tra potere d'ordine e potere di giurisdizione (separazione, non distinzione). Per la Chiesa la semplice questione della validità di un sacramento non è mai stata questione dirimente il fatto che lo si possa ricevere o esercitare. Un vescovo validamente consacrato contro la volontà del Papa semplicemente non è un vescovo cattolico.<br />LA GIURISDIZIONE PROVIENE SOLO DAL PAPA<br />Un altro chiarimento: supponiamo che la tesi della separazione tra potere d'ordine e giurisdizione sia possibile. Ne consegue che mons. Lefebvre non ha voluto trasmettere alcuna giurisdizione, come la Fraternità Sacerdotale San Pio X afferma. Ma allora, perché la Fraternità Sacerdotale San Pio X agisce come se l'avesse ricevuta dal Papa, mentre il Papa non solo non gliel'ha data, ma gliel'ha espressamente rifiutata? Lo stato di necessità non può dare alcuna giurisdizione: è di fede che la giurisdizione provenga solo dal Papa. Quali fonti magisteriali o della Tradizione può esibire la Fraternità Sacerdotale San Pio X per affermare che lo stato di necessità, per se stesso, conferisce la giurisdizione?<br />Dunque, perché mons. Lefebvre ha istituito - e la Fraternità Sacerdotale San Pio X continua ad avere - un Tribunale Canonico che usurpa i diritti di chi invece ha giurisdizione? Perché, a quanti si rivolgono a questi tribunali per ricevere una sentenza sulla validità del proprio matrimonio o sulla dispensa dai voti, si fa firmare una dichiarazione nella quale si promette «di non rivolgermi ad un tribunale ecclesiastico ufficiale per fargli esaminare o giudicare il mio caso», il tutto giurando con la mano sul Vangelo? Perché la Fraternità solleva i fedeli dal precetto domenicale che impone l'assistenza alla Messa, qualora questi non possano ricorrere a delle Messe nel rito antico? Perché impedisce ai propri sacerdoti ogni tipo di partecipazione attiva, inclusa quella di assistere in coro con la cotta, alle Messe con il rito riformato ed anche alle Messe in rito antico celebrate dai sacerdoti ex-Ecclesia Dei? Perché non ammette il culto pubblico dei santi canonizzati dai papi post-conciliari, per la ragione che tutto quello che viene dopo il Concilio è dubbio? Perché non accetta il Codice di Diritto canonico, rifiuta la Professio Fidei, e insegna essere dubbio tutto il Magistero dopo il Vaticano II? La lista, purtroppo, potrebbe continuare. Se ci sono cose che la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha nel frattempo corretto, ne saremmo sinceramente contenti. Ma sarebbe bene dirlo pubblicamente, soprattutto di fronte ai propri fedeli.<br />UN ATTO SCISMATICO: IL RIFIUTO DELLA SOTTOMISSIONE AL PAPA<br />Un'altra obiezione riguarderebbe il fatto che la Fraternità Sacerdotale San Pio X non sarebbe in scisma, perché mons. Lefebvre non aveva l'intenzione di compiere un atto scismatico. Qui c'è una confusione piuttosto evidente tra il finis operis ed il finis operantis. Lo scisma - lo si è già visto - è essenzialmente «il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti» (CIC, can. 751). Non in teoria, ma nella pratica. L'autore classico di riferimento è il Cajetanus, che trova la specificità dello scisma nel voler agire non come una parte, regolata dall'autorità, ma come un corpo autonomo, indipendente. Per distinguere lo scisma dalla disobbedienza, egli spiegava che il rifiuto di obbedire non riguarda l'ordine che viene dato (e che dunque si presume sbagliato), ma il fatto di non riconoscere il Papa come superiore, anche se lo si crede tale (non recognoscens eum ut superiorem, quamvis hoc credat).]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56779822</guid><pubDate>Tue, 12 Sep 2023 21:37:18 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56779822/il_rifiuto_dei_lefebvriani_di_sottomettersi_al_papa_un_atto_scismatico.mp3" length="14293011" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7530

IL RIFIUTO DEI LEFEBVRIANI DI SOTTOMETTERSI AL PAPA E' UN ATTO SCISMATICO di Luisella Scrosati
Ad emergere in modo preoccupante nelle repliche, spesso scomposte, al dossier della...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7530" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7530</a><br /><br />IL RIFIUTO DEI LEFEBVRIANI DI SOTTOMETTERSI AL PAPA E' UN ATTO SCISMATICO di Luisella Scrosati<br />Ad emergere in modo preoccupante nelle repliche, spesso scomposte, al dossier della Bussola sulla Fraternità Sacerdotale San Pio X è l'insufficiente comprensione della natura della Chiesa e dell'appartenenza al Corpo mistico di Cristo. Pio XII nell'enciclica Mystici Corporis insegnava che la natura giuridica della Chiesa è l'espressione della dimensione visibile della Chiesa. Ed è nell'unione della dimensione visibile ed invisibile che la Chiesa «presenta una perfettissima immagine di Cristo», il quale "nascondeva" la sua divinità invisibile nell'umanità visibile: Dio agiva mediante la carne assunta. Qui si radica la sacramentalità della Chiesa, così come la sua azione sacramentale. Ora, sottolinea ancora Pio XII, è proprio «in virtù di quella missione giuridica per la quale il divin Redentore mandò nel mondo gli Apostoli come egli stesso era stato mandato dal Padre», che Cristo continua ad agire tramite la Chiesa.<br />Chi ci accusa di essere formalisti, legalisti, non comprende il senso della struttura giuridica della Chiesa. Ed è in ragione di questa dimensione essenziale che mai la Chiesa ha approvato l'esercizio del ministero clericale "slegato" dalla sua struttura giuridica. La posta in gioco non è semplicemente canonica, ma di fede. Ed è bene ricordare che le norme canoniche scaturiscono non solo dalla giustizia, ma spesso e volentieri dai dogmi della fede. Così come è da tenere presente che la costante disciplina canonica è sempre stata considerata come un locus theologicus, ossia un elemento della sacra Tradizione. Pensiamo, tra le tante attestazioni di questa verità, al fatto che Giovanni Paolo II si riferì proprio alla costante pratica della Chiesa per sostenere l'impossibilità di ordinare delle donne. La logica secondo cui, siccome l'elezione dei vescovi è questione disciplinare, allora non riguarda la fede, è decisamente sbagliata; e, ironia della sorte, si pone nella stessa linea del presente pontificato che ha sganciato completamente tra loro prassi e dottrina.<br />CONSACRATO CONTRO LA VOLONTÀ DEL PAPA<br />L'istituzione di un vescovo è prerogativa del Papa: non si è vescovi cattolici semplicemente con la consacrazione (come non si è sacerdoti cattolici solo con l'ordinazione). E nemmeno semplicemente con la dottrina. Qualcuno ha questionato sul fatto che l'obbligatorietà della nomina dei vescovi da parte del Papa sia contraddetta dalla storia. Abbiamo già avuto modo di distinguere la modalità di elezione dalla nomina; e parimenti nessuno intende sostenere che debba essere il Papa in persona a consacrare. Nemmeno è richiesto che questa designazione del vescovo provenga esplicitamente dal Papa, ma è assolutamente chiaro che nessuno può consacrare un vescovo contro la volontà del Papa e nessuno può essere considerato un vescovo cattolico se il Capo del Collegio episcopale non lo accoglie nel Collegio. Questo è un aspetto chiave del primato del Papa, da cui deriva anche la sua potestà di deporre un vescovo, ovunque si trovi. Un pontefice può certamente abusare di questo suo potere, ma, come si suol dire, l'abuso non toglie l'uso.<br />È proprio perché si va contro la legge divina e non quella semplicemente umana, che il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, nella Nota sulla scomunica per scisma in cui incorrono gli aderenti al movimento del Vescovo Marcel Lefebvre, chiariva che «non si dà mai una necessità di ordinare Vescovi contro la volontà del Romano Pontefice, Capo del Collegio dei Vescovi. Ciò infatti significherebbe la possibilità di "servire" la Chiesa mediante un attentato contro la sua unità in materia connessa con i fondamenti stessi di questa unità». Mai. Sostenere il contrario significherebbe pensare che...]]></itunes:summary><itunes:duration>894</itunes:duration><itunes:keywords>attoscismatico,fsspx,lefebvce,precettodomenicale,sottomissionealpapa</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/9a2c784236293ae399bafff17bed8ce4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il ministero dei sacerdoti lefebvriani è illegittimo</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-ministero-dei-sacerdoti-lefebvriani-e-illegittimo--56703401</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7528" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7528</a><br /><br />IL MINISTERO DEI SACERDOTI LEFEBVRIANI E' ILLEGITTIMO di Luisella Scrosati<br />Un primo chiarimento all'articolo "Delusi da Roma, ma seguire i lefebvriani non è la soluzione" è d'obbligo. Allorché si afferma la prerogativa esclusiva del Papa di nominare un vescovo, non si intende che spetti direttamente al Papa eleggere un vescovo. La modalità elettiva ha conosciuto e conosce concretizzazioni diverse: elezione del candidato da parte di un Sinodo (per le chiese orientali), del Capitolo cattedrale, presentazione di una terna da parte di una Conferenza episcopale, etc.<br />Quello che rimane sempre fermo e non derogabile è il diritto del Papa di nominarlo e concedere il mandatum apostolicum, senza il quale la consacrazione, pur essendo valida, risulta illegittima. Nessun vescovo può essere consacrato contro la volontà del Papa, né può esercitare il suo ministero se il Papa non ne accetta la consacrazione, unendolo in tal modo al Collegio dei vescovi. Ora, nel caso di mons. Lefebvre, Giovanni Paolo II aveva esplicitamente rifiutato di conferire il mandatum ‒ e spiace davvero che, all'inizio del rito consacratorio, l'allora Superiore della FSSPX, l'abbé Franz Schmidberger, avesse invece confermato di avere il mandatum apostolicum. Inoltre, una volta avvenute le consacrazioni, lo stesso Papa non ha accolto questi vescovi nel Collegio.<br />Nemmeno si può invocare l'analogia con i vescovi ausiliari: i quattro vescovi consacrati nel 1988 non sono ausiliari, in quanto mons. Lefebvre non era un Ordinario; né la FSSPX aveva alcun diritto di incardinare i propri membri sacerdoti (ordinati illecitamente). E se pure li si considerasse arbitrariamente tali, si deve ricordare che anche i vescovi ausiliari devono essere nominati (non eletti!) dal Papa, necessitano del mandatum apostolicum e devono essere confermati dalla Sede apostolica.<br />Si è visto come la revoca delle scomuniche da parte di Benedetto XVI non abbia comportato alcun cambiamento quanto alla situazione scismatica. Ma, scisma o non scisma, un altro punto fondamentale da comprendere è che i sacerdoti della FSSPX esercitano un ministero illegittimo.<br />Proprio quel Papa che aveva deciso di rimettere la più grave sanzione canonica ai quattro vescovi consacrati da mons. Lefebvre, aveva anche spiegato che «finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri - anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica - non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa».<br />Si tratta di una mera questione disciplinare? Di una semplice "irregolarità canonica"?<br />LA STRUTTURA GIURIDICA DELLA CHIESA<br />La Chiesa cattolica insegna che per esercitare legittimamente il proprio ministero, il clero dev'essere parte della struttura giuridica della Chiesa; non è sufficiente un'ordinazione valida, ma è necessario ricevere una missione giuridica, da parte del Papa per i vescovi, e da parte dell'Ordinario per i sacerdoti e i diaconi (incardinazione). Per evitare fraintendimenti, sottolineiamo subito che non si tratta di semplici questioni di diritto ecclesiastico: alla base c'è la dottrina sulla Chiesa, un'ecclesiologia, che si distingue nettamente da quella protestante, proprio perché afferma la necessità di essere parte della Chiesa cattolica visibile, mediante il triplice vincolo della vera fede, dei veri sacramenti e della sottomissione alle legittime autorità. L'appartenenza alla struttura giuridica della Chiesa è requisito necessario e per il clero si traduce nel fatto di ricevere una missione canonica da parte delle legittime autorità.<br />Di nuovo, non è una questione puramente "formale", se con questo termine si intende qualcosa di non essenziale; è il Concilio di Trento, nei canoni sul sacramento dell'Ordine, a colpire con l'anatema quanti affermano che «quelli che, senza essere stati regolarmente ordinati o inviati (rite ordinati nec missi sunt) dall'autorità ecclesiastica e canonica, ma provenendo da altri, sono legittimi ministri della parola e dei sacramenti» (Denz. 1777). Dunque è questione di fede e non di semplice disciplina; o, meglio, di quella disciplina che nasce dalla retta fede.<br />Pio XII, nella Mystici Corporis, spiegava il senso profondo della dimensione giuridica della Chiesa. Parlando del «modo con cui Gesù Cristo vuole che l'abbondanza dei suoi doni dalla propria divina pienezza affluisca nella Chiesa», sottolineava che la Chiesa dev'essere intesa «secondo tutto il suo modo di vivere, quello visibile e quello invisibile». Questa visibilità della Chiesa si connette con la sua struttura giuridica, da cui deriva la missione giuridica. Per questo, Pio XII poté affermare che è «in virtù di quella missione giuridica per la quale il divin Redentore mandò nel mondo gli Apostoli come egli stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Gv 17, 18; 20, 21)», che nella vita della Chiesa è Cristo stesso «che battezza, insegna, governa, assolve, lega, offre, sacrifica, per mezzo della Chiesa».<br />Come si può notare, l'elemento giuridico è tutt'altro che secondario e discutibile: esso appartiene alla costituzione stessa della Chiesa, così come Cristo l'ha voluta, e connette la gerarchia con la missione che Egli ha ricevuto dal Padre: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). I successori degli Apostoli devono, come gli Apostoli stessi, ricevere questa missione da Cristo, a cui «è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Mt 28, 18). Senza quell'«andate dunque e ammaestrate...» (Mt 28, 19), ricevuto da Cristo per mezzo del suo Vicario in terra, nessuno può esercitare alcun legittimo ministero. Nella Chiesa cattolica si può trasmettere solo se prima si ha ricevuto; un vescovo non può "mandare" i suoi sacerdoti se a sua volta non è stato "mandato" dal Papa, né tanto meno un vescovo o un sacerdote possono inviare se stessi.<br />NEL CUORE DELLA CHIESA<br />Si comprende che qui siamo nel cuore della Chiesa, nel cuore della sua unità: la sua natura giuridica e la missione giuridica sono strettamente collegate e sono inseparabili. Se si colpisce la seconda, se la si ignora, se la si disattende inevitabilmente si colpisce la natura stessa della Chiesa, perché la Chiesa di Cristo è la Chiesa cattolica visibile, e riconoscibile proprio grazie agli elementi visibili che scaturiscono dalla natura giuridica.<br />Ora, la FSSPX, dalla sua soppressione nel 1975, non ha alcuna realtà giuridica nella Chiesa cattolica. I suoi sacerdoti non sono incardinati e i suoi vescovi non hanno alcuna missione canonica. È per questa ragione che il loro ministero rimane illegittimo. Nella visione cattolica, non basta che i sacramenti siano validi: devono essere anche legittimamente amministrati.<br />Qualcuno potrà sollevare l'obiezione che queste siano tutte considerazioni ormai inutili, dal momento che papa Francesco ha concesso loro la giurisdizione per il sacramento della Penitenza e l'autorizzazione agli Ordinari «perché possano concedere anche licenze per la celebrazione di matrimoni dei fedeli che seguono l'attività pastorale della Fraternità» (la delega è concessa ad un sacerdote della diocesi e, solo dove ciò non sia possibile, direttamente ad sacerdote della FSSPX).<br />Iniziamo con la cosa più evidente: se il Papa ha concesso queste autorizzazioni «in modo da assicurare la validità e la liceità del sacramento da loro amministrato e non lasciare nell'inquietudine le persone», lo ha fatto perché senza queste autorizzazioni i due sacramenti non sono validi. Con questo atto, il Papa non ha riconosciuto la validità di quei sacramenti fino ad allora amministrati, ma li ha resi validi; anteriormente al 27 marzo 2017, non lo erano. Purtroppo. La FSSPX, di nuovo, ha usurpato un diritto che appartiene solo al Papa e all'Ordinario, "prendendosi" la giurisdizione per le confessioni e le deleghe per assistere ai matrimoni, giurisdizione che nessuna legittima autorità ha dato loro.<br />In secondo luogo, facciamo notare che ritenere che la discutibile decisione di papa Francesco significhi che la FSSPX non sia più in scisma o che i suoi sacerdoti possano esercitare legittimamente il loro ministero (e dunque che i fedeli vi possano ricorrere) è del tutto errato. Che si condivida o meno la decisione del Papa, la Chiesa può dare facoltà per singoli sacramenti anche a sacerdoti scismatici in situazioni particolari, per il bene delle anime. Questo è evidente nel can. 844 §2, dove si riconosce la validità del sacramento della Penitenza da parte dei ministri delle chiese orientali non in comunione con la Chiesa cattolica. Il che significa che il Papa ha concesso a questi sacerdoti giurisdizione per questo sacramento, che altrimenti sarebbe invalido (ricordo che la Penitenza e il Matrimonio sono gli unici due sacramenti che per essere validi, devono anche essere legittimamente amministrati).]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56703401</guid><pubDate>Wed, 06 Sep 2023 11:50:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56703401/il_ministero_dei_sacerdoti_lefebvriani_illegittimo.mp3" length="23701714" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7528

IL MINISTERO DEI SACERDOTI LEFEBVRIANI E' ILLEGITTIMO di Luisella Scrosati
Un primo chiarimento all'articolo "Delusi da Roma, ma seguire i lefebvriani non è la soluzione" è...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7528" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7528</a><br /><br />IL MINISTERO DEI SACERDOTI LEFEBVRIANI E' ILLEGITTIMO di Luisella Scrosati<br />Un primo chiarimento all'articolo "Delusi da Roma, ma seguire i lefebvriani non è la soluzione" è d'obbligo. Allorché si afferma la prerogativa esclusiva del Papa di nominare un vescovo, non si intende che spetti direttamente al Papa eleggere un vescovo. La modalità elettiva ha conosciuto e conosce concretizzazioni diverse: elezione del candidato da parte di un Sinodo (per le chiese orientali), del Capitolo cattedrale, presentazione di una terna da parte di una Conferenza episcopale, etc.<br />Quello che rimane sempre fermo e non derogabile è il diritto del Papa di nominarlo e concedere il mandatum apostolicum, senza il quale la consacrazione, pur essendo valida, risulta illegittima. Nessun vescovo può essere consacrato contro la volontà del Papa, né può esercitare il suo ministero se il Papa non ne accetta la consacrazione, unendolo in tal modo al Collegio dei vescovi. Ora, nel caso di mons. Lefebvre, Giovanni Paolo II aveva esplicitamente rifiutato di conferire il mandatum ‒ e spiace davvero che, all'inizio del rito consacratorio, l'allora Superiore della FSSPX, l'abbé Franz Schmidberger, avesse invece confermato di avere il mandatum apostolicum. Inoltre, una volta avvenute le consacrazioni, lo stesso Papa non ha accolto questi vescovi nel Collegio.<br />Nemmeno si può invocare l'analogia con i vescovi ausiliari: i quattro vescovi consacrati nel 1988 non sono ausiliari, in quanto mons. Lefebvre non era un Ordinario; né la FSSPX aveva alcun diritto di incardinare i propri membri sacerdoti (ordinati illecitamente). E se pure li si considerasse arbitrariamente tali, si deve ricordare che anche i vescovi ausiliari devono essere nominati (non eletti!) dal Papa, necessitano del mandatum apostolicum e devono essere confermati dalla Sede apostolica.<br />Si è visto come la revoca delle scomuniche da parte di Benedetto XVI non abbia comportato alcun cambiamento quanto alla situazione scismatica. Ma, scisma o non scisma, un altro punto fondamentale da comprendere è che i sacerdoti della FSSPX esercitano un ministero illegittimo.<br />Proprio quel Papa che aveva deciso di rimettere la più grave sanzione canonica ai quattro vescovi consacrati da mons. Lefebvre, aveva anche spiegato che «finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri - anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica - non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa».<br />Si tratta di una mera questione disciplinare? Di una semplice "irregolarità canonica"?<br />LA STRUTTURA GIURIDICA DELLA CHIESA<br />La Chiesa cattolica insegna che per esercitare legittimamente il proprio ministero, il clero dev'essere parte della struttura giuridica della Chiesa; non è sufficiente un'ordinazione valida, ma è necessario ricevere una missione giuridica, da parte del Papa per i vescovi, e da parte dell'Ordinario per i sacerdoti e i diaconi (incardinazione). Per evitare fraintendimenti, sottolineiamo subito che non si tratta di semplici questioni di diritto ecclesiastico: alla base c'è la dottrina sulla Chiesa, un'ecclesiologia, che si distingue nettamente da quella protestante, proprio perché afferma la necessità di essere parte della Chiesa cattolica visibile, mediante il triplice vincolo della vera fede, dei veri sacramenti e della sottomissione alle legittime autorità. L'appartenenza alla struttura giuridica della Chiesa è requisito necessario e per il clero si traduce nel fatto di ricevere una missione canonica da parte delle legittime autorità.<br />Di nuovo, non è una questione puramente "formale", se con questo termine si intende qualcosa di non essenziale; è il Concilio di Trento, nei canoni sul...]]></itunes:summary><itunes:duration>1482</itunes:duration><itunes:keywords>argomentazione,benedettoxvi,fsspx,lefebvriani,scisma,ultimatum</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/bcfd8287bee68ec3efe1ac46329951a8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Cattolici delusi? I lefebvriani non sono la soluzione</title><link>https://www.spreaker.com/episode/cattolici-delusi-i-lefebvriani-non-sono-la-soluzione--56626332</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7517" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7517</a><br /><br />CATTOLICI DELUSI? I LEFEBVRIANI NON SONO LA SOLUZIONE di Luisella Scrosati<br />La grave e prolungata crisi che stiamo vivendo nella Chiesa cattolica, venuta chiaramente alla luce durante gli anni del pontificato in corso, ha portato molti fedeli a cercare lidi considerati più sicuri. Gli anni della pandemia hanno ulteriormente esasperato la situazione, soprattutto dal punto di vista liturgico: obbligo di mascherine, nastri da carpentiere nella navata della chiesa, imposizione della Comunione sulla mano, gel, guanti e cotton fioc, ed altre trovate fantasiose dei preti che facevano a gara a realizzare la parrocchia più asettica del pianeta hanno portato molti all'esasperazione.<br />Come naufraghi alla ricerca della terra ferma, molti fedeli hanno comprensibilmente iniziato a frequentare cappelle nelle quali vi fosse non solo almeno la parvenza della normalità, ma anche una liturgia celebrata in modo decoroso e solenne. Le cappelle della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) hanno senza dubbio costituito quest'oasi per molti. E di questo bisogna rendere merito ai loro sacerdoti.<br />Tuttavia, molti non conoscono la situazione della FSSPX o perché non si sono affatto posti il problema, oppure perché, pur avendo sentito di qualche "irregolarità", sono stati rassicurati che sarebbero in tutto e per tutto cattolici dai fedeli di lunga data di queste cappelle e dai loro sacerdoti. La confusione è stata ulteriormente alimentata anche da alcune esternazioni di stimati vescovi e prelati che hanno cercato di sminuire la gravità della situazione della Fraternità, descrivendola come una semplice irregolarità canonica. La situazione che si è creata, insieme alle richieste di alcuni lettori, richiedono di dedicare una serie di articoli sulla dolorosa questione legata alla FSSPX.<br />Perché la verità è purtroppo molto differente da come viene presentata. La Fraternità, fondata da Mons. Marcel Lefebvre (1905-1991), arcivescovo emerito di Tulle, fu eretta canonicamente come Pia Unione, ossia un'associazione pubblica di fedeli, a Friburgo il 1°novembre 1970, da Mons. François Charrière (1893-1976), vescovo di Losanna-Ginevra-Friburgo per un periodo di prova di sei anni. Questa configurazione canonica comporta che la Fraternità non poteva incardinare sacerdoti e dipendeva dall'autorità di Mons. Charrière. Il 21 novembre 1974, dopo una visita apostolica ordinata da Paolo VI, durante la quale i due visitatori avrebbero più volte pronunciato affermazioni errate o eretiche, Mons. Lefebvre pubblicò la famosa Dichiarazione nella quale rifiutava «la Roma di tendenza neo-modernista e neo-protestante che si è manifestata chiaramente nel Concilio Vaticano II e dopo il Concilio, in tutte le riforme che ne sono scaturite» ed affermava il «rifiuto categorico di accettazione della riforma» liturgica.<br />NEL 1976 MONS. LEFEBVRE VENNE SOSPESO A DIVINIS<br />Il 6 maggio 1975, il successore di Mons. Charrière, il vescovo Pierre Mamie (1920-2008) sopprimeva la FSSPX, con approvazione di Paolo VI. Il 23 luglio 1976 Mons. Lefebvre venne sospeso a divinis per aver ordinato dei sacerdoti senza le legittime lettere dimissorie; per i restanti anni della sua vita, Lefebvre continuava ad esercitare il suo ministero, incluse le ordinazioni sacerdotali, senza tener conto della sospensione che gli proibiva di esercitare ogni atto derivante dal potere d'ordine.<br />Il 30 giugno 1988 la decisione più grave: l'ordinazione di quattro vescovi contro l'espresso divieto di papa Giovanni Paolo II, che costò a loro e al vescovo consacrante la scomunica latæ sententiæ riservata alla Sede Apostolica, a norma del can. 1387. È importante sottolineare alcuni dettagli. Anzitutto, la Santa Sede, mediante la mediazione del Cardinale Joseph Ratzinger, aveva proposto a Mons. Lefebvre la possibilità di avere un vescovo per la FSSPX, scelto tra i sacerdoti della medesima, che sarebbe stato ordinato verso la metà del mese di agosto del 1988; Lefebvre dapprima accettò, ma il giorno dopo revocò il consenso al protocollo d'intesa. Seconda sottolineatura: le ordinazioni episcopali non vennero compiute semplicemente senza il mandato pontificio, ma contro la volontà del Papa, che aveva proibito in modo formale a Mons. Lefebvre di procedere con le ordinazioni, mediante un monitum inviato loro dal Cardinale Prefetto della Congregazione per i Vescovi il 17 giugno 1988. Infine, la scomunica prevista "è scattata" di per sé: non è dunque propriamente una sanzione inflitta dal Papa, ma una sanzione che Mons. Lefebvre e i quattro vescovi da lui ordinati si sono in qualche modo auto-inflitti.<br />Nel Motu Proprio Ecclesia Dei Adflicta, Giovanni Paolo II, spiegava che questo atto era stato «una disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima e di capitale importanza per l'unità della Chiesa»; una disobbedienza «che porta con sé un rifiuto pratico del Primato romano» e pertanto «costituisce un atto scismatico». Il Papa rivolgeva poi un appello a «rimanere uniti al Vicario di Cristo nell'unità della Chiesa Cattolica», e a «non continuare a sostenere in alcun modo quel movimento. Nessuno deve ignorare che l'adesione formale allo scisma costituisce una grave offesa a Dio e comporta la scomunica stabilita dal diritto della Chiesa», a norma del can. 1364.<br />UN ATTO SCISMATICO<br />La FSSPX, dal canto suo, si è sempre difesa dall'accusa di scisma, ricorrendo ad una distinzione: Mons. Lefebvre non avrebbe compiuto un atto scismatico, in quanto non ha voluto trasmettere alcun potere di giurisdizione, ma solo il potere dell'ordine episcopale. In questo modo, non avrebbe usurpato quel potere che appartiene solo al Papa (giurisdizione), ma avrebbe comunicato il potere d'ordine che appartiene ad ogni vescovo e non solo al Papa. Quest'ultimo viene trasmesso con il rito delle sacre ordinazioni, mentre la giurisdizione mediante l'ingiunzione del Sommo Pontefice. Sulla base di questa distinzione, le consacrazioni episcopali conferite da Mons. Lefebvre non sarebbero state un atto scismatico - in quanto lo scisma si verificherebbe laddove si intenda trasmettere quello che solo il Papa può dare -, ma semmai un atto di disobbedienza, reso però necessario dallo stato di necessità provocato dalla crisi della Chiesa.<br />L'argomento non regge. Prerogativa del primato di Pietro non è semplicemente trasmettere la giurisdizione, ma decidere chi può essere ammesso nel Collegio dei Vescovi e chi no; in sostanza, il primato di Pietro include anche il diritto esclusivo di nomina del vescovo (che può concretamente realizzarsi in differenti modalità). Nell'esortazione Ad Apostolorum principis (29 giugno 1958), Pio XII ricordava che «i sacri canoni chiaramente ed esplicitamente sanciscono che spetta unicamente alla sede apostolica giudicare circa l'idoneità di un ecclesiastico per la dignità e la missione episcopale e che spetta al romano pontefice nominare liberamente i vescovi (...) ne consegue che vescovi non nominati né confermati dalla Santa Sede, e anzi scelti e consacrati contro le esplicite disposizioni di essa, non possono godere di alcun potere né di magistero né di giurisdizione (...) e gli atti di potestà di ordine, posti da tali ecclesiastici, anche se validi ... sono gravemente illeciti, cioè peccaminosi e sacrileghi».<br />Pio XII confermava che «nessuna persona o assemblea, sia di sacerdoti sia di laici, può arrogarsi il diritto di nominare vescovi; nessuno può conferire legittimamente la consacrazione episcopale se prima non sia certa l'esistenza dell'apposito mandato apostolico»; e sottolineava un principio fondamentale, di grande importanza per la questione che ci interessa: «Non si provvede ai bisogni spirituali dei fedeli con la violazione delle leggi della Chiesa».<br />Queste «leggi della Chiesa» non devono essere intese come mero diritto ecclesiastico, ma espressione di un diritto divino conferito a Pietro e ai suoi legittimi successori. Lo spiegava chiaramente Pio IX, nella sua condanna della chiesa armena: «Abbiamo ritenuto che non si dovesse tacere sul Nostro diritto di fare qualche elezione anche fuori della terna proposta, (...) poiché i diritti e i privilegi che le sono stati conferiti dallo stesso Cristo Dio possono essere sì contestati, ma non possono essere aboliti; e non è in potere di alcun uomo rinunciare ad un diritto divino, quando talvolta, per volontà di Dio, fosse costretto ad esercitarlo» (Enciclica Quartus supra, § 32).<br />Dunque, la nomina dei vescovi è a tutti gli effetti di un diritto divino conferito al Papa «dallo stesso Cristo Dio». Ora, le consacrazioni effettuate da Lefebvre sono state un atto scismatico a tutti gli effetti, in quanto hanno usurpato un potere che appartiene solo al Papa per diritto divino, ossia quello di nominare i vescovi, e non semplicemente quello di conferire loro la giurisdizione. La distinzione portata avanti dalla FSSPX risulta di fatto non pertinente ed errata.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56626332</guid><pubDate>Tue, 29 Aug 2023 20:51:35 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56626332/cattolici_delusi_i_lefebvriani_non_sono_la_soluzione.mp3" length="20398142" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7517

CATTOLICI DELUSI? I LEFEBVRIANI NON SONO LA SOLUZIONE di Luisella Scrosati
La grave e prolungata crisi che stiamo vivendo nella Chiesa cattolica, venuta chiaramente alla luce...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7517" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7517</a><br /><br />CATTOLICI DELUSI? I LEFEBVRIANI NON SONO LA SOLUZIONE di Luisella Scrosati<br />La grave e prolungata crisi che stiamo vivendo nella Chiesa cattolica, venuta chiaramente alla luce durante gli anni del pontificato in corso, ha portato molti fedeli a cercare lidi considerati più sicuri. Gli anni della pandemia hanno ulteriormente esasperato la situazione, soprattutto dal punto di vista liturgico: obbligo di mascherine, nastri da carpentiere nella navata della chiesa, imposizione della Comunione sulla mano, gel, guanti e cotton fioc, ed altre trovate fantasiose dei preti che facevano a gara a realizzare la parrocchia più asettica del pianeta hanno portato molti all'esasperazione.<br />Come naufraghi alla ricerca della terra ferma, molti fedeli hanno comprensibilmente iniziato a frequentare cappelle nelle quali vi fosse non solo almeno la parvenza della normalità, ma anche una liturgia celebrata in modo decoroso e solenne. Le cappelle della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) hanno senza dubbio costituito quest'oasi per molti. E di questo bisogna rendere merito ai loro sacerdoti.<br />Tuttavia, molti non conoscono la situazione della FSSPX o perché non si sono affatto posti il problema, oppure perché, pur avendo sentito di qualche "irregolarità", sono stati rassicurati che sarebbero in tutto e per tutto cattolici dai fedeli di lunga data di queste cappelle e dai loro sacerdoti. La confusione è stata ulteriormente alimentata anche da alcune esternazioni di stimati vescovi e prelati che hanno cercato di sminuire la gravità della situazione della Fraternità, descrivendola come una semplice irregolarità canonica. La situazione che si è creata, insieme alle richieste di alcuni lettori, richiedono di dedicare una serie di articoli sulla dolorosa questione legata alla FSSPX.<br />Perché la verità è purtroppo molto differente da come viene presentata. La Fraternità, fondata da Mons. Marcel Lefebvre (1905-1991), arcivescovo emerito di Tulle, fu eretta canonicamente come Pia Unione, ossia un'associazione pubblica di fedeli, a Friburgo il 1°novembre 1970, da Mons. François Charrière (1893-1976), vescovo di Losanna-Ginevra-Friburgo per un periodo di prova di sei anni. Questa configurazione canonica comporta che la Fraternità non poteva incardinare sacerdoti e dipendeva dall'autorità di Mons. Charrière. Il 21 novembre 1974, dopo una visita apostolica ordinata da Paolo VI, durante la quale i due visitatori avrebbero più volte pronunciato affermazioni errate o eretiche, Mons. Lefebvre pubblicò la famosa Dichiarazione nella quale rifiutava «la Roma di tendenza neo-modernista e neo-protestante che si è manifestata chiaramente nel Concilio Vaticano II e dopo il Concilio, in tutte le riforme che ne sono scaturite» ed affermava il «rifiuto categorico di accettazione della riforma» liturgica.<br />NEL 1976 MONS. LEFEBVRE VENNE SOSPESO A DIVINIS<br />Il 6 maggio 1975, il successore di Mons. Charrière, il vescovo Pierre Mamie (1920-2008) sopprimeva la FSSPX, con approvazione di Paolo VI. Il 23 luglio 1976 Mons. Lefebvre venne sospeso a divinis per aver ordinato dei sacerdoti senza le legittime lettere dimissorie; per i restanti anni della sua vita, Lefebvre continuava ad esercitare il suo ministero, incluse le ordinazioni sacerdotali, senza tener conto della sospensione che gli proibiva di esercitare ogni atto derivante dal potere d'ordine.<br />Il 30 giugno 1988 la decisione più grave: l'ordinazione di quattro vescovi contro l'espresso divieto di papa Giovanni Paolo II, che costò a loro e al vescovo consacrante la scomunica latæ sententiæ riservata alla Sede Apostolica, a norma del can. 1387. È importante sottolineare alcuni dettagli. Anzitutto, la Santa Sede, mediante la mediazione del Cardinale Joseph Ratzinger, aveva proposto a Mons. Lefebvre la...]]></itunes:summary><itunes:duration>1275</itunes:duration><itunes:keywords>fsspx,lefebvre,ratzinger,scisma,scomunica,tradizione</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/79b4e2e4ea06b97be5863484926bfe02.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La madre delle tentazioni: la ricerca del piacere sessuale</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-madre-delle-tentazioni-la-ricerca-del-piacere-sessuale--56465797</link><description><![CDATA[VIDEO MUSICALE: Più del sesso ➜ <a href="http://www.youtube.com/watch?v=kn3-8jUUsoo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.youtube.com/watch?v=kn3-8jUUsoo</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7505" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7505</a><br /><br />LA MADRE DELLE TENTAZIONI: LA RICERCA DEL PIACERE SESSUALE di Luisella Scrosati<br />Sembra partita persa anche il solo parlarne. La ricerca del piacere sessuale, fai-da-te o in "compagnia" di altri, reale o virtuale, "classico" o con chissà quali artificiali inventati ormai dalla perversione dell'uomo è ormai una regola. La castità assoluta è ritenuta innaturale, il celibato una castrazione e la continenza periodica una specie di sadismo. Per non parlare dei "problemi di salute" che di certo emergeranno a chi non pratica la sessualità o almeno la masturbazione. Niente di sorprendente: in un mondo di matti i pochi che cercano la salute appaiono patologici.<br />L'USO DELLA SESSUALITÀ AL DI FUORI DEL MATRIMONIO<br />Eppure, l'insegnamento dei Padri non lascia spazio a equivoci: quando l'uomo vive la propria sessualità in vista del solo piacere è malato. E la malattia si chiama porneìa, o lussuria. Perché il piacere sessuale è ordinato alla procreazione e all'unione dei coniugi, non al godimento di chi lo prova. Per questa ragione l'uso della sessualità al di fuori del matrimonio costituisce sempre un disordine grave. Il matrimonio, tuttavia, non dev'essere inteso come via libera per questa passione: la lussuria è sempre distruttiva dell'uomo, perché non considera più il prossimo come persona, come immagine di Dio, bensì come oggetto per procurarsi piacere; e parimenti non tratta più il proprio corpo come tempio dello Spirito Santo (cfr. 1 Cor 6,19) e casa di preghiera (cfr. Mc 11,17), ma ne fa un spelonca di ladri e luogo di meretrico idolatrico.<br />San Paolo non dava spazio a fraintendimenti, chiamando "volontà di Dio" l'astenersi dall'impudicizia ed esortando a "mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, e non come oggetto di passione e libidine, come i pagani che non conoscono Dio." Conoscendo la capacità dell'uomo di raccontare storie a se stesso e al proprio fratello, l'apostolo aggiungeva: "che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice su tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato. Dio non ci ha chiamati all'impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito" (1 Ts 4,3-8).<br />UNA MALATTIA DELL'ANIMA<br />Anche la lussuria, pur esprimendosi prevalentemente nel corpo, ma è una malattia dell'anima; tant'è vero che possiamo peccare anche con i soli pensieri. San Giovanni Crisostomo, infatti considera la lussuria come una "oftalmia (...) non degli occhi del corpo, ma degli occhi dell'anima" (Omelie sulla penitenza VI,2). Come tutte le passioni, anche la lussuria nasce piccola come un pensiero, che poi alimenta un desiderio, il quale a sua volta suscita una pulsione fisica, più o meno forte. San Gregorio di Nissa riconosceva che la lussuria è la passione che esercita la forza maggiore: "tra le numerose passioni che assediano il cuore umano, non ve n'è alcuna che abbia contro di noi una forza paragonabile a quella della frenesia della voluttà" (vita di Mosè, II, 301). Quanto più l'uomo si lascia trascinare da questa pulsione, tanto più il suo spirito ne risulterà ottenebrato, intorpidito e appesantito.<br />Com'è possibile che una una passione così grossolana, così umiliante la natura spirituale dell'uomo sia in realtà la più diffusa? San Giovanni Climaco spiega la tecnica raffinata del "nemico disumano che presiede al vizio della fornicazione", il quale, una volta che è accesa in noi la passione, tranquillizza le coscienze suggerendo che "Dio è amico dell'uomo e che è pronto a perdonare questa passione poiché essa è legata alla nostra natura" (La Scala XV, 31). Salvo poi farci sprofondare nella disperazione una volta commesso il peccato. Già: Dio è misericordioso e non può pretendere comportamenti così "innaturali", non può chiedere cose impossibili, non può essere fissato su una cosa in fondo così innocente, mentre ci sono altri peccati ben più gravi. Dice il demone della lussuria.<br />Nota di BastaBugie: il gruppo "The Sun" ha composto la canzone "Più del sesso" che ben esprime, con linguaggio giovanile, l'attrazione per la sessualità, ma al contempo la pericolosità di considerarla un gioco o un semplice soddisfacimento di istinti. La canzone infatti conclude significativamente con: "L'eccitazione fine a se stessa conquista ma non ti sazia".<br />Interessante inoltre il riconoscimento della diversità uomo-donna anche nel modo in cui viene vissuta la sessualità. Si lascia intuire questa differenza al termine della canzone: "sento che lei ha un mondo diverso, il sogno di un bacio che poi è più del sesso".<br />Nel video di YouTube si può ascoltare la canzone rock di cui sotto è riportato il testo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56465797</guid><pubDate>Tue, 15 Aug 2023 21:23:24 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56465797/la_madre_delle_tentazioni_la_ricerca_del_piacere_sessuale.mp3" length="5015972" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO MUSICALE: Più del sesso ➜ http://www.youtube.com/watch?v=kn3-8jUUsoo

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7505

LA MADRE DELLE TENTAZIONI: LA RICERCA DEL PIACERE SESSUALE di Luisella Scrosati
Sembra partita persa...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO MUSICALE: Più del sesso ➜ <a href="http://www.youtube.com/watch?v=kn3-8jUUsoo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.youtube.com/watch?v=kn3-8jUUsoo</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7505" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7505</a><br /><br />LA MADRE DELLE TENTAZIONI: LA RICERCA DEL PIACERE SESSUALE di Luisella Scrosati<br />Sembra partita persa anche il solo parlarne. La ricerca del piacere sessuale, fai-da-te o in "compagnia" di altri, reale o virtuale, "classico" o con chissà quali artificiali inventati ormai dalla perversione dell'uomo è ormai una regola. La castità assoluta è ritenuta innaturale, il celibato una castrazione e la continenza periodica una specie di sadismo. Per non parlare dei "problemi di salute" che di certo emergeranno a chi non pratica la sessualità o almeno la masturbazione. Niente di sorprendente: in un mondo di matti i pochi che cercano la salute appaiono patologici.<br />L'USO DELLA SESSUALITÀ AL DI FUORI DEL MATRIMONIO<br />Eppure, l'insegnamento dei Padri non lascia spazio a equivoci: quando l'uomo vive la propria sessualità in vista del solo piacere è malato. E la malattia si chiama porneìa, o lussuria. Perché il piacere sessuale è ordinato alla procreazione e all'unione dei coniugi, non al godimento di chi lo prova. Per questa ragione l'uso della sessualità al di fuori del matrimonio costituisce sempre un disordine grave. Il matrimonio, tuttavia, non dev'essere inteso come via libera per questa passione: la lussuria è sempre distruttiva dell'uomo, perché non considera più il prossimo come persona, come immagine di Dio, bensì come oggetto per procurarsi piacere; e parimenti non tratta più il proprio corpo come tempio dello Spirito Santo (cfr. 1 Cor 6,19) e casa di preghiera (cfr. Mc 11,17), ma ne fa un spelonca di ladri e luogo di meretrico idolatrico.<br />San Paolo non dava spazio a fraintendimenti, chiamando "volontà di Dio" l'astenersi dall'impudicizia ed esortando a "mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, e non come oggetto di passione e libidine, come i pagani che non conoscono Dio." Conoscendo la capacità dell'uomo di raccontare storie a se stesso e al proprio fratello, l'apostolo aggiungeva: "che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice su tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato. Dio non ci ha chiamati all'impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito" (1 Ts 4,3-8).<br />UNA MALATTIA DELL'ANIMA<br />Anche la lussuria, pur esprimendosi prevalentemente nel corpo, ma è una malattia dell'anima; tant'è vero che possiamo peccare anche con i soli pensieri. San Giovanni Crisostomo, infatti considera la lussuria come una "oftalmia (...) non degli occhi del corpo, ma degli occhi dell'anima" (Omelie sulla penitenza VI,2). Come tutte le passioni, anche la lussuria nasce piccola come un pensiero, che poi alimenta un desiderio, il quale a sua volta suscita una pulsione fisica, più o meno forte. San Gregorio di Nissa riconosceva che la lussuria è la passione che esercita la forza maggiore: "tra le numerose passioni che assediano il cuore umano, non ve n'è alcuna che abbia contro di noi una forza paragonabile a quella della frenesia della voluttà" (vita di Mosè, II, 301). Quanto più l'uomo si lascia trascinare da questa pulsione, tanto più il suo spirito ne risulterà ottenebrato, intorpidito e appesantito.<br />Com'è possibile che una una passione così grossolana, così umiliante la natura spirituale dell'uomo sia in realtà la più diffusa? San Giovanni Climaco spiega la tecnica raffinata del "nemico disumano che presiede al vizio della fornicazione", il quale, una volta che è accesa in noi la passione, tranquillizza le coscienze suggerendo che "Dio è amico dell'uomo e che è pronto a perdonare questa...]]></itunes:summary><itunes:duration>314</itunes:duration><itunes:keywords>astenersi,disordine,lussuria,matrimonio,piaceresessuale,volontàdidio</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/2a5838064b6637576f41edf04f99a5a9.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il vizio più pericoloso: "non faccio nulla... di male"</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-vizio-piu-pericoloso-non-faccio-nulla-di-male--56360283</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7486" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7486</a><br /><br />IL VIZIO PIU' PERICOLOSO: ''NON FACCIO NULLA... DI MALE'' di Luisella Scrosati<br />È la passione più pericolosa, il demone più temuto dai monaci. È il Balrog che Gandalf avrebbe voluto evitare in ogni modo, ma che a un certo momento della vita dobbiamo affrontare: "Qualcosa giungeva alle loro spalle. Non si riusciva a distinguere cosa fosse: era come una grande ombra, nel mezzo della quale si trovava una forma scura di dimensioni umane, o anche più grossa; potere e terrore parevano sprigionarsi da essa e precederla (...) e la luce si offuscò, come se una nube vi si fosse posata sopra". Così Tolkien descrive ne la Compagnia dell'anello il flagello di Durin, il demone del mondo antico. Una descrizione che ben si adatta al demone dell'accidia. I padri lo chiamano anche "demone meridiano", perché aggredisce l'uomo nel mezzo della giornata e nel mezzo della vita. Meglio: quel demone che ci insidia a metà delle nostre giornate, ci studia per poi presentarsi in tutta la sua tenebra nel mezzo della vita. Non a caso l'incipit della Divina Commedia indica la selva oscura proprio "nel mezzo del cammin di nostra vita". Il demone meridiano, in effetti non è facilmente distinguibile e piomba sull'anima come una grande ombra in grado di ottenere qualsiasi luce. Esso ha a che fare con una depressione dell'anima, che fa avvertire noia, pigrizia, disgusto, scoraggiamento fino ad avvertire una sorte di torpore e pesantezza che trascina a terra anche il corpo. In questo languido abbattimento l'uomo inizia a vagare: vorrebbe essere altrove o in altro tempo, fare qualsiasi altra cosa da quella che dovrebbe compiere, essere con altre persone piuttosto che con quelle che ha al suo fianco, attaccar bottone con tutti e con qualsiasi preteso.<br />L'ACCIDIA È LA MADRE DELLO ZAPPING<br />La particolarità di questa passione è la sua evanescenza: non è qualcosa di preciso, che risiede in una facoltà dell' anima, perché in realtà le inattiva o intorpidisce tutte. Insomma, una brutta bestia, fatta di fuoco e ombra, che vuole trascinare nella propria instabilità coloro che tenta, impedendo loro di avere vita regolare, solida, ordinata.<br />Da sempre l'accidia è la madre dello "zapping", in tutte le forme; e di certo l'era digitale non ha fatto altro che darle ancora più opportunità, convincendoci che essere sempre connessi e informati sia assolutamente necessario.<br />I padri precisano che l'accidia colpisce soprattutto la vita di preghiera; san Giovanni Climaco ce ne dà una descrizione semplicemente realistica, dove è facile riconoscersi e sorridere un po' della propria "statura" spirituale "quando siamo in preghiera ci fa venire in mente qualche dovere urgente, e mette in moto ogni espediente per trascinarci via di là con buone ragioni (...). Appena giunge l'ora della preghiera, il corpo si sente di nuovo appesantito; e, mentre siamo in preghiera, ci immerge di nuovo nel sonno e con inopportuni sbadigli ci strappa di bocca i versetti (...). Aggiungeremo però ancora questo: che quando non è il momento della salmodia, l'accidia non si fa vedere; e quando l'ufficio è terminato, i nostri occhi si riaprono" (La Scala, XIII, 4, 5, 8).<br />Non dobbiamo ingannarci: l'accidia non ha solamente il volto della pigrizia e dell'indolenza; essa sa spingere anche a un'attività frenetica, incapace di fermarsi per vacare Deo, lasciare cioè il tempo libero per Dio, fare il vuoto affinché Dio lo possa riempire. Dietro la nostra continua agitazione, il nostro oberarci di impegni (spesso non così indispensabili), che noi amiamo considerare nobili forme di dovere per gli altri, o vivace interesse per la vita, si nasconde in lui il demone meridiano, il più opprimente di tutti. [...]<br />IL NOSTRO MONDO È GRAVEMENTE MALATO DI ACCIDIA<br />Ci facciamo aiutare dalla penetrante analisi di dom Jean - Charles Nault, abate di Saint - Wandrille. Nel suo libro il demonio meridiano, egli mostra come dietro i mali devastanti del nostro tempo ci sia proprio la firma di questa bestiaccia. Prendiamo, per esempio, il nichilismo dilagante, che va dalle sue teorizzazioni più sottili a una nausea esistenziale.<br />Secondo la sua rodata strategia, questo demone ci ha messo davanti tutto quello che volevamo, ci ha travolto in un mordi e fuggi continuo, facendoci spizzicare qua e là cibi stuzzicanti ed eccitanti. Questa frenesia, questa vita per l'orgasmo, presenta però il conto di una noia insanabile. Perché, come scriveva Ratzinger anni fa, "i piaceri proibiti hanno perso la loro attrattiva appena han cessato di essere proibiti. Anche se vengono spinti all'estremo e vengono rinnovati all'infinito, risultano insipidi, perché sono cose finite, e noi invece, abbiamo sete d'infinito (...). L'uomo che non voleva più essere che il proprio creatore, e desiderava dominare la creazione per una sua migliore evoluzione, quest'uomo finisce nell'autonegazione e nell'autodistruzione".<br />Secondo aspetto messo in evidenza da Nault: l'accidia spinge in continuazione l'uomo al passaggio per evitare il superamento. La nostra vita si dibatte in cose da vedere e realizzare, di cui spesso ci lamentiamo; salvo poi procurarcene in continuazione. Questo passare febbrile di cosa in cosa, di notizia in notizia, di effetto in effetto è La distrazione perfetta per distogliere l'uomo dal superamento, ossia dal raggiungimento di un fine elevato, adeguato all'uomo e orientato verso il supremo superamento verso Dio tramite la grazia. L' uomo passa dalla presunzione di voler essere come Dio senza Dio, alla pusillanimità. Il delirio di poter fare tutto, come se si fosse un dio, va di pari passo con l'affossamento nelle possibilità di un mondo sempre più orizzontale, un rifiuto di un superamento verticale, ovvero una forma finissima del supremo orgoglio: ammattarsi della falsa umiltà di non voler puntare alla vita santa, accontentandosi della tiepida mediocrità di non essere né' troppo malvagi né troppo zelanti del bene. È l'etica del "non faccio nulla di male".<br />Dall'orgoglio mascherato di umiltà, alla superbia del progressismo ideologico. Il demone dell'accidia è detto meridiano, perché colpisce quando il sole è allo zenit: "allo zenit... non c'è ombra", spiega dom Nault, "è come dire che non c'è "mistero". Le scienze umane, filosofiche e anche teologiche devono essere in grado di spiegare tutto".<br />Si tratta di una "fiducia illimitata nel progresso dell'umanità e della scienza, per cui non si deve accettare nulla che non possa venire verificato, dimostrato o sperimentato dalla ragione (...). L'utopia più recente è quella della perfetta salute: quanti pazienti pensano che è diventata non solo una possibilità, ma un diritto". Molto attuale. Ancora una volta l'accidia ci schiaccia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56360283</guid><pubDate>Tue, 08 Aug 2023 20:18:15 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56360283/il_vizio_pi_pericoloso_non_faccio_nulla_di_male.mp3" length="9348955" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7486

IL VIZIO PIU' PERICOLOSO: ''NON FACCIO NULLA... DI MALE'' di Luisella Scrosati
È la passione più pericolosa, il demone più temuto dai monaci. È il Balrog che Gandalf avrebbe...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7486" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7486</a><br /><br />IL VIZIO PIU' PERICOLOSO: ''NON FACCIO NULLA... DI MALE'' di Luisella Scrosati<br />È la passione più pericolosa, il demone più temuto dai monaci. È il Balrog che Gandalf avrebbe voluto evitare in ogni modo, ma che a un certo momento della vita dobbiamo affrontare: "Qualcosa giungeva alle loro spalle. Non si riusciva a distinguere cosa fosse: era come una grande ombra, nel mezzo della quale si trovava una forma scura di dimensioni umane, o anche più grossa; potere e terrore parevano sprigionarsi da essa e precederla (...) e la luce si offuscò, come se una nube vi si fosse posata sopra". Così Tolkien descrive ne la Compagnia dell'anello il flagello di Durin, il demone del mondo antico. Una descrizione che ben si adatta al demone dell'accidia. I padri lo chiamano anche "demone meridiano", perché aggredisce l'uomo nel mezzo della giornata e nel mezzo della vita. Meglio: quel demone che ci insidia a metà delle nostre giornate, ci studia per poi presentarsi in tutta la sua tenebra nel mezzo della vita. Non a caso l'incipit della Divina Commedia indica la selva oscura proprio "nel mezzo del cammin di nostra vita". Il demone meridiano, in effetti non è facilmente distinguibile e piomba sull'anima come una grande ombra in grado di ottenere qualsiasi luce. Esso ha a che fare con una depressione dell'anima, che fa avvertire noia, pigrizia, disgusto, scoraggiamento fino ad avvertire una sorte di torpore e pesantezza che trascina a terra anche il corpo. In questo languido abbattimento l'uomo inizia a vagare: vorrebbe essere altrove o in altro tempo, fare qualsiasi altra cosa da quella che dovrebbe compiere, essere con altre persone piuttosto che con quelle che ha al suo fianco, attaccar bottone con tutti e con qualsiasi preteso.<br />L'ACCIDIA È LA MADRE DELLO ZAPPING<br />La particolarità di questa passione è la sua evanescenza: non è qualcosa di preciso, che risiede in una facoltà dell' anima, perché in realtà le inattiva o intorpidisce tutte. Insomma, una brutta bestia, fatta di fuoco e ombra, che vuole trascinare nella propria instabilità coloro che tenta, impedendo loro di avere vita regolare, solida, ordinata.<br />Da sempre l'accidia è la madre dello "zapping", in tutte le forme; e di certo l'era digitale non ha fatto altro che darle ancora più opportunità, convincendoci che essere sempre connessi e informati sia assolutamente necessario.<br />I padri precisano che l'accidia colpisce soprattutto la vita di preghiera; san Giovanni Climaco ce ne dà una descrizione semplicemente realistica, dove è facile riconoscersi e sorridere un po' della propria "statura" spirituale "quando siamo in preghiera ci fa venire in mente qualche dovere urgente, e mette in moto ogni espediente per trascinarci via di là con buone ragioni (...). Appena giunge l'ora della preghiera, il corpo si sente di nuovo appesantito; e, mentre siamo in preghiera, ci immerge di nuovo nel sonno e con inopportuni sbadigli ci strappa di bocca i versetti (...). Aggiungeremo però ancora questo: che quando non è il momento della salmodia, l'accidia non si fa vedere; e quando l'ufficio è terminato, i nostri occhi si riaprono" (La Scala, XIII, 4, 5, 8).<br />Non dobbiamo ingannarci: l'accidia non ha solamente il volto della pigrizia e dell'indolenza; essa sa spingere anche a un'attività frenetica, incapace di fermarsi per vacare Deo, lasciare cioè il tempo libero per Dio, fare il vuoto affinché Dio lo possa riempire. Dietro la nostra continua agitazione, il nostro oberarci di impegni (spesso non così indispensabili), che noi amiamo considerare nobili forme di dovere per gli altri, o vivace interesse per la vita, si nasconde in lui il demone meridiano, il più opprimente di tutti. [...]<br />IL NOSTRO MONDO È GRAVEMENTE MALATO DI ACCIDIA<br />Ci facciamo aiutare dalla penetrante analisi di...]]></itunes:summary><itunes:duration>585</itunes:duration><itunes:keywords>accidia,balrog,nonfaccionulladimale,vizio,zapping</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/336975d71f66f6eb5882f879293a0878.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Cosa fare dopo la deriva della Congregazione per la Dottrina della Fede?</title><link>https://www.spreaker.com/episode/cosa-fare-dopo-la-deriva-della-congregazione-per-la-dottrina-della-fede--56219654</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7483" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7483</a><br /><br />COSA FARE DOPO LA DERIVA DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE? di Luisella Scrosati<br />La nomina di mons. Victor M. Fernández come prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede è stata decisamente uno schiaffo del Papa a quei cardinali che hanno cercato di evitare il tracollo della situazione, opponendosi all'assegnazione della carica a mons. Wilmer. Ed è stato l'ennesimo peso caricato sulle spalle di chi sta cercando di rimanere in piedi in questa situazione di grande sofferenza dei cattolici che cercano di essere fedeli, nonostante tutto, all'insegnamento della Chiesa.<br />Ogni passo verso la catastrofe chiaramente acuisce la sofferenza e ingrandisce la preoccupazione. Che cosa faremo se Fernández sdoganerà la benedizione delle coppie gay? O se dovesse abolire del tutto la liturgia antica? O se facesse diventare il celibato sacerdotale raccomandato, ma non più obbligatorio? O se... chi più ne ha più ne metta. Ipotesi che sembrano tutt'altro che un miraggio e che, vista la drammatica accelerazione di quest'ultima parte del presente pontificato, si avvertono come molto prossime.<br />Di fronte ai tempi che realisticamente si prospettano, la tentazione di trovare un rifugio rassicurante, a qualsiasi prezzo, si fa sempre più forte. Si cerca la possibilità di proseguire la propria vita sacramentale, di trovare un ambiente sereno e di fede per i propri figli, di assicurare degne celebrazioni liturgiche e persino di salvare la Chiesa dalla deriva. Il risultato è che, in meno di dieci anni, sono migliaia e migliaia i fedeli che hanno deciso di unirsi a comunità scismatiche, che rappresentano ai loro occhi un rifugio nell'attuale tempesta, un ambiente messo al sicuro dalle persecuzioni che provengono palesemente da quella autorità che dovrebbe custodire e promuovere la fede, ma che invece sembra far di tutto per dissiparla e distruggerla.<br />ENTRARE NELLA LOGICA DELLA CROCE<br />La soluzione può avere una sua logica umanamente comprensibile, sia nella linea "modalità sopravvivenza", che in quella di cercare di "salvare la Chiesa". Il vero problema dei cristiani di ogni tempo è però la fatica di entrare nella logica della Croce, di credere che la morte non è la fine, ma la condizione di una nuova fecondità.<br />«La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest'ultima pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione. Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male che farà discendere dal cielo la sua Sposa». Così il Catechismo della Chiesa cattolica, al n. 677. La Chiesa è chiamata a seguire il suo Signore e Sposo crocifisso. Questa affermazione, che potrebbe apparire scontata, ha delle conseguenze di estrema importanza e concretezza.<br />I discepoli, Pietro in testa, non lo hanno abbandonato per paura. Uno che ha paura non si mette a tirare un fendente per uccidere la guardia del Sommo Sacerdote, venuta per arrestare il Maestro. Quello che sconcerta Pietro, e che in qualche modo gli toglie le sue forze combattive, lo delude, è il rimprovero del Signore: «Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?» (Mt 26, 53-54). Ai suoi occhi, Gesù non vuole far nulla per salvare la sua missione, per salvare la Chiesa nascente, per salvare i suoi che lo hanno seguito.<br />Ancor meno risulta dai Vangeli che Gesù abbia rimproverato i suoi di non essersi dati da fare per difenderlo, per impedire la sua cattura e la sua morte. Al contrario, comanda a Pietro di rimettere la spada nel fodero (cf. Gv 18, 11), così come lo aveva rimproverato addietro allorché Pietro aveva pensato bene di dare lezioni di buon senso al Signore, che parlava della sua Passione e Morte: «Pietro, trattolo da parte, cominciò a rimproverarlo, dicendo: "Dio non voglia, Signore! Questo non ti avverrà mai"» (Mt 16, 21). Conosciamo la dura e ferma risposta del Signore.<br />ell'ora della Passione, Gesù sembra non voler far niente neppure per salvare le anime di quelli che vorrebbero o potrebbero credere in Lui. «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d'Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo» (Mt 27, 42). Il Figlio di Dio non è forse venuto perché gli uomini credano in Lui e, credendo, abbiano la vita eterna? Ma allora perché non compie il grande atto che rafforzerebbe la fede di molti, i suoi discepoli in primis? Gli scribi e gli anziani gli rinfacciano persino che sarebbe proprio il segno del Cristo quello di venire liberato da Dio: «Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene» (Mt 27, 43, citando Sap 2, 18).<br />VEGLIARE E PREGARE PER NON CADERE IN TENTAZIONE<br />Il Signore ha domandato, invece, una sola cosa ai discepoli: vegliare e pregare per non cadere nella tentazione (cf. Mt 26, 41). I discepoli sapevano che Gesù sarebbe risorto, che la morte non sarebbe stata la parola definitiva: il Signore glielo aveva detto per tre volte; sapevano anche che il chicco di grano doveva morire per portare frutto (cf. Gv 12, 24). Ma la tentazione di ragionare e agire in modo solo umano, anche se per il più nobile scopo che si possa immaginare - salvare il Signore, salvare la Chiesa nascente! - aveva preso il sopravvento, perché non avevano vegliato e pregato.<br />«La Chiesa seguirà il suo Signore...». Allora che fare? Vegliare e pregare, per non cadere in tentazione: per avere la forza di restare fermi, mentre tutto si dissolve; per continuare a credere che la Chiesa è d'istituzione divina e non verrà meno certamente per le macchinazioni degli uomini, per quanto potenti; per evitare soluzioni apparentemente efficaci, ma che ci portano ad agire contrariamente a quanto Dio ha stabilito per la sua Chiesa.<br />Se «la Chiesa seguirà il suo Signore» nella Passione, allora la sua morte non sarà apparente, ma reale. Ai nostri occhi tutto sembrerà realmente perduto, come agli occhi dei discepoli, che hanno visto il loro Maestro realmente morto, messo in un sepolcro, con tanto di sigillo, che dichiarava il "game over" definitivo. Vedremo - già lo stiamo vedendo - che Pilato, Caifa ed Erode troveranno un'intesa meschina per togliere di mezzo il giusto; vedremo falsi processi, dominati dalla menzogna, per accusare chi è nella verità, mentre Barabba verrà lasciato libero; conosceremo la solitudine più tremenda, provocata dall'abbandono, dall'incomprensione e persino dal tradimento degli amici e dei parenti; piangeremo mentre gli altri si rallegreranno (cf. Gv 16, 10); metteranno le mani su di noi (cf. Lc 21, 12), trascinandoci davanti ai poteri civili e religiosi.<br />Se cercheremo di sottrarci a tutto questo cedendo o, più sottilmente, cercando rifugio in una "chiesa" che ci garantisce tranquillità, la Messa e il catechismo "di sempre", ma una chiesa che, in teoria o nella pratica si sottrae all'autorità di Pietro, allora saremo nella logica di voler salvare noi la Chiesa, come i discepoli pretesero di salvare il Signore, e di voler salvare noi stessi, ma non nel modo in cui lo intendeva il Signore.<br />È solo Maria Santissima che può ottenerci la grazia di restare con lei, in piedi, forti, sotto la Croce, senza cedere di un millimetro, credendo che, in Cristo, la morte è la vita, la croce il trionfo, proprio quando tutto sembra dire il contrario. E di credere che la Chiesa non può venir meno, che le porte degli inferi non prevarranno (cf. Mt 16, 18), perché la Chiesa è di Cristo. Per questo non noi dobbiamo salvare la Chiesa, ma è la Chiesa a salvare noi. E la Chiesa è una. Per questo, nonostante tutto, rimaniamo nella Chiesa, accettando anche noi di morire con lei: «Andiamo anche noi a morire con lui!» (Gv 11, 16).]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56219654</guid><pubDate>Tue, 25 Jul 2023 21:38:30 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56219654/cosa_fare_dopo_la_deriva_della_congregazione_per_la_dottrina_della_fede.mp3" length="8044956" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7483

COSA FARE DOPO LA DERIVA DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE? di Luisella Scrosati
La nomina di mons. Victor M. Fernández come prefetto del Dicastero per la Dottrina...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7483" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7483</a><br /><br />COSA FARE DOPO LA DERIVA DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE? di Luisella Scrosati<br />La nomina di mons. Victor M. Fernández come prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede è stata decisamente uno schiaffo del Papa a quei cardinali che hanno cercato di evitare il tracollo della situazione, opponendosi all'assegnazione della carica a mons. Wilmer. Ed è stato l'ennesimo peso caricato sulle spalle di chi sta cercando di rimanere in piedi in questa situazione di grande sofferenza dei cattolici che cercano di essere fedeli, nonostante tutto, all'insegnamento della Chiesa.<br />Ogni passo verso la catastrofe chiaramente acuisce la sofferenza e ingrandisce la preoccupazione. Che cosa faremo se Fernández sdoganerà la benedizione delle coppie gay? O se dovesse abolire del tutto la liturgia antica? O se facesse diventare il celibato sacerdotale raccomandato, ma non più obbligatorio? O se... chi più ne ha più ne metta. Ipotesi che sembrano tutt'altro che un miraggio e che, vista la drammatica accelerazione di quest'ultima parte del presente pontificato, si avvertono come molto prossime.<br />Di fronte ai tempi che realisticamente si prospettano, la tentazione di trovare un rifugio rassicurante, a qualsiasi prezzo, si fa sempre più forte. Si cerca la possibilità di proseguire la propria vita sacramentale, di trovare un ambiente sereno e di fede per i propri figli, di assicurare degne celebrazioni liturgiche e persino di salvare la Chiesa dalla deriva. Il risultato è che, in meno di dieci anni, sono migliaia e migliaia i fedeli che hanno deciso di unirsi a comunità scismatiche, che rappresentano ai loro occhi un rifugio nell'attuale tempesta, un ambiente messo al sicuro dalle persecuzioni che provengono palesemente da quella autorità che dovrebbe custodire e promuovere la fede, ma che invece sembra far di tutto per dissiparla e distruggerla.<br />ENTRARE NELLA LOGICA DELLA CROCE<br />La soluzione può avere una sua logica umanamente comprensibile, sia nella linea "modalità sopravvivenza", che in quella di cercare di "salvare la Chiesa". Il vero problema dei cristiani di ogni tempo è però la fatica di entrare nella logica della Croce, di credere che la morte non è la fine, ma la condizione di una nuova fecondità.<br />«La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest'ultima pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione. Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male che farà discendere dal cielo la sua Sposa». Così il Catechismo della Chiesa cattolica, al n. 677. La Chiesa è chiamata a seguire il suo Signore e Sposo crocifisso. Questa affermazione, che potrebbe apparire scontata, ha delle conseguenze di estrema importanza e concretezza.<br />I discepoli, Pietro in testa, non lo hanno abbandonato per paura. Uno che ha paura non si mette a tirare un fendente per uccidere la guardia del Sommo Sacerdote, venuta per arrestare il Maestro. Quello che sconcerta Pietro, e che in qualche modo gli toglie le sue forze combattive, lo delude, è il rimprovero del Signore: «Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?» (Mt 26, 53-54). Ai suoi occhi, Gesù non vuole far nulla per salvare la sua missione, per salvare la Chiesa nascente, per salvare i suoi che lo hanno seguito.<br />Ancor meno risulta dai Vangeli che Gesù abbia rimproverato i suoi di non essersi dati da fare per difenderlo, per impedire la sua cattura e la sua morte. Al contrario, comanda a Pietro di rimettere la spada nel fodero (cf. Gv 18, 11), così come lo aveva...]]></itunes:summary><itunes:duration>503</itunes:duration><itunes:keywords>catechismo,dottrinaperlafede,fernandez,gameover,scribi</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ed20bb9f85172805a3b08c8b8da9aad7.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La propaganda nazista al cinema convinse i medici ad applicare i protocolli</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-propaganda-nazista-al-cinema-convinse-i-medici-ad-applicare-i-protocolli--56141978</link><description><![CDATA[VIDEO: L'efficace propaganda del regime nazista ➜ https://www.youtube.com/watch?v=5E0qCFor2UA<br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ h<a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7481" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ttps://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7481</a><br /><br />LA PROPAGANDA NAZISTA AL CINEMA CONVINSE I MEDICI AD APPLICARE I PROTOCOLLI di Luisella Scrosati<br />Domenica scorsa, ci interrogavamo su quali dinamiche permettano ad un sistema totalitario di svilupparsi. Ma bisogna anche chiedersi come è stato possibile evitare una reazione difensiva della società. La messa in opera, da parte del Reich, del sistema di uccisione medica diretta è un ottimo esempio di come poter arrivare a distruggere il corpo sociale, non solo con l'intento di salvarlo da presunti mali peggiori, ma evitando una reazione, per così dire, "immunitaria". Perché probabilmente tutti inorridiremmo al pensiero che dei militari possano situarsi lungo le strade e iniziare a sparare a quanti ritengono non essere degni di vivere.<br />L'IMPORTANZA DEI MEDIA NELLA PROPAGANDA NAZISTA<br />Eppure, la storia e il presente mostrano ad abundantiam che è sufficiente qualche accortezza per poter arrivare allo stesso obiettivo e ottenere persino il consenso delle persone. I nazisti sfruttarono il grande mezzo di persuasione di massa dell'epoca: il cinema. Vennero realizzati numerosi film-documentari per mostrare come le tare ereditarie avrebbero potuto nuocere alla sopravvivenza della società: non vi era dubbio che la scientificità della legge della selezione naturale era in grado di predire con certezza quale sarebbe stata la sorte di un popolo, se non avesse provveduto con "metodi umani" a recuperare la salute del corpo sociale. La medicina era lì, bontà sua, per sostenere e realizzare la prevenzione.<br />Das Erbe (L'eredità - 1935), Opfer der Vergangenheit (Vittima del passato - 1937), Ich Klage an (Io accuso - 1941) furono proiettati in migliaia di cinematografi della Germania, con lo scopo di acclimatare il popolo tedesco alla necessità e bontà dell'eutanasia. Era soprattutto il tema della scientificità e della compassione che venivano toccati. Di particolare interesse è il fatto che in Ich Klage an l'eutanasia esplicita veniva presentata per la prima volta al pubblico come l'atto di pietà di un medico, il prof. Thomas Heyt, verso la propria moglie, che lo prega di mettere fine alle proprie sofferenze. L'enfasi era posta sulla libera scelta della donna, ma già si intuiva che vi erano persone incapaci, verso cui lo Stato avrebbe dovuto esercitare la propria "responsabilità".<br />Diversi tra i medici ex-nazisti intervistati da Robert J. Lifton potevano dire, dopo quarant'anni, che il film esercitava su di loro ancora una certa influenza e che era stato la ragione di continue e vivaci discussioni tra colleghi. Il film fu in sostanza la finestra di Overton dell'epoca, che riscontrò il successo auspicato: «La risposta di questi medici fu confermata dalla relazione conclusiva di una ricerca condotta dal Servizio di Sicurezza (Sicherheitsdienst, o SD) delle SS, il quale affermò che il film aveva "suscitato grande interesse" nell'intero Reich ed era stato "favorevolmente accolto e discusso", e che la maggioranza della popolazione tedesca accettava in linea di principio il ragionamento, con qualche riserva concernente possibili abusi e questioni di consenso» (R. J. Lifton, I medici nazisti. Storia degli scienziati che divennero i torturatori di Hitler, BUR, Milano 2022, p. 77).<br />IL MEDICO PUÒ UCCIDERE<br />In sostanza, era passata l'idea che il medico potesse uccidere. A rendere titubanti le persone era semplicemente la possibilità che si commettessero "abusi"; mentre tra i medici la preoccupazione era relativa all'esattezza della diagnosi. Per tranquillizzare tutti, la parola d'ordine fu: "più Scienza". Si optò infatti per la «convocazione di una commissione medica in presenza del medico di famiglia per dichiarare un paziente incurabile; ossia, affidando la decisione a medici» (ivi). La presenza dei sacerdoti della scienza medica era sufficiente per far obliare che, con o senza consenso del paziente, si stava affermando che era lecito uccidere innocenti.<br />Sappiamo come andò a finire, arrivando persino all'uccisione dei bambini. Ma a gettare ancora più luce sulla vicenda è la descrizione di quella che Lifton chiama la situazione medica del "come se": «Tutti procedevano come se quei bambini fossero effettivamente destinati a ricevere i doni della scienza medica, come se dovessero essere guariti invece che uccisi». Questa falsificazione serviva a celare il tutto agli occhi delle famiglie e della società, ma anche e soprattutto «a soddisfare i bisogni psicologici degli assassini esprimendo letteralmente il rovesciamento nazista di terapia e uccisione» (p. 84). I medici riferivano ai genitori che era necessario un intervento chirurgico delicato o che dovevano essere usate terapie straordinarie, per poter così usare dosi elevate di luminal (un barbiturico) per sedare i bambini. Nella sua deposizione in tribunale, il dott. Hans Heinze (1895-1983) ancora sosteneva che non erano del tutto menzogne: «"Un bambino molto eccitabile... completamente idiota... non poteva essere mantenuto tranquillo con la dose normale di sedativi", cosicché "si doveva... usarne una dose molto forte per... evitare che il bambino provocasse danni a se stesso attraverso la sua irrequietezza". Al tempo stesso, "noi medici sappiamo che una tale dose eccessiva di un sedativo, nel caso dei bambini, di solito luminal... potrebbe causare la polmonite... e che questa è virtualmente incurabile"» (p. 84).<br />LA BUROCRATIZZAZIONE COME SCUSANTE<br />Era una giustificazione necessaria per persuadere gli altri, ma anche per mettere a tacere quella parte di sé che ben sapeva cosa stava facendo: uccidere. Un altro modo per ridurre al minimo la possibilità di rimorsi e ravvedimenti era la complessa struttura medico-burocratica, la quale faceva sì che la responsabilità fosse distribuita su così tante persone, da risultarne, per così dire, diluita: le levatrici e i medici di famiglia o degli istituti dovevano "solo" segnalare, i direttori degli istituti dovevano "solo" controllare le segnalazioni, gli esperti "solo" fornire opinioni, i funzionari del Ministero della Sanità "solo" occuparsi dei moduli, i medici dovevano "solo" prescrivere il luminal e farlo assumere al bambino (o iniettarlo). «In nessun punto della lunga sequenza (...) c'era un senso di responsabilità personale, o addirittura di coinvolgimento, nell'assassinio di un essere umano. Ogni partecipante poteva sentirsi ridotto al rango di non più di una piccola rotella in una grande macchina medica che aveva la sanzione ufficiale dello Stato» (p. 85).<br />In questa burocratizzazione, c'era spazio per puntare il dito sulla responsabilità altrui. I medici più prossimi all'atto omicida si difendevano dicendo che non avevano alcuna autorità di mettere in questione le decisioni politiche né il giudizio del comitato dei tre esperti. Uno di loro riferiva che «questi bambini erano già condannati a morte sui loro rapporti di trasferimento» verso le strutture che praticavano l'eutanasia. I tre esperti, a loro volta, dovevano dare il loro parere senza nemmeno vedere il bambino, ma solo sulla base di un questionario distribuito dal Ministero della Sanità, compilato dalle levatrici e da altri medici. Il parere degli esperti era quanto di più burocratico si possa immaginare: un segno + significava che si doveva procedere al "trattamento" o, al contrario, un segno -. Dal canto loro gli amministratori del programma eutanasico sui bambini ribadivano con forza che i medici non erano tenuti ad attuare per forza l'eutanasia nei casi specifici: avevano la facoltà di, ma non l'obbligo.<br />Il dottor F., intervistato da Lifton, poteva confermare che «non c'era né un comando diretto ("Se avessi ricevuto l'ordine di uccidere... non so, ma [penso che] avrei rifiutato... ma certamente non ci davano ordini del genere") né un omicidio manifesto ("Voglio dire che se avessimo mandato un'infermiera da un letto all'altro a sparare a questi bambini... la cosa non avrebbe funzionato"). Di conseguenza, "non c'era uccisione, parlando in senso rigoroso... Si pensava che questo non fosse 'uccidere' [ma] 'mettere a dormire'"» (pp. 88-89).]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56141978</guid><pubDate>Tue, 18 Jul 2023 20:08:56 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56141978/la_propaganda_nazista_al_cinema_convinse_i_medici_ad_applicare_i_protocolli.mp3" length="9128272" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: L'efficace propaganda del regime nazista ➜ https://www.youtube.com/watch?v=5E0qCFor2UA

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ hhttps://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7481

LA PROPAGANDA NAZISTA AL CINEMA CONVINSE I MEDICI AD APPLICARE I PROTOCOLLI di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: L'efficace propaganda del regime nazista ➜ https://www.youtube.com/watch?v=5E0qCFor2UA<br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ h<a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7481" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ttps://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7481</a><br /><br />LA PROPAGANDA NAZISTA AL CINEMA CONVINSE I MEDICI AD APPLICARE I PROTOCOLLI di Luisella Scrosati<br />Domenica scorsa, ci interrogavamo su quali dinamiche permettano ad un sistema totalitario di svilupparsi. Ma bisogna anche chiedersi come è stato possibile evitare una reazione difensiva della società. La messa in opera, da parte del Reich, del sistema di uccisione medica diretta è un ottimo esempio di come poter arrivare a distruggere il corpo sociale, non solo con l'intento di salvarlo da presunti mali peggiori, ma evitando una reazione, per così dire, "immunitaria". Perché probabilmente tutti inorridiremmo al pensiero che dei militari possano situarsi lungo le strade e iniziare a sparare a quanti ritengono non essere degni di vivere.<br />L'IMPORTANZA DEI MEDIA NELLA PROPAGANDA NAZISTA<br />Eppure, la storia e il presente mostrano ad abundantiam che è sufficiente qualche accortezza per poter arrivare allo stesso obiettivo e ottenere persino il consenso delle persone. I nazisti sfruttarono il grande mezzo di persuasione di massa dell'epoca: il cinema. Vennero realizzati numerosi film-documentari per mostrare come le tare ereditarie avrebbero potuto nuocere alla sopravvivenza della società: non vi era dubbio che la scientificità della legge della selezione naturale era in grado di predire con certezza quale sarebbe stata la sorte di un popolo, se non avesse provveduto con "metodi umani" a recuperare la salute del corpo sociale. La medicina era lì, bontà sua, per sostenere e realizzare la prevenzione.<br />Das Erbe (L'eredità - 1935), Opfer der Vergangenheit (Vittima del passato - 1937), Ich Klage an (Io accuso - 1941) furono proiettati in migliaia di cinematografi della Germania, con lo scopo di acclimatare il popolo tedesco alla necessità e bontà dell'eutanasia. Era soprattutto il tema della scientificità e della compassione che venivano toccati. Di particolare interesse è il fatto che in Ich Klage an l'eutanasia esplicita veniva presentata per la prima volta al pubblico come l'atto di pietà di un medico, il prof. Thomas Heyt, verso la propria moglie, che lo prega di mettere fine alle proprie sofferenze. L'enfasi era posta sulla libera scelta della donna, ma già si intuiva che vi erano persone incapaci, verso cui lo Stato avrebbe dovuto esercitare la propria "responsabilità".<br />Diversi tra i medici ex-nazisti intervistati da Robert J. Lifton potevano dire, dopo quarant'anni, che il film esercitava su di loro ancora una certa influenza e che era stato la ragione di continue e vivaci discussioni tra colleghi. Il film fu in sostanza la finestra di Overton dell'epoca, che riscontrò il successo auspicato: «La risposta di questi medici fu confermata dalla relazione conclusiva di una ricerca condotta dal Servizio di Sicurezza (Sicherheitsdienst, o SD) delle SS, il quale affermò che il film aveva "suscitato grande interesse" nell'intero Reich ed era stato "favorevolmente accolto e discusso", e che la maggioranza della popolazione tedesca accettava in linea di principio il ragionamento, con qualche riserva concernente possibili abusi e questioni di consenso» (R. J. Lifton, I medici nazisti. Storia degli scienziati che divennero i torturatori di Hitler, BUR, Milano 2022, p. 77).<br />IL MEDICO PUÒ UCCIDERE<br />In sostanza, era passata l'idea che il medico potesse uccidere. A rendere titubanti le persone era semplicemente la possibilità che si commettessero "abusi"; mentre tra i medici la preoccupazione era relativa all'esattezza della diagnosi. Per tranquillizzare tutti, la parola d'ordine fu: "più Scienza". 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Che il raggiungimento della purezza della razza ariana fosse il più forte motore ideologico di tutto il sistema che ruotava attorno ad Adolf Hitler non credo sia contestabile. Né vi sono dubbi che la statalizzazione dei mezzi di produzione e del capitale fosse l'obiettivo verso cui orientare ogni azione criminale del sistema sovietico. Analogamente, la volontà di eliminare gli ebrei da una parte e quella dello sterminio dei kulaki dall'altra sono realtà storiche ampiamente suffragate.<br />Tuttavia, ritenere che queste fossero le uniche componenti dei due sistemi totalitari, sufficienti per comprendere quanto accaduto, insieme ad un lato quasi demoniaco di coloro che si prestavano ad atti gravemente immorali pur di attuare l'ideologia, è decisamente riduttivo. Aspetti che portano la nostra generazione a ritenere di non avere nulla a che spartire con quei due sistemi. Il che è sotto certi aspetti vero. Ma le domande da porsi sono altre: sono rinvenibili delle strutture e delle dinamiche fondamentali che consentano a un sistema totalitario di nascere, crescere e rafforzarsi, a prescindere dal volto storico con cui si presenta? Banalmente: è possibile riconoscere il malfattore da alcune caratteristiche apparentemente non così evidenti, anche se cambia l'abbigliamento, la capigliatura, il modo di parlare?<br />PERSONE NORMALI POSSONO COMMETTERE ATTI DEMONIACI<br />In un lavoro monumentale, Robert Jay Lifton, psichiatra quasi centenario, che ha dedicato i studi alle tecniche di riforma del pensiero (lavaggio del cervello) in Cina e ai rapporti tra psicologia delle persone e storia, mostra i tratti comuni, non immediatamente rinvenibili, di quanti hanno tenuto in vita il regime nazista e hanno reso possibili le grandi iniquità di cui siamo (forse) a conoscenza. Lunghe interviste a 41 ex-nazisti, di cui 29 medici, e 80 ex-internati che avevano lavorato nei blocchi medici hanno permesso di portare alla luce aspetti molto interessanti. Anzitutto, «l'inquietante verità psicologica che la partecipazione all'eccidio di massa non richiede necessariamente emozioni così estreme o demoniache quali sembrerebbero appropriate a un progetto così malvagio. O, per esprimerci in un altro modo, persone normali possono commettere atti demoniaci» (R. J. Lifton, I medici nazisti. Storia degli scienziati che divennero i torturatori di Hitler, BUR, Milano 2022, p. 19).<br />Quali condizioni dunque possono portare una persona normale a compiere «atti demoniaci»? Lifton ha fiutato che la pista da percorrere era quella medica: non solo perché senza il coinvolgimento dei medici sarebbe stato impossibile mettere concretamente in atto un piano di eliminazione degli "indegni di vivere", ma soprattutto perché era fondamentale ancorarsi ad una giustificazione medico-scientifica di quanto si stava operando. Lifting l'ha battezzata medicalized killing, omicidio medicalizzato o medicalmente giustificato, non solo possibile, ma necessario all'interno del preteso controllo totale sulla vita e sulla morte. Il progetto nazista, spiega Lifton, puntava ad «una visione di controllo assoluto sul processo evolutivo, sul futuro umano biologico» (p. 36).<br />Si trattava di una vera e propria «biocrazia», nella quale tutto era orientato al supremo principio biologico, che ovviamente aveva rivendicato la propria fondazione scientifica, e al quale si prestarono luminari ed esperti di ogni ambito, soprattutto medico. «Come si espresse un sopravvissuto che era stato testimone attento di questo processo: "Auschwitz fu come un'operazione chirurgica" e "il programma di sterminio fu diretto da medici dal principio alla fine"» (p. 38). Il regime aveva l'ossessione delle scienze biologiche, al punto che, nel 1934, il generale Rudolf Hess (1894-1987), per sei anni vice di Hitler, fino alla "promozione" del generale Hermann W. Göring (1893-1946), poteva dire, davanti a tutti gli aderenti al partito, che «il nazionalismo non è altro che biologia applicata». In sostanza, organizzazione scientifica della società.<br />Il passaggio fondamentale per nazificare la medicina e renderla strumento adeguato per il progetto biocratico era quello di mettere ai margini la sua vocazione alla cura del malato, per trasformarla in uno strumento di perfezionamento della società. Non doveri verso il singolo, ma verso la collettività. Il manuale del dott. Rudolf Ramm, della facoltà di Medicina dell'Università di Berlino, Ärztliche Rechts- und Standeskunde (1943), testo di etica medica assai influente, aveva spinto verso questa decisiva "apertura" della medicina: «Il medico doveva interessarsi alla sanità del Volk ancor più che alle malattie dell'individuo e doveva insegnare alla gente a superare il vecchio principio individualistico del "diritto al proprio corpo" e ad abbracciare invece il "dovere di essere sani"» (p. 53).<br />CORSI E RICORSI STORICI<br />Corsi e ricorsi storici. Il diritto al proprio corpo e alla propria salute deve cedere il passo alla salute del corpo collettivo, in nome della quale è dunque possibile obbligare chiunque ad adottare soluzioni sanitarie di volta in volta ritenute scientificamente evidenti. La classe medica - che nel frattempo era divenuta un insieme di funzionari dello Stato in camice bianco - diventa così uno strumento imprescindibile per poter "mantenere sano" l'organismo sociale e per poter eliminare tutto quello che è considerato pericoloso, secondo la visione "scientifica" adottata, incluse persone in carne e ossa. Le massicce campagne di sterilizzazione ed eutanasia dal parte del Reich si comprendono solo alla luce di questa medicalizzazione della società e della nuova vocazione della medicina.<br />È interessante notare che, dal punto di vista giuridico, nella Germania nazista gli aborti erano proibiti; eppure «i tribunali per la sterilizzazione potevano ordinare l'interruzione della gravidanza per ragioni eugeniche in situazioni di "emergenza razziale"» (p. 70). La tanto cara e flessibile emergenza, sempre utile per fare esattamente il contrario di quanto prevede la legge, senza la briga di dover cambiare la legge.<br />L'emergenza aveva reso flessibili anche i medici. Come il ginecologo Carl Clauberg (1898-1957), professore universitario, che aveva fatto numerose ricerche sugli ormoni femminili, per trattare la sterilità della donna, ma che, dopo l'incontro con Himmler, si era reinventato come ricercatore di metodi non chirurgici per la sterilizzazione di massa. La sfida era quella di sterilizzare più persone in meno tempo possibile; ideò così l'iniezione di formaldeide, direttamente nell'utero, senza anestesia. Degli effetti avversi ovviamente non interessava niente a nessuno, sebbene nel gruppo di prova, formato rigorosamente da donne ebree e rom, ci fossero stati anche dei decessi. Sempre corsi e ricorsi: basta sostituire al verbo "sterilizzare" qualcos'altro.<br />Clauberg tornò poi al suo primo amore, le ricerche sulla sterilità, diventando, come se nulla fosse, direttore di un istituto: la Città delle Madri. Clauberg purtroppo non fu un caso isolato: «Benché alcuni medici abbiano opposto resistenza, e molti abbiano avuto poca simpatia per i nazisti, come professione i medici tedeschi si offrirono al regime. Lo stesso comportamento si riscontra anche nella maggior parte delle altre professioni; ma nel caso dei medici quel dono comprese l'uso della loro autorità intellettuale per giustificare ed eseguire uccisioni, situate in una prospettiva medica» (p. 71).]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56066007</guid><pubDate>Tue, 11 Jul 2023 21:39:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56066007/come_i_medici_garantirono_un_apparenza_di_scientificita_al_nazismo.mp3" length="9407469" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Quattro chiacchiere con Silver Nervuti ➜ https://www.youtube.com/watch?v=Tabd1pVdTeg

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7477

COME I MEDICI GARANTIRONO UN'APPARENZA DI SCIENTIFICITA' AL NAZISMO di Luisella...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Quattro chiacchiere con Silver Nervuti ➜ https://www.youtube.com/watch?v=Tabd1pVdTeg<br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7477" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7477</a><br /><br />COME I MEDICI GARANTIRONO UN'APPARENZA DI SCIENTIFICITA' AL NAZISMO di Luisella Scrosati<br />Quando pensiamo ai totalitarismi del Novecento, l'associazione più immediata è quella razzismo-nazismo e statalismo-comunismo. Che il raggiungimento della purezza della razza ariana fosse il più forte motore ideologico di tutto il sistema che ruotava attorno ad Adolf Hitler non credo sia contestabile. Né vi sono dubbi che la statalizzazione dei mezzi di produzione e del capitale fosse l'obiettivo verso cui orientare ogni azione criminale del sistema sovietico. Analogamente, la volontà di eliminare gli ebrei da una parte e quella dello sterminio dei kulaki dall'altra sono realtà storiche ampiamente suffragate.<br />Tuttavia, ritenere che queste fossero le uniche componenti dei due sistemi totalitari, sufficienti per comprendere quanto accaduto, insieme ad un lato quasi demoniaco di coloro che si prestavano ad atti gravemente immorali pur di attuare l'ideologia, è decisamente riduttivo. Aspetti che portano la nostra generazione a ritenere di non avere nulla a che spartire con quei due sistemi. Il che è sotto certi aspetti vero. Ma le domande da porsi sono altre: sono rinvenibili delle strutture e delle dinamiche fondamentali che consentano a un sistema totalitario di nascere, crescere e rafforzarsi, a prescindere dal volto storico con cui si presenta? Banalmente: è possibile riconoscere il malfattore da alcune caratteristiche apparentemente non così evidenti, anche se cambia l'abbigliamento, la capigliatura, il modo di parlare?<br />PERSONE NORMALI POSSONO COMMETTERE ATTI DEMONIACI<br />In un lavoro monumentale, Robert Jay Lifton, psichiatra quasi centenario, che ha dedicato i studi alle tecniche di riforma del pensiero (lavaggio del cervello) in Cina e ai rapporti tra psicologia delle persone e storia, mostra i tratti comuni, non immediatamente rinvenibili, di quanti hanno tenuto in vita il regime nazista e hanno reso possibili le grandi iniquità di cui siamo (forse) a conoscenza. Lunghe interviste a 41 ex-nazisti, di cui 29 medici, e 80 ex-internati che avevano lavorato nei blocchi medici hanno permesso di portare alla luce aspetti molto interessanti. Anzitutto, «l'inquietante verità psicologica che la partecipazione all'eccidio di massa non richiede necessariamente emozioni così estreme o demoniache quali sembrerebbero appropriate a un progetto così malvagio. O, per esprimerci in un altro modo, persone normali possono commettere atti demoniaci» (R. J. Lifton, I medici nazisti. Storia degli scienziati che divennero i torturatori di Hitler, BUR, Milano 2022, p. 19).<br />Quali condizioni dunque possono portare una persona normale a compiere «atti demoniaci»? Lifton ha fiutato che la pista da percorrere era quella medica: non solo perché senza il coinvolgimento dei medici sarebbe stato impossibile mettere concretamente in atto un piano di eliminazione degli "indegni di vivere", ma soprattutto perché era fondamentale ancorarsi ad una giustificazione medico-scientifica di quanto si stava operando. Lifting l'ha battezzata medicalized killing, omicidio medicalizzato o medicalmente giustificato, non solo possibile, ma necessario all'interno del preteso controllo totale sulla vita e sulla morte. Il progetto nazista, spiega Lifton, puntava ad «una visione di controllo assoluto sul processo evolutivo, sul futuro umano biologico» (p. 36).<br />Si trattava di una vera e propria «biocrazia», nella quale tutto era orientato al supremo principio biologico, che ovviamente aveva rivendicato la propria fondazione scientifica, e al quale si prestarono luminari ed esperti di ogni ambito, soprattutto medico. «Come si espresse un sopravvissuto che era stato...]]></itunes:summary><itunes:duration>588</itunes:duration><itunes:keywords>himmler,hitler,lifton,medici,scienza,sterilizzare</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1d00e91c42192d9e4aca3518c8032661.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Lettere alla redazione: perchè non possiamo andare via dalla Chiesa cattolica</title><link>https://www.spreaker.com/episode/lettere-alla-redazione-perche-non-possiamo-andare-via-dalla-chiesa-cattolica--52882374</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7328" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7328</a><br /><br />LETTERE ALLA REDAZIONE: PERCHE' NON POSSIAMO ANDARE VIA DALLA CHIESA CATTOLICA di Luisella Scrosati<br />Gentile redazione di BastaBugie,<br />stimo molto Luisella Scrosati e leggo con attenzione ciò che scrive, per questo mi pongo qualche interrogativo quando nel suo articolo "Non possiamo andare via dalla Chiesa Cattolica perché non ce n'è un'altra" dice, "Per questo, la comunione con il papa «è un'esigenza intrinseca della celebrazione del Sacrificio eucaristico»" Cita poi periodi in cui la Chiesa ha "vissuto" senza il Papa... credo che anche ora la Chiesa viva senza il Papa. Non perché lo dice un pluriscomunicato (addirittura più di Martin Lutero) come don Minutella, ma perché lo dice la legge canonica. La invito ad approfondire questo aspetto.<br />Con immutata stima.<br />Antonio<br />Buongiorno,<br />vi leggo da anni ma nel momento in cui rilanciate (e quindi fate vostra) la posizione della Scrosati dove si sostiene che neanche i lefebvriani sarebbero cattolici, per quanto mi riguarda avete passato il segno (non foss'altro perché persino Bergoglio ha affermato il contrario e in più di un'occasione).<br />Distribuire fantomatiche patenti di cattolicità, arrivando anche a sostituirsi alla Sede Apostolica, questo sì che è segno di superbia ed ha ben poco di cattolico.<br />Piero<br />Cari amici di BastaBugie,<br />la stimatissima autrice dell'articolo (non è una espressione di circostanza) dovrebbe spiegare meglio perché ritiene che la Fraternità San Pio X sia di fatto fuori dalla Chiesa Cattolica, nella misura in cui la stessa Fraternità tiene puntualmente a evidenziare la sua appartenenza alla stessa Chiesa.<br />Francesco<br />Buongiorno,<br />sono un vostro attento e fedele lettore, con molta impazienza attendo la pubblicazione dei vostri interessantissimi articoli; sono rimasto perplesso dalla vostra scelta di pubblicare l'articolo di Luisella Scrosati che si scaglia contro ciò che a lei non piace senza un approfondimento serio.<br />Ora siamo d'accordo che gli ortodossi, in quanto scismatici, sono palesemente nell'errore però mettere sullo stesso piano la Fraternità San Pio X (FSSPX) o i sedevacantisti mi sembra veramente troppo perché conosco la profonda fede che anima questi gruppi e sono anch'essi parte della Chiesa Cattolica; con la loro scelta (sofferta) dimostrano in un modo diverso il loro amore per la Chiesa che è e rimarrà sempre una, santa, cattolica ed apostolica.<br />La Scrosati da ex-Lefebvriana è di parte e dimostra di voler gettare fango sui vecchi amici, ma comunque l'analisi che propone al lettore specialmente riguardante la fraternità san Pio X è assolutamente superficiale e inattendibile.<br />Ferdinando<br />RISPONDE L'AUTRICE DELL'ARTICOLO<br />Le critiche che sono state mosse al mio articolo del 9 febbraio scorso pubblicato sulla Bussola Quotidiana, gentilmente ripreso da BastaBugie, sono molto diverse tra loro, ma mi pare comprendano due filoni sostanziali: uno di difesa del fatto che la Sede apostolica sia vacante, in quanto Bergoglio non sarebbe papa, e l'altra che contesta la non cattolicità della Fraternità San Pio X.<br />Cerco di rispondere raggruppando i diversi argomenti.<br />1. Viene contestato che nell'articolo si farebbe di tutta l'erba un fascio, mettendo sullo stesso piano ortodossi, sedevacantisti, lefebvriani. Ora, al netto di titolo e sommario, che - come è noto - vengono fatti dalla Redazione e non dall'autore, e cercano di fare una sintesi, che necessariamente non può comprendere le varie sfumature, il testo è strutturato precisamente in modo da mostrare quale sia il differente problema di ciascuna di queste realtà, e lo dice esplicitamente: "un ampio ventaglio di situazioni in atto, differenti tra loro". Più di così non so cosa dire.<br />2. Nessuno vuole dare patenti di cattolicità. Bisogna però fare attenzione che quanto viene imputato all'autore (dare appunto "patenti di cattolicità"), non sia poi quello che fa precisamente la Fraternità San Pio X, come dopo vedremo. È un fatto che la Fraternità San Pio X non sia canonicamente nella Chiesa, anche sotto il presente pontificato; e questo per esplicita volontà sua, avendo rifiutato più volte proposte di regolarizzazione canonica, dalla "proposta Ratzinger" del 1988 a quella più recente sotto Benedetto XVI. E perché i lefebvriani non hanno accettato questa proposta? Perché vuole mantenere una libertà propria, senza dover sottostare ad un'autorità superiore, che ritiene inaffidabile. Posso comprendere la scelta, ma è un fatto che da quarant'anni la Fraternità San Pio X non è canonicamente nella Chiesa ed è divenuta in tal modo totalmente autoreferenziale.<br />3. Questa autoreferenzialità si traduce in scelte e comportamenti molto concreti. Forse nemmeno molti di quelli che stanno frequentando i lefebvriani sono al corrente di alcuni di questi comportamenti. Per esempio, un sacerdote della Fraternità San Pio X, quando celebra in una chiesa che non sia della stessa, non può utilizzare le ostie consacrate presenti nel Tabernacolo. La motivazione? Perché non si è sicuri che siano state consacrate validamente. Ora, notare la logica sottesa a un tale comportamento: non si tratta di dire che ho elementi oggettivi per dubitare che quel preciso sacerdote, in quella precisa circostanza, abbia consacrato validamente; per la Fraternità San Pio X il problema è che si tratta di ostie consacrate nella "Nuova Messa". Quella Nuova Messa che i sacerdoti lefebvriani non possono in alcun modo celebrare, e all'interno della quale non possono nemmeno predicare, perché sarebbe una partecipazione attiva. Partecipazione attiva che viene sconsigliata anche ai fedeli. Non è un segreto che venga detto ai fedeli che, quando non possono partecipare a una Messa domenicale della Fraternità, devono santificare la festa in altro modo (per es., pregando il Rosario), ma non andando alla Nuova Messa (e secondo alcuni sacerdoti, nemmeno alle Messe in rito antico, celebrate da altri). E quando vi devono andare per ragioni istituzionali o familiari (per es. un funerale), non devono rispondere, cantare e fare la Comunione.<br />Questo è uno dei tanti esempi che si potrebbero fare e che dimostrano una cosa molto semplice: la Fraternità San Pio X che afferma di essere cattolica, non ammette quanto la Chiesa cattolica nella sua universalità accetta. Viene meno il principio del "securus judicat orbis terrarum", nel senso in cui lo intendeva sant'Agostino, non nel senso "democratico".<br />Altro è presentare critiche alla riforma liturgica, ed altro è rifiutare categoricamente, in quanto favens haeresim (cioè che favorisce l'eresia), un rito che è stato universalmente accolto. Gli stessi cardinali Bacci e Ottaviani, che avevano fortemente criticato la riforma (e con molte ragioni), hanno poi compreso che non avrebbero potuto rifiutarne la legittimità, senza rompere la propria comunione con la Sede Apostolica. Presentando il loro Breve esame critico, nel sito della casa editrice gestita dalla Fraternità, troviamo questa posizione: "Questi studi permettono di affermare che la nuova Messa, [...] non può essere in nessuno modo considerata un atto di culto legittimo. Tutto ciò va ribadito con forza, specialmente nel momento presente, in cui le autorità romane hanno ripreso la lotta contro la liturgia tradizionale, e in cui perfino gli Istituti ex-Ecclesia Dei, nonostante celebrino abitualmente l'antico rito, hanno pubblicamente riconosciuto la piena legittimità del Concilio Vaticano II e della riforma liturgica".<br />Discorso analogo vale per il Vaticano II, per il Magistero successivo, per il Catechismo della Chiesa Cattolica. A questo punto domando chi distribuisca patenti di cattolicità, dal momento che nella Fraternità San Pio X la Messa nuova non è cattolica, il Concilio non è cattolico, il Catechismo non è cattolico, etc.<br />So bene che la Fraternità rivendica la sua appartenenza alla Chiesa Cattolica, tuttavia questo rimane un atteggiamento non cattolico, che è stato loro fatto notare anche in occasione degli ultimi colloqui con la Santa Sede. Né la Scrosati ex-lefebvriana si permette di gettare fango su alcunché o di ritenere che le persone che frequentano le cappelle della Fraternità o dei sedevacantisti o anche degli ortodossi non siano animate da spirito di fede e devozione. Però si può essere nell'errore e non avvedersene. Nell'articolo ho voluto, e non per pura formalità, esprimere fin dall'inizio la mia sincera comprensione per queste persone, soprattutto alla luce della situazione che stiamo vivendo.<br />4. Quanto alle obiezioni di parte sedevacantista, mi pare che provengano da persone che ritengono che solo Bergoglio non sia legittimo (riconoscendo invece i Papi precedenti). Il problema di questi sedevacantisti non sta nei dubbi che possono sorgere, ma nel fatto che hanno stabilito che Bergoglio non sia il Papa.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52882374</guid><pubDate>Tue, 28 Feb 2023 22:39:17 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52882374/lettere_alla_redazione_perch_non_possiamo_andare_via_dalla_chiesa_cattolica.mp3" length="13648501" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7328

LETTERE ALLA REDAZIONE: PERCHE' NON POSSIAMO ANDARE VIA DALLA CHIESA CATTOLICA di Luisella Scrosati
Gentile redazione di BastaBugie,
stimo molto Luisella Scrosati e leggo con...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7328" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7328</a><br /><br />LETTERE ALLA REDAZIONE: PERCHE' NON POSSIAMO ANDARE VIA DALLA CHIESA CATTOLICA di Luisella Scrosati<br />Gentile redazione di BastaBugie,<br />stimo molto Luisella Scrosati e leggo con attenzione ciò che scrive, per questo mi pongo qualche interrogativo quando nel suo articolo "Non possiamo andare via dalla Chiesa Cattolica perché non ce n'è un'altra" dice, "Per questo, la comunione con il papa «è un'esigenza intrinseca della celebrazione del Sacrificio eucaristico»" Cita poi periodi in cui la Chiesa ha "vissuto" senza il Papa... credo che anche ora la Chiesa viva senza il Papa. Non perché lo dice un pluriscomunicato (addirittura più di Martin Lutero) come don Minutella, ma perché lo dice la legge canonica. La invito ad approfondire questo aspetto.<br />Con immutata stima.<br />Antonio<br />Buongiorno,<br />vi leggo da anni ma nel momento in cui rilanciate (e quindi fate vostra) la posizione della Scrosati dove si sostiene che neanche i lefebvriani sarebbero cattolici, per quanto mi riguarda avete passato il segno (non foss'altro perché persino Bergoglio ha affermato il contrario e in più di un'occasione).<br />Distribuire fantomatiche patenti di cattolicità, arrivando anche a sostituirsi alla Sede Apostolica, questo sì che è segno di superbia ed ha ben poco di cattolico.<br />Piero<br />Cari amici di BastaBugie,<br />la stimatissima autrice dell'articolo (non è una espressione di circostanza) dovrebbe spiegare meglio perché ritiene che la Fraternità San Pio X sia di fatto fuori dalla Chiesa Cattolica, nella misura in cui la stessa Fraternità tiene puntualmente a evidenziare la sua appartenenza alla stessa Chiesa.<br />Francesco<br />Buongiorno,<br />sono un vostro attento e fedele lettore, con molta impazienza attendo la pubblicazione dei vostri interessantissimi articoli; sono rimasto perplesso dalla vostra scelta di pubblicare l'articolo di Luisella Scrosati che si scaglia contro ciò che a lei non piace senza un approfondimento serio.<br />Ora siamo d'accordo che gli ortodossi, in quanto scismatici, sono palesemente nell'errore però mettere sullo stesso piano la Fraternità San Pio X (FSSPX) o i sedevacantisti mi sembra veramente troppo perché conosco la profonda fede che anima questi gruppi e sono anch'essi parte della Chiesa Cattolica; con la loro scelta (sofferta) dimostrano in un modo diverso il loro amore per la Chiesa che è e rimarrà sempre una, santa, cattolica ed apostolica.<br />La Scrosati da ex-Lefebvriana è di parte e dimostra di voler gettare fango sui vecchi amici, ma comunque l'analisi che propone al lettore specialmente riguardante la fraternità san Pio X è assolutamente superficiale e inattendibile.<br />Ferdinando<br />RISPONDE L'AUTRICE DELL'ARTICOLO<br />Le critiche che sono state mosse al mio articolo del 9 febbraio scorso pubblicato sulla Bussola Quotidiana, gentilmente ripreso da BastaBugie, sono molto diverse tra loro, ma mi pare comprendano due filoni sostanziali: uno di difesa del fatto che la Sede apostolica sia vacante, in quanto Bergoglio non sarebbe papa, e l'altra che contesta la non cattolicità della Fraternità San Pio X.<br />Cerco di rispondere raggruppando i diversi argomenti.<br />1. Viene contestato che nell'articolo si farebbe di tutta l'erba un fascio, mettendo sullo stesso piano ortodossi, sedevacantisti, lefebvriani. Ora, al netto di titolo e sommario, che - come è noto - vengono fatti dalla Redazione e non dall'autore, e cercano di fare una sintesi, che necessariamente non può comprendere le varie sfumature, il testo è strutturato precisamente in modo da mostrare quale sia il differente problema di ciascuna di queste realtà, e lo dice esplicitamente: "un ampio ventaglio di situazioni in atto, differenti tra loro". Più di così non so cosa dire.<br />2. Nessuno vuole dare patenti di cattolicità. 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E nella tenebra, confusione, disorientamento, paura. È perciò assolutamente comprensibile che in questa situazione, non appena si veda una fiammella accesa, ci si avvicini per godere un po' di quella luce e di quel calore.<br />La tremenda crisi della fede che stiamo vivendo è davvero una prova grande, tanto più che appare alimentata proprio da quel centro di unità, che trova la sua ragion d'essere nel confermare i fratelli (cf. Lc 22, 32) e non nel seguire ogni «vento di dottrina» (Ef 4, 14). Una crisi che sposta il fronte dei cattolici ad approvare qualsiasi atto, parola e scritto del Pontefice, in quanto proviene dal Papa, oppure a riconsiderare il ministero petrino in una modalità che cattolica non è.<br />Sul primo versante si dimentica che il papa non è la Chiesa, ma il centro di unità della Chiesa. Che il papa non è un monarca assoluto, quasi possa agire legittimamente anche distruggendo la Chiesa. Che il papa non è la fonte della verità, ma il primo a dover obbedire alla verità rivelata. Che il riferimento ultimo non è il suo arbitrio, ma la volontà di Dio, verso la quale papa, vescovi, sacerdoti e fedeli sono rivolti. Ed è per questo che nella tradizione teologica è previsto il caso in cui si possa e si debba resistere di fronte a ordini iniqui del papa, a suoi insegnamenti o disposizioni che risultano oggettivamente contrari al bene della Chiesa e alla verità.<br />Sul secondo versante, si presenta un ampio ventaglio di situazioni in atto, differenti tra loro: il passaggio all'autocefalia ortodossa, le svariate posizioni che ritengono la Sede vacante, formazioni che riconoscono ufficialmente il legittimo pontefice, ma che si ritengono l'istanza ultima di decisioni dottrinali, e che hanno dato vita ad una gerarchia di fatto autocefala, nata da ordinazioni senza mandato pontificio e che di fatto si mantiene canonicamente indipendente dalla Sede romana. La confusione è molta e vede i cattolici, anche tra i sacerdoti, rivolgersi ora agli uni ora agli altri, per ritrovare il senso della fede.<br />La posizione cattolica intende la successione petrina all'interno della successione apostolica, ma con una singolarità: quella cioè della successione del capo del collegio apostolico. Nei Vangeli emerge chiaramente che Pietro non è semplicemente uno dei Dodici; all'interno del collegio apostolico egli è capo, per volontà di Cristo, ed è pietra su cui è edificata la Chiesa. Questo è generalmente riconosciuto dagli ortodossi, mentre invece in loro difetta il fatto della successione petrina; possono accettare che al solo Pietro sia stato riconosciuto questo primato, mentre rifiutano la successione lineare dei successori di Pietro, accogliendo solamente la successione da collegio apostolico a collegio episcopale. Il centro di unità della Chiesa non si troverebbe pertanto nei successori di Pietro, ma in Cristo stesso e nello Spirito Santo.<br />UNA, SANTA, CATTOLICA, APOSTOLICA<br />Non si tratta di negare quest'ultima affermazione, ma di riflettere sulla necessaria "visibilità" e "incarnazione" delle quattro notae della Chiesa, che professiamo nel Credo, e che ne sono proprietà indefettibili. La Chiesa è visibilmente apostolica nel collegio episcopale; nei successori degli apostoli prende carne la sua apostolicità. È visibilmente cattolica (kath'olon, ossia secondo la totalità) nella sua universalità e nella pienezza di verità e dei mezzi della grazia; la sua presenza in ogni angolo della terra, il suo Magistero e i sacramenti incarnano la sua cattolicità. È visibilmente santa, perché, santificata da Cristo, diviene santificante: possiede cioè visibili mezzi di santificazione e visibili frutti di santificazione; da qui il senso delle canonizzazioni, che manifestano l'incarnazione della santità. Dove la Chiesa è visibilmente una? Dove si incarna questa unità? Nell'unità del primato di Pietro, che ha il compito di «presiedere questa comunione universale; di mantenerla presente nel mondo come unità anche visibile, incarnata» (Benedetto XVI, Omelia, 29 giugno 2006). Senza la successione petrina, la nota dell'una non troverebbe la sua espressione visibile e tangibile. Senza la successione petrina, Pietro non avrebbe trasmesso nulla di "proprio" e quella pietra su cui viene fondata la Chiesa rimarrebbe un cimelio storico.<br />Il collegio episcopale è a sua volta individuabile proprio grazie alla sua comunione con il successore di Pietro, e non può esistere, come collegio, senza di lui. Il carattere sacramentale dell'ordine episcopale fa, a sua volta, riferimento alla comunione gerarchica. Se pertanto un vescovo rifiuta il primato sovverte il senso del sacramento che gli è stato conferito. Ed è per questa ragione che, per un'ordinazione episcopale, è necessario (non ad validitatem, ma ad liceitatem) che vi sia il mandato papale, o che questo sia, nelle situazioni di grave necessità per la Chiesa, almeno presunto.<br />Ancora, il successore di Pietro, essendo «perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli» (LG, 23), è in stretta relazione con il sacramento dell'unità, ossia l'Eucaristia. Per questo, la comunione con il papa «è un'esigenza intrinseca della celebrazione del Sacrificio eucaristico» (Ecclesia de Eucharistia, 39).<br />È Cristo che ha voluto la sua Chiesa una, e ha voluto che questa unità fosse chiaramente visibile e tangibile, che vi fosse un riferimento certo ed individuabile. E noi siamo legati a questa espressa volontà del Signore. Non vi è ragione al mondo che autorizzi a contraddire questa sua volontà. Per questo, nella struttura della Chiesa, al netto delle flessibilità di alcune forme organizzative, non può mai mancare l'espressione concreta di questa unità. Né può mancare questo concreto riferimento all'unità nelle sue "parti": diocesi, comunità, monasteri, istituti.<br />L'ERRORE DEGLI ORTODOSSI, DEI LEFEVRIANI E DEI SEDEVACANTISTI<br />Quella dell'autocefalia del mondo ortodosso è una di queste forme che contraddicono la volontà di Cristo. Non si vogliono negare gli innumerevoli elementi di verità, bontà e bellezza, ma nemmeno si può tacere che la mancanza del riconoscimento del primato petrino sia un problema grave, causa degli innumerevoli problemi di unità in esso presenti. Il teologo ortodosso Alexander Schmemann faceva notare, per esempio, che, dal punto di vista canonico, il principio affermato della piena cattolicità di ogni chiesa locale, riunita attorno al suo vescovo, non è di fatto applicato, dal momento che il potere di giurisdizione del vescovo è ricevuto dal primate (analogamente a come, nella Chiesa cattolica, il vescovo lo riceve dal papa). Problema all'origine dei vari scismi e delle varie tensioni relative alla questione della Diaspora.<br />Vi è poi tutto il filone del sedevacantismo, che teorizza la Sede vacante a causa dell'eresia da Giovanni XXIII (per altri da Paolo VI), o nella sua versione più recente, che non riconosce Francesco come papa. Le motivazioni a sostegno di queste posizioni sono chiaramente diversificate, ma l'effetto è quello di ritenere che la Chiesa universale sia rimasta senza il suo centro di unità per un tempo minimo di quasi dieci anni (per chi considera "solo" Francesco un antipapa) ad uno massimo di oltre sessanta. In questo periodo di tempo, mancando il papa, non si può fare nulla che abbia valore per la Chiesa universale, che rimane, in qualche modo, sospesa.<br />La storia della Chiesa ha conosciuto un tempo massimo di sede vacante di 1006 giorni, ossia il tempo intercorso tra la morte del beato Clemente IV e l'elezione del beato Gregorio X; ci vollero quasi tre anni per eleggere il nuovo papa, perché i cardinale riuniti in conclave a Viterbo, nel Palazzo dei papi, non riuscivano a mettersi d'accordo. Fu una situazione più unica che rara, che portò i viterbesi a ridurre il loro vitto e scoperchiare il tetto della sala, per cercare di accelerare l'elezione. In ogni caso si tratta di un tempo contenuto, motivato dal tempo di un'elezione. Situazioni analoghe quelle della Sede vacante per poco più di due anni, che portarono all'elezione di Giovanni XXII e poi di Celestino V. Un altro caso riguarda l'elezione di Martino V, che mise fine allo scisma d'Occidente, dopo due anni di antipapi.<br />Il problema del sedevacantismo sta nel fatto che, sostanzialmente, non si sa più come porre fine alla situazione di Sede vacante: c'è chi si elegge il papa riunendo alcuni fedeli, c'è chi ne attende uno "cattolico" (e non si capisce bene chi decida dell'integrità dottrinale del neo-eletto). Nel frattempo, la Chiesa in quanto universale rimane inerte, svuotando sostanzialmente di senso la promessa del Signore che le porte degli inferi no]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52730727</guid><pubDate>Tue, 14 Feb 2023 22:28:32 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52730727/non_possiamo_andare_via_dalla_chiesa_cattolica_perch_non_ce_n_un_altra.mp3" length="12405490" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Chiesa Cattolica, benvenuti a casa! ➜ https://www.youtube.com/watch?v=zUSdXf8_xeE&amp;amp;list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF

TESTO DELL'ARTICOLO ➜https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7315

NON POSSIAMO ANDARE VIA DALLA CHIESA...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Chiesa Cattolica, benvenuti a casa! ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=zUSdXf8_xeE&amp;list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=zUSdXf8_xeE&amp;list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7315" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7315</a><br /><br />NON POSSIAMO ANDARE VIA DALLA CHIESA CATTOLICA PERCHE' NON CE N'E' UN'ALTRA di Luisella Scrosati<br />La lampada è stata messa sotto il moggio e dappertutto è tenebra. E nella tenebra, confusione, disorientamento, paura. È perciò assolutamente comprensibile che in questa situazione, non appena si veda una fiammella accesa, ci si avvicini per godere un po' di quella luce e di quel calore.<br />La tremenda crisi della fede che stiamo vivendo è davvero una prova grande, tanto più che appare alimentata proprio da quel centro di unità, che trova la sua ragion d'essere nel confermare i fratelli (cf. Lc 22, 32) e non nel seguire ogni «vento di dottrina» (Ef 4, 14). Una crisi che sposta il fronte dei cattolici ad approvare qualsiasi atto, parola e scritto del Pontefice, in quanto proviene dal Papa, oppure a riconsiderare il ministero petrino in una modalità che cattolica non è.<br />Sul primo versante si dimentica che il papa non è la Chiesa, ma il centro di unità della Chiesa. Che il papa non è un monarca assoluto, quasi possa agire legittimamente anche distruggendo la Chiesa. Che il papa non è la fonte della verità, ma il primo a dover obbedire alla verità rivelata. Che il riferimento ultimo non è il suo arbitrio, ma la volontà di Dio, verso la quale papa, vescovi, sacerdoti e fedeli sono rivolti. Ed è per questo che nella tradizione teologica è previsto il caso in cui si possa e si debba resistere di fronte a ordini iniqui del papa, a suoi insegnamenti o disposizioni che risultano oggettivamente contrari al bene della Chiesa e alla verità.<br />Sul secondo versante, si presenta un ampio ventaglio di situazioni in atto, differenti tra loro: il passaggio all'autocefalia ortodossa, le svariate posizioni che ritengono la Sede vacante, formazioni che riconoscono ufficialmente il legittimo pontefice, ma che si ritengono l'istanza ultima di decisioni dottrinali, e che hanno dato vita ad una gerarchia di fatto autocefala, nata da ordinazioni senza mandato pontificio e che di fatto si mantiene canonicamente indipendente dalla Sede romana. La confusione è molta e vede i cattolici, anche tra i sacerdoti, rivolgersi ora agli uni ora agli altri, per ritrovare il senso della fede.<br />La posizione cattolica intende la successione petrina all'interno della successione apostolica, ma con una singolarità: quella cioè della successione del capo del collegio apostolico. Nei Vangeli emerge chiaramente che Pietro non è semplicemente uno dei Dodici; all'interno del collegio apostolico egli è capo, per volontà di Cristo, ed è pietra su cui è edificata la Chiesa. Questo è generalmente riconosciuto dagli ortodossi, mentre invece in loro difetta il fatto della successione petrina; possono accettare che al solo Pietro sia stato riconosciuto questo primato, mentre rifiutano la successione lineare dei successori di Pietro, accogliendo solamente la successione da collegio apostolico a collegio episcopale. Il centro di unità della Chiesa non si troverebbe pertanto nei successori di Pietro, ma in Cristo stesso e nello Spirito Santo.<br />UNA, SANTA, CATTOLICA, APOSTOLICA<br />Non si tratta di negare quest'ultima affermazione, ma di riflettere sulla necessaria "visibilità" e "incarnazione" delle quattro notae della Chiesa, che professiamo nel Credo, e che ne sono proprietà indefettibili. La Chiesa è visibilmente apostolica nel collegio episcopale; nei successori degli apostoli prende carne la sua apostolicità. È visibilmente cattolica (kath'olon, ossia secondo la totalità) nella sua universalità e...]]></itunes:summary><itunes:duration>776</itunes:duration><itunes:keywords>cattolica,chiesa,ortodossia,pietro,pontefice</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/785d1a2dadd646e76b74313677730d64.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>God's not dead 2***** (2016) - La clamorosa conversione del detective ateo</title><link>https://www.spreaker.com/episode/god-s-not-dead-2-2016-la-clamorosa-conversione-del-detective-ateo--50672131</link><description><![CDATA[VIDEO: Wallace in God's not dead 2) ➜ https://www.youtube.com/watch?v=-0kwNPavsY8&amp;list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF<br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7041<br /><br />LA CLAMOROSA CONVERSIONE DEL DETECTIVE ATEO di Luisella Scrosati<br />Un caso irrisolto. Così si è presentata la vita, morte e risurrezione di Gesù, come viene narrata dai Vangeli, agli occhi di J. Warner Wallace. Detective investigativo dei casi di omicidi irrisolti, divenuto popolare negli Stati Uniti per la sua presenza alla trasmissione Dateline della NBC, una versione più "professionale" del nostro Chi l'ha visto?, aveva deciso di indagare il grande caso irrisolto della storia umana che per lui, sostanzialmente ateo, era l'esistenza di Dio. Ovviamente adottando il metodo investigativo a lui familiare, per mettersi alle calcagna della figura di Gesù di Nazareth e della pretesa della sua divinità. L'esito della sua ricerca lo porta alla conversione al cristianesimo [...] nel 1996, quando aveva 35 anni. E da allora le sue abilità di detective vengono messe a servizio dell'evangelizzazione.<br />Wallace ha all'attivo diverse pubblicazioni, ciascuna delle quali ha la sua corrispettiva edizione per i ragazzi, che imparano così a diventare dei piccoli detective-apologeti, interrogando i testimoni, soppesando le prove, ricercando le evidenze. Perché per Wallace i Vangeli sono degni di credibilità, in grado di mostrare la propria attendibilità. La sua adesione a Cristo è stata un arrendersi di fronte alla capacità di questi quattro testi antichi di rispondere positivamente alle investigazioni di un detective. Alla domanda se sia possibile fidarsi dei Vangeli, la risposta di Wallace è positiva.<br />Una delle piste di ricerca della sua indagine, che ritroviamo sul suo sito coldcasechristianity.com, riguarda la prossimità temporale dei Vangeli ai fatti narrati. La ragione di questo interesse? Se i Vangeli iniziarono a circolare nel periodo in cui i testimoni oculari - favorevoli o avversi alla persona di Gesù, poco importa - erano ancora vivi, allora il loro contenuto dev'essere vero; diversamente, chiunque avrebbe potuto smentire i fatti narrati, tanto più che si tratta di fatti inauditi e scomodi. Al detective interessa dunque capire quanto gli autori di questi scritti siano effettivamente vicini alle persone, ai luoghi e agli eventi di cui parlano.<br /><br />QUANDO SONO STATI SCRITTI I VANGELI<br />Wallace intraprende così un'investigazione per capire quando i quattro Vangeli sono stati scritti, partendo dal 200-250 d.C. circa, metà di secolo che corrisponde alla datazione dei Papiri Chester Beatty, provenienti dal Medio Egitto e resi noti nel 1931. Si tratta di undici manoscritti di papiro, (non rotoli, ma codici!), contenenti testi dell'Antico e del Nuovo Testamento, oltre che frammenti del libro di Enoch e di un'omelia di Melitone di Sardi. In particolare il Chester Beatty I (p. 45) contiene delle parti dei quattro Vangeli e degli Atti. Dunque, conclude Wallace, i Vangeli devono essere necessariamente stati scritti prima.<br />Ancora Egitto e ancora papiri. I papiri Bodmer, scoperti nel 1952, che profumano di monachesimo antico, in quanto ritrovati a Pabau, dove sorgeva un monastero fondato da San Pacomio e dove il santo è morto nel 348; datati tra il 200 e il 225, contengono il quarto Vangelo. Occorre dunque spingere ancora più indietro, nella linea temporale la ricerca. Si ritrova così il Diatessaron, un'armonizzazione dei Vangeli ad opera di Taziano, che risale all'incirca al 172, ma certamente non dopo il 180, anno della morte dell'autore.<br />Altre testimonianze antiche antecedono sempre di più la collocazione temporale: nella sua Prima Apologia (150 d. C. circa), San Giustino cita il Vangelo di Giovanni; Eusebio di Cesarea riporta Papia di Gerapoli (+ 130 ca) che menziona i Vangeli di Marco e Matteo. San Policarpo, nella sua lettera alla chiesa di Filippi, cita diversi passi dei Sinottici; Sant'Ignazio di Antiochia, nelle lettere databili intorno all'anno 110 cita Matteo, come fanno anche la Didaché (100 d. C) e la prima lettera di San Clemente I, papa, composta nel 95 o nel 96.<br />Dunque, le varie testimonianze esterne esaminate ci portano progressivamente a collocare temporalmente i Vangeli antecedentemente all'anno 95 d. C. Ma ci sono ulteriori elementi che spingono indietro di almeno altri quarant'anni. Wallace mette in fila una serie di considerazioni che i lettori di questi approfondimenti di apologetica già conoscono e che risultano rilevanti anche per l'investigazione del detective.<br /><br />LA PROFEZIA DELLA DISTRUZIONE DEL TEMPIO DI GERUSALEMME<br />Anzitutto, la data fatidica dell'anno 70, anno della distruzione del centro della vita religiosa del popolo ebraico: il Tempio di Gerusalemme. Gli evangelisti riportano la profezia di Gesù, ma la lasciano con contorni non definiti; Gesù infatti afferma che del Tempio non resterà pietra su pietra che non sia distrutta e null'altro. Ancor più significativo è il totale silenzio di tutti gli altri scritti del Nuovo Testamento. Il che significa che questi testi devono essere stati scritti prima del 70, e quella di Gesù era effettivamente una profezia. Silenzio anche sui fatti che accaddero dopo il 61/62 d. C., anno del martirio di san Giacomo, il Minore, seguito dal martirio delle colonne della Chiesa, gli Apostoli Pietro e Paolo. Impossibile che un'opera attenta come gli Atti degli Apostoli abbia tralasciato l'accaduto. L'unica spiegazione plausibile è che gli Atti siano stati ultimati prima.<br />Wallace sostiene infine che San Paolo, narrando l'istituzione dell'Eucaristia nella prima lettera ai Corinti (11, 23-26), composta tra il 53 e il 57, attinga dal Vangelo di Luca, retrodatando dunque i Sinottici antecedentemente a questa data. In effetti la somiglianza tra i due testi non può lasciare indifferenti. Luca e Paolo sono infatti gli unici a riportare il comando: «Fate questo in memoria di me». Così come entrambi omettono il duplice comando del Signore: «Prendete e mangiate... Bevetene tutti», presente in Matteo (26, 26. 27), e «Prendete» in Marco (14, 22). Tuttavia questa stretta somiglianza dei due testi non spiega se sia Paolo ad aver attinto da Luca o viceversa. La validità di questo argomento appare invece convincente se considerata assieme al riferimento di Paolo a Luca e al suo Vangelo, presente nella seconda lettera ai Corinti, scritta tra il 54 e il 56 d. C. [...]<br />L'indagine del detective menziona anche l'indizio del frammento 7Q5 e si conclude con una constatazione logica: «Quando leggiamo quest'elenco di evidenze, ci rendiamo conto come la prima evidenza che viene dall'anno 250 d.C. è verificata dalla seconda evidenza che viene dal 200 d.C. Tutte le evidenze successive continuano così a confermare quelle precedenti. Noi abbiamo veramente un'argomentazione convincente che ci porta ad affermare che i vangeli furono scritti pochi anni dopo gli avvenimenti che essi riportano e ancora durante le vite dei testimoni oculari che potevano confermarli o confutare qualsiasi falsità o esagerazione».]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/50672131</guid><pubDate>Thu, 21 Jul 2022 22:03:42 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/50672131/la_clamorosa_conversione_del_detective_ateo.mp3" length="10560293" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Wallace in God's not dead 2) ➜ https://www.youtube.com/watch?v=-0kwNPavsY8&amp;amp;list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7041

LA CLAMOROSA CONVERSIONE DEL DETECTIVE ATEO di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Wallace in God's not dead 2) ➜ https://www.youtube.com/watch?v=-0kwNPavsY8&amp;list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF<br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7041<br /><br />LA CLAMOROSA CONVERSIONE DEL DETECTIVE ATEO di Luisella Scrosati<br />Un caso irrisolto. Così si è presentata la vita, morte e risurrezione di Gesù, come viene narrata dai Vangeli, agli occhi di J. Warner Wallace. Detective investigativo dei casi di omicidi irrisolti, divenuto popolare negli Stati Uniti per la sua presenza alla trasmissione Dateline della NBC, una versione più "professionale" del nostro Chi l'ha visto?, aveva deciso di indagare il grande caso irrisolto della storia umana che per lui, sostanzialmente ateo, era l'esistenza di Dio. Ovviamente adottando il metodo investigativo a lui familiare, per mettersi alle calcagna della figura di Gesù di Nazareth e della pretesa della sua divinità. L'esito della sua ricerca lo porta alla conversione al cristianesimo [...] nel 1996, quando aveva 35 anni. E da allora le sue abilità di detective vengono messe a servizio dell'evangelizzazione.<br />Wallace ha all'attivo diverse pubblicazioni, ciascuna delle quali ha la sua corrispettiva edizione per i ragazzi, che imparano così a diventare dei piccoli detective-apologeti, interrogando i testimoni, soppesando le prove, ricercando le evidenze. Perché per Wallace i Vangeli sono degni di credibilità, in grado di mostrare la propria attendibilità. La sua adesione a Cristo è stata un arrendersi di fronte alla capacità di questi quattro testi antichi di rispondere positivamente alle investigazioni di un detective. Alla domanda se sia possibile fidarsi dei Vangeli, la risposta di Wallace è positiva.<br />Una delle piste di ricerca della sua indagine, che ritroviamo sul suo sito coldcasechristianity.com, riguarda la prossimità temporale dei Vangeli ai fatti narrati. La ragione di questo interesse? Se i Vangeli iniziarono a circolare nel periodo in cui i testimoni oculari - favorevoli o avversi alla persona di Gesù, poco importa - erano ancora vivi, allora il loro contenuto dev'essere vero; diversamente, chiunque avrebbe potuto smentire i fatti narrati, tanto più che si tratta di fatti inauditi e scomodi. Al detective interessa dunque capire quanto gli autori di questi scritti siano effettivamente vicini alle persone, ai luoghi e agli eventi di cui parlano.<br /><br />QUANDO SONO STATI SCRITTI I VANGELI<br />Wallace intraprende così un'investigazione per capire quando i quattro Vangeli sono stati scritti, partendo dal 200-250 d.C. circa, metà di secolo che corrisponde alla datazione dei Papiri Chester Beatty, provenienti dal Medio Egitto e resi noti nel 1931. Si tratta di undici manoscritti di papiro, (non rotoli, ma codici!), contenenti testi dell'Antico e del Nuovo Testamento, oltre che frammenti del libro di Enoch e di un'omelia di Melitone di Sardi. In particolare il Chester Beatty I (p. 45) contiene delle parti dei quattro Vangeli e degli Atti. Dunque, conclude Wallace, i Vangeli devono essere necessariamente stati scritti prima.<br />Ancora Egitto e ancora papiri. I papiri Bodmer, scoperti nel 1952, che profumano di monachesimo antico, in quanto ritrovati a Pabau, dove sorgeva un monastero fondato da San Pacomio e dove il santo è morto nel 348; datati tra il 200 e il 225, contengono il quarto Vangelo. Occorre dunque spingere ancora più indietro, nella linea temporale la ricerca. Si ritrova così il Diatessaron, un'armonizzazione dei Vangeli ad opera di Taziano, che risale all'incirca al 172, ma certamente non dopo il 180, anno della morte dell'autore.<br />Altre testimonianze antiche antecedono sempre di più la collocazione temporale: nella sua Prima Apologia (150 d. C. circa), San Giustino cita il Vangelo di Giovanni; Eusebio di Cesarea riporta Papia di Gerapoli (+ 130 ca) che menziona i Vangeli di Marco e Matteo. 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Se la virtù e la pace interiore dipendessero dal comportamento degli altri, poveri noi! Saremmo come delle banderuole che si agitano e si afflosciano a seconda che ci sia vento o bonaccia. Cassiano applica questo principio, tra l'altro, alla lotta contro la collera: «Il fatto di non adirarci non deve essere legato alla condotta ineccepibile degli altri, ma derivare dalla nostra virtù, la quale non s'acquista grazie alla pazienza degli altri, ma si conquista attraverso l'esercizio della propria longanimità».<br /><br />IL VELENO DELLA COLLERA<br />Quante volte abbiamo pensato che abbiamo perso a ragione la pazienza, perché Tizio è veramente insopportabile, perché Caio è un arrogante, perché Sempronio è un provocatore. Tizio, Caio e Sempronio probabilmente saranno anche così, ma la nostra escandescenza è segno della nostra miseria, non di quella altrui.<br />Anche ai tempi di Cassiano c'era qualcuno che pensava che vivendo isolato dagli altri avrebbe finalmente risolto il problema dell'ira. Ma egli ricordava molto bene quando, solo nella sua cella, era preso da «irritazione contro la penna, perché era troppo larga o troppo sottile; oppure contro il coltello, perché [...] tagliava tropo lentamente» (VIII, 19.2).<br />Il veleno della collera è dentro di noi; le circostanze esterne sono soltanto occasioni che fanno uscire questo veleno; un po' come un serpente che, anche quando è a riposo, mantiene però in sé il veleno. È per questa ragione che i Padri del monachesimo indicano che buona parte della terapia deve andare alla radice del problema e consiste perciò nel silenzio dei pensieri, padre del silenzio delle parole e freno degli atteggiamenti collerici. Se ci pensiamo bene, è anzitutto a livello dei pensieri, del cuore, che alimentiamo la nostra ira contro gli uni o contro gli altri: e quando il malcapitato ci capita sotto tiro, la pressione interna è già montata al punto di un'eruzione violenta.<br /><br />LE RADICI DELLA PAZIENZA<br />Ecco perché Cassiano insiste che l'ira e l'impazienza «possono essere sanate con la meditazione del cuore e l'attenzione vigile e costante». Bisogna frenare quel borbottio interiore che se la prende con la pioggia o con il vento, con il troppo freddo o il troppo caldo, e qualsiasi altra cosa che contrasta le nostre voglie.<br />Le radici della pazienza e della dolcezza - che non ha nulla a che vedere con la mollezza o con il lasciar passare tutto - si trovano quindi anzitutto a livello della pacificazione del cuore. Ne "La scala", san Giovanni Climaco definisce la dolcezza come «uno stato immobile dell'anima che rimane uguale a se stessa tanto nelle umiliazioni quanto davanti alle lodi» (VIII, 3). Non è il menefreghismo di chi non si interessa di nulla, né l'impassibilità dell'egoista e di chi ha il cuore indurito; è invece una serenità di fondo, che proviene dall'avere sempre dinanzi ai propri occhi la presenza di Dio, nelle proprie orecchie la sua voce e sulle proprie labbra la sua parola. Ancora, poiché la collera ci scaglia contro il nostro prossimo, l'elemosina, la beneficenza, la compassione diventano un balsamo che placa la potenza irascibile e alterata.<br />Non è male togliere anche alla collera un po' del suo combustibile, affliggendo il nostro corpo con il digiuno e l'astinenza, togliendogli un po' di riposo, e in generale con la penitenza, che ci fanno avvertire la nostra miseria e debolezza e così estinguono il nocivo fuoco interiore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/49928289</guid><pubDate>Tue, 24 May 2022 22:03:38 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/49928289/se_ci_arrabbiamo_la_colpa_non_degli_altri_ma_nostra.mp3" length="4980241" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7013

SE CI ARRABBIAMO NON E' COLPA DEGLI ALTRI, MA NOSTRA di Luisella Scrosati

«Il risultato ultimo della nostra correzione e della nostra tranquillità non dipende dalla volontà degli altri,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7013<br /><br />SE CI ARRABBIAMO NON E' COLPA DEGLI ALTRI, MA NOSTRA di Luisella Scrosati<br /><br />«Il risultato ultimo della nostra correzione e della nostra tranquillità non dipende dalla volontà degli altri, poiché un tale esito non potrà mai essere in nostro potere; esso invece dipende ben più dalla nostra volontà» (Istituzioni Cenobitiche, VIII, 17).<br />Questo testo di san Giovanni Cassiano ci sorprende, ci spiazza; ma nell'accoglierlo e meditarlo sta uno dei segreti della santità. Se la virtù e la pace interiore dipendessero dal comportamento degli altri, poveri noi! Saremmo come delle banderuole che si agitano e si afflosciano a seconda che ci sia vento o bonaccia. Cassiano applica questo principio, tra l'altro, alla lotta contro la collera: «Il fatto di non adirarci non deve essere legato alla condotta ineccepibile degli altri, ma derivare dalla nostra virtù, la quale non s'acquista grazie alla pazienza degli altri, ma si conquista attraverso l'esercizio della propria longanimità».<br /><br />IL VELENO DELLA COLLERA<br />Quante volte abbiamo pensato che abbiamo perso a ragione la pazienza, perché Tizio è veramente insopportabile, perché Caio è un arrogante, perché Sempronio è un provocatore. Tizio, Caio e Sempronio probabilmente saranno anche così, ma la nostra escandescenza è segno della nostra miseria, non di quella altrui.<br />Anche ai tempi di Cassiano c'era qualcuno che pensava che vivendo isolato dagli altri avrebbe finalmente risolto il problema dell'ira. Ma egli ricordava molto bene quando, solo nella sua cella, era preso da «irritazione contro la penna, perché era troppo larga o troppo sottile; oppure contro il coltello, perché [...] tagliava tropo lentamente» (VIII, 19.2).<br />Il veleno della collera è dentro di noi; le circostanze esterne sono soltanto occasioni che fanno uscire questo veleno; un po' come un serpente che, anche quando è a riposo, mantiene però in sé il veleno. È per questa ragione che i Padri del monachesimo indicano che buona parte della terapia deve andare alla radice del problema e consiste perciò nel silenzio dei pensieri, padre del silenzio delle parole e freno degli atteggiamenti collerici. Se ci pensiamo bene, è anzitutto a livello dei pensieri, del cuore, che alimentiamo la nostra ira contro gli uni o contro gli altri: e quando il malcapitato ci capita sotto tiro, la pressione interna è già montata al punto di un'eruzione violenta.<br /><br />LE RADICI DELLA PAZIENZA<br />Ecco perché Cassiano insiste che l'ira e l'impazienza «possono essere sanate con la meditazione del cuore e l'attenzione vigile e costante». Bisogna frenare quel borbottio interiore che se la prende con la pioggia o con il vento, con il troppo freddo o il troppo caldo, e qualsiasi altra cosa che contrasta le nostre voglie.<br />Le radici della pazienza e della dolcezza - che non ha nulla a che vedere con la mollezza o con il lasciar passare tutto - si trovano quindi anzitutto a livello della pacificazione del cuore. Ne "La scala", san Giovanni Climaco definisce la dolcezza come «uno stato immobile dell'anima che rimane uguale a se stessa tanto nelle umiliazioni quanto davanti alle lodi» (VIII, 3). Non è il menefreghismo di chi non si interessa di nulla, né l'impassibilità dell'egoista e di chi ha il cuore indurito; è invece una serenità di fondo, che proviene dall'avere sempre dinanzi ai propri occhi la presenza di Dio, nelle proprie orecchie la sua voce e sulle proprie labbra la sua parola. Ancora, poiché la collera ci scaglia contro il nostro prossimo, l'elemosina, la beneficenza, la compassione diventano un balsamo che placa la potenza irascibile e alterata.<br />Non è male togliere anche alla collera un po' del suo combustibile, affliggendo il nostro corpo con il digiuno e l'astinenza, togliendogli un po' di riposo, e in generale con la penitenza, che ci fanno avvertire la nostra miseria e debolezza e così estinguono il nocivo fuoco interiore.]]></itunes:summary><itunes:duration>312</itunes:duration><itunes:keywords>balsamo,beneficienza,bonaccia,cassiano,elemosina,istituzionicenobitiche</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c21d6259b9c3f7fcffe069ad90c9e077.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Consacrazione della Russia, atto compiuto, indicazioni rispettate</title><link>https://www.spreaker.com/episode/consacrazione-della-russia-atto-compiuto-indicazioni-rispettate--49244996</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6960<br /><br />CONSACRAZIONE DELLA RUSSIA: ATTO COMPIUTO, INDICAZIONI RISPETTATE<br />La Russia (e l'Ucraina) sono ora proprietà di Maria, ma dobbiamo stare attenti a non vanificare l'atto di consacrazione con la nostra mancata conversione<br />di Luisella Scrosati<br />Un'intensa liturgia penitenziale, sobria, raccolta, piena di silenzio ha ricollocato la Chiesa nella sua posizione di verità di fronte a Dio. Il riconoscimento della colpa, il bisogno del perdono, la mano tesa a chiedere quel soccorso che solo può ridare speranza, in un mondo che ha raggiunto il culmine dell'empietà. E poi l'atto tanto atteso, che ha tenuto il mondo sospeso, che ha tenuto Dio sospeso; come tenne sospesa la creazione intera e la Santissima Trinità, più di duemila anni fa, quel momento di silenzio intercorso tra l'annuncio dell'Arcangelo Gabriele e la risposta di Maria di Nazareth.<br />Abbiamo udito con le orecchie del corpo le parole del Santo Padre che chiedeva perdono, a nome di tutti, e consacrava la Chiesa e il mondo, la Russia e l'Ucraina al Cuore Immacolato di Maria. Ora le orecchie della fede ci fanno udire la Madonna che, nostra Avvocata, si presenta al trono di Dio, con in mano il mondo, la Chiesa e specialmente la Russia e l'Ucraina come sua proprietà.<br />Quello che è avvenuto ieri sera è stato una "ricucitura" tra Cielo e terra, l'abbattimento di un muro che il nostro mondo ha costruito, per rendere inaccessibile il Cielo agli uomini, e la ricostruzione di un ponte. E questo ponte non poteva essere ricostruito se non in Colei che ha portato in Sé e donato al mondo il Pontefice eterno, Gesù Cristo Signore nostro; non poteva essere riedificato se non tramite colui che è stato costituito Vicario di Cristo e perciò Sommo Pontefice (appunto, colui che fa da ponte). Tra Lei e lui, tra Maria e Pietro, c'è un rapporto tutto speciale, unico, insostituibile, che dalle apparizioni di Fatima in poi è divenuto molto, molto speciale. Più volte ieri sera, il Papa e la Madonna si sono guardati intensamente, portando in quello sguardo il dolore e la speranza di tutti.<br />Ieri abbiamo assistito alla ricostituzione di quell'ordine e di quella via d'uscita che la Madonna aveva indicato un secolo fa nel piccolo villaggio portoghese e che lega strettamente tra loro il popolo di Dio, il suo supremo Pastore in terra e la Madre di Dio. A Fatima la Madonna ha chiesto al suo popolo di riparare, intercedere, espiare, mediante la Comunione dei primi sabati, il Santo Rosario, l'offerta di sacrifici e di sé stessi. Ha poi chiesto al Papa che, in comunione con tutti i vescovi, consacrasse la Russia al Suo Cuore Immacolato, fortificando così il ruolo insostituibile che il Papa e la gerarchia cattolica hanno nel piano di salvezza di Dio, a vantaggio del mondo intero.<br /><br />RICONDURRE TUTTO A DIO<br />E ieri abbiamo visto per un po' questo ordine ricostituito; abbiamo visto il popolo del Signore, grandi e piccoli, pastori e gregge, domandare perdono a Dio, unirsi in preghiera per questo atto solenne, riconoscendo la voce del pastore, che finalmente li portava a rimettere la loro speranza nella protezione della Madre di Dio, più che in ogni altra iniziativa terrena. Abbiamo visto il Sommo Pontefice - con tutti i pastori della Chiesa - accogliere con umiltà e docilità la richiesta del Cielo, compiendo una consacrazione che egli solo poteva compiere. Perché la Vergine Santa non è venuta a sostituirsi ai pastori e ai fedeli, ma a chiedere loro di vivere secondo quella missione che il Signore ha loro affidato.<br />È oggettivamente difficile affermare che la modalità con cui è stata compiuta la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria della Chiesa, del mondo, e in particolare della Russia e dell'Ucraina, non corrisponda a quanto richiesto dalla Santissima Vergine a Fatima. E ciò nonostante quanto si possa pensare della "validità" dell'atto compiuto da san Giovanni Paolo II nel 1984 e a prescindere dalle mille considerazioni critiche che si possono fare di questo controverso pontificato.<br />Il cuore dell'atto sta lì, nelle parole decisive: «Noi, dunque, Madre di Dio e nostra, solennemente affidiamo e consacriamo al tuo Cuore immacolato noi stessi, la Chiesa e l'umanità intera, in modo speciale la Russia e l'Ucraina». Tutti i vescovi e i sacerdoti del mondo si sono uniti al Sommo Pontefice in questo atto che contiene tutti gli elementi essenziali richiesti dalla Madonna nel 1917, ognuno dei quali ha un significato pregnante; significato che noi uomini continuamente sovraesposti ad una comunicazione continua, veloce, per lo più superficiale non comprendiamo più.<br />Anzitutto, è presente la forma espressa della consacrazione, alla quale si accompagna anche l'affidamento: non si esagererà mai l'importanza di questa parola - consacrazione - e dell'atto che essa esprime. Dopo decenni di secolarizzazione a tutti i livelli, al punto che, in ambito cattolico, abbiamo assistito non solo alla demolizione sistematica del sacro, ma addirittura alla critica della sua stessa idea, l'atto di consacrazione fa invertire la rotta di 180 gradi. Dopo anni e anni in cui si è lavorato indefessamente e insipientemente per cancellare ogni elemento di sacralità fin nell'intimità del culto, in obbedienza allo slogan che tanto "tutto è già sacro" - e così, per una rigorosa dinamica interna, più nulla ormai lo è - la consacrazione ricorda e attua quel grande movimento per cui l'uomo esiste: ricondurre tutto a Dio, consacrando tutto a Lui.<br /><br />L'IMPRESCINDIBILE MEDIAZIONE DI MARIA<br />Poi, il "destinatario" della consacrazione, ossia la Trinità Santissima attraverso l'imprescindibile mediazione del Cuore Immacolato. Dopo anni di minimalismo mariano, si torna a riconoscere «solennemente», per usare le parole contenute nel testo, che Maria può (e deve) essere destinataria dell'atto della consacrazione, perché Ella è stata costituita Mediatrice di tutte le grazie. Se ne è già parlato (vedi qui http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6936) e non è il caso di soffermarsi ulteriormente. Ma quanto è bello sottolineare l'infinita pazienza di Maria Santissima e il Suo rispetto per quanto stabilito dal Figlio; la Sua mediazione, infatti, non ha voluto sostituire le mediazioni umane disposte da Dio, che culminano in quella del Sommo Pontefice, ma le ha stimolate, attese, nobilitate.<br />E poi l'oggetto della consacrazione. Alcuni hanno criticato il fatto che la formula della consacrazione abbia aggiunto la Chiesa, il mondo e l'Ucraina, laddove invece la Madonna aveva chiesto la consacrazione della sola Russia. Ed è vero che suor Lucia, in riferimento alla consacrazione del 1982, aveva precisato che la Madonna aveva chiesto non la consacrazione del mondo, ma della sola Russia. Una "disobbedienza" che non disattende però la richiesta della Madre di Dio, ma le riconosce la potestà sull'universo intero e sulla Chiesa universale, senza tacere di quella nazione da Lei tanto attesa. Riguardo all'Ucraina, appare piuttosto scontato che essa venga consacrata insieme alla Russia, non solo in ragione di quanto sta accadendo da anni a questa parte (nonostante qualcuno faccia finta che la guerra sia scoppiata solo alla fine di febbraio), ma anche perché si tratta di due nazioni intimamente legate per il loro battesimo nella fede cristiana e la consacrazione alla Madonna proprio della Rus'-Ucraina da parte di Jaroslav il Saggio. Un legame che in questa consacrazione viene purificato e rafforzato.<br />Infine, l'adesione di tutti i vescovi e addirittura di tutti i sacerdoti del mondo, che sono stati espressamente chiamati ad unirsi a questo atto. È oggettivamente difficile trovare una consacrazione, dal 1952 ad oggi, passando per quella del 1984, più aderente alle richieste della Madre di Dio di quella avvenuta ieri. Ed è qui, su questo lato oggettivo delle cose che occorre fermarsi, accogliendo l'invito di tornare a Dio che Francesco ieri ha a più riprese rivolto a tutti.<br /><br />Nota di BastaBugie: Riccardo Cascioli nell'articolo seguente dal titolo "Non vanifichiamo l'atto di consacrazione" spiega perché l'atto del 25 marzo rischia di rimanere un episodio isolato. E che nel conflitto russo-ucraino c'è bisogno di cambiare prospettiva per uscire dalla logica del nemico e del tifo.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 28 marzo 2022:<br />C'è un rischio molto concreto per noi di vanificare l'atto di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria che papa Francesco e vescovi di tutto il mondo hanno compiuto il 25 marzo. Vanificare o perlomeno depotenziare. Perché, come abbiamo avuto modo di spiegare, non venga inteso come un rito magico, l'atto di consacrazione impegna ciascuno di noi alla conversione, esige la nostra disponibilità «a lasciarci riconciliare con Dio», come San Paolo supplica i Corinzi nella lettura che abbiamo ascoltato ieri a Messa. E questo vale a prescindere da quanto l'atto di consacrazione sia esattamente aderente alla richiesta fatta dalla Madonna a Fatima, se manchi questo o quel dettaglio, se sia ancora in tempo oppure no, tutte questioni su cui vedo tanta gente ama disquisire. Perché, Fatima o non Fatima, l'unica risposta alla guerra e ai vari castighi è la nostra conversione: lo abbiamo sentito dallo stesso Gesù nel Vangelo letto l'altra domenica: «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13, 5).]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/49244996</guid><pubDate>Tue, 29 Mar 2022 21:08:17 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/49244996/consacrazione_della_russia_atto_compiuto_indicazioni_rispettate.mp3" length="16988831" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6960

CONSACRAZIONE DELLA RUSSIA: ATTO COMPIUTO, INDICAZIONI RISPETTATE
La Russia (e l'Ucraina) sono ora proprietà di Maria, ma dobbiamo stare attenti a non vanificare l'atto di consacrazione...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6960<br /><br />CONSACRAZIONE DELLA RUSSIA: ATTO COMPIUTO, INDICAZIONI RISPETTATE<br />La Russia (e l'Ucraina) sono ora proprietà di Maria, ma dobbiamo stare attenti a non vanificare l'atto di consacrazione con la nostra mancata conversione<br />di Luisella Scrosati<br />Un'intensa liturgia penitenziale, sobria, raccolta, piena di silenzio ha ricollocato la Chiesa nella sua posizione di verità di fronte a Dio. Il riconoscimento della colpa, il bisogno del perdono, la mano tesa a chiedere quel soccorso che solo può ridare speranza, in un mondo che ha raggiunto il culmine dell'empietà. E poi l'atto tanto atteso, che ha tenuto il mondo sospeso, che ha tenuto Dio sospeso; come tenne sospesa la creazione intera e la Santissima Trinità, più di duemila anni fa, quel momento di silenzio intercorso tra l'annuncio dell'Arcangelo Gabriele e la risposta di Maria di Nazareth.<br />Abbiamo udito con le orecchie del corpo le parole del Santo Padre che chiedeva perdono, a nome di tutti, e consacrava la Chiesa e il mondo, la Russia e l'Ucraina al Cuore Immacolato di Maria. Ora le orecchie della fede ci fanno udire la Madonna che, nostra Avvocata, si presenta al trono di Dio, con in mano il mondo, la Chiesa e specialmente la Russia e l'Ucraina come sua proprietà.<br />Quello che è avvenuto ieri sera è stato una "ricucitura" tra Cielo e terra, l'abbattimento di un muro che il nostro mondo ha costruito, per rendere inaccessibile il Cielo agli uomini, e la ricostruzione di un ponte. E questo ponte non poteva essere ricostruito se non in Colei che ha portato in Sé e donato al mondo il Pontefice eterno, Gesù Cristo Signore nostro; non poteva essere riedificato se non tramite colui che è stato costituito Vicario di Cristo e perciò Sommo Pontefice (appunto, colui che fa da ponte). Tra Lei e lui, tra Maria e Pietro, c'è un rapporto tutto speciale, unico, insostituibile, che dalle apparizioni di Fatima in poi è divenuto molto, molto speciale. Più volte ieri sera, il Papa e la Madonna si sono guardati intensamente, portando in quello sguardo il dolore e la speranza di tutti.<br />Ieri abbiamo assistito alla ricostituzione di quell'ordine e di quella via d'uscita che la Madonna aveva indicato un secolo fa nel piccolo villaggio portoghese e che lega strettamente tra loro il popolo di Dio, il suo supremo Pastore in terra e la Madre di Dio. A Fatima la Madonna ha chiesto al suo popolo di riparare, intercedere, espiare, mediante la Comunione dei primi sabati, il Santo Rosario, l'offerta di sacrifici e di sé stessi. Ha poi chiesto al Papa che, in comunione con tutti i vescovi, consacrasse la Russia al Suo Cuore Immacolato, fortificando così il ruolo insostituibile che il Papa e la gerarchia cattolica hanno nel piano di salvezza di Dio, a vantaggio del mondo intero.<br /><br />RICONDURRE TUTTO A DIO<br />E ieri abbiamo visto per un po' questo ordine ricostituito; abbiamo visto il popolo del Signore, grandi e piccoli, pastori e gregge, domandare perdono a Dio, unirsi in preghiera per questo atto solenne, riconoscendo la voce del pastore, che finalmente li portava a rimettere la loro speranza nella protezione della Madre di Dio, più che in ogni altra iniziativa terrena. Abbiamo visto il Sommo Pontefice - con tutti i pastori della Chiesa - accogliere con umiltà e docilità la richiesta del Cielo, compiendo una consacrazione che egli solo poteva compiere. Perché la Vergine Santa non è venuta a sostituirsi ai pastori e ai fedeli, ma a chiedere loro di vivere secondo quella missione che il Signore ha loro affidato.<br />È oggettivamente difficile affermare che la modalità con cui è stata compiuta la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria della Chiesa, del mondo, e in particolare della Russia e dell'Ucraina, non corrisponda a quanto richiesto dalla Santissima Vergine a Fatima. E ciò nonostante quanto si possa pensare della "validità" dell'atto compiuto da san Giovanni Paolo II nel 1984 e a prescindere...]]></itunes:summary><itunes:duration>1062</itunes:duration><itunes:keywords>consacrazione,cuoreimmacolato,fatima,gioco,storia,validità</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/23e088bdf4311a34adc646e5e1905bd2.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Come preservare anima e corpo dalla lussuria</title><link>https://www.spreaker.com/episode/come-preservare-anima-e-corpo-dalla-lussuria--48747070</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6901<br /><br />COME PRESERVARE ANIMA E CORPO DALLA LUSSURIA di Luisella Scrosati<br />Giovanni Cassiano non è molto incoraggiante quando afferma che la lotta contro la passione della lussuria «dura a lungo ed è più tenace di tutte le altre, e sono pochi coloro che riportano una vittoria totale» (Istituzioni cenobitiche, VI, 1). Però bisogna riconoscergli uno spiccato senso della realtà... Come la gola, anche la lussuria è una malattia del concupiscibile, una patologia che colpisce il desiderio, il "motore" dell'anima umana. Un rilievo fondamentale per comprendere che senza la virtù della castità è semplicemente impossibile orientare e consacrare a Dio l'integrità della nostra potenza di desiderio e d'amore. In altre parole, è impossibile giungere, per grazia, ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente (cf. Dt 6,5). La castità richiede sempre l'astinenza da ogni impurità, e può assumere la forma della castità monastica e verginale, oppure quella coniugale.<br />È sempre Cassiano a metterci in guardia sui due fronti in cui la lussuria ci attacca: quello dell'anima e quello del corpo; pertanto è necessario vegliare e lottare su entrambi. Per quanto riguarda il corpo, occorre avvalersi di alcuni mezzi indispensabili per indebolirlo, evitando così che la sua forza diventi legna che alimenta il fuoco della passione lussuriosa. I Padri parlano molto diffusamente del digiuno; san Giovanni Climaco ricorda che Adamo, «se non si fosse lasciato dominare dal proprio ventre, non avrebbe mai saputo che cos'è una moglie» (La Scala, XV; 1). Potrebbe sembrare un'indicazione solo per monaci, ma non è così. Perché infatti il matrimonio non diventi una via di perdizione, ma di santità, è necessario che l'unione dei coniugi e l'apertura al dono della vita non vengano dominati dalla lussuria, ma dalla carità. Bisogna dunque lottare contra la gola, per colpire la lussuria, poiché entrambe fanno capo alla potenza concupiscibile. La moderazione, il digiuno, l'astinenza almeno periodica dalle carni sono mezzi preziosissimi, soprattutto nei momenti di maggiore tentazione. E poi le veglie, perché il troppo sonno accende la lussuria, ed il lavoro faticoso, soprattutto manuale, che fiacca il corpo e tiene lontano le fantasie accese dall'ozio.<br />Se digiuno, veglia e lavoro sono indispensabili, non sono però sufficienti contro questa passione furibonda, che si avverte sì nel corpo, ma che si accende nel cuore dell'uomo. Ed è lì che bisogna porre un cherubino di guardia, notte e giorno. In primis, dobbiamo saper custodire i sensi, in particolare gli occhi e il tatto, perché non vengano eccessivamente sollecitati. Una volta venne mossa l'obiezione che, dati i tempi, bisognerebbe andare in giro con una benda sugli occhi e si finirebbe per rompersi qualcosa. Nel qual caso il corpo risulterebbe indebolito e saremmo già a metà dell'opera, almeno per un po'... Battute a parte, non dobbiamo concederci la licenza di far vagare il nostro sguardo e indugiare su ciò che non conviene. Punto.<br />E poi la custodia del cuore, dove si insinuano pensieri cattivi o riaffiorano immagini e ricordi sensuali. La strategia è quella di respingere sempre e subito. San Giovanni Climaco avverte, con molta esperienza, di «non cercare di respingere il demone della fornicazione con giustificazioni e contraddizioni verbali, perché, avendo come alleata la natura, anche lui ha buone ragioni per combatterci» (La Scala, XV, 20). Bisogna però tener sempre presente che «chi vuol vincere la propria carne, o anche solo farle guerra, con le proprie forze, corre invano: se infatti il Signore non distrugge la dimora della carne e non edifica quella dell'anima, invano digiuna e veglia chi vuole distruggerla (cf. Sal 126,1-2)» (XV, 20).<br />Preghiera, supplica incessante, abbandono fiducioso in Dio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/48747070</guid><pubDate>Tue, 15 Feb 2022 23:47:19 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/48747070/come_preservare_anima_e_corpo_dalla_lussuria.mp3" length="5390919" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6901

COME PRESERVARE ANIMA E CORPO DALLA LUSSURIA di Luisella Scrosati
Giovanni Cassiano non è molto incoraggiante quando afferma che la lotta contro la passione della lussuria «dura a lungo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6901<br /><br />COME PRESERVARE ANIMA E CORPO DALLA LUSSURIA di Luisella Scrosati<br />Giovanni Cassiano non è molto incoraggiante quando afferma che la lotta contro la passione della lussuria «dura a lungo ed è più tenace di tutte le altre, e sono pochi coloro che riportano una vittoria totale» (Istituzioni cenobitiche, VI, 1). Però bisogna riconoscergli uno spiccato senso della realtà... Come la gola, anche la lussuria è una malattia del concupiscibile, una patologia che colpisce il desiderio, il "motore" dell'anima umana. Un rilievo fondamentale per comprendere che senza la virtù della castità è semplicemente impossibile orientare e consacrare a Dio l'integrità della nostra potenza di desiderio e d'amore. In altre parole, è impossibile giungere, per grazia, ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente (cf. Dt 6,5). La castità richiede sempre l'astinenza da ogni impurità, e può assumere la forma della castità monastica e verginale, oppure quella coniugale.<br />È sempre Cassiano a metterci in guardia sui due fronti in cui la lussuria ci attacca: quello dell'anima e quello del corpo; pertanto è necessario vegliare e lottare su entrambi. Per quanto riguarda il corpo, occorre avvalersi di alcuni mezzi indispensabili per indebolirlo, evitando così che la sua forza diventi legna che alimenta il fuoco della passione lussuriosa. I Padri parlano molto diffusamente del digiuno; san Giovanni Climaco ricorda che Adamo, «se non si fosse lasciato dominare dal proprio ventre, non avrebbe mai saputo che cos'è una moglie» (La Scala, XV; 1). Potrebbe sembrare un'indicazione solo per monaci, ma non è così. Perché infatti il matrimonio non diventi una via di perdizione, ma di santità, è necessario che l'unione dei coniugi e l'apertura al dono della vita non vengano dominati dalla lussuria, ma dalla carità. Bisogna dunque lottare contra la gola, per colpire la lussuria, poiché entrambe fanno capo alla potenza concupiscibile. La moderazione, il digiuno, l'astinenza almeno periodica dalle carni sono mezzi preziosissimi, soprattutto nei momenti di maggiore tentazione. E poi le veglie, perché il troppo sonno accende la lussuria, ed il lavoro faticoso, soprattutto manuale, che fiacca il corpo e tiene lontano le fantasie accese dall'ozio.<br />Se digiuno, veglia e lavoro sono indispensabili, non sono però sufficienti contro questa passione furibonda, che si avverte sì nel corpo, ma che si accende nel cuore dell'uomo. Ed è lì che bisogna porre un cherubino di guardia, notte e giorno. In primis, dobbiamo saper custodire i sensi, in particolare gli occhi e il tatto, perché non vengano eccessivamente sollecitati. Una volta venne mossa l'obiezione che, dati i tempi, bisognerebbe andare in giro con una benda sugli occhi e si finirebbe per rompersi qualcosa. Nel qual caso il corpo risulterebbe indebolito e saremmo già a metà dell'opera, almeno per un po'... Battute a parte, non dobbiamo concederci la licenza di far vagare il nostro sguardo e indugiare su ciò che non conviene. Punto.<br />E poi la custodia del cuore, dove si insinuano pensieri cattivi o riaffiorano immagini e ricordi sensuali. La strategia è quella di respingere sempre e subito. San Giovanni Climaco avverte, con molta esperienza, di «non cercare di respingere il demone della fornicazione con giustificazioni e contraddizioni verbali, perché, avendo come alleata la natura, anche lui ha buone ragioni per combatterci» (La Scala, XV, 20). Bisogna però tener sempre presente che «chi vuol vincere la propria carne, o anche solo farle guerra, con le proprie forze, corre invano: se infatti il Signore non distrugge la dimora della carne e non edifica quella dell'anima, invano digiuna e veglia chi vuole distruggerla (cf. Sal 126,1-2)» (XV, 20).<br />Preghiera, supplica incessante, abbandono fiducioso in Dio.]]></itunes:summary><itunes:duration>337</itunes:duration><itunes:keywords>custodiadelcuore,digiuno,gola,lussuria,santità,veglia</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a50ff41d203a0f745bbe81342ecb5c90.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il green pass e le minacce misericordiose a sacerdoti e fedeli</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-green-pass-e-le-minacce-misericordiose-a-sacerdoti-e-fedeli--47166981</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6767<br /><br />IL GREENPASS E LE MINACCE ''MISERICORDIOSE'' A SACERDOTI E FEDELI<br />di Luisella Scrosati<br />A macchia d'olio. Il lasciapassare verde si sta rapidamente estendendo nelle diocesi italiane, sempre più preoccupate di uniformarsi alle leggi civili. Dopo la calorosa raccomandazione della Conferenza Episcopale Italiana a sottoporsi alla vaccinazione e dopo l'immediata imposizione dell'Arcidiocesi di Milano agli operatori pastorali delle tre condizioni che abilitano ad avere il green-pass (vaccinazione, guarigione dalla Covid, tampone molecolare negativo), altre diocesi italiane si allineano.<br />L'Arcidiocesi di Firenze, con una lettera dell'11 settembre, firmata dal cardinal Betori, si mette nella scia della diocesi ambrosiana: autodichiarazione obbligatoria, nella quale si esplicita di rientrare in una delle tre categorie "benedette" dallo Stato, senza la quale accoliti, ministri straordinari della comunione, catechisti, educatori, animatori, volontari, persino segretari ed archivisti parrocchiali non potranno più svolgere il loro servizio. Anche la diocesi di Firenze, come quella di Milano precisa, che «quanto previsto nell'autodichiarazione per gli "operatori stabili" è richiesto anche per i ministri ordinati (vescovo, presbiteri e diaconi); in virtù del particolare vincolo di obbedienza assunto al momento dell'ordinazione, per loro quindi non è necessario compilare il modulo». Un'obbedienza che ormai nella Chiesa è intesa in modo alquanto singolare: liberi di proclamare eresie, ma non di scegliere le cure adeguate alla propria salute.<br /><br />LA DIOCESI DI AREZZO: PRIMA IL DIALOGO, SE POI I PRETI NON SONO D'ACCORDO LI CACCIAMO<br />La diocesi di Arezzo, in nome della comunione con le diocesi della Toscana, ha subito diffuso nei propri territori le disposizioni della Chiesa fiorentina, con tanto di tabella riassuntiva delle varie attività correlate alla richiesta di lasciapassare. Interessante notare che quanti partecipano alla catechesi, se sono maggiorenni, devono esibire il green-pass. Altrimenti niente trasmissione della fede: evidentemente le leggi civili, o presunte tali, vengono prima dell'evangelizzazione.<br />Il vescovo, Mons. Riccardo Fontana, ci mette però del suo, in un'intervista dal tono un po' "intimadatorio" al quotidiano La Nazione (21 ottobre, pagina 2). Il titolo è tutto un programma: «Una decina di parroci ancora senza vaccino. "Prima dell'obbligo la strada del dialogo"». Sintesi dell'articolo: cari preti no-vax, intanto vi scredito davanti a tutti; poi vi do la possibilità di scegliere "liberamente" quello che io voglio; infine, se non vi piegate, vi obbligo, magari minacciandovi la sospensione a divinis. Gli articolisti la chiamano "moral suasion", un modo colto per nascondere la volontà di estorsione.<br />Qualche citazione passim dall'articolo: «La stragrande maggioranza dei miei parroci ha già fatto il vaccino, su 309 in servizio della Diocesi, chi non ce l'ha si conta sulle dita di due mani e chi non presenta il Green pass non fa riunioni con il popolo [...]. Ma ora, prima di imporre l'obbligo stiamo percorrendo le vie del dialogo che mi sono molto più consone». Un'idea singolare di dialogo: o fai quel che ti dico "dialogando" oppure ti impedisco di svolgere il ministero sacerdotale.<br />Nel caso non fosse abbastanza chiaro, Fontana continua: «Convinceremo i resistenti, ma la stragrande maggioranza è d'accordo. Sentirò, uno ad uno tutti i miei preti e ho già iniziato [...] ma certo che non può fare il parroco uno che non ha il Green pass».<br />Sempre La Nazione, il giorno dopo, torna a sostenere la "moral suasion" della diocesi, parlando di un povero prete anziano del gruppo dei "resistenti", che però è corso a farsi il vaccino, perché in fondo non aveva altre ragioni se non quelle del "si sente dire in giro che". Poi le affermazioni di altri sacerdoti, per i quali con il Green pass siamo tutti più sicuri e più liberi di riprendere le nostre attività pastorali. La meraviglia del mondo green...<br /><br />LA SITUAZIONE IN UMBRIA: IL CAPPIO SI STRINGE SEMPRE DI PIÙ<br />Dalla Toscana alla vicina Umbria, dove i sacerdoti della diocesi di Foligno si sono visti recapitare una lettera recante «cordiali e fraterni saluti» da parte del Vicario generale, Mons. Giovanni Nizzi, che tanto cordiale e fraterno, nel concreto, non sembra esserlo. «Il criterio generale deve essere il seguente: chiunque abbia un ruolo ecclesiale che comporti un contatto fisico con gli altri [...] deve attenersi ai previsti criteri di precauzione (vaccinazione, guarigione da non oltre 180 giorni, test negativo - 72 ore - da tampone molecolare) sottoscrivendo il modulo di autodichiarazione. Nel caso che, per qualsiasi motivo, non potesse attenersi a questo criterio, si astenga rigorosamente dall'esercizio del ministero o dell'attività ecclesiale in tutti quegli aspetti che comportano contatto fisico con gli altri (ad esempio, distribuzione della Santa Comunione, catechesi per gruppi in luoghi chiusi, partecipazione a cori, ...)». Ci è stato segnalato che anche le diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Spoleto-Norcia avrebbero adottato la stessa linea. E a Terni il vescovo ha detto di seguire passo passo le direttive della diocesi milanese.<br />Meglio non sprecare battute sul ruolo ecclesiale che comporta un "contatto fisico", dato il momento particolarmente delicato per la Chiesa cattolica; ci limitiamo a sollevare qualche perplessità sul presunto contatto fisico che si verificherebbe durante la distribuzione dell'Eucaristia: evidentemente qualcosa ci sfugge dell'attuale prassi sacramentaria.<br />Dunque, il cappio si stringe sempre di più attorno a quei laici e sacerdoti che non intendono cadere nella trappola del lasciapassare verde, che altro non è se non una modalità concreta per entrare nel regime di una chiesa di Stato a tutti gli effetti. Il ministero sacerdotale, la vita sacramentale, la trasmissione della fede, le attività caritative, insomma, la vita della Chiesa interamente subordinata ad una delle più assurde e impositive leggi dello Stato.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/47166981</guid><pubDate>Tue, 26 Oct 2021 21:21:57 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/47166981/il_green_pass_e_le_minacce_misericordiose_a_sacerdoti_e_fedeli.mp3" length="6730882" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6767

IL GREENPASS E LE MINACCE ''MISERICORDIOSE'' A SACERDOTI E FEDELI
di Luisella Scrosati
A macchia d'olio. Il lasciapassare verde si sta rapidamente estendendo nelle diocesi...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6767<br /><br />IL GREENPASS E LE MINACCE ''MISERICORDIOSE'' A SACERDOTI E FEDELI<br />di Luisella Scrosati<br />A macchia d'olio. Il lasciapassare verde si sta rapidamente estendendo nelle diocesi italiane, sempre più preoccupate di uniformarsi alle leggi civili. Dopo la calorosa raccomandazione della Conferenza Episcopale Italiana a sottoporsi alla vaccinazione e dopo l'immediata imposizione dell'Arcidiocesi di Milano agli operatori pastorali delle tre condizioni che abilitano ad avere il green-pass (vaccinazione, guarigione dalla Covid, tampone molecolare negativo), altre diocesi italiane si allineano.<br />L'Arcidiocesi di Firenze, con una lettera dell'11 settembre, firmata dal cardinal Betori, si mette nella scia della diocesi ambrosiana: autodichiarazione obbligatoria, nella quale si esplicita di rientrare in una delle tre categorie "benedette" dallo Stato, senza la quale accoliti, ministri straordinari della comunione, catechisti, educatori, animatori, volontari, persino segretari ed archivisti parrocchiali non potranno più svolgere il loro servizio. Anche la diocesi di Firenze, come quella di Milano precisa, che «quanto previsto nell'autodichiarazione per gli "operatori stabili" è richiesto anche per i ministri ordinati (vescovo, presbiteri e diaconi); in virtù del particolare vincolo di obbedienza assunto al momento dell'ordinazione, per loro quindi non è necessario compilare il modulo». Un'obbedienza che ormai nella Chiesa è intesa in modo alquanto singolare: liberi di proclamare eresie, ma non di scegliere le cure adeguate alla propria salute.<br /><br />LA DIOCESI DI AREZZO: PRIMA IL DIALOGO, SE POI I PRETI NON SONO D'ACCORDO LI CACCIAMO<br />La diocesi di Arezzo, in nome della comunione con le diocesi della Toscana, ha subito diffuso nei propri territori le disposizioni della Chiesa fiorentina, con tanto di tabella riassuntiva delle varie attività correlate alla richiesta di lasciapassare. Interessante notare che quanti partecipano alla catechesi, se sono maggiorenni, devono esibire il green-pass. Altrimenti niente trasmissione della fede: evidentemente le leggi civili, o presunte tali, vengono prima dell'evangelizzazione.<br />Il vescovo, Mons. Riccardo Fontana, ci mette però del suo, in un'intervista dal tono un po' "intimadatorio" al quotidiano La Nazione (21 ottobre, pagina 2). Il titolo è tutto un programma: «Una decina di parroci ancora senza vaccino. "Prima dell'obbligo la strada del dialogo"». Sintesi dell'articolo: cari preti no-vax, intanto vi scredito davanti a tutti; poi vi do la possibilità di scegliere "liberamente" quello che io voglio; infine, se non vi piegate, vi obbligo, magari minacciandovi la sospensione a divinis. Gli articolisti la chiamano "moral suasion", un modo colto per nascondere la volontà di estorsione.<br />Qualche citazione passim dall'articolo: «La stragrande maggioranza dei miei parroci ha già fatto il vaccino, su 309 in servizio della Diocesi, chi non ce l'ha si conta sulle dita di due mani e chi non presenta il Green pass non fa riunioni con il popolo [...]. Ma ora, prima di imporre l'obbligo stiamo percorrendo le vie del dialogo che mi sono molto più consone». Un'idea singolare di dialogo: o fai quel che ti dico "dialogando" oppure ti impedisco di svolgere il ministero sacerdotale.<br />Nel caso non fosse abbastanza chiaro, Fontana continua: «Convinceremo i resistenti, ma la stragrande maggioranza è d'accordo. Sentirò, uno ad uno tutti i miei preti e ho già iniziato [...] ma certo che non può fare il parroco uno che non ha il Green pass».<br />Sempre La Nazione, il giorno dopo, torna a sostenere la "moral suasion" della diocesi, parlando di un povero prete anziano del gruppo dei "resistenti", che però è corso a farsi il vaccino, perché in fondo non aveva altre ragioni se non quelle del "si sente dire in giro che". Poi le affermazioni di altri sacerdoti, per i quali con il Green pass siamo tutti più sicuri e...]]></itunes:summary><itunes:duration>421</itunes:duration><itunes:keywords>betori,cei,diocesi,fontana,greenpass,moralsuasion,uniformarsi</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3354a546c4337f0c9f3d1cb1d89d76d7.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sposarsi nel giardino di casa? Pessima idea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sposarsi-nel-giardino-di-casa-pessima-idea--45499361</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6639<br /><br />SPOSARSI NEL GIARDINO DI CASA? PESSIMA IDEA<br />Il vescovo di Livorno dà il via libera ai matrimoni fuori dalla chiesa, ma così si svilisce il matrimonio come sacramento<br />di Luisella Scrosati<br />C’era una volta una barzelletta - a dire il vero una barzelletta in più versioni - che illustrava le tre cose che non sa nemmeno lo Spirito Santo. Ossia quanti soldi abbiano i Salesiani, quante congregazioni femminili esistano e cosa ci sia nella testa dei Gesuiti. Dopo la lettura della recente decisione del vescovo di Livorno, l’ultima "categoria" della barzelletta necessita di espansione.<br />Mons. Simone Giusti, per «dare dei segnali di accoglienza ai tanti che sono cristiani, ma hanno difficoltà oggi a sposarsi in chiesa», in data 18 giugno 2021 ha concesso a tutti i Parroci della sua diocesi l’autorizzazione di assistere i matrimoni anche nelle abitazioni, avvalendosi del can. 1118 § 2: «L'Ordinario del luogo può permettere che il matrimonio sia celebrato in altro luogo conveniente», diverso dalla chiesa o oratorio.<br />Già, ma per quale ragione? Dalla nota giuridico pastorale non si capisce granché: si percepisce invece una certa confusione tra la vicinanza a cui esorterebbe Amoris Laetitia, le coppie conviventi, ed impedimenti vari per sposarsi in chiesa. Il riferimento pastorale di questa stravagante decisione è l’episodio in cui papa Francesco, durante il volo da Santiago del Cile a Iquique, nel gennaio 2018, unì in matrimonio Paula Podest e Carlos Ciuffati, «uno steward e una hostess cileni, i quali convivevano già da tempo con due figli ed erano già sposati civilmente. Quando il Pontefice chiese loro perché non si fossero sposati con matrimonio religioso, i due spiegarono che è stato per via del crollo della chiesa a causa del terremoto del 2010», spiega il vescovo nella nota. Un episodio che è da subito apparso come tutt’altro che improvvisato e che lascia quantomeno dubbiosi sulla motivazione addotta dalla coppia convivente circa l’impossibilità di essersi sposati prima. Che dal 2010, anno in cui è crollata la chiesa, al 2018 non siano riusciti a trovare un altro edificio sacro in tutto il Cile fa pensare. Difficile poi che in una circostanza d’emergenza, come quella che segue un forte sisma, i vescovi cileni non si siano avvalsi dello stesso canone cui ricorre ora Mons. Giusti. Dal 2010, in Cile, non si è sposato più nessuno causa terremoto?<br /><br />IL PROBLEMA VERO È IL "PER SEMPRE"<br />Eppure questo episodio, secondo il vescovo di Livorno, avrebbe testimoniato quella «carità pastorale del Pontefice» che potrebbe aiutare «a promuovere un’autentica conversione pastorale, [...] capace di affrontare, con uno sguardo diverso e fiducioso, il complesso fenomeno delle convivenze o dei matrimoni solo civili, offrendo nuove e particolari possibilità pastorali, anche "azzardate", come quella del Pontefice».<br />Secondo Giusti «nel cuore di tanti conviventi e di color che hanno celebrato un matrimonio solo civile, spesso vi è il desiderio di celebrare un matrimonio religioso, ma vi sono alcuni impedimenti di natura morale e sociale che creano ostacoli». Pertanto, «ogni azione pastorale consiste nella rimozione di tutti quegli "impedimenti" di natura sociale e morale che inducono molti a scegliere la convivenza more uxorio, come "tappa irrinunciabile" prima di accedere al matrimonio cristiano». Ma perché mai celebrare un matrimonio in aereo o in casa sarebbe un modo per affrontare il problema delle convivenze? Davvero si pensa che chi va a convivere lo fa perché ha difficoltà a sposarsi dentro l’edificio sacro e non piuttosto perché ci sia qualche problema con quel "per sempre"?<br />La giornalista Chiara Domenici solleva su Avvenire la questione dei costi, come se si trattasse del problema principale per cui le persone non si sposano in chiesa. Mons. Giusti sembra ridimensionare un po’ l’entità del problema: «La celebrazione del Sacramento del matrimonio non costa nulla, al massimo se una coppia lo vuole, lascia un’offerta per i poveri e non per il prete». Ma poi aggiunge con una consecutio logica un po’ traballante: «Per questo ho dato facoltà ai sacerdoti di Livorno di sposare anche in casa, per fare in modo che quello della location non sia un motivo per rinunciare alla cerimonia religiosa». Ma non aveva appena detto che la location è praticamente gratuita?<br />Eppure anche in un’intervista video del 21 giugno, Mons. Giusti dà ancora per buona la giustificazione che diverse persone non si sposerebbero in chiesa, perché non hanno voglia o possibilità di «spendere delle cifre [...] Tanti vanno a convivere perché dicono: "Non ho i soldi per sposarmi". Allora noi gli diamo la possibilità di sposarsi senza soldi». Correttamente, Mons. Giusti ricorda che non è possibile costruire una famiglia cristiana, se non si accoglie Cristo in casa propria, mediante il sacramento del matrimonio; persone, come afferma il vescovo, che battezzano i figli, li mandano anche al catechismo, ma non si sposano. Ma siamo così sicuri che questo problema venga risolto dal matrimonio in casa? Se una coppia non ritiene così fondamentale sposarsi in Cristo, non è che forse tutta la questione si gioca su una mancata comprensione di cosa sia il matrimonio?<br /><br />NESSUNA MOTIVAZIONE PASTORALE CONCRETA<br />Si sa molto bene che non sono i soldi il problema di chi sceglie la chiesa come luogo della celebrazione, ma tutto il contesto di pranzo, buffet, bomboniere, abiti, fotografo, album, etc. -; è noto altresì che a Livorno non ci sono stati terremoti che hanno tirato giù tutte le chiese... dunque? Benissimo l’idea di spogliare i sacramenti «di tutti gli orpelli che si sono creati a causa del boom consumistico», ma di nuovo, chiediamo: il problema anche economico è sposarsi in chiesa o tutto il resto?<br />Nel documento la decisione viene giustificata dall’intento di rimuovere non meglio precisati «impedimenti di tipo culturale e morale», o «di natura morale e sociale». Non è dato sapere. Una vaghezza che darà il via alla nuova moda del "marriage at home", dal momento che ai parroci viene consentito di assistere questi matrimoni domestici, purché «sussistano motivazioni pastorali come descritte nelle premesse».<br />O ci manca un allegato, oppure nessuna motivazione pastorale concreta viene riportata, nessuna che non siano gli euro. Insomma basterà essere conviventi che non hanno voglia di sposarsi in chiesa per qualsivoglia ragione di tipo morale, culturale o sociale - praticamente tutto - e il gioco è fatto.<br />Alla non chiara argomentazione del Vescovo, viene in aiuto il vicario giudiziale della diocesi: «Non si tratta di ritornare a celebrare matrimoni nella clandestinità, sempre stigmatizzati dalla Chiesa, poiché le celebrazioni nei luoghi di culto restano comunque ordinarie e preferibili, ma questa possibilità può aiutare alcune coppie a superare le difficoltà a celebrare il "tipo" di matrimonio imposto da certi modelli culturali e sociali». Scusate, ma non sarebbe sufficiente che i parroci dicano a queste persone che ci si può sposare in chiesa anche solo alla presenza di due testimoni? Che si può celebrare in matrimonio anche di sera o di notte (parroco permettendo), in modo discreto?<br />Secondo Mons. Giusti sarebbero dunque queste le vie nuove da sperimentare, poiché, in fondo, «l’essenziale del Sacramento del matrimonio è la ferma volontà di volersi unire cristianamente per ricevere la grazia di Dio e poter edificare una bella famiglia cristiana». Secondo questa logica si potrebbe abolire anche la forma canonica. E speriamo di non essere presi sul serio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/45499361</guid><pubDate>Wed, 21 Jul 2021 21:55:02 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/45499361/sposarsi_nel_giardino_di_casa_pessima_idea.mp3" length="8407711" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6639

SPOSARSI NEL GIARDINO DI CASA? PESSIMA IDEA
Il vescovo di Livorno dà il via libera ai matrimoni fuori dalla chiesa, ma così si svilisce il matrimonio come sacramento
di Luisella...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6639<br /><br />SPOSARSI NEL GIARDINO DI CASA? PESSIMA IDEA<br />Il vescovo di Livorno dà il via libera ai matrimoni fuori dalla chiesa, ma così si svilisce il matrimonio come sacramento<br />di Luisella Scrosati<br />C’era una volta una barzelletta - a dire il vero una barzelletta in più versioni - che illustrava le tre cose che non sa nemmeno lo Spirito Santo. Ossia quanti soldi abbiano i Salesiani, quante congregazioni femminili esistano e cosa ci sia nella testa dei Gesuiti. Dopo la lettura della recente decisione del vescovo di Livorno, l’ultima "categoria" della barzelletta necessita di espansione.<br />Mons. Simone Giusti, per «dare dei segnali di accoglienza ai tanti che sono cristiani, ma hanno difficoltà oggi a sposarsi in chiesa», in data 18 giugno 2021 ha concesso a tutti i Parroci della sua diocesi l’autorizzazione di assistere i matrimoni anche nelle abitazioni, avvalendosi del can. 1118 § 2: «L'Ordinario del luogo può permettere che il matrimonio sia celebrato in altro luogo conveniente», diverso dalla chiesa o oratorio.<br />Già, ma per quale ragione? Dalla nota giuridico pastorale non si capisce granché: si percepisce invece una certa confusione tra la vicinanza a cui esorterebbe Amoris Laetitia, le coppie conviventi, ed impedimenti vari per sposarsi in chiesa. Il riferimento pastorale di questa stravagante decisione è l’episodio in cui papa Francesco, durante il volo da Santiago del Cile a Iquique, nel gennaio 2018, unì in matrimonio Paula Podest e Carlos Ciuffati, «uno steward e una hostess cileni, i quali convivevano già da tempo con due figli ed erano già sposati civilmente. Quando il Pontefice chiese loro perché non si fossero sposati con matrimonio religioso, i due spiegarono che è stato per via del crollo della chiesa a causa del terremoto del 2010», spiega il vescovo nella nota. Un episodio che è da subito apparso come tutt’altro che improvvisato e che lascia quantomeno dubbiosi sulla motivazione addotta dalla coppia convivente circa l’impossibilità di essersi sposati prima. Che dal 2010, anno in cui è crollata la chiesa, al 2018 non siano riusciti a trovare un altro edificio sacro in tutto il Cile fa pensare. Difficile poi che in una circostanza d’emergenza, come quella che segue un forte sisma, i vescovi cileni non si siano avvalsi dello stesso canone cui ricorre ora Mons. Giusti. Dal 2010, in Cile, non si è sposato più nessuno causa terremoto?<br /><br />IL PROBLEMA VERO È IL "PER SEMPRE"<br />Eppure questo episodio, secondo il vescovo di Livorno, avrebbe testimoniato quella «carità pastorale del Pontefice» che potrebbe aiutare «a promuovere un’autentica conversione pastorale, [...] capace di affrontare, con uno sguardo diverso e fiducioso, il complesso fenomeno delle convivenze o dei matrimoni solo civili, offrendo nuove e particolari possibilità pastorali, anche "azzardate", come quella del Pontefice».<br />Secondo Giusti «nel cuore di tanti conviventi e di color che hanno celebrato un matrimonio solo civile, spesso vi è il desiderio di celebrare un matrimonio religioso, ma vi sono alcuni impedimenti di natura morale e sociale che creano ostacoli». Pertanto, «ogni azione pastorale consiste nella rimozione di tutti quegli "impedimenti" di natura sociale e morale che inducono molti a scegliere la convivenza more uxorio, come "tappa irrinunciabile" prima di accedere al matrimonio cristiano». Ma perché mai celebrare un matrimonio in aereo o in casa sarebbe un modo per affrontare il problema delle convivenze? Davvero si pensa che chi va a convivere lo fa perché ha difficoltà a sposarsi dentro l’edificio sacro e non piuttosto perché ci sia qualche problema con quel "per sempre"?<br />La giornalista Chiara Domenici solleva su Avvenire la questione dei costi, come se si trattasse del problema principale per cui le persone non si sposano in chiesa. Mons. 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Ed è possibile vivere da uomini, e da uomini di fede, allorché le nostre scelte vengono determinate da questa passione?<br />Per i Padri, la questione è chiara e semplice: il timore è una malattia, dunque una condizione patologica non naturale dell'uomo. Certamente esistono fattori educativi che possono rendere una persona particolarmente vulnerabile a riguardo: l'idolatria della sicurezza e della salute, cui molti genitori ed educatori hanno offerto il loro incenso, si scontra frontalmente con un'educazione che invece ha sempre riconosciuto nel rischio, nella difficoltà, nella malattia, nella sconfitta, dei grandi alleati per formare degli uomini e non degli eterni bambini. Torniamo al grande insegnamento dei Maestri. Il timore paralizza l'uomo; esso s'insinua come una corrente persistente di pensieri, che presentano in modo ossessivo scenari futuri drammatici, che vengono emotivamente vissuti come se fossero reali. Da qui l'ansia, l'angoscia, il panico, quegli stati d'animo che paralizzano l'uomo, lo deprimono e lo spingono a evitare di prendere posizione, di lottare. La parola d'ordine è fare di tutto per conservare la posizione ed evitare guai, non esporsi, non correre rischi. La verità, il bene, la fedeltà a Dio e al prossimo, la Sua gloria vengono o totalmente rimossi oppure, in modo più rappacificante per la coscienza, "accomodati".<br />La mediocrità diventa allora la cifra del timoroso e del pusillanime; e sappiamo come il mediocre, il tiepido, venga giudicato da Dio. Occorre perciò reagire a questa passione esiziale dell'anima. E i Padri, questi grandi conoscitori dell'animo umano, forniscono delle indicazioni molto precise e alla portata di tutti: «Chi si sforza nella preghiera pura sentirà rumori e fracassi, voci e insulti; ma egli non crollerà, né perderà il suo sangue freddo, dicendo a Dio: "Non temerò alcun male, perché tu sei con me" e altre parole simili» (Evagrio, La preghiera, 97). Il cristiano deve avere sempre sulle labbra le parole di confidenza presenti nelle Scritture, perché scendano nel cuore e lo risanino in profondità da questa passione. Evagrio richiama di fatto il Salmo 23 [22], al quale si può affiancare anche il Salmo 27 [26]: «Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore? [...] Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia». E che dire del Salmo 91 [90], che san Benedetto aveva affidato alla preghiera quotidiana del monaco - nell'ora di Compieta -, affinché dal suo cuore, giorno dopo giorno, venisse allontanata ogni forma di paura?<br />La parola di Dio sulle labbra e il pensiero di Dio nella mente, come insegna questo apoftegma: «Un anziano diceva: "Che tu sia addormentato o sveglio, qualunque cosa tu faccia, se Dio è davanti ai tuoi occhi, anche la forza di Dio rimane in te"». I demoni fanno di tutto per portare il nostro pensiero ad arrabattarsi dietro a mille cose, a cercare sofisticate soluzioni, a sprofondare nelle preoccupazioni, pur di impedirgli di rimanere in Dio; essi sanno molto bene che quando l'attenzione dell'uomo vaga lontano da Dio, diventa molto semplice farlo precipitare nella paura. È per questo che per i Padri il timor di Dio, ossia questa costante consapevolezza di vivere sotto il suo sguardo, è la soluzione radicale alla paura. Mentre l'oblio di Dio è l'ambiente ideale dove scorrazzano i fantasmi notturni e diurni.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/45121591</guid><pubDate>Tue, 01 Jun 2021 21:23:51 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/45121591/la_paura_una_malattia_dell_anima.mp3" length="5848083" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Apocalypto - La paura è una malattia dell'anima ➜ https://www.youtube.com/watch?v=cJZ0PrkejVE&amp;amp;list=PLolpIV2TSebUsSP8uQi0qHD_QddjH-_R3

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6589

LA PAURA E' UNA MALATTIA...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Apocalypto - La paura è una malattia dell'anima ➜ https://www.youtube.com/watch?v=cJZ0PrkejVE&amp;list=PLolpIV2TSebUsSP8uQi0qHD_QddjH-_R3<br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6589<br /><br />LA PAURA E' UNA MALATTIA DELL'ANIMA di Luisella Scrosati<br />Il timore, la pusillanimità, è una debolezza toccata in sorte, di fronte alla quale nulla si può fare, come le lentiggini o il naso storto o a patata? Ed è possibile vivere da uomini, e da uomini di fede, allorché le nostre scelte vengono determinate da questa passione?<br />Per i Padri, la questione è chiara e semplice: il timore è una malattia, dunque una condizione patologica non naturale dell'uomo. Certamente esistono fattori educativi che possono rendere una persona particolarmente vulnerabile a riguardo: l'idolatria della sicurezza e della salute, cui molti genitori ed educatori hanno offerto il loro incenso, si scontra frontalmente con un'educazione che invece ha sempre riconosciuto nel rischio, nella difficoltà, nella malattia, nella sconfitta, dei grandi alleati per formare degli uomini e non degli eterni bambini. Torniamo al grande insegnamento dei Maestri. Il timore paralizza l'uomo; esso s'insinua come una corrente persistente di pensieri, che presentano in modo ossessivo scenari futuri drammatici, che vengono emotivamente vissuti come se fossero reali. Da qui l'ansia, l'angoscia, il panico, quegli stati d'animo che paralizzano l'uomo, lo deprimono e lo spingono a evitare di prendere posizione, di lottare. La parola d'ordine è fare di tutto per conservare la posizione ed evitare guai, non esporsi, non correre rischi. La verità, il bene, la fedeltà a Dio e al prossimo, la Sua gloria vengono o totalmente rimossi oppure, in modo più rappacificante per la coscienza, "accomodati".<br />La mediocrità diventa allora la cifra del timoroso e del pusillanime; e sappiamo come il mediocre, il tiepido, venga giudicato da Dio. Occorre perciò reagire a questa passione esiziale dell'anima. E i Padri, questi grandi conoscitori dell'animo umano, forniscono delle indicazioni molto precise e alla portata di tutti: «Chi si sforza nella preghiera pura sentirà rumori e fracassi, voci e insulti; ma egli non crollerà, né perderà il suo sangue freddo, dicendo a Dio: "Non temerò alcun male, perché tu sei con me" e altre parole simili» (Evagrio, La preghiera, 97). Il cristiano deve avere sempre sulle labbra le parole di confidenza presenti nelle Scritture, perché scendano nel cuore e lo risanino in profondità da questa passione. Evagrio richiama di fatto il Salmo 23 [22], al quale si può affiancare anche il Salmo 27 [26]: «Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore? [...] Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia». E che dire del Salmo 91 [90], che san Benedetto aveva affidato alla preghiera quotidiana del monaco - nell'ora di Compieta -, affinché dal suo cuore, giorno dopo giorno, venisse allontanata ogni forma di paura?<br />La parola di Dio sulle labbra e il pensiero di Dio nella mente, come insegna questo apoftegma: «Un anziano diceva: "Che tu sia addormentato o sveglio, qualunque cosa tu faccia, se Dio è davanti ai tuoi occhi, anche la forza di Dio rimane in te"». I demoni fanno di tutto per portare il nostro pensiero ad arrabattarsi dietro a mille cose, a cercare sofisticate soluzioni, a sprofondare nelle preoccupazioni, pur di impedirgli di rimanere in Dio; essi sanno molto bene che quando l'attenzione dell'uomo vaga lontano da Dio, diventa molto semplice farlo precipitare nella paura. È per questo che per i Padri il timor di Dio, ossia questa costante consapevolezza di vivere sotto il suo sguardo, è la soluzione radicale alla paura. 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Una semplice congregazione romana ha osato intralciare il cammino sinodale della chiesa detentrice del Geist: inaudito.<br />E così, senza troppi giri di parole, l'opposizione, ormai chiaramente scismatica, è corsa ai ripari, organizzando per il prossimo 10 maggio una giornata di benedizione di tutti gli innamorati, incluse chiaramente le coppie omosessuali, oggetto principale della contesa. Organizzazione, ovviamente, alla tedesca: creazione di un sito web dall' "originalissimo" titolo #liebegewinnt (l'amore vince), tramite il quale è possibile iscriversi come singoli e come parrocchie. Presente anche la mappa di Google, con le bandierine ad identificare i luoghi ove si possono trovare le celebrazioni di benedizione: un suggerimento per i sette angeli delle coppe dell'ira divina a non sbagliare bersaglio...<br />Dopo le esternazioni critiche al Responsum della Congregazione da parte del Cardinale Reinhard Marx, [...] si passa dunque ai fatti. E lo si fa con un intento polemico decisamente palese: «Vista la negazione della Congregazione per la Dottrina della Fede di benedire le coppie omosessuali, noi alziamo la voce e diciamo: accompagneremo anche in futuro le coppie che hanno un rapporto stabile e benediremo il loro rapporto. Non negheremo loro una cerimonia di benedizione».<br />LO SCISMA TEDESCO<br />La sottolineatura della benedizione del rapporto si pone dunque come un rigetto esplicito dell'asse portante del Responsum dello scorso 22 febbraio, nel quale si precisava appunto che il problema di tali benedizioni risiede non nelle singole persone, bensì nelle «relazioni, o [...] partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell'unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita), come è il caso delle unioni fra persone dello stesso sesso».<br />Nel concreto, l'iniziativa del 10 maggio è un invito «a utilizzare numerosi segni creativi che mostrino quante persone nella chiesa percepiscono come un arricchimento e una benedizione la variopinta diversità dei differenti progetti di vita e delle storie d'amore delle persone», organizzando «un servizio di benedizione in molti luoghi, preferibilmente in contemporanea, alle 19:00. Le coppie che partecipano a questa cerimonia devono ricevere la benedizione che Dio gli vuole regalare, senza nascondersi».<br />Sono già circa 2500 tra parroci, diaconi ed operatori pastorali che hanno aderito all'iniziativa e si sono messi a disposizione per sfornare benedizioni fragranti, perché, dopotutto, l'amore è amore... Questo è infatti il livello "argomentativo" dei promotori delle iniziative locali. A Schweinfurt viene lanciata una #segentogo, una "benedizione da asporto", offerta «a te e al tuo partner, indifferentemente da chi ami, da quanto tempo state insieme, se al momento le cose vanno alla grande o se state vivendo una fase difficile». Nel segno dell'inclusività anche l'invito della parrocchia di Winnweiler, che convoca tutti, «indifferentemente se siete sposati o no, se siete giovani o vecchi, eterosessuali o omosessuali, purché vi amiate e desideriate l'aiuto del Signore per la vostra relazione». Chiedete e vi sarà dato!<br />FINTA CARITÀ SENZA CONFINI<br />A Würzburg hanno a cuore di integrare un must del politicamente corretto, dimenticato dagli sbadati confratelli, ricordando che neppure il «colore della pelle» sarà un fattore discriminante. La carità degli organizzatori di Paderborn è senza confini, dal momento che si offrono di venire incontro ad eventuali contrattempi, promettendo che verranno benedetti anche le singole persone, qualora il partner non riuscisse ad essere presente.<br />L'invito della parrocchia di Jülich è invece rivolto, chissà perché, a tutti gli studenti, «indipendentemente se siete una coppia o single, se siete innamorati o alla ricerca dell'amore». Anche ad Hannover "love is love", ma pur sempre nell'epoca della pandemia. E così incontro e benedizione si faranno su Zoom. A Geldern-Veert riprese video assicurate nel momento della benedizione e, dopo la cerimonia, l'occhio della telecamera immortalerà il bacio di ogni coppia, ad perpetuam rei memoriam. Gli organizzatori di Neunkirchen/Saar, che mettono ben due chiese a disposizione, lanciano invece un messaggio di liquidazione della mediazione ecclesiale: «Non vogliamo giudicare se la Chiesa possa o non possa [benedire le unioni omosessuali]; come teologi/teologhe sappiamo che Dio può».<br />Nel frattempo il vescovo di Essen [...] ha già fatto sapere che lui ed altri vescovi non intendono colpire con alcuna sanzione i sacerdoti che, per l'occasione, impartiranno la benedizione alle variegate coppie presenti. Perché per loro, il dialogo con Roma si fa così: o scrivete quello che vogliamo noi, oppure noi andiamo per la nostra strada. Posizione che, dal punto di vista canonico, si chiama scisma. Roma è avvisata: su omosessualità, sacerdozio femminile, contraccezione decide il Sinodale Weg.<br />Nota di BastaBugie: Nico Spuntoni nell'articolo seguente dal titolo "Unioni gay non benedicibili. Stoppati i vescovi ribelli" mette in evidenza come la Congregazione per la Dottrina della Fede, ovviamente con l'approvazione di papa Francesco, aveva stoppato a marzo di quest'anno la benedizione delle unioni di persone dello stesso sesso.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 16 marzo 2021:<br />Papa Francesco stampa un sonoro schiaffo in faccia ai vescovi tedeschi ribelli. Lo fa ribadendo l'opposizione della Chiesa alla benedizione a unioni di persone dello stesso sesso. Il Pontefice, infatti, ha dato il suo assenso alla pubblicazione del Responsum ad dubium sulla questione redatto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. L'ex Sant'Uffizio ha detto "no": la Chiesa non dispone del potere di impartire la benedizione a unioni di persone dello stesso sesso.<br />Insieme al Responsum, è stata diffusa ieri una Nota esplicativa firmata dal prefetto, il cardinale Luis Ladaria, e dal segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, monsignor Giacomo Morandi, nella quale sono state elencate le motivazioni che hanno portato a questa conclusione. Spiega la CDF: "Per essere coerenti con la natura dei sacramentali, quando si invoca una benedizione su alcune relazioni umane occorre (...) che ciò che viene benedetto sia oggettivamente e positivamente ordinato a ricevere e ad esprimere la grazia, in funzione dei disegni di Dio iscritti nella Creazione e pienamente rivelati da Cristo Signore", facendo sì che siano "compatibili con l'essenza della benedizione impartita dalla Chiesa solo quelle realtà che sono di per sé ordinate a servire quei disegni". Non è questo il caso, precisano Ladaria e Morandi, delle unioni di persone dello stesso sesso dal momento che "non è lecito impartire una benedizione a relazioni, o a partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell'unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita)".<br />Nel passaggio che parla della presenza di "elementi positivi, che in sé sono pur da apprezzare e valorizzare" nelle relazioni che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio riecheggia il contenuto della Relatio post disceptationem (n. 18) del cardinal Péter Erdő, relatore generale del Sinodo sulla famiglia del 2014. La Nota esplicativa precisa che questa presenza di elementi positivi "non è comunque in grado di coonestarle e renderle quindi legittimamente oggetto di una benedizione ecclesiale, poiché tali elementi si trovano al servizio di una unione non ordinata al disegno del Creatore". Aggiunge l'ex Sant'Uffizio: "Poiché le benedizioni sulle persone sono in relazione con i sacramenti, la benedizione delle unioni omosessuali non può essere considerata lecita, in quanto costituirebbe in certo qual modo una imitazione o un rimando di analogia con la benedizione nuziale, invocata sull'uomo e la donna che si uniscono nel sacramento del Matrimonio", citando Amoris laetitia per ribadire che "non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppur remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia".<br />Il cardinal Ladaria e monsignor Morandi si preoccupano di chiarire che "la dichiarazione di illiceità delle benedizioni di unioni tra persone dello stesso sesso non è (...) e non intende essere, un'ingiusta discriminazione, quanto invece richiamare la verità del rito liturgico e di quanto corrisponde profondamente all'essenza dei sacramentali, così come la Chiesa li intende". Il modo in cui vanno accolti nella comunità cristiana le persone con inclinazione omosessuale non è messo in discussione e l'ex Sant'Uffizio lo conferma utilizzando le stesse parole che si trovano nel Catechismo: "rispetto e delicatezza" per evitare ogni "ingiusta discriminazione".<br />La Nota ricorda che se è vero che Dio "non smette di benedire ciascuno dei suoi figli pellegrinanti in questo mondo" è anche vero che "non benedice né può benedire il peccato" ma "benedice l'uomo peccatore, affinché riconosca di essere parte del suo disegno d'amore e si lasci cambiare da Lui".<br />Il dubium all'origine del Responsum arriva da quegli ambiti ecclesiali a cui fa riferimento la Congregazione nelle prime righe del documento e che hanno in Germania il loro epicentro. Ormai non si tiene nemmeno il conto dei vescovi tedeschi favorevoli alla benedizione delle coppie omosessuali e monsignor Georg Bätzing, presidente della Conferenza episcopale, ha voluto che questo tema venisse incluso nel dibattito del Ca]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/44520408</guid><pubDate>Tue, 27 Apr 2021 20:49:56 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/44520408/in_germania_inizia_lo_scisma_con_la_benedizione_delle_unioni_gay.mp3" length="13430281" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6558

IN GERMANIA INIZIA LO SCISMA CON LA BENEDIZIONE DELLE UNIONI GAY di Luisella Scrosati
I "cattolici" teutonici si sono indispettiti, e non poco, per la presa di posizione della...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6558<br /><br />IN GERMANIA INIZIA LO SCISMA CON LA BENEDIZIONE DELLE UNIONI GAY di Luisella Scrosati<br />I "cattolici" teutonici si sono indispettiti, e non poco, per la presa di posizione della Congregazione per la Dottrina della Fede contro la benedizione delle coppie omosessuali. Una semplice congregazione romana ha osato intralciare il cammino sinodale della chiesa detentrice del Geist: inaudito.<br />E così, senza troppi giri di parole, l'opposizione, ormai chiaramente scismatica, è corsa ai ripari, organizzando per il prossimo 10 maggio una giornata di benedizione di tutti gli innamorati, incluse chiaramente le coppie omosessuali, oggetto principale della contesa. Organizzazione, ovviamente, alla tedesca: creazione di un sito web dall' "originalissimo" titolo #liebegewinnt (l'amore vince), tramite il quale è possibile iscriversi come singoli e come parrocchie. Presente anche la mappa di Google, con le bandierine ad identificare i luoghi ove si possono trovare le celebrazioni di benedizione: un suggerimento per i sette angeli delle coppe dell'ira divina a non sbagliare bersaglio...<br />Dopo le esternazioni critiche al Responsum della Congregazione da parte del Cardinale Reinhard Marx, [...] si passa dunque ai fatti. E lo si fa con un intento polemico decisamente palese: «Vista la negazione della Congregazione per la Dottrina della Fede di benedire le coppie omosessuali, noi alziamo la voce e diciamo: accompagneremo anche in futuro le coppie che hanno un rapporto stabile e benediremo il loro rapporto. Non negheremo loro una cerimonia di benedizione».<br />LO SCISMA TEDESCO<br />La sottolineatura della benedizione del rapporto si pone dunque come un rigetto esplicito dell'asse portante del Responsum dello scorso 22 febbraio, nel quale si precisava appunto che il problema di tali benedizioni risiede non nelle singole persone, bensì nelle «relazioni, o [...] partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell'unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita), come è il caso delle unioni fra persone dello stesso sesso».<br />Nel concreto, l'iniziativa del 10 maggio è un invito «a utilizzare numerosi segni creativi che mostrino quante persone nella chiesa percepiscono come un arricchimento e una benedizione la variopinta diversità dei differenti progetti di vita e delle storie d'amore delle persone», organizzando «un servizio di benedizione in molti luoghi, preferibilmente in contemporanea, alle 19:00. Le coppie che partecipano a questa cerimonia devono ricevere la benedizione che Dio gli vuole regalare, senza nascondersi».<br />Sono già circa 2500 tra parroci, diaconi ed operatori pastorali che hanno aderito all'iniziativa e si sono messi a disposizione per sfornare benedizioni fragranti, perché, dopotutto, l'amore è amore... Questo è infatti il livello "argomentativo" dei promotori delle iniziative locali. A Schweinfurt viene lanciata una #segentogo, una "benedizione da asporto", offerta «a te e al tuo partner, indifferentemente da chi ami, da quanto tempo state insieme, se al momento le cose vanno alla grande o se state vivendo una fase difficile». Nel segno dell'inclusività anche l'invito della parrocchia di Winnweiler, che convoca tutti, «indifferentemente se siete sposati o no, se siete giovani o vecchi, eterosessuali o omosessuali, purché vi amiate e desideriate l'aiuto del Signore per la vostra relazione». Chiedete e vi sarà dato!<br />FINTA CARITÀ SENZA CONFINI<br />A Würzburg hanno a cuore di integrare un must del politicamente corretto, dimenticato dagli sbadati confratelli, ricordando che neppure il «colore della pelle» sarà un fattore discriminante. La carità degli organizzatori di Paderborn è senza confini, dal momento che si offrono di venire incontro ad eventuali contrattempi, promettendo che verranno benedetti anche le singole persone, qualora...]]></itunes:summary><itunes:duration>840</itunes:duration><itunes:keywords>benedizione,congregazione,dubiom,liebegewinnt,marx,responsum</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a302a48ff93c549406bc25773dc66853.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Danni neurologici irreversibili con la didattica a distanza</title><link>https://www.spreaker.com/episode/danni-neurologici-irreversibili-con-la-didattica-a-distanza--44135045</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6529<br /><br />DANNI NEUROLOGICI IRREVERSIBILI CON LA DIDATTICA A DISTANZA di Luisella Scrosati<br />Ormai l'unico problema dell'universo si chiama Sars-Cov-2 e per estirparlo non si bada più a nulla. Poco importa se i decessi per altre malattie sono aumentati, se l'economia è distrutta, se la povertà aumenta, se le manifestazioni, anche estreme, di problemi psichici originati o peggiorati dal lockdown sono sotto gli occhi di tutti. Le normative in atto hanno la stessa "saggezza e lungimiranza" di una persona che, per uccidere una zanzara, inizia a sparare all'impazzata, noncurante di colpire cose, animali e persone. L'importante è uccidere la zanzara. I costi delle continue chiusure sono devastanti; a pagarne un prezzo altissimo sono soprattutto i ragazzi e gli adolescenti. Ne abbiamo parlato con la professoressa Rosanna Chifari Negri, neurologa, autrice di oltre 70 pubblicazioni scientifiche e invited speaker in congressi internazionali, soprattutto sul problema dell'epilessia.<br />Dottoressa Chifari Negri, ci può spiegare il suo studio?<br />Ho fatto una review della letteratura internazionale sui danni neurologici del lockdown, soprattutto sugli adolescenti e i ragazzi. Si tratta di 768 lavori scientifici che confermano il rapporto tra lockdown e salute mentale dei giovani. I danni rilevati riguardano non solo il tono dell'umore, quindi depressione, ansia, disturbi del comportamento, etc., ma anche un aumento delle dipendenze del 30-40%. Nella conferenza stampa tenuta il 24 febbraio nella Sala del Senato Caduti di Nassiriya, i dati dei vari colleghi che sono intervenuti collimano con quelli della letteratura internazionale.<br />Quali dipendenze sono particolarmente aumentate?<br />Nella fascia che riguarda adolescenti e bambini, soprattutto le dipendenze che riguardano lo schermo. La DAD non ha giovato. Paolo Crepet, nel suo intervento alla conferenza stampa accennata, ha chiesto con insistenza di riaprire le scuole, perché i costi psico-sociali – anche dal mio punto di vista – sono enormi; si va incontro, infatti, anche a delle alterazioni anatomiche irreversibili.<br />In che senso?<br />Altri colleghi, in diverse parti del mondo, hanno pubblicato più di un lavoro, nei quali si mostra che l'on-line brain, cioè il cervello che rimane on-line per molto tempo, ha dei danni organici. Solitamente si tende a pensare che sia l'assunzione di sostanze a determinare danni anatomici; il che è un dato ormai chiaramente acquisito, anche se spesso non ci si rende conto dell'entità del problema (mi riferisco alla legittimazione della marijuana, che è stata suicidaria). Ma l'esposizione allo schermo non è meno pericolosa. E con i lockdown abbiamo forzato i ragazzi alla dipendenza on-line: con la DAD che li mantiene attaccati allo schermo per diverse ore; poi i social, per mantenere i contatti con gli amici, visto che non si possono vedere; e poi Netflix.<br />Può specificare quali sono queste alterazioni anatomiche e cosa comportano?<br />L'on-line brain "colpisce" il lobo frontale, sede della decisione, della strategia, che diventa atrofico e perde neuroni in modo irreversibile. L'assottigliamento della corteccia vuol dire perdita neuronale e quest'ultima significa una perdita funzionale. Non si riesce a fissare il ricordo, c'è una caduta dell'apprendimento. Tutti i ragazzi che vengono testati manifestano perdita di memoria e di attenzione (il discorso vale anche per gli adulti) e hanno anche psicopatologie sociali. Ancora, decremento del vocabolario che si è spaventosamente ridotto a 200-300 parole, quelle che usano per la messaggistica.<br />In riferimento ai problemi provocati dal lockdown lei ha parlato di una "sindrome di discontinuità". Di cosa si tratta?<br />È un neologismo per descrivere questa situazione emergenziale che viviamo ormai da un anno. Chiaramente non ha ancora una classificazione da manuale DSM. Riguarda quei problemi che abbiamo descritto, provocati dall'interruzione della routine, dall'isolamento, dall'interruzione dell'attività lavorativa o scolastica, cioè appunto da un'improvvisa discontinuità con la vita normale. Il prof. Crepet, con grande buon senso, faceva un appello per l'apertura delle scuole, perché la DAD non ricostruisce quell'ambiente sociale fondamentale alla strutturazione di una personalità sana.<br />Quali sono i danni dello smart-working sugli adulti?<br />In aprile farò un intervento proprio su questo tema per lo studio Mascheroni, uno studio di avvocati che interagisce con le aziende. Sarà un po' scomodo, però parlerò dei danni dello smart-working e cercherò di far capire che in realtà, evitando questa modalità di lavoro, a lungo termine si avranno dei vantaggi anche per le aziende. Le persone che lavorano in smart-working più facilmente vanno in burn-out - una situazione sindromica che si accompagna a un insieme di sintomi (disinteresse, esaurimento, mancanza di entusiasmo, fino alla depressione) -, e quindi rendono molto meno. Limitare e dosare lo smart-working potrebbe essere un atteggiamento lungimirante.<br />Anche altre dipendenze hanno conosciuto un incremento?<br />Sì. La droga, per esempio. Ci si potrebbe domandare: ma come mai, se non possono uscire, riescono a incontrare lo spacciatore? Penso che fare questa domanda alla polizia postale possa essere di notevole interesse e si scoprirebbero strategie ai confini con la realtà. Si è verificato un incremento del consumo di marijuana e di altre sostanze del 27%; ricordo che l'assunzione di queste sostanze può portare fino alla schizofrenia, per l'alterazione della formazione dei circuiti del cervello. È aumentato anche l'alcolismo.<br />Si tende anche a mangiare di più?<br />Sì, e questo ha una ragione ben precisa. Durante un isolamento forzato si verifica un aumento della frequenza di stimolazioni dei centri della fame a livello ipotalamico, da cui conseguono disordini alimentari, una sorta di iperfagia bulimica, che poi ha una ricaduta, ovviamente, sulla salute. I colleghi diabetologi le diranno che è aumentato il diabete alimentare, a sua volta fattore di fragilità per chi contrae il Covid.<br />Un cane che si morde la coda. Oltre al lockdown, c'è anche la questione della continua incertezza: ogni settimana cambia tutto. Non si può uscire dalla regione o dal comune, si va a scuola o si sta a casa, un certo esercizio commerciale può restare aperto o chiudere. Che impatto ha questa gestione sulla psiche?<br />Sicuramente una sindrome d'ansia. L'incertezza determina ansia, la quale può avere un epilogo depressivo. Ricordo che quando si produce troppo cortisolo, in situazioni ripetutamente ansiose, si rischiano anche la perdita della memoria e il fenomeno del cosiddetto freezing. Altrettanto grave è l'attitudine alla rinuncia della propria libertà. Stiamo passando un messaggio tremendo: una gestione centrale irrazionale e, mi perdoni, acefala può fare quello che vuole senza che ci siano reazioni. Una tecnica che ricorda la rana bollita di Chomsky.<br />Cosa ci può dire riguardo ai suicidi o tentati suicidi, soprattutto negli adolescenti?<br />C'è stato un incremento sia nella realizzazione che nell'ideazione del suicidio. Il dato è preoccupante, dato assolutamente oggettivo e quantificabile, e ci viene riferito da test compiuti sui ragazzi stessi da parte dell'ospedale Gaslini di Genova, come attestato dal professor Lino Nobili. E questo aumento lo troviamo non solo nei ragazzi, ma anche negli adulti, per altre ragioni, tra cui la perdita del lavoro o la prospettiva di perderlo. I casi di cronaca e gli istituti psichiatrici lo attestano.<br />Un appello?<br />Non si può continuare in questo modo; ai fini della salute mentale, ci troviamo in un contesto del tutto malsano. La lotta al virus non va fatta con i lockdown. Nell'incontro di febbraio ho portato il modello svedese, che non ha attuato il lockdown e non ha avuto dati peggiori dei nostri. E parlo di dati scientifici reali. Con la paura si finisce per lobotomizzare il popolo e per renderlo acriticamente suddito.<br /><br /><br />Titolo originale: Danni neurologici irreversibili con la didattica a distanza<br />Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 10-03-2021<br />Pubblicato su BastaBugie n. 710]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/44135045</guid><pubDate>Wed, 31 Mar 2021 19:48:52 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/44135045/danni_neurologici_irreversibili_con_la_didattica_a_distanza.mp3" length="10491192" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6529

DANNI NEUROLOGICI IRREVERSIBILI CON LA DIDATTICA A DISTANZA di Luisella Scrosati
Ormai l'unico problema dell'universo si chiama Sars-Cov-2 e per estirparlo non si bada più a...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6529<br /><br />DANNI NEUROLOGICI IRREVERSIBILI CON LA DIDATTICA A DISTANZA di Luisella Scrosati<br />Ormai l'unico problema dell'universo si chiama Sars-Cov-2 e per estirparlo non si bada più a nulla. Poco importa se i decessi per altre malattie sono aumentati, se l'economia è distrutta, se la povertà aumenta, se le manifestazioni, anche estreme, di problemi psichici originati o peggiorati dal lockdown sono sotto gli occhi di tutti. Le normative in atto hanno la stessa "saggezza e lungimiranza" di una persona che, per uccidere una zanzara, inizia a sparare all'impazzata, noncurante di colpire cose, animali e persone. L'importante è uccidere la zanzara. I costi delle continue chiusure sono devastanti; a pagarne un prezzo altissimo sono soprattutto i ragazzi e gli adolescenti. Ne abbiamo parlato con la professoressa Rosanna Chifari Negri, neurologa, autrice di oltre 70 pubblicazioni scientifiche e invited speaker in congressi internazionali, soprattutto sul problema dell'epilessia.<br />Dottoressa Chifari Negri, ci può spiegare il suo studio?<br />Ho fatto una review della letteratura internazionale sui danni neurologici del lockdown, soprattutto sugli adolescenti e i ragazzi. Si tratta di 768 lavori scientifici che confermano il rapporto tra lockdown e salute mentale dei giovani. I danni rilevati riguardano non solo il tono dell'umore, quindi depressione, ansia, disturbi del comportamento, etc., ma anche un aumento delle dipendenze del 30-40%. Nella conferenza stampa tenuta il 24 febbraio nella Sala del Senato Caduti di Nassiriya, i dati dei vari colleghi che sono intervenuti collimano con quelli della letteratura internazionale.<br />Quali dipendenze sono particolarmente aumentate?<br />Nella fascia che riguarda adolescenti e bambini, soprattutto le dipendenze che riguardano lo schermo. La DAD non ha giovato. Paolo Crepet, nel suo intervento alla conferenza stampa accennata, ha chiesto con insistenza di riaprire le scuole, perché i costi psico-sociali – anche dal mio punto di vista – sono enormi; si va incontro, infatti, anche a delle alterazioni anatomiche irreversibili.<br />In che senso?<br />Altri colleghi, in diverse parti del mondo, hanno pubblicato più di un lavoro, nei quali si mostra che l'on-line brain, cioè il cervello che rimane on-line per molto tempo, ha dei danni organici. Solitamente si tende a pensare che sia l'assunzione di sostanze a determinare danni anatomici; il che è un dato ormai chiaramente acquisito, anche se spesso non ci si rende conto dell'entità del problema (mi riferisco alla legittimazione della marijuana, che è stata suicidaria). Ma l'esposizione allo schermo non è meno pericolosa. E con i lockdown abbiamo forzato i ragazzi alla dipendenza on-line: con la DAD che li mantiene attaccati allo schermo per diverse ore; poi i social, per mantenere i contatti con gli amici, visto che non si possono vedere; e poi Netflix.<br />Può specificare quali sono queste alterazioni anatomiche e cosa comportano?<br />L'on-line brain "colpisce" il lobo frontale, sede della decisione, della strategia, che diventa atrofico e perde neuroni in modo irreversibile. L'assottigliamento della corteccia vuol dire perdita neuronale e quest'ultima significa una perdita funzionale. Non si riesce a fissare il ricordo, c'è una caduta dell'apprendimento. Tutti i ragazzi che vengono testati manifestano perdita di memoria e di attenzione (il discorso vale anche per gli adulti) e hanno anche psicopatologie sociali. Ancora, decremento del vocabolario che si è spaventosamente ridotto a 200-300 parole, quelle che usano per la messaggistica.<br />In riferimento ai problemi provocati dal lockdown lei ha parlato di una "sindrome di discontinuità". Di cosa si tratta?<br />È un neologismo per descrivere questa situazione emergenziale che viviamo ormai da un anno. Chiaramente non ha ancora una classificazione da manuale DSM. 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Il misericordioso parroco ci va con la mano pesante: «Rifiutare di prendere Gesù in mano, significa non aver compreso nulla dell'incarnazione e del Vangelo! E rinunciare per questo a ricevere l'Eucaristia significa non credere al mistero della "presenza reale"».<br />Se ne parliamo è perché la posizione di questo parroco sintetizza quella di diversi sacerdoti o sedicenti tali. <br />Lui, don Paolo, ha talmente capito tutto del Vangelo, da lanciare, senza troppi fronzoli, ancor più gravi giudizi e accuse temerarie: «Rifiutare la Comunione sulla mano, in nome dell'impurità umana, è quindi un'eresia». Siccome l'eresia è canonicamente definita come «l'ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa» (can. 751), vorremmo chiedere al signor parroco quale sarebbe la verità di fede negata. Se non altro perché, tra quelli che lui definisce eretici, andrebbe annoverato anche San Tommaso d'Aquino, il quale sostiene che «per rispetto verso questo sacramento esso non viene toccato da nessuna cosa che non sia consacrata: e quindi sono consacrati il corporale, il calice e così pure le mani del sacerdote per poter toccare questo sacramento. A nessun altro quindi è permesso toccarlo fuori di un caso di necessità: se, p. es., stesse per cadere a terra, o in altre contingenze simili» (Summa Theologiae III, q. 82, a. 3). Allora, siccome l'eretico incorre nella scomunica latae sententiae (can. 1364), la Chiesa avrebbe canonizzato e proclamato Dottore della Chiesa un eretico... Non male.<br /><br />ERETICO ANCHE IL SITO DEL PAPA?<br />Eretici sarebbero anche i redattori dell'articolo dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice (vedi qui), che richiama proprio questo testo a sostegno della decisione di Benedetto XVI di dare la Comunione esclusivamente sulla lingua durante le celebrazioni liturgiche da lui presiedute.<br />Eretico anche Paolo VI, il quale nella Memoriale Domini fa presente che già nell'antichità «la cura e il ministero del Corpo e del Sangue di Cristo venivano affidati in modo tutto particolare ai sacri ministri o a persone appositamente scelte e designate [...] Fu così che il compito di recare la Santa Eucaristia agli assenti venne ben presto affidato ai Sacri Ministri soltanto, allo scopo di meglio assicurare [...] la debita riverenza verso il corpo di Cristo».<br />Don Zago, poi, fa finta che la triste decisione dei fedeli di non ricevere la Comunione, nasca dalla loro totale incomprensione circa il mistero dell'Incarnazione e dell'Eucaristia, mentre invece si tratta di un palese abuso perpetrato dai vescovi e avallato dai sacerdoti (grazie a Dio, non tutti). A furia di ripeterlo, ai nostri lettori verrà la barba, ma qui c'è un problema di durezza, se di cuore o di cervello, poco importa. Nessuno può rifiutare l'Eucaristia ad un fedele, per il solo fatto che questi la voglia ricevere in bocca. Il rifiuto di amministrare questo sacramento ad un fedele richiede ben più gravi ragioni, che il Diritto Canonico non lascia alla libera interpretazione del singolo sacerdote e nemmeno del Vescovo: «Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l'irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» (can. 915). In tutti gli altri casi «i ministri sacri non possono negare i sacramenti a coloro che li chiedano opportunamente, siano disposti nel debito modo e non abbiano dal diritto la proibizione di riceverli» (can. 843, § 1). Allora se dei fedeli rimangono senza la Comunione non è a causa della loro incomprensione, ma per l'ostinazione dei pastori a perseverare in un grave abuso.<br />E il pericolo di trasmettere il coronavirus? In verità, stiamo ancora aspettando che qualche vescovo esibisca uno studio scientifico in materia, o almeno dei dati che dimostrino che la distribuzione della Comunione in bocca sia stata all'origine di stragi. A noi non risulta niente di tutto ciò; anzi. Ricordate la posizione della Chiesa greco-ortodossa? Ricordate il suo rifiuto di abbandonare l'uso del cucchiaio dorato per distribuire ai fedeli il Pane e il Vino consacrati? Bene. In Italia abbiamo avuto, ad oggi, circa 250.000 contagi su 60 milioni di abitanti (0,4%) e circa 35 mila morti (0,058%). In Grecia si sono registrati poco più di 4.600 contagi (0,04%) e 208 morti (0, 002%). Strano.<br /><br />ERETICO ANCHE PAPA PAOLO VI?<br />Ironia della sorte, don Zago non si avvede che nell'argomentare, l'eretico... rischia di esserlo proprio lui. Secondo il parroco, infatti, la Comunione sulla mano sarebbe motivata dalla fedeltà al Gesù della storia che si faceva toccare e toccava, e che ha comandato di prendere e mangiare il suo Corpo. Chi fa lo "schizzinoso" è un fariseo formalista e legalista. Niente di originale. Peccato che dentro l'accusa di infedeltà al Gesù del Vangelo - «per "difendere la sacralità" di Gesù Eucaristia, si contraddice il Gesù della storia», sentenzia don Paolo – finisce per caderci Paolo VI e quel documento che disciplina la modalità di distribuzione della Comunione ai fedeli, ossia l'Istruzione Memoriale Domini.<br />In esso si spiega con chiarezza che la distribuzione della Comunione sulla lingua, che «poggia su di una tradizione plurisecolare» (evidentemente, per secoli, la Chiesa non ha capito nulla del Cristo reale...), non solo non contraddice il Vangelo, ma «esprime e significa il riverente rispetto dei fedeli verso la Santa Eucaristia», quella riverenza e rispetto che don Paolo Zago stigmatizza come formalismo farisaico. Anzi, questa prassi «rientra in quel doveroso clima di preparazione, necessario perché sia più fruttuosa la Comunione al Corpo del Signore». Insomma, la forma è sostanza, perché «questo rispetto significa che non si tratta di "un cibo e di una bevanda comune", ma della Comunione al Corpo e al Sangue del Signore».<br />«Inoltre - continua l'Istruzione - con questa forma ormai tradizionale è meglio assicurata una distribuzione rispettosa, conveniente e dignitosa insieme della Comunione; si evita il pericolo di profanare le specie eucaristiche, nelle quali "è presente in modo unico, sostanzialmente e ininterrottamente, il Cristo tutto e intero; Dio e uomo"; e si ha modo di osservare con esattezza la raccomandazione sempre fatta dalla Chiesa sul riguardo dovuto ai frammenti del pane consacrato: "Se tu ti lasci sfuggire qualche frammento è come se perdessi una delle tue stesse membra"».<br />Allora, chi sarebbe l'eretico? Il fedele che segue queste indicazioni della Chiesa o il parroco che lo accusa di eresia? Chi il fariseo? Chi vuole unire la riverenza interiore a quella esteriore, come sempre la liturgia insegna, oppure chi porta via la chiave della conoscenza e impedisce, a chi lo vuole, di entrarvi (cfr. Lc 11, 52)?<br />Il problema è che don Zago, per sostenere la sua posizione e giustificare l'anatema scagliato sui fedeli, ha fatto come Lutero, anzi peggio: ha saltato a piè pari, come se nulla fosse, secoli di prassi liturgica, di ragioni teologiche e di documenti magisteriali, per arrivare direttamente al Vangelo, del quale ritiene di essere evidentemente l'autentico araldo, senza e contro l'interpretazione della Chiesa.<br />Dunque, chi è l'eretico?<br /><br />Nota di BastaBugie: il seguente video (durata: 5 minuti) dal titolo "Attenzione alla Comunione sulle mani!" fa capire come la Comunione sulla mano rischia di far disperdere frammenti anche piccolissimi, nei quali è sempre presente Gesù Cristo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/42159611</guid><pubDate>Wed, 25 Nov 2020 13:49:14 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/42159611/la_comunione_sulle_mani_si_pu_rifiutare.mp3" length="8428563" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6382

LA COMUNIONE SULLE MANI SI PUO' RIFIUTARE?
A Milano un parroco dice che chi rifiuta la Comunione sulla mano è eretico... ma così ha dato dell'eretico a papi e santi (VIDEO: La...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6382<br /><br />LA COMUNIONE SULLE MANI SI PUO' RIFIUTARE?<br />A Milano un parroco dice che chi rifiuta la Comunione sulla mano è eretico... ma così ha dato dell'eretico a papi e santi (VIDEO: La comunione sulle mani)<br />di Luisella Scrosati<br />Nel bollettino parrocchiale dello scorso 2 agosto, don Paolo Zago, parroco della comunità pastorale Madonna dell'Aiuto, in quel di Gorgonzola, ha manifestato tutta la sua carità pastorale verso i fedeli che chiedono semplicemente di veder ristabilito un diritto riconosciuto dalla Chiesa: quello di ricevere la Comunione sulla lingua, rifiutandosi perciò di riceverla sulla mano. Il misericordioso parroco ci va con la mano pesante: «Rifiutare di prendere Gesù in mano, significa non aver compreso nulla dell'incarnazione e del Vangelo! E rinunciare per questo a ricevere l'Eucaristia significa non credere al mistero della "presenza reale"».<br />Se ne parliamo è perché la posizione di questo parroco sintetizza quella di diversi sacerdoti o sedicenti tali. <br />Lui, don Paolo, ha talmente capito tutto del Vangelo, da lanciare, senza troppi fronzoli, ancor più gravi giudizi e accuse temerarie: «Rifiutare la Comunione sulla mano, in nome dell'impurità umana, è quindi un'eresia». Siccome l'eresia è canonicamente definita come «l'ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa» (can. 751), vorremmo chiedere al signor parroco quale sarebbe la verità di fede negata. Se non altro perché, tra quelli che lui definisce eretici, andrebbe annoverato anche San Tommaso d'Aquino, il quale sostiene che «per rispetto verso questo sacramento esso non viene toccato da nessuna cosa che non sia consacrata: e quindi sono consacrati il corporale, il calice e così pure le mani del sacerdote per poter toccare questo sacramento. A nessun altro quindi è permesso toccarlo fuori di un caso di necessità: se, p. es., stesse per cadere a terra, o in altre contingenze simili» (Summa Theologiae III, q. 82, a. 3). Allora, siccome l'eretico incorre nella scomunica latae sententiae (can. 1364), la Chiesa avrebbe canonizzato e proclamato Dottore della Chiesa un eretico... Non male.<br /><br />ERETICO ANCHE IL SITO DEL PAPA?<br />Eretici sarebbero anche i redattori dell'articolo dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice (vedi qui), che richiama proprio questo testo a sostegno della decisione di Benedetto XVI di dare la Comunione esclusivamente sulla lingua durante le celebrazioni liturgiche da lui presiedute.<br />Eretico anche Paolo VI, il quale nella Memoriale Domini fa presente che già nell'antichità «la cura e il ministero del Corpo e del Sangue di Cristo venivano affidati in modo tutto particolare ai sacri ministri o a persone appositamente scelte e designate [...] Fu così che il compito di recare la Santa Eucaristia agli assenti venne ben presto affidato ai Sacri Ministri soltanto, allo scopo di meglio assicurare [...] la debita riverenza verso il corpo di Cristo».<br />Don Zago, poi, fa finta che la triste decisione dei fedeli di non ricevere la Comunione, nasca dalla loro totale incomprensione circa il mistero dell'Incarnazione e dell'Eucaristia, mentre invece si tratta di un palese abuso perpetrato dai vescovi e avallato dai sacerdoti (grazie a Dio, non tutti). A furia di ripeterlo, ai nostri lettori verrà la barba, ma qui c'è un problema di durezza, se di cuore o di cervello, poco importa. Nessuno può rifiutare l'Eucaristia ad un fedele, per il solo fatto che questi la voglia ricevere in bocca. Il rifiuto di amministrare questo sacramento ad un fedele richiede ben più gravi ragioni, che il Diritto Canonico non lascia alla libera interpretazione del singolo sacerdote e nemmeno del Vescovo: «Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l'irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri...]]></itunes:summary><itunes:duration>527</itunes:duration><itunes:keywords>comunione,eresia,eretico,mani</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/582b0df8e4ef266728dd4fdfbcb6991c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Card. Sarah Basta messe in streaming e sottomissione ai governi</title><link>https://www.spreaker.com/episode/card-sarah-basta-messe-in-streaming-e-sottomissione-ai-governi--40919879</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6281<br /><br />CARD. SARAH: BASTA MESSE IN STREAMING E SOTTOMISSIONE AI GOVERNI di Luisella Scrosati<br />Sabato 12 settembre è stata resa pubblica "Torniamo con gioia all'Eucarestia!", la lettera scritta il 15 agosto e indirizzata dal cardinal Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e i Sacramenti, a tutti i presidenti delle conferenze episcopali del mondo; lettera approvata da papa Francesco, in occasione dell'Udienza concessa al cardinale lo scorso 3 settembre. Oggetto dell'importante comunicazione è il ripristino della normalità nelle celebrazioni liturgiche.<br />Una lettera attesa, dopo mesi di disorientamento e di iniziative più o meno arbitrarie, che hanno cercato di rendere le chiese e le celebrazioni più che sicure, letteralmente asettiche, con un inevitabile contraccolpo negativo sul linguaggio proprio della liturgia.<br />«La dimensione comunitaria - esordisce il Cardinal Sarah - ha un significato teologico: Dio è relazione di Persone nella Trinità Santissima; crea l'uomo nella complementarietà relazionale. [...] Per descrivere la vita eterna la Scrittura usa l'immagine di una città: la Gerusalemme del cielo (cfr. Ap 21); una città è una comunità di persone che condividono valori, realtà umane e spirituali fondamentali, luoghi, tempi e attività organizzate e che concorrono alla costruzione del bene comune». È dunque impossibile ridurre la preghiera della Chiesa alla preghiera personale, sostituire il «culto pubblico integrale» (SC, 7) con una religiosità domestica o individuale.<br />Per questa ragione, Sarah ricorda ai vescovi la necessità e l'urgenza di «tornare alla normalità della vita cristiana, che ha l'edificio chiesa come casa e la celebrazione della liturgia, particolarmente dell'Eucaristia, come "il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua forza"» (SC, 10).<br /><br />SENZA DOMENICA NON POSSIAMO VIVERE<br />A sfolgorare in tutta la sua attualità è l'esempio dei «fratelli martiri di Abitene (inizi del IV secolo), i quali risposero ai loro giudici con serena determinazione, pur di fronte a una sicura condanna a morte: "Sine Dominico non possumus"». Quel non possumus è un assoluto, e l'ablativo neutro (Dominico), non indica semplicemente la domenica, ma tutto quello che è del Signore. La comunità cristiana non può dunque vivere «senza la Parola del Signore, che nella celebrazione prende corpo e diventa parola viva, [...]; senza partecipare al Sacrificio della Croce in cui il Signore Gesù si dona senza riserve per salvare, con la sua morte, l'uomo che era morto a causa del peccato» e neppure «senza il banchetto dell'Eucaristia». Non possiamo dunque vivere senza il giorno del Signore, senza la comunità cristiana, «senza la casa del Signore, che è casa nostra, senza i luoghi santi dove siamo nati alla fede».<br />È dunque impensabile continuare a seguire la celebrazione eucaristica via streaming dal salotto o dalla camera da letto: «Nessuna trasmissione è equiparabile alla partecipazione personale o può sostituirla. Anzi queste trasmissioni, da sole, rischiano di allontanarci da un incontro personale e intimo con il Dio incarnato che si è consegnato a noi non in modo virtuale, ma realmente, dicendo: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui" (Gv. 6, 56). Questo contatto fisico con il Signore è vitale, indispensabile, insostituibile». È perciò urgente richiamare in chiesa quei tanti, troppi fratelli «scoraggiati, impauriti, da troppo tempo assenti o distratti».<br />Oltre a questo appello generale, Sarah, in qualità di Prefetto del Dicastero da lui presieduto, intende «ribadire alcuni principi e suggerire alcune linee di azione per promuovere un rapido e sicuro ritorno alla celebrazione dell'Eucaristia».<br /><br />IMPROVVISATE SPERIMENTAZIONI RITUALI<br />Anzitutto, è necessario comprendere che «la dovuta attenzione alle norme igieniche e di sicurezza non può portare alla sterilizzazione dei gesti e dei riti, all'induzione, anche inconsapevole, di timore e di insicurezza nei fedeli». Il gesto e il rito liturgico devono essere rispettati nella loro integralità, anche in quegli aspetti che possono apparire "minimi", ma che spesso racchiudono più di quanto immaginiamo.<br />A riguardo, il Cardinale mette in guardia da «improvvisate sperimentazioni rituali» ed esorta al «pieno rispetto delle norme, contenute nei libri liturgici, che ne regolano lo svolgimento. Nella liturgia, esperienza di sacralità, di santità e di bellezza che trasfigura, si pregusta l'armonia della beatitudine eterna: si abbia cura quindi per la dignità dei luoghi, delle suppellettili sacre, delle modalità celebrative». È un'attenzione dovuta a Dio, alla fede del suo popolo, ma anche all'umanità di questo popolo, così disorientata ed avvilita dai continui segnali di paura e ansia, che sta incessantemente ricevendo anche nelle nostre chiese.<br />Il secondo aspetto riguarda la relazione con le autorità civili, un punto particolarmente delicato, dove molte conferenze episcopali sono capitolate: «Si confida nell'azione prudente ma ferma dei Vescovi perché la partecipazione dei fedeli alla celebrazione dell'Eucaristia non sia derubricata dalle autorità pubbliche a un "assembramento", e non sia considerata come equiparabile o persino subordinabile a forme di aggregazione ricreative. Le norme liturgiche non sono materia sulla quale possono legiferare le autorità civili, ma soltanto le competenti autorità ecclesiastiche (cfr. SC, 22)».<br />Terzo aspetto: «Si riconosca ai fedeli il diritto di ricevere il Corpo di Cristo e di adorare il Signore presente nell'Eucaristia nei modi previsti, senza limitazioni che vadano addirittura al di là di quanto previsto dalle norme igieniche emanate dalle autorità pubbliche o dai Vescovi». Ed aggiunge: «i fedeli nella celebrazione eucaristica adorano Gesù Risorto presente; e vediamo che con tanta facilità si perde il senso della adorazione, la preghiera di adorazione. Chiediamo ai Pastori di insistere, nelle loro catechesi, sulla necessità dell'adorazione».<br /><br />BASTERÀ?<br />È evidente che Sarah ha presenti gli spettacoli che abbiamo dovuto vedere in questi mesi: Comunioni negate, perché si voleva ricevere l'Ostia consacrata in bocca e non in mano; sacerdoti richiamati dai propri vescovi per aver concesso la Comunione nella forma universale prevista dalla Chiesa; chiese ove veniva proibito di inginocchiarsi, etc.<br />Un ultimo fondamentale appello, rivolto ai presidenti delle conferenze episcopali, è quello di non cedere alle sirene delle ideologie, di non lasciare che eventuali decisioni dovute all'emergenza rispondano al principio materialista ed immanentista del pensiero dominante: «La Chiesa [...] ricorda che l'esistenza terrena è importante, ma molto più importante è la vita eterna: condividere la stessa vita con Dio per l'eternità è la nostra meta, la nostra vocazione. Questa è la fede della Chiesa, testimoniata lungo i secoli da schiere di martiri e di santi, un annuncio positivo che libera da riduzionismi unidimensionali, dalle ideologie: alla preoccupazione doverosa per la salute pubblica la Chiesa unisce l'annuncio e l'accompagnamento verso la salvezza eterna delle anime».<br />La lettera è dunque più che benvenuta. Ma basterà a far ripartire la comunità cattolica? Dopo mesi in cui sono state prese decisioni che hanno di fatto mostrato una preoccupazione per la nuda vita biologica decisamente superiore al bisogno delle anime. Dopo centinaia, migliaia di malati lasciati morire senza sacramenti, in ottemperanza alle norme anti-covid. Dopo che abbiamo accettato che l'accesso al supermercato per reperire il pane materiale, o quello alle tabaccherie per soddisfare un vizio, fosse più importante della possibilità di nutrirsi del Pane di vita eterna, basterà?<br /><br />Nota di BastaBugie: l'autrice dell'articolo, Luisella Scrosati, ha citato l'esempio dei martiri di Abitene. Per leggere la loro commovente storia, clicca nel seguente link.<br /><br />SE L'AUTORITA' CIVILE VIETA LE MESSE E IL VESCOVO UBBIDISCE, COSA DEVONO FARE SACERDOTI E FEDELI?<br />I martiri di Abitene risposero che senza la messa il cristiano non può vivere... e affrontarono torture indicibili e la morte<br />da Aleteia<br />http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6170<br /><br />Titolo originale: Basta Messe in streaming e sottomissione ai governi<br />Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 14-09-2020<br />Pubblicato su BastaBugie n. 682]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/40919879</guid><pubDate>Tue, 15 Sep 2020 20:52:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/40919879/card_sarah_basta_messe_in_streaming_e_sottomissione_ai_governi.mp3" length="11375594" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6281

CARD. SARAH: BASTA MESSE IN STREAMING E SOTTOMISSIONE AI GOVERNI di Luisella Scrosati
Sabato 12 settembre è stata resa pubblica "Torniamo con gioia all'Eucarestia!", la lettera...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6281<br /><br />CARD. SARAH: BASTA MESSE IN STREAMING E SOTTOMISSIONE AI GOVERNI di Luisella Scrosati<br />Sabato 12 settembre è stata resa pubblica "Torniamo con gioia all'Eucarestia!", la lettera scritta il 15 agosto e indirizzata dal cardinal Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e i Sacramenti, a tutti i presidenti delle conferenze episcopali del mondo; lettera approvata da papa Francesco, in occasione dell'Udienza concessa al cardinale lo scorso 3 settembre. Oggetto dell'importante comunicazione è il ripristino della normalità nelle celebrazioni liturgiche.<br />Una lettera attesa, dopo mesi di disorientamento e di iniziative più o meno arbitrarie, che hanno cercato di rendere le chiese e le celebrazioni più che sicure, letteralmente asettiche, con un inevitabile contraccolpo negativo sul linguaggio proprio della liturgia.<br />«La dimensione comunitaria - esordisce il Cardinal Sarah - ha un significato teologico: Dio è relazione di Persone nella Trinità Santissima; crea l'uomo nella complementarietà relazionale. [...] Per descrivere la vita eterna la Scrittura usa l'immagine di una città: la Gerusalemme del cielo (cfr. Ap 21); una città è una comunità di persone che condividono valori, realtà umane e spirituali fondamentali, luoghi, tempi e attività organizzate e che concorrono alla costruzione del bene comune». È dunque impossibile ridurre la preghiera della Chiesa alla preghiera personale, sostituire il «culto pubblico integrale» (SC, 7) con una religiosità domestica o individuale.<br />Per questa ragione, Sarah ricorda ai vescovi la necessità e l'urgenza di «tornare alla normalità della vita cristiana, che ha l'edificio chiesa come casa e la celebrazione della liturgia, particolarmente dell'Eucaristia, come "il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua forza"» (SC, 10).<br /><br />SENZA DOMENICA NON POSSIAMO VIVERE<br />A sfolgorare in tutta la sua attualità è l'esempio dei «fratelli martiri di Abitene (inizi del IV secolo), i quali risposero ai loro giudici con serena determinazione, pur di fronte a una sicura condanna a morte: "Sine Dominico non possumus"». Quel non possumus è un assoluto, e l'ablativo neutro (Dominico), non indica semplicemente la domenica, ma tutto quello che è del Signore. La comunità cristiana non può dunque vivere «senza la Parola del Signore, che nella celebrazione prende corpo e diventa parola viva, [...]; senza partecipare al Sacrificio della Croce in cui il Signore Gesù si dona senza riserve per salvare, con la sua morte, l'uomo che era morto a causa del peccato» e neppure «senza il banchetto dell'Eucaristia». Non possiamo dunque vivere senza il giorno del Signore, senza la comunità cristiana, «senza la casa del Signore, che è casa nostra, senza i luoghi santi dove siamo nati alla fede».<br />È dunque impensabile continuare a seguire la celebrazione eucaristica via streaming dal salotto o dalla camera da letto: «Nessuna trasmissione è equiparabile alla partecipazione personale o può sostituirla. Anzi queste trasmissioni, da sole, rischiano di allontanarci da un incontro personale e intimo con il Dio incarnato che si è consegnato a noi non in modo virtuale, ma realmente, dicendo: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui" (Gv. 6, 56). Questo contatto fisico con il Signore è vitale, indispensabile, insostituibile». È perciò urgente richiamare in chiesa quei tanti, troppi fratelli «scoraggiati, impauriti, da troppo tempo assenti o distratti».<br />Oltre a questo appello generale, Sarah, in qualità di Prefetto del Dicastero da lui presieduto, intende «ribadire alcuni principi e suggerire alcune linee di azione per promuovere un rapido e sicuro ritorno alla celebrazione dell'Eucaristia».<br /><br />IMPROVVISATE SPERIMENTAZIONI RITUALI<br />Anzitutto, è necessario comprendere che «la dovuta attenzione alle norme igieniche e...]]></itunes:summary><itunes:duration>711</itunes:duration><itunes:keywords>eucarestia,messe,sarah,sottomissione,streaming</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/88ec5397dfb746e38fe83abb29ed98a5.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La lezione di Don Lino: riparare al sacrilego abuso di potere</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-lezione-di-don-lino-riparare-al-sacrilego-abuso-di-potere--26294856</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6108<br /><br />LA LEZIONE DI DON LINO: RIPARARE AL SACRILEGO ABUSO DI POTERE di Luisella Scrosati<br />Ginocchia piegate e schiena dritta: è l'immagine RX di don Lino Viola, l'ormai famosissimo parroco di Gallignano. La schiena dritta l'ha mostrata a tutto il mondo, di fronte ad uno sceriffo improvvisato, pieno di boria (e di ignoranza), che voleva fargli interrompere la Messa. E anche di fronte ad un sindaco che non si era reso conto che Gallignano non è paese della Repubblica Popolare Cinese, per quanto ci si stia dando da fare per assumerne le modalità "disciplinari".<br />Le ginocchia piegate le vediamo in questo video [vedi in fondo all'articolo, N.d.BB], che lo riprende mentre sabato 25 aprile, accompagnato da due parrocchiani, prega davanti al Signore per riparare al sacrilegio di domenica 19 aprile.<br />Un atto di riparazione bellissimo, come non lo si udiva più da tempo: «In questo momento prima di celebrare sull'Altare il Sacrificio del Tuo Figlio voglio a nome della comunità presente e di quella che vive nelle nostre case riparare l'irruzione immotivata e sacrilega delle forze dell'ordine». Insieme al divino Sacrificio, don Lino offre «l'espiazione della Vergine Tua Madre di Villavetere - un piccolo santuario mariano nelle campagne di Gallignano - dei nostri Santi Patroni San Pietro e Sant'Imerio», espiazione offerta per «riparare al tuo onore divino conculcato».<br />Sacrilegio, espiazione, offerta del Sacrificio: robe dell'altro mondo!<br /><br />MA NON È FINITA<br />Don Lino ci ricorda che è Lui, il Signore, il primo ad essere stato offeso dalla sacrilega azione dello sceriffo, incurante di essere entrato nella casa di un Altro, degna progenie di quelle guardie del tempio richiamate proprio nell'atto di riparazione: «Siete usciti come contro un brigante con spade e bastoni per catturarmi» (Lc. 22, 52), una delle frasi pronunciate da Gesù più strabordanti di mestizia e dolore. E poi ancora il richiamo al tradimento di Giuda ed una richiesta che, da sola, ristabilisce l'ordine dell'obbedienza: «Padre amatissimo [...] conservaci fedelissimi nella Tua obbedienza e nel Tuo servizio fino alla morte quando potremo entrare nella Tua Casa dove Tu vivi col Figlio e lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen».<br />Il 25 aprile, don Lino ha mostrato una libertà sconosciuta a quelli che vanno in giro per il carnevale comunista, quella libertà di offrire se stessi per espiare il male presente nel mondo; a questa vera libertà ha richiamato la sua comunità, chiedendole di unirsi all'atto di riparazione con un digiuno indetto per giovedì 30 aprile.<br />A questo digiuno ci uniremo in molti, perché quello che è accaduto il 19 aprile non riguarda soltanto la piccola comunità di Gallignano, ma la Chiesa universale. E tutti i veri cristiani, veri nonostante le proprie miserie, sentono come proprio l'oltraggio lì perpetrato. Lo dimostrano i tanti messaggi di sostegno inviati a don Lino e le numerose telefonate di solidarietà fatte da persone che hanno riconosciuto nella sua ferma e mansueta resistenza un atto di vera libertà, ma soprattutto un atto veramente degno di un ministro di Dio.<br />«Mi hanno chiamato pure tutti i Vescovi francesi», spiega don Lino. «Il mio rammarico è stato di non avere avuto la solidarietà del mio vescovo». Un dolore grande per un sacerdote che all'obbedienza, quella vera, ci tiene. E la lealtà con monsignor Antonio Napolioni è stata totale, perché don Lino non ha ricusato un confronto aperto e sincero con lui: «Ci siamo parlati a lungo, io gli ho spiegato che ho solo fatto il mio dovere, ma lui mi ha risposto col silenzio».<br /><br />UN SILENZIO COLPEVOLE<br />Da quanto abbiamo appreso, sono stati diversi i sacerdoti che hanno provato a scuotere il proprio Vescovo, a fargli capire che forse era il caso di prendere una posizione un po' più comprensiva nei confronti della presa di posizione di don Lino. Nessuno pretende che mons. Napolioni diventi improvvisamente un vescovo battagliero, ma almeno che faccia presente che, forse, entrare armati in una chiesa con atteggiamento pretenzioso non si addice propriamente al bon ton, questo sì. Invece niente. Silenzio.<br />Un silenzio colpevole, che rivela molte cose, come un brano di quindici secoli fa spiega: «Non si può conoscere con sicurezza se uno è un vero pastore o un mercenario, se le circostanze non impongono delle urgenti necessità. Quando tutto è in pace, generalmente, sta alla custodia del gregge tanto il pastore quanto il mercenario, ma quando il lupo assale, si comprende con quale animo ciascuno custodiva il gregge». Così San Gregorio Magno, nell'omelia tenuta proprio la domenica del Buon Pastore.<br />«Questo assalto del lupo - continua con un'attualità impressionante - si verifica quando qualcuno, ingiusto e ladro, si mette a opprimere i fedeli e gli umili. Allora colui che sembrava pastore, ma non lo era affatto, abbandona le pecore e fugge, timoroso del pericolo che gli potrebbe sopraggiungere e per nulla disposto a resistere all'ingiustizia. La sua fuga non consiste nel portarsi in un altro luogo, ma nel sottrarre l'aiuto, nel vedere l'ingiustizia ed accettarla, protetto dal proprio silenzio».<br />Al mercenario, Gregorio applica le parole con cui Dio, attraverso il profeta Ezechiele, rimproverava i molti, troppi falsi profeti: «Voi non siete saliti sulle brecce e non avete costruito alcun baluardo in difesa degli Israeliti» (Ez. 13, 5). Che cosa vuol dire "stare sulla breccia"? «Battersi sulla breccia significa - conclude San Gregorio - opporsi con la libera voce della ragione ad ogni potere che tenta di imporsi con l'ingiustizia».<br />Meditate, vescovi, meditate.<br />GRAZIE DON LINO<br />Una nostra lettrice ha scritto di getto un ringraziamento a don Lino per il coraggio avuto e per la sua testimonianza di fede semplice, ma forte. Ecco la sua mail.<br />Vorrei far arrivare a Don Lino Viola, UN GRAZIE, senza se e senza ma, perché ha testimoniato la mia vera anima, ma soprattutto ha messo in risalto di quanto la Curia, certi vescovi o certi sacerdoti che hanno preso le distanze da lui, poi non possano lamentare le grandi e piccole chiese sempre più vuote o sempre più annoiate! Forse perfino il Papa farebbe un gesto di straordinario valore spirituale a ringraziarlo, pur sottolineando il rispetto che ciascun cittadino deve mantenere nei confronti delle istituzioni.<br />Don Lino ha difeso, ha rappresentato Cristo, che con grande desiderio, con tante fatiche, con tante incredulità o momenti di distrazione, proviamo anche noi a riconoscere presente nel miracolo della Consacrazione. Noi (io per prima) abbiamo bisogno di testimonianze contro corrente per afferrare ogni giorno l'invisibile agli occhi e farlo desiderare in queste giornate italiane, o europee e mondiali, piene di sicurezza, di igiene, di carità, di confusione, di rabbia pronta ad esplodere, di professori e virologi, di montagne di esperti, di numeri, di DPCM, di trattative sommerse, di giornaloni a voce unica, ma giornate del tutto vuote di mistero della Fede o profuse di un mistero tiepido, che arriva ultimo, mentre noi abbiamo pensato che le messe in streaming non solo siano state uguali, ma anzi molto molto più partecipate! <br />Con un gioco di fantasia, in un lampo, avevo associato quel ragazzo in maglia rossa che correva sulla spiaggia deserta, a un'anima moderna, sofferente, confusa, anestetizzata dalla laicità nuda e cruda, ma con un fragile bagliore di rinascita alla ricerca disarmata del suo Dio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/26294856</guid><pubDate>Tue, 28 Apr 2020 18:15:20 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/26294856/la_lezione_di_don_lino_riparare_al_sacrilego_abuso_di_potere.mp3" length="8899603" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6108

LA LEZIONE DI DON LINO: RIPARARE AL SACRILEGO ABUSO DI POTERE di Luisella Scrosati
Ginocchia piegate e schiena dritta: è l'immagine RX di don Lino Viola, l'ormai famosissimo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6108<br /><br />LA LEZIONE DI DON LINO: RIPARARE AL SACRILEGO ABUSO DI POTERE di Luisella Scrosati<br />Ginocchia piegate e schiena dritta: è l'immagine RX di don Lino Viola, l'ormai famosissimo parroco di Gallignano. La schiena dritta l'ha mostrata a tutto il mondo, di fronte ad uno sceriffo improvvisato, pieno di boria (e di ignoranza), che voleva fargli interrompere la Messa. E anche di fronte ad un sindaco che non si era reso conto che Gallignano non è paese della Repubblica Popolare Cinese, per quanto ci si stia dando da fare per assumerne le modalità "disciplinari".<br />Le ginocchia piegate le vediamo in questo video [vedi in fondo all'articolo, N.d.BB], che lo riprende mentre sabato 25 aprile, accompagnato da due parrocchiani, prega davanti al Signore per riparare al sacrilegio di domenica 19 aprile.<br />Un atto di riparazione bellissimo, come non lo si udiva più da tempo: «In questo momento prima di celebrare sull'Altare il Sacrificio del Tuo Figlio voglio a nome della comunità presente e di quella che vive nelle nostre case riparare l'irruzione immotivata e sacrilega delle forze dell'ordine». Insieme al divino Sacrificio, don Lino offre «l'espiazione della Vergine Tua Madre di Villavetere - un piccolo santuario mariano nelle campagne di Gallignano - dei nostri Santi Patroni San Pietro e Sant'Imerio», espiazione offerta per «riparare al tuo onore divino conculcato».<br />Sacrilegio, espiazione, offerta del Sacrificio: robe dell'altro mondo!<br /><br />MA NON È FINITA<br />Don Lino ci ricorda che è Lui, il Signore, il primo ad essere stato offeso dalla sacrilega azione dello sceriffo, incurante di essere entrato nella casa di un Altro, degna progenie di quelle guardie del tempio richiamate proprio nell'atto di riparazione: «Siete usciti come contro un brigante con spade e bastoni per catturarmi» (Lc. 22, 52), una delle frasi pronunciate da Gesù più strabordanti di mestizia e dolore. E poi ancora il richiamo al tradimento di Giuda ed una richiesta che, da sola, ristabilisce l'ordine dell'obbedienza: «Padre amatissimo [...] conservaci fedelissimi nella Tua obbedienza e nel Tuo servizio fino alla morte quando potremo entrare nella Tua Casa dove Tu vivi col Figlio e lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen».<br />Il 25 aprile, don Lino ha mostrato una libertà sconosciuta a quelli che vanno in giro per il carnevale comunista, quella libertà di offrire se stessi per espiare il male presente nel mondo; a questa vera libertà ha richiamato la sua comunità, chiedendole di unirsi all'atto di riparazione con un digiuno indetto per giovedì 30 aprile.<br />A questo digiuno ci uniremo in molti, perché quello che è accaduto il 19 aprile non riguarda soltanto la piccola comunità di Gallignano, ma la Chiesa universale. E tutti i veri cristiani, veri nonostante le proprie miserie, sentono come proprio l'oltraggio lì perpetrato. Lo dimostrano i tanti messaggi di sostegno inviati a don Lino e le numerose telefonate di solidarietà fatte da persone che hanno riconosciuto nella sua ferma e mansueta resistenza un atto di vera libertà, ma soprattutto un atto veramente degno di un ministro di Dio.<br />«Mi hanno chiamato pure tutti i Vescovi francesi», spiega don Lino. «Il mio rammarico è stato di non avere avuto la solidarietà del mio vescovo». Un dolore grande per un sacerdote che all'obbedienza, quella vera, ci tiene. E la lealtà con monsignor Antonio Napolioni è stata totale, perché don Lino non ha ricusato un confronto aperto e sincero con lui: «Ci siamo parlati a lungo, io gli ho spiegato che ho solo fatto il mio dovere, ma lui mi ha risposto col silenzio».<br /><br />UN SILENZIO COLPEVOLE<br />Da quanto abbiamo appreso, sono stati diversi i sacerdoti che hanno provato a scuotere il proprio Vescovo, a fargli capire che forse era il caso di prendere una posizione un po' più comprensiva nei confronti della presa di posizione di don Lino. Nessuno pretende che...]]></itunes:summary><itunes:duration>557</itunes:duration><itunes:keywords>abuso,lezione,lino,potere,sacrilego</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/cdb8c89aea20ce9362fc5072a8839ed9.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La famiglia riunita a tavola</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-famiglia-riunita-a-tavola--21980176</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5987<br /><br />LA FAMIGLIA RIUNITA A TAVOLA di Luisella Scrosati<br />Chi è padrone della «mascella, uccide gli stranieri e facilmente spezza le catene dalle sue mani»; così Evagrio Pontico interpreta in senso spirituale l'episodio narrato nel capitolo 15 del libro dei Giudici, nel quale si racconta che Sansone, consegnato nelle mani dei Filistei, riesce dapprima a sciogliere i lacci che lo tenevano legato e poi, trovata una mascella d'asino, percuote con essa i suoi nemici, riuscendo ad ucciderne mille. Per i Padri la lotta alla passione della gastrimargia, detta comunemente gola, è di fondamentale importanza per poter affrontare nemici più agguerriti, in particolare la lussuria, perché, come scriveva san Giovanni Cassiano nelle Istituzioni cenobitiche, «è impossibile infatti che un intestino ripieno di vivande possa sostenere le battaglie dell'uomo interiore, e neppure risulta decoroso che affronti lotte più difficili uno che rischia di essere atterrato in combattimenti meno impegnativi».<br />Per queste ragioni San Benedetto dedica ben tre capitoli della Regola (dal 39 al 41) a normare la misura e i tempi dei pasti della comunità monastica. Si può notare come le indicazioni presenti nella Regola intendano colpire quella che Cassiano chiama «la triplice<br />natura» della golosità: «la prima induce ad anticipare l'ora fissata dalla regola per la refezione; la seconda si compiace soltanto di riempire lo stomaco fino alla sazietà con qualsiasi pietanza; la terza invece si diletta di vivande molto ricercate e saporose».<br /><br />RESISTERE ALLE MACCHINETTE<br />San Benedetto indica con chiarezza l'orario del pasto quotidiano comune a tutti i monaci ed intima che «nessuno si permetta di prendere cibo o bevanda prima o dopo l'ora stabilita». È di fondamentale importanza che il monaco, come spiega Cassiano, non si lasci «indurre da nessuna attrazione» che lo porti a mangiare al di fuori dei pasti. Insomma, niente cioccolatini, cracker, caramelle, stuzzichini. La ragione? Non si deve cedere ai primi segnali di impazienza del nostro stomaco, perché sarebbe deleterio per il nostro spirito, che finirebbe sottomesso ai capricci della carne; ma anche per il nostro corpo che, alla lunga, finisce per presentare il conto di questo tipo di intemperanza. Dobbiamo mangiare, per carità, ma occorre farlo per bene quando è il momento, non prima o dopo. Occorre molta determinazione e preghiera, specie in questo nostro tempo in cui si trovano macchinette con snack ovunque, persino sul marciapiede del binario, anche se venti metri più in là ci sono bar, caffetterie e quant'altro.<br /><br />QUANTO BASTA<br />Poi, è importante regolare la quantità del cibo. San Benedetto ha ben chiara la prudenza di Cassiano al riguardo: «diverso dev'essere il tempo, la misura, la qualità della refezione secondo la diversa condizione del corpo, dell'età, del sesso; unica invece dev'essere per tutti la norma della correttezza per quel che riguarda la mortificazione dello spirito».<br />Qual è questa norma della correttezza? San Benedetto vuole in ogni modo che si eviti l'intemperanza: «Nulla, infatti, è tanto sconveniente ad ogni cristiano quanto l'eccesso del cibo» (39. 8). Detto in altre parole: non bisogna alzarsi da tavola con pesantezza sullo stomaco. L'eccesso del cibo (e del vino) infatti, secondo i Padri, ostacola le facoltà superiori dell'anima e mortifica la preghiera; si diventa meno attenti nella lettura e nello studio, appesantiti nella preghiera, distratti nella vigilanza. Regola aurea per la quantità del cibo? Ce la suggerisce Cassiano: «saper mitigare l'uso delle vivande [...] in modo da mantenerci ancora, nella refezione, con un limite di appetito».<br /><br />INNANZITUTTO QUEL CHE PASSA IL CONVENTO<br />Infine, occorre evitare la ricercatezza nei cibi, che si traduce nel mangiare per il piacere, non per il reale bisogno. È la classica situazione nella quale di fronte ad una frittata con la cicoria diciamo che non abbiamo più tanta fame; ma quando poi ci accorgiamo che c'è anche il dolce, improvvisamente ci accorgiamo di avere ancora spazio nello stomaco... La regola aurea è mangiare quello che c'è nel piatto, senza fare storie se non ci piace e senza andare ad abbuffarsi di quello che ci piace. Ovunque veniamo adescati da cibi particolarmente saporiti, dove si mettono esaltatori di sapidità o zucchero in quantità esagerate; il risultato è che il cibo "normale" ci sembra non sappia più di niente... Non c'è altra soluzione che dare battaglia ed educarsi ad apprezzare le cose più semplici. La domenica e le feste sono giorni che possono essere "onorati" con qualche piatto speciale e con una maggiore disponibilità di cibo, ma sempre senza esagerare; la Regola del Maestro ne fa esplicita menzione. È interessante notare come in certi giorni sia concesso sollievo al corpo, ma non assecondando il capriccio, bensì seguendo il ritmo del calendario liturgico, di modo che anche il corpo partecipi al gaudio dell'anima.<br /><br />RICEVIAMO TUTTO DA DIO, ANCHE IL CIBO<br />Il capitolo 43 della Regola ci fornisce un altro principio importante: «Alla mensa bisogna arrivare prima del versetto, per recitarlo con tutti, pregare e sedersi tutti insieme». È necessario premettere al pasto non una preghiera qualsiasi, né una preghiera spontanea, ma la preghiera prescritta ed è altresì necessario che tutti siano presenti al momento della preghiera. La stessa cosa vale per la preghiera di ringraziamento dopo il pasto. È talmente importante per San Benedetto questo rito che «chi per trascuratezza o per propria colpa giungerà dopo, venga ammonito fino a due volte; se in seguito non si correggerà, non gli si permetta di partecipare alla mensa comune [...] Alla stessa disciplina regolare sia sottoposto chi non sarà presente al versetto di ringraziamento che si recita dopo il pasto». Questa attenzione è decisiva per imparare a riconoscere che riceviamo il necessario di ogni giorno dalle mani di Dio e ringraziarlo per la sua Provvidenza; mettersi a mangiare senza questo riferimento a Dio, senza domandare la sua benedizione, senza ringraziarlo della sua bontà è il preludio ad una vita di arrogante autosufficienza. Ed è anche importante sintonizzarsi sui ritmi della famiglia, non sulle proprie voglie personali.<br /><br />CONVERSARE A TAVOLA SENZA TV, RADIO O SMARTPHONE<br />Un'ultima indicazione ci viene dal capitolo 38. Durante i pasti San Benedetto prescrive la lettura spirituale; certamente, in famiglia questa norma è difficilmente applicabile, ma bisogna almeno esigere che, durante il pasto, il clima e le conversazioni familiari non vengano intralciate o interrotte dalla televisione, dalla radio, dall'uso degli smartphone. Inoltre, «i fratelli si servano a vicenda quanto occorre per mangiare e bere, in modo che nessuno abbia bisogno di chiedere»; è bene che in famiglia, a turno, ci sia chi è responsabile di portare a tavola le vivande, preparare le porzioni, affettare il pane quando manca, etc.<br />Ottima scuola per uscire dal proprio guscio e mettersi a servizio degli altri quotidianamente, concretamente.<br /><br />Nota di BastaBugie: per approfondire il tema della televisione a tavola si può leggere il seguente articolo (e gli altri link in fondo a quello).<br /><br />IL NONNO DITTATORE<br />Fiaba su come ritrovare il dialogo in famiglia a cominciare dai pasti in comune<br />di Giano Colli<br />http://www.filmgarantiti.it/it/contenuti.php?pagina=utility&amp;nome=televisione]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/21980176</guid><pubDate>Thu, 23 Jan 2020 14:55:55 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/21980176/la_famiglia_riunita_a_tavola.mp3" length="7867662" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5987

LA FAMIGLIA RIUNITA A TAVOLA di Luisella Scrosati
Chi è padrone della «mascella, uccide gli stranieri e facilmente spezza le catene dalle sue mani»; così Evagrio Pontico interpreta...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5987<br /><br />LA FAMIGLIA RIUNITA A TAVOLA di Luisella Scrosati<br />Chi è padrone della «mascella, uccide gli stranieri e facilmente spezza le catene dalle sue mani»; così Evagrio Pontico interpreta in senso spirituale l'episodio narrato nel capitolo 15 del libro dei Giudici, nel quale si racconta che Sansone, consegnato nelle mani dei Filistei, riesce dapprima a sciogliere i lacci che lo tenevano legato e poi, trovata una mascella d'asino, percuote con essa i suoi nemici, riuscendo ad ucciderne mille. Per i Padri la lotta alla passione della gastrimargia, detta comunemente gola, è di fondamentale importanza per poter affrontare nemici più agguerriti, in particolare la lussuria, perché, come scriveva san Giovanni Cassiano nelle Istituzioni cenobitiche, «è impossibile infatti che un intestino ripieno di vivande possa sostenere le battaglie dell'uomo interiore, e neppure risulta decoroso che affronti lotte più difficili uno che rischia di essere atterrato in combattimenti meno impegnativi».<br />Per queste ragioni San Benedetto dedica ben tre capitoli della Regola (dal 39 al 41) a normare la misura e i tempi dei pasti della comunità monastica. Si può notare come le indicazioni presenti nella Regola intendano colpire quella che Cassiano chiama «la triplice<br />natura» della golosità: «la prima induce ad anticipare l'ora fissata dalla regola per la refezione; la seconda si compiace soltanto di riempire lo stomaco fino alla sazietà con qualsiasi pietanza; la terza invece si diletta di vivande molto ricercate e saporose».<br /><br />RESISTERE ALLE MACCHINETTE<br />San Benedetto indica con chiarezza l'orario del pasto quotidiano comune a tutti i monaci ed intima che «nessuno si permetta di prendere cibo o bevanda prima o dopo l'ora stabilita». È di fondamentale importanza che il monaco, come spiega Cassiano, non si lasci «indurre da nessuna attrazione» che lo porti a mangiare al di fuori dei pasti. Insomma, niente cioccolatini, cracker, caramelle, stuzzichini. La ragione? Non si deve cedere ai primi segnali di impazienza del nostro stomaco, perché sarebbe deleterio per il nostro spirito, che finirebbe sottomesso ai capricci della carne; ma anche per il nostro corpo che, alla lunga, finisce per presentare il conto di questo tipo di intemperanza. Dobbiamo mangiare, per carità, ma occorre farlo per bene quando è il momento, non prima o dopo. Occorre molta determinazione e preghiera, specie in questo nostro tempo in cui si trovano macchinette con snack ovunque, persino sul marciapiede del binario, anche se venti metri più in là ci sono bar, caffetterie e quant'altro.<br /><br />QUANTO BASTA<br />Poi, è importante regolare la quantità del cibo. San Benedetto ha ben chiara la prudenza di Cassiano al riguardo: «diverso dev'essere il tempo, la misura, la qualità della refezione secondo la diversa condizione del corpo, dell'età, del sesso; unica invece dev'essere per tutti la norma della correttezza per quel che riguarda la mortificazione dello spirito».<br />Qual è questa norma della correttezza? San Benedetto vuole in ogni modo che si eviti l'intemperanza: «Nulla, infatti, è tanto sconveniente ad ogni cristiano quanto l'eccesso del cibo» (39. 8). Detto in altre parole: non bisogna alzarsi da tavola con pesantezza sullo stomaco. L'eccesso del cibo (e del vino) infatti, secondo i Padri, ostacola le facoltà superiori dell'anima e mortifica la preghiera; si diventa meno attenti nella lettura e nello studio, appesantiti nella preghiera, distratti nella vigilanza. Regola aurea per la quantità del cibo? Ce la suggerisce Cassiano: «saper mitigare l'uso delle vivande [...] in modo da mantenerci ancora, nella refezione, con un limite di appetito».<br /><br />INNANZITUTTO QUEL CHE PASSA IL CONVENTO<br />Infine, occorre evitare la ricercatezza nei cibi, che si traduce nel mangiare per il piacere, non per il reale bisogno. 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Nel contempo, il grande Patriarca ha ben presente l'esortazione di san Paolo: «Sapete bene come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi» (2Tess. 3, 7-8). E poco dopo, l'Apostolo pronuncia la famosa esortazione: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi!» (2Tess. 3, 10). Nelle Istituzioni cenobitiche, San Giovanni Cassiano, fonte primaria di San Benedetto, dedica il libro decimo (Lo spirito dell'Accidia) a commentare questi passi paolini, delineando l'utilità dell'attività lavorativa: guadagnarsi di che vivere, per non essere di peso ad alcuno, correggere i vizi, particolarmente l'ozio e l'impazienza, esercitare la carità fraterna, soccorrendo con il proprio lavoro gli indigenti. Questi sono i preziosi frutti del lavoro, che anche san Benedetto riconosce, purché il lavoro venga esercitato con ordine e precisione, senza affanni e, soprattutto, senza detrimento della preghiera.<br />Per questo, San Benedetto regola nel capitolo 48 l'alternanza della preghiera e del lavoro, chiarendo fin dall'inizio che «l'ozio è nemico dell'anima. Perciò i fratelli devono dedicarsi in tempi determinati al lavoro manuale e in altre ore, pure ben fissate, alla lettura divina» (cap. XLVIII, 1). Ozio e frenesia sono i due grandi mali che la Regola vuole curare, allora come oggi: l'accidia infatti, come già insegnava Evagrio, si esprime sia con l'indolenza, ma anche con il buttarsi a capofitto nel fare tante cose, senza dare spazio alla preghiera e alla riflessione.<br /><br />METTERE ORDINE<br />Chi voglia vivere l'"opzione Benedetto" non può dunque escludere questa progressiva e costante regolazione delle proprie giornate: progressiva, perché certamente non possiamo cambiare tutto dalla sera alla mattina, specie se viviamo in famiglia; ma anche costante, perché non dobbiamo darci l'alibi che il nostro tempo, la nostra particolare condizione, etc., ci rendano esenti dal mettere ordine. L'alternanza equilibrata di preghiera, lavoro, lettura e riposo richiede disciplina ed anche estrema onestà.<br />Dobbiamo iniziare a porci con franchezza un po' di domande:<br />- È così necessario navigare tanto tempo in internet, senza scopi ben precisi?<br />- Quanto tempo e quanta attenzione perdiamo nello stare sempre con lo smartphone a portata di mano?<br />- Girovagare per supermercati e outlet, giusto per dare un'occhiata, è il modo migliore per rinfrancare lo spirito e ripartire con i propri doveri?<br />Può essere utile tener presente l'esempio che San Giovanni Cassiano riporta dell'abate Paolo (cf. Ist. X, 24): questo abate viveva esclusivamente dei frutti delle palme e di quanto<br />ricavava da un orticello. Dunque non aveva bisogno per sé di lavorare più di quanto facesse. Eppure si obbligava ad un certo lavoro quotidiano «per la sola purificazione del cuore, per la salvaguardia dei suoi pensieri, per la permanenza duratura nella sua cella e per la sconfitta vittoriosa della stessa accidia». Il messaggio è chiaro: il lavoro ordinato è un grande antidoto al girovagare dei nostri pensieri, nei quali immancabilmente si inserisce<br />il tentatore, che ci portano lontani dalla concreta volontà di Dio; è infatti tipico dell'accidia farci desiderare di essere altrove da dove si è, fare altro da quanto si deve fare, essere in un'altra situazione piuttosto che quella nella quale dobbiamo vivere.<br /><br />PER SERVIZIO E CON UMILTÀ<br />Ma quale lavoro? Certamente ciascuno di noi ha (o si spera abbia) un lavoro retribuito, nel quale le ore di lavoro sono già determinate. San Benedetto ci chiede di vivere il lavoro professionale con dedizione, per il bene nostro e altrui, guadagnando il necessario per vivere e ricordandosi di sovvenire alle necessità di chi si trova nel bisogno, come esorta ancora una volta san Paolo: «In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli» (Atti 20, 45). Dunque, lavorare con spirito di servizio, non generico, ma mettendosi davanti agli occhi sempre i beneficiari del proprio lavoro: la famiglia, i confratelli, quell'amico in difficoltà, quella comunità religiosa da sostenere, e così via.<br />A ciò si devono aggiungere altre disposizioni interiori. La prima di tutte è l'umiltà. San Benedetto raccomanda ai fratelli che hanno delle abilità, di esercitarle cum omni humilitate (LVII, 1), senza arroganza, spirito di prevaricazione, disprezzo del prossimo. E fuggendo l'avarizia e la disonestà come la peste.<br /><br />CI SONO ANCHE I LAVORI DI CASA<br />Ma San Benedetto dedica grande attenzione anche al lavoro domestico. Nel capitolo 35 descrive con chiarezza cosa spetti ai settimanari di cucina; nel monastero infatti tutti i monaci, con turni di una settimana ciascuno, debbono dedicarsi alla cucina e alla preparazione del refettorio, perché, secondo il grande Patriarca, questo è il modo migliore per servirsi reciprocamente e guadagnare «una maggior ricompensa e un maggior merito di carità» (cap. XXXV, 1-2).<br />Possiamo trarre delle indicazioni concrete per le nostre famiglie.<br />Se abbiamo capito il valore del lavoro, secondo lo spirito dell'apostolo Paolo e di san Benedetto, allora comprendiamo anche quanto sia importante che in casa ciascuno faccia la propria parte. E la faccia bene. Mi è capitato non di rado di sentire, soprattutto dalla bocca di mamme generose, che i figli in fondo hanno già il loro lavoro, cioè lo studio; e così anche il marito.<br />Dunque è bene esentarli dai lavori in casa. Nulla di più sbagliato.<br />Se il lavoro è un bene (non assoluto), ed anche il lavoro manuale e domestico, allora esentare qualcuno dal compierlo non è fargli un buon servizio. Ed in effetti, quando in casa pensa a tutto la mamma o la tata, i segni dell'accidia si fanno più evidenti, sia perché subentrano le classiche "occupazioni" oziose (telefonate lunghissime, infiniti scambi di messaggi, perdita di tempo davanti alla tv o alla caccia delle ultime chiacchiere sui blog, vagabondaggio, e quant'altro), sia perché si viene travolti dalla frenesia per correre dietro alle numerose attività del "tempo libero", che paradossalmente è diventato nelle famiglie un enorme fattore di stress. Invece san Benedetto ci dice che tutti, nella comunità monastica, devono occuparsi dei lavori domestici, a turno; e gli altri monaci devono aiutare, secondo le disposizioni dell'abate, chi è di turno.<br />Bisogna riabituarsi ed abituare i bambini fin da piccoli:<br />- a 3 anni si è già capaci di mettere i tovaglioli al posto giusto, o di portar via con attenzione il proprio piatto;<br />- a 7-8 anni si può già aiutare a preparare una torta, grattugiare il formaggio, pesare la pasta;<br />- a 10 si può spolverare la propria camera, mettere in ordine la propria biancheria e poco più in là si possono stirare le cose più semplici e fare lavori più complessi.<br />E tutto dev'essere compiuto con ordine e attenzione, perché da questo dipende la pace di tutta la famiglia. Provare per credere.<br />Dalla tradizione benedettina possiamo anche imparare un piccolo rito, che dà un tono particolare agli impegni domestici, che spesso vengono sempre compiuti per ultimi e contro voglia. In realtà, nel contesto monastico, esso ha una sua solennità. La domenica mattina, dopo le Lodi, i settimanari, entrante ed uscente, si mettono in ginocchio in coro. Quello uscente prega per tre volte: «Benedetto sei tu, Signore Dio, che mi ha aiutato e consolato» e poi riceve la benedizione. L'entrante, invece, prega così una volta: «O Dio vieni in mio aiuto; Signore, affrettati ad aiutarmi»; poi i confratelli ripetono lo stesso versetto per tre volte; l'entrante riceve poi la benedizione. Si può fare qualcosa di simile in famiglia? Penso proprio di sì. E così si comprende l'importanza del lavoro nella vita cristiana e si assume il giusto atteggiamento di umiltà davanti a Dio e al prossimo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/19766223</guid><pubDate>Thu, 31 Oct 2019 14:33:14 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/19766223/come_iniziare_opzione_benedetto.mp3" length="10303946" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5861

COME INIZIARE DA SUBITO L'OPZIONE BENEDETTO NELLA PROPRIA FAMIGLIA di Luisella Scrosati

È evidente che nella Regola di san Benedetto il primato spetti alla vita di preghiera,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5861<br /><br />COME INIZIARE DA SUBITO L'OPZIONE BENEDETTO NELLA PROPRIA FAMIGLIA di Luisella Scrosati<br /><br />È evidente che nella Regola di san Benedetto il primato spetti alla vita di preghiera, all'opus Dei, che è l'espressione precipua dell'amore a Cristo. Nel contempo, il grande Patriarca ha ben presente l'esortazione di san Paolo: «Sapete bene come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi» (2Tess. 3, 7-8). E poco dopo, l'Apostolo pronuncia la famosa esortazione: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi!» (2Tess. 3, 10). Nelle Istituzioni cenobitiche, San Giovanni Cassiano, fonte primaria di San Benedetto, dedica il libro decimo (Lo spirito dell'Accidia) a commentare questi passi paolini, delineando l'utilità dell'attività lavorativa: guadagnarsi di che vivere, per non essere di peso ad alcuno, correggere i vizi, particolarmente l'ozio e l'impazienza, esercitare la carità fraterna, soccorrendo con il proprio lavoro gli indigenti. Questi sono i preziosi frutti del lavoro, che anche san Benedetto riconosce, purché il lavoro venga esercitato con ordine e precisione, senza affanni e, soprattutto, senza detrimento della preghiera.<br />Per questo, San Benedetto regola nel capitolo 48 l'alternanza della preghiera e del lavoro, chiarendo fin dall'inizio che «l'ozio è nemico dell'anima. Perciò i fratelli devono dedicarsi in tempi determinati al lavoro manuale e in altre ore, pure ben fissate, alla lettura divina» (cap. XLVIII, 1). Ozio e frenesia sono i due grandi mali che la Regola vuole curare, allora come oggi: l'accidia infatti, come già insegnava Evagrio, si esprime sia con l'indolenza, ma anche con il buttarsi a capofitto nel fare tante cose, senza dare spazio alla preghiera e alla riflessione.<br /><br />METTERE ORDINE<br />Chi voglia vivere l'"opzione Benedetto" non può dunque escludere questa progressiva e costante regolazione delle proprie giornate: progressiva, perché certamente non possiamo cambiare tutto dalla sera alla mattina, specie se viviamo in famiglia; ma anche costante, perché non dobbiamo darci l'alibi che il nostro tempo, la nostra particolare condizione, etc., ci rendano esenti dal mettere ordine. L'alternanza equilibrata di preghiera, lavoro, lettura e riposo richiede disciplina ed anche estrema onestà.<br />Dobbiamo iniziare a porci con franchezza un po' di domande:<br />- È così necessario navigare tanto tempo in internet, senza scopi ben precisi?<br />- Quanto tempo e quanta attenzione perdiamo nello stare sempre con lo smartphone a portata di mano?<br />- Girovagare per supermercati e outlet, giusto per dare un'occhiata, è il modo migliore per rinfrancare lo spirito e ripartire con i propri doveri?<br />Può essere utile tener presente l'esempio che San Giovanni Cassiano riporta dell'abate Paolo (cf. Ist. X, 24): questo abate viveva esclusivamente dei frutti delle palme e di quanto<br />ricavava da un orticello. Dunque non aveva bisogno per sé di lavorare più di quanto facesse. Eppure si obbligava ad un certo lavoro quotidiano «per la sola purificazione del cuore, per la salvaguardia dei suoi pensieri, per la permanenza duratura nella sua cella e per la sconfitta vittoriosa della stessa accidia». Il messaggio è chiaro: il lavoro ordinato è un grande antidoto al girovagare dei nostri pensieri, nei quali immancabilmente si inserisce<br />il tentatore, che ci portano lontani dalla concreta volontà di Dio; è infatti tipico dell'accidia farci desiderare di essere altrove da dove si è, fare altro da quanto si deve fare, essere in un'altra situazione piuttosto che quella nella quale dobbiamo vivere.<br /><br />PER SERVIZIO E CON UMILTÀ<br />Ma quale lavoro? Certamente ciascuno di noi ha (o si spera abbia) un lavoro retribuito, nel quale le ore di lavoro sono già...]]></itunes:summary><itunes:duration>644</itunes:duration><itunes:keywords>benedetto,comunità,cristiani,famiglia,opzione,vita</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/62aeacb59fbf3d10eb15ed7012caf5cc.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La soluzione che il sinodo sull'Amazzonia non darà mai: torniamo a celebrare le 4 tempora per i ''problemi ecologici'' e la mancanza di voca</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-soluzione-che-il-sinodo-sull-amazzonia-non-dara-mai-torniamo-a-celebrare-le-4-tempora-per-i-problemi-ecologici-e-la-mancanza-di-voca--19646793</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5856<br /><br />LA SOLUZIONE CHE IL SINODO SULL'AMAZZONIA NON DARA' MAI: TORNIAMO A CELEBRARE LE 4 TEMPORA PER I ''PROBLEMI ECOLOGICI'' E LA MANCANZA DI VOCAZIONI di Luisella Scrosati<br />Si fa un gran parlare, in questi giorni di Sinodo, di una maggiore attenzione all'armonia con la creazione, che i popoli indigeni delle foreste amazzoniche avrebbero particolarmente custodito. È probabilmente in questa prospettiva che si sono svolte quelle para-liturgie dal sapore decisamente pagano, ma che - pare - non si sappia bene chi le abbia proposte e quale significato volessero trasmettere. Mentre attendiamo che dalla Sala Stampa vaticana arrivino informazioni chiare e concordi, non possiamo non far notare che il gesto di prostrarsi a terra di fronte a delle statue o davanti ad una pianta, olezzi tanto di idolatria, sia che si tratti della "classica" idolatria" del paganesimo, che della moderna idolatria ecologista.<br />Fatto sta che l'antico Rito romano prevedeva, all'inizio delle quattro stagioni, tre giorni di digiuno ed astinenza (mercoledì, venerdì e sabato), giorni che prevedevano un formulario della Messa proprio, che viene mantenuto ancora oggi nella Forma Straordinaria del Rito Romano. Dalla Chiesa universale salivano a Dio digiuni e preghiere, per poter ricevere il frutto della terra e la grazia di numerose vocazioni.<br />L'origine di questi giorni liturgici risale almeno al V secolo, quando li si chiamava con il nome di jejunium primi, quarti, septimi, decimi mensis. In realtà vi sono attestazioni di una pratica precedente, al punto che san Leone Magno non esitava a definirle di "istituzione apostolica".<br />Secondo alcuni liturgisti si tratterebbe di una versione cristiana di un'osservanza ebraica; secondo altri, di una cristianizzazione delle romane feriae messis, vindemiales, sementivae, che il genio evangelizzatore avrebbe non semplicemente preso e riportato nei riti cristiani, ma purificato della loro paganità ed elevato al culto dell'unico Creatore di tutte le cose.<br /><br />LA RIFORMA LITURGICA<br />La riforma liturgica ha poi abolito tali formulari, lasciando libertà ai parroci, come attesta un Benedizionale del 1992, "il mercoledì, il venerdì e il sabato dopo la III domenica di Avvento (Inverno), dopo la III domenica di Quaresima (Primavera), dopo la domenica della SS. Trinità (Estate), dopo la III domenica di settembre (Autunno)" di usare "qualche formulario particolare di preghiera dei fedeli e anche, nelle ferie del Tempo Ordinario, il formulario delle Messe per varie necessità". Si tratta di una minimalizzazione impressionante di una antichissima tradizione liturgica. Risultato? Praticamente nessuno lo fa e quasi nessun fedele sa cosa siano le Quattro Tempora.<br />In realtà, il passaggio verso la "dimenticanza" è stato più sottile. Secondo quanto riporta Bugnini, il Consilium incaricato di riformare la liturgia avrebbe delegato la celebrazione delle Quattro Tempora alle Conferenze episcopali, perché potessero fissarne i giorni in armonia con le stagioni. E Paolo VI, sempre secondo Bugnini, si era tanto raccomandato che le Conferenze Episcopali fissassero effettivamente tali giorni, dedicandoli anche alla preghiera per ottenere da Dio vocazioni sacerdotali, conformemente alla prassi tradizionale delle Quattro Tempora.<br />Qualche cosa non deve aver funzionato, se oggi ci ritroviamo in questa situazione.<br />I giorni delle Quattro Tempora hanno una duplice valenza, oggi più che mai necessaria. Anzitutto, in essi si domanda al Creatore di benedire i frutti della terra che si stanno per raccogliere o della semina che si sta per effettuare; lo si ringrazia della sua Provvidenza e si fa penitenza, perché il nostro peccato non sia la causa dei giusti castighi che ci potrebbero raggiungere attraverso la terra. Nelle menti cristiane non dovrebbe infatti mai cessare il ricordo che la terra fu colpita dalla maledizione a causa del peccato dei nostri Progenitori. Un ricordo che aiuta a capire le cause più profonde della "ribellione" della creazione, anche oggi.<br />Le Quattro Tempora celebrano dunque la dipendenza dell'uomo dal suo Creatore e la necessità di non violare le leggi che Dio stesso ha posto nella natura, inclusa la natura umana; una dipendenza riconosciuta con gioia e vissuta con senso di fiducioso abbandono. E nel contempo, nella loro dimensione penitenziale, esse nutrono la consapevolezza che ogni sconvolgimento che colpisce la terra ha la sua causa, prossima o remota, nel peccato di noi uomini, e non solo nei "peccati ecologici".<br /><br />PREGHIERA PER LE VOCAZIONI SACERDOTALI<br />In secondo luogo, nelle Quattro Tempora si digiuna e si prega per implorare da Dio il dono di numerose e sante vocazioni sacerdotali. Questo significato si è sovrapposto al precedente, a motivo dell'uso della Chiesa di Roma di ordinare i sacerdoti nella veglia del sabato delle Tempora invernali. È così che la Chiesa per secoli ha affrontato il problema della mancanza di vocazioni, pregando il Padrone della messe e digiunando.<br />Sarà un caso che questo Sinodo - ma il problema non riguarda solo l'Amazzonia - lamenti proprio le due calamità che le Quattro Tempora affrontavano con spirito di fede? Sarà un caso che, abolite le Quattro Tempora, ai "problemi ecologici" e alla mancanza di vocazioni si cerchi di far fronte con soluzioni troppo umane, al limite (e spesso oltre il limite) della fede cattolica?<br />Lasciateci almeno la libertà di lamentare questi continui cortocircuiti in una gerarchia che sembra non sapere più dove andare: prima si aboliscono di fatto quei riti secolari (si pensi anche alle Rogazioni, anch'esse sparite) che educano il popolo di Dio alla giusta relazione con la creazione e al giusto modo di affrontare i problemi della fame, delle calamità, delle malattie, della carenza di vocazioni; e poi ci si dice che bisogna inventarsi qualcosa per recuperare il rapporto con la Terra e risolvere il problema della mancanza dei sacerdoti.<br />E non si può tacere che se si pensa di affrontare queste questioni con riti di fertilità e adorazione della "Madre Terra" da una parte, e con la creazione di un clero non continente dall'altra, siamo fuori strada. E non di poco.<br /><br />Nota di BastaBugie: Marinellys Tremamunno nell'articolo seguente dal titolo "L'Amazzonia non è il polmone verde, né un paradiso" svela i tanti falsi miti sull'Amazzonia. Che non è affatto "vergine". Non è "indigena". Non è "il polmone verde" del mondo. Ed è tutt'altro che un paradiso: viverci è praticamente un inferno.<br />Ecco l'articolo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 18-10-2019:<br />Più di 180 vescovi si trovano in Vaticano per partecipare all'Assemblea Speciale del Sinodo per la regione Panamazzonica sul tema "Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale". [...]<br />Il grande pubblico ha visto bruciare le foreste amazzoniche per tutta la scorsa estate, nonostante i roghi siano presenti ogni anno nella stagione secca, tra luglio e settembre. Eppure, si sono sentiti risuonare ovunque grida d'allarme: dai più noti influencers green fino alla protesta massiva sui social, con tante immagini false e vecchie, sfociate in una grande crisi internazionale discussa perfino tra i Paesi del G7. Ma non è la prima volta che l'Amazzonia è motivo di dibattito e spesso, curiosamente, le persone che si proclamano difensori di quest'immenso territorio non hanno mai messo piede nella regione o semplicemente ci sono stati solo qualche volta da turisti.<br />In questo contesto, è sempre più difficile distinguere i fatti dalle fake news. Per questo motivo da La Nuova BQ puntiamo la lente di ingrandimento su questo vasto territorio sudamericano, per sfatare ogni mito amazzonico e contribuire a una vera compressione del Sinodo.<br />1) L'AMAZZONIA NON È SOLO IL BRASILE<br />L'opinione pubblica internazionale ha segnalato spesso il Presidente del Brasile Jair Bolsonaro come l'unico piromane distruttore dell'Amazzonia. Falso! Sebbene nell'immaginario comune si tenda ad associare la foresta amazzonica con il Brasile, questo paradiso naturale è talmente vasto da coinvolgere nove paesi sudamericani: Colombia, Perù, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Guyana, Guyana Francese, Suriname e il già citato Brasile. Così, mentre tutti puntano il dito contro Bolsonaro, passano inosservati i socialisti Evo Morales (Bolivia) e Nicolas Maduro (Venezuela). Il primo ha legalizzato gli incendi delle zone amazzoniche, provocando un vero ecocidio; il secondo, porta avanti la distruzione dell'"Arco Minero del Orinoco" attraverso il sostegno dell'attività mineraria illegale.<br />2) L'AMAZZONIA NON È IL POLMONE DEL NOSTRO PIANETA<br />Nell'Instrumentum Laboris dell'Assemblea speciale del sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica, Papa Francesco cita i bacini dell'Amazzonia e del Congo come il "polmone del pianeta" (cf. LS 38). Ma cosa si intende per "polmone del pianeta"? Se l'implicazione è riferita alla produzione di ossigeno, è sbagliata! La foresta amazzonica produce appena il 6% dell'ossigeno del pianeta, secondo la rivista Science. Informazione che è stata ampiamente confermata da numerosi scienziati, perché nelle foreste antiche come quella amazzonica le piante hanno smesso di crescere e, nel bilancio CO2/O2, tendono a un maggiore consumo di ossigeno e di conseguenza non aiutano all'ossigenazione dell'atmosfera.<br />3) L'AMAZZONIA NON È VERGINE<br />Le aree della foresta con una lussureggiante vegetazione sono viste come simboli di ecosistemi vergini e non toccate da mani umane. Tuttavia, gli abitanti hanno selezionato e piantato specie arboree utili per le loro esigenze, cambiando per sempre le caratteristiche della foresta pluviale amazzonica. Quindi, "l'Amazzonia non è così incontaminata e intatta come sembra", ha confermato alla BBC lo scienziato Hans ter Steege, ecologo del Naturalis Biodiversity Center e dell'Università di Amsterdam.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/19646793</guid><pubDate>Wed, 23 Oct 2019 14:35:13 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/19646793/sinodo_amazzonia.mp3" length="16362265" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5856

LA SOLUZIONE CHE IL SINODO SULL'AMAZZONIA NON DARA' MAI: TORNIAMO A CELEBRARE LE 4 TEMPORA PER I ''PROBLEMI ECOLOGICI'' E LA MANCANZA DI VOCAZIONI di Luisella Scrosati
Si fa un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5856<br /><br />LA SOLUZIONE CHE IL SINODO SULL'AMAZZONIA NON DARA' MAI: TORNIAMO A CELEBRARE LE 4 TEMPORA PER I ''PROBLEMI ECOLOGICI'' E LA MANCANZA DI VOCAZIONI di Luisella Scrosati<br />Si fa un gran parlare, in questi giorni di Sinodo, di una maggiore attenzione all'armonia con la creazione, che i popoli indigeni delle foreste amazzoniche avrebbero particolarmente custodito. È probabilmente in questa prospettiva che si sono svolte quelle para-liturgie dal sapore decisamente pagano, ma che - pare - non si sappia bene chi le abbia proposte e quale significato volessero trasmettere. Mentre attendiamo che dalla Sala Stampa vaticana arrivino informazioni chiare e concordi, non possiamo non far notare che il gesto di prostrarsi a terra di fronte a delle statue o davanti ad una pianta, olezzi tanto di idolatria, sia che si tratti della "classica" idolatria" del paganesimo, che della moderna idolatria ecologista.<br />Fatto sta che l'antico Rito romano prevedeva, all'inizio delle quattro stagioni, tre giorni di digiuno ed astinenza (mercoledì, venerdì e sabato), giorni che prevedevano un formulario della Messa proprio, che viene mantenuto ancora oggi nella Forma Straordinaria del Rito Romano. Dalla Chiesa universale salivano a Dio digiuni e preghiere, per poter ricevere il frutto della terra e la grazia di numerose vocazioni.<br />L'origine di questi giorni liturgici risale almeno al V secolo, quando li si chiamava con il nome di jejunium primi, quarti, septimi, decimi mensis. In realtà vi sono attestazioni di una pratica precedente, al punto che san Leone Magno non esitava a definirle di "istituzione apostolica".<br />Secondo alcuni liturgisti si tratterebbe di una versione cristiana di un'osservanza ebraica; secondo altri, di una cristianizzazione delle romane feriae messis, vindemiales, sementivae, che il genio evangelizzatore avrebbe non semplicemente preso e riportato nei riti cristiani, ma purificato della loro paganità ed elevato al culto dell'unico Creatore di tutte le cose.<br /><br />LA RIFORMA LITURGICA<br />La riforma liturgica ha poi abolito tali formulari, lasciando libertà ai parroci, come attesta un Benedizionale del 1992, "il mercoledì, il venerdì e il sabato dopo la III domenica di Avvento (Inverno), dopo la III domenica di Quaresima (Primavera), dopo la domenica della SS. Trinità (Estate), dopo la III domenica di settembre (Autunno)" di usare "qualche formulario particolare di preghiera dei fedeli e anche, nelle ferie del Tempo Ordinario, il formulario delle Messe per varie necessità". Si tratta di una minimalizzazione impressionante di una antichissima tradizione liturgica. Risultato? Praticamente nessuno lo fa e quasi nessun fedele sa cosa siano le Quattro Tempora.<br />In realtà, il passaggio verso la "dimenticanza" è stato più sottile. Secondo quanto riporta Bugnini, il Consilium incaricato di riformare la liturgia avrebbe delegato la celebrazione delle Quattro Tempora alle Conferenze episcopali, perché potessero fissarne i giorni in armonia con le stagioni. E Paolo VI, sempre secondo Bugnini, si era tanto raccomandato che le Conferenze Episcopali fissassero effettivamente tali giorni, dedicandoli anche alla preghiera per ottenere da Dio vocazioni sacerdotali, conformemente alla prassi tradizionale delle Quattro Tempora.<br />Qualche cosa non deve aver funzionato, se oggi ci ritroviamo in questa situazione.<br />I giorni delle Quattro Tempora hanno una duplice valenza, oggi più che mai necessaria. Anzitutto, in essi si domanda al Creatore di benedire i frutti della terra che si stanno per raccogliere o della semina che si sta per effettuare; lo si ringrazia della sua Provvidenza e si fa penitenza, perché il nostro peccato non sia la causa dei giusti castighi che ci potrebbero raggiungere attraverso la terra. Nelle menti cristiane non dovrebbe infatti mai cessare il ricordo che la terra fu colpita dalla maledizione a causa del peccato dei...]]></itunes:summary><itunes:duration>1023</itunes:duration><itunes:keywords>amazzonia,clima,ecologia,preghiera,sinodo</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/908f5066f3f72dfd8e46798408742ebc.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Tra poco anche in Italia Unplanned, il film dove l'abortista diventa un'eroina pro life</title><link>https://www.spreaker.com/episode/tra-poco-anche-in-italia-unplanned-il-film-dove-l-abortista-diventa-un-eroina-pro-life--18874791</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5785<br /><br />TRA POCO ANCHE IN ITALIA UNPLANNED, IL FILM DOVE L'ABORTISTA DIVENTA UN'EROINA PRO LIFE di Luisella Scrosati<br />Forse il nome di Abby Johnson qui in Italia dice poco o nulla. Ma stiamo parlando di un personaggio che sta scatenando una rivoluzione nel mondo dell'industria abortiva americana. Abby Johnson, classe 1980, era direttrice della clinica della Planned Parenthood a Bryan, in Texas. Poi, nel 2009, l'impatto con la cruda realtà dell'aborto: un bambino indifeso e senza scampo che cerca di sfuggire al suo uccisore in camice bianco.<br />Si trattava di un aborto monitorato con ultrasuoni cosa che, riferisce Abby nel suo libro Unplanned, uscito nel 2010 e tradotto in italiano cinque anni dopo con il titolo Scartati. La mia vita con l'aborto, "permette al sanitario di vedere esattamente quello che succede all'interno dell'utero". Una tecnica inventata per diminuire le probabilità di rischio di perforazione della parete dell'utero, ma che ha anche in sé un potenziale "non previsto": quello di mostrare con chiarezza cosa sia un aborto. E lo aveva mostrato proprio ad Abby, che di aborti ne aveva già avuti due, il secondo, il più doloroso, assumendo la RU-486.<br />Abby raramente era entrata in sala operatoria durante un aborto e mai lo aveva fatto quando veniva utilizzata questa procedura con gli ultrasuoni, cosa che nella clinica da lei diretta accadeva rarissimamente, perché richiedeva cinque minuti in più rispetto ai dieci "canonici", rigorosamente calcolati per raggiungere l'obiettivo richiesto dalla Planned Parenthood, e cioè di arrivare a eseguire nella clinica dai 25 ai 35 aborti ogni sabato. Questione di costi di gestione.<br />UN BAMBINO CHE LOTTAVA CONTRO LA MORTE<br />Quei dieci minuti cambiarono la vita di Abby: la visione di un bambino di 13 settimane, perfettamente formato, esattamente - ricorda Abby - come la sua bimba, Grace, data alla luce tre anni prima. Aveva imparato, nell'addestramento della Planned Parenthood, che "il tessuto fetale non sente niente quando è rimosso". Lì invece c'era un bambino che lottava contro la morte, che si contorceva prima di essere "strappato, arrotolato e strizzato come uno straccio"; evidentemente non era un semplice tessuto...<br />Da quel giorno la vita di Abby è cambiata radicalmente, e anche quella di molte persone, inclusi molti ex-colleghi alla Planned Parenthood, che sono riusciti, grazie ad Abby, a divincolarsi dalla trappola mentale dell'aborto come pratica per la salute riproduttiva della donna e hanno deciso di smettere di lavorare per la morte. La realtà descritta da Abby nel suo libro è eloquente. Negli otto anni in cui lei ha lavorato alla clinica, è stata l'unica ad avere figli, lottando ogni giorno per respingere le pressioni che gli venivano fatte per interrompere la gravidanza; l'unica ad avere un figlio, ma non l'unica a essere rimasta incinta: la clinica offre gratuitamente l'aborto alle sue dipendenti "incidentate"... Questo come donna. E, come direttrice, il fatto di dover rispondere alla logica del mercato: cercare di aumentare il più possibile il numero degli aborti effettuati in clinica, fino a sponsorizzarne circa 22.000 nei suoi otto anni di lavoro.<br />QUESTIONE DI QUALCHE MINUTO<br />Anche la vita di Ashley Bratcher è cambiata. Ashley è attrice e la Provvidenza ha voluto che fosse lei a interpretare il ruolo di Abby nel film Unplanned, ispirato all'omonimo libro, che uscirà quest'anno in primavera negli Stati Uniti. La lettura del libro la colpì profondamente; ma non è "solo" questo il punto. Ashley, che era già partita per l'Oklahoma per le registrazioni, venne contattata dalla madre, con la quale non aveva un ottimo rapporto. Ashley, che era dovuta partire in fretta e furia, e non aveva detto nulla alla madre, decise di raccontarle la sua nuova avventura. Al termine del racconto della storia di Abby, Ashley sentì la madre piangere in modo incontrollato, fino a raccontarle che all'età di 16 anni aveva deciso di abortire. Quando, tre anni più tardi, scoprì di essere incinta di Ashley, decise nuovamente di abortire, ma, mentre era già pronta sul lettino della clinica, sentì dentro di sé che non avrebbe mai più fatto una cosa simile; scese dal lettino e scelse così la vita di Ashley. Questione di qualche minuto, di una scelta fatta nel solco dell'errore passato, e Ashley non sarebbe stata. E invece la vita di Ashley è andata avanti per incrociarsi con quella di Abby; sono divenute due importanti pedine del grande movimento pro-life americano e stanno mettendo in crisi il sistema abortivo della Planned Parenthood. [...]<br />Nota di BastaBugie: il film "Unplanned" è già stato un successo di pubblico negli USA, in Canada e nei paesi in lingua spagnola. In Italia attende ancora di essere doppiato, ma speriamo che lo sia al più presto. Appena avremo notizie le diffonderemo prontamente.<br />Alla fine del seguente articolo si può vedere un video (durata: 3 minuti) con uno spezzone del film "Unplanned", dove si vede la terribile realtà dell'aborto. Il video è sconsigliato ai bambini e a persone facilmente impressionabili.<br /><br />Marco Respinti nell'articolo seguente dal titolo "Unplanned sfida la censura e mostra l'orrore dell'aborto" parla del film tratto dall'omonimo libro di una ex dirigente di una clinica di Planned Parenthood, convertitasi alla causa pro-vita dopo aver realizzato quel che stava facendo. La pellicola, pur subdolamente boicottata dai distributori e dalla stampa, è un successo di pubblico incredibile.<br />Ecco l'articolo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 03-04-2019:<br />Calano le luci. Immagini di amena vita familiare. Poi, a pochi quadri dall'inizio, il pugno arriva diritto nello stomaco. Assisti a un aborto. Ricreato per il cinema, lo sai, ma in quel momento lo dimentichi apposta, hai già sospeso la tua incredulità, sei totalmente dentro, sei là dove e mentre sta accadendo. Ti dimeni sulla poltroncina, incapace di resistere. Vorresti strapparti le vesti, vuoi vomitare. Boccheggi, ti manca l'aria, pensi di mandare tutti alla malora e scappare lontano. La testa ti gira. Lo odi quel film, lo maledici, specie il momento in cui hai deciso di entrare in sala. Chiudi orecchi e occhi, non vuoi sapere nulla, niente di niente, risvegliarti dall'incubo a mille miglia di distanza. Senti invece le immagini scenderti nella carne, entrarti dentro. "Basta!", sbotti dentro di te, e quasi lo dici ad alta voce. Vuoi accendere la luce, uscire dal tunnel, liberarti dagli spettri. Sì, è proprio un film adatto a tutti nonostante la censura, un film da far vedere a tutti.<br />Si intitola Unplanned ed è la cosa peggiore del mondo. Tratto dal libro omonimo del 2011, è la storia vera e nota di Abby Johnson, che oggi ha 39 anni. Quando ne aveva 29 ha visto un aborto monitorato agli ultrasuoni. [...]<br />C'era una volta Bernard Nathanson (1926-2011), il medico che truccò le carte dell'aborto clandestino e che si vantava di essere stato responsabile di 75mila aborti. Poi venne l'ecografia e a Nathanson cadde la mascella. Si convertì (alla fine anche al cattolicesimo) e divenne un eroe pro-life con pochi eguali anche realizzando lo scioccante documentario L'urlo silenzioso, che un altro eroe, donna, convertita cattolica pure lei, Faith Whittlesay (1939-2018), regalò in videocassetta a ciascuno dei parlamentari americani.<br />Anche Abby Johnson è stata folgorata dagli ultrasuoni. Di aborti ne aveva avuti lei stessa, due. Aveva patito fisicamente le pene dell'inferno, ma non aveva mai visto cosa succede fisicamente a un bambino nel ventre di sua madre quando viene annientato per suzione. Un giorno, per caso, ma il caso non esiste, fu chiamata in sala operatoria. Svolgeva mansioni amministrative, aveva fatto carriera: da hostess on the road, di quelle che si prendono "cura" delle abortende per sottrarle ai pro lifer che cercano di dissuaderle, a dirigente di una clinica della Planned Parenthood. Ma un aborto in diretta non lo aveva ancora mai visto, benché alle turpitudini non fosse certo nuova. Fu allora che piantò tutto.<br />La sua conversione è stata la notizia peggiore che la Planned Parenthood abbia mai avuto. Perché ovviamente poi Abby Johnson non se n'è rimasta zitta. Ecco, Unplanned è il film della sua storia. Unplanned è la cosa più cruda che possiate vedere. La cosa più greve. E pure la più grave. Uno scannatoio ributtante. Ma ad Unplanned non si può sfuggire: perché racconta esattamente quanto accade tutti i giorni, da decenni, in migliaia di luoghi del mondo.<br />L'attrice Ashley Bratcher interpreta Abby alla perfezione ed Abby ha approvato la sceneggiatura. Diretto da Chuck Konzelman e Cary Solomon, il film è costato 6 milioni dollari alla Pure Flix e le sue riprese si sono svolte in segreto. Quando lo vedrete, capirete perché. Unplanned ha un vantaggio enorme. È fatto benissimo, roba da grandi major. Nei 110 "interminabili" minuti della sua cavalcata sciorina scene da fare accapponare la pelle per lo sdegno e per la compassione.<br />Venerdì 29 marzo è uscito in 1059 sale americane e ha incassato 3 milioni di dollari. Nei due giorni seguenti è salito a 6,4 milioni, più di quello che è costato, piazzandosi al quarto posto delle vendite del week end nel momento del trionfo di Dumbo. La Motion Picture Association of America, quella che dà le patenti ai film, lo ha marchiato "R": con meno di 17 anni va visto solo se accompagnati. Però gli aborti si possono anche se più giovani. Quindi, mentre Unplanned sbancava, Twitter ne sospendeva l'account. Per un errore, dicono. Poi l'hanno riconnesso: ovvio, s'è sollevato mezzo mondo, e tra i fan della pellicola ci sono anche Donald J. Trump e il suo vice Mike Pence.<br />L'ho visto in anteprima privata in margine al Congresso mondiale delle famiglie. Arriverà anche in Italia. Andremo tutti a vederlo, e soffriremo, piangeremo, urleremo, picchieremo i pugni, ma sarà fondamentale farlo vedere a chi l'ab]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/18874791</guid><pubDate>Wed, 21 Aug 2019 06:31:19 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/18874791/unplanned.mp3" length="12576390" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5785

TRA POCO ANCHE IN ITALIA UNPLANNED, IL FILM DOVE L'ABORTISTA DIVENTA UN'EROINA PRO LIFE di Luisella Scrosati
Forse il nome di Abby Johnson qui in Italia dice poco o nulla. Ma...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5785<br /><br />TRA POCO ANCHE IN ITALIA UNPLANNED, IL FILM DOVE L'ABORTISTA DIVENTA UN'EROINA PRO LIFE di Luisella Scrosati<br />Forse il nome di Abby Johnson qui in Italia dice poco o nulla. Ma stiamo parlando di un personaggio che sta scatenando una rivoluzione nel mondo dell'industria abortiva americana. Abby Johnson, classe 1980, era direttrice della clinica della Planned Parenthood a Bryan, in Texas. Poi, nel 2009, l'impatto con la cruda realtà dell'aborto: un bambino indifeso e senza scampo che cerca di sfuggire al suo uccisore in camice bianco.<br />Si trattava di un aborto monitorato con ultrasuoni cosa che, riferisce Abby nel suo libro Unplanned, uscito nel 2010 e tradotto in italiano cinque anni dopo con il titolo Scartati. La mia vita con l'aborto, "permette al sanitario di vedere esattamente quello che succede all'interno dell'utero". Una tecnica inventata per diminuire le probabilità di rischio di perforazione della parete dell'utero, ma che ha anche in sé un potenziale "non previsto": quello di mostrare con chiarezza cosa sia un aborto. E lo aveva mostrato proprio ad Abby, che di aborti ne aveva già avuti due, il secondo, il più doloroso, assumendo la RU-486.<br />Abby raramente era entrata in sala operatoria durante un aborto e mai lo aveva fatto quando veniva utilizzata questa procedura con gli ultrasuoni, cosa che nella clinica da lei diretta accadeva rarissimamente, perché richiedeva cinque minuti in più rispetto ai dieci "canonici", rigorosamente calcolati per raggiungere l'obiettivo richiesto dalla Planned Parenthood, e cioè di arrivare a eseguire nella clinica dai 25 ai 35 aborti ogni sabato. Questione di costi di gestione.<br />UN BAMBINO CHE LOTTAVA CONTRO LA MORTE<br />Quei dieci minuti cambiarono la vita di Abby: la visione di un bambino di 13 settimane, perfettamente formato, esattamente - ricorda Abby - come la sua bimba, Grace, data alla luce tre anni prima. Aveva imparato, nell'addestramento della Planned Parenthood, che "il tessuto fetale non sente niente quando è rimosso". Lì invece c'era un bambino che lottava contro la morte, che si contorceva prima di essere "strappato, arrotolato e strizzato come uno straccio"; evidentemente non era un semplice tessuto...<br />Da quel giorno la vita di Abby è cambiata radicalmente, e anche quella di molte persone, inclusi molti ex-colleghi alla Planned Parenthood, che sono riusciti, grazie ad Abby, a divincolarsi dalla trappola mentale dell'aborto come pratica per la salute riproduttiva della donna e hanno deciso di smettere di lavorare per la morte. La realtà descritta da Abby nel suo libro è eloquente. Negli otto anni in cui lei ha lavorato alla clinica, è stata l'unica ad avere figli, lottando ogni giorno per respingere le pressioni che gli venivano fatte per interrompere la gravidanza; l'unica ad avere un figlio, ma non l'unica a essere rimasta incinta: la clinica offre gratuitamente l'aborto alle sue dipendenti "incidentate"... Questo come donna. E, come direttrice, il fatto di dover rispondere alla logica del mercato: cercare di aumentare il più possibile il numero degli aborti effettuati in clinica, fino a sponsorizzarne circa 22.000 nei suoi otto anni di lavoro.<br />QUESTIONE DI QUALCHE MINUTO<br />Anche la vita di Ashley Bratcher è cambiata. Ashley è attrice e la Provvidenza ha voluto che fosse lei a interpretare il ruolo di Abby nel film Unplanned, ispirato all'omonimo libro, che uscirà quest'anno in primavera negli Stati Uniti. La lettura del libro la colpì profondamente; ma non è "solo" questo il punto. Ashley, che era già partita per l'Oklahoma per le registrazioni, venne contattata dalla madre, con la quale non aveva un ottimo rapporto. Ashley, che era dovuta partire in fretta e furia, e non aveva detto nulla alla madre, decise di raccontarle la sua nuova avventura. Al termine del racconto della storia di Abby, Ashley sentì la madre piangere in modo incontrollato, fino a...]]></itunes:summary><itunes:duration>786</itunes:duration><itunes:keywords>aborto,america,bambino,film,prolife,unplanned,vita</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/39491e607177c32e8517e240cbf8ea7b.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L'umiliazione del parroco: da padre a... direttore di filiale, amministratore, gestore</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-umiliazione-del-parroco-da-padre-a-direttore-di-filiale-amministratore-gestore--18361082</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5559<br /><br />L'UMILIAZIONE DEL PARROCO: DA PADRE A... DIRETTORE DI FILIALE, AMMINISTRATORE, GESTORE di Luisella Scrosati<br />Tra le risposte dei nostri lettori alla nuova campagna #salviamolamessa è arrivata anche una lunga lettera di un diacono dell'Arcidiocesi di Modena-Nonantola, che spezza una lancia in favore delle celebrazioni della Parola domenicali, sostitutive della S. Messa; ovviamente in alcune precise situazioni. È una lettera che merita un'ampia risposta. Anzitutto diamo la parola al nostro diacono, che ci presenta un po' il quadro in cui offre il suo servizio pastorale: "Il territorio nel quale opero è sui primi contrafforti dell'Appennino, da 500 a 900 metri sul livello del mare; è molto esteso. Fanno parte del vicariato 21 parrocchie che vanno da 150 a 2500 anime ed è diviso in 3 unità pastorali [...] I sacerdoti che hanno incarichi pastorali nel vicariato sono quattro, rispettivamente di 77, 89, 91 e 45 anni. Cercano di resistere sulla breccia nonostante gli acciacchi. Il clero è formato inoltre da due diaconi permanenti: 76 e 50 anni. Dalla Curia, la domenica, è inviato qualche sacerdote per assicurare la celebrazione eucaristica in quasi tutte le chiese distanti tra loro svariati chilometri percorribili su strade di montagna, a volte, non asfaltate. Dove non è possibile, anche per questioni di salute, di partecipazione ad attività pastorali (campi estivi giovani e ragazzi, esercizi spirituali...), il diacono celebra la Liturgia della Parola". Questa è dunque la situazione del Vicariato di Serramazzoni, che comprende le parrocchie ai piedi del Cimone. Oltre a conoscere queste zone, conosco bene anche la realtà appenninica, perché anch'io vivo a oltre 800 m. di altitudine, sul crinale dell'Appennino bolognese. Moltissime frazioni, alcune abbarbicate non si sa dove, ognuna delle quali ha la sua chiesina, pochi abitanti e sacerdoti ridotti al lumicino.<br />Il diacono fa notare che in queste aree della nostra Italia che stanno vivendo uno spopolamento, dovuto da un lato al crollo generale delle nascita e dall'altro alla "fuga" in città delle persone, "la comunità che si stringe attorno alla chiesa e al piccolo cimitero è l'unico legame che unisce ancora alla terra d'origine i pochi abitanti che si ritrovano insieme a pregare e familiarizzare la domenica, e le altre feste e novene; si forma così quell'aggregato sociale che permette di agire e operare per il bene comune". Dunque tenere aperte queste chiese, in cui trovarsi per pregare, è quasi l'unico fattore che permette alle persone di rimanere; ed avere la possibilità della presenza di un diacono è un ulteriore fattore di coesione. Ho collaborato per due anni con un diacono della mia zona, insegnando catechismo ai bambini, e posso dire che è vero.<br />LA MESSA VALE UN PO' DI FATICA<br />Il mio dissenso inizia però quando questi fattori importanti diventano ragione per preferire celebrazioni non eucaristiche alla S. Messa. Posso capire che "i fedeli non apprezzano la celebrazione della Messa da parte di sacerdoti con cui non possono neppure colloquiare in quanto immediatamente in auto per celebrare a 20 chilometri un'altra Eucaristia"; ma qui il problema non è colloquiare con il sacerdote, ma di unire noi stessi a Gesù Cristo, nel suo atto di perpetua offerta al Padre, che si rende presente nella Messa. L'unione all'offerta di Cristo è il senso della nostra vita: ciò che non è "preso" da Lui e presentato al Padre, è destinato a dissolversi: "chi non raccoglie con me, disperde (Mt. 12, 30). La Messa è il senso di ogni cosa: del mondo, della nostra vita, delle nostre pene. Tolta quella, è tolto tutto. Allora non è corretto preporre l'aspetto umano della presenza del sacerdote, al sigillo sacramentale che gli è stato conferito e che lo abilita ad offrire la Vittima divina e noi stessi in persona Christi capitis.<br />Il punto chiave della questione, su cui non possiamo essere disposti a mollare, è che se passa l'idea che la Messa domenicale non vale un viaggio di 20, 30, 50 minuti, un'ora, allora è finita. È finita in quanto questa mentalità toglie linfa alle vocazioni sacerdotali, perché il sacerdote è anzitutto l'uomo del Sacrificio eucaristico, dei sacramenti. Ma se la Messa non vale un po' di fatica e disagio, perché dare tutta la propria vita per celebrarla? Le idee non passano solo perché si dicono certe cose o se ne tacciano altre, ma anche e soprattutto perché si crea un modus vivendi. Dunque, la moltiplicazione di queste celebrazioni sostitutive delle Messe domenicali diffonde sempre di più quel virus letale della subordinazione di Dio e del culto che gli è dovuto ad altro, compreso il nostro agio: è questo il terreno che ha inaridito le vocazioni sacerdotali, fino quasi ad estinguerle. Queste "messe senza prete", nelle condizioni in cui siamo noi, che è sì di disagio, ma non di impossibilità, diventeranno la morte del sacerdozio e peggioreranno la situazione a vista d'occhio, anziché contenerla. È il sacrificio per Dio ad essere fecondo, a generare vocazioni, ad attirare grazie. Ed è questo che non vogliamo capire.<br />Il problema della comunità legata alla sua chiesa può essere risolto in altro modo; per esempio, attraverso la preghiera comune del Santo Rosario, o dei Vespri; valorizzando il mese di maggio, la festa del Patrono, organizzando delle Novene in preparazione alle maggiori Solennità o Feste. Ancora, la domenica, e altri giorni della settimana, si può prevedere l'adorazione del Santissimo Sacramento ed anche la benedizione, se è presente il diacono (o solo l'esposizione, se è presente un accolito). Ma tutto questo prende forza dalla Messa e ad essa spinge. Non si tratta perciò di sottolineare la vita di preghiera comunitaria a scapito della Messa, ma di dare a ciascuna il suo posto ed il suo valore.<br />IL TEMPO DI DEDICARSI ALLA SANTIFICAZIONE DELLE ANIME<br />Nella lettera, il nostro lettore fa anche notare che "quando viene il presbitero, dovrebbe fermarsi, confessare, visitare gli ammalati per l'Unzione degli infermi, partecipare alla responsabilità dei catechisti e parlare con i ragazzi del catechismo... e non partire con la lingua in fuori per arrivare in tempo altrove". Siamo d'accordo; ma, se non c'è il tempo materiale per farlo di domenica, si può e si deve fare in un altro giorno. E qui mi arrischio a toccare un nervo scoperto: che cosa ci fanno dei sacerdoti negli uffici delle curie, otto ore al giorno, dal lunedì al venerdì, a fare cose che potrebbero fare anche dei laici? Cosa ci fanno dei sacerdoti continuamente in riunione, vuoi per quella del clero, vuoi per quella vicariale, vuoi perché è membro di svariati uffici pastorali? Cosa ci fanno dei sacerdoti a perdere tempo a organizzare feste, meeting, giornate dello sport e quant'altro? Questo è il secondo problema: i sacerdoti ormai fanno (e, a volte, sono costretti a fare) di tutto e di più, ma poi non hanno il tempo di dedicarsi alla santificazione delle anime. Oltre alla svalutazione della Messa, è anche la corrispondente svalutazione del sacerdozio che sta svuotando i seminari; ma sembra che i Vescovi siano contenti così.<br />Anche la figura del parroco è stata colpita al cuore. Il parroco "padre" è stato sostituito dal parroco "direttore di filiale", amministratore, gestore. Complice di questo restiling è anche la nostra Conferenza Episcopale, che ha stabilito in nove anni la durata della nomina di parroco; e ci è pure andata bene: dalle altre parti si propende per un sessennio. Ora, non bisogna essere dei fenomeni per capire che un parroco "a tempo determinato" difficilmente sviluppa una vera paternità, che per sua natura, ha durata illimitata verso gli stessi figli e fedeltà illimitata alla stessa sposa. Una volta un parroco prendeva possesso della parrocchia per rimanervi: ogni volta che celebrava un funerale per un parrocchiano e lo portava al cimitero, sapeva che lì sarebbe stato sepolto anche lui. E se non era così, era perché ne aveva combinato una così grossa da meritare di essere spostato chissà dove. Si smussava lui e si smussavano i fedeli, i quali in fondo sapevano che, simpatico o meno, il parroco era sempre là e non smetteva mai di fare le stesse cose, quelle che forgiano un cristiano: la Messa, l'assoluzione delle colpe, la predicazione, la catechesi. Quelle che giustamente il nostro diacono lamenta che non vengono più fatte.<br />Allora, giù il cappello alla generosità di diaconi come il nostro lettore, ma la diffusione di queste celebrazioni sta tutta nell'incomprensione del valore della Santa Messa e della vocazione sacerdotale. È la sparizione del primato di Dio.<br />Nota di BastaBugie: cos'è più importante la comunità o il primato di Dio? La campagna della Nuova BQ #salviamolamessa sull'uso di ricorrere con sempre più superficialità alle liturgie della Parola in luogo della Santa Messa ha messo in evidenza, attraverso le segnalazioni dei lettori, un problema ormai sotto gli occhi di tutti: la comunità viene messa al primo posto e pazienza se non si celebra la messa. Ma come stanno le cose? Che comunità cristiana ci può mai essere se le viene tolta la principale fonte di sostentamento e di attrattiva rappresentata dall'Eucarestia? E' evidente che bisognerebbe iniziare a ricentrare tutta la questione per poter inquadrare anche il fenomeno delle liturgie domenicali senza sacerdote nel giusto ambito, rappresentato da uno stato di necessità oggettivo e non da una scomodità più o meno accertata.<br />In questo senso ci viene in soccorso uno scritto recente di Papa Benedetto XVI che nel 2011 aveva già inquadrato la problematica denunciando l'inversione tra il primato di Dio e la comunità.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/18361082</guid><pubDate>Wed, 06 Mar 2019 16:54:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/18361082/liturgia_parroco.mp3" length="23490977" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5559

L'UMILIAZIONE DEL PARROCO: DA PADRE A... DIRETTORE DI FILIALE, AMMINISTRATORE, GESTORE di Luisella Scrosati
Tra le risposte dei nostri lettori alla nuova campagna #salviamolamessa...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5559<br /><br />L'UMILIAZIONE DEL PARROCO: DA PADRE A... DIRETTORE DI FILIALE, AMMINISTRATORE, GESTORE di Luisella Scrosati<br />Tra le risposte dei nostri lettori alla nuova campagna #salviamolamessa è arrivata anche una lunga lettera di un diacono dell'Arcidiocesi di Modena-Nonantola, che spezza una lancia in favore delle celebrazioni della Parola domenicali, sostitutive della S. Messa; ovviamente in alcune precise situazioni. È una lettera che merita un'ampia risposta. Anzitutto diamo la parola al nostro diacono, che ci presenta un po' il quadro in cui offre il suo servizio pastorale: "Il territorio nel quale opero è sui primi contrafforti dell'Appennino, da 500 a 900 metri sul livello del mare; è molto esteso. Fanno parte del vicariato 21 parrocchie che vanno da 150 a 2500 anime ed è diviso in 3 unità pastorali [...] I sacerdoti che hanno incarichi pastorali nel vicariato sono quattro, rispettivamente di 77, 89, 91 e 45 anni. Cercano di resistere sulla breccia nonostante gli acciacchi. Il clero è formato inoltre da due diaconi permanenti: 76 e 50 anni. Dalla Curia, la domenica, è inviato qualche sacerdote per assicurare la celebrazione eucaristica in quasi tutte le chiese distanti tra loro svariati chilometri percorribili su strade di montagna, a volte, non asfaltate. Dove non è possibile, anche per questioni di salute, di partecipazione ad attività pastorali (campi estivi giovani e ragazzi, esercizi spirituali...), il diacono celebra la Liturgia della Parola". Questa è dunque la situazione del Vicariato di Serramazzoni, che comprende le parrocchie ai piedi del Cimone. Oltre a conoscere queste zone, conosco bene anche la realtà appenninica, perché anch'io vivo a oltre 800 m. di altitudine, sul crinale dell'Appennino bolognese. Moltissime frazioni, alcune abbarbicate non si sa dove, ognuna delle quali ha la sua chiesina, pochi abitanti e sacerdoti ridotti al lumicino.<br />Il diacono fa notare che in queste aree della nostra Italia che stanno vivendo uno spopolamento, dovuto da un lato al crollo generale delle nascita e dall'altro alla "fuga" in città delle persone, "la comunità che si stringe attorno alla chiesa e al piccolo cimitero è l'unico legame che unisce ancora alla terra d'origine i pochi abitanti che si ritrovano insieme a pregare e familiarizzare la domenica, e le altre feste e novene; si forma così quell'aggregato sociale che permette di agire e operare per il bene comune". Dunque tenere aperte queste chiese, in cui trovarsi per pregare, è quasi l'unico fattore che permette alle persone di rimanere; ed avere la possibilità della presenza di un diacono è un ulteriore fattore di coesione. Ho collaborato per due anni con un diacono della mia zona, insegnando catechismo ai bambini, e posso dire che è vero.<br />LA MESSA VALE UN PO' DI FATICA<br />Il mio dissenso inizia però quando questi fattori importanti diventano ragione per preferire celebrazioni non eucaristiche alla S. Messa. Posso capire che "i fedeli non apprezzano la celebrazione della Messa da parte di sacerdoti con cui non possono neppure colloquiare in quanto immediatamente in auto per celebrare a 20 chilometri un'altra Eucaristia"; ma qui il problema non è colloquiare con il sacerdote, ma di unire noi stessi a Gesù Cristo, nel suo atto di perpetua offerta al Padre, che si rende presente nella Messa. L'unione all'offerta di Cristo è il senso della nostra vita: ciò che non è "preso" da Lui e presentato al Padre, è destinato a dissolversi: "chi non raccoglie con me, disperde (Mt. 12, 30). La Messa è il senso di ogni cosa: del mondo, della nostra vita, delle nostre pene. Tolta quella, è tolto tutto. Allora non è corretto preporre l'aspetto umano della presenza del sacerdote, al sigillo sacramentale che gli è stato conferito e che lo abilita ad offrire la Vittima divina e noi stessi in persona Christi capitis.<br />Il punto chiave della questione, su cui non possiamo essere disposti a...]]></itunes:summary><itunes:duration>1469</itunes:duration><itunes:keywords>amministratore,chiesa,parroco,sacerdote,tuttofare</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/84cea09f917611af65a91f50f09d316b.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item></channel></rss>
