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<rss xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:podcast="https://podcastindex.org/namespace/1.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" version="2.0"><channel><title>Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/show/il-punto-della-settimana_1</link><description><![CDATA[Leggi e ascolta “Il Punto della Settimana" di Ferruccio Bovio ogni domenica mattina in esclusiva sul sito, in podcast e sui profili social di Giornale Radio, la radio libera di informare. ___________________________________________________<br />Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><atom:link href="https://www.spreaker.com/show/6018435/episodes/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><language>it</language><category>Politics</category><copyright>Copyright Giornale Radio</copyright><image><url>https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg</url><title>Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/show/il-punto-della-settimana_1</link></image><lastBuildDate>Sun, 16 Aug 2026 05:39:25 +0000</lastBuildDate><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:owner><itunes:name>Giornale Radio</itunes:name><itunes:email>luckymediatech@gmail.com</itunes:email></itunes:owner><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:subtitle>Leggi e ascolta “Il Punto della Settimana" di Ferruccio Bovio ogni domenica mattina in esclusiva sul sito, in podcast e sui profili social di Giornale Radio, la radio libera di informare.

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Un’operazione, indubbiamente, brillante, ma che era, tuttavia, parsa arenarsi proprio nel momento in cui erano affiorati i legami di collaborazione e di amicizia tra il faccendiere salernitano ed il notissimo giornalista televisivo. Altrimenti non ci sembrerebbe facile spiegare perché mai il sospetto mandante di un attentato abbia potuto girare liberamente, fino a ieri, per le strade di Roma, senza che a nessuno venisse in mente di chiamarlo a chiarire, una volta per tutte, la sua posizione rispetto all’azione dinamitarda avvenuta lo scorso 16 ottobre a Pomezia. E se, gli inquirenti, prima di procedere all’arresto di Lavitola, avessero avuto qualche attimo di esitazione e si fossero chiesti se non fosse il caso di archiviare l’inchiesta, riconoscendo di essere caduti in errore? Ovviamente non lo sapremo mai, ma ci pare abbastanza difficile negare il fatto che il coinvolgimento di Lavitola in questa oscura vicenda, stia creando serie difficoltà ai difensori ad oltranza di Ranucci, i quali cercano oggi di spiegarci come tutto il disegno criminoso sarebbe stato concepito autonomamente dal discusso “faccendiere” ed all’insaputa più completa del suo popolarissimo amico.  Intendiamoci bene, l’ipotesi che l’attentato fosse il prodotto di un accordo inconfessabile tra Ranucci e Lavitola andrebbe, eventualmente, dimostrata con prove concrete , evitando cioè di adottare le superficiali modalità inquisitorie tipiche di certe trasmissioni televisive. E le prove acquisite – almeno fino ad oggi – ci dicono soltanto che Ranucci è persona offesa. Tuttavia, la stessa Procura lo descrive come un individuo “completamente manipolato” da Lavitola: e, se la cosa corrispondesse seriamente al vero, allora tutta questa storia porrebbe, senza ombra di dubbio, un problema non da poco sia sulla credibilità, che sull’indipendenza del giornalismo d’inchiesta.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_16-08-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 16 Aug 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/74104080/punto_settimana_16_08_2026_07_07.mp3" length="5083427" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/30fbdacc-d72f-495e-9cb5-c67b4923bbfd/30fbdacc-d72f-495e-9cb5-c67b4923bbfd.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/30fbdacc-d72f-495e-9cb5-c67b4923bbfd/30fbdacc-d72f-495e-9cb5-c67b4923bbfd.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/30fbdacc-d72f-495e-9cb5-c67b4923bbfd/30fbdacc-d72f-495e-9cb5-c67b4923bbfd.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Prima o poi, l’indagine della Procura sul caso Ranucci doveva, necessariamente, prendere una svolta: gli inquirenti si erano infatti, fin da subito, mossi con rara efficacia, arrestando gli attentatori ed individuando nel discusso ex giornalista (ed...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Prima o poi, l’indagine della Procura sul caso Ranucci doveva, necessariamente, prendere una svolta: gli inquirenti si erano infatti, fin da subito, mossi con rara efficacia, arrestando gli attentatori ed individuando nel discusso ex giornalista (ed oggi ristoratore), Valter Lavitola, il presunto mandante.  Un’operazione, indubbiamente, brillante, ma che era, tuttavia, parsa arenarsi proprio nel momento in cui erano affiorati i legami di collaborazione e di amicizia tra il faccendiere salernitano ed il notissimo giornalista televisivo. Altrimenti non ci sembrerebbe facile spiegare perché mai il sospetto mandante di un attentato abbia potuto girare liberamente, fino a ieri, per le strade di Roma, senza che a nessuno venisse in mente di chiamarlo a chiarire, una volta per tutte, la sua posizione rispetto all’azione dinamitarda avvenuta lo scorso 16 ottobre a Pomezia. E se, gli inquirenti, prima di procedere all’arresto di Lavitola, avessero avuto qualche attimo di esitazione e si fossero chiesti se non fosse il caso di archiviare l’inchiesta, riconoscendo di essere caduti in errore? Ovviamente non lo sapremo mai, ma ci pare abbastanza difficile negare il fatto che il coinvolgimento di Lavitola in questa oscura vicenda, stia creando serie difficoltà ai difensori ad oltranza di Ranucci, i quali cercano oggi di spiegarci come tutto il disegno criminoso sarebbe stato concepito autonomamente dal discusso “faccendiere” ed all’insaputa più completa del suo popolarissimo amico.  Intendiamoci bene, l’ipotesi che l’attentato fosse il prodotto di un accordo inconfessabile tra Ranucci e Lavitola andrebbe, eventualmente, dimostrata con prove concrete , evitando cioè di adottare le superficiali modalità inquisitorie tipiche di certe trasmissioni televisive. E le prove acquisite – almeno fino ad oggi – ci dicono soltanto che Ranucci è persona offesa. Tuttavia, la stessa Procura lo descrive come un individuo “completamente manipolato” da Lavitola: e, se la cosa corrispondesse seriamente al vero, allora tutta questa storia porrebbe, senza ombra di dubbio, un problema non da poco sia sulla credibilità, che sull’indipendenza del giornalismo d’inchiesta.]]></itunes:summary><itunes:duration>128</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Da Gaza a Sofia | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/da-gaza-a-sofia-il-punto-della-settimana--73696127</link><description><![CDATA[Abbiamo tutti letto di quanto è avvenuto a Sofia, lunedì scorso, quando un gruppo di neo nazisti ha cercato di forzare l’ingresso di un albergo che accoglieva alcuni adolescenti ebrei italiani, arrivati da Roma e da Milano. Con le braccia tese nel saluto di infausta memoria, urlavano “sieg heil”, senza alcun ritegno e non lo facevano nel cuore dell’Europa del 1939, ma in quella del 2026. La polizia ha dovuto intervenire due volte, perché i nipotini di Himmler non ne volevano proprio sapere di tornarsene a casa loro: anzi, hanno, ostinatamente, continuato a minacciare questi sventurati ragazzi, fino a che non sono stati definitivamente respinti.   Questa volta, l’ennesimo episodio di antisemitismo non si è manifestato attraverso slogan urlati in un corteo o in qualche scritta sul muro di una sinagoga, ma si è concretizzato in una vera e proprio aggressione stile Anni 30 contro dei minori, colpevoli soltanto di essere ebrei. Purtroppo, si è trattato di un autentico salto di qualità – ovviamente in senso negativo – dal momento che, in questa circostanza, la soglia  che separa l’intimidazione dalla violenza più becera e ignorante è stata ampiamente superata.  Per fortuna,  la politica italiana ha condannato questo vergognoso episodio con insolita compattezza, visto che, da destra a sinistra e dal Governo alle opposizioni, la voce di biasimo è stata univoca.  Ma proprio da questa inusuale convergenza di atteggiamenti bisognerebbe trarre lo spunto per riflettere anche su un’ulteriore questione non altrettanto unificante. Infatti, a partire dal 7 ottobre 2023, il dibattito pubblico – e non solo in Italia - si è focalizzato quasi esclusivamente sull’antisemitismo di matrice filo palestinese: in sostanza, quello dei ristoranti chiusi ai turisti israeliani, quello dei boicottaggi economici e culturali o quello delle aule universitarie negate ai docenti che osino - anche solamente in minima parte - deflettere dalla prevalente vulgata che, su certi temi, è ormai praticamente divenuto obbligatorio accettare.   L’odio anti ebraico è, infatti, un virus refrattario ad ogni tipo di vaccinazione: un virus drammaticamente insidioso, proprio perché riesce, come un camaleonte, a mutare aspetto  e travestimento a seconda delle opportunità che gli vengono incautamente offerte. A Sofia non c’era Gaza e nemmeno il Libano: c’era, invece, tutta la simbologia delle SS. Ed a questo proposito, non sarebbe male se ognuno di noi si sforzasse di capire, una volta per tutte, che l’antisemitismo - sia esso di destra o di sinistra, religioso o politico - cambia ben poco per chi lo subisce. L’Europa intera ha un problema ancestrale con gli Ebrei: un problema che ha radici profonde e risale a tempi in cui la questione mediorientale era ancora lontana secoli e secoli a venire.   I ragazzi aggrediti a Sofia non scontavano alcun crimine di guerra israeliano, ma – molto più semplicemente - pagavano la colpa di essere nati ebrei: ossia, di averlo fatto in un mondo che, a prescindere da quelle che possano essere le loro qualità morali o intellettuali, non è ancora (e, forse, non sarà mai) disposto a riconoscerne, serenamente, il diritto ad un’esistenza normale.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_09-08-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 09 Aug 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/73696127/punto_settimana_09_08_2026_07_07.mp3" length="7267395" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/156f6b0f-9e26-4d17-841a-c809222c93cc/156f6b0f-9e26-4d17-841a-c809222c93cc.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/156f6b0f-9e26-4d17-841a-c809222c93cc/156f6b0f-9e26-4d17-841a-c809222c93cc.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/156f6b0f-9e26-4d17-841a-c809222c93cc/156f6b0f-9e26-4d17-841a-c809222c93cc.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Abbiamo tutti letto di quanto è avvenuto a Sofia, lunedì scorso, quando un gruppo di neo nazisti ha cercato di forzare l’ingresso di un albergo che accoglieva alcuni adolescenti ebrei italiani, arrivati da Roma e da Milano. 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Questa volta, l’ennesimo episodio di antisemitismo non si è manifestato attraverso slogan urlati in un corteo o in qualche scritta sul muro di una sinagoga, ma si è concretizzato in una vera e proprio aggressione stile Anni 30 contro dei minori, colpevoli soltanto di essere ebrei. Purtroppo, si è trattato di un autentico salto di qualità – ovviamente in senso negativo – dal momento che, in questa circostanza, la soglia  che separa l’intimidazione dalla violenza più becera e ignorante è stata ampiamente superata.  Per fortuna,  la politica italiana ha condannato questo vergognoso episodio con insolita compattezza, visto che, da destra a sinistra e dal Governo alle opposizioni, la voce di biasimo è stata univoca.  Ma proprio da questa inusuale convergenza di atteggiamenti bisognerebbe trarre lo spunto per riflettere anche su un’ulteriore questione non altrettanto unificante. Infatti, a partire dal 7 ottobre 2023, il dibattito pubblico – e non solo in Italia - si è focalizzato quasi esclusivamente sull’antisemitismo di matrice filo palestinese: in sostanza, quello dei ristoranti chiusi ai turisti israeliani, quello dei boicottaggi economici e culturali o quello delle aule universitarie negate ai docenti che osino - anche solamente in minima parte - deflettere dalla prevalente vulgata che, su certi temi, è ormai praticamente divenuto obbligatorio accettare.   L’odio anti ebraico è, infatti, un virus refrattario ad ogni tipo di vaccinazione: un virus drammaticamente insidioso, proprio perché riesce, come un camaleonte, a mutare aspetto  e travestimento a seconda delle opportunità che gli vengono incautamente offerte. A Sofia non c’era Gaza e nemmeno il Libano: c’era, invece, tutta la simbologia delle SS. Ed a questo proposito, non sarebbe male se ognuno di noi si sforzasse di capire, una volta per tutte, che l’antisemitismo - sia esso di destra o di sinistra, religioso o politico - cambia ben poco per chi lo subisce. L’Europa intera ha un problema ancestrale con gli Ebrei: un problema che ha radici profonde e risale a tempi in cui la questione mediorientale era ancora lontana secoli e secoli a venire.   I ragazzi aggrediti a Sofia non scontavano alcun crimine di guerra israeliano, ma – molto più semplicemente - pagavano la colpa di essere nati ebrei: ossia, di averlo fatto in un mondo che, a prescindere da quelle che possano essere le loro qualità morali o intellettuali, non è ancora (e, forse, non sarà mai) disposto a riconoscerne, serenamente, il diritto ad un’esistenza normale.]]></itunes:summary><itunes:duration>182</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il Grillo sparlante | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-grillo-sparlante-il-punto-della-settimana--73333137</link><description><![CDATA[La settimana che ci siamo appena lasciati alle spalle ha segnato il ritorno sulla scena politica di Beppe Grillo, il quale, attraverso il suo blog, ha espresso un giudizio molto severo sull’attuale stato di salute di quel Movimento 5 Stelle dal quale, il 9 dicembre del 2024, era stato estromesso al termine di una votazione online degli iscritti che, con una percentuale dell’80% dei consensi, avevano approvato la cancellazione della figura del “garante” e la modifica dello statuto voluta da Giuseppe Conte.   C’è da immaginare che il brillante attore genovese non l’avesse presa affatto bene, tanto è vero che è tuttora in corso una battaglia legale con lo stesso Conte per ottenere l’esclusiva del marchio Movimento 5 Stelle.   Ora l’Elevato ricomincia a dire la sua e prende di mira, complessivamente, tutto quanto è avvenuto all’interno della propria creatura politica dopo il democratico, ma impietoso allontanamento che lo ha coinvolto. E lo fa denunciando, senza giri di parole, il tradimento compiuto dall’ex premier, il quale avrebbe portato una formazione politica, nata per contestare il sistema, a divenirne, invece, parte integrante.  Puntuale è arrivata la replica di Conte, che ha ironizzato sul fatto che le critiche alla sua leadership arrivassero proprio da uno che era arrivato a definire “grillino” persino Mario Draghi... Ci chiediamo quale sia la ragione che abbia indotto Grillo ad uscire da un silenzio durato talmente a lungo da far pensare che avesse ormai deciso di rinunciare per sempre all’impegno politico per limitarsi, invece, al solo rivendicare, puntigliosamente, la titolarità del marchio da lui ideato in coppia con Gianroberto Casaleggio.  Possibile che il rientro in campo del fu “padre padrone” del Movimento sia stato motivato solamente da un malcelato rancore nei confronti di chi gli avrebbe subdolamente sottratto il giocattolo di mano? Probabilmente dietro a certe scelte ci sono anche ambizioni e disegni di altra natura: e allora, il nostro pensiero si sposta, immediatamente, sulla figura di Alessandro Di Battista, che, col suo movimento “Schierarsi”, un pensierino alle prossime elezioni politiche lo sta facendo seriamente e che - magari anche con la benedizione del “Garante Fondatore”- potrebbe porsi se non proprio come una sorta di “Vannacci di sinistra”, almeno come un pericoloso guastatore nelle linee del Campo Largo: specialmente tra i nostalgici di Grillo ed i delusi di Conte. In altre parole, Di Battista potrebbe raccogliere parecchi voti tra gli elettori 5 Stelle (attuali o passati),  rimasti mai del tutto persuasi dinanzi alla prospettiva di andare a confluire nel centro sinistra. E questo tipo di considerazione aiuta, forse, anche a capire perché Conte abbia cercato di ottenere, fin da subito, la guida della coalizione: nella consapevolezza che un’eventuale presenza, nei giochi, di Grillo e di “Schierarsi” gli complicherebbe maledettamente le cose. “Schierarsi”, quindi, ma con chi? Per ora il “Dibba” evita di pronunciarsi apertamente, ma la nostra impressione è quella che giocherà una partita solitaria contro tutti, proprio come faceva il suo mentore di Sant’Ilario. Una partita che potrebbe davvero trasformarsi in una doccia gelata sui sogni di chi – sia a destra, che a sinistra – al momento sta già facendo i suoi calcoli sul come raggiungere quella soglia del 42 per cento che - se fissata dall’eventuale nuova legge elettorale – consentirebbe di ottenere l’ambitissimo premio di maggioranza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_02-08-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 02 Aug 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/73333137/punto_settimana_02_08_2026_07_07.mp3" length="6456614" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/5316fc55-fc02-4f1d-b792-f34b47d842c0/5316fc55-fc02-4f1d-b792-f34b47d842c0.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/5316fc55-fc02-4f1d-b792-f34b47d842c0/5316fc55-fc02-4f1d-b792-f34b47d842c0.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/5316fc55-fc02-4f1d-b792-f34b47d842c0/5316fc55-fc02-4f1d-b792-f34b47d842c0.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>La settimana che ci siamo appena lasciati alle spalle ha segnato il ritorno sulla scena politica di Beppe Grillo, il quale, attraverso il suo blog, ha espresso un giudizio molto severo sull’attuale stato di salute di quel Movimento 5 Stelle dal quale,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La settimana che ci siamo appena lasciati alle spalle ha segnato il ritorno sulla scena politica di Beppe Grillo, il quale, attraverso il suo blog, ha espresso un giudizio molto severo sull’attuale stato di salute di quel Movimento 5 Stelle dal quale, il 9 dicembre del 2024, era stato estromesso al termine di una votazione online degli iscritti che, con una percentuale dell’80% dei consensi, avevano approvato la cancellazione della figura del “garante” e la modifica dello statuto voluta da Giuseppe Conte.   C’è da immaginare che il brillante attore genovese non l’avesse presa affatto bene, tanto è vero che è tuttora in corso una battaglia legale con lo stesso Conte per ottenere l’esclusiva del marchio Movimento 5 Stelle.   Ora l’Elevato ricomincia a dire la sua e prende di mira, complessivamente, tutto quanto è avvenuto all’interno della propria creatura politica dopo il democratico, ma impietoso allontanamento che lo ha coinvolto. E lo fa denunciando, senza giri di parole, il tradimento compiuto dall’ex premier, il quale avrebbe portato una formazione politica, nata per contestare il sistema, a divenirne, invece, parte integrante.  Puntuale è arrivata la replica di Conte, che ha ironizzato sul fatto che le critiche alla sua leadership arrivassero proprio da uno che era arrivato a definire “grillino” persino Mario Draghi... Ci chiediamo quale sia la ragione che abbia indotto Grillo ad uscire da un silenzio durato talmente a lungo da far pensare che avesse ormai deciso di rinunciare per sempre all’impegno politico per limitarsi, invece, al solo rivendicare, puntigliosamente, la titolarità del marchio da lui ideato in coppia con Gianroberto Casaleggio.  Possibile che il rientro in campo del fu “padre padrone” del Movimento sia stato motivato solamente da un malcelato rancore nei confronti di chi gli avrebbe subdolamente sottratto il giocattolo di mano? Probabilmente dietro a certe scelte ci sono anche ambizioni e disegni di altra natura: e allora, il nostro pensiero si sposta, immediatamente, sulla figura di Alessandro Di Battista, che, col suo movimento “Schierarsi”, un pensierino alle prossime elezioni politiche lo sta facendo seriamente e che - magari anche con la benedizione del “Garante Fondatore”- potrebbe porsi se non proprio come una sorta di “Vannacci di sinistra”, almeno come un pericoloso guastatore nelle linee del Campo Largo: specialmente tra i nostalgici di Grillo ed i delusi di Conte. In altre parole, Di Battista potrebbe raccogliere parecchi voti tra gli elettori 5 Stelle (attuali o passati),  rimasti mai del tutto persuasi dinanzi alla prospettiva di andare a confluire nel centro sinistra. E questo tipo di considerazione aiuta, forse, anche a capire perché Conte abbia cercato di ottenere, fin da subito, la guida della coalizione: nella consapevolezza che un’eventuale presenza, nei giochi, di Grillo e di “Schierarsi” gli complicherebbe maledettamente le cose. “Schierarsi”, quindi, ma con chi? Per ora il “Dibba” evita di pronunciarsi apertamente, ma la nostra impressione è quella che giocherà una partita solitaria contro tutti, proprio come faceva il suo mentore di Sant’Ilario. Una partita che potrebbe davvero trasformarsi in una doccia gelata sui sogni di chi – sia a destra, che a sinistra – al momento sta già facendo i suoi calcoli sul come raggiungere quella soglia del 42 per cento che - se fissata dall’eventuale nuova legge elettorale – consentirebbe di ottenere l’ambitissimo premio di maggioranza.]]></itunes:summary><itunes:duration>202</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Più in basso di così... | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/piu-in-basso-di-cosi-il-punto-della-settimana--73173817</link><description><![CDATA[Negli ultimi giorni, ci è pure toccato di dover assistere alla penosa messa in scena, allestita da Matteo Renzi e da Roberto Vannacci, in merito alle loro rispettive capacità di resistenza fisica: sia in quanto a maratone, che a nuotate in mare aperto. Forse, se dovessimo scommettere - naturalmente non più di un centesimo - punteremmo maggiormente sul “vitalismo” dannunziano dell’ex generale della Folgore, piuttosto che sull’incerta prontezza atletica del furbo senatore di Scandicci, al quale, tuttavia, qualche partitella tra politici e cantanti va, comunque, pur sempre riconosciuta... Ma non è certamente su una allegra disputa balneare che intendiamo oggi richiamare la vostra attenzione, quanto, invece, su questa nuova forma di contrapposizione dialettica – che gli addetti ai lavori definiscono “social dissing” – e che mira, essenzialmente, ad incrementare l’audience digitale e mediatica di entrambe le parti.  Spiace davvero constatare come la via della derisione dell’avversario – per quanto deprimente - giovi mediaticamente sia all’uno, che all’altro: tanto è vero che la provocazione da parte di Renzi  nei confronti di Vannacci ha già fruttato - sull’account Instagram dell’ex premier - ben 2.9 milioni di visualizzazioni e circa 94 mila like, mentre le due risposte pubblicate sui suoi social dal generale hanno, addirittura, superato il picco dei 4 milioni di visualizzazioni e dei 175 mila commenti. Va detto che, in Italia – almeno per ora - questo è, in assoluto, uno dei primi episodi di social dissing tra leader politici di livello nazionale: e non a caso, la novità ha pure finito per turbare la suscettibilità di quanti ancora si ostinano a  pensare che, in fin dei conti, un sia pur minimo di dignità culturale la politica dovrebbe, comunque, cercare di conservarlo... Tuttavia, se guardiamo un pochino anche al di fuori di casa nostra, sarà praticamente impossibile ignorare il modo in cui l’esigenza di dare, ad ogni costo, risonanza ai messaggi rivolti al grande pubblico stia rivoluzionando, radicalmente, tutta la comunicazione: compresa quella politica.   Pertanto, la polemica dissing è, essenzialmente, diretta verso un’utenza che, oltre ad essere in continua espansione, è purtroppo anche ormai del tutto impreparata a comprendere i messaggi espressi con il linguaggio della politica tradizionale. Di conseguenza, possiamo pure cominciare ad abituarci all’idea di dover dimenticare la complessità dei ragionamenti - fondati su dati, riflessioni e considerazioni ideologiche – per sostituirli, invece, con i sarcasmi e gli sberleffi agostani di Renzi e Vannacci. E così, mentre bruciano Ucraina e Medio Oriente, chissà se, sotto l’ombrellone, ci capiterà persino di dover ammirare anche le foto dei due giullari toscani che, alla faccia dei problemi reali del Paese, si tuffano e si sfidano, goliardicamente, tra le acque di Forte dei Marmi o tra quelle dell’Argentario.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_26-07-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 26 Jul 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/73173817/punto_settimana_26_07_2026_07_07.mp3" length="5616534" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/f76c2915-9c2e-49da-bea7-9a8306693760/f76c2915-9c2e-49da-bea7-9a8306693760.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/f76c2915-9c2e-49da-bea7-9a8306693760/f76c2915-9c2e-49da-bea7-9a8306693760.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/f76c2915-9c2e-49da-bea7-9a8306693760/f76c2915-9c2e-49da-bea7-9a8306693760.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Negli ultimi giorni, ci è pure toccato di dover assistere alla penosa messa in scena, allestita da Matteo Renzi e da Roberto Vannacci, in merito alle loro rispettive capacità di resistenza fisica: sia in quanto a maratone, che a nuotate in mare...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Negli ultimi giorni, ci è pure toccato di dover assistere alla penosa messa in scena, allestita da Matteo Renzi e da Roberto Vannacci, in merito alle loro rispettive capacità di resistenza fisica: sia in quanto a maratone, che a nuotate in mare aperto. Forse, se dovessimo scommettere - naturalmente non più di un centesimo - punteremmo maggiormente sul “vitalismo” dannunziano dell’ex generale della Folgore, piuttosto che sull’incerta prontezza atletica del furbo senatore di Scandicci, al quale, tuttavia, qualche partitella tra politici e cantanti va, comunque, pur sempre riconosciuta... Ma non è certamente su una allegra disputa balneare che intendiamo oggi richiamare la vostra attenzione, quanto, invece, su questa nuova forma di contrapposizione dialettica – che gli addetti ai lavori definiscono “social dissing” – e che mira, essenzialmente, ad incrementare l’audience digitale e mediatica di entrambe le parti.  Spiace davvero constatare come la via della derisione dell’avversario – per quanto deprimente - giovi mediaticamente sia all’uno, che all’altro: tanto è vero che la provocazione da parte di Renzi  nei confronti di Vannacci ha già fruttato - sull’account Instagram dell’ex premier - ben 2.9 milioni di visualizzazioni e circa 94 mila like, mentre le due risposte pubblicate sui suoi social dal generale hanno, addirittura, superato il picco dei 4 milioni di visualizzazioni e dei 175 mila commenti. Va detto che, in Italia – almeno per ora - questo è, in assoluto, uno dei primi episodi di social dissing tra leader politici di livello nazionale: e non a caso, la novità ha pure finito per turbare la suscettibilità di quanti ancora si ostinano a  pensare che, in fin dei conti, un sia pur minimo di dignità culturale la politica dovrebbe, comunque, cercare di conservarlo... Tuttavia, se guardiamo un pochino anche al di fuori di casa nostra, sarà praticamente impossibile ignorare il modo in cui l’esigenza di dare, ad ogni costo, risonanza ai messaggi rivolti al grande pubblico stia rivoluzionando, radicalmente, tutta la comunicazione: compresa quella politica.   Pertanto, la polemica dissing è, essenzialmente, diretta verso un’utenza che, oltre ad essere in continua espansione, è purtroppo anche ormai del tutto impreparata a comprendere i messaggi espressi con il linguaggio della politica tradizionale. Di conseguenza, possiamo pure cominciare ad abituarci all’idea di dover dimenticare la complessità dei ragionamenti - fondati su dati, riflessioni e considerazioni ideologiche – per sostituirli, invece, con i sarcasmi e gli sberleffi agostani di Renzi e Vannacci. E così, mentre bruciano Ucraina e Medio Oriente, chissà se, sotto l’ombrellone, ci capiterà persino di dover ammirare anche le foto dei due giullari toscani che, alla faccia dei problemi reali del Paese, si tuffano e si sfidano, goliardicamente, tra le acque di Forte dei Marmi o tra quelle dell’Argentario.]]></itunes:summary><itunes:duration>176</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Una situazione imbarazzante | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/una-situazione-imbarazzante-il-punto-della-settimana--73051514</link><description><![CDATA[Ad un mese esatto – lo è stato ieri - dall’accordo preliminare raggiunto tra Stati Uniti e Iran, si concretizza sempre di più il ritorno di uno scenario di guerra aperta. Un conto sono, infatti, gli attacchi - limitati nel tempo e nell’estensione - cui Americani ed Iraniani hanno fatto ricorso per consolidare, nelle ultime settimane, le loro  rispettive posizioni negoziali. Un altro è, invece, riconoscere a chiare lettere il fallimento del Memorandum di intesa che le parti avevano, appunto, siglato lo scorso 18 giugno. Per la verità, ci era parso, fin da subito, che il suddetto Memorandum – frutto dell’ormai consueta diplomazia  dell’improvvisazione statunitense - presentasse un vizio d’origine (difficilmente sanabile) in quell’articolo 5 che, sorprendentemente, ha riconosciuto all’Iran il diritto di “definire la futura amministrazione ed i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz”. E’ ovvio che Teheran, avendo ricevuto su un piatto d’argento un regalo  così insperato, adesso si rifiuti assolutamente di restituirlo all’incauto mittente...L’Iran non ha, quindi, ormai alcuna intenzione di rinunciare al controllo dello Stretto, ben conscio del fatto che, per quanto Donald Trump minacci fuoco e fiamme, la situazione in cui è andato a cacciarsi è una di quelle che consentono poche vie d’uscita dignitose. Infatti, dei tre obbiettivi fondamentali che avevano dato lo start ai bombardamenti del 28 febbraio, neanche uno – almeno finora – è stato raggiunto: né lo stop  al programma dei missili balistici iraniani, né la fine del sostegno alle milizie alleate nella Regione e tanto meno l’abbandono dell’arricchimento del combustibile nucleare. Anzi,  l’attacco ha prodotto, al contrario, l’imbarazzante risultato di creare uno stato di cose addirittura più favorevole alla repubblica islamica, la quale, da un giorno all’altro, si è, infatti, accorta di poter disporre di un’arma di pressione formidabile e della quale, in passato, non era neanche mai stata consapevole. Tanto è vero che, fino a pochi mesi fa, a nessun iraniano era mai venuto in mente di interdire la libera navigazione nello Stretto.  Di conseguenza, dopo mesi di morte e di distruzione -che, tra l’altro, hanno coinvolto non solo il territorio iraniano, ma anche i Paesi del Golfo e le stesse basi americane situate in quella tormentata area - per la Casa Bianca, a meno che non decida sul serio di rilanciare su larghissima scala i suoi bombardamenti, risulta adesso quasi impossibile costringere Teheran ad abbassare sue le pretese: anche perchè la fazione che, al momento, detiene il potere in Iran, è quella più cinica e radicale del regime. Una fazione pronta a tutto - anche ad affrontare una nuova guerra - pur di consolidare la propria leadership, confidando nel fatto che la soglia di sofferenza  interna con cui deve fare i conti Washington sarà sempre molto più bassa rispetto a quella che una spietata dittatura è in grado di imporre alla sua sventurata popolazione.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_19-07-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 19 Jul 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/73051514/punto_settimana_19_07_2026_07_07.mp3" length="5351548" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/4adcca03-1d35-462a-9251-8959a1e41a2b/4adcca03-1d35-462a-9251-8959a1e41a2b.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/4adcca03-1d35-462a-9251-8959a1e41a2b/4adcca03-1d35-462a-9251-8959a1e41a2b.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/4adcca03-1d35-462a-9251-8959a1e41a2b/4adcca03-1d35-462a-9251-8959a1e41a2b.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Ad un mese esatto – lo è stato ieri - dall’accordo preliminare raggiunto tra Stati Uniti e Iran, si concretizza sempre di più il ritorno di uno scenario di guerra aperta. Un conto sono, infatti, gli attacchi - limitati nel tempo e nell’estensione -...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ad un mese esatto – lo è stato ieri - dall’accordo preliminare raggiunto tra Stati Uniti e Iran, si concretizza sempre di più il ritorno di uno scenario di guerra aperta. Un conto sono, infatti, gli attacchi - limitati nel tempo e nell’estensione - cui Americani ed Iraniani hanno fatto ricorso per consolidare, nelle ultime settimane, le loro  rispettive posizioni negoziali. Un altro è, invece, riconoscere a chiare lettere il fallimento del Memorandum di intesa che le parti avevano, appunto, siglato lo scorso 18 giugno. Per la verità, ci era parso, fin da subito, che il suddetto Memorandum – frutto dell’ormai consueta diplomazia  dell’improvvisazione statunitense - presentasse un vizio d’origine (difficilmente sanabile) in quell’articolo 5 che, sorprendentemente, ha riconosciuto all’Iran il diritto di “definire la futura amministrazione ed i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz”. E’ ovvio che Teheran, avendo ricevuto su un piatto d’argento un regalo  così insperato, adesso si rifiuti assolutamente di restituirlo all’incauto mittente...L’Iran non ha, quindi, ormai alcuna intenzione di rinunciare al controllo dello Stretto, ben conscio del fatto che, per quanto Donald Trump minacci fuoco e fiamme, la situazione in cui è andato a cacciarsi è una di quelle che consentono poche vie d’uscita dignitose. Infatti, dei tre obbiettivi fondamentali che avevano dato lo start ai bombardamenti del 28 febbraio, neanche uno – almeno finora – è stato raggiunto: né lo stop  al programma dei missili balistici iraniani, né la fine del sostegno alle milizie alleate nella Regione e tanto meno l’abbandono dell’arricchimento del combustibile nucleare. Anzi,  l’attacco ha prodotto, al contrario, l’imbarazzante risultato di creare uno stato di cose addirittura più favorevole alla repubblica islamica, la quale, da un giorno all’altro, si è, infatti, accorta di poter disporre di un’arma di pressione formidabile e della quale, in passato, non era neanche mai stata consapevole. Tanto è vero che, fino a pochi mesi fa, a nessun iraniano era mai venuto in mente di interdire la libera navigazione nello Stretto.  Di conseguenza, dopo mesi di morte e di distruzione -che, tra l’altro, hanno coinvolto non solo il territorio iraniano, ma anche i Paesi del Golfo e le stesse basi americane situate in quella tormentata area - per la Casa Bianca, a meno che non decida sul serio di rilanciare su larghissima scala i suoi bombardamenti, risulta adesso quasi impossibile costringere Teheran ad abbassare sue le pretese: anche perchè la fazione che, al momento, detiene il potere in Iran, è quella più cinica e radicale del regime. Una fazione pronta a tutto - anche ad affrontare una nuova guerra - pur di consolidare la propria leadership, confidando nel fatto che la soglia di sofferenza  interna con cui deve fare i conti Washington sarà sempre molto più bassa rispetto a quella che una spietata dittatura è in grado di imporre alla sua sventurata popolazione.]]></itunes:summary><itunes:duration>168</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Dire addio ad Anchorage? | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/dire-addio-ad-anchorage-il-punto-della-settimana--72935457</link><description><![CDATA[Nel complesso, il vertice NATO, appena tenutosi ad Ankara, ha finito per soddisfare praticamente tutti: e, forse, in maniera particolare, proprio quell’Ucraina che pure non è nemmeno membro dell’Alleanza. Chi si aspettava (e sperava) di poter assistere ad un meeting caratterizzato da profonde incomprensioni, ha dovuto rifare i suoi calcoli ed accettare, invece, un esito dei colloqui che si sono persino conclusi in un clima di passabile chiarezza.  Gli Stati Uniti, non da oggi, sentono l’esigenza di liberarsi del costo della nostra difesa ed i partner europei hanno, a loro volta, confermato l’onere di farsene carico direttamente, ottenendo in cambio la promessa vincolante che il parziale disimpegno di Washington dal Vecchio Continente non comporterà, comunque, la perdita del supporto logistico e di quelli relativi all’intelligence ed allo scudo nucleare. Ma a sorprenderci davvero positivamente è stata, soprattutto, la netta inversione di marcia impressa da Donald Trump sulla questione ucraina. Il fatto che il documento conclusivo del vertice atlantico parli della Russia come di una “minaccia a lungo termine” per i membri della NATO sembra, infatti, indicare un sensibile ridimensionamento di quell’asse Mosca-Washington che pure, soltanto undici mesi fa, ad Anchorage, era parso sancire ufficialmente la nascita di una proficua e duratura “corresponsione di amorosi sensi” tra l’ex colonnello sovietico ed il palazzinaro newyorkese.  Siamo portati a pensare che a far cambiare idea all’inquilino della Casa Bianca non sia certamente stato un ripensamento indotto da considerazioni legate al rispetto del diritto internazionale, quanto piuttosto dalla presa d’atto che adesso, probabilmente, sia Zelensky ad “avere le carte” migliori in mano e che, quindi, valga la pena di scommettere qualche dollaro anche su di lui...E per chi come Trump è abituato a giocare solamente quando sa di poter “vincere facile”, un giro di valzer nei confronti di Putin - come quello che ha appena fatto mercoledì scorso - non deve poi essere  risultato neanche troppo imbarazzante...  E così, dai pesci in faccia tirati al leader di Kiev nel febbraio del 2025, siamo addirittura passati alla concessione della licenza per produrre autonomamente i missili Patriot in Ucraina ed al nulla osta rispetto ai bombardamenti delle infrastrutture energetiche russe, senza badare a che le stesse siano localizzate vicino a Mosca o a San Pietroburgo. Poi, è chiaro che, quando ci sono di mezzo gli sbalzi di umore di Trump, tutto è sempre possibile...Tuttavia, se il presidente americano si è convinto che le truppe di Putin siano sul serio impantanate sul campo e che l’economia russa stia realmente per toccare il fondo, allora è più che mai possibile che abbia deciso di rinunciare – sia pure a malincuore - anche alla prospettiva di poter contare su quell’accesso privilegiato alle immense risorse energetiche e minerarie che il Cremlino avrebbe messo a disposizione delle aziende americane... se solo gli eventi fossero evoluti secondo i piani della strategia che aveva ispirato il gatto e la volpe di Anchorage.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_12-07-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 12 Jul 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/72935457/punto_settimana_12_07_2026_07_07.mp3" length="6148178" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/5d9f12e6-dbdf-4be6-b4bd-06de6be86d90/5d9f12e6-dbdf-4be6-b4bd-06de6be86d90.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/5d9f12e6-dbdf-4be6-b4bd-06de6be86d90/5d9f12e6-dbdf-4be6-b4bd-06de6be86d90.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/5d9f12e6-dbdf-4be6-b4bd-06de6be86d90/5d9f12e6-dbdf-4be6-b4bd-06de6be86d90.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Nel complesso, il vertice NATO, appena tenutosi ad Ankara, ha finito per soddisfare praticamente tutti: e, forse, in maniera particolare, proprio quell’Ucraina che pure non è nemmeno membro dell’Alleanza. 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Ma a sorprenderci davvero positivamente è stata, soprattutto, la netta inversione di marcia impressa da Donald Trump sulla questione ucraina. Il fatto che il documento conclusivo del vertice atlantico parli della Russia come di una “minaccia a lungo termine” per i membri della NATO sembra, infatti, indicare un sensibile ridimensionamento di quell’asse Mosca-Washington che pure, soltanto undici mesi fa, ad Anchorage, era parso sancire ufficialmente la nascita di una proficua e duratura “corresponsione di amorosi sensi” tra l’ex colonnello sovietico ed il palazzinaro newyorkese.  Siamo portati a pensare che a far cambiare idea all’inquilino della Casa Bianca non sia certamente stato un ripensamento indotto da considerazioni legate al rispetto del diritto internazionale, quanto piuttosto dalla presa d’atto che adesso, probabilmente, sia Zelensky ad “avere le carte” migliori in mano e che, quindi, valga la pena di scommettere qualche dollaro anche su di lui...E per chi come Trump è abituato a giocare solamente quando sa di poter “vincere facile”, un giro di valzer nei confronti di Putin - come quello che ha appena fatto mercoledì scorso - non deve poi essere  risultato neanche troppo imbarazzante...  E così, dai pesci in faccia tirati al leader di Kiev nel febbraio del 2025, siamo addirittura passati alla concessione della licenza per produrre autonomamente i missili Patriot in Ucraina ed al nulla osta rispetto ai bombardamenti delle infrastrutture energetiche russe, senza badare a che le stesse siano localizzate vicino a Mosca o a San Pietroburgo. Poi, è chiaro che, quando ci sono di mezzo gli sbalzi di umore di Trump, tutto è sempre possibile...Tuttavia, se il presidente americano si è convinto che le truppe di Putin siano sul serio impantanate sul campo e che l’economia russa stia realmente per toccare il fondo, allora è più che mai possibile che abbia deciso di rinunciare – sia pure a malincuore - anche alla prospettiva di poter contare su quell’accesso privilegiato alle immense risorse energetiche e minerarie che il Cremlino avrebbe messo a disposizione delle aziende americane... se solo gli eventi fossero evoluti secondo i piani della strategia che aveva ispirato il gatto e la volpe di Anchorage.]]></itunes:summary><itunes:duration>193</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il piccolo scisma | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-piccolo-scisma-il-punto-della-settimana--72824905</link><description><![CDATA[Non è la prima volta che la “Fraternità Sacerdotale San Pio X”, fondata da Marcel Lefebvre nel 1970, sfida l’autorità di un papa: lo aveva già fatto anche 38 anni fa, consacrando quattro vescovi, immediatamente scomunicati dal Vaticano.  Tuttavia, in quella circostanza, diversamente da quanto era avvenuto in passato per altri scismi, l’atteggiamento dei vertici della Chiesa cattolica fu molto meno drastico, dando, in generale, la netta sensazione di non voler approfondire troppo il solco che la divideva dal nuovo movimento tradizionalista lefebvriano. Anzi, nel 2009, papa Ratzinger aveva addirittura revocato la scomunica.   D’altra parte, si trattava di un tentativo di contestare certi principi del Concilio Vaticano II che, in fondo, aveva trovato ben pochi proseliti, restando, in definitiva, un fenomeno assolutamente marginale. E poi, in fin dei conti, la sua pretesa di continuare la celebrazione della messa in latino era già stata accolta dal pontefice tedesco, consentendo a tutti quei fedeli che avessero voluto praticare ancora quel tipo di liturgia - risalente al Messale Tridentino di Pio V del 1570 – di farlo tranquillamente. Insomma, nulla di neanche lontanamente paragonabile ai grandi scismi dei secoli andati.  Viene, pertanto, adesso da domandarsi quali mai possano essere state le ragioni che hanno spinto la Fraternità a rimettere nuovamente in discussione l’autorità del pontefice romano. Tra l’altro, sul soglio di Pietro non c’è più nemmeno il determinato e coriaceo Mario Bergoglio, ma il prudente Robert Prevost che, infatti, non ha risposto subito con la scomunica per chi minacciava il primato pontificio, esortando, invece, gli insubordinati sacerdoti di Econe a considerare bene la gravità del loro atto, prima di portarlo incautamente a termine.  Che significato attribuire a quello di voler consacrare altri quattro vescovi, in un momento in cui, oltre tutto, ai seguaci di Marcel Lefebvre non erano certo preclusi i loro rituali, le loro vesti talari e persino le critiche più aperte alle tesi del Concilio Vaticano II ? Forse a muovere questa sorta di quasi irrilevante ribellione è stata la stessa marginalità del movimento di Econe che ha, probabilmente, avvertito il bisogno di ritagliarsi un sia pur fuggente attimo di visibilità, come spesso capita a molte minoranze settarie.  In conclusione, lo scisma lefebvriano con la sua sfida alla volontà della Chiesa cattolica di rimanere un aperto terreno di confronto sui problemi del nostro tempo, va ad inserirsi in quel confuso scenario ideologico con il quale, purtroppo, ci siamo ormai abituati a rapportarci quotidianamente. Uno scenario che, dalle dispute politiche a quelle scientifiche o religiose, pullula di minoranze che vogliono, ad ogni costo, imporre  la propria “alterità”, la propria verità e la propria presunta superiorità culturale.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_05-07-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 05 Jul 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/72824905/punto_settimana_05_07_2026_07_07.mp3" length="5473592" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/3f572c80-4599-4026-92bf-44e29bc1aad1/3f572c80-4599-4026-92bf-44e29bc1aad1.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/3f572c80-4599-4026-92bf-44e29bc1aad1/3f572c80-4599-4026-92bf-44e29bc1aad1.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/3f572c80-4599-4026-92bf-44e29bc1aad1/3f572c80-4599-4026-92bf-44e29bc1aad1.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Non è la prima volta che la “Fraternità Sacerdotale San Pio X”, fondata da Marcel Lefebvre nel 1970, sfida l’autorità di un papa: lo aveva già fatto anche 38 anni fa, consacrando quattro vescovi, immediatamente scomunicati dal Vaticano.  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E poi, in fin dei conti, la sua pretesa di continuare la celebrazione della messa in latino era già stata accolta dal pontefice tedesco, consentendo a tutti quei fedeli che avessero voluto praticare ancora quel tipo di liturgia - risalente al Messale Tridentino di Pio V del 1570 – di farlo tranquillamente. Insomma, nulla di neanche lontanamente paragonabile ai grandi scismi dei secoli andati.  Viene, pertanto, adesso da domandarsi quali mai possano essere state le ragioni che hanno spinto la Fraternità a rimettere nuovamente in discussione l’autorità del pontefice romano. Tra l’altro, sul soglio di Pietro non c’è più nemmeno il determinato e coriaceo Mario Bergoglio, ma il prudente Robert Prevost che, infatti, non ha risposto subito con la scomunica per chi minacciava il primato pontificio, esortando, invece, gli insubordinati sacerdoti di Econe a considerare bene la gravità del loro atto, prima di portarlo incautamente a termine.  Che significato attribuire a quello di voler consacrare altri quattro vescovi, in un momento in cui, oltre tutto, ai seguaci di Marcel Lefebvre non erano certo preclusi i loro rituali, le loro vesti talari e persino le critiche più aperte alle tesi del Concilio Vaticano II ? Forse a muovere questa sorta di quasi irrilevante ribellione è stata la stessa marginalità del movimento di Econe che ha, probabilmente, avvertito il bisogno di ritagliarsi un sia pur fuggente attimo di visibilità, come spesso capita a molte minoranze settarie.  In conclusione, lo scisma lefebvriano con la sua sfida alla volontà della Chiesa cattolica di rimanere un aperto terreno di confronto sui problemi del nostro tempo, va ad inserirsi in quel confuso scenario ideologico con il quale, purtroppo, ci siamo ormai abituati a rapportarci quotidianamente. Uno scenario che, dalle dispute politiche a quelle scientifiche o religiose, pullula di minoranze che vogliono, ad ogni costo, imporre  la propria “alterità”, la propria verità e la propria presunta superiorità culturale.]]></itunes:summary><itunes:duration>172</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La NATO e i suoi vincoli | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-nato-e-i-suoi-vincoli-il-punto-della-settimana--72726042</link><description><![CDATA[Le incaute (almeno così vogliamo sperare) parole di Mark Rutte hanno offerto alle opposizioni un assist degno del Gianni Rivera dei tempi migliori, per presentare la vicenda dei 500 voli partiti da Aviano e Sigonella come la prova di un coinvolgimento italiano nella guerra contro l’Iran. Cerchiamo allora di fare allora un minimo di chiarezza.  Come è noto, sono numerose le basi militari - collocate sul nostro territorio - ad ospitare forze armate statunitensi (o anche di altri Paesi NATO), sia in pianta stabile, che in occasione di particolari manovre concordate in seno all’Alleanza Atlantica. E stiamo parlando non soltanto di forze terrestri, navali ed aeree, ma anche di svariate istallazioni tecniche destinate alle comunicazioni, al controllo dello spazio aereo o delle zone di frontiera. Di regola, tutto quanto avvenga in questi ambiti è - salvo casi davvero straordinari, se non addirittura inimmaginabili - controllato dallo Stato Italiano, attraverso le sue Forze Armate, le sue Forze dell’Ordine ed i suoi Servizi di Intelligence. Il loro impegno, come si può ben immaginare, è particolarmente intenso, dal momento che tutte le attività che si svolgono senza sosta in queste basi, sono, in definitiva, proprio quelle che contribuiscono ad assicurare la costante difesa di ogni Paese che aderisca all’Alleanza. Ed a questo proposito, può anche capitare che, in situazioni particolari – proprio come quella che ha appena visto un massiccio impiego di forze statunitensi nel Golfo - emergano esigenze specifiche a livello di logistica, di rifornimenti o di spostamenti rapidi di personale: esigenze che, ultimamente, hanno, appunto, richiesto una intensificazione delle attività americane nelle basi in questione. Il tutto però, avviene sempre sotto controllo italiano. In questi casi, vige, infatti, stabilmente una distinzione netta tra missioni di combattimento e missioni di altra natura tecnica. Pertanto, come del resto già successo in passato, l’Italia, sul conflitto iraniano, ha negato l’uso delle sue basi per missioni di combattimento, mentre ha consentito tutte quelle di carattere tecnico e logistico. In sostanza, nessun aereo statunitense è decollato da basi italiane per andare a bombardare l’Iran o altri obiettivi nell’area, mentre non pochi hanno, invece, fatto scalo in Italia prima di raggiungere altre postazioni situate nelle zone di guerra. Poi, ovviamente, come siano stati utilizzati una volta giunti in Medio Oriente, non può più essere un problema di competenza anche italiana. Dobbiamo, quindi, essere chiari ed evitare di nasconderci dietro ipocriti e poco credibili esercizi di ambiguità politica, poiché partecipare ad una alleanza militare come la Nato, comporta pure il dovere di contribuire sempre al mantenimento di un alto livello di capacità operativa delle forze militari: e non solo in Italia, ma ovunque queste stiano agendo. Di conseguenza, il solo pensare di potersi furbescamente sottrarre a determinati compiti, vorrebbe già dire che, in pratica, si è deciso di uscire dalla cooperazione militare. In altre parole, sebbene le distinzioni politiche all’interno della NATO restino – ed oggi in particolar modo – assolutamente legittime e giustificate, non debbono, comunque, mai spingersi fino al punto di mettere in discussione i vincoli di solidarietà tra alleati. Altrimenti, meglio illudersi di poter fare da soli e non lamentarsi quando poi si prova, sul serio, l’effetto che fa la zannata dell’orso sulla nostra pelle.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_28-06-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 28 Jun 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/72726042/punto_settimana_28_06_2026_07_07.mp3" length="6625488" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/b434f3af-ce14-4094-a8da-ae6e638b2ff4/b434f3af-ce14-4094-a8da-ae6e638b2ff4.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/b434f3af-ce14-4094-a8da-ae6e638b2ff4/b434f3af-ce14-4094-a8da-ae6e638b2ff4.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/b434f3af-ce14-4094-a8da-ae6e638b2ff4/b434f3af-ce14-4094-a8da-ae6e638b2ff4.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Le incaute (almeno così vogliamo sperare) parole di Mark Rutte hanno offerto alle opposizioni un assist degno del Gianni Rivera dei tempi migliori, per presentare la vicenda dei 500 voli partiti da Aviano e Sigonella come la prova di un coinvolgimento...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Le incaute (almeno così vogliamo sperare) parole di Mark Rutte hanno offerto alle opposizioni un assist degno del Gianni Rivera dei tempi migliori, per presentare la vicenda dei 500 voli partiti da Aviano e Sigonella come la prova di un coinvolgimento italiano nella guerra contro l’Iran. Cerchiamo allora di fare allora un minimo di chiarezza.  Come è noto, sono numerose le basi militari - collocate sul nostro territorio - ad ospitare forze armate statunitensi (o anche di altri Paesi NATO), sia in pianta stabile, che in occasione di particolari manovre concordate in seno all’Alleanza Atlantica. E stiamo parlando non soltanto di forze terrestri, navali ed aeree, ma anche di svariate istallazioni tecniche destinate alle comunicazioni, al controllo dello spazio aereo o delle zone di frontiera. Di regola, tutto quanto avvenga in questi ambiti è - salvo casi davvero straordinari, se non addirittura inimmaginabili - controllato dallo Stato Italiano, attraverso le sue Forze Armate, le sue Forze dell’Ordine ed i suoi Servizi di Intelligence. Il loro impegno, come si può ben immaginare, è particolarmente intenso, dal momento che tutte le attività che si svolgono senza sosta in queste basi, sono, in definitiva, proprio quelle che contribuiscono ad assicurare la costante difesa di ogni Paese che aderisca all’Alleanza. Ed a questo proposito, può anche capitare che, in situazioni particolari – proprio come quella che ha appena visto un massiccio impiego di forze statunitensi nel Golfo - emergano esigenze specifiche a livello di logistica, di rifornimenti o di spostamenti rapidi di personale: esigenze che, ultimamente, hanno, appunto, richiesto una intensificazione delle attività americane nelle basi in questione. Il tutto però, avviene sempre sotto controllo italiano. In questi casi, vige, infatti, stabilmente una distinzione netta tra missioni di combattimento e missioni di altra natura tecnica. Pertanto, come del resto già successo in passato, l’Italia, sul conflitto iraniano, ha negato l’uso delle sue basi per missioni di combattimento, mentre ha consentito tutte quelle di carattere tecnico e logistico. In sostanza, nessun aereo statunitense è decollato da basi italiane per andare a bombardare l’Iran o altri obiettivi nell’area, mentre non pochi hanno, invece, fatto scalo in Italia prima di raggiungere altre postazioni situate nelle zone di guerra. Poi, ovviamente, come siano stati utilizzati una volta giunti in Medio Oriente, non può più essere un problema di competenza anche italiana. Dobbiamo, quindi, essere chiari ed evitare di nasconderci dietro ipocriti e poco credibili esercizi di ambiguità politica, poiché partecipare ad una alleanza militare come la Nato, comporta pure il dovere di contribuire sempre al mantenimento di un alto livello di capacità operativa delle forze militari: e non solo in Italia, ma ovunque queste stiano agendo. Di conseguenza, il solo pensare di potersi furbescamente sottrarre a determinati compiti, vorrebbe già dire che, in pratica, si è deciso di uscire dalla cooperazione militare. In altre parole, sebbene le distinzioni politiche all’interno della NATO restino – ed oggi in particolar modo – assolutamente legittime e giustificate, non debbono, comunque, mai spingersi fino al punto di mettere in discussione i vincoli di solidarietà tra alleati. 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Non ci risulta, infatti, per niente facile capire cosa abbia mai indotto gli Stati Uniti a compromettere, in modo così autolesionistico, l’esito finale di un conflitto che, in realtà, avevano avuto in mano fin dalle primissime ore: quelle cioè, in cui tutta la leadership iraniana era stata, in un sol colpo, cancellata e spazzata via, unitamente alla sua marina, alla sua aviazione ed a una buona parte di quelle infrastrutture missilistiche (e, probabilmente, anche nucleari) che, alla repubblica islamica, erano costati decenni di sacrifici inauditi.    Ammirevole, invece, la maestria scacchistica con la quale Teheran ha saputo rimodellare un’autentica catastrofe militare ed istituzionale, dandole abilmente i connotati di una trattativa diplomatica da condursi in condizioni di “pari dignità”.  E’, infatti, pressoché innegabile che, chiudendo lo Stretto di Hormuz, l’Iran abbia costretto il mondo intero a riconoscergli una capacità di interdizione (o, se volete, di ricatto) che ha rivalutato enormemente il peso specifico di uno Stato che, fino a ieri, era certamente tra i più emarginati del Pianeta. Il Paese islamico si è, dunque, imposto, da un giorno all’altro, come il pericolosissimo ed imprescindibile “custode” di una via navigabile, attraverso la quale transita circa un quinto del petrolio mondiale.   Così, se la sconfitta militare è stata praticamente totale, la solidità politica del regime è, al momento, tutt’altro che sul punto di crollare.  Certo, la versione che la Casa Bianca ci dà di questa  storia è di ben altra natura: e lo abbiamo sentito ripetere, fino allo sfinimento, per la durata di tutto il G7. Tuttavia, la verità è, invece, quella che gli Stati Uniti non si sono rivelati in grado di portare a termine le proprie azioni iniziali. Impossibile, ad esempio, negare che gli attacchi iraniani contro gli Stati del Golfo si siano, impunemente, verificati nonostante la presenza delle forze americane nella regione, dimostrando che la garanzia di sicurezza a stelle e strisce non  era poi così efficace nel contrastarli. L’Iran ha, infatti, ripetutamente preso di mira tutte le sei  monarchie del Golfo, senza farsi alcuno scrupolo nel coinvolgere infrastrutture energetiche, aeroporti civili e quartieri residenziali, persino durante il periodo in cui vigeva il cessate il fuoco. Valga a conferma della mancanza di affidabilità statunitense cui ci stiamo riferendo, anche il commento che lo stesso Donald Trump ha ritenuto di poter fare, definendo, lo scorso 3 giugno, “una cosa di poco conto” l’attacco missilistico che i pasdaran avevano appena sferrato sul principale aeroporto del Kuwait.  Nessuna meraviglia, quindi, se gli stessi Stati del Golfo abbiano, a questo punto, tratto la conclusione che la protezione di Washington - su cui si fondavano le loro certezze – una volta messa seriamente alla prova, si sia purtroppo rivelata non pienamente all’altezza della situazione. E da questo genere di considerazioni, è, dunque, sorta anche la loro esigenza di diversificare  le proprie fonti di assistenza bellica, che, non a caso, adesso hanno cominciato ad estendersi pure al Pakistan, alla Turchia, all’Egitto, se non addirittura alla Cina… Gli Stati del Golfo si stanno così preparando (e forse anche rassegnando) ad uno scenario in cui il controllo di Teheran sullo Stretto diventerà una sgraditissima regola permanente da accettare, piuttosto che una temporanea anomalia  da correggere in tempi rapidi. Uno scenario in cui, rebus sic stantibus, Washington reciterà magari ancora una parte importante, ma che non sarà, comunque, più quella del protagonista assoluto.   La guerra sembra, pertanto, avere  prodotto l’esatto contrario rispetto a quelle che erano le aspettative americane prima del 28 febbraio: visto che il regime iraniano ne è uscito militarmente distrutto, ma politicamente addirittura potenziato, essendosi finalmente guadagnato quei galloni di  potenza regionale universalmente riconosciuta, dopo 47 anni di fideistica attesa.  Al contrario, gli Stati Uniti hanno, invece, ancora una volta confermato di poter vincere qualsiasi conflitto armato, ma di non sapere poi tradurre il successo militare in un qualche cosa di concretamente positivo per i propri interessi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_21-06-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 21 Jun 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/72616953/punto_settimana_21_06_2026_07_07.mp3" length="8574013" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/657fcd55-2623-487d-94c8-c8e479f9534c/657fcd55-2623-487d-94c8-c8e479f9534c.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/657fcd55-2623-487d-94c8-c8e479f9534c/657fcd55-2623-487d-94c8-c8e479f9534c.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/657fcd55-2623-487d-94c8-c8e479f9534c/657fcd55-2623-487d-94c8-c8e479f9534c.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Ci pare che i 14 punti di intesa, che sono stati sottoscritti dagli Iraniani e dai “trumpiani”, costituiscano una bizzarra (quanto assurda) dimostrazione di come una indiscutibile vittoria militare possa trasformarsi in una imbarazzante sconfitta e di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ci pare che i 14 punti di intesa, che sono stati sottoscritti dagli Iraniani e dai “trumpiani”, costituiscano una bizzarra (quanto assurda) dimostrazione di come una indiscutibile vittoria militare possa trasformarsi in una imbarazzante sconfitta e di come, invece, una sonora batosta sul campo di battaglia possa sorprendentemente prendere le forme di autentico successo sul piano politico e strategico.  Non ci risulta, infatti, per niente facile capire cosa abbia mai indotto gli Stati Uniti a compromettere, in modo così autolesionistico, l’esito finale di un conflitto che, in realtà, avevano avuto in mano fin dalle primissime ore: quelle cioè, in cui tutta la leadership iraniana era stata, in un sol colpo, cancellata e spazzata via, unitamente alla sua marina, alla sua aviazione ed a una buona parte di quelle infrastrutture missilistiche (e, probabilmente, anche nucleari) che, alla repubblica islamica, erano costati decenni di sacrifici inauditi.    Ammirevole, invece, la maestria scacchistica con la quale Teheran ha saputo rimodellare un’autentica catastrofe militare ed istituzionale, dandole abilmente i connotati di una trattativa diplomatica da condursi in condizioni di “pari dignità”.  E’, infatti, pressoché innegabile che, chiudendo lo Stretto di Hormuz, l’Iran abbia costretto il mondo intero a riconoscergli una capacità di interdizione (o, se volete, di ricatto) che ha rivalutato enormemente il peso specifico di uno Stato che, fino a ieri, era certamente tra i più emarginati del Pianeta. Il Paese islamico si è, dunque, imposto, da un giorno all’altro, come il pericolosissimo ed imprescindibile “custode” di una via navigabile, attraverso la quale transita circa un quinto del petrolio mondiale.   Così, se la sconfitta militare è stata praticamente totale, la solidità politica del regime è, al momento, tutt’altro che sul punto di crollare.  Certo, la versione che la Casa Bianca ci dà di questa  storia è di ben altra natura: e lo abbiamo sentito ripetere, fino allo sfinimento, per la durata di tutto il G7. Tuttavia, la verità è, invece, quella che gli Stati Uniti non si sono rivelati in grado di portare a termine le proprie azioni iniziali. 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Nessuna meraviglia, quindi, se gli stessi Stati del Golfo abbiano, a questo punto, tratto la conclusione che la protezione di Washington - su cui si fondavano le loro certezze – una volta messa seriamente alla prova, si sia purtroppo rivelata non pienamente all’altezza della situazione. E da questo genere di considerazioni, è, dunque, sorta anche la loro esigenza di diversificare  le proprie fonti di assistenza bellica, che, non a caso, adesso hanno cominciato ad estendersi pure al Pakistan, alla Turchia, all’Egitto, se non addirittura alla Cina… Gli Stati del Golfo si stanno così preparando (e forse anche rassegnando) ad uno scenario in cui il controllo di Teheran sullo Stretto diventerà una sgraditissima regola permanente da accettare, piuttosto che una temporanea anomalia  da correggere in tempi rapidi. 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Già, però, a quel tempo, difficilmente qualcuno avrebbe potuto immaginare che l’avvento, a Washington, di una nuova Amministrazione avrebbe finito per rimettere in discussione un po’ troppe cose: sino al punto di affermare che le sue normative sulla sicurezza nazionale e sull’immigrazione avrebbero avuto una priorità assoluta anche rispetto a qualsiasi richiesta fosse stata, eventualmente, avanzata dalla Federazione Internazionale del calcio. Di conseguenza, sono stati imposti divieti di ingresso (o restrizioni) a carico dei tifosi di ben 39 Paesi, mentre la sicurezza negli stadi è stata affidata a quella agenzia “ICE”, la cui inquietante notorietà, a livello globale, non è certo legata ad un uso abituale del “guanto di velluto”... C’è poi anche una lista di Stati, i cui cittadini, per ottenere un visto che consenta loro l’accesso ai campi da gioco, dovranno versare una cauzione che varia tra i 5mila ed i 15mila dollari. E con questo clima di accoglienza tutt’altro che caloroso, sono, fin da subito, venuti a contatto anche alcuni addetti ai lavori come l’arbitro somalo, Omar Artan, fermato all’aeroporto di Miami (e poi rispedito in patria) per un caso di omonimia, allegramente scambiato per un presunto “legame con organizzazioni terroristiche”... Oppure come l’ex pallone d’oro, Fabio Cannavaro – oggi commissario tecnico dell’Uzbekistan – che ha rischiato, tragicomicamente, di finire dentro per sospetto traffico di sostanze stupefacenti… E se “il buongiorno si vede dal mattino”, prepariamoci pure ad assistere ad un mese durante il quale lo spettacolo extra calcistico - in quanto a clamore - potrebbe persino superare quello più propriamente sportivo che invece, in condizioni di normalità, dovrebbe essere, di gran lunga, il più coinvolgente.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_14-06-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 14 Jun 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/72518841/punto_settimana_14_06_2026_07_07.mp3" length="4056710" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/84e27c7d-4cde-4c63-9e31-591b54260cbc/84e27c7d-4cde-4c63-9e31-591b54260cbc.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/84e27c7d-4cde-4c63-9e31-591b54260cbc/84e27c7d-4cde-4c63-9e31-591b54260cbc.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/84e27c7d-4cde-4c63-9e31-591b54260cbc/84e27c7d-4cde-4c63-9e31-591b54260cbc.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>E pensare che quando, otto anni fa, la FIFA aveva assegnato i Mondiali del 2026 a Stati Uniti, Messico e Canada, i tre Paesi ospitanti si erano impegnati a garantire “procedure di ingresso semplificate e non discriminatorie” per atleti,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[E pensare che quando, otto anni fa, la FIFA aveva assegnato i Mondiali del 2026 a Stati Uniti, Messico e Canada, i tre Paesi ospitanti si erano impegnati a garantire “procedure di ingresso semplificate e non discriminatorie” per atleti, accompagnatori, arbitri e tifosi muniti di biglietto... Già, però, a quel tempo, difficilmente qualcuno avrebbe potuto immaginare che l’avvento, a Washington, di una nuova Amministrazione avrebbe finito per rimettere in discussione un po’ troppe cose: sino al punto di affermare che le sue normative sulla sicurezza nazionale e sull’immigrazione avrebbero avuto una priorità assoluta anche rispetto a qualsiasi richiesta fosse stata, eventualmente, avanzata dalla Federazione Internazionale del calcio. Di conseguenza, sono stati imposti divieti di ingresso (o restrizioni) a carico dei tifosi di ben 39 Paesi, mentre la sicurezza negli stadi è stata affidata a quella agenzia “ICE”, la cui inquietante notorietà, a livello globale, non è certo legata ad un uso abituale del “guanto di velluto”... C’è poi anche una lista di Stati, i cui cittadini, per ottenere un visto che consenta loro l’accesso ai campi da gioco, dovranno versare una cauzione che varia tra i 5mila ed i 15mila dollari. E con questo clima di accoglienza tutt’altro che caloroso, sono, fin da subito, venuti a contatto anche alcuni addetti ai lavori come l’arbitro somalo, Omar Artan, fermato all’aeroporto di Miami (e poi rispedito in patria) per un caso di omonimia, allegramente scambiato per un presunto “legame con organizzazioni terroristiche”... Oppure come l’ex pallone d’oro, Fabio Cannavaro – oggi commissario tecnico dell’Uzbekistan – che ha rischiato, tragicomicamente, di finire dentro per sospetto traffico di sostanze stupefacenti… E se “il buongiorno si vede dal mattino”, prepariamoci pure ad assistere ad un mese durante il quale lo spettacolo extra calcistico - in quanto a clamore - potrebbe persino superare quello più propriamente sportivo che invece, in condizioni di normalità, dovrebbe essere, di gran lunga, il più coinvolgente.]]></itunes:summary><itunes:duration>127</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>“Scherzi a parte” di cattivo gusto | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/scherzi-a-parte-di-cattivo-gusto-il-punto-della-settimana--72397265</link><description><![CDATA[Non abbiamo mai provato alcuna simpatia per la persona in questione, né per i personaggi che la coinvolsero nelle sue precedenti vicende giudiziarie: tuttavia riflettendo sul linciaggio mediatico al quale è stata, recentemente, sottoposta Nicole Minetti, non possiamo fare a meno di chiederci a quali infimi livelli sia scaduto il dibattito pubblico in questo nostro “travagliato” Paese, divenuto – ormai evidentemente - un luogo in cui chiunque può sparare la notizia più strampalata che gli venga in mente, contando sul “fatto” che tanto – prima che ne sia accertata l’infondatezza – ne risulteranno, comunque, ampiamente influenzate le opinioni pubbliche e magari anche sconvolte delle esistenze private.  La Procura generale di Milano ha, infatti, appena chiarito che gli elementi di cronaca riportati da un quotidiano e da un paio di trasmissioni televisive “non corrispondono al vero e non non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito”.  Ricordiamo, brevemente, che la Minetti aveva ottenuto la grazia il 18 febbraio 2026 - con il parere favorevole del Procuratore generale della Corte d’Appello e del ministro Nordio - per gravi motivi umanitari legati alle condizioni di salute del figlio minore adottato. Poco tempo dopo, era però arrivato il primo articolo di un quotidiano che, giorno dopo giorno, ha poi costruito, un castello di carte accusatorio, fondato sulle dichiarazioni di una estetista uruguaiana la quale - raccontando di festini alla “sesso, droga and rock and roll” che si sarebbero svolti abitualmente nella residenza sud americana dell’imprenditore veneziano, Giuseppe Cipriani (attuale compagno della Minetti) - avrebbe dimostrato che, in realtà, lo stile di vita della ex collaboratrice di Berlusconi non era affatto mutato, rispetto a quello che lei conduceva ai bei tempi allegri del “bunga bunga”.  Logico, a questo punto, l’allarme squillato al Quirinale, dove si è giustamente temuto di essere caduti in una trappola (o, comunque, in un errore istituzionalmente imperdonabile) e da dove, di conseguenza, è partita un’immediata richiesta al povero (ed incolpevole) Nordio, affinché acquisisse “con urgenza” informazioni sulla “supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza”. Bene, adesso l’esito delle verifiche supplementari – che hanno coinvolto persino l’Interpol e le magistrature di Uruguay e Spagna – è finalmente arrivato per smentire tutte le affermazioni sui festini e per confermare la piena regolarità nell’adozione del bambino, nonché l’assenza di una qualsiasi pendenza giudiziaria a carico della Minetti all’estero.  Quindi, una bolla di sapone, una brutta puntata di “scherzi a parte”, che però ha rischiato di nuocere seriamente non solo alla dignità di alcune persone, ma anche alla credibilità delle massime istituzioni dello Stato. Purtroppo, anche se il meccanismo è antico e quindi ben conosciuto, continua a funzionare piuttosto bene: si pubblica un’accusa, la politica entra in subbuglio e poi la smentita arriva quando il danno ormai è già stato fatto… Pertanto, non illudiamoci: ci sarà ancora una prossima volta, con le sue ennesime presunzioni di verità, cui seguiranno - con il solito colpevole ritardo - le relative e neanche troppo imbarazzate smentite.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_07-06-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 07 Jun 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/72397265/punto_settimana_07_06_2026_07_07.mp3" length="6047032" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/c4650cac-dddc-4baa-b367-364cd6467068/c4650cac-dddc-4baa-b367-364cd6467068.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/c4650cac-dddc-4baa-b367-364cd6467068/c4650cac-dddc-4baa-b367-364cd6467068.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/c4650cac-dddc-4baa-b367-364cd6467068/c4650cac-dddc-4baa-b367-364cd6467068.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Non abbiamo mai provato alcuna simpatia per la persona in questione, né per i personaggi che la coinvolsero nelle sue precedenti vicende giudiziarie: tuttavia riflettendo sul linciaggio mediatico al quale è stata, recentemente, sottoposta Nicole...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Non abbiamo mai provato alcuna simpatia per la persona in questione, né per i personaggi che la coinvolsero nelle sue precedenti vicende giudiziarie: tuttavia riflettendo sul linciaggio mediatico al quale è stata, recentemente, sottoposta Nicole Minetti, non possiamo fare a meno di chiederci a quali infimi livelli sia scaduto il dibattito pubblico in questo nostro “travagliato” Paese, divenuto – ormai evidentemente - un luogo in cui chiunque può sparare la notizia più strampalata che gli venga in mente, contando sul “fatto” che tanto – prima che ne sia accertata l’infondatezza – ne risulteranno, comunque, ampiamente influenzate le opinioni pubbliche e magari anche sconvolte delle esistenze private.  La Procura generale di Milano ha, infatti, appena chiarito che gli elementi di cronaca riportati da un quotidiano e da un paio di trasmissioni televisive “non corrispondono al vero e non non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito”.  Ricordiamo, brevemente, che la Minetti aveva ottenuto la grazia il 18 febbraio 2026 - con il parere favorevole del Procuratore generale della Corte d’Appello e del ministro Nordio - per gravi motivi umanitari legati alle condizioni di salute del figlio minore adottato. Poco tempo dopo, era però arrivato il primo articolo di un quotidiano che, giorno dopo giorno, ha poi costruito, un castello di carte accusatorio, fondato sulle dichiarazioni di una estetista uruguaiana la quale - raccontando di festini alla “sesso, droga and rock and roll” che si sarebbero svolti abitualmente nella residenza sud americana dell’imprenditore veneziano, Giuseppe Cipriani (attuale compagno della Minetti) - avrebbe dimostrato che, in realtà, lo stile di vita della ex collaboratrice di Berlusconi non era affatto mutato, rispetto a quello che lei conduceva ai bei tempi allegri del “bunga bunga”.  Logico, a questo punto, l’allarme squillato al Quirinale, dove si è giustamente temuto di essere caduti in una trappola (o, comunque, in un errore istituzionalmente imperdonabile) e da dove, di conseguenza, è partita un’immediata richiesta al povero (ed incolpevole) Nordio, affinché acquisisse “con urgenza” informazioni sulla “supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza”. Bene, adesso l’esito delle verifiche supplementari – che hanno coinvolto persino l’Interpol e le magistrature di Uruguay e Spagna – è finalmente arrivato per smentire tutte le affermazioni sui festini e per confermare la piena regolarità nell’adozione del bambino, nonché l’assenza di una qualsiasi pendenza giudiziaria a carico della Minetti all’estero.  Quindi, una bolla di sapone, una brutta puntata di “scherzi a parte”, che però ha rischiato di nuocere seriamente non solo alla dignità di alcune persone, ma anche alla credibilità delle massime istituzioni dello Stato. Purtroppo, anche se il meccanismo è antico e quindi ben conosciuto, continua a funzionare piuttosto bene: si pubblica un’accusa, la politica entra in subbuglio e poi la smentita arriva quando il danno ormai è già stato fatto… Pertanto, non illudiamoci: ci sarà ancora una prossima volta, con le sue ennesime presunzioni di verità, cui seguiranno - con il solito colpevole ritardo - le relative e neanche troppo imbarazzate smentite.]]></itunes:summary><itunes:duration>189</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Niente Roma Pride | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/niente-roma-pride-il-punto-della-settimana--72258681</link><description><![CDATA[Niente Pride, quindi, per le associazioni che rappresentano le comunità Lgbtqia ebraiche italiane ed europee. Il prossimo 20 giugno, la tradizionale sfilata romana dei carri che festeggiano l’inclusività sessuale, risulterà, infatti, un po’ meno inclusiva, almeno riguardo alla partecipazione del Keshet Italia: gruppo che si compone, appunto, di elementi di religione o, comunque, di cultura israelita, rei – secondo gli organizzatori del Roma Pride – di non “avere preso e non intendere prendere le distanze dal genocidio a Gaza”. A questa argomentazione, i membri del Keshet controbattono, sostenendo che, in realtà, l’unica vera loro colpa sarebbe quella di essere ebrei e parlano di un antisemitismo “mascherato da posizionamento politico che rimane, comunque, antisemitismo”. Sulla questione è prontamente intervenuta l’ex parlamentare del PD, Anna Paola Concia, da sempre paladina dei diritti delle minoranze sessuali, la quale si è detta contrariata dinanzi a questo tipo di discriminazione, poiché – ha ricordato - “Il Roma Pride non è di proprietà di nessuno” ed era anzi “una manifestazione inclusiva che oggi discrimina perdendo la sua natura”. Ed in effetti, questa sorta di “esame di ammissione”, di controllo della correttezza politica o della verginità culturale che viene ormai, sempre più frequentemente, richiesto ai nostri connazionali ebrei ogni volta che desiderano fare o dire qualcosa, infastidisce notevolmente pure noi. Anche perché, francamente, ci pare che questa pratica non venga applicata a nessun’altra categoria di cittadini italiani o stranieri presenti nel nostro Paese, ai quali non si chiede, infatti, mai di rendere conto di eventuali nefandezze commesse dai loro governi. Tra l’altro - a voler anche essere minimamente obbiettivi - chi si occupa di Roma Pride dovrebbe ben sapere che è proprio Israele l’unico Stato mediorientale in cui essere gay non è reato...  Insomma, se chi – come noi – è nato a Genova ed è stato regolarmente battezzato, decide di salire sul carro che rappresenta la Liguria, lo farà liberamente senza che a nessuno, prima di lasciarlo accomodare, venga in mente di domandargli cosa ne pensi di Gaza, di Flottiglia o di Hamas. Invece, dagli ebrei italiani – percepiti ancora, evidentemente, come un corpo estraneo al resto della società – si continuano a pretendere abiure e prove di lealtà, esattamente come succedeva ai tempi bui della caccia all’untore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_31-05-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 31 May 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/72258681/punto_settimana_31_05_2026_07_07.mp3" length="4840802" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/663ded55-8bf2-4ce0-8a43-bfd479c793ba/663ded55-8bf2-4ce0-8a43-bfd479c793ba.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/663ded55-8bf2-4ce0-8a43-bfd479c793ba/663ded55-8bf2-4ce0-8a43-bfd479c793ba.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/663ded55-8bf2-4ce0-8a43-bfd479c793ba/663ded55-8bf2-4ce0-8a43-bfd479c793ba.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Niente Pride, quindi, per le associazioni che rappresentano le comunità Lgbtqia ebraiche italiane ed europee. 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Sulla questione è prontamente intervenuta l’ex parlamentare del PD, Anna Paola Concia, da sempre paladina dei diritti delle minoranze sessuali, la quale si è detta contrariata dinanzi a questo tipo di discriminazione, poiché – ha ricordato - “Il Roma Pride non è di proprietà di nessuno” ed era anzi “una manifestazione inclusiva che oggi discrimina perdendo la sua natura”. Ed in effetti, questa sorta di “esame di ammissione”, di controllo della correttezza politica o della verginità culturale che viene ormai, sempre più frequentemente, richiesto ai nostri connazionali ebrei ogni volta che desiderano fare o dire qualcosa, infastidisce notevolmente pure noi. Anche perché, francamente, ci pare che questa pratica non venga applicata a nessun’altra categoria di cittadini italiani o stranieri presenti nel nostro Paese, ai quali non si chiede, infatti, mai di rendere conto di eventuali nefandezze commesse dai loro governi. Tra l’altro - a voler anche essere minimamente obbiettivi - chi si occupa di Roma Pride dovrebbe ben sapere che è proprio Israele l’unico Stato mediorientale in cui essere gay non è reato...  Insomma, se chi – come noi – è nato a Genova ed è stato regolarmente battezzato, decide di salire sul carro che rappresenta la Liguria, lo farà liberamente senza che a nessuno, prima di lasciarlo accomodare, venga in mente di domandargli cosa ne pensi di Gaza, di Flottiglia o di Hamas. 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Al momento, infatti, secondo le indagini demoscopiche, l’attuale maggioranza di governo viene accreditata di 51 seggi, rispetto ai 56 delle varie opposizioni, la cui coesione andrebbe, comunque, assolutamente verificata. Questo significa che nessuno dei due eventuali schieramenti contrapposti potrebbe, oggi, ottenere quei 61 seggi che, da sempre, sono necessari per formare una sia pur risicata maggioranza in un parlamento come la Knesset che si compone, appunto, di 120 membri. Ecco perché anche i voti della destra messianico/religiosa – per quanto impresentabili o imbarazzanti possano essere – diventano ossigeno indispensabile per l’uomo che, sebbene a fasi alterne,  governa Israele addirittura dal 1996. Naturalmente, non possiamo entrare nella testa di Netanyahu, ma considerato il pragmatismo – spesso magari anche duro o spietato – che ha sempre caratterizzato la su azione di governo, ci viene da immaginare un suo ovviamente oggi inesprimibile, ma, comunque, profondo fastidio nei confronti di certe sparate di alcuni suoi ministri che, probabilmente, se potesse, chiuderebbe in una gabbia, gettando via la chiave. Però, come si è detto, non può e deve, quindi, barcamenarsi tra una timida presa di distanza dalla vergognosa esibizione di Ben Gvir dell’altro giorno ed una sostanziale adesione ad ogni istanza portata avanti dalle componenti più intolleranti ed integraliste presenti in un Paese che, almeno fino a ieri, noi eravamo soliti definire come “l’unico faro di democrazia in Medio Oriente”. Ed a questo proposito, ben si comprende il netto dissenso, espresso dalle comunità ebraiche europee, in merito alle irresponsabili provocazioni di Ben-Gvir, nel più che fondato timore che queste possano contribuire, in maniera determinante, al superamento definitivo di quell’ormai sottilissimo confine che dovrebbe ancora separare la critica legittima alla politica di Gerusalemme dal vero e proprio antisemitismo. Un fenomeno che ormai sta dilagando - senza freni, senza ritegno e senza memoria - in ogni ambito delle società europee, rendendo sempre più difficile distinguere tra quello che è il conflitto politico e quello che è l’odio razziale.  E pensare che Israele aveva, almeno formalmente, raccolto un vasto – quanto da noi inaspettato – patrimonio di solidarietà internazionale dopo la tragedia del 7 ottobre. Purtroppo, lo ha gradualmente sprecato: sia con l’incontrollata violenza esercitata su Gaza, che con alcune svolte politiche che ci portano adesso a domandarci dove sia finito il Paese che - prima a Camp David nel 2000 e poi ancora nel 2008 – offrì, rispettivamente ad Arafat e ad Abu Mazen, praticamente tutto quello che i due rais potessero desiderare, in cambio della sola pace. Naturalmente, sul mai chiarito rifiuto opposto dai due leadres arabi in entrambe le circostanze, l’interesse di politici, storici e commentatori continua ad essere pressochè pari a zero...ma di questo è inutile parlare.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_24-05-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 24 May 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/72150619/punto_settimana_24_05_2026_07_07.mp3" length="6084648" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/bb1146c3-41a0-4d35-9df8-a200204c0f96/bb1146c3-41a0-4d35-9df8-a200204c0f96.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/bb1146c3-41a0-4d35-9df8-a200204c0f96/bb1146c3-41a0-4d35-9df8-a200204c0f96.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/bb1146c3-41a0-4d35-9df8-a200204c0f96/bb1146c3-41a0-4d35-9df8-a200204c0f96.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Secondo i sondaggi israeliani più recenti, il partito di Ben Gvir, alle prossime elezioni politiche, dovrebbe raccogliere da sei agli otto seggi che, per la sopravvivenza politica (ma anche giudiziaria) di Benjamin Netanyahu, assumono un’importanza...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Secondo i sondaggi israeliani più recenti, il partito di Ben Gvir, alle prossime elezioni politiche, dovrebbe raccogliere da sei agli otto seggi che, per la sopravvivenza politica (ma anche giudiziaria) di Benjamin Netanyahu, assumono un’importanza potenzialmente decisiva. Al momento, infatti, secondo le indagini demoscopiche, l’attuale maggioranza di governo viene accreditata di 51 seggi, rispetto ai 56 delle varie opposizioni, la cui coesione andrebbe, comunque, assolutamente verificata. Questo significa che nessuno dei due eventuali schieramenti contrapposti potrebbe, oggi, ottenere quei 61 seggi che, da sempre, sono necessari per formare una sia pur risicata maggioranza in un parlamento come la Knesset che si compone, appunto, di 120 membri. Ecco perché anche i voti della destra messianico/religiosa – per quanto impresentabili o imbarazzanti possano essere – diventano ossigeno indispensabile per l’uomo che, sebbene a fasi alterne,  governa Israele addirittura dal 1996. Naturalmente, non possiamo entrare nella testa di Netanyahu, ma considerato il pragmatismo – spesso magari anche duro o spietato – che ha sempre caratterizzato la su azione di governo, ci viene da immaginare un suo ovviamente oggi inesprimibile, ma, comunque, profondo fastidio nei confronti di certe sparate di alcuni suoi ministri che, probabilmente, se potesse, chiuderebbe in una gabbia, gettando via la chiave. Però, come si è detto, non può e deve, quindi, barcamenarsi tra una timida presa di distanza dalla vergognosa esibizione di Ben Gvir dell’altro giorno ed una sostanziale adesione ad ogni istanza portata avanti dalle componenti più intolleranti ed integraliste presenti in un Paese che, almeno fino a ieri, noi eravamo soliti definire come “l’unico faro di democrazia in Medio Oriente”. Ed a questo proposito, ben si comprende il netto dissenso, espresso dalle comunità ebraiche europee, in merito alle irresponsabili provocazioni di Ben-Gvir, nel più che fondato timore che queste possano contribuire, in maniera determinante, al superamento definitivo di quell’ormai sottilissimo confine che dovrebbe ancora separare la critica legittima alla politica di Gerusalemme dal vero e proprio antisemitismo. Un fenomeno che ormai sta dilagando - senza freni, senza ritegno e senza memoria - in ogni ambito delle società europee, rendendo sempre più difficile distinguere tra quello che è il conflitto politico e quello che è l’odio razziale.  E pensare che Israele aveva, almeno formalmente, raccolto un vasto – quanto da noi inaspettato – patrimonio di solidarietà internazionale dopo la tragedia del 7 ottobre. Purtroppo, lo ha gradualmente sprecato: sia con l’incontrollata violenza esercitata su Gaza, che con alcune svolte politiche che ci portano adesso a domandarci dove sia finito il Paese che - prima a Camp David nel 2000 e poi ancora nel 2008 – offrì, rispettivamente ad Arafat e ad Abu Mazen, praticamente tutto quello che i due rais potessero desiderare, in cambio della sola pace. 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Infatti, al di là di ogni velleitaria narrazione green, il petrolio ed il gas continuano ad essere risorse indispensabili per il funzionamento delle economie globali e, pertanto, una  riduzione dei loro volumi disponibili non potrebbe che incidere pesantemente sui nostri costi di produzione e poi, di conseguenza, anche sui prezzi al consumo.  E purtroppo - come ci hanno ormai spiegato, fin troppo bene, analisti ed esperti di ogni continente - tra il 15 ed il 20% del petrolio mondiale consumato transitava normalmente da Hormuz. Per il gas poi, il disagio si è  fatto persino più opprimente, poiché una quota (oscillante tra il 20 e il 25%) del gas naturale liquefatto che si consumava  a livello planetario, proveniva proprio dal Qatar.   Inoltre, se anche, improvvisamente, i pasdaran si trasformassero in miti fraticelli di Assisi e Donald Trump assumesse le fattezze del Mahtma Gandhi, la crisi sarebbe, comunque, destinata a perdurare ancora per molto tempo, dal momento che quella di ripristinare l’ordinario funzionamento  delle catene logistiche e degli impianti rimasti danneggiati dai missili iraniani non sarà certo una faccenda che si risolve in pochi minuti. Ed a questo proposito, basta considerare che le stime per il recupero della più importante struttura mondiale di liquefazione – e cioè, quella di Ras Laffan – ci parlano di interventi che potrebbero richiedere dai 4 ai 5 anni di lavoro... E il gas – inutile ricordarlo – se rappresenta una risorsa  strategica per l’Europa intera, lo è poi, in maniera particolare, per l’Italia, visto che, nel nostro Paese,  una parte consistente dell’elettricità proviene proprio da centrali termoelettriche a gas. Centrali i cui costi sono, tra l’altro, anche aggravati - nell’Unione Europea - dal pagamento delle quote di CO2 che, attualmente, incidono per quasi 30 Euro a megawattora. Per questo motivo, ci sorprende non poco il fatto che, nonostante il momento che le economie comunitarie stanno vivendo, la Commissione UE – almeno fino ad oggi –  si sia opposta all’idea di sospendere, sia pure per qualche mese, questa forma di tassa carbonica, così onerosa rispetto al costo dell’elettricità. Bruxelles sta, invece, dando l’impressione di muoversi come se quella che è un’autentica emergenza energetica fosse, in realtà, solo il frutto della fantasia di qualche ossessionato menagramo. Solo così, riusciamo, infatti, a spiegarci  il suo rifiuto di consentire agli Stati membri di derogare – come, ad esempio, proposto anche dall’Italia - al patto di stabilità per poter meglio sostenere, in questa fase, sia le famiglie, che le imprese europee.  Pertanto, di fronte a tali rigidità (per non dire ottusità), gli spazi  a disposizione dei governi – specialmente quelli maggiormente indebitati -  non possono che ridursi a ben poca cosa: come, del resto, dimostrano gli interventi temporanei sulle accise di benzina e gasolio che, in definitiva - oltre a servire come una mentina contro una polmonite - non distinguono nemmeno tra chi viaggia per necessità di lavoro o di salute e chi, invece, lo fa per divertirsi al volante della  sua potentissima Ferrari...]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_17-05-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 17 May 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/72038631/punto_settimana_17_05_2026_07_07.mp3" length="5920808" type="audio/mpeg"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/e1a0fb0e-9c64-47ff-aeb6-e0f9e431b23e/e1a0fb0e-9c64-47ff-aeb6-e0f9e431b23e.srt" type="application/x-subrip" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/e1a0fb0e-9c64-47ff-aeb6-e0f9e431b23e/e1a0fb0e-9c64-47ff-aeb6-e0f9e431b23e.txt" type="text/plain" language="it"/><podcast:transcript url="https://transcription.spreaker.com/starship/e1a0fb0e-9c64-47ff-aeb6-e0f9e431b23e/e1a0fb0e-9c64-47ff-aeb6-e0f9e431b23e.vtt" type="text/vtt" language="it"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Non osiamo quasi immaginare gli ulteriori danni energetici che imprese e famiglie subirebbero se  la crisi del Golfo dovesse protrarsi ancora a lungo. 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Per il gas poi, il disagio si è  fatto persino più opprimente, poiché una quota (oscillante tra il 20 e il 25%) del gas naturale liquefatto che si consumava  a livello planetario, proveniva proprio dal Qatar.   Inoltre, se anche, improvvisamente, i pasdaran si trasformassero in miti fraticelli di Assisi e Donald Trump assumesse le fattezze del Mahtma Gandhi, la crisi sarebbe, comunque, destinata a perdurare ancora per molto tempo, dal momento che quella di ripristinare l’ordinario funzionamento  delle catene logistiche e degli impianti rimasti danneggiati dai missili iraniani non sarà certo una faccenda che si risolve in pochi minuti. Ed a questo proposito, basta considerare che le stime per il recupero della più importante struttura mondiale di liquefazione – e cioè, quella di Ras Laffan – ci parlano di interventi che potrebbero richiedere dai 4 ai 5 anni di lavoro... E il gas – inutile ricordarlo – se rappresenta una risorsa  strategica per l’Europa intera, lo è poi, in maniera particolare, per l’Italia, visto che, nel nostro Paese,  una parte consistente dell’elettricità proviene proprio da centrali termoelettriche a gas. Centrali i cui costi sono, tra l’altro, anche aggravati - nell’Unione Europea - dal pagamento delle quote di CO2 che, attualmente, incidono per quasi 30 Euro a megawattora. Per questo motivo, ci sorprende non poco il fatto che, nonostante il momento che le economie comunitarie stanno vivendo, la Commissione UE – almeno fino ad oggi –  si sia opposta all’idea di sospendere, sia pure per qualche mese, questa forma di tassa carbonica, così onerosa rispetto al costo dell’elettricità. Bruxelles sta, invece, dando l’impressione di muoversi come se quella che è un’autentica emergenza energetica fosse, in realtà, solo il frutto della fantasia di qualche ossessionato menagramo. Solo così, riusciamo, infatti, a spiegarci  il suo rifiuto di consentire agli Stati membri di derogare – come, ad esempio, proposto anche dall’Italia - al patto di stabilità per poter meglio sostenere, in questa fase, sia le famiglie, che le imprese europee.  Pertanto, di fronte a tali rigidità (per non dire ottusità), gli spazi  a disposizione dei governi – specialmente quelli maggiormente indebitati -  non possono che ridursi a ben poca cosa: come, del resto, dimostrano gli interventi temporanei sulle accise di benzina e gasolio che, in definitiva - oltre a servire come una mentina contro una polmonite - non distinguono nemmeno tra chi viaggia per necessità di lavoro o di salute e chi, invece, lo fa per divertirsi al volante della  sua potentissima Ferrari...]]></itunes:summary><itunes:duration>185</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Garlasco | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/garlasco-il-punto-della-settimana--71944359</link><description><![CDATA[E se Alberto Stasi, il giovane bocconiano che in tanti,  - basandosi sbrigativamente su alcune immagini non propriamente “castigate” che erano state trovate sul suo computer – avevano considerato, fin da subito, come un individuo capace di commettere anche i più efferati delitti, stesse albergando nelle nostre patrie galere da oltre undici anni per un crimine che non ha commesso? E se quel biondino dagli occhi – ahilui - di ghiaccio e dallo sguardo impenetrabile fosse magari finito nel vortice di uno di quei neanche tanto rari casi di giustizia approssimativa che mettono in cattiva luce i tribunali italiani? Adesso, vista la piega che sembrano prendere le indagini a Garlasco, aspettiamoci pure che, da un momento all’altro, lo spietato assassino torni ad essere un “bravo e sfortunato ragazzo”, rimasto vittima della superficialità o dell’incompetenza di chi, a suo tempo, decise del suo destino. D’altra parte, nel processo a carico di Stasi, non sono mai state raccolte prove ritenute sufficienti per superare la soglia dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio”: tanto è vero che, nei primi due gradi di giudizio, fu sempre assolto, poiché le accuse nei suoi confronti si fondavano su ricostruzioni essenzialmente indiziarie, mancando, infatti, una vera e propria “prova regina”.  Viene dunque, a questo punto, da chiedersi quante volte a prevalere, nei giudizi penali, non sia tanto la ricerca della verità, quanto invece l’ansia di fornire - comunque ed anche a rischio di commettere errori imperdonabili -  una qualche risposta alla sete di giustizia (o talvolta di vendetta) dell’opinione pubblica.  Tanto, in Italia, la responsabilità per errore giudiziario ricade, normalmente, sempre sullo Stato. È lo Stato, infatti, a risarcire il danno e non chi ha concretamente preso decisioni che possono avere distrutto, in maniera spesso definitiva, l’esistenza di un essere umano. Questo perchè una rivalsa nei confronti del giudice è prevista limitatamente alle fattispecie nelle quali egli abbia agito con dolo o colpa grave. Quindi, praticamente mai...  Ne discende, pertanto, un sistema in cui la magistratura esercita un potere enorme – ossia, quello di incidere sulla libertà e sull’esistenza delle persone - senza che a questa condizione di sostanziale dominio corrisponda una forma di responsabilità che sia adeguatamente conseguenziale e proporzionata.  E francamente, noi non possiamo che rabbrividire in presenza di un meccanismo accusatorio che i colpevoli pare più interessato a crearli, che a cercarli.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_10-05-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 10 May 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/71944359/punto_settimana_10_05_2026_07_07.mp3" length="4730461" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>E se Alberto Stasi, il giovane bocconiano che in tanti,  - basandosi sbrigativamente su alcune immagini non propriamente “castigate” che erano state trovate sul suo computer – avevano considerato, fin da subito, come un individuo capace di commettere...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[E se Alberto Stasi, il giovane bocconiano che in tanti,  - basandosi sbrigativamente su alcune immagini non propriamente “castigate” che erano state trovate sul suo computer – avevano considerato, fin da subito, come un individuo capace di commettere anche i più efferati delitti, stesse albergando nelle nostre patrie galere da oltre undici anni per un crimine che non ha commesso? E se quel biondino dagli occhi – ahilui - di ghiaccio e dallo sguardo impenetrabile fosse magari finito nel vortice di uno di quei neanche tanto rari casi di giustizia approssimativa che mettono in cattiva luce i tribunali italiani? Adesso, vista la piega che sembrano prendere le indagini a Garlasco, aspettiamoci pure che, da un momento all’altro, lo spietato assassino torni ad essere un “bravo e sfortunato ragazzo”, rimasto vittima della superficialità o dell’incompetenza di chi, a suo tempo, decise del suo destino. D’altra parte, nel processo a carico di Stasi, non sono mai state raccolte prove ritenute sufficienti per superare la soglia dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio”: tanto è vero che, nei primi due gradi di giudizio, fu sempre assolto, poiché le accuse nei suoi confronti si fondavano su ricostruzioni essenzialmente indiziarie, mancando, infatti, una vera e propria “prova regina”.  Viene dunque, a questo punto, da chiedersi quante volte a prevalere, nei giudizi penali, non sia tanto la ricerca della verità, quanto invece l’ansia di fornire - comunque ed anche a rischio di commettere errori imperdonabili -  una qualche risposta alla sete di giustizia (o talvolta di vendetta) dell’opinione pubblica.  Tanto, in Italia, la responsabilità per errore giudiziario ricade, normalmente, sempre sullo Stato. È lo Stato, infatti, a risarcire il danno e non chi ha concretamente preso decisioni che possono avere distrutto, in maniera spesso definitiva, l’esistenza di un essere umano. Questo perchè una rivalsa nei confronti del giudice è prevista limitatamente alle fattispecie nelle quali egli abbia agito con dolo o colpa grave. Quindi, praticamente mai...  Ne discende, pertanto, un sistema in cui la magistratura esercita un potere enorme – ossia, quello di incidere sulla libertà e sull’esistenza delle persone - senza che a questa condizione di sostanziale dominio corrisponda una forma di responsabilità che sia adeguatamente conseguenziale e proporzionata.  E francamente, noi non possiamo che rabbrividire in presenza di un meccanismo accusatorio che i colpevoli pare più interessato a crearli, che a cercarli.]]></itunes:summary><itunes:duration>148</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>25 Aprile | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/25-aprile-il-punto-della-settimana--71649207</link><description><![CDATA[Anche quest’anno, con l’avvicinarsi del 25 Aprile, il presidente del Senato, Ignazio la Russa, ha rilanciato l’idea di ricordare, contestualmente, sia i caduti della Resistenza, che quelli di Salò, come gesto di riconciliazione nazionale.  Chi sostiene l’opportunità di rivedere l’impianto celebrativo che, da sempre, caratterizza la Giornata della Liberazione, di solito lo fa argomentando che, in fondo, anche quelli che sono morti in camicia nera combattevano in “buona fede”. E su questo aspetto, non ci sentiamo certamente di negare che, un po’ perché costretti dalla leva obbligatoria e dalla paura di finire al muro in caso di diserzione e un po’ perché suggestionati da almeno vent’anni di propaganda fascista, chissà quanti giovani avranno imbracciato il moschetto senza avere pienamente contezza di quello che stessero facendo...D’altra parte, la storia del nostro secondo Novecento è piuttosto ricca di individui che, finita la guerra, hanno cancellato, più o meno spontaneamente, ogni legame con il proprio trascorso “repubblichino” per abbracciare nuovi orientamenti politici e culturali. Giusto così, poiché  una prova d’appello non si nega mai a nessuno. Tra l’altro, c’è stato persino chi, archiviando un passato per lui alquanto imbarazzante e facendo dell’antifascismo un proprio marchio di fabbrica, è arrivato persino a vincere il premio Nobel per la Letteratura…  Tuttavia, resta il fatto che un conto è indulgere sugli sbagli e sulle ingenuità che si possono commettere in gioventù ed un altro è, invece, quello di applicare concetti come “buona fede” o “patriottismo” ad eventi che, trascendendo la sfera dell’individuale, vanno, essenzialmente, ad inquadrarsi in una prospettiva che è storica e, quindi, anche inevitabilmente collettiva.  E purtroppo, nel nostro Paese, in quel tragico biennio 1943 – 45, si ammazzarono tra di loro cittadini italiani che (consapevolmente o meno) stavano dalla parte di Hitler ed altri che, invece, lo combattevano.  Di conseguenza, pensiamo che sia quasi inutile soffermarsi ad immaginare come sarebbe ancora oggi il mondo se, per disgrazia, avessero vinto i primi...  Ci pare, pertanto, opportuno evitare di commemorare insieme i caduti dell’una e dell’altra parte: se, infatti, sarà pure vero che tutti i morti (o quasi) meritano rispetto, altrettanto fondata è però anche l’obiezione di chi ritiene che l’ accomunare le sorti di partigiani e brigate nere, più che a promuovere un lodevole gesto di pietà umana, servirebbe, in realtà, solamente ad alimentare un pericoloso fenomeno di confusione interpretativa della nostra Storia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_26-04-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 26 Apr 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/71649207/punto_settimana_26_04_2026_07_07.mp3" length="4921050" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Anche quest’anno, con l’avvicinarsi del 25 Aprile, il presidente del Senato, Ignazio la Russa, ha rilanciato l’idea di ricordare, contestualmente, sia i caduti della Resistenza, che quelli di Salò, come gesto di riconciliazione nazionale.  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E su questo aspetto, non ci sentiamo certamente di negare che, un po’ perché costretti dalla leva obbligatoria e dalla paura di finire al muro in caso di diserzione e un po’ perché suggestionati da almeno vent’anni di propaganda fascista, chissà quanti giovani avranno imbracciato il moschetto senza avere pienamente contezza di quello che stessero facendo...D’altra parte, la storia del nostro secondo Novecento è piuttosto ricca di individui che, finita la guerra, hanno cancellato, più o meno spontaneamente, ogni legame con il proprio trascorso “repubblichino” per abbracciare nuovi orientamenti politici e culturali. Giusto così, poiché  una prova d’appello non si nega mai a nessuno. Tra l’altro, c’è stato persino chi, archiviando un passato per lui alquanto imbarazzante e facendo dell’antifascismo un proprio marchio di fabbrica, è arrivato persino a vincere il premio Nobel per la Letteratura…  Tuttavia, resta il fatto che un conto è indulgere sugli sbagli e sulle ingenuità che si possono commettere in gioventù ed un altro è, invece, quello di applicare concetti come “buona fede” o “patriottismo” ad eventi che, trascendendo la sfera dell’individuale, vanno, essenzialmente, ad inquadrarsi in una prospettiva che è storica e, quindi, anche inevitabilmente collettiva.  E purtroppo, nel nostro Paese, in quel tragico biennio 1943 – 45, si ammazzarono tra di loro cittadini italiani che (consapevolmente o meno) stavano dalla parte di Hitler ed altri che, invece, lo combattevano.  Di conseguenza, pensiamo che sia quasi inutile soffermarsi ad immaginare come sarebbe ancora oggi il mondo se, per disgrazia, avessero vinto i primi...  Ci pare, pertanto, opportuno evitare di commemorare insieme i caduti dell’una e dell’altra parte: se, infatti, sarà pure vero che tutti i morti (o quasi) meritano rispetto, altrettanto fondata è però anche l’obiezione di chi ritiene che l’ accomunare le sorti di partigiani e brigate nere, più che a promuovere un lodevole gesto di pietà umana, servirebbe, in realtà, solamente ad alimentare un pericoloso fenomeno di confusione interpretativa della nostra Storia.]]></itunes:summary><itunes:duration>154</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Non tutto il male viene per nuocere | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/non-tutto-il-male-viene-per-nuocere-il-punto-della-settimana--71450405</link><description><![CDATA[Ci sembra che, per quanto riguarda le vicende della politica italiana, il fatto più rilevante di questa settimana sia stato il sostanziale “ben servito” che il bizzoso presidente americano, Donald Trump, ha dato alla nostra premier Giorgia Meloni, la quale si era forse un po’ troppo a lungo, incautamente, cullata nell’illusione di poter contare su un rapporto se non di amicizia, almeno di vicinanza politica con un signore che, invece, ha già ampiamente dimostrato di saper essere solidale solamente con se stesso.        Il famoso “ponte” tra Unione Europea e Stati Uniti è, dunque, rapidamente crollato alla prima folata di vento, anche perché - come del resto apparve evidente fin dal suo secondo insediamento alla Casa Bianca - l’improbabile interlocutore d’Oltreoceano non era affatto interessato a consolidarlo.        D’altra parte, dopo l’indecisa presa di distanza sulla guerra in Iran (“non condivido, né condanno”), ma soprattutto dopo aver osato definire “inaccettabile” l’attacco di Trump al Papa, ci sarebbe stato veramente da meravigliarsi se sulla testa della Meloni non fossero piovute tutte quelle espressioni di delusione e di disistima che il Tycoon ha voluto riversarle.               In ogni caso, per quanto si sia trattato di una reazione più che prevedibile,  quella che da Washington ha investito la guida del nostro Governo resta, indubbiamente, una  sfuriata destinata ad avere un effetto tutt’altro che marginale, sia livello di politica estera, che di immagine per la stessa Meloni. Meloni che aveva, inutilmente, cercato in tutti i modi di tenere uniti Trump e l’Occidente europeo, per poi dovere amaramente prendere atto di quanto l’impresa fosse titanica…       Tuttavia, non è neppure detto che da questo suo insuccesso strategico, l’inquilina di Palazzo Chigi non possa trarre anche dei vantaggi: anzi, considerata l’aria che tira in questo momento, diremmo più vantaggi che altro, visto che, nel giro  di 48 ore, Giorgia è, improvvisamente, riuscita a svincolarsi da una situazione “tossica” e fastidiosa, che la vedeva ancora legata allo sconfitto Orban ed all’ormai universalmente mal sopportato Donald Trump.        E se alla fine, la scomunica arrivata dalla Casa Bianca si rivelasse come una sorta di valido ricostituente, utile per ridare un po’ di tono alla sua immagine elettorale, ultimamente abbastanza impallidita? E se alla fine, tutte le espressioni di rancorosa sfiducia che l’hanno colpita in queste giornate, si traducessero in un autentico ed insperato colpo di fortuna, in grado di salvare sia lei, che il suo Governo da una deriva di imbarazzante isolamento politico non solo interno, ma anche internazionale?        Resta il fatto che, in ogni caso, questa polemica con gli Usa segna la fine ed anche il parziale fallimento della strategia estera che Giorgia Meloni aveva seguito fino ad oggi.        Per parte nostra, siamo però certi che l’Italia, pur magari rivendicando – speriamo soprattutto sul piano commerciale - una maggiore autonomia rispetto all’alleato americano, ben difficilmente defletterà da quella ininterrotta tradizione di rapporti di ragionevole convenienza che, da oltre ottant’anni, la affiancano agli Stati Uniti. Anche perché delle cosiddette “terze vie”, quello che resta sono ormai soltanto delle sbiadite memorie che ora intristiscono negli archivi del passato, mentre – piaccia o non piaccia – dell’America, al momento, non possiamo ancora permetterci di farne a meno.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm   oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3   Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio:  Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_19-04-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 19 Apr 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/71450405/punto_settimana_19_04_2026_07_07.mp3" length="6171779" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Ci sembra che, per quanto riguarda le vicende della politica italiana, il fatto più rilevante di questa settimana sia stato il sostanziale “ben servito” che il bizzoso presidente americano, Donald Trump, ha dato alla nostra premier Giorgia Meloni, la...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ci sembra che, per quanto riguarda le vicende della politica italiana, il fatto più rilevante di questa settimana sia stato il sostanziale “ben servito” che il bizzoso presidente americano, Donald Trump, ha dato alla nostra premier Giorgia Meloni, la quale si era forse un po’ troppo a lungo, incautamente, cullata nell’illusione di poter contare su un rapporto se non di amicizia, almeno di vicinanza politica con un signore che, invece, ha già ampiamente dimostrato di saper essere solidale solamente con se stesso.        Il famoso “ponte” tra Unione Europea e Stati Uniti è, dunque, rapidamente crollato alla prima folata di vento, anche perché - come del resto apparve evidente fin dal suo secondo insediamento alla Casa Bianca - l’improbabile interlocutore d’Oltreoceano non era affatto interessato a consolidarlo.        D’altra parte, dopo l’indecisa presa di distanza sulla guerra in Iran (“non condivido, né condanno”), ma soprattutto dopo aver osato definire “inaccettabile” l’attacco di Trump al Papa, ci sarebbe stato veramente da meravigliarsi se sulla testa della Meloni non fossero piovute tutte quelle espressioni di delusione e di disistima che il Tycoon ha voluto riversarle.               In ogni caso, per quanto si sia trattato di una reazione più che prevedibile,  quella che da Washington ha investito la guida del nostro Governo resta, indubbiamente, una  sfuriata destinata ad avere un effetto tutt’altro che marginale, sia livello di politica estera, che di immagine per la stessa Meloni. Meloni che aveva, inutilmente, cercato in tutti i modi di tenere uniti Trump e l’Occidente europeo, per poi dovere amaramente prendere atto di quanto l’impresa fosse titanica…       Tuttavia, non è neppure detto che da questo suo insuccesso strategico, l’inquilina di Palazzo Chigi non possa trarre anche dei vantaggi: anzi, considerata l’aria che tira in questo momento, diremmo più vantaggi che altro, visto che, nel giro  di 48 ore, Giorgia è, improvvisamente, riuscita a svincolarsi da una situazione “tossica” e fastidiosa, che la vedeva ancora legata allo sconfitto Orban ed all’ormai universalmente mal sopportato Donald Trump.        E se alla fine, la scomunica arrivata dalla Casa Bianca si rivelasse come una sorta di valido ricostituente, utile per ridare un po’ di tono alla sua immagine elettorale, ultimamente abbastanza impallidita? E se alla fine, tutte le espressioni di rancorosa sfiducia che l’hanno colpita in queste giornate, si traducessero in un autentico ed insperato colpo di fortuna, in grado di salvare sia lei, che il suo Governo da una deriva di imbarazzante isolamento politico non solo interno, ma anche internazionale?        Resta il fatto che, in ogni caso, questa polemica con gli Usa segna la fine ed anche il parziale fallimento della strategia estera che Giorgia Meloni aveva seguito fino ad oggi.        Per parte nostra, siamo però certi che l’Italia, pur magari rivendicando – speriamo soprattutto sul piano commerciale - una maggiore autonomia rispetto all’alleato americano, ben difficilmente defletterà da quella ininterrotta tradizione di rapporti di ragionevole convenienza che, da oltre ottant’anni, la affiancano agli Stati Uniti. Anche perché delle cosiddette “terze vie”, quello che resta sono ormai soltanto delle sbiadite memorie che ora intristiscono negli archivi del passato, mentre – piaccia o non piaccia – dell’America, al momento, non possiamo ancora permetterci di farne a meno.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm   oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3   Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio:  Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>193</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Oggi si vota in Ungheria | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/oggi-si-vota-in-ungheria-il-punto-della-settimana--71270910</link><description><![CDATA[Oggi, domenica 12 aprile, gli elettori ungheresi sono chiamati a votare per definire il futuro politico del loro Paese. Apparentemente, dovrebbe trattarsi di un avvenimento di scarsa rilevanza internazionale, dal momento che stiamo, pur sempre, parlando di una Nazione che, con i suoi neanche dieci milioni di abitanti, rappresenta all’incirca soltanto il 2% dell’intera popolazione europea.   Tuttavia, quella che sta per concludersi sarà, invece, una sfida di assoluta importanza, dal momento che l’Ungheria - per tutta la durata dell’era Orban - ha agito, consapevolmente, da strumento utilizzato da Russia, Cina e Stati Uniti, al fine di rallentare - se non apertamente boicottare - la già di per sé complessa ed incerta costruzione europea.  Orban si è, ad esempio,  progressivamente sempre più appiattito sulla politica del Cremlino, condividendone la crescente diffidenza nei confronti dell’Unione Europea, fino ad arrivare a nutrire anche una malcelata ostilità nei riguardi dell’Ucraina. Basti pensare che, ultimamente, avvalendosi del diritto di veto – di cui Bruxelles non è ancora riuscita a liberarsi - è riuscito persino a bloccare il prestito comunitario di 90 miliardi di euro a Kiev… Quanto agli Stati Uniti, possiamo dire che, in queste ultime giornate, si siano davvero giocati una bella partita con Putin per stabilire a chi spetti il titolo di “più impegnato sostenitore della campagna elettorale di Victor Orban”. Non ci pare, infatti, di ricordare precedenti nei quali, per ribadire l’appoggio ad un determinato candidato europeo, si sia mosso addirittura un vice – presidente americano...Eppure, sono soltanto di martedì scorso le immagini di J.D. Vance che - intervenuto a Budapest proprio per dare una mano all’amico Orban in difficoltà con i sondaggi pre elettorali - non ha esitato a parlare di “burocrati di Bruxelles che hanno cercato di distruggere l’economia dell'Ungheria”, rendendola  “meno indipendente dal punto di vista energetico” e cercando “di aumentare i costi per i consumatori ungheresi”.  D’altra parte, quella che lo stesso Premier ungherese ha definito come una “democrazia illiberale”, riflette, su alcuni temi chiave, proprio le impostazioni dell’America di Trump: dalle dure politiche anti-immigrazione al non sempre limpido rispetto per le norme liberali, dalla diffidenza verso le istituzioni globali all’intolleranza nei riguardi dei media meno acquiescenti dinanzi al volere di chi governa.   Washington, Mosca e Pechino sono, quindi – ciascuna a modo suo – protagoniste attive delle elezioni ungheresi ed il loro obbiettivo è anche piuttosto chiaro: impedire che, dalle urne, possa scaturire qualche intoppo fastidioso e destinato a turbare il regolare funzionamento di quel piccolo (ma efficace) meccanismo sovranista, già sperimentato con successo, ogni volta che si è trattato di impedire al puledro europeo  di diventare realmente quel cavallo di razza che, se lasciato libero di gareggiare, avrebbe potuto cominciare a vincere un po’ troppe corse...   A noi non resta che attendere: a breve, conosceremo, comunque, il risultato di una consultazione da cui dipenderà non poco anche il futuro della libertà e della democrazia nel nostro Vecchio Continente.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_12-04-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 12 Apr 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/71270910/punto_settimana_12_04_2026_07_07.mp3" length="6387512" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi, domenica 12 aprile, gli elettori ungheresi sono chiamati a votare per definire il futuro politico del loro Paese. 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Orban si è, ad esempio,  progressivamente sempre più appiattito sulla politica del Cremlino, condividendone la crescente diffidenza nei confronti dell’Unione Europea, fino ad arrivare a nutrire anche una malcelata ostilità nei riguardi dell’Ucraina. Basti pensare che, ultimamente, avvalendosi del diritto di veto – di cui Bruxelles non è ancora riuscita a liberarsi - è riuscito persino a bloccare il prestito comunitario di 90 miliardi di euro a Kiev… Quanto agli Stati Uniti, possiamo dire che, in queste ultime giornate, si siano davvero giocati una bella partita con Putin per stabilire a chi spetti il titolo di “più impegnato sostenitore della campagna elettorale di Victor Orban”. Non ci pare, infatti, di ricordare precedenti nei quali, per ribadire l’appoggio ad un determinato candidato europeo, si sia mosso addirittura un vice – presidente americano...Eppure, sono soltanto di martedì scorso le immagini di J.D. Vance che - intervenuto a Budapest proprio per dare una mano all’amico Orban in difficoltà con i sondaggi pre elettorali - non ha esitato a parlare di “burocrati di Bruxelles che hanno cercato di distruggere l’economia dell'Ungheria”, rendendola  “meno indipendente dal punto di vista energetico” e cercando “di aumentare i costi per i consumatori ungheresi”.  D’altra parte, quella che lo stesso Premier ungherese ha definito come una “democrazia illiberale”, riflette, su alcuni temi chiave, proprio le impostazioni dell’America di Trump: dalle dure politiche anti-immigrazione al non sempre limpido rispetto per le norme liberali, dalla diffidenza verso le istituzioni globali all’intolleranza nei riguardi dei media meno acquiescenti dinanzi al volere di chi governa.   Washington, Mosca e Pechino sono, quindi – ciascuna a modo suo – protagoniste attive delle elezioni ungheresi ed il loro obbiettivo è anche piuttosto chiaro: impedire che, dalle urne, possa scaturire qualche intoppo fastidioso e destinato a turbare il regolare funzionamento di quel piccolo (ma efficace) meccanismo sovranista, già sperimentato con successo, ogni volta che si è trattato di impedire al puledro europeo  di diventare realmente quel cavallo di razza che, se lasciato libero di gareggiare, avrebbe potuto cominciare a vincere un po’ troppe corse...   A noi non resta che attendere: a breve, conosceremo, comunque, il risultato di una consultazione da cui dipenderà non poco anche il futuro della libertà e della democrazia nel nostro Vecchio Continente.]]></itunes:summary><itunes:duration>200</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Primarie all’OK Corral? | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/primarie-all-ok-corral-il-punto-della-settimana--70967517</link><description><![CDATA[Il primo a muoversi sulla strada che porta alle primarie del Campo Largo è stato Giuseppe Conte, il quale, a urne ancora calde, ha anticipato tutti i suoi sodali di coalizione referendaria annunciando “l’avviso di sfratto” al Governo e aprendo alla prospettiva della consultazione di base ai gazebo, purché – ha spiegato l’avvocato del popolo – non si tratti di “primarie di partito”. Ha poi, bontà sua, riconosciuto a Elly Schlein il giusto diritto di partecipare anch’essa alle eventuali primarie, visto e considerato, il “gran lavoro” da lei svolto per rilanciare un PD che, con la segreteria Letta, si era eccessivamente appiattito sulla cosiddetta “agenda Draghi”. Tuttavia, se primarie dovranno essere, per l’ex premier bisognerà che non si rivelino – come solitamente avvenuto in passato – soltanto banalmente confermative, ma traccino, invece, esaurientemente, “il perimetro dell’alleanza progressista rispetto ai programmi della politica estera, della giustizia, del lavoro e della sanità”. E qui, forse, a voler leggere tra le righe, si potrebbe cogliere anche un altro “avviso di sfratto”: quello cioè, riservato a Matteo Renzi e ad alcune componenti meno addomesticabili del Partito Democratico. E’ vero che – a meno di impreviste elezioni anticipate – il lasso di tempo che ci separa dalle prossime politiche del 2027 consentirebbe uno spazio potenzialmente più che adeguato per discutere, seriamente, su come oggi occorra veramente procedere per dare vita ad uno schieramento politico in grado di rappresentare un’alternativa credibile alla Destra.  Ciò nonostante, il rischio che eventuali nuove primarie presentano – soprattutto se intese come le intende Conte –  è quello di allontanare (anziché avvicinare) tra di loro i partiti del Campo Largo, portando alla luce più imbarazzanti divisioni – vedi, ad esempio, la  politica internazionale – che salde convergenze.  Salvo, alla fine della favola, emergesse la figura di un federatore, ossia di un personaggio super partes e rassicurante, che fosse, quindi, in grado di porsi come punto di riferimento valido non solo per la Sinistra, ma anche per altre fasce di elettorato attualmente disamorate o, comunque, disinteressate rispetto al dibattito politico. Altrimenti - poiché immaginiamo che il previsto scambio di argomentazioni tra Conte e Schlein ben difficilmente avverrà nella composta e garbata atmosfera di un salotto del Settecento - ci aspettiamo di dover assistere ad una desolante serie di fratture e di incomunicabilità: alle quali però, almeno formalmente, dovranno poi comunque seguire – come si conviene -anche le rituali (ed in genere ben poco spontanee) investiture di legittimità  alla guida del Campo Largo, destinate alla parte uscita vincitrice dai gazebo.  Oppure, sarà una più schietta e chiarificatrice presa d’atto di incompatibilità programmatica: proprio come quella che, del resto, già si verificò nel 2022, facilitando allora, in buona misura, l’insediamento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_29-03-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 29 Mar 2026 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/70967517/punto_settimana_29_03_2026_07_07.mp3" length="5702634" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Il primo a muoversi sulla strada che porta alle primarie del Campo Largo è stato Giuseppe Conte, il quale, a urne ancora calde, ha anticipato tutti i suoi sodali di coalizione referendaria annunciando “l’avviso di sfratto” al Governo e aprendo alla...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il primo a muoversi sulla strada che porta alle primarie del Campo Largo è stato Giuseppe Conte, il quale, a urne ancora calde, ha anticipato tutti i suoi sodali di coalizione referendaria annunciando “l’avviso di sfratto” al Governo e aprendo alla prospettiva della consultazione di base ai gazebo, purché – ha spiegato l’avvocato del popolo – non si tratti di “primarie di partito”. Ha poi, bontà sua, riconosciuto a Elly Schlein il giusto diritto di partecipare anch’essa alle eventuali primarie, visto e considerato, il “gran lavoro” da lei svolto per rilanciare un PD che, con la segreteria Letta, si era eccessivamente appiattito sulla cosiddetta “agenda Draghi”. Tuttavia, se primarie dovranno essere, per l’ex premier bisognerà che non si rivelino – come solitamente avvenuto in passato – soltanto banalmente confermative, ma traccino, invece, esaurientemente, “il perimetro dell’alleanza progressista rispetto ai programmi della politica estera, della giustizia, del lavoro e della sanità”. E qui, forse, a voler leggere tra le righe, si potrebbe cogliere anche un altro “avviso di sfratto”: quello cioè, riservato a Matteo Renzi e ad alcune componenti meno addomesticabili del Partito Democratico. E’ vero che – a meno di impreviste elezioni anticipate – il lasso di tempo che ci separa dalle prossime politiche del 2027 consentirebbe uno spazio potenzialmente più che adeguato per discutere, seriamente, su come oggi occorra veramente procedere per dare vita ad uno schieramento politico in grado di rappresentare un’alternativa credibile alla Destra.  Ciò nonostante, il rischio che eventuali nuove primarie presentano – soprattutto se intese come le intende Conte –  è quello di allontanare (anziché avvicinare) tra di loro i partiti del Campo Largo, portando alla luce più imbarazzanti divisioni – vedi, ad esempio, la  politica internazionale – che salde convergenze.  Salvo, alla fine della favola, emergesse la figura di un federatore, ossia di un personaggio super partes e rassicurante, che fosse, quindi, in grado di porsi come punto di riferimento valido non solo per la Sinistra, ma anche per altre fasce di elettorato attualmente disamorate o, comunque, disinteressate rispetto al dibattito politico. Altrimenti - poiché immaginiamo che il previsto scambio di argomentazioni tra Conte e Schlein ben difficilmente avverrà nella composta e garbata atmosfera di un salotto del Settecento - ci aspettiamo di dover assistere ad una desolante serie di fratture e di incomunicabilità: alle quali però, almeno formalmente, dovranno poi comunque seguire – come si conviene -anche le rituali (ed in genere ben poco spontanee) investiture di legittimità  alla guida del Campo Largo, destinate alla parte uscita vincitrice dai gazebo.  Oppure, sarà una più schietta e chiarificatrice presa d’atto di incompatibilità programmatica: proprio come quella che, del resto, già si verificò nel 2022, facilitando allora, in buona misura, l’insediamento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.]]></itunes:summary><itunes:duration>179</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Iran: a che punto siamo arrivati? | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/iran-a-che-punto-siamo-arrivati-il-punto-della-settimana--70807643</link><description><![CDATA[A che punto siamo arrivati nella guerra in Iran ad ormai tre settimane dal primo attacco israelo – americano? Ce lo domandiamo cercando di attenerci alla cruda realtà dei fatti e senza farci troppo suggestionare dalle roboanti dichiarazioni trumpiane e da quelle altrettanto campate per aria del regime di Teheran.  Di certo, sappiamo che, fino al 28 febbraio, una sciagura così devastante la repubblica islamica non l’aveva mai vissuta, con migliaia di obbiettivi distrutti, decine di altissimi esponenti uccisi e con l’affondamento pressoché totale della sua flotta militare. Pertanto, quando i bombardamenti dei jet nemici – che, attualmente, sorvolano del tutto indisturbati i cieli persiani - saranno terminati, l’Iran sarà, indiscutibilmente, un Paese molto più in difficoltà di prima e, probabilmente, anche sull’orlo del collasso economico. Tuttavia, appare anche piuttosto evidente come il regime sciita - anche per la sua struttura compatta e articolata - non stia, al momento, dando alcun cenno di cedimento interno. E questo succede anche perché – come non ci siamo ancora stancati di ripetere – Washington e Gerusalemme si trovano, oggi, a dover fare i conti con una realtà che si fonda, essenzialmente, su incrollabili presupposti religiosi, che danno un senso di sacralità alla sua missione rivoluzionaria. Una realtà che – per quanto a noi possa apparire davvero strana – trova, dunque, le sue motivazioni in un oltranzismo fanatico, che la induce a combattere una sorta di battaglia definitiva e dai tratti apocalittici.  Non è il caso, quindi, di farsi troppe illusioni circa gli eventuali tempi rapidi in cui potrebbe terminare il conflitto, perché ben difficilmente l’Iran accetterà di abbassare la guardia: e la richiesta di resa incondizionata, più volte avanzata da Trump, rivela solamente la sua scarsa conoscenza di chi sia, veramente, il suo avverso interlocutore.  Un regime di questa natura, potrebbe, infatti, cadere solo attraverso una invasione di terra (particolarmente rischiosa sul piano delle perdite di soldati statunitensi), oppure a seguito di una molto ipotetica ribellione interna, che fosse adeguatamente armata e pronta al sacrificio.  E francamente, allo stato attuale delle cose, non ci pare affatto che queste due  condizioni abbiano, seriamente, qualche possibilità di assumere  un minimo di concretezza.  L’epilogo più probabile di tutta questa vicenda bellica sarà, quindi, quello che – una volta finiti, in un modo o nell’altro, i bombardamenti - il regime di Teheran continuerà a sopravvivere anche se avrà, indubbiamente, pagato un prezzo enorme.  Di conseguenza, solo trasformandosi improvvisamente in George  Bush junior, Trump potrebbe, credibilmente, sperare di riuscire ad abbattere quel sistema di potere islamico che, dal 1979 ad oggi, ha seminato la morte ed il terrore in tutto il Medio Oriente. Ma che tale mutazione avvenga sul serio, ci sembra altamente improbabile.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_22-03-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 22 Mar 2026 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/70807643/punto_settimana_22_03_2026_07_07.mp3" length="5732727" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A che punto siamo arrivati nella guerra in Iran ad ormai tre settimane dal primo attacco israelo – americano? Ce lo domandiamo cercando di attenerci alla cruda realtà dei fatti e senza farci troppo suggestionare dalle roboanti dichiarazioni trumpiane...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A che punto siamo arrivati nella guerra in Iran ad ormai tre settimane dal primo attacco israelo – americano? Ce lo domandiamo cercando di attenerci alla cruda realtà dei fatti e senza farci troppo suggestionare dalle roboanti dichiarazioni trumpiane e da quelle altrettanto campate per aria del regime di Teheran.  Di certo, sappiamo che, fino al 28 febbraio, una sciagura così devastante la repubblica islamica non l’aveva mai vissuta, con migliaia di obbiettivi distrutti, decine di altissimi esponenti uccisi e con l’affondamento pressoché totale della sua flotta militare. Pertanto, quando i bombardamenti dei jet nemici – che, attualmente, sorvolano del tutto indisturbati i cieli persiani - saranno terminati, l’Iran sarà, indiscutibilmente, un Paese molto più in difficoltà di prima e, probabilmente, anche sull’orlo del collasso economico. Tuttavia, appare anche piuttosto evidente come il regime sciita - anche per la sua struttura compatta e articolata - non stia, al momento, dando alcun cenno di cedimento interno. E questo succede anche perché – come non ci siamo ancora stancati di ripetere – Washington e Gerusalemme si trovano, oggi, a dover fare i conti con una realtà che si fonda, essenzialmente, su incrollabili presupposti religiosi, che danno un senso di sacralità alla sua missione rivoluzionaria. Una realtà che – per quanto a noi possa apparire davvero strana – trova, dunque, le sue motivazioni in un oltranzismo fanatico, che la induce a combattere una sorta di battaglia definitiva e dai tratti apocalittici.  Non è il caso, quindi, di farsi troppe illusioni circa gli eventuali tempi rapidi in cui potrebbe terminare il conflitto, perché ben difficilmente l’Iran accetterà di abbassare la guardia: e la richiesta di resa incondizionata, più volte avanzata da Trump, rivela solamente la sua scarsa conoscenza di chi sia, veramente, il suo avverso interlocutore.  Un regime di questa natura, potrebbe, infatti, cadere solo attraverso una invasione di terra (particolarmente rischiosa sul piano delle perdite di soldati statunitensi), oppure a seguito di una molto ipotetica ribellione interna, che fosse adeguatamente armata e pronta al sacrificio.  E francamente, allo stato attuale delle cose, non ci pare affatto che queste due  condizioni abbiano, seriamente, qualche possibilità di assumere  un minimo di concretezza.  L’epilogo più probabile di tutta questa vicenda bellica sarà, quindi, quello che – una volta finiti, in un modo o nell’altro, i bombardamenti - il regime di Teheran continuerà a sopravvivere anche se avrà, indubbiamente, pagato un prezzo enorme.  Di conseguenza, solo trasformandosi improvvisamente in George  Bush junior, Trump potrebbe, credibilmente, sperare di riuscire ad abbattere quel sistema di potere islamico che, dal 1979 ad oggi, ha seminato la morte ed il terrore in tutto il Medio Oriente. Ma che tale mutazione avvenga sul serio, ci sembra altamente improbabile.]]></itunes:summary><itunes:duration>180</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Si sa come inizia e non come finisce | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/si-sa-come-inizia-e-non-come-finisce-il-punto-della-settimana--70642389</link><description><![CDATA[L’idea che le guerre si sa come inizino, ma non come finiscano, mostra più che mai la sua perenne attualità proprio nel caso dell’attacco isaraelo – americano del 28 febbraio all’Iran. Certamente, gli intensi bombardamenti alle strutture militari, l’affondamento pressoché totale della flotta navale, l’uccisione di numerosi alti esponenti del regime – su tutte quella di Ali Khamenei - hanno confermato la formidabile efficacia distruttiva dei due eserciti più tecnologici e avanzati del Pianeta. Musica celestiale, dunque, per le orecchie di quanti attendono, da ormai 47 anni, che uno dei regimi più odiosi della storia si decida, finalmente, a farsi da parte. Tuttavia, ci pare che, al di là degli indubbi successi ottenuti sul campo di battaglia e di alcune trionfalistiche dichiarazioni della Casa Bianca, resti, comunque, ancora irrisolto un problema fondamentale che investe tutta questa vicenda bellica: e cioè, quello di capire quale fosse realmente, fin dall’inizio, l’obbiettivo politico e strategico che aveva indotto Donald e Bibi ad agire.  Come ogni volta che a condurre i giochi è Trump, il compito di chi cerca di trovare risposte esaurienti è tutt’altro che facile: il Tycoon, come suo solito, ha, infatti, continuato a variare l’esposizione delle sue finalità con dichiarazioni contraddittorie ed improvvisate da un giorno all’altro...mentre da Netanyahu – che forse ha le idee un po’ meno confuse del suo sodale - più di qualche accenno all’imminente liberazione del popolo persiano non è arrivato.    Probabilmente Trump pensava che la repubblica islamica, ridotta allo stremo dai tremendi colpi subiti, accettasse rapidamente di scendere a più miti consigli e finisse, in sostanza, per stabilire, con gli Stati Uniti, una sorta di collaborazione simil venezuelana. Ma la sua era soltanto una pia illusione, incapace di tenere conto delle profonde differenze ideologiche e strutturali che sussistono tra un regime laico e fondato essenzialmente sulla corruzione come quello di Maduro e quello degli ayatollah che si alimenta, invece, di un sacro furore teocratico e (a suo modo, si intende) missionario. Pertanto, ci stupiremmo davvero se, prima o poi, gli eredi di Khomeyni e di Khamenei si riducessero a negoziare seriamente con il “Grande Satana” americano, mettendo così, di fatto, in discussione la loro stessa ragione di essere. E qui, entra in causa l’incapacità dell’attuale amministrazione americana nel mettere a fuoco le specificità culturali dei suoi interlocutori, catalogandoli tutti come soggetti indifferenziati, suscettibili di cedere alle stesse pressioni ed orientati a ragionare esclusivamente in termini di vantaggi economici: quasi fossero tutti fatti della stessa materia di cui sono fatti gli interlocutori newyorkesi con i quali Witkoff e Kushner sono abituati a parlare di affari immobiliari... Al contrario, per i dirigenti iraniani, ciò che conta sopra ogni altro tipo di considerazione è, invece, la “missione”rivoluzionaria che essi si sono dati da ormai quasi mezzo secolo. L’utile economico – per quanto non del tutto disprezzabile, visti i patrimoni accumulati all’estero da certe “guide supreme” – è, pertanto, un aspetto sostanzialmente secondario, rispetto al complesso di valori assoluti di cui si compone la rivoluzione palingenetica sciita. Stiamo, pertanto, parlando di una prospettiva dogmatica e religiosa completamente avulsa rispetto alla percezione geopolitica che caratterizza l’Amministrazione Trump, così incline, invece, ad inquadrare la politica estera in categorie prevalentemente ispirate al pragmatismo, alle “carte da giocare” ed al tornaconto finanziario. Il mondo si prepari, quindi, a coesistere ancora a lungo con un regime fondamentalista sciita che, sebbene ridotto ai minimi termini, ci sembra, comunque, destinato a sopravvivere: magari fortemente ridimensionato nella sua pericolosità, ma certamente non meno spietato e fanaticamente determinato nel perseguimento dei suoi fini.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_15-03-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 15 Mar 2026 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/70642389/punto_settimana_15_03_2026_07_07.mp3" length="7477288" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>L’idea che le guerre si sa come inizino, ma non come finiscano, mostra più che mai la sua perenne attualità proprio nel caso dell’attacco isaraelo – americano del 28 febbraio all’Iran. Certamente, gli intensi bombardamenti alle strutture militari,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L’idea che le guerre si sa come inizino, ma non come finiscano, mostra più che mai la sua perenne attualità proprio nel caso dell’attacco isaraelo – americano del 28 febbraio all’Iran. Certamente, gli intensi bombardamenti alle strutture militari, l’affondamento pressoché totale della flotta navale, l’uccisione di numerosi alti esponenti del regime – su tutte quella di Ali Khamenei - hanno confermato la formidabile efficacia distruttiva dei due eserciti più tecnologici e avanzati del Pianeta. Musica celestiale, dunque, per le orecchie di quanti attendono, da ormai 47 anni, che uno dei regimi più odiosi della storia si decida, finalmente, a farsi da parte. Tuttavia, ci pare che, al di là degli indubbi successi ottenuti sul campo di battaglia e di alcune trionfalistiche dichiarazioni della Casa Bianca, resti, comunque, ancora irrisolto un problema fondamentale che investe tutta questa vicenda bellica: e cioè, quello di capire quale fosse realmente, fin dall’inizio, l’obbiettivo politico e strategico che aveva indotto Donald e Bibi ad agire.  Come ogni volta che a condurre i giochi è Trump, il compito di chi cerca di trovare risposte esaurienti è tutt’altro che facile: il Tycoon, come suo solito, ha, infatti, continuato a variare l’esposizione delle sue finalità con dichiarazioni contraddittorie ed improvvisate da un giorno all’altro...mentre da Netanyahu – che forse ha le idee un po’ meno confuse del suo sodale - più di qualche accenno all’imminente liberazione del popolo persiano non è arrivato.    Probabilmente Trump pensava che la repubblica islamica, ridotta allo stremo dai tremendi colpi subiti, accettasse rapidamente di scendere a più miti consigli e finisse, in sostanza, per stabilire, con gli Stati Uniti, una sorta di collaborazione simil venezuelana. Ma la sua era soltanto una pia illusione, incapace di tenere conto delle profonde differenze ideologiche e strutturali che sussistono tra un regime laico e fondato essenzialmente sulla corruzione come quello di Maduro e quello degli ayatollah che si alimenta, invece, di un sacro furore teocratico e (a suo modo, si intende) missionario. Pertanto, ci stupiremmo davvero se, prima o poi, gli eredi di Khomeyni e di Khamenei si riducessero a negoziare seriamente con il “Grande Satana” americano, mettendo così, di fatto, in discussione la loro stessa ragione di essere. E qui, entra in causa l’incapacità dell’attuale amministrazione americana nel mettere a fuoco le specificità culturali dei suoi interlocutori, catalogandoli tutti come soggetti indifferenziati, suscettibili di cedere alle stesse pressioni ed orientati a ragionare esclusivamente in termini di vantaggi economici: quasi fossero tutti fatti della stessa materia di cui sono fatti gli interlocutori newyorkesi con i quali Witkoff e Kushner sono abituati a parlare di affari immobiliari... Al contrario, per i dirigenti iraniani, ciò che conta sopra ogni altro tipo di considerazione è, invece, la “missione”rivoluzionaria che essi si sono dati da ormai quasi mezzo secolo. L’utile economico – per quanto non del tutto disprezzabile, visti i patrimoni accumulati all’estero da certe “guide supreme” – è, pertanto, un aspetto sostanzialmente secondario, rispetto al complesso di valori assoluti di cui si compone la rivoluzione palingenetica sciita. Stiamo, pertanto, parlando di una prospettiva dogmatica e religiosa completamente avulsa rispetto alla percezione geopolitica che caratterizza l’Amministrazione Trump, così incline, invece, ad inquadrare la politica estera in categorie prevalentemente ispirate al pragmatismo, alle “carte da giocare” ed al tornaconto finanziario. Il mondo si prepari, quindi, a coesistere ancora a lungo con un regime fondamentalista sciita che, sebbene ridotto ai minimi termini, ci sembra, comunque, destinato a sopravvivere: magari fortemente ridimensionato nella sua pericolosità, ma certamente non meno spietato e fanaticamente determinato nel perseguimento dei suoi fini.]]></itunes:summary><itunes:duration>234</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Chi è il Mahdi e cosa pensa in queste ore? | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/chi-e-il-mahdi-e-cosa-pensa-in-queste-ore-il-punto-della-settimana--70532871</link><description><![CDATA[In un opuscolo sul pensiero di Ali Khamenei, assai diffuso tra i militanti di Hezbollah, veniva chiarito che il dovere di un vero jihadista è quello di dedicare la propria esistenza alla guerra santa, fino alla vittoria o al martirio. Tra i concetti espressi dal manuale del perfetto sciita, ne compaiono alcuni sui quali non solo chi si riconosce negli  ideali del marxismo internazionalista, ma anche ogni prudente riformista potrebbe tranquillamente concordare: si parla, infatti, di abolizione della povertà – magari non quella  giocondamente illusoria, annunciata dal reddito di cittadinanza – di aiuto ai diseredati ovunque essi si trovino e, quindi, dell’instaurazione di una giustizia sociale a livello mondiale. Il tutto da realizzarsi, ovviamente, sulle ceneri del comunismo ateo ed in vista della ormai prossima estinzione del capitalismo laico e liberista.  Tutti i rivoluzionari sono sempre stati sorretti nelle loro aspettative da convincimenti ideologici o religiosi che per essi assumevano la consistenza di una verità (o di una profezia) ineluttabile: ed anche la rivoluzione sciita – come tutte quelle che si rispettino – affonda le sue radici in dogmi ed certezze che però, nel suo caso specifico, risalgono ad una tradizione molto lontana dal nostro tempo. Infatti, nella visione degli ayatollah, esiste nella storia universale un punto di svolta ben preciso: ed è quello rappresentato dal momento in cui, nell’anno 632, dopo la morte di Maometto, la fede islamica si scinde nei suoi due fondamentali filoni del Sunnismo e dello Sciismo. Da allora, la missione primaria degli sciiti diventa quella di combattere le forze dei governanti sunniti, liberando dalla loro custodia usurpatrice le città sante della Mecca e di Medina per portarle - come si legge nel testo caro a Hezbollah - “sotto la bandiera del Dodicesimo Imam, il Mahdi”, il quale “combatterà contro gli ebrei e contro i pagani”. Già, ma a che cosa si ispirano ancora oggi i credenti sciiti quando, evocando la figura del Mahdi, chiamano in causa – da ormai quasi mille e duecento anni - un personaggio misterioso che, nell’873, si sarebbe occultato, rimanendo, comunque, sempre in vita per volontà di Allah? Per noi non è facile comprenderlo. Il Mahdi si dice ricompaia ancora oggi, all’improvviso ed in casi straordinari, per guidare i buoni fedeli che invocano il suo aiuto, in attesa di tornare – allora, invece, visibile a tutti - soltanto alla fine dei tempi, quando cioè sarà chiamato a combattere contro il Daijal: ossia, contro l’incarnazione del Male. Che dire, ci sembra, dunque, piuttosto improbabile che - soprattutto alla luce di certe premesse fideistiche - le diplomazie europee o americane, così abituate ad inquadrare i problemi usando criteri laici e pragmatici, riescano davvero, in qualche modo, a sintonizzarsi (ammesso e non concesso che sia possibile) sulle onde di una frequenza religiosa e politica che, da sempre, si fonda, essenzialmente, su elementi metafisici e apocalittici.  Se pensiamo poi al duo Witkoff – Kushner, allora siamo proprio mal presi... ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_08-03-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 08 Mar 2026 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/70532871/punto_settimana_08_03_2026_07_07.mp3" length="6044524" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>In un opuscolo sul pensiero di Ali Khamenei, assai diffuso tra i militanti di Hezbollah, veniva chiarito che il dovere di un vero jihadista è quello di dedicare la propria esistenza alla guerra santa, fino alla vittoria o al martirio. 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Tutti i rivoluzionari sono sempre stati sorretti nelle loro aspettative da convincimenti ideologici o religiosi che per essi assumevano la consistenza di una verità (o di una profezia) ineluttabile: ed anche la rivoluzione sciita – come tutte quelle che si rispettino – affonda le sue radici in dogmi ed certezze che però, nel suo caso specifico, risalgono ad una tradizione molto lontana dal nostro tempo. Infatti, nella visione degli ayatollah, esiste nella storia universale un punto di svolta ben preciso: ed è quello rappresentato dal momento in cui, nell’anno 632, dopo la morte di Maometto, la fede islamica si scinde nei suoi due fondamentali filoni del Sunnismo e dello Sciismo. Da allora, la missione primaria degli sciiti diventa quella di combattere le forze dei governanti sunniti, liberando dalla loro custodia usurpatrice le città sante della Mecca e di Medina per portarle - come si legge nel testo caro a Hezbollah - “sotto la bandiera del Dodicesimo Imam, il Mahdi”, il quale “combatterà contro gli ebrei e contro i pagani”. Già, ma a che cosa si ispirano ancora oggi i credenti sciiti quando, evocando la figura del Mahdi, chiamano in causa – da ormai quasi mille e duecento anni - un personaggio misterioso che, nell’873, si sarebbe occultato, rimanendo, comunque, sempre in vita per volontà di Allah? Per noi non è facile comprenderlo. Il Mahdi si dice ricompaia ancora oggi, all’improvviso ed in casi straordinari, per guidare i buoni fedeli che invocano il suo aiuto, in attesa di tornare – allora, invece, visibile a tutti - soltanto alla fine dei tempi, quando cioè sarà chiamato a combattere contro il Daijal: ossia, contro l’incarnazione del Male. Che dire, ci sembra, dunque, piuttosto improbabile che - soprattutto alla luce di certe premesse fideistiche - le diplomazie europee o americane, così abituate ad inquadrare i problemi usando criteri laici e pragmatici, riescano davvero, in qualche modo, a sintonizzarsi (ammesso e non concesso che sia possibile) sulle onde di una frequenza religiosa e politica che, da sempre, si fonda, essenzialmente, su elementi metafisici e apocalittici.  Se pensiamo poi al duo Witkoff – Kushner, allora siamo proprio mal presi... ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>189</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L’Europa orfana della NATO? | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-europa-orfana-della-nato-il-punto-della-settimana--70370729</link><description><![CDATA[È bene che tutti in Europa si rendano conto del fatto che quell’equilibrio strategico che, per ottant’anni, l’impegno militare americano aveva garantito nel nostro Vecchio Continente, è destinato ad una – speriamo non troppo rapida e traumatica – archiviazione  Intendiamoci, non che ad ispirare la politica estera statunitense del Dopo Guerra fosse stato  un particolare slancio di altruismo nei nostri confronti, poiché ad indirizzarla saranno certamente stati ben altri interessi di sicurezza politico-economica. Quelli che, ad esempio, miravano a contenere la minaccia allora costituita dalla presenza, sullo scenario globale, del grande avversario di quei decenni: ossia, dell’Unione Sovietica. Ruolo da protagonista che però, oggi, l’orso russo ha ormai ampiamente ceduto al drago cinese, inducendo, quindi, le ultime Amministrazioni di Washington a concentrare le proprie forze essenzialmente sull’area pacifica. Una scelta, questa, che – come del resto era inevitabile – ha poi finito per ripercuotersi, in maniera negativa, proprio sull’affidabilità di quella NATO che, in Europa, ci eravamo comodamente abituati a considerare come il principale elemento di deterrenza nei confronti dei sogni neo imperiali del rinnovato espansionismo russo. E considerato che i Paesi europei – almeno per il momento – non paiono ancora in grado di allestire un’efficace difesa comune, se ne deduce che sarà, quindi, necessario cercare di fare in modo che la NATO stessa - sebbene con una partecipazione americana ridotta rispetto a quella del passato - sappia, comunque, adattarsi alla nuova situazione, conservando egualmente una certa credibilità militare.   Pertanto, il nostro futuro dipenderà - specialmente negli anni più immediati a venire - proprio dalla capacità che l’Europa avrà nel mantenere legami sufficientemente saldi con gli Stati Uniti, a prescindere da chi - Trump o non Trump - potrà occupare o meno lo Studio Ovale della Casa Bianca.  Questo per dire che, a nostro parere, il pensare oggi ad un’Europa in totale autonomia dagli Usa rappresenta davvero una pericolosissima illusione. L’Unione Europea, per lungo tempo, si è colpevolmente cullata nell’idea (o, forse, anche nella presunzione) che, per contare qualcosa, le bastasse enunciare i suoi sacrosanti valori di libertà individuali e collettive o di rispetto del diritto internazionale, sorvolando però sui drammatici sconvolgimenti che, nel frattempo, stavano, invece, modificando profondamente il contesto globale. Un contesto nel quale però, quegli stessi valori - se non adeguatamente supportati anche a livello militare – sembrano, purtroppo, destinati ad assumere la stessa autorevolezza che hanno le parole quando si perdono nel vento.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_01-03-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 01 Mar 2026 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/70370729/punto_settimana_01_03_2026_07_07.mp3" length="5047274" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>È bene che tutti in Europa si rendano conto del fatto che quell’equilibrio strategico che, per ottant’anni, l’impegno militare americano aveva garantito nel nostro Vecchio Continente, è destinato ad una – speriamo non troppo rapida e traumatica –...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[È bene che tutti in Europa si rendano conto del fatto che quell’equilibrio strategico che, per ottant’anni, l’impegno militare americano aveva garantito nel nostro Vecchio Continente, è destinato ad una – speriamo non troppo rapida e traumatica – archiviazione  Intendiamoci, non che ad ispirare la politica estera statunitense del Dopo Guerra fosse stato  un particolare slancio di altruismo nei nostri confronti, poiché ad indirizzarla saranno certamente stati ben altri interessi di sicurezza politico-economica. Quelli che, ad esempio, miravano a contenere la minaccia allora costituita dalla presenza, sullo scenario globale, del grande avversario di quei decenni: ossia, dell’Unione Sovietica. Ruolo da protagonista che però, oggi, l’orso russo ha ormai ampiamente ceduto al drago cinese, inducendo, quindi, le ultime Amministrazioni di Washington a concentrare le proprie forze essenzialmente sull’area pacifica. Una scelta, questa, che – come del resto era inevitabile – ha poi finito per ripercuotersi, in maniera negativa, proprio sull’affidabilità di quella NATO che, in Europa, ci eravamo comodamente abituati a considerare come il principale elemento di deterrenza nei confronti dei sogni neo imperiali del rinnovato espansionismo russo. E considerato che i Paesi europei – almeno per il momento – non paiono ancora in grado di allestire un’efficace difesa comune, se ne deduce che sarà, quindi, necessario cercare di fare in modo che la NATO stessa - sebbene con una partecipazione americana ridotta rispetto a quella del passato - sappia, comunque, adattarsi alla nuova situazione, conservando egualmente una certa credibilità militare.   Pertanto, il nostro futuro dipenderà - specialmente negli anni più immediati a venire - proprio dalla capacità che l’Europa avrà nel mantenere legami sufficientemente saldi con gli Stati Uniti, a prescindere da chi - Trump o non Trump - potrà occupare o meno lo Studio Ovale della Casa Bianca.  Questo per dire che, a nostro parere, il pensare oggi ad un’Europa in totale autonomia dagli Usa rappresenta davvero una pericolosissima illusione. L’Unione Europea, per lungo tempo, si è colpevolmente cullata nell’idea (o, forse, anche nella presunzione) che, per contare qualcosa, le bastasse enunciare i suoi sacrosanti valori di libertà individuali e collettive o di rispetto del diritto internazionale, sorvolando però sui drammatici sconvolgimenti che, nel frattempo, stavano, invece, modificando profondamente il contesto globale. 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Altra cosa è, invece, l’Associazione Nazionale Magistrati che, infatti, al momento pare agire come una vera e propria forza politica, strenuamente impegnata sul fronte del NO alla riforma Nordio: anche a costo di portare lo scontro con i sostenitori del SI su un terreno che, francamente, ci sembra piuttosto lontano dalle  ragioni tecniche e culturali che, inizialmente, si sperava potessero caratterizzare la disputa  referendaria. Ricordiamo che alla base della riforma di cui si dovrebbe discutere serenamente, sono presenti ragioni storiche ben precise, che riguardano le conseguenze della trasformazione del nostro sistema processuale da inquisitorio a sistema misto a tendenza accusatoria: trasformazione impostata, fin dal 1989, da un signore che, oltre ad avere organizzato la fuga di Sandro Pertini e di Giuseppe Saragat dal carcere di Regina Coeli, ebbe poi anche modo di prendere dimestichezza con gli attrezzi con i quali il colonnello Herbert Kappler era solito divertirsi nella funesta palazzina di via Tasso. E stiamo parlando del professor Giuliano Vassalli, prestigioso militante socialista e, quindi, sicuramente ben distante da ogni ombra di collusione con oscuri disegni di natura anti democratica. Del resto, il principio della separazione delle carriere era stato introdotto ed approvato anche dalla Commissione Bilaterale (poi naufragata) di riforme istituzionali creata nel 1996 e presieduta da quel “bieco reazionario” di Massimo D’Alema... Pertanto, se alcune forze conservatrici, in seno alla politica ed alla magistratura, non avessero sempre e sistematicamente remato contro, oggi la riforma su cui saremo, a breve, chiamati a pronunciarci, sarebbe già stata realizzata da molto tempo ed avrebbe comportato - come logica conseguenza del passaggio al rito accusatorio -  anche la pressoché inevitabile costituzione di due CSM ben distinti.   Vorremmo, dunque, davvero tanto che il monito del Presidente della Repubblica venisse fatto proprio da tutte le parti in causa, riportandole così al confronto sul merito: in modo tale che gli Italiani potessero  finalmente decidere liberamente se, sul tema della giustizia, preferiscano seguire, la strada indicata da tutte le altre maggiori democrazie europee, oppure se, al contrario, si sentano maggiormente a loro agio standosene in allegra compagnia con Turchia, Egitto, Russia, Cina, Iraq, Pakistan o Venezuela.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_22-02-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 22 Feb 2026 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/70209542/punto_settimana_22_02_2026_07_07.mp3" length="5738578" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>L’intervento straordinario – la prima volta in 11 anni di mandato – del presidente Mattarella ad un plenum del Consiglio Superiore della Magistratura ci è parso ampiamente condivisibile, nel ribadire che il Consiglio stesso è un’istituzione della...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L’intervento straordinario – la prima volta in 11 anni di mandato – del presidente Mattarella ad un plenum del Consiglio Superiore della Magistratura ci è parso ampiamente condivisibile, nel ribadire che il Consiglio stesso è un’istituzione della Repubblica, in merito alla quale sono certamente legittime alcune critiche sul come è stato gestito nel corso degli anni, ma che comunque – proprio per la sua natura di organo di rilievo costituzionale - non deve neanche lontanamente essere sfiorato dallo scontro politico oggi in atto sul referendum.  Altra cosa è, invece, l’Associazione Nazionale Magistrati che, infatti, al momento pare agire come una vera e propria forza politica, strenuamente impegnata sul fronte del NO alla riforma Nordio: anche a costo di portare lo scontro con i sostenitori del SI su un terreno che, francamente, ci sembra piuttosto lontano dalle  ragioni tecniche e culturali che, inizialmente, si sperava potessero caratterizzare la disputa  referendaria. Ricordiamo che alla base della riforma di cui si dovrebbe discutere serenamente, sono presenti ragioni storiche ben precise, che riguardano le conseguenze della trasformazione del nostro sistema processuale da inquisitorio a sistema misto a tendenza accusatoria: trasformazione impostata, fin dal 1989, da un signore che, oltre ad avere organizzato la fuga di Sandro Pertini e di Giuseppe Saragat dal carcere di Regina Coeli, ebbe poi anche modo di prendere dimestichezza con gli attrezzi con i quali il colonnello Herbert Kappler era solito divertirsi nella funesta palazzina di via Tasso. E stiamo parlando del professor Giuliano Vassalli, prestigioso militante socialista e, quindi, sicuramente ben distante da ogni ombra di collusione con oscuri disegni di natura anti democratica. Del resto, il principio della separazione delle carriere era stato introdotto ed approvato anche dalla Commissione Bilaterale (poi naufragata) di riforme istituzionali creata nel 1996 e presieduta da quel “bieco reazionario” di Massimo D’Alema... Pertanto, se alcune forze conservatrici, in seno alla politica ed alla magistratura, non avessero sempre e sistematicamente remato contro, oggi la riforma su cui saremo, a breve, chiamati a pronunciarci, sarebbe già stata realizzata da molto tempo ed avrebbe comportato - come logica conseguenza del passaggio al rito accusatorio -  anche la pressoché inevitabile costituzione di due CSM ben distinti.   Vorremmo, dunque, davvero tanto che il monito del Presidente della Repubblica venisse fatto proprio da tutte le parti in causa, riportandole così al confronto sul merito: in modo tale che gli Italiani potessero  finalmente decidere liberamente se, sul tema della giustizia, preferiscano seguire, la strada indicata da tutte le altre maggiori democrazie europee, oppure se, al contrario, si sentano maggiormente a loro agio standosene in allegra compagnia con Turchia, Egitto, Russia, Cina, Iraq, Pakistan o Venezuela.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>180</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Ipotesi su Vannacci | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/ipotesi-su-vannacci-il-punto-della-settimana--70064661</link><description><![CDATA[Ci viene il dubbio che quanto è avvenuto recentemente nell’ambito del Centro Destra abbia un’origine che, forse, sarebbe sarebbe sbagliato ridurre a semplice incompatibilità politica (o, peggio ancora, personale) tra il generale Roberto Vannacci ed il leader della Lega, Matteo Salvini.  Vi proponiamo, pertanto, di accompagnarci indietro nel tempo anche di soli quattro anni, per tornare al momento in cui, alla vigilia dell’attacco all’Ucraina, sia Meloni che il già citato Salvini non nascondono affatto il loro apprezzamento per la figura di Putin. Anzi, il secondo dei due, in una foto scattata a Mosca, mostra persino, orgogliosamente, una maglietta  riproducente il volto del piccolo zar.  Ad un certo punto però, qualcosa cambia quando Meloni – pur rappresentando l’unica opposizione al governo Draghi – si allontana decisamente da ogni forma di vicinanza al putinismo ed inizia un percorso – per noi sorprendente, ma certamente apprezzabile – verso un europeismo pragmatico (che, in tempi brevi, supera anche le non poche diffidenze in precedenza covate in alcune capitali europee) e verso un atlantismo molto più marcato che, non a caso, la porterà prima a ricevere il bacio in fronte da nonno Biden che la coccola come una nipotina e poi a stabilire quello che, probabilmente, è davvero un rapporto privilegiato con l’Amministrazione Trump. Pertanto, le pedine vere sulle quali, a torto o a ragione, il Cremlino può pensare di poter fare oggi affidamento in Italia restano Salvini e Conte. Anche se poi, in quanto a risultati concreti, il segretario della Lega ne fornisce ben pochi, visto che, in definitiva, finisce sempre per votare tutti quei provvedimenti sull’Ucraina che gli vengono, sostanzialmente, fatti ingoiare dai suoi alleati di Governo. Ecco che allora, stando così le cose, ai Russi – ma, sia chiaro, sono soltanto nostre supposizioni – potrebbe essere venuto in mente di andare a giocarsi la carta di un uomo che avevano sicuramente già conosciuto bene quando era addetto militare alla nostra ambasciata a Mosca e che ultimamente – grazie soprattutto ad un’accanita campagna di demonizzazione condotta nei confronti di un suo irrilevante libercolo – sembra avere raggiunto un certo grado di popolarità: specialmente tra quelle frange di estrema Destra che non hanno mai accettato la Svolta di Fiuggi. E Vannacci – a prescindere da come abbiano poi, comicamente, votato i suoi tre parlamentari alla loro prima uscita su una questione che riguardava proprio il conflitto tanto caro a Putin – è uno che non perde occasione per ribadire che, a suo giudizio, Zelensky sta semplicemente portando il suo Paese al suicidio. Di conseguenza – ragioneremmo noi se fossimo in Putin – se, alla fine, quel gruzzoletto di voti raccolti dal nuovo partito vannacciano dovesse favorire un’affermazione del Campo Largo sullo schieramento meloniano, non sarebbe poi neanche tanto male... Meglio, infatti, avere a che fare con quella confusa aggregazione in cui albergano le più svariate componenti neutraliste, ingenuo – pacifiste e, comunque, ideologicamente anti occidentali, piuttosto che con l’ormai più che collaudata diffidenza di Mattarella, Meloni o Crosetto… E a dire il vero, siamo anche portati a pensare che l’operazione Vannacci sia da inquadrarsi in un disegno più ampio, che magari comprenda anche il coinvolgimento di tanti apparenti “utili idioti” che stanno mettendo a dura prova l’ordine pubblico nel nostro Paese. Già, perché se poi tanto “idioti” non lo fossero affatto?  Sarà proprio vero, ad esempio, che i black bloc arrivano da Marte e non rientrano, invece, nel contesto di un ben preciso progetto di destabilizzazione che – chissà come mai - su tutto il territorio nazionale, riesce sempre a riproporceli, senza che i loro spostamenti, incontrino ostacoli di alcun genere?    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_15-02-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 15 Feb 2026 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/70064661/punto_settimana_15_02_2026_07_07.mp3" length="3386349" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Ci viene il dubbio che quanto è avvenuto recentemente nell’ambito del Centro Destra abbia un’origine che, forse, sarebbe sarebbe sbagliato ridurre a semplice incompatibilità politica (o, peggio ancora, personale) tra il generale Roberto Vannacci ed il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ci viene il dubbio che quanto è avvenuto recentemente nell’ambito del Centro Destra abbia un’origine che, forse, sarebbe sarebbe sbagliato ridurre a semplice incompatibilità politica (o, peggio ancora, personale) tra il generale Roberto Vannacci ed il leader della Lega, Matteo Salvini.  Vi proponiamo, pertanto, di accompagnarci indietro nel tempo anche di soli quattro anni, per tornare al momento in cui, alla vigilia dell’attacco all’Ucraina, sia Meloni che il già citato Salvini non nascondono affatto il loro apprezzamento per la figura di Putin. Anzi, il secondo dei due, in una foto scattata a Mosca, mostra persino, orgogliosamente, una maglietta  riproducente il volto del piccolo zar.  Ad un certo punto però, qualcosa cambia quando Meloni – pur rappresentando l’unica opposizione al governo Draghi – si allontana decisamente da ogni forma di vicinanza al putinismo ed inizia un percorso – per noi sorprendente, ma certamente apprezzabile – verso un europeismo pragmatico (che, in tempi brevi, supera anche le non poche diffidenze in precedenza covate in alcune capitali europee) e verso un atlantismo molto più marcato che, non a caso, la porterà prima a ricevere il bacio in fronte da nonno Biden che la coccola come una nipotina e poi a stabilire quello che, probabilmente, è davvero un rapporto privilegiato con l’Amministrazione Trump. Pertanto, le pedine vere sulle quali, a torto o a ragione, il Cremlino può pensare di poter fare oggi affidamento in Italia restano Salvini e Conte. Anche se poi, in quanto a risultati concreti, il segretario della Lega ne fornisce ben pochi, visto che, in definitiva, finisce sempre per votare tutti quei provvedimenti sull’Ucraina che gli vengono, sostanzialmente, fatti ingoiare dai suoi alleati di Governo. Ecco che allora, stando così le cose, ai Russi – ma, sia chiaro, sono soltanto nostre supposizioni – potrebbe essere venuto in mente di andare a giocarsi la carta di un uomo che avevano sicuramente già conosciuto bene quando era addetto militare alla nostra ambasciata a Mosca e che ultimamente – grazie soprattutto ad un’accanita campagna di demonizzazione condotta nei confronti di un suo irrilevante libercolo – sembra avere raggiunto un certo grado di popolarità: specialmente tra quelle frange di estrema Destra che non hanno mai accettato la Svolta di Fiuggi. E Vannacci – a prescindere da come abbiano poi, comicamente, votato i suoi tre parlamentari alla loro prima uscita su una questione che riguardava proprio il conflitto tanto caro a Putin – è uno che non perde occasione per ribadire che, a suo giudizio, Zelensky sta semplicemente portando il suo Paese al suicidio. Di conseguenza – ragioneremmo noi se fossimo in Putin – se, alla fine, quel gruzzoletto di voti raccolti dal nuovo partito vannacciano dovesse favorire un’affermazione del Campo Largo sullo schieramento meloniano, non sarebbe poi neanche tanto male... Meglio, infatti, avere a che fare con quella confusa aggregazione in cui albergano le più svariate componenti neutraliste, ingenuo – pacifiste e, comunque, ideologicamente anti occidentali, piuttosto che con l’ormai più che collaudata diffidenza di Mattarella, Meloni o Crosetto… E a dire il vero, siamo anche portati a pensare che l’operazione Vannacci sia da inquadrarsi in un disegno più ampio, che magari comprenda anche il coinvolgimento di tanti apparenti “utili idioti” che stanno mettendo a dura prova l’ordine pubblico nel nostro Paese. Già, perché se poi tanto “idioti” non lo fossero affatto?  Sarà proprio vero, ad esempio, che i black bloc arrivano da Marte e non rientrano, invece, nel contesto di un ben preciso progetto di destabilizzazione che – chissà come mai - su tutto il territorio nazionale, riesce sempre a riproporceli, senza che i loro spostamenti, incontrino ostacoli di alcun genere?    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App...]]></itunes:summary><itunes:duration>212</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Prevenzione | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/prevenzione-il-punto-della-settimana--69870237</link><description><![CDATA[Il fatto che i nomi di molti dei dimostranti violenti che, per l’ennesima volta, hanno messo a soqquadro una città, siano da tempo noti alle forze dell’ordine e non siano stati preventivamente fermati, induce non pochi osservatori a parlare di incompetenza (se non addirittura di complicità) da parte di alcune istituzioni e formazioni politiche che guidano attualmente il Paese. In altre parole, qualcuno insinua che, se si lascia libertà di agire impunemente agli antagonisti di turno, allora diventa anche lecito ipotizzare che, dietro a questa presunta inefficienza, ci sia, in realtà, un ben preciso disegno liberticida, da parte di un Esecutivo intenzionato a sfruttare le intemperanze di qualche “utile idiota” per poter imporre una svolta autoritaria. Una svolta che comporti, quindi, un controllo di tipo orwelliano sui diritti dei cittadini e sull’autonomia della magistratura, nel quadro di una nostalgica estensione dei poteri di Palazzo Chigi. Tutte argomentazioni che però - rievocando in qualche modo i maledetti tempi andati della “strategia della tensione” – tendono, comunque, ad ignorare il fatto che quanto è avvenuto a Torino sabato scorso, più che il pretesto tanto atteso (e magari anche provocato) dal duo Meloni / Piantedosi per dare  il via ad una fase di repressione reazionaria, ha rappresentato, invece, la ormai classica conclusione di una lunga serie di manifestazioni che non sembrano  soddisfare abbastanza se non finiscono con  violenze, aggressioni e devastazioni urbane.  D’altra parte, sono stati gli stessi antagonisti ad esprimere, nel comunicato del giorno dopo, la loro più piena soddisfazione per l’esito della bravata, il cui obbiettivo dichiarato era proprio quello di portare la guerriglia nel centro di Torino...Ed a confermare il tutto, è comparsa pure una scritta su un muro del Palazzo Nuovo dell’Università, che auspicava “più sbirri morti, più orfani, più vedove”.   Atti e parole senz’altro esecrabili – commentano dal Campo Largo – ma che, tuttavia, non possono e non devono assolutamente mettere in discussione la possibilità di organizzare cortei pacifici: se poi si infiltra qualche provocatore, il problema riguarda essenzialmente il ministero degli Interni, cui spetta, infatti, la prevenzione degli incidenti. Già, ma in che cosa dovrebbe mai consistere questa davvero problematica prevenzione? Forse nel vietare lo svolgimento di manifestazioni a chi delle ordinanze della prefettura o della questura ha sempre  dato prova di infischiarsene beatamente?…Oppure nel dare concretezza alle recentissime disposizioni di quello che rischia di risultare il terzo ed inutile Decreto sulla Sicurezza di questa legislatura? Noi, pervasi come siamo da una imbarazzante sensazione di disagio e di impotenza, possiamo solo ricordare che la  famosa Legge Reale del 1975 non impedì certamente il verificarsi della strage di via Fani  e nemmeno di quella della stazione di Bologna… Per ora non ci resta, quindi, che sperare nel fatto che i movimenti eversivi non siano alla ricerca del morto...Ed a questo proposito, ci sentiamo di sottolineare fermamente che, se un esito così drammatico – diversamente da quanto capitato in altri Paesi europei – da noi non si è più verificato dal luglio del 2001, il merito va attribuito soprattutto  alla prudenza ed all’esemplare professionalità delle nostre forze dell’ordine.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_08-02-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 08 Feb 2026 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/69870237/punto_settimana_08_02_2026_07_07.mp3" length="3083541" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Il fatto che i nomi di molti dei dimostranti violenti che, per l’ennesima volta, hanno messo a soqquadro una città, siano da tempo noti alle forze dell’ordine e non siano stati preventivamente fermati, induce non pochi osservatori a parlare di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il fatto che i nomi di molti dei dimostranti violenti che, per l’ennesima volta, hanno messo a soqquadro una città, siano da tempo noti alle forze dell’ordine e non siano stati preventivamente fermati, induce non pochi osservatori a parlare di incompetenza (se non addirittura di complicità) da parte di alcune istituzioni e formazioni politiche che guidano attualmente il Paese. In altre parole, qualcuno insinua che, se si lascia libertà di agire impunemente agli antagonisti di turno, allora diventa anche lecito ipotizzare che, dietro a questa presunta inefficienza, ci sia, in realtà, un ben preciso disegno liberticida, da parte di un Esecutivo intenzionato a sfruttare le intemperanze di qualche “utile idiota” per poter imporre una svolta autoritaria. Una svolta che comporti, quindi, un controllo di tipo orwelliano sui diritti dei cittadini e sull’autonomia della magistratura, nel quadro di una nostalgica estensione dei poteri di Palazzo Chigi. Tutte argomentazioni che però - rievocando in qualche modo i maledetti tempi andati della “strategia della tensione” – tendono, comunque, ad ignorare il fatto che quanto è avvenuto a Torino sabato scorso, più che il pretesto tanto atteso (e magari anche provocato) dal duo Meloni / Piantedosi per dare  il via ad una fase di repressione reazionaria, ha rappresentato, invece, la ormai classica conclusione di una lunga serie di manifestazioni che non sembrano  soddisfare abbastanza se non finiscono con  violenze, aggressioni e devastazioni urbane.  D’altra parte, sono stati gli stessi antagonisti ad esprimere, nel comunicato del giorno dopo, la loro più piena soddisfazione per l’esito della bravata, il cui obbiettivo dichiarato era proprio quello di portare la guerriglia nel centro di Torino...Ed a confermare il tutto, è comparsa pure una scritta su un muro del Palazzo Nuovo dell’Università, che auspicava “più sbirri morti, più orfani, più vedove”.   Atti e parole senz’altro esecrabili – commentano dal Campo Largo – ma che, tuttavia, non possono e non devono assolutamente mettere in discussione la possibilità di organizzare cortei pacifici: se poi si infiltra qualche provocatore, il problema riguarda essenzialmente il ministero degli Interni, cui spetta, infatti, la prevenzione degli incidenti. Già, ma in che cosa dovrebbe mai consistere questa davvero problematica prevenzione? Forse nel vietare lo svolgimento di manifestazioni a chi delle ordinanze della prefettura o della questura ha sempre  dato prova di infischiarsene beatamente?…Oppure nel dare concretezza alle recentissime disposizioni di quello che rischia di risultare il terzo ed inutile Decreto sulla Sicurezza di questa legislatura? Noi, pervasi come siamo da una imbarazzante sensazione di disagio e di impotenza, possiamo solo ricordare che la  famosa Legge Reale del 1975 non impedì certamente il verificarsi della strage di via Fani  e nemmeno di quella della stazione di Bologna… Per ora non ci resta, quindi, che sperare nel fatto che i movimenti eversivi non siano alla ricerca del morto...Ed a questo proposito, ci sentiamo di sottolineare fermamente che, se un esito così drammatico – diversamente da quanto capitato in altri Paesi europei – da noi non si è più verificato dal luglio del 2001, il merito va attribuito soprattutto  alla prudenza ed all’esemplare professionalità delle nostre forze dell’ordine.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>193</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Saper dire “basta” | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/saper-dire-basta-il-punto-della-settimana--69715145</link><description><![CDATA[Il tema del povero infermiere di Minneapolis, immobilizzato e poi crivellato di colpi  in mezzo alla strada, con il pretesto – poi smentito da numerosi video - che impugnasse una pistola contro gli agenti dell’ICE, ha animato il dibattito politico nostrano in una misura che, nell’ambito del centro- destra, a noi è parsa lacunosa.  La vittima una pistola l’aveva effettivamente con sé: solo che non la teneva in mano, ma nel suo zaino, come lo fanno tanti altri cittadini statunitensi...Una cosa che, per fortuna, in Europa pare inaccettabile, ma che in America è, invece, purtroppo considerata nell’ordine naturale delle cose e, quindi, di conseguenza come un fatto certamente non sanzionabile: tanto meno con la pena di morte... Non possiamo, infatti, giudicare quello che è avvenuto a Minneapolis – oltre tutto per la seconda volta in pochissimi giorni – diversamente da un chiaro esempio di esecuzione sommaria, effettuata da una milizia che si sente, evidentemente, autorizzata ad uccidere impunemente chiunque: persino un normale cittadino statunitense, autoctono, bianco e senza precedenti penali di alcun genere. Così come era stato, la settimana precedente, anche per la donna freddata senza pietà e colpevole solamente di essersi trovata al volante della sua auto mentre era in corso di svolgimento una manifestazione di protesta. L’indignazione per questi episodi - suscitata anche all’interno del Partito Repubblicano - ha indotto, nelle ultime ore, l’Amministrazione Trump a smussare un tantino gli angoli del suo brutale approccio iniziale al problema dell’immigrazione irregolare: tuttavia, resta indiscutibile il fatto che la prima reazione della Casa Bianca agli eventi di Minneapolis era stata quella di descrivere le vittime come dei fanatici e pericolosissimi aggressori.  La deriva di questa seconda Amministrazione Trump, che assomiglia sempre meno alla prima,  appare, quindi, in tutta la sua allarmante evidenza a chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale per riconoscerla. Spiace, pertanto, dover constatare  le difficoltà che, in Italia, certe forze politiche incontrano nel prendere apertamente le distanze da eccessi che stanno ormai segnando un solco quasi invalicabile tra i modelli istituzionali e sociali che – guarda caso, anche grazie all’aiuto degli Stati Uniti – avevamo saputo costruire nel Dopo Guerra e quel caotico mix di fandonie e di prevaricazioni che rischia adesso di affermarsi stabilmente Oltreoceano. In altre parole, ci pare che, pur restando assolutamente lontani da quel campo che il sociologo Luca Ricolfi definisce come il “follemente corretto” (e che – a nostro avviso – con il suo velleitario estremismo ideologico ha poi finito per favorire proprio la rielezione di Trump), sia comunque egualmente  possibile smettere di giustificare, acriticamente, tutto quello che si decide a Washington, senza per questo doversi sentire, per forza e colpevolmente, schierati dalla parte di Maduro o di Xi Jinping.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_01-02-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 01 Feb 2026 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/69715145/punto_settimana_01_02_2026_07_07.mp3" length="2743528" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Il tema del povero infermiere di Minneapolis, immobilizzato e poi crivellato di colpi  in mezzo alla strada, con il pretesto – poi smentito da numerosi video - che impugnasse una pistola contro gli agenti dell’ICE, ha animato il dibattito politico...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il tema del povero infermiere di Minneapolis, immobilizzato e poi crivellato di colpi  in mezzo alla strada, con il pretesto – poi smentito da numerosi video - che impugnasse una pistola contro gli agenti dell’ICE, ha animato il dibattito politico nostrano in una misura che, nell’ambito del centro- destra, a noi è parsa lacunosa.  La vittima una pistola l’aveva effettivamente con sé: solo che non la teneva in mano, ma nel suo zaino, come lo fanno tanti altri cittadini statunitensi...Una cosa che, per fortuna, in Europa pare inaccettabile, ma che in America è, invece, purtroppo considerata nell’ordine naturale delle cose e, quindi, di conseguenza come un fatto certamente non sanzionabile: tanto meno con la pena di morte... Non possiamo, infatti, giudicare quello che è avvenuto a Minneapolis – oltre tutto per la seconda volta in pochissimi giorni – diversamente da un chiaro esempio di esecuzione sommaria, effettuata da una milizia che si sente, evidentemente, autorizzata ad uccidere impunemente chiunque: persino un normale cittadino statunitense, autoctono, bianco e senza precedenti penali di alcun genere. Così come era stato, la settimana precedente, anche per la donna freddata senza pietà e colpevole solamente di essersi trovata al volante della sua auto mentre era in corso di svolgimento una manifestazione di protesta. L’indignazione per questi episodi - suscitata anche all’interno del Partito Repubblicano - ha indotto, nelle ultime ore, l’Amministrazione Trump a smussare un tantino gli angoli del suo brutale approccio iniziale al problema dell’immigrazione irregolare: tuttavia, resta indiscutibile il fatto che la prima reazione della Casa Bianca agli eventi di Minneapolis era stata quella di descrivere le vittime come dei fanatici e pericolosissimi aggressori.  La deriva di questa seconda Amministrazione Trump, che assomiglia sempre meno alla prima,  appare, quindi, in tutta la sua allarmante evidenza a chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale per riconoscerla. Spiace, pertanto, dover constatare  le difficoltà che, in Italia, certe forze politiche incontrano nel prendere apertamente le distanze da eccessi che stanno ormai segnando un solco quasi invalicabile tra i modelli istituzionali e sociali che – guarda caso, anche grazie all’aiuto degli Stati Uniti – avevamo saputo costruire nel Dopo Guerra e quel caotico mix di fandonie e di prevaricazioni che rischia adesso di affermarsi stabilmente Oltreoceano. In altre parole, ci pare che, pur restando assolutamente lontani da quel campo che il sociologo Luca Ricolfi definisce come il “follemente corretto” (e che – a nostro avviso – con il suo velleitario estremismo ideologico ha poi finito per favorire proprio la rielezione di Trump), sia comunque egualmente  possibile smettere di giustificare, acriticamente, tutto quello che si decide a Washington, senza per questo doversi sentire, per forza e colpevolmente, schierati dalla parte di Maduro o di Xi Jinping.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>172</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Le parole di Davos | Il Punto della settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/le-parole-di-davos-il-punto-della-settimana--69577323</link><description><![CDATA[Confessiamo di avere incontrato, come al solito, non poche difficoltà nel seguire il filo logico che ha ispirato Donald Trump nel discorso tenuto dinanzi alla platea di Davos. Dalla ormai tradizionale (e davvero fastidiosa) insistenza auto celebrativa, alla strafottenza con cui viene trattato chiunque osi obiettare qualche cosa – dare dello stupido in diretta mondiale a chi governa la Banca Centrale del proprio Paese ci pare proprio un fatto incredibile – un messaggio piuttosto chiaro ci sembra, comunque, di averlo recepito. Il presidente americano è apparso, infatti, molto sincero nel momento in cui, facendosi finalmente serio, ci ha spiegato che “Potete dire sì e saremo molto riconoscenti. Oppure potete dire no, e ce ne ricorderemo”. Queste parole che – non dimentichiamolo – erano rivolte non a degli acerrimi nemici, ma agli storici alleati della NATO, ci hanno confermato – se mai ve ne fosse ancora stato bisogno – quale sia la concezione del potere che guida oggi le scelte della Casa Bianca... Notiamo, infatti, che, rispetto anche ad un recentissimo passato, non si fa neppure più finta di agire nel rispetto di un interesse strategico comune: no, non c’è più alcuno spazio per negoziati e confronti costruttivi, perché i giochi sono profondamente cambiati e, di conseguenza, l’unica regola che adesso vale è quella che pretende fedeltà ed appiattimento assoluti al cospetto di questa specie di imitazione (venuta male) del Marchese del Grillo, il quale – come forse ricorderete – considerava se stesso in un certo modo e tutti gli altri meno di un “c”... L’Occidente liberale ha dato vita, nel corso dei secoli, ad un sistema fondato sul presupposto che il potere derivi dal consenso e non dalla prevaricazione e che debbano, comunque, sempre sussistere anche dei limiti procedurali – i cosiddetti “pesi e contrappesi” – in grado di limitare qualsiasi pretesa di tipo egemonico. Questo sistema, venutosi a trovare a contatto – specialmente col nuovo Millennio e nell’Unione europea - con problemi di natura economica ed ambientale che ingenuamente erano stati sottovalutati dalle nostre élite liberal democratiche, ha purtroppo cominciato a denotare sintomi di inefficienza e di inadeguatezza burocratica. Sintomi tali da poter creare un terreno fertile per chi certi vincoli istituzionali e morali è abituato, da sempre, ad ignorarli e a disprezzarli: quasi fossero intralci anacronistici che si oppongono alla vitalistica volontà di agire e di prevalere dell’autocrate di turno. E così che il povero Jerome Powell - oltre agli insulti quasi quotidiani – si trova ora in procinto di dover pagare persino a livello penale la sua indisponibilità ad assecondare quella gestione dei tassi di interesse che tanto sarebbe piaciuta al bizzoso e vendicativo tycoon. Il dopo Davos ci consegna, dunque, un’America che non discute, ma che esige. Trump non si pone, infatti, il problema di rispettare norme che gli risultano sgradite, perché effettivamente, per lui, è molto più agevole bypassarle, dichiarandole inutili e antiquate...e se a qualcuno la cosa non piace, deve farsene una ragione… Temiamo fortemente l’avvento di un nuovo ordine mondiale in cui il diritto internazionale sarà soppiantato dalla legge del “raffa raffa”, in cui “se voglio la Groenlandia me la prendo e basta” ed in cui “il Donbass e mio perché lo dico io”...D’altra parte, anche fenomeni come la crescita dell’astensionismo elettorale sembrano riflettere la stanchezza e l’incertezza di una società che non ha più voglia di affrontare situazioni complesse, ma chiede invece, essenzialmente, delle semplificazioni, mostrandosi pronta a delegare l’onere di decidere anche al primo che capita, purché le faccia credere di saperlo fare meglio di chiunque altro.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_25-01-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 25 Jan 2026 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/69577323/punto_settimana_25_01_2026_07_07.mp3" length="3656897" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Confessiamo di avere incontrato, come al solito, non poche difficoltà nel seguire il filo logico che ha ispirato Donald Trump nel discorso tenuto dinanzi alla platea di Davos. 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Queste parole che – non dimentichiamolo – erano rivolte non a degli acerrimi nemici, ma agli storici alleati della NATO, ci hanno confermato – se mai ve ne fosse ancora stato bisogno – quale sia la concezione del potere che guida oggi le scelte della Casa Bianca... Notiamo, infatti, che, rispetto anche ad un recentissimo passato, non si fa neppure più finta di agire nel rispetto di un interesse strategico comune: no, non c’è più alcuno spazio per negoziati e confronti costruttivi, perché i giochi sono profondamente cambiati e, di conseguenza, l’unica regola che adesso vale è quella che pretende fedeltà ed appiattimento assoluti al cospetto di questa specie di imitazione (venuta male) del Marchese del Grillo, il quale – come forse ricorderete – considerava se stesso in un certo modo e tutti gli altri meno di un “c”... L’Occidente liberale ha dato vita, nel corso dei secoli, ad un sistema fondato sul presupposto che il potere derivi dal consenso e non dalla prevaricazione e che debbano, comunque, sempre sussistere anche dei limiti procedurali – i cosiddetti “pesi e contrappesi” – in grado di limitare qualsiasi pretesa di tipo egemonico. Questo sistema, venutosi a trovare a contatto – specialmente col nuovo Millennio e nell’Unione europea - con problemi di natura economica ed ambientale che ingenuamente erano stati sottovalutati dalle nostre élite liberal democratiche, ha purtroppo cominciato a denotare sintomi di inefficienza e di inadeguatezza burocratica. Sintomi tali da poter creare un terreno fertile per chi certi vincoli istituzionali e morali è abituato, da sempre, ad ignorarli e a disprezzarli: quasi fossero intralci anacronistici che si oppongono alla vitalistica volontà di agire e di prevalere dell’autocrate di turno. E così che il povero Jerome Powell - oltre agli insulti quasi quotidiani – si trova ora in procinto di dover pagare persino a livello penale la sua indisponibilità ad assecondare quella gestione dei tassi di interesse che tanto sarebbe piaciuta al bizzoso e vendicativo tycoon. Il dopo Davos ci consegna, dunque, un’America che non discute, ma che esige. Trump non si pone, infatti, il problema di rispettare norme che gli risultano sgradite, perché effettivamente, per lui, è molto più agevole bypassarle, dichiarandole inutili e antiquate...e se a qualcuno la cosa non piace, deve farsene una ragione… Temiamo fortemente l’avvento di un nuovo ordine mondiale in cui il diritto internazionale sarà soppiantato dalla legge del “raffa raffa”, in cui “se voglio la Groenlandia me la prendo e basta” ed in cui “il Donbass e mio perché lo dico io”...D’altra parte, anche fenomeni come la crescita dell’astensionismo elettorale sembrano riflettere la stanchezza e l’incertezza di una società che non ha più voglia di affrontare situazioni complesse, ma chiede invece, essenzialmente, delle semplificazioni, mostrandosi pronta a delegare l’onere di decidere anche al primo che capita, purché le faccia credere di saperlo fare meglio di chiunque altro.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play -...]]></itunes:summary><itunes:duration>229</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Campo Largo tra imbarazzo e confusione | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/campo-largo-tra-imbarazzo-e-confusione-il-punto-della-settimana--69493619</link><description><![CDATA[Dall’osservazione del gruppo di persone abbastanza striminzito che si è riunito dinanzi al Campidoglio per inscenare una farsa di unità sulla politica internazionale tra le forze che compongono il cosiddetto Campo Largo, se ne ricava la delusa consapevolezza di come  continuino a rimanere piuttosto vuote le piazze italiane, ogni volta che si tratterebbe di chiamare in causa certi scomodi “compagni di strada” che se ne infischiano beatamente dei diritti umani. Nemmeno le drammatiche immagini relative alla criminale repressione che è in atto nella repubblica islamica sono, infatti, riuscite a fare breccia nel cuore delle tante anime gentili che, quando si tratta di flottiglie sono subito pronte a farsi in quattro per solidarizzare, ma quando si parla, invece, di bambini ucraini sottratti alle loro famiglie o di donne assassinate per un centimetro in più o in meno di copertura del velo, preferiscono osservare un ipocrita e rigoroso silenzio. Forse perché anche in Italia – come già avvenuto, da qualche anno, nella Francia di Melenchon – è ormai presente, non solo nella Sinistra più estrema, ma purtroppo anche in quella tradizionale, una parte consistente che  guarda con favore verso il movimentismo islamista, inteso – probabilmente - come punto di approdo per vecchie ragioni ideologiche e politiche rimaste impantanate nel secolo scorso, ma che oggi sperano di poter trarre nuova linfa vitale da una sorta di rinnovato terzomondismo, che manda in pensione Castro e Che Guevara per affidarsi a Hezbollah e ad Ali Khamenei. Ed a questo proposito, non ricordiamo l’espressione di alcun cenno di condanna, da parte ad esempio dell’ANPI o della CGIL, nei riguardi  dei tanti episodi di vero e proprio “squadrismo” che si sono verificati in Italia a danno di chi, negli ultimi due anni, ha cercato di manifestare liberamente - nelle scuole o nelle università - il proprio pensiero sulla realtà mediorientale oppure (fatto degno di una condanna al rogo) ha persino osato presentare un libro non propriamente in linea con la vulgata gradita alle nostrane formazioni pro – pal. Chiedere, per informazioni più dettagliate, ai giornalisti Molinari e Parenzo...  Spiace davvero a chi è figlio di partigiani e di formazione socialista osservare come oggi il maggiore Sindacato italiano stia prendendo così profondamente le distanze da quel riformismo che tanto aveva contribuito sia alla crescita economica del nostro Paese, che al superamento degli “anni di piombo”. Spiace davvero sentire l’erede di Luciano Lama parlare di Maduro come di un “presidente eletto dal popolo”.   Per non dire dell’ANPI, la quale - già da ben prima del 7 Ottobre - aveva  (a nostro avviso inspiegabilmente) cominciato a coinvolgere le associazioni palestinesi nelle manifestazioni celebrative del 25 Aprile: e diciamo “inspiegabilmente”, per il travisamento degli eventi storici che la cosa comporta: dal momento che, effettivamente, anche i Palestinesi parteciparono alla Seconda Guerra Mondiale...solo che lo fecero dalla parte di Hitler...Gli ebrei che, invece, avrebbero ampiamente titolo – e forse più di ogni altro – per sfilare nei cortei della Liberazione, se non si sono ancora stancati di farlo, lo fanno, comunque, a proprio rischio e pericolo, esponendosi  agli insulti ed agli sputi (quando va loro bene) oppure alle minacce da parte di chi della Resistenza mostra di avere capito quasi niente. Tempi difficili, quindi, per le minoranze riformiste e garantiste che pure ancora, timidamente, militano in un Campo Largo, la cui trazione appare però, sempre più confusamente orientata  verso uno sbocco politico pericolosamente radicalizzato.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_18-01-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 18 Jan 2026 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/69493619/punto_settimana_18_01_2026_07_07.mp3" length="3311116" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Dall’osservazione del gruppo di persone abbastanza striminzito che si è riunito dinanzi al Campidoglio per inscenare una farsa di unità sulla politica internazionale tra le forze che compongono il cosiddetto Campo Largo, se ne ricava la delusa...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Dall’osservazione del gruppo di persone abbastanza striminzito che si è riunito dinanzi al Campidoglio per inscenare una farsa di unità sulla politica internazionale tra le forze che compongono il cosiddetto Campo Largo, se ne ricava la delusa consapevolezza di come  continuino a rimanere piuttosto vuote le piazze italiane, ogni volta che si tratterebbe di chiamare in causa certi scomodi “compagni di strada” che se ne infischiano beatamente dei diritti umani. Nemmeno le drammatiche immagini relative alla criminale repressione che è in atto nella repubblica islamica sono, infatti, riuscite a fare breccia nel cuore delle tante anime gentili che, quando si tratta di flottiglie sono subito pronte a farsi in quattro per solidarizzare, ma quando si parla, invece, di bambini ucraini sottratti alle loro famiglie o di donne assassinate per un centimetro in più o in meno di copertura del velo, preferiscono osservare un ipocrita e rigoroso silenzio. Forse perché anche in Italia – come già avvenuto, da qualche anno, nella Francia di Melenchon – è ormai presente, non solo nella Sinistra più estrema, ma purtroppo anche in quella tradizionale, una parte consistente che  guarda con favore verso il movimentismo islamista, inteso – probabilmente - come punto di approdo per vecchie ragioni ideologiche e politiche rimaste impantanate nel secolo scorso, ma che oggi sperano di poter trarre nuova linfa vitale da una sorta di rinnovato terzomondismo, che manda in pensione Castro e Che Guevara per affidarsi a Hezbollah e ad Ali Khamenei. Ed a questo proposito, non ricordiamo l’espressione di alcun cenno di condanna, da parte ad esempio dell’ANPI o della CGIL, nei riguardi  dei tanti episodi di vero e proprio “squadrismo” che si sono verificati in Italia a danno di chi, negli ultimi due anni, ha cercato di manifestare liberamente - nelle scuole o nelle università - il proprio pensiero sulla realtà mediorientale oppure (fatto degno di una condanna al rogo) ha persino osato presentare un libro non propriamente in linea con la vulgata gradita alle nostrane formazioni pro – pal. Chiedere, per informazioni più dettagliate, ai giornalisti Molinari e Parenzo...  Spiace davvero a chi è figlio di partigiani e di formazione socialista osservare come oggi il maggiore Sindacato italiano stia prendendo così profondamente le distanze da quel riformismo che tanto aveva contribuito sia alla crescita economica del nostro Paese, che al superamento degli “anni di piombo”. Spiace davvero sentire l’erede di Luciano Lama parlare di Maduro come di un “presidente eletto dal popolo”.   Per non dire dell’ANPI, la quale - già da ben prima del 7 Ottobre - aveva  (a nostro avviso inspiegabilmente) cominciato a coinvolgere le associazioni palestinesi nelle manifestazioni celebrative del 25 Aprile: e diciamo “inspiegabilmente”, per il travisamento degli eventi storici che la cosa comporta: dal momento che, effettivamente, anche i Palestinesi parteciparono alla Seconda Guerra Mondiale...solo che lo fecero dalla parte di Hitler...Gli ebrei che, invece, avrebbero ampiamente titolo – e forse più di ogni altro – per sfilare nei cortei della Liberazione, se non si sono ancora stancati di farlo, lo fanno, comunque, a proprio rischio e pericolo, esponendosi  agli insulti ed agli sputi (quando va loro bene) oppure alle minacce da parte di chi della Resistenza mostra di avere capito quasi niente. Tempi difficili, quindi, per le minoranze riformiste e garantiste che pure ancora, timidamente, militano in un Campo Largo, la cui trazione appare però, sempre più confusamente orientata  verso uno sbocco politico pericolosamente radicalizzato.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook:...]]></itunes:summary><itunes:duration>207</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d5621e8a0e4e3d0b1d1acce5a90b2c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Dottrina “Donroe” | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/dottrina-donroe-il-punto-della-settimana--69386906</link><description><![CDATA[Ad ormai un anno dall’avvenuto insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, sono probabilmente in pochi ad aver compreso, fino in fondo, quale sia realmente la linea politica che, in questi dodici mesi, ha guidato, in maniera spesso ondivaga, le scelte dell’uomo più potente del Pianeta.  E’, forse, quella ispirata alla confusa dottrina MAGA, enunciata durante la campagna elettorale e capace di rivitalizzare la vecchia anima isolazionista degli Usa, rimasta a lungo assopita dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma pur sempre ancora ben radicata nel sentire di un’America profonda, di cui il vice presidente J.D. Vance è, probabilmente, l’esponente più emblematico? Oppure è quella che, quando è il caso, non si fa poi troppi problemi ad inviare bombardieri in Iran o in Nigeria per “rimettere le cose a posto”? E’ quella che, sciaguratamente, è parsa più volte disposta ad abbandonare l’Ucraina ad un infausto destino nelle mani dell’ amico Putin o è quella che, improvvisamente, non lo considera più tale e gli sequestra le petroliere clandestine, così indispensabili al Cremlino se vuole continuare a finanziare la sua aggressione all’Ucraina, senza proprio finire alla canna del gas?  L’impressione generale che adesso sta facendosi prepotentemente spazio - anche alla luce di certi successi militari e di altrettante esternazioni pubbliche - è quella che, quando il Tycoon si vanta di avere ripescato dagli archivi del primo Ottocento la Dottrina Monroe  (da lui, non a caso, ridefinita “Dottrina Donroe”), non stia affatto scherzando. Si direbbe, infatti, che abbia invece ben stampato nella sua mente il proposito di  dare “l’America ai nord americani”, facendo dell’intero Continente una sorta di giardino di casa. E dinanzi a certe recenti scosse telluriche, talmente potenti da sconvolgere  ottant’anni di equilibri e diplomazie mondiali, paiono abbastanza bizzarre le rimostranze dei Russi, che accusano gli Americani di uso illegittimo della forza per avere sequestrato, dopo due settimane di inseguimento, una loro petroliera. Stentano evidentemente a capire che per Washington il petrolio venezuelano è ritornato ad essere una cosa seria e che, d’ora in poi, anche Russia e Cina ne dovranno amaramente prendere atto.  Quanto all’Europa, in presenza di uno scenario globale in così rapida mutazione, possiamo dire che, dopo un iniziale balbettio timido e disorientato, il Vecchio Continente una prima risposta ha, comunque, cominciato a darla, prendendo la decisione di riarmarsi autonomamente sia per fronteggiare il neo-imperialismo di Putin, che per acquisire una propria autonomia strategica nei confronti di quegli Stati Uniti dai quali non si  sa più cosa aspettarsi...E si tratta, tra l’altro, di una  risposta resa, ultimamente, ancora più urgente dalle rivendicazioni che  Trump ha avanzato nei riguardi della Groenlandia, da lui probabilmente intesa addirittura come la 51esima stella della “Stars and Stripes”. Una malaugurata eventualità, quest’ultima, che – se poi fosse realizzata “manu militari” - porterebbe, quasi inevitabilmente, ad una gravissima crisi transatlantica, che, di fatto, sancirebbe la fine della NATO.  Le acque in cui l’Unione europea si vede oggi costretta a navigare non sono, dunque, certamente, tra le più calme ed rassicuranti, ma la espongono, invece, ad una tipologia di tempesta di cui, da diversi decenni,  aveva ormai perduto persino la memoria. Di conseguenza, il dilemma esistenziale che, al momento, tutte le cancellerie continentali si stanno ansiosamente ponendo, è quello legato al fatto se davvero ci si possa permettere di fare a meno degli Stati Uniti, rassegnandosi magari pure all’idea di non averli più come imprescindibili alleati.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_11-01-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 11 Jan 2026 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/69386906/punto_settimana_11_01_2026_07_07.mp3" length="3386459" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Ad ormai un anno dall’avvenuto insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, sono probabilmente in pochi ad aver compreso, fino in fondo, quale sia realmente la linea politica che, in questi dodici mesi, ha guidato, in maniera spesso ondivaga, le...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ad ormai un anno dall’avvenuto insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, sono probabilmente in pochi ad aver compreso, fino in fondo, quale sia realmente la linea politica che, in questi dodici mesi, ha guidato, in maniera spesso ondivaga, le scelte dell’uomo più potente del Pianeta.  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L’impressione generale che adesso sta facendosi prepotentemente spazio - anche alla luce di certi successi militari e di altrettante esternazioni pubbliche - è quella che, quando il Tycoon si vanta di avere ripescato dagli archivi del primo Ottocento la Dottrina Monroe  (da lui, non a caso, ridefinita “Dottrina Donroe”), non stia affatto scherzando. Si direbbe, infatti, che abbia invece ben stampato nella sua mente il proposito di  dare “l’America ai nord americani”, facendo dell’intero Continente una sorta di giardino di casa. E dinanzi a certe recenti scosse telluriche, talmente potenti da sconvolgere  ottant’anni di equilibri e diplomazie mondiali, paiono abbastanza bizzarre le rimostranze dei Russi, che accusano gli Americani di uso illegittimo della forza per avere sequestrato, dopo due settimane di inseguimento, una loro petroliera. Stentano evidentemente a capire che per Washington il petrolio venezuelano è ritornato ad essere una cosa seria e che, d’ora in poi, anche Russia e Cina ne dovranno amaramente prendere atto.  Quanto all’Europa, in presenza di uno scenario globale in così rapida mutazione, possiamo dire che, dopo un iniziale balbettio timido e disorientato, il Vecchio Continente una prima risposta ha, comunque, cominciato a darla, prendendo la decisione di riarmarsi autonomamente sia per fronteggiare il neo-imperialismo di Putin, che per acquisire una propria autonomia strategica nei confronti di quegli Stati Uniti dai quali non si  sa più cosa aspettarsi...E si tratta, tra l’altro, di una  risposta resa, ultimamente, ancora più urgente dalle rivendicazioni che  Trump ha avanzato nei riguardi della Groenlandia, da lui probabilmente intesa addirittura come la 51esima stella della “Stars and Stripes”. 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Di conseguenza, il dilemma esistenziale che, al momento, tutte le cancellerie continentali si stanno ansiosamente ponendo, è quello legato al fatto se davvero ci si possa permettere di fare a meno degli Stati Uniti, rassegnandosi magari pure all’idea di non averli più come imprescindibili alleati.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i...]]></itunes:summary><itunes:duration>212</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/fa819929b28aa79b3033bae6e528dad1.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La più bella di sempre | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-piu-bella-di-sempre-il-punto-della-settimana--69293677</link><description><![CDATA[Francamente, tra le tante dipartite che hanno segnato l’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, ad amareggiarci maggiormente è stata quella – anche a costo di apparire irriguardosi –  di Brigitte Bardot, la donna più bella di sempre. La ragazzina irrefrenabile che “fulmina” letteralmente  il mondo, esordendo, nel 1956, sotto la regia di Roger Vadim nel film “E Dio creò la donna” – nel quale, tra l’altro, appare distesa al sole completamente svestita – diventa immediatamente un mito globale irraggiungibile, inimitabile e tale da incarnare un modello di femminilità destinato ad andare ben oltre i confini del pianeta cinema. Brigitte seduce, infatti, in maniera naturale, selvaggia e provocante (ma al tempo stesso quasi ingenuo), affascinando l’immaginario collettivo dell’epoca. Quel suo muoversi con la grazia di una ballerina, indossando i vestiti più semplici – che però su di lei hanno un effetto devastante – fa subito della ragazza parigina uno spontaneo e, forse, inconsapevole simbolo rivoluzionario di libertà al femminile.  B.B. rappresenta, quindi, fin dall’epoca del suo esordio, un nuovo tipo di icona cinematografica, che ben poco ha a che vedere con il modo di porsi e di essere delle altre dive degli Anni 50 e 60, in gran parte costruite, nei minimi dettagli, negli Studios hollywoodiani. Nessun’altra come lei riuscirà, infatti, a creare una così travolgente energia femminile, limitandosi ad un filo di trucco o a camicie e jeans presi un po’ a caso, ma capaci, comunque, di esaltare la sua bellezza disarmante.  Irrequieta e talvolta capricciosa, nonostante lo straordinario successo raccolto in vent’anni passati da un set all’altro, la Bardot avrà sempre un rapporto contrastato con la celebrità: al punto di avere spesso dichiarato di sentirsi “prigioniera” della sua stessa immagine pubblica. Una sorta di prigionia che, infaustamente, la indurrà, più di una volta, a cadere persino in tentazioni suicide. E, forse, è proprio questo il motivo che la porterà a prendere – a soli 39 anni – la clamorosa decisione di dire addio al cinema, per dedicarsi totalmente alla difesa degli animali, mettendo così al servizio della loro causa tutta la sua visibilità e dando, pertanto, voce a chi purtroppo ne aveva sempre avuta pochissima. Per oltre mezzo secolo, Brigitte sarà quindi, la più nota militante animalista al mondo.  Dopo aver vissuto in maniera straripante la sua giovinezza, allo stesso modo interpreterà il suo nuovo ruolo umanitario, non senza, più volte, sconfinare nel politicamente scorretto, come quando – con tutto il nostro più convinto appoggio – si schiererà contro alcuni tipi di macellazione che, facendo riferimento ad anacronistici dettami religiosi, non prevedono la sedazione o lo stordimento dell’animale prima del suo abbattimento. Tutte battaglie che, tra l’altro, le costeranno – spesso e volemtieri - non poche beghe giudiziarie: ma l’intrepida attrice di “Babette va alla guerra” non era certo il tipo da farsi intimidire facilmente… Adesso però, tornata finalmente allo splendore dei suoi anni più belli, aspetta senz’altro l’arrivo dell’estate per riproporci quelle magiche stagioni fatte di play boy italiani, paparazzi, flirts ferragostani, scie di motoscafi all’avventura e danze sfrenate fino all’alba nei locali della “sua” Saint – Tropez. Davvero incredibile che non ci sia più.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_04-01-2026_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 04 Jan 2026 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/69293677/punto_settimana_04_01_2026_07_07.mp3" length="3156889" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Francamente, tra le tante dipartite che hanno segnato l’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, ad amareggiarci maggiormente è stata quella – anche a costo di apparire irriguardosi –  di Brigitte Bardot, la donna più bella di sempre. 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Quel suo muoversi con la grazia di una ballerina, indossando i vestiti più semplici – che però su di lei hanno un effetto devastante – fa subito della ragazza parigina uno spontaneo e, forse, inconsapevole simbolo rivoluzionario di libertà al femminile.  B.B. rappresenta, quindi, fin dall’epoca del suo esordio, un nuovo tipo di icona cinematografica, che ben poco ha a che vedere con il modo di porsi e di essere delle altre dive degli Anni 50 e 60, in gran parte costruite, nei minimi dettagli, negli Studios hollywoodiani. Nessun’altra come lei riuscirà, infatti, a creare una così travolgente energia femminile, limitandosi ad un filo di trucco o a camicie e jeans presi un po’ a caso, ma capaci, comunque, di esaltare la sua bellezza disarmante.  Irrequieta e talvolta capricciosa, nonostante lo straordinario successo raccolto in vent’anni passati da un set all’altro, la Bardot avrà sempre un rapporto contrastato con la celebrità: al punto di avere spesso dichiarato di sentirsi “prigioniera” della sua stessa immagine pubblica. Una sorta di prigionia che, infaustamente, la indurrà, più di una volta, a cadere persino in tentazioni suicide. E, forse, è proprio questo il motivo che la porterà a prendere – a soli 39 anni – la clamorosa decisione di dire addio al cinema, per dedicarsi totalmente alla difesa degli animali, mettendo così al servizio della loro causa tutta la sua visibilità e dando, pertanto, voce a chi purtroppo ne aveva sempre avuta pochissima. Per oltre mezzo secolo, Brigitte sarà quindi, la più nota militante animalista al mondo.  Dopo aver vissuto in maniera straripante la sua giovinezza, allo stesso modo interpreterà il suo nuovo ruolo umanitario, non senza, più volte, sconfinare nel politicamente scorretto, come quando – con tutto il nostro più convinto appoggio – si schiererà contro alcuni tipi di macellazione che, facendo riferimento ad anacronistici dettami religiosi, non prevedono la sedazione o lo stordimento dell’animale prima del suo abbattimento. Tutte battaglie che, tra l’altro, le costeranno – spesso e volemtieri - non poche beghe giudiziarie: ma l’intrepida attrice di “Babette va alla guerra” non era certo il tipo da farsi intimidire facilmente… Adesso però, tornata finalmente allo splendore dei suoi anni più belli, aspetta senz’altro l’arrivo dell’estate per riproporci quelle magiche stagioni fatte di play boy italiani, paparazzi, flirts ferragostani, scie di motoscafi all’avventura e danze sfrenate fino all’alba nei locali della “sua” Saint – Tropez. Davvero incredibile che non ci sia più.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>198</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/6564926d013097304c9632bd38aa423f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Dissimulazione | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/dissimulazione-il-punto-della-settimana--69153682</link><description><![CDATA[In questa settimana si è molto discusso – e assai opportunamente anche su Giornale Radio -  del caso dell’imam che una pronuncia della Corte di Appello  di Torino ha  salvato, in extremis, dall’esecuzione di un provvedimento di espulsione che lo avrebbe ricondotto nel suo Paese di origine, dove, per altro, sembra non sia neanche  particolarmente bene accetto. In sua difesa, da più parti, si è invocato il sacrosanto diritto di opinione che il nostro ministero degli Interni e gli altri soggetti deputati a combattere il terrorismo in Italia, avrebbero violato nei confronti di questo 47enne egiziano che, da 21 anni, guida una moschea nel capoluogo piemontese.  La Corte ha argomentato la sua decisione, sostenendo che “ in uno stato di diritto, opinioni politiche o religiose non possono da sole fondare un giudizio di pericolosità”. Un ragionamento che anche noi ci sentiamo di condividere nella maniera più convinta. D’altra parte, se si dovessero espellere od arrestare tutti quelli che straparlano di politica internazionale – magari anche in prima serata televisiva – altro che carceri sovraffollate… Tuttavia, non può passare neppure inosservato il fatto che un imam – straniero o italiano che sia - non è un cittadino qualsiasi, dal momento che il suo ruolo è quello di guidare una comunità di persone che a lui si ispirano e si rivolgono per trarre degli insegnamenti e delle indicazioni di carattere non solo prettamente religioso, ma anche giuridico, morale e, quindi, in definitiva, pure politico. Esiste, quindi - e a nostro avviso non va affatto sottovalutato – il rischio che alcuni commentatori del Corano possano trasformarsi – più o meno consapevolmente – in “cattivi maestri”, tanto per richiamare alla mente una definizione che ci riporta agli Anni di Piombo. Anni nei quali non pochi intellettuali e docenti universitari, pur non avendo certamente mai preso personalmente una pistola in mano, fornirono, comunque, delle malate giustificazioni ideologiche a troppi individui che non esitarono - sciaguratamente per se stessi e per gli altri - a seguirne alla lettera gli insegnamenti.  Questo per dire che, durante i tradizionali sermoni islamici del venerdì – soprattutto perché si tengono in arabo – non è poi così difficile predicare certe cose, per poi smentirle tranquillamente quando ci si trova di fronte ad un interlocutore italiano...E qui, torniamo a sottoporre alla vostra attenzione un concetto sul quale il Punto della Settimana, più di una volta, si è già soffermato in passato. E stiamo parlando della  “Taqiyya” (parola che significa dissimulazione), ossia di quella pratica che consente al fedele musulmano  di nascondere o negare esteriormente i propri principi per tutelarsi dai suoi nemici, ma che talvolta è stata, purtroppo, anche interpretata come una sorta di licenza generale all’inganno politico. Ed a questo proposito, due giorni fa, ci è capitato di leggere di un tentativo di realizzare, a Cremona, un’esperienza di tipo ecumenistico tra la comunità cattolica e quella islamica. Erano gli inizi di questo secolo e, spesso e volentieri, vescovo ed imam prendevano parte a dibattiti e manifestazioni congiunte in cui non si faceva altro che parlare di pace e di fratellanza umana. Peccato però, che nell’aprile del 2003, il “moderato”imam cremonese sia stato arrestato – unitamente ad altri suoi adepti – mentre stava preparando una strage tremenda nel Duomo di Milano... In conclusione, abbiamo tutti ben chiaro come sia quasi impossibile entrare nei retro pensieri altrui per coglierne la sincerità oppure la doppiezza. Non resta, quindi, che un’alternativa tra il confidare nella buona fede di chi si dichiara in un certo modo - per poi, magari, dover raccogliere cadaveri innocenti – ed una sofferta cautela che, invece, pur di evitare il peggio, può talvolta sconfinare anche nell’ingiustizia.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_21-12-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 21 Dec 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/69153682/punto_settimana_21_12_2025_07_07.mp3" length="8661158" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>In questa settimana si è molto discusso – e assai opportunamente anche su Giornale Radio -  del caso dell’imam che una pronuncia della Corte di Appello  di Torino ha  salvato, in extremis, dall’esecuzione di un provvedimento di espulsione che lo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[In questa settimana si è molto discusso – e assai opportunamente anche su Giornale Radio -  del caso dell’imam che una pronuncia della Corte di Appello  di Torino ha  salvato, in extremis, dall’esecuzione di un provvedimento di espulsione che lo avrebbe ricondotto nel suo Paese di origine, dove, per altro, sembra non sia neanche  particolarmente bene accetto. In sua difesa, da più parti, si è invocato il sacrosanto diritto di opinione che il nostro ministero degli Interni e gli altri soggetti deputati a combattere il terrorismo in Italia, avrebbero violato nei confronti di questo 47enne egiziano che, da 21 anni, guida una moschea nel capoluogo piemontese.  La Corte ha argomentato la sua decisione, sostenendo che “ in uno stato di diritto, opinioni politiche o religiose non possono da sole fondare un giudizio di pericolosità”. Un ragionamento che anche noi ci sentiamo di condividere nella maniera più convinta. D’altra parte, se si dovessero espellere od arrestare tutti quelli che straparlano di politica internazionale – magari anche in prima serata televisiva – altro che carceri sovraffollate… Tuttavia, non può passare neppure inosservato il fatto che un imam – straniero o italiano che sia - non è un cittadino qualsiasi, dal momento che il suo ruolo è quello di guidare una comunità di persone che a lui si ispirano e si rivolgono per trarre degli insegnamenti e delle indicazioni di carattere non solo prettamente religioso, ma anche giuridico, morale e, quindi, in definitiva, pure politico. Esiste, quindi - e a nostro avviso non va affatto sottovalutato – il rischio che alcuni commentatori del Corano possano trasformarsi – più o meno consapevolmente – in “cattivi maestri”, tanto per richiamare alla mente una definizione che ci riporta agli Anni di Piombo. 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Non ci vuole, infatti, un grosso sforzo di fantasia per immaginare lo stato di forte imbarazzo con cui la nostra premier deve aver ricevuto Zelensky a Palazzo Chigi (per confermargli la ormai tradizionale solidarietà italiana), proprio mentre dalle agenzie di stampa arrivavano le ultime dichiarazioni rilasciate da Donald Trump sul conto del leader ucraino, definito dal tycoon come “un venditore di fumo ineguagliabile” che “ha persuaso il disonesto Joe Biden a dargli 350 miliardi di dollari”, andati tutti in fumo, dal momento che  “il 25 per cento del suo Paese è scomparso”. Parliamo di imbarazzo perché Meloni, in questa fase della politica internazionale in cui a prevalere è essenzialmente l’incertezza, da un lato non può permettersi di distanziarsi troppo dagli altri Paesi europei: pena la perdita di quella credibilità - appena faticosamente conquistata su scala continentale - di leader affidabile, coerente e distante da certe velleità che caratterizzano, invece, le altre Destre europee. Dall’altro, perché, al tempo stesso, intende anche assolutamente evitare di mettere a repentaglio quel rapporto privilegiato che, forse, ha veramente stabilito con l’attuale inquilino della Casa Bianca. Pertanto, dinanzi a Giorgia Meloni, si pone oggi un dubbio amletico, rappresentato da due tipi di scelta che, alla lunga, potrebbero rivelarsi addirittura inconciliabili tra di loro: e cioè, se puntare decisamente sull’amicizia americana, oppure  se continuare ad appoggiare strenuamente la resistenza di Kiev. Come erano belli e facili i tempi in cui, sotto la presidenza Biden, armare Kiev, sottoscrivere le sanzioni a Putin e denunciarne i crimini di guerra, significava non solo seguire le indicazioni dell’Unione Europea, ma confermare anche serenamente la realtà di una relazione speciale con Washington... Oggi, purtroppo, lo scenario è profondamente cambiato: al punto che, comunque si muova, il Governo italiano rischia seriamente di deludere qualcuno... Gli Stati Uniti, se si mostra troppo comprensivo nei confronti delle ragioni di Zelensky, oppure gli altri partners europei se, invece, cerca di prendere tempo, nella speranza che, prima o poi, qualcosa di buono cada dal cielo... Così si spiegano  le dichiarazioni molto sfumate  del dopo-vertice romano, attraverso le quali il presidente ucraino ha espresso genericamente la sua gratitudine nei riguardi del nostro Paese per il suo “ruolo attivo nel processo di pace”, senza però accennare nemmeno di sfuggita a nuove forniture di armi o al destino dei 210 miliardi di beni russi bloccati dall’Europa. Si tratta, infatti, di temi sui quali l’esecutivo Meloni – almeno per il momento – preferisce ancora, nei limiti del possibile, prudentemente sorvolare. E non a caso, una nota di palazzo Chigi, a commento della giornata dedicata alla visita di Zelensky, si limiterà, banalmente, a ribadire la solita e scontata importanza “dell’unità di vedute tra i partner di Usa ed Europa”.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_14-12-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 14 Dec 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/69038329/punto_settimana_14_12_2025_07_07.mp3" length="7522219" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>L’insidioso sentiero che Giorgia Meloni si è trovata a dover affrontare, nel corso di una settimana caratterizzata da una serie di scosse tellurico / politiche così violente come quella che ci siamo appena lasciati alle spalle, non è certo dei più...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L’insidioso sentiero che Giorgia Meloni si è trovata a dover affrontare, nel corso di una settimana caratterizzata da una serie di scosse tellurico / politiche così violente come quella che ci siamo appena lasciati alle spalle, non è certo dei più invidiabili. 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Parliamo di imbarazzo perché Meloni, in questa fase della politica internazionale in cui a prevalere è essenzialmente l’incertezza, da un lato non può permettersi di distanziarsi troppo dagli altri Paesi europei: pena la perdita di quella credibilità - appena faticosamente conquistata su scala continentale - di leader affidabile, coerente e distante da certe velleità che caratterizzano, invece, le altre Destre europee. Dall’altro, perché, al tempo stesso, intende anche assolutamente evitare di mettere a repentaglio quel rapporto privilegiato che, forse, ha veramente stabilito con l’attuale inquilino della Casa Bianca. Pertanto, dinanzi a Giorgia Meloni, si pone oggi un dubbio amletico, rappresentato da due tipi di scelta che, alla lunga, potrebbero rivelarsi addirittura inconciliabili tra di loro: e cioè, se puntare decisamente sull’amicizia americana, oppure  se continuare ad appoggiare strenuamente la resistenza di Kiev. Come erano belli e facili i tempi in cui, sotto la presidenza Biden, armare Kiev, sottoscrivere le sanzioni a Putin e denunciarne i crimini di guerra, significava non solo seguire le indicazioni dell’Unione Europea, ma confermare anche serenamente la realtà di una relazione speciale con Washington... Oggi, purtroppo, lo scenario è profondamente cambiato: al punto che, comunque si muova, il Governo italiano rischia seriamente di deludere qualcuno... Gli Stati Uniti, se si mostra troppo comprensivo nei confronti delle ragioni di Zelensky, oppure gli altri partners europei se, invece, cerca di prendere tempo, nella speranza che, prima o poi, qualcosa di buono cada dal cielo... 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Nell’apprendere la notizia, siamo rimasti piuttosto sorpresi, considerata la linea certamente ben poco amichevole tenuta – almeno fino a quel momento – dal quotidiano piemontese nei confronti di Israele. Anzi, a voler essere più precisi, ci sono venute in mente le risultanze di una  una ricerca sull’antisemitismo – recentemente  presentata al CNEL dal professore di Statistica, Sergio Della Pergola – secondo la quale, tra le principali testate italiane, sarebbe proprio La Stampa quella che, più di ogni altra, dal 7 di ottobre al 19 settembre 2025, ha seguito una marcata linea narrativa anti israeliana. Ed effettivamente, chi come noi non manca di andare ogni giorno sulle pagine del giornale diretto da Andrea Malaguti, avrà senz’altro notato la presenza sistematica di editoriali, cronache ed interviste che portano le firme di giornalisti e studiosi apertamente schierati a favore della causa palestinese. Ma forse, pretendere che gli assatanati profanatori di una sede - dinanzi alla quale, non dimentichiamolo, nel 1977 le BR uccisero l’allora vice direttore Carlo Casalegno – conoscano veramente il pensiero dei tanti intellettuali che esprimono la loro condanna nei confronti dello Stato ebraico, è pretendere un po’ troppo. Presumiamo, invece, che – anche in considerazione del prestigioso incarico che (forse immeritatamente) ricopre – certe letture Francesca Albanese sia solite farle...Per questo motivo ci appaiono gravissime, intimidatorie e senza attenuanti le sue parole circa il “monito ai giornalisti per tornare a fare il proprio lavoro”. Che cosa ha, dunque, inteso dire? Che se proprio un giornale non giustifica apertamente  la violenza e non si presta a farsi megafono di una spudorata propaganda anti occidentale, allora è meglio che chiuda prima che a farglielo capire intervengano le brutte maniere? Durante la Rivoluzione Culturale Cinese, iniziata nel 1966, Mao Tze Tung invitava le sue guardie rosse a “colpirne uno per educarne cento”...Ebbene, il senso di quanto dichiarato dalla Albanese a proposito dei fatti di Torino, ci sembra avvicinarsi di molto a quello inteso dal Grande Timoniere, esponendo, in generale, la categoria dei giornalisti, al rischio di cadere vittime di altri attacchi.  Immaginiamo che d’ora innanzi – soprattutto a Sinistra – qualcuno incominci a pensarci non due, ma duemila volte prima di rilasciarsi andare a quei troppo facili ed ingannevoli innamoramenti, che hanno indotto parlamentari ed amministratori locali a conferire, demagogicamente ed incautamente, onorificenze che, adesso, se potessero, vorrebbero magari anche revocare...Purtroppo però, le ambiguità e gli opportunismi che, negli ultimi mesi, hanno spinto partiti e sindacati ad assecondare le pretese delle flottiglie ed i capricci di Greta Thumberg, il danno che dovevano fare, ormai lo hanno fatto. E vedrete che adesso, tanto per archiviare la pratica, anche per Francesca Albanese, il futuro avrà i contorni di un bel seggio a Strasburgo.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_07-12-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 07 Dec 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/68925997/punto_settimana_07_12_2025_07_07.mp3" length="8169011" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>All’inizio dello scorso week end, la redazione de ‘La Stampa’ di Torino è stata – come tutti ormai ben sappiamo - oggetto di una scorribanda orchestrata dai militanti filo palestinesi del centro sociale Askatasuna, i quali hanno potuto entrare...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[All’inizio dello scorso week end, la redazione de ‘La Stampa’ di Torino è stata – come tutti ormai ben sappiamo - oggetto di una scorribanda orchestrata dai militanti filo palestinesi del centro sociale Askatasuna, i quali hanno potuto entrare indisturbati dentro la sede del giornale, mettendola a soqquadro, spruzzando scritte antisemite e rovesciando una quantità non trascurabile di letame al suo ingresso. Nell’apprendere la notizia, siamo rimasti piuttosto sorpresi, considerata la linea certamente ben poco amichevole tenuta – almeno fino a quel momento – dal quotidiano piemontese nei confronti di Israele. Anzi, a voler essere più precisi, ci sono venute in mente le risultanze di una  una ricerca sull’antisemitismo – recentemente  presentata al CNEL dal professore di Statistica, Sergio Della Pergola – secondo la quale, tra le principali testate italiane, sarebbe proprio La Stampa quella che, più di ogni altra, dal 7 di ottobre al 19 settembre 2025, ha seguito una marcata linea narrativa anti israeliana. Ed effettivamente, chi come noi non manca di andare ogni giorno sulle pagine del giornale diretto da Andrea Malaguti, avrà senz’altro notato la presenza sistematica di editoriali, cronache ed interviste che portano le firme di giornalisti e studiosi apertamente schierati a favore della causa palestinese. Ma forse, pretendere che gli assatanati profanatori di una sede - dinanzi alla quale, non dimentichiamolo, nel 1977 le BR uccisero l’allora vice direttore Carlo Casalegno – conoscano veramente il pensiero dei tanti intellettuali che esprimono la loro condanna nei confronti dello Stato ebraico, è pretendere un po’ troppo. Presumiamo, invece, che – anche in considerazione del prestigioso incarico che (forse immeritatamente) ricopre – certe letture Francesca Albanese sia solite farle...Per questo motivo ci appaiono gravissime, intimidatorie e senza attenuanti le sue parole circa il “monito ai giornalisti per tornare a fare il proprio lavoro”. Che cosa ha, dunque, inteso dire? Che se proprio un giornale non giustifica apertamente  la violenza e non si presta a farsi megafono di una spudorata propaganda anti occidentale, allora è meglio che chiuda prima che a farglielo capire intervengano le brutte maniere? Durante la Rivoluzione Culturale Cinese, iniziata nel 1966, Mao Tze Tung invitava le sue guardie rosse a “colpirne uno per educarne cento”...Ebbene, il senso di quanto dichiarato dalla Albanese a proposito dei fatti di Torino, ci sembra avvicinarsi di molto a quello inteso dal Grande Timoniere, esponendo, in generale, la categoria dei giornalisti, al rischio di cadere vittime di altri attacchi.  Immaginiamo che d’ora innanzi – soprattutto a Sinistra – qualcuno incominci a pensarci non due, ma duemila volte prima di rilasciarsi andare a quei troppo facili ed ingannevoli innamoramenti, che hanno indotto parlamentari ed amministratori locali a conferire, demagogicamente ed incautamente, onorificenze che, adesso, se potessero, vorrebbero magari anche revocare...Purtroppo però, le ambiguità e gli opportunismi che, negli ultimi mesi, hanno spinto partiti e sindacati ad assecondare le pretese delle flottiglie ed i capricci di Greta Thumberg, il danno che dovevano fare, ormai lo hanno fatto. E vedrete che adesso, tanto per archiviare la pratica, anche per Francesca Albanese, il futuro avrà i contorni di un bel seggio a Strasburgo.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>205</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/908598dc78f3afb3668f8f3cc39ba864.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Vieni, c’è una casa nel bosco | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/vieni-c-e-una-casa-nel-bosco-il-punto-della-settimana--68803944</link><description><![CDATA[Nel seguire la vicenda della famiglia nel bosco – con tutte le discussioni che ha alimentato – ci siamo chiesti a chi, in definitiva, appartengano veramente quelli che noi siamo soliti considerare come i “nostri” figli. Certamente non allo Stato, ma nemmeno a noi. I bambini sono, infatti, esseri umani assolutamente liberi e nei confronti dei quali i genitori non possono vantare alcun diritto di “proprietà”, potendo, invece, accollarsi soltanto dei doveri di “responsabilità”, inerenti alle decisioni che si presume siano le più adeguate da prendere nel loro interesse. Tuttavia, se la famiglia manca a questo riguardo, qualcuno dovrà pure occuparsene e, allora, sembra quasi inevitabile che ad intervenire siano le istituzioni pubbliche. Anche se, a ben vedere, stabilire esattamente in che cosa poi davvero consista il meglio per un bambino, è un problema che lascia sempre aperto un certo margine di incertezza interpretativa. Quante volte, infatti, abbiamo sentito dire che quello del genitore è “il mestiere più difficile del mondo”, perché, in genere, per troppo amore, si finisce spesso e volentieri  per sbagliare...Certamente, tanto per fare un esempio, quel padre e quella madre che hanno deciso di non mandare i propri figli a scuola non avranno agito nella consapevolezza che, una volta divenuti adulti e non disponendo di alcun titolo di studio legalmente riconosciuto, questi verranno a trovarsi, dall’oggi al domani, a dover fare i conti con una società che non potrà loro riservare altro che disoccupazione e gravi difficoltà di inserimento...No, quei genitori avranno senz’altro creduto di poter proficuamente investire, per i propri pargoletti, in un futuro nel quale ad un colloquio di lavoro sarà sufficiente raccontare di non essere diplomati o laureati, ma di avere, comunque, studiato lo stesso, in qualche modo, per conto proprio...E qui, pur non volendo affatto esprimere giudizi di merito su una questione così delicata, ci viene però spontaneo richiamare in causa quel concetto di “responsabilità”, cui abbiamo prima accennato. Quella  responsabilità che non dovrebbe mai farci scordare il fatto che ogni scelta che noi compiamo liberamente – in mala o buona fede che sia – produce sempre delle conseguenze sugli altri. E, soprattutto quando si tratta dei figli, responsabilità significa essenzialmente comprendere che la nostra autonomia decisionale finisce proprio là dove a cominciare è il loro avvenire.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_30-11-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 30 Nov 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/68803944/punto_settimana_30_11_2025_07_07.mp3" length="2279175" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Nel seguire la vicenda della famiglia nel bosco – con tutte le discussioni che ha alimentato – ci siamo chiesti a chi, in definitiva, appartengano veramente quelli che noi siamo soliti considerare come i “nostri” figli. Certamente non allo Stato, ma...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nel seguire la vicenda della famiglia nel bosco – con tutte le discussioni che ha alimentato – ci siamo chiesti a chi, in definitiva, appartengano veramente quelli che noi siamo soliti considerare come i “nostri” figli. Certamente non allo Stato, ma nemmeno a noi. I bambini sono, infatti, esseri umani assolutamente liberi e nei confronti dei quali i genitori non possono vantare alcun diritto di “proprietà”, potendo, invece, accollarsi soltanto dei doveri di “responsabilità”, inerenti alle decisioni che si presume siano le più adeguate da prendere nel loro interesse. Tuttavia, se la famiglia manca a questo riguardo, qualcuno dovrà pure occuparsene e, allora, sembra quasi inevitabile che ad intervenire siano le istituzioni pubbliche. Anche se, a ben vedere, stabilire esattamente in che cosa poi davvero consista il meglio per un bambino, è un problema che lascia sempre aperto un certo margine di incertezza interpretativa. Quante volte, infatti, abbiamo sentito dire che quello del genitore è “il mestiere più difficile del mondo”, perché, in genere, per troppo amore, si finisce spesso e volentieri  per sbagliare...Certamente, tanto per fare un esempio, quel padre e quella madre che hanno deciso di non mandare i propri figli a scuola non avranno agito nella consapevolezza che, una volta divenuti adulti e non disponendo di alcun titolo di studio legalmente riconosciuto, questi verranno a trovarsi, dall’oggi al domani, a dover fare i conti con una società che non potrà loro riservare altro che disoccupazione e gravi difficoltà di inserimento...No, quei genitori avranno senz’altro creduto di poter proficuamente investire, per i propri pargoletti, in un futuro nel quale ad un colloquio di lavoro sarà sufficiente raccontare di non essere diplomati o laureati, ma di avere, comunque, studiato lo stesso, in qualche modo, per conto proprio...E qui, pur non volendo affatto esprimere giudizi di merito su una questione così delicata, ci viene però spontaneo richiamare in causa quel concetto di “responsabilità”, cui abbiamo prima accennato. Quella  responsabilità che non dovrebbe mai farci scordare il fatto che ogni scelta che noi compiamo liberamente – in mala o buona fede che sia – produce sempre delle conseguenze sugli altri. E, soprattutto quando si tratta dei figli, responsabilità significa essenzialmente comprendere che la nostra autonomia decisionale finisce proprio là dove a cominciare è il loro avvenire.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>143</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/7cc9a317e51f412f9daba7879ae3033c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L’incauto “scossone” | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-incauto-scossone-il-punto-della-settimana--68701020</link><description><![CDATA[L’impressione che ci è rimasta - riflettendo sulla “querelle” sorta, in questa settimana, sulle parole che il consigliere della Presidenza della Repubblica per la Difesa, Francesco Garofani, si è lasciato incautamente sfuggire in merito ad un auspicato  “scossone” in grado di far sloggiare Giorgia Meloni da Palazzo Chigi - è quella che il vero “bersaglio” del ragionamento di Garofani non fosse tanto la Premier, quanto la Segretaria del Partito democratico. Ed in effetti, a ben vedere, al di là delle intenzioni del quotidiano che le ha diffuse, si tratta di affermazioni che non paiono tanto orientate ad esecrare la presenza della Meloni al Governo, quanto, invece, a lamentare l’inadeguatezza di un’opposizione che - a meno, appunto, di uno “scossone” inviato dalla provvidenza - non sembra assolutamente in grado di rappresentare un’alternativa politica credibile (e, quindi, potenzialmente vincente) rispetto all’attuale maggioranza che guida il Paese. Pertanto, questo “scossone” della controversia riteniamo vada inteso – negli auspici di chi lo ha evocato - come un qualche cosa che dovrebbe cadere dal cielo proprio sul Campo Largo e possibilmente – considerato il passato politico, da ex democristiano, dello stesso Garofani -  a favore dei Centristi che oggi militano, contando davvero pochino, nel PD. Intendiamoci, non è affatto normale che un consigliere di Mattarella faccia determinate esternazioni  in un ristorante, facendo, di conseguenza, sorgere legittimamente dei dubbi circa il suo modo di essere “super partes”, ma è anche vero che stiamo pur sempre parlando di un personaggio che, avendo anche ricoperto cariche parlamentari nel PD, non lo si scopre certamente oggi...Impensabile, infatti, che, come per magia, una volta arrivato a frequentare le stanze del Quirinale, abbia improvvisamente subito una mutazione genetica tale da renderlo, del tutto, politicamente rigenerato. Ecco perché, nella sostanza (ma non nei modi irrituali), pensiamo che non ci sia poi da meravigliarsi troppo per quanto Garofani abbia detto in un momento trascorso con vecchi amici e parlando più che altro di calcio tra una portata e l’altra. Piuttosto, ci sarebbe stato da stupirsi se, da quella tavolata, fossero arrivati giudizi lusinghieri su Giorgia Meloni e sul suo Esecutivo... Invece, il dato politico più rilevante che ne è emerso è quello che, al Quirinale, c’è qualcuno che, evidentemente, non considera la candidatura della Schlein come una valida opzione da contrapporre a quella della Meloni.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_23-11-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 23 Nov 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/68701020/punto_settimana_23_11_2025_07_07.mp3" length="5286222" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>L’impressione che ci è rimasta - riflettendo sulla “querelle” sorta, in questa settimana, sulle parole che il consigliere della Presidenza della Repubblica per la Difesa, Francesco Garofani, si è lasciato incautamente sfuggire in merito ad un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L’impressione che ci è rimasta - riflettendo sulla “querelle” sorta, in questa settimana, sulle parole che il consigliere della Presidenza della Repubblica per la Difesa, Francesco Garofani, si è lasciato incautamente sfuggire in merito ad un auspicato  “scossone” in grado di far sloggiare Giorgia Meloni da Palazzo Chigi - è quella che il vero “bersaglio” del ragionamento di Garofani non fosse tanto la Premier, quanto la Segretaria del Partito democratico. Ed in effetti, a ben vedere, al di là delle intenzioni del quotidiano che le ha diffuse, si tratta di affermazioni che non paiono tanto orientate ad esecrare la presenza della Meloni al Governo, quanto, invece, a lamentare l’inadeguatezza di un’opposizione che - a meno, appunto, di uno “scossone” inviato dalla provvidenza - non sembra assolutamente in grado di rappresentare un’alternativa politica credibile (e, quindi, potenzialmente vincente) rispetto all’attuale maggioranza che guida il Paese. Pertanto, questo “scossone” della controversia riteniamo vada inteso – negli auspici di chi lo ha evocato - come un qualche cosa che dovrebbe cadere dal cielo proprio sul Campo Largo e possibilmente – considerato il passato politico, da ex democristiano, dello stesso Garofani -  a favore dei Centristi che oggi militano, contando davvero pochino, nel PD. Intendiamoci, non è affatto normale che un consigliere di Mattarella faccia determinate esternazioni  in un ristorante, facendo, di conseguenza, sorgere legittimamente dei dubbi circa il suo modo di essere “super partes”, ma è anche vero che stiamo pur sempre parlando di un personaggio che, avendo anche ricoperto cariche parlamentari nel PD, non lo si scopre certamente oggi...Impensabile, infatti, che, come per magia, una volta arrivato a frequentare le stanze del Quirinale, abbia improvvisamente subito una mutazione genetica tale da renderlo, del tutto, politicamente rigenerato. Ecco perché, nella sostanza (ma non nei modi irrituali), pensiamo che non ci sia poi da meravigliarsi troppo per quanto Garofani abbia detto in un momento trascorso con vecchi amici e parlando più che altro di calcio tra una portata e l’altra. Piuttosto, ci sarebbe stato da stupirsi se, da quella tavolata, fossero arrivati giudizi lusinghieri su Giorgia Meloni e sul suo Esecutivo... Invece, il dato politico più rilevante che ne è emerso è quello che, al Quirinale, c’è qualcuno che, evidentemente, non considera la candidatura della Schlein come una valida opzione da contrapporre a quella della Meloni.]]></itunes:summary><itunes:duration>132</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/565628b09aaf279d5a4b551c19efb3a2.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Contro natura | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/contro-natura-il-punto-della-settimana--68590508</link><description><![CDATA[Se la morte di un figlio, già di per sé,  rappresenta l’esempio più inequivocabile di ciò che possiamo considerare come un evento “contra naturam”, quando è poi addirittura un genitore a causarla intenzionalmente, allora ogni tipo di riflessione  - morale o intellettuale – non può che lasciare spazio al più profondo e puro sgomento. Quello che avviene in questi casi è, infatti, il più drammatico ribaltamento di tutti i più basilari istinti amorosi e protettivi che si possa concepire. Giovedì scorso, abbiamo avuto notizia , contestualmente, di una madre che, a Trieste, ha ucciso con una coltellata alla gola il proprio bambino di nove anni e di un’altra che, a Bergamo, è stata giudicata penalmente irresponsabile (per incapacità di intendere e volere) in merito alla soppressioni di due figli: una quando aveva quattro mesi e l’altro quando ne aveva, invece, due. Per quanto incredibili ed assolutamente inaccettabili, i dati ufficiali ci rivelano che, in Italia, dal 2000 al 2023, sono stati 535 i genitori che hanno personalmente posto fine all’esistenza dei loro figli, con una prevalenza (nella misura del 60%) della componente materna. In genere, a commento di questi fatti, psichiatri, assistenti sociali e magistrati ci spiegano che tutto è stato reso possibile da stati di “profonda depressione”  o da sensi di inadeguatezza di fronte ai compiti previsti da ogni percorso genitoriale. Sarà senz’altro così. Anzi, è senz’altro così. Tuttavia, noi ci chiediamo, profondamente angosciati, per quale ragione tutte queste  argomentazioni vengano, solitamente, chiamate in causa quando oramai è troppo tardi per impedire il verificarsi di una tragedia. Possibile che il destino di un bambino o di una bambina - lasciati in balìa di soggetti spesso manifestamente  inadeguati rispetto sia ai doveri, che alle gioie genitoriali - debba davvero significare così poco per la società in cui tutti viviamo? Possibile che la maggior parte di noi trovi sufficientemente rassicurante pensare che, per quanto si tratti certamente di accadimenti tristissimi, sono pur sempre cose che a noi non capiteranno mai? Possibile che le pareti delle nostre case siano talmente ovattate da risultare del tutto insonorizzate di fronte a certe grida di disperazione?]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_16-11-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 16 Nov 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/68590508/punto_settimana_16_11_2025_07_07.mp3" length="4895766" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Se la morte di un figlio, già di per sé,  rappresenta l’esempio più inequivocabile di ciò che possiamo considerare come un evento “contra naturam”, quando è poi addirittura un genitore a causarla intenzionalmente, allora ogni tipo di riflessione  -...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Se la morte di un figlio, già di per sé,  rappresenta l’esempio più inequivocabile di ciò che possiamo considerare come un evento “contra naturam”, quando è poi addirittura un genitore a causarla intenzionalmente, allora ogni tipo di riflessione  - morale o intellettuale – non può che lasciare spazio al più profondo e puro sgomento. Quello che avviene in questi casi è, infatti, il più drammatico ribaltamento di tutti i più basilari istinti amorosi e protettivi che si possa concepire. Giovedì scorso, abbiamo avuto notizia , contestualmente, di una madre che, a Trieste, ha ucciso con una coltellata alla gola il proprio bambino di nove anni e di un’altra che, a Bergamo, è stata giudicata penalmente irresponsabile (per incapacità di intendere e volere) in merito alla soppressioni di due figli: una quando aveva quattro mesi e l’altro quando ne aveva, invece, due. Per quanto incredibili ed assolutamente inaccettabili, i dati ufficiali ci rivelano che, in Italia, dal 2000 al 2023, sono stati 535 i genitori che hanno personalmente posto fine all’esistenza dei loro figli, con una prevalenza (nella misura del 60%) della componente materna. In genere, a commento di questi fatti, psichiatri, assistenti sociali e magistrati ci spiegano che tutto è stato reso possibile da stati di “profonda depressione”  o da sensi di inadeguatezza di fronte ai compiti previsti da ogni percorso genitoriale. Sarà senz’altro così. Anzi, è senz’altro così. Tuttavia, noi ci chiediamo, profondamente angosciati, per quale ragione tutte queste  argomentazioni vengano, solitamente, chiamate in causa quando oramai è troppo tardi per impedire il verificarsi di una tragedia. Possibile che il destino di un bambino o di una bambina - lasciati in balìa di soggetti spesso manifestamente  inadeguati rispetto sia ai doveri, che alle gioie genitoriali - debba davvero significare così poco per la società in cui tutti viviamo? Possibile che la maggior parte di noi trovi sufficientemente rassicurante pensare che, per quanto si tratti certamente di accadimenti tristissimi, sono pur sempre cose che a noi non capiteranno mai? Possibile che le pareti delle nostre case siano talmente ovattate da risultare del tutto insonorizzate di fronte a certe grida di disperazione?]]></itunes:summary><itunes:duration>123</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/b2f73cea76bb3694ca75effa0082f175.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L’esperimento di Mamdani | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-esperimento-di-mamdani-il-punto-della-settimana--68482460</link><description><![CDATA[Il successo ottenuto dai democratici nella tornata elettorale del 4 novembre scorso, è un qualche cosa che, indubbiamente, è andato al di là delle più rosee aspettative che potessero nutrire i militanti di un Partito che, dopo la sconfitta di Kamala Harris alle ultime presidenziali, sembrava davvero brancolare nel buio. Invece, gli ampi margini di scarto ottenuti dai suoi candidati nei confronti dei loro avversari repubblicani – su tutti, il neo sindaco di New York, Zohran Mamdani, che ha preceduto di circa 200mila preferenze l’ex governatore Andrew Cuomo – stanno a rivelare che il suo encefalogramma era ancora ben lontano dall’essere divenuto completamente piatto. In particolare, le analisi post voto hanno registrato una recuperata capacità, da parte democratica, di raccogliere consensi anche presso alcune componenti sociali – come  l’afroamericana e l’ ispanica – che, esattamente lo scorso anno, si erano, invece, espresse in favore di Donald Trump e del Grand Old Party.  Forse, il deludente risultato ottenuto dai repubblicani, trae origine, in buona misura, dalla volontà di una fetta consistente dell’elettorato americano, di reagire dinanzi a certi aspetti arroganti e confusi della politica trumpiana. E forse, tra quelli che si sono recati alle urne, non sono stati in pochi  a farlo pur di andare contro alla presidenza più istrionica e divisiva di cui si abbia memoria. Certo è che il Partito democratico non si è limitato soltanto a riprendersi dalla batosta del 2024, ma ha pure finito per stravincere il confronto con un Partito repubblicano che si è – come già si ipotizzava – confermato un po’ troppo dipendente dalla presenza o meno del suo leader sulle schede elettorali. Cosa che, soprattutto in vista delle prossime consultazioni di medio termine del 2026, farà squillare un campanello di allarme particolarmente sonoro nelle orecchie dei sostenitori dell’ideologia MAGA. Mattatore assoluto della giornata elettorale è risultato, senza dubbio, il giovane Mamdani che, pur partendo dalla scomoda posizione di perfetto sconosciuto, ha, comunque, saputo conquistare i favori di oltre il 50% dei votanti, grazie ad una campagna condotta prevalentemente sui social e ad un programma politico insolitamente “socialista” per la società statunitense. Il suo primo discorso, da sindaco della Grande Mela, ha assunto immediatamente toni di sfida nei confronti del Tycoon che, non a caso, è stato invitato ad “alzare il volume”, per meglio ascoltare la rivendicazione delle sue origini, della sua religione e delle sue posizioni politiche, intese come basi sulle quali costruire un meccanismo di assalto  al sistema di potere trumpiano. Propositi, quindi, molto ambiziosi e determinati che, probabilmente, battezzano la nascita di un nuovo personaggio nella politica a stelle e strisce, anche se - almeno a nostro avviso - è ancora abbastanza prematuro consideralo come un vero e proprio punto di riferimento imprescindibile ed alternativo per una strategia politica nazionale. Mamdani rappresenta, infatti, un nuovo populismo di sinistra, in qualche modo, quasi speculare rispetto al populismo di destra che ha riportato Trump alla Casa Bianca. A ciò va aggiunto che, nello stesso martedì elettorale, i democratici, oltre al brillante risultato di New York, ne hanno anche ottenuti diversi altri, assai significativi: su tutti, i governatorati della Virginia e del New Jersey, andati a due donne moderate, Abigal Spanberger e Kikie Sherrill – entrambe con un passato nella CIA o nell’esercito – le quali  hanno lasciato da parte i pregiudizi woke ed i sofismi del politically correct, per puntare molto più concretamente su temi che investono la vita quotidiana degli Americani come la sanità o il costo della vita. Al momento, all’interno del Partito Democratico, si fronteggiano, quindi, due anime che si auto candidano per recitare la parte di anti-Trump. E certamente - fermo restando che a Mamdani, non essendo nato negli USA, una eventuale corsa alla Casa Bianca sarà sempre impedita per legge - possiamo lo stesso immaginare che sulla scelta delle future candidature democratiche – siano esse per il mid term o per la Presidenza nazionale – inciderà moltissimo anche l’esito del suo esperimento newyorkese. Esperimento che però, oggi, appare ancora del tutto  immerso nell’imponderabile: animato com’è da entusiasmi egualitari, non sempre così facili da tradurre in fatti concreti.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_09-11-2025_07-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 09 Nov 2025 06:00:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/68482460/punto_settimana_09_11_2025_07_00.mp3" length="9997582" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Il successo ottenuto dai democratici nella tornata elettorale del 4 novembre scorso, è un qualche cosa che, indubbiamente, è andato al di là delle più rosee aspettative che potessero nutrire i militanti di un Partito che, dopo la sconfitta di Kamala...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il successo ottenuto dai democratici nella tornata elettorale del 4 novembre scorso, è un qualche cosa che, indubbiamente, è andato al di là delle più rosee aspettative che potessero nutrire i militanti di un Partito che, dopo la sconfitta di Kamala Harris alle ultime presidenziali, sembrava davvero brancolare nel buio. Invece, gli ampi margini di scarto ottenuti dai suoi candidati nei confronti dei loro avversari repubblicani – su tutti, il neo sindaco di New York, Zohran Mamdani, che ha preceduto di circa 200mila preferenze l’ex governatore Andrew Cuomo – stanno a rivelare che il suo encefalogramma era ancora ben lontano dall’essere divenuto completamente piatto. In particolare, le analisi post voto hanno registrato una recuperata capacità, da parte democratica, di raccogliere consensi anche presso alcune componenti sociali – come  l’afroamericana e l’ ispanica – che, esattamente lo scorso anno, si erano, invece, espresse in favore di Donald Trump e del Grand Old Party.  Forse, il deludente risultato ottenuto dai repubblicani, trae origine, in buona misura, dalla volontà di una fetta consistente dell’elettorato americano, di reagire dinanzi a certi aspetti arroganti e confusi della politica trumpiana. E forse, tra quelli che si sono recati alle urne, non sono stati in pochi  a farlo pur di andare contro alla presidenza più istrionica e divisiva di cui si abbia memoria. Certo è che il Partito democratico non si è limitato soltanto a riprendersi dalla batosta del 2024, ma ha pure finito per stravincere il confronto con un Partito repubblicano che si è – come già si ipotizzava – confermato un po’ troppo dipendente dalla presenza o meno del suo leader sulle schede elettorali. Cosa che, soprattutto in vista delle prossime consultazioni di medio termine del 2026, farà squillare un campanello di allarme particolarmente sonoro nelle orecchie dei sostenitori dell’ideologia MAGA. Mattatore assoluto della giornata elettorale è risultato, senza dubbio, il giovane Mamdani che, pur partendo dalla scomoda posizione di perfetto sconosciuto, ha, comunque, saputo conquistare i favori di oltre il 50% dei votanti, grazie ad una campagna condotta prevalentemente sui social e ad un programma politico insolitamente “socialista” per la società statunitense. Il suo primo discorso, da sindaco della Grande Mela, ha assunto immediatamente toni di sfida nei confronti del Tycoon che, non a caso, è stato invitato ad “alzare il volume”, per meglio ascoltare la rivendicazione delle sue origini, della sua religione e delle sue posizioni politiche, intese come basi sulle quali costruire un meccanismo di assalto  al sistema di potere trumpiano. Propositi, quindi, molto ambiziosi e determinati che, probabilmente, battezzano la nascita di un nuovo personaggio nella politica a stelle e strisce, anche se - almeno a nostro avviso - è ancora abbastanza prematuro consideralo come un vero e proprio punto di riferimento imprescindibile ed alternativo per una strategia politica nazionale. Mamdani rappresenta, infatti, un nuovo populismo di sinistra, in qualche modo, quasi speculare rispetto al populismo di destra che ha riportato Trump alla Casa Bianca. A ciò va aggiunto che, nello stesso martedì elettorale, i democratici, oltre al brillante risultato di New York, ne hanno anche ottenuti diversi altri, assai significativi: su tutti, i governatorati della Virginia e del New Jersey, andati a due donne moderate, Abigal Spanberger e Kikie Sherrill – entrambe con un passato nella CIA o nell’esercito – le quali  hanno lasciato da parte i pregiudizi woke ed i sofismi del politically correct, per puntare molto più concretamente su temi che investono la vita quotidiana degli Americani come la sanità o il costo della vita. Al momento, all’interno del Partito Democratico, si fronteggiano, quindi, due anime che si auto candidano per recitare la parte di anti-Trump. 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Si sarà, senz’altro, trattato di una banalissima coincidenza, anche se resta il fatto che, comunque, i magistrati contabili hanno stoppato una grande opera per la quale era ormai tutto pronto, ignorando, tra le altre, anche le aspettative di migliaia di lavoratori che il cuore su questo travagliato Ponte lo avevano già messo sul serio, facendo affidamento, per se stessi e per le loro famiglie, su stipendi garantiti per diversi anni.  Nel bocciare la delibera Cipess del 6 agosto che avrebbe segnato l’avvio operativo per il Ponte sullo Stretto, la Corte dei Conti ha, pertanto, deciso di fermare un progetto strategico già approvato da Parlamento, Governo e organi tecnici, pur nella consapevolezza – almeno si spera – di bloccare non soltanto la realizzazione di una straordinaria sfida ingegneristica, ma anche un’importante opportunità di sviluppo per l’intero Mezzogiorno. Aveva davvero il potere di farlo? In Italia si, a differenza di quanto accade nel resto d’Europa, dove – si vedano gli esempi di Francia, Germania e degli altri principali Paesi continentali – alle  magistrature contabili vengono assegnate esclusivamente funzioni di revisione ed eventuali responsabilità ex post. Solo da noi la Corte può intervenire ex ante, inibendo così l’attuazione di decisioni politiche già deliberate e solo in Italia può, quindi, esercitare un controllo preventivo che non ha eguali nelle altre Nazioni europee. Del resto, di questa nostrana anomalia funzionale ne erano certamente già consapevoli i membri della Commissione Bilaterale per le Riforme Costituzionali presieduta da quel “bieco reazionario” di Massimo d’Alema, che, alla fine degli Anni 90, avevano addirittura concepito la soppressione della Corte dei Conti, distribuendo le sue funzioni giurisdizionali al Consiglio di Stato e quelle consultive all’Avvocatura dello Stato. E si trattava di una chiara presa di coscienza circa l’incompatibilità sussistente tra controllo preventivo e responsabilità politica. Poi, ovviamente, come di tante altre riforme italiane, non se ne fece più niente.  In conclusione, ci pare che la Corte dei Conti vada profondamente riveduta, secondo criteri conformi alle esigenze del nostro tempo. Con ciò non intendiamo certo dire che i controlli non debbano rimanere puntigliosi e severi: tuttavia, bisogna assolutamente fare in modo che non possano più aprioristicamente frustare l’azione governativa. In altre parole, il controllo di legalità è una cosa, mentre l’interferenza sulla volontà politica è un’altra.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_02-11-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 02 Nov 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/68384297/punto_settimana_02_11_2025_07_07.mp3" length="6519117" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Vogliamo evitare – anche se, in verità, un minimo di tentazione ci sarebbe – di considerare l’intervento della Corte dei Conti sul Ponte di Messina come una sorta di bomba ad orologeria, il cui timer era stato posizionato proprio sulla data in cui il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Vogliamo evitare – anche se, in verità, un minimo di tentazione ci sarebbe – di considerare l’intervento della Corte dei Conti sul Ponte di Messina come una sorta di bomba ad orologeria, il cui timer era stato posizionato proprio sulla data in cui il Senato avrebbe dato il via libera definitivo alla Riforma Nordio. Si sarà, senz’altro, trattato di una banalissima coincidenza, anche se resta il fatto che, comunque, i magistrati contabili hanno stoppato una grande opera per la quale era ormai tutto pronto, ignorando, tra le altre, anche le aspettative di migliaia di lavoratori che il cuore su questo travagliato Ponte lo avevano già messo sul serio, facendo affidamento, per se stessi e per le loro famiglie, su stipendi garantiti per diversi anni.  Nel bocciare la delibera Cipess del 6 agosto che avrebbe segnato l’avvio operativo per il Ponte sullo Stretto, la Corte dei Conti ha, pertanto, deciso di fermare un progetto strategico già approvato da Parlamento, Governo e organi tecnici, pur nella consapevolezza – almeno si spera – di bloccare non soltanto la realizzazione di una straordinaria sfida ingegneristica, ma anche un’importante opportunità di sviluppo per l’intero Mezzogiorno. Aveva davvero il potere di farlo? In Italia si, a differenza di quanto accade nel resto d’Europa, dove – si vedano gli esempi di Francia, Germania e degli altri principali Paesi continentali – alle  magistrature contabili vengono assegnate esclusivamente funzioni di revisione ed eventuali responsabilità ex post. Solo da noi la Corte può intervenire ex ante, inibendo così l’attuazione di decisioni politiche già deliberate e solo in Italia può, quindi, esercitare un controllo preventivo che non ha eguali nelle altre Nazioni europee. Del resto, di questa nostrana anomalia funzionale ne erano certamente già consapevoli i membri della Commissione Bilaterale per le Riforme Costituzionali presieduta da quel “bieco reazionario” di Massimo d’Alema, che, alla fine degli Anni 90, avevano addirittura concepito la soppressione della Corte dei Conti, distribuendo le sue funzioni giurisdizionali al Consiglio di Stato e quelle consultive all’Avvocatura dello Stato. E si trattava di una chiara presa di coscienza circa l’incompatibilità sussistente tra controllo preventivo e responsabilità politica. Poi, ovviamente, come di tante altre riforme italiane, non se ne fece più niente.  In conclusione, ci pare che la Corte dei Conti vada profondamente riveduta, secondo criteri conformi alle esigenze del nostro tempo. Con ciò non intendiamo certo dire che i controlli non debbano rimanere puntigliosi e severi: tuttavia, bisogna assolutamente fare in modo che non possano più aprioristicamente frustare l’azione governativa. In altre parole, il controllo di legalità è una cosa, mentre l’interferenza sulla volontà politica è un’altra.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>163</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a1b4ed89602d9a9afeca4e563780347b.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Le ragioni di Sinner e quelle di Vespa | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/le-ragioni-di-sinner-e-quelle-di-vespa-il-punto-della-settimana--68282970</link><description><![CDATA[In queste ultime ore, quello che, per la maggior parte dei media italiani, era diventato un modello assoluto ed inarrivabile di classe sportiva e di fair play - da esibire orgogliosamente al mondo intero quale massima gloria nazionale - è ritornato ad essere, improvvisamente, quell’ingrato “crucco” che, lo scorso anno, aveva già deciso di disertare i Giochi Olimpici di Parigi. E si, perché il fino a ieri tanto idolatrato, Jannik Sinner, ha pensato bene di ricordarci di non essere - contrariamente a quanto abbiamo sempre preteso da lui - un autentico semi dio, ma di appartenere, invece, molto più banalmente (e facciamocene una ragione) anch’egli alla specie umana. Niente finale di Davis, quindi, per la condanna corale pronunciata da una sbrigativa campagna di denigrazione giornalistica che, insolitamente, è riuscita nella non facile impresa di accomunare testate di tutti gli schieramenti politici.  Si è chiesto, per primo, l’eterno Bruno Vespa perché mai un italiano dovrebbe tifare per Sinner. Per uno che è tedesco di lingua madre, che risiede a Montecarlo e che decide di non giocare per la nazionale in Coppa Davis  solamente perché vuole prendersi una settimana di vacanza in più. Forse, la domanda Vespa la dovrebbe rivolgere ai milioni di Italiani che sono rimasti attaccati al televisore per oltre cinque ore, quando il fuoriclasse di San Candido era unanimemente percepito come l’eroe azzurro che, alla fine, trionfava là dove nessuno dei nostri tennisti era mai riuscito ad arrivare. Alla faccia - in quelle esaltanti giornate di Wimbledon o di Roland Garros - della sua germanica chioma fulva che ha finito per far piacere le carote anche a chi non le aveva mai mangiate o del suo modo di porsi garbato e distaccato che, certamente, ha ben poco di campano o di romagnolo.   Meno male che tutti quelli che si intendono di tennis – compresi i mitici campioni della Davis del 76 Panatta, Bertolucci e Barazzutti – hanno evitato di buttare la croce addosso a Sinner, riconoscendo un certo fondamento alla scelta di rinunciare ad un trofeo divenuto ormai molto meno prestigioso che in passato, per rifiatare in attesa degli impegni che contano maggiormente. Del resto, anche Federer, per la storica Insalatiera, ha giocato, con la nazionale elvetica, una sola volta in tutta la sua carriera, privilegiando sempre i tornei individuali. Così come anche hanno, a loro volta, fatto pure Nadal e Djokovic. Il grande tennis oggi non è più quello di Pietrangeli o di Panatta, ma è un altro e l’Italia, in questo momento, sembra stranamente essere l’unico luogo al mondo a non essersene ancora accorto.  Quello di Jannik Sinner  non è, dunque, un tradimento della Patria, anche perché la Davis non è l’equivalente tennistico di un mondiale di calcio. Il tennis è uno sport individuale che, tra l’altro, negli ultimi anni, ha esasperato questa sua caratteristica, alimentando una distanza quasi abissale tra l’interesse che un qualsiasi giocatore professionista nutre per un ricco torneo dello Slam e quello che può, invece, provare verso un’Insalatiera d’altri tempi.  Pertanto, in vista delle APT Finals che si giocheranno a Torino a novembre e degli Open di Australia in programma a gennaio, è più che comprensibile la scelta di Jannik e del suo team di saltare la Davis. Davis di cui, comunque, l’Italia ha vinto le due ultime edizioni anche grazie al contributo determinante fornito proprio dal nostro “ingrato crucco”. Saremmo, infine, anche curiosi di leggere le reazioni e i commenti di certi nazionalisti dell’ultima ora se, venendo incontro alle loro attuali pretese, Sinner ritornasse sui suoi passi, giocasse per la nazionale compromettendo la sua preparazione e poi, magari, disputasse una stagione deludente nel 2026.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_26-10-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 26 Oct 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/68282970/punto_settimana_26_10_2025_07_07.mp3" length="8835656" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>In queste ultime ore, quello che, per la maggior parte dei media italiani, era diventato un modello assoluto ed inarrivabile di classe sportiva e di fair play - da esibire orgogliosamente al mondo intero quale massima gloria nazionale - è ritornato ad...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[In queste ultime ore, quello che, per la maggior parte dei media italiani, era diventato un modello assoluto ed inarrivabile di classe sportiva e di fair play - da esibire orgogliosamente al mondo intero quale massima gloria nazionale - è ritornato ad essere, improvvisamente, quell’ingrato “crucco” che, lo scorso anno, aveva già deciso di disertare i Giochi Olimpici di Parigi. E si, perché il fino a ieri tanto idolatrato, Jannik Sinner, ha pensato bene di ricordarci di non essere - contrariamente a quanto abbiamo sempre preteso da lui - un autentico semi dio, ma di appartenere, invece, molto più banalmente (e facciamocene una ragione) anch’egli alla specie umana. Niente finale di Davis, quindi, per la condanna corale pronunciata da una sbrigativa campagna di denigrazione giornalistica che, insolitamente, è riuscita nella non facile impresa di accomunare testate di tutti gli schieramenti politici.  Si è chiesto, per primo, l’eterno Bruno Vespa perché mai un italiano dovrebbe tifare per Sinner. Per uno che è tedesco di lingua madre, che risiede a Montecarlo e che decide di non giocare per la nazionale in Coppa Davis  solamente perché vuole prendersi una settimana di vacanza in più. Forse, la domanda Vespa la dovrebbe rivolgere ai milioni di Italiani che sono rimasti attaccati al televisore per oltre cinque ore, quando il fuoriclasse di San Candido era unanimemente percepito come l’eroe azzurro che, alla fine, trionfava là dove nessuno dei nostri tennisti era mai riuscito ad arrivare. Alla faccia - in quelle esaltanti giornate di Wimbledon o di Roland Garros - della sua germanica chioma fulva che ha finito per far piacere le carote anche a chi non le aveva mai mangiate o del suo modo di porsi garbato e distaccato che, certamente, ha ben poco di campano o di romagnolo.   Meno male che tutti quelli che si intendono di tennis – compresi i mitici campioni della Davis del 76 Panatta, Bertolucci e Barazzutti – hanno evitato di buttare la croce addosso a Sinner, riconoscendo un certo fondamento alla scelta di rinunciare ad un trofeo divenuto ormai molto meno prestigioso che in passato, per rifiatare in attesa degli impegni che contano maggiormente. Del resto, anche Federer, per la storica Insalatiera, ha giocato, con la nazionale elvetica, una sola volta in tutta la sua carriera, privilegiando sempre i tornei individuali. Così come anche hanno, a loro volta, fatto pure Nadal e Djokovic. Il grande tennis oggi non è più quello di Pietrangeli o di Panatta, ma è un altro e l’Italia, in questo momento, sembra stranamente essere l’unico luogo al mondo a non essersene ancora accorto.  Quello di Jannik Sinner  non è, dunque, un tradimento della Patria, anche perché la Davis non è l’equivalente tennistico di un mondiale di calcio. Il tennis è uno sport individuale che, tra l’altro, negli ultimi anni, ha esasperato questa sua caratteristica, alimentando una distanza quasi abissale tra l’interesse che un qualsiasi giocatore professionista nutre per un ricco torneo dello Slam e quello che può, invece, provare verso un’Insalatiera d’altri tempi.  Pertanto, in vista delle APT Finals che si giocheranno a Torino a novembre e degli Open di Australia in programma a gennaio, è più che comprensibile la scelta di Jannik e del suo team di saltare la Davis. Davis di cui, comunque, l’Italia ha vinto le due ultime edizioni anche grazie al contributo determinante fornito proprio dal nostro “ingrato crucco”. Saremmo, infine, anche curiosi di leggere le reazioni e i commenti di certi nazionalisti dell’ultima ora se, venendo incontro alle loro attuali pretese, Sinner ritornasse sui suoi passi, giocasse per la nazionale compromettendo la sua preparazione e poi, magari, disputasse una stagione deludente nel 2026.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play -...]]></itunes:summary><itunes:duration>221</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/08cf13aab3fb36de4e4b87846b75653a.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Intanto Hamas continua a sparare | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/intanto-hamas-continua-a-sparare-il-punto-della-settimana--68200601</link><description><![CDATA[Sembra che il fragile “cessate il fuoco” che Donald Trump - con la sua solita faciloneria auto celebrativa - ha presentato “urbi et orbi” come fosse un autentico e consolidato piano di pace, stia, purtroppo, cominciando a rivelare i suoi limiti. Se, infatti, mettiamo da parte gli unici effetti immediati e davvero importanti dell’Accordo di Sharm el Sheikh – ossia il rilascio degli ostaggi vivi  da parte di Hamas e la riapertura (almeno parziale) di Israele ai valichi che consentono l’ingresso a Gaza dei generi di prima necessità - per il resto, la situazione pare tutt’altro che rassicurante. Non soltanto Hamas resta ferma nella sua - del resto mai negata - intenzione di non rinunciare affatto ad una porzione della sua dotazione militare, ma ha pure continuato a farne ampiamente uso, lanciando  una spietata caccia ai membri di altre organizzazioni gazawite rivali. Con tanto di esecuzioni pubbliche e sommarie, delle quali tutti noi abbiamo potuto comodamente prendere visione, attraverso foto e video che si direbbero realizzati apposta per ricordarci che, nella Striscia, a comandare sul serio è ancora chi, a partire dal 2007, non ha fatto altro che colpire a morte chiunque si azzardasse a contestarne il potere assoluto.  Tra l’altro, il tutto avviene se non con il placet, almeno nel cinico e  superficiale disinteresse dell’ottimo Trump, il quale, parlando con la stampa, ha liquidato le immagini di quelle esecuzioni, accennando ad “un paio di bande che erano particolarmente pericolose” e la cui eliminazione non gli ha, quindi, “dato molto fastidio”...Anzi, come è noto, il suo Piano di pace prevede pure che ad Hamas venga assegnato un  controllo, sia pur temporaneo (ma staremo a vedere quanto) su alcune parti di Gaza, conferendo, di fatto, al gruppo terroristico una sorta di via libera ad operare come “forza di polizia” nella Striscia. Almeno fino a che non prenderà corpo quell’amministrazione transitoria, che dovrebbe essere costituita da un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della “gestione quotidiana dei servizi pubblici e dei municipi per il popolo”.  Si fida, quindi, la Casa Bianca, fino al punto di individuare in un’organizzazione di barbari dal grilletto facile, un valido strumento di controllo territoriale. Poi chissà - in fondo siamo pur sempre in Terra Santa - un giorno o l’altro avverrà pure un miracolo e, magari, Hamas accetterà persino di  disarmare spontaneamente...    In un contesto di questo tipo, risulta alquanto assordante il silenzio generale delle Sinistre europee, dei centri sociali, dei gruppi pro-Pal (e magari anche dei maranza), in merito alle violenze esercitate da Hamas nei confronti di altri palestinesi. Strano che proprio coloro che dichiarano di avere così a cuore la causa del popolo palestinese non spendano neanche una parola per condannare il clima di terrore che, pure in queste ore, continua imperterrito ad imperversare su Gaza...Quasi esistessero vittime gazawite di categorie diverse: alcune da commemorare ed altre meno, a seconda di chi è il boia... E per la verità, almeno fino ad oggi, anche la Destra nostrana, adeguandosi al prevalere di un opportunistico senso di sudditanza trumpiana, ha preferito sorvolare sulla gravità di certi accadimenti, negando, a sua volta, a quelle sventurate genti, un sia pur minimo cenno di solidarietà umana.     ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_19-10-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 19 Oct 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/68200601/punto_settimana_19_10_2025_07_07.mp3" length="7884799" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Sembra che il fragile “cessate il fuoco” che Donald Trump - con la sua solita faciloneria auto celebrativa - ha presentato “urbi et orbi” come fosse un autentico e consolidato piano di pace, stia, purtroppo, cominciando a rivelare i suoi limiti. 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Con tanto di esecuzioni pubbliche e sommarie, delle quali tutti noi abbiamo potuto comodamente prendere visione, attraverso foto e video che si direbbero realizzati apposta per ricordarci che, nella Striscia, a comandare sul serio è ancora chi, a partire dal 2007, non ha fatto altro che colpire a morte chiunque si azzardasse a contestarne il potere assoluto.  Tra l’altro, il tutto avviene se non con il placet, almeno nel cinico e  superficiale disinteresse dell’ottimo Trump, il quale, parlando con la stampa, ha liquidato le immagini di quelle esecuzioni, accennando ad “un paio di bande che erano particolarmente pericolose” e la cui eliminazione non gli ha, quindi, “dato molto fastidio”...Anzi, come è noto, il suo Piano di pace prevede pure che ad Hamas venga assegnato un  controllo, sia pur temporaneo (ma staremo a vedere quanto) su alcune parti di Gaza, conferendo, di fatto, al gruppo terroristico una sorta di via libera ad operare come “forza di polizia” nella Striscia. Almeno fino a che non prenderà corpo quell’amministrazione transitoria, che dovrebbe essere costituita da un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della “gestione quotidiana dei servizi pubblici e dei municipi per il popolo”.  Si fida, quindi, la Casa Bianca, fino al punto di individuare in un’organizzazione di barbari dal grilletto facile, un valido strumento di controllo territoriale. Poi chissà - in fondo siamo pur sempre in Terra Santa - un giorno o l’altro avverrà pure un miracolo e, magari, Hamas accetterà persino di  disarmare spontaneamente...    In un contesto di questo tipo, risulta alquanto assordante il silenzio generale delle Sinistre europee, dei centri sociali, dei gruppi pro-Pal (e magari anche dei maranza), in merito alle violenze esercitate da Hamas nei confronti di altri palestinesi. Strano che proprio coloro che dichiarano di avere così a cuore la causa del popolo palestinese non spendano neanche una parola per condannare il clima di terrore che, pure in queste ore, continua imperterrito ad imperversare su Gaza...Quasi esistessero vittime gazawite di categorie diverse: alcune da commemorare ed altre meno, a seconda di chi è il boia... E per la verità, almeno fino ad oggi, anche la Destra nostrana, adeguandosi al prevalere di un opportunistico senso di sudditanza trumpiana, ha preferito sorvolare sulla gravità di certi accadimenti, negando, a sua volta, a quelle sventurate genti, un sia pur minimo cenno di solidarietà umana.     ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>198</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/dc60b82d452175815b0d7b803fb56910.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La prima fase | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-prima-fase-il-punto-della-settimana--68104541</link><description><![CDATA[Si apre, dunque, la prima fase dell’accordo siglato a Sharm El Sheik  tra Israele e Hamas dopo due divisivi ed interminabili anni di guerra. La firma arriva, in larga misura, grazie alla mediazione di Qatar e Turchia (che di Hamas sono sempre stati, notoriamente, sostenitori), oltre a quella decisiva dell’Amministrazione americana (soprattutto, nella  persona di Jared Kushner, il brillante affarista, genero di Donald Trump).  Tornano così finalmente a casa gli ostaggi – vivi o morti che siano - ancora imprigionati a Gaza, per la più che comprensibile felicità delle loro famiglie, rimaste per troppo tempo in uno stato di ansia crudele e logorante. Tornano – dovrebbero essere 48 – in cambio del rilascio di circa duemila attivisti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, dei quali 250 sono ergastolani che scontano condanne per attentati terroristici. Un rapporto che potrà forse apparire piuttosto squilibrato, ma che, in realtà, rientra perfettamente nella tradizione che, fin dal 2011, aveva visto Hamas liberare  il soldato israeliano Gilad Shalit (prigioniero da 5 anni) in cambio di 477 detenuti palestinesi.   Gli obiettivi di questa guerra, per Tel Aviv, erano due: e cioè, l’eliminazione da Gaza del gruppo terrorista ed il ritorno degli ostaggi. Solo il secondo è stato – o almeno si spera – raggiunto, mentre il primo è, come del resto era prevedibile, fallito.  La presenza di Hamas resta, infatti, se non militarmente, almeno politicamente tutt’altro che estirpata ed appare, quindi, ingenuo ipotizzare  che, da parte sua, ci sia – come le chiederebbe il piano Trump - un’effettiva disponibilità al disarmo totale ed alla rinuncia ad esercitare un ruolo politico nella Palestina che verrà.  D’altra parte, Israele – salvo, ovviamente, agire in modo tale da dare sul serio ragione a quanti lo accusano di genocidio – si era venuto a trovare in una situazione senza vie d’uscita: 24 mesi di uccisioni e di distruzioni nella Striscia non erano, infatti, bastati per vincere la guerra e la contrarietà stessa (più volte emersa) di buona parte dell’esercito e dei servizi segreti al proseguimento delle azioni militari, non poteva continuare ad essere ignorata “sine die” dal governo Netanyahu... L’idea di occupare Gaza – tanto cara agli elementi meno presentabili della politica israeliana - esigeva, infatti, un costo troppo alto sia in termini di vite umane, che in termini di isolamento internazionale. L’impressionante sostegno mediatico nei confronti della causa palestinese che, col passare del tempo, è pericolosamente divenuto un vero e proprio “placet” per Hamas, stava (e sta) infatti portando il mondo intero ad identificare Israele in uno Stato criminale. Può davvero un Paese democratico come Israele rinunciare ad avere scambi commerciali, diplomatici o culturali come fosse una Corea del Nord qualsiasi? Certo che no...e probabilmente un segnale inequivocabile, in questo senso, a Netanyahu è arrivato lo scorso settembre, quando l’attacco missilistico lanciato sul vertice di Doha è fallito proprio per il boicottaggio messo in atto dal Mossad. Tra l’altro, questo ennesimo e maldestro passo falso di Bibi ha pure sortito l’effetto – altro segnale che le cose in Medio Oriente erano in evoluzione – di indurre Trump a fornire al Qatar la garanzia di un intervento militare in suo favore in caso di nuove aggressioni. Un privilegio, finora, mai concesso ad alcun stato arabo ed al quale hanno fatto seguito le pubbliche (e certamente non spontanee) scuse di Netanyahu con l’emiro di Doha. Il Qatar e la Turchia sono stati – almeno sino a ieri e unitamente all’Iran – i santi protettori  di Hamas e, in definitiva, forse continuano ancora ad esserlo, visto che, tutto sommato, i fondamentalisti di Gaza, hanno pur sempre ottenuto il tutt’altro che scontato impegno dello Stato ebraico a non riprendere la guerra. Israele esce, quindi, da questa “prima fase”, incassando il ritorno degli ostaggi e riportando molti successi tattici - ma non definitivi - quali possono essere considerati il ridimensionamento militare di Hamas, di Hezbollah o dell’Iran. Ma la strada per una sorta di palingenesi mediorientale resta ancora, indubbiamente, molto lunga ed accidentata.  A Trump, nei confronti del quale non abbiamo mai nascosto la nostra disistima, va, comunque, dato atto di essere stato l’unico attore in grado di prospettare  un concreto barlume di speranza per la fine di un conflitto che magari non sarà “millenario” come lo definisce lui (a proposito, qualcuno glielo spiega, una volta per tutte, che Israele è nato soltanto nel 1948?), ma che, comunque, di atrocità e di fanatismi ne ha già vissuti fin troppi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_12-10-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 12 Oct 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/68104541/punto_settimana_12_10_2025_07_07.mp3" length="10522121" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Si apre, dunque, la prima fase dell’accordo siglato a Sharm El Sheik  tra Israele e Hamas dopo due divisivi ed interminabili anni di guerra. La firma arriva, in larga misura, grazie alla mediazione di Qatar e Turchia (che di Hamas sono sempre stati,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Si apre, dunque, la prima fase dell’accordo siglato a Sharm El Sheik  tra Israele e Hamas dopo due divisivi ed interminabili anni di guerra. La firma arriva, in larga misura, grazie alla mediazione di Qatar e Turchia (che di Hamas sono sempre stati, notoriamente, sostenitori), oltre a quella decisiva dell’Amministrazione americana (soprattutto, nella  persona di Jared Kushner, il brillante affarista, genero di Donald Trump).  Tornano così finalmente a casa gli ostaggi – vivi o morti che siano - ancora imprigionati a Gaza, per la più che comprensibile felicità delle loro famiglie, rimaste per troppo tempo in uno stato di ansia crudele e logorante. Tornano – dovrebbero essere 48 – in cambio del rilascio di circa duemila attivisti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, dei quali 250 sono ergastolani che scontano condanne per attentati terroristici. Un rapporto che potrà forse apparire piuttosto squilibrato, ma che, in realtà, rientra perfettamente nella tradizione che, fin dal 2011, aveva visto Hamas liberare  il soldato israeliano Gilad Shalit (prigioniero da 5 anni) in cambio di 477 detenuti palestinesi.   Gli obiettivi di questa guerra, per Tel Aviv, erano due: e cioè, l’eliminazione da Gaza del gruppo terrorista ed il ritorno degli ostaggi. Solo il secondo è stato – o almeno si spera – raggiunto, mentre il primo è, come del resto era prevedibile, fallito.  La presenza di Hamas resta, infatti, se non militarmente, almeno politicamente tutt’altro che estirpata ed appare, quindi, ingenuo ipotizzare  che, da parte sua, ci sia – come le chiederebbe il piano Trump - un’effettiva disponibilità al disarmo totale ed alla rinuncia ad esercitare un ruolo politico nella Palestina che verrà.  D’altra parte, Israele – salvo, ovviamente, agire in modo tale da dare sul serio ragione a quanti lo accusano di genocidio – si era venuto a trovare in una situazione senza vie d’uscita: 24 mesi di uccisioni e di distruzioni nella Striscia non erano, infatti, bastati per vincere la guerra e la contrarietà stessa (più volte emersa) di buona parte dell’esercito e dei servizi segreti al proseguimento delle azioni militari, non poteva continuare ad essere ignorata “sine die” dal governo Netanyahu... L’idea di occupare Gaza – tanto cara agli elementi meno presentabili della politica israeliana - esigeva, infatti, un costo troppo alto sia in termini di vite umane, che in termini di isolamento internazionale. L’impressionante sostegno mediatico nei confronti della causa palestinese che, col passare del tempo, è pericolosamente divenuto un vero e proprio “placet” per Hamas, stava (e sta) infatti portando il mondo intero ad identificare Israele in uno Stato criminale. Può davvero un Paese democratico come Israele rinunciare ad avere scambi commerciali, diplomatici o culturali come fosse una Corea del Nord qualsiasi? Certo che no...e probabilmente un segnale inequivocabile, in questo senso, a Netanyahu è arrivato lo scorso settembre, quando l’attacco missilistico lanciato sul vertice di Doha è fallito proprio per il boicottaggio messo in atto dal Mossad. Tra l’altro, questo ennesimo e maldestro passo falso di Bibi ha pure sortito l’effetto – altro segnale che le cose in Medio Oriente erano in evoluzione – di indurre Trump a fornire al Qatar la garanzia di un intervento militare in suo favore in caso di nuove aggressioni. Un privilegio, finora, mai concesso ad alcun stato arabo ed al quale hanno fatto seguito le pubbliche (e certamente non spontanee) scuse di Netanyahu con l’emiro di Doha. Il Qatar e la Turchia sono stati – almeno sino a ieri e unitamente all’Iran – i santi protettori  di Hamas e, in definitiva, forse continuano ancora ad esserlo, visto che, tutto sommato, i fondamentalisti di Gaza, hanno pur sempre ottenuto il tutt’altro che scontato impegno dello Stato ebraico a non riprendere la guerra. Israele esce, quindi, da questa “prima fase”, incassando il ritorno degli ostaggi e riportando molti successi tattici - ma non definitivi - quali...]]></itunes:summary><itunes:duration>264</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/43e7e7dc69125017f086ee99ba8c1860.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Due pesi e due misure | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/due-pesi-e-due-misure-il-punto-della-settimana--68017328</link><description><![CDATA[Mentre la Flottiglia andava incontro al suo tragico destino, tra la solidarietà violenta e settaria di tante nostrane anime pie, dall’Italia – nel disinteresse generale - partiva, alla volta dell’Ucraina, un’altra spedizione umanitaria composta da 110 nostri connazionali, più che mai determinati a mettere davvero a repentaglio la propria pelle, pur di portare soccorsi a quella “martoriata” (tanto per usare un aggettivo caro a Bergoglio, ogni volta che parlava di Ucraina) gente di Kharkiv che, in quanto a stragi e distruzioni, se ne intende un pochino anche lei...  L’iniziativa è stata presa dal MEAN,  Movimento Europeo di Azione Nonviolenta: un gruppo nato subito dopo lo sciagurato 24 febbraio e costituito da pericolose organizzazioni eversive di estrema destra come l’Azione Cattolica, Reti della Carità o Base Italia, fondata – quest’ultima - dall’ex segretario della FIM Cisl, Marco Bentivogli... E, tra l’altro, stiamo parlando della 13esima missione che il MEAN compie nel Paese di Zelensky. Dite la verità, quanti di voi ne avevano mai sentito parlare? Certamente ben pochi, visto che si tratta di attività che vengono  sistematicamente ( e volutamente) ignorate da parte di tutti quei media che pure, per giorni e giorni, non hanno fattoo altro che esprimere apprensione ed ammirazione per le eroiche e quasi salgariane  avventure della Flotilla...  La missione a Kharkiv si svolge in una zona di guerra che risulta essere tra le più esposte all’offensiva russa: i missili e i droni fanno male anche lì, esattamente come fanno male a Gaza. Eppure, nessuno – ma proprio nessuno – si è degnato di augurarle almeno uno straccio di fortuna e tanto meno di assegnarle se non proprio l’appoggio della fregata Alpino, perlomeno quello di una scorta di reduci della Grande Guerra...Se poi qualcosa, in Ucraina, non dovesse andare propriamente per il verso giusto e qualcuno dei volontari italiani dovesse concretamente  avere dei problemi di dialogo con gli aerei di Putin, allora state pur certi che né a Landini, né ai geniali strateghi del Campo Largo verrà mai in mente di indire  scioperi generali o di scendere in piazza per, come si suol oggi dire, “bloccare tutto”. Anzi, pare quasi di vederli e di sentirli i giornalisti, i politici e gli ospiti dei talk show nostrani mentre “tirano le orecchie” agli attivisti del MEAN e li accusano di irresponsabilità politica, di “avventurismo” e, quindi, di essersela, in definitiva, anche andata a cercare...     ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_05-10-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 05 Oct 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/68017328/punto_settimana_05_10_2025_07_07.mp3" length="5709321" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Mentre la Flottiglia andava incontro al suo tragico destino, tra la solidarietà violenta e settaria di tante nostrane anime pie, dall’Italia – nel disinteresse generale - partiva, alla volta dell’Ucraina, un’altra spedizione umanitaria composta da 110...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mentre la Flottiglia andava incontro al suo tragico destino, tra la solidarietà violenta e settaria di tante nostrane anime pie, dall’Italia – nel disinteresse generale - partiva, alla volta dell’Ucraina, un’altra spedizione umanitaria composta da 110 nostri connazionali, più che mai determinati a mettere davvero a repentaglio la propria pelle, pur di portare soccorsi a quella “martoriata” (tanto per usare un aggettivo caro a Bergoglio, ogni volta che parlava di Ucraina) gente di Kharkiv che, in quanto a stragi e distruzioni, se ne intende un pochino anche lei...  L’iniziativa è stata presa dal MEAN,  Movimento Europeo di Azione Nonviolenta: un gruppo nato subito dopo lo sciagurato 24 febbraio e costituito da pericolose organizzazioni eversive di estrema destra come l’Azione Cattolica, Reti della Carità o Base Italia, fondata – quest’ultima - dall’ex segretario della FIM Cisl, Marco Bentivogli... E, tra l’altro, stiamo parlando della 13esima missione che il MEAN compie nel Paese di Zelensky. Dite la verità, quanti di voi ne avevano mai sentito parlare? Certamente ben pochi, visto che si tratta di attività che vengono  sistematicamente ( e volutamente) ignorate da parte di tutti quei media che pure, per giorni e giorni, non hanno fattoo altro che esprimere apprensione ed ammirazione per le eroiche e quasi salgariane  avventure della Flotilla...  La missione a Kharkiv si svolge in una zona di guerra che risulta essere tra le più esposte all’offensiva russa: i missili e i droni fanno male anche lì, esattamente come fanno male a Gaza. Eppure, nessuno – ma proprio nessuno – si è degnato di augurarle almeno uno straccio di fortuna e tanto meno di assegnarle se non proprio l’appoggio della fregata Alpino, perlomeno quello di una scorta di reduci della Grande Guerra...Se poi qualcosa, in Ucraina, non dovesse andare propriamente per il verso giusto e qualcuno dei volontari italiani dovesse concretamente  avere dei problemi di dialogo con gli aerei di Putin, allora state pur certi che né a Landini, né ai geniali strateghi del Campo Largo verrà mai in mente di indire  scioperi generali o di scendere in piazza per, come si suol oggi dire, “bloccare tutto”. Anzi, pare quasi di vederli e di sentirli i giornalisti, i politici e gli ospiti dei talk show nostrani mentre “tirano le orecchie” agli attivisti del MEAN e li accusano di irresponsabilità politica, di “avventurismo” e, quindi, di essersela, in definitiva, anche andata a cercare...     ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>143</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/30a699a3aa82581890d2684452ced525.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>“Giuristi per Gaza” | Il Punto della Settimama</title><link>https://www.spreaker.com/episode/giuristi-per-gaza-il-punto-della-settimama--67927550</link><description><![CDATA[Abbiamo appreso, proprio in queste ore, che, da qualche giorno, circola nei Tribunali italiani un “appello dei giuristi per Gaza ” - promosso da due magistrati di Bologna – che, sul sito di “Giustiziainsieme”, ha già superato le 1300 adesioni. Scopo dell’iniziativa è quello di convincere il maggior numero di giudici possibile a far precedere l’inizio delle loro udienze da una sorta di preambolo che, ricalcando lo Statuto della Corte Penale Internazionale, dovrebbe ricordare agli amministratori della giustizia, ai cancellieri, agli avvocati ed alle parti in causa che “è dovere di ciascuno Stato esercitare la propria giurisdizione penale nei confronti dei responsabili di crimini internazionali”. Questo – sia chiaro – anche nei casi in cui l’oggetto del processo sia distante anni luce dalle questioni mediorientali.  E non stiamo parlando di un colpo di genio isolato, perchè anche il consiglio nazionale di Magistratura Democratica ha incaricato i propri rappresentanti nell’Associazione Nazionale Magistrati di promuovere azioni di condanna sulla politica israeliana, suggerendo la lettura di comunicati analoghi a quello  di cui si è detto sopra ed abbinandola all’affissione, presso ogni ufficio giudiziario, di manifesti che esprimano il “profondo sgomento per la sistematica violazione dei diritti attuato dallo Stato di Israele”. E per chi volesse meglio conoscere l’argomento, è in programma a Milano, a metà settimana, un convegno – organizzato sempre da Magistratura Democratica e da Area Democratica - su “Gaza l’umiliazione del diritto”: convegno che, tra l’altro, sarà pure culturalmente arricchito dal prezioso contributo ”super partes” graziosamente offerto dall’immancabile Francesca Albanese. Sia chiaro, qui nessuno intende assolutamente mettere in discussione la libertà di esprimere e manifestare – magari anche in modo settario – le proprie opinioni: tuttavia, poiché fin da quando eravamo ancora con il grembiule nero ed il fiocco azzurro, hanno cominciato a parlarci di “imparzialità della magistratura”, è abbastanza normale che, oggi, ci venga da chiederci dove diavolo questa sia finita... Provate a mettervi, anche solo per un attimo, nei panni di un imputato (ma anche di una parte lesa) di religione ebraica o di cittadinanza israeliana che spera di ottenere giustizia in tribunale, ma che, prima che il procedimento abbia inizio, debba sorbirsi un pistolotto a senso unico sulle malefatte di Netanyahu... Non avreste, forse, anche voi la sgradevolissima sensazione di essere finiti in una trappola insidiosa e con improbabili vie di uscita?  Evitiamo, infine, di domandarci per quale recondita ragione, i diritti umani vengano sistematicamente chiamati in causa soprattutto quando si tratta di Israele e mai quando a violarli è, invece, una delle innumerevoli tirannie che pullulano su questo Pianeta.  Tanto la risposta la sappiamo già: ed è la stessa da almeno duemila anni.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_28-09-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 28 Sep 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/67927550/punto_settimana_28_09_2025_07_07.mp3" length="6581811" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Abbiamo appreso, proprio in queste ore, che, da qualche giorno, circola nei Tribunali italiani un “appello dei giuristi per Gaza ” - promosso da due magistrati di Bologna – che, sul sito di “Giustiziainsieme”, ha già superato le 1300 adesioni. Scopo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Abbiamo appreso, proprio in queste ore, che, da qualche giorno, circola nei Tribunali italiani un “appello dei giuristi per Gaza ” - promosso da due magistrati di Bologna – che, sul sito di “Giustiziainsieme”, ha già superato le 1300 adesioni. Scopo dell’iniziativa è quello di convincere il maggior numero di giudici possibile a far precedere l’inizio delle loro udienze da una sorta di preambolo che, ricalcando lo Statuto della Corte Penale Internazionale, dovrebbe ricordare agli amministratori della giustizia, ai cancellieri, agli avvocati ed alle parti in causa che “è dovere di ciascuno Stato esercitare la propria giurisdizione penale nei confronti dei responsabili di crimini internazionali”. Questo – sia chiaro – anche nei casi in cui l’oggetto del processo sia distante anni luce dalle questioni mediorientali.  E non stiamo parlando di un colpo di genio isolato, perchè anche il consiglio nazionale di Magistratura Democratica ha incaricato i propri rappresentanti nell’Associazione Nazionale Magistrati di promuovere azioni di condanna sulla politica israeliana, suggerendo la lettura di comunicati analoghi a quello  di cui si è detto sopra ed abbinandola all’affissione, presso ogni ufficio giudiziario, di manifesti che esprimano il “profondo sgomento per la sistematica violazione dei diritti attuato dallo Stato di Israele”. E per chi volesse meglio conoscere l’argomento, è in programma a Milano, a metà settimana, un convegno – organizzato sempre da Magistratura Democratica e da Area Democratica - su “Gaza l’umiliazione del diritto”: convegno che, tra l’altro, sarà pure culturalmente arricchito dal prezioso contributo ”super partes” graziosamente offerto dall’immancabile Francesca Albanese. Sia chiaro, qui nessuno intende assolutamente mettere in discussione la libertà di esprimere e manifestare – magari anche in modo settario – le proprie opinioni: tuttavia, poiché fin da quando eravamo ancora con il grembiule nero ed il fiocco azzurro, hanno cominciato a parlarci di “imparzialità della magistratura”, è abbastanza normale che, oggi, ci venga da chiederci dove diavolo questa sia finita... Provate a mettervi, anche solo per un attimo, nei panni di un imputato (ma anche di una parte lesa) di religione ebraica o di cittadinanza israeliana che spera di ottenere giustizia in tribunale, ma che, prima che il procedimento abbia inizio, debba sorbirsi un pistolotto a senso unico sulle malefatte di Netanyahu... Non avreste, forse, anche voi la sgradevolissima sensazione di essere finiti in una trappola insidiosa e con improbabili vie di uscita?  Evitiamo, infine, di domandarci per quale recondita ragione, i diritti umani vengano sistematicamente chiamati in causa soprattutto quando si tratta di Israele e mai quando a violarli è, invece, una delle innumerevoli tirannie che pullulano su questo Pianeta.  Tanto la risposta la sappiamo già: ed è la stessa da almeno duemila anni.]]></itunes:summary><itunes:duration>165</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ea5a7acf6481a93d8575aa3a01176f76.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Scherzi a parte | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/scherzi-a-parte-il-punto-della-settimana--67835524</link><description><![CDATA[L’esito milanese della cosiddetta inchiesta di “Palazzopoli”, ci induce a proporvi qualche argomento di riflessione sulla natura dei rapporti che intercorrono tra le Procure e gli  uffici dei GIP. Sappiamo, infatti, che all’inizio della vicenda che aveva visto la Procura meneghina denunciare la presenza di un sotto bosco di malaffare, che avrebbe inquinato il regolare svolgersi delle attività edilizie nel capoluogo lombardo, quasi tutte le richieste cautelari avanzate dai PM erano state tranquillamente accolte dal Giudice per le indagini preliminari. E sappiamo anche – o almeno lo abbiamo appena appreso – che, successivamente, il Tribunale del Riesame le ha sostanzialmente annullate tutte, dandoci modo di sospettare che il previsto controllo giurisdizionale da parte dei GIP sulle indagini svolte dalle Procure sia, in realtà, più teorico che altro... I GIP - salvo ovviamente alcune lodevoli eccezioni – sembrano avere abdicato rispetto a quel ruolo di rigoroso controllo che la legge assegna loro, optando, invece, per quello senz’altro meno gravoso di certificatori del buon operato dei colleghi appartenenti al ramo requirente. Pertanto, se gli interrogatori preventivi a nulla sono serviti per dare credibilità a quelle argomentazioni difensive, la cui fondatezza – almeno nel caso in questione - è poi stata invece riconosciuta, in modo piuttosto imbarazzante, dal Tribunale del Riesame, allora vuol dire che siamo in presenza di un problema di sudditanza – non si capisce bene se psicologica o politica – che deve essere risolto. Spiacerebbe, infatti,  dover leggere ancora di un Tribunale del Riesame che, a proposito dei provvedimenti cautelari prontamente revocati, arrivi a parlare di una “svilente semplificazione argomentativa” proposta, tra l’altro, “acriticamente”…. Intanto, a Milano, ci risulta che siano 4.891 le famiglie che, grazie appunto ad una certa superficialità investigativa,  si ritrovano adesso con la casa sequestrata della magistratura, svalutata, oppure neanche mai costruita o ultimata per via del blocco dei cantieri…  Ci domandiamo quindi, in conclusione, in che misura sia ancora lecito parlare di “giustizia”, in presenza di una situazione che, mentre scriviamo queste nostre poche righe, registra le incredibili difficoltà di migliaia di cittadini milanesi, i quali non sanno ancora se, da un momento all’altro, sentiranno una voce  beffarda che li rassicurerà, spiegando loro giulivamente che, per qualche mese, avevano semplicemente vissuto su “scherzi a parte”.     ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_21-09-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 21 Sep 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/67835524/punto_settimana_21_09_2025_07_07.mp3" length="6196244" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>L’esito milanese della cosiddetta inchiesta di “Palazzopoli”, ci induce a proporvi qualche argomento di riflessione sulla natura dei rapporti che intercorrono tra le Procure e gli  uffici dei GIP. Sappiamo, infatti, che all’inizio della vicenda che...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L’esito milanese della cosiddetta inchiesta di “Palazzopoli”, ci induce a proporvi qualche argomento di riflessione sulla natura dei rapporti che intercorrono tra le Procure e gli  uffici dei GIP. Sappiamo, infatti, che all’inizio della vicenda che aveva visto la Procura meneghina denunciare la presenza di un sotto bosco di malaffare, che avrebbe inquinato il regolare svolgersi delle attività edilizie nel capoluogo lombardo, quasi tutte le richieste cautelari avanzate dai PM erano state tranquillamente accolte dal Giudice per le indagini preliminari. E sappiamo anche – o almeno lo abbiamo appena appreso – che, successivamente, il Tribunale del Riesame le ha sostanzialmente annullate tutte, dandoci modo di sospettare che il previsto controllo giurisdizionale da parte dei GIP sulle indagini svolte dalle Procure sia, in realtà, più teorico che altro... I GIP - salvo ovviamente alcune lodevoli eccezioni – sembrano avere abdicato rispetto a quel ruolo di rigoroso controllo che la legge assegna loro, optando, invece, per quello senz’altro meno gravoso di certificatori del buon operato dei colleghi appartenenti al ramo requirente. Pertanto, se gli interrogatori preventivi a nulla sono serviti per dare credibilità a quelle argomentazioni difensive, la cui fondatezza – almeno nel caso in questione - è poi stata invece riconosciuta, in modo piuttosto imbarazzante, dal Tribunale del Riesame, allora vuol dire che siamo in presenza di un problema di sudditanza – non si capisce bene se psicologica o politica – che deve essere risolto. Spiacerebbe, infatti,  dover leggere ancora di un Tribunale del Riesame che, a proposito dei provvedimenti cautelari prontamente revocati, arrivi a parlare di una “svilente semplificazione argomentativa” proposta, tra l’altro, “acriticamente”…. Intanto, a Milano, ci risulta che siano 4.891 le famiglie che, grazie appunto ad una certa superficialità investigativa,  si ritrovano adesso con la casa sequestrata della magistratura, svalutata, oppure neanche mai costruita o ultimata per via del blocco dei cantieri…  Ci domandiamo quindi, in conclusione, in che misura sia ancora lecito parlare di “giustizia”, in presenza di una situazione che, mentre scriviamo queste nostre poche righe, registra le incredibili difficoltà di migliaia di cittadini milanesi, i quali non sanno ancora se, da un momento all’altro, sentiranno una voce  beffarda che li rassicurerà, spiegando loro giulivamente che, per qualche mese, avevano semplicemente vissuto su “scherzi a parte”.     ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>155</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3afb3d69827ed64233f5d18ae236a8fe.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Una sentenza che fa davvero discutere | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/una-sentenza-che-fa-davvero-discutere-il-punto-della-settimana--67750527</link><description><![CDATA[Si dice che “le sentenze non si discutono” e, francamente, questo approccio autoritario all’amministrazione della giustizia, noi lo abbiamo sempre contestato, pensando che la pronuncia di un tribunale sia un qualche cosa che riflette la cultura prevalente in un determinato momento storico e che, quindi, non costituendo affatto un’affermazione statica ed immutabile nel tempo, possa certamente essere messa in discussione seguendo l’evoluzione delle società in cui viviamo. Facciamo questo preambolo, perché profondamente contrariati dalle motivazioni della sentenza del Tribunale di Torino, secondo la quale l’aggressione selvaggia ad una donna che pure ha vissuto anni di angherie e di violenze, viene definita come “umanamente comprensibile”, se ricondotta al contesto. L’avrete forse già capito che ci stiamo riferendo al caso di Lucia Regna, ridotta quasi allo stato di cecità dalle percosse del marito e costretta a subire un intervento chirurgico della durata di sei ore, nel disperato tentativo di ricostruirle il volto completamente distrutto dalla furia criminale dell’uomo con quale è sposata da vent’anni. Tuttavia, per i giudici che hanno formulato il verdetto, l’ira del marito va, in qualche modo, compresa in quanto scatenata dalla decisione della Regna di “sfaldare” il nucleo familiare, lasciandolo per avviare una nuova relazione. Pertanto, seguendo questo tipo di ragionamento, la donna diventa sostanzialmente corresponsabile della violenza subita, poiché se non avesse rotto l’unità familiare e se non avesse scelto un altro uomo, molto probabilmente non avrebbe rischiato di perdere la vita... Insomma, ad accettare la ratio della sentenza, quei sette minuti di violenza incontrollata non sarebbero stati il frutto di “un accesso d’ira immotivato e inspiegabile”, ma piuttosto “uno sfogo ricondotto nella logica delle relazioni umane”. La corte di Torino ha poi anche aggiunto che “l’uomo si sentiva vittima di un torto”, perché lei aveva ormai un altro...e di conseguenza, nel suo caso, si può parlare di “un sentimento molto umano e comprensibile da chiunque”. Ebbene, questo “signor chiunque” - cui accenna la sentenza - vorremmo tanto appartenesse ad una specie in estinzione... Chi avrebbe mai pensato di poter ancora leggere simili motivazioni nel 2025?   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_14-09-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 14 Sep 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/67750527/punto_settimana_14_09_2025_07_07.mp3" length="5478399" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Si dice che “le sentenze non si discutono” e, francamente, questo approccio autoritario all’amministrazione della giustizia, noi lo abbiamo sempre contestato, pensando che la pronuncia di un tribunale sia un qualche cosa che riflette la cultura...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Si dice che “le sentenze non si discutono” e, francamente, questo approccio autoritario all’amministrazione della giustizia, noi lo abbiamo sempre contestato, pensando che la pronuncia di un tribunale sia un qualche cosa che riflette la cultura prevalente in un determinato momento storico e che, quindi, non costituendo affatto un’affermazione statica ed immutabile nel tempo, possa certamente essere messa in discussione seguendo l’evoluzione delle società in cui viviamo. Facciamo questo preambolo, perché profondamente contrariati dalle motivazioni della sentenza del Tribunale di Torino, secondo la quale l’aggressione selvaggia ad una donna che pure ha vissuto anni di angherie e di violenze, viene definita come “umanamente comprensibile”, se ricondotta al contesto. L’avrete forse già capito che ci stiamo riferendo al caso di Lucia Regna, ridotta quasi allo stato di cecità dalle percosse del marito e costretta a subire un intervento chirurgico della durata di sei ore, nel disperato tentativo di ricostruirle il volto completamente distrutto dalla furia criminale dell’uomo con quale è sposata da vent’anni. Tuttavia, per i giudici che hanno formulato il verdetto, l’ira del marito va, in qualche modo, compresa in quanto scatenata dalla decisione della Regna di “sfaldare” il nucleo familiare, lasciandolo per avviare una nuova relazione. Pertanto, seguendo questo tipo di ragionamento, la donna diventa sostanzialmente corresponsabile della violenza subita, poiché se non avesse rotto l’unità familiare e se non avesse scelto un altro uomo, molto probabilmente non avrebbe rischiato di perdere la vita... Insomma, ad accettare la ratio della sentenza, quei sette minuti di violenza incontrollata non sarebbero stati il frutto di “un accesso d’ira immotivato e inspiegabile”, ma piuttosto “uno sfogo ricondotto nella logica delle relazioni umane”. La corte di Torino ha poi anche aggiunto che “l’uomo si sentiva vittima di un torto”, perché lei aveva ormai un altro...e di conseguenza, nel suo caso, si può parlare di “un sentimento molto umano e comprensibile da chiunque”. Ebbene, questo “signor chiunque” - cui accenna la sentenza - vorremmo tanto appartenesse ad una specie in estinzione... Chi avrebbe mai pensato di poter ancora leggere simili motivazioni nel 2025?   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>137</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/48edba49ba35c6ae418c5861afa56971.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L’America che non ci piace | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-america-che-non-ci-piace-il-punto-della-settimana--67317262</link><description><![CDATA[È appena arrivata, dall’America, la notizia dell’ultimo colpo di genio partorito dalla mente - spesso incline a stupire - di Robert Kennedy jr: l’unico ministro della Salute al mondo che invita, apertamente, la gente a non non fidarsi della Medicina ufficiale...Questa volta, l’erede della mitica dinastia bostoniana, ha pensato bene di operare un taglio di 500 milioni di dollari destinati a finanziare lo sviluppo dei vaccini basati sulla tecnologia a mRNA. Una decisione che, tra l’altro, immaginiamo non sarà risultata particolarmente gradita ad alcune grandi realtà statunitensi, come Pfizer e Moderna, che - almeno a parole - Trump ha, invece, sempre affermato di voler sostenere. Sono 22, infatti, i progetti di ricerca che, adesso, i due colossi della farmaceutica mondiale si vedranno costretti a sospendere, dal momento che – come ha spiegato Kennedy - “i dati mostrano che i vaccini non proteggono da infezioni respiratorie come Covid e influenza”. Ed a quali dati si riferisse, la comunità scientifica internazionale sarebbe davvero molto curiosa di saperlo, visto che la stragrande maggioranza degli specialisti della materia considera i vaccini a mRna come l’opzione migliore contro le pandemie. Cosa che forse, in fondo, in fondo, non esclude neanche lo stesso Kennedy il quale, come è noto, durante la crisi sanitaria, ha accettato ben volentieri che i suoi quattro figli, precauzionalmente, si sottoponessero al siero anti covid… Fin da subito, il fatto che a vegliare sulla salute dei cittadini statunitensi fosse stato designato un uomo che si era creato una vasta popolarità proprio alimentando teorie complottiste e no vax, aveva destato non poche preoccupazioni anche a livello internazionale: adesso però, a manifestare tutto il proprio disappunto sono pure intervenuti numerosi ambienti dell’immunologia americana in quella che, non a caso, l’Università della Pennsylvania ha definito “una giornata nera per la scienza”. L’Amministrazione Trump, sceglie, dunque di rinunciare ad un’arma – già sperimentata nella sua efficacia – da contrapporre alle pandemie del futuro. E lo fa, prevalentemente, per andare incontro alle aspettative di una base elettorale fanaticamente condizionata da un profondo senso di sfiducia e di rancore verso tutto ciò che appartiene alla scienza o, più in generale, alla competenza. Non c’è che dire, d’ora in poi dovremo, quindi, abituarci anche all’idea che le politiche sanitarie possano essere infaustamente condizionate da un becero populismo antiscientifico, senza che, dai piani alti, nessuno senta neanche lontanamente l’esigenza di fornire qualche giustificazione credibile a supporto delle sue scelte sconsiderate.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_10-08-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 10 Aug 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/67317262/punto_settimana_10_08_2025_07_07.mp3" length="6648684" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>È appena arrivata, dall’America, la notizia dell’ultimo colpo di genio partorito dalla mente - spesso incline a stupire - di Robert Kennedy jr: l’unico ministro della Salute al mondo che invita, apertamente, la gente a non non fidarsi della Medicina...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[È appena arrivata, dall’America, la notizia dell’ultimo colpo di genio partorito dalla mente - spesso incline a stupire - di Robert Kennedy jr: l’unico ministro della Salute al mondo che invita, apertamente, la gente a non non fidarsi della Medicina ufficiale...Questa volta, l’erede della mitica dinastia bostoniana, ha pensato bene di operare un taglio di 500 milioni di dollari destinati a finanziare lo sviluppo dei vaccini basati sulla tecnologia a mRNA. Una decisione che, tra l’altro, immaginiamo non sarà risultata particolarmente gradita ad alcune grandi realtà statunitensi, come Pfizer e Moderna, che - almeno a parole - Trump ha, invece, sempre affermato di voler sostenere. Sono 22, infatti, i progetti di ricerca che, adesso, i due colossi della farmaceutica mondiale si vedranno costretti a sospendere, dal momento che – come ha spiegato Kennedy - “i dati mostrano che i vaccini non proteggono da infezioni respiratorie come Covid e influenza”. Ed a quali dati si riferisse, la comunità scientifica internazionale sarebbe davvero molto curiosa di saperlo, visto che la stragrande maggioranza degli specialisti della materia considera i vaccini a mRna come l’opzione migliore contro le pandemie. Cosa che forse, in fondo, in fondo, non esclude neanche lo stesso Kennedy il quale, come è noto, durante la crisi sanitaria, ha accettato ben volentieri che i suoi quattro figli, precauzionalmente, si sottoponessero al siero anti covid… Fin da subito, il fatto che a vegliare sulla salute dei cittadini statunitensi fosse stato designato un uomo che si era creato una vasta popolarità proprio alimentando teorie complottiste e no vax, aveva destato non poche preoccupazioni anche a livello internazionale: adesso però, a manifestare tutto il proprio disappunto sono pure intervenuti numerosi ambienti dell’immunologia americana in quella che, non a caso, l’Università della Pennsylvania ha definito “una giornata nera per la scienza”. L’Amministrazione Trump, sceglie, dunque di rinunciare ad un’arma – già sperimentata nella sua efficacia – da contrapporre alle pandemie del futuro. E lo fa, prevalentemente, per andare incontro alle aspettative di una base elettorale fanaticamente condizionata da un profondo senso di sfiducia e di rancore verso tutto ciò che appartiene alla scienza o, più in generale, alla competenza. Non c’è che dire, d’ora in poi dovremo, quindi, abituarci anche all’idea che le politiche sanitarie possano essere infaustamente condizionate da un becero populismo antiscientifico, senza che, dai piani alti, nessuno senta neanche lontanamente l’esigenza di fornire qualche giustificazione credibile a supporto delle sue scelte sconsiderate.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>167</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/2d1d90eb1677c0570956d0031f14da71.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Le parole di Mattarella | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/le-parole-di-mattarella-il-punto-della-settimana--67234435</link><description><![CDATA[Le parole pronunciate a Marsiglia dal Presidente Mattarella non contenevano, ovviamente, alcuna implicazione di carattere “russofobo”, ma volevano, invece, semplicemente rappresentare una preoccupata riflessione sui potenziali sviluppi della stabilità europea. Il Presidente si è limitato, infatti, ad esprime una amara considerazione sul momento difficile che sta vivendo il Vecchio Continente: un momento caratterizzato dal ritorno a quelle politiche di potenza, per le quali le nazioni sono temute e rispettate solamente in virtù della loro capacità di colpire le altre, anziché per gli esempi che siano in grado di dare in quanto a crescita economica ed a vita democratica. Nel Dopo Guerra, nonostante alcuni episodi di particolare tensione internazionale – come ad esempio la crisi di Cuba nel 1962 – a prevalere era, senza dubbio, stata la volontà generalmente condivisa di non ricadere nei drammatici errori commessi in un passato ancora molto vivo nella memoria di chi era sopravvissuto alle due catastrofi del “Secolo Breve”. Tuttavia – ed è questo il ragionamento che ci sembra suggerire Mattarella -  quanto sta avvenendo in Ucraina comporta un arretramento degli equilibri geopolitici e li riconduce, purtroppo, agli anni in cui le soluzioni “manu militari” parevano essere le più efficaci, le più rapide e le più definitive. Pertanto, specialmente alla luce di  quell’infausto  22 febbraio del 2022, viene oggi da chiedersi quanto sia cambiata la nostra percezione della sicurezza globale e quanto sia, per contro, scemata la nostra propensione a fidarci degli altri. In oltre tre anni di guerra, la prepotenza neo imperiale della Russia di Putin non è riuscita a realizzare pienamente il suo obbiettivo primario, che consisteva (e consiste tuttora) nella cancellazione perenne di ogni sorta di identità ucraina, non soltanto politica, ma anche culturale. Tuttavia, non si può neppure negare che, per la maggior parte dei Paesi europei, certi atteggiamenti aggressivi abbiano, comunque, rappresentato una sgradevolissima doccia gelata, che li ha costretti a guardare al proprio futuro attraverso lenti molto meno rosee rispetto a quelle utilizzate fino al giorno prima. Eppure - sorprendendo probabilmente non solo il resto del mondo, ma anche se stessa - l’Ucraina vive ancora: magari, perde ogni giorno qualche fazzoletto di territorio, ma, nonostante tutto, il suo sistema politico ha retto con un orgoglio, una dignità ed una libertà politica che consentono persino – sia pure sotto i missili che arrivano da Mosca – il regolare svolgimento di manifestazioni di piazza in contestazione a  Zelensky. Permane, quindi, a Kiev una chiara determinazione a proseguire in quel solco tracciato dalle democrazie occidentali negli ultimi 80 anni e che ha dato vita ad un periodo di pace, benessere ed uguaglianza mai prima conosciuti nella storia dell’umanità. Di conseguenza, se Putin aveva scommesso sulla decadenza di un’Europa che si sarebbe sciolta come neve al sole, deve ora rivedere – almeno parzialmente – i suoi calcoli, dovendo prendere atto del fatto che la nostra disponibilità ad aprire allegramente le porte a quanti  vorrebbero la fine dell’Occidente è tutt’altro che scontata... E qui torniamo al ragionamento di Mattarella, a giudizio del quale la vicenda ucraina “ha cambiato la storia dell’Europa”: e in effetti, è proprio su di essa che si stanno giocando tante cose, con gli Ucraini a formare l’estremo avamposto europeo in uno scontro ad Est, il cui esito potrebbe cambiare, in maniera anche epocale, il nostro stesso futuro.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_03-08-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 03 Aug 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/67234435/punto_settimana_03_08_2025_07_07.mp3" length="8744750" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Le parole pronunciate a Marsiglia dal Presidente Mattarella non contenevano, ovviamente, alcuna implicazione di carattere “russofobo”, ma volevano, invece, semplicemente rappresentare una preoccupata riflessione sui potenziali sviluppi della stabilità...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Le parole pronunciate a Marsiglia dal Presidente Mattarella non contenevano, ovviamente, alcuna implicazione di carattere “russofobo”, ma volevano, invece, semplicemente rappresentare una preoccupata riflessione sui potenziali sviluppi della stabilità europea. Il Presidente si è limitato, infatti, ad esprime una amara considerazione sul momento difficile che sta vivendo il Vecchio Continente: un momento caratterizzato dal ritorno a quelle politiche di potenza, per le quali le nazioni sono temute e rispettate solamente in virtù della loro capacità di colpire le altre, anziché per gli esempi che siano in grado di dare in quanto a crescita economica ed a vita democratica. Nel Dopo Guerra, nonostante alcuni episodi di particolare tensione internazionale – come ad esempio la crisi di Cuba nel 1962 – a prevalere era, senza dubbio, stata la volontà generalmente condivisa di non ricadere nei drammatici errori commessi in un passato ancora molto vivo nella memoria di chi era sopravvissuto alle due catastrofi del “Secolo Breve”. Tuttavia – ed è questo il ragionamento che ci sembra suggerire Mattarella -  quanto sta avvenendo in Ucraina comporta un arretramento degli equilibri geopolitici e li riconduce, purtroppo, agli anni in cui le soluzioni “manu militari” parevano essere le più efficaci, le più rapide e le più definitive. Pertanto, specialmente alla luce di  quell’infausto  22 febbraio del 2022, viene oggi da chiedersi quanto sia cambiata la nostra percezione della sicurezza globale e quanto sia, per contro, scemata la nostra propensione a fidarci degli altri. In oltre tre anni di guerra, la prepotenza neo imperiale della Russia di Putin non è riuscita a realizzare pienamente il suo obbiettivo primario, che consisteva (e consiste tuttora) nella cancellazione perenne di ogni sorta di identità ucraina, non soltanto politica, ma anche culturale. Tuttavia, non si può neppure negare che, per la maggior parte dei Paesi europei, certi atteggiamenti aggressivi abbiano, comunque, rappresentato una sgradevolissima doccia gelata, che li ha costretti a guardare al proprio futuro attraverso lenti molto meno rosee rispetto a quelle utilizzate fino al giorno prima. Eppure - sorprendendo probabilmente non solo il resto del mondo, ma anche se stessa - l’Ucraina vive ancora: magari, perde ogni giorno qualche fazzoletto di territorio, ma, nonostante tutto, il suo sistema politico ha retto con un orgoglio, una dignità ed una libertà politica che consentono persino – sia pure sotto i missili che arrivano da Mosca – il regolare svolgimento di manifestazioni di piazza in contestazione a  Zelensky. Permane, quindi, a Kiev una chiara determinazione a proseguire in quel solco tracciato dalle democrazie occidentali negli ultimi 80 anni e che ha dato vita ad un periodo di pace, benessere ed uguaglianza mai prima conosciuti nella storia dell’umanità. Di conseguenza, se Putin aveva scommesso sulla decadenza di un’Europa che si sarebbe sciolta come neve al sole, deve ora rivedere – almeno parzialmente – i suoi calcoli, dovendo prendere atto del fatto che la nostra disponibilità ad aprire allegramente le porte a quanti  vorrebbero la fine dell’Occidente è tutt’altro che scontata... E qui torniamo al ragionamento di Mattarella, a giudizio del quale la vicenda ucraina “ha cambiato la storia dell’Europa”: e in effetti, è proprio su di essa che si stanno giocando tante cose, con gli Ucraini a formare l’estremo avamposto europeo in uno scontro ad Est, il cui esito potrebbe cambiare, in maniera anche epocale, il nostro stesso futuro.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>219</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/e1395f3b82d00fb9b9a7a2b30763551d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Una sola riforma | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/una-sola-riforma-il-punto-della-settimana--67138409</link><description><![CDATA[Quella della della separazione delle carriere dei magistrati è, probabilmente, l’unica riforma che sarà varata in questa legislatura. Ricordiamo che, al momento della formazione dell’attuale Governo, in cantiere ne erano state progettate tre: una per ogni partito che andava a comporre la nuova maggioranza. Poi Giorgia Meloni ha raffreddato notevolmente i suoi entusiasmi iniziali verso quel “premierato” che lei stessa aveva definito come “la madre di tutte le riforme”, mentre dell’autonomia differenziata tanto cara alla Lega non se ne sente neanche più parlare... Pertanto, adesso, dopo la pressoché scontata approvazione finale da parte della Camera entro la fine dell’anno, ad aspettare al varco la riforma Nordio ci sarà (presumibilmente, nella prossima primavera) un referendum confermativo. E qui, la Meloni – che immaginiamo sia memore dell’errore commesso da Renzi nel 2016, quando legò il suo stesso futuro politico all’esito (per lui infausto) del referendum sulla riforma costituzionale che portava il suo nome – dovrà stare bene attenta ad evitare alcune trappole che, certamente, non pochi giuristi e avversari politici cercheranno di collocare lungo il suo cammino. Non c’è dubbio sul fatto che il banco di prova che attende la nostra premier sarà molto meno insidioso di quello cui, a suo tempo, andò incontro il senatore fiorentino, perché, in fondo, quello della riforma delle carriere non è poi un tema vissuto in maniera così divisiva dagli Italiani: tra l’altro, non è neanche che la magistratura riscuota particolari apprezzamenti e simpatie presso l’opinione pubblica nazionale... Altro discorso valeva, invece, per il disegno renziano di revisione costituzionale che, di fatto, cancellava uno dei due rami del Parlamento e prevedeva pure un deciso rafforzamento delle prerogative del capo del governo. Tuttavia, ci pare che, per quanto Meloni possa evitare di farsi coinvolgere troppo nella prossima consultazione referendaria – lasciando magari, prudentemente, che si continui a parlare di “legge Nordio” – per lei non sarà, comunque, affatto facile impedire che un’eventuale bocciatura della riforma, non venga anche percepita come una sua sconfitta personale, in grado di incidere persino sul risultato delle elezioni politiche del 2027.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_27-07-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 27 Jul 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/67138409/punto_settimana_27_07_2025_07_07.mp3" length="5614235" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Quella della della separazione delle carriere dei magistrati è, probabilmente, l’unica riforma che sarà varata in questa legislatura. Ricordiamo che, al momento della formazione dell’attuale Governo, in cantiere ne erano state progettate tre: una per...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Quella della della separazione delle carriere dei magistrati è, probabilmente, l’unica riforma che sarà varata in questa legislatura. Ricordiamo che, al momento della formazione dell’attuale Governo, in cantiere ne erano state progettate tre: una per ogni partito che andava a comporre la nuova maggioranza. Poi Giorgia Meloni ha raffreddato notevolmente i suoi entusiasmi iniziali verso quel “premierato” che lei stessa aveva definito come “la madre di tutte le riforme”, mentre dell’autonomia differenziata tanto cara alla Lega non se ne sente neanche più parlare... Pertanto, adesso, dopo la pressoché scontata approvazione finale da parte della Camera entro la fine dell’anno, ad aspettare al varco la riforma Nordio ci sarà (presumibilmente, nella prossima primavera) un referendum confermativo. E qui, la Meloni – che immaginiamo sia memore dell’errore commesso da Renzi nel 2016, quando legò il suo stesso futuro politico all’esito (per lui infausto) del referendum sulla riforma costituzionale che portava il suo nome – dovrà stare bene attenta ad evitare alcune trappole che, certamente, non pochi giuristi e avversari politici cercheranno di collocare lungo il suo cammino. Non c’è dubbio sul fatto che il banco di prova che attende la nostra premier sarà molto meno insidioso di quello cui, a suo tempo, andò incontro il senatore fiorentino, perché, in fondo, quello della riforma delle carriere non è poi un tema vissuto in maniera così divisiva dagli Italiani: tra l’altro, non è neanche che la magistratura riscuota particolari apprezzamenti e simpatie presso l’opinione pubblica nazionale... Altro discorso valeva, invece, per il disegno renziano di revisione costituzionale che, di fatto, cancellava uno dei due rami del Parlamento e prevedeva pure un deciso rafforzamento delle prerogative del capo del governo. Tuttavia, ci pare che, per quanto Meloni possa evitare di farsi coinvolgere troppo nella prossima consultazione referendaria – lasciando magari, prudentemente, che si continui a parlare di “legge Nordio” – per lei non sarà, comunque, affatto facile impedire che un’eventuale bocciatura della riforma, non venga anche percepita come una sua sconfitta personale, in grado di incidere persino sul risultato delle elezioni politiche del 2027.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>141</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a62b5f920dd7f1bb6086c3bc46e2feb2.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Onestà intellettuale e settarismo politico | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/onesta-intellettuale-e-settarismo-politico-il-punto-della-settimana--67042599</link><description><![CDATA[La politica – diceva il vecchio ministro socialista, Rino Formica – “è sangue e m…”, aggiungendo una parola volgare che voi potete immaginare, ma che noi preferiamo evitare di scrivere. E’ più che normale, quindi, che i partiti di opposizione a qualsiasi governo sfruttino tutte le occasioni possibili e immaginabili per denunciare incapacità, limiti e manchevolezze dell’esecutivo che intendono contrastare. Tuttavia, almeno quando sono veramente chiamati in causa i massimi interessi del Paese, un minimo di onestà intellettuale non guasterebbe affatto. E, nello specifico, ci stiamo riferendo agli atteggiamenti pregiudizialmente censori assunti  da PD, 5 Stelle ed altre formazioni minori, in merito alla linea politica seguita da Giorgia Meloni in materia di dazi trumpiani. Alla premier sono, infatti,  tutti pronti a rinfacciare il fallimento di una strategia ispirata al più fantozziano dei servilismi nei confronti della Casa Bianca, unitamente ad una completa assenza di autorevolezza a livello internazionale. Venga, quindi, in Parlamento – se ha il coraggio di farlo – la Meloni a riferire “su una situazione che le è completamente sfuggita di mano” ed assuma, finalmente – chiede Elly Schlein - “una presa di posizione netta e forte, che fin qui non c’è stata”. Tutto benissimo, se però qualcuno di lor signori si degnasse di spiegarci in che cosa dovrebbero mai consistere queste fantomatiche opzioni alternative, in grado di tutelare con maggiore efficacia sia gli interessi economici, che la dignità morale ed istituzionale del Paese. Avrebbe, forse, dovuto Palazzo Chigi consegnare una nota di protesta all’ambasciatore americano? Promuovere il boicottaggio dei prodotti made in USA? Oppure andare a Bruxelles a perorare – nell’isolamento quasi generale – la via suicida dei “dazi contro dazi”, costi quello che costi? Voi li vedete Conte, Schlein o Fratoianni che, per giocare con Trump al celodurismo di bossiana memoria, finiscono per impantanare le nostre esportazioni nelle sabbie mobili dei dazi al 60 per cento?  Noi, francamente, no... Giorgia Meloni, in questo primo semestre di Amministrazione Trump, ha certamente cominciato a comprendere quanto possa risultare gravoso il compito - che inizialmente si era data - di fungere da ponte tra l’Unione Europea ed il suo presunto amico di Washington. Amico che inoltre, alla prova dei fatti - come del resto dimostra anche l’esito del suo sodalizio con Elon Musk – non è che, in definitiva, si sia poi rivelato un tipo tanto capace di sincere gratitudini... E’ più che normale, quindi, che, per evitare di ustionarsi in maniera irreversibile in un gioco in cui forse hanno tutti soltanto da perdere, Meloni abbia preferito lasciare ad altri certi inutili protagonismi, per limitarsi, invece, ad intervenire - con suggerimenti sempre improntati alla prudenza ed alla percezione dei pericoli – direttamente sulla presidenza della Commissione europea, che, tra l’altro, è anche la sola istituzione realmente abilitata a condurre trattative in materia di barriere doganali. E su questo punto, Giorgia Meloni è stata assolutamente ferma anche nei riguardi di qualche suo vice premier che va sostenendo che l’Italia sia “in una posizione che le può permettere di dialogare con gli Stati Uniti”. Ovviamente – aggiungiamo noi - scavalcando l’Europa e aprendo un dialogo bilaterale con Trump che certamente, fin da subito, farebbe tanto comodo a chi ha in mente di affondare Bruxelles, ma non certo alla nostra economia nel medio/lungo periodo... Ma “il negoziato si fa con l’Europa”, ha detto Meloni, zittendo così ogni genere di velleità e di fantasticheria geo politica. Non è, dunque, questa una posizione sufficientemente chiara, signori della corte di opposizione? ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_20-07-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 20 Jul 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/67042599/punto_settimana_20_07_2025_07_07.mp3" length="8549354" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>La politica – diceva il vecchio ministro socialista, Rino Formica – “è sangue e m…”, aggiungendo una parola volgare che voi potete immaginare, ma che noi preferiamo evitare di scrivere. 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Alla premier sono, infatti,  tutti pronti a rinfacciare il fallimento di una strategia ispirata al più fantozziano dei servilismi nei confronti della Casa Bianca, unitamente ad una completa assenza di autorevolezza a livello internazionale. Venga, quindi, in Parlamento – se ha il coraggio di farlo – la Meloni a riferire “su una situazione che le è completamente sfuggita di mano” ed assuma, finalmente – chiede Elly Schlein - “una presa di posizione netta e forte, che fin qui non c’è stata”. Tutto benissimo, se però qualcuno di lor signori si degnasse di spiegarci in che cosa dovrebbero mai consistere queste fantomatiche opzioni alternative, in grado di tutelare con maggiore efficacia sia gli interessi economici, che la dignità morale ed istituzionale del Paese. Avrebbe, forse, dovuto Palazzo Chigi consegnare una nota di protesta all’ambasciatore americano? Promuovere il boicottaggio dei prodotti made in USA? Oppure andare a Bruxelles a perorare – nell’isolamento quasi generale – la via suicida dei “dazi contro dazi”, costi quello che costi? Voi li vedete Conte, Schlein o Fratoianni che, per giocare con Trump al celodurismo di bossiana memoria, finiscono per impantanare le nostre esportazioni nelle sabbie mobili dei dazi al 60 per cento?  Noi, francamente, no... Giorgia Meloni, in questo primo semestre di Amministrazione Trump, ha certamente cominciato a comprendere quanto possa risultare gravoso il compito - che inizialmente si era data - di fungere da ponte tra l’Unione Europea ed il suo presunto amico di Washington. Amico che inoltre, alla prova dei fatti - come del resto dimostra anche l’esito del suo sodalizio con Elon Musk – non è che, in definitiva, si sia poi rivelato un tipo tanto capace di sincere gratitudini... E’ più che normale, quindi, che, per evitare di ustionarsi in maniera irreversibile in un gioco in cui forse hanno tutti soltanto da perdere, Meloni abbia preferito lasciare ad altri certi inutili protagonismi, per limitarsi, invece, ad intervenire - con suggerimenti sempre improntati alla prudenza ed alla percezione dei pericoli – direttamente sulla presidenza della Commissione europea, che, tra l’altro, è anche la sola istituzione realmente abilitata a condurre trattative in materia di barriere doganali. E su questo punto, Giorgia Meloni è stata assolutamente ferma anche nei riguardi di qualche suo vice premier che va sostenendo che l’Italia sia “in una posizione che le può permettere di dialogare con gli Stati Uniti”. Ovviamente – aggiungiamo noi - scavalcando l’Europa e aprendo un dialogo bilaterale con Trump che certamente, fin da subito, farebbe tanto comodo a chi ha in mente di affondare Bruxelles, ma non certo alla nostra economia nel medio/lungo periodo... Ma “il negoziato si fa con l’Europa”, ha detto Meloni, zittendo così ogni genere di velleità e di fantasticheria geo politica. 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E non  caso, per i civili ucraini, il mese di giugno – con 232 morti e 1.343 feriti - è stato il più cruento da quando è scoppiato il conflitto. In generale, il primo semestre 2025, con una intensità di vittime innocenti che è cresciuta di settimana in settimana, ha fatto registrare un numero di morti e feriti civili (e cioè 6.754 unità) che ha superato del 54% quello dello scorso anno. Ma la pressione sull’acceleratore esercitata dal Cremlino ha toccato i suoi picchi più alti anche sul vero e proprio campo di battaglia, dove ultimamente le sue truppe hanno conquistato 203 chilometri quadrati. Sia chiaro, stiamo parlando di un’espansione che, nel solo mese di maggio, è costata alla Russia la vita di ben 31mila soldati... Un numero impressionante, che non ha precedenti e che va tristemente ad aggiungersi a quel milione di militari inviati da Putin che, dal febbraio 2022 - tra deceduti ed invalidi - sono stati sacrificati ad una causa di cui sfugge, al buon senso, la benchè minima comprensione. E se chiamiamo in gioco il buon senso è perché – come calcolato dall’Economist – con un’avanzata di circa 15 chilometri quadrati al giorno, Mosca sta immolando l’esistenza di un suo uomo ogni 0,038 chilometri quadri...Pertanto, non è possibile che Putin non sia consapevole del dato che, procedendo di questo passo, gli occorrerebbero 4 anni per conquistare i territori delle quattro regioni ucraine che egli intende annettere ed altri 89 per occupare l’intera Ucraina. E poichè non ci stiamo certamente riferendo ad uno sprovveduto, è chiaro come il presidente russo, in questa fase, stia giocando – forse d’azzardo – tutte le carte di cui ancora dispone, nel tentativo di sfinire Zelensky ed il suo popolo nel più breve tempo possibile. Sappiamo da un centro di ricerca inglese che sta arruolando 15mila soldati al mese, pagandoli però a prezzi non a lungo sostenibili: basti pensare che, dall’inizio del 2025, ha già speso oltre 20 miliardi di euro soltanto per risarcire feriti o famiglie di caduti e per reclutare ed incentivare nuove leve disposte a trasformarsi in carne da cannone.  Di questo passo, a fine anno, i soli investimenti in “risorse umane” militari del Cremlino ammonteranno addirittura a due punti del PIL nazionale: e vale a dire, ad uno sforzo che né l’economia e né la demografia russe saranno mai in grado di sostenere a tempo indeterminato. Viene, dunque, proprio da credere che Putin stia oggi impiegando tutte le risorse che gli rimangono per cercare di occupare la più ampia fascia di territorio possibile, prima che venga il tempo - anche per lui - di doversi rassegnare a quel tavolo di negoziato che, presto o tardi, gli verrà inevitabilmente imposto dalla  forza delle cose.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_13-07-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 13 Jul 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/66961048/punto_settimana_13_07_2025_07_07.mp3" length="7490872" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>L’escalation di bombardamenti che nelle ultime settimane è diventata furiosa, induce a pensare che Putin, in questo momento, stia puntando ben più sulle armi che sulla diplomazia per affermare - in maniera inequivocabile - il fatto che i confini di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L’escalation di bombardamenti che nelle ultime settimane è diventata furiosa, induce a pensare che Putin, in questo momento, stia puntando ben più sulle armi che sulla diplomazia per affermare - in maniera inequivocabile - il fatto che i confini di quelle che lui è solito definire le “nuove realtà territoriali”, dovranno coincidere esattamente con le sue pretese. E non  caso, per i civili ucraini, il mese di giugno – con 232 morti e 1.343 feriti - è stato il più cruento da quando è scoppiato il conflitto. In generale, il primo semestre 2025, con una intensità di vittime innocenti che è cresciuta di settimana in settimana, ha fatto registrare un numero di morti e feriti civili (e cioè 6.754 unità) che ha superato del 54% quello dello scorso anno. Ma la pressione sull’acceleratore esercitata dal Cremlino ha toccato i suoi picchi più alti anche sul vero e proprio campo di battaglia, dove ultimamente le sue truppe hanno conquistato 203 chilometri quadrati. Sia chiaro, stiamo parlando di un’espansione che, nel solo mese di maggio, è costata alla Russia la vita di ben 31mila soldati... Un numero impressionante, che non ha precedenti e che va tristemente ad aggiungersi a quel milione di militari inviati da Putin che, dal febbraio 2022 - tra deceduti ed invalidi - sono stati sacrificati ad una causa di cui sfugge, al buon senso, la benchè minima comprensione. E se chiamiamo in gioco il buon senso è perché – come calcolato dall’Economist – con un’avanzata di circa 15 chilometri quadrati al giorno, Mosca sta immolando l’esistenza di un suo uomo ogni 0,038 chilometri quadri...Pertanto, non è possibile che Putin non sia consapevole del dato che, procedendo di questo passo, gli occorrerebbero 4 anni per conquistare i territori delle quattro regioni ucraine che egli intende annettere ed altri 89 per occupare l’intera Ucraina. E poichè non ci stiamo certamente riferendo ad uno sprovveduto, è chiaro come il presidente russo, in questa fase, stia giocando – forse d’azzardo – tutte le carte di cui ancora dispone, nel tentativo di sfinire Zelensky ed il suo popolo nel più breve tempo possibile. Sappiamo da un centro di ricerca inglese che sta arruolando 15mila soldati al mese, pagandoli però a prezzi non a lungo sostenibili: basti pensare che, dall’inizio del 2025, ha già speso oltre 20 miliardi di euro soltanto per risarcire feriti o famiglie di caduti e per reclutare ed incentivare nuove leve disposte a trasformarsi in carne da cannone.  Di questo passo, a fine anno, i soli investimenti in “risorse umane” militari del Cremlino ammonteranno addirittura a due punti del PIL nazionale: e vale a dire, ad uno sforzo che né l’economia e né la demografia russe saranno mai in grado di sostenere a tempo indeterminato. Viene, dunque, proprio da credere che Putin stia oggi impiegando tutte le risorse che gli rimangono per cercare di occupare la più ampia fascia di territorio possibile, prima che venga il tempo - anche per lui - di doversi rassegnare a quel tavolo di negoziato che, presto o tardi, gli verrà inevitabilmente imposto dalla  forza delle cose.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>188</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/802b323f607a73e68a628d567d7cefee.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Per favore, niente pizza a 40 gradi | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/per-favore-niente-pizza-a-40-gradi-il-punto-della-settimana--66873031</link><description><![CDATA[Ieri siamo rimasti spiacevolmente sorpresi nell’apprendere che - proprio mentre i media non fanno quasi altro che parlare di “emergenza caldo” e mentre le Regioni, dinanzi ai primi decessi provocati dalle temperature africane, ordinano di  sospendere le attività all’aperto nei settori più esposti al solleone - una delle principali  piattaforme specializzate nella consegna di cibi a domicilio non si è fatta alcuno scrupolo nel proporre, ai propri operatori, una serie di incentivi per motivarli a lavorare anche nelle fasce orarie maggiormente canicolari...Ma vediamoli più da vicino questi bonus che, almeno nelle intenzioni di chi li propone, dovrebbero indurre chi di mestiere trasporta pizze e hamburger ad intensificare il proprio impegno, anche a costo di mettere seriamente a rischio la sua salute. Ebbene, si va da un incentivo di 5 centesimi se le temperature si assestano a 36 gradi, per poi passare ai 10 centesimi se salgono a 38 ed ai 20 centesimi nel caso in cui si raggiungano i 40 gradi. In altre parole, il valore della tutela della salute e dell’integrità fisica di un lavoratore, secondo certi signori, sembra oscillare, tra i due o tre cucchiaini e la mezza tazzina di caffè... Siamo ben consapevoli di parlare di un settore nel quale il potere contrattuale dei sindacati è veramente molto basso, tuttavia, quando un datore di lavoro arriva a concepire anche soltanto l’idea di offrire incentivi nell’ordine dei 5  centesimi, allora vuol dire che, in alcuni comparti, il confine tra servitù della gleba e lavoro retribuito si è fatto davvero evanescente. E di fronte a certe notizie, viene quasi spontaneo pensare che di quella che, fino a qualche anno fa, si chiamava ancora “coscienza sociale” sia ormai oggi, purtroppo, rimasta soltanto una obsoleta reminiscenza, svanita nel disinteresse generale. Che dire se, per questi riders abbandonati al loro ingrato destino, le uniche speranze di poter contare su condizioni di lavoro meno soffocanti risiedono esclusivamente nella pietà umana (o, più banalmente, nella inappetenza) che magari inducono i consumatori a rinunciare alle loro abituali ordinazioni proprio nelle ore più afose? Nella evidente impossibilità di attivare un confronto sindacale che non sia eccessivamente sproporzionato a vantaggio di una sola delle parti in causa, noi non  possiamo fare altro che auspicare un pronto intervento dello Stato, che sappia, opportunamente, porre un argine definitivo a certe forme medievali di sfruttamento della manodopera.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_06-07-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 06 Jul 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/66873031/punto_settimana_06_07_2025_07_07.mp3" length="6203558" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Ieri siamo rimasti spiacevolmente sorpresi nell’apprendere che - proprio mentre i media non fanno quasi altro che parlare di “emergenza caldo” e mentre le Regioni, dinanzi ai primi decessi provocati dalle temperature africane, ordinano di  sospendere...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ieri siamo rimasti spiacevolmente sorpresi nell’apprendere che - proprio mentre i media non fanno quasi altro che parlare di “emergenza caldo” e mentre le Regioni, dinanzi ai primi decessi provocati dalle temperature africane, ordinano di  sospendere le attività all’aperto nei settori più esposti al solleone - una delle principali  piattaforme specializzate nella consegna di cibi a domicilio non si è fatta alcuno scrupolo nel proporre, ai propri operatori, una serie di incentivi per motivarli a lavorare anche nelle fasce orarie maggiormente canicolari...Ma vediamoli più da vicino questi bonus che, almeno nelle intenzioni di chi li propone, dovrebbero indurre chi di mestiere trasporta pizze e hamburger ad intensificare il proprio impegno, anche a costo di mettere seriamente a rischio la sua salute. Ebbene, si va da un incentivo di 5 centesimi se le temperature si assestano a 36 gradi, per poi passare ai 10 centesimi se salgono a 38 ed ai 20 centesimi nel caso in cui si raggiungano i 40 gradi. In altre parole, il valore della tutela della salute e dell’integrità fisica di un lavoratore, secondo certi signori, sembra oscillare, tra i due o tre cucchiaini e la mezza tazzina di caffè... Siamo ben consapevoli di parlare di un settore nel quale il potere contrattuale dei sindacati è veramente molto basso, tuttavia, quando un datore di lavoro arriva a concepire anche soltanto l’idea di offrire incentivi nell’ordine dei 5  centesimi, allora vuol dire che, in alcuni comparti, il confine tra servitù della gleba e lavoro retribuito si è fatto davvero evanescente. E di fronte a certe notizie, viene quasi spontaneo pensare che di quella che, fino a qualche anno fa, si chiamava ancora “coscienza sociale” sia ormai oggi, purtroppo, rimasta soltanto una obsoleta reminiscenza, svanita nel disinteresse generale. Che dire se, per questi riders abbandonati al loro ingrato destino, le uniche speranze di poter contare su condizioni di lavoro meno soffocanti risiedono esclusivamente nella pietà umana (o, più banalmente, nella inappetenza) che magari inducono i consumatori a rinunciare alle loro abituali ordinazioni proprio nelle ore più afose? Nella evidente impossibilità di attivare un confronto sindacale che non sia eccessivamente sproporzionato a vantaggio di una sola delle parti in causa, noi non  possiamo fare altro che auspicare un pronto intervento dello Stato, che sappia, opportunamente, porre un argine definitivo a certe forme medievali di sfruttamento della manodopera.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>156</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/f42579f5e627ae558186d5258d299d49.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Midnight Hammer | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/midnight-hammer-il-punto-della-settimana--66791878</link><description><![CDATA[Sembra ancora piuttosto prematuro cercare di stabilire in quale misura il pesante intervento dell’aviazione americana abbia concretamente danneggiato il programma nucleare iraniano. In particolare, per quanto riguarda il sito di Fordow, i pareri espressi in questi giorni, negli Stati Uniti, sono risultati in aperto contrasto tra di loro. Da un lato, abbiamo infatti assistito alla consueta enfatizzazione degli eventi manifestata da Donald Trump, secondo il quale la centrale di Fodrow sarebbe stata addirittura “obliterata”, mentre dall’altro, alcuni media apertamente ostili alla Casa Bianca (come la CNN ed il New York Times), hanno parlato di danni sostanzialmente irrilevanti. Prendiamo, almeno per adesso, per buono quanto riconosciuto dallo stesso portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, il quale ha confermato che, effettivamente, gli impianti nucleari del suo Paese sono stati “gravemente danneggiati” dai bombardamenti americani dello scorso fine settimana. Saranno, quindi, i prossimi giorni, a rivelarci in che misura il “Midnight Hammer” sia realmente riuscito a realizzare gli obbiettivi che si era prefisso, anche se, nel complesso, resta chiaro il fatto che, fino a quando a Teheran sarà ancora il fanatismo religioso degli ayatollah a dettare le regole del gioco, il problema della mina vagante iraniana non sarà mai risolto. Inutile, infatti, illudersi che, sia pure avendo ricevuto una sonora lezione, Khamenei &amp; Co. cambieranno la loro visione violenta, spietata e oscurantista della vita... Trump pare convinto che adesso Teheran, per via negoziale, accetterà di fornire quelle garanzie di non proliferazione nucleare che lui intende chiederle: tuttavia, poichè l’unica garanzia credibile potrebbe essere data soltanto dalla rinuncia totale all’arricchimento dell’uranio oltre la soglia prevista per il suo uso civile, noi pensiamo che ben difficilmente il presidente USA potrà ricevere una risposta di onesta disponibilità da parte della diplomazia sciita, anziché la solita presa in giro. Soprattutto da un Paese che, per anni e anni, ha preteso di farci bere la favoletta del nucleare ad uso civile prodotto – chissà mai poi perché – in laboratori collocati a cento metri di profondità sotto il livello del suolo... Privati, sul piano militare, dell’opzione atomica, la Guida Suprema e i suoi successori si vedrebbero, infatti, costretti a mettere nel dimenticatoio le ragioni stesse per le quali la Repubblica islamica è nata e che, essenzialmente, sono – vogliamo ricordarlo – la completa cancellazione dell’entità sionista dalla carta geografica, la distruzione di ogni presenza statunitense in Medio Oriente e la liberazione dei luoghi santi dell’Islam, oggi blasfemamente occupati da potenze sunnite, Arabia Saudita su tutte. In altre parole – per quanto sostenute da tutto il fanatismo religioso e messianico possibile e immaginabile - senza un adeguato apparato bellico, certe aspirazioni liberticide e criminali non potranno fare altro che rassegnarsi a vivere di vuota retorica e di sterili invettive e maledizioni. In conclusione, per sopravvivere, il regime rivoluzionario – millenaristico di Khamenei ha bisogno non solo di una salda coesione interna, ma anche di risultare temibile a livello internazionale. E purtroppo, ci è ben noto che, di solito, chi è disarmato conta ben poco...Pertanto, una eventuale disponibilità a negoziare da parte iraniana potrà avere, più che altro, un significato tattico, in attesa che – non si sa mai - qualcosa possa cambiare anche alla Casa Bianca, magari con un presidente che riproponesse le politiche più disattente di Barack Obama.Midnight Hammer  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_29-06-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 29 Jun 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/66791878/punto_settimana_29_06_2025_07_07.mp3" length="8411427" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Sembra ancora piuttosto prematuro cercare di stabilire in quale misura il pesante intervento dell’aviazione americana abbia concretamente danneggiato il programma nucleare iraniano. In particolare, per quanto riguarda il sito di Fordow, i pareri...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Sembra ancora piuttosto prematuro cercare di stabilire in quale misura il pesante intervento dell’aviazione americana abbia concretamente danneggiato il programma nucleare iraniano. In particolare, per quanto riguarda il sito di Fordow, i pareri espressi in questi giorni, negli Stati Uniti, sono risultati in aperto contrasto tra di loro. Da un lato, abbiamo infatti assistito alla consueta enfatizzazione degli eventi manifestata da Donald Trump, secondo il quale la centrale di Fodrow sarebbe stata addirittura “obliterata”, mentre dall’altro, alcuni media apertamente ostili alla Casa Bianca (come la CNN ed il New York Times), hanno parlato di danni sostanzialmente irrilevanti. Prendiamo, almeno per adesso, per buono quanto riconosciuto dallo stesso portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, il quale ha confermato che, effettivamente, gli impianti nucleari del suo Paese sono stati “gravemente danneggiati” dai bombardamenti americani dello scorso fine settimana. Saranno, quindi, i prossimi giorni, a rivelarci in che misura il “Midnight Hammer” sia realmente riuscito a realizzare gli obbiettivi che si era prefisso, anche se, nel complesso, resta chiaro il fatto che, fino a quando a Teheran sarà ancora il fanatismo religioso degli ayatollah a dettare le regole del gioco, il problema della mina vagante iraniana non sarà mai risolto. Inutile, infatti, illudersi che, sia pure avendo ricevuto una sonora lezione, Khamenei &amp; Co. cambieranno la loro visione violenta, spietata e oscurantista della vita... Trump pare convinto che adesso Teheran, per via negoziale, accetterà di fornire quelle garanzie di non proliferazione nucleare che lui intende chiederle: tuttavia, poichè l’unica garanzia credibile potrebbe essere data soltanto dalla rinuncia totale all’arricchimento dell’uranio oltre la soglia prevista per il suo uso civile, noi pensiamo che ben difficilmente il presidente USA potrà ricevere una risposta di onesta disponibilità da parte della diplomazia sciita, anziché la solita presa in giro. Soprattutto da un Paese che, per anni e anni, ha preteso di farci bere la favoletta del nucleare ad uso civile prodotto – chissà mai poi perché – in laboratori collocati a cento metri di profondità sotto il livello del suolo... Privati, sul piano militare, dell’opzione atomica, la Guida Suprema e i suoi successori si vedrebbero, infatti, costretti a mettere nel dimenticatoio le ragioni stesse per le quali la Repubblica islamica è nata e che, essenzialmente, sono – vogliamo ricordarlo – la completa cancellazione dell’entità sionista dalla carta geografica, la distruzione di ogni presenza statunitense in Medio Oriente e la liberazione dei luoghi santi dell’Islam, oggi blasfemamente occupati da potenze sunnite, Arabia Saudita su tutte. In altre parole – per quanto sostenute da tutto il fanatismo religioso e messianico possibile e immaginabile - senza un adeguato apparato bellico, certe aspirazioni liberticide e criminali non potranno fare altro che rassegnarsi a vivere di vuota retorica e di sterili invettive e maledizioni. In conclusione, per sopravvivere, il regime rivoluzionario – millenaristico di Khamenei ha bisogno non solo di una salda coesione interna, ma anche di risultare temibile a livello internazionale. E purtroppo, ci è ben noto che, di solito, chi è disarmato conta ben poco...Pertanto, una eventuale disponibilità a negoziare da parte iraniana potrà avere, più che altro, un significato tattico, in attesa che – non si sa mai - qualcosa possa cambiare anche alla Casa Bianca, magari con un presidente che riproponesse le politiche più disattente di Barack Obama.Midnight Hammer  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook:...]]></itunes:summary><itunes:duration>211</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/756ef7a8dd1782ea3a0bb4658f418f83.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Avanti Iran, alla riscossa… | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/avanti-iran-alla-riscossa-il-punto-della-settimana--66685909</link><description><![CDATA[Avremmo scommesso qualsiasi somma, nella certezza di vincere, sul fatto che immancabilmente, sulle nostre piazze, sarebbero iniziate le manifestazioni all’insegna del “giù le mani dall’Iran” o del “non si liberano le donne iraniane con le bombe”. Anche se, piaccia o non piaccia ai nostri pacifinti, purtroppo, ci sono situazioni nelle quali senza le bombe si ottiene ben poco: pensate a come sarebbe stato difficile sconfiggere Hitler utilizzando solo dei fucili a tappi o delle pistole ad acqua...E’ durata, quindi, poco, nel nostro Paese, l’indignazione per l’uccisione avvenuta tre anni fa della giovane Mahsa Amini, colpevole di non avere indossato il velo nelle forme esattamente prescritte da quella Polizia Morale che, incontrastata, opprime soprattutto le donne dal 1979. Non è, comunque, neanche mai andata oltre qualche timida e generica esortazione alla moderazione, la protesta contro le novecento condanne a morte eseguite nel 2024. Nessun sit in dinanzi all’ambasciata di Teheran e, tanto meno, nessuna bandiera bruciata, perché – si sa – quello è un trattamento riservato solamente a Stati Uniti e Israele: e cioè - tanto per usare una definizione coniata proprio dagli ayatollah - al Grande ed al Piccolo Satana... Ora però, una certa parte della nostra opinione pubblica (la solita), profondamente turbata dagli ultimi eventi, ha improvvisamente aderito al richiamo etico e umanitario di condannare Israele, accusandolo di  avere lanciato un’offensiva contro quel potere fanatico e oscurantista che, da decenni, parla apertamente della necessità di cancellare l’entità sionista” dalla faccia della Terra, servendosi, magari, proprio della bomba atomica... “Non si libera un popolo con le bombe”: ammesso e – come già detto  - non concesso che sia vero, dobbiamo, comunque, riconoscere che, effettivamente, nel caso iraniano, al momento non sembra ancora delinearsi all’orizzonte alcuna nuova classe dirigente pronta a prendere in mano le redini del Paese. Quello che sappiamo è che esistono eroici (anche se troppo spontanei e disorganizzati) movimenti di opposizione politica, i quali, non a caso, sono sempre stati sistematicamente e spietatamente repressi dalla violenza delle squadracce dei pasdaran. Comodo, quindi, tifare per la Repubblica islamica, quando si sa di poterlo fare senza rischiare nulla, proprio perchè ben protetti da tutta una serie di diritti politici e civili che, per nostra fortuna, ci vengono tuttora garantiti dalle nostre malefiche società occidentali… In conclusione, vorremmo, quindi, suggerire a chi sente di appartenere al “popolo degli indignati” di soffermarsi, almeno per una volta, a pensare serenamente - e senza pregiudizi ideologici – a come sarebbe la sua vita se fosse nato sotto un regime che ha scelto i missili al posto delle medicine ed il cappio delle impiccagioni al posto del pane. Se la sua esistenza trascorresse in uno Stato che, ignorando completamente la domanda di libertà e di benessere della propria popolazione, non esitasse a servirsi della sua persona, alla stregua di un numero irrilevante o, addirittura, di uno scudo umano. Esattamente – tanto per capirci meglio - come ha sempre fatto Hamas.  Ora che la dittatura teocratica sciita sta attraversando il suo momento di massima debolezza, si stanno probabilmente ponendo le basi per porre fine ad un incubo durato 46 anni. E’ vero che quello che verrà dopo non ci è ancora dato di conoscerlo con certezza: tuttavia, siamo pure convinti del fatto che più all’inferno di come era precipitato con la tragica esperienza delle “guide supreme”, l’Iran non potrà mai più precipitare.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_22-06-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 22 Jun 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/66685909/punto_settimana_22_06_2025_07_07.mp3" length="8544129" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Avremmo scommesso qualsiasi somma, nella certezza di vincere, sul fatto che immancabilmente, sulle nostre piazze, sarebbero iniziate le manifestazioni all’insegna del “giù le mani dall’Iran” o del “non si liberano le donne iraniane con le bombe”....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Avremmo scommesso qualsiasi somma, nella certezza di vincere, sul fatto che immancabilmente, sulle nostre piazze, sarebbero iniziate le manifestazioni all’insegna del “giù le mani dall’Iran” o del “non si liberano le donne iraniane con le bombe”. Anche se, piaccia o non piaccia ai nostri pacifinti, purtroppo, ci sono situazioni nelle quali senza le bombe si ottiene ben poco: pensate a come sarebbe stato difficile sconfiggere Hitler utilizzando solo dei fucili a tappi o delle pistole ad acqua...E’ durata, quindi, poco, nel nostro Paese, l’indignazione per l’uccisione avvenuta tre anni fa della giovane Mahsa Amini, colpevole di non avere indossato il velo nelle forme esattamente prescritte da quella Polizia Morale che, incontrastata, opprime soprattutto le donne dal 1979. Non è, comunque, neanche mai andata oltre qualche timida e generica esortazione alla moderazione, la protesta contro le novecento condanne a morte eseguite nel 2024. Nessun sit in dinanzi all’ambasciata di Teheran e, tanto meno, nessuna bandiera bruciata, perché – si sa – quello è un trattamento riservato solamente a Stati Uniti e Israele: e cioè - tanto per usare una definizione coniata proprio dagli ayatollah - al Grande ed al Piccolo Satana... Ora però, una certa parte della nostra opinione pubblica (la solita), profondamente turbata dagli ultimi eventi, ha improvvisamente aderito al richiamo etico e umanitario di condannare Israele, accusandolo di  avere lanciato un’offensiva contro quel potere fanatico e oscurantista che, da decenni, parla apertamente della necessità di cancellare l’entità sionista” dalla faccia della Terra, servendosi, magari, proprio della bomba atomica... “Non si libera un popolo con le bombe”: ammesso e – come già detto  - non concesso che sia vero, dobbiamo, comunque, riconoscere che, effettivamente, nel caso iraniano, al momento non sembra ancora delinearsi all’orizzonte alcuna nuova classe dirigente pronta a prendere in mano le redini del Paese. Quello che sappiamo è che esistono eroici (anche se troppo spontanei e disorganizzati) movimenti di opposizione politica, i quali, non a caso, sono sempre stati sistematicamente e spietatamente repressi dalla violenza delle squadracce dei pasdaran. Comodo, quindi, tifare per la Repubblica islamica, quando si sa di poterlo fare senza rischiare nulla, proprio perchè ben protetti da tutta una serie di diritti politici e civili che, per nostra fortuna, ci vengono tuttora garantiti dalle nostre malefiche società occidentali… In conclusione, vorremmo, quindi, suggerire a chi sente di appartenere al “popolo degli indignati” di soffermarsi, almeno per una volta, a pensare serenamente - e senza pregiudizi ideologici – a come sarebbe la sua vita se fosse nato sotto un regime che ha scelto i missili al posto delle medicine ed il cappio delle impiccagioni al posto del pane. Se la sua esistenza trascorresse in uno Stato che, ignorando completamente la domanda di libertà e di benessere della propria popolazione, non esitasse a servirsi della sua persona, alla stregua di un numero irrilevante o, addirittura, di uno scudo umano. Esattamente – tanto per capirci meglio - come ha sempre fatto Hamas.  Ora che la dittatura teocratica sciita sta attraversando il suo momento di massima debolezza, si stanno probabilmente ponendo le basi per porre fine ad un incubo durato 46 anni. E’ vero che quello che verrà dopo non ci è ancora dato di conoscerlo con certezza: tuttavia, siamo pure convinti del fatto che più all’inferno di come era precipitato con la tragica esperienza delle “guide supreme”, l’Iran non potrà mai più precipitare.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram:...]]></itunes:summary><itunes:duration>214</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0a0cbe8d55494cb5991689301b257568.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Referendum dopo 7 giorni | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/referendum-dopo-7-giorni-il-punto-della-settimana--66562789</link><description><![CDATA[Ad ormai una settimana dai referendum che, come forse era prevedibile, non hanno neppure sfiorato il raggiungimento del quorum, ci sembra di poter tranquillamente affermare che, se qualcuno li aveva organizzati sperando  di potersi poi spendere i “si” o i “no” come se fossero voti raccolti dal proprio partito (o, comunque, dall’alleanza elettorale alla quale ritiene di appartenere), ha dato prova di non avere le idee abbastanza chiare. E’ vero che i referendum si indicono per contarsi, tuttavia il confronto, di regola, dovrebbe avvenire su un determinato tema e non per rivendicare un ipotetico consenso politico da parte di chi, diligentemente, si è recato ai seggi anche in presenza di una bella domenica di inizio estate. Pertanto, chi si era illuso di strumentalizzare questa consultazione referendaria ha finito, in realtà, per prendere un’autentica facciata, dal momento che, soprattutto su questioni complesse come erano quelle proposte da Landini, per provare a capirci qualcosa, i cittadini avrebbero dovuto sorbirsi almeno un arido testo universitario di Diritto del Lavoro... e così l’astensione si è saldata con i voti della destra... Pertanto, se questa doveva essere la campagna elettorale di Landini per la guida del centrosinistra, bisognerà che il pur simpatico sindacalista emiliano cominci a ridimensionare le proprie ambizioni... Il mondo del lavoro discute oggi di intelligenza artificiale, di come aumentare produttività o stipendi e non di come ripristinare uno “status quo ante”, rispetto ad una norma come il Jobs Act che, tra l’altro, da quando ha iniziato a funzionare, ha prodotto circa un milione e mezzo di occupati in più.   In merito, invece, al quesito referendario sulla cittadinanza, non si è, probabilmente, fatto abbastanza per spiegare alla gente che non le si chiedeva di concederla indiscriminatamente anche agli immigrati irregolari, ma che, invece, l’opportunità era destinata a chi ha già un lavoro, una residenza stabile e paga anche le tasse allo Stato italiano. Si è, quindi, votato in un clima di confusione, nel quale, sullo sfondo, il tema della sicurezza ha giocato, senz’altro, un ruolo fondamentale nella distribuzione dei voti che, non a caso, hanno registrato una percentuale sorprendentemente alta di orientamenti contrari. A questo punto, il flop del quesito cittadinanza rischia, malauguratamente, di allontanare nel tempo la soluzione di un problema che pure meriterebbe di essere adeguatamente disciplinato: il fatto è che, d’ora innanzi, per chi la pensa come Salvini, diventerà molto più facile stoppare sul nascere ogni iniziativa parlamentare ad hoc, argomentando che tanto, su certe questioni, gli Italiani si sono già espressi…  In conclusione, ci pare che l’istituto referendario, se lo si intende salvare, vada assolutamente riformato, aumentando considerevolmente il numero delle firme necessarie da raccogliere per ottenere l’omologazione: a meno che non ci si voglia rassegnare ad essere chiamati a votare – magari anche ripetutamente nell’arco di uno stesso anno – ogni volta che un qualsiasi capriccio vada ad impossessarsi della mente o delle aspirazioni del politicante di turno. In passato, gli Italiani hanno già risposto alle chiamate referendarie, accorrendo in percentuali che toccavano o superavano addirittura il 90%: ma erano domande chiare, secche, precise, inequivocabili e, soprattutto, alla portata di ogni livello culturale: vuoi la monarchia o la  repubblica? Vuoi il divorzio o non lo vuoi? E il nucleare, ti fa davvero tutta questa paura?  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_15-06-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 15 Jun 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/66562789/punto_settimana_15_06_2025_07_07.mp3" length="7966301" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Ad ormai una settimana dai referendum che, come forse era prevedibile, non hanno neppure sfiorato il raggiungimento del quorum, ci sembra di poter tranquillamente affermare che, se qualcuno li aveva organizzati sperando  di potersi poi spendere i “si”...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ad ormai una settimana dai referendum che, come forse era prevedibile, non hanno neppure sfiorato il raggiungimento del quorum, ci sembra di poter tranquillamente affermare che, se qualcuno li aveva organizzati sperando  di potersi poi spendere i “si” o i “no” come se fossero voti raccolti dal proprio partito (o, comunque, dall’alleanza elettorale alla quale ritiene di appartenere), ha dato prova di non avere le idee abbastanza chiare. E’ vero che i referendum si indicono per contarsi, tuttavia il confronto, di regola, dovrebbe avvenire su un determinato tema e non per rivendicare un ipotetico consenso politico da parte di chi, diligentemente, si è recato ai seggi anche in presenza di una bella domenica di inizio estate. Pertanto, chi si era illuso di strumentalizzare questa consultazione referendaria ha finito, in realtà, per prendere un’autentica facciata, dal momento che, soprattutto su questioni complesse come erano quelle proposte da Landini, per provare a capirci qualcosa, i cittadini avrebbero dovuto sorbirsi almeno un arido testo universitario di Diritto del Lavoro... e così l’astensione si è saldata con i voti della destra... Pertanto, se questa doveva essere la campagna elettorale di Landini per la guida del centrosinistra, bisognerà che il pur simpatico sindacalista emiliano cominci a ridimensionare le proprie ambizioni... Il mondo del lavoro discute oggi di intelligenza artificiale, di come aumentare produttività o stipendi e non di come ripristinare uno “status quo ante”, rispetto ad una norma come il Jobs Act che, tra l’altro, da quando ha iniziato a funzionare, ha prodotto circa un milione e mezzo di occupati in più.   In merito, invece, al quesito referendario sulla cittadinanza, non si è, probabilmente, fatto abbastanza per spiegare alla gente che non le si chiedeva di concederla indiscriminatamente anche agli immigrati irregolari, ma che, invece, l’opportunità era destinata a chi ha già un lavoro, una residenza stabile e paga anche le tasse allo Stato italiano. Si è, quindi, votato in un clima di confusione, nel quale, sullo sfondo, il tema della sicurezza ha giocato, senz’altro, un ruolo fondamentale nella distribuzione dei voti che, non a caso, hanno registrato una percentuale sorprendentemente alta di orientamenti contrari. A questo punto, il flop del quesito cittadinanza rischia, malauguratamente, di allontanare nel tempo la soluzione di un problema che pure meriterebbe di essere adeguatamente disciplinato: il fatto è che, d’ora innanzi, per chi la pensa come Salvini, diventerà molto più facile stoppare sul nascere ogni iniziativa parlamentare ad hoc, argomentando che tanto, su certe questioni, gli Italiani si sono già espressi…  In conclusione, ci pare che l’istituto referendario, se lo si intende salvare, vada assolutamente riformato, aumentando considerevolmente il numero delle firme necessarie da raccogliere per ottenere l’omologazione: a meno che non ci si voglia rassegnare ad essere chiamati a votare – magari anche ripetutamente nell’arco di uno stesso anno – ogni volta che un qualsiasi capriccio vada ad impossessarsi della mente o delle aspirazioni del politicante di turno. In passato, gli Italiani hanno già risposto alle chiamate referendarie, accorrendo in percentuali che toccavano o superavano addirittura il 90%: ma erano domande chiare, secche, precise, inequivocabili e, soprattutto, alla portata di ogni livello culturale: vuoi la monarchia o la  repubblica? Vuoi il divorzio o non lo vuoi? E il nucleare, ti fa davvero tutta questa paura?  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>200</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/bed4779cea547369833e4191640ee35e.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>U “scannacristiani” | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/u-scannacristiani-il-punto-della-settimana--66456840</link><description><![CDATA[Dopo 25 anni di carcere e quattro di sorveglianza, l’uomo che azionò il telecomando della strage di Capaci - in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta - torna, dunque, ad essere un libero cittadino. Paradossalmente, Giovanni Brusca, uno dei capi più sanguinari che Cosa Nostra abbia mai conosciuto – autore personalmente, per sua stessa ammissione, di almeno cento omicidi – riacquista la pienezza dei suoi diritti proprio in virtù di quella normativa sui collaboratori di giustizia – la cosiddetta Legge Falcone – così fortemente voluta dal magistrato che, per ironia della sorte, ha lui stesso ucciso.  Il nome del capo mandamento di san Giuseppe Jato acquista una grande, quanto terrificante notorietà – anche presso i non addetti ai lavori - soprattutto quando, nel 1996, viene accusato di avere ordinato il rapimento e l’uccisione del dodicenne Giuseppe Di Matteo, sciogliendolo nell’acido,  dopo una prigionia durata 779 giorni. Il tutto per lanciare un segnale intimidatorio a chiunque fosse stato tentato dall’idea di ripercorrere la strada del’affiliato mafioso - padre dello sventurato bambino - divenuto collaboratore di giustizia.    Maria Falcone, sorella del magistrato assassinato dal boss soprannominato, per la sua ferocia, “scannacristiani”, ha accolto con “dolore e profonda amarezza” questa notizia, ma, al tempo stesso, “come donna delle istituzioni”, ha pure riconosciuto che il percorso di collaborazione con la giustizia seguito dallo stesso Brusca “ha avuto un impatto significativo sulla lotta contro Cosa Nostra”. E’ stato lui, infatti, a fornire agli investigatori informazioni decisive per ricostruire la struttura di potere dei corleonesi di Totò Riina e per fare luce sulla inconfessabile ragnatela di rapporti che intercorrevano tra mafia e mondo politico. Adesso, tra i più che comprensibili malumori e frustrazioni che turbano, in queste ore, l’animo di tanti parenti e amici delle vittime di Brusca, l’ex braccio destro di Leonluca Bagarella  potrà pure fruire di alcune misure a garanzia della sua incolumità personale, inclusa la scorta ed un programma di protezione estremamente riservato per se stesso e per i suoi stretti congiunti.  Il giudice Giuseppe Ayala - amico  di Falcone e Borsellino, nonché profondo conoscitore del fenomeno mafioso - si è detto convinto che la maggior parte dei pentiti non siano affatto animati da un effettivo rimorso per i delitti compiuti, ma cerchino, in realtà,  di raggiungere un’intesa con lo Stato al solo fine di ottenere in cambio degli sconti di pena. Tuttavia, è lo stesso Ayala a sottolineare che se oggi è stato sensibilmente ridimensionato quello strapotere che, trent’anni fa, la mafia esercitava sentendosi quasi inattaccabile, la cosa è dovuta, in larga misura, proprio alle rivelazioni di Giovanni Brusca.  Esistono – come è noto - ragioni di Stato per le quali, in certi casi, diventa lecito ricorrere a qualsiasi mezzo pur di conseguire uno scopo che sia di rilevanza vitale per la comunità nazionale. Tuttavia, noi saremmo curiosi di sapere quanti siano gli Italiani a non pensare  che Giovanni Brusca avrebbe meritato di passare tutto il resto della sua vita in carcere.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_08-06-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 08 Jun 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/66456840/punto_settimana_08_06_2025_07_07.mp3" length="7132472" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Dopo 25 anni di carcere e quattro di sorveglianza, l’uomo che azionò il telecomando della strage di Capaci - in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta - torna, dunque, ad essere un libero cittadino. Paradossalmente,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Dopo 25 anni di carcere e quattro di sorveglianza, l’uomo che azionò il telecomando della strage di Capaci - in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta - torna, dunque, ad essere un libero cittadino. Paradossalmente, Giovanni Brusca, uno dei capi più sanguinari che Cosa Nostra abbia mai conosciuto – autore personalmente, per sua stessa ammissione, di almeno cento omicidi – riacquista la pienezza dei suoi diritti proprio in virtù di quella normativa sui collaboratori di giustizia – la cosiddetta Legge Falcone – così fortemente voluta dal magistrato che, per ironia della sorte, ha lui stesso ucciso.  Il nome del capo mandamento di san Giuseppe Jato acquista una grande, quanto terrificante notorietà – anche presso i non addetti ai lavori - soprattutto quando, nel 1996, viene accusato di avere ordinato il rapimento e l’uccisione del dodicenne Giuseppe Di Matteo, sciogliendolo nell’acido,  dopo una prigionia durata 779 giorni. Il tutto per lanciare un segnale intimidatorio a chiunque fosse stato tentato dall’idea di ripercorrere la strada del’affiliato mafioso - padre dello sventurato bambino - divenuto collaboratore di giustizia.    Maria Falcone, sorella del magistrato assassinato dal boss soprannominato, per la sua ferocia, “scannacristiani”, ha accolto con “dolore e profonda amarezza” questa notizia, ma, al tempo stesso, “come donna delle istituzioni”, ha pure riconosciuto che il percorso di collaborazione con la giustizia seguito dallo stesso Brusca “ha avuto un impatto significativo sulla lotta contro Cosa Nostra”. E’ stato lui, infatti, a fornire agli investigatori informazioni decisive per ricostruire la struttura di potere dei corleonesi di Totò Riina e per fare luce sulla inconfessabile ragnatela di rapporti che intercorrevano tra mafia e mondo politico. Adesso, tra i più che comprensibili malumori e frustrazioni che turbano, in queste ore, l’animo di tanti parenti e amici delle vittime di Brusca, l’ex braccio destro di Leonluca Bagarella  potrà pure fruire di alcune misure a garanzia della sua incolumità personale, inclusa la scorta ed un programma di protezione estremamente riservato per se stesso e per i suoi stretti congiunti.  Il giudice Giuseppe Ayala - amico  di Falcone e Borsellino, nonché profondo conoscitore del fenomeno mafioso - si è detto convinto che la maggior parte dei pentiti non siano affatto animati da un effettivo rimorso per i delitti compiuti, ma cerchino, in realtà,  di raggiungere un’intesa con lo Stato al solo fine di ottenere in cambio degli sconti di pena. Tuttavia, è lo stesso Ayala a sottolineare che se oggi è stato sensibilmente ridimensionato quello strapotere che, trent’anni fa, la mafia esercitava sentendosi quasi inattaccabile, la cosa è dovuta, in larga misura, proprio alle rivelazioni di Giovanni Brusca.  Esistono – come è noto - ragioni di Stato per le quali, in certi casi, diventa lecito ricorrere a qualsiasi mezzo pur di conseguire uno scopo che sia di rilevanza vitale per la comunità nazionale. Tuttavia, noi saremmo curiosi di sapere quanti siano gli Italiani a non pensare  che Giovanni Brusca avrebbe meritato di passare tutto il resto della sua vita in carcere.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>179</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8740d5715398dea43505743b2d6e5a43.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Grazie, Michela Brambilla | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/grazie-michela-brambilla-il-punto-della-settimana--66354079</link><description><![CDATA[È stata, dunque, finalmente approvata in Senato la cosiddetta “Legge Brambilla” - dal nome della parlamentare presidente della Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente - che stabilisce un concreto inasprimento delle pene per chiunque compia reati contro gli animali: siano essi maltrattamenti, uccisioni, sevizie, abbandoni, combattimenti o traffico di cucciolate.  A favore della nuova normativa si sono espressi Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, mentre gli altri partiti si sono astenuti oppure hanno votato contro. Peccato, perché ci sarebbe piaciuto  che, almeno in presenza di un tema che in un Paese normale non dovrebbe per nulla risultare divisivo, si sia persa, invece, una validissima occasione per superare certe forme di puerile settarismo. Non entriamo nei dettagli per quanto concerne l’entità delle pene previste, ma ci limitiamo a segnalare che, per i casi più gravi, potranno arrivare fino ad una condanna a quattro anni di reclusione e ad una multa di 6omila euro.   L’elemento giuridicamente più qualificante della Riforma Brambilla risiede nel fatto che, per la prima volta nell’ordinamento penale italiano, l’animale viene ufficialmente riconosciuto  come soggetto titolare del diritto di protezione diretta. Fino ad oggi, infatti, tutti i reati del codice penale riguardanti gli animali avevano sempre avuto, come finalità specifica, quella di tutelare il sentimento umano nei confronti degli animali. In altre parole, si riteneva che meritevole di tutela fosse, essenzialmente, il turbamento causato alla sensibilità umana da un atto particolarmente efferato nei confronti di un animale. Ora è chiaro che cambia, invece, decisamente la prospettiva.  Inoltre, la tutela non viene estesa non solo a cani, gatti o altri animali domestici che, di solito, rientrano nella categoria del “possesso di affetto”, ma viene riferita, in maniera molto più ampia, agli animali in generale . E qui ci dobbiamo aspettare che nascano non poche questioni di natura interpretativa, dal momento che il legislatore parla, appunto, indistintamente di animali e la cosa, volendo fare un po’ di sofismo, potrebbe indurre qualcuno a comprendere anche alcuni esseri animati pericolosi o, comunque, molesti. Diventa, pertanto, crudeltà anche l’uso di un insetticida per eliminare le zanzare in una notte insonne di luglio? Per ora, stando almeno al nuovo testo di legge, sappiamo che la rilevanza penale di una determinata condotta è esclusa soltanto quando si è in presenza di un’esigenza umana meritevole di tutela, come l’igiene, la salute o il pericolo per l'incolumità. Tutti concetti, questi, molto elastici (e, di conseguenza, potenzialmente molto vaghi), che speriamo non conducano a vanificare tutti gli sforzi della Brambilla: ed a questo proposito, ci viene, ad esempio, in mente il caso della Corte Costituzionale spagnola, la quale – in merito alla corrida - ha sancito il prevalere delle “tradizioni culturali” sui diritti degli animali. Un nostro particolare encomio va, quindi, senz’altro alla perseveranza con la quale Michela Brambilla ha sostenuto, per tanti anni, questa sua battaglia di progresso e d civiltà: adesso però, speriamo che inizi ad indirizzare la sua attenzione anche su alcune altre attività formalmente lecite (come allevamenti, trasporti, circhi o giardini zoologici), dietro alle quali, tuttavia, sovente si nascondono abusi e violenze che necessitano assolutamente di una rinnovata e rigorosa disciplina normativa.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_01-06-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 01 Jun 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/66354079/punto_settimana_01_06_2025_07_07.mp3" length="7995558" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>È stata, dunque, finalmente approvata in Senato la cosiddetta “Legge Brambilla” - dal nome della parlamentare presidente della Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente - che stabilisce un concreto inasprimento delle pene per chiunque compia reati...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[È stata, dunque, finalmente approvata in Senato la cosiddetta “Legge Brambilla” - dal nome della parlamentare presidente della Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente - che stabilisce un concreto inasprimento delle pene per chiunque compia reati contro gli animali: siano essi maltrattamenti, uccisioni, sevizie, abbandoni, combattimenti o traffico di cucciolate.  A favore della nuova normativa si sono espressi Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, mentre gli altri partiti si sono astenuti oppure hanno votato contro. Peccato, perché ci sarebbe piaciuto  che, almeno in presenza di un tema che in un Paese normale non dovrebbe per nulla risultare divisivo, si sia persa, invece, una validissima occasione per superare certe forme di puerile settarismo. Non entriamo nei dettagli per quanto concerne l’entità delle pene previste, ma ci limitiamo a segnalare che, per i casi più gravi, potranno arrivare fino ad una condanna a quattro anni di reclusione e ad una multa di 6omila euro.   L’elemento giuridicamente più qualificante della Riforma Brambilla risiede nel fatto che, per la prima volta nell’ordinamento penale italiano, l’animale viene ufficialmente riconosciuto  come soggetto titolare del diritto di protezione diretta. Fino ad oggi, infatti, tutti i reati del codice penale riguardanti gli animali avevano sempre avuto, come finalità specifica, quella di tutelare il sentimento umano nei confronti degli animali. In altre parole, si riteneva che meritevole di tutela fosse, essenzialmente, il turbamento causato alla sensibilità umana da un atto particolarmente efferato nei confronti di un animale. Ora è chiaro che cambia, invece, decisamente la prospettiva.  Inoltre, la tutela non viene estesa non solo a cani, gatti o altri animali domestici che, di solito, rientrano nella categoria del “possesso di affetto”, ma viene riferita, in maniera molto più ampia, agli animali in generale . E qui ci dobbiamo aspettare che nascano non poche questioni di natura interpretativa, dal momento che il legislatore parla, appunto, indistintamente di animali e la cosa, volendo fare un po’ di sofismo, potrebbe indurre qualcuno a comprendere anche alcuni esseri animati pericolosi o, comunque, molesti. Diventa, pertanto, crudeltà anche l’uso di un insetticida per eliminare le zanzare in una notte insonne di luglio? Per ora, stando almeno al nuovo testo di legge, sappiamo che la rilevanza penale di una determinata condotta è esclusa soltanto quando si è in presenza di un’esigenza umana meritevole di tutela, come l’igiene, la salute o il pericolo per l'incolumità. Tutti concetti, questi, molto elastici (e, di conseguenza, potenzialmente molto vaghi), che speriamo non conducano a vanificare tutti gli sforzi della Brambilla: ed a questo proposito, ci viene, ad esempio, in mente il caso della Corte Costituzionale spagnola, la quale – in merito alla corrida - ha sancito il prevalere delle “tradizioni culturali” sui diritti degli animali. Un nostro particolare encomio va, quindi, senz’altro alla perseveranza con la quale Michela Brambilla ha sostenuto, per tanti anni, questa sua battaglia di progresso e d civiltà: adesso però, speriamo che inizi ad indirizzare la sua attenzione anche su alcune altre attività formalmente lecite (come allevamenti, trasporti, circhi o giardini zoologici), dietro alle quali, tuttavia, sovente si nascondono abusi e violenze che necessitano assolutamente di una rinnovata e rigorosa disciplina normativa.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>200</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3882cd3da78c0b7f2aa05d164f6ba473.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Animali selvatici | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/animali-selvatici-il-punto-della-settimana--66263803</link><description><![CDATA[Prima di pronunciarci in merito al nuovo disegno di legge sulla caccia elaborato dal Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, aspettiamo fiduciosi di poterne prendere visione in maniera diretta: non vorremmo, infatti, accusare il governo sulla base di quelle che lo stesso ministro ha definito “fake news”, fatte circolare malignamente da certi ambienti politici e culturali a lui ostili. Tuttavia se, alla fine, gli allarmi che, in queste ore, sono stati lanciati da svariate organizzazioni ambientaliste dovessero poi risultare fondati, allora ci sarebbe davvero da inorridire. Infatti, dai vincoli territoriali ai divieti stagionali, fino alla possibilità di cacciare anche in aree protette e su terreni privati senza alcun consenso preventivo, questa riforma farebbe della caccia un’attività sostanzialmente priva di limiti, minacciando la biodiversità ed aprendo ad una liberalizzazione selvaggia. Uno degli aspetti della nuova normativa che dovrebbero turbare maggiormente – o almeno vogliamo sperarlo – la sensibilità della gente è quello che riguarda la legalizzazione dei richiami vivi: una ignobile usanza medievale che consiste nel rinchiudere in una gabbia un volatile, dopo averlo crudelmente accecato, in modo tale da far sì che il suo lamento disperato attiri sul luogo altri esemplari sui quali sparare. Sembra, inoltre, che il disegno di legge intenda anche estendere le aree sulle quali sarà possibile cacciare, consentendo così l’attività venatoria non più soltanto nelle campagne e nei boschi, ma anche “nei territori e nelle foreste del demanio statale, regionale e degli enti pubblici in genere”. In altre parole, la cosa significa che pure le zone, finora considerate protette (come le oasi naturalistiche, i sentieri escursionistici e persino le spiagge), diventerebbero luoghi accessibili ai cacciatori. Di conseguenza, i danni provocati dai pallini di piombo rischierebbero di ricadere non più soltanto sulla fauna, ma anche sui tanti ignari escursionisti, ciclisti o cercatori di funghi, la cui incolumità verrebbe, quindi, seriamente messa in forse dalla soppressione di una chiara divisione tra le zone antropizzate e quelle di caccia. Eppure, risale a poco più di tre anni fa, l’integrazione dell’articolo 9 della Costituzione, in base alla quale la Repubblica “tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. E ci viene da pensare che, usando genericamente l’espressione “tutela degli animali”, il legislatore non si riferisse esclusivamente ai gatti o ai cani di casa, ma intendesse, invece, adottare un’accezione molto più ampia, senza, pertanto, voler discriminare tra animali nobili ed altri di seconda categoria, in quanto selvatici… Per parte nostra, non siamo mai stati decisi oppositori dell’attività venatoria, ritenendo che sia pienamente titolato ad esserlo soltanto chi sia coerentemente vegetariano: troppo comodo, infatti, accusare i cacciatori di essere dei “senza cuore”, quando non si rinuncia ai vantaggi di avere, comunque, un macellaio o un pescatore che fa il “lavoro sporco” per noi, che non avremmo mai il coraggio di mettere nel mirino un animale, ma che, al tempo stesso, ci guardiamo bene dal nutrirci solo di legumi e verdure...Ciò nonostante, consideriamo la caccia come una pratica anacronistica e sanguinaria da disciplinare rigorosamente e, comunque, per nessun motivo inquadrabile in un ambito sportivo (come qualcuno pretenderebbe), poiché tra chi è armato e chi non ha altra scelta se non quella di fuggire, non potrà mai esserci una competizione credibile… Ad alcuni amici che amano addentrasi nei boschi impugnando il fucile, abbiamo invano - più volte ed ingenuamente - proposto di sostituire la carabina con una bella macchina fotografica per “colpire” simbolicamente ogni tipo di preda. Purtroppo però, dinanzi a certi divertiti rifiuti, altro non ci è rimasto se nonostante l’amaro constatare di come il loro presunto e tanto evocato amore per la natura, in realtà, risiedesse essenzialmente nell’uccidere. Non resta, dunque, che sperare che le nuove concessioni ai cacciatori, oggi paventate dagli animalisti, siano davvero – come dice Lollobrigida – delle fake news. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_25-05-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 25 May 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/66263803/punto_settimana_25_05_2025_07_07.mp3" length="9662170" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Prima di pronunciarci in merito al nuovo disegno di legge sulla caccia elaborato dal Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, aspettiamo fiduciosi di poterne prendere visione in maniera diretta: non vorremmo, infatti, accusare il governo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Prima di pronunciarci in merito al nuovo disegno di legge sulla caccia elaborato dal Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, aspettiamo fiduciosi di poterne prendere visione in maniera diretta: non vorremmo, infatti, accusare il governo sulla base di quelle che lo stesso ministro ha definito “fake news”, fatte circolare malignamente da certi ambienti politici e culturali a lui ostili. Tuttavia se, alla fine, gli allarmi che, in queste ore, sono stati lanciati da svariate organizzazioni ambientaliste dovessero poi risultare fondati, allora ci sarebbe davvero da inorridire. Infatti, dai vincoli territoriali ai divieti stagionali, fino alla possibilità di cacciare anche in aree protette e su terreni privati senza alcun consenso preventivo, questa riforma farebbe della caccia un’attività sostanzialmente priva di limiti, minacciando la biodiversità ed aprendo ad una liberalizzazione selvaggia. Uno degli aspetti della nuova normativa che dovrebbero turbare maggiormente – o almeno vogliamo sperarlo – la sensibilità della gente è quello che riguarda la legalizzazione dei richiami vivi: una ignobile usanza medievale che consiste nel rinchiudere in una gabbia un volatile, dopo averlo crudelmente accecato, in modo tale da far sì che il suo lamento disperato attiri sul luogo altri esemplari sui quali sparare. Sembra, inoltre, che il disegno di legge intenda anche estendere le aree sulle quali sarà possibile cacciare, consentendo così l’attività venatoria non più soltanto nelle campagne e nei boschi, ma anche “nei territori e nelle foreste del demanio statale, regionale e degli enti pubblici in genere”. In altre parole, la cosa significa che pure le zone, finora considerate protette (come le oasi naturalistiche, i sentieri escursionistici e persino le spiagge), diventerebbero luoghi accessibili ai cacciatori. Di conseguenza, i danni provocati dai pallini di piombo rischierebbero di ricadere non più soltanto sulla fauna, ma anche sui tanti ignari escursionisti, ciclisti o cercatori di funghi, la cui incolumità verrebbe, quindi, seriamente messa in forse dalla soppressione di una chiara divisione tra le zone antropizzate e quelle di caccia. Eppure, risale a poco più di tre anni fa, l’integrazione dell’articolo 9 della Costituzione, in base alla quale la Repubblica “tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. E ci viene da pensare che, usando genericamente l’espressione “tutela degli animali”, il legislatore non si riferisse esclusivamente ai gatti o ai cani di casa, ma intendesse, invece, adottare un’accezione molto più ampia, senza, pertanto, voler discriminare tra animali nobili ed altri di seconda categoria, in quanto selvatici… Per parte nostra, non siamo mai stati decisi oppositori dell’attività venatoria, ritenendo che sia pienamente titolato ad esserlo soltanto chi sia coerentemente vegetariano: troppo comodo, infatti, accusare i cacciatori di essere dei “senza cuore”, quando non si rinuncia ai vantaggi di avere, comunque, un macellaio o un pescatore che fa il “lavoro sporco” per noi, che non avremmo mai il coraggio di mettere nel mirino un animale, ma che, al tempo stesso, ci guardiamo bene dal nutrirci solo di legumi e verdure...Ciò nonostante, consideriamo la caccia come una pratica anacronistica e sanguinaria da disciplinare rigorosamente e, comunque, per nessun motivo inquadrabile in un ambito sportivo (come qualcuno pretenderebbe), poiché tra chi è armato e chi non ha altra scelta se non quella di fuggire, non potrà mai esserci una competizione credibile… Ad alcuni amici che amano addentrasi nei boschi impugnando il fucile, abbiamo invano - più volte ed ingenuamente - proposto di sostituire la carabina con una bella macchina fotografica per “colpire” simbolicamente ogni tipo di preda. 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Pare, infatti, abbastanza strano che il programma di appuntamenti mediorientali del Tycoon non abbia previsto alcun incontro con il premier israeliano. Al contrario, tutte le attenzioni della Casa Bianca sono state dedicate ai Sauditi ed agli Emirati del Golfo, con i quali, non a caso, sono stati stipulati contratti stramiliardari a favore dell’economia statunitense e, perché no, magari anche a vantaggio dello stesso Trump che, come minimo, se ne torna a casa con un meraviglioso gioiellino volante da 400 milioni di euro. Robe da far apparire i conflitti di interesse di berlusconiana memoria come delle simpatiche furbatine tra i fraticelli di un convento ed i diamanti donati dal criminale Bokassa a Giscard d’Estaing come degli allegri scambi di figurine all’uscita di una scuola elementare. E certamente, faremo tutti bene ad entrare nell’ordine di idee che, per i prossimi quattro anni, le grandi questioni internazionali rimaste sinora irrisolte – dalla Palestina al confine russo/ucraino – saranno affidate alle manovre di qualche incallito affarista, magari abile nelle compravendite, ma totalmente privo degli strumenti concettuali che ci vorrebbero per proporre strategie politiche credibili, lungimiranti e, soprattutto, non improvvisate. Dimentichiamoci, pertanto, i Clinton, i Kissinger o i Kennedy, perché oggi a trattare con Putin o con Hamas ci va un certo Steve Witkoff, l’immobiliarista - amico personale del Presidente - formatosi nel Bronx, dove, agli inizi della sua ascesa commerciale, era solito sedersi al tavolo delle trattative portando una pistola legata alla caviglia...Sia lui che il suo potentissimo sponsor sembrano oggi muoversi perfettamente a loro agio tra le maniglie ed i rubinetti d’oro massiccio degli appartamenti, in stile “cafonal”, che i signori del petrolio mettono a loro disposizione per lusingarne il comprovato narcisismo. E così, come per incanto, di fronte alla magia dei quattrini, qualcuno in America si illude che spariscano nel nulla i tanti perniciosi problemi che, affondando le loro radici in insanabili differenze culturali e contrapposizioni storiche, sono all’origine delle odierne crisi internazionali. Vorremmo tutti bastasse distribuire denaro a destra e a manca per garantire pace e stabilità al mondo intero...Purtroppo però, troppo spesso occorre, invece, confrontarsi con fanatismi ideologici o con atavici rancori che che nessuna moneta è in grado di poter comprare... E’ realmente convinto Trump che lo sceicco del Qatar, Tamim al – Thani, da lui stesso definito otto anni fa “un finanziatore del terrorismo ad altissimo livello”, sia improvvisamente diventato quell’ uomo “di pace” al quale, tre sere fa, ha chiesto aiuto per aiutarlo a risolvere la “questione iraniana”? E che dire di Al Jolani, il nuovo leader siriano sul quale, fino a ieri, proprio Washington aveva addirittura messo una taglia di dieci milioni per le sue attività jihadiste e che, comunque, non più tardi di un paio di mesi fa, ha ancora spietatamente sterminato gli ultimi suoi oppositori alawiti? The Donald lo ha incontrato a Riad e lo ha giudicato “un tipo tosto e attraente”. Insomma un tipo di quelli che piacciono a lui e dei quali ci si può, quindi, fidare. Ma basta sul serio presentarsi ad un appuntamento in giacca e cravatta e con la barba curata per cancellare anni di militanza quedista e per fugare ogni sospetto di doppiezza intenzionale? L’attuale inquilino della Casa Bianca incontra, forse, grosse difficoltà nel realizzare che qualcosa possa esulare dalla sua visione economicistica della vita e sembra, pertanto, non prendere neanche in considerazione il rischio che i suoi nuovi amici russi e arabi siano molto più abili di lui nelle arti del doppiogiochismo e della dissimulazione. Ne farà le spese – e lo diciamo con profonda preoccupazione - l’intero Occidente.   ___________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_18-05-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 18 May 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/66136345/punto_settimana_18_05_2025_07_07.mp3" length="9931379" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Sebbene, a livello ufficiale, i rapporti tra Stati Uniti e Israele non stiano attraversando un momento di appannamento, in realtà – almeno a giudicare dalle tappe della prima sortita all’estero di Donald Trump, avvenuta proprio in Medio Oriente –...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Sebbene, a livello ufficiale, i rapporti tra Stati Uniti e Israele non stiano attraversando un momento di appannamento, in realtà – almeno a giudicare dalle tappe della prima sortita all’estero di Donald Trump, avvenuta proprio in Medio Oriente – viene, seriamente, da dubitare che, in questi ultimi tre mesi, l’interesse e la disponibilità del presidente americano nei confronti di Neatanyahu siano davvero rimasti inalterati. Pare, infatti, abbastanza strano che il programma di appuntamenti mediorientali del Tycoon non abbia previsto alcun incontro con il premier israeliano. Al contrario, tutte le attenzioni della Casa Bianca sono state dedicate ai Sauditi ed agli Emirati del Golfo, con i quali, non a caso, sono stati stipulati contratti stramiliardari a favore dell’economia statunitense e, perché no, magari anche a vantaggio dello stesso Trump che, come minimo, se ne torna a casa con un meraviglioso gioiellino volante da 400 milioni di euro. Robe da far apparire i conflitti di interesse di berlusconiana memoria come delle simpatiche furbatine tra i fraticelli di un convento ed i diamanti donati dal criminale Bokassa a Giscard d’Estaing come degli allegri scambi di figurine all’uscita di una scuola elementare. E certamente, faremo tutti bene ad entrare nell’ordine di idee che, per i prossimi quattro anni, le grandi questioni internazionali rimaste sinora irrisolte – dalla Palestina al confine russo/ucraino – saranno affidate alle manovre di qualche incallito affarista, magari abile nelle compravendite, ma totalmente privo degli strumenti concettuali che ci vorrebbero per proporre strategie politiche credibili, lungimiranti e, soprattutto, non improvvisate. Dimentichiamoci, pertanto, i Clinton, i Kissinger o i Kennedy, perché oggi a trattare con Putin o con Hamas ci va un certo Steve Witkoff, l’immobiliarista - amico personale del Presidente - formatosi nel Bronx, dove, agli inizi della sua ascesa commerciale, era solito sedersi al tavolo delle trattative portando una pistola legata alla caviglia...Sia lui che il suo potentissimo sponsor sembrano oggi muoversi perfettamente a loro agio tra le maniglie ed i rubinetti d’oro massiccio degli appartamenti, in stile “cafonal”, che i signori del petrolio mettono a loro disposizione per lusingarne il comprovato narcisismo. E così, come per incanto, di fronte alla magia dei quattrini, qualcuno in America si illude che spariscano nel nulla i tanti perniciosi problemi che, affondando le loro radici in insanabili differenze culturali e contrapposizioni storiche, sono all’origine delle odierne crisi internazionali. Vorremmo tutti bastasse distribuire denaro a destra e a manca per garantire pace e stabilità al mondo intero...Purtroppo però, troppo spesso occorre, invece, confrontarsi con fanatismi ideologici o con atavici rancori che che nessuna moneta è in grado di poter comprare... E’ realmente convinto Trump che lo sceicco del Qatar, Tamim al – Thani, da lui stesso definito otto anni fa “un finanziatore del terrorismo ad altissimo livello”, sia improvvisamente diventato quell’ uomo “di pace” al quale, tre sere fa, ha chiesto aiuto per aiutarlo a risolvere la “questione iraniana”? E che dire di Al Jolani, il nuovo leader siriano sul quale, fino a ieri, proprio Washington aveva addirittura messo una taglia di dieci milioni per le sue attività jihadiste e che, comunque, non più tardi di un paio di mesi fa, ha ancora spietatamente sterminato gli ultimi suoi oppositori alawiti? The Donald lo ha incontrato a Riad e lo ha giudicato “un tipo tosto e attraente”. Insomma un tipo di quelli che piacciono a lui e dei quali ci si può, quindi, fidare. Ma basta sul serio presentarsi ad un appuntamento in giacca e cravatta e con la barba curata per cancellare anni di militanza quedista e per fugare ogni sospetto di doppiezza intenzionale? L’attuale inquilino della Casa Bianca incontra, forse, grosse difficoltà nel realizzare che qualcosa possa esulare dalla sua visione economicistica della vita e...]]></itunes:summary><itunes:duration>249</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d3743b595afa552e49dbf77cb980b892.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Prima del 9 maggio | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/prima-del-9-maggio-il-punto-della-settimana--66035344</link><description><![CDATA[4mila aerei; 45mila jeep; 3mila mezzi anfibi; 12mila blindati da combattimento; 136mila pezzi di artiglieria leggera; 140 cacciatorpedinieri; 35mila postazioni radio; 2mila locomotive e 10mila vagoni; 5 milioni di tonnellate di derrate alimentari per salvare la popolazione dalla fame; 14 milioni di scarponi. No, non è la letterina inviata da Zelensky a Babbo Natale, ma è, invece, l’impressionante fornitura militare che, a partire dall’11 marzo del 1941 (cioè ben 9 mesi prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra), il Presidente Roosvelt decise di mettere a disposizione dell’Unione Sovietica, emanando il provvedimento noto come “Land Lease act” che, tra l’altro, consentiva ai Paesi beneficiari di estinguere, comodamente, il loro debito monetario in trent’anni. Debito al quale il Cremlino farà poi fronte soltanto nella striminzita misura del 10%.  Naturalmente, nel corso della parata militare celebrativa dell’ottantesimo anniversario della vittoria sovietica sulla Germania nazista, Vladimir Putin si è ben guardato se non dal ringraziare – non pretendiamo tanto – almeno dal fare un minimo cenno storico anche a quell’America che pure aiutò non poco Stalin a non soccombere del tutto dinanzi alla sfuriata iniziale di Hitler...Anzi, figuriamoci, è stata l’Armata Rossa a fare tutto da sola e a liberare l’Europa dalla “peste bruna”...Ed a questo proposito, sarebbe magari interessante andare anche a chiedere ai Paesi del Patto di Varsavia quanto si siano realmente sentiti liberi per oltre quarantanni… Anche venerdì scorso, quindi, l’immancabile e tradizionale “smemoratezza” del 9 maggio ha finito per avvolgere, nella sua tendenziosa vulgata di stampo nazionalista, tutti i cortei e le sfilate che si sono svolti in Russia. Ovviamente, qui nessuno intende disconoscere l’impressionate tributo di vite umane (almeno 20 milioni di morti) eroicamente fornito alla causa anti nazista dall’Unione Sovietica: tuttavia, stupisce abbastanza il fatto che, per registrare le prime storiche ammissioni sugli aiuti ricevuti in tempo di guerra, si siano dovute aspettare le memorie di Kruscev o l’intercettazione, da parte del KGB, di una telefonata del 1963, nella quale il mitico maresciallo Zukov ammetteva testualmente che “senza gli americani non avremmo vinto la guerra”. Ma c’è anche un altro aspetto della cosiddetta “Guerra Patriottica” sul quale Putin evita sempre e sistematicamente di soffermarsi: ed è quello che dovrebbe riportalo indietro a quel 23 agosto del 1939 – sei anni prima cioè, del glorioso 9 maggio 1945 – in cui Hitler e Stalin firmarono il famoso “patto decennale di non aggressione”, che conteneva, come è noto, anche un “protocollo segreto” nel quale si stabiliva la spartizione della Polonia tra Mosca e Berlino. Non aspettiamoci però che sia l’attuale leader del Cremlino – con tutto il bagaglio di sogni di restaurazione zarista che si porta dietro – a riconoscere che se, se alla fine del conflitto, l’URSS si trovò dalla parte giusta della storia, il merito vada attribuito esclusivamente al caso. Infatti, senza il tradimento di quel patto della vergogna da parte di Hitler, Stalin, con ogni probabilità, se ne sarebbe rimasto tranquillamente in disparte a godersi lo spettacolo dei Paesi capitalisti in guerra tra di loro, in attesa di trarne i suoi vantaggi… Mancano, quindi, due capitoli fondamentali per completare seriamente il racconto della “Grande Guerra Patriottica”. Ma sono capitoli che la Russia di oggi non intende affatto inserire nelle sue narrazioni, mentre i putiniani di casa nostra si rifiutano ostinatamente di leggerli o spesso ne ignorano addirittura l’esistenza.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_11-05-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 11 May 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/66035344/punto_settimana_11_05_2025_07_07.mp3" length="9028962" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>4mila aerei; 45mila jeep; 3mila mezzi anfibi; 12mila blindati da combattimento; 136mila pezzi di artiglieria leggera; 140 cacciatorpedinieri; 35mila postazioni radio; 2mila locomotive e 10mila vagoni; 5 milioni di tonnellate di derrate alimentari per...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[4mila aerei; 45mila jeep; 3mila mezzi anfibi; 12mila blindati da combattimento; 136mila pezzi di artiglieria leggera; 140 cacciatorpedinieri; 35mila postazioni radio; 2mila locomotive e 10mila vagoni; 5 milioni di tonnellate di derrate alimentari per salvare la popolazione dalla fame; 14 milioni di scarponi. No, non è la letterina inviata da Zelensky a Babbo Natale, ma è, invece, l’impressionante fornitura militare che, a partire dall’11 marzo del 1941 (cioè ben 9 mesi prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra), il Presidente Roosvelt decise di mettere a disposizione dell’Unione Sovietica, emanando il provvedimento noto come “Land Lease act” che, tra l’altro, consentiva ai Paesi beneficiari di estinguere, comodamente, il loro debito monetario in trent’anni. Debito al quale il Cremlino farà poi fronte soltanto nella striminzita misura del 10%.  Naturalmente, nel corso della parata militare celebrativa dell’ottantesimo anniversario della vittoria sovietica sulla Germania nazista, Vladimir Putin si è ben guardato se non dal ringraziare – non pretendiamo tanto – almeno dal fare un minimo cenno storico anche a quell’America che pure aiutò non poco Stalin a non soccombere del tutto dinanzi alla sfuriata iniziale di Hitler...Anzi, figuriamoci, è stata l’Armata Rossa a fare tutto da sola e a liberare l’Europa dalla “peste bruna”...Ed a questo proposito, sarebbe magari interessante andare anche a chiedere ai Paesi del Patto di Varsavia quanto si siano realmente sentiti liberi per oltre quarantanni… Anche venerdì scorso, quindi, l’immancabile e tradizionale “smemoratezza” del 9 maggio ha finito per avvolgere, nella sua tendenziosa vulgata di stampo nazionalista, tutti i cortei e le sfilate che si sono svolti in Russia. Ovviamente, qui nessuno intende disconoscere l’impressionate tributo di vite umane (almeno 20 milioni di morti) eroicamente fornito alla causa anti nazista dall’Unione Sovietica: tuttavia, stupisce abbastanza il fatto che, per registrare le prime storiche ammissioni sugli aiuti ricevuti in tempo di guerra, si siano dovute aspettare le memorie di Kruscev o l’intercettazione, da parte del KGB, di una telefonata del 1963, nella quale il mitico maresciallo Zukov ammetteva testualmente che “senza gli americani non avremmo vinto la guerra”. Ma c’è anche un altro aspetto della cosiddetta “Guerra Patriottica” sul quale Putin evita sempre e sistematicamente di soffermarsi: ed è quello che dovrebbe riportalo indietro a quel 23 agosto del 1939 – sei anni prima cioè, del glorioso 9 maggio 1945 – in cui Hitler e Stalin firmarono il famoso “patto decennale di non aggressione”, che conteneva, come è noto, anche un “protocollo segreto” nel quale si stabiliva la spartizione della Polonia tra Mosca e Berlino. Non aspettiamoci però che sia l’attuale leader del Cremlino – con tutto il bagaglio di sogni di restaurazione zarista che si porta dietro – a riconoscere che se, se alla fine del conflitto, l’URSS si trovò dalla parte giusta della storia, il merito vada attribuito esclusivamente al caso. Infatti, senza il tradimento di quel patto della vergogna da parte di Hitler, Stalin, con ogni probabilità, se ne sarebbe rimasto tranquillamente in disparte a godersi lo spettacolo dei Paesi capitalisti in guerra tra di loro, in attesa di trarne i suoi vantaggi… Mancano, quindi, due capitoli fondamentali per completare seriamente il racconto della “Grande Guerra Patriottica”. Ma sono capitoli che la Russia di oggi non intende affatto inserire nelle sue narrazioni, mentre i putiniani di casa nostra si rifiutano ostinatamente di leggerli o spesso ne ignorano addirittura l’esistenza.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook:...]]></itunes:summary><itunes:duration>226</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/f59a1fa0b57acfec510819863b7de356.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Cento Giorni | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/cento-giorni-il-punto-della-settimana--65894311</link><description><![CDATA[I primi cento giorni di Donald Trump non saranno magari stati così catastrofici, come lo furono, invece, quelli che segnarono la fine dell’epopea napoleonica: tuttavia, possiamo immaginare che un minimo di contrariata delusione stia vagando, in queste ore, per le stanze della Casa Bianca.    Gli indici di gradimento sono, infatti, i più bassi tra quelli registrati da un presidente nel suo trimestre iniziale, col il solo 45% degli elettori intervistati che continua ad approvare l’operato del Tycoon: e si tratta di una percentuale sensibilmente inferiore a quelle di cui avevano goduto sia Obama, che Biden. A incrinare un rapporto di fiducia che sembrava destinato a durare un pochino più a lungo, può senz’altro aver contribuito anche la frenesia dalla quale The Donald si è lasciato trascinare, emettendo, da gennaio ad oggi, ben 139 ordini esecutivi che, al di là della smania di voler dimostrare chissà quale dose di efficientismo, in realtà hanno sovente finito per finire nelle sabbie mobili dei conflitti tra i poteri dello Stato. E stiamo parlando di uno Stato che, tra l’altro, si sta rivelando niente affatto  rassegnato dinanzi alla prospettiva di dover sottostare alle regole imposte dal pressapochismo e dall’ improvvisazione. Sono così fioriti, come le margherite a primavera, i ricorsi che molte corti giudiziarie hanno presentato contro i provvedimenti unilaterali del presidente: magari nell’illusoria speranza di indurlo a dare un’occhiatina al vecchio e basilare “Spirito delle Leggi” di Montesquieu.  Tuttavia, presso l’elettorato americano, a determinare i cambiamenti di opinione più repentini, in genere è soprattutto l’andamento dell’economia. Ed a questo proposito, non c’è dubbio sul fatto che, in questi  primi tre mesi di Amministrazione Trump, della tanto preannunciata “età dell’oro” non si sia vista neanche l’ombra... Una confusa strategia sulla politica commerciale ha, infatti, ottenuto il solo effetto di alimentare l’incertezza sui mercati finanziari internazionali (compresa Wall Street), facendo bruciare decine di miliardi di dollari ed allarmando gli investitori pubblici e privati circa la tenuta e l’affidabilità dei buoni del tesoro di Washington. Di conseguenza a calare sono state sia la fiducia delle imprese, che le prospettive di crescita del Pil Usa le quali, non a caso, per il 2025 sono scese all’1,8%, rispetto al +2,7% stimato alla fine del 2024. Che dire poi se, dall’imposizione dei nuovi dazi, dovesse derivare – come è assai probabile che succeda – anche una ripresa inflattiva?    Ma se sulla politica economica trumpiana è, forse, meglio stendere un velo pietoso, non troppo esaltanti  sono pure i risultati ottenuti a livello di quella estera, dove le tante e roboanti promesse avanzate in campagna elettorale, alla prova dei fatti si sono in realtà convertite in problemi molto più complessi e delicati di quanto potesse immaginare chi, professionalmente, era più che altro abituato a condurre trattative di compravendita immobiliare.   Le famose “24 ore” riguardanti l’Ucraina sono ormai passate da qualche minuto, senza che però droni e missili abbiano cessato di fare stragi; il progetto di fare della Striscia di Gaza una sorta di Costa Azzurra mediorientale sembra essere - per fortuna - finito nel dimenticatoio (unitamente a quel ridicolo video che lo aveva  presentato) ed il Canada, votando per il liberale Mark Carney, pare non avere nessuna voglia di diventare la 51esima stelletta della “Stars and Stripes”.  Tutta questa confusione generata dal metodo di governo approssimativo adottato dall’attuale Casa Bianca, non può, quindi, che minare la credibilità stessa degli Stati Uniti, indebolendoli soprattutto dinanzi alla Cina, la quale, essendo retta da un governo che non deve rendere conto dei suoi risultati immediati ad alcuna opinione pubblica (e tanto meno ad alcun elettorato), molto meglio di qualsiasi democrazia occidentale sarà sempre in grado di elaborare ed imporre strategie - magari anche lunghe e dolorose – alla sua popolazione. E francamente, l’idea trumpiana di sfidare Pechino sul terreno dei dazi, proprio mentre sta rinnegando (e talvolta insultando) le più antiche e consolidate alleanze occidentali, a noi sembra veramente una scelta irresponsabile.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_04-05-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 04 May 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/65894311/punto_settimana_04_05_2025_07_07.mp3" length="9882644" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>I primi cento giorni di Donald Trump non saranno magari stati così catastrofici, come lo furono, invece, quelli che segnarono la fine dell’epopea napoleonica: tuttavia, possiamo immaginare che un minimo di contrariata delusione stia vagando, in queste...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[I primi cento giorni di Donald Trump non saranno magari stati così catastrofici, come lo furono, invece, quelli che segnarono la fine dell’epopea napoleonica: tuttavia, possiamo immaginare che un minimo di contrariata delusione stia vagando, in queste ore, per le stanze della Casa Bianca.    Gli indici di gradimento sono, infatti, i più bassi tra quelli registrati da un presidente nel suo trimestre iniziale, col il solo 45% degli elettori intervistati che continua ad approvare l’operato del Tycoon: e si tratta di una percentuale sensibilmente inferiore a quelle di cui avevano goduto sia Obama, che Biden. A incrinare un rapporto di fiducia che sembrava destinato a durare un pochino più a lungo, può senz’altro aver contribuito anche la frenesia dalla quale The Donald si è lasciato trascinare, emettendo, da gennaio ad oggi, ben 139 ordini esecutivi che, al di là della smania di voler dimostrare chissà quale dose di efficientismo, in realtà hanno sovente finito per finire nelle sabbie mobili dei conflitti tra i poteri dello Stato. E stiamo parlando di uno Stato che, tra l’altro, si sta rivelando niente affatto  rassegnato dinanzi alla prospettiva di dover sottostare alle regole imposte dal pressapochismo e dall’ improvvisazione. Sono così fioriti, come le margherite a primavera, i ricorsi che molte corti giudiziarie hanno presentato contro i provvedimenti unilaterali del presidente: magari nell’illusoria speranza di indurlo a dare un’occhiatina al vecchio e basilare “Spirito delle Leggi” di Montesquieu.  Tuttavia, presso l’elettorato americano, a determinare i cambiamenti di opinione più repentini, in genere è soprattutto l’andamento dell’economia. Ed a questo proposito, non c’è dubbio sul fatto che, in questi  primi tre mesi di Amministrazione Trump, della tanto preannunciata “età dell’oro” non si sia vista neanche l’ombra... Una confusa strategia sulla politica commerciale ha, infatti, ottenuto il solo effetto di alimentare l’incertezza sui mercati finanziari internazionali (compresa Wall Street), facendo bruciare decine di miliardi di dollari ed allarmando gli investitori pubblici e privati circa la tenuta e l’affidabilità dei buoni del tesoro di Washington. Di conseguenza a calare sono state sia la fiducia delle imprese, che le prospettive di crescita del Pil Usa le quali, non a caso, per il 2025 sono scese all’1,8%, rispetto al +2,7% stimato alla fine del 2024. Che dire poi se, dall’imposizione dei nuovi dazi, dovesse derivare – come è assai probabile che succeda – anche una ripresa inflattiva?    Ma se sulla politica economica trumpiana è, forse, meglio stendere un velo pietoso, non troppo esaltanti  sono pure i risultati ottenuti a livello di quella estera, dove le tante e roboanti promesse avanzate in campagna elettorale, alla prova dei fatti si sono in realtà convertite in problemi molto più complessi e delicati di quanto potesse immaginare chi, professionalmente, era più che altro abituato a condurre trattative di compravendita immobiliare.   Le famose “24 ore” riguardanti l’Ucraina sono ormai passate da qualche minuto, senza che però droni e missili abbiano cessato di fare stragi; il progetto di fare della Striscia di Gaza una sorta di Costa Azzurra mediorientale sembra essere - per fortuna - finito nel dimenticatoio (unitamente a quel ridicolo video che lo aveva  presentato) ed il Canada, votando per il liberale Mark Carney, pare non avere nessuna voglia di diventare la 51esima stelletta della “Stars and Stripes”.  Tutta questa confusione generata dal metodo di governo approssimativo adottato dall’attuale Casa Bianca, non può, quindi, che minare la credibilità stessa degli Stati Uniti, indebolendoli soprattutto dinanzi alla Cina, la quale, essendo retta da un governo che non deve rendere conto dei suoi risultati immediati ad alcuna opinione pubblica (e tanto meno ad alcun elettorato), molto meglio di qualsiasi democrazia occidentale sarà sempre in grado di elaborare ed imporre strategie - magari anche lunghe e...]]></itunes:summary><itunes:duration>248</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/756ee084440fb96cad466dfa8adc73bd.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Un 25 Aprile orfano di certezze che parevano consolidate | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/un-25-aprile-orfano-di-certezze-che-parevano-consolidate-il-punto-della-settimana--65758050</link><description><![CDATA[Non c’è dubbio sul fatto che l’ottantesimo anniversario del 25 Aprile, che l’Italia ha celebrato venerdì scorso, sia andato a collocarsi in uno scenario internazionale profondamente modificato rispetto a quello sul quale le generazioni formatesi dopo la fine della Guerra si erano, da sempre, comodamente adagiate. Per la prima volta, infatti, il sodalizio politico e militare tra gli Stati Uniti e l’Europa conosce uno stato di crisi che ne sta minando – o, forse, ha già del tutto compromesso – la saldezza e l’unità di intenti storicamente impiegate a tutela dei valori liberali e democratici delle società occidentali. A voler essere onesti, il disimpegno dell’Amministrazione Trump dal teatro europeo - soprattutto se visto alla luce della crescente necessità, da parte di Washington, di concentrare risorse finanziarie e militari sullo scacchiere indo  pacifico -  può magari anche apparire come un’opzione quasi obbligata per una Casa Bianca che non intenda cedere il passo dinanzi ad un’avanzata cinese che ormai, a livello globale, ne minaccia seriamente sia il primato economico, che quello strategico. Sappiamo, ad esempio, che gli Americani contribuiscono alle spese della NATO superando, ogni anno, i 700 miliardi di dollari: e non a caso, anche presidenti certamente meno rozzi e brutali di Donald Trump – come Biden ed Obama – hanno spesso ricordato agli alleati europei l’esigenza di addivenire ad una più equa ripartizione degli sforzi finanziari tra i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica.  Tuttavia, per chi come noi si è formato nella consapevolezza del fatto che oggi, se non fossero esistiti gli Stati Uniti, da Parigi a Mosca si marcerebbe ancora al passo dell’oca, il trauma risulta essere tutt’altro che leggero...Ciò nonostante, poiché non sempre tutto il male viene per nuocere, può anche darsi che, alla fine, i toni ed i modi decisamente bruschi usati da Trump, servano almeno per dare una scossa provvidenziale ad un’Europa che, forse, solo oggi inizia finalmente a capire che, se vuole davvero avere un futuro all’altezza del suo passato, deve allora cominciare ad occuparsi sul serio della propria difesa. Visto e considerato che, oltre tutto, dalle parti del Cremlino, l’atavica propensione all’imperialismo mostra una sorta di continuità genetica che non conosce battute d’arresto, partendo da Pietro il Grande per arrivare fino ai giorni nostri, come la vicenda ucraina sta a testimoniare.   Pertanto, una difesa europea autonoma ed efficiente  è quanto mai indispensabile proprio per difendere quei principi di libertà e democrazia che animarono la Resistenza al nazi-fascismo.  Purtroppo però, in merito a questo tipo di esigenze, nel nostro Paese - tra i distinguo ipocriti di chi si arrampica sugli specchi per cercare di eludere il problema in nome di una velleitaria politica comune militare europea e le svariate prese di posizione apertamente anti occidentali – si affermano spesso (ed  in maniera davvero preoccupante), le istanze di coloro che, in pratica, non fanno altro che portare acqua al mulino di Putin. Ed a questo proposito, ci viene in mente l’atteggiamento contraddittorio assunto dalla presidenza dell’ANPI la quale, facendo finta di non sapere che la lotta partigiana al nazifascismo non fu condotta con le pistole ad acqua o con i mortaretti, ma con le armi fornite dagli anglo – americani, ha messo in discussione, fin dall’inizio, le ragioni della resistenza ucraina e si è ridotta persino a trovare giustificazioni storiche al neo-imperialismo russo.  Si tratta di una forma di pacifismo che, in Italia, trae origine da una tradizione comunista che, per oltre quarant’anni, ha costantemente sostenuto la causa  della pace ad ogni costo, specialmente quando la cosa  faceva comodo agli interessi dell’Unione Sovietica. Ed il voto di una larga parte del gruppo del PD al Parlamento Europeo contro il piano di difesa presentato dalla presidente Von der Leyen, altro non fa che testimoniare in che misura – al contrario di quanto avviene nelle altre famiglie del Socialismo europeo – questo retaggio di natura comunista sia ancora ben radicato nella Sinistra italiana.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_27-04-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 27 Apr 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/65758050/punto_settimana_27_04_2025_07_07.mp3" length="9127744" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Non c’è dubbio sul fatto che l’ottantesimo anniversario del 25 Aprile, che l’Italia ha celebrato venerdì scorso, sia andato a collocarsi in uno scenario internazionale profondamente modificato rispetto a quello sul quale le generazioni formatesi dopo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Non c’è dubbio sul fatto che l’ottantesimo anniversario del 25 Aprile, che l’Italia ha celebrato venerdì scorso, sia andato a collocarsi in uno scenario internazionale profondamente modificato rispetto a quello sul quale le generazioni formatesi dopo la fine della Guerra si erano, da sempre, comodamente adagiate. Per la prima volta, infatti, il sodalizio politico e militare tra gli Stati Uniti e l’Europa conosce uno stato di crisi che ne sta minando – o, forse, ha già del tutto compromesso – la saldezza e l’unità di intenti storicamente impiegate a tutela dei valori liberali e democratici delle società occidentali. A voler essere onesti, il disimpegno dell’Amministrazione Trump dal teatro europeo - soprattutto se visto alla luce della crescente necessità, da parte di Washington, di concentrare risorse finanziarie e militari sullo scacchiere indo  pacifico -  può magari anche apparire come un’opzione quasi obbligata per una Casa Bianca che non intenda cedere il passo dinanzi ad un’avanzata cinese che ormai, a livello globale, ne minaccia seriamente sia il primato economico, che quello strategico. Sappiamo, ad esempio, che gli Americani contribuiscono alle spese della NATO superando, ogni anno, i 700 miliardi di dollari: e non a caso, anche presidenti certamente meno rozzi e brutali di Donald Trump – come Biden ed Obama – hanno spesso ricordato agli alleati europei l’esigenza di addivenire ad una più equa ripartizione degli sforzi finanziari tra i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica.  Tuttavia, per chi come noi si è formato nella consapevolezza del fatto che oggi, se non fossero esistiti gli Stati Uniti, da Parigi a Mosca si marcerebbe ancora al passo dell’oca, il trauma risulta essere tutt’altro che leggero...Ciò nonostante, poiché non sempre tutto il male viene per nuocere, può anche darsi che, alla fine, i toni ed i modi decisamente bruschi usati da Trump, servano almeno per dare una scossa provvidenziale ad un’Europa che, forse, solo oggi inizia finalmente a capire che, se vuole davvero avere un futuro all’altezza del suo passato, deve allora cominciare ad occuparsi sul serio della propria difesa. Visto e considerato che, oltre tutto, dalle parti del Cremlino, l’atavica propensione all’imperialismo mostra una sorta di continuità genetica che non conosce battute d’arresto, partendo da Pietro il Grande per arrivare fino ai giorni nostri, come la vicenda ucraina sta a testimoniare.   Pertanto, una difesa europea autonoma ed efficiente  è quanto mai indispensabile proprio per difendere quei principi di libertà e democrazia che animarono la Resistenza al nazi-fascismo.  Purtroppo però, in merito a questo tipo di esigenze, nel nostro Paese - tra i distinguo ipocriti di chi si arrampica sugli specchi per cercare di eludere il problema in nome di una velleitaria politica comune militare europea e le svariate prese di posizione apertamente anti occidentali – si affermano spesso (ed  in maniera davvero preoccupante), le istanze di coloro che, in pratica, non fanno altro che portare acqua al mulino di Putin. Ed a questo proposito, ci viene in mente l’atteggiamento contraddittorio assunto dalla presidenza dell’ANPI la quale, facendo finta di non sapere che la lotta partigiana al nazifascismo non fu condotta con le pistole ad acqua o con i mortaretti, ma con le armi fornite dagli anglo – americani, ha messo in discussione, fin dall’inizio, le ragioni della resistenza ucraina e si è ridotta persino a trovare giustificazioni storiche al neo-imperialismo russo.  Si tratta di una forma di pacifismo che, in Italia, trae origine da una tradizione comunista che, per oltre quarant’anni, ha costantemente sostenuto la causa  della pace ad ogni costo, specialmente quando la cosa  faceva comodo agli interessi dell’Unione Sovietica. Ed il voto di una larga parte del gruppo del PD al Parlamento Europeo contro il piano di difesa presentato dalla presidente Von der Leyen, altro non fa che testimoniare in che misura – al contrario di quanto avviene...]]></itunes:summary><itunes:duration>229</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/b8b1eec633b5974bf364d696882f4c82.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La confusione regna sovrana | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-confusione-regna-sovrana-il-punto-della-settimana--65554723</link><description><![CDATA[Non possiamo certo dire che la settimana che abbiamo appena archiviato sia trascorsa all’insegna della routine e del quieto vivere.  Gli annunci di Trump sui dazi relativi ai beni importati negli USA – tra l’altro in percentuali notevolmente superiori rispetto a quanto ci si potesse aspettare - unitamente alle contro misure adottate (o, comunque, minacciate) dagli altri partner commerciali (in particolare dalla Cina), hanno, infatti, provocato uno tsunami  che ha travolto i mercati finanziari di ogni continente, causando clamorosi crolli in tutte le maggiori Borse mondiali.  A preoccupare sia gli addetti ai lavori, che i semplici risparmiatori è soprattutto la totale mancanza di chiarezza per quanto riguarda le prospettive dell’economia globale: mancanza ultimamente accentuata, nella sua gravità, dal venir meno, sullo scenario internazionale, di alcuni punti di riferimento istituzionali - credibili ed affidabili - ai quali, in passato, i mercati si aggrappavano per poter nutrire qualche certezza circa loro futuro. E in effetti, non ci pare, al momento, di poter osservare in giro qualcosa che possa, in qualche modo, richiamare l’autorevolezza dimostrata dall’Amministrazione Obama all’epoca della grande crisi dei mutui “sub prime”, oppure, nel 2012, dalla BCE di Mario Draghi dinanzi alle difficoltà del debito sovrano europeo. Al contrario, l’impressione sgradevolissima che, in questi ultimissimi giorni, abbiamo tratto dal comportamento ondivago della Casa Bianca, ci induce a pensare che ad alimentare la crisi che stiamo vivendo sia proprio – non si capisce se inconsapevolmente o proditoriamente - uno di quei centri di potere che, normalmente, dovrebbero, invece, costituire una sorta di garanzia estrema (o come si dice di “ultima istanza”). Ed anche l’improvviso rinvio di 90 giorni dell’entrata in vigore dei dazi, subito dopo averne annunciato la partenza, non si comprende bene se sia stato dettato dal panico di un incompetente apprendista stregone di fronte alle non calcolate reazioni dei mercati, oppure dalla mossa azzardata di un pokerista abituato a tenere una pistola sul tavolo verde, per ricordare agli altri giocatori che, comunque andranno le carte, alla fine la partita l’avrà vinta lui.   Possibile che la prima potenza economica e finanziaria del mondo, scegliendo la politica delle barriere doganali, non si accorga di essersi, tafazzianamente, incamminata lungo la strada dell’auto penalizzazione? Possibile che a Washington non ci sia proprio nessuno che se la senta di ricordare al Presidente che, in un’economia globale profondamente interconnessa come quella attuale, diventa praticamente impossibile isolarsi, resuscitando teorie mercantilistiche  che affondano le loro radici addirittura nella Francia del Re Sole... L’odierna industria americana compra, in larga misura, i componenti essenziali per la fabbricazione dei suoi prodotti al di fuori dagli Stati Uniti. Lo stesso Elon Musk, di recente, è stato polemicamente definito un “assemblatore” di automobili, piuttosto che un “costruttore”...Ora non c’è chi non veda che l’applicazione di pesanti dazi su questi componenti di provenienza estera non potrà fare altro che creare grossi problemi – facendole perdere competitività ed alimentando l’inflazione - proprio a quella manifattura Usa statunitense che Trump afferma, invece, di voler rilanciare. Ed a questo proposito, un po’ tutti i giornali, in queste ultime ore,  hanno presentato come emblematica la situazione di Apple che, tra un dazio e l’altro, rischia di vedersi costretta ad aumentare i prezzi dei suoi iPhone nella misura del 43%, facendoli pagare 2.300 dollari al consumatore finale... A noi non resta che rimanere in attesa per vedere quali saranno le reazioni di quella comunità finanziaria americana che tanto aveva sponsorizzato l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Per ora - salvo l’epiteto di “cretino” affibbiato da Elon Musk al teorico dei dazi (nonché ispiratore della Presidenza), Peter Navarro – i muri dello Studio Ovale sembrano presentare ancora poche crepe, ma si sa che, di solito, nessuno è disposto a perdere i suoi miliardi per pura osservanza politica...    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_13-04-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 13 Apr 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/65554723/punto_settimana_13_04_2025_07_07.mp3" length="9274624" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Non possiamo certo dire che la settimana che abbiamo appena archiviato sia trascorsa all’insegna della routine e del quieto vivere.  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A preoccupare sia gli addetti ai lavori, che i semplici risparmiatori è soprattutto la totale mancanza di chiarezza per quanto riguarda le prospettive dell’economia globale: mancanza ultimamente accentuata, nella sua gravità, dal venir meno, sullo scenario internazionale, di alcuni punti di riferimento istituzionali - credibili ed affidabili - ai quali, in passato, i mercati si aggrappavano per poter nutrire qualche certezza circa loro futuro. E in effetti, non ci pare, al momento, di poter osservare in giro qualcosa che possa, in qualche modo, richiamare l’autorevolezza dimostrata dall’Amministrazione Obama all’epoca della grande crisi dei mutui “sub prime”, oppure, nel 2012, dalla BCE di Mario Draghi dinanzi alle difficoltà del debito sovrano europeo. Al contrario, l’impressione sgradevolissima che, in questi ultimissimi giorni, abbiamo tratto dal comportamento ondivago della Casa Bianca, ci induce a pensare che ad alimentare la crisi che stiamo vivendo sia proprio – non si capisce se inconsapevolmente o proditoriamente - uno di quei centri di potere che, normalmente, dovrebbero, invece, costituire una sorta di garanzia estrema (o come si dice di “ultima istanza”). Ed anche l’improvviso rinvio di 90 giorni dell’entrata in vigore dei dazi, subito dopo averne annunciato la partenza, non si comprende bene se sia stato dettato dal panico di un incompetente apprendista stregone di fronte alle non calcolate reazioni dei mercati, oppure dalla mossa azzardata di un pokerista abituato a tenere una pistola sul tavolo verde, per ricordare agli altri giocatori che, comunque andranno le carte, alla fine la partita l’avrà vinta lui.   Possibile che la prima potenza economica e finanziaria del mondo, scegliendo la politica delle barriere doganali, non si accorga di essersi, tafazzianamente, incamminata lungo la strada dell’auto penalizzazione? Possibile che a Washington non ci sia proprio nessuno che se la senta di ricordare al Presidente che, in un’economia globale profondamente interconnessa come quella attuale, diventa praticamente impossibile isolarsi, resuscitando teorie mercantilistiche  che affondano le loro radici addirittura nella Francia del Re Sole... L’odierna industria americana compra, in larga misura, i componenti essenziali per la fabbricazione dei suoi prodotti al di fuori dagli Stati Uniti. Lo stesso Elon Musk, di recente, è stato polemicamente definito un “assemblatore” di automobili, piuttosto che un “costruttore”...Ora non c’è chi non veda che l’applicazione di pesanti dazi su questi componenti di provenienza estera non potrà fare altro che creare grossi problemi – facendole perdere competitività ed alimentando l’inflazione - proprio a quella manifattura Usa statunitense che Trump afferma, invece, di voler rilanciare. Ed a questo proposito, un po’ tutti i giornali, in queste ultime ore,  hanno presentato come emblematica la situazione di Apple che, tra un dazio e l’altro, rischia di vedersi costretta ad aumentare i prezzi dei suoi iPhone nella misura del 43%, facendoli pagare 2.300 dollari al consumatore finale... A noi non resta che rimanere in attesa per vedere quali saranno le reazioni di quella comunità finanziaria americana che tanto aveva sponsorizzato l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. 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Come mai gli Stati Uniti mostrano – ad esempio - maggiore clemenza per  l’invasore che per l’aggredito, visto che l’Ucraina, è stata, comunque, assoggettata alla tariffa del 10%? La risposta risiede, essenzialmente, nel fatto che, dal momento del suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha modificato radicalmente l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti di Mosca, riaprendo un dialogo nel corso del quale – come è noto - non si è mai neanche sognato di mettere in discussione le imperialistiche rivendicazioni di Putin sulla nazione confinate. Arrampicandosi sugli specchi il segretario del Tesoro americano, Scott Bessent, ha cercato di motivare l’assenza della Russia dalla lista dei Paesi a cui gli Stati Uniti imporranno dazi reciproci, affermando che la cosa è dovuta alla circostanza che, praticamente,  al momento non sussistono relazioni commerciali tra Mosca e Washington. Ed effettivamente, il valore degli scambi tra le due super potenze nucleari, dal 2021 ad oggi, è crollato dai 35 miliardi di dollari iniziali agli attuali  3,5 miliardi, come conseguenza delle penalità approvate dalla presidenza Biden all’apertura del conflitto ucraino. Tuttavia, sebbene si parli di numeri oggettivamente piuttosto modesti, anche con Mosca gli Americani versano, comunque, in una condizione di deficit commerciale, che è pari, nel 2024, a 2 miliardi e mezzo di dollari: un dato che costituisce, pur sempre, uno squilibrio dei conti ben superiore rispetto a quello che hanno, invece, tanti altri Paesi ( magari semi sconosciuti), i quali possono vantare, nei confronti degli USA, dei surplus commerciali di pochi ed irrilevanti milioni di dollari, ma le cui merci sono egualmente sottoposte alle tagliole trumpiane in una misura che oscilla dal 30 al 50%. Forse non avete nemmeno mai sentito nominare la repubblica di Nauru o il regno del Leshoto, ma sappiate che si tratta di piccolissimi Stati “furfanti” che, annualmente, “derubano” l’America per due o trecentomila dollari e che, quindi, andavano assolutamente rimessi in riga a dovere dalle bacchettate sulle mani, distribuite dal severissimo gendarme statunitense. Se poi vogliamo farci anche quattro risate, non abbiamo che da pensare al caso delle isole Mc Donald, sulle quali pende un dazio del 10%, nonostante siano completamente disabitate da oltre dieci anni... A sentire l’Economist, se si applicasse - anche agli scambi avvenuti con Mosca nel 2024 - la formula (a detta degli esperti ben poco scientifica) adottata dal Tycoon per la definizione dei suoi dazi, ne verrebbe fuori una percentuale  del 35% da addossare anche ai Russi... Ma l’idea non sembra affatto ispirare le scelte che si fanno, in questo periodo, dalle parti della Washington che comanda.  La verità è quella che Trump ha cambiato schieramento nel conflitto globale tra democrazia e autocrazia, allineandosi dalla parte degli autocrati, nel non ancora apertamente espresso desiderio di  poter presto diventare uno di loro. Tuttavia, come ogni apprendista stregone, anche lui finirà per fallire, facendo precipitare il suo Paese (e purtroppo anche il resto del mondo) in uno stato di gravissima recessione. Poi, arriveranno, se Dio vuole, le elezioni di mid term nel novembre del prossimo anno: è lì si spera che gli Americani dimostrino di aver, finalmente, imparato (a  spese loro) a diffidare di chi promette l’avvento di una “nuova età dell’oro” senza neanche sapere di che cosa stia parlando. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_06-04-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 06 Apr 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/65376987/punto_settimana_06_04_2025_07_07.mp3" length="8728031" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Avete notato che nel lunghissimo elenco di Paesi che l’Amministrazione Trump ha deciso di “daziare”, spiccano per la loro assenza nomi tutt’altro che marginali come Russia, Cuba e Corea del Nord? 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Arrampicandosi sugli specchi il segretario del Tesoro americano, Scott Bessent, ha cercato di motivare l’assenza della Russia dalla lista dei Paesi a cui gli Stati Uniti imporranno dazi reciproci, affermando che la cosa è dovuta alla circostanza che, praticamente,  al momento non sussistono relazioni commerciali tra Mosca e Washington. Ed effettivamente, il valore degli scambi tra le due super potenze nucleari, dal 2021 ad oggi, è crollato dai 35 miliardi di dollari iniziali agli attuali  3,5 miliardi, come conseguenza delle penalità approvate dalla presidenza Biden all’apertura del conflitto ucraino. Tuttavia, sebbene si parli di numeri oggettivamente piuttosto modesti, anche con Mosca gli Americani versano, comunque, in una condizione di deficit commerciale, che è pari, nel 2024, a 2 miliardi e mezzo di dollari: un dato che costituisce, pur sempre, uno squilibrio dei conti ben superiore rispetto a quello che hanno, invece, tanti altri Paesi ( magari semi sconosciuti), i quali possono vantare, nei confronti degli USA, dei surplus commerciali di pochi ed irrilevanti milioni di dollari, ma le cui merci sono egualmente sottoposte alle tagliole trumpiane in una misura che oscilla dal 30 al 50%. Forse non avete nemmeno mai sentito nominare la repubblica di Nauru o il regno del Leshoto, ma sappiate che si tratta di piccolissimi Stati “furfanti” che, annualmente, “derubano” l’America per due o trecentomila dollari e che, quindi, andavano assolutamente rimessi in riga a dovere dalle bacchettate sulle mani, distribuite dal severissimo gendarme statunitense. Se poi vogliamo farci anche quattro risate, non abbiamo che da pensare al caso delle isole Mc Donald, sulle quali pende un dazio del 10%, nonostante siano completamente disabitate da oltre dieci anni... A sentire l’Economist, se si applicasse - anche agli scambi avvenuti con Mosca nel 2024 - la formula (a detta degli esperti ben poco scientifica) adottata dal Tycoon per la definizione dei suoi dazi, ne verrebbe fuori una percentuale  del 35% da addossare anche ai Russi... Ma l’idea non sembra affatto ispirare le scelte che si fanno, in questo periodo, dalle parti della Washington che comanda.  La verità è quella che Trump ha cambiato schieramento nel conflitto globale tra democrazia e autocrazia, allineandosi dalla parte degli autocrati, nel non ancora apertamente espresso desiderio di  poter presto diventare uno di loro. Tuttavia, come ogni apprendista stregone, anche lui finirà per fallire, facendo precipitare il suo Paese (e purtroppo anche il resto del mondo) in uno stato di gravissima recessione. Poi, arriveranno, se Dio vuole, le elezioni di mid term nel novembre del prossimo anno: è lì si spera che gli Americani dimostrino di aver, finalmente, imparato (a  spese loro) a diffidare di chi promette l’avvento di una “nuova età dell’oro” senza neanche sapere di che cosa stia parlando. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook:...]]></itunes:summary><itunes:duration>219</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/58008b96475571566649056240e2be03.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Da che parte stare? | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/da-che-parte-stare-il-punto-della-settimana--65228773</link><description><![CDATA[In Italia, durante la Prima Repubblica, le scelte di politica estera hanno spesso diviso i partiti e condizionato sia le coalizioni di governo, che le alleanze internazionali: ricordiamo, ad esempio, come le opposizioni, nel 1949, si schierarono contro l’ingresso del nostro Paese nella NATO o come, nel 1957, dissero di no alla sottoscrizione dei Trattati di Roma e come, nel 1979, lo fecero nei confronti dell’adesione della lira allo SME, il Sistema Monetario Europeo. Ma anche negli ultimi trent’anni, non sono mancati argomenti che sono risultati profondamente divisivi (si pensi all’euro si – euro no, o all’accettazione del Meccanismo Europeo di Stabilità).  Adesso, in un momento storico in cui l’assetto geopolitico viene sconvolto da un rimescolamento di carte che disconosce le alleanze più consolidate e tradizionali, che sbeffeggia le regole del diritto internazionale, che mette in discussione i principi della globalizzazione dell’economia e che minaccia la sicurezza dei popoli, l’Italia non perde, purtroppo, l’occasione per confermarsi proprio in quella sua cronica incapacità di esprimere una linea omogenea di politica estera, andando, invece, a dividersi in almeno due filoni molto lontani fra di loro. Ma la particolarità che ci colpisce, risiede soprattutto nel fatto che i diversi orientamenti non segnano uno spartiacque ben preciso (e, tutto sommato, anche parzialmente giustificabile) tra maggioranza e opposizione, ma tracciano, invece, una demarcazione all’interno stesso dei due schieramenti. Salvini e Conte – magari con sfumature diverse – la pensano, infatti, sostanzialmente allo stesso modo sulla questione cruciale che riguarda la funzione che deve svolgere l’Europa nei nuovi contesti mondiali...ma le loro convergenze di vedute – già, comunque, sperimentate e naufragate ai tempi del governo giallo/verde – finiscono, in realtà, per obbligare le coalizioni di cui fanno rispettivamente parte, a cercare punti di mediazione che danneggiano - soprattutto sul piano internazionale – la credibilità e la coerenza  delle loro posizioni politiche. E così, Palazzo Chigi, per non lasciare campo troppo aperto alle manovre del leader leghista, procede a “passi tardi e lenti” sulla strada che dovrebbe, invece, rapidamente condurlo a quei livelli di autorevolezza politica e morale che spetterebbero, senz’altro, ad un grande Paese come l’Italia. A sua volta, sul versante opposto, il Pd di Schlein – costantemente impegnato nella costruzione di una vasta alleanza elettorale che vada dai 5 Stelle ad Alleanza Verdi Sinistra – ha le sue belle patate bollenti da sbucciare quando, per cercare di non scontentare troppo nessuno, è costretto ad assumere degli atteggiamenti che lo portano persino ad isolarsi dal resto del Partito Socialista Europeo, al Parlamento di Strasburgo.  Pertanto, non ci meraviglieremmo affatto se, nel medio termine, con l’incalzare di problemi che imporranno scelte di campo sempre più univoche ed affidabili, un governo che si illudesse di reggere a lungo in una condizione di ambiguità come quella in cui versa la nostra attuale maggioranza, finisse poi per dover alzare bandiera bianca dinanzi all’inesorabile richiesta di chiarezza che sarà, inevitabilmente, pretesa da tutti i suoi interlocutori internazionali. Sia da quelli di cui fosse timidamente nemico, che da quelli di cui fosse ambiguamente alleato.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_30-03-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 30 Mar 2025 05:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/65228773/punto_settimana_30_03_2025_07_07.mp3" length="7934954" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>In Italia, durante la Prima Repubblica, le scelte di politica estera hanno spesso diviso i partiti e condizionato sia le coalizioni di governo, che le alleanze internazionali: ricordiamo, ad esempio, come le opposizioni, nel 1949, si schierarono...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[In Italia, durante la Prima Repubblica, le scelte di politica estera hanno spesso diviso i partiti e condizionato sia le coalizioni di governo, che le alleanze internazionali: ricordiamo, ad esempio, come le opposizioni, nel 1949, si schierarono contro l’ingresso del nostro Paese nella NATO o come, nel 1957, dissero di no alla sottoscrizione dei Trattati di Roma e come, nel 1979, lo fecero nei confronti dell’adesione della lira allo SME, il Sistema Monetario Europeo. Ma anche negli ultimi trent’anni, non sono mancati argomenti che sono risultati profondamente divisivi (si pensi all’euro si – euro no, o all’accettazione del Meccanismo Europeo di Stabilità).  Adesso, in un momento storico in cui l’assetto geopolitico viene sconvolto da un rimescolamento di carte che disconosce le alleanze più consolidate e tradizionali, che sbeffeggia le regole del diritto internazionale, che mette in discussione i principi della globalizzazione dell’economia e che minaccia la sicurezza dei popoli, l’Italia non perde, purtroppo, l’occasione per confermarsi proprio in quella sua cronica incapacità di esprimere una linea omogenea di politica estera, andando, invece, a dividersi in almeno due filoni molto lontani fra di loro. Ma la particolarità che ci colpisce, risiede soprattutto nel fatto che i diversi orientamenti non segnano uno spartiacque ben preciso (e, tutto sommato, anche parzialmente giustificabile) tra maggioranza e opposizione, ma tracciano, invece, una demarcazione all’interno stesso dei due schieramenti. Salvini e Conte – magari con sfumature diverse – la pensano, infatti, sostanzialmente allo stesso modo sulla questione cruciale che riguarda la funzione che deve svolgere l’Europa nei nuovi contesti mondiali...ma le loro convergenze di vedute – già, comunque, sperimentate e naufragate ai tempi del governo giallo/verde – finiscono, in realtà, per obbligare le coalizioni di cui fanno rispettivamente parte, a cercare punti di mediazione che danneggiano - soprattutto sul piano internazionale – la credibilità e la coerenza  delle loro posizioni politiche. E così, Palazzo Chigi, per non lasciare campo troppo aperto alle manovre del leader leghista, procede a “passi tardi e lenti” sulla strada che dovrebbe, invece, rapidamente condurlo a quei livelli di autorevolezza politica e morale che spetterebbero, senz’altro, ad un grande Paese come l’Italia. A sua volta, sul versante opposto, il Pd di Schlein – costantemente impegnato nella costruzione di una vasta alleanza elettorale che vada dai 5 Stelle ad Alleanza Verdi Sinistra – ha le sue belle patate bollenti da sbucciare quando, per cercare di non scontentare troppo nessuno, è costretto ad assumere degli atteggiamenti che lo portano persino ad isolarsi dal resto del Partito Socialista Europeo, al Parlamento di Strasburgo.  Pertanto, non ci meraviglieremmo affatto se, nel medio termine, con l’incalzare di problemi che imporranno scelte di campo sempre più univoche ed affidabili, un governo che si illudesse di reggere a lungo in una condizione di ambiguità come quella in cui versa la nostra attuale maggioranza, finisse poi per dover alzare bandiera bianca dinanzi all’inesorabile richiesta di chiarezza che sarà, inevitabilmente, pretesa da tutti i suoi interlocutori internazionali. Sia da quelli di cui fosse timidamente nemico, che da quelli di cui fosse ambiguamente alleato.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>199</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/df30a8318625773e862ffd7e69af9a70.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Ventotene</title><link>https://www.spreaker.com/episode/ventotene--65042591</link><description><![CDATA[Probabilmente, buona parte di coloro i quali si sono accapigliati, in questi giorni, sui concetti e sui principi che ispirarono, nel 1941, gli autori del “Manifesto per un’Europa libera”, in realtà il testo scritto da Ernesto Rossi e da Altiero Spinelli, durante il loro soggiorno coatto a Ventotene, non lo hanno neanche mai letto. Altrimenti, difficilmente si comprenderebbe tanto accanimento, da una parte e dall’altra, per glorificare o per denigrare un progetto politico che, avendo ormai varcato la soglia degli 84 anni, andrebbe invece – come si usa dire oggi – seriamente “contestualizzato”. Male ha fatto, a nostro avviso, Giorgia Meloni a cercare di demolirne la credibilità democratica, andando ad estrapolare – qua e là – alcune affermazioni che, comunque e per nostra fortuna, ben poco hanno inciso sull’approccio che, successivamente, sarebbe stato adottato dai padri costituenti quando si trovarono a dover varare la nostra carta costituzionale nell’immediato Dopo Guerra. Tuttavia, male hanno fatto anche alcuni esponenti della Sinistra a considerare le parole pronunciate dalla nostra premier in Parlamento alla stregua di una disgustosa profanazione compiuta nei confronti di un mito sacro e inviolabile, quasi si trattasse del “patrio suolo” o del “core de mamma”...No, signora Schlein, Giorgia Meloni non ha bestemmiato dinanzi all’altare maggiore della cattedrale di San Pietro...anche se va detto che certe stilettate ad un documento storico che, nel complesso, presenta pur sempre il merito di essere stato tra i primi a tracciare il profilo di uno stato unitario europeo, la nostra premier avrebbe potuto francamente risparmiarsele. L’idea europeista – naturalmente per chi ci crede – è senz’altro quanto di buono e di attuale conserva ancora l’ottuagenario Manifesto che però, in non pochi dei suoi passaggi, denuncia pure tutta la sua appartenenza ad un tempo ormai davvero lontano, ricordando molto da vicino - per la sua impostazione rivoluzionaria - un altro Manifesto (ancora più famoso): e cioè, quello pubblicato, nel 1848, da Marx ed Engels. Certo, l’approdo finale  internazionalista  di Rossi e Spinelli non è propriamente quello che prevale nella Sinistra continentale degli Anni 40, ancora così fideisticamente orientata verso quel Comintern che Stalin governa con spietato rigore. Ciò nonostante, chi ha avuto modo di leggere Lenin troverà che il metodo operativo al quale si rifanno gli anti fascisti confinati a Ventotene sembra ricalcare, senza troppa fantasia, proprio le linee di condotta tracciate, nei suoi scritti, dal massimo leader comunista di sempre. Ci pare, quindi, che meglio sarebbe limitarsi oggi a condividere lo spirito e le finalità del Manifesto (come, appunto, lo Stato federale europeo), stendendo, tuttavia, un velo se non pietoso, almeno storico su un testo che, ad esempio, seguendo la moda del suo tempo, auspica beatamente l’azione di un partito rivoluzionario, che sia finalmente capace di imporre la sua volontà sulle masse, le quali, non essendo ancora in grado di distinguere i propri interessi, devono, pertanto, necessariamente assoggettarsi alle logiche di una élite illuminata che “attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto non già dal consenso popolare – si, dice proprio così - ma dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna”. Ed a questo punto, viene pure spontaneo domandarsi a chi spetti, in definitiva, il compito di stabilire in che cosa poi consistano realmente queste “esigenze della società moderna”...non certo a qualche forma di consultazione democratica, dal momento che è già stato premesso che il “popolo è immaturo”: anzi, spiegano sempre gli Autori di Ventotene, si tratta di un’ipotesi da escludersi assolutamente poiché – citiamo testualmente - “la metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria”. In conclusione, la settimana che ci siamo lasciati alle spalle ha vissuto momenti di alta conflittualità dialettica tra le nostre maggiori forze politiche che però a noi è parsa ingiustificata, perché oggettivamente fondata su aspirazioni e ragionamenti di ottant’anni fa...Pertanto, pur non volendo certamente negare la rilevanza culturale che può assumere un dibattito in chiave storica, riteniamo anche che chi crede davvero negli Stati Uniti d’Europa e nel metodo democratico, è meglio che incominci a farlo rinunciando a trarre la propria ispirazione da manifesti, proclami o bibbie  che ci parlano da un passato divenuto ormai troppo remoto.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_23-03-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 23 Mar 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/65042591/punto_settimana_23_03_2025_07_07.mp3" length="10345533" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Probabilmente, buona parte di coloro i quali si sono accapigliati, in questi giorni, sui concetti e sui principi che ispirarono, nel 1941, gli autori del “Manifesto per un’Europa libera”, in realtà il testo scritto da Ernesto Rossi e da Altiero...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Probabilmente, buona parte di coloro i quali si sono accapigliati, in questi giorni, sui concetti e sui principi che ispirarono, nel 1941, gli autori del “Manifesto per un’Europa libera”, in realtà il testo scritto da Ernesto Rossi e da Altiero Spinelli, durante il loro soggiorno coatto a Ventotene, non lo hanno neanche mai letto. Altrimenti, difficilmente si comprenderebbe tanto accanimento, da una parte e dall’altra, per glorificare o per denigrare un progetto politico che, avendo ormai varcato la soglia degli 84 anni, andrebbe invece – come si usa dire oggi – seriamente “contestualizzato”. Male ha fatto, a nostro avviso, Giorgia Meloni a cercare di demolirne la credibilità democratica, andando ad estrapolare – qua e là – alcune affermazioni che, comunque e per nostra fortuna, ben poco hanno inciso sull’approccio che, successivamente, sarebbe stato adottato dai padri costituenti quando si trovarono a dover varare la nostra carta costituzionale nell’immediato Dopo Guerra. Tuttavia, male hanno fatto anche alcuni esponenti della Sinistra a considerare le parole pronunciate dalla nostra premier in Parlamento alla stregua di una disgustosa profanazione compiuta nei confronti di un mito sacro e inviolabile, quasi si trattasse del “patrio suolo” o del “core de mamma”...No, signora Schlein, Giorgia Meloni non ha bestemmiato dinanzi all’altare maggiore della cattedrale di San Pietro...anche se va detto che certe stilettate ad un documento storico che, nel complesso, presenta pur sempre il merito di essere stato tra i primi a tracciare il profilo di uno stato unitario europeo, la nostra premier avrebbe potuto francamente risparmiarsele. L’idea europeista – naturalmente per chi ci crede – è senz’altro quanto di buono e di attuale conserva ancora l’ottuagenario Manifesto che però, in non pochi dei suoi passaggi, denuncia pure tutta la sua appartenenza ad un tempo ormai davvero lontano, ricordando molto da vicino - per la sua impostazione rivoluzionaria - un altro Manifesto (ancora più famoso): e cioè, quello pubblicato, nel 1848, da Marx ed Engels. Certo, l’approdo finale  internazionalista  di Rossi e Spinelli non è propriamente quello che prevale nella Sinistra continentale degli Anni 40, ancora così fideisticamente orientata verso quel Comintern che Stalin governa con spietato rigore. Ciò nonostante, chi ha avuto modo di leggere Lenin troverà che il metodo operativo al quale si rifanno gli anti fascisti confinati a Ventotene sembra ricalcare, senza troppa fantasia, proprio le linee di condotta tracciate, nei suoi scritti, dal massimo leader comunista di sempre. Ci pare, quindi, che meglio sarebbe limitarsi oggi a condividere lo spirito e le finalità del Manifesto (come, appunto, lo Stato federale europeo), stendendo, tuttavia, un velo se non pietoso, almeno storico su un testo che, ad esempio, seguendo la moda del suo tempo, auspica beatamente l’azione di un partito rivoluzionario, che sia finalmente capace di imporre la sua volontà sulle masse, le quali, non essendo ancora in grado di distinguere i propri interessi, devono, pertanto, necessariamente assoggettarsi alle logiche di una élite illuminata che “attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto non già dal consenso popolare – si, dice proprio così - ma dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna”. Ed a questo punto, viene pure spontaneo domandarsi a chi spetti, in definitiva, il compito di stabilire in che cosa poi consistano realmente queste “esigenze della società moderna”...non certo a qualche forma di consultazione democratica, dal momento che è già stato premesso che il “popolo è immaturo”: anzi, spiegano sempre gli Autori di Ventotene, si tratta di un’ipotesi da escludersi assolutamente poiché – citiamo testualmente - “la metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria”. 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Infatti, il dichiararsi favorevole ad un cessate il fuoco soltanto se questo “fosse tale da portare ad una pace a lungo termine, affrontando le cause di fondo del conflitto”, non può che, implicitamente,  comportare anche l’onesto riconoscimento del fatto che la vera “causa di fondo del conflitto” risiede proprio in quel moto di  revanscismo di stampo neo zarista che ormai permea, sistematicamente, ogni aspetto del regime che si è affermato nella Russia post sovietica e del quale Putin stesso è, oggi, la più coerente espressione… Sì continua a parlare di pace con estrema superficialità e limitandosi ad invocare genericamente la cessazione dei combattimenti, senza tuttavia mai andare ad indagare seriamente su quali siano la natura stessa di questa guerra e le ragioni che la alimentano: forse nell’ipocrita timore di doverle individuare nelle mire imperiali di Mosca e nella sua storica pretesa di sottomettere l’Ucraina ai propri interessi, negandole qualsiasi forma di autonomia politica o culturale. Vorremmo tanto che Putin ci spiegasse che tipo di “pace giusta”, secondo lui, possa mai sussistere  quando uno Stato ne invade un altro, sottraendogli  dei territori ed ignorandone sia la sovranità, che l’ indipendenza. E la domanda andrebbe posta anche al signor Trump: certo, lui, probabilmente, non ha neanche mai sentito parlare di “Holomodor” e  dei milioni di Ucraini uccisi dalla fame dovuta alle carestie imposte da Stalin negli Anni Trenta... e si sa che l’ignoranza dei fatti, nelle relazioni internazionali, è spesso foriera di errori dalle conseguenze catastrofiche. Ciò nonostante, da un presidente americano ci saremmo francamente aspettati maggiori dignità e consapevolezze, almeno rispetto al fatto che una soluzione “giusta” non ha niente a che vedere con una compiaciuta e rinunciataria adesione a tutte le pretese di Putin: comprese quelle più irriverenti nei confronti di un Occidente liberal democratico del quale – almeno sino a ieri – pensavamo facessero parte anche gli Stati Uniti. La logica che muove sia Putin, che Trump è quella dell’arroganza di chi pensa che ogni volta che gliene capiti l’opportunità – si chiami essa Ucraina o Groenlandia – fa bene a prendersi tutto quello che vuole...oppure quella, ancora più spudoratamente schietta, ma così ben esposta dal sonetto romanesco di Giuseppe Gioacchino Belli, nella parte in cui recita “io so io e voi nun siete un c…”. Che amarezza, dunque, nell’osservare come oggi tutta la politica estera della Casa Bianca vada a rimorchio di quella del Cremlino, fondandosi entrambe su quelle stesse basi predatorie che purtroppo, da sempre, hanno cinicamente accompagnano quasi tutto il cammino della storia. Non ci resta, quindi, che concludere questo nostro appuntamento domenicale, ricordandoci di un grande pensatore del Seicento francese che, amaramente, scriveva “non avendo potuto far sì che ciò che è giusto fosse anche forte, si è fatto in modo che ciò che è forte fosse giusto”.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_16-03-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 16 Mar 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/64910965/punto_settimana_16_03_2025_07_07.mp3" length="7383248" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Non sappiamo quale sia il senso dell’autoironia che alberga nella mente di Vladimir Putin, ma è certo che le sue parole - pronunciate a commento della proposta di tregua in Ucraina scaturita dall’incontro di Gedda - lasciano intendere che debba essere...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Non sappiamo quale sia il senso dell’autoironia che alberga nella mente di Vladimir Putin, ma è certo che le sue parole - pronunciate a commento della proposta di tregua in Ucraina scaturita dall’incontro di Gedda - lasciano intendere che debba essere particolarmente spiccato. Infatti, il dichiararsi favorevole ad un cessate il fuoco soltanto se questo “fosse tale da portare ad una pace a lungo termine, affrontando le cause di fondo del conflitto”, non può che, implicitamente,  comportare anche l’onesto riconoscimento del fatto che la vera “causa di fondo del conflitto” risiede proprio in quel moto di  revanscismo di stampo neo zarista che ormai permea, sistematicamente, ogni aspetto del regime che si è affermato nella Russia post sovietica e del quale Putin stesso è, oggi, la più coerente espressione… Sì continua a parlare di pace con estrema superficialità e limitandosi ad invocare genericamente la cessazione dei combattimenti, senza tuttavia mai andare ad indagare seriamente su quali siano la natura stessa di questa guerra e le ragioni che la alimentano: forse nell’ipocrita timore di doverle individuare nelle mire imperiali di Mosca e nella sua storica pretesa di sottomettere l’Ucraina ai propri interessi, negandole qualsiasi forma di autonomia politica o culturale. Vorremmo tanto che Putin ci spiegasse che tipo di “pace giusta”, secondo lui, possa mai sussistere  quando uno Stato ne invade un altro, sottraendogli  dei territori ed ignorandone sia la sovranità, che l’ indipendenza. E la domanda andrebbe posta anche al signor Trump: certo, lui, probabilmente, non ha neanche mai sentito parlare di “Holomodor” e  dei milioni di Ucraini uccisi dalla fame dovuta alle carestie imposte da Stalin negli Anni Trenta... e si sa che l’ignoranza dei fatti, nelle relazioni internazionali, è spesso foriera di errori dalle conseguenze catastrofiche. Ciò nonostante, da un presidente americano ci saremmo francamente aspettati maggiori dignità e consapevolezze, almeno rispetto al fatto che una soluzione “giusta” non ha niente a che vedere con una compiaciuta e rinunciataria adesione a tutte le pretese di Putin: comprese quelle più irriverenti nei confronti di un Occidente liberal democratico del quale – almeno sino a ieri – pensavamo facessero parte anche gli Stati Uniti. La logica che muove sia Putin, che Trump è quella dell’arroganza di chi pensa che ogni volta che gliene capiti l’opportunità – si chiami essa Ucraina o Groenlandia – fa bene a prendersi tutto quello che vuole...oppure quella, ancora più spudoratamente schietta, ma così ben esposta dal sonetto romanesco di Giuseppe Gioacchino Belli, nella parte in cui recita “io so io e voi nun siete un c…”. Che amarezza, dunque, nell’osservare come oggi tutta la politica estera della Casa Bianca vada a rimorchio di quella del Cremlino, fondandosi entrambe su quelle stesse basi predatorie che purtroppo, da sempre, hanno cinicamente accompagnano quasi tutto il cammino della storia. Non ci resta, quindi, che concludere questo nostro appuntamento domenicale, ricordandoci di un grande pensatore del Seicento francese che, amaramente, scriveva “non avendo potuto far sì che ciò che è giusto fosse anche forte, si è fatto in modo che ciò che è forte fosse giusto”.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>185</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a826739b66bbd899e568928b3cdeca1c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Fidarsi dell’ombrello anglo-francese? | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/fidarsi-dell-ombrello-anglo-francese-il-punto-della-settimana--64772359</link><description><![CDATA[Come è noto, nel 1968, è stato sottoscritto un Trattato di non proliferazione nucleare che, seppure poi ampiamente disatteso da alcuni Paesi, si proponeva inizialmente di limitare il possesso delle armi atomiche ai soli eserciti che già ne disponessero al momento della firma: e stiamo parlando di Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina, Regno Unito e Francia.  Sappiamo bene che, purtroppo, le cose sono andate come sono andate e che, quindi, oggi, ogni mattina, il mondo si deve svegliare nella speranza che – tanto per fare un esempio – Kim Jong  Un non si sia alzato con la Luna di traverso...Per quanto però riguarda il nostro Vecchio Continente, va senz’altro detto che nessuna Nazione ha mai manifestato delle difficoltà nell’aderire al Trattato, dal momento che la sicurezza militare (compreso l’ombrello nucleare) erano – almeno formalmente – garantiti dagli alleati Americani. E lo erano soprattutto in virtù di quel famoso art.5 dello Statuto della NATO, che vincola gli Stati membri a valutare ogni attacco eventualmente ricevuto da un Paese sodale, esattamente come quello che potrebbe verificarsi nell’ambito dei propri confini. E fino a poco più di un mese fa, le dichiarazioni rassicuranti – rilasciate, in questo senso, da tutte le Amministrazioni succedutesi a Washington dal 1949 in poi - si erano rivelate sufficientemente credibili per garantire le frontiere orientali dell’Europa. Adesso, invece, lo scenario - estremamente vantaggioso e confortevole - nel quale noi Europei ci eravamo adagiati negli ultimi ottant’anni, sembra improvvisamente mutare senza lasciarci neanche il tempo di rianimarci per comprendere, fino in fondo, se quello che stiamo vivendo sia solamente un incubo oppure una sgradevolissima realtà. Infatti, nel momento stesso in cui gli  Stati Uniti lasciano intendere (o addirittura dichiarano apertamente) di non dare più assolutamente per scontato un loro intervento in difesa di una qualunque capitale europea aggredita, nascono, inevitabilmente, dei problemi enormi, in presenza dei quali  – come ha detto recentemente il futuro cancelliere tedesco, Friedrich Merz – “l’emancipazione dagli USA per quanto concerne la difesa nucleare diventa un obbligo”. Ed a questo proposito, il presidente Macron sembra aver colto la palla al balzo, facendo  prontamente balenare la propria disponibilità a fornire un suo ombrello nucleare protettivo a tutta l’Unione europea, meglio ancora se integrato da un qualificato contributo britannico. Londra e Parigi, messe insieme, formano una potenza nucleare che supera di una cinquantina di testate quella rappresentata dalla Cina che, pure, normalmente, siamo abituati a considerare come il terzo gigante atomico del Pianeta. Tuttavia, anche “l’ipotesi Macron” presenta dei limiti non indifferenti, essendo pur sempre fondata, esclusivamente, sulla concreta determinazione di Francia e Inghilterra a rischiare, sul serio, la loro stessa sopravvivenza per garantire un futuro a Roma o a Berlino...Per queste ragioni, a nostro avviso, pur non trovandosi affatto nella condizione di poter snobbare alcuna offerta di aiuto, è opportuno che comunque - se proprio non vuole trovarsi all’ultimo minuto sola e col cerino in mano - l’Unione europea un minimo di ragionamento sulla propria autonomia nucleare debba, suo malgrado, cominciare a farselo seriamente. Certo, per lei, fiorita nelle pacifiche e rassicuranti aspettative del Dopo Guerra occidentale, è chiaro come, fino a due mesi fa, l’ultima cosa al mondo che avrebbe mai pensato di poter prendere in considerazione fosse proprio quella di doversi dotare di un arsenale atomico...Ciò nonostante, i cambiamenti climatici che si registrano al Cremlino ed alla Casa Bianca, non prospettano nulla di buono per chi dovesse faticare ad intendere che – specialmente a Washington – la “voce del padrone” è ormai severamente cambiata: e non è più quella di chi ama i cani, ma è invece quella di chi preferisce tenerli stabilmente alla catena. Pertanto, in un mondo in cui temiamo sarà sempre più la deterrenza a decidere chi potrà disporre o meno del diritto di parola, sarà bene che anche Bruxelles si dia una bella regolata, se non vuole ridursi anche lei a contare meno della maglietta di Zelensky.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_09-03-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 09 Mar 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/64772359/punto_settimana_09_03_2025_07_07.mp3" length="9635003" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Come è noto, nel 1968, è stato sottoscritto un Trattato di non proliferazione nucleare che, seppure poi ampiamente disatteso da alcuni Paesi, si proponeva inizialmente di limitare il possesso delle armi atomiche ai soli eserciti che già ne...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Come è noto, nel 1968, è stato sottoscritto un Trattato di non proliferazione nucleare che, seppure poi ampiamente disatteso da alcuni Paesi, si proponeva inizialmente di limitare il possesso delle armi atomiche ai soli eserciti che già ne disponessero al momento della firma: e stiamo parlando di Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina, Regno Unito e Francia.  Sappiamo bene che, purtroppo, le cose sono andate come sono andate e che, quindi, oggi, ogni mattina, il mondo si deve svegliare nella speranza che – tanto per fare un esempio – Kim Jong  Un non si sia alzato con la Luna di traverso...Per quanto però riguarda il nostro Vecchio Continente, va senz’altro detto che nessuna Nazione ha mai manifestato delle difficoltà nell’aderire al Trattato, dal momento che la sicurezza militare (compreso l’ombrello nucleare) erano – almeno formalmente – garantiti dagli alleati Americani. E lo erano soprattutto in virtù di quel famoso art.5 dello Statuto della NATO, che vincola gli Stati membri a valutare ogni attacco eventualmente ricevuto da un Paese sodale, esattamente come quello che potrebbe verificarsi nell’ambito dei propri confini. E fino a poco più di un mese fa, le dichiarazioni rassicuranti – rilasciate, in questo senso, da tutte le Amministrazioni succedutesi a Washington dal 1949 in poi - si erano rivelate sufficientemente credibili per garantire le frontiere orientali dell’Europa. Adesso, invece, lo scenario - estremamente vantaggioso e confortevole - nel quale noi Europei ci eravamo adagiati negli ultimi ottant’anni, sembra improvvisamente mutare senza lasciarci neanche il tempo di rianimarci per comprendere, fino in fondo, se quello che stiamo vivendo sia solamente un incubo oppure una sgradevolissima realtà. Infatti, nel momento stesso in cui gli  Stati Uniti lasciano intendere (o addirittura dichiarano apertamente) di non dare più assolutamente per scontato un loro intervento in difesa di una qualunque capitale europea aggredita, nascono, inevitabilmente, dei problemi enormi, in presenza dei quali  – come ha detto recentemente il futuro cancelliere tedesco, Friedrich Merz – “l’emancipazione dagli USA per quanto concerne la difesa nucleare diventa un obbligo”. Ed a questo proposito, il presidente Macron sembra aver colto la palla al balzo, facendo  prontamente balenare la propria disponibilità a fornire un suo ombrello nucleare protettivo a tutta l’Unione europea, meglio ancora se integrato da un qualificato contributo britannico. Londra e Parigi, messe insieme, formano una potenza nucleare che supera di una cinquantina di testate quella rappresentata dalla Cina che, pure, normalmente, siamo abituati a considerare come il terzo gigante atomico del Pianeta. Tuttavia, anche “l’ipotesi Macron” presenta dei limiti non indifferenti, essendo pur sempre fondata, esclusivamente, sulla concreta determinazione di Francia e Inghilterra a rischiare, sul serio, la loro stessa sopravvivenza per garantire un futuro a Roma o a Berlino...Per queste ragioni, a nostro avviso, pur non trovandosi affatto nella condizione di poter snobbare alcuna offerta di aiuto, è opportuno che comunque - se proprio non vuole trovarsi all’ultimo minuto sola e col cerino in mano - l’Unione europea un minimo di ragionamento sulla propria autonomia nucleare debba, suo malgrado, cominciare a farselo seriamente. Certo, per lei, fiorita nelle pacifiche e rassicuranti aspettative del Dopo Guerra occidentale, è chiaro come, fino a due mesi fa, l’ultima cosa al mondo che avrebbe mai pensato di poter prendere in considerazione fosse proprio quella di doversi dotare di un arsenale atomico...Ciò nonostante, i cambiamenti climatici che si registrano al Cremlino ed alla Casa Bianca, non prospettano nulla di buono per chi dovesse faticare ad intendere che – specialmente a Washington – la “voce del padrone” è ormai severamente cambiata: e non è più quella di chi ama i cani, ma è invece quella di chi preferisce tenerli stabilmente alla catena. Pertanto, in un mondo in cui...]]></itunes:summary><itunes:duration>241</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/abf8988f1b116a2188863f20e68efe31.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Una colonia americana | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/una-colonia-americana-il-punto-della-settimana--64653547</link><description><![CDATA[Quanto si è visto in mondovisione venerdì sera segna, probabilmente, se non la fine, almeno l’inizio di un lungo periodo di sospensione delle regole della diplomazia alle quali eravamo stati, da sempre, abituati. Non che, nelle stanze ovattate del potere mondiale, non siano mai avvenuti scontri particolarmente accesi:  vi ricordate la tradizionale formula che definiva “franchi e cordiali” certi incontri finiti a pesci in faccia? Tuttavia, questa volta, alla Casa Bianca, nessuno si è davvero minimamente preoccupato di provare a “salvare il salvabile”, in presenza di telecamere che  hanno trasmesso, in diretta mondiale, uno spettacolo davvero avvilente: soprattutto per chi si illudeva che il prestigioso Studio Ovale fosse ancora rimasto un ambiente ben distinto da quello dei saloons, frequentati da John Wayne o da Henry Fonda e nei quali Donald Trump deve avere, evidentemente, appreso le “buone maniere”. E così, dopo aver subito un processo sommario da parte del presidente americano e del suo vice, il povero Zelensky è stato liquidato con brutale “sei fuori”, proprio come quello con cui il palazzinaro newyorkese – non ancora entrato in politica – concludeva spesso il suo programma televisivo “The Apprentice”, quando bocciava le idee di qualche aspirante imprenditore che tentava la fortuna sui teleschermi. Solo che, in questo caso, non eravamo nè su “Masterchef”, né su “Scherzi a parte”, ma su quella che forse era (e speriamo sia ancora) la più delicata trattativa dalla crisi di Cuba in poi.  Per la verità, nei giorni scorsi, non erano certo mancati dei segnali ben poco incoraggianti circa il buon esito della trattativa che aveva, come oggetto principale, la definizione di un accordo per lo sfruttamento del ricchissimo sottosuolo ucraino da parte delle imprese minerarie americane...era, infatti, abbastanza prevedibile che il presidente ucraino, nel consegnare al suo prepotente “padrone” un tesoro  stimato in quindicimila miliardi di dollari, gli avrebbe almeno chiesto - prima di apporre la sua firma sul contratto capestro - su quali garanzie di integrità territoriale il suo Paese avrebbe potuto contare in futuro. Insomma, possiamo immaginare che un rassegnato Zelensky si aspettasse, ragionevolmente, di sentirsi dire un qualcosina di più rassicurante, rispetto al “tu pensa a firmare e poi, per le garanzie, si vedrà dopo il negoziato con Putin”...E qui, pur considerando l’ascesa di Trump al potere come un’autentica sciagura planetaria, dobbiamo anche riconoscere che, per certi aspetti, il tycoon non dice cose insensate quando sostiene che, in fondo, per l’Ucraina non ci può essere protezione più salda di quella fornita da una capillare presenza sul suo territorio di aziende, tecnici e operai americani. Come è possibile non capire – pensa Trump – che a, quel punto, per Mosca, tornare ad aggredire Kiev significherebbe andare a toccare i fili dell’alta tensione su un territorio divenuto ormai, sostanzialmente, una colonia americana? Il ragionamento sembra filare con una certa coerenza, anche se presenta l’invalicabile limite di essere un po’ troppo fondato sugli interessi variabili, imprevedibili e persino umorali  delle parti potenzialmente contraenti. Quanti anni governeranno ancora gli ultrasettantenni Trump e Putin? Chi verrà dopo di loro? Siamo proprio sicuri che, considerati i tempi lunghi (forse addirittura vent’anni) ed i costi elevatissimi che comportano la ricerca e lo sfruttamento delle “terre rare ucraine”, si rivelerà poi così conveniente, per le imprese americane, investire in questa avventura? E se, un bel giorno, qualcuno scoprisse che anche il sottosuolo statunitense è ricchissimo di certi minerali, lasciando così lo Zio Sam cinicamente libero di abbandonare l’Ucraina al proprio destino? No, signor Trump, francamente, ci pare proprio  che Zelensky, respingendo – almeno per ora - la sua offerta e pretendendo garanzie più concrete, abbia proprio i suoi buoni motivi e stia realmente facendo, sia pure in condizioni disperate, l’interesse della sua gente.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_02-03-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 02 Mar 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/64653547/punto_settimana_02_03_2025_07_07.mp3" length="9096880" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Quanto si è visto in mondovisione venerdì sera segna, probabilmente, se non la fine, almeno l’inizio di un lungo periodo di sospensione delle regole della diplomazia alle quali eravamo stati, da sempre, abituati. 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E così, dopo aver subito un processo sommario da parte del presidente americano e del suo vice, il povero Zelensky è stato liquidato con brutale “sei fuori”, proprio come quello con cui il palazzinaro newyorkese – non ancora entrato in politica – concludeva spesso il suo programma televisivo “The Apprentice”, quando bocciava le idee di qualche aspirante imprenditore che tentava la fortuna sui teleschermi. Solo che, in questo caso, non eravamo nè su “Masterchef”, né su “Scherzi a parte”, ma su quella che forse era (e speriamo sia ancora) la più delicata trattativa dalla crisi di Cuba in poi.  Per la verità, nei giorni scorsi, non erano certo mancati dei segnali ben poco incoraggianti circa il buon esito della trattativa che aveva, come oggetto principale, la definizione di un accordo per lo sfruttamento del ricchissimo sottosuolo ucraino da parte delle imprese minerarie americane...era, infatti, abbastanza prevedibile che il presidente ucraino, nel consegnare al suo prepotente “padrone” un tesoro  stimato in quindicimila miliardi di dollari, gli avrebbe almeno chiesto - prima di apporre la sua firma sul contratto capestro - su quali garanzie di integrità territoriale il suo Paese avrebbe potuto contare in futuro. Insomma, possiamo immaginare che un rassegnato Zelensky si aspettasse, ragionevolmente, di sentirsi dire un qualcosina di più rassicurante, rispetto al “tu pensa a firmare e poi, per le garanzie, si vedrà dopo il negoziato con Putin”...E qui, pur considerando l’ascesa di Trump al potere come un’autentica sciagura planetaria, dobbiamo anche riconoscere che, per certi aspetti, il tycoon non dice cose insensate quando sostiene che, in fondo, per l’Ucraina non ci può essere protezione più salda di quella fornita da una capillare presenza sul suo territorio di aziende, tecnici e operai americani. Come è possibile non capire – pensa Trump – che a, quel punto, per Mosca, tornare ad aggredire Kiev significherebbe andare a toccare i fili dell’alta tensione su un territorio divenuto ormai, sostanzialmente, una colonia americana? Il ragionamento sembra filare con una certa coerenza, anche se presenta l’invalicabile limite di essere un po’ troppo fondato sugli interessi variabili, imprevedibili e persino umorali  delle parti potenzialmente contraenti. Quanti anni governeranno ancora gli ultrasettantenni Trump e Putin? Chi verrà dopo di loro? Siamo proprio sicuri che, considerati i tempi lunghi (forse addirittura vent’anni) ed i costi elevatissimi che comportano la ricerca e lo sfruttamento delle “terre rare ucraine”, si rivelerà poi così conveniente, per le imprese americane, investire in questa avventura? E se, un bel giorno, qualcuno scoprisse che anche il sottosuolo statunitense è ricchissimo di certi minerali, lasciando così lo Zio Sam cinicamente libero di abbandonare l’Ucraina al proprio destino? No, signor Trump, francamente, ci pare proprio  che Zelensky, respingendo – almeno per ora - la sua offerta e pretendendo garanzie più concrete, abbia proprio i suoi buoni motivi e stia realmente facendo, sia pure in condizioni...]]></itunes:summary><itunes:duration>228</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/33175e12efd876033e33cca6434ac39b.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>E si, la colpa è proprio di Zelensky... | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/e-si-la-colpa-e-proprio-di-zelensky-il-punto-della-settimana--64521447</link><description><![CDATA[La presidenza Trump, perlomeno per quanto concerne la politica estera, ha iniziato andando ben al di là di quelle che potevano essere le nostre più fosche aspettative. Che dire, infatti, delle desolanti novità che sono emerse durante l’incontro che si è tenuto a Riad, sotto la graziosa ospitalità di un principe saudita noto, oltreché per i miliardi di dollari che – beato lui – movimenta in tutto il Pianeta, anche per aver fatto eliminare con una motosega un giornalista che gli dava fastidio? Che dire del vergognoso e distorto scenario geopolitico, in cui a recitare la parte del provocatore e del dittatore sarebbe adesso quel povero “attore comico di scarso successo” che, da tre anni, si batte come un disperato per garantire l’indipendenza e le libertà democratiche del suo Paese? Povero Putin, così pesantemente calunniato, in questi ultimi tempi, dalla propaganda di un’Europa illiberale che si è persino permessa di rinfacciargli i bombardamenti sui civili, le stragi come quella di Bucha o la deportazione di migliaia di bambini ucraini andati a finire chissà dove...Meno male che adesso, a ridargli una patente di rispettabilità internazionale, è arrivato il palazzinaro newyorkese, spiegandoci come l’alleato dell’Iran e della Cina - e cioè dei due peggiori nemici (almeno fino ad un momento fa) degli Stati Uniti - sia, in realtà, un interlocutore più che affidabile e col quale poter costruire un radioso futuro  fatto di pace e sicurezza. Apprendiamo, quindi – e, questa volta, non da Lavrov o da Peskov, ma direttamente da Washington - che è stata  l’Ucraina con le sue insane pretese a causare la guerra. Complimenti, dunque, alla macchina comunicativa del Cremlino se è riuscita, così rapidamente, a trasformare quello che, in teoria, dovrebbe essere l’uomo più autorevole del mondo in un penoso megafono di diffusione delle sue più colossali ed improponibili fandonie.  È evidente che Trump, manifestamente inadeguato sul piano della cultura geopolitica,  non ha la minima idea di ciò che dice, non conoscendo affatto la storia russa e non avendo, evidentemente, al suo fianco nemmeno qualcuno che gliela racconti bene, illuminandolo sul come stiano veramente le cose.  Purtroppo, l’improvvisazione ed il deficit culturale di questa nuova Amministrazione americana, non potranno che produrre conseguenze disastrose a livello planetario.  Putin non sarà magari un raffinato intellettuale, ma, a differenza di Trump, conosce senz’altro la storia russa  ben più a fondo di quanto il suo nuovo sodale conosca quella degli Stati Uniti... e soprattutto, sulla falsa riga dei grandi leader sovietici del Novecento, è portato a pensare che il fattore politico debba prevalere su ogni altro tipo di considerazione. Ecco perché non si pone il benché minimo scrupolo nel mandare al macello migliaia e migliaia di suoi soldati come se nulla fosse. A lui non interessano i valori legati al rispetto della vita e della dignità umana, ma solamente gli obbiettivi che si è messo in testa di dover raggiungere.  Di fronte a lui, un tipo come Trump più che rabbia, fa quasi tenerezza, come la farebbe un ladruncolo di periferia che si volesse mettere in affari con don Vito Corleone.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_23-02-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 23 Feb 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/64521447/punto_settimana_23_02_2025_07_07.mp3" length="6961109" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>La presidenza Trump, perlomeno per quanto concerne la politica estera, ha iniziato andando ben al di là di quelle che potevano essere le nostre più fosche aspettative. Che dire, infatti, delle desolanti novità che sono emerse durante l’incontro che si...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La presidenza Trump, perlomeno per quanto concerne la politica estera, ha iniziato andando ben al di là di quelle che potevano essere le nostre più fosche aspettative. Che dire, infatti, delle desolanti novità che sono emerse durante l’incontro che si è tenuto a Riad, sotto la graziosa ospitalità di un principe saudita noto, oltreché per i miliardi di dollari che – beato lui – movimenta in tutto il Pianeta, anche per aver fatto eliminare con una motosega un giornalista che gli dava fastidio? Che dire del vergognoso e distorto scenario geopolitico, in cui a recitare la parte del provocatore e del dittatore sarebbe adesso quel povero “attore comico di scarso successo” che, da tre anni, si batte come un disperato per garantire l’indipendenza e le libertà democratiche del suo Paese? Povero Putin, così pesantemente calunniato, in questi ultimi tempi, dalla propaganda di un’Europa illiberale che si è persino permessa di rinfacciargli i bombardamenti sui civili, le stragi come quella di Bucha o la deportazione di migliaia di bambini ucraini andati a finire chissà dove...Meno male che adesso, a ridargli una patente di rispettabilità internazionale, è arrivato il palazzinaro newyorkese, spiegandoci come l’alleato dell’Iran e della Cina - e cioè dei due peggiori nemici (almeno fino ad un momento fa) degli Stati Uniti - sia, in realtà, un interlocutore più che affidabile e col quale poter costruire un radioso futuro  fatto di pace e sicurezza. Apprendiamo, quindi – e, questa volta, non da Lavrov o da Peskov, ma direttamente da Washington - che è stata  l’Ucraina con le sue insane pretese a causare la guerra. Complimenti, dunque, alla macchina comunicativa del Cremlino se è riuscita, così rapidamente, a trasformare quello che, in teoria, dovrebbe essere l’uomo più autorevole del mondo in un penoso megafono di diffusione delle sue più colossali ed improponibili fandonie.  È evidente che Trump, manifestamente inadeguato sul piano della cultura geopolitica,  non ha la minima idea di ciò che dice, non conoscendo affatto la storia russa e non avendo, evidentemente, al suo fianco nemmeno qualcuno che gliela racconti bene, illuminandolo sul come stiano veramente le cose.  Purtroppo, l’improvvisazione ed il deficit culturale di questa nuova Amministrazione americana, non potranno che produrre conseguenze disastrose a livello planetario.  Putin non sarà magari un raffinato intellettuale, ma, a differenza di Trump, conosce senz’altro la storia russa  ben più a fondo di quanto il suo nuovo sodale conosca quella degli Stati Uniti... e soprattutto, sulla falsa riga dei grandi leader sovietici del Novecento, è portato a pensare che il fattore politico debba prevalere su ogni altro tipo di considerazione. Ecco perché non si pone il benché minimo scrupolo nel mandare al macello migliaia e migliaia di suoi soldati come se nulla fosse. A lui non interessano i valori legati al rispetto della vita e della dignità umana, ma solamente gli obbiettivi che si è messo in testa di dover raggiungere.  Di fronte a lui, un tipo come Trump più che rabbia, fa quasi tenerezza, come la farebbe un ladruncolo di periferia che si volesse mettere in affari con don Vito Corleone.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>174</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/50275ca23941cae745e9305bf4d6dafa.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Ottantasette anni dopo | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/ottantasette-anni-dopo-il-punto-della-settimana--64400735</link><description><![CDATA[La Conferenza di Monaco, giunta alla sua 61esima edizione, rappresenta solitamente un punto di riferimento per il dibattito sulle principali sfide di politica estera e di sicurezza a livello globale. Quest’anno però, assume, indubbiamente, un significato del tutto particolare, al punto che non pochi commentatori sono giunti persino a paragonarla a quella che, nel 1938, segnò – sostanzialmente – l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Infatti, il contesto in cui si svolge l’ormai tradizionale appuntamento bavarese è oggi segnato dall’elettroshock che Donald Trump sta imponendo alla politica internazionale, dall’ancora balbettante avvio della nuova Commissione europea, dalla fragilità interna di Francia e Germania oltreché, ovviamente, dal conflitto in Ucraina.  Quella Monaco di 87 anni fa si rivelò la sede in cui Parigi e Londra sacrificarono, di fatto, la Cecoslovacchia, alimentando le aspettative espansionistiche di Hitler: speriamo che quella del 2025 non venga ricordata, dagli storici del futuro, come l’appuntamento in cui l’America pose le basi per la fine dell’Occidente liberal democratico.  Infatti, nel lasciare intendere che a decidere le sorti dell’Ucraina saranno essenzialmente – se non esclusivamente – Stati Uniti e Russia, Trump sembra farsi promotore di una visione di un mondo nuovo, in cui a vincere sarà sempre il più armato, il più arrogante e il più spregiudicato. Sia che si tratti di fare del Governo di Kiev un burattino nelle mani del Cremlino, oppure di accorgersi, da un momento all’altro, che, per la Groenlandia, è assolutamente necessario un cambio di passaporto.  Dobbiamo, francamente, riconoscere di esserci sbagliati quando, subito dopo l’elezione del Tycoon alla Casa Bianca, avevamo sperato che la nuova Amministrazione americana avrebbe dato seguito e concretezza a certi riferimenti - fatti in campagna elettorale – in merito ad alcuni “rapporti di forza” fermi e chiari, che sarebbero stati gli unici argomenti in grado di condizionare il cinico pragmatismo di Putin. Invece, ci tocca adesso, purtroppo e a malincuore, prendere atto del fatto che, evidentemente, il primo soggetto a subire la legge della jungla è proprio il Presidente degli Stati Uniti: prepotente con gli amici (vedasi Canada e Messico) e servile con i nemici (anche storici) del suo Paese, come quel Vladimir Putin, ricercato dalla Corte Penale Internazionale, al quale ha incredibilmente riconsegnato il diploma di statista legittimato ed autorevole a livello mondiale, confessando candidamente di avere parlato con lui, per un’ora e mezza, non solo di Ucraina, ma anche “del grande beneficio” che un giorno avranno nel lavorare insieme...  Forse, nei confronti di un uomo che comunque – e guai a dimenticarlo - controlla pur sempre uno spaventoso arsenale nucleare,  era effettivamente eccessivo l’atteggiamento di chiusura assunto da Joe Biden, che lo definiva “un killer” e che si rifiutava persino di rivolgergli la parola: tuttavia, prima di arrivare alla “corresponsione di amorosi sensi” cui abbiamo assistito in questi giorni, pensiamo che  un minimo di cautela diplomatica in più – anche nel rispetto di Zelensky e degli Europei – sarebbe stata decisamente opportuna.  Se Trump ed il suo sodale del Cremlino stanno davvero lavorando ad una sorta di spartizione di Yalta del terzo millennio (invitando, naturalmente, al banchetto anche la Cina), allora il Vecchio Continente – ispirato, ormai da lunghi decenni, più dall’osservanza dei migliori principi giuridici e umanitari, che dalle logiche tipiche dei due “raffa raffa” di turno - non pare, purtroppo, nella condizione di poterla impedire. Però, lasciateci concludere che, se dobbiamo sul serio ridurci a guardare a Xi Jinping come al meno peggio o, comunque, come all’unico membro della triade del potere globale in possesso di almeno una briciola di rispetto (sia pure ipocrita e formale) del diritto internazionale, allora vuol dire che stiamo entrando veramente nella fase più tragicomica della Storia universale.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_16-02-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 16 Feb 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/64400735/punto_settimana_16_02_2025_07_07.mp3" length="9132407" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>La Conferenza di Monaco, giunta alla sua 61esima edizione, rappresenta solitamente un punto di riferimento per il dibattito sulle principali sfide di politica estera e di sicurezza a livello globale. Quest’anno però, assume, indubbiamente, un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La Conferenza di Monaco, giunta alla sua 61esima edizione, rappresenta solitamente un punto di riferimento per il dibattito sulle principali sfide di politica estera e di sicurezza a livello globale. Quest’anno però, assume, indubbiamente, un significato del tutto particolare, al punto che non pochi commentatori sono giunti persino a paragonarla a quella che, nel 1938, segnò – sostanzialmente – l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Infatti, il contesto in cui si svolge l’ormai tradizionale appuntamento bavarese è oggi segnato dall’elettroshock che Donald Trump sta imponendo alla politica internazionale, dall’ancora balbettante avvio della nuova Commissione europea, dalla fragilità interna di Francia e Germania oltreché, ovviamente, dal conflitto in Ucraina.  Quella Monaco di 87 anni fa si rivelò la sede in cui Parigi e Londra sacrificarono, di fatto, la Cecoslovacchia, alimentando le aspettative espansionistiche di Hitler: speriamo che quella del 2025 non venga ricordata, dagli storici del futuro, come l’appuntamento in cui l’America pose le basi per la fine dell’Occidente liberal democratico.  Infatti, nel lasciare intendere che a decidere le sorti dell’Ucraina saranno essenzialmente – se non esclusivamente – Stati Uniti e Russia, Trump sembra farsi promotore di una visione di un mondo nuovo, in cui a vincere sarà sempre il più armato, il più arrogante e il più spregiudicato. Sia che si tratti di fare del Governo di Kiev un burattino nelle mani del Cremlino, oppure di accorgersi, da un momento all’altro, che, per la Groenlandia, è assolutamente necessario un cambio di passaporto.  Dobbiamo, francamente, riconoscere di esserci sbagliati quando, subito dopo l’elezione del Tycoon alla Casa Bianca, avevamo sperato che la nuova Amministrazione americana avrebbe dato seguito e concretezza a certi riferimenti - fatti in campagna elettorale – in merito ad alcuni “rapporti di forza” fermi e chiari, che sarebbero stati gli unici argomenti in grado di condizionare il cinico pragmatismo di Putin. Invece, ci tocca adesso, purtroppo e a malincuore, prendere atto del fatto che, evidentemente, il primo soggetto a subire la legge della jungla è proprio il Presidente degli Stati Uniti: prepotente con gli amici (vedasi Canada e Messico) e servile con i nemici (anche storici) del suo Paese, come quel Vladimir Putin, ricercato dalla Corte Penale Internazionale, al quale ha incredibilmente riconsegnato il diploma di statista legittimato ed autorevole a livello mondiale, confessando candidamente di avere parlato con lui, per un’ora e mezza, non solo di Ucraina, ma anche “del grande beneficio” che un giorno avranno nel lavorare insieme...  Forse, nei confronti di un uomo che comunque – e guai a dimenticarlo - controlla pur sempre uno spaventoso arsenale nucleare,  era effettivamente eccessivo l’atteggiamento di chiusura assunto da Joe Biden, che lo definiva “un killer” e che si rifiutava persino di rivolgergli la parola: tuttavia, prima di arrivare alla “corresponsione di amorosi sensi” cui abbiamo assistito in questi giorni, pensiamo che  un minimo di cautela diplomatica in più – anche nel rispetto di Zelensky e degli Europei – sarebbe stata decisamente opportuna.  Se Trump ed il suo sodale del Cremlino stanno davvero lavorando ad una sorta di spartizione di Yalta del terzo millennio (invitando, naturalmente, al banchetto anche la Cina), allora il Vecchio Continente – ispirato, ormai da lunghi decenni, più dall’osservanza dei migliori principi giuridici e umanitari, che dalle logiche tipiche dei due “raffa raffa” di turno - non pare, purtroppo, nella condizione di poterla impedire. Però, lasciateci concludere che, se dobbiamo sul serio ridurci a guardare a Xi Jinping come al meno peggio o, comunque, come all’unico membro della triade del potere globale in possesso di almeno una briciola di rispetto (sia pure ipocrita e formale) del diritto internazionale, allora vuol dire che stiamo entrando veramente nella fase più tragicomica della Storia...]]></itunes:summary><itunes:duration>229</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d0b320982d32fb625b619f1ce063c57c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Monfalcone velata | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/monfalcone-velata-il-punto-della-settimana--64278934</link><description><![CDATA[Abbiamo letto, in questi giorni, che alcune studentesse musulmane di Monfalcone, prima di entrare in classe, ogni giorno vengono sottoposte, da parte delle loro insegnanti, ad una surreale operazione di riconoscimento per accertare se le ragazze siano effettivamente le allieve dell’Istituto “Sandro Pertini” che affermano di essere. Tutto ciò avviene in ottemperanza di quanto dispone la Legge 152 del 1975 che, emanata nel periodo buio degli “anni di piombo”, vieta a chiunque di poter comparire mascherato o, comunque, con il volto coperto in un luogo pubblico, salvo “giustificato motivo”. Chi sia, nella fattispecie scolastica in questione, abilitato a stabilire se un motivo sia “giustificato” o meno non appare chiaro, ma è piuttosto dubbio che il delicato compito debba davvero spettare proprio all’ autonoma iniziativa di qualche qualche preside in evidente imbarazzo ...E non a caso, lo stesso ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha sollecitato il pronto aggiornamento - alle esigenze del nostro tempo - di una normativa ormai prossima a spegnere la sua cinquantesima candelina...  Sulla vicenda è intervenuta anche la giornalista Marina Terragni, fresca di nomina all’incarico di Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, esprimendo la sua preoccupazione “sulla libertà di queste ragazze e sulla loro effettiva integrazione nel contesto scolastico e sociale”, visto che - a suo parere - “talune pratiche contravvengono ai più elementari diritti e ostacolano il pieno sviluppo della personalità”.  Tuttavia, come ha più volte ricordato l’ex sindaca di Monfalcone, Anna Maria Cisint (spesso gradita ospite su questa nostra emittente), il 25 per cento dei residenti a Monfalcone è musulmano e, quindi, non c’è affatto da meravigliarsi se le studentesse che indossano un  velo risultino essere assai numerose, anche se bisogna pure considerare che “c’è velo e velo”… Nel senso che un conto è portare uno “chador” che lascia il viso scoperto ed al quale, quindi, nessuno si oppone, mentre un altro è quello di pretendere di entrare in classe con un “niqab” che, consentendo di intravedere solamente solo gli occhi, mette la direzione scolastica nella sgradevole situazione di dover decidere se applicare rigorosamente la legge (vietando cioè l’ingresso alle giovani islamiche, con il rischio di provocarne l’abbandono degli studi), oppure provvedere, comicamente, alla loro identificazione tutti i giorni prima dell’inizio delle lezioni.  Può rientrare un’esigenza di carattere religioso nell’ambito dei giustificati motivi? Nella vicina Francia – soprattutto dopo che le ostentazioni di alcuni simboli di fede a scuola (come una catenina cattolica con un crocifisso o una kippah ebraica sulla nuca) avevano dato origine ad alcuni episodi di inaccettabile odio razziale e culturale – si è deciso in senso negativo, volendo tutelare la laicità dello Stato e dei luoghi in cui si esercita la giustizia oppure si diffonde il sapere. E pure noi, probabilmente, non faremmo poi così male se – almeno in merito a questi temi – prendessimo esempio dai nostri cugini d’Oltralpe ed anziché costringere un’insegnante di matematica ad agire ogni mattina come se fosse una poliziotta, spiegassimo invece – ad ogni studente ed in modo ben chiaro – che, dalle nostre parti,  di esperienze simil Fra Girolamo Savonarola ne abbiamo già vissute anche troppe nel passato e che, pertanto, oggi la misura ci pare ormai - già di per sé - sufficientemente colma...  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_09-02-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 09 Feb 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/64278934/punto_settimana_09_02_2025_07_07.mp3" length="7964211" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Abbiamo letto, in questi giorni, che alcune studentesse musulmane di Monfalcone, prima di entrare in classe, ogni giorno vengono sottoposte, da parte delle loro insegnanti, ad una surreale operazione di riconoscimento per accertare se le ragazze siano...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Abbiamo letto, in questi giorni, che alcune studentesse musulmane di Monfalcone, prima di entrare in classe, ogni giorno vengono sottoposte, da parte delle loro insegnanti, ad una surreale operazione di riconoscimento per accertare se le ragazze siano effettivamente le allieve dell’Istituto “Sandro Pertini” che affermano di essere. Tutto ciò avviene in ottemperanza di quanto dispone la Legge 152 del 1975 che, emanata nel periodo buio degli “anni di piombo”, vieta a chiunque di poter comparire mascherato o, comunque, con il volto coperto in un luogo pubblico, salvo “giustificato motivo”. Chi sia, nella fattispecie scolastica in questione, abilitato a stabilire se un motivo sia “giustificato” o meno non appare chiaro, ma è piuttosto dubbio che il delicato compito debba davvero spettare proprio all’ autonoma iniziativa di qualche qualche preside in evidente imbarazzo ...E non a caso, lo stesso ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha sollecitato il pronto aggiornamento - alle esigenze del nostro tempo - di una normativa ormai prossima a spegnere la sua cinquantesima candelina...  Sulla vicenda è intervenuta anche la giornalista Marina Terragni, fresca di nomina all’incarico di Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, esprimendo la sua preoccupazione “sulla libertà di queste ragazze e sulla loro effettiva integrazione nel contesto scolastico e sociale”, visto che - a suo parere - “talune pratiche contravvengono ai più elementari diritti e ostacolano il pieno sviluppo della personalità”.  Tuttavia, come ha più volte ricordato l’ex sindaca di Monfalcone, Anna Maria Cisint (spesso gradita ospite su questa nostra emittente), il 25 per cento dei residenti a Monfalcone è musulmano e, quindi, non c’è affatto da meravigliarsi se le studentesse che indossano un  velo risultino essere assai numerose, anche se bisogna pure considerare che “c’è velo e velo”… Nel senso che un conto è portare uno “chador” che lascia il viso scoperto ed al quale, quindi, nessuno si oppone, mentre un altro è quello di pretendere di entrare in classe con un “niqab” che, consentendo di intravedere solamente solo gli occhi, mette la direzione scolastica nella sgradevole situazione di dover decidere se applicare rigorosamente la legge (vietando cioè l’ingresso alle giovani islamiche, con il rischio di provocarne l’abbandono degli studi), oppure provvedere, comicamente, alla loro identificazione tutti i giorni prima dell’inizio delle lezioni.  Può rientrare un’esigenza di carattere religioso nell’ambito dei giustificati motivi? Nella vicina Francia – soprattutto dopo che le ostentazioni di alcuni simboli di fede a scuola (come una catenina cattolica con un crocifisso o una kippah ebraica sulla nuca) avevano dato origine ad alcuni episodi di inaccettabile odio razziale e culturale – si è deciso in senso negativo, volendo tutelare la laicità dello Stato e dei luoghi in cui si esercita la giustizia oppure si diffonde il sapere. E pure noi, probabilmente, non faremmo poi così male se – almeno in merito a questi temi – prendessimo esempio dai nostri cugini d’Oltralpe ed anziché costringere un’insegnante di matematica ad agire ogni mattina come se fosse una poliziotta, spiegassimo invece – ad ogni studente ed in modo ben chiaro – che, dalle nostre parti,  di esperienze simil Fra Girolamo Savonarola ne abbiamo già vissute anche troppe nel passato e che, pertanto, oggi la misura ci pare ormai - già di per sé - sufficientemente colma...  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>200</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/27fb0f4fe48f2dc2f340525ff5116d2f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Ragione di Stato | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/ragione-di-stato-il-punto-della-settimana--64140941</link><description><![CDATA[Appare a tutti abbastanza chiaro come la liberazione e il rimpatrio di Nijen Osama Almasri - spietato  capo della polizia giudiziaria libica - siano stati dettati da un interesse superiore che, normalmente, si definisce “ragione di Stato”. E’, infatti, più che probabile che, in questa intricata circostanza, il Governo abbia voluto agire badando, essenzialmente, agli aspetti geopolitici della questione, anche a costo di ignorarne le pur non marginali implicazioni di carattere etico. Fino a ieri non l’avevamo neanche mai sentito nominare, ma oggi tutti sappiamo che razza di individuo sia questo potentissimo ufficiale che, in terra di Libia, governa svariati luoghi di detenzione nei quali la tortura, le esecuzioni sommarie ed ogni altro tipo di violenza sono la norma quotidiana. E non a caso, sulla sua testa pende un mandato di arresto emesso, recentemente, dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja. Ciò nonostante, Palazzo Chigi ha, evidentemente, ritenuto che dal trattenere nelle patrie galere questo ingombrantissimo ospite, il nostro Paese avrebbe avuto senz’altro più da perdere che da guadagnare. Ad esempio, il flusso dei migranti che attraversano il Canale di Sicilia è, attualmente, diminuito, ma basterebbe poco per indurre la Libia a modificare quell’atteggiamento abbastanza collaborativo che – a modo  suo, si intende –  negli ultimi anni, ha adottato sul controllo delle carrette del mare. E poi, ci sono i grandi interessi dell’ENI da tutelare ad  ogni costo, mettendoli al sicuro da certi sgambetti che magari potrebbero tentare qualche amico d’Oltralpe – vedi il gruppo Total – se pensasse di approfittare di un eventuale raffreddamento dei rapporti tra Roma e Tripoli.  E’, quindi, nostro massimo interesse impegnarci per favorire un clima di stabile intesa nelle relazioni che intratteniamo con un Paese che, oggigiorno, appare talmente imprevedibile e diviso al suo interno da far, sinceramente, rimpiangere i tempi in cui l’interlocutore principe sarà anche stato una mina vagante per l’ordine nel Mediterraneo, ma almeno era uno solo. Gheddafi, tra le altre cose, fu il mandante di stragi come quella di Lockerby con tutte le sue 270 vittime, eppure nessuno si indignò più di tanto quando, nel 1976,  la LAFICO – finanziaria della Banca centrale libica – acquisì una quota del 9% del capitale della FIAT, fornendo all’Avvocato Agnelli ossigeno fresco in una fase di grosse difficoltà aziendali. E ben pochi provarono un senso di vergogna quando, in uno slancio di penoso servilismo, Berlusconi arrivò addirittura a baciare l’anello del bizzoso colonnello di Tripoli. Dinanzi alla “ragione di Stato”, non ci sembra, quindi, il caso di arrampicarsi troppo sugli specchi per cercare di negare – come, stranamente, ha fatto Giorgia Meloni – il coinvolgimento del suo Esecutivo, addossando le responsabilità del salvataggio di Almasri ad inefficienze degli apparati della giustizia o, comunque, a cortocircuiti burocratici. La vicenda di queste ore non è poi così diversa da quella che ha portato, soltanto un mese fa, alla liberazione di un ingegnere sospettato di terrorismo, in cambio di quella di Cecilia Sala. Non abbia, quindi, la nostra premier alcun timore nel rivendicare, anche in questa fattispecie, il primato della politica, riconoscendo che, quando c’è di mezzo la “ragione di Stato”, non esiste alcun motivo per occultarne la presenza, ricorrendo goffamente a scuse alle quali tanto poi non crede davvero nessuno.     ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_02-02-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 02 Feb 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/64140941/punto_settimana_02_02_2025_07_07.mp3" length="8059297" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Appare a tutti abbastanza chiaro come la liberazione e il rimpatrio di Nijen Osama Almasri - spietato  capo della polizia giudiziaria libica - siano stati dettati da un interesse superiore che, normalmente, si definisce “ragione di Stato”. 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Ciò nonostante, Palazzo Chigi ha, evidentemente, ritenuto che dal trattenere nelle patrie galere questo ingombrantissimo ospite, il nostro Paese avrebbe avuto senz’altro più da perdere che da guadagnare. Ad esempio, il flusso dei migranti che attraversano il Canale di Sicilia è, attualmente, diminuito, ma basterebbe poco per indurre la Libia a modificare quell’atteggiamento abbastanza collaborativo che – a modo  suo, si intende –  negli ultimi anni, ha adottato sul controllo delle carrette del mare. E poi, ci sono i grandi interessi dell’ENI da tutelare ad  ogni costo, mettendoli al sicuro da certi sgambetti che magari potrebbero tentare qualche amico d’Oltralpe – vedi il gruppo Total – se pensasse di approfittare di un eventuale raffreddamento dei rapporti tra Roma e Tripoli.  E’, quindi, nostro massimo interesse impegnarci per favorire un clima di stabile intesa nelle relazioni che intratteniamo con un Paese che, oggigiorno, appare talmente imprevedibile e diviso al suo interno da far, sinceramente, rimpiangere i tempi in cui l’interlocutore principe sarà anche stato una mina vagante per l’ordine nel Mediterraneo, ma almeno era uno solo. Gheddafi, tra le altre cose, fu il mandante di stragi come quella di Lockerby con tutte le sue 270 vittime, eppure nessuno si indignò più di tanto quando, nel 1976,  la LAFICO – finanziaria della Banca centrale libica – acquisì una quota del 9% del capitale della FIAT, fornendo all’Avvocato Agnelli ossigeno fresco in una fase di grosse difficoltà aziendali. E ben pochi provarono un senso di vergogna quando, in uno slancio di penoso servilismo, Berlusconi arrivò addirittura a baciare l’anello del bizzoso colonnello di Tripoli. Dinanzi alla “ragione di Stato”, non ci sembra, quindi, il caso di arrampicarsi troppo sugli specchi per cercare di negare – come, stranamente, ha fatto Giorgia Meloni – il coinvolgimento del suo Esecutivo, addossando le responsabilità del salvataggio di Almasri ad inefficienze degli apparati della giustizia o, comunque, a cortocircuiti burocratici. La vicenda di queste ore non è poi così diversa da quella che ha portato, soltanto un mese fa, alla liberazione di un ingegnere sospettato di terrorismo, in cambio di quella di Cecilia Sala. Non abbia, quindi, la nostra premier alcun timore nel rivendicare, anche in questa fattispecie, il primato della politica, riconoscendo che, quando c’è di mezzo la “ragione di Stato”, non esiste alcun motivo per occultarne la presenza, ricorrendo goffamente a scuse alle quali tanto poi non crede davvero nessuno.     ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>202</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/5e17981f805f0a4c1214ba5bfc3bb5aa.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L’Italia e l’uscita di Trump dall’OMS | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-italia-e-l-uscita-di-trump-dall-oms-il-punto-della-settimana--63905134</link><description><![CDATA[Tra i primi provvedimenti urgenti appena firmati dal neopresidente americano, Donal Trump, figura anche un ordine esecutivo che sancisce l’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il tycoon ha motivato la sua decisione criticando quella che – a suo parere – è stata una cattiva gestione della pandemia nata in Cina, unitamente “all’incapacità di dimostrare indipendenza dai condizionamenti politici inopportuni di alcuni Stati membri”. Ed il riferimento, in questo caso,  era diretto, in modo abbastanza chiaro al gigante asiatico.  Inoltre, l’Oms sarebbe anche colpevole di avere ingiustamente approfittato della usuale generosità di Washington, chiedendole finanziamenti sempre eccessivamente onerosi.  È in effetti, è giusto ricordare che gli Stati Uniti hanno rappresentato – almeno fino a ieri - il principale donatore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, coprendo una quota del il 16 % del finanziamento totale, corrispondente alla cifra di 1,284 milioni di dollari nel periodo 2022-2023. Nasce, quindi, adesso il rischio più che concreto che, senza il contributo degli Americani, l’OMS venga a trovarsi nell’impossibilità di rispondere alle emergenze sanitarie a livello globale, dovendo, tra l’altro, a questo punto, procedere (con ogni probabilità) anche ad una riduzione del suo personale scientifico.  C’è da dire, inoltre, che l’impennata di Donald Trump ha finito per avere immediate ripercussioni anche nel nostro Paese, visto che due senatori della Lega – e cioè, gli immancabili Borghi e Bagnai, vecchi fautori dell’uscita dell’Italia dall’euro e, più o meno, da tutto quello da cui è umanamente possibile  uscire -   hanno prontamente depositato in Senato un disegno di legge affinché  anche il Bel Paese lasci l’OMS, etichettata come “un carrozzone che aiuta solo quelli che ci lavorano”. Peccato che, sul nostro territorio, siano presenti numerosi centri dell’Organizzazione, tutti impegnati in importanti attività di ricerca, di monitoraggio e di elaborazione dati. Ed è proprio il lavoro di questi nuclei scientifici – inseriti in un circuito internazionale che ne annovera quasi ottocento – a facilitare il conseguimento di risultati che, altrimenti, sarebbero irraggiungibili, vanificando, in tal modo, ogni tentativo di coordinare una politica finalizzata alla salute globale.  L’agenzia delle Nazioni Unite è nata nel 1948, coinvolge oggi 194 Stati membri ed ha un raggio d’azione ampio e virtuosamente umanitario, poiché promuove la salute anche nelle aree più povere del Pianeta, dove agisce attraverso campagne di prevenzione e di informazione per la popolazione, cercando di evitare  la propagazione di focolai di malattie infettive e, più in generale, di emergenze sanitarie.  Cerchiamo, quindi, di ignorare (per non indispettirci troppo) le voci di coloro che, proprio nel periodo della pandemia, sposarono - lancia in resta - tutte le più confuse teorie complottiste e negazioniste, nell’astruso tentativo di intralciare ogni provvedimento che comportasse azioni rapide ed efficaci di contrasto al virus.  Insomma, volevano uscire dall’euro e dall’Unione europea e, visto che non ci sono riusciti, adesso si accontenterebbero di uscire almeno dall’OMS. A noi spiace solo che non vogliano invece uscire, una volta per tutte, dal Parlamento.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_26-01-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 26 Jan 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/63905134/punto_settimana_26_01_2025_07_07.mp3" length="7715525" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Tra i primi provvedimenti urgenti appena firmati dal neopresidente americano, Donal Trump, figura anche un ordine esecutivo che sancisce l’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. 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È in effetti, è giusto ricordare che gli Stati Uniti hanno rappresentato – almeno fino a ieri - il principale donatore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, coprendo una quota del il 16 % del finanziamento totale, corrispondente alla cifra di 1,284 milioni di dollari nel periodo 2022-2023. Nasce, quindi, adesso il rischio più che concreto che, senza il contributo degli Americani, l’OMS venga a trovarsi nell’impossibilità di rispondere alle emergenze sanitarie a livello globale, dovendo, tra l’altro, a questo punto, procedere (con ogni probabilità) anche ad una riduzione del suo personale scientifico.  C’è da dire, inoltre, che l’impennata di Donald Trump ha finito per avere immediate ripercussioni anche nel nostro Paese, visto che due senatori della Lega – e cioè, gli immancabili Borghi e Bagnai, vecchi fautori dell’uscita dell’Italia dall’euro e, più o meno, da tutto quello da cui è umanamente possibile  uscire -   hanno prontamente depositato in Senato un disegno di legge affinché  anche il Bel Paese lasci l’OMS, etichettata come “un carrozzone che aiuta solo quelli che ci lavorano”. Peccato che, sul nostro territorio, siano presenti numerosi centri dell’Organizzazione, tutti impegnati in importanti attività di ricerca, di monitoraggio e di elaborazione dati. Ed è proprio il lavoro di questi nuclei scientifici – inseriti in un circuito internazionale che ne annovera quasi ottocento – a facilitare il conseguimento di risultati che, altrimenti, sarebbero irraggiungibili, vanificando, in tal modo, ogni tentativo di coordinare una politica finalizzata alla salute globale.  L’agenzia delle Nazioni Unite è nata nel 1948, coinvolge oggi 194 Stati membri ed ha un raggio d’azione ampio e virtuosamente umanitario, poiché promuove la salute anche nelle aree più povere del Pianeta, dove agisce attraverso campagne di prevenzione e di informazione per la popolazione, cercando di evitare  la propagazione di focolai di malattie infettive e, più in generale, di emergenze sanitarie.  Cerchiamo, quindi, di ignorare (per non indispettirci troppo) le voci di coloro che, proprio nel periodo della pandemia, sposarono - lancia in resta - tutte le più confuse teorie complottiste e negazioniste, nell’astruso tentativo di intralciare ogni provvedimento che comportasse azioni rapide ed efficaci di contrasto al virus.  Insomma, volevano uscire dall’euro e dall’Unione europea e, visto che non ci sono riusciti, adesso si accontenterebbero di uscire almeno dall’OMS. A noi spiace solo che non vogliano invece uscire, una volta per tutte, dal Parlamento.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>193</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/937693b8ceeea6b6eb5ee28c8589da0a.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Tornare agli Accordi di Abramo | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/tornare-agli-accordi-di-abramo-il-punto-della-settimana--63749081</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Da quel poco che è filtrato circa gli incontri avvenuti tra Steve Witckoff (l’incaricato speciale di Donald Trump per il Medio Oriente) ed il premier israeliano Netanyahu (incontri che, tra l’altro, sembrano essere stati niente affatto rilassati, ma piuttosto  “franchi e cordiali”, con tutto quello che l’espressione significa ipocritamente nel linguaggio diplomatico), ci sentiamo incoraggiati a sperare che gli intendimenti del nuovo presidente americano vadano ben oltre i limiti di una sia pure urgente e necessaria tregua dei combattimenti nella Striscia di Gaza. Come è noto, il nuovo inquilino della Casa Bianca è un soggetto abbastanza imprevedibile, ma certamente non privo di una certa fantasia se non politica, almeno affaristica  che – sebbene molto lontana dai modi e dalle parole che generalmente definiscono l’agire di un capo di stato moderno – sarebbe sbagliato sottovalutare. Vogliamo, quindi, auspicare che - piaccia o non piaccia ai suoi interlocutori arabi o israeliani – questa nuova amministrazione USA sia orientata a ripartire proprio da quello che, probabilmente, possiamo considerare come l’unico momento degno di essere ricordato della precedente presidenza Trump:  e cioè, dal rilancio  degli Accordi di Abramo. Pertanto, nulla di particolarmente rivoluzionario, ma la ripresa, invece,  di quel piano di normalizzazione delle relazioni tra Israele ed Arabia Saudita, tanto osteggiato dall’Iran (e dai vari gruppi oltranzisti che vi fanno riferimento), in quell’area del mondo che, ironia della sorte, dovrebbe pure rappresentare la Terra Santa. E non a caso, il massacro del 7 ottobre è avvenuto proprio  quando  pareva ormai praticamente scelto l’inchiostro col quale sarebbe stata siglata la storica intesa tra lo Stato ebraico ed il Regno più ricco ed influente del  mondo musulmano.  Se, dunque, gli obbiettivi mediorientali di Donald Trump non sono cambiati, ma sono tuttora rimasti quelli fissati durante il suo primo mandato, allora ecco che, in cambio di una neutralizzazione delle aspirazioni nucleari iraniane (da ottenersi con le buone o con le cattive), Washington dovrebbe chiedere come contropartita, al potente principe saudita Mohammed Bin Salman, il riconoscimento ufficiale di Israele, dal quale, a sua volta, pretenderebbe, invece, un contestuale nulla osta verso la graduale costituzione di uno Stato palestinese, di cui l’Arabia diventerebbe il principale tutore politico ed economico. Aspetto, quest’ultimo,  che – dettaglio da non trascurare – andrebbe anche a meglio garantire la sicurezza di Tel Aviv, essendo il regime di Riad  uno dei più irriducibili nemici della “Fratellanza Musulmana”: e cioè proprio dell’organizzazione islamista da cui ha tratto origine Hamas. Ed è, quindi, chiaro che assegnare ai Sauditi la sovraintendenza sul novello Stato palestinese significherebbe anche escludere, quasi del tutto, il gruppo terrorista di Gaza dai futuri giochi politici.   Inoltre, facendo della nuova nazione palestinese una sorta di protettorato saudita – gestito magari anche d’intesa con altre potenze sunnite -  Trump immagina, con ogni probabilità, di poterla rapidamente trasformare in un’area ricca e produttiva e pertanto, come tale, anche molto meno disposta a  lasciarsi incantare – almeno così si spera - dalle sirene del fanatismo ideologico in chiave anti semita ed anti israeliana. In altre parole, la scommessa sarebbe quella di eliminare il terrorismo finanziando  investimenti in infrastrutture avanzate e garantendo il benessere per tutti.  Naturalmente, non è detto che ciò che verrebbe accolto con favore in quasi tutto il resto del Pianeta debba funzionare bene anche per la Palestina, ma vale, comunque, la pena di provare a crederci.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_19-01-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 19 Jan 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/63749081/punto_settimana_19_01_2025_07_07.mp3" length="8389484" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Da quel poco che è filtrato circa gli incontri avvenuti tra Steve Witckoff (l’incaricato speciale di Donald Trump per il Medio Oriente) ed il premier israeliano Netanyahu (incontri che, tra l’altro, sembrano essere stati...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Da quel poco che è filtrato circa gli incontri avvenuti tra Steve Witckoff (l’incaricato speciale di Donald Trump per il Medio Oriente) ed il premier israeliano Netanyahu (incontri che, tra l’altro, sembrano essere stati niente affatto rilassati, ma piuttosto  “franchi e cordiali”, con tutto quello che l’espressione significa ipocritamente nel linguaggio diplomatico), ci sentiamo incoraggiati a sperare che gli intendimenti del nuovo presidente americano vadano ben oltre i limiti di una sia pure urgente e necessaria tregua dei combattimenti nella Striscia di Gaza. Come è noto, il nuovo inquilino della Casa Bianca è un soggetto abbastanza imprevedibile, ma certamente non privo di una certa fantasia se non politica, almeno affaristica  che – sebbene molto lontana dai modi e dalle parole che generalmente definiscono l’agire di un capo di stato moderno – sarebbe sbagliato sottovalutare. Vogliamo, quindi, auspicare che - piaccia o non piaccia ai suoi interlocutori arabi o israeliani – questa nuova amministrazione USA sia orientata a ripartire proprio da quello che, probabilmente, possiamo considerare come l’unico momento degno di essere ricordato della precedente presidenza Trump:  e cioè, dal rilancio  degli Accordi di Abramo. Pertanto, nulla di particolarmente rivoluzionario, ma la ripresa, invece,  di quel piano di normalizzazione delle relazioni tra Israele ed Arabia Saudita, tanto osteggiato dall’Iran (e dai vari gruppi oltranzisti che vi fanno riferimento), in quell’area del mondo che, ironia della sorte, dovrebbe pure rappresentare la Terra Santa. E non a caso, il massacro del 7 ottobre è avvenuto proprio  quando  pareva ormai praticamente scelto l’inchiostro col quale sarebbe stata siglata la storica intesa tra lo Stato ebraico ed il Regno più ricco ed influente del  mondo musulmano.  Se, dunque, gli obbiettivi mediorientali di Donald Trump non sono cambiati, ma sono tuttora rimasti quelli fissati durante il suo primo mandato, allora ecco che, in cambio di una neutralizzazione delle aspirazioni nucleari iraniane (da ottenersi con le buone o con le cattive), Washington dovrebbe chiedere come contropartita, al potente principe saudita Mohammed Bin Salman, il riconoscimento ufficiale di Israele, dal quale, a sua volta, pretenderebbe, invece, un contestuale nulla osta verso la graduale costituzione di uno Stato palestinese, di cui l’Arabia diventerebbe il principale tutore politico ed economico. Aspetto, quest’ultimo,  che – dettaglio da non trascurare – andrebbe anche a meglio garantire la sicurezza di Tel Aviv, essendo il regime di Riad  uno dei più irriducibili nemici della “Fratellanza Musulmana”: e cioè proprio dell’organizzazione islamista da cui ha tratto origine Hamas. Ed è, quindi, chiaro che assegnare ai Sauditi la sovraintendenza sul novello Stato palestinese significherebbe anche escludere, quasi del tutto, il gruppo terrorista di Gaza dai futuri giochi politici.   Inoltre, facendo della nuova nazione palestinese una sorta di protettorato saudita – gestito magari anche d’intesa con altre potenze sunnite -  Trump immagina, con ogni probabilità, di poterla rapidamente trasformare in un’area ricca e produttiva e pertanto, come tale, anche molto meno disposta a  lasciarsi incantare – almeno così si spera - dalle sirene del fanatismo ideologico in chiave anti semita ed anti israeliana. In altre parole, la scommessa sarebbe quella di eliminare il terrorismo finanziando  investimenti in infrastrutture avanzate e garantendo il benessere per tutti.  Naturalmente, non è detto che ciò che verrebbe accolto con favore in quasi tutto il resto del Pianeta debba funzionare bene anche per la Palestina, ma vale, comunque, la pena di provare a crederci.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play -...]]></itunes:summary><itunes:duration>210</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/da3a3135edc05aa3cda4ac3b7712082d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Le cose di cui essere orgogliosi | Il Punto della Settimama</title><link>https://www.spreaker.com/episode/le-cose-di-cui-essere-orgogliosi-il-punto-della-settimama--63661925</link><description><![CDATA[Francamente, abbiamo l’impressione che tutto quel piangersi addosso che, da alcuni mesi, sta permeando non poche analisi sullo stato dell’economia italiana, sia davvero ispirato da una forma di settarismo prevenuto ed autolesionista.  Vero, è innegabile che vi siano settori della nostra industria che al momento - basti pensare all’automotive - versano in condizioni di gravi difficoltà: tuttavia, se andiamo invece ad esaminare, più serenamente, l’andamento complessivo della nostra vita produttiva, allora non potremo certo far finta di ignorare la presenza di determinati numeri che, al contrario, ci raccontano di come l’industria italiana – grazie anche ad alcune sue specificità – risulti essere, al momento, la più in salute d’Europa. Se analizziamo, infatti, i dati più recenti relativi all’export ed all’occupazione o se ci soffermiamo a prendere atto di come un tessuto industriale opportunamente diversificato come il nostro sappia sempre trasformarsi in un’inesauribile fucina di brillanti innovazioni e di inimitabili eccellenze, ecco che allora dovremo, senz’altro, riconoscere di trovarci in presenza di una realtà economica che ben poco ha a che vedere con certe narrazioni influenzate da un pessimismo pregiudiziale, se non addirittura da un subdolo malaugurio. Ed in verità, il nostro sistema industriale presenta tratti di  un’originalità probabilmente unica al mondo e tale da renderlo resiliente persino dinanzi alle turbolenze geo politiche che stanno funestando il nostro tempo.   Pertanto, pensiamo che dovremmo apprezzare compiaciuti il fatto che il nostro modello di creazione di ricchezza – pur se così distante da quelli di altre potenze industriali – si riveli stabilmente in grado di garantire dei risultati confortanti. Risultati che scaturiscono, in larga misura, da un fitto pullulare di iniziative vincenti, che altro non sono se non il frutto della brillante volontà di innovare che guida le imprese italiane. Sia le piccole e medie, che quelle più grandi. Stiamo, quindi, parlando, di un virtuoso modello di sviluppo che, non disponendo – come è noto - di particolari risorse naturali, investe prevalentemente nella sua fertilissima creatività e che, di conseguenza, va assolutamente tutelato a livello politico, nonché alimentato culturalmente con tutto l’ orgoglio  che, di regola, dovrebbe caratterizzare quel grande Paese che spesso ci dimentichiamo di essere.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_12-01-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 12 Jan 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/63661925/punto_settimana_12_01_2025_07_07.mp3" length="5853517" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Francamente, abbiamo l’impressione che tutto quel piangersi addosso che, da alcuni mesi, sta permeando non poche analisi sullo stato dell’economia italiana, sia davvero ispirato da una forma di settarismo prevenuto ed autolesionista.  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Se analizziamo, infatti, i dati più recenti relativi all’export ed all’occupazione o se ci soffermiamo a prendere atto di come un tessuto industriale opportunamente diversificato come il nostro sappia sempre trasformarsi in un’inesauribile fucina di brillanti innovazioni e di inimitabili eccellenze, ecco che allora dovremo, senz’altro, riconoscere di trovarci in presenza di una realtà economica che ben poco ha a che vedere con certe narrazioni influenzate da un pessimismo pregiudiziale, se non addirittura da un subdolo malaugurio. Ed in verità, il nostro sistema industriale presenta tratti di  un’originalità probabilmente unica al mondo e tale da renderlo resiliente persino dinanzi alle turbolenze geo politiche che stanno funestando il nostro tempo.   Pertanto, pensiamo che dovremmo apprezzare compiaciuti il fatto che il nostro modello di creazione di ricchezza – pur se così distante da quelli di altre potenze industriali – si riveli stabilmente in grado di garantire dei risultati confortanti. Risultati che scaturiscono, in larga misura, da un fitto pullulare di iniziative vincenti, che altro non sono se non il frutto della brillante volontà di innovare che guida le imprese italiane. Sia le piccole e medie, che quelle più grandi. Stiamo, quindi, parlando, di un virtuoso modello di sviluppo che, non disponendo – come è noto - di particolari risorse naturali, investe prevalentemente nella sua fertilissima creatività e che, di conseguenza, va assolutamente tutelato a livello politico, nonché alimentato culturalmente con tutto l’ orgoglio  che, di regola, dovrebbe caratterizzare quel grande Paese che spesso ci dimentichiamo di essere.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>147</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/236cd99444bbeff54fdd59a6c3c24758.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La guerra del gas | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-guerra-del-gas-il-punto-della-settimana--63578773</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Volodymyr Zelensky dichiara che lo stop al transito del gas russo attraverso l’Ucraina rappresenta, senza dubbio, una importantissima vittoria sia per il suo Paese, che per quelli che, fino ad oggi, lo hanno sostenuto nell’opporsi all’invasione russa. Il presidente ucraino fa, infatti, notare che, quando Putin salì al potere 25 anni fa, “il pompaggio annuale di gas dall’ Ucraina verso l’Europa era di oltre 130 miliardi di metri cubi. Oggi il transito del gas russo è pari a 0”. E questa, sempre secondo il leader di Kiev, “è una delle più grandi sconfitte di Mosca”.  Tuttavia, se, indubbiamente, qualche grosso problema al Cremlino ed al gigante energetico Gazprom questa scelta del governo Zelensky lo sta sicuramente creando, non è neanche detto che, per noi Europei, sia proprio il caso di affrettarci a stappare le nostre bottiglie migliori per brindare a questo evento così rivoluzionario nel campo delle forniture energetiche... Ad esempio, il fatto solo che la quotazione del gas sul mercato di Amsterdam registri, da tempo, dei lievi aumenti quotidiani, qualche dubbio sulle ricadute più immediate - riguardo almeno ai costi delle nostre bollette di luce e gas - sarebbe forse opportuno cominciare a nutrirlo...Certamente, Zelensky dice il vero quando sottolinea come, da ora in poi, al Cremlino verrà sicuramente a mancare uno dei principali canali di arricchimento,  tramite i quali non solo ha finanziato, da tre anni a questa parte, la cosiddetta “operazione militare speciale”, ma ha pure potuto condizionare, per quasi un trentennio,  i rapporti con i Paesi dell’Unione Europea, creando, talvolta, anche a delle vere e proprie dipendenze di natura economica ed energetica. Viene, quindi, ora a mancare, nella cassetta degli attrezzi di Putin, un grimaldello molto efficace e di cui il piccolo zar si è a lungo servito per penetrare nei palazzi del potere del Vecchio Continente, da Roma a Berlino.  Per parte sua, Bruxelles si è però detta sicura di non rimanere con i caloriferi spenti e gli impianti industriali in panne, potendo oggi contare su alcune fonti di approvvigionamento alternative rispetto a quelle di Mosca, per altro ormai già ridotte ai minimi termini. Ciò nonostante, come si è accennato, sul mercato di riferimento per l’Europa (e cioè, quello di Amsterdam), il prezzo del gas ha ultimamente varcato la soglia dei 50 euro per megawattora: che, sia chiaro, non sono più i 135 del dicembre 2023, ma fanno lo stesso squillare un campanello di allarme che sarebbe bene non prendere troppo alla leggera....  Invece, sul piano più strettamente politico, Kiev, assumendo questa decisione, lancia  comunque un segnale molto chiaro non solo a Putin, ma anche a Trump ed agli Europei, circa il fatto che la resistenza ucraina è ancora assolutamente determinata ad andare avanti: anche a costo di danneggiare gli interessi economici di qualche suo alleato continentale.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_05-01-2025_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 05 Jan 2025 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/63578773/punto_settimana_05_01_2025_07_07.mp3" length="6117246" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Volodymyr Zelensky dichiara che lo stop al transito del gas russo attraverso l’Ucraina rappresenta, senza dubbio, una importantissima vittoria sia per il suo Paese, che per quelli che, fino ad oggi, lo hanno sostenuto...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Volodymyr Zelensky dichiara che lo stop al transito del gas russo attraverso l’Ucraina rappresenta, senza dubbio, una importantissima vittoria sia per il suo Paese, che per quelli che, fino ad oggi, lo hanno sostenuto nell’opporsi all’invasione russa. Il presidente ucraino fa, infatti, notare che, quando Putin salì al potere 25 anni fa, “il pompaggio annuale di gas dall’ Ucraina verso l’Europa era di oltre 130 miliardi di metri cubi. Oggi il transito del gas russo è pari a 0”. E questa, sempre secondo il leader di Kiev, “è una delle più grandi sconfitte di Mosca”.  Tuttavia, se, indubbiamente, qualche grosso problema al Cremlino ed al gigante energetico Gazprom questa scelta del governo Zelensky lo sta sicuramente creando, non è neanche detto che, per noi Europei, sia proprio il caso di affrettarci a stappare le nostre bottiglie migliori per brindare a questo evento così rivoluzionario nel campo delle forniture energetiche... Ad esempio, il fatto solo che la quotazione del gas sul mercato di Amsterdam registri, da tempo, dei lievi aumenti quotidiani, qualche dubbio sulle ricadute più immediate - riguardo almeno ai costi delle nostre bollette di luce e gas - sarebbe forse opportuno cominciare a nutrirlo...Certamente, Zelensky dice il vero quando sottolinea come, da ora in poi, al Cremlino verrà sicuramente a mancare uno dei principali canali di arricchimento,  tramite i quali non solo ha finanziato, da tre anni a questa parte, la cosiddetta “operazione militare speciale”, ma ha pure potuto condizionare, per quasi un trentennio,  i rapporti con i Paesi dell’Unione Europea, creando, talvolta, anche a delle vere e proprie dipendenze di natura economica ed energetica. Viene, quindi, ora a mancare, nella cassetta degli attrezzi di Putin, un grimaldello molto efficace e di cui il piccolo zar si è a lungo servito per penetrare nei palazzi del potere del Vecchio Continente, da Roma a Berlino.  Per parte sua, Bruxelles si è però detta sicura di non rimanere con i caloriferi spenti e gli impianti industriali in panne, potendo oggi contare su alcune fonti di approvvigionamento alternative rispetto a quelle di Mosca, per altro ormai già ridotte ai minimi termini. Ciò nonostante, come si è accennato, sul mercato di riferimento per l’Europa (e cioè, quello di Amsterdam), il prezzo del gas ha ultimamente varcato la soglia dei 50 euro per megawattora: che, sia chiaro, non sono più i 135 del dicembre 2023, ma fanno lo stesso squillare un campanello di allarme che sarebbe bene non prendere troppo alla leggera....  Invece, sul piano più strettamente politico, Kiev, assumendo questa decisione, lancia  comunque un segnale molto chiaro non solo a Putin, ma anche a Trump ed agli Europei, circa il fatto che la resistenza ucraina è ancora assolutamente determinata ad andare avanti: anche a costo di danneggiare gli interessi economici di qualche suo alleato continentale.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>153</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/abcbd9e2a5a2b072aae0b014a9c79aea.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Lasciate i leoni a casa loro | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/lasciate-i-leoni-a-casa-loro-il-punto-della-settimana--63504542</link><description><![CDATA[Il caso del domatore del Circo Orfei che, lunedì scorso, ha cercato di colpire con la frusta un leone che, evidentemente innervosito, aveva quasi sfondato la gabbia che lo separava dal pubblico, ha riportato agli onori della cronaca l’annoso problema dello sfruttamento degli animali selvatici – se ne calcolano almeno duemila in Italia - negli spettacoli circensi. Esiste, tra l’altro, una norma, ferma in Senato da due anni, che ne proibirebbe l’impiego per scopi di divertimento o, comunque, di intrattenimento: tuttavia, l’8 agosto di quest’anno è stato deciso di rinviare di 12 mesi l’applicazione definitiva del suddetto provvedimento, per farlo coincidere con l’emanazione del nuovo Codice dello Spettacolo, che, tra le altre cose, prevede pure il “graduale superamento dell’uso degli animali nei circhi e negli spettacoli viaggianti”. Passaggio questo, in cui il nostro Paese risulta, purtroppo, colpevolmente attardato, rispetto a quanto già avviene in altri 25 Stati membri dell’Unione Europea: Italia e Germania sono, infatti, le sole due nazioni a non avere ancora introdotto limitazioni allo sfruttamento di animali a fini di spettacolo. Eppure, da ormai molti anni, gli Ordini dei Veterinari – sia italiani, che europei – hanno denunciato come nei circhi non esista alcuna possibilità che il benessere degli animali e il rispetto delle loro esigenze comportamentali siano garantiti: i metodi utilizzati per ottenere comportamenti innaturali sono, infatti, in larga misura “opposti alle caratteristiche di specie”. Inoltre, al di là dei sistemi di addestramento violenti e coercitivi,  a condizionare negativamente l’equilibrio psichico degli animali è anche il contesto di luci e rumori in cui sono costretti ad esibirsi. Ed a questo proposito, la Lega Anti Vivisezione segnala anche altri gravissimi fattori di stress come la frequenza dei trasporti da una meta all’altra, la mancanza di ambienti termoregolati, l’inadeguatezza o la scarsità delle cure veterinarie specializzate e “le procedure di mutilazione per rimuovere gli artigli, i denti o le ghiandole”. A nostro conforto, restano, tuttavia, i dati riportati da un sondaggio Doxa abbastanza recente – ottobre 2023 – dal quale è emersa la più completa contrarietà all’utilizzo di animali a scopo divertimento, da parte del 76% degli intervistati. Inoltre, il 79% di essi si sono pure espressi a favore della riconversione dei circhi con animali in altre attività ludiche che non prevedano, assolutamente, il coinvolgimento di esseri senzienti che non siano quelli umani.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_29-12-2024_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 29 Dec 2024 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/63504542/punto_settimana_29_12_2024_07_07.mp3" length="5274644" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Il caso del domatore del Circo Orfei che, lunedì scorso, ha cercato di colpire con la frusta un leone che, evidentemente innervosito, aveva quasi sfondato la gabbia che lo separava dal pubblico, ha riportato agli onori della cronaca l’annoso problema...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il caso del domatore del Circo Orfei che, lunedì scorso, ha cercato di colpire con la frusta un leone che, evidentemente innervosito, aveva quasi sfondato la gabbia che lo separava dal pubblico, ha riportato agli onori della cronaca l’annoso problema dello sfruttamento degli animali selvatici – se ne calcolano almeno duemila in Italia - negli spettacoli circensi. Esiste, tra l’altro, una norma, ferma in Senato da due anni, che ne proibirebbe l’impiego per scopi di divertimento o, comunque, di intrattenimento: tuttavia, l’8 agosto di quest’anno è stato deciso di rinviare di 12 mesi l’applicazione definitiva del suddetto provvedimento, per farlo coincidere con l’emanazione del nuovo Codice dello Spettacolo, che, tra le altre cose, prevede pure il “graduale superamento dell’uso degli animali nei circhi e negli spettacoli viaggianti”. Passaggio questo, in cui il nostro Paese risulta, purtroppo, colpevolmente attardato, rispetto a quanto già avviene in altri 25 Stati membri dell’Unione Europea: Italia e Germania sono, infatti, le sole due nazioni a non avere ancora introdotto limitazioni allo sfruttamento di animali a fini di spettacolo. Eppure, da ormai molti anni, gli Ordini dei Veterinari – sia italiani, che europei – hanno denunciato come nei circhi non esista alcuna possibilità che il benessere degli animali e il rispetto delle loro esigenze comportamentali siano garantiti: i metodi utilizzati per ottenere comportamenti innaturali sono, infatti, in larga misura “opposti alle caratteristiche di specie”. Inoltre, al di là dei sistemi di addestramento violenti e coercitivi,  a condizionare negativamente l’equilibrio psichico degli animali è anche il contesto di luci e rumori in cui sono costretti ad esibirsi. Ed a questo proposito, la Lega Anti Vivisezione segnala anche altri gravissimi fattori di stress come la frequenza dei trasporti da una meta all’altra, la mancanza di ambienti termoregolati, l’inadeguatezza o la scarsità delle cure veterinarie specializzate e “le procedure di mutilazione per rimuovere gli artigli, i denti o le ghiandole”. A nostro conforto, restano, tuttavia, i dati riportati da un sondaggio Doxa abbastanza recente – ottobre 2023 – dal quale è emersa la più completa contrarietà all’utilizzo di animali a scopo divertimento, da parte del 76% degli intervistati. Inoltre, il 79% di essi si sono pure espressi a favore della riconversione dei circhi con animali in altre attività ludiche che non prevedano, assolutamente, il coinvolgimento di esseri senzienti che non siano quelli umani.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>132</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d495df444d4e3c9c49cf7a645c77b8ed.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Criminalità e immigrazione irregolare | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/criminalita-e-immigrazione-irregolare-il-punto-della-settimana--63434909</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Creano forse un certo imbarazzo – almeno tra chi vorrebbe, ad ogni costo, vederli profondamente diversi – alcuni dati che, ultimamente, sono filtrati dal ministero degli Interni. Si tratta, infatti, di numeri scomodi poiché rivelano che la percentuale dei reati commessi da stranieri irregolari (intorno al 28%), è decisamente più elevata rispetto a quella relativa alla consistenza numerica degli irregolari stessi che, al momento, si attesta solamente all’1% della popolazione presente in Italia. Se poi si va ad osservare i dati relativi alle violenze sessuali, si apprende che, al 30 settembre di quest’anno, il 44% di questi crimini era stato commesso da stranieri (regolari e non), che, messi insieme,  costituiscono appena il 10% della popolazione.  Sono elementi di valutazione dai quali gli esperti di statistica deducono innanzitutto che, purtroppo, la pericolosità attribuibile agli stranieri irregolari è circa 50 volte superiore a quella dei cittadini comunitari (italiani e stranieri) e che, in secondo luogo, circa un terzo dei posti disponibili nelle nostre carceri è occupato da individui stranieri, in larga misura irregolari. Viene, pertanto, da pensare che, se non ci fossero questi detenuti, il fenomeno del sovraffollamento carcerario subirebbe un netto ridimensionamento.  La questione – almeno a nostro avviso – andrebbe affrontata con pragmatica oggettività ed evitando, quindi, di negarne l’esistenza. Certo, ci sarà sempre qualcuno che contesterà questi dati, contrapponendo ad essi il fatto che, nel nostro Paese, la maggior parte dei reati viene, comunque, commessa dagli Italiani e non dagli stranieri...ma si tratta di un’osservazione abbastanza miope, dal momento che è ovvio che, essendo gli Italiani 10 volte più numerosi degli stranieri regolari e 100 volte più di quelli irregolari, il loro contributo alla criminalità complessiva non potrà che risultare, in valori assoluti, indubbiamente superiore. Il fatto è che però, da soli, gli stranieri commettono un terzo dei reati e in generale – soprattutto gli irregolari – vengono percepiti dalla gente comune come una minaccia costante al proprio quieto vivere: ed a questo proposito, vi segnaliamo che ci sono quartieri nei quali il rischio (per chilometro quadrato) di subire un’aggressione si rivela superiore - rispetto ad altre zone di una stessa città - in percentuali talmente impressionanti (e forse incredibili) che preferiamo persino non pubblicarle in questo nostro intervento settimanale.  In conclusione, i nuovi dati ministeriali confermano  l’esistenza di una situazione difficilmente tollerabile e noi vogliamo sperare che la politica italiana – specialmente quella tradizionalmente più ispirata a confidare nello “stellone italico” – non cada, per l’ennesima volta, nell’errore di rifugiarsi in un atteggiamento negazionista, nel vano tentativo di occultare  una realtà che richiede, invece, risposte  certamente umanitarie, ma anche severe e responsabili.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_22-12-2024_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 22 Dec 2024 06:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/63434909/punto_settimana_22_12_2024_07_07.mp3" length="6833631" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Creano forse un certo imbarazzo – almeno tra chi vorrebbe, ad ogni costo, vederli profondamente diversi – alcuni dati che, ultimamente, sono filtrati dal ministero degli Interni. Si tratta, infatti, di numeri scomodi poiché...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Creano forse un certo imbarazzo – almeno tra chi vorrebbe, ad ogni costo, vederli profondamente diversi – alcuni dati che, ultimamente, sono filtrati dal ministero degli Interni. Si tratta, infatti, di numeri scomodi poiché rivelano che la percentuale dei reati commessi da stranieri irregolari (intorno al 28%), è decisamente più elevata rispetto a quella relativa alla consistenza numerica degli irregolari stessi che, al momento, si attesta solamente all’1% della popolazione presente in Italia. Se poi si va ad osservare i dati relativi alle violenze sessuali, si apprende che, al 30 settembre di quest’anno, il 44% di questi crimini era stato commesso da stranieri (regolari e non), che, messi insieme,  costituiscono appena il 10% della popolazione.  Sono elementi di valutazione dai quali gli esperti di statistica deducono innanzitutto che, purtroppo, la pericolosità attribuibile agli stranieri irregolari è circa 50 volte superiore a quella dei cittadini comunitari (italiani e stranieri) e che, in secondo luogo, circa un terzo dei posti disponibili nelle nostre carceri è occupato da individui stranieri, in larga misura irregolari. Viene, pertanto, da pensare che, se non ci fossero questi detenuti, il fenomeno del sovraffollamento carcerario subirebbe un netto ridimensionamento.  La questione – almeno a nostro avviso – andrebbe affrontata con pragmatica oggettività ed evitando, quindi, di negarne l’esistenza. Certo, ci sarà sempre qualcuno che contesterà questi dati, contrapponendo ad essi il fatto che, nel nostro Paese, la maggior parte dei reati viene, comunque, commessa dagli Italiani e non dagli stranieri...ma si tratta di un’osservazione abbastanza miope, dal momento che è ovvio che, essendo gli Italiani 10 volte più numerosi degli stranieri regolari e 100 volte più di quelli irregolari, il loro contributo alla criminalità complessiva non potrà che risultare, in valori assoluti, indubbiamente superiore. Il fatto è che però, da soli, gli stranieri commettono un terzo dei reati e in generale – soprattutto gli irregolari – vengono percepiti dalla gente comune come una minaccia costante al proprio quieto vivere: ed a questo proposito, vi segnaliamo che ci sono quartieri nei quali il rischio (per chilometro quadrato) di subire un’aggressione si rivela superiore - rispetto ad altre zone di una stessa città - in percentuali talmente impressionanti (e forse incredibili) che preferiamo persino non pubblicarle in questo nostro intervento settimanale.  In conclusione, i nuovi dati ministeriali confermano  l’esistenza di una situazione difficilmente tollerabile e noi vogliamo sperare che la politica italiana – specialmente quella tradizionalmente più ispirata a confidare nello “stellone italico” – non cada, per l’ennesima volta, nell’errore di rifugiarsi in un atteggiamento negazionista, nel vano tentativo di occultare  una realtà che richiede, invece, risposte  certamente umanitarie, ma anche severe e responsabili.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>171</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/2b93095c3a6e0e7e1833006cedb4d92e.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il passo più lungo della gamba | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-passo-piu-lungo-della-gamba-il-punto-della-settimana--63323977</link><description><![CDATA[Dalla fine del regime della famiglia Assad la Russia esce notevolmente ridimensionata nelle sue ambizioni imperiali. Dal 2011 aveva puntato – inizialmente riuscendoci – ad affermare un proprio potere in Medio Oriente, investendo proprio in quella satrapia alawita che, già ai tempi dell’Unione Sovietica, si caratterizzava come il più affidabile baluardo moscovita in quella tormentata  area del Pianeta. Con il pesantissimo e decisivo intervento a sostegno del traballante governo di Damasco, Vladimir  Putin aveva dato a tutti l’impressione di aver riportato il suo Paese in una posizione di forza anche nello scacchiere  mediorientale. Poi però, probabilmente abbagliato dai suoi sogni di grandezza, l’uomo del Cremlino ha finito per fare il cosiddetto “passo più lungo della gamba”, invadendo l’Ucraina , rivelatasi però, fin da subito, un boccone ben più indigesto di quanto l’ex colonnello del KGB avesse mai immaginato.   Sono ormai quasi tre anni che sacrifica la vita di migliaia e migliaia di suoi soldati senza nulla ottenere di concreto, ma collezionando, anzi, una penosa serie di brutte figure che ne hanno ridimensionato clamorosamente il prestigio, l’autorevolezza e la credibilità a livello internazionale. E se si è ridotto persino a chiedere truppe ai nord coreani, figuriamoci se, in queste ore, avrebbe avuto ancora uomini  in armi da mandare per puntellare il sistema del suo sodale siriano...L’impressione che abbiamo è quella che sia giunto, per Putin, il momento di darsi una bella regolata e di cominciare a rifarsi attentamente i conti in tasca. Conti che, tra l’altro, vanno fatti anche con un rublo che, da quello sciagurato febbraio del 2022, si è svalutato del 25% sul dollaro e che oggi comincia a non essere più accettato come moneta di pagamento neanche dalla Cina e dall’India… L’unica carta che gli resta in mano è quella dell’arsenale atomico, anche se – a meno che non siano completamente folli – anche a Mosca sanno molto bene che un conto e minacciare di usarlo ed un altro è farlo realmente, andando incontro ad un suicidio globale, dal quale la Russia raccoglierebbe soltanto le macerie delle proprie città. E adesso, tra l’altro, entrerà in scena un nuovo interlocutore abituato pragmaticamente a trattare qualsiasi questione – come faceva quando conduceva la trasmissione televisiva “The Apprentice” – prevalentemente sulla base dei profitti e delle perdite. Ai concorrenti che si sottoponevano al suo giudizio imprenditoriale, Donald Trump era spesso costretto a dire “mi dispiace, ma hai fallito”. E proprio riferendosi allo stato di salute del regime putiniano, recentemente il prossimo inquilino della Casa Bianca ha osservato che “Putin deve fermare la guerra perché ha perso” e perché “quando si  perdono 700mila persone, è il momento della pace.” Chissà se, alla fine della favola, Trump si confermerà davvero - come sperato da Putin - un avversario più malleabile di Biden, oppure il piccolo Zar avrà la sgradevolissima sorpresa di sentirsi dire qualcosa del tipo “hai preso solo una piccola fetta di Ucraina e in Siria non conti più niente. Stando così le cose, non penserai mica di essere tu a dettare le condizioni che ti farebbero comodo...”.     ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_15-12-2024_08-30.mp3</guid><pubDate>Sun, 15 Dec 2024 07:30:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/63323977/punto_settimana_15_12_2024_08_30.mp3" length="8107362" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Dalla fine del regime della famiglia Assad la Russia esce notevolmente ridimensionata nelle sue ambizioni imperiali. Dal 2011 aveva puntato – inizialmente riuscendoci – ad affermare un proprio potere in Medio Oriente, investendo proprio in quella...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Dalla fine del regime della famiglia Assad la Russia esce notevolmente ridimensionata nelle sue ambizioni imperiali. Dal 2011 aveva puntato – inizialmente riuscendoci – ad affermare un proprio potere in Medio Oriente, investendo proprio in quella satrapia alawita che, già ai tempi dell’Unione Sovietica, si caratterizzava come il più affidabile baluardo moscovita in quella tormentata  area del Pianeta. Con il pesantissimo e decisivo intervento a sostegno del traballante governo di Damasco, Vladimir  Putin aveva dato a tutti l’impressione di aver riportato il suo Paese in una posizione di forza anche nello scacchiere  mediorientale. Poi però, probabilmente abbagliato dai suoi sogni di grandezza, l’uomo del Cremlino ha finito per fare il cosiddetto “passo più lungo della gamba”, invadendo l’Ucraina , rivelatasi però, fin da subito, un boccone ben più indigesto di quanto l’ex colonnello del KGB avesse mai immaginato.   Sono ormai quasi tre anni che sacrifica la vita di migliaia e migliaia di suoi soldati senza nulla ottenere di concreto, ma collezionando, anzi, una penosa serie di brutte figure che ne hanno ridimensionato clamorosamente il prestigio, l’autorevolezza e la credibilità a livello internazionale. E se si è ridotto persino a chiedere truppe ai nord coreani, figuriamoci se, in queste ore, avrebbe avuto ancora uomini  in armi da mandare per puntellare il sistema del suo sodale siriano...L’impressione che abbiamo è quella che sia giunto, per Putin, il momento di darsi una bella regolata e di cominciare a rifarsi attentamente i conti in tasca. Conti che, tra l’altro, vanno fatti anche con un rublo che, da quello sciagurato febbraio del 2022, si è svalutato del 25% sul dollaro e che oggi comincia a non essere più accettato come moneta di pagamento neanche dalla Cina e dall’India… L’unica carta che gli resta in mano è quella dell’arsenale atomico, anche se – a meno che non siano completamente folli – anche a Mosca sanno molto bene che un conto e minacciare di usarlo ed un altro è farlo realmente, andando incontro ad un suicidio globale, dal quale la Russia raccoglierebbe soltanto le macerie delle proprie città. E adesso, tra l’altro, entrerà in scena un nuovo interlocutore abituato pragmaticamente a trattare qualsiasi questione – come faceva quando conduceva la trasmissione televisiva “The Apprentice” – prevalentemente sulla base dei profitti e delle perdite. Ai concorrenti che si sottoponevano al suo giudizio imprenditoriale, Donald Trump era spesso costretto a dire “mi dispiace, ma hai fallito”. E proprio riferendosi allo stato di salute del regime putiniano, recentemente il prossimo inquilino della Casa Bianca ha osservato che “Putin deve fermare la guerra perché ha perso” e perché “quando si  perdono 700mila persone, è il momento della pace.” Chissà se, alla fine della favola, Trump si confermerà davvero - come sperato da Putin - un avversario più malleabile di Biden, oppure il piccolo Zar avrà la sgradevolissima sorpresa di sentirsi dire qualcosa del tipo “hai preso solo una piccola fetta di Ucraina e in Siria non conti più niente. Stando così le cose, non penserai mica di essere tu a dettare le condizioni che ti farebbero comodo...”.     ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>203</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/21578f4a1f9028b56293aa4732237665.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>A trent’anni da Budapest | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/a-trent-anni-da-budapest-il-punto-della-settimana--63220280</link><description><![CDATA[Nella settimana che ci lasciamo alle spalle, qualcuno ha voluto ricordare quel 5 dicembre del 1994 in cui, esattamente trent’anni fa, veniva sottoscritto dai massimi rappresentanti di Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Francia e – ironia della sorte – Russia, il cosiddetto “Memorandum di Budapest”: l’accordo diplomatico con il quale i suddetti Paesi si impegnavano a garantire l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, in cambio della cessione al Cremlino, da parte di quest’ultima, delle circa duemila testate nucleari strategiche (e delle altre tremila tattiche) rimaste in suo possesso dopo la fine dell’Unione Sovietica. Si, perché - anche se adesso la cosa può sembrare quasi incredibile - il Paese che attualmente, ogni giorno, per difendersi è costretto ad elemosinare aiuti militari da Londra a Washington, in realtà – se a Budapest non si fosse lasciato ammaliare da promesse pronunciate, evidentemente, con un eccesso di  faciloneria – oggi sarebbe ancora la terza potenza nucleare del mondo...E certo - almeno pensiamo noi - prima di intraprendere “operazioni militari speciali” nei suoi confronti per “denazificarne” la classe politica, Vladimir Putin ci avrebbe pensato ben più di una volta… Non c’è che dire, dalla storia dobbiamo aver imparato davvero pochino se ci stupiamo nell’osservare un Paese nazista e guerrafondaio che rinuncia spontaneamente alla possibilità di minacciare o di aggredire popoli vicini o lontani facendo uso delle sue terribili armi atomiche… Comunque, a motivare anche i Paesi occidentali verso la definizione di un accordo come quello di Budapest, contribuì sicuramente il timore – a quei tempi abbastanza diffuso – che dal frazionamento dell’arsenale nucleare sovietico potessero nascere conflitti e situazioni politicamente ingestibili, qualora  parti di esso fossero finite a disposizione di Stati disinteressati al mantenimento della pace mondiale. E forse, l’ingenuità, dimostrata in quei frangenti dai governi occidentali, può in qualche modo trovare una sorta di giustificazione pure nel fatto che il loro interlocutore moscovita allora si chiamava Boris Eltsin ed era un politico molto diverso da quello che c’è, invece, oggi. Per parte sua, Putin, da ormai una decina d’anni, al fine di giustificare le sue mire espansionistiche verso ovest, sostiene che l’Ucraina di oggi nulla abbia a che vedere con quella di trent’anni fa, essendo, al contrario, uno Stato nuovo e diverso e con il quale la Russia non ha mai firmato alcun documento vincolante. Insomma, considerato come sono andate e come stanno tuttora andando le cose, c’è forse da stupirsi se Zelensky continua a chiedere garanzie più credibili sul fatto che, in futuro, a nessuno verrà nuovamente in mente di invadere il suo Paese?  Putin: “Un nuovo Stato sorge con cui non abbiamo accordi" Il 4 marzo dello stesso anno il presidente russo Vladimir Putin spiega che quella che all’epoca sta avvenendo a Kiev è una sorta di rivoluzione, tale per cui l’Ucraina del 2014 non è lo stesso Stato con cui la Russia aveva firmato il Memorandum 20 anni prima: “Un nuovo Stato sorge, ma con questo Stato e nei suoi confronti noi non abbiamo firmato alcun documento vincolante”.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_08-12-2024_09-09.mp3</guid><pubDate>Sun, 08 Dec 2024 08:09:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/63220280/punto_settimana_08_12_2024_09_09.mp3" length="7243231" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Nella settimana che ci lasciamo alle spalle, qualcuno ha voluto ricordare quel 5 dicembre del 1994 in cui, esattamente trent’anni fa, veniva sottoscritto dai massimi rappresentanti di Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Francia e – ironia della...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nella settimana che ci lasciamo alle spalle, qualcuno ha voluto ricordare quel 5 dicembre del 1994 in cui, esattamente trent’anni fa, veniva sottoscritto dai massimi rappresentanti di Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Francia e – ironia della sorte – Russia, il cosiddetto “Memorandum di Budapest”: l’accordo diplomatico con il quale i suddetti Paesi si impegnavano a garantire l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, in cambio della cessione al Cremlino, da parte di quest’ultima, delle circa duemila testate nucleari strategiche (e delle altre tremila tattiche) rimaste in suo possesso dopo la fine dell’Unione Sovietica. Si, perché - anche se adesso la cosa può sembrare quasi incredibile - il Paese che attualmente, ogni giorno, per difendersi è costretto ad elemosinare aiuti militari da Londra a Washington, in realtà – se a Budapest non si fosse lasciato ammaliare da promesse pronunciate, evidentemente, con un eccesso di  faciloneria – oggi sarebbe ancora la terza potenza nucleare del mondo...E certo - almeno pensiamo noi - prima di intraprendere “operazioni militari speciali” nei suoi confronti per “denazificarne” la classe politica, Vladimir Putin ci avrebbe pensato ben più di una volta… Non c’è che dire, dalla storia dobbiamo aver imparato davvero pochino se ci stupiamo nell’osservare un Paese nazista e guerrafondaio che rinuncia spontaneamente alla possibilità di minacciare o di aggredire popoli vicini o lontani facendo uso delle sue terribili armi atomiche… Comunque, a motivare anche i Paesi occidentali verso la definizione di un accordo come quello di Budapest, contribuì sicuramente il timore – a quei tempi abbastanza diffuso – che dal frazionamento dell’arsenale nucleare sovietico potessero nascere conflitti e situazioni politicamente ingestibili, qualora  parti di esso fossero finite a disposizione di Stati disinteressati al mantenimento della pace mondiale. E forse, l’ingenuità, dimostrata in quei frangenti dai governi occidentali, può in qualche modo trovare una sorta di giustificazione pure nel fatto che il loro interlocutore moscovita allora si chiamava Boris Eltsin ed era un politico molto diverso da quello che c’è, invece, oggi. Per parte sua, Putin, da ormai una decina d’anni, al fine di giustificare le sue mire espansionistiche verso ovest, sostiene che l’Ucraina di oggi nulla abbia a che vedere con quella di trent’anni fa, essendo, al contrario, uno Stato nuovo e diverso e con il quale la Russia non ha mai firmato alcun documento vincolante. Insomma, considerato come sono andate e come stanno tuttora andando le cose, c’è forse da stupirsi se Zelensky continua a chiedere garanzie più credibili sul fatto che, in futuro, a nessuno verrà nuovamente in mente di invadere il suo Paese?  Putin: “Un nuovo Stato sorge con cui non abbiamo accordi" Il 4 marzo dello stesso anno il presidente russo Vladimir Putin spiega che quella che all’epoca sta avvenendo a Kiev è una sorta di rivoluzione, tale per cui l’Ucraina del 2014 non è lo stesso Stato con cui la Russia aveva firmato il Memorandum 20 anni prima: “Un nuovo Stato sorge, ma con questo Stato e nei suoi confronti noi non abbiamo firmato alcun documento vincolante”.    ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>182</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/2088896c7c3fb0d0312f140631ee552b.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Frugali più degli altri | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/frugali-piu-degli-altri-il-punto-della-settimana--63091202</link><description><![CDATA[Consentiteci di godere del fatto che le nuove regole del Patto di Stabilità, giunte ormai alla loro prima applicazione, i maggiori problemi li stiano creando soprattutto ai cosiddetti Paesi “frugali”. Si, proprio a quelle Nazioni che tanto avevano insistito per introdurre misure di controllo sempre più severe per la sorveglianza dei conti pubblici. La Germania, innanzitutto, provata da una crisi politica ed economica senza precedenti negli ultimi cinquant’anni, non è nemmeno stata in grado di presentare alla Commissione europea il suo Piano strutturale di Bilancio: e vale a dire,  il documento con gli impegni obbligatori di spesa da rispettare nei prossimi quattro anni. Ma come se non bastasse, Berlino si è vista persino respingere il Documento programmatico: in altre parole, la manovra di finanza pubblica per il prossimo anno, perché la spesa in esso indicata non è stata giudicata in linea con le direttive raccomandate da Bruxelles.  Peggio ancora è andata per l’Olanda - altro Paese con ambizioni da primo della classe sul controllo dei conti pubblici – che ha dovuto addirittura incassare lo smacco della bocciatura del suo programma, perché sforava al rialzo le indicazioni sul contenimento dei costi. Ma poi, alla lista dei “discoli” si sono aggiunte anche altre presunte medaglie d’oro della contabilità pubblica  come Lussemburgo, Finlandia, l’Estonia e Austria. Per la verità, anche l’Italia non ha certo mai mostrato di apprezzare particolarmente le rigidità del nuovo Patto: tanto è vero che, quando l’anno scorso fu approvato, furono soltanto tre  i nostri europarlamentari a votarlo... Ciò nonostante, il Bel Paese, rispettando i suoi impegni “ con serietà e in silenzio” – tanto per citare le parole usate in proposito dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti - ha ottenuto una non del tutto scontata promozione da parte della Commissione europea. E sia chiaro che non si tratta affatto di impegni da prendere alla leggera, dal momento che il Governo si è vincolato, per il prossimo quinquennio,  a non aumentare la spesa pubblica oltre l’1,5 % medio. Inoltre, ha messo nel dimenticatoio tante irrealizzabili promesse elettorali come il pensionamento con “Quota 41” o la “flat tax”, potendo però certamente contare sul contributo decisivo fornito da un sistema imprenditoriale dotato di spiccate attitudini alla resilienza e da un export che sembra non conoscere battute di arresto.   Pertanto, il rispetto delle regole e la stabilità politica finiranno per conferire, con ogni probabilità, una  maggiore autorevolezza alle opinioni dell’Italia che, ad esempio, in Europa da tempo si è fatta promotrice di istanze che potrebbero, oggettivamente, andare a favore anche della stessa Germania. Si veda - tanto per citare una delle questioni al momento più delicate - quella relativa ai veicoli green, sulla quale  la richiesta  (avanzata per primo dal nostro Paese) di rivedere le scadenze fissate per l’uscita dalla produzione del motore endotermico, potrebbe risultare un’ utile scialuppa di salvataggio non solamente per il comparto automobilistico tricolore, ma anche per le varie Mercedes e Volkswagen, oggi alle prese con dolorose chiusure di stabilimenti e preoccupanti tagli occupazionali.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_01-12-2024_09-09.mp3</guid><pubDate>Sun, 01 Dec 2024 08:09:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/63091202/punto_settimana_01_12_2024_09_09.mp3" length="8252603" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Consentiteci di godere del fatto che le nuove regole del Patto di Stabilità, giunte ormai alla loro prima applicazione, i maggiori problemi li stiano creando soprattutto ai cosiddetti Paesi “frugali”. 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Ma come se non bastasse, Berlino si è vista persino respingere il Documento programmatico: in altre parole, la manovra di finanza pubblica per il prossimo anno, perché la spesa in esso indicata non è stata giudicata in linea con le direttive raccomandate da Bruxelles.  Peggio ancora è andata per l’Olanda - altro Paese con ambizioni da primo della classe sul controllo dei conti pubblici – che ha dovuto addirittura incassare lo smacco della bocciatura del suo programma, perché sforava al rialzo le indicazioni sul contenimento dei costi. Ma poi, alla lista dei “discoli” si sono aggiunte anche altre presunte medaglie d’oro della contabilità pubblica  come Lussemburgo, Finlandia, l’Estonia e Austria. Per la verità, anche l’Italia non ha certo mai mostrato di apprezzare particolarmente le rigidità del nuovo Patto: tanto è vero che, quando l’anno scorso fu approvato, furono soltanto tre  i nostri europarlamentari a votarlo... Ciò nonostante, il Bel Paese, rispettando i suoi impegni “ con serietà e in silenzio” – tanto per citare le parole usate in proposito dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti - ha ottenuto una non del tutto scontata promozione da parte della Commissione europea. E sia chiaro che non si tratta affatto di impegni da prendere alla leggera, dal momento che il Governo si è vincolato, per il prossimo quinquennio,  a non aumentare la spesa pubblica oltre l’1,5 % medio. Inoltre, ha messo nel dimenticatoio tante irrealizzabili promesse elettorali come il pensionamento con “Quota 41” o la “flat tax”, potendo però certamente contare sul contributo decisivo fornito da un sistema imprenditoriale dotato di spiccate attitudini alla resilienza e da un export che sembra non conoscere battute di arresto.   Pertanto, il rispetto delle regole e la stabilità politica finiranno per conferire, con ogni probabilità, una  maggiore autorevolezza alle opinioni dell’Italia che, ad esempio, in Europa da tempo si è fatta promotrice di istanze che potrebbero, oggettivamente, andare a favore anche della stessa Germania. Si veda - tanto per citare una delle questioni al momento più delicate - quella relativa ai veicoli green, sulla quale  la richiesta  (avanzata per primo dal nostro Paese) di rivedere le scadenze fissate per l’uscita dalla produzione del motore endotermico, potrebbe risultare un’ utile scialuppa di salvataggio non solamente per il comparto automobilistico tricolore, ma anche per le varie Mercedes e Volkswagen, oggi alle prese con dolorose chiusure di stabilimenti e preoccupanti tagli occupazionali.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>207</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3106cc30610e40c01c56f7064d4cda95.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La transizione ecologica degli Europei e quella di chi se ne infischia beatamente | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-transizione-ecologica-degli-europei-e-quella-di-chi-se-ne-infischia-beatamente-il-punto-della-settimana--62984551</link><description><![CDATA[La 29esima Conferenze delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (appena conclusa a Baku), si è svolta in un clima di so-stanziale rassegnazione rispetto alla frustrante irrilevanza dei suoi contenuti, vista anche la mancata partecipazione ai lavori di tutti i grandi della Terra, evidentemente molto più attratti da quel contemporaneo G20 di Rio, in cui i temi ambientali non hanno certo conosciuto le luci della ribalta. E magari, a livello di grandi istituzioni internazionali, coordinare un po’ meglio i calendari delle varie iniziative globali non guasterebbe affatto... Ricordiamo, comunque, che l’argomento centrale di questa snobbata Cop 29 verteva sugli approvvigionamenti finanziari necessari per facilitare le transizioni energetiche, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Dalla Conferenza è emerso che per centrare certi ambiziosi obbiettivi occorrerebbe la bellezza di un trilione di dollari: e, per maggiore chiarezza, stiamo parlando di oltre mille miliardi di biglietti verdi che, possiamo immaginare, non saranno poi così facili da mettere insieme… Ma le note meno confortanti non sono, forse, nemmeno quelle inerenti l’improbabile manovra finanziaria che andrebbe affrontata, quanto quelle che riflettono, invece, il mutato atteggiamento - da parte di importanti economie planetarie - nei confronti dei percorsi da seguire verso una transizione ecologica che, al momento, appare sempre meno concreta. A parte l’Argentina che, nella persona del suo pirotecnico presidente, Javier Millei, ha addirittura usato il palcoscenico di Baku per  negare che il cambiamento climatico sia un problema reale, le maggiori preoccupazioni sono, senza dubbio, quelle che ha de-stato la decisione dell’India di non utilizzare più fonti di energia rinnovabili, tornando - per sostituirne il contributo - al vecchio (e ben poco “green”) carbone... Un passo indietro davvero allarmante – sul piano del controllo delle emissioni – da parte di un Paese, le cui prospettive di crescita, da qui alla fine del 2027, sono calcolate nella misura dell’8% annuo. Ed anche la Cina, sebbene abbia recentemente diminuito il suo consumo di carbone, resta, comunque, refrattaria all’accettazione di qualsiasi limite alle produzioni di CO2. Cina, Stati Uniti e India, da soli, costituiscono il 43% delle emissioni mondiali, mentre la nostra Unione Europea, encomiabilmente prima della classe nel campo delle politiche ecologiche, presenta  un dato complessivo che non va oltre il 6%... Un risultato che, indubbiamente, la premia sul terreno della responsabilità  e della consapevolezza dei doveri che ogni Paese dovrebbe osservare pensando al futuro del Pianeta, ma che, purtroppo, dovrà adesso cominciare a fare seria-mente i conti anche con le varie Volkswagen, Stellantis o Mercedes che annunciano chiusure di stabilimenti e tagli all’occupazione.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_24-11-2024_09-09.mp3</guid><pubDate>Sun, 24 Nov 2024 08:09:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/62984551/punto_settimana_24_11_2024_09_09.mp3" length="7932864" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>La 29esima Conferenze delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (appena conclusa a Baku), si è svolta in un clima di so-stanziale rassegnazione rispetto alla frustrante irrilevanza dei suoi contenuti, vista anche la...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La 29esima Conferenze delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (appena conclusa a Baku), si è svolta in un clima di so-stanziale rassegnazione rispetto alla frustrante irrilevanza dei suoi contenuti, vista anche la mancata partecipazione ai lavori di tutti i grandi della Terra, evidentemente molto più attratti da quel contemporaneo G20 di Rio, in cui i temi ambientali non hanno certo conosciuto le luci della ribalta. E magari, a livello di grandi istituzioni internazionali, coordinare un po’ meglio i calendari delle varie iniziative globali non guasterebbe affatto... Ricordiamo, comunque, che l’argomento centrale di questa snobbata Cop 29 verteva sugli approvvigionamenti finanziari necessari per facilitare le transizioni energetiche, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Dalla Conferenza è emerso che per centrare certi ambiziosi obbiettivi occorrerebbe la bellezza di un trilione di dollari: e, per maggiore chiarezza, stiamo parlando di oltre mille miliardi di biglietti verdi che, possiamo immaginare, non saranno poi così facili da mettere insieme… Ma le note meno confortanti non sono, forse, nemmeno quelle inerenti l’improbabile manovra finanziaria che andrebbe affrontata, quanto quelle che riflettono, invece, il mutato atteggiamento - da parte di importanti economie planetarie - nei confronti dei percorsi da seguire verso una transizione ecologica che, al momento, appare sempre meno concreta. A parte l’Argentina che, nella persona del suo pirotecnico presidente, Javier Millei, ha addirittura usato il palcoscenico di Baku per  negare che il cambiamento climatico sia un problema reale, le maggiori preoccupazioni sono, senza dubbio, quelle che ha de-stato la decisione dell’India di non utilizzare più fonti di energia rinnovabili, tornando - per sostituirne il contributo - al vecchio (e ben poco “green”) carbone... Un passo indietro davvero allarmante – sul piano del controllo delle emissioni – da parte di un Paese, le cui prospettive di crescita, da qui alla fine del 2027, sono calcolate nella misura dell’8% annuo. Ed anche la Cina, sebbene abbia recentemente diminuito il suo consumo di carbone, resta, comunque, refrattaria all’accettazione di qualsiasi limite alle produzioni di CO2. Cina, Stati Uniti e India, da soli, costituiscono il 43% delle emissioni mondiali, mentre la nostra Unione Europea, encomiabilmente prima della classe nel campo delle politiche ecologiche, presenta  un dato complessivo che non va oltre il 6%... Un risultato che, indubbiamente, la premia sul terreno della responsabilità  e della consapevolezza dei doveri che ogni Paese dovrebbe osservare pensando al futuro del Pianeta, ma che, purtroppo, dovrà adesso cominciare a fare seria-mente i conti anche con le varie Volkswagen, Stellantis o Mercedes che annunciano chiusure di stabilimenti e tagli all’occupazione.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>199</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/aec4051109759a7e53e0c88026cf7857.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Non tutto il male viene per nuocere? | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/non-tutto-il-male-viene-per-nuocere-il-punto-della-settimana--62679954</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Donald Trump torna, dunque, ad occupare le stanze della Casa Bianca e lo fa in virtù di una vittoria che è andata al di là di quella che, per lui, avrebbe potuto essere ogni più rosea aspettativa.  Tra l’altro, il nuovo presidente, potendo adesso contare sulla duplice maggioranza repubblicana sia al Congresso, che al Senato verrà a fruire di una concentrazione di potere che lo porrà in una posizione  che ben si avvicina a quella di un monarca assoluto: cosa che, almeno in base a quanto ci risulta, non dovrebbe avere precedenti nella storia della democrazia americana.  Resta il fatto che, sebbene questo indiscutibile successo elettorale  possa aver sorpreso molti di noi in Europa, una consistente maggioranza di cittadini americani si è schierata dalla parte di un candidato particolarmente discusso e divisivo e che, al di là delle numerose cause penali che lo vedono tuttora come imputato,   non ha neanche mai riconosciuto serenamente di aver perso le elezioni precedenti. Anzi, forse ha persino ispirato quella goffa imitazione dell’assalto a Palazzo d’Inverno che fu la penosa vicenda di Capitol Hill.  Evidentemente - cosa che le forze anti sovraniste stentano a comprendere anche in altre parti del mondo - impostare una campagna elettorale privilegiando l’attenzione ai diritti civili, rispetto a quella orientata sui diritti e sui problemi sociali paga sempre meno...Quando, come è emerso in questi giorni, il consumatore americano scopre che una confezione di uova che, nel 2020, pagava un dollaro e qualcosa oggi ne costa più di tre, ogni considerazione di carattere etico, culturale, umanitario o filosofico va a farsi benedire, di fronte alle promesse di chi gli garantisce che la capienza del suo portafoglio tornerà ad essere quella dei bei tempi andati (che, comunque, a ben vedere erano quelli di Clinton e non quelli del primo Trump…).  In questo momento, un po’ tutto il Vecchio Continente si domanda quali potranno essere le ripercussioni per i Paesi membri dell’Unione europea (ma anche per il resto del modo) se l’Amministrazione Trump darà sul serio concretezza alle battagliere strategie  preannunciate, in materia di commercio estero, durante la campagna elettorale. Francamente, temiamo che ci sia da aspettarsi ben poco di positivo... tuttavia, se l’introduzione, da parte di Washington,  di certe misure protezionistiche dovesse provocare, soprattutto a Bruxelles, qualche elettroshock in grado di farla rinsavire e finalmente comprendere che è forse giunto il momento di smetterla di recitare la parte della prima della classe - cercando, invece, di recuperare tutte le posizioni ultimamente perse nei settori innovativi rispetto a Usa e Cina – allora, forse, potremmo cominciare a pensare che, come ci ricorda l’antico motto, “non tutto il male viene per nuocere”.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_10-11-2024_09-09.mp3</guid><pubDate>Sun, 10 Nov 2024 08:09:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/62679954/punto_settimana_10_11_2024_09_09.mp3" length="7646562" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Donald Trump torna, dunque, ad occupare le stanze della Casa Bianca e lo fa in virtù di una vittoria che è andata al di là di quella che, per lui, avrebbe potuto essere ogni più rosea aspettativa.  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Resta il fatto che, sebbene questo indiscutibile successo elettorale  possa aver sorpreso molti di noi in Europa, una consistente maggioranza di cittadini americani si è schierata dalla parte di un candidato particolarmente discusso e divisivo e che, al di là delle numerose cause penali che lo vedono tuttora come imputato,   non ha neanche mai riconosciuto serenamente di aver perso le elezioni precedenti. Anzi, forse ha persino ispirato quella goffa imitazione dell’assalto a Palazzo d’Inverno che fu la penosa vicenda di Capitol Hill.  Evidentemente - cosa che le forze anti sovraniste stentano a comprendere anche in altre parti del mondo - impostare una campagna elettorale privilegiando l’attenzione ai diritti civili, rispetto a quella orientata sui diritti e sui problemi sociali paga sempre meno...Quando, come è emerso in questi giorni, il consumatore americano scopre che una confezione di uova che, nel 2020, pagava un dollaro e qualcosa oggi ne costa più di tre, ogni considerazione di carattere etico, culturale, umanitario o filosofico va a farsi benedire, di fronte alle promesse di chi gli garantisce che la capienza del suo portafoglio tornerà ad essere quella dei bei tempi andati (che, comunque, a ben vedere erano quelli di Clinton e non quelli del primo Trump…).  In questo momento, un po’ tutto il Vecchio Continente si domanda quali potranno essere le ripercussioni per i Paesi membri dell’Unione europea (ma anche per il resto del modo) se l’Amministrazione Trump darà sul serio concretezza alle battagliere strategie  preannunciate, in materia di commercio estero, durante la campagna elettorale. Francamente, temiamo che ci sia da aspettarsi ben poco di positivo... tuttavia, se l’introduzione, da parte di Washington,  di certe misure protezionistiche dovesse provocare, soprattutto a Bruxelles, qualche elettroshock in grado di farla rinsavire e finalmente comprendere che è forse giunto il momento di smetterla di recitare la parte della prima della classe - cercando, invece, di recuperare tutte le posizioni ultimamente perse nei settori innovativi rispetto a Usa e Cina – allora, forse, potremmo cominciare a pensare che, come ci ricorda l’antico motto, “non tutto il male viene per nuocere”.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>192</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/de752301c2644f43e3e9636f863619be.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Una riflessione ligure | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/una-riflessione-ligure-il-punto-della-settimana--62594671</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  La vittoria in Liguria di Marco Bucci scompagina i piani di quanti si erano illusi di andare a giocare una partita dall’esito già scontato in partenza. Una partita che, tra l’altro, prevedeva – come evidenziato da non pochi commentatori – anche la grande opportunità di poter calciare qualche rigore verso una porta vuota, visto che due o tre tifosi “amici” avevano già opportunamente provveduto ad ammazzare il portiere della squadra avversaria.  L’improbabile coppia Schlein-Conte è riuscita, invece, a realizzare il capolavoro di far perdere il centro sinistra, nonostante il partito delle manette avesse predisposto le cose in una maniera così favorevole che più favorevole non si poteva…  Noi, per parte nostra, vogliamo sperare che - al di là di certi errori di valutazione che hanno portato il Partito Democratico ad accettare una strategia elettorale sostanzialmente condizionata dalle pretese di un partner che, alla fine dei conti, si è poi rivelato molto più debole di quanto si potesse immaginare - a determinare l’esito di questa tornata elettorale sia stata, soprattutto, la fine di un’era: quella cioè, del populismo giudiziario che, in Liguria, ha subito una battuta d’arresto clamorosa e dalla quale certi signori romani che - da un palco di Piazza De Ferrari animato da  furori giacobini - invocavano (si è poi visto incautamente...) le dimissioni di Toti e le elezioni anticipate, dovrebbero, forse, iniziare a trarre qualche insegnamento... Insomma, puntare tutte le proprie “fiches” sui palazzi di giustizia o sulle trasmissioni (come Report) che vanno in onda nonostante siano  ancora in corso le votazioni, comincia finalmente a pagare pochino…  Le elezioni in Liguria presentavano una valenza che andava ben oltre il rinnovo di un Consiglio regionale, assomigliando, invece, molto più da vicino ad un referendum in cui si chiedeva ai cittadini se fossero favorevoli a che i presidenti degli enti pubblici territoriali vengano nominati (ed eventualmente anche silurati) dalle procure: ebbene i Liguri hanno risposto di no, aggiungendo pure un chiarissimo basta ad ogni forma di pressapochismo giustizialista.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_03-11-2024_09-09.mp3</guid><pubDate>Sun, 03 Nov 2024 08:09:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/62594671/punto_settimana_03_11_2024_09_09.mp3" length="5859786" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  La vittoria in Liguria di Marco Bucci scompagina i piani di quanti si erano illusi di andare a giocare una partita dall’esito già scontato in partenza. Una partita che, tra l’altro, prevedeva – come evidenziato da non pochi...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  La vittoria in Liguria di Marco Bucci scompagina i piani di quanti si erano illusi di andare a giocare una partita dall’esito già scontato in partenza. Una partita che, tra l’altro, prevedeva – come evidenziato da non pochi commentatori – anche la grande opportunità di poter calciare qualche rigore verso una porta vuota, visto che due o tre tifosi “amici” avevano già opportunamente provveduto ad ammazzare il portiere della squadra avversaria.  L’improbabile coppia Schlein-Conte è riuscita, invece, a realizzare il capolavoro di far perdere il centro sinistra, nonostante il partito delle manette avesse predisposto le cose in una maniera così favorevole che più favorevole non si poteva…  Noi, per parte nostra, vogliamo sperare che - al di là di certi errori di valutazione che hanno portato il Partito Democratico ad accettare una strategia elettorale sostanzialmente condizionata dalle pretese di un partner che, alla fine dei conti, si è poi rivelato molto più debole di quanto si potesse immaginare - a determinare l’esito di questa tornata elettorale sia stata, soprattutto, la fine di un’era: quella cioè, del populismo giudiziario che, in Liguria, ha subito una battuta d’arresto clamorosa e dalla quale certi signori romani che - da un palco di Piazza De Ferrari animato da  furori giacobini - invocavano (si è poi visto incautamente...) le dimissioni di Toti e le elezioni anticipate, dovrebbero, forse, iniziare a trarre qualche insegnamento... Insomma, puntare tutte le proprie “fiches” sui palazzi di giustizia o sulle trasmissioni (come Report) che vanno in onda nonostante siano  ancora in corso le votazioni, comincia finalmente a pagare pochino…  Le elezioni in Liguria presentavano una valenza che andava ben oltre il rinnovo di un Consiglio regionale, assomigliando, invece, molto più da vicino ad un referendum in cui si chiedeva ai cittadini se fossero favorevoli a che i presidenti degli enti pubblici territoriali vengano nominati (ed eventualmente anche silurati) dalle procure: ebbene i Liguri hanno risposto di no, aggiungendo pure un chiarissimo basta ad ogni forma di pressapochismo giustizialista.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>147</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/777bfbf275d821047c5355231b3a7c71.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Qualcuno ci spieghi i migranti in Albania | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/qualcuno-ci-spieghi-i-migranti-in-albania-il-punto-della-settimana--62518021</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Al di là delle rissose polemiche che la questione del centro di accoglienza migranti in Albania ha scatenato tra maggioranza e opposizione, c’è, comunque, un qualche cosa, in tutto il sistema architettato dal Governo, di cui sinceramente ci sfugge la ratio.  Se non abbiamo capito male i meccanismi del giocattolo albanese, i migranti dovrebbero trovare soccorso in mare, grazie alle imbarcazioni della  Guardia Costiera o della Marina militare, per poi essere trasferiti nel Centro realizzato in Albania, dove si svolgerebbero le necessarie procedure di accertamento delle identità e dello stato di salute, cui farebbe seguito uno step di valutazione inerente i requisiti previsti per la concessione di asilo e di protezione umanitaria. Chi risulta disporre di tali requisiti viene trasferito in Italia, mentre chi ne è privo dovrebbe, almeno in teoria, essere rimpatriato nel Paese di origine. Opzione, quest’ultima, abbastanza improbabile, considerato che il rimpatrio di un individuo presuppone non solo la conoscenza effettiva del suo Paese di origine (e spesso i migranti arrivano sulle nostre coste senza documenti), ma esige anche che, con quel determinato Stato, sussista  un “accordo di riammissione”. E non è neppure detto che il Paese estero chiamato in causa sia sempre disposto a riaprire le porte di casa a tutti i suoi cittadini.   Naturalmente, il suddetto rimpatrio deve potersi considerare “sicuro” sulla base di criteri che sono stati esplicitati da una Direttiva europea, alla quale, non a caso, hanno fatto riferimento proprio i magistrati che hanno bloccato il trasferimento dei primi migranti al centro albanese.  A questo punto, se non andiamo errati, ci risulta pure che, comunque, l’intesa con l’Albania preveda che chi è ospitato nel Centro in questione non possa rimanervi per oltre 30 giorni, trascorsi i quali deve lasciare il Paese balcanico. Ciò significa però, che chi viene a trovarsi nella infelice condizione di dover essere rispedito verso la terra di provenienza sarà, per forza di cose, condotto in Italia, in attesa di un improbabile rimpatrio che chissà se potrà mai avvenire... Ma allora, la cosa va a finire che tutti i migranti ospitati temporaneamente in Albania, in un modo o nell’altro, prima o poi devono arrivare in Italia...Ma allora non è vero che l’iniziativa del Governo serve a limitare gli sbarchi incontrollati sulle nostre coste...Ma allora c’è qualcuno che riesce a spiegarci le ragioni per le quali è stato ideato un percorso così intricato e costoso, quando, molto più semplicemente, sarebbe bastato portare direttamente i migranti soccorsi in Italia, controllando così – nei nostri uffici già esistenti - chi ha diritto all’accoglienza e chi, invece, deve essere sottoposto a procedura di rimpatrio?  Francamente, abbiamo la sgradevolissima impressione che qualcuno a Roma abbia cercato di venderci molto bene la propria merce...  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_27-10-2024_09-09.mp3</guid><pubDate>Sun, 27 Oct 2024 08:09:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/62518021/punto_settimana_27_10_2024_09_09.mp3" length="7262040" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Al di là delle rissose polemiche che la questione del centro di accoglienza migranti in Albania ha scatenato tra maggioranza e opposizione, c’è, comunque, un qualche cosa, in tutto il sistema architettato dal Governo, di cui...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Al di là delle rissose polemiche che la questione del centro di accoglienza migranti in Albania ha scatenato tra maggioranza e opposizione, c’è, comunque, un qualche cosa, in tutto il sistema architettato dal Governo, di cui sinceramente ci sfugge la ratio.  Se non abbiamo capito male i meccanismi del giocattolo albanese, i migranti dovrebbero trovare soccorso in mare, grazie alle imbarcazioni della  Guardia Costiera o della Marina militare, per poi essere trasferiti nel Centro realizzato in Albania, dove si svolgerebbero le necessarie procedure di accertamento delle identità e dello stato di salute, cui farebbe seguito uno step di valutazione inerente i requisiti previsti per la concessione di asilo e di protezione umanitaria. Chi risulta disporre di tali requisiti viene trasferito in Italia, mentre chi ne è privo dovrebbe, almeno in teoria, essere rimpatriato nel Paese di origine. Opzione, quest’ultima, abbastanza improbabile, considerato che il rimpatrio di un individuo presuppone non solo la conoscenza effettiva del suo Paese di origine (e spesso i migranti arrivano sulle nostre coste senza documenti), ma esige anche che, con quel determinato Stato, sussista  un “accordo di riammissione”. E non è neppure detto che il Paese estero chiamato in causa sia sempre disposto a riaprire le porte di casa a tutti i suoi cittadini.   Naturalmente, il suddetto rimpatrio deve potersi considerare “sicuro” sulla base di criteri che sono stati esplicitati da una Direttiva europea, alla quale, non a caso, hanno fatto riferimento proprio i magistrati che hanno bloccato il trasferimento dei primi migranti al centro albanese.  A questo punto, se non andiamo errati, ci risulta pure che, comunque, l’intesa con l’Albania preveda che chi è ospitato nel Centro in questione non possa rimanervi per oltre 30 giorni, trascorsi i quali deve lasciare il Paese balcanico. Ciò significa però, che chi viene a trovarsi nella infelice condizione di dover essere rispedito verso la terra di provenienza sarà, per forza di cose, condotto in Italia, in attesa di un improbabile rimpatrio che chissà se potrà mai avvenire... Ma allora, la cosa va a finire che tutti i migranti ospitati temporaneamente in Albania, in un modo o nell’altro, prima o poi devono arrivare in Italia...Ma allora non è vero che l’iniziativa del Governo serve a limitare gli sbarchi incontrollati sulle nostre coste...Ma allora c’è qualcuno che riesce a spiegarci le ragioni per le quali è stato ideato un percorso così intricato e costoso, quando, molto più semplicemente, sarebbe bastato portare direttamente i migranti soccorsi in Italia, controllando così – nei nostri uffici già esistenti - chi ha diritto all’accoglienza e chi, invece, deve essere sottoposto a procedura di rimpatrio?  Francamente, abbiamo la sgradevolissima impressione che qualcuno a Roma abbia cercato di venderci molto bene la propria merce...  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>182</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1084e124296164d6aac3aa971c655e76.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La Relatrice speciale | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-relatrice-speciale-il-punto-della-settimana--62427302</link><description><![CDATA[Uno “special rapporteur” è un consulente indipendente che prende parte a gruppi di lavoro che, su mandato del Consiglio per i diritti umani dell’ONU, sono impegnati in “procedure speciali” come, ad esempio, quelle che riguardano la fame nel mondo, il razzismo oppure i martoriati territori palestinesi, sempre al centro non solo di violenti combattimenti militari, ma anche di accese polemiche a livello di diritto internazionale.  Di solito, questi team operativi sono composti da cinque membri, in rappresentanza delle diverse aree del Pianeta. A rappresentare – non abbiamo ancora capito bene se l’Italia, l’Europa o solamente se stessa – nel gruppo di analisi che riferisce su Gaza e Cisgiordania è, dal 2022, una giurista campana che si chiama Francesca Albanese, la quale, ogni volta che rilascia dichiarazioni sulla questione mediorientale, non si può certo dire che faccia sfoggio di quell’imparzialità che ci si potrebbe, invece, aspettare da chi agisce nell’ambito delle Nazioni Unite. Schierata su posizioni decisamente ostili a Israele, già nel suo primo rapporto, la Albanese ha raccomandato agli Stati membri delle Nazioni Unite di sviluppare “un piano per porre fine all’occupazione coloniale israeliana ed al regime di apartheid”, descrivendo, inoltre, gli Stati Uniti come “soggiogati dalla lobby ebraica”. Insomma, concetti che ci sembrano andare d’amore e d’accordo con quelli contenuti nei “Protocolli dei Savi di Sion”: un falso inventato e pubblicato dalla polizia zarista, nel 1903, per diffondere l’odio anti ebraico tra la popolazione russa. Un falso che, non a caso, nei Paesi arabi gode ancora oggi di ampio apprezzamento e di indiscussa credibilità. Francesca Albanese non ha mai fatto mistero di considerare legittima la “resistenza” di Hamas, sebbene ogni tanto – vedi il 7 ottobre – quei birbanti dei suoi miliziani si lascino prendere un tantino la mano dalla voglia di affermare le proprie ragioni...Anzi, essendo Israele quella che lei definisce una “forza occupante”, non ha alcun diritto di difendersi dagli attacchi provenienti dalle zone occupate, Gaza compresa. Peccato che Gaza, prima del terribile pogrom dello scorso autunno, fosse talmente occupata da non conoscere più la presenza di neanche un soldato israeliano dal 2005: anno in cui il governo Sharon aveva deciso non solo il ritiro unilaterale dell’esercito di Tel Aviv, ma anche lo sgombero – con le buone o con le cattive – di tutti gli insediamenti ebraici che, nel corso degli anni, si erano radicati proprio nel territorio della Striscia… Forse, vi stiamo dando l’impressione di accanirci su un argomento che, in fondo, non è poi di così vitale importanza...Il fatto è che certe affermazioni tipiche dell’antisemitismo più classico, già ci danno fastidio quando provengono da sprovveduti manifestanti che ripetono lo slogan “dal fiume al mare” (senza neanche sapere di quali fiumi e di quali mari si tratti), ma ancora di più ci sbalordiscono se a pronunciarle è addirittura una consulente diplomatica dell’ONU, per giunta  di nazionalità italiana... Un aspetto, quest’ultimo, che qualche domandina su come venga selezionato il personale diplomatico nel nostro Paese dovrebbe pure stimolarla… Comunque, lascia sinceramente un certo amaro in bocca il dover subire l’assordante silenzio che la politica e la stampa di casa nostra osservano dinanzi all’imbarazzante partigianeria di questa signora.   ______________________________________  Per i notiziari sempre aggiornati ascoltaci sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_20-10-2024_09-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 20 Oct 2024 07:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/62427302/punto_settimana_20_10_2024_09_07.mp3" length="8599509" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Uno “special rapporteur” è un consulente indipendente che prende parte a gruppi di lavoro che, su mandato del Consiglio per i diritti umani dell’ONU, sono impegnati in “procedure speciali” come, ad esempio, quelle che riguardano la fame nel mondo, il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Uno “special rapporteur” è un consulente indipendente che prende parte a gruppi di lavoro che, su mandato del Consiglio per i diritti umani dell’ONU, sono impegnati in “procedure speciali” come, ad esempio, quelle che riguardano la fame nel mondo, il razzismo oppure i martoriati territori palestinesi, sempre al centro non solo di violenti combattimenti militari, ma anche di accese polemiche a livello di diritto internazionale.  Di solito, questi team operativi sono composti da cinque membri, in rappresentanza delle diverse aree del Pianeta. A rappresentare – non abbiamo ancora capito bene se l’Italia, l’Europa o solamente se stessa – nel gruppo di analisi che riferisce su Gaza e Cisgiordania è, dal 2022, una giurista campana che si chiama Francesca Albanese, la quale, ogni volta che rilascia dichiarazioni sulla questione mediorientale, non si può certo dire che faccia sfoggio di quell’imparzialità che ci si potrebbe, invece, aspettare da chi agisce nell’ambito delle Nazioni Unite. Schierata su posizioni decisamente ostili a Israele, già nel suo primo rapporto, la Albanese ha raccomandato agli Stati membri delle Nazioni Unite di sviluppare “un piano per porre fine all’occupazione coloniale israeliana ed al regime di apartheid”, descrivendo, inoltre, gli Stati Uniti come “soggiogati dalla lobby ebraica”. Insomma, concetti che ci sembrano andare d’amore e d’accordo con quelli contenuti nei “Protocolli dei Savi di Sion”: un falso inventato e pubblicato dalla polizia zarista, nel 1903, per diffondere l’odio anti ebraico tra la popolazione russa. Un falso che, non a caso, nei Paesi arabi gode ancora oggi di ampio apprezzamento e di indiscussa credibilità. Francesca Albanese non ha mai fatto mistero di considerare legittima la “resistenza” di Hamas, sebbene ogni tanto – vedi il 7 ottobre – quei birbanti dei suoi miliziani si lascino prendere un tantino la mano dalla voglia di affermare le proprie ragioni...Anzi, essendo Israele quella che lei definisce una “forza occupante”, non ha alcun diritto di difendersi dagli attacchi provenienti dalle zone occupate, Gaza compresa. Peccato che Gaza, prima del terribile pogrom dello scorso autunno, fosse talmente occupata da non conoscere più la presenza di neanche un soldato israeliano dal 2005: anno in cui il governo Sharon aveva deciso non solo il ritiro unilaterale dell’esercito di Tel Aviv, ma anche lo sgombero – con le buone o con le cattive – di tutti gli insediamenti ebraici che, nel corso degli anni, si erano radicati proprio nel territorio della Striscia… Forse, vi stiamo dando l’impressione di accanirci su un argomento che, in fondo, non è poi di così vitale importanza...Il fatto è che certe affermazioni tipiche dell’antisemitismo più classico, già ci danno fastidio quando provengono da sprovveduti manifestanti che ripetono lo slogan “dal fiume al mare” (senza neanche sapere di quali fiumi e di quali mari si tratti), ma ancora di più ci sbalordiscono se a pronunciarle è addirittura una consulente diplomatica dell’ONU, per giunta  di nazionalità italiana... Un aspetto, quest’ultimo, che qualche domandina su come venga selezionato il personale diplomatico nel nostro Paese dovrebbe pure stimolarla… Comunque, lascia sinceramente un certo amaro in bocca il dover subire l’assordante silenzio che la politica e la stampa di casa nostra osservano dinanzi all’imbarazzante partigianeria di questa signora.   ______________________________________  Per i notiziari sempre aggiornati ascoltaci sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>215</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d5e7e6c2bde604bc3a80d22ebb9ae395.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>7 Ottobre | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/7-ottobre-il-punto-della-settimana--62255551</link><description><![CDATA[Domani è il 7 ottobre. Ed è una ricorrenza che – per chi scrive - si presenta incomprensibilmente  accompagnata da tutta una serie di sondaggi che testimoniano della presa di distanza (se non addirittura della condanna) che le opinioni pubbliche occidentali hanno assunto nei confronti di Israele. Si dirà che, in fondo, non c’è nulla di nuovo...chi di voi, infatti, ricorda un governo israeliano – di destra o di sinistra che fosse – il quale non sia stato, sistematicamente, oggetto di critiche da parte dei media europei qualunque iniziativa prendesse? Abbiamo letto, in queste ore, anche di un autorevole commentatore di casa nostra che, in un suo pamphlet, ha recentemente rimproverato agli Israeliani di essere molto più bravi a muoversi sui campi di battaglia, di quanto lo siano su quelli della comunicazione: forse, a suo giudizio, se avessero pubblicato integralmente i video in cui si vedono dei terroristi esaltati che decapitano bambini e li “cucinano” al forno, certi spiriti sensibili di casa nostra ci avrebbero pensato due volte prima di lasciarsi andare a parlare incautamente di “genocidio” a Gaza. Noi, invece, siamo più pessimisti e, come abbiamo già detto più volte in questa rubrica, pensiamo che per il cittadino medio europeo Israele abbia sempre e comunque torto qualunque cosa faccia, compresa quella che magari egli maggiormente gradirebbe. D’altra parte, circa duemila anni di deicidio, di pozzi avvelenati e di diffusione di pestilenze e malanni di ogni genere, non devono poi risultare così facili da rimuovere dai nostri DNA… Certo la popolazione araba che vive nella Striscia di Gaza (ma pure quella di Cisgiordania), negli ultimi dodici mesi, ha dovuto subire indicibili lutti e sofferenze ed ha pertanto, giustamente, beneficiato di una vastissima solidarietà politica e morale. Sul versante opposto, invece, spiace riscontrare come siano state ben poche le voci pacifiste e umanitarie che – almeno nel nostro Paese – si sono levate per deplorare la pessima abitudine di Hamas di utilizzare i civili come scudi umani per barricare istallazioni militari e depositi di armi che vengono, infatti, quasi sempre collocati in prossimità di scuole ed ospedali. Molto più comodo paragonare Netanyahu a Hitler, mostrando, invece, il più completo disinteresse per i circa cento ostaggi israeliani che, da ormai un anno, sono rinchiusi nei sotterranei di Gaza a fungere da pesantissima moneta di scambio, tenuta nelle sue tasche, dal leader palestinese Yahya Sinwar. Sia chiaro, riteniamo più che legittime le pressioni che Europa e America esercitano su Tel Aviv affinché vengano limitati al massimo i danni a civili ignari ed innocenti, ma – per una più giusta ripartizione dei torti e dei meriti – ci piacerebbe anche che certi estremisti pro-pal, quando indicono una manifestazione, dedicassero un minuto di raccoglimento non soltanto alla memoria di Nasrallah, ma anche a quella delle migliaia di civili siriani che le sue milizie di Hezbollah – unitamente a quelle di Putin – hanno sterminato quando, pochi anni fa, si trattò di sostenere e mantenere in vita quel fulgido esempio di democrazia che è il regime di Bashar el Assad.  Ma si sa, nei confronti dell’ebreo, pesa sempre un pregiudizio ancestrale che, forse, non sarà mai estirpato dalle nostre coscienze.   __________________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_06-10-2024_09-09.mp3</guid><pubDate>Sun, 06 Oct 2024 07:09:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/62255551/punto_settimana_06_10_2024_09_09.mp3" length="8747884" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Domani è il 7 ottobre. 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Abbiamo letto, in queste ore, anche di un autorevole commentatore di casa nostra che, in un suo pamphlet, ha recentemente rimproverato agli Israeliani di essere molto più bravi a muoversi sui campi di battaglia, di quanto lo siano su quelli della comunicazione: forse, a suo giudizio, se avessero pubblicato integralmente i video in cui si vedono dei terroristi esaltati che decapitano bambini e li “cucinano” al forno, certi spiriti sensibili di casa nostra ci avrebbero pensato due volte prima di lasciarsi andare a parlare incautamente di “genocidio” a Gaza. Noi, invece, siamo più pessimisti e, come abbiamo già detto più volte in questa rubrica, pensiamo che per il cittadino medio europeo Israele abbia sempre e comunque torto qualunque cosa faccia, compresa quella che magari egli maggiormente gradirebbe. D’altra parte, circa duemila anni di deicidio, di pozzi avvelenati e di diffusione di pestilenze e malanni di ogni genere, non devono poi risultare così facili da rimuovere dai nostri DNA… Certo la popolazione araba che vive nella Striscia di Gaza (ma pure quella di Cisgiordania), negli ultimi dodici mesi, ha dovuto subire indicibili lutti e sofferenze ed ha pertanto, giustamente, beneficiato di una vastissima solidarietà politica e morale. Sul versante opposto, invece, spiace riscontrare come siano state ben poche le voci pacifiste e umanitarie che – almeno nel nostro Paese – si sono levate per deplorare la pessima abitudine di Hamas di utilizzare i civili come scudi umani per barricare istallazioni militari e depositi di armi che vengono, infatti, quasi sempre collocati in prossimità di scuole ed ospedali. Molto più comodo paragonare Netanyahu a Hitler, mostrando, invece, il più completo disinteresse per i circa cento ostaggi israeliani che, da ormai un anno, sono rinchiusi nei sotterranei di Gaza a fungere da pesantissima moneta di scambio, tenuta nelle sue tasche, dal leader palestinese Yahya Sinwar. Sia chiaro, riteniamo più che legittime le pressioni che Europa e America esercitano su Tel Aviv affinché vengano limitati al massimo i danni a civili ignari ed innocenti, ma – per una più giusta ripartizione dei torti e dei meriti – ci piacerebbe anche che certi estremisti pro-pal, quando indicono una manifestazione, dedicassero un minuto di raccoglimento non soltanto alla memoria di Nasrallah, ma anche a quella delle migliaia di civili siriani che le sue milizie di Hezbollah – unitamente a quelle di Putin – hanno sterminato quando, pochi anni fa, si trattò di sostenere e mantenere in vita quel fulgido esempio di democrazia che è il regime di Bashar el Assad.  Ma si sa, nei confronti dell’ebreo, pesa sempre un pregiudizio ancestrale che, forse, non sarà mai estirpato dalle nostre coscienze.   __________________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>219</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/f629f10b9506271b773367616cb00777.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>A trent’anni dall’autogol di Budapest | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/a-trent-anni-dall-autogol-di-budapest-il-punto-della-settimana--62152422</link><description><![CDATA[Mentre, anche ai massimi livelli di responsabilità politica, le minacce di fare ricorso all’uso di armi nucleari si stanno facendo sempre più frequenti, si avvicina – ormai è solo questione di due mesi – il giorno in cui, se il Pianeta fosse abitato da individui meno irresponsabili, si dovrebbe celebrare il trentennale del cosiddetto Memorandum di Budapest. E stiamo pensando a quel 5 dicembre del 1994 in cui, per cercare di mettere sotto un controllo unico quella parte dell’ex arsenale atomico sovietico che era rimasta al di fuori dei confini russi, Stati Uniti e Gran Bretagna convinsero l’Ucraina a smantellare le proprie testate (per l’esattezza erano cinquemila e costituivano all’epoca il terzo arsenale presente sulla faccia della Terra) ed a consegnarle alla Russia.  In cambio le due potenze anglofone si facevano garanti,  unitamente - vi preghiamo di non ridere – alla Russia, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale del Paese. In questo modo, tutto il formidabile potenziale distruttivo che Kiev aveva ereditato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, fece ritorno, nel giro di due anni, a quella che, in linea di massima, poteva essere considerata la “casa madre” moscovita. Strana – non c’è che dire – questa remissività da parte di una Nazione nazista e guerrafondaia come quella che i missili di Putin, da oltre trenta mesi, stanno cercando invano di “denazificare”, liberandola dal giogo immorale (e, si dice, addirittura satanico) impostole dalla cricca di Volodymiyr Zelensky... Col senno del poi, possiamo oggi affermare che il Memorandum del 1994 riveste, comunque, una certa importanza, se non altro perché aiuta a smentire certe argomentazioni del Cremlino, in base alle quali l’ Operazione Speciale Militare sarebbe essenzialmente scaturita da un’esigenza di autotutela - sentita “obtorto collo” dalla pacifica Federazione Russa - dinanzi alla crescente aggressività dell’Occidente. In realtà, a ben vedere, nonostante qualcuno (anche particolarmente autorevole) abbia, ultimamente, avuto l’impressione di udire “la NATO abbaiare al confine russo”, saremmo davvero curiosi di farci spiegare – soprattutto dai putiniani di casa nostra – per quale motivo chi avesse veramente voluto creare un grosso problema militare al Cremlino, lo avrebbe fatto arricchendolo di migliaia di bombe atomiche aggiuntive...In altre parole, ci pare che, vista la piega che hanno preso nel tempo i rapporti russo – ucraini, oggi il governo di Mosca dovrebbe soltanto ringraziare di cuore sia la Casa Bianca, che la dimora di Downing Street per l’incauto autogol che esse stesse si fecero a Budapest trent’anni fa. Pensiamo, infatti, che, se gli Ucraini rappresentassero ancora la terza potenza nucleare del mondo, ben difficilmente  qualcuno si sarebbe sognato adesso di andarli ad attaccare.  La verità è, quindi, quella che se, in questo momento, Putin si è trovato nella condizione di poter dare impunemente il via libera alle sue aspirazioni di carattere imperiale, lo deve proprio al fatto che la NATO intera, per troppi anni, ne ha frainteso le reali intenzioni, arrivando persino a disarmare un Paese dai confini fragili come l’Ucraina.   __________________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_29-09-2024_09-09.mp3</guid><pubDate>Sun, 29 Sep 2024 07:09:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/62152422/punto_settimana_29_09_2024_09_09.mp3" length="8718627" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Mentre, anche ai massimi livelli di responsabilità politica, le minacce di fare ricorso all’uso di armi nucleari si stanno facendo sempre più frequenti, si avvicina – ormai è solo questione di due mesi – il giorno in cui, se il Pianeta fosse abitato...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mentre, anche ai massimi livelli di responsabilità politica, le minacce di fare ricorso all’uso di armi nucleari si stanno facendo sempre più frequenti, si avvicina – ormai è solo questione di due mesi – il giorno in cui, se il Pianeta fosse abitato da individui meno irresponsabili, si dovrebbe celebrare il trentennale del cosiddetto Memorandum di Budapest. E stiamo pensando a quel 5 dicembre del 1994 in cui, per cercare di mettere sotto un controllo unico quella parte dell’ex arsenale atomico sovietico che era rimasta al di fuori dei confini russi, Stati Uniti e Gran Bretagna convinsero l’Ucraina a smantellare le proprie testate (per l’esattezza erano cinquemila e costituivano all’epoca il terzo arsenale presente sulla faccia della Terra) ed a consegnarle alla Russia.  In cambio le due potenze anglofone si facevano garanti,  unitamente - vi preghiamo di non ridere – alla Russia, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale del Paese. In questo modo, tutto il formidabile potenziale distruttivo che Kiev aveva ereditato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, fece ritorno, nel giro di due anni, a quella che, in linea di massima, poteva essere considerata la “casa madre” moscovita. Strana – non c’è che dire – questa remissività da parte di una Nazione nazista e guerrafondaia come quella che i missili di Putin, da oltre trenta mesi, stanno cercando invano di “denazificare”, liberandola dal giogo immorale (e, si dice, addirittura satanico) impostole dalla cricca di Volodymiyr Zelensky... Col senno del poi, possiamo oggi affermare che il Memorandum del 1994 riveste, comunque, una certa importanza, se non altro perché aiuta a smentire certe argomentazioni del Cremlino, in base alle quali l’ Operazione Speciale Militare sarebbe essenzialmente scaturita da un’esigenza di autotutela - sentita “obtorto collo” dalla pacifica Federazione Russa - dinanzi alla crescente aggressività dell’Occidente. In realtà, a ben vedere, nonostante qualcuno (anche particolarmente autorevole) abbia, ultimamente, avuto l’impressione di udire “la NATO abbaiare al confine russo”, saremmo davvero curiosi di farci spiegare – soprattutto dai putiniani di casa nostra – per quale motivo chi avesse veramente voluto creare un grosso problema militare al Cremlino, lo avrebbe fatto arricchendolo di migliaia di bombe atomiche aggiuntive...In altre parole, ci pare che, vista la piega che hanno preso nel tempo i rapporti russo – ucraini, oggi il governo di Mosca dovrebbe soltanto ringraziare di cuore sia la Casa Bianca, che la dimora di Downing Street per l’incauto autogol che esse stesse si fecero a Budapest trent’anni fa. Pensiamo, infatti, che, se gli Ucraini rappresentassero ancora la terza potenza nucleare del mondo, ben difficilmente  qualcuno si sarebbe sognato adesso di andarli ad attaccare.  La verità è, quindi, quella che se, in questo momento, Putin si è trovato nella condizione di poter dare impunemente il via libera alle sue aspirazioni di carattere imperiale, lo deve proprio al fatto che la NATO intera, per troppi anni, ne ha frainteso le reali intenzioni, arrivando persino a disarmare un Paese dai confini fragili come l’Ucraina.   __________________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>218</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/4ab2dbffac7b71a103bf2e3ec2afe5c6.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Chirurgia e guerra | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/chirurgia-e-guerra-il-punto-della-settimana--62063677</link><description><![CDATA[Un atto di guerra è un atto di guerra e, sebbene gli eserciti di alcuni Paesi si sforzino (o, comunque, dichiarino) di condurre delle operazioni militari che siano il più possibile “chirurgiche”, quasi sempre sul campo rimangono anche molte vittime civili, bambini compresi. Persino quell’incredibile capolavoro di abbinamento tra le potenzialità del sapere tecnologico e le esigenze belliche - compiuto in questi giorni dai servizi segreti israeliani - qualche vita innocente l’ha purtroppo sacrificata. Certamente niente in confronto alle carneficine alle quali assistiamo quotidianamente a Gaza o in Ucraina, ma - tanto per fare un esempio - una bambina, che ha avuto il solo torto di trovarsi vicino al padre nel momento in cui è esploso il suo cerca persone, non giocherà mai più. Tuttavia, anche chi da sempre è schierato pregiudizialmente contro  le ragioni di Israele, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere che raramente (o, forse, mai) ci è stato dato di osservare un’azione di guerra portata a termine con una precisione così stupefacente e millimetrica: in questo caso, ad essere colpiti sono stati infatti, in maniera pressoché esclusiva, proprio e soltanto i militanti di quell’ organizzazione sciita che, tempestando da anni i confini a nord dello Stato ebraico (con missili di provenienza iraniana), ha costretto la bellezza di 60mila suoi cittadini ad abbandonare le loro case per non fare anch’essi una fine “simil 7 ottobre”...Si, perché non va dimenticato che sia gli ayatollah di Teheran, che i loro amichetti di Hezbollah e di Hamas non fanno affatto mistero di puntare inesorabilmente alla distruzione dello Stato di Israele e allo sterminio della sua popolazione. Ma su questo tema, ci siamo già intrattenuti in passato. L’aspetto che ci interessa oggi segnalare è, invece, quello che riguarda le innumerevoli voci critiche che si sono levate, in svariati ambienti politici e culturali di tutta Europa, per deplorare un’operazione militare che, in realtà, si è rivelata talmente “chirurgica” che più “chirurgica” non si poteva neanche immaginare... E dietro a questo atteggiamento che va dalla plateale alla velata condanna di tutto ciò che fa Israele – anche se ci regalasse un milione di euro a testa – ci sembra difficile non scorgere il pregiudizio anti semita secondo il quale non importa quali mezzi Tel Aviv adotti per difendersi, perché, alla fine della favola, quello che si vuole veramente negare è proprio il diritto stesso di Israele a reagire ed in definitiva ad esistere. Il tutto in un contesto geopolitico che ben poco assomiglia ad un salotto del Settecento, ma riproduce, invece, molto da vicino, un’arena – quale da sempre è quella mediorientale – in cui a prevalere non è esattamente la capacità di farsi amare, quanto quella di farsi temere e rispettare. E se Paesi come l’Egitto e la Giordania, dopo decenni di conflittualità, hanno poi deciso di riconoscere diplomaticamente lo Stato ebraico - rinunciando così a combatterlo - non è certo perché si siano sinceramente ricreduti sulla legittimità storica e politica di Israele, ma molto più semplicemente perché hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco, dinanzi alla sua superiorità militare.    Questa è, pertanto, la logica cinica, ma irrinunciabile che presiede allo spettacolare gioco di prestigio che, in queste ore, ha lasciato completamente sbigottito tutto lo scacchiere mediorientale.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_22-09-2024_09-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 22 Sep 2024 07:00:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/62063677/punto_settimana_22_09_2024_09_00.mp3" length="8935966" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Un atto di guerra è un atto di guerra e, sebbene gli eserciti di alcuni Paesi si sforzino (o, comunque, dichiarino) di condurre delle operazioni militari che siano il più possibile “chirurgiche”, quasi sempre sul campo rimangono anche molte vittime...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Un atto di guerra è un atto di guerra e, sebbene gli eserciti di alcuni Paesi si sforzino (o, comunque, dichiarino) di condurre delle operazioni militari che siano il più possibile “chirurgiche”, quasi sempre sul campo rimangono anche molte vittime civili, bambini compresi. Persino quell’incredibile capolavoro di abbinamento tra le potenzialità del sapere tecnologico e le esigenze belliche - compiuto in questi giorni dai servizi segreti israeliani - qualche vita innocente l’ha purtroppo sacrificata. Certamente niente in confronto alle carneficine alle quali assistiamo quotidianamente a Gaza o in Ucraina, ma - tanto per fare un esempio - una bambina, che ha avuto il solo torto di trovarsi vicino al padre nel momento in cui è esploso il suo cerca persone, non giocherà mai più. Tuttavia, anche chi da sempre è schierato pregiudizialmente contro  le ragioni di Israele, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere che raramente (o, forse, mai) ci è stato dato di osservare un’azione di guerra portata a termine con una precisione così stupefacente e millimetrica: in questo caso, ad essere colpiti sono stati infatti, in maniera pressoché esclusiva, proprio e soltanto i militanti di quell’ organizzazione sciita che, tempestando da anni i confini a nord dello Stato ebraico (con missili di provenienza iraniana), ha costretto la bellezza di 60mila suoi cittadini ad abbandonare le loro case per non fare anch’essi una fine “simil 7 ottobre”...Si, perché non va dimenticato che sia gli ayatollah di Teheran, che i loro amichetti di Hezbollah e di Hamas non fanno affatto mistero di puntare inesorabilmente alla distruzione dello Stato di Israele e allo sterminio della sua popolazione. Ma su questo tema, ci siamo già intrattenuti in passato. L’aspetto che ci interessa oggi segnalare è, invece, quello che riguarda le innumerevoli voci critiche che si sono levate, in svariati ambienti politici e culturali di tutta Europa, per deplorare un’operazione militare che, in realtà, si è rivelata talmente “chirurgica” che più “chirurgica” non si poteva neanche immaginare... E dietro a questo atteggiamento che va dalla plateale alla velata condanna di tutto ciò che fa Israele – anche se ci regalasse un milione di euro a testa – ci sembra difficile non scorgere il pregiudizio anti semita secondo il quale non importa quali mezzi Tel Aviv adotti per difendersi, perché, alla fine della favola, quello che si vuole veramente negare è proprio il diritto stesso di Israele a reagire ed in definitiva ad esistere. Il tutto in un contesto geopolitico che ben poco assomiglia ad un salotto del Settecento, ma riproduce, invece, molto da vicino, un’arena – quale da sempre è quella mediorientale – in cui a prevalere non è esattamente la capacità di farsi amare, quanto quella di farsi temere e rispettare. E se Paesi come l’Egitto e la Giordania, dopo decenni di conflittualità, hanno poi deciso di riconoscere diplomaticamente lo Stato ebraico - rinunciando così a combatterlo - non è certo perché si siano sinceramente ricreduti sulla legittimità storica e politica di Israele, ma molto più semplicemente perché hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco, dinanzi alla sua superiorità militare.    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Di questi, quello dell’automotive è certamente uno dei casi più inquietanti.  I Tedeschi hanno accolto questa eventualità con grande stupore, poiché sarebbe, infatti, la prima volta che, in 87 anni della sua storia, la Casa di Wolfsburg procederebbe alla chiusura di una fabbrica in patria.  D’altra parte, i vertici dell’ Azienda - che comprende anche marchi quali Audi, SEAT, Skoda, Bentley, Lamborghini, Porsche e Ducati - hanno testualmente affermato che “la Germania come sede di produzione di auto sta perdendo terreno in termini di competitività e che il clima economico è diventato ancora più difficile, mentre nuovi operatori stanno entrando in Europa”. Ed è proprio quello della “perdita di competitività” dell’industria continentale  l’argomento che non possiamo ulteriormente trascurare o sottovalutare, senza rischiare una completa debacle delle nostre economie e dei nostri modelli sociali. Di conseguenza, è pertanto altamente sperabile che, anche a prescindere dalle raccomandazioni di Mario Draghi, qualcuno a Bruxelles incominci a riflettere seriamente sui guai in cui ci siamo cacciati e su come pragmaticamente cercare di porvi rimedio. Ed a questo proposito, giudichiamo positivo il fatto che, proprio in Germania, non pochi esponenti della CDU (il partito di orientamento cristiano – moderato che esprime, tra l’altro, anche la stessa Ursula von der Leyen) abbiano cominciato ad avanzare richieste affinché l’Unione Europea ripensi la scadenza – prevista per il 2035 - relativamente all’eliminazione delle auto con motore endotermico. Effettivamente, la crociata condotta contro le motorizzazioni tradizionali può, senz’altro, essere considerata come un esempio tipico dei guasti causati da quell’estremismo ideologico / ambientalista che ha guidato almeno dieci anni di decisioni europee, incurante delle conseguenze catastrofiche che da esse sarebbero derivate a tutto il comparto della produzione automobilistica. E non è che i costruttori di auto europei siano diventati improvvisamente degli incapaci...piuttosto dobbiamo, invece, denunciare i contesti penalizzanti in cui, loro malgrado, sono costretti ad operare. Davvero possiamo pretendere che rimangano competitivi anche di fronte ad una concorrenza asiatica che - proprio come avviene per i veicoli elettrici - può sistematicamente contare sulla distribuzione di sussidi e aiuti pubblici di ogni genere?  Per molti settori dell’industria europea servono, dunque, misure urgenti e concrete di protezione, se si vuole evitare che questi spariscano in pochi anni, con tutte le conseguenze economiche e sociali che non è difficile immaginare... E, nel sostenere la necessità di introdurre alcune forme di tutela delle nostre produzioni industriali, ci sentiamo autorevolmente confortati anche da quanto, a inizio settimana, abbiamo potuto leggere nel Rapporto sul rilancio dell’economia continentale, la cui stesura, nei mesi scorsi, la  Commissione UE aveva affidato proprio all’uomo del “whatever it takes”, destinato, evidentemente, a dover recitare ancora una volta la parte del “salvatore della patria”...]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_15-09-2024_11-31.mp3</guid><pubDate>Sun, 15 Sep 2024 09:31:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/61712900/punto_settimana_15_09_2024_11_31.mp3" length="8959999" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  La chiusura di stabilimenti di produzione in Germania - fatta recentemente balenare dalla Volkswagen - suona come una sorta di assordante campanello di allarme circa lo stato di profonda crisi in cui troppi anni di politiche...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  La chiusura di stabilimenti di produzione in Germania - fatta recentemente balenare dalla Volkswagen - suona come una sorta di assordante campanello di allarme circa lo stato di profonda crisi in cui troppi anni di politiche velleitarie e ideologizzate (praticate nell’Unione europea) hanno precipitato vasti settori dell’industria comunitaria. Di questi, quello dell’automotive è certamente uno dei casi più inquietanti.  I Tedeschi hanno accolto questa eventualità con grande stupore, poiché sarebbe, infatti, la prima volta che, in 87 anni della sua storia, la Casa di Wolfsburg procederebbe alla chiusura di una fabbrica in patria.  D’altra parte, i vertici dell’ Azienda - che comprende anche marchi quali Audi, SEAT, Skoda, Bentley, Lamborghini, Porsche e Ducati - hanno testualmente affermato che “la Germania come sede di produzione di auto sta perdendo terreno in termini di competitività e che il clima economico è diventato ancora più difficile, mentre nuovi operatori stanno entrando in Europa”. Ed è proprio quello della “perdita di competitività” dell’industria continentale  l’argomento che non possiamo ulteriormente trascurare o sottovalutare, senza rischiare una completa debacle delle nostre economie e dei nostri modelli sociali. Di conseguenza, è pertanto altamente sperabile che, anche a prescindere dalle raccomandazioni di Mario Draghi, qualcuno a Bruxelles incominci a riflettere seriamente sui guai in cui ci siamo cacciati e su come pragmaticamente cercare di porvi rimedio. Ed a questo proposito, giudichiamo positivo il fatto che, proprio in Germania, non pochi esponenti della CDU (il partito di orientamento cristiano – moderato che esprime, tra l’altro, anche la stessa Ursula von der Leyen) abbiano cominciato ad avanzare richieste affinché l’Unione Europea ripensi la scadenza – prevista per il 2035 - relativamente all’eliminazione delle auto con motore endotermico. Effettivamente, la crociata condotta contro le motorizzazioni tradizionali può, senz’altro, essere considerata come un esempio tipico dei guasti causati da quell’estremismo ideologico / ambientalista che ha guidato almeno dieci anni di decisioni europee, incurante delle conseguenze catastrofiche che da esse sarebbero derivate a tutto il comparto della produzione automobilistica. E non è che i costruttori di auto europei siano diventati improvvisamente degli incapaci...piuttosto dobbiamo, invece, denunciare i contesti penalizzanti in cui, loro malgrado, sono costretti ad operare. Davvero possiamo pretendere che rimangano competitivi anche di fronte ad una concorrenza asiatica che - proprio come avviene per i veicoli elettrici - può sistematicamente contare sulla distribuzione di sussidi e aiuti pubblici di ogni genere?  Per molti settori dell’industria europea servono, dunque, misure urgenti e concrete di protezione, se si vuole evitare che questi spariscano in pochi anni, con tutte le conseguenze economiche e sociali che non è difficile immaginare... E, nel sostenere la necessità di introdurre alcune forme di tutela delle nostre produzioni industriali, ci sentiamo autorevolmente confortati anche da quanto, a inizio settimana, abbiamo potuto leggere nel Rapporto sul rilancio dell’economia continentale, la cui stesura, nei mesi scorsi, la  Commissione UE aveva affidato proprio all’uomo del “whatever it takes”, destinato, evidentemente, a dover recitare ancora una volta la parte del “salvatore della patria”...]]></itunes:summary><itunes:duration>224</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/cd237e11620ee1590010c04b905e8eea.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Più concretezze e meno sogni a Bruxelles | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/piu-concretezze-e-meno-sogni-a-bruxelles-il-punto-della-settimana--60477442</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Come è noto, la presidenza uscente della Commissione europea, prima di dirci addio (anche se, forse, sarà un arrivederci) ha affidato a Mario Draghi l’incarico di elaborare una strategia volta al recupero della competitività dell’economia comunitaria sugli scenari globali. E da alcune premesse che l’ex governatore della BCE ha lasciato filtrare in tempi recenti, possiamo ipotizzare che il farmaco sul quale si baserà la sua terapia sarà, essenzialmente, quello che si prepara utilizzando una molecola chiamata “crescita”. Può sembrare ovvio e banale il pensare che, per progredire e per realizzare anche i suoi progetti più ambiziosi (come la decarbonizzazione o il mantenimento di elevati standard di welfare), un Continente abbia soprattutto bisogno di crescere economicamente...  purtroppo però – almeno negli ultimi anni – le istituzioni europee hanno, frequentemente, dato l’impressione di non riuscire più a comprendere questa cosa in maniera adeguata. Da un lato, infatti, le politiche dell’Unione sono state, spesso e volentieri, troppo condizionate dall’ossessivo richiamo all’ austerità finanziaria ed agli inflessibili equilibri di bilancio imposti dai cosiddetti “Paesi frugali”, mentre dall’altro, a far loro smarrire la strada del pragmatismo e del buon senso, ha disastrosamente contribuito l’affermarsi – a livello sia politico, che tecnocratico - di un estremismo ambientalista, per il quale ogni ragionevole richiamo alle normali esigenze di crescita industriale sembrava assumere i connotati di un’autentica bestemmia.  Intendiamo dire che, almeno nell’ultimo  quinquennio, associare le attività industriali all’inquinamento o alla distruzione della natura sembrava essere divenuto l’argomento più scontato ed incontestabile d’Europa...Al punto che qualche cervello particolarmente acuto si è spinto fino ad auspicare, per il nostro futuro, una sorta di  “decrescita felice”...  Di conseguenza, considerato il contesto tutt’altro che agevole in cui dovrà muoversi la prossima Commissione UE, ci pare opportuno che essa ricominci, finalmente, a guardare alla crescita economica ed industriale come ad un fenomeno oggettivo, indispensabile e privo di colorazioni politiche, trattandosi, in realtà, dell’unico strumento efficace di cui possiamo, eventualmente, disporre per contrastare una decadenza europea che è in fase già ben avanzata e che, se lasciata indisturbata, ad altro non porterà se non a disoccupazione e miseria.  Smettiamo, quindi – e lo chiediamo soprattutto ad una Sinistra che pare infischiarsene beatamente di quello che sta capitando alle imprese e di riflesso ai lavoratori – di inseguire certi sogni (per ora irrealizzabili) tipici del green deal, per concentrarci, invece, sulla prova di sopravvivenza che il Vecchio Continente è oggi chiamato ad affrontare se non vuole rimanere del tutto soffocato dal gap industriale che, dall’inizio del nuovo Millennio, ha colpevolmente accumulato nei confronti di Cina e Stati Uniti.  ___________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito:  https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio:  Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_23-06-2024_09-09.mp3</guid><pubDate>Sun, 23 Jun 2024 07:09:39 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/60477442/punto_settimana_23_06_2024_09_09.mp3" length="7704031" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Come è noto, la presidenza uscente della Commissione europea, prima di dirci addio (anche se, forse, sarà un arrivederci) ha affidato a Mario Draghi l’incarico di elaborare una strategia volta al recupero della competitività...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Come è noto, la presidenza uscente della Commissione europea, prima di dirci addio (anche se, forse, sarà un arrivederci) ha affidato a Mario Draghi l’incarico di elaborare una strategia volta al recupero della competitività dell’economia comunitaria sugli scenari globali. E da alcune premesse che l’ex governatore della BCE ha lasciato filtrare in tempi recenti, possiamo ipotizzare che il farmaco sul quale si baserà la sua terapia sarà, essenzialmente, quello che si prepara utilizzando una molecola chiamata “crescita”. Può sembrare ovvio e banale il pensare che, per progredire e per realizzare anche i suoi progetti più ambiziosi (come la decarbonizzazione o il mantenimento di elevati standard di welfare), un Continente abbia soprattutto bisogno di crescere economicamente...  purtroppo però – almeno negli ultimi anni – le istituzioni europee hanno, frequentemente, dato l’impressione di non riuscire più a comprendere questa cosa in maniera adeguata. Da un lato, infatti, le politiche dell’Unione sono state, spesso e volentieri, troppo condizionate dall’ossessivo richiamo all’ austerità finanziaria ed agli inflessibili equilibri di bilancio imposti dai cosiddetti “Paesi frugali”, mentre dall’altro, a far loro smarrire la strada del pragmatismo e del buon senso, ha disastrosamente contribuito l’affermarsi – a livello sia politico, che tecnocratico - di un estremismo ambientalista, per il quale ogni ragionevole richiamo alle normali esigenze di crescita industriale sembrava assumere i connotati di un’autentica bestemmia.  Intendiamo dire che, almeno nell’ultimo  quinquennio, associare le attività industriali all’inquinamento o alla distruzione della natura sembrava essere divenuto l’argomento più scontato ed incontestabile d’Europa...Al punto che qualche cervello particolarmente acuto si è spinto fino ad auspicare, per il nostro futuro, una sorta di  “decrescita felice”...  Di conseguenza, considerato il contesto tutt’altro che agevole in cui dovrà muoversi la prossima Commissione UE, ci pare opportuno che essa ricominci, finalmente, a guardare alla crescita economica ed industriale come ad un fenomeno oggettivo, indispensabile e privo di colorazioni politiche, trattandosi, in realtà, dell’unico strumento efficace di cui possiamo, eventualmente, disporre per contrastare una decadenza europea che è in fase già ben avanzata e che, se lasciata indisturbata, ad altro non porterà se non a disoccupazione e miseria.  Smettiamo, quindi – e lo chiediamo soprattutto ad una Sinistra che pare infischiarsene beatamente di quello che sta capitando alle imprese e di riflesso ai lavoratori – di inseguire certi sogni (per ora irrealizzabili) tipici del green deal, per concentrarci, invece, sulla prova di sopravvivenza che il Vecchio Continente è oggi chiamato ad affrontare se non vuole rimanere del tutto soffocato dal gap industriale che, dall’inizio del nuovo Millennio, ha colpevolmente accumulato nei confronti di Cina e Stati Uniti.  ___________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito:  https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio:  Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>193</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3d449a88ee91bb2d994a6ad02416a72c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Franz Kafka sotto la Lanterna? | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/franz-kafka-sotto-la-lanterna-il-punto-della-settimana--60400202</link><description><![CDATA[È, dunque, stata respinta l’istanza di revoca degli arresti domiciliari avanzata da parte del legale di Giovanni Toti.  Nell’ordinanza con la quale il gip del capoluogo ligure, Paola Faggioni, boccia la richiesta depositata dall’avvocato Srefano Savi il 10 giugno scorso, si argomenta, infatti, che “è evidente, anche alla luce dei recenti sviluppi investigativi, la permanenza del pericolo che ‘indagato possa reiterare analoghe condotte - peraltro ritenute pienamente legittime e corrette dal predetto - in vista delle prossime competizioni elettorali regionali del 2025 “. Inoltre, aggiunge la dottoressa Faggioni,  lo stesso Toti “continua tuttora a rivestire le medesime funzioni e le cariche pubblicistiche, con conseguente possibilità che le stesse vengano nuovamente messe al servizio di interessi privati in cambio di finanziamenti”. In sostanza, il giudice per le indagini preliminari condivide – scusate il gioco di parole – “in toto” le posizioni già espresse dalla Procura di Genova, secondo cui la revoca dei domiciliari consentirebbe al governatore della Regione di riprendere indisturbato ad inquinare le prove o a ripetere i reati che gli vengono attribuiti, proprio in virtù della funzione pubblica che – cerchiamo di non dimenticarlo – gli deriva dal voto espresso dalla maggioranza dei Liguri. In altre parole, Giovanni Toti, una volta tornato libero, potrebbe riprendere la sua presunta attività delinquenziale proprio governando...Ne consegue che, se il malcapitato uomo politico desidera tornare a “riveder le stelle”, non può fare altro che dimettersi e rinunciare così alla sua carica elettiva. E qui però, ci vengono spontanee un paio di riflessioni, poiché se davvero i magistrati genovesi considerano la rinuncia alla presidenza della Regione Liguria come la condizione sine qua non per sanare una situazione che impone il ricorso alle misure cautelari, allora vuol dire che per loro le scelte dei cittadini che votano contano veramente poco...Anche perché – e, per favore,  non dimentichiamolo – stiamo ancora parlando di “ipotesi di reati” e non di reati effettivamente accertati, dal momento che, in circa quattro anni di indagini, non è ancora stata rinvenuta alcuna “pistola fumante”...Stiamo, quindi, provando la sgradevolissima sensazione di trovarci in presenza di un possibile attacco, nei confronti della politica, da parte di una magistratura che  sembra arrogarsi il diritto di determinare gli assetti delle istituzioni pubbliche. Pertanto, Giovanni Toti, se vuole riacquistare la sua libertà, deve necessariamente dire addio alla vita politica...Poi, magari tra dieci anni, uscirà da questa kafkiana vicenda con una bella assoluzione in ogni grado di giudizio, ma intanto, se rimane fermo nei suoi convincimenti e nelle sue posizioni, i domiciliari, per lui, dureranno ancora lungo, almeno fino alle Regionali del 2025...e poi chissà... gli venisse mai in mente di candidarsi alle Politiche del 2027?  _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio:  https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_16-06-2024_09-09.mp3</guid><pubDate>Sun, 16 Jun 2024 07:09:02 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/60400202/punto_settimana_16_06_2024_09_09.mp3" length="7507591" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>È, dunque, stata respinta l’istanza di revoca degli arresti domiciliari avanzata da parte del legale di Giovanni Toti.  Nell’ordinanza con la quale il gip del capoluogo ligure, Paola Faggioni, boccia la richiesta depositata dall’avvocato Srefano Savi...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[È, dunque, stata respinta l’istanza di revoca degli arresti domiciliari avanzata da parte del legale di Giovanni Toti.  Nell’ordinanza con la quale il gip del capoluogo ligure, Paola Faggioni, boccia la richiesta depositata dall’avvocato Srefano Savi il 10 giugno scorso, si argomenta, infatti, che “è evidente, anche alla luce dei recenti sviluppi investigativi, la permanenza del pericolo che ‘indagato possa reiterare analoghe condotte - peraltro ritenute pienamente legittime e corrette dal predetto - in vista delle prossime competizioni elettorali regionali del 2025 “. Inoltre, aggiunge la dottoressa Faggioni,  lo stesso Toti “continua tuttora a rivestire le medesime funzioni e le cariche pubblicistiche, con conseguente possibilità che le stesse vengano nuovamente messe al servizio di interessi privati in cambio di finanziamenti”. In sostanza, il giudice per le indagini preliminari condivide – scusate il gioco di parole – “in toto” le posizioni già espresse dalla Procura di Genova, secondo cui la revoca dei domiciliari consentirebbe al governatore della Regione di riprendere indisturbato ad inquinare le prove o a ripetere i reati che gli vengono attribuiti, proprio in virtù della funzione pubblica che – cerchiamo di non dimenticarlo – gli deriva dal voto espresso dalla maggioranza dei Liguri. In altre parole, Giovanni Toti, una volta tornato libero, potrebbe riprendere la sua presunta attività delinquenziale proprio governando...Ne consegue che, se il malcapitato uomo politico desidera tornare a “riveder le stelle”, non può fare altro che dimettersi e rinunciare così alla sua carica elettiva. E qui però, ci vengono spontanee un paio di riflessioni, poiché se davvero i magistrati genovesi considerano la rinuncia alla presidenza della Regione Liguria come la condizione sine qua non per sanare una situazione che impone il ricorso alle misure cautelari, allora vuol dire che per loro le scelte dei cittadini che votano contano veramente poco...Anche perché – e, per favore,  non dimentichiamolo – stiamo ancora parlando di “ipotesi di reati” e non di reati effettivamente accertati, dal momento che, in circa quattro anni di indagini, non è ancora stata rinvenuta alcuna “pistola fumante”...Stiamo, quindi, provando la sgradevolissima sensazione di trovarci in presenza di un possibile attacco, nei confronti della politica, da parte di una magistratura che  sembra arrogarsi il diritto di determinare gli assetti delle istituzioni pubbliche. Pertanto, Giovanni Toti, se vuole riacquistare la sua libertà, deve necessariamente dire addio alla vita politica...Poi, magari tra dieci anni, uscirà da questa kafkiana vicenda con una bella assoluzione in ogni grado di giudizio, ma intanto, se rimane fermo nei suoi convincimenti e nelle sue posizioni, i domiciliari, per lui, dureranno ancora lungo, almeno fino alle Regionali del 2025...e poi chissà... gli venisse mai in mente di candidarsi alle Politiche del 2027?  _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio:  https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>188</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/76535b641896e891c08db994b3308764.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Carlo Nordio apprendista stregone? | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/carlo-nordio-apprendista-stregone-il-punto-della-settimana--60252526</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Non è detto che la riforma della giustizia approvata nell’ultimo Consiglio dei Ministri sia destinata a diventare realmente operativa nel prossimo futuro. Il percorso - sia sul piano parlamentare, che, eventualmente, poi su quello referendario - si preannuncia, infatti, già fin da ora, piuttosto lungo e accidentato, viste le reazioni immediate delle associazioni dei magistrati e di alcuni partiti, i quali  difficilmente rinunceranno ad alzare le loro barricate contro le innovazioni introdotte dal ministro guardasigilli Carlo Nordio, al fine di modificare sensibilmente il nostro ordinamento giudiziario. Tuttavia, in ogni situazione, se nessuno si decide mai a compiere un passo d’avvio, è chiaro che lo status quo finirà per rimanere tale fino alle calende greche... E a Nordio ed al Governo in generale, va, appunto, dato atto di avere iniziato un percorso, al termine del quale una nuova legge costituzionale  sancirà la separazione delle carriere tra i magistrati giudicanti e quelli requirenti. Naturalmente, in questi ultimissimi giorni, siamo stati un po’ tutti bombardati dagli allarmismi e dai disperati S.O.S. di quanti – politici, magistrati e giornalisti –  ci hanno chiamati alle armi per difendere l’indipendenza della magistratura e, quindi, in definitiva, anche il fondamento stesso della democrazia in Italia. Per colpa di un ministro che si comporta come un apprendista stregone, il nostro Paese starebbe prendendo una pericolosa deriva autoritaria (o, comunque, caotica), contro la quale chiunque abbia a cuore le sorti della patria deve assolutamente mobilitarsi, manifestando la propria contrarietà. Noi però, ci permettiamo di dissentire da tutta questa ostilità preconcetta nei confronti di una riforma che, in fondo, a ben guardare, non fa altro che avvicinare la nostra macchina giudiziaria a quella di altri Paesi incivili o tirannici come Svezia, Regno Unito, Germania, Stati Uniti, Portogallo o Canada...Paesi nei quali, molto semplicemente,  a livello processuale, PM e avvocati giocano a parità di condizioni, poiché la funzione di chi giudica è distinta in modo chiaro da quella di chi, invece, rappresenta l’accusa. Ci congediamo da voi, proponendovi questo breve estratto che abbiamo ripescato da una mozione congressuale di un partito italiano di qualche anno fa: in esso si legge che  “il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale”. Bene, il congresso era quello del PD e, tra i firmatari del documento,  figurava anche Deborah Cerracchiani, oggi responsabile per la giustizia di quel Partito.…   __________________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio:  https://www.giornaleradio.fm oppure  scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio:  Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_02-06-2024_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 02 Jun 2024 05:07:26 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/60252526/punto_settimana_02_06_2024_07_07.mp3" length="5669370" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Non è detto che la riforma della giustizia approvata nell’ultimo Consiglio dei Ministri sia destinata a diventare realmente operativa nel prossimo futuro. Il percorso - sia sul piano parlamentare, che, eventualmente, poi su...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Non è detto che la riforma della giustizia approvata nell’ultimo Consiglio dei Ministri sia destinata a diventare realmente operativa nel prossimo futuro. Il percorso - sia sul piano parlamentare, che, eventualmente, poi su quello referendario - si preannuncia, infatti, già fin da ora, piuttosto lungo e accidentato, viste le reazioni immediate delle associazioni dei magistrati e di alcuni partiti, i quali  difficilmente rinunceranno ad alzare le loro barricate contro le innovazioni introdotte dal ministro guardasigilli Carlo Nordio, al fine di modificare sensibilmente il nostro ordinamento giudiziario. Tuttavia, in ogni situazione, se nessuno si decide mai a compiere un passo d’avvio, è chiaro che lo status quo finirà per rimanere tale fino alle calende greche... E a Nordio ed al Governo in generale, va, appunto, dato atto di avere iniziato un percorso, al termine del quale una nuova legge costituzionale  sancirà la separazione delle carriere tra i magistrati giudicanti e quelli requirenti. Naturalmente, in questi ultimissimi giorni, siamo stati un po’ tutti bombardati dagli allarmismi e dai disperati S.O.S. di quanti – politici, magistrati e giornalisti –  ci hanno chiamati alle armi per difendere l’indipendenza della magistratura e, quindi, in definitiva, anche il fondamento stesso della democrazia in Italia. Per colpa di un ministro che si comporta come un apprendista stregone, il nostro Paese starebbe prendendo una pericolosa deriva autoritaria (o, comunque, caotica), contro la quale chiunque abbia a cuore le sorti della patria deve assolutamente mobilitarsi, manifestando la propria contrarietà. Noi però, ci permettiamo di dissentire da tutta questa ostilità preconcetta nei confronti di una riforma che, in fondo, a ben guardare, non fa altro che avvicinare la nostra macchina giudiziaria a quella di altri Paesi incivili o tirannici come Svezia, Regno Unito, Germania, Stati Uniti, Portogallo o Canada...Paesi nei quali, molto semplicemente,  a livello processuale, PM e avvocati giocano a parità di condizioni, poiché la funzione di chi giudica è distinta in modo chiaro da quella di chi, invece, rappresenta l’accusa. Ci congediamo da voi, proponendovi questo breve estratto che abbiamo ripescato da una mozione congressuale di un partito italiano di qualche anno fa: in esso si legge che  “il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale”. Bene, il congresso era quello del PD e, tra i firmatari del documento,  figurava anche Deborah Cerracchiani, oggi responsabile per la giustizia di quel Partito.…   __________________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio:  https://www.giornaleradio.fm oppure  scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio:  Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>142</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/7e388a7e13e71f3669ebe5304a26ca69.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Censura e sopraffazione | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/censura-e-sopraffazione-il-punto-della-settimana--60087061</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Sta diventando ormai una cosa normale – e non solo in Italia – interrompere un evento pubblico per impedire  a qualcuno di parlare e di esprimere liberamente le proprie opinioni. Probabilmente il caso più eclatante è stato quello che si è verificato, nei giorni scorsi, in occasione degli Stati Generali della Natalità,  quando alla ministra Eugenia Roccella gli schiamazzi di un gruppo di contestazione hanno, sostanzialmente, negato il diritto di parola, infischiandosene beatamente del fatto che quest’ultimo sia assolutamente garantito proprio da quella Costituzione della quale chi, in quella circostanza, ha alzato così la voce, pretenderebbe di essere un alfiere.  Al di fuori dell’area politica cui appartiene la Roccella, non ci pare di aver ascoltato voci che avessero il coraggio e l’onestà intellettuale di riconoscere che l’increscioso episodio aveva preso chiaramente i connotati di quello che solitamente si definisce un atto di sopraffazione. Anzi, al contrario, abbiamo dovuto apprendere che la colpa di tutto quanto accaduto era della stessa Roccella  perché portatrice di istanze assolutamente intollerabili per qualsiasi coscienza democratica. E poi cosa volete che sia argomentare le proprie opinioni sotto un diluvio di insulti e di fischi...basta alzare il volume del microfono e tutto si risolve….Inoltre, la ministra non ha subito alcuna censura, dal momento che la censura viene sempre applicata da chi ha il potere verso chi non ne ha. E su questo ultimo punto, ci pare che le obiezioni degli “anti Roccella” siano tecnicamente corrette, anche se ci viene da pensare che qualora, a parti invertite, la titolare del dicastero per la Famiglia fosse stata di Sinistra, la maggior parte dei giornali e dei talk show avrebbero automaticamente parlato di “squadrismo”...Proviamo ad immaginare, tanto per fare un esempio, cosa ci toccherebbe leggere se un comizio di Elly Schlein venisse turbato dalla presenza di militanti leghisti intenzionati a coprire il suono della sua voce con cori ed urla da stadio…  In conclusione, ci domandiamo se esistano situazioni nelle quali possa essere politicamente e giuridicamente accettabile la sospensione delle garanzie costituzionali relativamente alla libertà di espressione.  Per quanti hanno silenziato la Roccella (o, comunque, hanno giustificato l’accaduto) si direbbe di si: purché, naturalmente, siano sempre loro a stabilire quando sia davvero giusto togliere la parola a chi la pensa diversamente... Noi, invece, continuiamo a credere che esistano diritti che non possono essere messi in discussione, nemmeno in circostanze eccezionali, dal momento che il loro esercizio non limita la libertà e la sicurezza di nessuno. Ed il diritto a non essere sopraffatti da chi pretende di toglierci la parola è, forse, il primo tra quelli che ci ostiniamo a considerare ancora intangibili.  ___________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito:  https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio:  Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_19-05-2024_09-09.mp3</guid><pubDate>Sun, 19 May 2024 07:09:34 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/60087061/punto_settimana_19_05_2024_09_09.mp3" length="7006040" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Sta diventando ormai una cosa normale – e non solo in Italia – interrompere un evento pubblico per impedire  a qualcuno di parlare e di esprimere liberamente le proprie opinioni. Probabilmente il caso più eclatante è stato...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Sta diventando ormai una cosa normale – e non solo in Italia – interrompere un evento pubblico per impedire  a qualcuno di parlare e di esprimere liberamente le proprie opinioni. Probabilmente il caso più eclatante è stato quello che si è verificato, nei giorni scorsi, in occasione degli Stati Generali della Natalità,  quando alla ministra Eugenia Roccella gli schiamazzi di un gruppo di contestazione hanno, sostanzialmente, negato il diritto di parola, infischiandosene beatamente del fatto che quest’ultimo sia assolutamente garantito proprio da quella Costituzione della quale chi, in quella circostanza, ha alzato così la voce, pretenderebbe di essere un alfiere.  Al di fuori dell’area politica cui appartiene la Roccella, non ci pare di aver ascoltato voci che avessero il coraggio e l’onestà intellettuale di riconoscere che l’increscioso episodio aveva preso chiaramente i connotati di quello che solitamente si definisce un atto di sopraffazione. Anzi, al contrario, abbiamo dovuto apprendere che la colpa di tutto quanto accaduto era della stessa Roccella  perché portatrice di istanze assolutamente intollerabili per qualsiasi coscienza democratica. E poi cosa volete che sia argomentare le proprie opinioni sotto un diluvio di insulti e di fischi...basta alzare il volume del microfono e tutto si risolve….Inoltre, la ministra non ha subito alcuna censura, dal momento che la censura viene sempre applicata da chi ha il potere verso chi non ne ha. E su questo ultimo punto, ci pare che le obiezioni degli “anti Roccella” siano tecnicamente corrette, anche se ci viene da pensare che qualora, a parti invertite, la titolare del dicastero per la Famiglia fosse stata di Sinistra, la maggior parte dei giornali e dei talk show avrebbero automaticamente parlato di “squadrismo”...Proviamo ad immaginare, tanto per fare un esempio, cosa ci toccherebbe leggere se un comizio di Elly Schlein venisse turbato dalla presenza di militanti leghisti intenzionati a coprire il suono della sua voce con cori ed urla da stadio…  In conclusione, ci domandiamo se esistano situazioni nelle quali possa essere politicamente e giuridicamente accettabile la sospensione delle garanzie costituzionali relativamente alla libertà di espressione.  Per quanti hanno silenziato la Roccella (o, comunque, hanno giustificato l’accaduto) si direbbe di si: purché, naturalmente, siano sempre loro a stabilire quando sia davvero giusto togliere la parola a chi la pensa diversamente... Noi, invece, continuiamo a credere che esistano diritti che non possono essere messi in discussione, nemmeno in circostanze eccezionali, dal momento che il loro esercizio non limita la libertà e la sicurezza di nessuno. Ed il diritto a non essere sopraffatti da chi pretende di toglierci la parola è, forse, il primo tra quelli che ci ostiniamo a considerare ancora intangibili.  ___________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito:  https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio:  Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>176</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8b5e0d98b67f336e22dcdf2243991427.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>I costi della politica | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/i-costi-della-politica-il-punto-della-settimana--59987888</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  La vicenda di Giovanni Toti ci induce a fare un paio di considerazioni.  La prima è quella che è veramente da ingenui pensare che la politica sia un qualche cosa che potrebbe beatamente vivere d’aria e non richieda, invece, da parte dei partiti o anche dei singoli attivisti, un certo impegno per sostenerne i costi. Anche senza strafare e limitando le esigenze di cassa agli elementi più indispensabili, è chiaro che gli affitti delle sedi, gli spostamenti per le campagne elettorali o la stampa di volantini e manifesti qualcuno dovrà ben pagarli... Ecco perché, in Italia, fino a non troppi anni fa, vigeva ancora il sistema del finanziamento pubblico dei partiti, la cui abolizione - avvenuta sull’onda di un moralismo piuttosto velleitario - non ha certo eliminato il bisogno di fondi che, inevitabilmente, caratterizza ogni struttura che voglia darsi un minimo di  operatività. In sostanza, osservando quanto sta capitando oggi in Liguria (ma anche altrove),se fossimo stati tra quelli che, a suo tempo,  si accanirono contro l’ assegnazione di fondi statali alle forze politiche più rappresentative, oggi, molto probabilmente, ci sentiremmo in dovere di recitare un sincero “mea culpa”, riconoscendo l’errore commesso in passato. Dubitiamo però,  di poter assistere, a breve, a revisioni o a pentimenti  in merito a questi problemi: naviga, infatti, in acque molto più tranquille chi si astiene dall’avventurarsi in mari che il qualunquismo giustizialista degli ultimi decenni ha lasciato ancora molto agitati...  Tuttavia – e qui veniamo alla seconda considerazione -  in mancanza di un finanziamento pubblico della politica, quale alternativa esiste per garantire, comunque, lo svolgimento di una normale vita democratica? Noi, sinceramente, non vediamo altra via  d’uscita al di fuori del sostegno finanziario da parte dei privati. Tertium non datur...Già, ma perché mai un privato dovrebbe finanziare un partito o un leader politico in particolare? Forse perché – e non è da escludere a priori – ne condivide ideali e programmi o forse perché, molto più pragmaticamente, si aspetta di poterne trarre dei vantaggi personali. D’altra parte, in America le cose funzionano così e nessun candidato alle presidenziali si sognerebbe mai di occultare l’origine dei mezzi che gli sono stati messi a disposizione per la sua campagna elettorale. In fondo, il conferimento di denaro a favore di un determinato partito, quando avviene alla luce del sole, diventa anche uno strumento utile per facilitare l’orientamento di chi deve esprimere il proprio voto. Se a pagare alberghi, aerei e spot televisivi per un certo candidato sono la Esso e la Shell, l’elettore che sogna un mondo molto più green saprà come meglio regolarsi di conseguenza, indirizzando magari il suo consenso verso chi è sostenuto da altre lobbies meno “inquinanti”... Certo, il sano presupposto di questo meccanismo di natura esclusivamente privatistica, risiede nel fatto che ogni contributo economico venga fornito in base a ben definiti criteri di trasparenza. Altrimenti, diventa inevitabile l’intervento della magistratura: soprattutto se dovessero affiorare casi in cui i “favori” promessi e successivamente  dispensati dalla politica risultassero in contrasto con una qualunque disposizione di legge. Fatte salve però queste eventuali eccezioni, non ci pare affatto che possa considerarsi automaticamente illecito ogni finanziamento privato a politici e partiti. A meno che non si voglia cogliere un intento criminoso in ogni contatto che avvenga tra mondo della politica e mondo dell’impresa...   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_12-05-2024_09-09.mp3</guid><pubDate>Sun, 12 May 2024 07:09:13 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/59987888/punto_settimana_12_05_2024_09_09.mp3" length="8731166" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  La vicenda di Giovanni Toti ci induce a fare un paio di considerazioni.  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Ecco perché, in Italia, fino a non troppi anni fa, vigeva ancora il sistema del finanziamento pubblico dei partiti, la cui abolizione - avvenuta sull’onda di un moralismo piuttosto velleitario - non ha certo eliminato il bisogno di fondi che, inevitabilmente, caratterizza ogni struttura che voglia darsi un minimo di  operatività. In sostanza, osservando quanto sta capitando oggi in Liguria (ma anche altrove),se fossimo stati tra quelli che, a suo tempo,  si accanirono contro l’ assegnazione di fondi statali alle forze politiche più rappresentative, oggi, molto probabilmente, ci sentiremmo in dovere di recitare un sincero “mea culpa”, riconoscendo l’errore commesso in passato. Dubitiamo però,  di poter assistere, a breve, a revisioni o a pentimenti  in merito a questi problemi: naviga, infatti, in acque molto più tranquille chi si astiene dall’avventurarsi in mari che il qualunquismo giustizialista degli ultimi decenni ha lasciato ancora molto agitati...  Tuttavia – e qui veniamo alla seconda considerazione -  in mancanza di un finanziamento pubblico della politica, quale alternativa esiste per garantire, comunque, lo svolgimento di una normale vita democratica? Noi, sinceramente, non vediamo altra via  d’uscita al di fuori del sostegno finanziario da parte dei privati. Tertium non datur...Già, ma perché mai un privato dovrebbe finanziare un partito o un leader politico in particolare? Forse perché – e non è da escludere a priori – ne condivide ideali e programmi o forse perché, molto più pragmaticamente, si aspetta di poterne trarre dei vantaggi personali. D’altra parte, in America le cose funzionano così e nessun candidato alle presidenziali si sognerebbe mai di occultare l’origine dei mezzi che gli sono stati messi a disposizione per la sua campagna elettorale. In fondo, il conferimento di denaro a favore di un determinato partito, quando avviene alla luce del sole, diventa anche uno strumento utile per facilitare l’orientamento di chi deve esprimere il proprio voto. Se a pagare alberghi, aerei e spot televisivi per un certo candidato sono la Esso e la Shell, l’elettore che sogna un mondo molto più green saprà come meglio regolarsi di conseguenza, indirizzando magari il suo consenso verso chi è sostenuto da altre lobbies meno “inquinanti”... Certo, il sano presupposto di questo meccanismo di natura esclusivamente privatistica, risiede nel fatto che ogni contributo economico venga fornito in base a ben definiti criteri di trasparenza. Altrimenti, diventa inevitabile l’intervento della magistratura: soprattutto se dovessero affiorare casi in cui i “favori” promessi e successivamente  dispensati dalla politica risultassero in contrasto con una qualunque disposizione di legge. Fatte salve però queste eventuali eccezioni, non ci pare affatto che possa considerarsi automaticamente illecito ogni finanziamento privato a politici e partiti. 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Il trentatreenne musicista è molto popolare in patria, essendosi più volte distinto, attraverso i testi delle sue canzoni, per le critiche rivolte alle azioni repressive ed alle ingiustizie che caratterizzano il regime degli ayatollah. La sua prima carcerazione era già avvenuta nel 2021, quando Salehi venne prelevato nella sua casa di Isfahan per avere denunciato la maldestra gestione economica di un Paese in cui – a suo dire - i bambini non hanno neanche da mangiare, mentre i politici e gli alti burocrati vivono beatamente tra le loro agiatezze, senza provare alcuno scrupolo di coscienza.  Successivamente, il rapper ha subito un nuovo arresto nell’ottobre del 2022, per il suo impegno politico e artistico a favore dei movimenti di protesta che avevano investito tutte le piazze iraniane dopo la morte di Masha Amini, la giovane assassinata dalla polizia morale perché scoperta mentre camminava per strada senza velo o, comunque, indossandolo in maniera non conforme alle regole dell’Islam sciita.  Rilasciato dopo aver trascorso 252 giorni in prigione, l’indomito cantore dei diritti umani in una repubblica teocratica vi ha fatto rientro dopo soli dodici giorni, a causa di un video in cui, chiamando in causa agenti e funzionari carcerari, descriveva nei dettagli tutte le torture che gli erano state inflitte durante il periodo di detenzione. E questa volta, purtroppo per lui e per tutti i valori che coraggiosamente rappresenta, la sentenza è stata quella che lo condanna alla pena capitale, mediante impiccagione.  A questo punto, non sarebbe male se un collega di Toomaj Salehi – ben più fortunato di lui perché vive in un Paese in cui può tranquillamente andare al Festival di Sanremo a parlare incautamente di “genocidio”, senza dover rendere conto a chicchessia di quello che dice - lanciasse un appello alle autorità iraniane affinché fermino la loro mano assassina. Si, non sarebbe affatto male se il signor Ghali, rapper e produttore discografico italo – tunisino, esprimesse la propria solidarietà umana e politica nei confronti dello sventurato autore iraniano, riconoscendo che un conto è fare composizioni musicali in una democrazia europea ed un altro è provare a farle in un sistema in cui l’ultima parola spetta ancora ad una “Guida Suprema”.  ___________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito:  https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio:  Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_28-04-2024_09-09.mp3</guid><pubDate>Sun, 28 Apr 2024 07:09:39 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/59681650/punto_settimana_28_04_2024_09_09.mp3" length="7185762" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Sembra impossibile, eppure dall’Iran ci è giunta la notizia che il rapper dissidente, Toomaj Salehi, è stato condannato a morte da un tribunale rivoluzionario di Teheran, con l'accusa di avere “diffuso la corruzione sulla...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Sembra impossibile, eppure dall’Iran ci è giunta la notizia che il rapper dissidente, Toomaj Salehi, è stato condannato a morte da un tribunale rivoluzionario di Teheran, con l'accusa di avere “diffuso la corruzione sulla Terra”. 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Successivamente, il rapper ha subito un nuovo arresto nell’ottobre del 2022, per il suo impegno politico e artistico a favore dei movimenti di protesta che avevano investito tutte le piazze iraniane dopo la morte di Masha Amini, la giovane assassinata dalla polizia morale perché scoperta mentre camminava per strada senza velo o, comunque, indossandolo in maniera non conforme alle regole dell’Islam sciita.  Rilasciato dopo aver trascorso 252 giorni in prigione, l’indomito cantore dei diritti umani in una repubblica teocratica vi ha fatto rientro dopo soli dodici giorni, a causa di un video in cui, chiamando in causa agenti e funzionari carcerari, descriveva nei dettagli tutte le torture che gli erano state inflitte durante il periodo di detenzione. E questa volta, purtroppo per lui e per tutti i valori che coraggiosamente rappresenta, la sentenza è stata quella che lo condanna alla pena capitale, mediante impiccagione.  A questo punto, non sarebbe male se un collega di Toomaj Salehi – ben più fortunato di lui perché vive in un Paese in cui può tranquillamente andare al Festival di Sanremo a parlare incautamente di “genocidio”, senza dover rendere conto a chicchessia di quello che dice - lanciasse un appello alle autorità iraniane affinché fermino la loro mano assassina. Si, non sarebbe affatto male se il signor Ghali, rapper e produttore discografico italo – tunisino, esprimesse la propria solidarietà umana e politica nei confronti dello sventurato autore iraniano, riconoscendo che un conto è fare composizioni musicali in una democrazia europea ed un altro è provare a farle in un sistema in cui l’ultima parola spetta ancora ad una “Guida Suprema”.  ___________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito:  https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio:  Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>180</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/b26c487cd3953df34fb24d7e6aa85013.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Povero Zelensky | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/povero-zelensky-il-punto-della-settimana--59571284</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Riesce difficile non condividere le parole di Volodymyr Zelensky, il quale, riflettendo ad alta voce sul sostanziale flop registrato dall’attacco missilistico iraniano di sabato scorso, ha lamentato la disparità di trattamento che l’Occidente sembra riservare al suo popolo rispetto a quello israeliano. In fondo, i droni e i razzi che stanno mietendo tante vittime tra i civili del suo Paese, sono gli stessi che i sistemi di intercettazione utilizzati dall’esercito di Gerusalemme e dagli anglo – americani (intervenuti a sostegno dello Stato ebraico) hanno neutralizzato con evidente facilità. Si è chiesto, pertanto il presidente ucraino, se, per caso, il valore delle vite umane venga considerato, dalle cancellerie occidentali, in maniera differente tra una situazione e l’altra. Vale, forse, l’esistenza di chi abita a Tel Aviv qualcosa di più rispetto a quella di chi è nato a Kharkiv?   Sono mesi che, al di là dello stallo agli aiuti economici e militari imposto in Senato a Washington dai rappresentanti del partito trumpiano, il governo di Kiev invoca la fornitura di batterie Patriot per cercare di difendere almeno le sue città principali, ormai rimaste quasi del tutto prive di copertura antiaerea.  D’altra parte, fin dall’inizio del conflitto, le consegne occidentali di sistemi d’arma sofisticati e di munizioni sono avvenuti con estrema cautela , onde evitare di urtare troppo la suscettibilità dei Russi, i quali, sebbene abbiano trovato normale il fatto di superare i confini di una nazione indipendente per occuparla e bombardarla, diventano però estremamente suscettibili quando un’incursione armata ucraina provoca qualche danno nei loro territori... Ecco perché, ad esempio, gli aerei inglesi, francesi e americani si sono levati in cielo per contrastare l’attacco degli ayatollah a Israele, ma si guarderebbero bene dal fare la stessa cosa a protezione del territorio ucraino...Un conto è avere a che fare con la Guida Suprema ed un altro è doversela vedere col nuovo zar del Cremlino...Ecco perché - sia dall’Europa, che dall’America - le forniture militari a Kiev sono sempre arrivate in una misura che consentisse agli Ucraini di reggere, quel tanto che basta, all’urto del nemico, senza però mai permettere loro di attuare una controffensiva in grado di produrre troppi guasti al Paese invasore.  Tuttavia, le armi e le munizioni che drammaticamente mancano oggi all’Ucraina non sono quelle che riguarderebbero  la sua capacità offensiva, ma piuttosto quelle che servirebbero alla sua stessa sopravvivenza: e cioè, alla difesa delle sue case, dei suoi ospedali o delle sue centrali energetiche. Per cui, ci appare di un imperdonabile (ed ipocrita) cinismo l’atteggiamento che l’Occidente continua a mantenere nei confronti della “causa ucraina”: un atteggiamento eccessivamente condizionato dal timore di non provocare troppo un nemico che, invece, per parte sua, ha già fin troppo  ben chiarito quali siano le sue reali intenzioni.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_21-04-2024_09-09.mp3</guid><pubDate>Sun, 21 Apr 2024 07:09:14 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/59571284/punto_settimana_21_04_2024_09_09.mp3" length="2568762" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Riesce difficile non condividere le parole di Volodymyr Zelensky, il quale, riflettendo ad alta voce sul sostanziale flop registrato dall’attacco missilistico iraniano di sabato scorso, ha lamentato la disparità di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Riesce difficile non condividere le parole di Volodymyr Zelensky, il quale, riflettendo ad alta voce sul sostanziale flop registrato dall’attacco missilistico iraniano di sabato scorso, ha lamentato la disparità di trattamento che l’Occidente sembra riservare al suo popolo rispetto a quello israeliano. In fondo, i droni e i razzi che stanno mietendo tante vittime tra i civili del suo Paese, sono gli stessi che i sistemi di intercettazione utilizzati dall’esercito di Gerusalemme e dagli anglo – americani (intervenuti a sostegno dello Stato ebraico) hanno neutralizzato con evidente facilità. Si è chiesto, pertanto il presidente ucraino, se, per caso, il valore delle vite umane venga considerato, dalle cancellerie occidentali, in maniera differente tra una situazione e l’altra. Vale, forse, l’esistenza di chi abita a Tel Aviv qualcosa di più rispetto a quella di chi è nato a Kharkiv?   Sono mesi che, al di là dello stallo agli aiuti economici e militari imposto in Senato a Washington dai rappresentanti del partito trumpiano, il governo di Kiev invoca la fornitura di batterie Patriot per cercare di difendere almeno le sue città principali, ormai rimaste quasi del tutto prive di copertura antiaerea.  D’altra parte, fin dall’inizio del conflitto, le consegne occidentali di sistemi d’arma sofisticati e di munizioni sono avvenuti con estrema cautela , onde evitare di urtare troppo la suscettibilità dei Russi, i quali, sebbene abbiano trovato normale il fatto di superare i confini di una nazione indipendente per occuparla e bombardarla, diventano però estremamente suscettibili quando un’incursione armata ucraina provoca qualche danno nei loro territori... Ecco perché, ad esempio, gli aerei inglesi, francesi e americani si sono levati in cielo per contrastare l’attacco degli ayatollah a Israele, ma si guarderebbero bene dal fare la stessa cosa a protezione del territorio ucraino...Un conto è avere a che fare con la Guida Suprema ed un altro è doversela vedere col nuovo zar del Cremlino...Ecco perché - sia dall’Europa, che dall’America - le forniture militari a Kiev sono sempre arrivate in una misura che consentisse agli Ucraini di reggere, quel tanto che basta, all’urto del nemico, senza però mai permettere loro di attuare una controffensiva in grado di produrre troppi guasti al Paese invasore.  Tuttavia, le armi e le munizioni che drammaticamente mancano oggi all’Ucraina non sono quelle che riguarderebbero  la sua capacità offensiva, ma piuttosto quelle che servirebbero alla sua stessa sopravvivenza: e cioè, alla difesa delle sue case, dei suoi ospedali o delle sue centrali energetiche. Per cui, ci appare di un imperdonabile (ed ipocrita) cinismo l’atteggiamento che l’Occidente continua a mantenere nei confronti della “causa ucraina”: un atteggiamento eccessivamente condizionato dal timore di non provocare troppo un nemico che, invece, per parte sua, ha già fin troppo  ben chiarito quali siano le sue reali intenzioni.]]></itunes:summary><itunes:duration>161</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/48bd0110cdd76e4ff332aaf85bf4e42a.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il piano Stoltenberg | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-piano-stoltenberg-il-punto-della-settimana--59327510</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il piano da cento miliardi di dollari che il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha presentato ai ministri degli Esteri dei Paesi che costituiscono l’Alleanza Atlantica, comporta un salto di qualità nell’impegno che la NATO stessa aveva, inizialmente, assunto in merito agli aiuti da fornire all’Ucraina. Fino ad oggi, infatti, l’Organizzazione guidata da Stoltemberg non ha mai svolto una funzione diretta nel sostenere Zelensky militarmente, visto che le armi, le munizioni e i supporti di intelligence sono sempre stati messi a disposizione di Kiev dai singoli Stati membri e mai in maniera esplicita dall’Alleanza che, tra l’altro, proprio quest’anno, celebra il suo 75° anniversario dalla fondazione. Questo, essenzialmente per evitare di offrire al Cremlino un assist degno di Gianni Rivera, nell’avvalorare le sue frequenti e pericolosissime accuse di cobelligeranza.  Il fatto, invece, di dare vita adesso – come suggerisce il segretario norvegese – ad una nuova struttura che finanzi la causa ucraina (sostituendosi, quindi, ai vari Paesi alleati nel coordinare la distribuzione del materiale bellico), rappresenta, senza dubbio, un qualcosa di molto più audace rispetto ai limiti finora auto imposti e rigorosamente osservati nel delicatissimo conflitto russo – ucraino. In sostanza, il piano Stoltenberg sembra essere il frutto di una accresciuta preoccupazione che induce la NATO a prendere, in tempi rapidi, delle inedite contromisure: se possibile, prima che, malauguratamente, Trump possa rioccupare il posto di Biden alla Casa Bianca e, soprattutto, prima che la situazione sul campo di battaglia - al momento già piuttosto critica - si faccia del tutto compromessa.  Tuttavia, cento miliardi di euro di aiuti da suddividersi per i prossimi cinque anni, non è affatto detto che si possano trovare facilmente: specialmente in un’Alleanza in cui – oltre tutto – dei 32 Paesi membri, soltanto Grecia, Gran Bretagna e Stati Uniti rispettano abitualmente quella soglia di investimento minimo in spese militari, che, già dieci anni fa, Barack Obama aveva fissato nella misura del 2% del PIL. E nemmeno sarà agevole raggiungere l’unanimità dei consensi richiesta per concretizzare questa rivoluzionaria svolta operativa che, infatti, prima ancora di essere stata messa in cantiere, ha già riscontrato la sia pur prevedibilissima perplessità ungherese...Ed anche il nostro ministro, Antonio Tajani, con tutta la sua consueta prudenza, ci tiene a sottolineare che la proposta avanzata da Jens Stoltemberg è certamente interessante, ma “va esaminata tecnicamente e giuridicamente”: e, non a caso, aggiunge che l’Italia sarà sempre pronta a difendere, senza alcuna esitazione, il diritto internazionale, anche se un conto è battersi per la libertà e l’indipendenza dell’Ucraina ed un altro è “fare la guerra alla Russia”...  Credits Foto: Agenzia Fotogramma]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_07-04-2024_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 07 Apr 2024 05:07:19 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/59327510/punto_settimana_07_04_2024_07_07.mp3" length="7651786" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Il piano da cento miliardi di dollari che il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha presentato ai ministri degli Esteri dei Paesi che costituiscono l’Alleanza Atlantica, comporta un salto di qualità...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il piano da cento miliardi di dollari che il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha presentato ai ministri degli Esteri dei Paesi che costituiscono l’Alleanza Atlantica, comporta un salto di qualità nell’impegno che la NATO stessa aveva, inizialmente, assunto in merito agli aiuti da fornire all’Ucraina. Fino ad oggi, infatti, l’Organizzazione guidata da Stoltemberg non ha mai svolto una funzione diretta nel sostenere Zelensky militarmente, visto che le armi, le munizioni e i supporti di intelligence sono sempre stati messi a disposizione di Kiev dai singoli Stati membri e mai in maniera esplicita dall’Alleanza che, tra l’altro, proprio quest’anno, celebra il suo 75° anniversario dalla fondazione. Questo, essenzialmente per evitare di offrire al Cremlino un assist degno di Gianni Rivera, nell’avvalorare le sue frequenti e pericolosissime accuse di cobelligeranza.  Il fatto, invece, di dare vita adesso – come suggerisce il segretario norvegese – ad una nuova struttura che finanzi la causa ucraina (sostituendosi, quindi, ai vari Paesi alleati nel coordinare la distribuzione del materiale bellico), rappresenta, senza dubbio, un qualcosa di molto più audace rispetto ai limiti finora auto imposti e rigorosamente osservati nel delicatissimo conflitto russo – ucraino. In sostanza, il piano Stoltenberg sembra essere il frutto di una accresciuta preoccupazione che induce la NATO a prendere, in tempi rapidi, delle inedite contromisure: se possibile, prima che, malauguratamente, Trump possa rioccupare il posto di Biden alla Casa Bianca e, soprattutto, prima che la situazione sul campo di battaglia - al momento già piuttosto critica - si faccia del tutto compromessa.  Tuttavia, cento miliardi di euro di aiuti da suddividersi per i prossimi cinque anni, non è affatto detto che si possano trovare facilmente: specialmente in un’Alleanza in cui – oltre tutto – dei 32 Paesi membri, soltanto Grecia, Gran Bretagna e Stati Uniti rispettano abitualmente quella soglia di investimento minimo in spese militari, che, già dieci anni fa, Barack Obama aveva fissato nella misura del 2% del PIL. E nemmeno sarà agevole raggiungere l’unanimità dei consensi richiesta per concretizzare questa rivoluzionaria svolta operativa che, infatti, prima ancora di essere stata messa in cantiere, ha già riscontrato la sia pur prevedibilissima perplessità ungherese...Ed anche il nostro ministro, Antonio Tajani, con tutta la sua consueta prudenza, ci tiene a sottolineare che la proposta avanzata da Jens Stoltemberg è certamente interessante, ma “va esaminata tecnicamente e giuridicamente”: e, non a caso, aggiunge che l’Italia sarà sempre pronta a difendere, senza alcuna esitazione, il diritto internazionale, anche se un conto è battersi per la libertà e l’indipendenza dell’Ucraina ed un altro è “fare la guerra alla Russia”...  Credits Foto: Agenzia Fotogramma]]></itunes:summary><itunes:duration>192</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0a2b02bd3b37eb64041698e0b1e633c4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Pregiudizi atavici e dialoghi interrotti | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/pregiudizi-atavici-e-dialoghi-interrotti-il-punto-della-settimana--59152143</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Negli ultimi giorni, abbiamo assistito, soprattutto nel mondo della cultura e delle Università italiane, al crescere quasi inarrestabile di un furore anti israeliano che, non potendo ancora (per il momento) cancellare dalla carta geografica lo Stato ebraico, fa, comunque, del suo meglio  per cancellare almeno gli accordi di collaborazione reciproca che sono in essere tra le nostre istituzioni universitarie e quelle israeliane. Il caso più recente e clamoroso è stato quello di Torino, dove il Senato Accademico, subendo la pressione (o forse addirittura l’intimidazione) dei soliti collettivi studenteschi terzomondisti, ha votato quasi all’unanimità la sospensione del bando di ricerca in collaborazione con Israele. Eppure, si trattava di questioni inerenti settori agricoli e tecnologici e niente affatto di natura bellica...Tuttavia, non c’è stato nulla da fare, perchè di fronte a quella che, in fondo, è essenzialmente una minoranza minacciosa, i docenti torinesi - volenti o nolenti - hanno abbassato il capo, riconoscendo così dignità politica e culturale a chi è pregiudizialmente portato a vedere tutto il bene nella sola Gaza – governata, fino a ieri, da un gruppo di signori abituati a discutere di politica solamente con il mitra in mano – ed a cogliere, invece, tutto il male in un Paese in cui - nonostante l’indiscutibile punto interrogativo sull’affidabilità democratica di alcuni dei suoi attuali ministri - si tengono pur sempre ancora libere elezioni (cui partecipano inoltre, senza alcuna restrizione, anche partiti arabi). Un Paese in cui si possono professare tutte le religioni e tutte le filosofie del mondo senza mettere in gioco la propria vita ed in cui, alla faccia di tante ingiustificate accuse di apartheid, cittadini israeliani palestinesi e musulmani raggiungono, tranquillamente, i vertici delle più importanti istituzioni nazionali come, ad esempio, la magistratura e, appunto, l’università.  Nelle nostre aule universitarie si respira, dunque, un’aria di censura aprioristica nei riguardi di tutto ciò che proviene da Israele e dalla sua cultura. Cultura che, tra l’altro, si compone anche di voci che sono spesso in assoluto contrasto proprio con le politiche portate avanti dal governo Netanyahu... Non esiste, quindi, a nostro parere, un motivo politico veramente valido, che impedisca alle università italiane di rimanere aperte al dialogo con le realtà accademiche di una Nazione che, oltre tutto, in determinati campi ha pure raggiunto livelli di assoluta eccellenza. Perchè, dunque, interrompere scambi di esperienze in settori in cui, specialmente sul piano tecnologico ed industriale, l’Italia avrebbe tutto da guadagnare? Forse perché Israele, secondo certi fini politologi nostrani, sarebbe uno stato canaglia da lasciar cuocere nell’isolamento più totale?  Certo, è difficile spiegare, se non ricorrendo alle ataviche (ma tuttora ben vitali) pulsioni antisemite che albergano in larghi strati  delle nostre società europee, il motivo per cui si cancellino, senza indugio, le collaborazioni con le istituzioni israeliane, ma ci si guardi bene dal mettere in discussione quelle che magari sono in vigore con gli atenei di Paesi in cui una ragazza può morire soltanto perché non indossa correttamente il velo... Ma forse, a ben riflettere, siamo noi ad essere condizionati da pregiudizi che ci impediscono di vedere le cose con lucida obbiettività: se è vero come è vero che, tanto per fare un esempio, è la Repubblica islamica dell’Iran a presiedere la presidenza del Forum Sociale del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite...  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_24-03-2024_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 24 Mar 2024 06:07:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/59152143/punto_settimana_24_03_2024_07_07.mp3" length="8943280" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Negli ultimi giorni, abbiamo assistito, soprattutto nel mondo della cultura e delle Università italiane, al crescere quasi inarrestabile di un furore anti israeliano che, non potendo ancora (per il momento) cancellare dalla...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Negli ultimi giorni, abbiamo assistito, soprattutto nel mondo della cultura e delle Università italiane, al crescere quasi inarrestabile di un furore anti israeliano che, non potendo ancora (per il momento) cancellare dalla carta geografica lo Stato ebraico, fa, comunque, del suo meglio  per cancellare almeno gli accordi di collaborazione reciproca che sono in essere tra le nostre istituzioni universitarie e quelle israeliane. Il caso più recente e clamoroso è stato quello di Torino, dove il Senato Accademico, subendo la pressione (o forse addirittura l’intimidazione) dei soliti collettivi studenteschi terzomondisti, ha votato quasi all’unanimità la sospensione del bando di ricerca in collaborazione con Israele. Eppure, si trattava di questioni inerenti settori agricoli e tecnologici e niente affatto di natura bellica...Tuttavia, non c’è stato nulla da fare, perchè di fronte a quella che, in fondo, è essenzialmente una minoranza minacciosa, i docenti torinesi - volenti o nolenti - hanno abbassato il capo, riconoscendo così dignità politica e culturale a chi è pregiudizialmente portato a vedere tutto il bene nella sola Gaza – governata, fino a ieri, da un gruppo di signori abituati a discutere di politica solamente con il mitra in mano – ed a cogliere, invece, tutto il male in un Paese in cui - nonostante l’indiscutibile punto interrogativo sull’affidabilità democratica di alcuni dei suoi attuali ministri - si tengono pur sempre ancora libere elezioni (cui partecipano inoltre, senza alcuna restrizione, anche partiti arabi). Un Paese in cui si possono professare tutte le religioni e tutte le filosofie del mondo senza mettere in gioco la propria vita ed in cui, alla faccia di tante ingiustificate accuse di apartheid, cittadini israeliani palestinesi e musulmani raggiungono, tranquillamente, i vertici delle più importanti istituzioni nazionali come, ad esempio, la magistratura e, appunto, l’università.  Nelle nostre aule universitarie si respira, dunque, un’aria di censura aprioristica nei riguardi di tutto ciò che proviene da Israele e dalla sua cultura. Cultura che, tra l’altro, si compone anche di voci che sono spesso in assoluto contrasto proprio con le politiche portate avanti dal governo Netanyahu... Non esiste, quindi, a nostro parere, un motivo politico veramente valido, che impedisca alle università italiane di rimanere aperte al dialogo con le realtà accademiche di una Nazione che, oltre tutto, in determinati campi ha pure raggiunto livelli di assoluta eccellenza. Perchè, dunque, interrompere scambi di esperienze in settori in cui, specialmente sul piano tecnologico ed industriale, l’Italia avrebbe tutto da guadagnare? Forse perché Israele, secondo certi fini politologi nostrani, sarebbe uno stato canaglia da lasciar cuocere nell’isolamento più totale?  Certo, è difficile spiegare, se non ricorrendo alle ataviche (ma tuttora ben vitali) pulsioni antisemite che albergano in larghi strati  delle nostre società europee, il motivo per cui si cancellino, senza indugio, le collaborazioni con le istituzioni israeliane, ma ci si guardi bene dal mettere in discussione quelle che magari sono in vigore con gli atenei di Paesi in cui una ragazza può morire soltanto perché non indossa correttamente il velo... 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Francamente, nell’autunno del 2022, eravamo più che convinti del fatto che – tra politiche di finanza allegra (da alcuni fatte balenare in campagna elettorale) e speculazioni internazionali prevenute nei confronti del neonato esecutivo di Destra – la stabilità finanziaria del nostro Paese sarebbe stata destinata a vivere momenti di alta tensione. Invece, le cose sono andate (e sembrano tuttora andare) in modo piuttosto soddisfacente, se è vero come è vero che persino l’autorevolissimo Financial Times si è scomodato per tracciare un parallelo tra la nostra economia e quella tedesca che, almeno per il momento, risulta premiare quella del Bel Paese. E non a caso, lo spread tra il costo di un prestito decennale tra le due maggiori economia manifatturiere del Continente si è ultimamente collocato sulla soglia minima più bassa degli ultimi due anni. Pertanto, lo stesso ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, non ha mancato di evidenziare come, fino a poco tempo fa, ben pochi avrebbero potuto immaginare una tendenza così funzionale alla riduzione del deficit di bilancio. E’ presumibile, inoltre, che certi numeri non debbano mettere granchè  di buon umore quegli avversari politici di Giorgia Meloni che, con una certa supponenza, avevano pronosticato per il suo governo una deriva di spese dissennate e di contrasti con l’Unione Europea. Invece, bisogna dare atto alla nostra premier di aver saputo finora gestire con oculatezza sia i conti del Paese, che i rapporti con quella che, inizialmente, era la diffidente burocrazia di Bruxelles: e non a caso, la Banca d’Italia prevede, per il 2024, una crescita del nostro PIL dello 0,6%, che non sarà certo entusiasmante, ma che è pur sempre superiore, ad esempio, a quella della Germania che oggi è stimata nella misura dello 0,4%.  Al momento, i titoli del nostro debito pubblico godono, quindi, di una certa fiducia da parte degli investitori (anche esteri), che evidentemente li percepiscono come l’espressione di un’economia solida e affidabile: basti pensare che una recente emissione sui mercati internazionali  di BTP da 10 miliardi di euro ha ricevuto richieste addirittura per 155 miliardi. E si tratta, indubbiamente, di un risultato eccellente e, solo pochi mesi fa, ancora del tutto impensabile. Un risultato ottenuto, tra l’altro, in uno  scenario economico globale che, di questi tempi, non lascia  certamente spazio a facili e stimolanti ottimismi.  ___________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito:  https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio:  Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_17-03-2024_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 17 Mar 2024 06:07:37 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/59075955/punto_settimana_17_03_2024_07_07.mp3" length="7553566" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Se c’è una cosa che, in questa prima fase del governo Meloni, ci ha sorpresi favorevolmente, è il posizionarsi su livelli davvero imprevedibili del tanto temuto spread che, proprio nella settimana che ci siamo appena...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Se c’è una cosa che, in questa prima fase del governo Meloni, ci ha sorpresi favorevolmente, è il posizionarsi su livelli davvero imprevedibili del tanto temuto spread che, proprio nella settimana che ci siamo appena lasciati alle spalle, ha fatto segnare un dato un più che rassicurante, attestandosi a 1,16 punti percentuali. Francamente, nell’autunno del 2022, eravamo più che convinti del fatto che – tra politiche di finanza allegra (da alcuni fatte balenare in campagna elettorale) e speculazioni internazionali prevenute nei confronti del neonato esecutivo di Destra – la stabilità finanziaria del nostro Paese sarebbe stata destinata a vivere momenti di alta tensione. Invece, le cose sono andate (e sembrano tuttora andare) in modo piuttosto soddisfacente, se è vero come è vero che persino l’autorevolissimo Financial Times si è scomodato per tracciare un parallelo tra la nostra economia e quella tedesca che, almeno per il momento, risulta premiare quella del Bel Paese. E non a caso, lo spread tra il costo di un prestito decennale tra le due maggiori economia manifatturiere del Continente si è ultimamente collocato sulla soglia minima più bassa degli ultimi due anni. Pertanto, lo stesso ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, non ha mancato di evidenziare come, fino a poco tempo fa, ben pochi avrebbero potuto immaginare una tendenza così funzionale alla riduzione del deficit di bilancio. E’ presumibile, inoltre, che certi numeri non debbano mettere granchè  di buon umore quegli avversari politici di Giorgia Meloni che, con una certa supponenza, avevano pronosticato per il suo governo una deriva di spese dissennate e di contrasti con l’Unione Europea. Invece, bisogna dare atto alla nostra premier di aver saputo finora gestire con oculatezza sia i conti del Paese, che i rapporti con quella che, inizialmente, era la diffidente burocrazia di Bruxelles: e non a caso, la Banca d’Italia prevede, per il 2024, una crescita del nostro PIL dello 0,6%, che non sarà certo entusiasmante, ma che è pur sempre superiore, ad esempio, a quella della Germania che oggi è stimata nella misura dello 0,4%.  Al momento, i titoli del nostro debito pubblico godono, quindi, di una certa fiducia da parte degli investitori (anche esteri), che evidentemente li percepiscono come l’espressione di un’economia solida e affidabile: basti pensare che una recente emissione sui mercati internazionali  di BTP da 10 miliardi di euro ha ricevuto richieste addirittura per 155 miliardi. E si tratta, indubbiamente, di un risultato eccellente e, solo pochi mesi fa, ancora del tutto impensabile. Un risultato ottenuto, tra l’altro, in uno  scenario economico globale che, di questi tempi, non lascia  certamente spazio a facili e stimolanti ottimismi.  ___________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito:  https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio:  Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>189</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a1cccda545f3fcf1911aef04d28b3eff.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Genocidio | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/genocidio-il-punto-della-settimana--58987417</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  In questi giorni ci capita sempre più frequentemente di sentir fare un uso inappropriato della parola “genocidio”. Forse, al di là della possibile buona fede di chi parla anche di cose che ignora  (e, per carità, ha tutto il diritto di farlo), non sarebbe male se almeno però lo facesse andandosi prima a leggere la definizione che, di questo orrendo crimine, è stata data, nel 1944, dal giurista polacco, Raphael Lemkin, il quale, in proposito, parlò di “ atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Definizione che è poi stata accolta anche dall’ONU, quando, con la Risoluzione 260 del 9 dicembre 1948, pubblicò la “Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio”.  Pertanto, il concetto di genocidio si fonda su particolari requisiti, la cui sussistenza va sempre rigorosamente accertata, onde evitare di avventurarsi su percorsi nei quali è facile inciampare ed andare culturalmente incontro a brutte figure.  Sappiamo bene come le sofferenze che, al momento, vengono imposte alla popolazione civile di Gaza assomiglino davvero molto da vicino ad alcune tra le più intollerabili sopraffazioni della Storia: tuttavia, in tutto ciò che sta oggi sciaguratamente capitando in Medio Oriente, non ci pare di poter cogliere la presenza di quei presupposti ideologici che autorizzino a parlare apertamente di genocidio. Riteniamo, infatti, che i lutti inflitti dagli Israeliani ai Palestinesi non siano assolutamente da interpretare come  l’inevitabile conseguenza di un disegno pianificato e finalizzato alla cancellazione dalla faccia della Terra di una ben determinata componente umana. Piuttosto, vanno considerati come il doloroso risultato di una spietata azione di guerra che, comunque, reagisce pur sempre ad una gravissima aggressione, quale fu quella del pogrom scatenato da Hamas lo scorso 7 ottobre. Intendiamoci, la strage di civili impotenti in corso a Gaza, è senza dubbio un fatto di una gravità sconvolgente (specialmente per chi, come noi, è da sempre schierato dalla parte di Israele): ciò nonostante, per definire quanto di orribile sta accadendo, pensiamo sarebbe più corretto affidarsi ad altre espressioni come “crimini di guerra” o magari anche “crimini contro l’umanità”. Lo Stato ebraico ha, in passato, firmato trattati di pace con Paesi arabi come la Giordania o l’Egitto e non si può certo dire che non li abbia regolarmente rispettati. Ed anche i più recenti Accordi di Abramo, a tutto possono far pensare tranne che ad una bieca volontà di sterminare deliberatamente le genti che vivono nei Paesi arabi confinanti...Se mai, se proprio dobbiamo cercare l’incombere di una minaccia di annientamento etnico nella Regione, suggeriremmo di aprire lo Statuto di Hamas... magari all’art.7 dove si legge “l’ora finale non giungerà finché i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani li uccideranno”. Si noti bene che non si parla di israeliani, ma di ebrei…e, quindi, non di politica, ma di religione...  Certo, non c’è che dire: il governo Netanyahu sta facendo davvero del suo meglio per offrire su un piatto d’argento, agli anti semiti di ogni matrice, un’occasione veramente ghiotta (quanto insperata) per poter finalmente denunciare, “urbi et orbi”, quel presunto  ribaltamento dei ruoli, che vedrebbe un popolo trasformarsi da vittima in carnefice, divenendo sostanzialmente autore di una sorta di nuova Shoah. Insomma, quasi fossimo in presenza di un contrappasso di dantesca memoria...  Due giorni fa, Pierluigi Battista ha scritto sull’Huffington Post che Israele ha commesso un gravissimo errore  a non diffondere le immagini e gli audio raccapriccianti degli orrori perpetrati da Hamas in quella tragica mattina di ottobre. A suo parere, bisognerebbe davvero che ne prendessero atto coloro che gridano superficialmente al “genocidio”, senza comprendere per nulla la mostruosità di quanto è realmente avvenuto. E forse allora – continua Battista - ci penserebbero “due volte prima di accodarsi ai cortei complici in cui si invoca la fine dello Stato degli ebrei”. Noi siamo più pessimisti e crediamo, invece, che non ci sia nessuno più sordo di chi non vuole sentire e che, quindi, neanche la visione dei bambini fatti a pezzi o infilati nei forni tra l’entusiasmo dei loro assassini, possa cambiare qualcosa nella mente e nell’animo di chi agli ebrei ha sempre, comunque, negato il diritto di esistere.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_10-03-2024_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 10 Mar 2024 06:07:09 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/58987417/punto_settimana_10_03_2024_07_07.mp3" length="11179362" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  In questi giorni ci capita sempre più frequentemente di sentir fare un uso inappropriato della parola “genocidio”. 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Definizione che è poi stata accolta anche dall’ONU, quando, con la Risoluzione 260 del 9 dicembre 1948, pubblicò la “Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio”.  Pertanto, il concetto di genocidio si fonda su particolari requisiti, la cui sussistenza va sempre rigorosamente accertata, onde evitare di avventurarsi su percorsi nei quali è facile inciampare ed andare culturalmente incontro a brutte figure.  Sappiamo bene come le sofferenze che, al momento, vengono imposte alla popolazione civile di Gaza assomiglino davvero molto da vicino ad alcune tra le più intollerabili sopraffazioni della Storia: tuttavia, in tutto ciò che sta oggi sciaguratamente capitando in Medio Oriente, non ci pare di poter cogliere la presenza di quei presupposti ideologici che autorizzino a parlare apertamente di genocidio. Riteniamo, infatti, che i lutti inflitti dagli Israeliani ai Palestinesi non siano assolutamente da interpretare come  l’inevitabile conseguenza di un disegno pianificato e finalizzato alla cancellazione dalla faccia della Terra di una ben determinata componente umana. Piuttosto, vanno considerati come il doloroso risultato di una spietata azione di guerra che, comunque, reagisce pur sempre ad una gravissima aggressione, quale fu quella del pogrom scatenato da Hamas lo scorso 7 ottobre. Intendiamoci, la strage di civili impotenti in corso a Gaza, è senza dubbio un fatto di una gravità sconvolgente (specialmente per chi, come noi, è da sempre schierato dalla parte di Israele): ciò nonostante, per definire quanto di orribile sta accadendo, pensiamo sarebbe più corretto affidarsi ad altre espressioni come “crimini di guerra” o magari anche “crimini contro l’umanità”. Lo Stato ebraico ha, in passato, firmato trattati di pace con Paesi arabi come la Giordania o l’Egitto e non si può certo dire che non li abbia regolarmente rispettati. Ed anche i più recenti Accordi di Abramo, a tutto possono far pensare tranne che ad una bieca volontà di sterminare deliberatamente le genti che vivono nei Paesi arabi confinanti...Se mai, se proprio dobbiamo cercare l’incombere di una minaccia di annientamento etnico nella Regione, suggeriremmo di aprire lo Statuto di Hamas... magari all’art.7 dove si legge “l’ora finale non giungerà finché i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani li uccideranno”. Si noti bene che non si parla di israeliani, ma di ebrei…e, quindi, non di politica, ma di religione...  Certo, non c’è che dire: il governo Netanyahu sta facendo davvero del suo meglio per offrire su un piatto d’argento, agli anti semiti di ogni matrice, un’occasione veramente ghiotta (quanto insperata) per poter finalmente denunciare, “urbi et orbi”, quel presunto  ribaltamento dei ruoli, che vedrebbe un popolo trasformarsi da vittima in carnefice, divenendo sostanzialmente autore di una sorta di nuova Shoah. Insomma, quasi fossimo in presenza di un contrappasso di dantesca memoria...  Due giorni fa, Pierluigi Battista ha scritto sull’Huffington Post che Israele ha commesso un gravissimo errore  a non diffondere le immagini e gli audio raccapriccianti degli orrori perpetrati da Hamas in quella tragica mattina di ottobre. A suo parere, bisognerebbe davvero che ne prendessero atto coloro che gridano superficialmente al “genocidio”, senza comprendere per nulla la mostruosità di quanto è realmente avvenuto. E forse...]]></itunes:summary><itunes:duration>280</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0c998fd251eb3087d4ba6c118fff6b01.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Non solo Gaza: c’è anche un’altra Striscia ad alta tensione | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/non-solo-gaza-c-e-anche-un-altra-striscia-ad-alta-tensione-il-punto-della-settimana--58904995</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Come era esteso il territorio che costituiva l’Unione Sovietica e da quante popolazioni era abitato...Una miriade di repubbliche, città, fiumi ed etnie che, in tutta sincerità, a noi hanno sempre fatto – e fanno ancora  - perdere l’orientamento sulla carta geografica. Tuttavia, si tratta di nomi – spesso quasi impronunciabili -  che, soprattutto a partire dalla dissoluzione dell’impero comunista, hanno cominciato ad imporsi all’attenzione sia dei media, che delle cancellerie occidentali. Che cosa è, ad esempio, la Transnistria, dove si trova e perché è oggi divenuta un tema al centro di tante analisi geo politiche? Cominciamo col dire che la Transnistria è una striscia di terra posta tra la Moldavia (cui ufficialmente appartiene ancora, nonostante se ne sia staccata, nel 1990, rivendicando la propria indipendenza)  e l’Ucraina. La comunità internazionale non la riconosce e, pertanto, il governo separatista che la guida è, di fatto, sostenuto - sia a livello politico / economico, che militare - dalla Federazione Russa che, non a caso, vi mantiene, permanentemente, di stanza circa 1.500 soldati. Inoltre, nel 2006, un referendum sull’indipendenza  ha visto nuovamente  prevalere la richiesta di indipendenza, invocando addirittura un’unione con la Russia stessa. Come appena detto, il distacco dalla Moldavia è avvenuto nel 1990, dopo che il governo di Chisinau – alzi la mano chi già conosceva questa Capitale – aveva imposto il moldavo come lingua ufficiale in sostituzione del russo che è l’idioma più diffuso in Transnistria. Fu in quella circostanza, che le forze paramilitari russofone e separatiste presero il controllo di tutte le istituzioni pubbliche locali ed iniziarono una guerra di logoramento destinata a concludersi soltanto nel luglio del 1992, allorchè fu creata una zona di sicurezza demilitarizzata, garantita dalle truppe del Cremlino, che erano già presenti in quell’area. Al momento, la Transnistria dispone di una propria moneta, di un parlamento e di una bandiera che, tra l’altro, è l’unica in tutta Europa a portare ancora il simbolo della falce e martello. La sua reputazione non è delle migliori, in quanto viene considerata come una sorta di oasi di corruzione, di traffico d’armi, di riciclaggio di denaro e di criminalità organizzata. A Tiraspol, il suo centro principale, è rimasto – a testimoniare la nostalgica vicinanza con il passato sovietico -  un busto di Lenin, davanti al palazzo municipale che – guarda caso – ha mantenuto la denominazione di Casa dei Soviet. Adesso, mercoledì 28 febbraio, le autorità della Transnistria, hanno chiesto la protezione della Russia contro le presunte “provocazioni” di Chisinau, in uno scenario caratterizzato dalle forti tensioni legate al conflitto in Ucraina. Al termine di un congresso straordinario tenutosi a Tiraspol -  il primo dal 2006 - i deputati della Transnistria hanno, infatti, emesso un comunicato in cui invitavano la Duma ( vale a dire il Parlamento russo) ad attivarsi “per proteggere la loro regione – in cui vivono, appunto, più di 220mila Russi - dalla crescente pressione della Moldavia”. Nel comunicato, si legge che “la Transnistria sta affrontando minacce senza precedenti di natura economica, socio-umanitaria e politico-militare”. E sono parole che ricordano molto da vicino quelle pronunciate dai separatisti filorussi dell’Ucraina orientale nel febbraio 2022 e che sono poi diventate uno dei pretesti con i quali il presidente russo Vladimir Putin ha giustificato la sua “operazione militare speciale”. Speriamo bene...   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_03-03-2024_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 03 Mar 2024 06:07:13 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/58904995/punto_settimana_03_03_2024_07_07.mp3" length="9420799" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Come era esteso il territorio che costituiva l’Unione Sovietica e da quante popolazioni era abitato...Una miriade di repubbliche, città, fiumi ed etnie che, in tutta sincerità, a noi hanno sempre fatto – e fanno ancora  -...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Come era esteso il territorio che costituiva l’Unione Sovietica e da quante popolazioni era abitato...Una miriade di repubbliche, città, fiumi ed etnie che, in tutta sincerità, a noi hanno sempre fatto – e fanno ancora  - perdere l’orientamento sulla carta geografica. Tuttavia, si tratta di nomi – spesso quasi impronunciabili -  che, soprattutto a partire dalla dissoluzione dell’impero comunista, hanno cominciato ad imporsi all’attenzione sia dei media, che delle cancellerie occidentali. Che cosa è, ad esempio, la Transnistria, dove si trova e perché è oggi divenuta un tema al centro di tante analisi geo politiche? Cominciamo col dire che la Transnistria è una striscia di terra posta tra la Moldavia (cui ufficialmente appartiene ancora, nonostante se ne sia staccata, nel 1990, rivendicando la propria indipendenza)  e l’Ucraina. La comunità internazionale non la riconosce e, pertanto, il governo separatista che la guida è, di fatto, sostenuto - sia a livello politico / economico, che militare - dalla Federazione Russa che, non a caso, vi mantiene, permanentemente, di stanza circa 1.500 soldati. Inoltre, nel 2006, un referendum sull’indipendenza  ha visto nuovamente  prevalere la richiesta di indipendenza, invocando addirittura un’unione con la Russia stessa. Come appena detto, il distacco dalla Moldavia è avvenuto nel 1990, dopo che il governo di Chisinau – alzi la mano chi già conosceva questa Capitale – aveva imposto il moldavo come lingua ufficiale in sostituzione del russo che è l’idioma più diffuso in Transnistria. Fu in quella circostanza, che le forze paramilitari russofone e separatiste presero il controllo di tutte le istituzioni pubbliche locali ed iniziarono una guerra di logoramento destinata a concludersi soltanto nel luglio del 1992, allorchè fu creata una zona di sicurezza demilitarizzata, garantita dalle truppe del Cremlino, che erano già presenti in quell’area. Al momento, la Transnistria dispone di una propria moneta, di un parlamento e di una bandiera che, tra l’altro, è l’unica in tutta Europa a portare ancora il simbolo della falce e martello. La sua reputazione non è delle migliori, in quanto viene considerata come una sorta di oasi di corruzione, di traffico d’armi, di riciclaggio di denaro e di criminalità organizzata. A Tiraspol, il suo centro principale, è rimasto – a testimoniare la nostalgica vicinanza con il passato sovietico -  un busto di Lenin, davanti al palazzo municipale che – guarda caso – ha mantenuto la denominazione di Casa dei Soviet. Adesso, mercoledì 28 febbraio, le autorità della Transnistria, hanno chiesto la protezione della Russia contro le presunte “provocazioni” di Chisinau, in uno scenario caratterizzato dalle forti tensioni legate al conflitto in Ucraina. Al termine di un congresso straordinario tenutosi a Tiraspol -  il primo dal 2006 - i deputati della Transnistria hanno, infatti, emesso un comunicato in cui invitavano la Duma ( vale a dire il Parlamento russo) ad attivarsi “per proteggere la loro regione – in cui vivono, appunto, più di 220mila Russi - dalla crescente pressione della Moldavia”. Nel comunicato, si legge che “la Transnistria sta affrontando minacce senza precedenti di natura economica, socio-umanitaria e politico-militare”. E sono parole che ricordano molto da vicino quelle pronunciate dai separatisti filorussi dell’Ucraina orientale nel febbraio 2022 e che sono poi diventate uno dei pretesti con i quali il presidente russo Vladimir Putin ha giustificato la sua “operazione militare speciale”. Speriamo bene...   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram:...]]></itunes:summary><itunes:duration>236</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/70c7346e557c0a4b17ae0a551e5bb9a9.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Morire per leggerezza | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/morire-per-leggerezza-il-punto-della-settimana--58813658</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il punto su cui ci soffermiamo questa settimana, non è legato – come spesso accade – ai grandi temi della politica o dell’economia, ma riguarda, invece, un fatto di cronaca avvenuto pochissimi anni fa nel Levante genovese e che, solo in queste ultime ore, una sentenza di Corte d’Appello sembra aver chiuso in una maniera che, francamente, ci lascia sconcertati.  La vicenda si è sviluppata in un “centro olistico” di Chiavari, dove ad una giovane adepta, Roberta Repetto, con irresponsabile leggerezza, era stato asportato – senza biopsia, nè anestesia e sul tavolo di una cucina - un neo che poi si rivelò essere un letale melanoma. Dopo l’improvvisato intervento degno di uno stregone, il titolare / “santone” del centro ed un medico – si, è da non credere, ma in questo sciagurato episodio è persino coinvolto un laureato in medicina vero! -   avevano convinto la sprovveduta ragazza a curare il suo male solamente con tisane zuccherate e lunghe meditazioni. E la cosa è andata avanti fino a che le metastasi del tumore hanno raggiunto altri organi vitali, rendendo disperate le condizioni della Repetto, nel momento in cui, ormai troppo tardi, decise di rivolgersi alle strutture dell’Ospedale San Martino di Genova. Per questo tragico epilogo, sia il “santone”, che il medico che operava in cucina, furono condannati, in prima istanza, a tre anni e quattro mesi di carcere per omicidio colposo.  Adesso però, mercoledì scorso, è arrivata una svolta che ha gettato nello sconforto non solo i familiari e gli amici della vittima, ma anche la gente comune come noi che, ad esempio, negli anni in cui abitammo a Chiavari avemmo anche modo di conoscere personalmente il padre della ragazza che allora era Sindaco della Città. E stiamo parlando della sentenza di appello che ha assolto il fondatore del centro olistico e che ha ridotto la pena ad 1 anno e quattro mesi per il suo collaboratore sanitario, perché, secondo i magistrati – “il fatto non sussiste”.  Più che comprensibile, quindi, la reazione indignata della sorella Rita, la quale sottolinea come Roberta non abbia scelto di morire da sola a 40 anni in balia di di dolori e di metastasi. Inoltre, a stupire è anche il fatto che la pena inflitta ad un medico che opera su un tavolo da cucina sia la stessa che può essere comminata ad un suo collega che agisca, invece, correttamente all’interno di un ospedale.  Naturalmente, restiamo in attesa di leggere le motivazioni della sentenza, ma l’impressione che fin d’ora abbiamo è quella che su di essa possano avere inciso anche eventuali zone d’ombra a proposito di temi delicati come la manipolazione o il plagio. Certo, Roberta Repetto era giovane, ma non una minorenne. Svolgeva l’attività di agente immobiliare e, pertanto, può forse risultare abbastanza agevole, per gli avvocati della difesa, negare la sussistenza delle sue molto probabili fragilità psicologiche e presentarla, di conseguenza, come una persona pienamente consapevole delle sue decisioni . Dinanzi a lei, non siamo, effettivamente, in presenza di un quindicenne che - spinto da un irrefrenabile autolesionismo – si pianta una forchetta od un chiodo nella mano appena distogliamo il nostro sguardo dalla sua persona...Quella in questione è una forma di autolesionismo molto più sottile, che si ammanta quasi di pretese culturali ( come il rifiuto della scienza ufficiale) e che è, pertanto, assai meno riconoscibile... almeno quando inizia a manifestarsi.  Ed è deprimente il senso di impotenza che si prova dinanzi all’ostinazione di chi, illudendosi di andare incontro alla scoperta della “pietra filosofale”, si incammina, invece, su un percorso di autodistruzione, respingendo ad ogni costo (anche a quello della propria vita), qualsiasi alternativa che gli possano positivamente offrire la psicologia, la medicina o magari – per chi ci crede - anche la religione.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_25-02-2024_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 25 Feb 2024 06:07:33 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/58813658/punto_settimana_25_02_2024_07_07.mp3" length="9564995" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Il punto su cui ci soffermiamo questa settimana, non è legato – come spesso accade – ai grandi temi della politica o dell’economia, ma riguarda, invece, un fatto di cronaca avvenuto pochissimi anni fa nel Levante genovese e...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il punto su cui ci soffermiamo questa settimana, non è legato – come spesso accade – ai grandi temi della politica o dell’economia, ma riguarda, invece, un fatto di cronaca avvenuto pochissimi anni fa nel Levante genovese e che, solo in queste ultime ore, una sentenza di Corte d’Appello sembra aver chiuso in una maniera che, francamente, ci lascia sconcertati.  La vicenda si è sviluppata in un “centro olistico” di Chiavari, dove ad una giovane adepta, Roberta Repetto, con irresponsabile leggerezza, era stato asportato – senza biopsia, nè anestesia e sul tavolo di una cucina - un neo che poi si rivelò essere un letale melanoma. Dopo l’improvvisato intervento degno di uno stregone, il titolare / “santone” del centro ed un medico – si, è da non credere, ma in questo sciagurato episodio è persino coinvolto un laureato in medicina vero! -   avevano convinto la sprovveduta ragazza a curare il suo male solamente con tisane zuccherate e lunghe meditazioni. E la cosa è andata avanti fino a che le metastasi del tumore hanno raggiunto altri organi vitali, rendendo disperate le condizioni della Repetto, nel momento in cui, ormai troppo tardi, decise di rivolgersi alle strutture dell’Ospedale San Martino di Genova. Per questo tragico epilogo, sia il “santone”, che il medico che operava in cucina, furono condannati, in prima istanza, a tre anni e quattro mesi di carcere per omicidio colposo.  Adesso però, mercoledì scorso, è arrivata una svolta che ha gettato nello sconforto non solo i familiari e gli amici della vittima, ma anche la gente comune come noi che, ad esempio, negli anni in cui abitammo a Chiavari avemmo anche modo di conoscere personalmente il padre della ragazza che allora era Sindaco della Città. E stiamo parlando della sentenza di appello che ha assolto il fondatore del centro olistico e che ha ridotto la pena ad 1 anno e quattro mesi per il suo collaboratore sanitario, perché, secondo i magistrati – “il fatto non sussiste”.  Più che comprensibile, quindi, la reazione indignata della sorella Rita, la quale sottolinea come Roberta non abbia scelto di morire da sola a 40 anni in balia di di dolori e di metastasi. Inoltre, a stupire è anche il fatto che la pena inflitta ad un medico che opera su un tavolo da cucina sia la stessa che può essere comminata ad un suo collega che agisca, invece, correttamente all’interno di un ospedale.  Naturalmente, restiamo in attesa di leggere le motivazioni della sentenza, ma l’impressione che fin d’ora abbiamo è quella che su di essa possano avere inciso anche eventuali zone d’ombra a proposito di temi delicati come la manipolazione o il plagio. Certo, Roberta Repetto era giovane, ma non una minorenne. Svolgeva l’attività di agente immobiliare e, pertanto, può forse risultare abbastanza agevole, per gli avvocati della difesa, negare la sussistenza delle sue molto probabili fragilità psicologiche e presentarla, di conseguenza, come una persona pienamente consapevole delle sue decisioni . Dinanzi a lei, non siamo, effettivamente, in presenza di un quindicenne che - spinto da un irrefrenabile autolesionismo – si pianta una forchetta od un chiodo nella mano appena distogliamo il nostro sguardo dalla sua persona...Quella in questione è una forma di autolesionismo molto più sottile, che si ammanta quasi di pretese culturali ( come il rifiuto della scienza ufficiale) e che è, pertanto, assai meno riconoscibile... almeno quando inizia a manifestarsi.  Ed è deprimente il senso di impotenza che si prova dinanzi all’ostinazione di chi, illudendosi di andare incontro alla scoperta della “pietra filosofale”, si incammina, invece, su un percorso di autodistruzione, respingendo ad ogni costo (anche a quello della propria vita), qualsiasi alternativa che gli possano positivamente offrire la psicologia, la medicina o magari – per chi ci crede - anche la religione.  ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito:...]]></itunes:summary><itunes:duration>240</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/dff52a59708ac19e7379e4a0419d0355.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Per favore, nessun tribunale a Montecitorio | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/per-favore-nessun-tribunale-a-montecitorio-il-punto-della-settimana--58720668</link><description><![CDATA[In questi giorni siamo rimasti sinceramente infastiditi nell’osservare le reazioni, di stampo pericolosamente forcaiolo, che sono emerse, in certi ambienti della destra politica nostrana, alla notizia che la Camera aveva dato il via libera alla Commissione d’inchiesta “sull’operato del Governo e sulle misure da esso adottate per prevenire e affrontare l’emergenza epidemiologica del COVID-19”. Sia i più incalliti sostenitori delle posizioni no vax, che i vertici di Lega e Fratelli d’Italia sembrano, infatti, avere accolto come fosse la manna dal cielo l’opportunità di poter dare, spietatamente, addosso – e non soltanto a parole - alla sinistra, a Giuseppe Conte ed a Roberto Speranza. Avranno, probabilmente, stappato le bottiglie migliori che avevano in cantina, pregustando i guai giudiziari ai quali sarebbero, finalmente, andati incontro l’ex premier ed il suo fido ministro della Salute.  Per contro, abbiamo anche sorriso ironicamente nel vedere, per la prima volta nella loro (per la verità breve) storia, i 5 Stelle costretti a recitare la parte dei bersagli e non quella dei giustizieri  un tanto al chilo...Tuttavia, forse perché ci piace illuderci di vivere ancora in un Paese in cui alla fine a prevalere sono le ragioni del diritto e quelle dell’equilibrio istituzionale, vogliamo augurarci che i membri della Commissione sulla pandemia siano pienamente consapevoli del fatto che il loro compito non sarà quello di sostituirsi ad una Procura della Repubblica, ma sarà, invece, quello – molto meno inquisitorio – di esaminare l’azione e le scelte adottate dall’esecutivo Conte in quello sventurato periodo. Stiamo, quindi, parlando di un organismo che non è chiamato a scoprire ed a reprimere eventuali reati, perché – sia chiaro ad ogni giustizialismo di qualsiasi colore – le autorità giudiziarie esistono già da secoli ed a prescindere dalle indagini parlamentari. Ci aspettiamo, invece, che il lavoro della neo costituita Commissione possa risultare utile per evidenziare possibili errori o approcci sbagliati rispetto a quelle che avrebbero potuto essere le strategie più idonee per affrontare la devastante crisi sanitaria nel suo complesso. Pertanto, avrete senz’altro compreso che ci riferiamo ad aspetti di rilevanza squisitamente tecnica, politica (o amministrativa), ma certamente non penale. Vista in quest’ottica, l’istituzione di una Commissione di inchiesta sul covid assume indubbiamente una dimensione più che opportuna, poiché analizzare gli sbagli del passato - magari dovuti all’incompetenza o alla disorganizzazione degli organi delegati a decidere – non può che rivelarsi utile nella malaugurata ipotesi di nuove emergenze sanitarie. Ma sulle eventuali inadeguatezze di Conte e Speranza che potranno affiorare dal lavoro dei commissari, a decidere dovrà essere l’elettorato e non certo la ghigliottina...Altrimenti, dato che le commissioni parlamentari sono, inevitabilmente, il riflesso dell’orientamento politico che prevale in un determinato momento della vita politica nazionale, si finirebbe sempre per sopravvalutare i poteri decisionali di un organo parlamentare necessariamente ballerino, in quanto destinato a mutare i suoi orientamenti in base ai risultati scaturiti, di volta in volta, dalle urne elettorali. Il tutto, alla faccia della certezza del diritto. Insomma, lasciamo che certe cose, se proprio devono avvenire, accadano in Paesi che con la patria del diritto non hanno - purtroppo per loro - niente a che vedere.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_18-02-2024_07-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 18 Feb 2024 06:00:09 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/58720668/punto_settimana_18_02_2024_07_00.mp3" length="8647574" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>In questi giorni siamo rimasti sinceramente infastiditi nell’osservare le reazioni, di stampo pericolosamente forcaiolo, che sono emerse, in certi ambienti della destra politica nostrana, alla notizia che la Camera aveva dato il via libera alla...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[In questi giorni siamo rimasti sinceramente infastiditi nell’osservare le reazioni, di stampo pericolosamente forcaiolo, che sono emerse, in certi ambienti della destra politica nostrana, alla notizia che la Camera aveva dato il via libera alla Commissione d’inchiesta “sull’operato del Governo e sulle misure da esso adottate per prevenire e affrontare l’emergenza epidemiologica del COVID-19”. Sia i più incalliti sostenitori delle posizioni no vax, che i vertici di Lega e Fratelli d’Italia sembrano, infatti, avere accolto come fosse la manna dal cielo l’opportunità di poter dare, spietatamente, addosso – e non soltanto a parole - alla sinistra, a Giuseppe Conte ed a Roberto Speranza. Avranno, probabilmente, stappato le bottiglie migliori che avevano in cantina, pregustando i guai giudiziari ai quali sarebbero, finalmente, andati incontro l’ex premier ed il suo fido ministro della Salute.  Per contro, abbiamo anche sorriso ironicamente nel vedere, per la prima volta nella loro (per la verità breve) storia, i 5 Stelle costretti a recitare la parte dei bersagli e non quella dei giustizieri  un tanto al chilo...Tuttavia, forse perché ci piace illuderci di vivere ancora in un Paese in cui alla fine a prevalere sono le ragioni del diritto e quelle dell’equilibrio istituzionale, vogliamo augurarci che i membri della Commissione sulla pandemia siano pienamente consapevoli del fatto che il loro compito non sarà quello di sostituirsi ad una Procura della Repubblica, ma sarà, invece, quello – molto meno inquisitorio – di esaminare l’azione e le scelte adottate dall’esecutivo Conte in quello sventurato periodo. Stiamo, quindi, parlando di un organismo che non è chiamato a scoprire ed a reprimere eventuali reati, perché – sia chiaro ad ogni giustizialismo di qualsiasi colore – le autorità giudiziarie esistono già da secoli ed a prescindere dalle indagini parlamentari. Ci aspettiamo, invece, che il lavoro della neo costituita Commissione possa risultare utile per evidenziare possibili errori o approcci sbagliati rispetto a quelle che avrebbero potuto essere le strategie più idonee per affrontare la devastante crisi sanitaria nel suo complesso. Pertanto, avrete senz’altro compreso che ci riferiamo ad aspetti di rilevanza squisitamente tecnica, politica (o amministrativa), ma certamente non penale. Vista in quest’ottica, l’istituzione di una Commissione di inchiesta sul covid assume indubbiamente una dimensione più che opportuna, poiché analizzare gli sbagli del passato - magari dovuti all’incompetenza o alla disorganizzazione degli organi delegati a decidere – non può che rivelarsi utile nella malaugurata ipotesi di nuove emergenze sanitarie. Ma sulle eventuali inadeguatezze di Conte e Speranza che potranno affiorare dal lavoro dei commissari, a decidere dovrà essere l’elettorato e non certo la ghigliottina...Altrimenti, dato che le commissioni parlamentari sono, inevitabilmente, il riflesso dell’orientamento politico che prevale in un determinato momento della vita politica nazionale, si finirebbe sempre per sopravvalutare i poteri decisionali di un organo parlamentare necessariamente ballerino, in quanto destinato a mutare i suoi orientamenti in base ai risultati scaturiti, di volta in volta, dalle urne elettorali. Il tutto, alla faccia della certezza del diritto. Insomma, lasciamo che certe cose, se proprio devono avvenire, accadano in Paesi che con la patria del diritto non hanno - purtroppo per loro - niente a che vedere.   ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>217</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8b66e10f7f97cf49835bb12c8fdeafa3.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sionismo e antisionismo | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sionismo-e-antisionismo-il-punto-della-settimana--58644450</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  La parola “Sionismo”, soprattutto a partire dalla Guerra dei Sei Giorni, ha assunto, in certi ambienti politici (sia di destra, che di sinistra), una valenza trasversale e negativa, che riflette, in buona sostanza, un orientamento ideologico ostile all’esistenza stessa dello Stato di Israele. In generale, gli antisemiti che proprio non se la sentono di essere messi sullo stesso piano dei peggiori criminali nazisti, utilizzano il concetto di “antisionismo” per fornire a se stessi una sorta di giustificazione politica, che renda più presentabile quella che, purtroppo, è invece una loro vera e propria forma di avversione (quasi epidermica) verso tutto ciò che sa di ebraismo. Tanto è vero che è piuttosto frequente imbattersi in qualcuno che esprime la propria opposizione nei confronti del Sionismo, ma aggiunge di non avere, comunque, nulla contro chi è di origine israelita...Tuttavia, l’argomentazione appare subito piuttosto fragile, non appena si considera che nel mondo i sionisti – tranne qualche eccezione come chi sta scrivendo queste righe – sono in larghissima misura Ebrei ed è, quindi, piuttosto difficile fare certe distinzioni...Certo, c’è sionismo e sionismo...c’è quello delle origini – laico e liberal socialista – e c’è quello di chi oggi, irresponsabilmente, pretende di colonizzare tutta la Cisgiordania sulla base di chissà quali riferimenti biblici… Storicamente, il movimento sionista nasce verso la fine dell’Ottocento e, nell’accezione del suo massimo esponente, l’ungherese Theodor Herzlel, è concepito come un filone di pensiero che propugna il ritorno – certamente non in maniera violenta – degli Israeliti, sparsi un po’ in tutto il mondo, nella Terra delle loro origini. Sia che vi giungano animati da uno spirito laico oppure da un fervore religioso, quasi tutti i primi Ebrei che, agli inizi del secolo scorso, arrivano in quell’area dimenticata da Dio e dai santi dell’allora Impero Ottomano, lo fanno con l’intenzione di vivere in pace con i loro vicini Arabi, dai quali acquistano – pagandoli, tra l’altro, anche profumatamente – i primi terreni sui quali, nel corso degli anni, prenderanno corpo quelle originali esperienze di agricoltura socializzata che tutti riconosciamo oggi nei kibbutz. Ed a questo proposito, ricordiamo anche come il laburista Ben Gurion, fondatore dello Stato di Israele, già nel 1918 dichiarasse che l’idea stessa di espellere i residenti arabi da quei territori era “un miraggio reazionario e dannoso”. Sfortunatamente, non sapremo mai se questo ideale di coesistenza pacifica tra Arabi ed Israeliani avrebbe potuto funzionare, visto che, respingendo la risoluzione 181 delle Nazioni Unite del novembre 1947 - che suddivideva la “Terra Santa” in due nazioni distinte (Israele e Palestina) - ed attaccando subito militarmente il neonato Stato ebraico, le leadership arabe di allora segnarono, fin dagli inizi, le sorti che, da ormai 75 anni, accompagnano il vivere di due popoli destinati, assurdamente, a scontrarsi in modo reciproco. Pertanto, il sogno di Theodor Herzl si è realizzato sul piano del diritto internazionale nel 1948, ma per affermarsi concretamente ha dovuto, suo malgrado, inserirsi in un contesto fatto di lutti e rancori e, quindi, ben lontano da quello che il suo profeta aveva teorizzato. A malincuore dobbiamo, infine, prendere atto del fatto che il Sionismo viene oggi seriamente minacciato non più soltanto negli ambienti che, tradizionalmente, lo hanno sempre avversato, ma anche all’interno dello stesso Stato israeliano, dove la sua dignità culturale rischia di essere davvero profanata da forze politiche e religiose che agiscono in nome di una presunta superiorità ebraica e che risultano, purtroppo, sempre più spesso determinanti quando si tratta di formare una maggioranza di governo. E la cosa non può che creare un profondo disagio in chi ha sempre guardato ad Israele come all’unico faro di democrazia presente in tutto il Medio Oriente.   Ascolta e leggi “Il Punto della Settimana” ogni domenica mattina in esclusiva sul sito e sui profili social di Giornale Radio.  ________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_11-02-2024_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 11 Feb 2024 06:07:15 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/58644450/punto_settimana_11_02_2024_07_07.mp3" length="10125060" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  La parola “Sionismo”, soprattutto a partire dalla Guerra dei Sei Giorni, ha assunto, in certi ambienti politici (sia di destra, che di sinistra), una valenza trasversale e negativa, che riflette, in buona sostanza, un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  La parola “Sionismo”, soprattutto a partire dalla Guerra dei Sei Giorni, ha assunto, in certi ambienti politici (sia di destra, che di sinistra), una valenza trasversale e negativa, che riflette, in buona sostanza, un orientamento ideologico ostile all’esistenza stessa dello Stato di Israele. In generale, gli antisemiti che proprio non se la sentono di essere messi sullo stesso piano dei peggiori criminali nazisti, utilizzano il concetto di “antisionismo” per fornire a se stessi una sorta di giustificazione politica, che renda più presentabile quella che, purtroppo, è invece una loro vera e propria forma di avversione (quasi epidermica) verso tutto ciò che sa di ebraismo. Tanto è vero che è piuttosto frequente imbattersi in qualcuno che esprime la propria opposizione nei confronti del Sionismo, ma aggiunge di non avere, comunque, nulla contro chi è di origine israelita...Tuttavia, l’argomentazione appare subito piuttosto fragile, non appena si considera che nel mondo i sionisti – tranne qualche eccezione come chi sta scrivendo queste righe – sono in larghissima misura Ebrei ed è, quindi, piuttosto difficile fare certe distinzioni...Certo, c’è sionismo e sionismo...c’è quello delle origini – laico e liberal socialista – e c’è quello di chi oggi, irresponsabilmente, pretende di colonizzare tutta la Cisgiordania sulla base di chissà quali riferimenti biblici… Storicamente, il movimento sionista nasce verso la fine dell’Ottocento e, nell’accezione del suo massimo esponente, l’ungherese Theodor Herzlel, è concepito come un filone di pensiero che propugna il ritorno – certamente non in maniera violenta – degli Israeliti, sparsi un po’ in tutto il mondo, nella Terra delle loro origini. Sia che vi giungano animati da uno spirito laico oppure da un fervore religioso, quasi tutti i primi Ebrei che, agli inizi del secolo scorso, arrivano in quell’area dimenticata da Dio e dai santi dell’allora Impero Ottomano, lo fanno con l’intenzione di vivere in pace con i loro vicini Arabi, dai quali acquistano – pagandoli, tra l’altro, anche profumatamente – i primi terreni sui quali, nel corso degli anni, prenderanno corpo quelle originali esperienze di agricoltura socializzata che tutti riconosciamo oggi nei kibbutz. Ed a questo proposito, ricordiamo anche come il laburista Ben Gurion, fondatore dello Stato di Israele, già nel 1918 dichiarasse che l’idea stessa di espellere i residenti arabi da quei territori era “un miraggio reazionario e dannoso”. Sfortunatamente, non sapremo mai se questo ideale di coesistenza pacifica tra Arabi ed Israeliani avrebbe potuto funzionare, visto che, respingendo la risoluzione 181 delle Nazioni Unite del novembre 1947 - che suddivideva la “Terra Santa” in due nazioni distinte (Israele e Palestina) - ed attaccando subito militarmente il neonato Stato ebraico, le leadership arabe di allora segnarono, fin dagli inizi, le sorti che, da ormai 75 anni, accompagnano il vivere di due popoli destinati, assurdamente, a scontrarsi in modo reciproco. Pertanto, il sogno di Theodor Herzl si è realizzato sul piano del diritto internazionale nel 1948, ma per affermarsi concretamente ha dovuto, suo malgrado, inserirsi in un contesto fatto di lutti e rancori e, quindi, ben lontano da quello che il suo profeta aveva teorizzato. A malincuore dobbiamo, infine, prendere atto del fatto che il Sionismo viene oggi seriamente minacciato non più soltanto negli ambienti che, tradizionalmente, lo hanno sempre avversato, ma anche all’interno dello stesso Stato israeliano, dove la sua dignità culturale rischia di essere davvero profanata da forze politiche e religiose che agiscono in nome di una presunta superiorità ebraica e che risultano, purtroppo, sempre più spesso determinanti quando si tratta di formare una maggioranza di governo. E la cosa non può che creare un profondo disagio in chi ha sempre guardato ad Israele come all’unico faro di democrazia presente in tutto il Medio Oriente.   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Per la verità non c’è nulla di ufficiale e si tratta, più che altro, di indiscrezioni che però non vengono smentite dai principali centri di comando di Washington, nella consapevolezza del fatto che il raggiungimento di una pace duratura si renderà possibile solamente attraverso cambiamenti radicali e, pertanto, potenzialmente sgraditi ad entrambe le parti in causa. D’altronde, è indispensabile che, almeno tra le componenti più ragionevoli in campo, si faccia strada, una volta per tutte, l’idea che l’alternativa al dialogo è quella di dover rivivere, prima o poi, un nuovo 7 ottobre, al quale farebbe, inevitabilmente, seguito  l’ennesima reazione massiccia e cruenta da parte di Israele. Certo, nel caso in cui il piano di pace (che si dice stia maturando presso l’Amministrazione Biden) prendesse veramente corpo, gli interlocutori al tavolo delle trattative non andrebbero ovviamente cercati tra i leaders di Hamas (dediti, da sempre, alla logica del “tanto peggio, tanto meglio”) e nemmeno tra gli esponenti della destra religiosa e nazionalista israeliana che, nella migliore delle ipotesi, non hanno in testa alcuna soluzione negoziale spendibile e, nella peggiore, sognano, invece, di “ risolvere” la questione palestinese occupando direttamente non solo Gaza, ma anche l’intera Cisgiordania…  Comunque sia, dalle notizie che giungono da qualificate fonti d’Oltreoceano, pare che la Casa Bianca, probabilmente indispettita dall’atteggiamento sostanzialmente inaffidabile assunto negli ultimi anni da Netanyahu, sia entrata nell’ordine di idee di dover procedere - magari anche unilateralmente - verso il riconoscimento di uno Stato (sia pure demilitarizzato) palestinese. Si tratterebbe di una decisione di assoluta rilevanza storica e destinata a ridisegnare completamente tutta la mappa dei fragili equilibri mediorientali. E’ noto che, se in Israele la soluzione dei due stati non ha mai suscitato particolari entusiasmi, oggi è divenuta quasi del tutto impopolare: e la cosa è, probabilmente, il riflesso delle cocenti delusioni  che l’opinione pubblica israeliana deve aver provato in due occasioni del passato. La prima è quella che ci riporta agli incontri di Camp David (avvenuti con la mediazione di Bill Clinton) nel 2000, quando  l’allora premier Barak offrì a Yasser Arafat la possibilità di dare vita ad un nuovo Stato nazionale arabo in cambio della pace. La seconda è, invece, quella – del tutto analoga – in cui, nel 2008, fu il nuovo premier Ehud Olmert a proporre ad Abu Mazen - sempre in cambio del riconoscimento reciproco - la cessione del 93% della Cisgiordania, la quale – unitamente al territorio di Gaza che era già stato abbandonato da Israele nel 2005 – avrebbe dovuto   delimitare i confini della tanto agognata patria palestinese. Purtroppo, in entrambe le situazioni, i due rais arabi rifiutarono - in maniera che al mondo parve addirittura inspiegabile - le proposte ricevute. A meno che - pensarono allora in Israele - una ragione (sebbene inconfessabile) per il sorprendente diniego in realtà ci fosse e affondasse ancora le sue radici nell’ancestrale ed ostinato rifiuto islamico di riconoscere il diritto di esistere allo Stato ebraico. Tuttavia, al di là di queste titubanze israeliane (che, a nostro avviso, sono, comunque, piuttosto comprensibili in chi, da 75 anni, anni è obbligato a vivere con la paura di salire su un autobus o di entrare in un ristorante), a noi non resta che scommettere sulla parte meno “messianica” della società israeliana (la quale, al momento, è grazie al cielo ancora maggioritaria), sperando si riveli politicamente ed emotivamente pronta per digerire il riconoscimento americano di uno stato autonomo palestinese, accentandolo come un passaggio divenuto oramai inevitabile. Soprattutto se la cosa dovesse significare – ma questa volta però sul serio - la fine di una sequenza infinita di rancori, di lutti e di violenze.  4 Febbraio 2024   _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS – App Store – https://apple.co/2uW01yA Android – Google Play – http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_04-02-2024_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 04 Feb 2024 06:07:19 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/58561229/punto_settimana_04_02_2024_07_07.mp3" length="10147003" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Sembra che gli Stati Uniti siano sempre più convinti della necessità di realizzare, concretamente ed urgentemente, un piano definitivo per il futuro dei rapporti israelo–palestinesi, da delinearsi già prima che l’attuale...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Sembra che gli Stati Uniti siano sempre più convinti della necessità di realizzare, concretamente ed urgentemente, un piano definitivo per il futuro dei rapporti israelo–palestinesi, da delinearsi già prima che l’attuale conflitto armato sia concluso. Per la verità non c’è nulla di ufficiale e si tratta, più che altro, di indiscrezioni che però non vengono smentite dai principali centri di comando di Washington, nella consapevolezza del fatto che il raggiungimento di una pace duratura si renderà possibile solamente attraverso cambiamenti radicali e, pertanto, potenzialmente sgraditi ad entrambe le parti in causa. D’altronde, è indispensabile che, almeno tra le componenti più ragionevoli in campo, si faccia strada, una volta per tutte, l’idea che l’alternativa al dialogo è quella di dover rivivere, prima o poi, un nuovo 7 ottobre, al quale farebbe, inevitabilmente, seguito  l’ennesima reazione massiccia e cruenta da parte di Israele. Certo, nel caso in cui il piano di pace (che si dice stia maturando presso l’Amministrazione Biden) prendesse veramente corpo, gli interlocutori al tavolo delle trattative non andrebbero ovviamente cercati tra i leaders di Hamas (dediti, da sempre, alla logica del “tanto peggio, tanto meglio”) e nemmeno tra gli esponenti della destra religiosa e nazionalista israeliana che, nella migliore delle ipotesi, non hanno in testa alcuna soluzione negoziale spendibile e, nella peggiore, sognano, invece, di “ risolvere” la questione palestinese occupando direttamente non solo Gaza, ma anche l’intera Cisgiordania…  Comunque sia, dalle notizie che giungono da qualificate fonti d’Oltreoceano, pare che la Casa Bianca, probabilmente indispettita dall’atteggiamento sostanzialmente inaffidabile assunto negli ultimi anni da Netanyahu, sia entrata nell’ordine di idee di dover procedere - magari anche unilateralmente - verso il riconoscimento di uno Stato (sia pure demilitarizzato) palestinese. Si tratterebbe di una decisione di assoluta rilevanza storica e destinata a ridisegnare completamente tutta la mappa dei fragili equilibri mediorientali. E’ noto che, se in Israele la soluzione dei due stati non ha mai suscitato particolari entusiasmi, oggi è divenuta quasi del tutto impopolare: e la cosa è, probabilmente, il riflesso delle cocenti delusioni  che l’opinione pubblica israeliana deve aver provato in due occasioni del passato. La prima è quella che ci riporta agli incontri di Camp David (avvenuti con la mediazione di Bill Clinton) nel 2000, quando  l’allora premier Barak offrì a Yasser Arafat la possibilità di dare vita ad un nuovo Stato nazionale arabo in cambio della pace. La seconda è, invece, quella – del tutto analoga – in cui, nel 2008, fu il nuovo premier Ehud Olmert a proporre ad Abu Mazen - sempre in cambio del riconoscimento reciproco - la cessione del 93% della Cisgiordania, la quale – unitamente al territorio di Gaza che era già stato abbandonato da Israele nel 2005 – avrebbe dovuto   delimitare i confini della tanto agognata patria palestinese. Purtroppo, in entrambe le situazioni, i due rais arabi rifiutarono - in maniera che al mondo parve addirittura inspiegabile - le proposte ricevute. A meno che - pensarono allora in Israele - una ragione (sebbene inconfessabile) per il sorprendente diniego in realtà ci fosse e affondasse ancora le sue radici nell’ancestrale ed ostinato rifiuto islamico di riconoscere il diritto di esistere allo Stato ebraico. Tuttavia, al di là di queste titubanze israeliane (che, a nostro avviso, sono, comunque, piuttosto comprensibili in chi, da 75 anni, anni è obbligato a vivere con la paura di salire su un autobus o di entrare in un ristorante), a noi non resta che scommettere sulla parte meno “messianica” della società israeliana (la quale, al momento, è grazie al cielo ancora maggioritaria), sperando si riveli politicamente ed emotivamente pronta per digerire il riconoscimento americano di uno stato autonomo palestinese, accentandolo come un...]]></itunes:summary><itunes:duration>254</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3f27b0aed0be6e92de587cae814caafd.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Fatevene una ragione: il privato è privato… | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/fatevene-una-ragione-il-privato-e-privato-il-punto-della-settimana--58477289</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Mercoledì scorso, intervenendo alla Camera per rispondere alle domande del “question time”, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non ha perso l’occasione per ritornare su un tema che, negli ultimi tempi, sembra coinvolgerla particolarmente. E stiamo parlando dei rapporti piuttosto tesi che sussistono tra il suo Governo ed il Gruppo editoriale GEDI della famiglia Agnelli – Elkann, cui appartengono giornali come Repubblica e La Stampa i quali, di solito, non usano certamente i guanti di velluto quando parlano delle politiche di Palazzo Chigi. Nello specifico, la nostra premier se la prende con le critiche che – soprattutto da parte di Repubblica – le sono piovute addosso in merito alle privatizzazioni che l’esecutivo di destra - centro avrebbe in programma di attuare nei prossimi mesi. La Meloni non accetta, infatti, in questo campo, alcun rilievo alle sue intenzioni se ad avanzarlo è proprio chi ha “venduto ai Francesi” il conglomerato Fiat – Chrysler. E qui però, ci pare che il suo ragionamento non sia del tutto corretto, perché un conto sono le vendite che avvengono tra privati (e sulle quali nessuna forza politica può porre dei veti) ed un altro sono quelle che possono riguardare l’alienazione di beni pubblici (come ad esempio il 10% di Poste Italiane), sui quali i governi di qualsiasi colore sono, invece, tenuti a rendere conto. Pertanto, attaccando in maniera così esplicita la proprietà di Stellantis e le testate che, in qualche misura, fanno parte della sua galassia, Giorgia Meloni – a nostro parere - non ha solamente messo in discussione la libertà di stampa, ma anche quella di fare impresa.  E pensare che le accuse di avere sacrificato, sull’altare delle opportunità fiscali o delle delocalizzazioni, l’italianità dell’impero creato dagli Agnelli nel Novecento, vengono controbattute, con fastidio, da non pochi ambienti d’Oltralpe, dove, al contrario,  si ritiene che la fusione con la Fiat  abbia comportato un chiaro ridimensionamento della francesità di PSA – Peugot…. E’ vero che - si argomenta sotto la Torre Eiffel - lo Stato francese (come, non a caso, lamenta Giorgia Meloni)  ha un suo rappresentante nel Consiglio di Amministrazione di Stellantis, mentre l’Italia non lo ha... ma è altrettanto vero che ciò avviene perché la mano pubblica era entrata a far parte del board di Psa già dal 2012: da quando cioè, aveva rilevato una quota del 6,2% nell’azionariato della grande società automobilistica per far fronte ad alcune perdite accumulate allora dalla famiglia Peugeot. Questo per dire che la partecipazione di un consigliere di nomina statale alle riunioni del CDA di Stellantis non significa  affatto che il governo francese abbia poi tutta questa voce in capitolo sulla gestione del gigante dell’ automotive sorto, il 16 gennaio del 2021, dall’alleanza tra due delle principali  famiglie industriali europee. Tanto per fare un esempio, non troppo tempo fa il ministero dell’economia transalpino aveva esortato Stellantis a privilegiare l’interesse nazionale, riportando in Francia la produzione di piccole auto elettriche come la Peugeot 208: tuttavia, questo appello di natura patriottica a nulla è valso per smuovere i programmi aziendali, visto che lo stabilimento in cui si fabbrica quel tipo di veicolo è rimasto saldamente in territorio spagnolo, a Saragozza... E la cosa rappresenta un’ulteriore conferma del fatto che Stellantis è essenzialmente un gruppo privato e che sarà, quindi, sempre molto improbabile che il signor Agnelli o  il signor Peugeot si lascino incantare dalle sirene dell’Eliseo o di Palazzo Chigi, anteponendo gli interessi pubblici a quelli del proprio portafoglio.  28 Gennaio 2024]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_28-01-2024_07-07.mp3</guid><pubDate>Sun, 28 Jan 2024 06:07:40 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/58477289/punto_settimana_28_01_2024_07_07.mp3" length="9123003" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Mercoledì scorso, intervenendo alla Camera per rispondere alle domande del “question time”, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non ha perso l’occasione per ritornare su un tema che, negli ultimi tempi, sembra...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Mercoledì scorso, intervenendo alla Camera per rispondere alle domande del “question time”, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non ha perso l’occasione per ritornare su un tema che, negli ultimi tempi, sembra coinvolgerla particolarmente. E stiamo parlando dei rapporti piuttosto tesi che sussistono tra il suo Governo ed il Gruppo editoriale GEDI della famiglia Agnelli – Elkann, cui appartengono giornali come Repubblica e La Stampa i quali, di solito, non usano certamente i guanti di velluto quando parlano delle politiche di Palazzo Chigi. Nello specifico, la nostra premier se la prende con le critiche che – soprattutto da parte di Repubblica – le sono piovute addosso in merito alle privatizzazioni che l’esecutivo di destra - centro avrebbe in programma di attuare nei prossimi mesi. La Meloni non accetta, infatti, in questo campo, alcun rilievo alle sue intenzioni se ad avanzarlo è proprio chi ha “venduto ai Francesi” il conglomerato Fiat – Chrysler. E qui però, ci pare che il suo ragionamento non sia del tutto corretto, perché un conto sono le vendite che avvengono tra privati (e sulle quali nessuna forza politica può porre dei veti) ed un altro sono quelle che possono riguardare l’alienazione di beni pubblici (come ad esempio il 10% di Poste Italiane), sui quali i governi di qualsiasi colore sono, invece, tenuti a rendere conto. Pertanto, attaccando in maniera così esplicita la proprietà di Stellantis e le testate che, in qualche misura, fanno parte della sua galassia, Giorgia Meloni – a nostro parere - non ha solamente messo in discussione la libertà di stampa, ma anche quella di fare impresa.  E pensare che le accuse di avere sacrificato, sull’altare delle opportunità fiscali o delle delocalizzazioni, l’italianità dell’impero creato dagli Agnelli nel Novecento, vengono controbattute, con fastidio, da non pochi ambienti d’Oltralpe, dove, al contrario,  si ritiene che la fusione con la Fiat  abbia comportato un chiaro ridimensionamento della francesità di PSA – Peugot…. E’ vero che - si argomenta sotto la Torre Eiffel - lo Stato francese (come, non a caso, lamenta Giorgia Meloni)  ha un suo rappresentante nel Consiglio di Amministrazione di Stellantis, mentre l’Italia non lo ha... ma è altrettanto vero che ciò avviene perché la mano pubblica era entrata a far parte del board di Psa già dal 2012: da quando cioè, aveva rilevato una quota del 6,2% nell’azionariato della grande società automobilistica per far fronte ad alcune perdite accumulate allora dalla famiglia Peugeot. Questo per dire che la partecipazione di un consigliere di nomina statale alle riunioni del CDA di Stellantis non significa  affatto che il governo francese abbia poi tutta questa voce in capitolo sulla gestione del gigante dell’ automotive sorto, il 16 gennaio del 2021, dall’alleanza tra due delle principali  famiglie industriali europee. Tanto per fare un esempio, non troppo tempo fa il ministero dell’economia transalpino aveva esortato Stellantis a privilegiare l’interesse nazionale, riportando in Francia la produzione di piccole auto elettriche come la Peugeot 208: tuttavia, questo appello di natura patriottica a nulla è valso per smuovere i programmi aziendali, visto che lo stabilimento in cui si fabbrica quel tipo di veicolo è rimasto saldamente in territorio spagnolo, a Saragozza... E la cosa rappresenta un’ulteriore conferma del fatto che Stellantis è essenzialmente un gruppo privato e che sarà, quindi, sempre molto improbabile che il signor Agnelli o  il signor Peugeot si lascino incantare dalle sirene dell’Eliseo o di Palazzo Chigi, anteponendo gli interessi pubblici a quelli del proprio portafoglio.  28 Gennaio 2024]]></itunes:summary><itunes:duration>229</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ba389be78fee529eec49eb05ca03a307.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L’Europa e il Mar Rosso senza lo Zio Sam | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-europa-e-il-mar-rosso-senza-lo-zio-sam-il-punto-della-settimana--58390145</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Dovrebbe essere chiaro a tutte le persone di buon senso quanto sia importante ed urgente, per l’Europa, il dotarsi di una strategia unitaria per fronteggiare la crisi che sta sviluppandosi nel Mar Rosso, dove gli Houthi hanno seriamente messo in discussione  il diritto alla libera navigazione. E non a caso,  proprio in questi giorni, cominciamo già a dover fare i conti con il costo dei noli che, per i trasporti che vanno dall’Asia verso il Vecchio Continente, sono ultimamente triplicati. Il rischio molto concreto è quello che, per evitare le trappole tese alle navi dalle milizie sciite yemenite, le compagnie di navigazione si vedano in gran parte costrette  a deviare la rotta delle proprie flotte, imponendo loro il periplo dell’Africa, con inevitabili aggravi dei costi ed allungamenti dei tempi di consegna. Pensiamo, ad esempio, anche soltanto a quali difficoltà potrebbe andare incontro il nostro Paese, che oggi vede transitare circa il 40% del suo import/export proprio dal canale di Suez... Ecco perché, se vogliamo scongiurare il pericolo che le attuali incertezze sul movimento delle merci finiscano per farci ricadere in una penuria di approvvigionamenti persino peggiore di quella che abbiamo conosciuto durante la pandemia,  faremmo bene ad agire in tempo – prima cioè, che le scorte di cui disponiamo diventino insufficienti – per organizzare una  forza navale europea, che si ponga a tutela delle navi commerciali che solcano quelle acque divenute oggi così perigliose. Per ora, quello che sta avvenendo nel Mar Rosso non ha fatto altro che riproporre lo scenario classico che vede l’Unione Europea affidarsi, per la sua sicurezza, all’intervento militare dei soliti Stati Uniti, ai quali si è aggiunta, in questo caso, anche la Gran Bretagna, la quale va, comunque,  ormai, pure essa, annoverata tra le potenze extra comunitarie. Tuttavia, soprattutto in vista di una possibile svolta isolazionista di Washington (magari nell’ipotesi in cui Donald Trump dovesse tornare alla Casa Bianca), l’Europa, se non vorrà proprio farsi trovare sistematicamente impreparata ogni volta che il prepotente di turno alza la voce, dovrà finalmente imparare a recitare anche  una parte diversa da quella di chi subisce – sempre e soltanto - i ricatti senza nulla obiettare.  Il problema che ci stanno creando gli Houthi in queste ore è, sostanzialmente, un esempio di come anche gli scambi internazionali possano essere usati come armi: e purtroppo, nel momento stesso in cui viene impedita la navigazione in un tratto di mare che normalmente è attraversato dal 12 % del commercio globale - se le viene a mancare l’ombrello protettivo dello Zio Sam - l’Europa non può fare altro che rassegnarsi a soccombere, scontando gli inevitabili effetti recessivi sulle economie dei suoi Paesi i quali, sostanzialmente impotenti, devono comunque, loro malgrado, vedersela con le minacce piratesche sui traffici.    _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS – App Store – https://apple.co/2uW01yA Android – Google Play – http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_21-01-2024_07-01.mp3</guid><pubDate>Sun, 21 Jan 2024 06:01:23 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/58390145/punto_settimana_21_01_2024_07_01.mp3" length="7498186" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Dovrebbe essere chiaro a tutte le persone di buon senso quanto sia importante ed urgente, per l’Europa, il dotarsi di una strategia unitaria per fronteggiare la crisi che sta sviluppandosi nel Mar Rosso, dove gli Houthi...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Dovrebbe essere chiaro a tutte le persone di buon senso quanto sia importante ed urgente, per l’Europa, il dotarsi di una strategia unitaria per fronteggiare la crisi che sta sviluppandosi nel Mar Rosso, dove gli Houthi hanno seriamente messo in discussione  il diritto alla libera navigazione. E non a caso,  proprio in questi giorni, cominciamo già a dover fare i conti con il costo dei noli che, per i trasporti che vanno dall’Asia verso il Vecchio Continente, sono ultimamente triplicati. Il rischio molto concreto è quello che, per evitare le trappole tese alle navi dalle milizie sciite yemenite, le compagnie di navigazione si vedano in gran parte costrette  a deviare la rotta delle proprie flotte, imponendo loro il periplo dell’Africa, con inevitabili aggravi dei costi ed allungamenti dei tempi di consegna. Pensiamo, ad esempio, anche soltanto a quali difficoltà potrebbe andare incontro il nostro Paese, che oggi vede transitare circa il 40% del suo import/export proprio dal canale di Suez... Ecco perché, se vogliamo scongiurare il pericolo che le attuali incertezze sul movimento delle merci finiscano per farci ricadere in una penuria di approvvigionamenti persino peggiore di quella che abbiamo conosciuto durante la pandemia,  faremmo bene ad agire in tempo – prima cioè, che le scorte di cui disponiamo diventino insufficienti – per organizzare una  forza navale europea, che si ponga a tutela delle navi commerciali che solcano quelle acque divenute oggi così perigliose. Per ora, quello che sta avvenendo nel Mar Rosso non ha fatto altro che riproporre lo scenario classico che vede l’Unione Europea affidarsi, per la sua sicurezza, all’intervento militare dei soliti Stati Uniti, ai quali si è aggiunta, in questo caso, anche la Gran Bretagna, la quale va, comunque,  ormai, pure essa, annoverata tra le potenze extra comunitarie. Tuttavia, soprattutto in vista di una possibile svolta isolazionista di Washington (magari nell’ipotesi in cui Donald Trump dovesse tornare alla Casa Bianca), l’Europa, se non vorrà proprio farsi trovare sistematicamente impreparata ogni volta che il prepotente di turno alza la voce, dovrà finalmente imparare a recitare anche  una parte diversa da quella di chi subisce – sempre e soltanto - i ricatti senza nulla obiettare.  Il problema che ci stanno creando gli Houthi in queste ore è, sostanzialmente, un esempio di come anche gli scambi internazionali possano essere usati come armi: e purtroppo, nel momento stesso in cui viene impedita la navigazione in un tratto di mare che normalmente è attraversato dal 12 % del commercio globale - se le viene a mancare l’ombrello protettivo dello Zio Sam - l’Europa non può fare altro che rassegnarsi a soccombere, scontando gli inevitabili effetti recessivi sulle economie dei suoi Paesi i quali, sostanzialmente impotenti, devono comunque, loro malgrado, vedersela con le minacce piratesche sui traffici.    _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS – App Store – https://apple.co/2uW01yA Android – Google Play – http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>188</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/867ade4244385a1a31af1d7ed9453cd7.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>I Curdi e i Palestinesi: all’ONU due pesi e due misure | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/i-curdi-e-i-palestinesi-all-onu-due-pesi-e-due-misure-il-punto-della-settimana--58294545</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Due giorni fa, la Corte Internazionale dell’Aia si è riunita per valutare l’accusa – avanzata dal Sudafrica - di genocidio nei confronti di Israele. Un’accusa, in teoria, tutt’altro che facile da sostenere, poiché per configurare il crimine di genocidio, non basta trovarsi in presenza di un numero rilevante di vittime civili, ma occorre anche riuscire a dimostrare la sussistenza di un elemento soggettivo che consiste nella volontà di “distruggere, in tutto o in parte, un determinato gruppo di persone che si identifichi per la propria nazionalità, etnia, razza o religione”. Tuttavia, se andiamo a vedere quali Paesi siano rappresentati nel Collegio che avrà il compito di pronunciarsi sulla questione, notiamo che è piuttosto folta la partecipazione di Stati della cui sensibilità, in merito al rispetto dei diritti umani, è lecito dubitare. E stiamo parlando di Cina, Russia, Somalia, Uganda o Libano...Possiamo, quindi, aspettarci di tutto…  D’altra parte, lasciando adesso  a margine la contesa israelo – palestinese, stiamo pur sempre parlando di un Tribunale che è espressione di quell’ONU che non tradisce il benché minimo cenno di imbarazzo o di vergogna nell’attribuireall’Iran la presidenza del Consiglio per i Diritti Umani, che ha sede a Ginevra... Siamo del parere che l’Organizzazione del Palazzo di Vetro abbia ormai esaurito del tutto quella spinta ideale – magari anche velleitaria – che, originariamente, aveva portato gran parte dell’umanità ad illudersi che fosse sempre possibile risolvere anche i problemi più spinosi, affidandosi alla diplomazia e, soprattutto, al ripudio delle armi. Che le cose non siano andate in questo modo e che  quasi tutte le pronunce delle Nazioni Unite siano il frutto di maggioranze “bloccate” e precostituite è, infatti, sotto gli occhi di tutti. Ci chiediamo, tanto per fare un esempio scandaloso, per quale motivo nessuno all’ONU si prenda mai la briga di occuparsi un po’ anche dei poveri Curdi: anch’essi – come i Palestinesi – un popolo senza patria, ma, evidentemente (purtroppo per loro ) con meno santi in paradiso.. . Eppure, fecero comodo a tutti quando si trattò di andare a stanare, casa per casa, i miliziani dell’ISIS...per un paio d’anni ebbero gli onori delle prime pagine di tutti i giornali del mondo che ne esaltavano l’eroismo e lo spirito di sacrificio... salvo poi, a missione compiuta, liquidarli dicendo loro “grazie ragazzi, è stato bello conoscervi, ma adesso con l’aviazione di Erdogan ve la vedete voi”...  Come mai nei programmi delle Nazioni Unite non si parla mai della creazione di uno Stato per il popolo curdo? E' forse un popolo di serie B rispetto a quello palestinese? Che cosa ha da suggerire in proposito il segretario generale Antonio Guterres? E poi, lasciatecelo dire, saremmo anche tanto curiosi di sapere che cosa ne pensino, in Italia, i vari Orsini and company?  14 Gennaio 2024  _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS – App Store – https://apple.co/2uW01yA Android – Google Play – http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_14-01-2024_07-01.mp3</guid><pubDate>Sun, 14 Jan 2024 06:01:36 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/58294545/punto_settimana_14_01_2024_07_01.mp3" length="7568195" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Due giorni fa, la Corte Internazionale dell’Aia si è riunita per valutare l’accusa – avanzata dal Sudafrica - di genocidio nei confronti di Israele. Un’accusa, in teoria, tutt’altro che facile da sostenere, poiché per...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Due giorni fa, la Corte Internazionale dell’Aia si è riunita per valutare l’accusa – avanzata dal Sudafrica - di genocidio nei confronti di Israele. Un’accusa, in teoria, tutt’altro che facile da sostenere, poiché per configurare il crimine di genocidio, non basta trovarsi in presenza di un numero rilevante di vittime civili, ma occorre anche riuscire a dimostrare la sussistenza di un elemento soggettivo che consiste nella volontà di “distruggere, in tutto o in parte, un determinato gruppo di persone che si identifichi per la propria nazionalità, etnia, razza o religione”. Tuttavia, se andiamo a vedere quali Paesi siano rappresentati nel Collegio che avrà il compito di pronunciarsi sulla questione, notiamo che è piuttosto folta la partecipazione di Stati della cui sensibilità, in merito al rispetto dei diritti umani, è lecito dubitare. E stiamo parlando di Cina, Russia, Somalia, Uganda o Libano...Possiamo, quindi, aspettarci di tutto…  D’altra parte, lasciando adesso  a margine la contesa israelo – palestinese, stiamo pur sempre parlando di un Tribunale che è espressione di quell’ONU che non tradisce il benché minimo cenno di imbarazzo o di vergogna nell’attribuireall’Iran la presidenza del Consiglio per i Diritti Umani, che ha sede a Ginevra... Siamo del parere che l’Organizzazione del Palazzo di Vetro abbia ormai esaurito del tutto quella spinta ideale – magari anche velleitaria – che, originariamente, aveva portato gran parte dell’umanità ad illudersi che fosse sempre possibile risolvere anche i problemi più spinosi, affidandosi alla diplomazia e, soprattutto, al ripudio delle armi. Che le cose non siano andate in questo modo e che  quasi tutte le pronunce delle Nazioni Unite siano il frutto di maggioranze “bloccate” e precostituite è, infatti, sotto gli occhi di tutti. Ci chiediamo, tanto per fare un esempio scandaloso, per quale motivo nessuno all’ONU si prenda mai la briga di occuparsi un po’ anche dei poveri Curdi: anch’essi – come i Palestinesi – un popolo senza patria, ma, evidentemente (purtroppo per loro ) con meno santi in paradiso.. . Eppure, fecero comodo a tutti quando si trattò di andare a stanare, casa per casa, i miliziani dell’ISIS...per un paio d’anni ebbero gli onori delle prime pagine di tutti i giornali del mondo che ne esaltavano l’eroismo e lo spirito di sacrificio... salvo poi, a missione compiuta, liquidarli dicendo loro “grazie ragazzi, è stato bello conoscervi, ma adesso con l’aviazione di Erdogan ve la vedete voi”...  Come mai nei programmi delle Nazioni Unite non si parla mai della creazione di uno Stato per il popolo curdo? E' forse un popolo di serie B rispetto a quello palestinese? Che cosa ha da suggerire in proposito il segretario generale Antonio Guterres? E poi, lasciatecelo dire, saremmo anche tanto curiosi di sapere che cosa ne pensino, in Italia, i vari Orsini and company?  14 Gennaio 2024  _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS – App Store – https://apple.co/2uW01yA Android – Google Play – http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>190</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ca523f66d3e956e504100da4e612a0e3.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Le bombe del Califfato | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/le-bombe-del-califfato-il-punto-della-settimana--58221919</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  La propaganda del regime iraniano, per un paio di giorni, deve aver tanto sperato di poter attribuire ad Israele la responsabilità del terribile attentato terroristico che ha causato quasi cento morti tra la folla che si era radunata sulla tomba del generale Qassem Soleimani, per celebrare il quarto anniversario della sua uccisione, avvenuta il 3 gennaio 2020, a seguito di un attacco mirato portato a termine da un missile americano. Naturalmente, nei palazzi del potere di Teheran, chiunque capisca qualcosa di politica ed abbia un minimo di dimestichezza con la storia degli ultimi anni, sapeva benissimo che la strage di Kerman aveva una matrice decisamente estranea rispetto a quello che, solitamente, è il modo di agire dei servizi segreti israeliani, i quali tendono, per prassi, a privilegiare sempre le esecuzioni mirate. Non si ha, infatti, notizia che abbiano mai fatto esplodere bombe in luoghi affollati, se non nel lontano 1946, allorché il gruppo paramilitare ebraico “Irgun” fece saltare in aria l’hotel King David di Gerusalemme, che ospitava il quartier generale britannico, durante il periodo del Mandato per la Palestina.  A nulla è, pertanto, servito che alcuni giornali vicini al potere sciita siano arrivati in edicola con titoli – in certi casi stampati addirittura in ebraico – che preannunciavano una feroce vendetta contro il nemico sionista, poiché la rivendicazione ufficiale di tutto quanto era successo veramente, è puntualmente giunta da un comunicato dell’ISIS che, mostrando le foto dei due fanatici sunniti autori della strage, invitava le masse islamiche a colpire gli ebrei - ovunque essi si trovino – e tutti i nemici comuni dell’Islam. Nemici che – si badi bene - non sono solamente Stati Uniti, Europa ed  Israele, ma comprendono pure l’universo sciita di Iran e Hezbollah. E non a caso, il comunicato di rivendicazione prosegue precisando che quella del Califfato islamico “non è una guerra per il territorio o di frontiera, ma è una guerra di religione”. Una guerra che – ci pare di capire – non fa, dunque, alcuna distinzione tra i mali assoluti da combattere: siano questi rappresentati da cristiani, da ebrei o da musulmani scomunicati perché portatori di una “empietà massima”, per la quale è prevista la pena di morte.  Viene, comunque, spontaneo domandarsi per quale ragione l’ISIS abbia deciso di colpire proprio in prossimità della tomba di Soleimani. Proviamo allora a darci una risposta, andando a ricordare come il generale iraniano - in qualità di comandante delle Guardie della Rivoluzione  – si fosse, a suo tempo, distinto per l’efficace azione di coordinamento delle milizie sciite irachene che, pur macchiandosi di crimini orrendi nei confronti della popolazione sunnita locale, combatterono accanitamente lo Stato islamico, contribuendo, in modo significativo, alla sua sconfitta. Soleimani non è stato, quindi, soltanto l’uomo che l’Occidente ha sempre individuato come il principale burattinaio di tante violenze perpetrate dall’Iran, ma è stato pure lo stratega militare di un raggruppamento sciita che, per tre anni, ha combattuto l’ISIS, dando vita, di fatto, ad una oggettiva – per quanto politicamente impresentabile – alleanza sul campo con una coalizione di altre forze irachene guidate – guarda caso – proprio dai “satanici” Stati Uniti... E stiamo semplicemente parlando  di uno dei tanti casi in cui, a condizionare le politiche mediorientali, sono state (e continueranno ad essere) anche le più inconfessabili convergenze di interessi.  07 Gennaio 2024  _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS – App Store – https://apple.co/2uW01yA Android – Google Play – http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_07-01-2024_07-01.mp3</guid><pubDate>Sun, 07 Jan 2024 06:01:33 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/58221919/punto_settimana_07_01_2024_07_01.mp3" length="3647991" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  La propaganda del regime iraniano, per un paio di giorni, deve aver tanto sperato di poter attribuire ad Israele la responsabilità del terribile attentato terroristico che ha causato quasi cento morti tra la folla che si era...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  La propaganda del regime iraniano, per un paio di giorni, deve aver tanto sperato di poter attribuire ad Israele la responsabilità del terribile attentato terroristico che ha causato quasi cento morti tra la folla che si era radunata sulla tomba del generale Qassem Soleimani, per celebrare il quarto anniversario della sua uccisione, avvenuta il 3 gennaio 2020, a seguito di un attacco mirato portato a termine da un missile americano. Naturalmente, nei palazzi del potere di Teheran, chiunque capisca qualcosa di politica ed abbia un minimo di dimestichezza con la storia degli ultimi anni, sapeva benissimo che la strage di Kerman aveva una matrice decisamente estranea rispetto a quello che, solitamente, è il modo di agire dei servizi segreti israeliani, i quali tendono, per prassi, a privilegiare sempre le esecuzioni mirate. Non si ha, infatti, notizia che abbiano mai fatto esplodere bombe in luoghi affollati, se non nel lontano 1946, allorché il gruppo paramilitare ebraico “Irgun” fece saltare in aria l’hotel King David di Gerusalemme, che ospitava il quartier generale britannico, durante il periodo del Mandato per la Palestina.  A nulla è, pertanto, servito che alcuni giornali vicini al potere sciita siano arrivati in edicola con titoli – in certi casi stampati addirittura in ebraico – che preannunciavano una feroce vendetta contro il nemico sionista, poiché la rivendicazione ufficiale di tutto quanto era successo veramente, è puntualmente giunta da un comunicato dell’ISIS che, mostrando le foto dei due fanatici sunniti autori della strage, invitava le masse islamiche a colpire gli ebrei - ovunque essi si trovino – e tutti i nemici comuni dell’Islam. Nemici che – si badi bene - non sono solamente Stati Uniti, Europa ed  Israele, ma comprendono pure l’universo sciita di Iran e Hezbollah. E non a caso, il comunicato di rivendicazione prosegue precisando che quella del Califfato islamico “non è una guerra per il territorio o di frontiera, ma è una guerra di religione”. Una guerra che – ci pare di capire – non fa, dunque, alcuna distinzione tra i mali assoluti da combattere: siano questi rappresentati da cristiani, da ebrei o da musulmani scomunicati perché portatori di una “empietà massima”, per la quale è prevista la pena di morte.  Viene, comunque, spontaneo domandarsi per quale ragione l’ISIS abbia deciso di colpire proprio in prossimità della tomba di Soleimani. Proviamo allora a darci una risposta, andando a ricordare come il generale iraniano - in qualità di comandante delle Guardie della Rivoluzione  – si fosse, a suo tempo, distinto per l’efficace azione di coordinamento delle milizie sciite irachene che, pur macchiandosi di crimini orrendi nei confronti della popolazione sunnita locale, combatterono accanitamente lo Stato islamico, contribuendo, in modo significativo, alla sua sconfitta. Soleimani non è stato, quindi, soltanto l’uomo che l’Occidente ha sempre individuato come il principale burattinaio di tante violenze perpetrate dall’Iran, ma è stato pure lo stratega militare di un raggruppamento sciita che, per tre anni, ha combattuto l’ISIS, dando vita, di fatto, ad una oggettiva – per quanto politicamente impresentabile – alleanza sul campo con una coalizione di altre forze irachene guidate – guarda caso – proprio dai “satanici” Stati Uniti... E stiamo semplicemente parlando  di uno dei tanti casi in cui, a condizionare le politiche mediorientali, sono state (e continueranno ad essere) anche le più inconfessabili convergenze di interessi.  07 Gennaio 2024  _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS – App Store – https://apple.co/2uW01yA Android – Google Play – http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>228</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/4325372d4f6a29796509e700d4b2c138.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>I bambini più sfortunati | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/i-bambini-piu-sfortunati-il-punto-della-settimana--58157832</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  In questo nostro ultimo appuntamento dell’anno, vogliamo fermare l’ attenzione su quelle che, loro malgrado, risultano essere le vittime più innocenti e indifese di tutta la barbarie alla quale l’attuale “guerra mondiale a pezzi” (di bergogliana definizione) rischia, purtroppo, di assuefarci cinicamente. E stiamo pensando, innanzitutto, ai bambini israeliani barbaramente fatti a pezzi nel pogrom del 7 ottobre ed agli almeno 5.300 piccoli palestinesi che, secondo le stime dell’UNICEF, sono rimasti uccisi sotto le macerie provocate dai bombardamenti su Gaza. Ma è doveroso ricordare anche i 19.000 minori ucraini - certificati dal governo di Kiev – che, negli ultimi due anni,  i soldati di Putin  hanno deportato in Russia: si tratta, in sostanza, di “bambini rubati” alle loro famiglie, attraverso una pratica che costituisce un vero e proprio crimine di guerra e che, al leader del Cremlino, è, infatti, costata  una imbarazzante incriminazione dinanzi al Tribunale penale internazionale dell’Aja. Una deportazione di massa talmente grave da rasentare l’incredibile: al punto che, quando se ne ebbero le prime notizie, le nostre ormai troppo ingenue mentalità occidentali stentarono persino a prenderne atto...Invece, i numeri forniti dalle autorità ucraine parlano chiaro e noi pensiamo che ai dati resi noti da un Paese europeo e democratico si debba riconoscere almeno la stessa credibilità che viene, solitamente, attribuita – magari anche con un po’ troppa generosità - a quelli diffusi da un’organizzazione terroristica come Hamas...  Le modalità con le quali sono state realizzate queste sottrazioni di bambini al proprio Paese ed alla propria cultura, hanno spaziato da quelle che ricordano tristemente l’esperienza sovietica degli Anni 30 a quelle che, invece, molto più subdolamente si avvicinano alle moderne iniziative promozionali: come nel caso i cui, a Kherson – nel periodo di occupazione russa – i militari di Mosca proposero alle famiglie ucraine di mandare i loro figli in “colonie estive” in Crimea... La data in cui ebbe luogo questa crudele beffa della vacanza senza ritorno per oltre 500 minori fu, ancora una volta, quella del 7 ottobre. Una data, evidentemente, sciagurata: solo che, in questa circostanza, era il 2022.  La ratio di tutto ciò risiede, chiaramente, nel disegno di privare l’Ucraina di un proprio futuro: i minori non vengono, infatti, solamente allontanati dal loro Paese natio, ma devono sottostare anche ad un programma “full immersion” di revisione culturale, che comprende l’apprendimento sia della lingua, che della storia russa, vista però alla luce della propaganda putiniana.  I bambini ucraini devono, quindi, diventare russi: tanto è vero che, per i più grandicelli di loro, è previsto pure l’ inizio di un sommario addestramento militare, che potrà magari venire utile in futuro se, ad esempio,  tra tre o quattro anni, la cosiddetta “operazione militare speciale” non avesse ancora portato alla completa “denazificazione” della “diabolica” Ucraina…   Che il 2024 possa, dunque, vedere il ritorno a casa di tanti bambini sfortunati.  31 Dicembre 2023  Credits: Agenzia Fotogramma  _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS – App Store – https://apple.co/2uW01yA Android – Google Play – http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_31-12-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sun, 31 Dec 2023 00:01:47 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/58157832/punto_settimana_31_12_2023_01_01.mp3" length="3376735" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  In questo nostro ultimo appuntamento dell’anno, vogliamo fermare l’ attenzione su quelle che, loro malgrado, risultano essere le vittime più innocenti e indifese di tutta la barbarie alla quale l’attuale “guerra mondiale a...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  In questo nostro ultimo appuntamento dell’anno, vogliamo fermare l’ attenzione su quelle che, loro malgrado, risultano essere le vittime più innocenti e indifese di tutta la barbarie alla quale l’attuale “guerra mondiale a pezzi” (di bergogliana definizione) rischia, purtroppo, di assuefarci cinicamente. E stiamo pensando, innanzitutto, ai bambini israeliani barbaramente fatti a pezzi nel pogrom del 7 ottobre ed agli almeno 5.300 piccoli palestinesi che, secondo le stime dell’UNICEF, sono rimasti uccisi sotto le macerie provocate dai bombardamenti su Gaza. Ma è doveroso ricordare anche i 19.000 minori ucraini - certificati dal governo di Kiev – che, negli ultimi due anni,  i soldati di Putin  hanno deportato in Russia: si tratta, in sostanza, di “bambini rubati” alle loro famiglie, attraverso una pratica che costituisce un vero e proprio crimine di guerra e che, al leader del Cremlino, è, infatti, costata  una imbarazzante incriminazione dinanzi al Tribunale penale internazionale dell’Aja. Una deportazione di massa talmente grave da rasentare l’incredibile: al punto che, quando se ne ebbero le prime notizie, le nostre ormai troppo ingenue mentalità occidentali stentarono persino a prenderne atto...Invece, i numeri forniti dalle autorità ucraine parlano chiaro e noi pensiamo che ai dati resi noti da un Paese europeo e democratico si debba riconoscere almeno la stessa credibilità che viene, solitamente, attribuita – magari anche con un po’ troppa generosità - a quelli diffusi da un’organizzazione terroristica come Hamas...  Le modalità con le quali sono state realizzate queste sottrazioni di bambini al proprio Paese ed alla propria cultura, hanno spaziato da quelle che ricordano tristemente l’esperienza sovietica degli Anni 30 a quelle che, invece, molto più subdolamente si avvicinano alle moderne iniziative promozionali: come nel caso i cui, a Kherson – nel periodo di occupazione russa – i militari di Mosca proposero alle famiglie ucraine di mandare i loro figli in “colonie estive” in Crimea... La data in cui ebbe luogo questa crudele beffa della vacanza senza ritorno per oltre 500 minori fu, ancora una volta, quella del 7 ottobre. Una data, evidentemente, sciagurata: solo che, in questa circostanza, era il 2022.  La ratio di tutto ciò risiede, chiaramente, nel disegno di privare l’Ucraina di un proprio futuro: i minori non vengono, infatti, solamente allontanati dal loro Paese natio, ma devono sottostare anche ad un programma “full immersion” di revisione culturale, che comprende l’apprendimento sia della lingua, che della storia russa, vista però alla luce della propaganda putiniana.  I bambini ucraini devono, quindi, diventare russi: tanto è vero che, per i più grandicelli di loro, è previsto pure l’ inizio di un sommario addestramento militare, che potrà magari venire utile in futuro se, ad esempio,  tra tre o quattro anni, la cosiddetta “operazione militare speciale” non avesse ancora portato alla completa “denazificazione” della “diabolica” Ucraina…   Che il 2024 possa, dunque, vedere il ritorno a casa di tanti bambini sfortunati.  31 Dicembre 2023  Credits: Agenzia Fotogramma  _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS – App Store – https://apple.co/2uW01yA Android – Google Play – http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>212</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/f71febb27213df7b4ae642c47e8cab88.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Ratifica del MES: chi ne capisce qualcosa è bravo… | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/ratifica-del-mes-chi-ne-capisce-qualcosa-e-bravo-il-punto-della-settimana--58107083</link><description><![CDATA[Normalmente, un Paese importante come il nostro rispetta gli impegni firmati anche dai governi che abbiano preceduto quelli che sono al momento in carica. Non dobbiamo, quindi, fare un grosso sforzo di immaginazione per immedesimarci nell’imbarazzo che deve vivere, in queste ore, il ministro Giorgetti.  Uomo notoriamente di poche parole e, comunque, restio ad apparire oltre lo stretto necessario, il leghista che piaceva tanto a Mario Draghi e che, di tutto l’esecutivo Meloni, era l’esponente più apertamente favorevole a chiudere, in modo positivo, la questione della la ratifica del MES, rischia ora di veder calare la sua credibilità in Europa, dal momento che deve, suo malgrado, accettare lo scomodo compito di rappresentare, in sede finanziaria, una nazione della cui affidabilità, d’ora in poi, a livello comunitario si comincerà a dubitare seriamente. Chi ha avuto modo di avvicinare Giorgetti in questi frangenti non lo ha trovato certo di buon umore, ma lo descrive, invece, allarmato dall’idea che, prima o poi , Bruxelles ce la farà pagare...E in effetti, dopo il raggiunto accordo di mercoledì sul Patto di Stabilità, la scelta italiana di non ratificare il MES ha suscitato, ovunque, un notevolissimo stupore: al punto che il presidente dell’Eurogruppo – l’irlandese Pascal Donohoe – si è spinto fino a definire “deplorevole” il fatto che non sia ancora stato possibile realizzare – senza il sostegno dell’Italia - “una pietra miliare importante verso il completamento dell’Unione bancaria nell’Unione Europea”. Il nostro è rimasto, quindi, l’unico Paese della zona euro ad impedire la finalizzazione di una riforma sulla quale tutti gli Stati europei che aderiscono alla moneta unica  si erano impegnati a confluire già dal 2021. E’, pertanto, più che comprensibile il fastidio con cui la presa di posizione di Roma è stata accolta nelle altre capitali europee...In fondo, quella del nostro Parlamento è una decisione che, più che andare a riflettersi sulla politica economica di casa nostra, va, invece, ad incidere proprio su quelle di altri Paesi che magari vorrebbero anche usufruire dei fondi del MES, ma non possono farlo perché condizionati dal poco ragionevole blocco imposto dal Bel Paese. In altre  parole, l’Italia appare oggi come un cliente che, entrando in un ristorante, dichiara non solo di non gradire un certo piatto presente nel menu, ma, di fatto, impedisce pure che  venga servito a tutti gli altri avventori del locale… A questo punto, la ratifica potrà, comunque, essere riproposta tra sei mesi: e vale a dire, dopo le elezioni per l’Europarlamento. Tuttavia, non sarà facile per nessuno dei nostri politici giustificare una eventuale disponibilità a rivedere il proprio giudizio su quello stesso MES, che, da sempre, descrivono come una sorta di trappola concepita – poi da chissà chi - per limitare la sovranità politica ed economica dell’Italia, sottomettendola al vaglio degli organismi comunitari. Francamente, stentiamo a comprendere le ragioni che hanno indotto Giorgia Meloni a deviare così clamorosamente da quella linea di avvicinamento alle istituzioni europee che, da quando ha fatto il suo ingresso a Palazzo Chigi, le aveva – magari anche un po’ a sorpresa – consentito di stabilire ottimi rapporti con Ursula von der Leyen, di ottenere buoni risultati col Pnrr e di dialogare costruttivamente con almeno una parte del Partito Popolare Europeo. Si è trattato forse di una ripicca indispettita alla trattativa “tete – à – tete” con cui Francia e Germania hanno chiuso l’accordo definitivo sulla riforma del Patto di Stabilità, mettendo l’Italia dinanzi al fatto compiuto? Oppure, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, la Meloni non se la è sentita di lasciare alla Lega di Salvini la guida esclusiva delle rivendicazioni sovraniste? Certo è che se oggi la nostra premier volesse riproporre alla Von der Leyen una nuova gita a Tunisi per omaggiare il discusso presidente Kais Saied, ben difficilmente potrebbe contare su quella generosa disponibilità che le era stata concessa lo scorso giugno... Pertanto, l’impressione che abbiamo adesso è quella che, purtroppo, il giocattolo si stia rompendo sul serio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_24-12-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sun, 24 Dec 2023 00:01:18 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/58107083/punto_settimana_24_12_2023_01_01.mp3" length="4045470" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Normalmente, un Paese importante come il nostro rispetta gli impegni firmati anche dai governi che abbiano preceduto quelli che sono al momento in carica. 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Chi ha avuto modo di avvicinare Giorgetti in questi frangenti non lo ha trovato certo di buon umore, ma lo descrive, invece, allarmato dall’idea che, prima o poi , Bruxelles ce la farà pagare...E in effetti, dopo il raggiunto accordo di mercoledì sul Patto di Stabilità, la scelta italiana di non ratificare il MES ha suscitato, ovunque, un notevolissimo stupore: al punto che il presidente dell’Eurogruppo – l’irlandese Pascal Donohoe – si è spinto fino a definire “deplorevole” il fatto che non sia ancora stato possibile realizzare – senza il sostegno dell’Italia - “una pietra miliare importante verso il completamento dell’Unione bancaria nell’Unione Europea”. Il nostro è rimasto, quindi, l’unico Paese della zona euro ad impedire la finalizzazione di una riforma sulla quale tutti gli Stati europei che aderiscono alla moneta unica  si erano impegnati a confluire già dal 2021. E’, pertanto, più che comprensibile il fastidio con cui la presa di posizione di Roma è stata accolta nelle altre capitali europee...In fondo, quella del nostro Parlamento è una decisione che, più che andare a riflettersi sulla politica economica di casa nostra, va, invece, ad incidere proprio su quelle di altri Paesi che magari vorrebbero anche usufruire dei fondi del MES, ma non possono farlo perché condizionati dal poco ragionevole blocco imposto dal Bel Paese. In altre  parole, l’Italia appare oggi come un cliente che, entrando in un ristorante, dichiara non solo di non gradire un certo piatto presente nel menu, ma, di fatto, impedisce pure che  venga servito a tutti gli altri avventori del locale… A questo punto, la ratifica potrà, comunque, essere riproposta tra sei mesi: e vale a dire, dopo le elezioni per l’Europarlamento. Tuttavia, non sarà facile per nessuno dei nostri politici giustificare una eventuale disponibilità a rivedere il proprio giudizio su quello stesso MES, che, da sempre, descrivono come una sorta di trappola concepita – poi da chissà chi - per limitare la sovranità politica ed economica dell’Italia, sottomettendola al vaglio degli organismi comunitari. Francamente, stentiamo a comprendere le ragioni che hanno indotto Giorgia Meloni a deviare così clamorosamente da quella linea di avvicinamento alle istituzioni europee che, da quando ha fatto il suo ingresso a Palazzo Chigi, le aveva – magari anche un po’ a sorpresa – consentito di stabilire ottimi rapporti con Ursula von der Leyen, di ottenere buoni risultati col Pnrr e di dialogare costruttivamente con almeno una parte del Partito Popolare Europeo. Si è trattato forse di una ripicca indispettita alla trattativa “tete – à – tete” con cui Francia e Germania hanno chiuso l’accordo definitivo sulla riforma del Patto di Stabilità, mettendo l’Italia dinanzi al fatto compiuto? Oppure, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, la Meloni non se la è sentita di lasciare alla Lega di Salvini la guida esclusiva delle rivendicazioni sovraniste? 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E stiamo parlando della strage - perpetrata dal gruppo armato palestinese “Settembre Nero” - all’Aeroporto di Fiumicino, nella quale 34 persone persero la loro vita, probabilmente a causa di un “regolamento dei conti” tra i nostri servizi segreti e quelli libico-palestinesi. Tra le vittime ci furono anche sei nostri connazionali, con una bambina di nove anni.  Non aspettiamoci oggi di trovare ampi spazi dedicati a questo tragico evento, né sulla carta stampata, né sui telegiornali: è, infatti, non solo politicamente corretto, ma anche furbescamente opportuno soffermarsi il meno possibile su certi aspetti legati alla politica estera italiana di quegli anni tormentati. Forse, l’azione di Settembre Nero – che, tra l’altro, era anche tragicomicamente espressione del Partito del premio Nobel per la pace Arafat e che aveva già, comunque, presentato il suo biglietto da visita in occasione delle Olimpiadi di Monaco del 72 – potrebbe collegarsi al tentativo sponsorizzato dal colonnello Gheddafi (ma poi fallito grazie alla parte più sana della nostra intelligence) di assassinare la premier israeliana Golda Maier, in visita in Italia nel gennaio del 1973. Possiamo, quindi, credibilmente pensare che il nostro Paese - agli occhi di chi avrebbe preteso di fare il bello e il cattivo tempo non solo nel deserto del Sahara, ma anche nella Pianura Padana - meritasse una severa lezione... e così, in quell’infausta mattina di mezzo secolo fa, un commando palestinese prese in ostaggio sei agenti della Polizia aeroportuale, i quali – udite, udite ! - erano, incredibilmente, tenuti a svolgere il loro servizio senza avere il colpo in canna…  Settembre Nero, muovendosi così quasi del tutto indisturbato, lanciò prima alcune bombe contro un aereo americano, uccidendo più di venti persone e ferendone quindici, dopo di che si impossessò di un velivolo della Lufthansa, dirottandolo verso il Kuwait e portandosi dietro gli ostaggi in divisa ed ovviamente il personale dell’aereo.  Gli unici ad opporsi alla ferocia dei terroristi furono, cercando di agire senza poter contare su alcun coordinamento dall’alto, il finanziere Antonio Zara (rimasto purtroppo steso a terra) ed il poliziotto, Antonio Campanile, che riuscì a contrastare, almeno in parte, la violenza di quelli che allora si chiamavano “feddayn”.  Come si è detto, nonostante l’alto numero di vittime questa strage è finita in qualche archivio nascosto delle cose dimenticate: tanto è vero che l’Italia non ha neanche mai provato a chiedere l’estradizione degli autori del barbaro eccidio. Inconfessabili ragioni di opportunità politica spingevano, evidentemente, in senso contrario. Il governo di allora (ma anche quelli successivi), per motivi soprattutto di carattere economico – non dimentichiamo la grave crisi petrolifera vissuta in tutta Europa con l’embargo delle forniture decretato dall’OPEC proprio nel 1973 – era, in qualche modo, obbligato a trattare con particolare riguardo gli interlocutori arabi e palestinesi. Ed è proprio in quella fase storica che sembra sia stato stipulato un accordo – il cosiddetto “Lodo Moro” – in base al quale Palazzo Chigi e la Farnesina si sarebbero impegnati a garantire il libero transito di armi e miliziani palestinesi, purché – naturalmente – non compissero attentati: unica eccezione erano gli obbiettivi israeliani (o, comunque, accostabili al sionismo) presenti sul nostro territorio. Colpissero pure altrove, ma non da noi...Non c’è che dire: la solidarietà verso gli altri Paesi europei scendeva, a questo punto, decisamente sotto lo zero...  Del “Lodo Moro” si è sentito parlare, per la prima volta, solo negli anni Duemila, quando Francesco Cossiga, ipotizzò che la strage di Bologna del 2 agosto 1980 fosse stata una ritorsione per l’arresto, per traffico d’armi, di un militante palestinese nel 1979. Tuttavia, in questo caso, la “pista palestinese”, non ha mai trovato conferma in sede giudiziaria. Almeno a tutt’oggi.  E’ probabile che il “lodo” abbia, comunque, funzionato fino alla data del 27 dicembre 1985, quando – sempre a Fiumicino – un altro commando palestinese aprì il fuoco indiscriminatamente sui passeggeri in coda per imbarcarsi su un aereo della compagnia israeliana El Al e su un altro dell’americana Pan Am: in quella circostanza, rimasero uccise 13 persone ed altre 76 furono ferite.    _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_17-12-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sun, 17 Dec 2023 00:01:21 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/58032846/punto_settimana_17_12_2023_01_01.mp3" length="4596758" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Oggi vogliamo celebrare i 50 anni esatti che sono trascorsi da quel 17 dicembre 1973 in cui il nostro Paese fu teatro di uno dei più gravi attentati terroristici mai avvenuti sul suo territorio. 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Forse, l’azione di Settembre Nero – che, tra l’altro, era anche tragicomicamente espressione del Partito del premio Nobel per la pace Arafat e che aveva già, comunque, presentato il suo biglietto da visita in occasione delle Olimpiadi di Monaco del 72 – potrebbe collegarsi al tentativo sponsorizzato dal colonnello Gheddafi (ma poi fallito grazie alla parte più sana della nostra intelligence) di assassinare la premier israeliana Golda Maier, in visita in Italia nel gennaio del 1973. Possiamo, quindi, credibilmente pensare che il nostro Paese - agli occhi di chi avrebbe preteso di fare il bello e il cattivo tempo non solo nel deserto del Sahara, ma anche nella Pianura Padana - meritasse una severa lezione... e così, in quell’infausta mattina di mezzo secolo fa, un commando palestinese prese in ostaggio sei agenti della Polizia aeroportuale, i quali – udite, udite ! - erano, incredibilmente, tenuti a svolgere il loro servizio senza avere il colpo in canna…  Settembre Nero, muovendosi così quasi del tutto indisturbato, lanciò prima alcune bombe contro un aereo americano, uccidendo più di venti persone e ferendone quindici, dopo di che si impossessò di un velivolo della Lufthansa, dirottandolo verso il Kuwait e portandosi dietro gli ostaggi in divisa ed ovviamente il personale dell’aereo.  Gli unici ad opporsi alla ferocia dei terroristi furono, cercando di agire senza poter contare su alcun coordinamento dall’alto, il finanziere Antonio Zara (rimasto purtroppo steso a terra) ed il poliziotto, Antonio Campanile, che riuscì a contrastare, almeno in parte, la violenza di quelli che allora si chiamavano “feddayn”.  Come si è detto, nonostante l’alto numero di vittime questa strage è finita in qualche archivio nascosto delle cose dimenticate: tanto è vero che l’Italia non ha neanche mai provato a chiedere l’estradizione degli autori del barbaro eccidio. Inconfessabili ragioni di opportunità politica spingevano, evidentemente, in senso contrario. Il governo di allora (ma anche quelli successivi), per motivi soprattutto di carattere economico – non dimentichiamo la grave crisi petrolifera vissuta in tutta Europa con l’embargo delle forniture decretato dall’OPEC proprio nel 1973 – era, in qualche modo, obbligato a trattare con particolare riguardo gli interlocutori arabi e palestinesi. Ed è proprio in quella fase storica che sembra sia stato stipulato un accordo – il cosiddetto “Lodo Moro” – in base al quale Palazzo Chigi e la Farnesina si sarebbero impegnati a garantire il libero transito di armi e miliziani palestinesi, purché – naturalmente – non compissero attentati: unica eccezione erano gli obbiettivi israeliani (o, comunque, accostabili al sionismo) presenti sul nostro territorio. Colpissero pure altrove, ma non da noi...Non c’è che dire: la solidarietà verso gli altri Paesi europei scendeva, a questo punto, decisamente sotto lo zero...  Del “Lodo Moro” si è sentito parlare, per la prima volta, solo negli anni Duemila, quando Francesco Cossiga, ipotizzò che la strage di Bologna del 2 agosto 1980 fosse stata una ritorsione per l’arresto, per...]]></itunes:summary><itunes:duration>288</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/854a205799b15aa1f3e3097e49c72ed7.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Medio Oriente: cercasi pragmatismo disperatamente | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/medio-oriente-cercasi-pragmatismo-disperatamente-il-punto-della-settimana--57962976</link><description><![CDATA[Se il presidente Biden disponesse di una bacchetta magica, assisteremmo subito  alla sconfitta di Hamas con il minor numero possibile di vittime civili a Gaza, alla fine del premier israeliano Benjamin Netanyahu e  del suo governo che si regge sul voto decisivo dei partiti della destra più oltranzista, alla liberazione di tutti gli ostaggi imprigionati dal 7 ottobre e ad un’Autorità Nazionale Palestinese che – come magicamente risorta dalle sue ceneri di corruzione e di ambiguità politica - riuscisse positivamente a riguadagnarsi la credibilità morale ed istituzionale necessaria per guidare i Palestinesi verso un futuro finalmente meno infausto. Secondo la Casa Bianca, il rilancio dell’ANP è, infatti, la condizione essenziale per normalizzare i rapporti tra Israele ed il mondo arabo sunnita, dando vita ad un solido schieramento – patrocinato dagli USA e dalla NATO – in funzione anti iraniana (e, quindi, in definitiva pure anti russa). Tuttavia, la realtà dei fatti è ben più complicata di come vorrebbe che fosse il presidente americano...Da un lato, ogni sincera aspettativa di pace deve, infatti, in questo momento, fare i conti con quell’estrema destra israeliana - di cui Nethanyau ha bisogno come dell’aria per tenere in vita il suo esecutivo - la quale vede come il fumo negli occhi l’idea stessa di un qualunque coinvolgimento dell’Autorità Palestinese a Gaza: ciò, nel timore che la cosa possa costituire la premessa per rivitalizzare l’ormai quasi del tutto dimenticata soluzione dei “due popoli e due stati”. Soluzione che scriverebbe la parola fine sul sogno messianico – e qui è, forse proprio il caso di usare questo aggettivo – di un unico “Grande Israele”, che comprendesse, oltre a Gaza, anche l’intera Cisgiordania. Dall’altro, non si può certamente far finta di ignorare che, quand’anche si riuscisse a porre in essere una qualsiasi forma di trattativa diplomatica tra le due parti in insanabile conflitto da 75 anni, a discutere con Washington e con Tel Aviv, attualmente, sarebbe un’organizzazione fanaticamente islamista e votata alla cancellazione totale di ogni presenza ebraica su un suolo che pure fu anche quello biblico. Siamo, pertanto, in presenza di una lettura dei fatti che, se vista da entrambi i fronti, ci  appare come sostanzialmente speculare, con Hamas che parla di una guerra etnico-religiosa tra musulmani ed ebrei, il cui sbocco definitivo è la fondazione di un solo stato islamico che vada dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo. E con Israele in cui, invece, sulle scelte di Nethanyahu, sono al momento assolutamente condizionanti le posizioni dei partiti che sono espressione dei coloni suprematisti ebrei, i quali non distinguono tra arabi moderati ed arabi terroristi, poiché , a loro giudizio, c’è ben poco da distinguere dinanzi ad un disegno sacro e millenario che viene, addirittura, direttamente dalla volontà di Dio… D’altra parte, per formare il suo governo e per salvare se stesso da indagini per corruzione che ne avrebbero compromesso del tutto la carriera di statista, il premier israeliano non ha esitato a coinvolgere nella sua avventura anche forze politiche integraliste e nazionaliste, che adesso gli presentano il conto, ben sapendo che se l’intramontabile Bibi cercasse oggi di estrometterle dai giochi, oltre a perdere il potere rischierebbe anche il carcere.  In questa fase, dunque,  in entrambe le comunità a prevalere sono i cosiddetti “falchi”, fautori di  uno “stato unico”. Tuttavia, specialmente in Israele, i sostenitori dei “due stati” esistono ancora, ma – proprio come Biden – sono consapevoli del fatto che la soluzione che loro propongono rischia di rimanere ancora a lungo nel campo delle teorie: almeno fino a quando gli arabi di Gaza e di Cisgiordania non si saranno dotati di una rappresentanza politica che sia realmente legittimata dal consenso popolare e, di conseguenza, risulti anche maggiormente credibile nel confrontarsi con Tel Aviv. Dato quasi per scontato che, prima o poi, la democrazia israeliana saprà scrollarsi di dosso il governo più impresentabile della sua storia, la partita più difficile sarà, pertanto, quella che disputeranno, sul proprio campo, i Palestinesi: sapranno rinunciare, una volta per tutte, ad anacronistici e fallimentari programmi di supremazia etnica e religiosa, per  mobilitare, invece, la loro unità di intenti su obbiettivi che siano finalmente davvero ispirati ad un sano pragmatismo? Noi non possiamo che auspicarlo, associando la nostra speranza a quella di Joe Biden.   _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_10-12-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sun, 10 Dec 2023 00:01:36 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57962976/punto_settimana_10_12_2023_01_01.mp3" length="9744102" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Se il presidente Biden disponesse di una bacchetta magica, assisteremmo subito  alla sconfitta di Hamas con il minor numero possibile di vittime civili a Gaza, alla fine del premier israeliano Benjamin Netanyahu e  del suo governo che si regge sul...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Se il presidente Biden disponesse di una bacchetta magica, assisteremmo subito  alla sconfitta di Hamas con il minor numero possibile di vittime civili a Gaza, alla fine del premier israeliano Benjamin Netanyahu e  del suo governo che si regge sul voto decisivo dei partiti della destra più oltranzista, alla liberazione di tutti gli ostaggi imprigionati dal 7 ottobre e ad un’Autorità Nazionale Palestinese che – come magicamente risorta dalle sue ceneri di corruzione e di ambiguità politica - riuscisse positivamente a riguadagnarsi la credibilità morale ed istituzionale necessaria per guidare i Palestinesi verso un futuro finalmente meno infausto. Secondo la Casa Bianca, il rilancio dell’ANP è, infatti, la condizione essenziale per normalizzare i rapporti tra Israele ed il mondo arabo sunnita, dando vita ad un solido schieramento – patrocinato dagli USA e dalla NATO – in funzione anti iraniana (e, quindi, in definitiva pure anti russa). Tuttavia, la realtà dei fatti è ben più complicata di come vorrebbe che fosse il presidente americano...Da un lato, ogni sincera aspettativa di pace deve, infatti, in questo momento, fare i conti con quell’estrema destra israeliana - di cui Nethanyau ha bisogno come dell’aria per tenere in vita il suo esecutivo - la quale vede come il fumo negli occhi l’idea stessa di un qualunque coinvolgimento dell’Autorità Palestinese a Gaza: ciò, nel timore che la cosa possa costituire la premessa per rivitalizzare l’ormai quasi del tutto dimenticata soluzione dei “due popoli e due stati”. Soluzione che scriverebbe la parola fine sul sogno messianico – e qui è, forse proprio il caso di usare questo aggettivo – di un unico “Grande Israele”, che comprendesse, oltre a Gaza, anche l’intera Cisgiordania. Dall’altro, non si può certamente far finta di ignorare che, quand’anche si riuscisse a porre in essere una qualsiasi forma di trattativa diplomatica tra le due parti in insanabile conflitto da 75 anni, a discutere con Washington e con Tel Aviv, attualmente, sarebbe un’organizzazione fanaticamente islamista e votata alla cancellazione totale di ogni presenza ebraica su un suolo che pure fu anche quello biblico. Siamo, pertanto, in presenza di una lettura dei fatti che, se vista da entrambi i fronti, ci  appare come sostanzialmente speculare, con Hamas che parla di una guerra etnico-religiosa tra musulmani ed ebrei, il cui sbocco definitivo è la fondazione di un solo stato islamico che vada dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo. E con Israele in cui, invece, sulle scelte di Nethanyahu, sono al momento assolutamente condizionanti le posizioni dei partiti che sono espressione dei coloni suprematisti ebrei, i quali non distinguono tra arabi moderati ed arabi terroristi, poiché , a loro giudizio, c’è ben poco da distinguere dinanzi ad un disegno sacro e millenario che viene, addirittura, direttamente dalla volontà di Dio… D’altra parte, per formare il suo governo e per salvare se stesso da indagini per corruzione che ne avrebbero compromesso del tutto la carriera di statista, il premier israeliano non ha esitato a coinvolgere nella sua avventura anche forze politiche integraliste e nazionaliste, che adesso gli presentano il conto, ben sapendo che se l’intramontabile Bibi cercasse oggi di estrometterle dai giochi, oltre a perdere il potere rischierebbe anche il carcere.  In questa fase, dunque,  in entrambe le comunità a prevalere sono i cosiddetti “falchi”, fautori di  uno “stato unico”. Tuttavia, specialmente in Israele, i sostenitori dei “due stati” esistono ancora, ma – proprio come Biden – sono consapevoli del fatto che la soluzione che loro propongono rischia di rimanere ancora a lungo nel campo delle teorie: almeno fino a quando gli arabi di Gaza e di Cisgiordania non si saranno dotati di una rappresentanza politica che sia realmente legittimata dal consenso popolare e, di conseguenza, risulti anche maggiormente credibile nel confrontarsi con Tel Aviv. Dato quasi per scontato che, prima o poi, la democrazia...]]></itunes:summary><itunes:duration>244</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1643bb272f3b75b7781729e98ec74495.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Ma non è una cosa seria | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/ma-non-e-una-cosa-seria-il-punto-della-settimana--57888814</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  In questa settimana (e per la precisione lunedì 27 novembre), il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che introduce alcune disposizioni urgenti per la sicurezza energetica del nostro Paese, come la promozione del ricorso alle fonti rinnovabili di energia ed il sostegno alle imprese energivore. Il testo prevede, infatti, delle agevolazioni a favore delle imprese a forte consumo di energia elettrica, in modo da adeguare la disciplina nazionale a quella europea in materia di aiuti di Stato a favore del clima, dell’ambiente e dell’energia 2022.  Inoltre, nel quadro delle riforme settoriali previste dal PNRR, si procede anche ad una semplificazione amministrativa di alcune procedure in materia energetica, in modo da rimuovere determinati ostacoli amministrativi e procedurali che possono condizionare negativamente le attività economiche. Tutto bene, quindi, salvo per un aspetto del decreto in questione che ha suscitato – soprattutto tra alcune categorie di consumatori – un forte disappunto. Nel testo che rinnova la disciplina energetica italiana non figura, infatti, la già preannunciata proroga del mercato tutelato dell’energia elettrica e del gas che, come è noto, è in prossima scadenza: proroga vista di buon occhio da quasi tutte le forze politiche, comprese quelle che compongono la maggioranza di governo, ma la cui attuazione avrebbe finito per mettere seriamente a rischio la credibilità dell’Italia nei confronti dell’Unione Europea. Giorgia Meloni non poteva, infatti, fingere di ignorare che il superamento del mercato tutelato dell’energia era stata una delle condizioni ( a suo tempo accettate anche dall’esecutivo Draghi) poste da Bruxelles per procedere linearmente verso la piena attuazione del PNRR, affermando definitivamente il principio del libero mercato dell’energia e del gas. Queste cose le sapeva senz’altro anche il vice premier Matteo Salvini che lunedì 27 ha tranquillamente approvato il decreto, salvo poi dichiarare la sua contrarietà 24 ore dopo...E queste cose le sapevano senza dubbio anche i partiti di opposizione, i quali non si sono certamente lasciati sfuggire l’occasione per denunciare, a gran voce, i gravi disagi economici ai quali, con la fine del mercato tutelato, sarebbero andate incontro circa dieci milioni di famiglie italiane che, fino ad oggi, si sono appunto servite proprio su questo mercato.  Tuttavia, si tratta di proteste che ci convincono ben poco. Innanzitutto perché esistono studi qualificati che hanno evidenziato come spesso i prezzi in vigore sul mercato della maggior tutela siano risultati più alti di quelli che venivano offerti sul mercato libero. Poi perché ci pare difficile immaginare che PD e 5 Stelle si siano improvvisamente scordati di avere entrambi fatto parte della medesima coalizione di governo, proprio nei giorni in cui Mario Draghi impegnava il nostro Paese a porre termine al mercato tutelato entro la fine del 2023, accettando, in tal modo, una delle condizioni che l’Europa poneva per dare il via libera ai ricchissimi aiuti garantiti dal PNRR. Non vi pare che sarebbe stato quello il momento giusto nel quale, se qualcuno aveva qualcosa in contrario, avrebbe dovuto parlare?  Vogliamo, quindi, sperare che il Maestro Luigi Pirandello ci scuserà se, per intitolare il nostro “Punto” di oggi, abbiamo tratto lo spunto da una sua famosa commedia: “Ma non è una cosa seria”.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_03-12-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sun, 03 Dec 2023 00:01:16 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57888814/punto_settimana_03_12_2023_01_01.mp3" length="3391363" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  In questa settimana (e per la precisione lunedì 27 novembre), il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che introduce alcune disposizioni urgenti per la sicurezza energetica del nostro Paese, come la promozione...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  In questa settimana (e per la precisione lunedì 27 novembre), il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che introduce alcune disposizioni urgenti per la sicurezza energetica del nostro Paese, come la promozione del ricorso alle fonti rinnovabili di energia ed il sostegno alle imprese energivore. Il testo prevede, infatti, delle agevolazioni a favore delle imprese a forte consumo di energia elettrica, in modo da adeguare la disciplina nazionale a quella europea in materia di aiuti di Stato a favore del clima, dell’ambiente e dell’energia 2022.  Inoltre, nel quadro delle riforme settoriali previste dal PNRR, si procede anche ad una semplificazione amministrativa di alcune procedure in materia energetica, in modo da rimuovere determinati ostacoli amministrativi e procedurali che possono condizionare negativamente le attività economiche. Tutto bene, quindi, salvo per un aspetto del decreto in questione che ha suscitato – soprattutto tra alcune categorie di consumatori – un forte disappunto. Nel testo che rinnova la disciplina energetica italiana non figura, infatti, la già preannunciata proroga del mercato tutelato dell’energia elettrica e del gas che, come è noto, è in prossima scadenza: proroga vista di buon occhio da quasi tutte le forze politiche, comprese quelle che compongono la maggioranza di governo, ma la cui attuazione avrebbe finito per mettere seriamente a rischio la credibilità dell’Italia nei confronti dell’Unione Europea. Giorgia Meloni non poteva, infatti, fingere di ignorare che il superamento del mercato tutelato dell’energia era stata una delle condizioni ( a suo tempo accettate anche dall’esecutivo Draghi) poste da Bruxelles per procedere linearmente verso la piena attuazione del PNRR, affermando definitivamente il principio del libero mercato dell’energia e del gas. Queste cose le sapeva senz’altro anche il vice premier Matteo Salvini che lunedì 27 ha tranquillamente approvato il decreto, salvo poi dichiarare la sua contrarietà 24 ore dopo...E queste cose le sapevano senza dubbio anche i partiti di opposizione, i quali non si sono certamente lasciati sfuggire l’occasione per denunciare, a gran voce, i gravi disagi economici ai quali, con la fine del mercato tutelato, sarebbero andate incontro circa dieci milioni di famiglie italiane che, fino ad oggi, si sono appunto servite proprio su questo mercato.  Tuttavia, si tratta di proteste che ci convincono ben poco. Innanzitutto perché esistono studi qualificati che hanno evidenziato come spesso i prezzi in vigore sul mercato della maggior tutela siano risultati più alti di quelli che venivano offerti sul mercato libero. Poi perché ci pare difficile immaginare che PD e 5 Stelle si siano improvvisamente scordati di avere entrambi fatto parte della medesima coalizione di governo, proprio nei giorni in cui Mario Draghi impegnava il nostro Paese a porre termine al mercato tutelato entro la fine del 2023, accettando, in tal modo, una delle condizioni che l’Europa poneva per dare il via libera ai ricchissimi aiuti garantiti dal PNRR. Non vi pare che sarebbe stato quello il momento giusto nel quale, se qualcuno aveva qualcosa in contrario, avrebbe dovuto parlare?  Vogliamo, quindi, sperare che il Maestro Luigi Pirandello ci scuserà se, per intitolare il nostro “Punto” di oggi, abbiamo tratto lo spunto da una sua famosa commedia: “Ma non è una cosa seria”.]]></itunes:summary><itunes:duration>212</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0d48a822caf2dca1033c8a9a65d39ca7.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Caso Speranza: c’è ancora un giudice a Roma | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/caso-speranza-c-e-ancora-un-giudice-a-roma-il-punto-della-settimana--57807798</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  La procura di Roma ha chiesto l’archiviazione per l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, indagato a seguito di alcune denunce in materia di vaccini. A darne in anteprima la notizia, è stato il suo avvocato, Danilo Leva, nel corso di una trasmissione televisiva. L’esposto era stato presentato nel maggio scorso da alcuni sindacati delle forze dell’ordine e dal comitato “Ascoltami”: le accuse a carico del povero Speranza erano addirittura quelle di omicidio, lesioni personali, falso ideologico e corruzione. Non male come esempio di rancorosa faziosità politica.  Inoltre, come sappiamo, due settimane fa il Senato ha dato il via libera alla formazione di una commissione bicamerale, che avrà il compito di indagare sulla gestione dell’emergenza sanitaria durante la pandemia e sulle misure adottate per contrastare la diffusione del virus. Potrà farlo, esaminando documenti e verbali del Governo e dei vari organi competenti in materia sanitaria. In genere, le commissioni di inchiesta si concludono in una bolla di sapone: quella in questione, ci è parsa nascere sull’onda di una animosità forcaiola ben poco rassicurante... staremo, comunque, a vedere, perché nella vita (anche quella politica) può sempre succedere di tutto.  Tuttavia, a prescindere dal fatto che si possa soffrire o meno di nostalgia per gli esecutivi Conte, non si può onestamente negare che sia “l’avvocato del popolo” ( suo malgrado catapultato, da un giorno all’altro, dal silenzio ovattato delle biblioteche universitarie agli strilli bisbetici dei talk show ), che il suo ministro Roberto Speranza, si siano entrambi trovati - stabilendo con ciò il record della sfortuna - a dover governare l’Italia proprio in quello che è stato certamente il periodo più difficile della sua storia repubblicana. Avranno sicuramente commesso errori – anche gravi – ma non ci pare che altre parti politiche, oggi così pronte a gettare la croce addosso al duo incriminato, disponessero allora di una provvidenziale bacchetta magica...Pensiamo, anche soltanto per un attimo, a certe “genialate” che scaturivano, in quei momenti, da alcuni partiti di opposizione: come quella di riaprire le chiese a Pasqua per consentire ai fedeli di riunirsi tutti insieme e magari anche di scambiarsi “un segno di pace”...Pensiamo ai disastri che certe leggerezze irresponsabili avrebbero potuto provocare e, forse, ci recheremo davvero in chiesa...ma per ringraziare il Cielo di averci affidati, in quei disorientanti frangenti, alle mani prudenti del devotissimo Conte e del laico Speranza.  Comunque, al di là del fatto che un governo possa piacerci oppure infastidirci, ci troviamo questa volta – e non capita poi tanto spesso – assolutamente d’accordo con la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Roma, poiché crediamo che a giudicare le scelte di un governo – qualunque esso sia - non debba essere la magistratura, ma l’elettorato. Salvo, ovviamente, il caso in cui sia evidente che ad ispirare l’azione di un esecutivo sia stato il dolo. E questo è il confine che, secondo noi, dovrebbe separare, in modo chiaro ed inequivocabile, una repubblica parlamentare da una repubblica giudiziaria: un confine che però, il nostro Paese, da trent’anni a questa parte, tende a valicare con allarmante frequenza.  _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_26-11-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sun, 26 Nov 2023 00:01:05 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57807798/punto_settimana_26_11_2023_01_01.mp3" length="8277680" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  La procura di Roma ha chiesto l’archiviazione per l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, indagato a seguito di alcune denunce in materia di vaccini. 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Potrà farlo, esaminando documenti e verbali del Governo e dei vari organi competenti in materia sanitaria. In genere, le commissioni di inchiesta si concludono in una bolla di sapone: quella in questione, ci è parsa nascere sull’onda di una animosità forcaiola ben poco rassicurante... staremo, comunque, a vedere, perché nella vita (anche quella politica) può sempre succedere di tutto.  Tuttavia, a prescindere dal fatto che si possa soffrire o meno di nostalgia per gli esecutivi Conte, non si può onestamente negare che sia “l’avvocato del popolo” ( suo malgrado catapultato, da un giorno all’altro, dal silenzio ovattato delle biblioteche universitarie agli strilli bisbetici dei talk show ), che il suo ministro Roberto Speranza, si siano entrambi trovati - stabilendo con ciò il record della sfortuna - a dover governare l’Italia proprio in quello che è stato certamente il periodo più difficile della sua storia repubblicana. Avranno sicuramente commesso errori – anche gravi – ma non ci pare che altre parti politiche, oggi così pronte a gettare la croce addosso al duo incriminato, disponessero allora di una provvidenziale bacchetta magica...Pensiamo, anche soltanto per un attimo, a certe “genialate” che scaturivano, in quei momenti, da alcuni partiti di opposizione: come quella di riaprire le chiese a Pasqua per consentire ai fedeli di riunirsi tutti insieme e magari anche di scambiarsi “un segno di pace”...Pensiamo ai disastri che certe leggerezze irresponsabili avrebbero potuto provocare e, forse, ci recheremo davvero in chiesa...ma per ringraziare il Cielo di averci affidati, in quei disorientanti frangenti, alle mani prudenti del devotissimo Conte e del laico Speranza.  Comunque, al di là del fatto che un governo possa piacerci oppure infastidirci, ci troviamo questa volta – e non capita poi tanto spesso – assolutamente d’accordo con la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Roma, poiché crediamo che a giudicare le scelte di un governo – qualunque esso sia - non debba essere la magistratura, ma l’elettorato. Salvo, ovviamente, il caso in cui sia evidente che ad ispirare l’azione di un esecutivo sia stato il dolo. E questo è il confine che, secondo noi, dovrebbe separare, in modo chiaro ed inequivocabile, una repubblica parlamentare da una repubblica giudiziaria: un confine che però, il nostro Paese, da trent’anni a questa parte, tende a valicare con allarmante frequenza.  _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></itunes:summary><itunes:duration>207</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3a99e840c7529375669283d179c13b1c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La carne in laboratorio: un cammino lungo e contrastato per una svolta potenzialmente epocale | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-carne-in-laboratorio-un-cammino-lungo-e-contrastato-per-una-svolta-potenzialmente-epocale-il-punto-della-settimana--57782747</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Da giovedì scorso, è, dunque, vietato produrre e commercializzare, in Italia, “carni” di tipo diverso da quelle che siamo stati abituati a conoscere fin dai tempi più remoti. Il drastico provvedimento legislativo, fortemente voluto dal ministro Lollobrigida, non aveva neppure emesso il suo primo vagito che già si fronteggiavano con piglio molto deciso – vedasi il filmato con lo scontro quasi fisico che avviene tra il presidente della Coldiretti ed il segretario di +Europa – due schieramenti pronti a litigare su una questione che, nella sua complessità, spazia dai temi legati alla produzione industriale a quelli più prettamente etici. E stiamo parlando della profonda divergenza di opinione che contrappone chi parla di “carne artificiale” (richiamando, con questa definizione, la non chiara immagine di un prodotto costruito in laboratorio dalla sola sintesi chimica) a chi, invece, usa l’espressione di “carne coltivata”, intesa come alimento che nasce indubbiamente “in vitro”, ma pur sempre da cellule animali.  Oltre ai due divieti appena citati, la nuova normativa ne introduce anche un altro assai restrittivo, relativamente all’utilizzo, sulle confezioni dei prodotti, di terminologie che, evocando il concetto di carne, possano trarre in inganno il consumatore: pertanto, spariscono dagli scaffali dei nostri supermercati, denominazioni come “polpette di mais” o “hamburger di verdure”. E possiamo, a questo proposito, immaginare con quanta gioia abbiano accolto queste ultime disposizioni legislative le aziende italiane che lavorano in un mercato – fino ad oggi in forte espansione – come quello dei cibi vegetali... La norma non scherza e prevede, infatti, per i trasgressori, multe che vanno dai 10 mila ai 60mila euro (oppure fino al 10% del fatturato totale annuo realizzato, anche se entro un massimo di 150mila euro).  E’ chiaro che, in prospettiva, la possibilità di prelevare alcune cellule da animali reali (e non virtuali) per usarle come basi per la produzione di carne al di fuori dell’animale stesso, non può che allarmare il comparto intero degli allevamenti, poiché, in concreto, si consentirebbe all’uomo di continuare a cibarsi di carni , eliminando però – finalmente, aggiungiamo noi – gli animali dal processo produttivo. Tra l’altro, secondo i fautori della carne in laboratorio, quella appena approvata dal Parlamento italiano sarebbe anche una legge superflua poiché vieta un qualcosa che, comunque, a livello comunitario non è mai stata autorizzato: infatti, l’Unione Europea, almeno fino ad oggi, è rimasta ancora ferma ad un regolamento del 1997 che nega il diritto non solo alla vendita, ma persino al consumo di prodotti nati in laboratorio, se non al termine di un rigoroso percorso di analisi che, finora, non ha neanche mai avuto inizio. D’altra parte, nel caso in cui Bruxelles dovesse, un domani, autorizzare la commercializzazione di questo tipo di carni, l’Italia altro non potrebbe fare se non adeguarsi alle limitazioni vigenti sulla circolazioni delle merci nei Paesi UE.  Alcuni scienziati sottolineano, inoltre, gli effetti positivi che la “carne coltivata” potrebbe avere sulla difesa dell’ambiente e della salute pubblica, visto che il 90% della carne che viene consumata nei Paesi sviluppati (come l’Italia) proviene da allevamenti intensivi, i quali figurano notoriamente tra le principali minacce ecologiche.  Tuttavia, è veramente solo un opportunistico ed ottuso atteggiamento retrogrado quello di chi ha brindato tre giorni fa con il ministro Lollobrigida? Francamente, pur auspicando noi da sempre il superamento di ogni forma di sfruttamento animale, non ci pare che si possa affermare una cosa del genere. Intanto perché i costi di produzione della bistecca “in vitro” sono ancora decisamente proibitivi per le capacità di spesa del consumatore medio europeo: basti pensare che il primo hamburger che fu consumato nel 2013 in America venne pagato ben 330mila dollari...La ricerca, nel frattempo, è andata senz’altro molto avanti, ma è chiaro che siamo ancora piuttosto lontani dal momento in cui questa nuova opportunità di alimentarsi sarà divenuta una cosa alla portata delle nostre tasche...E poi, si pone anche un altro ed ancor più serio problema: ed è quello della eventuale nocività della carne creata in laboratorio per la salute umana. Il fatto che, ad esempio, in un ristorante di Singapore, in cui vengono serviti alcuni piatti a base di carne “in vitro”, sia richiesto al consumatore di firmare una manleva che esclude ogni responsabilità del ristoratore per addirittura cinque anni, induce a credere che, al momento, nessuno possa ancora serenamente mettere la mano sul fuoco circa la salubrità di questi alimenti.  In conclusione, è bello poter pensare ad un futuro in cui anche chi, per ragioni etiche, ha fatto una scelta vegetariana potrà rivedere il suo orientamento di fondo senza dover disturbare la propria coscienza. Meno bella sarebbe, invece, sicuramente la sorte delle migliaia di allevatori che vedrebbero svanire nel nulla le loro attività: tuttavia, stiamo parlando di una svolta che, pur essendo epocale, non è affatto cosa di domani mattina. Non manca, quindi, il tempo necessario per gestire il passaggio delle consegne nel modo meno traumatico possibile. D’altra parte quante sono le figure professionali che il progresso economico e tecnologico hanno reso obsolete? Dove è finito, ad esempio, il vecchio postiglione che guidava la diligenza con l’arrivo dei più moderni mezzi di locomozione?  _______________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_19-11-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sun, 19 Nov 2023 00:01:09 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57782747/punto_settimana_19_11_2023_01_01.mp3" length="11981394" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Da giovedì scorso, è, dunque, vietato produrre e commercializzare, in Italia, “carni” di tipo diverso da quelle che siamo stati abituati a conoscere fin dai tempi più remoti. 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E stiamo parlando della profonda divergenza di opinione che contrappone chi parla di “carne artificiale” (richiamando, con questa definizione, la non chiara immagine di un prodotto costruito in laboratorio dalla sola sintesi chimica) a chi, invece, usa l’espressione di “carne coltivata”, intesa come alimento che nasce indubbiamente “in vitro”, ma pur sempre da cellule animali.  Oltre ai due divieti appena citati, la nuova normativa ne introduce anche un altro assai restrittivo, relativamente all’utilizzo, sulle confezioni dei prodotti, di terminologie che, evocando il concetto di carne, possano trarre in inganno il consumatore: pertanto, spariscono dagli scaffali dei nostri supermercati, denominazioni come “polpette di mais” o “hamburger di verdure”. E possiamo, a questo proposito, immaginare con quanta gioia abbiano accolto queste ultime disposizioni legislative le aziende italiane che lavorano in un mercato – fino ad oggi in forte espansione – come quello dei cibi vegetali... La norma non scherza e prevede, infatti, per i trasgressori, multe che vanno dai 10 mila ai 60mila euro (oppure fino al 10% del fatturato totale annuo realizzato, anche se entro un massimo di 150mila euro).  E’ chiaro che, in prospettiva, la possibilità di prelevare alcune cellule da animali reali (e non virtuali) per usarle come basi per la produzione di carne al di fuori dell’animale stesso, non può che allarmare il comparto intero degli allevamenti, poiché, in concreto, si consentirebbe all’uomo di continuare a cibarsi di carni , eliminando però – finalmente, aggiungiamo noi – gli animali dal processo produttivo. Tra l’altro, secondo i fautori della carne in laboratorio, quella appena approvata dal Parlamento italiano sarebbe anche una legge superflua poiché vieta un qualcosa che, comunque, a livello comunitario non è mai stata autorizzato: infatti, l’Unione Europea, almeno fino ad oggi, è rimasta ancora ferma ad un regolamento del 1997 che nega il diritto non solo alla vendita, ma persino al consumo di prodotti nati in laboratorio, se non al termine di un rigoroso percorso di analisi che, finora, non ha neanche mai avuto inizio. D’altra parte, nel caso in cui Bruxelles dovesse, un domani, autorizzare la commercializzazione di questo tipo di carni, l’Italia altro non potrebbe fare se non adeguarsi alle limitazioni vigenti sulla circolazioni delle merci nei Paesi UE.  Alcuni scienziati sottolineano, inoltre, gli effetti positivi che la “carne coltivata” potrebbe avere sulla difesa dell’ambiente e della salute pubblica, visto che il 90% della carne che viene consumata nei Paesi sviluppati (come l’Italia) proviene da allevamenti intensivi, i quali figurano notoriamente tra le principali minacce ecologiche.  Tuttavia, è veramente solo un opportunistico ed ottuso atteggiamento retrogrado quello di chi ha brindato tre giorni fa con il ministro Lollobrigida? Francamente, pur auspicando noi da sempre il superamento di ogni forma di sfruttamento animale, non ci pare che si possa affermare una cosa del genere. Intanto perché i costi di produzione della bistecca “in vitro” sono ancora decisamente proibitivi per le capacità di spesa del consumatore medio europeo: basti pensare che il primo hamburger che fu consumato nel 2013 in America venne pagato ben 330mila dollari...La ricerca, nel frattempo, è...]]></itunes:summary><itunes:duration>300</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/f8c393f5a01f7add2b70fcc9f92ee9f3.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Professione reporter | Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/professione-reporter-punto-della-settimana--57782751</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  In questa settimana, abbiamo appreso dal sito americano “Honest Reporting” che, ad immortalare le immagini delle atrocità compiute dal terrorismo palestinese lo scorso 7 ottobre, non c’erano soltanto i miliziani di Hamas, ma a dare il loro fattivo contributo partecipavano anche alcuni fotoreporter ingaggiati dalle principali testate internazionali. La notizia è stata poi ripresa da giornali prestigiosi – come il Washington Post – ed ha, inoltre, cominciato a girare, su internet, anche il filmato di un collaboratore della “CNN” e del “New York Times” che racconta – come fosse una telecronaca – l’esultanza dei fondamentalisti islamici dinanzi ad un carro armato israeliano incendiato. E si tratta, tra l’altro, di un signore che, pochi giorni prima, non aveva avuto problemi a farsi fotografare in atteggiamento amichevole con Yahya Sinwar, l’uomo che guida Hamas nella Striscia di Gaza. Altre immagini riprendono, invece, come se nulla fosse, il rapimento di una donna, avvenuto in un kibbtz. Non possiamo nascondere che il venire a conoscenza di certi fatti, ci ha stupiti, ma solo fino a un certo punto.  La vera novità del “caso 7 ottobre” è senz’altro quella che, per la prima volta, i terroristi che volevano documentare le loro gesta disumane, non si sono limitati ai soliti cinegiornali “fai da te” - ai quali Isis e Talebani ci avevano ormai abituati da oltre vent’anni - ma hanno deciso di portare al proprio seguito anche giornalisti che avrebbero poi raggiunto, con i loro reportage, ogni angolo del Pianeta. Ma tutto ciò, se non andiamo errati, significa pure, in modo chiaro, che questi professionisti dell’informazione dovevano necessariamente sapere, con un certo anticipo, quello che sarebbe capitato, da un momento all’altro, oltre il confine israeliano. Possiamo, quindi, sospettare una complicità politica e ideologica da parte dei fotoreporter presenti sui luoghi delle stragi? Non sarebbe, a dire il vero, un fatto così straordinario, visto che, di solito, nei territori controllati da Hamas o dall’Autorità Nazionale Palestinese, la stampa internazionale è spesso costretta a servirsi di collaboratori che le vengono direttamente “suggeriti” dai poteri locali, i quali, ovviamente, li scelgono non in virtù delle loro capacità professionali, ma piuttosto in base a criteri di affidabilità politica. Ma non sono neanche così rari i casi in cui sono gli stessi media occidentali a censurare notizie o video che potrebbero nuocere alla buona immagine dei taglia gola di turno. Ed a questo proposito, ci viene in mente una vicenda che riguarda da vicino proprio il nostro Paese. Era il 12 ottobre del 2000, quando due camionisti israeliani, sbagliando strada, entrarono a Ramallah venendo subito arrestati dalla polizia di Arafat. Purtroppo per loro, le carceri, in certe zone del mondo, non sono posti poi tanto sicuri e così gli sventurati prigionieri caddero, dopo pochissime ore, nelle mani di una folla di scalmanati che, dopo averli orribilmente mutilati, li fece a pezzi, scaraventando giù dalla finestra i brandelli di ciò che restava di loro. Il caso vuole che una troupe di Mediaset abbia assistito a questi eventi, filmandone la ferocia e rendendola, pertanto, pubblica a livello mondiale, tra l’inevitabile ed infastidito imbarazzo della “moderata” ANP.  Interessante è però anche ricordare, a questo punto, quale fu, in quei giorni, la reazione della RAI che, trovandosi spiazzata da una divulgazione senza filtri di quello che i “pacifici” e oppressi palestinesi erano, in realtà, capaci di fare, si preoccupò immediatamente di scrivere al quotidiano locale “Al-Hayat al-Jadida”, una lettera di scuse e presa di distanza dalla TV concorrente, che a noi pare addirittura imbarazzante. Vi salutiamo leggendovene qualche riga, affinché voi oggi possiate trarre le vostre conclusioni. “Cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli avvenimenti... e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo, perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo di agire”.  Buona domenica.  ___________________________________________________  Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito:  https://www.giornaleradio.fm  oppure scarica la nostra App gratuita:  iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA  Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3  Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio:  Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/  Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_12-11-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sun, 12 Nov 2023 00:01:33 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57782751/punto_settimana_12_11_2023_01_01.mp3" length="11265044" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  In questa settimana, abbiamo appreso dal sito americano “Honest Reporting” che, ad immortalare le immagini delle atrocità compiute dal terrorismo palestinese lo scorso 7 ottobre, non c’erano soltanto i miliziani di Hamas, ma...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  In questa settimana, abbiamo appreso dal sito americano “Honest Reporting” che, ad immortalare le immagini delle atrocità compiute dal terrorismo palestinese lo scorso 7 ottobre, non c’erano soltanto i miliziani di Hamas, ma a dare il loro fattivo contributo partecipavano anche alcuni fotoreporter ingaggiati dalle principali testate internazionali. La notizia è stata poi ripresa da giornali prestigiosi – come il Washington Post – ed ha, inoltre, cominciato a girare, su internet, anche il filmato di un collaboratore della “CNN” e del “New York Times” che racconta – come fosse una telecronaca – l’esultanza dei fondamentalisti islamici dinanzi ad un carro armato israeliano incendiato. E si tratta, tra l’altro, di un signore che, pochi giorni prima, non aveva avuto problemi a farsi fotografare in atteggiamento amichevole con Yahya Sinwar, l’uomo che guida Hamas nella Striscia di Gaza. Altre immagini riprendono, invece, come se nulla fosse, il rapimento di una donna, avvenuto in un kibbtz. Non possiamo nascondere che il venire a conoscenza di certi fatti, ci ha stupiti, ma solo fino a un certo punto.  La vera novità del “caso 7 ottobre” è senz’altro quella che, per la prima volta, i terroristi che volevano documentare le loro gesta disumane, non si sono limitati ai soliti cinegiornali “fai da te” - ai quali Isis e Talebani ci avevano ormai abituati da oltre vent’anni - ma hanno deciso di portare al proprio seguito anche giornalisti che avrebbero poi raggiunto, con i loro reportage, ogni angolo del Pianeta. Ma tutto ciò, se non andiamo errati, significa pure, in modo chiaro, che questi professionisti dell’informazione dovevano necessariamente sapere, con un certo anticipo, quello che sarebbe capitato, da un momento all’altro, oltre il confine israeliano. Possiamo, quindi, sospettare una complicità politica e ideologica da parte dei fotoreporter presenti sui luoghi delle stragi? Non sarebbe, a dire il vero, un fatto così straordinario, visto che, di solito, nei territori controllati da Hamas o dall’Autorità Nazionale Palestinese, la stampa internazionale è spesso costretta a servirsi di collaboratori che le vengono direttamente “suggeriti” dai poteri locali, i quali, ovviamente, li scelgono non in virtù delle loro capacità professionali, ma piuttosto in base a criteri di affidabilità politica. Ma non sono neanche così rari i casi in cui sono gli stessi media occidentali a censurare notizie o video che potrebbero nuocere alla buona immagine dei taglia gola di turno. Ed a questo proposito, ci viene in mente una vicenda che riguarda da vicino proprio il nostro Paese. Era il 12 ottobre del 2000, quando due camionisti israeliani, sbagliando strada, entrarono a Ramallah venendo subito arrestati dalla polizia di Arafat. Purtroppo per loro, le carceri, in certe zone del mondo, non sono posti poi tanto sicuri e così gli sventurati prigionieri caddero, dopo pochissime ore, nelle mani di una folla di scalmanati che, dopo averli orribilmente mutilati, li fece a pezzi, scaraventando giù dalla finestra i brandelli di ciò che restava di loro. Il caso vuole che una troupe di Mediaset abbia assistito a questi eventi, filmandone la ferocia e rendendola, pertanto, pubblica a livello mondiale, tra l’inevitabile ed infastidito imbarazzo della “moderata” ANP.  Interessante è però anche ricordare, a questo punto, quale fu, in quei giorni, la reazione della RAI che, trovandosi spiazzata da una divulgazione senza filtri di quello che i “pacifici” e oppressi palestinesi erano, in realtà, capaci di fare, si preoccupò immediatamente di scrivere al quotidiano locale “Al-Hayat al-Jadida”, una lettera di scuse e presa di distanza dalla TV concorrente, che a noi pare addirittura imbarazzante. 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L’amico più fidato dell’Iran ha, dunque, mostrato una certa dose di pragmatismo, comprendendo che oggi, nonostante il ricchissimo arsenale di missili messogli a disposizione da Teheran, il Libano, nella fase di drammatica crisi economica che il Paese sta attraversando, tutto può permettersi tranne che di entrare in guerra con Israele o – peggio ancora - con gli Stati Uniti. E non è, quindi, un caso se, dopo quanto è avvenuto il 7 ottobre scorso, per lo Stato ebraico non si sia aperto un fronte militare anche a nord del Paese. Tranne, si intende, qualche sporadico scambio di artiglieria: tanto per permettere al movimento sciita di Beirut di salvare le apparenze e non perdere del tutto la faccia dinanzi ai miliziani sunniti di Hamas che – immaginiamo – siano rimasti piuttosto delusi dal modestissimo contributo fornito alla loro causa da quelli che comunque – in attesa di regolare, prima o poi, i conti per quanto concerne l’interpretazione dell’Islam – sono ancora, per il momento, i loro più convinti sodali nel portare avanti il disegno ferocemente antisemita.  Prendiamo, pertanto, positivamente atto di come - sebbene nelle parole di Nasrallah non sia certo mancata la presenza di tanta retorica - alla fine ed in concreto, a prevalere siano state, soprattutto, la prudenza e la politica. Non va, ad esempio, trascurato il fatto che, mentre il capo degli sciiti libanesi esaltava gli uomini di Hamas definendoli “martiri pronti al sacrificio” e ribadiva che l’obiettivo finale restava “l’eliminazione del nemico sionista” fantoccio di Washington, al tempo stesso si preoccupava anche di mettere ben in chiaro che il “merito” dell’attacco terroristico del 7 ottobre andava attribuito esclusivamente ai Palestinesi. Un atteggiamento, quindi, abbastanza “cerchiobottista, per sottolineare la completa estraneità del suo movimento (e dell’Iran) rispetto alla mattanza verificatasi in quello sciagurato sabato di inizio Autunno, senza per altro rinnegare, ufficialmente, la sua appartenenza al fronte dell’intransigenza e del rifiuto.  Non sappiamo quanto i contenuti del sermone - tenuto da una località ignota - riflettano realmente i convincimenti personali di Nasrallah o quanto, invece, siano stati ispirati dall’Iran: tuttavia, in questa seconda ipotesi, chiunque di noi auspichi il successo delle ragioni della diplomazia su quelle del fucile, non potrà che prendere atto, con favore, della scelta che sembra ora indirizzare Teheran verso la rinuncia ad estendere, in modo azzardato, un incendio dalle conseguenze potenzialmente devastanti ed imprevedibili.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_05-11-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sun, 05 Nov 2023 00:01:27 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57782748/punto_settimana_05_11_2023_01_01.mp3" length="7615215" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Il tanto atteso (e temuto) discorso di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, si è poi rivelato, essenzialmente, come una controllata sequenza di minacce e di proclami anti occidentali, ben attenta però, a non oltrepassare...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il tanto atteso (e temuto) discorso di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, si è poi rivelato, essenzialmente, come una controllata sequenza di minacce e di proclami anti occidentali, ben attenta però, a non oltrepassare il limite delle parole per passare a quello dei fatti.  L’amico più fidato dell’Iran ha, dunque, mostrato una certa dose di pragmatismo, comprendendo che oggi, nonostante il ricchissimo arsenale di missili messogli a disposizione da Teheran, il Libano, nella fase di drammatica crisi economica che il Paese sta attraversando, tutto può permettersi tranne che di entrare in guerra con Israele o – peggio ancora - con gli Stati Uniti. E non è, quindi, un caso se, dopo quanto è avvenuto il 7 ottobre scorso, per lo Stato ebraico non si sia aperto un fronte militare anche a nord del Paese. Tranne, si intende, qualche sporadico scambio di artiglieria: tanto per permettere al movimento sciita di Beirut di salvare le apparenze e non perdere del tutto la faccia dinanzi ai miliziani sunniti di Hamas che – immaginiamo – siano rimasti piuttosto delusi dal modestissimo contributo fornito alla loro causa da quelli che comunque – in attesa di regolare, prima o poi, i conti per quanto concerne l’interpretazione dell’Islam – sono ancora, per il momento, i loro più convinti sodali nel portare avanti il disegno ferocemente antisemita.  Prendiamo, pertanto, positivamente atto di come - sebbene nelle parole di Nasrallah non sia certo mancata la presenza di tanta retorica - alla fine ed in concreto, a prevalere siano state, soprattutto, la prudenza e la politica. Non va, ad esempio, trascurato il fatto che, mentre il capo degli sciiti libanesi esaltava gli uomini di Hamas definendoli “martiri pronti al sacrificio” e ribadiva che l’obiettivo finale restava “l’eliminazione del nemico sionista” fantoccio di Washington, al tempo stesso si preoccupava anche di mettere ben in chiaro che il “merito” dell’attacco terroristico del 7 ottobre andava attribuito esclusivamente ai Palestinesi. Un atteggiamento, quindi, abbastanza “cerchiobottista, per sottolineare la completa estraneità del suo movimento (e dell’Iran) rispetto alla mattanza verificatasi in quello sciagurato sabato di inizio Autunno, senza per altro rinnegare, ufficialmente, la sua appartenenza al fronte dell’intransigenza e del rifiuto.  Non sappiamo quanto i contenuti del sermone - tenuto da una località ignota - riflettano realmente i convincimenti personali di Nasrallah o quanto, invece, siano stati ispirati dall’Iran: tuttavia, in questa seconda ipotesi, chiunque di noi auspichi il successo delle ragioni della diplomazia su quelle del fucile, non potrà che prendere atto, con favore, della scelta che sembra ora indirizzare Teheran verso la rinuncia ad estendere, in modo azzardato, un incendio dalle conseguenze potenzialmente devastanti ed imprevedibili.]]></itunes:summary><itunes:duration>191</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c755da8881ce07ab5d20a65717aaa6b2.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Guterres e le origini diplomatiche dello Stato di Israele | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/guterres-e-le-origini-diplomatiche-dello-stato-di-israele-il-punto-della-settimana--57782752</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Le polemiche suscitate dalle parole pronunciate, mercoledì scorso, da Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU, in realtà non dovrebbero destare un particolare stupore, dal momento che altro non fanno se non andare ad inserirsi in quella linea di continuità anti israeliana che ha sempre caratterizzato l’orientamento delle Nazioni Unite, perlomeno dalla fine della Guerra dei Sei Giorni del 1967. Da allora, infatti, lo stato di Israele è stato oggetto di un inaccettabile tiro al bersaglio che gli è costato, dal 2016 al 2022, ben 140 risoluzioni di condanna, a fronte delle altre 68 che hanno, invece, riguardato l’insieme di tutti gli altri 194 Paesi rappresentati nel Palazzo di Vetro. Particolarmente clamorosa – oltreché assurda – fu la risoluzione del 10 novembre 1975, con la quale l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite definì il sionismo come “una forma di razzismo e di discriminazione razziale”. Risoluzione che fu tardivamente cancellata solamente 16 anni dopo, nel dicembre 1991. E stiamo, purtroppo, parlando di un Organismo che, tanto per fare un esempio, lo scorso maggio, ha tragicomicamente assegnato proprio all’Iran la presidenza del Forum Sociale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite… Il tutto, facendo naturalmente finta di ignorare, le 582 condanne a morte comminate negli ultimi 7 anni e le repressioni oscurantiste di cui sono sistematicamente oggetto, nella repubblica islamica, le donne e gli omosessuali.  Ricordiamo che Guterres, dopo aver espresso la sua formale e scontata condanna per la strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre, ha poi aggiunto che, comunque, non si è trattato di una violenza nata dal nulla, ma di una conseguenza maturata in un quadro che, da 56 anni, vede “il popolo palestinese sottoposto ad una soffocante occupazione”. Difficile credere che il massimo funzionario dell’ONU ignori il fatto che, in realtà, è dall’estate del 2005 che il piano di disimpegno unilaterale israeliano ha smantellato i 17 insediamenti ebraici presenti nella Striscia di Gaza, trasferendone altrove gli abitanti e consegnando l’intero territorio all’Autorità Nazionale Palestinese. Peccato invece che, una volta raggiunta la piena autonomia gestionale, tra Hamas e Fatah non abbiano saputo fare altro che scannarsi tra di loro, fino alla presa del potere da parte del movimento fondamentalista ed alla cancellazione umana di ogni eventuale residuo di opposizione politica.  In sostanza, la posizione assunta ufficialmente dall’ONU ricalca quella di tanti politici e commentatori che, dopo aver deplorato l’inqualificabile eccidio commesso da Hamas, si sono poi però anche subito affrettati a chiarire che, in fondo in fondo, quello che è successo Israele se lo era pure andato a cercare...Siamo così in presenza di una forma di giustificazionismo che, se rigorosamente adottata, porta, inevitabilmente a legittimare ex post ogni sorta di violenza, poiché, se andiamo a cercare a ritroso nel tempo, troveremo sempre un pretesto per incolpare qualcuno di cui intendiamo disfarci.  Nel caso in questione, la “colpa” ancestrale risiede nella presunta “occupazione”, da parte di Israele, di territori che da sempre sarebbero appartenuti al popolo palestinese: e qui ci addentriamo in un argomento che richiederebbe uno spazio ben diverso da quello di cui dispone questa nostra rubrica, poiché, in realtà, il cosiddetto “popolo palestinese” è stato inventato, negli Anni 60, in funzione anti occidentale, dai servizi segreti sovietici che, a tal proposito, formarono un ingegnere – sia chiaro egiziano e non “palestinese” – di nome Yassir Arafat, spiegandogli, per filo e per segno, cosa avrebbe dovuto dire e fare per accreditarsi come leader di una nazione che, fino a quel momento, non era mai esistita, se non come un povero territorio dell’impero ottomano dimenticato da Dio e dai santi. Impero ottomano che, dopo la Prima Guerra Mondiale, venne smembrato dalle potenze vincitrici, le quali ridisegnarono anche l’assetto del Medio Oriente destinando, tra l’altro, al popolo ebraico un’area ben più ampia di quella che costituirà l’Israele fondato nel 1948. Questo per dire che, a voler essere pignoli, lo Stato ebraico, sulla base di quanto stabilito dalla Conferenza di Sanremo - che si tenne, nel 1920, tra Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone - e da quelle successive di Sevres (1922) e Parigi (1924), avrebbe oggi titoli adeguati per rivendicare – anche se non lo ha mai fatto – la propria sovranità persino sulla Cisgiordania governata da Abu Mazen. E’ infatti del 1922, il testo fatto proprio (e mai abrogato) dalla allora Società delle Nazioni – e cioè dall’ONU di oggi - che stabilì, inequivocabilmente, che agli ebrei sarebbero spettati tutti i territori a occidente del fiume Giordano.  In quella fase storica, si posero, quindi, quelle basi costitutive di Israele che verranno poi confermate e realizzate dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1947. Come è noto, in quell’occasione, l’organizzazione sionista – pur rinunciando a vaste aree territoriali previste dalle intese degli Anni 20 - accettò, comunque, la divisione concepita dall’ONU, dando così vita al primo autentico Stato ebraico della storia recente. Gli Arabi, invece, la rifiutarono e scesero in campo per distruggere Israele: e si sa come andarono, per fortuna, le cose nella prima guerra di indipendenza israeliana del 1948. Ma, sulla base del diritto internazionale, la legittimità dello Stato di Israele – piaccia o non piaccia a Guterres ed a quelli come lui - nasce proprio dalla Conferenza di Sanremo e dai suoi sviluppi successivi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_29-10-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 28 Oct 2023 23:01:06 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57782752/punto_settimana_29_10_2023_01_01.mp3" length="14152097" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Le polemiche suscitate dalle parole pronunciate, mercoledì scorso, da Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU, in realtà non dovrebbero destare un particolare stupore, dal momento che altro non fanno se non andare ad...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Le polemiche suscitate dalle parole pronunciate, mercoledì scorso, da Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU, in realtà non dovrebbero destare un particolare stupore, dal momento che altro non fanno se non andare ad inserirsi in quella linea di continuità anti israeliana che ha sempre caratterizzato l’orientamento delle Nazioni Unite, perlomeno dalla fine della Guerra dei Sei Giorni del 1967. Da allora, infatti, lo stato di Israele è stato oggetto di un inaccettabile tiro al bersaglio che gli è costato, dal 2016 al 2022, ben 140 risoluzioni di condanna, a fronte delle altre 68 che hanno, invece, riguardato l’insieme di tutti gli altri 194 Paesi rappresentati nel Palazzo di Vetro. Particolarmente clamorosa – oltreché assurda – fu la risoluzione del 10 novembre 1975, con la quale l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite definì il sionismo come “una forma di razzismo e di discriminazione razziale”. Risoluzione che fu tardivamente cancellata solamente 16 anni dopo, nel dicembre 1991. E stiamo, purtroppo, parlando di un Organismo che, tanto per fare un esempio, lo scorso maggio, ha tragicomicamente assegnato proprio all’Iran la presidenza del Forum Sociale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite… Il tutto, facendo naturalmente finta di ignorare, le 582 condanne a morte comminate negli ultimi 7 anni e le repressioni oscurantiste di cui sono sistematicamente oggetto, nella repubblica islamica, le donne e gli omosessuali.  Ricordiamo che Guterres, dopo aver espresso la sua formale e scontata condanna per la strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre, ha poi aggiunto che, comunque, non si è trattato di una violenza nata dal nulla, ma di una conseguenza maturata in un quadro che, da 56 anni, vede “il popolo palestinese sottoposto ad una soffocante occupazione”. Difficile credere che il massimo funzionario dell’ONU ignori il fatto che, in realtà, è dall’estate del 2005 che il piano di disimpegno unilaterale israeliano ha smantellato i 17 insediamenti ebraici presenti nella Striscia di Gaza, trasferendone altrove gli abitanti e consegnando l’intero territorio all’Autorità Nazionale Palestinese. Peccato invece che, una volta raggiunta la piena autonomia gestionale, tra Hamas e Fatah non abbiano saputo fare altro che scannarsi tra di loro, fino alla presa del potere da parte del movimento fondamentalista ed alla cancellazione umana di ogni eventuale residuo di opposizione politica.  In sostanza, la posizione assunta ufficialmente dall’ONU ricalca quella di tanti politici e commentatori che, dopo aver deplorato l’inqualificabile eccidio commesso da Hamas, si sono poi però anche subito affrettati a chiarire che, in fondo in fondo, quello che è successo Israele se lo era pure andato a cercare...Siamo così in presenza di una forma di giustificazionismo che, se rigorosamente adottata, porta, inevitabilmente a legittimare ex post ogni sorta di violenza, poiché, se andiamo a cercare a ritroso nel tempo, troveremo sempre un pretesto per incolpare qualcuno di cui intendiamo disfarci.  Nel caso in questione, la “colpa” ancestrale risiede nella presunta “occupazione”, da parte di Israele, di territori che da sempre sarebbero appartenuti al popolo palestinese: e qui ci addentriamo in un argomento che richiederebbe uno spazio ben diverso da quello di cui dispone questa nostra rubrica, poiché, in realtà, il cosiddetto “popolo palestinese” è stato inventato, negli Anni 60, in funzione anti occidentale, dai servizi segreti sovietici che, a tal proposito, formarono un ingegnere – sia chiaro egiziano e non “palestinese” – di nome Yassir Arafat, spiegandogli, per filo e per segno, cosa avrebbe dovuto dire e fare per accreditarsi come leader di una nazione che, fino a quel momento, non era mai esistita, se non come un povero territorio dell’impero ottomano dimenticato da Dio e dai santi. Impero ottomano che, dopo la Prima Guerra Mondiale, venne smembrato dalle potenze vincitrici, le quali ridisegnarono anche...]]></itunes:summary><itunes:duration>354</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/7f43ba27b0ddfe19aca83c87d4b2e158.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L’arma della propaganda | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-arma-della-propaganda-il-punto-della-settimana--57782756</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Sinceramente, ci è parso veramente molto strano, fin dall’inizio, che l’esercito israeliano potesse aver bombardato intenzionalmente l’ospedale di Al Ahili a Gaza proprio alla vigilia del viaggio di Biden in Medio Oriente. Certo, l’errore umano è sempre nell’ordine naturale delle cose che possono succedere, ma, al di là di questa eventualità, è difficile credere che questi Ebrei – oltre ad essere “deicidi” ed avvelenatori di pozzi – siano poi anche davvero così fessi da offrire su un piatto d’argento un argomento talmente scioccante alla propaganda araba e, soprattutto, a quei media occidentali che, da sempre, non vedono l’ora di poter disporre di un qualche pretesto interessante per poter denunciare un crimine di Israele. Un crimine che, tra l’altro, proprio in questo momento, sarebbe risultato addirittura provvidenziale per distogliere, in qualche modo, l’attenzione delle nostre opinioni pubbliche dai crimini che, invece, sono stati effettivamente commessi sabato 7 ottobre.  E infatti, pressoché tutti i nostri mezzi di informazione – tranne ci pare la lodevole eccezione de “Il Foglio” - non hanno esitato neanche un attimo ad attribuire la responsabilità di quanto tragicamente avvenuto ad un bombardamento israeliano, accettando acriticamente (o privilegiando) la versione dei fatti che veniva data da quella fonte cristallina di notizie veritiere che si chiama Hamas.  Ora, l’atteggiamento pregiudizialmente anti-israeliano delle società europee non lo scopriamo certamente in queste ore, ma ci stupisce il fatto che sia anche così profondamente radicato da far perdere completamente la testa persino a chi gestisce giornali e televisioni. Chi, senza neanche farsi scrupolo di usare il condizionale, ha pubblicato titoli che davano per scontata la ferocia israeliana dietro le cinquecento vittime che sarebbero rimaste sotto le macerie dell’ospedale, non si è, infatti, minimamente preoccupato di ascoltare anche la versione fornita da Tel Aviv e, soprattutto, di analizzare seriamente le documentazioni audiovisive prodotte a suo sostegno. E stiamo parlando di una disparità di valutazioni che, già in passato, è stata capace di produrre alcune macroscopiche brutte figure sul piano della professionalità giornalistica. Esattamente come sta succedendo oggi con i nostri media che, sebbene senz’altro a malincuore, man mano che la ricostruzione dei fatti diventa meno propagandistica, stanno cominciando ad ammettere che “forse si è trattato di un missile palestinese sparato male”, che l’ospedale è rimasto intatto nella sua struttura perché ad essere colpito è stato, invece, il posteggio circostante e che i morti non sono 500, ma al massimo 50...Ed a questo proposito, ci viene in mente l’ingresso dell’esercito israeliano a Jenin nel 2002: anche allora, fu subito presa per buona la narrazione dell’Autorità Nazionale Palestinese che parlò di migliaia di morti che poi, in realtà, a conteggi ultimati, risultarono essere 53. Sia chiaro, se anche si fosse trattato soltanto di uno, ci saremmo, comunque, sicuramente trovati di fronte ad un evento tragico e deplorevole, ma non c’è dubbio sul fatto che, in quanto ad ingigantire le cose, la propaganda anti israeliana, da Gaza a Roma, abbia ben pochi rivali.  Andiamo un attimo, in conclusione, a leggere lo Statuto di Hamas nella parte in cui, all’art.7, recita testualmente “l’Ultimo Giorno non verrà, finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: o musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo…”. Siamo, quindi, in presenza di un pregiudizio fanaticamente religioso che non lascia alcuno spazio alle intenzioni dei cosiddetti “uomini di buona volontà” che parlano di “due stati e due popoli”. Non mi importa se sei disposto a concedermi più di quanto io stesso potessi immaginare...io ti uccido perché sei ebreo. Del resto, nessuno è mai riuscito a spiegare al mondo per quale ragione Arafat, nel 2000, rifiutò di firmare i famosi accordi di Camp David, attraverso i quali, con la mediazione del presidente Clinton, il premier israeliano di allora, Ehud Barak, aveva offerto alla controparte palestinese tutti i territori contenuti nella Striscia di Gaza, il 91% dell’area della Cisgiordania e l’amministrazione palestinese sulla parte Est di Gerusalemme. Fu una scelta – quella di Arafat - che stupì la diplomazia internazionale, poiché Barak era venuto incontro a tutte le richieste ufficiali dei Palestinesi. Richieste evidentemente pretestuose e che, non a caso, sono rimaste le stesse fino ad oggi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_22-10-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 21 Oct 2023 23:01:40 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57782756/punto_settimana_22_10_2023_01_01.mp3" length="11594186" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Sinceramente, ci è parso veramente molto strano, fin dall’inizio, che l’esercito israeliano potesse aver bombardato intenzionalmente l’ospedale di Al Ahili a Gaza proprio alla vigilia del viaggio di Biden in Medio Oriente....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Sinceramente, ci è parso veramente molto strano, fin dall’inizio, che l’esercito israeliano potesse aver bombardato intenzionalmente l’ospedale di Al Ahili a Gaza proprio alla vigilia del viaggio di Biden in Medio Oriente. 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E infatti, pressoché tutti i nostri mezzi di informazione – tranne ci pare la lodevole eccezione de “Il Foglio” - non hanno esitato neanche un attimo ad attribuire la responsabilità di quanto tragicamente avvenuto ad un bombardamento israeliano, accettando acriticamente (o privilegiando) la versione dei fatti che veniva data da quella fonte cristallina di notizie veritiere che si chiama Hamas.  Ora, l’atteggiamento pregiudizialmente anti-israeliano delle società europee non lo scopriamo certamente in queste ore, ma ci stupisce il fatto che sia anche così profondamente radicato da far perdere completamente la testa persino a chi gestisce giornali e televisioni. Chi, senza neanche farsi scrupolo di usare il condizionale, ha pubblicato titoli che davano per scontata la ferocia israeliana dietro le cinquecento vittime che sarebbero rimaste sotto le macerie dell’ospedale, non si è, infatti, minimamente preoccupato di ascoltare anche la versione fornita da Tel Aviv e, soprattutto, di analizzare seriamente le documentazioni audiovisive prodotte a suo sostegno. E stiamo parlando di una disparità di valutazioni che, già in passato, è stata capace di produrre alcune macroscopiche brutte figure sul piano della professionalità giornalistica. Esattamente come sta succedendo oggi con i nostri media che, sebbene senz’altro a malincuore, man mano che la ricostruzione dei fatti diventa meno propagandistica, stanno cominciando ad ammettere che “forse si è trattato di un missile palestinese sparato male”, che l’ospedale è rimasto intatto nella sua struttura perché ad essere colpito è stato, invece, il posteggio circostante e che i morti non sono 500, ma al massimo 50...Ed a questo proposito, ci viene in mente l’ingresso dell’esercito israeliano a Jenin nel 2002: anche allora, fu subito presa per buona la narrazione dell’Autorità Nazionale Palestinese che parlò di migliaia di morti che poi, in realtà, a conteggi ultimati, risultarono essere 53. Sia chiaro, se anche si fosse trattato soltanto di uno, ci saremmo, comunque, sicuramente trovati di fronte ad un evento tragico e deplorevole, ma non c’è dubbio sul fatto che, in quanto ad ingigantire le cose, la propaganda anti israeliana, da Gaza a Roma, abbia ben pochi rivali.  Andiamo un attimo, in conclusione, a leggere lo Statuto di Hamas nella parte in cui, all’art.7, recita testualmente “l’Ultimo Giorno non verrà, finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: o musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo…”. Siamo, quindi, in presenza di un pregiudizio fanaticamente religioso che non lascia alcuno spazio alle intenzioni dei cosiddetti “uomini di buona volontà” che parlano di “due stati e due popoli”. 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E’ il caso dell’indagine condotta dalla procura di Torino che vede coinvolti tre notissimi calciatori professionisti ai quali – a dire il vero - l’art.24 del Codice di giustizia sportiva federale farebbe espresso divieto di “effettuare o accettare scommesse, direttamente o indirettamente, anche presso i soggetti autorizzati a riceverle, che abbiano ad oggetto risultati relativi ad incontri ufficiali organizzati nell’ambito della Figc, della Fifa e della Uefa”. Tutto ha avuto inizio con le rivelazioni di Fabrizio Corona che, lo scorso 4 agosto, rese noto l’altissimo indebitamento del centrocampista juventino, Nicolò Fagioli, il quale, a quanto pare, avrebbe accumulato perdite per addirittura un milione di euro in dodici mesi. Il personaggio è famoso, ma il suo – per quanto sia eclatante – altro non è se non un tipico coinvolgimento, in qualità di vittima, in quel mercato illegale del gioco online, il cui valore è stimato in Italia in oltre 18 miliardi di euro. Un mercato che di solito sfugge ai controlli delle autorità competenti, ma che rappresenta, invece, una ben concreta e triste realtà nella vita di tante persone che, puntando sui cavalli sbagliati, arrivano a perdere sino al loro ultimo centesimo: il tutto, ovviamente, attraverso transazioni in contanti che bypassano tutte le normative nazionali ed internazionali sulle forme di riciclaggio.  Viene da domandarsi per quale ragione dei ventenni che dispongono di conti correnti milionari, che godono di grande popolarità e nei confronti dei quali la fortuna sembra essere stata particolarmente generosa, sentano questa insana esigenza di mettere a rischio il proprio destino con azzardi che potrebbero anche compromettere del tutto la loro carriera. E ad allarmarci c’è pure la percezione di non essere in presenza di pochi casi isolati, ma piuttosto della punta di un iceberg dietro cui si nasconderebbero non soltanto le responsabilità dei calciatori, ma anche quelle di società e dirigenti che – a vario titolo – poco o nulla avrebbero fatto per contrastare questa pericolosa tendenza ludopatica.  Avrete probabilmente notato come pressoché tutti i giocatori, quando arrivano allo stadio, scendano dal pullman della loro squadra con quelle cuffiette incollate alle loro orecchie che sembrano isolarli da tutto e da tutti, quasi come vivessero in una dimensione personalissima ed inviolabile, nella quale sta forse diventando sempre più difficile distinguere il confine tra il lecito e l’illecito.  15 Ottobre 2023  Il Punto della Settimana di Ferruccio Bovio  Leggi e ascolta “Il Punto della Settimana" di Ferruccio Bovio ogni domenica mattina in esclusiva sul sito e sui profili social di Giornale Radio. ]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_15-10-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 14 Oct 2023 23:01:40 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57782745/punto_settimana_15_10_2023_01_01.mp3" length="7264129" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Il fenomeno delle scommesse illegali esiste da tantissimo tempo, ma è una di quelle cose che restano sostanzialmente ignorate sino a che non viene colto con le mani nel sacco qualcuno che, per la sua notorietà, finisce per...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il fenomeno delle scommesse illegali esiste da tantissimo tempo, ma è una di quelle cose che restano sostanzialmente ignorate sino a che non viene colto con le mani nel sacco qualcuno che, per la sua notorietà, finisce per accendere i riflettori su certi giri d’affari milionari che sono illecitamente gestiti dalla malavita organizzata. E’ il caso dell’indagine condotta dalla procura di Torino che vede coinvolti tre notissimi calciatori professionisti ai quali – a dire il vero - l’art.24 del Codice di giustizia sportiva federale farebbe espresso divieto di “effettuare o accettare scommesse, direttamente o indirettamente, anche presso i soggetti autorizzati a riceverle, che abbiano ad oggetto risultati relativi ad incontri ufficiali organizzati nell’ambito della Figc, della Fifa e della Uefa”. Tutto ha avuto inizio con le rivelazioni di Fabrizio Corona che, lo scorso 4 agosto, rese noto l’altissimo indebitamento del centrocampista juventino, Nicolò Fagioli, il quale, a quanto pare, avrebbe accumulato perdite per addirittura un milione di euro in dodici mesi. Il personaggio è famoso, ma il suo – per quanto sia eclatante – altro non è se non un tipico coinvolgimento, in qualità di vittima, in quel mercato illegale del gioco online, il cui valore è stimato in Italia in oltre 18 miliardi di euro. Un mercato che di solito sfugge ai controlli delle autorità competenti, ma che rappresenta, invece, una ben concreta e triste realtà nella vita di tante persone che, puntando sui cavalli sbagliati, arrivano a perdere sino al loro ultimo centesimo: il tutto, ovviamente, attraverso transazioni in contanti che bypassano tutte le normative nazionali ed internazionali sulle forme di riciclaggio.  Viene da domandarsi per quale ragione dei ventenni che dispongono di conti correnti milionari, che godono di grande popolarità e nei confronti dei quali la fortuna sembra essere stata particolarmente generosa, sentano questa insana esigenza di mettere a rischio il proprio destino con azzardi che potrebbero anche compromettere del tutto la loro carriera. E ad allarmarci c’è pure la percezione di non essere in presenza di pochi casi isolati, ma piuttosto della punta di un iceberg dietro cui si nasconderebbero non soltanto le responsabilità dei calciatori, ma anche quelle di società e dirigenti che – a vario titolo – poco o nulla avrebbero fatto per contrastare questa pericolosa tendenza ludopatica.  Avrete probabilmente notato come pressoché tutti i giocatori, quando arrivano allo stadio, scendano dal pullman della loro squadra con quelle cuffiette incollate alle loro orecchie che sembrano isolarli da tutto e da tutti, quasi come vivessero in una dimensione personalissima ed inviolabile, nella quale sta forse diventando sempre più difficile distinguere il confine tra il lecito e l’illecito.  15 Ottobre 2023  Il Punto della Settimana di Ferruccio Bovio  Leggi e ascolta “Il Punto della Settimana" di Ferruccio Bovio ogni domenica mattina in esclusiva sul sito e sui profili social di Giornale Radio. ]]></itunes:summary><itunes:duration>182</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/222fc315aa17758ebe7e63db2b36479e.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sul concetto di imparzialità | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sul-concetto-di-imparzialita-il-punto-della-settimana--57783172</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Sta facendo molto discutere un video diffuso da Matteo Salvini, nel quale, tra i manifestanti filmati mentre protestavano, nel 2018, contro il divieto di sbarco dei migranti dalla nave Diciotti, compare anche la giudice Iolanda Apostolico: la stessa che, pochi giorni fa, non ha convalidato il trattenimento di alcuni migranti tunisini nel Centro di Permanenza per Rimpatri di Pozzallo, definendo “illegittimo” il decreto governativo che prevede l’applicazione di questa misura.  Naturalmente, ognuno è libero di frequentare le compagnie che preferisce, ma forse fa un po’ strano rilevare la presenza di un magistrato in un corteo di persone che gridano “assassini” e “animali”, rivolgendosi alle Forze dell’Ordine...  Le immagini in questione hanno destato reazioni che vanno dallo stupore all’indignazione non solo presso i partiti che sostengono l’esecutivo Meloni, ma anche tra alcune forze politiche di opposizione che hanno sottolineato come un giudice debba non soltanto essere imparziale, ma apparire anche tale.  A difesa della collega finita nell’occhio del ciclone è intervenuta l’Associazione Nazionale Magistrati che, nella persona del suo presidente, Giuseppe Santalucia, ha invitato a valutare “la terzietà dei magistrati sulla base dei provvedimenti e delle loro motivazioni" e non su altri ordini di considerazioni, poiché – a suo dire - l’atteggiamento più corretto da assumere dovrebbe essere sempre quello di analizzare tecnicamente i provvedimenti giudiziari, piuttosto che “fare lo screening al passato, alla vita privata del magistrato”.  Tuttavia, ci pare oggettivamente difficile sostenere che la partecipazione ad eventi pubblici, come una manifestazione avvenuta alla luce del sole nel porto di Catania, possa rientrare nella categoria degli atti la cui diffusione potrebbe violare la privacy di chiunque fosse stato presente…  Non da oggi, il problema della “terzietà” di chi ha il compito di giudicare o di arbitrare qualcosa costituisce un enigma davvero inquietante per l’individuo che si venga a trovare nella ben poco rassicurante condizione di dover dipendere dalle decisioni di un altro essere umano, del quale ignora del tutto la capacità di saper discernere senza lasciarsi troppo condizionare dal suo background culturale. E non parliamo esclusivamente di procedimenti giudiziari, ma anche di altre svariate situazioni che, per essere risolte, richiedano l’intervento di un soggetto che, almeno in teoria, dovrebbe presentarsi come super partes. E’, ad esempio, credibile che l’arbitro che si accinge a dirigere una partita sia un uomo che, per quanto appassionato di calcio, abbia sempre resistito alla piacevolissima tentazione di fare il tifo per una determinata squadra?  Il concetto di imparzialità – così come quello di perfezione di cui, a ben vedere, è parente stretto – comporta un assoluto distacco dalle passioni, dai pregiudizi e dai convincimenti personali e rappresenta, pertanto, un’astrazione che magari potrà anche far parte di altri mondi, ma sicuramente non del nostro. Poi, per fortuna, chissà quanti sono i giudici, gli ispettori, i preti o gli arbitri che mettono tutto il loro più convinto impegno per agire secondo imparzialità, ma ciò non toglie che la certezza di andare incontro ad un giudizio completamente sereno non l’avremo mai. Almeno in questa vita.  II magistrato, come ogni altro cittadino, è un personaggio che non può non avere idee politiche, filosofiche o religiose: un personaggio che, tra l’altro, negli ultimi trent’anni, ha manifestato una tendenza sempre più spiccata ad esprimerle apertamente, senza farsi troppi scrupoli circa la compatibilità tra certe sue prese di posizione e le aspettative di chi, legittimamente, fa affidamento su provvedimenti che non siano viziati da alcun tipo di preconcetti.  Però forse, in fondo in fondo e a voler essere ottimisti, una speranza neanche tanto remota di assoluta oggettività di giudizio esiste: ed è quella che risiede nelle immense potenzialità che l’Intelligenza Artificiale metterà sempre più a nostra disposizione. Ed in questo senso, l’applicazione sui campi sportivi di una tecnologia come il VAR che, affiancando l’azione dell’arbitro ne ha limitato la tradizionale e spesso fastidiosa onnipotenza, può già indicarci una strada da seguire per garantire maggiori certezze anche in altri ambiti di valutazione.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_08-10-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 07 Oct 2023 23:01:50 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783172/punto_settimana_08_10_2023_01_01.mp3" length="10340309" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Sta facendo molto discutere un video diffuso da Matteo Salvini, nel quale, tra i manifestanti filmati mentre protestavano, nel 2018, contro il divieto di sbarco dei migranti dalla nave Diciotti, compare anche la giudice...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Sta facendo molto discutere un video diffuso da Matteo Salvini, nel quale, tra i manifestanti filmati mentre protestavano, nel 2018, contro il divieto di sbarco dei migranti dalla nave Diciotti, compare anche la giudice Iolanda Apostolico: la stessa che, pochi giorni fa, non ha convalidato il trattenimento di alcuni migranti tunisini nel Centro di Permanenza per Rimpatri di Pozzallo, definendo “illegittimo” il decreto governativo che prevede l’applicazione di questa misura.  Naturalmente, ognuno è libero di frequentare le compagnie che preferisce, ma forse fa un po’ strano rilevare la presenza di un magistrato in un corteo di persone che gridano “assassini” e “animali”, rivolgendosi alle Forze dell’Ordine...  Le immagini in questione hanno destato reazioni che vanno dallo stupore all’indignazione non solo presso i partiti che sostengono l’esecutivo Meloni, ma anche tra alcune forze politiche di opposizione che hanno sottolineato come un giudice debba non soltanto essere imparziale, ma apparire anche tale.  A difesa della collega finita nell’occhio del ciclone è intervenuta l’Associazione Nazionale Magistrati che, nella persona del suo presidente, Giuseppe Santalucia, ha invitato a valutare “la terzietà dei magistrati sulla base dei provvedimenti e delle loro motivazioni" e non su altri ordini di considerazioni, poiché – a suo dire - l’atteggiamento più corretto da assumere dovrebbe essere sempre quello di analizzare tecnicamente i provvedimenti giudiziari, piuttosto che “fare lo screening al passato, alla vita privata del magistrato”.  Tuttavia, ci pare oggettivamente difficile sostenere che la partecipazione ad eventi pubblici, come una manifestazione avvenuta alla luce del sole nel porto di Catania, possa rientrare nella categoria degli atti la cui diffusione potrebbe violare la privacy di chiunque fosse stato presente…  Non da oggi, il problema della “terzietà” di chi ha il compito di giudicare o di arbitrare qualcosa costituisce un enigma davvero inquietante per l’individuo che si venga a trovare nella ben poco rassicurante condizione di dover dipendere dalle decisioni di un altro essere umano, del quale ignora del tutto la capacità di saper discernere senza lasciarsi troppo condizionare dal suo background culturale. E non parliamo esclusivamente di procedimenti giudiziari, ma anche di altre svariate situazioni che, per essere risolte, richiedano l’intervento di un soggetto che, almeno in teoria, dovrebbe presentarsi come super partes. E’, ad esempio, credibile che l’arbitro che si accinge a dirigere una partita sia un uomo che, per quanto appassionato di calcio, abbia sempre resistito alla piacevolissima tentazione di fare il tifo per una determinata squadra?  Il concetto di imparzialità – così come quello di perfezione di cui, a ben vedere, è parente stretto – comporta un assoluto distacco dalle passioni, dai pregiudizi e dai convincimenti personali e rappresenta, pertanto, un’astrazione che magari potrà anche far parte di altri mondi, ma sicuramente non del nostro. Poi, per fortuna, chissà quanti sono i giudici, gli ispettori, i preti o gli arbitri che mettono tutto il loro più convinto impegno per agire secondo imparzialità, ma ciò non toglie che la certezza di andare incontro ad un giudizio completamente sereno non l’avremo mai. Almeno in questa vita.  II magistrato, come ogni altro cittadino, è un personaggio che non può non avere idee politiche, filosofiche o religiose: un personaggio che, tra l’altro, negli ultimi trent’anni, ha manifestato una tendenza sempre più spiccata ad esprimerle apertamente, senza farsi troppi scrupoli circa la compatibilità tra certe sue prese di posizione e le aspettative di chi, legittimamente, fa affidamento su provvedimenti che non siano viziati da alcun tipo di preconcetti.  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La storia della bambina che compra una pesca e poi la consegna al padre separato - fingendo sia un regalo che la mamma ha scelto per lui - si sofferma delicatamente sul dolore e sul senso di impotenza che i figli solitamente provano di fronte alla separazione dei genitori. Si tratta di immagini che staccano decisamente rispetto alle usuali rappresentazioni di quelle allegre famigliole sedute ad una tavola natalizia oppure beatamente rilassate in un villaggio vacanze...Immagini di una serenità idealizzata alle quali la pubblicità ci ave-va abituati fin dai tempi di “Carosello”.  Qualcuno si è commosso e qualcun altro si è, invece, scagliato contro un messaggio che, a suo dire, tenderebbe a colpevolizzare le coppie separate ed a lanciare, quindi, un monito implicito contro il divorzio. Ad esempio, c’è chi accusa lo spot di strumentalizzare la sofferenza dei bambini per fini commerciali o chi sottolinea come, in realtà, l’infelicità possa riguardare non solo i figli dei genitori divorziati, ma anche quelli delle coppie che vivono insieme.  Nel complesso, gli esponenti dei partiti di Destra – a partire dalla stessa Giorgia Meloni che ha definito lo spot “bello e toccante” – sembrano apprezzare il video in questione, mentre da Sinistra si sono levate non poche voci che ne hanno denunciato la natura retrograda e tradizionalista. Quanto ai social, la maggioranza dei commenti – confermando, probabilmente, un “sentiment” più in sintonia con quello delle forze di Governo - si esprimono in senso favorevole, se non addirittura di totale adesione .  A nostro parere, il sostanziale successo di questi due minuti di messaggio pubblicitario è dovuto alla sua capacità di porre chi lo guarda dinanzi alla quotidianità di quel dolore che investe, per svariati motivi, molte migliaia di case italiane. Non si tratta, in questo caso, di essere più o meno orientati verso un determinato modello di famiglia...non c’entra niente con la fotografia di una realtà sociale che vede ormai separazioni e divorzi eguagliare, numericamente, il trend dei nuovi matrimoni. C’entra però con il fatto che, nelle cause di separazione o divorzio, è sempre più consolidata la scelta dei tribunali di affidare i minori ad entrambi i genitori, creando, in tal modo, situazioni che spesso si rivelano perfettamente sovrapponibili proprio a quella che lo spot della pesca ci raccon-ta in maniera così emozionante.  Esiste, dunque, un pericoloso salto di incomunicabilità tra una certa percezione “eburnea” della normalità di tutti i giorni, che distingue élite intellettuali e politiche, da quella molto più concreta del cittadino medio che, non a caso, esprime il suo disagio frequentando sempre meno le urne elettorali?  È una domanda che ci permettiamo di rivolgere soprattutto ai partiti ed agli opinionisti di Sinistra.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_01-10-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 30 Sep 2023 23:01:40 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783179/punto_settimana_01_10_2023_01_01.mp3" length="7299656" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Lo spot pubblicitario di un’importante catena di supermercati sta suscitando reazioni contrastanti, soprattutto a livello politico.  La storia della bambina che compra una pesca e poi la consegna al padre separato - fingendo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Lo spot pubblicitario di un’importante catena di supermercati sta suscitando reazioni contrastanti, soprattutto a livello politico.  La storia della bambina che compra una pesca e poi la consegna al padre separato - fingendo sia un regalo che la mamma ha scelto per lui - si sofferma delicatamente sul dolore e sul senso di impotenza che i figli solitamente provano di fronte alla separazione dei genitori. Si tratta di immagini che staccano decisamente rispetto alle usuali rappresentazioni di quelle allegre famigliole sedute ad una tavola natalizia oppure beatamente rilassate in un villaggio vacanze...Immagini di una serenità idealizzata alle quali la pubblicità ci ave-va abituati fin dai tempi di “Carosello”.  Qualcuno si è commosso e qualcun altro si è, invece, scagliato contro un messaggio che, a suo dire, tenderebbe a colpevolizzare le coppie separate ed a lanciare, quindi, un monito implicito contro il divorzio. Ad esempio, c’è chi accusa lo spot di strumentalizzare la sofferenza dei bambini per fini commerciali o chi sottolinea come, in realtà, l’infelicità possa riguardare non solo i figli dei genitori divorziati, ma anche quelli delle coppie che vivono insieme.  Nel complesso, gli esponenti dei partiti di Destra – a partire dalla stessa Giorgia Meloni che ha definito lo spot “bello e toccante” – sembrano apprezzare il video in questione, mentre da Sinistra si sono levate non poche voci che ne hanno denunciato la natura retrograda e tradizionalista. Quanto ai social, la maggioranza dei commenti – confermando, probabilmente, un “sentiment” più in sintonia con quello delle forze di Governo - si esprimono in senso favorevole, se non addirittura di totale adesione .  A nostro parere, il sostanziale successo di questi due minuti di messaggio pubblicitario è dovuto alla sua capacità di porre chi lo guarda dinanzi alla quotidianità di quel dolore che investe, per svariati motivi, molte migliaia di case italiane. Non si tratta, in questo caso, di essere più o meno orientati verso un determinato modello di famiglia...non c’entra niente con la fotografia di una realtà sociale che vede ormai separazioni e divorzi eguagliare, numericamente, il trend dei nuovi matrimoni. C’entra però con il fatto che, nelle cause di separazione o divorzio, è sempre più consolidata la scelta dei tribunali di affidare i minori ad entrambi i genitori, creando, in tal modo, situazioni che spesso si rivelano perfettamente sovrapponibili proprio a quella che lo spot della pesca ci raccon-ta in maniera così emozionante.  Esiste, dunque, un pericoloso salto di incomunicabilità tra una certa percezione “eburnea” della normalità di tutti i giorni, che distingue élite intellettuali e politiche, da quella molto più concreta del cittadino medio che, non a caso, esprime il suo disagio frequentando sempre meno le urne elettorali?  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Peccato che, cinque anni fa, abbia commesso l’ingenuità – per alcuni imperdonabile – di lanciare una promozione destinata a persone che, altrimenti, difficilmente si sarebbero avvicinate al suo Museo: e tra i beneficiari dell’offerta, erano comprese anche le coppie di lingua araba residenti nel capoluogo piemontese. Coppie, si intende, non necessariamente musulmane, visto che il Medio Oriente è popolato anche da qualche milione di cristiani...A suo tempo ne era sorta una polemica che aveva visto tra i protagonisti anche la non ancora presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, la quale era giunta proprio a Torino per partecipare ad una manifestazione contro Christian Greco.  Adesso, sulla controversa conduzione del Museo Egizio di quest’ultimo decennio, ha pensato bene di dire la sua anche il vice segretario della Lega, Andrea Crippa, secondo il quale la prestigiosa Istituzione torinese viene pagata dai cittadini e gestita da un direttore che “ascolta esclusivamente la sinistra” e si rivela “razzista contro gli Italiani”, avendo “fatto sconti solo per i musulmani e mai per chi professa altre religioni”. Dopo di che l’esponente del Carroccio si è spinto fino a chiedere l’intervento diretto del ministro Sangiuliano, ignorando, evidentemente, che i poteri di quest’ultimo, in merito alla nomina od alla revoca di un direttore di museo sono pressoché nulli.  Il Museo Egizio, dal punto di vista giuridico, è, infatti, una Fondazione privata, come stabilito dalla legge 491 del 2001: pertanto, i soci fondatori (che sono il Ministero, la Regione, il Comune, la Compagnia di Sanpaolo e la Fondazione Crt) nominano il Consiglio di Amministrazione che, a sua volta, sceglie insindacabilmente la figura del direttore che, comunque, nel caso in questione, vedrà scadere il proprio mandato il 30 giugno del 2025.  Cerchiamo di non scordare che quella di Torino non è una realtà qualunque, ma è il più antico museo egizio del mondo. Vogliamo lasciare che a dirigerlo sia un egittologo di fama internazionale che, tra l’altro, legge correntemente anche la lingua dei faraoni? Vogliamo riconoscere l’esistenza di settori - che vanno dal sapere umanistico a quello scientifico – nei quali è quanto meno auspicabile che ad essere privilegiati siano gli anni trascorsi nei laboratori e nelle biblioteche, piuttosto che quelli passati a svolgere lavori di segreteria per qualche personaggio politico? Francamente, resteremmo sorpresi se un Governo che tra i suoi dicasteri ne annovera addirittura uno dedicato “al merito”, non rinunciasse al classico “spoil system”, almeno quando si parla di cultura: si eviterebbero certe brutte figure ed a guadagnarne sarebbe l’immagine dell’intero Paese (o Nazione, come, ultimamente, si preferisce dire).]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_24-09-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 23 Sep 2023 23:01:51 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783173/punto_settimana_24_09_2023_01_01.mp3" length="7659101" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Si chiama Christian Greco ha passato 17 anni in Egitto in qualità di insigne archeologo, ha insegnato in università estere e, dal 2014, dirige il Museo Egizio di Torino che, tra l’altro, sotto la sua guida, ha amplificato...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Si chiama Christian Greco ha passato 17 anni in Egitto in qualità di insigne archeologo, ha insegnato in università estere e, dal 2014, dirige il Museo Egizio di Torino che, tra l’altro, sotto la sua guida, ha amplificato notevolmente la propria capacità di attrarre visitatori da ogni parte del mondo.  Peccato che, cinque anni fa, abbia commesso l’ingenuità – per alcuni imperdonabile – di lanciare una promozione destinata a persone che, altrimenti, difficilmente si sarebbero avvicinate al suo Museo: e tra i beneficiari dell’offerta, erano comprese anche le coppie di lingua araba residenti nel capoluogo piemontese. Coppie, si intende, non necessariamente musulmane, visto che il Medio Oriente è popolato anche da qualche milione di cristiani...A suo tempo ne era sorta una polemica che aveva visto tra i protagonisti anche la non ancora presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, la quale era giunta proprio a Torino per partecipare ad una manifestazione contro Christian Greco.  Adesso, sulla controversa conduzione del Museo Egizio di quest’ultimo decennio, ha pensato bene di dire la sua anche il vice segretario della Lega, Andrea Crippa, secondo il quale la prestigiosa Istituzione torinese viene pagata dai cittadini e gestita da un direttore che “ascolta esclusivamente la sinistra” e si rivela “razzista contro gli Italiani”, avendo “fatto sconti solo per i musulmani e mai per chi professa altre religioni”. Dopo di che l’esponente del Carroccio si è spinto fino a chiedere l’intervento diretto del ministro Sangiuliano, ignorando, evidentemente, che i poteri di quest’ultimo, in merito alla nomina od alla revoca di un direttore di museo sono pressoché nulli.  Il Museo Egizio, dal punto di vista giuridico, è, infatti, una Fondazione privata, come stabilito dalla legge 491 del 2001: pertanto, i soci fondatori (che sono il Ministero, la Regione, il Comune, la Compagnia di Sanpaolo e la Fondazione Crt) nominano il Consiglio di Amministrazione che, a sua volta, sceglie insindacabilmente la figura del direttore che, comunque, nel caso in questione, vedrà scadere il proprio mandato il 30 giugno del 2025.  Cerchiamo di non scordare che quella di Torino non è una realtà qualunque, ma è il più antico museo egizio del mondo. Vogliamo lasciare che a dirigerlo sia un egittologo di fama internazionale che, tra l’altro, legge correntemente anche la lingua dei faraoni? Vogliamo riconoscere l’esistenza di settori - che vanno dal sapere umanistico a quello scientifico – nei quali è quanto meno auspicabile che ad essere privilegiati siano gli anni trascorsi nei laboratori e nelle biblioteche, piuttosto che quelli passati a svolgere lavori di segreteria per qualche personaggio politico? Francamente, resteremmo sorpresi se un Governo che tra i suoi dicasteri ne annovera addirittura uno dedicato “al merito”, non rinunciasse al classico “spoil system”, almeno quando si parla di cultura: si eviterebbero certe brutte figure ed a guadagnarne sarebbe l’immagine dell’intero Paese (o Nazione, come, ultimamente, si preferisce dire).]]></itunes:summary><itunes:duration>192</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/474d8f969010a544136d973d33ca99d4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Un testimone venuto da molto lontano | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/un-testimone-venuto-da-molto-lontano-il-punto-della-settimana--57783186</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Per una volta, proviamo anche noi ad avventurarci – da perfetti ignoranti – in campo scientifico. E’ di questa settimana la notizia sorprendente, secondo cui circa il 15% dei decessi dovuti al covid, potrebbero avere un’origine genetica. In particolare, ad essere più colpiti dal virus letale sarebbero stati quei soggetti rimasti, in qualche modo, geneticamente meno distanti dall’Uomo di Neanderthal.  A rivelarlo è lo studio denominato “Origin”, che l’Istituto Mario Negri ha condotto coinvolgendo la provincia di Bergamo, nel tentativo di comprendere se e quali fattori potessero avere influito, a livello genetico, sul così pesante manifestarsi della malattia in alcune zone specifiche, come quelle di Nembro, Albino e Alzano Lombardo.  I responsabili della ricerca definiscono “sensazionale” il fatto che 3 dei 6 geni che si associano al rischio di maggiore predisposizione al contagio siano arrivati alla popolazione moderna dai Neanderthal: in particolare dal genoma di Vindija, che risale a 50 mila anni fa e che, a quei tempi, probabilmente proteggeva i Neanderthal dalle infezioni. Oggi però, a causa di un eccesso di risposta immune, non solo non protegge più l’uomo contemporaneo, ma lo espone addirittura ad una malattia più severa. Pertanto, si stima che le vittime del cromosoma di Neanderthal nel mondo siano state forse un milione e “potrebbero essere – si legge nella ricerca - proprio quelle che, in assenza di altre cause, muoiono per una predisposizione genetica”.  Secondo gli scienziati dell’Istituto Negri, il 7% della popolazione italiana presenta una serie di variazioni dei nucleotidi - vale a dire delle singole componenti che costituiscono la catena del DNA - che vengono ereditati insieme e che formano un “aplotipo”, ovvero l’insieme di queste variazioni. Ebbene, spiegano gli Autori dello studio, “chi è stato esposto al virus ed è portatore dell’aplotipo di Neanderthal aveva più del doppio del rischio di sviluppare Covid grave e quasi il triplo di quello di aver bisogno di terapia intensiva”.  Nella tragica vicenda pandemica che ha funestato il mondo intero e che, nel nostro Paese, ha pure alimentato infinite polemiche (soprattutto per quanto riguarda gli alti tassi di mortalità registrati in val Seriana), giunge, quindi, adesso - inatteso e da molto lontano - un testimone d’eccezione a discolpa dei tanto bistrattati Conte, Speranza e Fontana, che forse non erano allora poi così incapaci...Certo, è un testimone che non parla più da migliaia di anni e poi, se anche potesse farlo, chissà con quali grugniti si esprimerebbe... Tuttavia, esiste un linguaggio ancestrale e suggestivo che ci consente ancora di comunicare con lui: ed è quello della genetica. Quello cioè, capace di richiamare in noi la consapevolezza di rappresentare solamente un deterministico momento di passaggio nel flusso di una continuità infinita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_17-09-2023_01-00.mp3</guid><pubDate>Sat, 16 Sep 2023 23:00:42 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783186/punto_settimana_17_09_2023_01_00.mp3" length="7340407" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Per una volta, proviamo anche noi ad avventurarci – da perfetti ignoranti – in campo scientifico. 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I responsabili della ricerca definiscono “sensazionale” il fatto che 3 dei 6 geni che si associano al rischio di maggiore predisposizione al contagio siano arrivati alla popolazione moderna dai Neanderthal: in particolare dal genoma di Vindija, che risale a 50 mila anni fa e che, a quei tempi, probabilmente proteggeva i Neanderthal dalle infezioni. Oggi però, a causa di un eccesso di risposta immune, non solo non protegge più l’uomo contemporaneo, ma lo espone addirittura ad una malattia più severa. Pertanto, si stima che le vittime del cromosoma di Neanderthal nel mondo siano state forse un milione e “potrebbero essere – si legge nella ricerca - proprio quelle che, in assenza di altre cause, muoiono per una predisposizione genetica”.  Secondo gli scienziati dell’Istituto Negri, il 7% della popolazione italiana presenta una serie di variazioni dei nucleotidi - vale a dire delle singole componenti che costituiscono la catena del DNA - che vengono ereditati insieme e che formano un “aplotipo”, ovvero l’insieme di queste variazioni. Ebbene, spiegano gli Autori dello studio, “chi è stato esposto al virus ed è portatore dell’aplotipo di Neanderthal aveva più del doppio del rischio di sviluppare Covid grave e quasi il triplo di quello di aver bisogno di terapia intensiva”.  Nella tragica vicenda pandemica che ha funestato il mondo intero e che, nel nostro Paese, ha pure alimentato infinite polemiche (soprattutto per quanto riguarda gli alti tassi di mortalità registrati in val Seriana), giunge, quindi, adesso - inatteso e da molto lontano - un testimone d’eccezione a discolpa dei tanto bistrattati Conte, Speranza e Fontana, che forse non erano allora poi così incapaci...Certo, è un testimone che non parla più da migliaia di anni e poi, se anche potesse farlo, chissà con quali grugniti si esprimerebbe... Tuttavia, esiste un linguaggio ancestrale e suggestivo che ci consente ancora di comunicare con lui: ed è quello della genetica. 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E così, dinanzi alle recentissime critiche rivolte al Commissario agli Affari Economici, Paolo Gentiloni, da parte dei tre massimi esponenti dell’esecutivo Meloni (insoddisfatti per la scarsa attenzione che – a loro dire – Gentiloni presterebbe alle esigenze dell’economia italiana), Dana Spinant ha ricordato a tutto il Bel Paese quali debbano essere i compiti di un commissario europeo e come “i commissari europei rappresentino l’interesse europeo che portano avanti nei loro portafogli in modo collegiale”. Pertanto, le esternazioni del vice premier, Matteo Salvini, che, in questo periodo, ha avuto l’impressione di vedere “un commissario europeo che giocava con la maglietta di un’altra nazionale”, sarebbe stato meglio non fossero mai uscite dalle stanze più segrete di via Bellerio...Così come ci saremmo aspettati una maggiore conoscenza dei meccanismi di funzionamento della macchina europea almeno dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani (se non altro per la lunga esperienza che questi, almeno in teoria, dovrebbe aver maturato ai vertici del Parlamento di Strasburgo). Invece no, anche il numero uno di Forza Italia si augura che Gentiloni lavori tenendo conto di essere il commissario italiano e di avere, pertanto, una visione che “non sia quella dei Paesi rigoristi per quanto riguarda la riforma del Patto di stabilità e crescita”.  Ed a chiarire in maniera inequivocabile quale sia la posizione del suo Governo sull’autonomia dei commissari europei, ci ha pensato direttamente la stessa Giorgia Meloni, ricordando che “da quando ogni nazione ha un suo commissario, accade che questo abbia per lei un occhio di riguardo”. Di conseguenza, Meloni ritiene che ciò sia “normale e giusto” e sarebbe, quindi, contenta “se accadesse di più anche per l’Italia”.  La nostra impressione è quella che, dinanzi agli scenari tutt’altro che allegri che si delineano all’orizzonte per il nostro Paese, stia salendo forte la tentazione di trovare un comodo capro espiatorio e di dare la colpa a qualcuno che agisca al di fuori dei palazzi romani. Tuttavia, non è colpa di Gentiloni se l’Italia si sta allontanando da alcuni parametri di bilancio, fissati tra l’altro non certo da lui, ma dall’Unione Europea.  Francamente, ripercorrendo la strada seguita da Gentiloni da quando è alla guida degli Affari Economici della Commissione UE, non ci pare proprio che egli abbia voluto ignorare (o, comunque, sottovalutare) la portata dei nostri interessi nazionali. Anzi...Però, non si deve assolutamente equivocare sulla sua funzione, che non è affatto quella di essere l’ avvocato di Palazzo Chigi a Bruxelles, ma è, invece, quella – sicuramente meno agevole - di dover arbitrare seriamente una partita che vede ben altri 26 giocatori in campo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_10-09-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 09 Sep 2023 23:01:30 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783182/punto_settimana_10_09_2023_01_01.mp3" length="8582791" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Non sappiamo se certe affermazioni avventate – di cui abbiamo letto in questi giorni - siano il frutto di uno stato di confusione mentale oppure di una tragicomica inadeguatezza politica: tuttavia, se avessimo potuto, ci...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Non sappiamo se certe affermazioni avventate – di cui abbiamo letto in questi giorni - siano il frutto di uno stato di confusione mentale oppure di una tragicomica inadeguatezza politica: tuttavia, se avessimo potuto, ci saremmo volentieri risparmiata la lezioncina di correttezza istituzionale che la portavoce della Commissione europea, Dana Spinant, è stata costretta a dare alla nostra solita “Italietta”, apparsa in così evidente difficoltà nel comprendere il banalissimo concetto in base al quale, nel momento stesso in cui un qualunque cittadino europeo assume la carica di Commissario a Bruxelles, deve anche garantire che le sue scelte non saranno mai condizionate dagli interessi particolari del suo Paese di provenienza. E così, dinanzi alle recentissime critiche rivolte al Commissario agli Affari Economici, Paolo Gentiloni, da parte dei tre massimi esponenti dell’esecutivo Meloni (insoddisfatti per la scarsa attenzione che – a loro dire – Gentiloni presterebbe alle esigenze dell’economia italiana), Dana Spinant ha ricordato a tutto il Bel Paese quali debbano essere i compiti di un commissario europeo e come “i commissari europei rappresentino l’interesse europeo che portano avanti nei loro portafogli in modo collegiale”. Pertanto, le esternazioni del vice premier, Matteo Salvini, che, in questo periodo, ha avuto l’impressione di vedere “un commissario europeo che giocava con la maglietta di un’altra nazionale”, sarebbe stato meglio non fossero mai uscite dalle stanze più segrete di via Bellerio...Così come ci saremmo aspettati una maggiore conoscenza dei meccanismi di funzionamento della macchina europea almeno dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani (se non altro per la lunga esperienza che questi, almeno in teoria, dovrebbe aver maturato ai vertici del Parlamento di Strasburgo). Invece no, anche il numero uno di Forza Italia si augura che Gentiloni lavori tenendo conto di essere il commissario italiano e di avere, pertanto, una visione che “non sia quella dei Paesi rigoristi per quanto riguarda la riforma del Patto di stabilità e crescita”.  Ed a chiarire in maniera inequivocabile quale sia la posizione del suo Governo sull’autonomia dei commissari europei, ci ha pensato direttamente la stessa Giorgia Meloni, ricordando che “da quando ogni nazione ha un suo commissario, accade che questo abbia per lei un occhio di riguardo”. Di conseguenza, Meloni ritiene che ciò sia “normale e giusto” e sarebbe, quindi, contenta “se accadesse di più anche per l’Italia”.  La nostra impressione è quella che, dinanzi agli scenari tutt’altro che allegri che si delineano all’orizzonte per il nostro Paese, stia salendo forte la tentazione di trovare un comodo capro espiatorio e di dare la colpa a qualcuno che agisca al di fuori dei palazzi romani. Tuttavia, non è colpa di Gentiloni se l’Italia si sta allontanando da alcuni parametri di bilancio, fissati tra l’altro non certo da lui, ma dall’Unione Europea.  Francamente, ripercorrendo la strada seguita da Gentiloni da quando è alla guida degli Affari Economici della Commissione UE, non ci pare proprio che egli abbia voluto ignorare (o, comunque, sottovalutare) la portata dei nostri interessi nazionali. Anzi...Però, non si deve assolutamente equivocare sulla sua funzione, che non è affatto quella di essere l’ avvocato di Palazzo Chigi a Bruxelles, ma è, invece, quella – sicuramente meno agevole - di dover arbitrare seriamente una partita che vede ben altri 26 giocatori in campo.]]></itunes:summary><itunes:duration>215</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/42c0bfdb9e2396a1abaa3dc5a0f93c30.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Addio a Timmersmans senza tanti rimpianti | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/addio-a-timmersmans-senza-tanti-rimpianti-il-punto-della-settimana--57783191</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Frans Timmersmans, il vice presidente olandese dell’Unione Europea con delega alla transizione ecologica, ha deciso di lasciare il suo incarico comunitario per candidarsi al premierato nel suo Paese, che è ormai prossimo alle elezioni politiche. Per parte nostra, non lo rimpiangeremo certamente, limitandoci a pensare “meglio tardi che mai”.  Il suo mandato a Bruxelles è stato, infatti, caratterizzato da un impegno spinto ai confini del fanatismo in favore dell’approvazione del maggior numero possibile di norme concernenti la transizione energetica ed i cambiamenti climatici... e, pur non volendo noi assolutamente sottovalutare la portata epocale di questi problemi, più di una volta siamo rimasti perplessi dinanzi all’approccio ideologico ed integralista che ha ispirato, sotto la guida di Timmersmans, tutta la politica europea degli ultimi anni in materia di decarbonizzazione ed emissioni di CO2. Un approccio velleitario (perché basato su traguardi ben difficilmente raggiungibili) ed al tempo stesso quasi neutro rispetto alle conseguenze economiche, industriali e sociali che, seguendo certi orientamenti aprioristicamente diffidenti verso il progresso economico e tecnologico, si vanno inevitabilmente a provocare.  Non a caso, nell’ambito dell’industria europea, si avverte sempre di più la presenza di timori e consapevolezze in relazione ai danni provocati da una visione troppo rigida della transizione. Sia chiaro, nessuno (o quasi) si sogna di assumere posizioni negazioniste, ma è indubbio che le voci di tante imprese - che pure si fanno carico, responsabilmente, di decarbonizzare al massimo i loro processi produttivi - si fanno sempre più alte e numerose, segnalando come la Commissione Europea, con le tappe forzate imposte a tutti dal suo Green Deal, stia minando la competitività delle aziende manifatturiere del Vecchio Continente.  E qui – e scusateci se ripetiamo una considerazione già espressa su questa rubrica chissà quante altre volte – ma non possiamo fare a meno di domandarci per quale ragione l’Europa che è responsabile di neanche l’8% delle emissioni globali di CO2, debba poi optare per scelte così incaute e pericolose per il suo futuro economico e sociale quando, a livello mondiale, le emissioni aumentano, di anno in anno, spinte soprattutto dalle esigenze di sviluppo (e, quindi, di energia) che riguardano essenzialmente Paesi di altri continenti.  Se anche – ragionando, si intende, per assurdo - tutta l’industria europea, da un momento all’altro, dovesse scomparire nel nulla, in termini di emissioni di CO2 il resto del pianeta non se ne accorgerebbe quasi...  Se potessimo rivolgere una domanda a Frans Timmersmans, gli chiederemmo, ad esempio, di spiegarci il motivo per cui l’Europa sia l’unica tra le grandi aree industriali ad aver vietato dal 2035 la produzione di auto a combustione interna, puntando tutto sull’elettrico, anziché prendere in esame anche l’uso di altri combustibili come biocarburanti o carburanti sintetici...Ha mai pensato il Commissario olandese che, tra i riflessi di un’opzione così assurdamente orientata verso una sola tecnologia, c’è anche quello di andare a creare una preoccupante dipendenza strategica dalla Cina la quale, oltre ad essere il primo produttore mondiale di auto elettriche, è anche praticamente monopolista nel controllo di tutte le materie prime necessarie alla produzione di batterie? Pertanto, caro Timmersmans, con queste premesse si prospetta sciaguratamente, nel prossimo futuro, una perdita grave (e forse irrimediabile) di quote di mercato dell’industria dell’auto europea a favore di quella cinese.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_03-09-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 02 Sep 2023 23:01:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783191/punto_settimana_03_09_2023_01_01.mp3" length="9095835" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Frans Timmersmans, il vice presidente olandese dell’Unione Europea con delega alla transizione ecologica, ha deciso di lasciare il suo incarico comunitario per candidarsi al premierato nel suo Paese, che è ormai prossimo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Frans Timmersmans, il vice presidente olandese dell’Unione Europea con delega alla transizione ecologica, ha deciso di lasciare il suo incarico comunitario per candidarsi al premierato nel suo Paese, che è ormai prossimo alle elezioni politiche. Per parte nostra, non lo rimpiangeremo certamente, limitandoci a pensare “meglio tardi che mai”.  Il suo mandato a Bruxelles è stato, infatti, caratterizzato da un impegno spinto ai confini del fanatismo in favore dell’approvazione del maggior numero possibile di norme concernenti la transizione energetica ed i cambiamenti climatici... e, pur non volendo noi assolutamente sottovalutare la portata epocale di questi problemi, più di una volta siamo rimasti perplessi dinanzi all’approccio ideologico ed integralista che ha ispirato, sotto la guida di Timmersmans, tutta la politica europea degli ultimi anni in materia di decarbonizzazione ed emissioni di CO2. Un approccio velleitario (perché basato su traguardi ben difficilmente raggiungibili) ed al tempo stesso quasi neutro rispetto alle conseguenze economiche, industriali e sociali che, seguendo certi orientamenti aprioristicamente diffidenti verso il progresso economico e tecnologico, si vanno inevitabilmente a provocare.  Non a caso, nell’ambito dell’industria europea, si avverte sempre di più la presenza di timori e consapevolezze in relazione ai danni provocati da una visione troppo rigida della transizione. Sia chiaro, nessuno (o quasi) si sogna di assumere posizioni negazioniste, ma è indubbio che le voci di tante imprese - che pure si fanno carico, responsabilmente, di decarbonizzare al massimo i loro processi produttivi - si fanno sempre più alte e numerose, segnalando come la Commissione Europea, con le tappe forzate imposte a tutti dal suo Green Deal, stia minando la competitività delle aziende manifatturiere del Vecchio Continente.  E qui – e scusateci se ripetiamo una considerazione già espressa su questa rubrica chissà quante altre volte – ma non possiamo fare a meno di domandarci per quale ragione l’Europa che è responsabile di neanche l’8% delle emissioni globali di CO2, debba poi optare per scelte così incaute e pericolose per il suo futuro economico e sociale quando, a livello mondiale, le emissioni aumentano, di anno in anno, spinte soprattutto dalle esigenze di sviluppo (e, quindi, di energia) che riguardano essenzialmente Paesi di altri continenti.  Se anche – ragionando, si intende, per assurdo - tutta l’industria europea, da un momento all’altro, dovesse scomparire nel nulla, in termini di emissioni di CO2 il resto del pianeta non se ne accorgerebbe quasi...  Se potessimo rivolgere una domanda a Frans Timmersmans, gli chiederemmo, ad esempio, di spiegarci il motivo per cui l’Europa sia l’unica tra le grandi aree industriali ad aver vietato dal 2035 la produzione di auto a combustione interna, puntando tutto sull’elettrico, anziché prendere in esame anche l’uso di altri combustibili come biocarburanti o carburanti sintetici...Ha mai pensato il Commissario olandese che, tra i riflessi di un’opzione così assurdamente orientata verso una sola tecnologia, c’è anche quello di andare a creare una preoccupante dipendenza strategica dalla Cina la quale, oltre ad essere il primo produttore mondiale di auto elettriche, è anche praticamente monopolista nel controllo di tutte le materie prime necessarie alla produzione di batterie? 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Ad esempio, Elly Schlein crede davvero che si possano seriamente attribuire delle colpe ai nove mesi di governo Meloni per quanto è successo in Romagna o in Lombardia negli ultimi tempi? Speriamo francamente di no, altrimenti ci sarebbe veramente da chiedersi “in che mani siamo finiti”... L’Italia non potrà mai da sola risolvere problemi che forse sono addirittura insolubili a livello planetario...Ciò nonostante, a prevalere, sui media, continua ad essere la solita tendenza nazionale a ridurre anche le questioni di un’importanza che potremmo addirittura definire “epocale” nel banalissimo ed ormai più che bollito ping pong di battute e risposte sterili e settarie. E’ probabile (ma non certissimo) che chi sostiene che il cambiamento climatico sia, in larga misura, il frutto amaro delle attività dell’uomo si avvicini di più alla verità rispetto a chi controbatte che, in fondo, si tratta essenzialmente di fenomeni ciclici che, nella storia della meteorologia, sono sempre stati tutt’altro che infrequenti.  Tuttavia, se anche riconoscessimo pienamente la fondatezza delle teorie ambientaliste più intransigenti, ci troveremmo pur sempre a dover fare i conti con una realtà globale che colloca non solo la nostra martoriata Italia, ma anche l’Europa intera nella frustrante situazione di poter incidere ben poco sul piano delle produzioni inquinanti, di fronte ai guasti provocati, invece, da India, Cina o Stati Uniti che sono – loro si - i veri e grandi avvelenatori del mondo. E considerato che il monossido di carbonio e tutte le altre sostanze alteranti del clima non si fermano certo agli uffici doganali posti ai confini degli Stati europei, occorre serenamente prendere atto del fatto che, se anche all’improvviso si decidesse di fermare del tutto l’economia del Vecchio Continente, lo stato di salute del pianeta ne beneficerebbe in maniera quasi irrilevante. A peggiorare (drammaticamente) sarebbero, invece, le condizioni di vita dei cittadini europei che si troverebbero ad essere incredibilmente più poveri.  Sia chiaro, con queste considerazioni non intendiamo affatto dire che non si debbano adottare politiche adeguate contro ogni forma di inquinamento, poiché la salvaguardia del Pianeta non può che essere un obbiettivo assolutamente condiviso da tutti. Solo che, come in tutte le cose umane, occorre agire facendosi ispirare da lucidità e pragmatismo, nella consapevolezza che il mondo si trova alle prese con un problema che non può essere risolto soltanto dall’impegno e dalla buona volontà di pochi Paesi più virtuosi di altri...La Cina, da sola, produce il 27% del monossido di carbonio che circola sulla Terra, mentre tutti insieme i 27 Paesi europei ne generano il 6,4%. Forse basterebbe riflettere su questo semplice dato per capire che le risposte che cerchiamo si trovano senz’altro più a Pechino che a Bruxelles.  Intanto però, ci sono cose che possiamo – anzi dobbiamo – assolutamente fare, creando strutture adeguate e sistemando i nostri territori in modo tale che, in futuro, gli eventuali (e assai probabili) eventi catastrofici possano arrecare danni molto meno devastanti e, soprattutto, non mettano più a rischio la vita di nessuno.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_30-07-2023_01-00.mp3</guid><pubDate>Sat, 29 Jul 2023 23:00:47 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783189/punto_settimana_30_07_2023_01_00.mp3" length="8967313" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Sembra che neanche le sciagure climatiche che si stanno abbattendo sul nostro Paese in questi giorni abbiano la capacità di ricondurre il dibattito politico interno nell’ambito di una maggiore unità di intenti e di una più...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Sembra che neanche le sciagure climatiche che si stanno abbattendo sul nostro Paese in questi giorni abbiano la capacità di ricondurre il dibattito politico interno nell’ambito di una maggiore unità di intenti e di una più diffusa consapevolezza tra i vari partiti. Ad esempio, Elly Schlein crede davvero che si possano seriamente attribuire delle colpe ai nove mesi di governo Meloni per quanto è successo in Romagna o in Lombardia negli ultimi tempi? Speriamo francamente di no, altrimenti ci sarebbe veramente da chiedersi “in che mani siamo finiti”... L’Italia non potrà mai da sola risolvere problemi che forse sono addirittura insolubili a livello planetario...Ciò nonostante, a prevalere, sui media, continua ad essere la solita tendenza nazionale a ridurre anche le questioni di un’importanza che potremmo addirittura definire “epocale” nel banalissimo ed ormai più che bollito ping pong di battute e risposte sterili e settarie. E’ probabile (ma non certissimo) che chi sostiene che il cambiamento climatico sia, in larga misura, il frutto amaro delle attività dell’uomo si avvicini di più alla verità rispetto a chi controbatte che, in fondo, si tratta essenzialmente di fenomeni ciclici che, nella storia della meteorologia, sono sempre stati tutt’altro che infrequenti.  Tuttavia, se anche riconoscessimo pienamente la fondatezza delle teorie ambientaliste più intransigenti, ci troveremmo pur sempre a dover fare i conti con una realtà globale che colloca non solo la nostra martoriata Italia, ma anche l’Europa intera nella frustrante situazione di poter incidere ben poco sul piano delle produzioni inquinanti, di fronte ai guasti provocati, invece, da India, Cina o Stati Uniti che sono – loro si - i veri e grandi avvelenatori del mondo. E considerato che il monossido di carbonio e tutte le altre sostanze alteranti del clima non si fermano certo agli uffici doganali posti ai confini degli Stati europei, occorre serenamente prendere atto del fatto che, se anche all’improvviso si decidesse di fermare del tutto l’economia del Vecchio Continente, lo stato di salute del pianeta ne beneficerebbe in maniera quasi irrilevante. A peggiorare (drammaticamente) sarebbero, invece, le condizioni di vita dei cittadini europei che si troverebbero ad essere incredibilmente più poveri.  Sia chiaro, con queste considerazioni non intendiamo affatto dire che non si debbano adottare politiche adeguate contro ogni forma di inquinamento, poiché la salvaguardia del Pianeta non può che essere un obbiettivo assolutamente condiviso da tutti. 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Intanto però, ci sono cose che possiamo – anzi dobbiamo – assolutamente fare, creando strutture adeguate e sistemando i nostri territori in modo tale che, in futuro, gli eventuali (e assai probabili) eventi catastrofici possano arrecare danni molto meno devastanti e, soprattutto, non mettano più a rischio la vita di nessuno.]]></itunes:summary><itunes:duration>225</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/84e90f11690cbbfcc2f19690e5ef4dad.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Chi è Igor Girkin e perché è finito in prigione | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/chi-e-igor-girkin-e-perche-e-finito-in-prigione-il-punto-della-settimana--57783175</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  La notte dell’ammutinamento di Prigozhin, a Mosca era entrato in funzione un piano - denominato, non a caso, “Fortezza” – che predisponeva tutte le misure necessarie per impedire qualunque attacco alla Capitale. E’ difficile credere che la colonna di miliziani della Wagner che avanzava verso il Cremlino ne ignorasse l’esistenza, ciò nonostante procedeva imperterrita, probabilmente conscia di poter contare sull’appoggio di almeno una parte dell’esercito regolare e dei servizi segreti. Tra l’altro, in quelle stesse ore, i vertici delle istituzioni russe stavano dando a tutto il mondo la netta sensazione di preoccuparsi essenzialmente del proprio destino e della propria sopravvivenza politica, se non addirittura di quella biologica. E’, quindi, impossibile che, in quei tormentati frangenti, un uomo notoriamente freddo e diffidente come Vladimir Putin non abbia preso atto di quanto si stesse rivelando facile orchestrare e poi porre in atto un complotto militare contro il suo potere. Il tutto con tanto di proclami apertamente ostili ed alla luce del sole. Da qui nasce, evidentemente, l’esigenza - per lui ormai di vitale importanza - di circondarsi soltanto di elementi fedelissimi (a prescindere dalle loro reali capacità) e di reprimere in anticipo chiunque possa, anche solo eventualmente, pensare di poter ripercorrere la strada già tracciata da Prizoghin. Ecco perché è appena stato arrestato Igor Girkin, soprannominato “Strelkov”, cioè il “cecchino”: e stiamo parlando di un ex ufficiale dei servizi segreti, che ha comandato reparti di mercenari, che si vanta di aver sparato il primo colpo nella guerra del Donbass del 2014 e che è stato condannato all’ergastolo, come criminale di guerra, dal tribunale dell’Aja per l’abbattimento, nove anni fa, del Boeing malese, colpito nel cielo del Donbass da un missile russo che causò 298 vittime innocenti. Girkin è oggi un blogger, seguito da 900 mila follower da individuarsi, in larga misura, tra quegli ultra nazionalisti storici che danno vita a svariati gruppi di eternamente insoddisfatti che si definiscono “patrioti arrabbiati”.  L’improvvisa carcerazione di questo popolare, ma scomodo personaggio ci segnala, quindi, che è in corso a Mosca una svolta profonda nella definizione di chi è amico e di chi non lo è. Dopo la rivolta dei Wagner, i nemici più insidiosi del presidente Putin non sembrano, infatti, più essere i liberali (che, tra l’altro, sono già stati quasi del tutto cancellati dalla scena politica moscovita), ma sono divenuti, invece, proprio quei sostenitori del suprematismo russo, dell’ortodossia religiosa e del militarismo nostalgico (non importa se sovietico o zarista) che, fino a pochi mesi fa, avevano, invece, sempre appoggiato - o addirittura sostenuto entusiasticamente - tutta la politica putiniana, con particolare enfasi sulle sue mire espansionistiche.  In sostanza, con l’arresto di Girkin, l’autocrate che, sia pure traballando, comanda ancora al Cremlino pare volerci dire che, d’ora in poi, “si cambia musica” e che anche un vecchio “amico” come Girkin – sulla base dell’ormai famoso art.282 del codice penale – può oggi essere tranquillamente accusato di “estremismo” e magari prendersi anche lui una condanna a 20 anni di carcere, proprio come è successo, in settimana, al liberale Alexey Navalny.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_23-07-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 22 Jul 2023 23:01:18 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783175/punto_settimana_23_07_2023_01_01.mp3" length="9002840" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  La notte dell’ammutinamento di Prigozhin, a Mosca era entrato in funzione un piano - denominato, non a caso, “Fortezza” – che predisponeva tutte le misure necessarie per impedire qualunque attacco alla Capitale. 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E’, quindi, impossibile che, in quei tormentati frangenti, un uomo notoriamente freddo e diffidente come Vladimir Putin non abbia preso atto di quanto si stesse rivelando facile orchestrare e poi porre in atto un complotto militare contro il suo potere. Il tutto con tanto di proclami apertamente ostili ed alla luce del sole. Da qui nasce, evidentemente, l’esigenza - per lui ormai di vitale importanza - di circondarsi soltanto di elementi fedelissimi (a prescindere dalle loro reali capacità) e di reprimere in anticipo chiunque possa, anche solo eventualmente, pensare di poter ripercorrere la strada già tracciata da Prizoghin. Ecco perché è appena stato arrestato Igor Girkin, soprannominato “Strelkov”, cioè il “cecchino”: e stiamo parlando di un ex ufficiale dei servizi segreti, che ha comandato reparti di mercenari, che si vanta di aver sparato il primo colpo nella guerra del Donbass del 2014 e che è stato condannato all’ergastolo, come criminale di guerra, dal tribunale dell’Aja per l’abbattimento, nove anni fa, del Boeing malese, colpito nel cielo del Donbass da un missile russo che causò 298 vittime innocenti. Girkin è oggi un blogger, seguito da 900 mila follower da individuarsi, in larga misura, tra quegli ultra nazionalisti storici che danno vita a svariati gruppi di eternamente insoddisfatti che si definiscono “patrioti arrabbiati”.  L’improvvisa carcerazione di questo popolare, ma scomodo personaggio ci segnala, quindi, che è in corso a Mosca una svolta profonda nella definizione di chi è amico e di chi non lo è. Dopo la rivolta dei Wagner, i nemici più insidiosi del presidente Putin non sembrano, infatti, più essere i liberali (che, tra l’altro, sono già stati quasi del tutto cancellati dalla scena politica moscovita), ma sono divenuti, invece, proprio quei sostenitori del suprematismo russo, dell’ortodossia religiosa e del militarismo nostalgico (non importa se sovietico o zarista) che, fino a pochi mesi fa, avevano, invece, sempre appoggiato - o addirittura sostenuto entusiasticamente - tutta la politica putiniana, con particolare enfasi sulle sue mire espansionistiche.  In sostanza, con l’arresto di Girkin, l’autocrate che, sia pure traballando, comanda ancora al Cremlino pare volerci dire che, d’ora in poi, “si cambia musica” e che anche un vecchio “amico” come Girkin – sulla base dell’ormai famoso art.282 del codice penale – può oggi essere tranquillamente accusato di “estremismo” e magari prendersi anche lui una condanna a 20 anni di carcere, proprio come è successo, in settimana, al liberale Alexey Navalny.]]></itunes:summary><itunes:duration>226</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/81c9166c9cfaa70d7fd75a7246e5c643.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Padre nostro, madre nostra, esso nostro | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/padre-nostro-madre-nostra-esso-nostro-il-punto-della-settimana--57783198</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il furore iconoclasta che, sulla spinta della cosiddetta “cancel culture”, sta imperversando su quasi tutto l’Occidente, ha finito per occuparsi persino del “Padre Nostro”: e vale a dire, della preghiera cristiana più antica ed universalmente riconosciuta proprio come quella tramandataci personalmente dallo stesso Gesù Cristo. A sollevare il caso, non è però stata – come si potrebbe immaginare - un’associazione di intransigenti atei dissacratori, ma molto più sorprendentemente l’arcivescovo anglicano di York, il quale ha osservato come il testo recitato dai credenti di tutto il mondo affondi, indiscutibilmente, le sue radici in un humus culturale anacronistico e, comunque, troppo legato a concezioni patriarcali e maschiliste.  E in effetti, il “Pater Noster” si rivolge direttamente ad un Padre e non ad una madre o ad un genitore A oppure B…  L’alto prelato inglese, Stephen Cottrel, ritiene che la parola “padre” sia “problematica per coloro la cui esperienza con i padri è stata distruttiva o abusiva e per tutti noi che abbiamo operato secondo una visione tradizionale oppressivamente patriarcale”. A condividere l’opinione del reverendo Cottrel è soprattutto la componente femminile del clero anglicano, dalla quale, in più di un’occasione, è stato, infatti, domandato se veramente Dio pensi che gli esseri umani maschi riflettano la Sua immagine in modo più completo e accurato rispetto a come possano farlo le donne. Ovviamente no, si rispondono le diacone e le pastore d’Oltremanica.  Intanto, sembra stia per essere costituita, tra i vescovi, una commissione specifica per individuare i criteri idonei alla definizione di un linguaggio di genere più politicamente corretto, con particolare riferimento all’uso dei pronomi personali da usarsi quando si parla di Dio: lui, lei o un neutro? Ma il mondo anglicano è agitato anche da altre questioni attinenti le parità di genere ed i diritti di chi non è etero: ad esempio, in autunno, si terrà una Convocation (assemblea generale) dei vescovi, che sarà chiamata a decidere se debba confermarsi o meno il divieto per il clero di coltivare relazioni omosessuali.  Noi, per parte nostra, ci permettiamo di suggerire all’arcivescovo di York che il Pater Noster – a voler ragionare secondo una certa logica oggi di moda - presenta note stonate non soltanto nel suo incipit, ma anche nel suoi passaggi successivi. Ha riflettuto, Stephen Cottrel, sul fatto che la nostra vecchia e cara preghiera, mostra i segni del tempo anche sul piano politico e istituzionale? Perché si auspica che “venga il Tuo Regno” e non una molto più moderna e democratica repubblica parlamentare? E quel richiamo alla Sua volontà, senza prevedere alcuna possibilità di sostenere un civile ed equilibrato contraddittorio? Se poi ci allarghiamo un po’ più in là nel Vangelo, che dire della “moltiplicazione dei pesci” che non tiene conto delle recentissime sensibilità vegane o del vino bevuto nell’Ultima Cena, in così palese contrasto rispetto alle attuali disposizioni del Codice della Strada?]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_16-07-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 15 Jul 2023 23:01:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783198/punto_settimana_16_07_2023_01_01.mp3" length="7464006" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Il furore iconoclasta che, sulla spinta della cosiddetta “cancel culture”, sta imperversando su quasi tutto l’Occidente, ha finito per occuparsi persino del “Padre Nostro”: e vale a dire, della preghiera cristiana più antica...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il furore iconoclasta che, sulla spinta della cosiddetta “cancel culture”, sta imperversando su quasi tutto l’Occidente, ha finito per occuparsi persino del “Padre Nostro”: e vale a dire, della preghiera cristiana più antica ed universalmente riconosciuta proprio come quella tramandataci personalmente dallo stesso Gesù Cristo. A sollevare il caso, non è però stata – come si potrebbe immaginare - un’associazione di intransigenti atei dissacratori, ma molto più sorprendentemente l’arcivescovo anglicano di York, il quale ha osservato come il testo recitato dai credenti di tutto il mondo affondi, indiscutibilmente, le sue radici in un humus culturale anacronistico e, comunque, troppo legato a concezioni patriarcali e maschiliste.  E in effetti, il “Pater Noster” si rivolge direttamente ad un Padre e non ad una madre o ad un genitore A oppure B…  L’alto prelato inglese, Stephen Cottrel, ritiene che la parola “padre” sia “problematica per coloro la cui esperienza con i padri è stata distruttiva o abusiva e per tutti noi che abbiamo operato secondo una visione tradizionale oppressivamente patriarcale”. A condividere l’opinione del reverendo Cottrel è soprattutto la componente femminile del clero anglicano, dalla quale, in più di un’occasione, è stato, infatti, domandato se veramente Dio pensi che gli esseri umani maschi riflettano la Sua immagine in modo più completo e accurato rispetto a come possano farlo le donne. Ovviamente no, si rispondono le diacone e le pastore d’Oltremanica.  Intanto, sembra stia per essere costituita, tra i vescovi, una commissione specifica per individuare i criteri idonei alla definizione di un linguaggio di genere più politicamente corretto, con particolare riferimento all’uso dei pronomi personali da usarsi quando si parla di Dio: lui, lei o un neutro? Ma il mondo anglicano è agitato anche da altre questioni attinenti le parità di genere ed i diritti di chi non è etero: ad esempio, in autunno, si terrà una Convocation (assemblea generale) dei vescovi, che sarà chiamata a decidere se debba confermarsi o meno il divieto per il clero di coltivare relazioni omosessuali.  Noi, per parte nostra, ci permettiamo di suggerire all’arcivescovo di York che il Pater Noster – a voler ragionare secondo una certa logica oggi di moda - presenta note stonate non soltanto nel suo incipit, ma anche nel suoi passaggi successivi. Ha riflettuto, Stephen Cottrel, sul fatto che la nostra vecchia e cara preghiera, mostra i segni del tempo anche sul piano politico e istituzionale? Perché si auspica che “venga il Tuo Regno” e non una molto più moderna e democratica repubblica parlamentare? E quel richiamo alla Sua volontà, senza prevedere alcuna possibilità di sostenere un civile ed equilibrato contraddittorio? Se poi ci allarghiamo un po’ più in là nel Vangelo, che dire della “moltiplicazione dei pesci” che non tiene conto delle recentissime sensibilità vegane o del vino bevuto nell’Ultima Cena, in così palese contrasto rispetto alle attuali disposizioni del Codice della Strada?]]></itunes:summary><itunes:duration>187</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/e037cc766faf8009f45f5385d28f734b.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>“Arridatece Forlani!” | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/arridatece-forlani-il-punto-della-settimana--57783183</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  “È lecito domandarsi se una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione. E abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee”: con questa nota di Palazzo Chigi, prende corpo all’interno del Governo (ma soprattutto del suo partito egemone) il sospetto che esista una sorta di macchinazione orchestrata dalle procure della Repubblica per mettere in difficoltà l’esecutivo Meloni. I casi della ministra Santanchè - chiamata in Senato a fornire lumi circa la presunta scorretta amministrazione delle sue aziende – e quello del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, per il quale il GIP ha disposto l’imputazione coatta per rivelazione di segreto d’ufficio, costituirebbero, indubbiamente, una imbarazzante spina nel fianco per qualunque governo, ma sono appunto una spina e non una ferita letale da arma da fuoco. Con questo, intendiamo dire che per spuntare le armi ad una eventuale operazione politico/giudiziaria e per gettare un secchio di acqua gelata sugli ardenti entusiasmi di un’opposizione ormai capace soltanto di vivacchiare in attesa di poter sfruttare qualche assist offerto dalla magistratura, non serve evocare chissà quali trame occulte, ma basterebbe, invece, procedere a qualche rimpasto rapido e sostanzialmente indolore. Siamo, infatti, in presenza di due vicende che forse potranno anche essere suscettibili di ulteriori sviluppi in sede penale, ma la cui rilevanza, almeno per ora, si manifesta essenzialmente a livello politico. Quale può essere, infatti, la credibilità istituzionale di una ministra che, accusata dai propri dipendenti di non aver pagato le liquidazioni, ritagliava, comunque, per se stessa elevatissimi compensi o che, pur opponendosi alle misure anti covid, nulla aveva poi da obiettare quando si trattava di incassarne i sussidi? Ancora più inspiegabile è il motivo per cui a Delmastro non sia ancora stato imposto di rassegnare le sue dimissioni. Un sottosegretario alla Giustizia consente ad un altro parlamentare di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli - con cui condivide un appartamento a Roma - di venire a conoscenza di alcune carte segrete del Ministero di via Arenula: carte che perderanno, poco dopo, la loro segretezza nel momento in cui Donzelli non si farà scrupolo di parlarne apertamente alla Camera. Delmastro si difende sostenendo di avere ignorato che si trattasse di informazioni top secret…Un autogoal quasi incredibile, perché, se le cose stanno realmente così, come si può giustificare la permanenza di un sottosegretario alla Giustizia che ammette, candidamente, di non essere in grado di distinguere tra un documento riservato ed uno pubblico? Ecco perché riteniamo che, a prescindere da tutto quello che potrà succedere o non succedere nelle aule giudiziarie, questa è la fase in cui il Governo non deve avventurarsi in una dispersiva caccia ai fantasmi, ma deve piuttosto agire secondo buon senso e pragmatismo. Anche a costo di dare il benservito ad amici di vecchia data.  Poi certo, ad aggravare il senso di accerchiamento in cui, al momento, sembra vivere Giorgia Meloni, è arrivata venerdì pomeriggio anche la notizia che riguarda il figlio di Ignazio La Russa...Ma anche qui, soprattutto se papà Ignazio si asterrà dal fare troppo l’avvocato del suo bizzarro pargoletto, è difficile ipotizzare l’esistenza di disegni oscuri e inconfessabili presso la Procura della repubblica di Milano… Ieri è morto Arnaldo Forlani: come si sente, in questa estate italiana del 2023, la mancanza di personaggi politici del suo livello...]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_09-07-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 08 Jul 2023 23:01:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783183/punto_settimana_09_07_2023_01_01.mp3" length="8864913" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  “È lecito domandarsi se una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione. 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I casi della ministra Santanchè - chiamata in Senato a fornire lumi circa la presunta scorretta amministrazione delle sue aziende – e quello del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, per il quale il GIP ha disposto l’imputazione coatta per rivelazione di segreto d’ufficio, costituirebbero, indubbiamente, una imbarazzante spina nel fianco per qualunque governo, ma sono appunto una spina e non una ferita letale da arma da fuoco. Con questo, intendiamo dire che per spuntare le armi ad una eventuale operazione politico/giudiziaria e per gettare un secchio di acqua gelata sugli ardenti entusiasmi di un’opposizione ormai capace soltanto di vivacchiare in attesa di poter sfruttare qualche assist offerto dalla magistratura, non serve evocare chissà quali trame occulte, ma basterebbe, invece, procedere a qualche rimpasto rapido e sostanzialmente indolore. Siamo, infatti, in presenza di due vicende che forse potranno anche essere suscettibili di ulteriori sviluppi in sede penale, ma la cui rilevanza, almeno per ora, si manifesta essenzialmente a livello politico. Quale può essere, infatti, la credibilità istituzionale di una ministra che, accusata dai propri dipendenti di non aver pagato le liquidazioni, ritagliava, comunque, per se stessa elevatissimi compensi o che, pur opponendosi alle misure anti covid, nulla aveva poi da obiettare quando si trattava di incassarne i sussidi? Ancora più inspiegabile è il motivo per cui a Delmastro non sia ancora stato imposto di rassegnare le sue dimissioni. Un sottosegretario alla Giustizia consente ad un altro parlamentare di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli - con cui condivide un appartamento a Roma - di venire a conoscenza di alcune carte segrete del Ministero di via Arenula: carte che perderanno, poco dopo, la loro segretezza nel momento in cui Donzelli non si farà scrupolo di parlarne apertamente alla Camera. Delmastro si difende sostenendo di avere ignorato che si trattasse di informazioni top secret…Un autogoal quasi incredibile, perché, se le cose stanno realmente così, come si può giustificare la permanenza di un sottosegretario alla Giustizia che ammette, candidamente, di non essere in grado di distinguere tra un documento riservato ed uno pubblico? Ecco perché riteniamo che, a prescindere da tutto quello che potrà succedere o non succedere nelle aule giudiziarie, questa è la fase in cui il Governo non deve avventurarsi in una dispersiva caccia ai fantasmi, ma deve piuttosto agire secondo buon senso e pragmatismo. Anche a costo di dare il benservito ad amici di vecchia data.  Poi certo, ad aggravare il senso di accerchiamento in cui, al momento, sembra vivere Giorgia Meloni, è arrivata venerdì pomeriggio anche la notizia che riguarda il figlio di Ignazio La Russa...Ma anche qui, soprattutto se papà Ignazio si asterrà dal fare troppo l’avvocato del suo bizzarro pargoletto, è difficile ipotizzare l’esistenza di disegni oscuri e inconfessabili presso la Procura della repubblica di Milano… Ieri è morto Arnaldo Forlani: come si sente, in questa estate italiana del 2023, la mancanza di personaggi politici del suo livello...]]></itunes:summary><itunes:duration>222</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0659b391072f56d155b14cce93b4c4ee.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Una pericolosa ingenuità | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/una-pericolosa-ingenuita-il-punto-della-settimana--57783178</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Bruciare pubblicamente i libri sacri di alcune religioni può dare luogo a violente reazioni che possono addirittura minacciare la sicurezza di persone e cose che magari si trovano a distanza di migliaia di chilometri. Per molti di noi europei non è cosa facile da accettare, dal momento che, da ormai molti anni, viviamo in una società in cui a dominare sono i valori tipici del laicismo, mentre le religioni tendono ad essere sempre più relegate negli spazi meno importanti dei nostri pensieri. Ci pare, quindi, piuttosto surreale che, in qualche altra parte del mondo, ci siano milioni di persone pronte scendere in piazza ed a manifestare (magari non usando solo le parole) per questioni che in Europa, da tempo, interessano solamente una percentuale trascurabile della popolazione.  Eppure, tre giorni fa, non pochi musulmani osservanti hanno fatto irruzione nell’ambasciata svedese a Baghdad, per protestare contro il governo scandinavo e la sua decisione di consentire lo svolgimento di una manifestazione a Stoccolma, nel corso della quale è stata data alle fiamme una copia del Corano. Ad ordinare l’irruzione nella sede diplomatica svedese è intervenuto il potente leader sciita Muqtada al Sadr: per chi non lo conoscesse ancora, non stiamo parlando di un mite fraticello di Assisi, ma di un autoritario personaggio che, oltre ad essere a capo di un partito, dispone anche di milizie personali, pronte ad immolarsi stoicamente in nome di un fanatismo religioso che a noi potrebbe ricordare, molto da vicino, le gesta sconsiderate del predicatore quattrocentesco, Girolamo Savonarola. Ma a preoccupare le capitali europee non sono solamente le potenziali intemperanze che possono sempre scaturire da una massa di scalmanati, quanto – e soprattutto – le reazioni che, non a caso, si sono già registrate a livello diplomatico, in un momento storico nel quale sarebbe più che mai opportuno che tutti i Paesi del pianeta tenessero bene i loro nervi a posto. Proteste ufficiali sono così arrivate alla Svezia non solo dall’Iraq, ma anche da Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Giordania e Turchia. In particolare, a destare apprensione sono le ricadute politiche che l’episodio può avere sui delicati equilibri che, attualmente, stanno segnando i rapporti tra il governo di Stoccolma e quello di Ankara, il quale ha, fino ad oggi, posto il suo veto all’ingresso della Svezia nella NATO. Il presidente Recep Erdogan ha, infatti, sempre accusato il Paese scandinavo di offrire asilo politico e sostegno materiale agli esuli del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che il “sultano” neo - ottomano ha sempre giudicato come un’organizzazione terroristica. Il caso vuole che l’incauta profanazione religiosa di mercoledì scorso sia avvenuta proprio in una fase in cui lo stesso Erdogan, parlando con il cancelliere tedesco Olaf Scholz, aveva appena finito di ammettere che, adottando una nuova normativa sul terrorismo, il governo svedese aveva compiuto dei passi “nella giusta direzione” rispetto alle richieste turche. Speriamo, quindi, che adesso non si debba ricominciare tutto da capo, a causa di un gesto che a noi può sembrare una banalissima goliardata, ma che altrove viene, invece, interpretato come se fosse un’autentica soffiata del demonio.  L’autore della irresponsabile bravata è un iracheno che vive a Stoccolma con lo status di “richiedente asilo” ed ha dichiarato di aver dato alle fiamme il Corano, poiché costituisce “un pericolo per le leggi democratiche e per i valori svedesi e umani”.  Ci troviamo, pertanto, in presenza di un fatto legale, ma inopportuno. Legale perché in nessun Paese europeo si va in prigione per aver bruciato un libro, un disco, un film o qualche altro oggetto simbolico. Inopportuno perché, potrebbe rivelarsi foriero di un mare di guai o, perlomeno, di complicazioni a livello internazionale.  Quanto è capitato a Stoccolma pone delle domande – destinate forse a rimanere senza risposta – e che riguardano la compatibilità tra la libertà di espressione individuale e l’ esigenza di fare in modo che essa non vada mai a compromettere i rapporti diplomatici più complessi.  D’altra parte la differenza fondamentale che esiste tra le società democratiche e quelle teocratiche risiede proprio nel fatto che nelle prime non esistono leggi contro la blasfemia che impediscano di bruciare un libro in piazza (fosse anche la Bibbia). Nelle seconde, invece, chissà come mai, prospera indisturbata quell’intolleranza religiosa che arma la mano di chi uccide i vignettisti di Charlie Hebdo o accoltella quasi a morte lo scrittore Salman Rushdie.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_02-07-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 01 Jul 2023 23:01:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783178/punto_settimana_02_07_2023_01_01.mp3" length="11140701" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Bruciare pubblicamente i libri sacri di alcune religioni può dare luogo a violente reazioni che possono addirittura minacciare la sicurezza di persone e cose che magari si trovano a distanza di migliaia di chilometri. 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Eppure, tre giorni fa, non pochi musulmani osservanti hanno fatto irruzione nell’ambasciata svedese a Baghdad, per protestare contro il governo scandinavo e la sua decisione di consentire lo svolgimento di una manifestazione a Stoccolma, nel corso della quale è stata data alle fiamme una copia del Corano. Ad ordinare l’irruzione nella sede diplomatica svedese è intervenuto il potente leader sciita Muqtada al Sadr: per chi non lo conoscesse ancora, non stiamo parlando di un mite fraticello di Assisi, ma di un autoritario personaggio che, oltre ad essere a capo di un partito, dispone anche di milizie personali, pronte ad immolarsi stoicamente in nome di un fanatismo religioso che a noi potrebbe ricordare, molto da vicino, le gesta sconsiderate del predicatore quattrocentesco, Girolamo Savonarola. Ma a preoccupare le capitali europee non sono solamente le potenziali intemperanze che possono sempre scaturire da una massa di scalmanati, quanto – e soprattutto – le reazioni che, non a caso, si sono già registrate a livello diplomatico, in un momento storico nel quale sarebbe più che mai opportuno che tutti i Paesi del pianeta tenessero bene i loro nervi a posto. Proteste ufficiali sono così arrivate alla Svezia non solo dall’Iraq, ma anche da Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Giordania e Turchia. In particolare, a destare apprensione sono le ricadute politiche che l’episodio può avere sui delicati equilibri che, attualmente, stanno segnando i rapporti tra il governo di Stoccolma e quello di Ankara, il quale ha, fino ad oggi, posto il suo veto all’ingresso della Svezia nella NATO. Il presidente Recep Erdogan ha, infatti, sempre accusato il Paese scandinavo di offrire asilo politico e sostegno materiale agli esuli del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che il “sultano” neo - ottomano ha sempre giudicato come un’organizzazione terroristica. Il caso vuole che l’incauta profanazione religiosa di mercoledì scorso sia avvenuta proprio in una fase in cui lo stesso Erdogan, parlando con il cancelliere tedesco Olaf Scholz, aveva appena finito di ammettere che, adottando una nuova normativa sul terrorismo, il governo svedese aveva compiuto dei passi “nella giusta direzione” rispetto alle richieste turche. Speriamo, quindi, che adesso non si debba ricominciare tutto da capo, a causa di un gesto che a noi può sembrare una banalissima goliardata, ma che altrove viene, invece, interpretato come se fosse un’autentica soffiata del demonio.  L’autore della irresponsabile bravata è un iracheno che vive a Stoccolma con lo status di “richiedente asilo” ed ha dichiarato di aver dato alle fiamme il Corano, poiché costituisce “un pericolo per le leggi democratiche e per i valori svedesi e umani”.  Ci troviamo, pertanto, in presenza di un fatto legale, ma inopportuno. Legale perché in nessun Paese europeo si va in prigione per aver bruciato un libro, un disco, un film o qualche altro oggetto simbolico. Inopportuno perché, potrebbe rivelarsi foriero di un mare di guai o, perlomeno, di complicazioni a livello internazionale.  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Nessuno, al di fuori dei nostri confini nazionali, riesce, infatti, a spiegarsi di quale virus letale per l’economia italiana sarebbe portatore il MES: tuttavia, il problema più grave è, purtroppo, quello che una risposta seria e convincente a questa domanda non si è – almeno fino ad ora – trovata neanche tra le mura autarchiche di casa nostra...  Ricordiamo, a questo proposito, che il Meccanismo Europeo di Stabilità è stato istituito attraverso un trattato intergovernativo – al di fuori del quadro giuridico della UE - nel 2012. La sua funzione fondamentale è quella di concedere, sotto precise condizioni, assistenza finanziaria ai Paesi membri che – pur avendo un debito pubblico sostenibile – trovino temporanee difficoltà nel finanziarsi sui mercati. Se, infatti, proviamo a risalire a come davvero abbia operato questo strumento nei pochissimi casi in cui è stato utilizzato negli anni scorsi, scopriamo che esso ha, appunto, fornito prestiti a quei Paesi per i quali il finanziarsi sui mercati era divenuto troppo oneroso, evitando loro di sprofondare nel buio della bancarotta. Certamente, in cambio del suo aiuto, il MES ha imposto condizioni spesso severe di politica economica, che sono inevitabilmente sfociate in misure di austerità e riforme quasi mai gradite ai cittadini dei Paesi chiamati in causa. D’altra parte, il MES si comporta esattamente come vi comportereste voi se decideste di prestarci del denaro: ben difficilmente, infatti, ci consegnereste un assegno in bianco senza prima esservi informati sull’uso che noi intendiamo farne...  Oggi, rivisitando le esperienze vissute da Grecia, Portogallo, Cipro e Irlanda nel momento in cui - per non morire - si videro costretti a ricorrere al MES, prevale generalmente (anche presso i suoi stessi organi direttivi che hanno sede in Lussemburgo) l’opinione che quei programmi di aiuto contenessero alcune idee sbagliate. Ad esempio, non si erano adeguatamente considerati i potenziali effetti negativi dei tagli alle spese e degli aumenti fiscali, così come si erano sovrastimati i benefici apportati da determinate riforme. Ragion per cui le cosiddette “condizionalità” previste da un eventuale programma MES odierno, sarebbero sicuramente diverse e, comunque, meno stringenti. Tanto è vero che persino la Grecia, che pure non può certo avere un ricordo esaltante del suo periodo MES, ha ratificato il trattato senza fare troppe storie.  Pertanto, fermo restando che attualmente di aiuti dal Meccanismo salva stati l’Italia non sembra avere alcun bisogno, è, comunque, importante sottolineare il dato che, anche in futuro, nessun governo potrà mai essere costretto a farvi ricorso, essendo la sua volontà condizione “sine qua non” di qualsiasi scelta. Fatichiamo, quindi, a capire le prese di posizione di chi persiste nel descrivere il MES come una sorta di invenzione architettata da chissà quali poteri occulti per imporre sacrifici ed austerità alle sventurate popolazioni europee... Il Governo italiano non può non sapere che il nostro Paese, ratificando il MES, non andrebbe incontro ad alcun pericolo. Sta, quindi, forse cercando di utilizzare l’apposizione della sua firma come moneta di scambio per ottenere qualche concessione in più su altre questioni in ballo, come magari le modifiche al Patto di stabilità? Può darsi, ma, in tal caso, farebbe bene a domandarsi quanto la logica ricattatoria del “soli contro tutti” possa risultare effettivamente produttiva o quanto, invece, finisca solamente per esasperare gli animi dei nostri partners.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_25-06-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 24 Jun 2023 23:01:19 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783181/punto_settimana_25_06_2023_01_01.mp3" length="9406170" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>Non c’è dubbio sul fatto che l’atteggiamento poco chiaro che il nostro Governo continua ad ostentare nei confronti della ratifica del Meccanismo Europeo di Stabilità stia indispettendo notevolmente tutti gli altri Paesi che vi aderiscono, i quali,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Non c’è dubbio sul fatto che l’atteggiamento poco chiaro che il nostro Governo continua ad ostentare nei confronti della ratifica del Meccanismo Europeo di Stabilità stia indispettendo notevolmente tutti gli altri Paesi che vi aderiscono, i quali, ormai da mesi, si domandano increduli quali possano essere concretamente i veri obbiettivi di Palazzo Chigi. Nessuno, al di fuori dei nostri confini nazionali, riesce, infatti, a spiegarsi di quale virus letale per l’economia italiana sarebbe portatore il MES: tuttavia, il problema più grave è, purtroppo, quello che una risposta seria e convincente a questa domanda non si è – almeno fino ad ora – trovata neanche tra le mura autarchiche di casa nostra...  Ricordiamo, a questo proposito, che il Meccanismo Europeo di Stabilità è stato istituito attraverso un trattato intergovernativo – al di fuori del quadro giuridico della UE - nel 2012. La sua funzione fondamentale è quella di concedere, sotto precise condizioni, assistenza finanziaria ai Paesi membri che – pur avendo un debito pubblico sostenibile – trovino temporanee difficoltà nel finanziarsi sui mercati. Se, infatti, proviamo a risalire a come davvero abbia operato questo strumento nei pochissimi casi in cui è stato utilizzato negli anni scorsi, scopriamo che esso ha, appunto, fornito prestiti a quei Paesi per i quali il finanziarsi sui mercati era divenuto troppo oneroso, evitando loro di sprofondare nel buio della bancarotta. Certamente, in cambio del suo aiuto, il MES ha imposto condizioni spesso severe di politica economica, che sono inevitabilmente sfociate in misure di austerità e riforme quasi mai gradite ai cittadini dei Paesi chiamati in causa. D’altra parte, il MES si comporta esattamente come vi comportereste voi se decideste di prestarci del denaro: ben difficilmente, infatti, ci consegnereste un assegno in bianco senza prima esservi informati sull’uso che noi intendiamo farne...  Oggi, rivisitando le esperienze vissute da Grecia, Portogallo, Cipro e Irlanda nel momento in cui - per non morire - si videro costretti a ricorrere al MES, prevale generalmente (anche presso i suoi stessi organi direttivi che hanno sede in Lussemburgo) l’opinione che quei programmi di aiuto contenessero alcune idee sbagliate. Ad esempio, non si erano adeguatamente considerati i potenziali effetti negativi dei tagli alle spese e degli aumenti fiscali, così come si erano sovrastimati i benefici apportati da determinate riforme. Ragion per cui le cosiddette “condizionalità” previste da un eventuale programma MES odierno, sarebbero sicuramente diverse e, comunque, meno stringenti. Tanto è vero che persino la Grecia, che pure non può certo avere un ricordo esaltante del suo periodo MES, ha ratificato il trattato senza fare troppe storie.  Pertanto, fermo restando che attualmente di aiuti dal Meccanismo salva stati l’Italia non sembra avere alcun bisogno, è, comunque, importante sottolineare il dato che, anche in futuro, nessun governo potrà mai essere costretto a farvi ricorso, essendo la sua volontà condizione “sine qua non” di qualsiasi scelta. Fatichiamo, quindi, a capire le prese di posizione di chi persiste nel descrivere il MES come una sorta di invenzione architettata da chissà quali poteri occulti per imporre sacrifici ed austerità alle sventurate popolazioni europee... Il Governo italiano non può non sapere che il nostro Paese, ratificando il MES, non andrebbe incontro ad alcun pericolo. Sta, quindi, forse cercando di utilizzare l’apposizione della sua firma come moneta di scambio per ottenere qualche concessione in più su altre questioni in ballo, come magari le modifiche al Patto di stabilità? Può darsi, ma, in tal caso, farebbe bene a domandarsi quanto la logica ricattatoria del “soli contro tutti” possa risultare effettivamente produttiva o quanto, invece, finisca solamente per esasperare gli animi dei nostri partners.]]></itunes:summary><itunes:duration>236</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/61e46e0d02f820e41e2aa5545db31c14.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il ministro Nordio batte un colpo | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-ministro-nordio-batte-un-colpo-il-punto-della-settimana--57783218</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Francamente, ci pare che giudicare la proposta di riforma della giustizia avanzata dal ministro Nordio come se si trattasse, più che altro, di un intervento teso a facilitare le cose per i “colletti bianchi” che commettono dei reati, sia un atteggiamento politicamente prevenuto e giuridicamente infondato. Dopo ormai molti anni in cui abbiamo spesso avuto l’impressione di dover assistere ad azioni penali motivate prevalentemente dalla volontà di fare dello spettacolo o da altre inconfessabili finalità, non possiamo che accogliere con favore l’introduzione di norme che costituiscono dei progressi significativi verso una più ragionevole organizzazione del nostro sistema giudiziario.  Ad esempio, l’abolizione dell’oscuro reato di abuso d’ufficio è un’istanza che era pervenuta anche da molti amministratori locali in quota al Partito Democratico che, infatti, si guardano bene anche oggi dal prenderne le distanze. Per abuso d’ufficio sono stati avviati numerosissimi procedimenti che si sono poi conclusi in condanne definitive solo nel 5% dei casi...Un ben modesto risultato, ottenuto, tra l’altro, passando attraverso lungaggini procedurali, costi economici e danni reputazionali causati da iniziative inquisitorie sovente superficiali, ma capaci, comunque, di sconvolgere le esistenze di tanti soggetti rivelatisi alla fine innocenti.  Naturalmente, non c’è da stupirsi del fatto che adesso una parte della magistratura inquirente – perlomeno quella più abituata alla visibilità - si riveli ben poco propensa a privarsi di alcuni strumenti (quale, appunto, può essere l’abuso d’ufficio) che le hanno, talvolta, consentito di mettere in pratica determinate forme di giustizialismo avventuriero. Ed è altrettanto normale che questo malumore trovi conforto in svariati settori mediatici, da ormai troppo tempo adagiatisi sulla comoda modalità di fare più audience e di vendere più copie di giornali sbattendo il mostro in prima pagina, piuttosto che riportando gli eventi in maniera rigorosamente documentata.  E da qui, la “liaison” con l’avversione nei confronti di un altro contenuto qualificante del progetto Nordio si verifica in modo assolutamente conseguenziale. E stiamo parlando delle nuove norme con le quali il ministro intende finalmente disciplinare l’uso delle intercettazioni, soprattutto per quanto riguarda la loro pubblicazione. Si denuncia, specialmente da parte dei soliti noti, un attentato alla libertà di informazione. Tuttavia, nessuno – tanto meno Nordio – pensa di nasconderci la realtà di un qualunque procedimento penale e neppure di rendere top secret i nomi dei relativi inquisiti.  Si tratta, invece, molto più banalmente di evitare quelle sgradevolissime strumentalizzazioni di pettegolezzi o di altri particolari che sono irrilevanti ai fini delle indagini, ma che, comunque, si confermano sempre molto efficaci quando si devono incrementare le vendite oppure alzare gli indici di ascolto.  Possiamo serenamente dire che, nel nostro Paese, la giustizia spettacolo ha affondato le sue radici in maniera così profonda, da apparirci ormai come una presenza quasi scontata. Una presenza per alcuni di noi imbarazzante e sgradita, ma di vitale importanza per chi, invece, ritiene che quella divisione dei poteri tanto cara a Montesquieu sia ormai roba buona soltanto per la rottamazione.  I linciaggi mediatici e le indagini fondate sul “non poteva non sapere” sono meccanismi che funzionano molto bene quando si tratta di alimentare delle passioni popolari...tuttavia, al tempo stesso, non possono che nuocere profondamente alla credibilità di tutto il sistema giudiziario italiano.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_18-06-2023_01-10.mp3</guid><pubDate>Sat, 17 Jun 2023 23:10:39 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783218/punto_settimana_18_06_2023_01_10.mp3" length="9080162" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Francamente, ci pare che giudicare la proposta di riforma della giustizia avanzata dal ministro Nordio come se si trattasse, più che altro, di un intervento teso a facilitare le cose per i “colletti bianchi” che commettono...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Francamente, ci pare che giudicare la proposta di riforma della giustizia avanzata dal ministro Nordio come se si trattasse, più che altro, di un intervento teso a facilitare le cose per i “colletti bianchi” che commettono dei reati, sia un atteggiamento politicamente prevenuto e giuridicamente infondato. Dopo ormai molti anni in cui abbiamo spesso avuto l’impressione di dover assistere ad azioni penali motivate prevalentemente dalla volontà di fare dello spettacolo o da altre inconfessabili finalità, non possiamo che accogliere con favore l’introduzione di norme che costituiscono dei progressi significativi verso una più ragionevole organizzazione del nostro sistema giudiziario.  Ad esempio, l’abolizione dell’oscuro reato di abuso d’ufficio è un’istanza che era pervenuta anche da molti amministratori locali in quota al Partito Democratico che, infatti, si guardano bene anche oggi dal prenderne le distanze. Per abuso d’ufficio sono stati avviati numerosissimi procedimenti che si sono poi conclusi in condanne definitive solo nel 5% dei casi...Un ben modesto risultato, ottenuto, tra l’altro, passando attraverso lungaggini procedurali, costi economici e danni reputazionali causati da iniziative inquisitorie sovente superficiali, ma capaci, comunque, di sconvolgere le esistenze di tanti soggetti rivelatisi alla fine innocenti.  Naturalmente, non c’è da stupirsi del fatto che adesso una parte della magistratura inquirente – perlomeno quella più abituata alla visibilità - si riveli ben poco propensa a privarsi di alcuni strumenti (quale, appunto, può essere l’abuso d’ufficio) che le hanno, talvolta, consentito di mettere in pratica determinate forme di giustizialismo avventuriero. Ed è altrettanto normale che questo malumore trovi conforto in svariati settori mediatici, da ormai troppo tempo adagiatisi sulla comoda modalità di fare più audience e di vendere più copie di giornali sbattendo il mostro in prima pagina, piuttosto che riportando gli eventi in maniera rigorosamente documentata.  E da qui, la “liaison” con l’avversione nei confronti di un altro contenuto qualificante del progetto Nordio si verifica in modo assolutamente conseguenziale. E stiamo parlando delle nuove norme con le quali il ministro intende finalmente disciplinare l’uso delle intercettazioni, soprattutto per quanto riguarda la loro pubblicazione. Si denuncia, specialmente da parte dei soliti noti, un attentato alla libertà di informazione. Tuttavia, nessuno – tanto meno Nordio – pensa di nasconderci la realtà di un qualunque procedimento penale e neppure di rendere top secret i nomi dei relativi inquisiti.  Si tratta, invece, molto più banalmente di evitare quelle sgradevolissime strumentalizzazioni di pettegolezzi o di altri particolari che sono irrilevanti ai fini delle indagini, ma che, comunque, si confermano sempre molto efficaci quando si devono incrementare le vendite oppure alzare gli indici di ascolto.  Possiamo serenamente dire che, nel nostro Paese, la giustizia spettacolo ha affondato le sue radici in maniera così profonda, da apparirci ormai come una presenza quasi scontata. Una presenza per alcuni di noi imbarazzante e sgradita, ma di vitale importanza per chi, invece, ritiene che quella divisione dei poteri tanto cara a Montesquieu sia ormai roba buona soltanto per la rottamazione.  I linciaggi mediatici e le indagini fondate sul “non poteva non sapere” sono meccanismi che funzionano molto bene quando si tratta di alimentare delle passioni popolari...tuttavia, al tempo stesso, non possono che nuocere profondamente alla credibilità di tutto il sistema giudiziario italiano.]]></itunes:summary><itunes:duration>227</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/9d66482df5ebd686c7bba7b628f6ed38.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Una candidatura scomoda | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/una-candidatura-scomoda-il-punto-della-settimana--57783185</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Viene da chiedersi come sia possibile che un uomo che – come Donald Trump - è stato rinviato a giudizio con accuse così gravi possa ancora essere in corsa per la presidenza degli Stati Uniti. I reati che gli vengono attribuiti vanno, infatti, dalla cospirazione alla detenzione illegale di documenti top secret: inoltre, lo scorso 15 marzo è stato pure incriminato, a New York, per aver falsificato i registri contabili della sua azienda al fine di nascondere un pagamento illecito a una pornostar... Ma quest’ultima vicenda, sebbene renda piuttosto chiara la disinvoltura con la quale l’ex inquilino della Casa Bianca è abituato a muoversi, è tuttavia, politicamente e giuridicamente, ben poca cosa rispetto ai due altri reati federali per i quali è finito nel mirino del FBI e che potrebbero costargli fino a 75 anni di carcere. Comunque, siccome i processi richiederanno molti mesi di attività istruttoria, appare ben difficile che possano arrivare in aula prima del 2024. Inoltre, non è neppure da escludere che lo stesso Trump finisca per essere rinviato a giudizio anche per l’incitamento alla violenza ed all’insurrezione, a causa dei tafferugli provocati, in Campidoglio, dai suoi sostenitori il 6 gennaio del 2021. È chiaro, quindi, che se The Donald riuscirà a prevalere nelle primarie del Partito Repubblicano, dovrà affrontare tutta la sua campagna elettorale nella non facile condizione di individuo sotto processo. Potrà magari anche vincere sul candidato democratico ed in tal caso tornerà ad essere presidente: e potrà – qui sta il paradosso - diventarlo anche da condannato. Infatti, chi scrisse la Costituzione americana verso la fine del Settecento, pur facendo anche il più estremo sforzo di fantasia, ben difficilmente avrebbe potuto immaginare che, un giorno o l’altro, avrebbe potuto delinearsi una candidatura come quella di Donald Trump... di conseguenza, i requisiti che la Carta fondativa degli Stati Uniti prevede per chiunque voglia ambire alla presidenza del Paese sono solamente tre: e vale a dire, l’essere nati negli USA, l’avere almeno 35 anni e l’aver mantenuto la propria residenza per non meno di 14 anni sul territorio statunitense.  Detto questo, dobbiamo registrare il fatto che, al momento, l’imprevedibile immobiliarista newyorkese non sta certo dando l’impressione di aver accusato troppo il colpo, ma, al contrario, ha subito colto al volo l’occasione per presentarsi all’elettorato americano come una sorta di perseguitato politico, vittima innocente di una macchinazione giudiziaria costruita, a suo danno, dall’establishment vicino al Partito Democratico.  A noi sembra però che, giunti a questo punto, il vero nodo politico da sciogliere riguardi, adesso, essenzialmente il partito Repubblicano e la sua disponibilità a rinnovare la fiducia ad un candidato discusso come Donald Trump. Ufficialmente, tutti i concorrenti alle primarie del “Grand Old Party” esprimono la loro solidarietà allo scomodo avversario e parlano di una vera e propria ingiustizia commessa nei suoi confronti...ma si sa, una cosa sono le dichiarazioni formali ed un’altra sono poi le ambizioni dei singoli.  Certo è che chiunque sarà il designato a sfidare Joe Biden alla Casa Bianca, non potrà, comunque, assolutamente prescindere anche dal sostegno elettorale di quella componente complottista e radicale che continua a guardare all’ex presidente come ad uno straordinario leader geniale e carismatico. Pertanto, quale che sia l’esito della battaglia interna al suo Partito, Donald Trump è destinato a contare ancora abbastanza a lungo nella vita politica americana.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_11-06-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 10 Jun 2023 23:01:19 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783185/punto_settimana_11_06_2023_01_01.mp3" length="9136586" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Viene da chiedersi come sia possibile che un uomo che – come Donald Trump - è stato rinviato a giudizio con accuse così gravi possa ancora essere in corsa per la presidenza degli Stati Uniti. 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Comunque, siccome i processi richiederanno molti mesi di attività istruttoria, appare ben difficile che possano arrivare in aula prima del 2024. Inoltre, non è neppure da escludere che lo stesso Trump finisca per essere rinviato a giudizio anche per l’incitamento alla violenza ed all’insurrezione, a causa dei tafferugli provocati, in Campidoglio, dai suoi sostenitori il 6 gennaio del 2021. È chiaro, quindi, che se The Donald riuscirà a prevalere nelle primarie del Partito Repubblicano, dovrà affrontare tutta la sua campagna elettorale nella non facile condizione di individuo sotto processo. Potrà magari anche vincere sul candidato democratico ed in tal caso tornerà ad essere presidente: e potrà – qui sta il paradosso - diventarlo anche da condannato. Infatti, chi scrisse la Costituzione americana verso la fine del Settecento, pur facendo anche il più estremo sforzo di fantasia, ben difficilmente avrebbe potuto immaginare che, un giorno o l’altro, avrebbe potuto delinearsi una candidatura come quella di Donald Trump... di conseguenza, i requisiti che la Carta fondativa degli Stati Uniti prevede per chiunque voglia ambire alla presidenza del Paese sono solamente tre: e vale a dire, l’essere nati negli USA, l’avere almeno 35 anni e l’aver mantenuto la propria residenza per non meno di 14 anni sul territorio statunitense.  Detto questo, dobbiamo registrare il fatto che, al momento, l’imprevedibile immobiliarista newyorkese non sta certo dando l’impressione di aver accusato troppo il colpo, ma, al contrario, ha subito colto al volo l’occasione per presentarsi all’elettorato americano come una sorta di perseguitato politico, vittima innocente di una macchinazione giudiziaria costruita, a suo danno, dall’establishment vicino al Partito Democratico.  A noi sembra però che, giunti a questo punto, il vero nodo politico da sciogliere riguardi, adesso, essenzialmente il partito Repubblicano e la sua disponibilità a rinnovare la fiducia ad un candidato discusso come Donald Trump. Ufficialmente, tutti i concorrenti alle primarie del “Grand Old Party” esprimono la loro solidarietà allo scomodo avversario e parlano di una vera e propria ingiustizia commessa nei suoi confronti...ma si sa, una cosa sono le dichiarazioni formali ed un’altra sono poi le ambizioni dei singoli.  Certo è che chiunque sarà il designato a sfidare Joe Biden alla Casa Bianca, non potrà, comunque, assolutamente prescindere anche dal sostegno elettorale di quella componente complottista e radicale che continua a guardare all’ex presidente come ad uno straordinario leader geniale e carismatico. Pertanto, quale che sia l’esito della battaglia interna al suo Partito, Donald Trump è destinato a contare ancora abbastanza a lungo nella vita politica americana.]]></itunes:summary><itunes:duration>229</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/b3a84375e798e7786a63e42c4ca2103f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Vince “facile” una Destra che corre da sola | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/vince-facile-una-destra-che-corre-da-sola-il-punto-della-settimana--57783188</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  I risultati emersi dalle urne elettorali di lunedì pomeriggio, raccontano di una disparità di consensi e di accortezza politica che giocano incredibilmente a favore della coalizione che rappresenta la maggioranza di governo. I ballottaggi che si sono tenuti nello scorso fine settimana – per quanto segnati da una scarsissima affluenza al voto - non lasciano, infatti, alcun dubbio in merito a chi, tra Meloni e Schlein, sia uscita vincitrice da questa non marginale tornata elettorale. Si è votato anche in Sicilia – lì al primo turno – dove il successo del Destra - Centro è stato, in alcuni casi, talmente schiacciante da eleggere dei sindaci senza neanche bisogno di aspettare lo svolgersi di un turno successivo.  Sappiamo tutti come le elezioni amministrative, per quanto territorialmente estese, possano talvolta non fotografare correttamente gli umori politici del Paese, per via dei possibili (o spesso immancabili) condizionamenti di carattere locale che le rendono non pienamente idonee a delineare un nuovo quadro nazionale. Tuttavia, a soli otto mesi dalla vittoria della Destra alle Politiche del 25 settembre, è difficile negare che una tendenza favorevole all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni si stia confermando in maniera molto netta e sia, forse, addirittura in crescita.  Se si esclude la conquista del Comune di Vicenza da parte di un candidato che, comunque, aveva chiarito ad Elly Schlein ed agli altri leaders del Partito Democratico che avrebbe preferito condurre la sua campagna elettorale facendo a meno del loro sostegno, la sconfitta di lunedì pomeriggio appare persino più grave di quella che, ad inizio autunno, costò la segreteria del PD ad Enrico Letta. L’idea che, alla Sinistra, per recuperare consensi bastasse contrapporre una nuova leadership a trazione femminile a quella costituita dalla prima donna che occupa le stanze di Palazzo Chigi si è rivelata, infatti, illusoria ed ingannevole. Così, sono arrivate alcune debacle di carattere storico come quella di Ancona, dove il Centrosinistra è stato battuto non solo nel suo tentativo di mantenere l’amministrazione della Città, ma anche in quello di lanciare un segnale di recupero in una Regione storicamente schierata a Sinistra ed oggi guidata, invece, da una giunta di Centrodestra. Le stesse delusioni sono arrivate anche da Pisa, Siena e Massa(dove il Pd puntava a riprendersi i sindaci, secondo una tradizione che risale agli anni lontani della Prima Repubblica) e da Brindisi, dove un netto 54% espresso a favore del nuovo sindaco di Centrodestra frustra sul nascere anche le più rosee aspettative che pure si erano create nei confronti di una delle poche alleanze elettorali che avevano visto confluire insieme al PD anche il Movimento 5 Stelle.  Può anche darsi che l’esito di queste Amministrative sia, in generale, da inquadrarsi in quel flusso di orientamenti elettorali che al momento - come del resto confermano pure le elezioni appena svoltesi in Spagna - tende a privilegiare decisamente gli schieramenti conservatori o sovranisti non solo in Italia, ma anche in diversi altri Paesi europei. La nostra impressione è però quella che le difficoltà che da noi Meloni ed alleati devono affrontare siano, comunque, notevolmente semplificate dall’assenza di una credibile forza di opposizione politica: al punto che, dopo ormai quasi trent’anni caratterizzati da una forte impronta bipolarista, si direbbe che la Destra si trovi oggi a poter prevalere senza nemmeno porsi il problema di provare, in qualche modo, almeno a nascondere i limiti e le contraddizioni che pure sono così ben presenti al suo interno...Tanto la Sinistra sembra pensare ad altro...]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_04-06-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 03 Jun 2023 23:01:52 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783188/punto_settimana_04_06_2023_01_01.mp3" length="8995525" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  I risultati emersi dalle urne elettorali di lunedì pomeriggio, raccontano di una disparità di consensi e di accortezza politica che giocano incredibilmente a favore della coalizione che rappresenta la maggioranza di governo....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  I risultati emersi dalle urne elettorali di lunedì pomeriggio, raccontano di una disparità di consensi e di accortezza politica che giocano incredibilmente a favore della coalizione che rappresenta la maggioranza di governo. I ballottaggi che si sono tenuti nello scorso fine settimana – per quanto segnati da una scarsissima affluenza al voto - non lasciano, infatti, alcun dubbio in merito a chi, tra Meloni e Schlein, sia uscita vincitrice da questa non marginale tornata elettorale. Si è votato anche in Sicilia – lì al primo turno – dove il successo del Destra - Centro è stato, in alcuni casi, talmente schiacciante da eleggere dei sindaci senza neanche bisogno di aspettare lo svolgersi di un turno successivo.  Sappiamo tutti come le elezioni amministrative, per quanto territorialmente estese, possano talvolta non fotografare correttamente gli umori politici del Paese, per via dei possibili (o spesso immancabili) condizionamenti di carattere locale che le rendono non pienamente idonee a delineare un nuovo quadro nazionale. Tuttavia, a soli otto mesi dalla vittoria della Destra alle Politiche del 25 settembre, è difficile negare che una tendenza favorevole all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni si stia confermando in maniera molto netta e sia, forse, addirittura in crescita.  Se si esclude la conquista del Comune di Vicenza da parte di un candidato che, comunque, aveva chiarito ad Elly Schlein ed agli altri leaders del Partito Democratico che avrebbe preferito condurre la sua campagna elettorale facendo a meno del loro sostegno, la sconfitta di lunedì pomeriggio appare persino più grave di quella che, ad inizio autunno, costò la segreteria del PD ad Enrico Letta. L’idea che, alla Sinistra, per recuperare consensi bastasse contrapporre una nuova leadership a trazione femminile a quella costituita dalla prima donna che occupa le stanze di Palazzo Chigi si è rivelata, infatti, illusoria ed ingannevole. Così, sono arrivate alcune debacle di carattere storico come quella di Ancona, dove il Centrosinistra è stato battuto non solo nel suo tentativo di mantenere l’amministrazione della Città, ma anche in quello di lanciare un segnale di recupero in una Regione storicamente schierata a Sinistra ed oggi guidata, invece, da una giunta di Centrodestra. Le stesse delusioni sono arrivate anche da Pisa, Siena e Massa(dove il Pd puntava a riprendersi i sindaci, secondo una tradizione che risale agli anni lontani della Prima Repubblica) e da Brindisi, dove un netto 54% espresso a favore del nuovo sindaco di Centrodestra frustra sul nascere anche le più rosee aspettative che pure si erano create nei confronti di una delle poche alleanze elettorali che avevano visto confluire insieme al PD anche il Movimento 5 Stelle.  Può anche darsi che l’esito di queste Amministrative sia, in generale, da inquadrarsi in quel flusso di orientamenti elettorali che al momento - come del resto confermano pure le elezioni appena svoltesi in Spagna - tende a privilegiare decisamente gli schieramenti conservatori o sovranisti non solo in Italia, ma anche in diversi altri Paesi europei. La nostra impressione è però quella che le difficoltà che da noi Meloni ed alleati devono affrontare siano, comunque, notevolmente semplificate dall’assenza di una credibile forza di opposizione politica: al punto che, dopo ormai quasi trent’anni caratterizzati da una forte impronta bipolarista, si direbbe che la Destra si trovi oggi a poter prevalere senza nemmeno porsi il problema di provare, in qualche modo, almeno a nascondere i limiti e le contraddizioni che pure sono così ben presenti al suo interno...Tanto la Sinistra sembra pensare ad altro...]]></itunes:summary><itunes:duration>225</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0d96ee5aa6ed4c0f87ed3b41faf03c7b.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Giorgia Meloni cambia idea su Bonaccini | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/giorgia-meloni-cambia-idea-su-bonaccini-il-punto-della-settimana--57783187</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Era parso, almeno inizialmente, che Giorgia Meloni fosse orientata a conferire l’incarico di Commissario alla ricostruzione in Emilia Romagna al Presidente della Regione, Stefano Bonaccini. Tutto sommato, la premier aveva probabilmente ritenuto che dinanzi a interventi emergenziali (come quelli che ci sono da affrontare adesso), non dovessero esserci pregiudiziali di carattere politico e che, comunque, la figura di un governatore o di un sindaco meglio soddisfacesse - rispetto ad un estraneo al territorio devastato - quelle esigenze di capacità e rapidità decisionale che, solitamente, vengono poste dagli eventi catastrofici. Inoltre, se poi qualche cosa avesse dovuto andare sciaguratamente male, ci sarebbe pur sempre stata, per il Governo, la scialuppa di salvataggio costituita dalla possibilità di condividere gli eventuali ritardi o le inadempienze anche con un autorevolissimo esponente del PD.  Poi però, qualcuno deve aver convinto Palazzo Chigi del fatto che la soluzione Bonaccini non fosse propriamente quella politicamente più vantaggiosa per i partiti che formano la maggioranza di governo. Il primo ad esprimersi in questo senso sembra essere stato Matteo Salvini, seguito a poche ore di distanza anche da non trascurabili settori di Fratelli d’Italia. La questione è che chi otterrà l’incarico di Commissario si troverà a dover gestire tra i 5 e i 10 miliardi di euro, in un arco di tempo che precede immediatamente gli appuntamenti elettorali rappresentati dalle Europee del 2024 e dalle Amministrative del 2025, alle quali saranno chiamati, circa quattro milioni e mezzo di cittadini emiliani. Pertanto, se la sente davvero Giorgia Meloni di lasciare in mano la gestione di tutto questo fiume di denaro proprio a quel Bonaccini che ormai, a Bologna, anche i muri danno per sicuro candidato al Parlamento Europeo? Evidentemente no, visto che il nome del governatore emiliano non è nemmeno più stato preso in considerazione nell’ultima riunione del Consiglio dei Ministri. E questo, nonostante la netta presa di posizione assunta da parte di alcuni suoi colleghi di centrodestra, come il ligure Giovanni Toti, il veneto Luca Zaia ed il calabrese Roberto Occhiuito: tutti perplessi davanti alla prospettiva che quell’automatismo che, ad esempio, così bene ha funzionato nel caso del sindaco di Genova Marco Bucci (nominato nel 2018 Commissario straordinario per il Ponte Morandi), venga ora messo in discussione, aprendo, tra l’altro, le porte al rischio di favorire il sorgere di frequenti conflitti amministrativi tra Regioni ed autorità commissariali. In particolare, è il governatore della Calabria a sottolineare come le cose abbiano “ funzionato meglio quando sono stati nominati come commissari i presidenti di Regione” ed a ricordare, inoltre, “i fallimenti di dodici anni di commissari esterni”.  Tuttavia, a mancare in via Bellerio o in via della Scrofa non è certo la fantasia e così è stata prontamente studiata un’argomentazione “presentabile” per chiudere il “discorso Bonaccini”, estendendo l’area delle zone colpite dall’emergenza alluvionale anche ad alcuni territori delle Marche e della Toscana. Infatti, non riguardando più la decisione dell’Esecutivo la sola Emilia Romagna, cadono automaticamente le tutte le obiezioni di quanti si erano schierati a favore della candidatura Bonaccini e, più in generale, della omogeneità amministrativa.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_28-05-2023_01-00.mp3</guid><pubDate>Sat, 27 May 2023 23:00:19 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783187/punto_settimana_28_05_2023_01_00.mp3" length="8200358" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Era parso, almeno inizialmente, che Giorgia Meloni fosse orientata a conferire l’incarico di Commissario alla ricostruzione in Emilia Romagna al Presidente della Regione, Stefano Bonaccini. Tutto sommato, la premier aveva...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Era parso, almeno inizialmente, che Giorgia Meloni fosse orientata a conferire l’incarico di Commissario alla ricostruzione in Emilia Romagna al Presidente della Regione, Stefano Bonaccini. Tutto sommato, la premier aveva probabilmente ritenuto che dinanzi a interventi emergenziali (come quelli che ci sono da affrontare adesso), non dovessero esserci pregiudiziali di carattere politico e che, comunque, la figura di un governatore o di un sindaco meglio soddisfacesse - rispetto ad un estraneo al territorio devastato - quelle esigenze di capacità e rapidità decisionale che, solitamente, vengono poste dagli eventi catastrofici. Inoltre, se poi qualche cosa avesse dovuto andare sciaguratamente male, ci sarebbe pur sempre stata, per il Governo, la scialuppa di salvataggio costituita dalla possibilità di condividere gli eventuali ritardi o le inadempienze anche con un autorevolissimo esponente del PD.  Poi però, qualcuno deve aver convinto Palazzo Chigi del fatto che la soluzione Bonaccini non fosse propriamente quella politicamente più vantaggiosa per i partiti che formano la maggioranza di governo. Il primo ad esprimersi in questo senso sembra essere stato Matteo Salvini, seguito a poche ore di distanza anche da non trascurabili settori di Fratelli d’Italia. La questione è che chi otterrà l’incarico di Commissario si troverà a dover gestire tra i 5 e i 10 miliardi di euro, in un arco di tempo che precede immediatamente gli appuntamenti elettorali rappresentati dalle Europee del 2024 e dalle Amministrative del 2025, alle quali saranno chiamati, circa quattro milioni e mezzo di cittadini emiliani. Pertanto, se la sente davvero Giorgia Meloni di lasciare in mano la gestione di tutto questo fiume di denaro proprio a quel Bonaccini che ormai, a Bologna, anche i muri danno per sicuro candidato al Parlamento Europeo? Evidentemente no, visto che il nome del governatore emiliano non è nemmeno più stato preso in considerazione nell’ultima riunione del Consiglio dei Ministri. E questo, nonostante la netta presa di posizione assunta da parte di alcuni suoi colleghi di centrodestra, come il ligure Giovanni Toti, il veneto Luca Zaia ed il calabrese Roberto Occhiuito: tutti perplessi davanti alla prospettiva che quell’automatismo che, ad esempio, così bene ha funzionato nel caso del sindaco di Genova Marco Bucci (nominato nel 2018 Commissario straordinario per il Ponte Morandi), venga ora messo in discussione, aprendo, tra l’altro, le porte al rischio di favorire il sorgere di frequenti conflitti amministrativi tra Regioni ed autorità commissariali. In particolare, è il governatore della Calabria a sottolineare come le cose abbiano “ funzionato meglio quando sono stati nominati come commissari i presidenti di Regione” ed a ricordare, inoltre, “i fallimenti di dodici anni di commissari esterni”.  Tuttavia, a mancare in via Bellerio o in via della Scrofa non è certo la fantasia e così è stata prontamente studiata un’argomentazione “presentabile” per chiudere il “discorso Bonaccini”, estendendo l’area delle zone colpite dall’emergenza alluvionale anche ad alcuni territori delle Marche e della Toscana. Infatti, non riguardando più la decisione dell’Esecutivo la sola Emilia Romagna, cadono automaticamente le tutte le obiezioni di quanti si erano schierati a favore della candidatura Bonaccini e, più in generale, della omogeneità amministrativa.]]></itunes:summary><itunes:duration>205</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d97f6e59447e5fbdfdf498ae51e55469.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L’Autonomia Differenziata, tra malumori nella maggioranza e reali interessi del Paese | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-autonomia-differenziata-tra-malumori-nella-maggioranza-e-reali-interessi-del-paese-il-punto-della-settimana--57783196</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Secondo un’indagine demoscopica condotta da Noto Sondaggi, l’autonomia differenziata tanto cara al ministro Calderoli non incontra i favori della maggioranza del Paese. Anzi, il 60% degli Italiani teme che si tratti di una riforma destinata ad aumentare il divario tra nord e sud, con picchi del 70% tra i giovani e del 76% fra i residenti nel Mezzogiorno e nelle Isole. Ma forse, a sorprendere maggiormente è il dato che anche la metà dei cittadini che abitano al nord la pensano allo stesso modo: solo il 31% ritiene, infatti, che ad essere agevolate sarebbero le cosiddette regioni “virtuose”, a prescindere dalla loro collocazione sulla cartina dello Stivale.  Ed in effetti, indipendentemente dal fatto che si possa essere politicamente schierati da una parte o dall’altra, è un po’ difficile – a voler essere intellettualmente onesti – non domandarsi come potrebbe mai essere distribuito il costo (tutt’altro che irrilevante) che la finanza pubblica dovrebbe sobbarcarsi per garantire gli ormai famosi LEP (Livelli Essenziali di Prestazioni) anche nelle Regioni che, per motivi di insufficienza fiscale, non riescono a produrli, autonomamente, da sole. Inoltre, non ci pare che si debba essere delle sibille cumane per prevedere la quasi inevitabile esplosione di tensioni sociali che si verificherebbe nel momento stesso in cui alcune aree del nostro territorio si accorgessero di essere state chiaramente penalizzate... considerato che il reperire le risorse finanziarie necessarie per favorire la parità dei LEP in ogni Regione risulterebbe una ben ardua impresa, viste le difficoltà che il Governo dovrà affrontare nei prossimi anni per contenere il deficit pubblico e per rimborsare i prestiti ricevuti attraverso il Pnrr. Ed è questo, tra l’altro, il tipo di riflessioni che, in settimana, sono state messe nero su bianco da un documento del Servizio di Bilancio del Senato, che ha infastidito non poco sia Calderoli, che alcuni altri autorevoli esponenti del suo Partito, come il governatore del Veneto, Luca Zaia, il quale è giunto addirittura a subordinare la tenuta della maggioranza di governo all’approvazione dell’autonomia differenziata, così come l’ha concepita il ministro e senza una virgola in più o in meno. La situazione, a livello governativo, si è fatta pertanto piuttosto tesa, proprio mentre Giorgia Meloni si trova impegnata all’estero: di conseguenza, qualcuno a Roma – soprattutto in Fratelli d’Italia – ha cercato di calmare le acque, dichiarando che, in fondo, si stava ragionando soltanto su una bozza e non su un testo definitivo. Resta, comunque, il fatto che ormai il dossier è circolato, è stato letto e contiene tutta una serie di osservazioni tecniche che diventa difficile ignorare.  Possiamo, quindi, a questo punto immaginare che non solo dall’opposizione, ma anche dall’interno della maggioranza, non tarderanno a levarsi voci che metteranno in guardia l’Esecutivo dall’avventurarsi in una riforma che rischia di manomettere il sistema di coesione nazionale e che, se anche venisse approvata, finirebbe poi, con ogni probabilità, per essere egualmente affossata da un referendum abrogativo.  Ci viene da chiederci se con tutti i problemi che, da un lato, l’Italia deve risolvere (a partire da quello drammaticamente rappresentato dall’inadeguatissimo assetto idraulico del territorio) e con tutte le opportunità che, invece, dall’altro le vengono offerte dai fondi del Piano di Resilienza, valga davvero la pena di far saltare baracca e burattini per imporre al Paese intero una riforma che, probabilmente, interessa esclusivamente ad un Partito solo...]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_21-05-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 20 May 2023 23:01:40 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783196/punto_settimana_21_05_2023_01_01.mp3" length="8731166" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Secondo un’indagine demoscopica condotta da Noto Sondaggi, l’autonomia differenziata tanto cara al ministro Calderoli non incontra i favori della maggioranza del Paese. Anzi, il 60% degli Italiani teme che si tratti di una...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Secondo un’indagine demoscopica condotta da Noto Sondaggi, l’autonomia differenziata tanto cara al ministro Calderoli non incontra i favori della maggioranza del Paese. Anzi, il 60% degli Italiani teme che si tratti di una riforma destinata ad aumentare il divario tra nord e sud, con picchi del 70% tra i giovani e del 76% fra i residenti nel Mezzogiorno e nelle Isole. Ma forse, a sorprendere maggiormente è il dato che anche la metà dei cittadini che abitano al nord la pensano allo stesso modo: solo il 31% ritiene, infatti, che ad essere agevolate sarebbero le cosiddette regioni “virtuose”, a prescindere dalla loro collocazione sulla cartina dello Stivale.  Ed in effetti, indipendentemente dal fatto che si possa essere politicamente schierati da una parte o dall’altra, è un po’ difficile – a voler essere intellettualmente onesti – non domandarsi come potrebbe mai essere distribuito il costo (tutt’altro che irrilevante) che la finanza pubblica dovrebbe sobbarcarsi per garantire gli ormai famosi LEP (Livelli Essenziali di Prestazioni) anche nelle Regioni che, per motivi di insufficienza fiscale, non riescono a produrli, autonomamente, da sole. Inoltre, non ci pare che si debba essere delle sibille cumane per prevedere la quasi inevitabile esplosione di tensioni sociali che si verificherebbe nel momento stesso in cui alcune aree del nostro territorio si accorgessero di essere state chiaramente penalizzate... considerato che il reperire le risorse finanziarie necessarie per favorire la parità dei LEP in ogni Regione risulterebbe una ben ardua impresa, viste le difficoltà che il Governo dovrà affrontare nei prossimi anni per contenere il deficit pubblico e per rimborsare i prestiti ricevuti attraverso il Pnrr. Ed è questo, tra l’altro, il tipo di riflessioni che, in settimana, sono state messe nero su bianco da un documento del Servizio di Bilancio del Senato, che ha infastidito non poco sia Calderoli, che alcuni altri autorevoli esponenti del suo Partito, come il governatore del Veneto, Luca Zaia, il quale è giunto addirittura a subordinare la tenuta della maggioranza di governo all’approvazione dell’autonomia differenziata, così come l’ha concepita il ministro e senza una virgola in più o in meno. La situazione, a livello governativo, si è fatta pertanto piuttosto tesa, proprio mentre Giorgia Meloni si trova impegnata all’estero: di conseguenza, qualcuno a Roma – soprattutto in Fratelli d’Italia – ha cercato di calmare le acque, dichiarando che, in fondo, si stava ragionando soltanto su una bozza e non su un testo definitivo. Resta, comunque, il fatto che ormai il dossier è circolato, è stato letto e contiene tutta una serie di osservazioni tecniche che diventa difficile ignorare.  Possiamo, quindi, a questo punto immaginare che non solo dall’opposizione, ma anche dall’interno della maggioranza, non tarderanno a levarsi voci che metteranno in guardia l’Esecutivo dall’avventurarsi in una riforma che rischia di manomettere il sistema di coesione nazionale e che, se anche venisse approvata, finirebbe poi, con ogni probabilità, per essere egualmente affossata da un referendum abrogativo.  Ci viene da chiederci se con tutti i problemi che, da un lato, l’Italia deve risolvere (a partire da quello drammaticamente rappresentato dall’inadeguatissimo assetto idraulico del territorio) e con tutte le opportunità che, invece, dall’altro le vengono offerte dai fondi del Piano di Resilienza, valga davvero la pena di far saltare baracca e burattini per imporre al Paese intero una riforma che, probabilmente, interessa esclusivamente ad un Partito solo...]]></itunes:summary><itunes:duration>219</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c5683296edd123d0531a026ca9cdbc84.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Una domenica di affanno per il “sultano” Erdogan | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/una-domenica-di-affanno-per-il-sultano-erdogan-il-punto-della-settimana--57783200</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Oggi, in Turchia, sessanta milioni di elettori sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo Parlamento, ma soprattutto per pronunciarsi sulla conferma o meno di Recep Erdogan alla carica di capo dello stato: anche se, probabilmente, per conoscere davvero il nome di chi guiderà la Repubblica presidenziale di Ankara nei prossimi cinque anni, bisognerà attendere la data del 28 maggio: quando cioè, dovrebbe tenersi il ballottaggio, nel caso in cui nessuno degli attuali candidati avesse varcato, nella consultazione odierna, la soglia del 50%.  Per la prima volta, da circa vent’anni a questa parte, il presidente uscente non è dato dai sondaggi come sicuro vincitore: anzi, stando almeno agli ultimi dati demoscopici raccolti, il candidato delle opposizioni Kemal Kilicdaroglu – detto anche il “Gandhi turco” - sembra addirittura in lieve vantaggio sul “sultano” Erdogan, il quale non è certamente abituato a condurre campagne elettorali in affannosa rincorsa.  Ma chi è lo sfidante che insidia così da vicino una leadership che eravamo tutti abituati a considerare particolarmente salda? Di lui sappiamo che ha 74 anni e che, pur partendo da condizioni sociali umilissime che lo hanno obbligato a lavorare nei campi fin da ragazzino, è riuscito egualmente ad affermarsi nel mondo accademico, raggiungendo una cattedra di Economia.  Oggi è il capo del Partito Popolare Repubblicano - lo stesso fondato dal padre della patria Mustafa Kemal Ataturk - e guida una coalizione di sei formazioni che sono accomunate tra di loro dalla sola volontà di dare una spallata definitiva al regime erdoganiano. Promette dialogo e democrazia, in contrapposizione alla concezione autoritaria del potere tipica di Erdogan ed esprime, inoltre, una visione molto più laica della società turca, rispetto a quella imposta, invece, dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo, attualmente al governo e decisamente più orientato verso la costruzione di un Paese fondato essenzialmente sui principi islamici.  Non capitano certamente nel momento migliore per Erdogan queste elezioni che vedono il “sultano” in una chiara difficoltà dovuta sia all’inflazione ormai arrivata al 50%, che alle profonde ferite (cinquantamila morti) lasciate tra la popolazione dal terribile terremoto del febbraio scorso.  Da notare che, in suo favore, Kilicdaroglu potrà contare anche sull’appoggio esterno dell’elettorato curdo che, da solo, vale il 10% circa dei voti e che, indubbiamente, rappresenta un grosso contributo per le ambizioni del candidato laico.  Comunque sia, chiunque vinca si troverà a dover gestire una situazione interna particolarmente complicata: basti pensare ai 100 miliardi di dollari da trovare per ricostruire le zone devastate dal terremoto. Oppure all’inflazione che, come già detto, viaggia stabilmente sopra il 50%, con punte del 156% per i prezzi della frutta e del 279% per quelli della verdura, mentre la lira turca, negli ultimi dodici mesi, si è svalutata del 60% sia sul dollaro, che sull’euro.  Tuttavia, Erdogan non è uomo che si arrenda facilmente e non va sottovalutato il fatto che, al momento, egli esercita ancora un controllo pressoché assoluto sull’esercito e sui servizi di sicurezza. Pertanto, se – cosa, tra l’altro, assai probabile - il risultato elettorale non dovesse apparire assolutamente chiaro e finisse magari per sfociare in proteste di piazza, la Turchia rischierebbe di andare incontro a pericolosi momenti di tensione.  Speriamo, dunque, di non dover nuovamente rivedere le immagini che, nel 2016, seguirono al presunto tentativo di colpo di stato che, allora, la propaganda di Erdogan attribuì al politologo Fethullah Gulen, esule negli Stati Uniti. In quei giorni di violenta repressione, si contarono, infatti, 290 morti, 1440 feriti, 2893 arresti e vennero colti i più svariati pretesti per legittimare ulteriori restrizioni alle libertà civili e per imporre centinaia di epurazioni sia nella magistratura, che nell’esercito.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_14-05-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 13 May 2023 23:01:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783200/punto_settimana_14_05_2023_01_01.mp3" length="10944260" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Oggi, in Turchia, sessanta milioni di elettori sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo Parlamento, ma soprattutto per pronunciarsi sulla conferma o meno di Recep Erdogan alla carica di capo dello stato: anche se,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Oggi, in Turchia, sessanta milioni di elettori sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo Parlamento, ma soprattutto per pronunciarsi sulla conferma o meno di Recep Erdogan alla carica di capo dello stato: anche se, probabilmente, per conoscere davvero il nome di chi guiderà la Repubblica presidenziale di Ankara nei prossimi cinque anni, bisognerà attendere la data del 28 maggio: quando cioè, dovrebbe tenersi il ballottaggio, nel caso in cui nessuno degli attuali candidati avesse varcato, nella consultazione odierna, la soglia del 50%.  Per la prima volta, da circa vent’anni a questa parte, il presidente uscente non è dato dai sondaggi come sicuro vincitore: anzi, stando almeno agli ultimi dati demoscopici raccolti, il candidato delle opposizioni Kemal Kilicdaroglu – detto anche il “Gandhi turco” - sembra addirittura in lieve vantaggio sul “sultano” Erdogan, il quale non è certamente abituato a condurre campagne elettorali in affannosa rincorsa.  Ma chi è lo sfidante che insidia così da vicino una leadership che eravamo tutti abituati a considerare particolarmente salda? Di lui sappiamo che ha 74 anni e che, pur partendo da condizioni sociali umilissime che lo hanno obbligato a lavorare nei campi fin da ragazzino, è riuscito egualmente ad affermarsi nel mondo accademico, raggiungendo una cattedra di Economia.  Oggi è il capo del Partito Popolare Repubblicano - lo stesso fondato dal padre della patria Mustafa Kemal Ataturk - e guida una coalizione di sei formazioni che sono accomunate tra di loro dalla sola volontà di dare una spallata definitiva al regime erdoganiano. Promette dialogo e democrazia, in contrapposizione alla concezione autoritaria del potere tipica di Erdogan ed esprime, inoltre, una visione molto più laica della società turca, rispetto a quella imposta, invece, dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo, attualmente al governo e decisamente più orientato verso la costruzione di un Paese fondato essenzialmente sui principi islamici.  Non capitano certamente nel momento migliore per Erdogan queste elezioni che vedono il “sultano” in una chiara difficoltà dovuta sia all’inflazione ormai arrivata al 50%, che alle profonde ferite (cinquantamila morti) lasciate tra la popolazione dal terribile terremoto del febbraio scorso.  Da notare che, in suo favore, Kilicdaroglu potrà contare anche sull’appoggio esterno dell’elettorato curdo che, da solo, vale il 10% circa dei voti e che, indubbiamente, rappresenta un grosso contributo per le ambizioni del candidato laico.  Comunque sia, chiunque vinca si troverà a dover gestire una situazione interna particolarmente complicata: basti pensare ai 100 miliardi di dollari da trovare per ricostruire le zone devastate dal terremoto. Oppure all’inflazione che, come già detto, viaggia stabilmente sopra il 50%, con punte del 156% per i prezzi della frutta e del 279% per quelli della verdura, mentre la lira turca, negli ultimi dodici mesi, si è svalutata del 60% sia sul dollaro, che sull’euro.  Tuttavia, Erdogan non è uomo che si arrenda facilmente e non va sottovalutato il fatto che, al momento, egli esercita ancora un controllo pressoché assoluto sull’esercito e sui servizi di sicurezza. Pertanto, se – cosa, tra l’altro, assai probabile - il risultato elettorale non dovesse apparire assolutamente chiaro e finisse magari per sfociare in proteste di piazza, la Turchia rischierebbe di andare incontro a pericolosi momenti di tensione.  Speriamo, dunque, di non dover nuovamente rivedere le immagini che, nel 2016, seguirono al presunto tentativo di colpo di stato che, allora, la propaganda di Erdogan attribuì al politologo Fethullah Gulen, esule negli Stati Uniti. In quei giorni di violenta repressione, si contarono, infatti, 290 morti, 1440 feriti, 2893 arresti e vennero colti i più svariati pretesti per legittimare ulteriori restrizioni alle libertà civili e per imporre centinaia di epurazioni sia nella magistratura, che nell’esercito.]]></itunes:summary><itunes:duration>274</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/5faaf70438400d805927e064b5a9ee89.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La fine della pandemia | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-fine-della-pandemia-il-punto-della-settimana--57783204</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il Comitato Tecnico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha, dunque, decretato ufficialmente che il Covid 19 ha cessato di rappresentare una minaccia pandemica. In sostanza, per gli esperti dell’OMS, il virus che tanto ha mietuto vittime negli ultimi due anni, non costituisce più un pericolo tale da giustificare l’adozione di provvedimenti straordinari. Tuttavia, la direzione generale dell’Agenzia sanitaria delle Nazioni Unite invita anche a non abbassare la soglia di attenzione nei confronti di altre possibili pandemie, che oggi siamo senz’altro in grado di fronteggiare più efficacemente, ma che, in mancanza di un’azione coordinata a livello globale, potrebbero nuovamente coglierci di sorpresa. Pertanto, sempre secondo l’OMS, l’errore più grave che il mondo possa al momento commettere è quello di ridimensionare quel sistema di prevenzione che è stato faticosamente realizzato, lanciando alla gente “il messaggio che il Covid non è più qualcosa di cui doversi preoccupare”.  Venti milioni di morti stimati dall’Organizzazione che ha sede a Ginevra restano, infatti, impressi a futura memoria affinché nessun Paese dimentichi le drammatiche lezioni che il virus ci ha imposto di apprendere.  L’impressione che abbiamo è quella che questa dichiarazione di fine pandemia l’OMS l’abbia ufficializzata più per ammonire i politici ed i governi a non deflettere da una linea di attento monitoraggio, che per la gente comune che probabilmente la viveva già come un fatto scontato e, pertanto, si è comportata in questi ultimi tempi come se nulla fosse mai stato. E non a caso, sono tornati a manifestarsi in modo assai disinvolto gli assembramenti, mentre sono quasi scomparse del tutto le mascherine...In altre parole, per le strade si avverte da tempo la gradevole (ma speriamo non illusoria) sensazione che tutto sia ormai un ricordo lontano o addirittura soltanto un brutto sogno.  Eppure, nel malaugurato caso del riproporsi di una nuova emergenza sanitaria, siamo proprio sicuri di non dover rivivere le esperienze del recentissimo passato? Siamo consapevoli del fatto che ancora oggi tutte le popolazioni a basso reddito una dose di vaccino che sia una non l’hanno praticamente mai vista? E per quanto riguarda più nello specifico il nostro Paese, abbiamo predisposto strutture di emergenza adeguatamente munite di ambienti, mascherine, ossigenatori e di tutto quello che occorre per non farci trovare un’altra volta impreparati e per non essere obbligati ad utilizzare e ad intasare quegli ospedali che, invece, dovrebbero continuare ad occuparsi di tutte le altre patologie? E poi non sarebbe forse anche il caso di cominciare a dotarci di un’autonomia nazionale anche in relazione alla produzione dei vaccini per non dipendere più dalle forniture e (soprattutto) dai prezzi che vengono ancora e sempre fissati dall’industria farmaceutica d’Oltreoceano?]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_07-05-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 06 May 2023 23:01:14 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783204/punto_settimana_07_05_2023_01_01.mp3" length="7408325" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Il Comitato Tecnico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha, dunque, decretato ufficialmente che il Covid 19 ha cessato di rappresentare una minaccia pandemica. 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Pertanto, sempre secondo l’OMS, l’errore più grave che il mondo possa al momento commettere è quello di ridimensionare quel sistema di prevenzione che è stato faticosamente realizzato, lanciando alla gente “il messaggio che il Covid non è più qualcosa di cui doversi preoccupare”.  Venti milioni di morti stimati dall’Organizzazione che ha sede a Ginevra restano, infatti, impressi a futura memoria affinché nessun Paese dimentichi le drammatiche lezioni che il virus ci ha imposto di apprendere.  L’impressione che abbiamo è quella che questa dichiarazione di fine pandemia l’OMS l’abbia ufficializzata più per ammonire i politici ed i governi a non deflettere da una linea di attento monitoraggio, che per la gente comune che probabilmente la viveva già come un fatto scontato e, pertanto, si è comportata in questi ultimi tempi come se nulla fosse mai stato. E non a caso, sono tornati a manifestarsi in modo assai disinvolto gli assembramenti, mentre sono quasi scomparse del tutto le mascherine...In altre parole, per le strade si avverte da tempo la gradevole (ma speriamo non illusoria) sensazione che tutto sia ormai un ricordo lontano o addirittura soltanto un brutto sogno.  Eppure, nel malaugurato caso del riproporsi di una nuova emergenza sanitaria, siamo proprio sicuri di non dover rivivere le esperienze del recentissimo passato? Siamo consapevoli del fatto che ancora oggi tutte le popolazioni a basso reddito una dose di vaccino che sia una non l’hanno praticamente mai vista? E per quanto riguarda più nello specifico il nostro Paese, abbiamo predisposto strutture di emergenza adeguatamente munite di ambienti, mascherine, ossigenatori e di tutto quello che occorre per non farci trovare un’altra volta impreparati e per non essere obbligati ad utilizzare e ad intasare quegli ospedali che, invece, dovrebbero continuare ad occuparsi di tutte le altre patologie? E poi non sarebbe forse anche il caso di cominciare a dotarci di un’autonomia nazionale anche in relazione alla produzione dei vaccini per non dipendere più dalle forniture e (soprattutto) dai prezzi che vengono ancora e sempre fissati dall’industria farmaceutica d’Oltreoceano?]]></itunes:summary><itunes:duration>186</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8ad4867dc1ff592d9519db76fea863fc.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Accadde il 30 aprile del 1993 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/accadde-il-30-aprile-del-1993-il-punto-della-settimana--57783206</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Sono trascorsi esattamente trent’anni da quella sera del 30 aprile 1993 in cui a Roma, davanti all’Hotel Raphael (residenza fissa di Bettino Craxi nella Capitale), qualche centinaio di persone si radunarono per manifestare tutto il proprio livore nei confronti del segretario del Partito Socialista Italiano. Possiamo tranquillamente affermare che era la prima volta, nella storia della nostra Repubblica, che una folla composta sia dai nipotini di Togliatti, che da quelli di Mussolini, trovava un suo quanto mai imprevedibile terreno di intesa politica: e lo trovava proprio nell’avversione comune nei confronti del personaggio scomodo - detto anche “il cinghialone” - che, in quei giorni, era ormai divenuto una sorta di “nemico pubblico numero uno”. I fatti li ricordiamo bene perché, per puro caso, ci capitò di transitare nelle vicinanze del mitico albergo di Largo Febo e di osservare, sia pure da una certa distanza, lo sviluppo degli eventi.  Era successo che, al termine di un comizio che il leader del PDS, Achille Occhetto, aveva tenuto in piazza Navona per protestare contro la mancata autorizzazione a procedere nei confronti di Craxi che era stata negata dalla maggioranza della Camera, un centinaio di militanti aveva deciso di correre verso l’hotel Raphael per aspettare l’ingresso o l’uscita del “mostro” da svergognare. Venutolo a sapere, il parlamentare del Movimento Sociale, Teodoro Bontempo (conosciuto anche come “er pecora”), pensò bene di mettere il proprio cappello sull’iniziativa e, dopo essersi fatto cambiare qualche banconota con monetine spicciole, si presentò alla piazza che scandiva slogan anti socialisti, distribuendo a destra e a manca tutte le dieci e cinque lire che era riuscito a mettere insieme. Quando, poi il “cinghialone”, ignorando le raccomandazioni della Digos che gli suggeriva un’uscita secondaria, decise invece spavaldamente di varcare la soglia dell’ingresso principale dell’albergo, incominciò a piovergli addosso di tutto: non solo le ormai storiche monetine, ma anche bottiglie e colpi di casco contro la carrozzeria dell’auto che lo stava conducendo verso uno studio televisivo nel quale ad attenderlo c’era un’intervista di Giuliano Ferrara.  Indubbiamente, oltre un anno di indagini portate avanti dalla magistratura milanese sul sistema di corruzione che coinvolgeva tutti i partiti nazionali, avevano contribuito pesantemente ad avvelenare gli umori che caratterizzavano, in quei momenti, il clima nel nostro Paese...E Craxi – che certamente non era mai stato un personaggio che ci tenesse ad apparire simpatico od a coltivare rapporti di fair play con gli avversari politici - si prestava come nessun altro ad interpretare perfettamente la parte del malvagio da eliminare ad ogni costo. Tanto per rendere meglio l’idea a chi quei giorni non li può ricordare, ci viene in mente l’esito di un sondaggio, condotto tra gli studenti di un liceo milanese, che domandava ai ragazzi chi fosse stato il “più cattivo” della Storia: ebbene, il nome di Bettino Craxi veniva immediatamente dopo quello di Hitler, ma precedeva, comunque, sul podio quello del Conte Dracula...Non male come medaglia d’argento... Ecco perché, in quella tumultuosa sera di fine aprile, qualcuno decise di mettere da parte cinquant’anni di contrapposizioni non solo politiche, ma anche militari per immolare sull’altare di una chissà poi quanto effettiva pulizia morale, il capro espiatorio rappresentato da quello che era allora l’uomo più scomodo della vita pubblica italiana.  Nell’assistere a quella incivile piazzata, provammo la sensazione che qualche meccanismo si fosse rotto definitivamente: le nostre idee erano frastornate, ma ci era, comunque, chiaro che avevamo assistito, in presa diretta, ad un fatto che avrebbe segnato una svolta destinata a mutare profondamente lo svolgersi della politica, così come l’avevamo conosciuta ( e personalmente vissuta) fino a quel momento. Fu quello l’inizio della stagione dell’antipolitica, del trionfo del populismo italiano e dell’avvento della Seconda Repubblica? A distanza di tanti anni è oggi lo stesso Achille Occhetto a parlare di “un esempio di barbarie innescata dal furore giustizialista”: quella notte – commenta l’ultimo segretario del PCI - “ fu senza dubbio aperta la via per il populismo”. Grazie Achille, meglio tardi che mai.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_30-04-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 29 Apr 2023 23:01:08 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783206/punto_settimana_30_04_2023_01_01.mp3" length="10469876" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Sono trascorsi esattamente trent’anni da quella sera del 30 aprile 1993 in cui a Roma, davanti all’Hotel Raphael (residenza fissa di Bettino Craxi nella Capitale), qualche centinaio di persone si radunarono per manifestare...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Sono trascorsi esattamente trent’anni da quella sera del 30 aprile 1993 in cui a Roma, davanti all’Hotel Raphael (residenza fissa di Bettino Craxi nella Capitale), qualche centinaio di persone si radunarono per manifestare tutto il proprio livore nei confronti del segretario del Partito Socialista Italiano. Possiamo tranquillamente affermare che era la prima volta, nella storia della nostra Repubblica, che una folla composta sia dai nipotini di Togliatti, che da quelli di Mussolini, trovava un suo quanto mai imprevedibile terreno di intesa politica: e lo trovava proprio nell’avversione comune nei confronti del personaggio scomodo - detto anche “il cinghialone” - che, in quei giorni, era ormai divenuto una sorta di “nemico pubblico numero uno”. I fatti li ricordiamo bene perché, per puro caso, ci capitò di transitare nelle vicinanze del mitico albergo di Largo Febo e di osservare, sia pure da una certa distanza, lo sviluppo degli eventi.  Era successo che, al termine di un comizio che il leader del PDS, Achille Occhetto, aveva tenuto in piazza Navona per protestare contro la mancata autorizzazione a procedere nei confronti di Craxi che era stata negata dalla maggioranza della Camera, un centinaio di militanti aveva deciso di correre verso l’hotel Raphael per aspettare l’ingresso o l’uscita del “mostro” da svergognare. Venutolo a sapere, il parlamentare del Movimento Sociale, Teodoro Bontempo (conosciuto anche come “er pecora”), pensò bene di mettere il proprio cappello sull’iniziativa e, dopo essersi fatto cambiare qualche banconota con monetine spicciole, si presentò alla piazza che scandiva slogan anti socialisti, distribuendo a destra e a manca tutte le dieci e cinque lire che era riuscito a mettere insieme. Quando, poi il “cinghialone”, ignorando le raccomandazioni della Digos che gli suggeriva un’uscita secondaria, decise invece spavaldamente di varcare la soglia dell’ingresso principale dell’albergo, incominciò a piovergli addosso di tutto: non solo le ormai storiche monetine, ma anche bottiglie e colpi di casco contro la carrozzeria dell’auto che lo stava conducendo verso uno studio televisivo nel quale ad attenderlo c’era un’intervista di Giuliano Ferrara.  Indubbiamente, oltre un anno di indagini portate avanti dalla magistratura milanese sul sistema di corruzione che coinvolgeva tutti i partiti nazionali, avevano contribuito pesantemente ad avvelenare gli umori che caratterizzavano, in quei momenti, il clima nel nostro Paese...E Craxi – che certamente non era mai stato un personaggio che ci tenesse ad apparire simpatico od a coltivare rapporti di fair play con gli avversari politici - si prestava come nessun altro ad interpretare perfettamente la parte del malvagio da eliminare ad ogni costo. Tanto per rendere meglio l’idea a chi quei giorni non li può ricordare, ci viene in mente l’esito di un sondaggio, condotto tra gli studenti di un liceo milanese, che domandava ai ragazzi chi fosse stato il “più cattivo” della Storia: ebbene, il nome di Bettino Craxi veniva immediatamente dopo quello di Hitler, ma precedeva, comunque, sul podio quello del Conte Dracula...Non male come medaglia d’argento... Ecco perché, in quella tumultuosa sera di fine aprile, qualcuno decise di mettere da parte cinquant’anni di contrapposizioni non solo politiche, ma anche militari per immolare sull’altare di una chissà poi quanto effettiva pulizia morale, il capro espiatorio rappresentato da quello che era allora l’uomo più scomodo della vita pubblica italiana.  Nell’assistere a quella incivile piazzata, provammo la sensazione che qualche meccanismo si fosse rotto definitivamente: le nostre idee erano frastornate, ma ci era, comunque, chiaro che avevamo assistito, in presa diretta, ad un fatto che avrebbe segnato una svolta destinata a mutare profondamente lo svolgersi della politica, così come l’avevamo conosciuta ( e personalmente vissuta) fino a quel momento. 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La campagna è stata studiata dalla storica agenzia pubblicitaria Armando Testa (quella di Caballero e Carmencita tanto per intenderci), che ha ridisegnato la Venere vestendola con abiti moderni ed inserendola - ora con un telefonino ed ora con una fetta di pizza in mano - nelle cartoline raffiguranti i luoghi più famosi d’Italia. Realizzata con il contributo del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio, la nuova iniziativa promozionale comporterà, da parte di Enit, un investimento complessivo di nove milioni di euro, sarà destinata a tutti i principali mercati internazionali e diffusa sulla base delle stime relative ai flussi turistici già consolidati ed a quelli attesi.  Tuttavia, nonostante l’autorevolezza professionale di chi la campagna l’ha ideata, il risultato sta alimentando molte critiche: e non soltanto da parte dei partiti che si oppongono all’esecutivo Meloni, ma anche da parte di voci – come quella di Vittorio Sgarbi - che pure appartengono all’area governativa. Proprio il notissimo critico d’arte (nonché sottosegretario alla cultura dell’attuale Governo) si è, infatti, lasciato andare a commenti tutt’altro che lusinghieri sulla campagna dell’Enit, esprimendo tutte le sue perplessità nel vedere la Venere di Botticelli in tuta da ciclista dinanzi al Colosseo, accompagnata da una scritta in inglese maccheronico ( e cioè “open to meraviglia”). Poichè la Venere è nuda – argomenta Sgarbi - “sarebbe stato meglio vederla così, senza bisogno di travestirla in quel modo: è una roba da Ferragni”.  Eppure, a noi questa sorta di “influencer botticelliana” non spiace affatto perché, in fondo, ci rappresenta un po’ tutti, con il nostro atavico imbarazzo nei confronti delle lingue straniere e con le conoscenze abbastanza superficiali che spesso riveliamo quando si tratta di parlare sul serio delle nostre grandi tradizioni culturali, artistiche e musicali.  Come in molti hanno osservato, è vero che per far sapere al mondo che in Italia ci sono Piazza San Marco, il mare o la pizza non occorre certamente alcuna campagna promozionale, però, probabilmente, non guasta nemmeno ricordare ai turisti stranieri che il nostro Paese è anche sempre in grado di accoglierli e di accompagnarli in un clima di autoironica e leggiadra armonia.  Fonte immaggine: ANSA "Quattro delle immagini scelte per la campagna “Italia Open to Meraviglia”"]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_23-04-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 22 Apr 2023 23:01:40 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783180/punto_settimana_23_04_2023_01_01.mp3" length="2575089" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Una Venere di Botticelli che assomiglia un po’ tanto ad una celebre influencer è l’immagine scelta dal ministero per il Turismo e dall’Enit per promuovere l’attrattività del nostro Paese all’estero.  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Realizzata con il contributo del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio, la nuova iniziativa promozionale comporterà, da parte di Enit, un investimento complessivo di nove milioni di euro, sarà destinata a tutti i principali mercati internazionali e diffusa sulla base delle stime relative ai flussi turistici già consolidati ed a quelli attesi.  Tuttavia, nonostante l’autorevolezza professionale di chi la campagna l’ha ideata, il risultato sta alimentando molte critiche: e non soltanto da parte dei partiti che si oppongono all’esecutivo Meloni, ma anche da parte di voci – come quella di Vittorio Sgarbi - che pure appartengono all’area governativa. Proprio il notissimo critico d’arte (nonché sottosegretario alla cultura dell’attuale Governo) si è, infatti, lasciato andare a commenti tutt’altro che lusinghieri sulla campagna dell’Enit, esprimendo tutte le sue perplessità nel vedere la Venere di Botticelli in tuta da ciclista dinanzi al Colosseo, accompagnata da una scritta in inglese maccheronico ( e cioè “open to meraviglia”). Poichè la Venere è nuda – argomenta Sgarbi - “sarebbe stato meglio vederla così, senza bisogno di travestirla in quel modo: è una roba da Ferragni”.  Eppure, a noi questa sorta di “influencer botticelliana” non spiace affatto perché, in fondo, ci rappresenta un po’ tutti, con il nostro atavico imbarazzo nei confronti delle lingue straniere e con le conoscenze abbastanza superficiali che spesso riveliamo quando si tratta di parlare sul serio delle nostre grandi tradizioni culturali, artistiche e musicali.  Come in molti hanno osservato, è vero che per far sapere al mondo che in Italia ci sono Piazza San Marco, il mare o la pizza non occorre certamente alcuna campagna promozionale, però, probabilmente, non guasta nemmeno ricordare ai turisti stranieri che il nostro Paese è anche sempre in grado di accoglierli e di accompagnarli in un clima di autoironica e leggiadra armonia.  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Nuovi equilibri multipolari starebbero inducendo la stragrande maggioranza delle nazioni della Terra a prendere definitivamente le distanze da quello status quo che, almeno dalla fine della Guerra Fredda, era parso affermarsi come immutabile.  Tuttavia, se prendiamo, ad esempio, in considerazione l’atteggiamento prevalentemente assunto dalla maggioranza dei governi mondiali sulla questione ucraina, forse possiamo anche avanzare qualche dubbio circa l’effettiva fondatezza di questa “vulgata” che ci racconta di un rassegnato avviarsi dell’Occidente sul viale del tramonto. A ben vedere, infatti, non è stato soltanto il decrepito e rassegnato Occidente a condannare la guerra di Putin, ma, come è emerso chiaramente all’Assemblea delle Nazioni Unite, i voti che hanno sanzionato l’invasione russa (esprimendosi, quindi, a favore dell’integrità territoriale dell’Ucraina), sono risultati addirittura 143. Il tutto a fronte di 35 astensioni e di solo 5 voti contrari. Tra l’altro, se andiamo a vedere quali Paesi hanno votato contro, non possiamo che prendere atto del fatto che la bella compagnia è composta da un gruppetto di trasparenti democrazie come Corea del Nord, Siria, Nicaragua, Russia e Bielorussia... Persino la Cina, nonostante i frequenti e roboanti proclami che pure ribadiscono l’esistenza di un’amicizia “senza limiti” tra Mosca e Pechino, non ha ritenuto di potersi spingere oltre l’astensione. E sempre all’ONU, anche altre nazioni – come Brasile o Argentina – che pure ambiscono, certamente, a dare vita ad un mondo molto più multipolare di quello attuale, hanno, comunque, finito per accomunare i loro consensi a quelli degli Stati nei quali, per fortuna, si rispettano ancora fermamente i diritti politici e quelli civili, senza discriminazioni di sesso, cultura, religione o altro orientamento ideologico.  In sostanza, ci pare che quella del multipolarismo sia oggi più che mai una questione estremamente complessa, nel senso che ci domandiamo se poi, in realtà, un mondo in cui gli Stati Uniti non fossero più la potenza egemone (perché magari prevalgono al loro stesso interno quelle pulsioni isolazioniste, da sempre così ben radicate nella tradizione americana) non finirebbe per cedere il passo ad uno scenario molto più pericolosamente anarchico, brutale e conflittuale.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_16-04-2023_01-00.mp3</guid><pubDate>Sat, 15 Apr 2023 23:00:10 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783220/punto_settimana_16_04_2023_01_00.mp3" length="2759827" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Da più parti si sostiene, ormai da tempo, la tesi secondo la quale l’Occidente si starebbe trasformando in un circolo ristretto ed isolato di Paesi ricchi ai quali il resto del Pianeta - guidato soprattutto da economie...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Da più parti si sostiene, ormai da tempo, la tesi secondo la quale l’Occidente si starebbe trasformando in un circolo ristretto ed isolato di Paesi ricchi ai quali il resto del Pianeta - guidato soprattutto da economie emergenti come Cina, Brasile e India - non sarebbe più disposto a riconoscere alcun predominio politico, economico e militare. Nuovi equilibri multipolari starebbero inducendo la stragrande maggioranza delle nazioni della Terra a prendere definitivamente le distanze da quello status quo che, almeno dalla fine della Guerra Fredda, era parso affermarsi come immutabile.  Tuttavia, se prendiamo, ad esempio, in considerazione l’atteggiamento prevalentemente assunto dalla maggioranza dei governi mondiali sulla questione ucraina, forse possiamo anche avanzare qualche dubbio circa l’effettiva fondatezza di questa “vulgata” che ci racconta di un rassegnato avviarsi dell’Occidente sul viale del tramonto. A ben vedere, infatti, non è stato soltanto il decrepito e rassegnato Occidente a condannare la guerra di Putin, ma, come è emerso chiaramente all’Assemblea delle Nazioni Unite, i voti che hanno sanzionato l’invasione russa (esprimendosi, quindi, a favore dell’integrità territoriale dell’Ucraina), sono risultati addirittura 143. Il tutto a fronte di 35 astensioni e di solo 5 voti contrari. Tra l’altro, se andiamo a vedere quali Paesi hanno votato contro, non possiamo che prendere atto del fatto che la bella compagnia è composta da un gruppetto di trasparenti democrazie come Corea del Nord, Siria, Nicaragua, Russia e Bielorussia... Persino la Cina, nonostante i frequenti e roboanti proclami che pure ribadiscono l’esistenza di un’amicizia “senza limiti” tra Mosca e Pechino, non ha ritenuto di potersi spingere oltre l’astensione. E sempre all’ONU, anche altre nazioni – come Brasile o Argentina – che pure ambiscono, certamente, a dare vita ad un mondo molto più multipolare di quello attuale, hanno, comunque, finito per accomunare i loro consensi a quelli degli Stati nei quali, per fortuna, si rispettano ancora fermamente i diritti politici e quelli civili, senza discriminazioni di sesso, cultura, religione o altro orientamento ideologico.  In sostanza, ci pare che quella del multipolarismo sia oggi più che mai una questione estremamente complessa, nel senso che ci domandiamo se poi, in realtà, un mondo in cui gli Stati Uniti non fossero più la potenza egemone (perché magari prevalgono al loro stesso interno quelle pulsioni isolazioniste, da sempre così ben radicate nella tradizione americana) non finirebbe per cedere il passo ad uno scenario molto più pericolosamente anarchico, brutale e conflittuale.]]></itunes:summary><itunes:duration>173</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/17504d4f586b0558302b4644c4b1b29c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Integralismo laico | 09/04/2023 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/integralismo-laico-09-04-2023-il-punto-della-settimana--57783201</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  In genere, il sostantivo “integralismo” viene abbinato all’aggettivo “religioso” per indicare le tante forme di oppressione sociale e culturale che, purtroppo, in nome di una determinata fede, vengono ancora oggi esercitate in svariate aree del Pianeta. Tuttavia, anche da parte di certi ambienti laici non vengono certo a mancare inaccettabili esempi di intolleranza e di discriminazione nei confronti di chi non condivide una certa visione delle cose del mondo: e spesso si tratta del frutto di atteggiamenti pregiudiziali che noi non esitiamo a definire “integralismo laico”.  Tutta questa premessa prima di soffermarci su un fatto - avvenuto recentemente in provincia di Oristano - che ci ha lasciati veramente desolati. E vi stiamo parlando del caso di un’insegnante di scuola primaria che – udite, udite! - è stata sospesa per 20 giorni per aver recitato alcune preghiere con gli alunni e aver fatto realizzare loro un mini rosario. La sospensione è scattata a fine marzo, ma l’episodio risale, invece, allo scorso mese di dicembre.  La docente si trovava in una classe per sostituire un collega assente e, vista la vicinanza del periodo natalizio, aveva pensato di esercitare la manualità dei bambini, chiedendo ad essi di mettere insieme alcune perline per farne un piccolo rosario a forma di braccialetto. Dopo di che, terminata la lezione, ha recitato insieme agli alunni due preghiere: il Padre nostro e l'Ave Maria. E’ bastato questo per scatenare la reazione di due famiglie che si sono rivolte al dirigente scolastico, affinché convocasse l’incauta maestra e ne ottenesse le scuse da rivolgere personalmente a quei genitori arsi dal fuoco laico. Cosa che è poi regolarmente avvenuta. Quando però tutta questa evitabilissima controversia sembrava ormai archiviata, è giunta a sorpresa la notifica che sospendeva dalle lezioni, per 20 giorni (e cioè fino al 16 aprile), la sfortunata insegnante, riducendole, inoltre, pure lo stipendio.  L’eco di quanto avvenuto in questa scuola elementare della Sardegna si è, inevitabilmente, propagato anche a livello politico con il presidente della Commissione Affari Sociali e Salute della Camera dei Deputati, Ugo Cappellacci, che, annunciando un’interrogazione al ministro della Pubblica Istruzione, ha parlato di un “caso grave di integralismo laico”.  A portare un po’ di chiarezza e di equilibrio nella questione è poi però arrivato – a nostro avviso opportunamente - anche l’intervento dell’Associazione nazionale dei presidi, che ha definito “eccessivo” il provvedimento disciplinare in esame, ma che, al tempo stesso, ha anche criticato come “inadeguata l’azione della maestra”, dal momento che la scuola è laica e non deve portare gli alunni a professare alcuna religione, qualunque essa sia. L’atto – sempre secondo l’Organizzazione dei dirigenti scolastici – andava, quindi, effettivamente contestato, anche se, comunque, non si giustifica assolutamente una sanzione di tale portata.  In sostanza, la morale di questa storia ai confini dell’assurdità, ci racconta che la laicità dello Stato - che noi, sia chiaro, pretendiamo in tutte le sue componenti (compresa quella scolastica) - si tutela anche con atteggiamenti che siano, appunto, “laici” ed in grado, cioè, di dare, in modo responsabile, la rilevanza che effettivamente possono avere ad un giochino manuale e a due distratte Ave Marie dette nella trepidante attesa che squilli la campanella del fine lezioni...]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_09-04-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sat, 08 Apr 2023 23:01:49 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783201/punto_settimana_09_04_2023_01_01.mp3" length="3269737" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  In genere, il sostantivo “integralismo” viene abbinato all’aggettivo “religioso” per indicare le tante forme di oppressione sociale e culturale che, purtroppo, in nome di una determinata fede, vengono ancora oggi esercitate...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  In genere, il sostantivo “integralismo” viene abbinato all’aggettivo “religioso” per indicare le tante forme di oppressione sociale e culturale che, purtroppo, in nome di una determinata fede, vengono ancora oggi esercitate in svariate aree del Pianeta. 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La docente si trovava in una classe per sostituire un collega assente e, vista la vicinanza del periodo natalizio, aveva pensato di esercitare la manualità dei bambini, chiedendo ad essi di mettere insieme alcune perline per farne un piccolo rosario a forma di braccialetto. Dopo di che, terminata la lezione, ha recitato insieme agli alunni due preghiere: il Padre nostro e l'Ave Maria. E’ bastato questo per scatenare la reazione di due famiglie che si sono rivolte al dirigente scolastico, affinché convocasse l’incauta maestra e ne ottenesse le scuse da rivolgere personalmente a quei genitori arsi dal fuoco laico. Cosa che è poi regolarmente avvenuta. Quando però tutta questa evitabilissima controversia sembrava ormai archiviata, è giunta a sorpresa la notifica che sospendeva dalle lezioni, per 20 giorni (e cioè fino al 16 aprile), la sfortunata insegnante, riducendole, inoltre, pure lo stipendio.  L’eco di quanto avvenuto in questa scuola elementare della Sardegna si è, inevitabilmente, propagato anche a livello politico con il presidente della Commissione Affari Sociali e Salute della Camera dei Deputati, Ugo Cappellacci, che, annunciando un’interrogazione al ministro della Pubblica Istruzione, ha parlato di un “caso grave di integralismo laico”.  A portare un po’ di chiarezza e di equilibrio nella questione è poi però arrivato – a nostro avviso opportunamente - anche l’intervento dell’Associazione nazionale dei presidi, che ha definito “eccessivo” il provvedimento disciplinare in esame, ma che, al tempo stesso, ha anche criticato come “inadeguata l’azione della maestra”, dal momento che la scuola è laica e non deve portare gli alunni a professare alcuna religione, qualunque essa sia. L’atto – sempre secondo l’Organizzazione dei dirigenti scolastici – andava, quindi, effettivamente contestato, anche se, comunque, non si giustifica assolutamente una sanzione di tale portata.  In sostanza, la morale di questa storia ai confini dell’assurdità, ci racconta che la laicità dello Stato - che noi, sia chiaro, pretendiamo in tutte le sue componenti (compresa quella scolastica) - si tutela anche con atteggiamenti che siano, appunto, “laici” ed in grado, cioè, di dare, in modo responsabile, la rilevanza che effettivamente possono avere ad un giochino manuale e a due distratte Ave Marie dette nella trepidante attesa che squilli la campanella del fine lezioni...]]></itunes:summary><itunes:duration>205</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d3533da243e6a79a5a8131ae6f55111.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sovranità Alimentare | 02/04/2023 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sovranita-alimentare-02-04-2023-il-punto-della-settimana--57783207</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il Consiglio dei Ministri, martedì scorso, ha adottato un testo di legge che mira ad impedire la produzione e l’importazione di cibi sintetici in Italia. Le motivazioni del provvedimento sono essenzialmente due: da un lato la tutela della salute e dall’altro la difesa del Made in Italy. Il Governo, così come del resto la premier Meloni aveva indicato già nel corso della sua campagna elettorale, è pertanto deciso a contrastare quel tipo di alimentazione di origine sintetica che pure in altri Paesi (tra i quali, soprattutto, gli Stati Uniti) risulta, invece, da alcuni anni, oggetto di studi approfonditi e di investimenti assai rilevanti. A preoccupare è principalmente la creazione di carni in laboratorio: pratica che ha già cominciato a fornire i suoi primi confortanti risultati e che, dopo aver ottenuto il nulla osta da parte della Food and Drug Administration americana, potrebbe adesso, da un momento all’altro, ricevere pure il placet dell’EFSA (l’Autorità per la Sicurezza Alimentare europea). Ecco perché l’esecutivo Meloni ha scelto di giocare d’anticipo vietando la circolazione di questi prodotti sintetici e prevedendo sanzioni pecuniarie molto elevate (fino al 10% del fatturato aziendale) per chi li importa o li produce. In questo modo, il ministro per la Sovranità Alimentare, Francesco Lollobrigida, ha potuto orgogliosamente proclamare che l’Italia era la prima Nazione “libera dal rischio di avere cibi sintetici”, salvaguardando così la salute dei suoi cittadini: anche se lo scopo fondamentale di questa normativa a noi sembra essere quello – ovviamente più che legittimo - di difendere la produzione agroalimentare Made in Italy, con particolare riferimento al comparto degli allevamenti di animali. E stiamo parlando di un settore (quello, appunto, delle carni e del latte) che dà lavoro complessivamente a 300mila addetti e genera annualmente un valore economico di circa 50 miliardi di euro: pari cioè al 25% dell’intero fatturato del nostro agroalimentare che, a sua volta, vale 200 miliardi e corrisponde al 2,5% del Pil italiano. Tuttavia, a voler essere pignoli, bisognerebbe anche suggerire al Ministro che, proprio nel settore della produzione delle carni, parlando di sovranità alimentare dell’Italia si rischia di dire qualcosa di inesatto, dal momento che – se si esclude l’avicoltura - in tutti gli altri rami produttivi si registra sovente una chiara dipendenza dalle importazioni estere. Ed a questo proposito, andando ad esaminare i dati pubblicati dall’ISMEA, si scopre subito che il nostro Paese esporta 147mila tonnellate di carne bovina, ma ne importa circa 374mila, dando luogo ad un saldo della bilancia commerciale che è tra i più negativi tra le filiere agricole, risultando nel 2021 in passivo di -2,48 milioni di euro.  Come hanno sottolineato alcune tra le principali Associazioni nel nostro comparto agroalimentare, la politica si trova attualmente a dover decidere su un fenomeno del tutto nuovo e socialmente delicato come quello del cibo sintetico che, per la prima volta nella storia dell’umanità, interrompe l’atavico rapporto tra alimentazione e agricoltura, relegando nel dimenticatoio sia gli allevatori, che i pescatori. Inoltre, sempre secondo gli operatori italiani, gli effetti di questi alimenti sulla salute dei consumatori non sarebbero ancora stati chiariti a sufficienza. E ad essere obbiettivi, chi può escludere, nella maniera più assoluta, l’eventuale presenza di qualche rischio per la nostra salute nella carne sintetica? Certamente esiste però, un rischio di altra natura, ma ben più concreto e ravvicinato: quello cioè rappresentato dalla crisi alimentare che, complice anche la guerra in seno all’Europa, potrebbe presto prevalere, inesorabilmente, su ogni altro tipo di considerazione protezionistica o commerciale, obbligandoci a domandarci se, ad esempio, sia veramente il caso di continuare a diffidare delle coltivazioni ogm, nonostante queste rivelino, normalmente, rese superiori ed a minor costo rispetto alle tradizionali. Il tutto, tra l’altro, in nome di un salutismo pregiudiziale che magari, per evitare un caso di irritazione cutanea su centomila, lascia irresponsabilmente morire di fame milioni di persone in ogni angolo del Pianeta.  Quanto poi alla carne ottenuta in laboratorio, sul piatto della bilancia si pone – almeno in una prospettiva di lungo termine - anche l’aspetto ecologico e morale legato alla fine degli allevamenti intensivi, dalla quale a trarre giovamento non sarebbero soltanto il benessere degli animali o i livelli di inquinamento atmosferico, ma anche la serenità di chi, pur essendo animato da una sensibilità animalista, stenta ancora a privarsi di una buona bistecca.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_02-04-2023_01-02.mp3</guid><pubDate>Sat, 01 Apr 2023 23:02:36 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783207/punto_settimana_02_04_2023_01_02.mp3" length="4451308" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Il Consiglio dei Ministri, martedì scorso, ha adottato un testo di legge che mira ad impedire la produzione e l’importazione di cibi sintetici in Italia. 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A preoccupare è principalmente la creazione di carni in laboratorio: pratica che ha già cominciato a fornire i suoi primi confortanti risultati e che, dopo aver ottenuto il nulla osta da parte della Food and Drug Administration americana, potrebbe adesso, da un momento all’altro, ricevere pure il placet dell’EFSA (l’Autorità per la Sicurezza Alimentare europea). Ecco perché l’esecutivo Meloni ha scelto di giocare d’anticipo vietando la circolazione di questi prodotti sintetici e prevedendo sanzioni pecuniarie molto elevate (fino al 10% del fatturato aziendale) per chi li importa o li produce. In questo modo, il ministro per la Sovranità Alimentare, Francesco Lollobrigida, ha potuto orgogliosamente proclamare che l’Italia era la prima Nazione “libera dal rischio di avere cibi sintetici”, salvaguardando così la salute dei suoi cittadini: anche se lo scopo fondamentale di questa normativa a noi sembra essere quello – ovviamente più che legittimo - di difendere la produzione agroalimentare Made in Italy, con particolare riferimento al comparto degli allevamenti di animali. E stiamo parlando di un settore (quello, appunto, delle carni e del latte) che dà lavoro complessivamente a 300mila addetti e genera annualmente un valore economico di circa 50 miliardi di euro: pari cioè al 25% dell’intero fatturato del nostro agroalimentare che, a sua volta, vale 200 miliardi e corrisponde al 2,5% del Pil italiano. Tuttavia, a voler essere pignoli, bisognerebbe anche suggerire al Ministro che, proprio nel settore della produzione delle carni, parlando di sovranità alimentare dell’Italia si rischia di dire qualcosa di inesatto, dal momento che – se si esclude l’avicoltura - in tutti gli altri rami produttivi si registra sovente una chiara dipendenza dalle importazioni estere. Ed a questo proposito, andando ad esaminare i dati pubblicati dall’ISMEA, si scopre subito che il nostro Paese esporta 147mila tonnellate di carne bovina, ma ne importa circa 374mila, dando luogo ad un saldo della bilancia commerciale che è tra i più negativi tra le filiere agricole, risultando nel 2021 in passivo di -2,48 milioni di euro.  Come hanno sottolineato alcune tra le principali Associazioni nel nostro comparto agroalimentare, la politica si trova attualmente a dover decidere su un fenomeno del tutto nuovo e socialmente delicato come quello del cibo sintetico che, per la prima volta nella storia dell’umanità, interrompe l’atavico rapporto tra alimentazione e agricoltura, relegando nel dimenticatoio sia gli allevatori, che i pescatori. Inoltre, sempre secondo gli operatori italiani, gli effetti di questi alimenti sulla salute dei consumatori non sarebbero ancora stati chiariti a sufficienza. E ad essere obbiettivi, chi può escludere, nella maniera più assoluta, l’eventuale presenza di qualche rischio per la nostra salute nella carne sintetica? Certamente esiste però, un rischio di altra natura, ma ben più concreto e ravvicinato: quello cioè rappresentato dalla crisi alimentare che, complice anche la guerra in seno all’Europa, potrebbe presto prevalere, inesorabilmente, su ogni altro tipo di considerazione protezionistica o commerciale, obbligandoci a domandarci se, ad esempio, sia veramente il caso di continuare a diffidare delle coltivazioni ogm, nonostante queste rivelino, normalmente, rese superiori...]]></itunes:summary><itunes:duration>279</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/85b7696aad0297ef7d54c32f25ee8ed6.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Europa, Italia e nucleare | 26/03/2023 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/europa-italia-e-nucleare-26-03-2023-il-punto-della-settimana--57783209</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  In questo periodo, si sta delineando, tra dodici Stati europei, una proficua alleanza destinata ad operare nel campo del nucleare civile e finalizzata allo sviluppo numerico e qualitativo delle loro dotazioni di centrali. Si tratta, in sostanza, di attivare un meccanismo di collaborazione che consenta di coniugare le esperienze maturate da tutti i Paesi che aderiscono all’iniziativa, al fine di potenziare e perfezionare sempre di più la tecnologia in questione. Ed a questo proposito, sono ventinove le centrali che, nel prossimo futuro, saranno aperte nel Vecchio Continente e che andranno ad affiancarsi alle oltre cento che sono già attualmente in funzione. Alcune di queste avranno bisogno di interventi di modernizzazione che permetteranno loro di prolungare ancora nel tempo la loro esistenza: e non a caso, la Francia – tanto per fare un esempio - è, al momento, impegnata in uno sforzo di aggiornamento degli impianti nucleari di cui già dispone, oltre ad aver investito nella realizzazione del progetto di un innovativo reattore europeo, da inquadrare nella categoria dei cosiddetti “small modular reactors”. Categoria che rappresenta una rivoluzionaria e grande opportunità sulla strada che porta ad integrare il nucleare con le energie rinnovabili, rendendolo in tal modo complementare a queste ultime.  Di conseguenza, anche a voler essere eccessivamente pessimisti e sostenere che il nucleare di quarta generazione ( quello cioè che eliminerà il problema delle scorie) sia ancora di là da venire, resta pur sempre il fatto che, a livello europeo, sta prendendo consistenza uno scenario di crescita tecnologica, economica e persino occupazionale dal quale, per il nostro Paese, sarebbe un grave errore restare fuori. E non a caso, i nostri principali Gruppi del comparto energetico – dall’Eni, all’Enel o all’Ansaldo – sono particolarmente attenti a tutto quello che si muove in questo settore della ricerca.  È auspicabile ( ma si dice che sia andata proprio così) che il recentissimo scambio di vedute, avvenuto tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni, abbia contemplato anche il tema dell’energia nucleare. Da molti anni, in Italia, si parla di nucleare e di approvvigionamento energetico lasciandosi guidare più da pregiudizi ideologici e disinformati, che da ragionamenti scientifici e concreti. Pertanto, giunti a questo punto, ci sembra siano ormai maturate le condizioni oggettive affinché la politica nazionale cominci ad orientarsi seriamente verso scelte attuative che siano davvero in grado di valorizzare l’eccellenza di quella professionalità che, quando si parla di nucleare, ha da sempre contraddistinto la nostra industria ed i nostri centri di ricerca.  Se poi diamo uno sguardo attento a ciò che succede fuori di casa nostra, non potremo che prendere atto del fatto che mentre la Francia, grazie al nucleare, riesce ad essere il Paese maggiormente in regola con gli obiettivi climatici europei (oltreché meno dipendente dalle importazioni di gas e petrolio), la Germania che, invece, di nucleare non vuole neanche sentirne più parlare, continua ad essere l’economia più inquinante del Continente e quella che maggiormente dipende dalle energie fossili.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_26-03-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sun, 26 Mar 2023 00:01:12 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783209/punto_settimana_26_03_2023_01_01.mp3" length="3187399" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  In questo periodo, si sta delineando, tra dodici Stati europei, una proficua alleanza destinata ad operare nel campo del nucleare civile e finalizzata allo sviluppo numerico e qualitativo delle loro dotazioni di centrali. 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Alcune di queste avranno bisogno di interventi di modernizzazione che permetteranno loro di prolungare ancora nel tempo la loro esistenza: e non a caso, la Francia – tanto per fare un esempio - è, al momento, impegnata in uno sforzo di aggiornamento degli impianti nucleari di cui già dispone, oltre ad aver investito nella realizzazione del progetto di un innovativo reattore europeo, da inquadrare nella categoria dei cosiddetti “small modular reactors”. Categoria che rappresenta una rivoluzionaria e grande opportunità sulla strada che porta ad integrare il nucleare con le energie rinnovabili, rendendolo in tal modo complementare a queste ultime.  Di conseguenza, anche a voler essere eccessivamente pessimisti e sostenere che il nucleare di quarta generazione ( quello cioè che eliminerà il problema delle scorie) sia ancora di là da venire, resta pur sempre il fatto che, a livello europeo, sta prendendo consistenza uno scenario di crescita tecnologica, economica e persino occupazionale dal quale, per il nostro Paese, sarebbe un grave errore restare fuori. E non a caso, i nostri principali Gruppi del comparto energetico – dall’Eni, all’Enel o all’Ansaldo – sono particolarmente attenti a tutto quello che si muove in questo settore della ricerca.  È auspicabile ( ma si dice che sia andata proprio così) che il recentissimo scambio di vedute, avvenuto tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni, abbia contemplato anche il tema dell’energia nucleare. Da molti anni, in Italia, si parla di nucleare e di approvvigionamento energetico lasciandosi guidare più da pregiudizi ideologici e disinformati, che da ragionamenti scientifici e concreti. Pertanto, giunti a questo punto, ci sembra siano ormai maturate le condizioni oggettive affinché la politica nazionale cominci ad orientarsi seriamente verso scelte attuative che siano davvero in grado di valorizzare l’eccellenza di quella professionalità che, quando si parla di nucleare, ha da sempre contraddistinto la nostra industria ed i nostri centri di ricerca.  Se poi diamo uno sguardo attento a ciò che succede fuori di casa nostra, non potremo che prendere atto del fatto che mentre la Francia, grazie al nucleare, riesce ad essere il Paese maggiormente in regola con gli obiettivi climatici europei (oltreché meno dipendente dalle importazioni di gas e petrolio), la Germania che, invece, di nucleare non vuole neanche sentirne più parlare, continua ad essere l’economia più inquinante del Continente e quella che maggiormente dipende dalle energie fossili.]]></itunes:summary><itunes:duration>200</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/505e58d690260f1a53abe772209bbcc6.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L’animalismo soltanto apparente del Parlamento spagnolo | 19/03/2023 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-animalismo-soltanto-apparente-del-parlamento-spagnolo-19-03-2023-il-punto-della-settimana--57783235</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il Congresso dei deputati spagnolo ha approvato una nuova legge dedicata al benessere animale ed al contrasto al triste fenomeno del randagismo, prevedendo divieti e sanzioni che vanno indubbiamente nella direzione da molti di noi auspicata. Ad esempio, la pena pecuniaria fissata per il reato di abbandono sale fino ad un tetto massimo di cinquantamila euro, viene istituita una anagrafe completa degli animali domestici, così come diventa obbligatorio il microchip per il quattro zampe di casa. Inoltre, vengono vietate sia la vendita di animali nei negozi o nelle fiere, che il loro utilizzo in spettacoli che possano arrecare danni fisici o psicologici. Dovrebbe, quindi, finalmente chiudere i battenti la folle (ma radicata) tradizione dei crudeli combattimenti tra galli, che verrà sanzionata con una multa che potrà raggiungere anche i 200.000 euro.  Fin qui, dunque, tutto bene e pensiamo, anzi, che il Parlamento di Madrid abbia ottimamente operato. Tuttavia, il discorso cambia sensibilmente se andiamo ad analizzare certe lacune che la normativa appena varata lascia inaccettabilmente scoperte. Sì perché, come confermato dal testo - che non a caso è stato subito contestato dalle associazioni animaliste - la legge in questione si dimentica del tutto dell’allucinante destino che, in Spagna, viene ogni anno riservato a decine di migliaia di cani da caccia, ritenuti dai loro proprietari non più adeguatamente idonei per le attività venatorie. E stiamo parlando, essenzialmente, dei “galgos”, i tipici levrieri spagnoli che, alla fine della stagione di caccia, vengono spietatamente soppressi - da chi li considera né più, né meno che una cartuccia ormai sparata – attraverso rituali che comportano indicibili sofferenze. Si va dalla lapidazione all’annegamento oppure al rogo: il tutto non mancando mai di legare un bastone in bocca agli sventurati levrieri, affinché non possano abbaiare ed urlare al mondo la loro ultima disperazione mentre subiscono simili torture. Sembra impossibile, ma questa sorte raccapricciante viene riservata, tutti gli anni, ad almeno cinquantamila cani spagnoli.  Nei giorni scorsi, per protestare contro questa grave “dimenticanza” da parte del legislatore iberico, l’associazione Animal Rescue Espana ha deposto, proprio di fronte all’ingresso del Parlamento, la carcassa di un galgo, volendo con ciò simboleggiare “ le migliaia di cani da caccia umiliati, maltrattati, abbandonati e uccisi dai cacciatori”. Purtroppo però, sembra piuttosto difficile parlare di sbadataggine o, appunto, di “dimenticanza”, dal momento che prima della definitiva approvazione della norma, si era fatta sentire molto alta anche la voce dei cacciatori che, scesi in massa nelle piazze principali del Paese, avevano preteso l’esclusione dei loro segugi dalla sfera di competenze della nuova legge. E la Real Federacion Espanola de Caza, non si può certo dire che, sul piano politico, sia poca cosa, visto che può contare su una base di 337mila iscritti, che, in larga misura, significano anche 337mila famiglie di elettori...Numeri, questi, che evidentemente devono aver inciso non poco sulle decisioni dei parlamentari.  E la corrida? Qualcuno di voi, probabilmente, se lo domanderà... Nessun pericolo, anche lei in Spagna non esiste.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_19-03-2023_01-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 19 Mar 2023 00:00:56 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783235/punto_settimana_19_03_2023_01_00.mp3" length="3286038" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Il Congresso dei deputati spagnolo ha approvato una nuova legge dedicata al benessere animale ed al contrasto al triste fenomeno del randagismo, prevedendo divieti e sanzioni che vanno indubbiamente nella direzione da molti...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il Congresso dei deputati spagnolo ha approvato una nuova legge dedicata al benessere animale ed al contrasto al triste fenomeno del randagismo, prevedendo divieti e sanzioni che vanno indubbiamente nella direzione da molti di noi auspicata. Ad esempio, la pena pecuniaria fissata per il reato di abbandono sale fino ad un tetto massimo di cinquantamila euro, viene istituita una anagrafe completa degli animali domestici, così come diventa obbligatorio il microchip per il quattro zampe di casa. Inoltre, vengono vietate sia la vendita di animali nei negozi o nelle fiere, che il loro utilizzo in spettacoli che possano arrecare danni fisici o psicologici. Dovrebbe, quindi, finalmente chiudere i battenti la folle (ma radicata) tradizione dei crudeli combattimenti tra galli, che verrà sanzionata con una multa che potrà raggiungere anche i 200.000 euro.  Fin qui, dunque, tutto bene e pensiamo, anzi, che il Parlamento di Madrid abbia ottimamente operato. Tuttavia, il discorso cambia sensibilmente se andiamo ad analizzare certe lacune che la normativa appena varata lascia inaccettabilmente scoperte. Sì perché, come confermato dal testo - che non a caso è stato subito contestato dalle associazioni animaliste - la legge in questione si dimentica del tutto dell’allucinante destino che, in Spagna, viene ogni anno riservato a decine di migliaia di cani da caccia, ritenuti dai loro proprietari non più adeguatamente idonei per le attività venatorie. E stiamo parlando, essenzialmente, dei “galgos”, i tipici levrieri spagnoli che, alla fine della stagione di caccia, vengono spietatamente soppressi - da chi li considera né più, né meno che una cartuccia ormai sparata – attraverso rituali che comportano indicibili sofferenze. Si va dalla lapidazione all’annegamento oppure al rogo: il tutto non mancando mai di legare un bastone in bocca agli sventurati levrieri, affinché non possano abbaiare ed urlare al mondo la loro ultima disperazione mentre subiscono simili torture. Sembra impossibile, ma questa sorte raccapricciante viene riservata, tutti gli anni, ad almeno cinquantamila cani spagnoli.  Nei giorni scorsi, per protestare contro questa grave “dimenticanza” da parte del legislatore iberico, l’associazione Animal Rescue Espana ha deposto, proprio di fronte all’ingresso del Parlamento, la carcassa di un galgo, volendo con ciò simboleggiare “ le migliaia di cani da caccia umiliati, maltrattati, abbandonati e uccisi dai cacciatori”. Purtroppo però, sembra piuttosto difficile parlare di sbadataggine o, appunto, di “dimenticanza”, dal momento che prima della definitiva approvazione della norma, si era fatta sentire molto alta anche la voce dei cacciatori che, scesi in massa nelle piazze principali del Paese, avevano preteso l’esclusione dei loro segugi dalla sfera di competenze della nuova legge. E la Real Federacion Espanola de Caza, non si può certo dire che, sul piano politico, sia poca cosa, visto che può contare su una base di 337mila iscritti, che, in larga misura, significano anche 337mila famiglie di elettori...Numeri, questi, che evidentemente devono aver inciso non poco sulle decisioni dei parlamentari.  E la corrida? Qualcuno di voi, probabilmente, se lo domanderà... Nessun pericolo, anche lei in Spagna non esiste.]]></itunes:summary><itunes:duration>206</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/15e3ad9bc7fadabf2376059e972d28ff.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Un approccio post – ideologico | 12/03/2023 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/un-approccio-post-ideologico-12-03-2023-il-punto-della-settimana--57783184</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  È annunciata, per venerdì 17 marzo, la presenza di Giorgia Meloni al Congresso nazionale della CGIL, che quest’anno si tiene a Rimini. Tema centrale del dibattito sarà ”Il lavoro crea futuro”.  Il fatto ha destato una certa sorpresa tra gli stessi organizzatori della manifestazione, dal momento che si tratta del primo capo di un governo di Centro Destra (anzi, in questo caso, di Destra e basta) ad intervenire ad un congresso del Sindacato tradizionalmente più schierato a Sinistra. E stiamo parlando di una partecipazione in merito alla quale lo stesso leader della CGIL, Maurizio Landini, non nasconde un certo compiacimento, giudicandola un segno di “rispetto e riconoscimento” nei riguardi di una componente sindacale che, oltre a rappresentare milioni di persone, può anche vantare una storia che risale addirittura al 1906. D’altra parte, Landini ci tiene anche a sottolineare l’atteggiamento pragmatico (e mai pregiudizialmente ostile) avuto sempre, dal suo Sindacato, nei confronti di tutti gli esecutivi che si sono succeduti negli ultimi anni, a prescindere dalle affinità o dalle divergenze politiche che potessero accomunare o allontanare. Comunque, la CGIL non ha mai mancato di invitare ai suoi congressi tutti i presidenti del Consiglio che al momento erano in carica: però, se la memoria non ci inganna, per rivedere qualche immagine di un capo del Governo che parla ai congressisti di questo Sindacato, bisogna risalire agli anni di Spadolini (1981), di Craxi (1986) e di Prodi (1996).  Giorgia Meloni sta, quindi cercando, con ogni probabilità, di superare quella sorta di muro di incomunicabilità che aveva segnato i rapporti tra gli esecutivi di Destra del passato ed il maggiore sindacato italiano: basti ripensare a quando Silvio Berlusconi ebbe a definire la CGIL come la “fabbrica dell’odio”. Ma forse, per interpretare più correttamente questo atteggiamento di maggiore attenzione verso l’universo sindacale che distingue la Meloni dal suo ormai anziano predecessore, è opportuno ricordare che la formazione politico – culturale della nostra premier è quella tipica della destra sociale, così distante dal liberismo che ha, invece, sempre ispirato gli obbiettivi e le strategie del Cavaliere di Arcore. Pertanto, pensiamo che la fondatrice di Fratelli d’Italia si avvicini adesso alla kermesse di Rimini con l’intenzione di lanciare un messaggio di prudente apertura diretto a quella parte del mondo del lavoro che si riconosce nelle posizioni di Landini. Quel Landini che – cosa che non deve essere sfuggita a Palazzo Chigi - pur avendo, in questi mesi, sistematicamente criticato la politica economica dell’attuale Governo ha, tuttavia, sempre evitato di esasperare i toni del confronto: ad esempio, non ha mai indetto uno sciopero generale...]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_12-03-2023_01-22.mp3</guid><pubDate>Sun, 12 Mar 2023 00:22:45 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783184/punto_settimana_12_03_2023_01_22.mp3" length="2887723" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  È annunciata, per venerdì 17 marzo, la presenza di Giorgia Meloni al Congresso nazionale della CGIL, che quest’anno si tiene a Rimini. Tema centrale del dibattito sarà ”Il lavoro crea futuro”.  Il fatto ha destato una certa...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  È annunciata, per venerdì 17 marzo, la presenza di Giorgia Meloni al Congresso nazionale della CGIL, che quest’anno si tiene a Rimini. Tema centrale del dibattito sarà ”Il lavoro crea futuro”.  Il fatto ha destato una certa sorpresa tra gli stessi organizzatori della manifestazione, dal momento che si tratta del primo capo di un governo di Centro Destra (anzi, in questo caso, di Destra e basta) ad intervenire ad un congresso del Sindacato tradizionalmente più schierato a Sinistra. E stiamo parlando di una partecipazione in merito alla quale lo stesso leader della CGIL, Maurizio Landini, non nasconde un certo compiacimento, giudicandola un segno di “rispetto e riconoscimento” nei riguardi di una componente sindacale che, oltre a rappresentare milioni di persone, può anche vantare una storia che risale addirittura al 1906. D’altra parte, Landini ci tiene anche a sottolineare l’atteggiamento pragmatico (e mai pregiudizialmente ostile) avuto sempre, dal suo Sindacato, nei confronti di tutti gli esecutivi che si sono succeduti negli ultimi anni, a prescindere dalle affinità o dalle divergenze politiche che potessero accomunare o allontanare. Comunque, la CGIL non ha mai mancato di invitare ai suoi congressi tutti i presidenti del Consiglio che al momento erano in carica: però, se la memoria non ci inganna, per rivedere qualche immagine di un capo del Governo che parla ai congressisti di questo Sindacato, bisogna risalire agli anni di Spadolini (1981), di Craxi (1986) e di Prodi (1996).  Giorgia Meloni sta, quindi cercando, con ogni probabilità, di superare quella sorta di muro di incomunicabilità che aveva segnato i rapporti tra gli esecutivi di Destra del passato ed il maggiore sindacato italiano: basti ripensare a quando Silvio Berlusconi ebbe a definire la CGIL come la “fabbrica dell’odio”. Ma forse, per interpretare più correttamente questo atteggiamento di maggiore attenzione verso l’universo sindacale che distingue la Meloni dal suo ormai anziano predecessore, è opportuno ricordare che la formazione politico – culturale della nostra premier è quella tipica della destra sociale, così distante dal liberismo che ha, invece, sempre ispirato gli obbiettivi e le strategie del Cavaliere di Arcore. Pertanto, pensiamo che la fondatrice di Fratelli d’Italia si avvicini adesso alla kermesse di Rimini con l’intenzione di lanciare un messaggio di prudente apertura diretto a quella parte del mondo del lavoro che si riconosce nelle posizioni di Landini. Quel Landini che – cosa che non deve essere sfuggita a Palazzo Chigi - pur avendo, in questi mesi, sistematicamente criticato la politica economica dell’attuale Governo ha, tuttavia, sempre evitato di esasperare i toni del confronto: ad esempio, non ha mai indetto uno sciopero generale...]]></itunes:summary><itunes:duration>181</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/5041ae8c14b47d1696dbdf367fc59f91.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Pacifismo (a senso unico) di casa nostra | 05/03/2023 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/pacifismo-a-senso-unico-di-casa-nostra-05-03-2023-il-punto-della-settimana--57783192</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il nostro Paese, a dispetto dell’atteggiamento assunto dai due governi che si sono succeduti nell’ultimo anno (che, in verità, non hanno mai mostrato alcun segno di cedimento rispetto alla linea della fermezza tracciata dalla NATO sulla questione ucraina), registra invece – almeno stando ai sondaggi - un’opinione pubblica che in maggioranza è contraria all’invio di armi a sostegno della resistenza che il popolo guidato da Zelensky sta opponendo all’invasore russo. E stiamo, comunque, parlando di una componente della cittadinanza italiana che, oltre ad essere numericamente assai rilevante, risulta però anche sensibilmente disomogenea su quello che è il piano degli schieramenti politici. C’è, infatti, un’area di individui che pensano che la cosa non ci riguardi e che, sostanzialmente, sarebbe meglio cominciare a dedicarci esclusivamente agli affari nostri, dopo aver pagato già a sufficienza il prezzo del nostro aiuto a Kiev negli ultimi mesi. Si tratta di una posizione che, al di là di ogni eventuale giudizio di merito, ci appare piuttosto ingenua perché non prende minimamente in considerazione il fatto che il benessere economico di cui gode oggi l’Italia non può assolutamente prescindere da quella che è la sua attuale collocazione internazionale. E questa è la fascia di elettorato nazionale alla quale ammiccano, prevalentemente, sia alcuni esponenti della Lega, che – a livello più personale - Silvio Berlusconi.  Poi però, a fianco di questa fetta dell’opinione pubblica politicamente orientata verso il Centro Destra, ne è presente anche un’altra – immaginiamo più ampia – che affonda le sue radici nell’atavico pregiudizio anti occidentale che tuttora alberga presso settori tutt’altro che irrilevanti della Sinistra e del mondo cattolico. E stiamo parlando di riflessi condizionati che spingono ancora oggi molti nostri connazionali a schierarsi, sempre e comunque, dalla parte di Mosca, da essi percepita con una profonda nostalgia per quell’Unione Sovietica che – a parer loro – rappresentava il più importante baluardo di opposizione all’imperialismo americano.  Nei fatti, queste correnti di pensiero, pur non rendendosene magari neanche pienamente conto, finiscono per non operare alcuna distinzione tra le ragioni di chi aggredisce e quelle di chi reagisce, dimenticando che esistono armi usate per bombardare pure i bambini ed altre che servono, invece, ad impedire che ciò avvenga. In altre parole, gli sventurati Ucraini sarebbero vittime, al tempo stesso, sia di Putin, che di Biden...sia dei sogni di ricostituzione della potenza zarista, che dell’Unione Europea…  Non ci resta, pertanto, che concludere il nostro consueto appuntamento domenicale ponendoci una domanda: che cosa sarebbe successo se, ottant’anni fa, le generazioni che ci hanno preceduto avessero rifiutato l’invio di armi da parte degli Alleati e provato ad andare contro i panzer di Hitler armate solamente di fucili da caccia o di archi e frecce? Probabilmente, tutta Europa marcerebbe ancora al “passo dell’oca”.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_05-03-2023_01-01.mp3</guid><pubDate>Sun, 05 Mar 2023 00:01:33 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783192/punto_settimana_05_03_2023_01_01.mp3" length="3105479" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Il nostro Paese, a dispetto dell’atteggiamento assunto dai due governi che si sono succeduti nell’ultimo anno (che, in verità, non hanno mai mostrato alcun segno di cedimento rispetto alla linea della fermezza tracciata...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il nostro Paese, a dispetto dell’atteggiamento assunto dai due governi che si sono succeduti nell’ultimo anno (che, in verità, non hanno mai mostrato alcun segno di cedimento rispetto alla linea della fermezza tracciata dalla NATO sulla questione ucraina), registra invece – almeno stando ai sondaggi - un’opinione pubblica che in maggioranza è contraria all’invio di armi a sostegno della resistenza che il popolo guidato da Zelensky sta opponendo all’invasore russo. E stiamo, comunque, parlando di una componente della cittadinanza italiana che, oltre ad essere numericamente assai rilevante, risulta però anche sensibilmente disomogenea su quello che è il piano degli schieramenti politici. C’è, infatti, un’area di individui che pensano che la cosa non ci riguardi e che, sostanzialmente, sarebbe meglio cominciare a dedicarci esclusivamente agli affari nostri, dopo aver pagato già a sufficienza il prezzo del nostro aiuto a Kiev negli ultimi mesi. Si tratta di una posizione che, al di là di ogni eventuale giudizio di merito, ci appare piuttosto ingenua perché non prende minimamente in considerazione il fatto che il benessere economico di cui gode oggi l’Italia non può assolutamente prescindere da quella che è la sua attuale collocazione internazionale. E questa è la fascia di elettorato nazionale alla quale ammiccano, prevalentemente, sia alcuni esponenti della Lega, che – a livello più personale - Silvio Berlusconi.  Poi però, a fianco di questa fetta dell’opinione pubblica politicamente orientata verso il Centro Destra, ne è presente anche un’altra – immaginiamo più ampia – che affonda le sue radici nell’atavico pregiudizio anti occidentale che tuttora alberga presso settori tutt’altro che irrilevanti della Sinistra e del mondo cattolico. E stiamo parlando di riflessi condizionati che spingono ancora oggi molti nostri connazionali a schierarsi, sempre e comunque, dalla parte di Mosca, da essi percepita con una profonda nostalgia per quell’Unione Sovietica che – a parer loro – rappresentava il più importante baluardo di opposizione all’imperialismo americano.  Nei fatti, queste correnti di pensiero, pur non rendendosene magari neanche pienamente conto, finiscono per non operare alcuna distinzione tra le ragioni di chi aggredisce e quelle di chi reagisce, dimenticando che esistono armi usate per bombardare pure i bambini ed altre che servono, invece, ad impedire che ciò avvenga. In altre parole, gli sventurati Ucraini sarebbero vittime, al tempo stesso, sia di Putin, che di Biden...sia dei sogni di ricostituzione della potenza zarista, che dell’Unione Europea…  Non ci resta, pertanto, che concludere il nostro consueto appuntamento domenicale ponendoci una domanda: che cosa sarebbe successo se, ottant’anni fa, le generazioni che ci hanno preceduto avessero rifiutato l’invio di armi da parte degli Alleati e provato ad andare contro i panzer di Hitler armate solamente di fucili da caccia o di archi e frecce? Probabilmente, tutta Europa marcerebbe ancora al “passo dell’oca”.]]></itunes:summary><itunes:duration>195</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/15bf9ae0bbc215404a085b6aded8dbaf.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Europa: non si vive di solo Green Deal | 26/02/2023 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/europa-non-si-vive-di-solo-green-deal-26-02-2023-il-punto-della-settimana--57783193</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il conflitto in Ucraina ha senza dubbio rappresentato una sveglia particolarmente squillante per i Paesi dell’Unione Europea, presentando loro una nuova realtà, fondata su equilibri purtroppo ben distanti da quelli agiati e sereni sui quali si erano abituati a vivere.  Fino alla data cruciale del 24 febbraio scorso, i cittadini europei, forti delle loro ormai profondamente radicate tradizioni democratiche, si erano, infatti, illusi di poter costituire un modello di riferimento per tutto il resto del mondo in quanto ad organizzazione sociale e di essere, inoltre, ormai in grado indicare a tutto il Pianeta – grazie al tanto strombazzato Green Deal - quale sia la strada più rapida ed efficiente da percorrere verso la transizione ecologica.  Se osserviamo la risposta che il nostro Continente è stato capace di dare alla pandemia e la fermezza unitaria con la quale ha mantenuto (almeno fino ad ora) le sue posizioni di sostegno -sia militare, che economico - all’Ucraina, non possiamo che esprimere il nostro compiacimento per la compattezza mostrata da pressoché tutte le capitali europee. Specialmente se consideriamo pure il fatto che gran parte delle conseguenze economiche negative portate dalla guerra hanno finito per gravare proprio sulle spalle dei cittadini europei. Tuttavia, se proviamo ad ipotizzare quali potranno essere il ruolo politico ed il peso economico globali dell’Unione Europea in un prossimo futuro, è difficile non profetizzare una pericolosa perdita di terreno, soprattutto nei confronti delle super potenze di Washington e di Pechino.  L’impressione che abbiamo è quella che, mentre altre economie - di cui, in realtà, potremmo tranquillamente essere competitors - si stanno impegnando alla grande sui temi dell’innovazione tecnologica e della crescita industriale, Bruxelles stia, invece, concentrando le sue attenzioni prevalentemente sulla lotta al cambiamento climatico e sull’elettrificazione che ne discende direttamente: quasi fossero gli unici problemi veramente seri da affrontare. Ed a questo proposito, esattamente sette giorni fa, l’ex presidente di Confindustria, Antonio D’Amato, si è domandato come si possa, dinanzi all’enorme sviluppo industriale di Stati Uniti e Cina, trattare le produzioni manifatturiere europee come se fossero cosa ormai obsoleta, senza chiarire da dove, in un’eventuale alternativa, potrebbero scaturire il benessere e la ricchezza delle generazioni future. Non è qui il caso di soffermarci sui danni socio - economici che il precipitoso stop alla produzione di veicoli a combustione interna nel 2035 rischia di arrecare alla componentistica italiana, ma riteniamo che la discutibile scelta del Parlamento di Strasburgo sia tipica di un certo modo di procedere poco pragmatico. Naturalmente, nessuno si sogna di sottovalutare l’importanza strategica di un piano come il Green Deal e tantomeno di ridimensionarne gli obbiettivi finali: però, per citare D’Amato, da troppi anni l’Europa “ha smarrito la strada della competitività, continuando ad inseguire una visione demagogica e populista che porta alla sostanziale deindustrializzazione del nostro Continente”. Occorre, pertanto - aggiungiamo noi - che qualcuno faccia capire a Bruxelles che anche la transizione energetica richiede, a sua volta, la presenza delle imprese e della loro capacità di innovazione: a meno che l’intenzione non sia quella di tornare ai livelli di ricchezza e di benessere che caratterizzavano le società pre - industriali.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_26-02-2023_01-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 26 Feb 2023 00:00:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783193/punto_settimana_26_02_2023_01_00.mp3" length="3424382" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Il conflitto in Ucraina ha senza dubbio rappresentato una sveglia particolarmente squillante per i Paesi dell’Unione Europea, presentando loro una nuova realtà, fondata su equilibri purtroppo ben distanti da quelli agiati e...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il conflitto in Ucraina ha senza dubbio rappresentato una sveglia particolarmente squillante per i Paesi dell’Unione Europea, presentando loro una nuova realtà, fondata su equilibri purtroppo ben distanti da quelli agiati e sereni sui quali si erano abituati a vivere.  Fino alla data cruciale del 24 febbraio scorso, i cittadini europei, forti delle loro ormai profondamente radicate tradizioni democratiche, si erano, infatti, illusi di poter costituire un modello di riferimento per tutto il resto del mondo in quanto ad organizzazione sociale e di essere, inoltre, ormai in grado indicare a tutto il Pianeta – grazie al tanto strombazzato Green Deal - quale sia la strada più rapida ed efficiente da percorrere verso la transizione ecologica.  Se osserviamo la risposta che il nostro Continente è stato capace di dare alla pandemia e la fermezza unitaria con la quale ha mantenuto (almeno fino ad ora) le sue posizioni di sostegno -sia militare, che economico - all’Ucraina, non possiamo che esprimere il nostro compiacimento per la compattezza mostrata da pressoché tutte le capitali europee. Specialmente se consideriamo pure il fatto che gran parte delle conseguenze economiche negative portate dalla guerra hanno finito per gravare proprio sulle spalle dei cittadini europei. Tuttavia, se proviamo ad ipotizzare quali potranno essere il ruolo politico ed il peso economico globali dell’Unione Europea in un prossimo futuro, è difficile non profetizzare una pericolosa perdita di terreno, soprattutto nei confronti delle super potenze di Washington e di Pechino.  L’impressione che abbiamo è quella che, mentre altre economie - di cui, in realtà, potremmo tranquillamente essere competitors - si stanno impegnando alla grande sui temi dell’innovazione tecnologica e della crescita industriale, Bruxelles stia, invece, concentrando le sue attenzioni prevalentemente sulla lotta al cambiamento climatico e sull’elettrificazione che ne discende direttamente: quasi fossero gli unici problemi veramente seri da affrontare. Ed a questo proposito, esattamente sette giorni fa, l’ex presidente di Confindustria, Antonio D’Amato, si è domandato come si possa, dinanzi all’enorme sviluppo industriale di Stati Uniti e Cina, trattare le produzioni manifatturiere europee come se fossero cosa ormai obsoleta, senza chiarire da dove, in un’eventuale alternativa, potrebbero scaturire il benessere e la ricchezza delle generazioni future. Non è qui il caso di soffermarci sui danni socio - economici che il precipitoso stop alla produzione di veicoli a combustione interna nel 2035 rischia di arrecare alla componentistica italiana, ma riteniamo che la discutibile scelta del Parlamento di Strasburgo sia tipica di un certo modo di procedere poco pragmatico. Naturalmente, nessuno si sogna di sottovalutare l’importanza strategica di un piano come il Green Deal e tantomeno di ridimensionarne gli obbiettivi finali: però, per citare D’Amato, da troppi anni l’Europa “ha smarrito la strada della competitività, continuando ad inseguire una visione demagogica e populista che porta alla sostanziale deindustrializzazione del nostro Continente”. Occorre, pertanto - aggiungiamo noi - che qualcuno faccia capire a Bruxelles che anche la transizione energetica richiede, a sua volta, la presenza delle imprese e della loro capacità di innovazione: a meno che l’intenzione non sia quella di tornare ai livelli di ricchezza e di benessere che caratterizzavano le società pre - industriali.]]></itunes:summary><itunes:duration>214</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/690652e08ada5c8d6ffbedefc5b62218.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Superbonus | 19/02/2023 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/superbonus-19-02-2023-il-punto-della-settimana--57783190</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Anche questa volta, a finire nel mirino del Governo è un altro dei provvedimenti simbolo che vennero presi dagli esecutivi a trazione pentastellata. Infatti, dopo il reddito di cittadinanza, tocca ora al super bonus 110%, in merito al quale - con una decisione a sorpresa - nella giornata di mercoledì scorso l’esecutivo Meloni ha detto basta sia alla possibilità di cedere i crediti di imposta, che a quella di utilizzare lo sconto in fattura che di fatto azzerava le spese per chi commissionava dei lavori.  Ricordiamo che, all’origine del super bonus, c’era l’apprezzabile finalità di migliorare l’efficienza energetica degli edifici italiani. Finalità che però, non ha tenuto conto di alcuni aspetti sperequativi, non facendo distinzioni tra le esigenze economiche dei proprietari di immobili di pregio e quelle di chi si accingeva a ristrutturare un piccolo appartamento. E di certe inadeguatezze della misura adottata dal governo Conte se ne era accorto anche Mario Draghi, il quale, pur non negando la validità dei suoi intenti, aveva cercato inutilmente di mettere le mani, in modo deciso, nei meccanismi del superbonus.  Adesso, invece, Giorgia Meloni, potendo – a differenza del suo autorevole predecessore – fare affidamento su una maggioranza parlamentare più omogenea, ha scelto di agire con la risolutezza che, a questo punto, era ormai probabilmente divenuta necessaria. Il tutto anche a costo di scontentare gran parte dell’elettorato di centro destra: si pensi, ad esempio, alla reazione indignata che si è avuta da parte dei costruttori. D’altronde, se andiamo ad esaminare un po’di numeri, scopriamo che tra il superbonus 110% ed altri svariati bonus, lo Stato si è accollato un insostenibile impegno finanziario che ammonta addirittura a 120 miliardi di euro: e non a caso, il ministro Antonio Tajani ha parlato di una “lievitazione dei crediti senza controllo”, in grado di “minare la sostenibilità dei conti pubblici”.  Si è detto, soprattutto da parte del Movimento 5 Stelle, che il superbonus è stato determinante per la crescita del PIL di questi anni: tuttavia, noi ci sentiamo di obiettare che un aumento del PIL si registrerebbe anche se un governo regalasse ad ogni cittadino l’arredamento completo della sua abitazione… Solo che si tratterebbe però, di un incremento fittizio dinanzi all’impossibilità da parte dello Stato di potervi poi fare fronte finanziariamente...  Resta, comunque, in ballo il problema gravissimo (ed in molti casi drammatico) di chi, al momento, si trova alle prese con questi crediti ancora in pendenza. E’evidente che non si possono abbandonare al loro destino cittadini ed imprese che avevano contato sulla serietà e sulla credibilità dello Stato italiano...Forse, l’unica (anche se costosissima) soluzione che trapela adesso dai palazzi romani è quella di stabilire che il nuovo modo di contabilizzare a bilancio i crediti valga soltanto per i nuovi lavori e non per quelli vecchi...ma a questo proposito, qualcuno ne ha già parlato con l’Unione Europea per sapere cosa ne pensa?]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_19-02-2023_06-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 19 Feb 2023 05:00:10 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783190/punto_settimana_19_02_2023_06_00.mp3" length="3072461" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Anche questa volta, a finire nel mirino del Governo è un altro dei provvedimenti simbolo che vennero presi dagli esecutivi a trazione pentastellata. Infatti, dopo il reddito di cittadinanza, tocca ora al super bonus 110%, in...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Anche questa volta, a finire nel mirino del Governo è un altro dei provvedimenti simbolo che vennero presi dagli esecutivi a trazione pentastellata. Infatti, dopo il reddito di cittadinanza, tocca ora al super bonus 110%, in merito al quale - con una decisione a sorpresa - nella giornata di mercoledì scorso l’esecutivo Meloni ha detto basta sia alla possibilità di cedere i crediti di imposta, che a quella di utilizzare lo sconto in fattura che di fatto azzerava le spese per chi commissionava dei lavori.  Ricordiamo che, all’origine del super bonus, c’era l’apprezzabile finalità di migliorare l’efficienza energetica degli edifici italiani. Finalità che però, non ha tenuto conto di alcuni aspetti sperequativi, non facendo distinzioni tra le esigenze economiche dei proprietari di immobili di pregio e quelle di chi si accingeva a ristrutturare un piccolo appartamento. E di certe inadeguatezze della misura adottata dal governo Conte se ne era accorto anche Mario Draghi, il quale, pur non negando la validità dei suoi intenti, aveva cercato inutilmente di mettere le mani, in modo deciso, nei meccanismi del superbonus.  Adesso, invece, Giorgia Meloni, potendo – a differenza del suo autorevole predecessore – fare affidamento su una maggioranza parlamentare più omogenea, ha scelto di agire con la risolutezza che, a questo punto, era ormai probabilmente divenuta necessaria. Il tutto anche a costo di scontentare gran parte dell’elettorato di centro destra: si pensi, ad esempio, alla reazione indignata che si è avuta da parte dei costruttori. D’altronde, se andiamo ad esaminare un po’di numeri, scopriamo che tra il superbonus 110% ed altri svariati bonus, lo Stato si è accollato un insostenibile impegno finanziario che ammonta addirittura a 120 miliardi di euro: e non a caso, il ministro Antonio Tajani ha parlato di una “lievitazione dei crediti senza controllo”, in grado di “minare la sostenibilità dei conti pubblici”.  Si è detto, soprattutto da parte del Movimento 5 Stelle, che il superbonus è stato determinante per la crescita del PIL di questi anni: tuttavia, noi ci sentiamo di obiettare che un aumento del PIL si registrerebbe anche se un governo regalasse ad ogni cittadino l’arredamento completo della sua abitazione… Solo che si tratterebbe però, di un incremento fittizio dinanzi all’impossibilità da parte dello Stato di potervi poi fare fronte finanziariamente...  Resta, comunque, in ballo il problema gravissimo (ed in molti casi drammatico) di chi, al momento, si trova alle prese con questi crediti ancora in pendenza. E’evidente che non si possono abbandonare al loro destino cittadini ed imprese che avevano contato sulla serietà e sulla credibilità dello Stato italiano...Forse, l’unica (anche se costosissima) soluzione che trapela adesso dai palazzi romani è quella di stabilire che il nuovo modo di contabilizzare a bilancio i crediti valga soltanto per i nuovi lavori e non per quelli vecchi...ma a questo proposito, qualcuno ne ha già parlato con l’Unione Europea per sapere cosa ne pensa?]]></itunes:summary><itunes:duration>192</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3ea9e19db094997e2a6e441c317b7225.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il conflitto in Ucraina e il ritorno del carbone | 12/02/2023 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-conflitto-in-ucraina-e-il-ritorno-del-carbone-12-02-2023-il-punto-della-settimana--57783199</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Gli ultimi mesi si sono incaricati di ricordarci che l’obbiettivo della transizione energetica, al di là dei tanti facili ottimismi espressi soprattutto in seno all’Unione Europea, presenterà difficoltà ben più complesse di quanto si potesse immaginare. Tutti condividiamo, ovviamente, l’idea che il traguardo della decarbonizzazione sia un qualche cosa da non mettere assolutamente in discussione, ma è forse anche il caso di cominciare a riflettere sul fatto che sia ormai giunto pure il momento di prendere le distanze dalle posizioni dell’ecologismo più intransigente che, di fatto, tendono ad ignorare la portata di questioni fondamentali come la sicurezza energetica e la disponibilità delle materie prime indispensabili per la transizione stessa.  Non a caso, gli Stati Uniti e l’ Europa – che poi sono le aree in cui sono stati effettuati gli investimenti più rilevanti per perseguire il target della transizione ecologica – stanno iniziando a comprendere che, in materia di energia, la diffusione e lo sviluppo delle nuove tecnologie richiederà un arco di tempo molto più ampio di quello che, soltanto due anni fa, era stato frettolosamente calcolato.  E ciò perché, alla prova dei fatti (talvolta anche drammatici) degli ultimissimi anni, è emerso come le economie sviluppate non siano affatto in grado di passare, in tempi brevi, da un modello basato sugli idrocarburi ad un altro che faccia affidamento esclusivamente sulle energie rinnovabili.  E la cosa è stata resa più che mai evidente soprattutto dal conflitto in Ucraina che ha portato, ad esempio, il mondo ad usare oggi una quantità di carbone che è addirittura il triplo rispetto a quella che si utilizzava dieci anni fa. La cosa può essere certamente attribuita al fatto che molte economie in via di sviluppo hanno individuato nel carbone la fonte energetica più conveniente, ma non bisogna neanche sottovalutare il dato che diversi Paesi europei - che pure avevano deciso di chiudere le loro centrali elettriche a carbone - hanno poi dovuto ritornare sui loro passi per ovviare, in qualche modo, alla carenza di gas ed al generale exploit dei prezzi energetici scatenato dalla crisi ucraina. Ed è il caso, tanto per esemplificare, di Germania e Italia.  Sulla base di queste considerazioni, ci viene spontaneo domandarci per quali ragioni le famiglie e le imprese europee, che – non dimentichiamolo - sono responsabili di non oltre il 9% del totale delle emissioni di CO2 a livello planetario, debbano poi anche essere quelle destinate a sopportare l’onere più gravoso della transizione... In fondo, se tutta l’industria europea fermasse improvvisamente le proprie produzioni in maniera compatta, le conseguenze sulle emissioni mondiali (e, quindi, sulla causa principale dei cambiamenti climatici) risulterebbero sostanzialmente marginali.  12 Febbraio 2023]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_12-02-2023_06-23.mp3</guid><pubDate>Sun, 12 Feb 2023 05:23:05 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783199/punto_settimana_12_02_2023_06_23.mp3" length="3092941" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Gli ultimi mesi si sono incaricati di ricordarci che l’obbiettivo della transizione energetica, al di là dei tanti facili ottimismi espressi soprattutto in seno all’Unione Europea, presenterà difficoltà ben più complesse di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Gli ultimi mesi si sono incaricati di ricordarci che l’obbiettivo della transizione energetica, al di là dei tanti facili ottimismi espressi soprattutto in seno all’Unione Europea, presenterà difficoltà ben più complesse di quanto si potesse immaginare. Tutti condividiamo, ovviamente, l’idea che il traguardo della decarbonizzazione sia un qualche cosa da non mettere assolutamente in discussione, ma è forse anche il caso di cominciare a riflettere sul fatto che sia ormai giunto pure il momento di prendere le distanze dalle posizioni dell’ecologismo più intransigente che, di fatto, tendono ad ignorare la portata di questioni fondamentali come la sicurezza energetica e la disponibilità delle materie prime indispensabili per la transizione stessa.  Non a caso, gli Stati Uniti e l’ Europa – che poi sono le aree in cui sono stati effettuati gli investimenti più rilevanti per perseguire il target della transizione ecologica – stanno iniziando a comprendere che, in materia di energia, la diffusione e lo sviluppo delle nuove tecnologie richiederà un arco di tempo molto più ampio di quello che, soltanto due anni fa, era stato frettolosamente calcolato.  E ciò perché, alla prova dei fatti (talvolta anche drammatici) degli ultimissimi anni, è emerso come le economie sviluppate non siano affatto in grado di passare, in tempi brevi, da un modello basato sugli idrocarburi ad un altro che faccia affidamento esclusivamente sulle energie rinnovabili.  E la cosa è stata resa più che mai evidente soprattutto dal conflitto in Ucraina che ha portato, ad esempio, il mondo ad usare oggi una quantità di carbone che è addirittura il triplo rispetto a quella che si utilizzava dieci anni fa. La cosa può essere certamente attribuita al fatto che molte economie in via di sviluppo hanno individuato nel carbone la fonte energetica più conveniente, ma non bisogna neanche sottovalutare il dato che diversi Paesi europei - che pure avevano deciso di chiudere le loro centrali elettriche a carbone - hanno poi dovuto ritornare sui loro passi per ovviare, in qualche modo, alla carenza di gas ed al generale exploit dei prezzi energetici scatenato dalla crisi ucraina. Ed è il caso, tanto per esemplificare, di Germania e Italia.  Sulla base di queste considerazioni, ci viene spontaneo domandarci per quali ragioni le famiglie e le imprese europee, che – non dimentichiamolo - sono responsabili di non oltre il 9% del totale delle emissioni di CO2 a livello planetario, debbano poi anche essere quelle destinate a sopportare l’onere più gravoso della transizione... In fondo, se tutta l’industria europea fermasse improvvisamente le proprie produzioni in maniera compatta, le conseguenze sulle emissioni mondiali (e, quindi, sulla causa principale dei cambiamenti climatici) risulterebbero sostanzialmente marginali.  12 Febbraio 2023]]></itunes:summary><itunes:duration>194</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/720b2070eca090ee883492c5c2bc669d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Gli aiuti di Biden all’economia americana e l’incerta risposta di Bruxelles | 05/02/2023 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/gli-aiuti-di-biden-all-economia-americana-e-l-incerta-risposta-di-bruxelles-05-02-2023-il-punto-della-settimana--57783214</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  La Commissione europea, per rispondere all’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti, è orientata a consentire un ulteriore allentamento delle regole concernenti gli aiuti di stato. E di questo argomento se ne occuperà il Consiglio europeo che si terrà dal 9 al 10 febbraio. Si tratta, in sostanza, di adottare una contro misura rispetto al piano di 369 miliardi di dollari - a favore di aziende e famiglie - che l’amministrazione Biden ha, da poco tempo, varato per accelerare la transizione energetica e per sostenere la competizione con la Cina. Non c’è dubbio, quindi, sul fatto che l’Europa debba, in qualche modo, intervenire a tutela delle sue produzioni, al momento seriamente minacciate dalla concorrenza americana che gode, appunto, di straordinari aiuti pubblici. Tuttavia, basandosi sulle esperienze più recenti, le intenzioni che sembrano maturare a Bruxelles agitano non poco i sonni dell’imprenditoria e del Governo italiani. Infatti, negli ultimi due anni - sia a causa della crisi sanitaria, che del conflitto in Ucraina – nel Vecchio Continente abbiamo assistito ad un significativo allentamento delle regole comunitarie in merito all’autorizzazione degli aiuti di Stato da parte della Commissione UE: cosa che però è andata, con ogni probabilità, a svantaggio dei Paesi che, per via dei loro bilanci fragili e indebitati, non hanno potuto competere con le risorse messe in campo da altre nazioni finanziariamente più stabili come, ad esempio, Germania e Francia. Per averne conferma, basta esaminare i dati sui 672 miliardi di euro di aiuti di Stato per l’industria approvati dalla Commissione Europea nell’ultimo biennio: ne emerge che il 53,02% è stato notificato dalla Germania (pari a quasi il 9,24 % del PIL), il 24,06% dalla Francia (pari al 6,13 % del PIL) ed il 7,65% dall’Italia (2,69 % del PIL). Sono numeri che inducono a qualche riflessione, poichè evidenziano il rischio di una chiara penalizzazione competitiva dell’industria italiana rispetto a quella tedesca o francese. Questi aiuti di Stato si traducono, infatti, in una disponibilità eccessivamente diversa da Paese a Paese e che varia in funzione della forza dei rispettivi bilanci nazionali nel mettere a disposizione delle proprie aziende più fondi mirati per investimenti, innovazione, ricerca: e cioè per tutti quei fattori che, nel lungo periodo, promuovono la solidità e la ricchezza delle imprese. Per queste ragioni, l’Italia – in questo, a dire il vero, appoggiata da esponenti importanti della Commissione come il francese Thierry Breton ed il nostro Paolo Gentiloni – gradirebbe che la risposta all’iniziativa statunitense avvenisse attraverso uno specifico fondo di solidarietà europea: ma forse, anche al di là delle scontate opposizioni dei vari partners “frugali”, l’idea è stata avanzata ormai fuori tempo massimo. Se pensiamo che dell’Inflation Reduction Act americano se ne parla dalla scorsa estate, è chiaro che molti Paesi membri (tra i quali certamente anche il nostro) hanno lasciato colpevolmente trascorrere troppi mesi senza studiare adeguate contro misure, per poi ridursi a dover prendere, all’ultimo minuto, una decisione con l’acqua alla gola e destinata, comunque, a deludere la maggior parte delle capitali europee. Purtroppo, mentre Washington rimpinguava generosamente le casse dei suoi attori economici, qualcuno a Roma aveva puntato le sue attenzioni su temi di così decisiva rilevanza internazionale come il tetto al contante o qualche centesimo in più o in meno sul costo della benzina…  Viene quasi da pensare che a questo punto, per difendere al meglio le proprie imprese dalla concorrenza dei competitors più danarosi, al nostro Paese convenga addirittura che vengano ripristinate le vecchie regole rigide sugli aiuti di Stato, visto che i dati che abbiamo appena letto ci dicono che la situazione odierna favorisce solamente la Germania e la Francia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_05-02-2023_04-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 05 Feb 2023 03:00:26 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783214/punto_settimana_05_02_2023_04_00.mp3" length="4376075" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  La Commissione europea, per rispondere all’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti, è orientata a consentire un ulteriore allentamento delle regole concernenti gli aiuti di stato. E di questo argomento se ne occuperà il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  La Commissione europea, per rispondere all’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti, è orientata a consentire un ulteriore allentamento delle regole concernenti gli aiuti di stato. E di questo argomento se ne occuperà il Consiglio europeo che si terrà dal 9 al 10 febbraio. Si tratta, in sostanza, di adottare una contro misura rispetto al piano di 369 miliardi di dollari - a favore di aziende e famiglie - che l’amministrazione Biden ha, da poco tempo, varato per accelerare la transizione energetica e per sostenere la competizione con la Cina. Non c’è dubbio, quindi, sul fatto che l’Europa debba, in qualche modo, intervenire a tutela delle sue produzioni, al momento seriamente minacciate dalla concorrenza americana che gode, appunto, di straordinari aiuti pubblici. Tuttavia, basandosi sulle esperienze più recenti, le intenzioni che sembrano maturare a Bruxelles agitano non poco i sonni dell’imprenditoria e del Governo italiani. Infatti, negli ultimi due anni - sia a causa della crisi sanitaria, che del conflitto in Ucraina – nel Vecchio Continente abbiamo assistito ad un significativo allentamento delle regole comunitarie in merito all’autorizzazione degli aiuti di Stato da parte della Commissione UE: cosa che però è andata, con ogni probabilità, a svantaggio dei Paesi che, per via dei loro bilanci fragili e indebitati, non hanno potuto competere con le risorse messe in campo da altre nazioni finanziariamente più stabili come, ad esempio, Germania e Francia. Per averne conferma, basta esaminare i dati sui 672 miliardi di euro di aiuti di Stato per l’industria approvati dalla Commissione Europea nell’ultimo biennio: ne emerge che il 53,02% è stato notificato dalla Germania (pari a quasi il 9,24 % del PIL), il 24,06% dalla Francia (pari al 6,13 % del PIL) ed il 7,65% dall’Italia (2,69 % del PIL). Sono numeri che inducono a qualche riflessione, poichè evidenziano il rischio di una chiara penalizzazione competitiva dell’industria italiana rispetto a quella tedesca o francese. Questi aiuti di Stato si traducono, infatti, in una disponibilità eccessivamente diversa da Paese a Paese e che varia in funzione della forza dei rispettivi bilanci nazionali nel mettere a disposizione delle proprie aziende più fondi mirati per investimenti, innovazione, ricerca: e cioè per tutti quei fattori che, nel lungo periodo, promuovono la solidità e la ricchezza delle imprese. Per queste ragioni, l’Italia – in questo, a dire il vero, appoggiata da esponenti importanti della Commissione come il francese Thierry Breton ed il nostro Paolo Gentiloni – gradirebbe che la risposta all’iniziativa statunitense avvenisse attraverso uno specifico fondo di solidarietà europea: ma forse, anche al di là delle scontate opposizioni dei vari partners “frugali”, l’idea è stata avanzata ormai fuori tempo massimo. Se pensiamo che dell’Inflation Reduction Act americano se ne parla dalla scorsa estate, è chiaro che molti Paesi membri (tra i quali certamente anche il nostro) hanno lasciato colpevolmente trascorrere troppi mesi senza studiare adeguate contro misure, per poi ridursi a dover prendere, all’ultimo minuto, una decisione con l’acqua alla gola e destinata, comunque, a deludere la maggior parte delle capitali europee. Purtroppo, mentre Washington rimpinguava generosamente le casse dei suoi attori economici, qualcuno a Roma aveva puntato le sue attenzioni su temi di così decisiva rilevanza internazionale come il tetto al contante o qualche centesimo in più o in meno sul costo della benzina…  Viene quasi da pensare che a questo punto, per difendere al meglio le proprie imprese dalla concorrenza dei competitors più danarosi, al nostro Paese convenga addirittura che vengano ripristinate le vecchie regole rigide sugli aiuti di Stato, visto che i dati che abbiamo appena letto ci dicono che la situazione odierna favorisce solamente la Germania e la Francia.]]></itunes:summary><itunes:duration>274</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/cd44aedf0086c3aca27a947a983f14f8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il Piano Mattei | 29/01/2023 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-piano-mattei-29-01-2023-il-punto-della-settimana--57783215</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Continua a pieno regime la campagna d’Africa di Giorgia Meloni. Dopo avere ampliato recentemente gli accordi che già ci legavano all’Algeria facendone, attualmente, il nostro maggiore fornitore di gas, la presidente del Consiglio è da ieri a Tripoli, dove l’ENI ha in programma di firmare un nuovo contratto da otto miliardi di dollari, destinato allo sfruttamento di due giacimenti di gas al largo delle coste libiche. Tutto questo impegno del governo italiano va ad inerirsi nell’ambito di quello che la Meloni stessa ha, più volte, definito come il “Piano Mattei”, dal nome del padre fondatore di tutte le nostre strategie energetiche. E si tratta di un disegno molto ambizioso che, nelle intenzioni di Palazzo Chigi, dovrebbe portare il nostro Paese a recitare una parte da assoluto protagonista sullo scenario internazionale, trasformandolo in uno snodo essenziale, attraverso il quale far transitare la porzione più rilevante di quei 400 miliardi di metri cubi di gas all’anno che risultano indispensabili al normale funzionamento di quasi tutto il continente europeo. Inoltre, su questi tavoli di discussione nord africani, vengono affrontati anche altri temi di notevolissima rilevanza prospettica, come quelli relativi all’elettricità ed all’idrogeno che Algeria, Libia ed Egitto intendono produrre ed esportare grazie all'energia solare.  Tutto benissimo, quindi, anche se, per la verità, un paio di domande ci vengono in mente. La prima riguarda l’affidabilità geo politica dell’area in cui l’Italia andrà ad investire risorse gigantesche: dobbiamo, infatti, augurarci che i nostri nuovi interlocutori energetici si confermino partners più stabili ed affidabili di quanto si sia rivelata, nel tempo, la Federazione Russa. Oggi, tanto per fare un esempio, chi se la sente di scommettere davvero qualcosa di importante su una Libia che è sostanzialmente stata smembrata in due da Erdogan e da Putin?  La seconda osservazione che ci viene da fare è, invece, di un’altra natura e concerne la composizione stessa del nostro modello energetico che continua, comunque, a dipendere dall’importazione di gas. Restiamo strategicamente deboli ed in balia di eventi naturali, politici ed economici che difficilmente saremo in grado di controllare. Il tutto mentre persino nei Paesi mediterranei che ci venderanno le materie prime, si assiste ad una fioritura di progetti relativi all’energia nucleare. Non sarà che sulla sponda meridionale del “Mare Nostrum”, qualcuno incomincia ad essere un po’ più lungimirante di noi?]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_29-01-2023_04-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 29 Jan 2023 03:00:16 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783215/punto_settimana_29_01_2023_04_00.mp3" length="2862645" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Continua a pieno regime la campagna d’Africa di Giorgia Meloni. Dopo avere ampliato recentemente gli accordi che già ci legavano all’Algeria facendone, attualmente, il nostro maggiore fornitore di gas, la presidente del...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Continua a pieno regime la campagna d’Africa di Giorgia Meloni. Dopo avere ampliato recentemente gli accordi che già ci legavano all’Algeria facendone, attualmente, il nostro maggiore fornitore di gas, la presidente del Consiglio è da ieri a Tripoli, dove l’ENI ha in programma di firmare un nuovo contratto da otto miliardi di dollari, destinato allo sfruttamento di due giacimenti di gas al largo delle coste libiche. Tutto questo impegno del governo italiano va ad inerirsi nell’ambito di quello che la Meloni stessa ha, più volte, definito come il “Piano Mattei”, dal nome del padre fondatore di tutte le nostre strategie energetiche. E si tratta di un disegno molto ambizioso che, nelle intenzioni di Palazzo Chigi, dovrebbe portare il nostro Paese a recitare una parte da assoluto protagonista sullo scenario internazionale, trasformandolo in uno snodo essenziale, attraverso il quale far transitare la porzione più rilevante di quei 400 miliardi di metri cubi di gas all’anno che risultano indispensabili al normale funzionamento di quasi tutto il continente europeo. Inoltre, su questi tavoli di discussione nord africani, vengono affrontati anche altri temi di notevolissima rilevanza prospettica, come quelli relativi all’elettricità ed all’idrogeno che Algeria, Libia ed Egitto intendono produrre ed esportare grazie all'energia solare.  Tutto benissimo, quindi, anche se, per la verità, un paio di domande ci vengono in mente. La prima riguarda l’affidabilità geo politica dell’area in cui l’Italia andrà ad investire risorse gigantesche: dobbiamo, infatti, augurarci che i nostri nuovi interlocutori energetici si confermino partners più stabili ed affidabili di quanto si sia rivelata, nel tempo, la Federazione Russa. Oggi, tanto per fare un esempio, chi se la sente di scommettere davvero qualcosa di importante su una Libia che è sostanzialmente stata smembrata in due da Erdogan e da Putin?  La seconda osservazione che ci viene da fare è, invece, di un’altra natura e concerne la composizione stessa del nostro modello energetico che continua, comunque, a dipendere dall’importazione di gas. Restiamo strategicamente deboli ed in balia di eventi naturali, politici ed economici che difficilmente saremo in grado di controllare. Il tutto mentre persino nei Paesi mediterranei che ci venderanno le materie prime, si assiste ad una fioritura di progetti relativi all’energia nucleare. Non sarà che sulla sponda meridionale del “Mare Nostrum”, qualcuno incomincia ad essere un po’ più lungimirante di noi?]]></itunes:summary><itunes:duration>179</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/151cfbb518f105d840a427bf2cc443bf.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Carlo Nordio ed il garantismo al Governo | 22/01/2023 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/carlo-nordio-ed-il-garantismo-al-governo-22-01-2023-il-punto-della-settimana--57783205</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Nella settimana appena terminata, il ministro Guardasigilli, Carlo Nordio, ha avuto modo di chiarire e ribadire, dinanzi al Parlamento, le linee guida che caratterizzano la giustizia che ha in mente lui.  La sua affermazione secondo cui “se non interverremo sugli abusi delle intercettazioni cadremo in una democrazia dimezzata”, è stata accolta da un caloroso applauso che non è venuto soltanto dai partiti della maggioranza di governo, ma ha coinvolto anche i banchi occupati dai deputati del Terzo Polo di Calenda e Renzi. E molto probabilmente – aggiungiamo noi – non pochi cenni di approvazione saranno giunti segretamente pure dai rappresentanti del PD, i quali, come è normale che sia per una componente di opposizione, hanno preferito non esprimere francamente il proprio punto di vista.  Nessun ripensamento e, quindi, nessun dietro front da parte di Nordio che è parso, invece, rimanere imperturbabile dinanzi alla valanga di critiche che gli erano appena piovute addosso sia dalle forze politiche di opposizione, che da una larga fascia della magistratura che vede, nell’annunciata stretta sulle intercettazioni, un sostanziale indebolimento di uno degli strumenti più efficaci tra quelli che sono attualmente a disposizione dei pm che indagano su mafia e terrorismo. A chi, opportunamente, gli faceva notare che abolendo le intercettazioni per reati come la corruzione - che spesso sono strettamente connessi all’azione della criminalità organizzata - si finisce, in definitiva, per facilitare il gioco dei mafiosi, il ministro ha però risposto che le intercettazioni rimarranno in vigore (oltrechè, naturalmente, per fatti di mafia e terrorismo), anche per quei reati “ che sono satelliti di questi fenomeni perniciosi”. Poi però, ha voluto togliere ogni incertezza rispetto a quali debbano essere, a suo avviso, i rapporti tra politica e giustizia, pronunciando queste inequivocabili e testuali parole: “l’Italia non è fatta di pm e questo Parlamento non deve essere supino e acquiescente a quelle posizioni”. Troppi sono stati, secondo Nordio, i casi in cui, in questi ultimi trent’anni, sono finite sui giornali notizie tratte da intercettazioni (sfuggite, in qualche modo, alla riservatezza che pure dovrebbe blindare le indagini) che hanno diffamato e ferito l’onore di privati cittadini, riportando particolari che, tra l’altro, nulla avevano a che vedere con il reato che era oggetto dell’indagine.  In sostanza, il ministro Carlo Nordio sembra porsi finalmente il problema delle persone che finiscono in quel tritacarne che nasce, quasi inevitabilmente, dalla complicità silenziosa di una magistratura insofferente ad ogni sorta di limitazioni con quella di una stampa cinica e priva di scrupoli, che non vede l’ora di poter sbattere ogni giorno un nuovo mostro in prima pagina. Eppure, esiste un articolo della nostra Costituzione – si, proprio quella a cui giuristi di ogni tendenza si appellano spesso e volentieri – che stabilisce che nessun individuo può essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa e nella sua corrispondenza. Nè possono essere violati i suoi diritti alla tutela del proprio onore e della propria reputazione.  Che cosa c’è, dunque, di tanto sovversivo nel progetto di riforma della Giustizia che sta prendendo corpo nelle stanze di via Arenula? Non va forse nel senso indicato dall’art.12 della nostra Carta Costituzionale?  Non a caso, nel discorso con cui Renzi negò in Senato la sua fiducia all’attuale governo, diede atto, comunque, a Giorgia Meloni di aver compiuto, per il delicato dicastero della Giustizia, “la scelta migliore”.  A questo punto, a noi non resta che sperare che, dopo tre decenni di linciaggi morali, mediatici e – purtroppo – talvolta anche giudiziari, sia ormai giunto il momento in cui questo Paese possa, provvidenzialmente, riscoprire la positiva importanza di valori liberali e democratici come il garantismo e la serenità di giudizio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_22-01-2023_11-47.mp3</guid><pubDate>Sun, 22 Jan 2023 10:47:17 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783205/punto_settimana_22_01_2023_11_47.mp3" length="5900819" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Nella settimana appena terminata, il ministro Guardasigilli, Carlo Nordio, ha avuto modo di chiarire e ribadire, dinanzi al Parlamento, le linee guida che caratterizzano la giustizia che ha in mente lui.  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Nessun ripensamento e, quindi, nessun dietro front da parte di Nordio che è parso, invece, rimanere imperturbabile dinanzi alla valanga di critiche che gli erano appena piovute addosso sia dalle forze politiche di opposizione, che da una larga fascia della magistratura che vede, nell’annunciata stretta sulle intercettazioni, un sostanziale indebolimento di uno degli strumenti più efficaci tra quelli che sono attualmente a disposizione dei pm che indagano su mafia e terrorismo. A chi, opportunamente, gli faceva notare che abolendo le intercettazioni per reati come la corruzione - che spesso sono strettamente connessi all’azione della criminalità organizzata - si finisce, in definitiva, per facilitare il gioco dei mafiosi, il ministro ha però risposto che le intercettazioni rimarranno in vigore (oltrechè, naturalmente, per fatti di mafia e terrorismo), anche per quei reati “ che sono satelliti di questi fenomeni perniciosi”. Poi però, ha voluto togliere ogni incertezza rispetto a quali debbano essere, a suo avviso, i rapporti tra politica e giustizia, pronunciando queste inequivocabili e testuali parole: “l’Italia non è fatta di pm e questo Parlamento non deve essere supino e acquiescente a quelle posizioni”. Troppi sono stati, secondo Nordio, i casi in cui, in questi ultimi trent’anni, sono finite sui giornali notizie tratte da intercettazioni (sfuggite, in qualche modo, alla riservatezza che pure dovrebbe blindare le indagini) che hanno diffamato e ferito l’onore di privati cittadini, riportando particolari che, tra l’altro, nulla avevano a che vedere con il reato che era oggetto dell’indagine.  In sostanza, il ministro Carlo Nordio sembra porsi finalmente il problema delle persone che finiscono in quel tritacarne che nasce, quasi inevitabilmente, dalla complicità silenziosa di una magistratura insofferente ad ogni sorta di limitazioni con quella di una stampa cinica e priva di scrupoli, che non vede l’ora di poter sbattere ogni giorno un nuovo mostro in prima pagina. Eppure, esiste un articolo della nostra Costituzione – si, proprio quella a cui giuristi di ogni tendenza si appellano spesso e volentieri – che stabilisce che nessun individuo può essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa e nella sua corrispondenza. Nè possono essere violati i suoi diritti alla tutela del proprio onore e della propria reputazione.  Che cosa c’è, dunque, di tanto sovversivo nel progetto di riforma della Giustizia che sta prendendo corpo nelle stanze di via Arenula? Non va forse nel senso indicato dall’art.12 della nostra Carta Costituzionale?  Non a caso, nel discorso con cui Renzi negò in Senato la sua fiducia all’attuale governo, diede atto, comunque, a Giorgia Meloni di aver compiuto, per il delicato dicastero della Giustizia, “la scelta migliore”.  A questo punto, a noi non resta che sperare che, dopo tre decenni di linciaggi morali, mediatici e – purtroppo – talvolta anche giudiziari, sia ormai giunto il momento in cui questo Paese possa, provvidenzialmente, riscoprire la positiva importanza di valori liberali e democratici come il garantismo e la serenità di giudizio.]]></itunes:summary><itunes:duration>246</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/117d6bba1325d1eafbe9e939531313da.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Un terremoto europeo sulle case italiane? | 15/01/2023 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/un-terremoto-europeo-sulle-case-italiane-15-01-2023-il-punto-della-settimana--57783228</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Desta preoccupazione in Italia (almeno tra i partiti di Governo) l’accelerazione che la presidenza svedese dell'Unione Europea intende imprimere all’iter che porta all’attuazione definitiva della Direttiva UE sull'efficientamento energetico delle abitazioni.  Il documento comunitario prevede che entro il 2030 le case debbano rientrare almeno nella classe energetica “E”, per poi gradualmente salire di classe e raggiungere l'obiettivo delle emissioni zero entro il 2050. Il problema è che, per fare in modo che i loro immobili risultino essere pienamente in regola entro quella data, i proprietari saranno costretti a ristrutturarli pagando di tasca propria. E purtroppo, si tratta di una misura che è destinata ad incidere in particolar modo sul patrimonio immobiliare italiano che è costituito, prevalentemente, da case vecchie. Basti pensare che, secondo le stime fornite dall'Ance, (l'Associazione nazionale dei costruttori), c'è il rischio che a dover essere ristrutturati risultino addirittura i 2/3 degli edifici italiani. Per la precisione – spiega sempre l’Ance - il 74% dei nostri immobili è stato realizzato prima dell'entrata in vigore della normativa completa sul risparmio energetico e sulla sicurezza sismica. Ciò significa che, su 12,2 milioni di edifici, oltre 9 milioni sono particolarmente inquinanti. Di conseguenza, per poter accogliere, senza eccessivi patemi d’animo, la Direttiva europea, occorrerebbe che questa fosse accompagnata anche da una illuminata politica industriale, in grado di garantire un’adeguata serie di incentivi mirati a coinvolgere la più ampia platea possibile. Altrimenti, il provvedimento di Bruxelles si rivelerà decisamente punitivo per milioni di cittadini italiani, anche perché – come osserva la Confedilizia - i tempi ridottissimi previsti dalla Direttiva provocheranno una tensione senza precedenti sul mercato, caratterizzata da un aumento spropositato dei prezzi e dalla difficoltà nel reperire materie prime, ponteggi o manodopera qualificata.  Pesa, inoltre, come un macigno sulle aspettative delle famiglie italiane anche la proposta di subordinare la possibilità di vendita o di locazione di un immobile all’appartenenza ad una classe energetica alta: e stiamo parlando di un’ipotesi che oltre a paralizzare, quasi del tutto, il mercato immobiliare, comporterebbe pure una riduzione inevitabile del valore dei beni, oltre a rappresentare un grave pericolo per gli istituti di credito, i quali vedrebbero, in tal modo, diminuire sensibilmente la consistenza delle garanzie poste a tutela dei finanziamenti concessi ad una clientela ormai decisamente impoverita.  Per fortuna, nulla è già stato deciso e ci sono, comunque, ben 1.500 emendamenti che, al Parlamento Europeo, gravano su questa proposta di legge e che ci auguriamo finiscano per attenuarne la severità.  Ben venga, quindi, ogni passo in avanti sul cammino della sostenibilità ambientale, purché però, non ci si scordi del fatto che di sostenibilità ne esiste anche un’altra: ed è quella sociale.  15 Gennaio 2023  Il Punto della Settimana di Ferruccio Bovio  Leggi e ascolta “Il Punto della Settimana" di Ferruccio Bovio ogni domenica mattina in esclusiva sul sito e sui profili social di Giornale Radio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_15-01-2023_06-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 15 Jan 2023 05:00:19 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783228/punto_settimana_15_01_2023_06_00.mp3" length="3330759" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Desta preoccupazione in Italia (almeno tra i partiti di Governo) l’accelerazione che la presidenza svedese dell'Unione Europea intende imprimere all’iter che porta all’attuazione definitiva della Direttiva UE...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Desta preoccupazione in Italia (almeno tra i partiti di Governo) l’accelerazione che la presidenza svedese dell'Unione Europea intende imprimere all’iter che porta all’attuazione definitiva della Direttiva UE sull'efficientamento energetico delle abitazioni.  Il documento comunitario prevede che entro il 2030 le case debbano rientrare almeno nella classe energetica “E”, per poi gradualmente salire di classe e raggiungere l'obiettivo delle emissioni zero entro il 2050. Il problema è che, per fare in modo che i loro immobili risultino essere pienamente in regola entro quella data, i proprietari saranno costretti a ristrutturarli pagando di tasca propria. E purtroppo, si tratta di una misura che è destinata ad incidere in particolar modo sul patrimonio immobiliare italiano che è costituito, prevalentemente, da case vecchie. Basti pensare che, secondo le stime fornite dall'Ance, (l'Associazione nazionale dei costruttori), c'è il rischio che a dover essere ristrutturati risultino addirittura i 2/3 degli edifici italiani. Per la precisione – spiega sempre l’Ance - il 74% dei nostri immobili è stato realizzato prima dell'entrata in vigore della normativa completa sul risparmio energetico e sulla sicurezza sismica. Ciò significa che, su 12,2 milioni di edifici, oltre 9 milioni sono particolarmente inquinanti. Di conseguenza, per poter accogliere, senza eccessivi patemi d’animo, la Direttiva europea, occorrerebbe che questa fosse accompagnata anche da una illuminata politica industriale, in grado di garantire un’adeguata serie di incentivi mirati a coinvolgere la più ampia platea possibile. Altrimenti, il provvedimento di Bruxelles si rivelerà decisamente punitivo per milioni di cittadini italiani, anche perché – come osserva la Confedilizia - i tempi ridottissimi previsti dalla Direttiva provocheranno una tensione senza precedenti sul mercato, caratterizzata da un aumento spropositato dei prezzi e dalla difficoltà nel reperire materie prime, ponteggi o manodopera qualificata.  Pesa, inoltre, come un macigno sulle aspettative delle famiglie italiane anche la proposta di subordinare la possibilità di vendita o di locazione di un immobile all’appartenenza ad una classe energetica alta: e stiamo parlando di un’ipotesi che oltre a paralizzare, quasi del tutto, il mercato immobiliare, comporterebbe pure una riduzione inevitabile del valore dei beni, oltre a rappresentare un grave pericolo per gli istituti di credito, i quali vedrebbero, in tal modo, diminuire sensibilmente la consistenza delle garanzie poste a tutela dei finanziamenti concessi ad una clientela ormai decisamente impoverita.  Per fortuna, nulla è già stato deciso e ci sono, comunque, ben 1.500 emendamenti che, al Parlamento Europeo, gravano su questa proposta di legge e che ci auguriamo finiscano per attenuarne la severità.  Ben venga, quindi, ogni passo in avanti sul cammino della sostenibilità ambientale, purché però, non ci si scordi del fatto che di sostenibilità ne esiste anche un’altra: ed è quella sociale.  15 Gennaio 2023  Il Punto della Settimana di Ferruccio Bovio  Leggi e ascolta “Il Punto della Settimana" di Ferruccio Bovio ogni domenica mattina in esclusiva sul sito e sui profili social di Giornale Radio.]]></itunes:summary><itunes:duration>209</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/00099c9719274238c27cb97741255c57.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Un paio di cose che vorremmo suggerire al Governo | 08/01/2023 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/un-paio-di-cose-che-vorremmo-suggerire-al-governo-08-01-2023-il-punto-della-settimana--57783230</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Con il gas che viaggia intorno ai 65 euro al megawattora possiamo dire di esserci riavvicinati di molto alle quotazioni che si registravano nel periodo pre - pandemico. Tutto bene, quindi, purché non ci si lasci affascinare troppo da ingannevoli illusioni capaci di orientare nuovamente il nostro Paese verso la conferma del modello energetico conosciuto negli ultimi decenni: magari positivamente aggiornato da investimenti effettuati nel campo delle energie rinnovabili, ma pur sempre basato sull’apporto decisivo del gas. Decisivo soprattutto per garantire livelli energetici sempre adeguati alle esigenze di famiglie ed imprese, colmando così, attraverso il suo utilizzo, le lacune dovute a quella intermittenza che è tipica dell’eolico e del solare. Speriamo, infatti, che l’Italia non commetta l’errore di pensare che, grazie ai rigassificatori ed al perfezionamento della rete dei metanodotti, i suoi problemi di approvvigionamento siano ormai definitivamente archiviati, poiché si tratterà, anche in futuro, di gas che sarà, comunque e sempre, importato. E, di conseguenza, temiamo che la nostra indipendenza energetica sia destinata a rimanere condizionata da fattori che, in larga misura, continueranno a dipendere dagli atteggiamenti produttivi e commerciali di altri Paesi. Inoltre, l’attuale abbassamento della quotazione del gas è dovuto ad una serie di concause, quali le temperature di un inverno finora particolarmente mite ed il calo della domanda da parte dell’industria più energivora. Dobbiamo, quindi, essere consapevoli del fatto che, nel momento in cui certe attività ripartiranno a pieno ritmo, anche i prezzi del gas torneranno a salire rapidamente. Pertanto, se potessimo parlare con chi occupa attualmente le stanze di Palazzo Chigi, ci permetteremmo di suggerirle non solo la diversificazione – che già avviene - delle fonti dalle quali acquistiamo oggi il gas, ma anche quella che riguarda il vero e proprio mix energetico, ridimensionando sensibilmente la portata del gas, a vantaggio di altre risorse in grado di integrare le lacune delle rinnovabili. E stiamo parlando – pronunciamola pure la parola “incriminata” – di quel nucleare di cui siamo, praticamente, l’unico Paese industrializzato che si ostina ancora a voler fare a meno…  Un’altra questione che ci pare andrebbe affrontata con maggiore concretezza è quella che concerne lo stato del nostro servizio Sanitario Nazionale il quale, come è noto, ha subito negli ultimi anni dei bruschi tagli nei finanziamenti. Tagli che ne hanno, inevitabilmente, ridotto l’efficienza e l’aggiornamento: basta, infatti, avere la sfortuna di doversi recare in un pronto soccorso per essere costretti a fare i conti con liste lunghissime di pazienti in attesa di un intervento medico o con reparti che non dispongono di un numero sufficiente di letti.  I dati che ci è capitato di leggere, spiegano che al Servizio Sanitario Nazionale mancano 20.000 medici e 60.000 infermieri che, demotivati da stipendi poco remunerativi, finiscono per trasferirsi all’estero dove le retribuzioni sono più gratificanti.  Tra l’altro, un servizio pubblico inadeguato rappresenta anche una inaccettabile ingiustizia sociale, poiché è evidente che ad esserne penalizzati sono soprattutto quei cittadini che non hanno la disponibilità finanziaria per rivolgersi alla sanità privata.  L’Italia necessita, dunque, di interventi immediati e radicali in quello che è forse il comparto più delicato, al fine di garantire a tutti un livello di assistenza sanitaria che sia efficiente e che allontani, in tal modo, il rischio di uno sgretolamento della coesione sociale.  In un contesto caratterizzato da esigenze così gravi ed urgenti, stentiamo veramente a capire per quale motivo il Governo continui imperterrito ad opporsi all’utilizzo di quei 37 miliardi di euro che il MES (a tassi molto bassi) metterebbe a disposizione del nostro Paese, consentendogli di rilanciare la sua sanità in grande stile. Francamente, la scusa delle cosiddette “condizionalità” che, generalmente viene tirata in ballo dagli oppositori del MES, ci convince ben poco, dal momento che anche il Recovery Fund ne prevede: eppure nessuno ha mai avuto niente da obiettare...Esistono, quindi, condizionalità buone ed altre cattive? Oppure esistono, più che altro, imbarazzanti ed inconfessabili pregiudizi ideologici?]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_08-01-2023_06-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 08 Jan 2023 05:00:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783230/punto_settimana_08_01_2023_06_00.mp3" length="7463264" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Con il gas che viaggia intorno ai 65 euro al megawattora possiamo dire di esserci riavvicinati di molto alle quotazioni che si registravano nel periodo pre - pandemico. 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Speriamo, infatti, che l’Italia non commetta l’errore di pensare che, grazie ai rigassificatori ed al perfezionamento della rete dei metanodotti, i suoi problemi di approvvigionamento siano ormai definitivamente archiviati, poiché si tratterà, anche in futuro, di gas che sarà, comunque e sempre, importato. E, di conseguenza, temiamo che la nostra indipendenza energetica sia destinata a rimanere condizionata da fattori che, in larga misura, continueranno a dipendere dagli atteggiamenti produttivi e commerciali di altri Paesi. Inoltre, l’attuale abbassamento della quotazione del gas è dovuto ad una serie di concause, quali le temperature di un inverno finora particolarmente mite ed il calo della domanda da parte dell’industria più energivora. Dobbiamo, quindi, essere consapevoli del fatto che, nel momento in cui certe attività ripartiranno a pieno ritmo, anche i prezzi del gas torneranno a salire rapidamente. Pertanto, se potessimo parlare con chi occupa attualmente le stanze di Palazzo Chigi, ci permetteremmo di suggerirle non solo la diversificazione – che già avviene - delle fonti dalle quali acquistiamo oggi il gas, ma anche quella che riguarda il vero e proprio mix energetico, ridimensionando sensibilmente la portata del gas, a vantaggio di altre risorse in grado di integrare le lacune delle rinnovabili. E stiamo parlando – pronunciamola pure la parola “incriminata” – di quel nucleare di cui siamo, praticamente, l’unico Paese industrializzato che si ostina ancora a voler fare a meno…  Un’altra questione che ci pare andrebbe affrontata con maggiore concretezza è quella che concerne lo stato del nostro servizio Sanitario Nazionale il quale, come è noto, ha subito negli ultimi anni dei bruschi tagli nei finanziamenti. 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Sono i giorni del cosiddetto "assalto alla diligenza", dove i partiti chiedono di inserire piccoli e medi scostamenti di bilancio a favore di singole opere o settori del nostro Paese. Così avviene anche in queste settimane. 1003 su 3.024 emendamenti alla manovra depositati in commissione bilancio della Camera sono stati dichiarati inammissibili. 546 sono stati cassati per mancanza di coperture adeguate, altri perché microsettoriali, ordinamentali. Non superano lo scoglio imposto dalla Camera gli emendamenti che, in via transitoria, estendono al settantaduesimo anno il limite di età per il collocamento d'ufficio a riposo per il personale medico del Ssn in servizio presso strutture sanitarie pubbliche o convenzionate e per i docenti universitari laureati in medicina e chirurgia, limitatamente allo svolgimento di attività clinico assistenziali. Salta l’emendamento che istituisce una tassa sui marmi a favore dei comuni di Massa e Carrara. Viene cancellato l'atto che proroga per gli anni 2023 e 2024 il contributo, già concesso per gli anni 2020 e 2021, al Pistoia Blues Festival.  Scatta anche l’inammissibilità delle disposizioni per il finanziamento delle celebrazioni per il 150esimo anniversario della nascita di Guglielmo Marconi, in materia di conferimento di incarichi dirigenziali presso il ministero della Cultura, di istituzione della fondazione di diritto privato “Fondazione Vittoriano”, di contributo per il sostegno delle attività di rievocazione storica de “La Girandola” di Roma. Non è passata l’istituzione di un “Garante Nazionale dei Diritti degli Animali”, così come non è stato ammesso l’emendamento che introduce il diritto per il lavoratore di usufruire di un permesso retribuito di due giorni lavorativi all’anno in caso di decesso o di documentata grave malattia dell’animale d'affezione convivente. Anche la proposta che prevede la possibilità per i comuni di vietare il servizio di piazza a trazione animale o con slitte, non supera la scure dell’inammissibilità. Sono tutte piccole misure che ogni esecutivo toglie in funzione della propria visione politica e culturale, lasciando intatto però l'impatto generale della manovra, calcolata intorno a 35 miliardi dal Governo e 39,2 miliardi da Bankitalia, e le linee d'indirizzo su tasse, pensioni, reddito di cittadinanza, superbonus edilizia, sgravi, cuneo fiscale, soppressione del bonus cultura.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_11-12-2022_06-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 11 Dec 2022 05:00:04 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783208/punto_settimana_11_12_2022_06_00.mp3" length="2387114" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Daniele Biacchessi  Verso la metà di dicembre di ogni anno, il Governo in carica si avvia ad affrontare la parte finale della legge di bilancio: il passaggio parlamentare con l'approvazione o la bocciatura degli emendamenti presentati da...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Daniele Biacchessi  Verso la metà di dicembre di ogni anno, il Governo in carica si avvia ad affrontare la parte finale della legge di bilancio: il passaggio parlamentare con l'approvazione o la bocciatura degli emendamenti presentati da maggioranza, Governo e opposizione. Sono i giorni del cosiddetto "assalto alla diligenza", dove i partiti chiedono di inserire piccoli e medi scostamenti di bilancio a favore di singole opere o settori del nostro Paese. Così avviene anche in queste settimane. 1003 su 3.024 emendamenti alla manovra depositati in commissione bilancio della Camera sono stati dichiarati inammissibili. 546 sono stati cassati per mancanza di coperture adeguate, altri perché microsettoriali, ordinamentali. Non superano lo scoglio imposto dalla Camera gli emendamenti che, in via transitoria, estendono al settantaduesimo anno il limite di età per il collocamento d'ufficio a riposo per il personale medico del Ssn in servizio presso strutture sanitarie pubbliche o convenzionate e per i docenti universitari laureati in medicina e chirurgia, limitatamente allo svolgimento di attività clinico assistenziali. Salta l’emendamento che istituisce una tassa sui marmi a favore dei comuni di Massa e Carrara. Viene cancellato l'atto che proroga per gli anni 2023 e 2024 il contributo, già concesso per gli anni 2020 e 2021, al Pistoia Blues Festival.  Scatta anche l’inammissibilità delle disposizioni per il finanziamento delle celebrazioni per il 150esimo anniversario della nascita di Guglielmo Marconi, in materia di conferimento di incarichi dirigenziali presso il ministero della Cultura, di istituzione della fondazione di diritto privato “Fondazione Vittoriano”, di contributo per il sostegno delle attività di rievocazione storica de “La Girandola” di Roma. Non è passata l’istituzione di un “Garante Nazionale dei Diritti degli Animali”, così come non è stato ammesso l’emendamento che introduce il diritto per il lavoratore di usufruire di un permesso retribuito di due giorni lavorativi all’anno in caso di decesso o di documentata grave malattia dell’animale d'affezione convivente. Anche la proposta che prevede la possibilità per i comuni di vietare il servizio di piazza a trazione animale o con slitte, non supera la scure dell’inammissibilità. Sono tutte piccole misure che ogni esecutivo toglie in funzione della propria visione politica e culturale, lasciando intatto però l'impatto generale della manovra, calcolata intorno a 35 miliardi dal Governo e 39,2 miliardi da Bankitalia, e le linee d'indirizzo su tasse, pensioni, reddito di cittadinanza, superbonus edilizia, sgravi, cuneo fiscale, soppressione del bonus cultura.]]></itunes:summary><itunes:duration>199</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d36fcb01180a9f4729e7abf47baa1e56.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Ma è poi proprio così “cattivo” questo MES? | 04/12/2022 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/ma-e-poi-proprio-cosi-cattivo-questo-mes-04-12-2022-il-punto-della-settimana--57783247</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), detto anche Fondo salva Stati, è un’organizzazione internazionale nata come fondo di finanziamento europeo per la stabilità finanziaria della Zona Euro. È stato istituito con un trattato dagli Stati membri aderenti alla moneta unica ed è finalizzato alla costituzione di uno strumento permanente di assistenza finanziaria, destinato ai Paesi membri in difficoltà, con una capacità di prestito massima di 500 miliardi. Si tratta però – come, del resto, è logico – di un’assistenza che l’Unione economica e monetaria non mette a disposizione a titolo assolutamente gratuito, ma per la quale richiede, invece, che gli Stati che ricevono l’aiuto – oltre a pagare un certo tasso di interesse - adottino anche determinate misure di politica economica, ispirate da sani principi nella gestione delle loro finanze pubbliche. In sostanza, ci riferiamo alle tanto temute “condizionalità”.  La struttura del MES ricalca quella della Banca Centrale Europea e, pertanto, tutti gli Stati posseggono delle quote in proporzione alla popolazione e alla ricchezza prodotta. Di conseguenza, la Germania è la prima azionista con il 26%, seguita dalla Francia con il 20 e, quindi, dall’Italia con il 17%.  Appare, quindi, piuttosto evidente come il MES sia stato, almeno inizialmente, concepito come uno sforzo congiunto delle economie comunitarie (inclusa la nostra) per garantire maggiore stabilità finanziaria al Vecchio Continente. Tuttavia, proprio in questi giorni, alla Camera dei Deputati è passata una mozione presentata dalla maggioranza che “impegna il governo a non approvare il disegno di legge di ratifica della riforma del trattato istitutivo del Mes”. Una scelta, questa, che (soprattutto adesso che, a breve, arriverà la ratifica anche da parte della Germania) isola inspiegabilmente il nostro Paese, lasciandolo da solo a recitare l’imbarazzante parte di chi si ostina – anche a costo di non fare i propri interessi – a frenare il processo d’integrazione dell’Europa. Sinceramente, stentiamo a comprendere la ratio di un atteggiamento di così marcata diffidenza verso la riforma di uno strumento che, tra l’altro, nessuno ci obbligherebbe mai ad utilizzare...Proprio come avvenne all’inizio della pandemia, quando cioè l’idea di attingere ai 37 miliardi che il MES ci avrebbe messo immediatamente a disposizione per fronteggiare l’improvvisa impennata delle spese sanitarie, venne sdegnosamente respinta dal governo che c’era allora. Ed a questo proposito, è strano, ad esempio, osservare come le tanto demonizzate “condizionalità” previste dal MES, non siano poi così diverse da quelle che, successivamente, sono state imposte relativamente ai Piani nazionali di ripresa e resilienza che, invece, nessuno si è poi sognato di contestare. Viene, dunque, da domandarsi come mai, in Italia, le regole del MES siano state viste come il diavolo, mentre quelle legate al Next Generation EU come l’acqua santa...Forse a condizionare la linea di condotta dell’attuale maggioranza di governo è più che altro un moto di orgoglio che le impedisce di ammettere onestamente, dinanzi al Paese, che tutti i suoi pregiudizi in merito al MES sono stati, fin dall’inizio, solamente una serie di errori di valutazione dei quali, se a prevalere fosse veramente la serietà, bisognerebbe oggi riconoscere la responsabilità.  E così, persistendo nel suo atteggiamento di chiusura, l’Italia sta privando l’intera Zona Euro, di un’opportunità fondamentale per contrastare o limitare, in futuro, eventuali nuove crisi finanziarie. Chi lo va a spiegare alle altre cancellerie europee?]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_04-12-2022_10-24.mp3</guid><pubDate>Sun, 04 Dec 2022 09:24:35 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783247/punto_settimana_04_12_2022_10_24.mp3" length="2829106" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), detto anche Fondo salva Stati, è un’organizzazione internazionale nata come fondo di finanziamento europeo per la stabilità finanziaria della Zona Euro. È stato istituito con un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), detto anche Fondo salva Stati, è un’organizzazione internazionale nata come fondo di finanziamento europeo per la stabilità finanziaria della Zona Euro. È stato istituito con un trattato dagli Stati membri aderenti alla moneta unica ed è finalizzato alla costituzione di uno strumento permanente di assistenza finanziaria, destinato ai Paesi membri in difficoltà, con una capacità di prestito massima di 500 miliardi. Si tratta però – come, del resto, è logico – di un’assistenza che l’Unione economica e monetaria non mette a disposizione a titolo assolutamente gratuito, ma per la quale richiede, invece, che gli Stati che ricevono l’aiuto – oltre a pagare un certo tasso di interesse - adottino anche determinate misure di politica economica, ispirate da sani principi nella gestione delle loro finanze pubbliche. In sostanza, ci riferiamo alle tanto temute “condizionalità”.  La struttura del MES ricalca quella della Banca Centrale Europea e, pertanto, tutti gli Stati posseggono delle quote in proporzione alla popolazione e alla ricchezza prodotta. Di conseguenza, la Germania è la prima azionista con il 26%, seguita dalla Francia con il 20 e, quindi, dall’Italia con il 17%.  Appare, quindi, piuttosto evidente come il MES sia stato, almeno inizialmente, concepito come uno sforzo congiunto delle economie comunitarie (inclusa la nostra) per garantire maggiore stabilità finanziaria al Vecchio Continente. Tuttavia, proprio in questi giorni, alla Camera dei Deputati è passata una mozione presentata dalla maggioranza che “impegna il governo a non approvare il disegno di legge di ratifica della riforma del trattato istitutivo del Mes”. Una scelta, questa, che (soprattutto adesso che, a breve, arriverà la ratifica anche da parte della Germania) isola inspiegabilmente il nostro Paese, lasciandolo da solo a recitare l’imbarazzante parte di chi si ostina – anche a costo di non fare i propri interessi – a frenare il processo d’integrazione dell’Europa. Sinceramente, stentiamo a comprendere la ratio di un atteggiamento di così marcata diffidenza verso la riforma di uno strumento che, tra l’altro, nessuno ci obbligherebbe mai ad utilizzare...Proprio come avvenne all’inizio della pandemia, quando cioè l’idea di attingere ai 37 miliardi che il MES ci avrebbe messo immediatamente a disposizione per fronteggiare l’improvvisa impennata delle spese sanitarie, venne sdegnosamente respinta dal governo che c’era allora. Ed a questo proposito, è strano, ad esempio, osservare come le tanto demonizzate “condizionalità” previste dal MES, non siano poi così diverse da quelle che, successivamente, sono state imposte relativamente ai Piani nazionali di ripresa e resilienza che, invece, nessuno si è poi sognato di contestare. Viene, dunque, da domandarsi come mai, in Italia, le regole del MES siano state viste come il diavolo, mentre quelle legate al Next Generation EU come l’acqua santa...Forse a condizionare la linea di condotta dell’attuale maggioranza di governo è più che altro un moto di orgoglio che le impedisce di ammettere onestamente, dinanzi al Paese, che tutti i suoi pregiudizi in merito al MES sono stati, fin dall’inizio, solamente una serie di errori di valutazione dei quali, se a prevalere fosse veramente la serietà, bisognerebbe oggi riconoscere la responsabilità.  E così, persistendo nel suo atteggiamento di chiusura, l’Italia sta privando l’intera Zona Euro, di un’opportunità fondamentale per contrastare o limitare, in futuro, eventuali nuove crisi finanziarie. Chi lo va a spiegare alle altre cancellerie europee?]]></itunes:summary><itunes:duration>236</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/7c377ee4695ca3b7fad8a9928b8eddd1.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Non è "macelleria sociale" | 27/11/2022 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/non-e-macelleria-sociale-27-11-2022-il-punto-della-settimana--57783195</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  La manovra finanziaria del Governo sarà certamente criticabile (come lo sono tutte le cose umane), ma non è il caso di osservarla servendoci esclusivamente della lente del pregiudizio. In fondo, va ad inserirsi in un percorso di continuità rispetto all’esecutivo Draghi, nella parte in cui evita di fare scostamenti di bilancio (che avrebbero messo in allarme i mercati finanziari, aumentando lo spread) ed in quella in cui sceglie, comunque, di destinare 13 dei 21 miliardi di spesa disponibili all’emergenza bollette. Sui circa otto miliardi di manovra restanti, il governo Meloni ha optato per una serie (non troppo ampia) di piccoli interventi che anche se non seguono una linea di politica economica omogenea, cercano tuttavia di non scontentare troppo né le imprese e né i lavoratori. Comunque, ci pare apprezzabile il fatto che questa manovra non si sia dispersa nel dare risposte a centinaia di micro richieste, ma si sia, invece, concentrata sul problema dei problemi che, al momento, è quello del contenimento dei costi dell’energia per famiglie e imprese. Ed a questo proposito, bisogna riconoscere che l’apporto fornito dall’intervento pubblico non è poca cosa, come del resto sembrano testimoniare anche gli indici del clima di fiducia rilevati dall’ Istat per il mese di novembre, i quali sono sorprendentemente tutti in rialzo: quello dei consumatori sale da 90,1 registrato a ottobre a 98,1; quello delle imprese passa da 104,7 a 106,4, facendo segnare un’autentica inversione di tendenza rispetto ai quattro mesi precedenti.  Pertanto, definire il piano presentato da Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti “massacro sociale”- come ha fatto Giuseppe Conte - risulta alquanto azzardato, se non addirittura completamente falso. Se andiamo, ad esempio, a vedere cosa prevede il Governo in merito a quel reddito di cittadinanza che rappresenta il cavallo di battaglia dell’ex premier, ci accorgiamo che, per il 2023, la manovra ritaglia un risparmio di 470 milioni su 8 miliardi di spesa, da ottenersi attraverso graduali provvedimenti restrittivi che coinvolgeranno solamente un terzo degli attuali percettori. In pratica ed in attesa che intervengano (se mai arriveranno) nuove riforme preannunciate per il 2024, per ora il reddito di cittadinanza viene modificato soprattutto a parole, dovendo pure i partiti di governo inventarsi qualcosa per salvare la faccia, dopo una campagna elettorale condotta prendendosela con quei “fannulloni sul divano” che se la spassavano tranquillamente in casa loro facendosi beffe dello Stato... Così come - sempre nella manovra - restano sostanzialmente ignorati i grandi temi delle riforme del fisco e delle pensioni che vengono, ancora una volta, rinviate ad un futuro che noi ipotizziamo piuttosto lontano. D’altra parte, ribadiamo che siamo in presenza di una manovra che viene, inevitabilmente, condizionata da una spinosissima situazione di emergenza energetica e di ristrettezze finanziarie. Manca di coraggio? Si poteva osare un pochino di più relativamente al cuneo fiscale? Forse si, ma dobbiamo dare atto al Governo del fatto che non era affatto facile varare una manovra finanziaria che, nella sostanza, rinuncia, sia pure facendo finta di niente, a mantenere gran parte delle demagogiche promesse con cui aveva sedotto la maggioranza degli elettori italiani, durante la campagna per il voto del 25 settembre...  Adesso però, Giorgia Meloni è attesa ad un banco di prova che per lei potrebbe rivelarsi se non proprio un Vietnam, almeno una passeggiata su un terreno molto scivoloso: e stiamo pensando al dibattito che, a breve, si svolgerà in Parlamento. E’ in quella sede, infatti, che, soprattutto da Lega e Forza Italia, potrebbero arrivare insidiosi agguati: infatti, dalle pensioni minime che, con buona pace di Berlusconi, non sono affatto salite a mille euro, alle cartelle esattoriali che Salvini aveva assicurato di voler cancellare fino ai tremila euro, le occasioni per fare qualche sgradita sorpresa alla neo Presidente del Consiglio non mancherebbero di sicuro. Certo, il Governo, come extrema ratio, ha sempre la possibilità di porre alle Camere la fiducia su un testo onnicomprensivo che non consenta alcuna modifica, ma si tratterebbe, comunque, di un gran brutto iniziare.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_27-11-2022_06-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 27 Nov 2022 05:00:04 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783195/punto_settimana_27_11_2022_06_00.mp3" length="3226271" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  La manovra finanziaria del Governo sarà certamente criticabile (come lo sono tutte le cose umane), ma non è il caso di osservarla servendoci esclusivamente della lente del pregiudizio. In fondo, va ad inserirsi in un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  La manovra finanziaria del Governo sarà certamente criticabile (come lo sono tutte le cose umane), ma non è il caso di osservarla servendoci esclusivamente della lente del pregiudizio. In fondo, va ad inserirsi in un percorso di continuità rispetto all’esecutivo Draghi, nella parte in cui evita di fare scostamenti di bilancio (che avrebbero messo in allarme i mercati finanziari, aumentando lo spread) ed in quella in cui sceglie, comunque, di destinare 13 dei 21 miliardi di spesa disponibili all’emergenza bollette. Sui circa otto miliardi di manovra restanti, il governo Meloni ha optato per una serie (non troppo ampia) di piccoli interventi che anche se non seguono una linea di politica economica omogenea, cercano tuttavia di non scontentare troppo né le imprese e né i lavoratori. Comunque, ci pare apprezzabile il fatto che questa manovra non si sia dispersa nel dare risposte a centinaia di micro richieste, ma si sia, invece, concentrata sul problema dei problemi che, al momento, è quello del contenimento dei costi dell’energia per famiglie e imprese. Ed a questo proposito, bisogna riconoscere che l’apporto fornito dall’intervento pubblico non è poca cosa, come del resto sembrano testimoniare anche gli indici del clima di fiducia rilevati dall’ Istat per il mese di novembre, i quali sono sorprendentemente tutti in rialzo: quello dei consumatori sale da 90,1 registrato a ottobre a 98,1; quello delle imprese passa da 104,7 a 106,4, facendo segnare un’autentica inversione di tendenza rispetto ai quattro mesi precedenti.  Pertanto, definire il piano presentato da Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti “massacro sociale”- come ha fatto Giuseppe Conte - risulta alquanto azzardato, se non addirittura completamente falso. Se andiamo, ad esempio, a vedere cosa prevede il Governo in merito a quel reddito di cittadinanza che rappresenta il cavallo di battaglia dell’ex premier, ci accorgiamo che, per il 2023, la manovra ritaglia un risparmio di 470 milioni su 8 miliardi di spesa, da ottenersi attraverso graduali provvedimenti restrittivi che coinvolgeranno solamente un terzo degli attuali percettori. In pratica ed in attesa che intervengano (se mai arriveranno) nuove riforme preannunciate per il 2024, per ora il reddito di cittadinanza viene modificato soprattutto a parole, dovendo pure i partiti di governo inventarsi qualcosa per salvare la faccia, dopo una campagna elettorale condotta prendendosela con quei “fannulloni sul divano” che se la spassavano tranquillamente in casa loro facendosi beffe dello Stato... Così come - sempre nella manovra - restano sostanzialmente ignorati i grandi temi delle riforme del fisco e delle pensioni che vengono, ancora una volta, rinviate ad un futuro che noi ipotizziamo piuttosto lontano. D’altra parte, ribadiamo che siamo in presenza di una manovra che viene, inevitabilmente, condizionata da una spinosissima situazione di emergenza energetica e di ristrettezze finanziarie. Manca di coraggio? Si poteva osare un pochino di più relativamente al cuneo fiscale? Forse si, ma dobbiamo dare atto al Governo del fatto che non era affatto facile varare una manovra finanziaria che, nella sostanza, rinuncia, sia pure facendo finta di niente, a mantenere gran parte delle demagogiche promesse con cui aveva sedotto la maggioranza degli elettori italiani, durante la campagna per il voto del 25 settembre...  Adesso però, Giorgia Meloni è attesa ad un banco di prova che per lei potrebbe rivelarsi se non proprio un Vietnam, almeno una passeggiata su un terreno molto scivoloso: e stiamo pensando al dibattito che, a breve, si svolgerà in Parlamento. E’ in quella sede, infatti, che, soprattutto da Lega e Forza Italia, potrebbero arrivare insidiosi agguati: infatti, dalle pensioni minime che, con buona pace di Berlusconi, non sono affatto salite a mille euro, alle cartelle esattoriali che Salvini aveva assicurato di voler cancellare fino ai tremila euro, le occasioni per fare qualche sgradita...]]></itunes:summary><itunes:duration>269</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/117e13f36d40b4628ae85beb5e67b8ec.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il “discolo” Zelensky | 20/11/2022 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-discolo-zelensky-20-11-2022-il-punto-della-settimana--57783203</link><description><![CDATA[I missili che hanno provocato la morte di due persone sul suolo polacco - a prescindere da quale fosse la loro provenienza – vi sono finiti inavvertitamente. Sono ordigni utilizzati da entrambi gli eserciti in campo e, di conseguenza, i rilievi effettuati sul luogo del disastro dai tecnici della NATO per stabilirne l’origine, hanno presentato difficoltà oggettivamente innegabili. Noi pensiamo però, che da Washington a Varsavia o da Parigi a Londra, tutti i governi occidentali abbiano pregato ogni santo possibile ed immaginabile affinché, dalle indagini, non emergesse alcuna responsabilità certa da parte dei Russi. Sappiamo tutti cosa prevede, infatti, l’art.5 del Trattato Costitutivo della NATO, in caso di attacco esterno ad uno dei Paesi membri. Basta, quindi, uno sbaglio o una distrazione - che umanamente possono verificarsi in qualsiasi momento - ed ecco che quello che siamo sempre stati abituati a considerare come un rischio remoto, ci si manifesta, improvvisamente, dinanzi agli occhi in tutta la sua catastrofica realtà.  Tuttavia, ci sembra di poter trarre almeno parziale conforto dal fatto che la spinosissima questione sia stata trattata con estrema prudenza da tutte le parti in causa: cosa, del resto, riconosciuta pure da Mosca. Abbiamo sempre pensato che a guidare tutte le azioni umane – anche le apparentemente più superficiali – sia un ancestrale istinto di sopravvivenza: ed i passi di piombo con cui si sono mossi gli Stati Uniti e la Polonia in questi giorni sembrano convalidare questa nostra percezione esistenziale. In altre parole, prima di avventurarsi in situazioni che li possano mettere frontalmente l’uno davanti all’altro, sia il Pentagono che il Cremlino ci penseranno qualche decina di volte...Come già avvenne esattamente sessant’anni fa, quando Kennedy e Kruscev ci fecero uscire tutti indenni dalla delicatissima crisi dei missili a Cuba. Tuttavia, in questo scenario saggiamente improntato al buon senso, ci è parso di poter cogliere una nota stonata nell’atteggiamento assunto dal presidente ucraino Zelensky, il quale, forse incurante dei rischi che corre l’umanità intera in questi frangenti, ha colto la palla al balzo per chiedere ai vertici della NATO di intensificare gli sforzi comuni contro la Federazione Russa.  Sia chiaro, noi riteniamo che la guerra sia stata indiscutibilmente provocata dalla Russia e che l’Ucraina abbia il sacrosanto diritto di difendere la propria indipendenza e la propria integrità territoriale. Ciò nonostante, il governo di Kiev, in preda evidentemente all’euforia scatenata dagli ultimi successi ottenuti sul campo di battaglia, dà la netta sensazione di sorvolare su un dato essenziale: quello cioè che se oggi, dopo nove mesi di terribili combattimenti, esiste ancora uno Stato ucraino e lo stesso Zelensky non è finito fisicamente eliminato, lo si deve in larghissima misura al sostegno economico e militare che il Paese ha ricevuto dalle capitali occidentali. Intendiamoci, che non si possano mettere a rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta o l’economia globale per un tratto di terra nel Dombass, è una cosa che andrebbe spiegata innanzitutto a Putin, ma anche a Kiev un bagno di sano realismo non farebbe affatto male. In effetti, Mosca ha ancora in mano importanti aree strategiche, come la centrale nucleare di Zaporizhzhya (la più grande d'Europa, la principale fonte di approvvigionamento energetico del Paese) o la città di Melitopol e pertanto, come ha evidenziato anche il capo di stato maggiore statunitense Mark Milley, una vittoria militare completa da parte degli Ucraini è assai improbabile, così come l’espulsione dei Russi da tutte le aree che hanno occupato sembra destinata a rimanere un’opzione velleitaria.  Si ha la sensazione che, a livello diplomatico, qualcosa si stia muovendo (magari anche rimettendo in riga Zelensky) e che, nelle ultime settimane, il desiderio americano di favorire una prossima fine delle ostilità stia diventando sempre più chiaro: il tutto, naturalmente, dopo aver poste le basi per garantire – almeno temporaneamente - la sicurezza di Kiev, aiutandola nell'opera di ricostruzione.  Se potessimo parlargli, diremmo a Zelensky che quella che, sia pure “obtorto collo”, stiamo tutti interpretando non è una delle commedie di cui – in un’altra vita – egli stesso era stato regista e attore protagonista, ma è invece un dramma nel quale sono coinvolte, oltre alla sua, anche altre nazioni (comprese quelle dell’Unione Europea), le quali stanno pagando un prezzo altissimo in termini economici e sociali e, di conseguenza, non possono essere considerate come semplici spettatrici sedute in sala per assistere alla proiezione del film.  Certo, a sua volta Zelensky potrebbe risponderci – non senza ragioni fondate - che se, da un lato, un armistizio o, comunque, una soluzione tattica di breve respiro consentirebbe all'Occidente di vendere alla propria opinione pubblica un risultato favorevole come la fine delle ostilità, dall’altro permetterebbe però anche a Putin di riprendere il fiato necessario per riorganizzarsi militarmente, in vista di una rinnovata fase conflittuale alla quale probabilmente non rinuncerà mai.  Che fare allora per portare un minimo di serenità in quella martoriata Regione? Forse, l’unica via percorribile è quella di favorire l’ingresso dell’Ucraina nella NATO.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_20-11-2022_06-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 20 Nov 2022 05:00:35 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783203/punto_settimana_20_11_2022_06_00.mp3" length="3937847" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>I missili che hanno provocato la morte di due persone sul suolo polacco - a prescindere da quale fosse la loro provenienza – vi sono finiti inavvertitamente. 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Basta, quindi, uno sbaglio o una distrazione - che umanamente possono verificarsi in qualsiasi momento - ed ecco che quello che siamo sempre stati abituati a considerare come un rischio remoto, ci si manifesta, improvvisamente, dinanzi agli occhi in tutta la sua catastrofica realtà.  Tuttavia, ci sembra di poter trarre almeno parziale conforto dal fatto che la spinosissima questione sia stata trattata con estrema prudenza da tutte le parti in causa: cosa, del resto, riconosciuta pure da Mosca. Abbiamo sempre pensato che a guidare tutte le azioni umane – anche le apparentemente più superficiali – sia un ancestrale istinto di sopravvivenza: ed i passi di piombo con cui si sono mossi gli Stati Uniti e la Polonia in questi giorni sembrano convalidare questa nostra percezione esistenziale. In altre parole, prima di avventurarsi in situazioni che li possano mettere frontalmente l’uno davanti all’altro, sia il Pentagono che il Cremlino ci penseranno qualche decina di volte...Come già avvenne esattamente sessant’anni fa, quando Kennedy e Kruscev ci fecero uscire tutti indenni dalla delicatissima crisi dei missili a Cuba. Tuttavia, in questo scenario saggiamente improntato al buon senso, ci è parso di poter cogliere una nota stonata nell’atteggiamento assunto dal presidente ucraino Zelensky, il quale, forse incurante dei rischi che corre l’umanità intera in questi frangenti, ha colto la palla al balzo per chiedere ai vertici della NATO di intensificare gli sforzi comuni contro la Federazione Russa.  Sia chiaro, noi riteniamo che la guerra sia stata indiscutibilmente provocata dalla Russia e che l’Ucraina abbia il sacrosanto diritto di difendere la propria indipendenza e la propria integrità territoriale. Ciò nonostante, il governo di Kiev, in preda evidentemente all’euforia scatenata dagli ultimi successi ottenuti sul campo di battaglia, dà la netta sensazione di sorvolare su un dato essenziale: quello cioè che se oggi, dopo nove mesi di terribili combattimenti, esiste ancora uno Stato ucraino e lo stesso Zelensky non è finito fisicamente eliminato, lo si deve in larghissima misura al sostegno economico e militare che il Paese ha ricevuto dalle capitali occidentali. Intendiamoci, che non si possano mettere a rischio la sopravvivenza stessa del Pianeta o l’economia globale per un tratto di terra nel Dombass, è una cosa che andrebbe spiegata innanzitutto a Putin, ma anche a Kiev un bagno di sano realismo non farebbe affatto male. In effetti, Mosca ha ancora in mano importanti aree strategiche, come la centrale nucleare di Zaporizhzhya (la più grande d'Europa, la principale fonte di approvvigionamento energetico del Paese) o la città di Melitopol e pertanto, come ha evidenziato anche il capo di stato maggiore statunitense Mark Milley, una vittoria militare completa da parte degli Ucraini è assai improbabile, così come l’espulsione dei Russi da tutte le aree che hanno occupato sembra destinata a rimanere un’opzione velleitaria.  Si ha la sensazione che, a livello diplomatico, qualcosa si stia muovendo (magari anche rimettendo in riga Zelensky) e che, nelle ultime settimane, il desiderio americano di favorire una prossima fine delle ostilità stia diventando sempre più chiaro: il tutto,...]]></itunes:summary><itunes:duration>329</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/f6f4b4d2a98b521d87f60f13d0deb4c6.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Emmanuel Macron, orfano di Mario Draghi | 13/11/2022 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/emmanuel-macron-orfano-di-mario-draghi-13-11-2022-il-punto-della-settimana--57783213</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Gli ultimi giorni della settimana che si sta concludendo hanno visto un preoccupante riacutizzarsi delle tensioni diplomatiche tra Roma e Parigi. Un clima incandescente che ha riportato le relazioni con i nostri suscettibilissimi cugini d’Oltralpe quasi al livello di rottura che si registrò ai tempi del primo governo Conte: quando cioè, l’allora vice presidente del Consiglio, Luigi Di Maio, si recò personalmente in Francia per solidarizzare con quei “gilet gialli” che contestavano violentemente la politica di Emmanuel Macron. Allora, l’Eliseo giunse addirittura a richiamare il proprio ambasciatore in Italia, a causa di quelli che vennero definiti “attacchi senza precedenti dal governo italiano”. Il caso attualmente in questione sembrava, invece, avviato a risolversi in maniera ben più serena: anzi, con l’accoglienza (nel porto di Tolone) della nave norvegese Ocean Viking che lavora per l’ong transalpina “SOS Méditerrannée, ci si era persino illusi che, a margine del vertice Cop 27 di Sharm El Sheik, potesse aver preso consistenza una positiva forma di intesa diretta fra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni. E forse, nelle intenzioni dei due protagonisti, gli accordi presi in Egitto avrebbero, effettivamente, dovuto segnare un nuovo corso anche per i loro incerti rapporti personali: purtroppo però, le cose non si sono poi sviluppate nel senso inizialmente auspicato.  L’ingresso della Ocean Viking nel porto militare francese probabilmente era stato concepito come una sorta di compromesso attraverso il quale Parigi, apprezzando il fatto che il nostro Governo – messa da parte l’intransigenza della prima ora - avesse fatto finalmente sbarcare i profughi da varie navi, riconosceva – almeno in parte – la serietà delle ragioni italiane, compiendo, di conseguenza, un gesto di solidarietà nei confronti di Roma. Tutto bene, quindi, se a turbare gli animi non fosse intervenuta una incauta nota di Palazzo Chigi che sottolineava la capacità dell’esecutivo Meloni nel gestire la spinosa situazione, difendendo gli interessi nazionali anche di fronte alla Francia. Strano che, almeno a livello di consiglieri ed esperti diplomatici, non ci sia stato nessuno che abbia avvertito la Meloni sulle ripercussioni che certe affermazioni avrebbero potuto avere nel contesto francese, dove un imbarazzato Macro si è venuto, improvvisamente, a trovare sommerso dalle critiche. Da quelle della sinistra di Melenchon che gli ha subito contestato di avere sottoscritto un accordo con un governo impresentabile come quello italiano e da quelle dell’estrema destra di Marine Le Pen la quale, adesso, denuncia la debolezza di Macron nel momento in cui si presta a favorire l’ingresso di oltre duecento migranti clandestini. Il tutto, in una Francia che è ancora sotto shock per l’orribile vicenda di una bambina uccisa, tra indicibili sevizie, da una donna algerina che era giunta a Parigi proprio clandestinamente. Anche in Francia, quindi, il problema delle migrazioni sta alimentando dibattiti molto serrati, cui fanno seguito mobilitazioni accanitamente contrapposte. E così, il ministro dell'Interno francese, Gerard Darmanin, pur confermando l’accoglienza della nave a Tolone, ha accusato l’Italia di non rispettare le regole europee, facendo balenare pure una revisione dei rapporti bilaterali. È chiaro, comunque, come tutto questo nervosismo trovi la sua origine in motivazioni inerenti la politica interna: da un lato, infatti, il governo francese non può risultare coinvolto in una pratica scorretta nei confronti dei migranti, ma dall’altro non può nemmeno apparire come subordinato ai diktat provenienti da un altro Paese.  Ribadiamo che, certamente, Palazzo Chigi non ha valutato correttamente la portata interna della questione in Francia, abbandonandosi ad una comunicazione che è risultata poi dannosa: tuttavia, prima di accusare il nostro Paese di essere “disumano”, non sarebbe male se qualcuno a Parigi prendesse in mano il pallottoliere per fare un paio di conti. Forse si accorgerebbe che, sui 90000 migranti sbarcati nei porti italiani, c’era un patto per redistribuirli tra Stati europei: ebbene, fino ad oggi, 38 li ha accolti la Francia, 137 la Germania, mentre il resto è rimasto in Italia. Anche il Papa – che pure non è sicuramente mosso da intenti sovranisti – ha recentemente riconosciuto che “l’Italia, nella crisi dei migranti, è stata lasciata sola”. E spiace dover, inoltre, assistere al masochistico spettacolo di forze politiche italiane che, per pura avversione al Governo, solidarizzano con chi dall’estero punta ad un isolamento – che, almeno per il momento, ci pare immotivato - del Paese che, in definitiva, è anche il loro...]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_13-11-2022_06-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 13 Nov 2022 05:00:09 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783213/punto_settimana_13_11_2022_06_00.mp3" length="3443192" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Gli ultimi giorni della settimana che si sta concludendo hanno visto un preoccupante riacutizzarsi delle tensioni diplomatiche tra Roma e Parigi. Un clima incandescente che ha riportato le relazioni con i nostri...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Gli ultimi giorni della settimana che si sta concludendo hanno visto un preoccupante riacutizzarsi delle tensioni diplomatiche tra Roma e Parigi. Un clima incandescente che ha riportato le relazioni con i nostri suscettibilissimi cugini d’Oltralpe quasi al livello di rottura che si registrò ai tempi del primo governo Conte: quando cioè, l’allora vice presidente del Consiglio, Luigi Di Maio, si recò personalmente in Francia per solidarizzare con quei “gilet gialli” che contestavano violentemente la politica di Emmanuel Macron. Allora, l’Eliseo giunse addirittura a richiamare il proprio ambasciatore in Italia, a causa di quelli che vennero definiti “attacchi senza precedenti dal governo italiano”. Il caso attualmente in questione sembrava, invece, avviato a risolversi in maniera ben più serena: anzi, con l’accoglienza (nel porto di Tolone) della nave norvegese Ocean Viking che lavora per l’ong transalpina “SOS Méditerrannée, ci si era persino illusi che, a margine del vertice Cop 27 di Sharm El Sheik, potesse aver preso consistenza una positiva forma di intesa diretta fra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni. E forse, nelle intenzioni dei due protagonisti, gli accordi presi in Egitto avrebbero, effettivamente, dovuto segnare un nuovo corso anche per i loro incerti rapporti personali: purtroppo però, le cose non si sono poi sviluppate nel senso inizialmente auspicato.  L’ingresso della Ocean Viking nel porto militare francese probabilmente era stato concepito come una sorta di compromesso attraverso il quale Parigi, apprezzando il fatto che il nostro Governo – messa da parte l’intransigenza della prima ora - avesse fatto finalmente sbarcare i profughi da varie navi, riconosceva – almeno in parte – la serietà delle ragioni italiane, compiendo, di conseguenza, un gesto di solidarietà nei confronti di Roma. Tutto bene, quindi, se a turbare gli animi non fosse intervenuta una incauta nota di Palazzo Chigi che sottolineava la capacità dell’esecutivo Meloni nel gestire la spinosa situazione, difendendo gli interessi nazionali anche di fronte alla Francia. Strano che, almeno a livello di consiglieri ed esperti diplomatici, non ci sia stato nessuno che abbia avvertito la Meloni sulle ripercussioni che certe affermazioni avrebbero potuto avere nel contesto francese, dove un imbarazzato Macro si è venuto, improvvisamente, a trovare sommerso dalle critiche. Da quelle della sinistra di Melenchon che gli ha subito contestato di avere sottoscritto un accordo con un governo impresentabile come quello italiano e da quelle dell’estrema destra di Marine Le Pen la quale, adesso, denuncia la debolezza di Macron nel momento in cui si presta a favorire l’ingresso di oltre duecento migranti clandestini. Il tutto, in una Francia che è ancora sotto shock per l’orribile vicenda di una bambina uccisa, tra indicibili sevizie, da una donna algerina che era giunta a Parigi proprio clandestinamente. Anche in Francia, quindi, il problema delle migrazioni sta alimentando dibattiti molto serrati, cui fanno seguito mobilitazioni accanitamente contrapposte. E così, il ministro dell'Interno francese, Gerard Darmanin, pur confermando l’accoglienza della nave a Tolone, ha accusato l’Italia di non rispettare le regole europee, facendo balenare pure una revisione dei rapporti bilaterali. È chiaro, comunque, come tutto questo nervosismo trovi la sua origine in motivazioni inerenti la politica interna: da un lato, infatti, il governo francese non può risultare coinvolto in una pratica scorretta nei confronti dei migranti, ma dall’altro non può nemmeno apparire come subordinato ai diktat provenienti da un altro Paese.  Ribadiamo che, certamente, Palazzo Chigi non ha valutato correttamente la portata interna della questione in Francia, abbandonandosi ad una comunicazione che è risultata poi dannosa: tuttavia, prima di accusare il nostro Paese di essere “disumano”, non sarebbe male se qualcuno a Parigi prendesse in mano il pallottoliere per fare un...]]></itunes:summary><itunes:duration>287</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/f1ea00cba862bb5c7f334a0a4f62e7fe.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>In memoria di Laika | 06/11/2022 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/in-memoria-di-laika-06-11-2022-il-punto-della-settimana--57783219</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  In questa settimana si è celebrato il 65° anniversario di un passaggio fondamentale nella storia che ci racconta la conquista dello spazio: e stiamo parlando del primo lancio in orbita di un essere vivente. Si noti “vivente” e non “umano”, perché figuriamoci se un sia pur straordinario esperimento, almeno per una volta, non doveva costare la vita ad un ignaro e sfortunato animale. E sfortunata possiamo dire che la cagnetta Laika – destinata al sacrificio sull’altare del nostro sapere scientifico e tecnologico – lo sia già fin dalla nascita, poiché la sua vita da randagia per le strade di Mosca, tra un pezzo di pane secco donato da qualche anima pia ed un calcio nel sedere tirato da qualche farabutto, non è pensabile che scorra granché bene...Comunque, per lei il peggio deve ancora arrivare, dato che la sua sventura, tra le altre, è anche quella di avere una taglia medio-piccola ed un carattere particolarmente docile: due caratteristiche che la fanno inserire nel gruppo dei cani che sono stati selezionati in vista della grande avventura prevista per il 3 novembre del 1957.  Da quel momento in poi, per Laika, incomincia un incubo senza fine. Quando viene portata per la prima volta in un laboratorio, lei - che non è mai stata neanche da un veterinario – non lo sa ancora di cosa siano capaci quegli imprevedibili esseri a due zampe, se decidono di prepararla per una missione che interessa poi soltanto a loro... Iniziano così addestramenti durissimi che le impongono ogni sorta di costrizioni: vive, infatti, per settimane in una gabbia piccolissima e deve sopportare centrifughe simulate come quelle che avrebbe dovuto affrontare all'interno della navicella spaziale. Però, il fato ha già deciso il suo corso e, nei confronti della nostra piccola Laika, è talmente beffardo e spietato che la porta a superare la concorrenza di tutti gli altri suoi simili e ad indossare, di conseguenza, quella tutina spaziale che la avvolge ancora oggi nei francobolli dell’epoca. Dopo di che, l’assoluto protagonista diventa lo Sputnik 2 e di Laika non se ne parlerà quasi più...almeno fino al 2012, quando uno degli scienziati che si occuparono dell’impresa spaziale, spiegherà come le funzioni vitali della cagnetta si fermarono poche ore dopo il lancio. Laika, sarebbe, infatti, morta di paura, poichè le condizioni estreme ed il cattivo funzionamento della termoregolazione all’interno della navicella avrebbero provocato la fine della cagnetta terrorizzata. Lo Sputnik 2 rimarrà in orbita per circa sei mesi e tornerà sulla Terra il 4 aprile del 1959, con a bordo quello che è rimasto di quel povero corpicino.  Se ci fermassimo, ogni tanto, a riflettere seriamente sui millenni di crudeltà, sacrifici e sfruttamenti che abbiamo inflitto ai nostri fratelli animali, forse cambierebbe anche il nostro modo di rapportarci con la natura in generale. Forse metteremmo, finalmente, in discussione l’arrogante pretesa di essere il centro e la misura di tutte le cose. E forse riusciremmo a dare inizio ad una nuova era, compiendo azioni riparatorie rispetto ai tanti crimini commessi fino ad oggi: magari potremmo cominciare con l’aprire le gabbie alle tante piccole Laika che, nei laboratori di cosmetica, muoiono ogni giorno tra atroci sofferenze soltanto perché qualcuno di noi sente l’esigenza di avere schiume da barba sempre più ammorbidenti o creme “anti age” per cullarsi nel fatuo mito dell’eterna giovinezza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_06-11-2022_06-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 06 Nov 2022 05:00:55 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783219/punto_settimana_06_11_2022_06_00.mp3" length="2796191" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  In questa settimana si è celebrato il 65° anniversario di un passaggio fondamentale nella storia che ci racconta la conquista dello spazio: e stiamo parlando del primo lancio in orbita di un essere vivente. 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E sfortunata possiamo dire che la cagnetta Laika – destinata al sacrificio sull’altare del nostro sapere scientifico e tecnologico – lo sia già fin dalla nascita, poiché la sua vita da randagia per le strade di Mosca, tra un pezzo di pane secco donato da qualche anima pia ed un calcio nel sedere tirato da qualche farabutto, non è pensabile che scorra granché bene...Comunque, per lei il peggio deve ancora arrivare, dato che la sua sventura, tra le altre, è anche quella di avere una taglia medio-piccola ed un carattere particolarmente docile: due caratteristiche che la fanno inserire nel gruppo dei cani che sono stati selezionati in vista della grande avventura prevista per il 3 novembre del 1957.  Da quel momento in poi, per Laika, incomincia un incubo senza fine. Quando viene portata per la prima volta in un laboratorio, lei - che non è mai stata neanche da un veterinario – non lo sa ancora di cosa siano capaci quegli imprevedibili esseri a due zampe, se decidono di prepararla per una missione che interessa poi soltanto a loro... Iniziano così addestramenti durissimi che le impongono ogni sorta di costrizioni: vive, infatti, per settimane in una gabbia piccolissima e deve sopportare centrifughe simulate come quelle che avrebbe dovuto affrontare all'interno della navicella spaziale. Però, il fato ha già deciso il suo corso e, nei confronti della nostra piccola Laika, è talmente beffardo e spietato che la porta a superare la concorrenza di tutti gli altri suoi simili e ad indossare, di conseguenza, quella tutina spaziale che la avvolge ancora oggi nei francobolli dell’epoca. Dopo di che, l’assoluto protagonista diventa lo Sputnik 2 e di Laika non se ne parlerà quasi più...almeno fino al 2012, quando uno degli scienziati che si occuparono dell’impresa spaziale, spiegherà come le funzioni vitali della cagnetta si fermarono poche ore dopo il lancio. Laika, sarebbe, infatti, morta di paura, poichè le condizioni estreme ed il cattivo funzionamento della termoregolazione all’interno della navicella avrebbero provocato la fine della cagnetta terrorizzata. Lo Sputnik 2 rimarrà in orbita per circa sei mesi e tornerà sulla Terra il 4 aprile del 1959, con a bordo quello che è rimasto di quel povero corpicino.  Se ci fermassimo, ogni tanto, a riflettere seriamente sui millenni di crudeltà, sacrifici e sfruttamenti che abbiamo inflitto ai nostri fratelli animali, forse cambierebbe anche il nostro modo di rapportarci con la natura in generale. Forse metteremmo, finalmente, in discussione l’arrogante pretesa di essere il centro e la misura di tutte le cose. E forse riusciremmo a dare inizio ad una nuova era, compiendo azioni riparatorie rispetto ai tanti crimini commessi fino ad oggi: magari potremmo cominciare con l’aprire le gabbie alle tante piccole Laika che, nei laboratori di cosmetica, muoiono ogni giorno tra atroci sofferenze soltanto perché qualcuno di noi sente l’esigenza di avere schiume da barba sempre più ammorbidenti o creme “anti age” per cullarsi nel fatuo mito dell’eterna giovinezza.]]></itunes:summary><itunes:duration>233</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/05cdde2817f3497e7f9637934a4a1bc6.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il ministro che piace all’opposizione | 30/10/2022 | Il Punto della Settimana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-ministro-che-piace-all-opposizione-30-10-2022-il-punto-della-settimana--57783221</link><description><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Ci siamo sempre chiesti, fin dal momento in cui lo candidò addirittura per la Presidenza della Repubblica, quale sottile affinità culturale o politica potesse accomunare Giorgia Meloni al neo ministro della Giustizia Carlo Nordio: un ex magistrato che, da diversi anni, non esita ad esprimere apertamente opinioni “garantiste”, che difficilmente paiono compatibili con quelle, invece, “manettare” e giustizialiste che storicamente hanno caratterizzato la politica giudiziaria della Destra italiana.  Non che nel corso della sua carriera, vissuta alla procura di Venezia, il nuovo Guardasigilli non abbia mai calcato la mano sugli arresti preventivi o su altri provvedimenti restrittivi della libertà degli indagati, ma bisogna però riconoscergli l’onestà intellettuale di avere successivamente ammesso i suoi errori e di averne fatto intelligentemente tesoro. Ed a questo proposito, ci viene, ad esempio, in mente quando, nel 1993, conducendo un’indagine che partiva dal fallimento di alcune cooperative agricole venete, ipotizzò che si trattasse di strutture create ad arte per ottenere finanziamenti pubblici da dirottare poi nella casse del PDS. In quella occasione, Nordio cominciò a guadagnarsi una certa notorietà, andando a sequestrare tutti i bilanci delle Feste dell’Unità venete, in quella che venne allora ironicamente denominata “operazione braciola pulita”. Vennero chiamati in causa anche Achille Occhetto e Massimo D’Alema sulla base del famoso teorema – tanto in voga in quei mesi - del “non poteva non sapere”, anche se poi fu lo stesso Nordio a chiedere l’archiviazione dell’inchiesta per i vertici del PDS, riconoscendo testualmente che era “inaccettabile l’assioma che chi stava al vertice non potesse non sapere”. Una coraggiosa ammissione che lo porterà ad avere più di un contrasto con l’allora dominante protagonismo giustizialista della Procura di Milano.  Ma c’è, inoltre, un episodio particolare nell’esperienza professionale di Carlo Nordio che lo indurrà, drammaticamente, a riflettere su quelli che egli stesso ha definito i suoi ”bravi errori giudiziari”. E si tratta della vicenda di un maestro elementare da lui arrestato e suicidatosi un mese dopo la scarcerazione: da quel momento, il procuratore veneto incomincerà a meditare su “quante misure cautelari potessero essere evitate” ed arriverà al punto di mandare alle stampe un volume intitolato ”In attesa di giudizio”, scritto a quattro mani con l’avvocato di sinistra Giuliano Pisapia, oltre ad un altro testo dedicato a “Calogero Mannino e alle altre vittime di errori giudiziari”.  Resta, comunque, il fatto che, al di là di tutte queste prese di posizione di stampo garantista, Carlo Nordio non ha esitato ad accettare la candidatura al Senato offertagli da Fratelli d’Italia, con la concreta prospettiva di andare ad occupare le stanze del Ministero di via Arenula, dove adesso lo attende una spinosissima matassa di lavoro da sbrogliare.  Immaginiamo che l’atteggiamento più volte assunto da Nordio sul carcere non debba certamente entusiasmare la premier Meloni, soprattutto quando il ministro sostiene – come ha fatto recentemente parlando agli studenti universitari romani - che “la condanna deve essere eseguita, ma questo non significa solo carcere e soprattutto non significa carcere crudele e inumano che sarebbe contro la Costituzione e i principi cristiani”. Il detenuto – sempre secondo Nordio – deve, quindi, essere aiutato nel suo recupero o “almeno a non farlo diventare peggiore di quando è entrato in prigione”. Parole, queste, che sembrano stridere in modo abbastanza evidente con quelle pronunciate dalla Meloni nel suo discorso programmatico alla Camera, quando ha ricordato, a chiare lettere, che il suo sarà un governo di destra e, pertanto, nessuno si aspetti che da esso possa scaturire un provvedimento “svuotacarceri”. Quella in carcere deve, dunque, rimanere la pena centrale, altrimenti – si pensa in via della Scrofa - si rischia l'impunità di massa. Come questi due approcci così distanti (se non del tutto contrapposti) al problema giudiziario siano coniugabili, non sarà agevole appurarlo.  Sempre in tema di reclusioni, un potenziale elemento di disaccordo tra palazzo Chigi e dicastero della Giustizia rischia di affiorare proprio nel mese che sta per iniziare, nel momento in cui scadrà il termine che aveva fissato la Corte costituzionale per riformare l'ergastolo ostativo: e vale a dire, l'istituto che impedisce ai condannati per mafia e terrorismo, che non abbiano collaborato con la magistratura, di uscire dal carcere. Secondo Nordio, dovrebbe essere cancellato, così come – a suo giudizio - ogni altro tipo di ergastolo. Meloni la pensa, invece, in modo diametralmente opposto, come ha esplicitamente chiarito parlando martedì scorso alla Camera, quando ha espresso la speranza che si voglia aiutare il Governo, per impedire che venga meno quello che – a suo avviso - rappresenta “uno degli strumenti più efficaci per la lotta alla mafia”. Insomma, siamo proprio curiosi di vedere come un ministro che forse piace di più all’opposizione, che alla maggioranza (Renzi ha persino ringraziato la Meloni per aver scelto “il meglio che ci fosse”), riuscirà a non deludere tutte le aspettative che su di lui si stanno accentrando da una parte e dall’altra della politica italiana.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_30-10-2022_06-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 30 Oct 2022 05:00:28 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783221/punto_settimana_30_10_2022_06_00.mp3" length="3922487" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  Ci siamo sempre chiesti, fin dal momento in cui lo candidò addirittura per la Presidenza della Repubblica, quale sottile affinità culturale o politica potesse accomunare Giorgia Meloni al neo ministro della Giustizia Carlo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  Ci siamo sempre chiesti, fin dal momento in cui lo candidò addirittura per la Presidenza della Repubblica, quale sottile affinità culturale o politica potesse accomunare Giorgia Meloni al neo ministro della Giustizia Carlo Nordio: un ex magistrato che, da diversi anni, non esita ad esprimere apertamente opinioni “garantiste”, che difficilmente paiono compatibili con quelle, invece, “manettare” e giustizialiste che storicamente hanno caratterizzato la politica giudiziaria della Destra italiana.  Non che nel corso della sua carriera, vissuta alla procura di Venezia, il nuovo Guardasigilli non abbia mai calcato la mano sugli arresti preventivi o su altri provvedimenti restrittivi della libertà degli indagati, ma bisogna però riconoscergli l’onestà intellettuale di avere successivamente ammesso i suoi errori e di averne fatto intelligentemente tesoro. Ed a questo proposito, ci viene, ad esempio, in mente quando, nel 1993, conducendo un’indagine che partiva dal fallimento di alcune cooperative agricole venete, ipotizzò che si trattasse di strutture create ad arte per ottenere finanziamenti pubblici da dirottare poi nella casse del PDS. In quella occasione, Nordio cominciò a guadagnarsi una certa notorietà, andando a sequestrare tutti i bilanci delle Feste dell’Unità venete, in quella che venne allora ironicamente denominata “operazione braciola pulita”. Vennero chiamati in causa anche Achille Occhetto e Massimo D’Alema sulla base del famoso teorema – tanto in voga in quei mesi - del “non poteva non sapere”, anche se poi fu lo stesso Nordio a chiedere l’archiviazione dell’inchiesta per i vertici del PDS, riconoscendo testualmente che era “inaccettabile l’assioma che chi stava al vertice non potesse non sapere”. Una coraggiosa ammissione che lo porterà ad avere più di un contrasto con l’allora dominante protagonismo giustizialista della Procura di Milano.  Ma c’è, inoltre, un episodio particolare nell’esperienza professionale di Carlo Nordio che lo indurrà, drammaticamente, a riflettere su quelli che egli stesso ha definito i suoi ”bravi errori giudiziari”. E si tratta della vicenda di un maestro elementare da lui arrestato e suicidatosi un mese dopo la scarcerazione: da quel momento, il procuratore veneto incomincerà a meditare su “quante misure cautelari potessero essere evitate” ed arriverà al punto di mandare alle stampe un volume intitolato ”In attesa di giudizio”, scritto a quattro mani con l’avvocato di sinistra Giuliano Pisapia, oltre ad un altro testo dedicato a “Calogero Mannino e alle altre vittime di errori giudiziari”.  Resta, comunque, il fatto che, al di là di tutte queste prese di posizione di stampo garantista, Carlo Nordio non ha esitato ad accettare la candidatura al Senato offertagli da Fratelli d’Italia, con la concreta prospettiva di andare ad occupare le stanze del Ministero di via Arenula, dove adesso lo attende una spinosissima matassa di lavoro da sbrogliare.  Immaginiamo che l’atteggiamento più volte assunto da Nordio sul carcere non debba certamente entusiasmare la premier Meloni, soprattutto quando il ministro sostiene – come ha fatto recentemente parlando agli studenti universitari romani - che “la condanna deve essere eseguita, ma questo non significa solo carcere e soprattutto non significa carcere crudele e inumano che sarebbe contro la Costituzione e i principi cristiani”. Il detenuto – sempre secondo Nordio – deve, quindi, essere aiutato nel suo recupero o “almeno a non farlo diventare peggiore di quando è entrato in prigione”. Parole, queste, che sembrano stridere in modo abbastanza evidente con quelle pronunciate dalla Meloni nel suo discorso programmatico alla Camera, quando ha ricordato, a chiare lettere, che il suo sarà un governo di destra e, pertanto, nessuno si aspetti che da esso possa scaturire un provvedimento “svuotacarceri”. 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Però, l’ultima apparizione di Mario Draghi a Bruxelles, nelle vesti di presidente del Consiglio, è stata caratterizzata da un “tour de force” straordinario nel tentativo (poi in parte riuscito) di smuovere i cosiddetti Paesi “frugali” del Nord Europa dalle loro solipsistiche posizioni sulla questione del prezzo del gas. E le ragioni di tanto impegno è stato lo stesso premier dimissionario ad illustrarle, dichiarando di voler favorire “una transizione serena”, in modo che Giorgia Meloni possa “rapidamente iniziare la sua attività”. Del resto, ad attendere al varco la nuova maggioranza di destra ci sono ostacoli molto insidiosi come, tra gli altri, la crisi energetica e l’attuazione del piano nazionale delle riforme. Relativamente al primo dei due problemi appena indicati, possiamo tranquillamente dire che, pur lasciando Draghi in eredità dei conti pubblici sostanzialmente in ordine, il nuovo governo verrà, comunque, a trovarsi in difficoltà quasi subito, proprio a causa della crisi energetica e dei sessanta miliardi già utilizzati da Palazzo Chigi per porvi un argine. Pertanto, al momento l’esecutivo Meloni è destinato a navigare tra le ristrettezze, potendo disporre, al massimo, di un “tesoretto” di circa dieci miliardi che basteranno soltanto per prorogare di altri tre mesi tutte le misure già in vigore contro il caro bollette. Dopo di che, la via di uscita apparentemente più facile da percorrere sembrerebbe quella della “finanza allegra” e degli scostamenti di bilancio più volte evocati da Salvini durante la campagna elettorale, ma che i recenti e clamorosi insuccessi di Liz Truss in Gran Bretagna sconsigliano decisamente di seguire: soprattutto in previsione di quali sarebbero le reazioni dei mercati sui nostri titoli di Stato. Di conseguenza, salvo miracoli che per ora non si intravedono all’orizzonte, nuove risorse per i prossimi mesi si potranno ricavare – con buona pace di quanto promesso incautamente agli elettori - solo da provvedimenti impopolarissimi, quali sono gli aumenti di tasse o i tagli alla spesa.  Il secondo ostacolo fondamentale che il governo Meloni dovrà assolutamente superare consisterà, invece, nel portare a termine il regolare compimento del nostro Pnrr, a proposito del quale occorrerà presentare all’Unione Europea una riforma del codice degli appalti – unitamente all’effettiva attuazione della legge sulla concorrenza approvata in estate - che siano coerenti con quanto Bruxelles si attende dal nostro Paese prima di concedergli, a dicembre, quei venti miliardi di euro che rappresentano il valore della terza tranche di aiuti. Poi, una volta ottenuti i fondi, bisognerà anche dimostrare di essere in grado di spenderli correttamente: cosa di cui l’esperienza di quanto normalmente avviene in relazione a tutti gli altri fondi europei diversi dal Recovery Fund, induce a dubitare.  Certo, chi, negli ultimi tre anni, è stato chiamato al governo di un Paese in una qualunque parte del mondo, è stato particolarmente sfortunato: gli avvenimenti che si sono succeduti in questo arco di tempo rischiano, infatti, di travolgere ogni tipo di certezza o di speranza.  L’inflazione è ormai diffusa a livello globale come non lo era mai più stata da quarant’anni a questa parte ed è destinata a gravare seriamente sia sulle famiglie, che sui bilanci pubblici.  Ne venivamo, soprattutto come Italia, da una fase storica in cui – per circa un decennio – la crescita economica non era stata propriamente esaltante, ma tuttavia un’inflazione bassissima aveva permesso anche ai Paesi più indebitati (come il nostro) di far fronte agli oneri debitori senza incontrare rilevanti difficoltà, oltre a garantire alle famiglie la stabilità del loro potere d’acquisto e quella dei loro redditi. Ma adesso quel periodo di calma piatta è finito e diventerà sempre più difficile finanziarsi, sia per le famiglie che per le imprese. I tassi di interesse a basso costo diventano così un beato ricordo, rendendo molto più difficoltosa l’iniziativa di chiunque intenda investire. E non ci vuole John Maynard Keynes per comprendere che dal calo degli investimenti discendono, inevitabilmente, meno reddito e meno occupazione.  Purtroppo, almeno fino a ieri, l’Europa - che pure aveva reagito in maniera efficace e solidale dinanzi alla minaccia pandemica - sul versante della crisi energetica, condizionata come è stata per mesi e mesi da troppi conflitti di interesse tra i vari Stati membri, si è rivelata del tutto incapace di dotarsi di una politica energetica comune che sarebbe, invece, risultata quanto mai essenziale in questi frangenti. Vedremo adesso cosa succederà martedì 25 al prossimo vertice dei ministri europei dell’Energia.  Pertanto, il cammino che la prima donna premier italiana si appresta a percorrere è tutt’altro che in discesa: la sua credibilità a livello internazionale è ancora tutta da guadagnare ed in questo senso alcuni alleati di maggioranza non le sono sicuramente d’aiuto... La nuova inquilina di palazzo Chigi, al di là delle diffidenze che politicamente può ispirare, sembra però, un tipo serio e pragmatico che, forse, ha già capito quanto siano ormai lontani i tempi della ”pacchia è finita” e quanto siano, invece, attuali quelli della prudenza, dell’ascolto, della riflessione e – perché no – anche dell’umiltà.  Buon lavoro, Giorgia Meloni.]]></description><guid isPermaLink="false">https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/podcast.giornaleradio.fm/channel-files/giornaleradio-puntosettimana/files/podcasts/20/giornaleradio/punto_settimana_23-10-2022_06-00.mp3</guid><pubDate>Sun, 23 Oct 2022 04:00:44 +0000</pubDate><enclosure url="https://dts.podtrac.com/redirect.mp3/api.spreaker.com/download/episode/57783194/punto_settimana_23_10_2022_06_00.mp3" length="3841925" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Giornale Radio</itunes:author><itunes:subtitle>A cura di Ferruccio Bovio  È raro vedere un capo di governo darsi tanto da fare a poche ore dal passaggio delle consegne all’esecutivo successivo. Però, l’ultima apparizione di Mario Draghi a Bruxelles, nelle vesti di presidente del Consiglio, è stata...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[A cura di Ferruccio Bovio  È raro vedere un capo di governo darsi tanto da fare a poche ore dal passaggio delle consegne all’esecutivo successivo. Però, l’ultima apparizione di Mario Draghi a Bruxelles, nelle vesti di presidente del Consiglio, è stata caratterizzata da un “tour de force” straordinario nel tentativo (poi in parte riuscito) di smuovere i cosiddetti Paesi “frugali” del Nord Europa dalle loro solipsistiche posizioni sulla questione del prezzo del gas. E le ragioni di tanto impegno è stato lo stesso premier dimissionario ad illustrarle, dichiarando di voler favorire “una transizione serena”, in modo che Giorgia Meloni possa “rapidamente iniziare la sua attività”. Del resto, ad attendere al varco la nuova maggioranza di destra ci sono ostacoli molto insidiosi come, tra gli altri, la crisi energetica e l’attuazione del piano nazionale delle riforme. Relativamente al primo dei due problemi appena indicati, possiamo tranquillamente dire che, pur lasciando Draghi in eredità dei conti pubblici sostanzialmente in ordine, il nuovo governo verrà, comunque, a trovarsi in difficoltà quasi subito, proprio a causa della crisi energetica e dei sessanta miliardi già utilizzati da Palazzo Chigi per porvi un argine. Pertanto, al momento l’esecutivo Meloni è destinato a navigare tra le ristrettezze, potendo disporre, al massimo, di un “tesoretto” di circa dieci miliardi che basteranno soltanto per prorogare di altri tre mesi tutte le misure già in vigore contro il caro bollette. Dopo di che, la via di uscita apparentemente più facile da percorrere sembrerebbe quella della “finanza allegra” e degli scostamenti di bilancio più volte evocati da Salvini durante la campagna elettorale, ma che i recenti e clamorosi insuccessi di Liz Truss in Gran Bretagna sconsigliano decisamente di seguire: soprattutto in previsione di quali sarebbero le reazioni dei mercati sui nostri titoli di Stato. Di conseguenza, salvo miracoli che per ora non si intravedono all’orizzonte, nuove risorse per i prossimi mesi si potranno ricavare – con buona pace di quanto promesso incautamente agli elettori - solo da provvedimenti impopolarissimi, quali sono gli aumenti di tasse o i tagli alla spesa.  Il secondo ostacolo fondamentale che il governo Meloni dovrà assolutamente superare consisterà, invece, nel portare a termine il regolare compimento del nostro Pnrr, a proposito del quale occorrerà presentare all’Unione Europea una riforma del codice degli appalti – unitamente all’effettiva attuazione della legge sulla concorrenza approvata in estate - che siano coerenti con quanto Bruxelles si attende dal nostro Paese prima di concedergli, a dicembre, quei venti miliardi di euro che rappresentano il valore della terza tranche di aiuti. Poi, una volta ottenuti i fondi, bisognerà anche dimostrare di essere in grado di spenderli correttamente: cosa di cui l’esperienza di quanto normalmente avviene in relazione a tutti gli altri fondi europei diversi dal Recovery Fund, induce a dubitare.  Certo, chi, negli ultimi tre anni, è stato chiamato al governo di un Paese in una qualunque parte del mondo, è stato particolarmente sfortunato: gli avvenimenti che si sono succeduti in questo arco di tempo rischiano, infatti, di travolgere ogni tipo di certezza o di speranza.  L’inflazione è ormai diffusa a livello globale come non lo era mai più stata da quarant’anni a questa parte ed è destinata a gravare seriamente sia sulle famiglie, che sui bilanci pubblici.  Ne venivamo, soprattutto come Italia, da una fase storica in cui – per circa un decennio – la crescita economica non era stata propriamente esaltante, ma tuttavia un’inflazione bassissima aveva permesso anche ai Paesi più indebitati (come il nostro) di far fronte agli oneri debitori senza incontrare rilevanti difficoltà, oltre a garantire alle famiglie la stabilità del loro potere d’acquisto e quella dei loro redditi. Ma adesso quel periodo di calma piatta è finito e diventerà sempre più difficile finanziarsi, sia per le...]]></itunes:summary><itunes:duration>321</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/46b18d0bf5243bf12d5bf027a06458f8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item></channel></rss>
