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<rss xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:podcast="https://podcastindex.org/namespace/1.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" version="2.0"><channel><title>Il podcast di don Andres Bergamini</title><link>https://www.spreaker.com/podcast/il-podcast-di-don-andres-bergamini--6006933</link><description><![CDATA[Condivido le omelie delle messe che presiedo durante la settimana nelle parrocchie di Sant'Andrea e Beata Vergine Immacolata di Bologna]]></description><atom:link href="https://www.spreaker.com/show/6006933/episodes/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><language>it</language><category>Christianity</category><copyright>Copyright Andres Bergamini</copyright><image><url>https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg</url><title>Il podcast di don Andres Bergamini</title><link>https://www.spreaker.com/podcast/il-podcast-di-don-andres-bergamini--6006933</link></image><lastBuildDate>Sun, 09 Aug 2026 11:55:17 +0000</lastBuildDate><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:owner><itunes:name>Andres Bergamini</itunes:name><itunes:email>feeds@spreaker.com</itunes:email></itunes:owner><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:subtitle>Condivido le omelie delle messe che presiedo durante la settimana nelle parrocchie di Sant'Andrea e Beata Vergine Immacolata di Bologna</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Condivido le omelie delle messe che presiedo durante la settimana nelle parrocchie di Sant'Andrea e Beata Vergine Immacolata di Bologna]]></itunes:summary><itunes:category text="Religion &amp; Spirituality"><itunes:category text="Christianity"/></itunes:category><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:type>episodic</itunes:type><item><title>Quando Gesù ci costringe ad andare all’altra riva - Omelia XIX domenica TO anno A 9 agosto 2026</title><link>https://www.spreaker.com/episode/quando-gesu-ci-costringe-ad-andare-all-altra-riva-omelia-xix-domenica-to-anno-a-9-agosto-2026--73707284</link><description><![CDATA[Nel Vangelo della tempesta sul lago ci colpisce innanzitutto un particolare sconcertante: Gesù costringe i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva. Dopo il miracolo dei pani, dopo l’esperienza dell’abbondanza, dello stare insieme e della folla sfamata, ci aspetteremmo che Gesù rimanga con loro. Invece li manda via, quasi li allontana da sé.<br /><br /> Noi possiamo immaginare la perplessità dei discepoli: perché partire da soli? Perché non rimanere ancora un po’ insieme? Gesù avrebbe potuto congedare la folla e poi partire con loro. Invece insiste: dobbiamo andare dall’altra parte. Questa parola ci fa capire che anche noi, nella vita di fede, siamo spesso chiamati a partire senza avere tutto sotto controllo, a lasciare una situazione conosciuta e sicura per fidarci di una parola di Gesù.<br /><br /> L’altra riva passa attraverso la notte<br /><br /> La traversata non è affatto semplice. I discepoli incontrano il vento contrario, la notte, il buio e la tempesta. Sono pescatori esperti e conoscono bene il lago, ma questa volta sono comunque in grande difficoltà.<br /><br /> Ci sembra quasi che Gesù li abbia volutamente messi in una situazione nella quale devono toccare con mano la propria debolezza. Anche noi possiamo riconoscere tante situazioni nelle quali ci siamo sentiti costretti a navigare controvento: solitudini, lutti, separazioni, malattie, fatiche, fallimenti e prove che non avevamo scelto e che avremmo voluto evitare.<br /><br /> Possiamo domandarci quale sia, per ciascuno di noi, quella «altra riva» verso la quale il Signore ci dice: vai, ci vediamo là. Non sempre comprendiamo perché dobbiamo attraversare proprio quel mare. Eppure il Vangelo ci suggerisce che anche queste situazioni possono diventare il luogo nel quale Dio si manifesta.<br /><br /> Dio si rivela nel silenzio<br /><br /> La stessa dinamica la ritroviamo nella vicenda del profeta Elia. Dopo aver affrontato i profeti sul monte Carmelo, Elia deve fuggire dalla minaccia della regina Gezabele. Ha paura, si sente solo e arriva perfino a desiderare di morire. Anche lui deve affrontare un viaggio e una situazione nella quale sperimenta la propria fragilità.<br /><br /> Quando giunge sull’Oreb, Elia cerca Dio nelle manifestazioni potenti: nel vento impetuoso, nel terremoto, nel fuoco. Ma Dio non è lì. Lo incontra invece nel sussurro di una brezza leggera, nella «voce di un silenzio». Dio si fa presente con una delicatezza inattesa, rassicurando il profeta e facendogli comprendere che non è stato abbandonato.<br /><br /> Questo diventa per noi un insegnamento prezioso: non dobbiamo aspettarci che Dio si manifesti sempre attraverso eventi straordinari. Talvolta la sua presenza più vera è discreta, silenziosa, quasi impercettibile. Anche quando ci sembra di essere soli, egli continua ad accompagnarci.<br /><br /> Anche Paolo attraversa la prova<br /><br /> La stessa esperienza emerge nella Lettera ai Romani. Paolo manifesta un dolore profondo per i suoi fratelli ebrei, ai quali appartengono l’adozione a figli, la gloria, l’alleanza, la Legge, le promesse, i patriarchi e tutti i doni ricevuti da Dio, ma che non hanno riconosciuto pienamente Cristo.<br /><br /> Anche Paolo vive quindi una forma di sofferenza e di passaggio. Tuttavia, proprio attraverso questa situazione, arriva a mostrare che la strada di Dio è quella della misericordia e della fede. Anche per coloro che sembrano essersi allontanati o aver rifiutato Dio rimane sempre aperta una porta.<br /><br /> La prova, allora, non è necessariamente il segno che Dio ci ha abbandonati. Può diventare il luogo nel quale impariamo a riconoscere una misericordia più grande di noi.<br /><br /> «Coraggio, sono io, non abbiate paura»<br /><br /> Dopo una lunga notte, Gesù finalmente si avvicina ai discepoli camminando sul mare. Essi però non lo riconoscono. Hanno paura e pensano che sia un fantasma.<br /><br /> È significativo che non siano tanto le onde e il buio a spaventarli: a quelle difficoltà erano abituati. È la presenza stessa di Gesù, arrivata in un modo che non comprendono, a suscitare paura.<br /><br /> Ma Gesù parla immediatamente: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».<br /><br /> Queste parole sono il cuore dell’episodio. Gesù non elimina immediatamente tutte le difficoltà, ma si fa presente dentro la tempesta. Prima ancora di cambiare la situazione, cambia il modo in cui i discepoli la vivono: non sono più soli. Lui è vicino alla barca.<br /><br /> Il Vangelo avrebbe potuto concludersi qui. Ma invece ci riserva una seconda sorpresa.<br /><br /> Pietro osa uscire dalla barca<br /><br /> Pietro, con il suo impeto e la sua irruenza, non si accontenta di aspettare Gesù sulla barca. Gli dice: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque».<br /><br /> È una richiesta sorprendente. Perché scendere dalla barca? Perché abbandonare proprio l’unica sicurezza che ha? Eppure Gesù sembra apprezzare questo desiderio di Pietro di andare verso di lui. Non gli dice di aspettare. Gli dice semplicemente: «Vieni!»<br /><br /> Pietro rappresenta così quel desiderio di incontro che anche noi portiamo dentro. Non gli basta sapere che Gesù è vicino: vuole raggiungerlo. Vuole andare verso di lui, fidandosi della sua parola.<br /><br /> E per un tratto ci riesce davvero. Pietro cammina sulle acque. Ma quando guarda il vento e si lascia prendere dal dubbio, comincia ad affondare.<br /><br /> Quando ci resta soltanto «Signore, salvami»<br /><br /> A quel punto Pietro non ha più nulla a cui aggrapparsi. Non può contare sulla propria forza, sulla propria esperienza e nemmeno sulla barca. Gli rimane soltanto una preghiera essenziale: «Signore, salvami!»<br /><br /> Ed è proprio allora che Gesù interviene. Il Vangelo sottolinea che subito gli tende la mano e lo afferra.<br /><br /> Questa immagine diventa una delle più belle dell’intero racconto. Quando noi affondiamo, quando le nostre sicurezze vengono meno, quando non riusciamo più a salvarci da soli, Gesù non rimane distante. Ci prende per mano e ci tira su.<br /><br /> Non dobbiamo avere paura di arrivare a quel punto nel quale possiamo dire soltanto: Signore, salvami. Anzi, può essere proprio lì che impariamo la fiducia più vera.<br /><br /> Dalla tempesta alla professione di fede<br /><br /> Quando Gesù e Pietro salgono sulla barca, il vento cessa. E allora i discepoli compiono un passo decisivo: si prostrano davanti a Gesù e confessano insieme: «Davvero tu sei Figlio di Dio!»<br /><br /> La traversata nella notte ha prodotto qualcosa di più della semplice salvezza da una tempesta. I discepoli hanno conosciuto Gesù più profondamente. Hanno compreso qualcosa della sua identità.<br /><br /> È diverso dall’episodio precedente, nel quale Gesù aveva calmato una tempesta mentre dormiva sulla barca. Qui, invece, è stato lui stesso a mandarli nel mare e a lasciarli apparentemente soli. La prova diventa così un cammino nel quale la loro fede viene purificata e approfondita.<br /><br /> Anche noi possiamo rileggere alcune delle nostre prove alla luce di questa esperienza. Forse non abbiamo sempre capito perché il Signore ci abbia lasciati attraversare determinate situazioni. Ma possiamo scoprire che proprio lì abbiamo imparato a conoscerlo in modo nuovo.<br /><br /> La fede non è soltanto sicurezza: è affidamento<br /><br /> Ci rendiamo conto che ciò che Gesù cerca essenzialmente da noi è un atto di fiducia. Egli vuole suscitare in noi la certezza che possiamo affidarci a lui anche quando non vediamo più una strada sicura.<br /><br /> La fede non significa avere sempre una barca tranquilla, né significa essere preservati da ogni tempesta. Significa sapere che, anche quando affondiamo, la sua mano è già pronta a raggiungerci.<br /><br /> E ciò che riceviamo non è soltanto la sicurezza di essere accompagnati nelle difficoltà concrete della vita. La promessa è molto più grande: Gesù ci conduce attraverso la morte verso la vita. La sua mano che ci afferra nella tempesta è la stessa mano che ci accompagna nella morte e ci dona la vita eterna.<br /><br /> L’abbraccio che dura per sempre<br /><br /> Possiamo pensare all’icona della Risurrezione nella quale Cristo prende per mano Adamo ed Eva e li tira fuori dagli inferi. In quelle figure possiamo riconoscere anche noi stessi.<br /><br /> Quello che accade a Pietro sulla barca non è soltanto l’immagine di una salvezza momentanea. È l’immagine di ciò che Gesù vuole fare con ciascuno di noi: prenderci per mano, tirarci su e non lasciarci mai.<br /><br /> Abbiamo bisogno di questa certezza, non soltanto nelle prove quotidiane, ma anche davanti alla nostra morte. Il Signore non ci abbandona. La sua mano rimane accanto a noi fino alla fine e oltre la fine, perché egli è il Signore della vita.<br /><br /> Anche la Trasfigurazione ci conduce alla stessa fede<br /><br /> Nei giorni precedenti abbiamo celebrato la festa della Trasfigurazione. Anche lì Gesù conduce i discepoli sul monte e manifesta loro la sua gloria. Ma anche quell’esperienza straordinaria conduce alla stessa conclusione: «Questo è il Figlio mio... ascoltatelo».<br /><br /> Sia sul monte della Trasfigurazione sia nel mare della tempesta, Gesù vuole portarci alla stessa certezza: egli è il Figlio di Dio e possiamo fidarci di lui.<br /><br /> Per questo siamo invitati a rinnovare il nostro atto di fede. In mezzo alle nostre tempeste, alle nostre paure e alle nostre fragilità, possiamo guardare a Cristo e riconoscere la sua presenza.<br /><br /> Possiamo allora prostrarci davanti a lui con la stessa fede dei discepoli e dirgli con gratitudine: «Grazie, Signore. Tu sei il Figlio di Dio. Tu sei il nostro fratello. Tu sei colui che ci prende per mano e non ci abbandona mai.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/73707284</guid><pubDate>Sun, 09 Aug 2026 11:54:37 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/73707284/imported_1786276360720561_audio.mp3" length="11908911" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nel Vangelo della tempesta sul lago ci colpisce innanzitutto un particolare sconcertante: Gesù costringe i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva. Dopo il miracolo dei pani, dopo l’esperienza dell’abbondanza, dello stare insieme...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nel Vangelo della tempesta sul lago ci colpisce innanzitutto un particolare sconcertante: Gesù costringe i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva. Dopo il miracolo dei pani, dopo l’esperienza dell’abbondanza, dello stare insieme e della folla sfamata, ci aspetteremmo che Gesù rimanga con loro. Invece li manda via, quasi li allontana da sé.<br /><br /> Noi possiamo immaginare la perplessità dei discepoli: perché partire da soli? Perché non rimanere ancora un po’ insieme? Gesù avrebbe potuto congedare la folla e poi partire con loro. Invece insiste: dobbiamo andare dall’altra parte. Questa parola ci fa capire che anche noi, nella vita di fede, siamo spesso chiamati a partire senza avere tutto sotto controllo, a lasciare una situazione conosciuta e sicura per fidarci di una parola di Gesù.<br /><br /> L’altra riva passa attraverso la notte<br /><br /> La traversata non è affatto semplice. I discepoli incontrano il vento contrario, la notte, il buio e la tempesta. Sono pescatori esperti e conoscono bene il lago, ma questa volta sono comunque in grande difficoltà.<br /><br /> Ci sembra quasi che Gesù li abbia volutamente messi in una situazione nella quale devono toccare con mano la propria debolezza. Anche noi possiamo riconoscere tante situazioni nelle quali ci siamo sentiti costretti a navigare controvento: solitudini, lutti, separazioni, malattie, fatiche, fallimenti e prove che non avevamo scelto e che avremmo voluto evitare.<br /><br /> Possiamo domandarci quale sia, per ciascuno di noi, quella «altra riva» verso la quale il Signore ci dice: vai, ci vediamo là. Non sempre comprendiamo perché dobbiamo attraversare proprio quel mare. Eppure il Vangelo ci suggerisce che anche queste situazioni possono diventare il luogo nel quale Dio si manifesta.<br /><br /> Dio si rivela nel silenzio<br /><br /> La stessa dinamica la ritroviamo nella vicenda del profeta Elia. Dopo aver affrontato i profeti sul monte Carmelo, Elia deve fuggire dalla minaccia della regina Gezabele. Ha paura, si sente solo e arriva perfino a desiderare di morire. Anche lui deve affrontare un viaggio e una situazione nella quale sperimenta la propria fragilità.<br /><br /> Quando giunge sull’Oreb, Elia cerca Dio nelle manifestazioni potenti: nel vento impetuoso, nel terremoto, nel fuoco. Ma Dio non è lì. Lo incontra invece nel sussurro di una brezza leggera, nella «voce di un silenzio». Dio si fa presente con una delicatezza inattesa, rassicurando il profeta e facendogli comprendere che non è stato abbandonato.<br /><br /> Questo diventa per noi un insegnamento prezioso: non dobbiamo aspettarci che Dio si manifesti sempre attraverso eventi straordinari. Talvolta la sua presenza più vera è discreta, silenziosa, quasi impercettibile. Anche quando ci sembra di essere soli, egli continua ad accompagnarci.<br /><br /> Anche Paolo attraversa la prova<br /><br /> La stessa esperienza emerge nella Lettera ai Romani. Paolo manifesta un dolore profondo per i suoi fratelli ebrei, ai quali appartengono l’adozione a figli, la gloria, l’alleanza, la Legge, le promesse, i patriarchi e tutti i doni ricevuti da Dio, ma che non hanno riconosciuto pienamente Cristo.<br /><br /> Anche Paolo vive quindi una forma di sofferenza e di passaggio. Tuttavia, proprio attraverso questa situazione, arriva a mostrare che la strada di Dio è quella della misericordia e della fede. Anche per coloro che sembrano essersi allontanati o aver rifiutato Dio rimane sempre aperta una porta.<br /><br /> La prova, allora, non è necessariamente il segno che Dio ci ha abbandonati. Può diventare il luogo nel quale impariamo a riconoscere una misericordia più grande di noi.<br /><br /> «Coraggio, sono io, non abbiate paura»<br /><br /> Dopo una lunga notte, Gesù finalmente si avvicina ai discepoli camminando sul mare. Essi però non lo riconoscono. 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Guardando noi stessi con sincerità, potremmo dire che la nostra fede non è semplicemente piccola: a volte sembra proprio non esserci.<br /><br /> In questa esperienza ci viene incontro il profeta Abacuc, uno dei profeti dell’Antico Testamento che ha il coraggio di rivolgersi direttamente a Dio. Abacuc non nasconde le proprie domande e il proprio smarrimento. Davanti alla violenza, all’ingiustizia e al fatto che il malvagio sembra prevalere sul giusto, chiede a Dio: perché taci? Perché non intervieni? Perché permetti che accada tutto questo? Dove sei?<br /><br /> La sua domanda nasce proprio dall’incapacità di comprendere ciò che sta accadendo. È la domanda che anche noi ci poniamo quando la realtà ci appare incomprensibile: Dio, dove sei? Perché permetti questo?<br /><br /> Guardare la realtà con gli occhi del Signore<br /><br /> La risposta di Dio ad Abacuc ci invita a cambiare prospettiva. Noi siamo spesso concentrati sulle cose negative, sulle difficoltà e su ciò che non comprendiamo. Dio, invece, ci invita a guardare la realtà con i suoi occhi.<br /><br /> La parola decisiva è quella contenuta nell’affermazione: «Il giusto vivrà per la sua fede». Chi non ha un animo retto, cioè chi non orienta la propria vita verso Dio, finisce per ripiegarsi su se stesso. Pensa di dover contare soltanto sulle proprie forze, di avere sempre ragione e pretende che Dio faccia ciò che lui desidera.<br /><br /> L’autosufficienza, però, non permette di affrontare il mistero della vita. Quando arrivano situazioni che non possiamo controllare o spiegare, le nostre sicurezze crollano. Il giusto, invece, vive perché si fida: non perché abbia tutte le risposte, ma perché rimane ancorato al Signore.<br /><br /> Il giusto vive perché si affida<br /><br /> Il giusto non resiste alle difficoltà perché comprende tutto. Vive perché si affida. Anche quando non capisce, continua a guardare verso Dio e gli consegna ciò che sta vivendo.<br /><br /> Per questo anche le domande difficili hanno un posto nella fede. Come Abacuc, possiamo chiedere a Dio: «Perché?». Possiamo implorarlo e dirgli che non comprendiamo ciò che sta accadendo. Ma il nostro «perché» non deve diventare una domanda sterile, che ci allontana da Dio. Può diventare, invece, la domanda di chi continua a cercarlo e a fidarsi di Lui.<br /><br /> Il versetto di Abacuc è fondamentale anche perché sarà ripreso da san Paolo nella sua riflessione sulla fede e sulla giustificazione. Non siamo salvati semplicemente perché riusciamo a osservare perfettamente una legge o tutti i comandamenti: la nostra salvezza viene dalla fede nel Signore, nel Cristo morto e risorto per noi.<br /><br /> La fede nasce da piccoli atti di affidamento<br /><br /> Anche Gesù, nel Vangelo, rimprovera la generazione incredula. Per questo siamo chiamati a partire da piccoli atti di fede: affidarci a Lui, rimanere attaccati a Lui e non avere paura delle domande scomode.<br /><br /> La fede comporta anche un salto nel buio. Non significa avere la certezza anticipata di tutte le risposte, ma scegliere di fidarci di qualcuno anche quando non riusciamo a vedere chiaramente la strada.<br /><br /> Gesù stesso ci ha mostrato questa strada. Sulla croce pronuncia la domanda drammatica del Salmo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Gesù non finge che la sofferenza non esista e non trasforma la croce in qualcosa di bello o rassicurante. La vive fino in fondo, arrivando persino a sperimentare l’abbandono.<br /><br /> Ma proprio dentro quell’abbandono pronuncia anche le parole decisive: «Nelle tue mani affido il mio spirito». La croce, dunque, non è l’ultima parola. È il luogo dell’atto supremo di affidamento del Figlio al Padre.<br /><br /> Su che cosa fondiamo la nostra vita?<br /><br /> Alla luce di tutto questo, siamo chiamati a domandarci su che cosa fondiamo realmente la nostra fede, la nostra vita quotidiana, la nostra sicurezza e perfino la nostra gioia.<br /><br /> Abacuc, alla fine del suo libro, arriva a una sorprendente professione di fiducia: «Io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mia salvezza». La sua gioia non nasce dal fatto che i problemi siano finalmente scomparsi. La situazione non è diventata improvvisamente facile. È cambiato il suo sguardo.<br /><br /> Quando ci affidiamo totalmente a Dio, possiamo sperimentare una gioia che non dipende dalle circostanze. Non perché tutto vada bene, ma perché sappiamo nelle mani di chi siamo.<br /><br /> La testimonianza di san Francesco<br /><br /> In questi giorni, camminando sulle orme di san Francesco, abbiamo percepito con particolare forza questa dimensione dell’affidamento. Francesco è stato un uomo che ha cercato di spogliarsi delle ricchezze, delle sicurezze e di tutto ciò che poteva impedirgli di avere soltanto il Signore.<br /><br /> La sua povertà non è stata semplicemente povertà di beni materiali. È stata anche la scelta di riconoscere la nostra povertà di mezzi, di risposte e di comprensione. Non possiamo controllare tutto, non possiamo spiegare tutto e non abbiamo sempre gli strumenti per affrontare ogni situazione.<br /><br /> Quando ci riconosciamo poveri, ci rimane una cosa essenziale: affidarci al Signore.<br /><br /> È proprio questa la fede di cui parla Abacuc: non la pretesa di capire tutto, ma la libertà di consegnare tutto a Dio. È la fede di chi rimane, anche quando non comprende; di chi continua a pregare, anche quando Dio sembra tacere; di chi, come Gesù sulla croce, può gridare il proprio dolore e nello stesso tempo dire: «Nelle tue mani affido il mio spirito».<br /><br /> Una fede capace di spostare le montagne<br /><br /> Quando ci affidiamo a Dio, Egli non ci lascia soli. Non sempre elimina immediatamente le difficoltà e non sempre ci offre le risposte che vorremmo. Ma non manca di farci sentire la sua presenza e di sostenerci nel cammino.<br /><br /> La promessa del Vangelo diventa allora concreta: il Signore può davvero «spostare le montagne», non necessariamente perché faccia scomparire ogni problema, ma perché ci dona la forza di attraversarlo insieme a Lui.<br /><br /> Alla fine, la fede non consiste nel riuscire a comprendere tutto. Consiste nel sapere a chi affidiamo ciò che non comprendiamo.<br /><br /> E così possiamo vivere anche nelle situazioni più difficili: non perché abbiamo tutte le risposte, ma perché rimaniamo ancorati al Signore. È questa la fede del giusto: una fede povera, forse piccola come un granello di senape, ma capace di diventare una fiducia che sostiene tutta la vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/73678610</guid><pubDate>Sat, 08 Aug 2026 19:34:09 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/73678610/imported_1786217405402289_audio.mp3" length="7458899" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nel Vangelo ci troviamo davanti a una parola che sembra quasi scoraggiante: la fede, anche piccola come un granellino di senape, sembra qualcosa che non riusciamo ad avere. 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È la domanda che anche noi ci poniamo quando la realtà ci appare incomprensibile: Dio, dove sei? Perché permetti questo?<br /><br /> Guardare la realtà con gli occhi del Signore<br /><br /> La risposta di Dio ad Abacuc ci invita a cambiare prospettiva. Noi siamo spesso concentrati sulle cose negative, sulle difficoltà e su ciò che non comprendiamo. Dio, invece, ci invita a guardare la realtà con i suoi occhi.<br /><br /> La parola decisiva è quella contenuta nell’affermazione: «Il giusto vivrà per la sua fede». Chi non ha un animo retto, cioè chi non orienta la propria vita verso Dio, finisce per ripiegarsi su se stesso. Pensa di dover contare soltanto sulle proprie forze, di avere sempre ragione e pretende che Dio faccia ciò che lui desidera.<br /><br /> L’autosufficienza, però, non permette di affrontare il mistero della vita. Quando arrivano situazioni che non possiamo controllare o spiegare, le nostre sicurezze crollano. Il giusto, invece, vive perché si fida: non perché abbia tutte le risposte, ma perché rimane ancorato al Signore.<br /><br /> Il giusto vive perché si affida<br /><br /> Il giusto non resiste alle difficoltà perché comprende tutto. Vive perché si affida. Anche quando non capisce, continua a guardare verso Dio e gli consegna ciò che sta vivendo.<br /><br /> Per questo anche le domande difficili hanno un posto nella fede. Come Abacuc, possiamo chiedere a Dio: «Perché?». Possiamo implorarlo e dirgli che non comprendiamo ciò che sta accadendo. Ma il nostro «perché» non deve diventare una domanda sterile, che ci allontana da Dio. Può diventare, invece, la domanda di chi continua a cercarlo e a fidarsi di Lui.<br /><br /> Il versetto di Abacuc è fondamentale anche perché sarà ripreso da san Paolo nella sua riflessione sulla fede e sulla giustificazione. Non siamo salvati semplicemente perché riusciamo a osservare perfettamente una legge o tutti i comandamenti: la nostra salvezza viene dalla fede nel Signore, nel Cristo morto e risorto per noi.<br /><br /> La fede nasce da piccoli atti di affidamento<br /><br /> Anche Gesù, nel Vangelo, rimprovera la generazione incredula. Per questo siamo chiamati a partire da piccoli atti di fede: affidarci a Lui, rimanere attaccati a Lui e non avere paura delle domande scomode.<br /><br /> La fede comporta anche un salto nel buio. Non significa avere la certezza anticipata di tutte le risposte, ma scegliere di fidarci di qualcuno anche quando non riusciamo a vedere chiaramente la strada.<br /><br /> Gesù stesso ci ha mostrato questa strada. Sulla croce pronuncia la domanda drammatica del Salmo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Gesù non finge che la sofferenza non esista e non trasforma la croce in qualcosa di bello o rassicurante. La vive fino in fondo, arrivando persino a sperimentare l’abbandono.<br /><br /> Ma proprio dentro quell’abbandono pronuncia anche le parole decisive: «Nelle tue mani affido il mio spirito». La croce, dunque, non è l’ultima parola. 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Tuttavia, rileggendo quanto precede il racconto della Trasfigurazione, comprendiamo che questo gesto nasce soprattutto dall'amore di Gesù verso coloro che hanno più bisogno di essere aiutati.<br /><br /> Poco prima Pietro aveva confessato con fede: «Tu sei il Cristo», ricevendo da Gesù una beatitudine perché quella rivelazione gli veniva dal Padre. Ma subito dopo, quando Gesù aveva annunciato la propria passione e morte, Pietro si era ribellato, arrivando a sentirsi dire: «Va' dietro a me, Satana». Era evidente quanto fosse difficile per i discepoli accettare un Messia che passa attraverso la croce.<br /><br /> Gesù aveva anche insegnato che chi vuole seguirlo deve prendere la propria croce. Era un momento delicato, nel quale i discepoli avrebbero potuto scoraggiarsi davanti a quell'annuncio. Per questo possiamo leggere la scelta di quei tre non tanto come un privilegio, ma come un gesto di particolare affetto: Gesù conduce vicino a sé proprio coloro che hanno più bisogno di imparare a stare con Lui nel mistero della sua passione.<br /><br /> Anche noi siamo stati condotti sul monte<br /><br /> L'esperienza vissuta insieme in questi giorni di pellegrinaggio assomiglia, in qualche modo, a quella dei tre apostoli. Anche noi siamo stati portati "in disparte", su un monte, vivendo un tempo privilegiato di vicinanza con il Signore.<br /><br /> Non abbiamo contemplato una luce abbagliante come quella della Trasfigurazione, ma abbiamo ricevuto una luce diversa, capace di illuminare il cuore. Le meditazioni su san Francesco, i Salmi, la figura di Giorgio La Pira, la riflessione sulla preghiera del battezzato e i Vangeli ascoltati ci hanno mostrato un volto molto concreto del discepolato: quello del servizio, dell'umiltà e della semplicità.<br /><br /> Tutto ci ha riportato all'essenziale, insegnandoci che seguire Cristo non significa vivere esperienze straordinarie, ma imparare ogni giorno ad essere suoi servi.<br /><br /> La semplicità prepara all'incontro con Cristo<br /><br /> Alla fine delle lunghe giornate di cammino, vissute nel silenzio, nella fatica e nell'ascolto, non è stato sempre facile percepire la presenza del Signore. La stanchezza, il cammino e il raccoglimento rendevano l'esperienza molto concreta.<br /><br /> Proprio per questo i momenti della celebrazione eucaristica sono diventati particolarmente intensi. Celebrata con estrema semplicità, la Messa è stata il luogo nel quale abbiamo sperimentato con maggiore forza la vicinanza di Gesù.<br /><br /> La bellezza di quei momenti nasceva proprio dal fatto che erano preparati da giornate essenziali, spogliate dalle distrazioni. Anche la fatica ci ha aiutati ad assaporare maggiormente l'incontro con il Signore e la Parola spezzata insieme.<br /><br /> Non abbiamo avuto molto tempo per lunghi commentari o grandi riflessioni teoriche. Ci siamo limitati ad ascoltare, condividere e lasciarci nutrire dalla Parola. Ed è proprio questa la dinamica della Trasfigurazione.<br /><br /> «Ascoltatelo»: il cuore della Trasfigurazione<br /><br /> I discepoli ricevono un dono straordinario, ma non riescono a comprenderlo pienamente. Pietro vorrebbe fermare quell'istante costruendo tre tende e trattenendo quell'esperienza. Invece tutto passa rapidamente.<br /><br /> Ciò che rimane davvero, in tutti i racconti evangelici della Trasfigurazione, è un unico comando: «Ascoltatelo».<br /><br /> Alla fine, alzando gli occhi, i discepoli non vedono più nessuno se non Gesù solo. Questa immagine esprime una fortissima essenzialità: tutto conduce a Lui e solo Lui rimane al centro.<br /><br /> Anche noi abbiamo ricevuto questo privilegio dell'ascolto. Lo abbiamo vissuto nell'Eucaristia quotidiana, ma anche portando lungo il cammino le nostre preoccupazioni, le paure, i desideri, le solitudini e la fatica del vivere.<br /><br /> L'incontro con Gesù è stato forse breve, come una pennellata, ma proprio per questo è rimasto impresso nel cuore.<br /><br /> Il Cristo glorioso è presente anche oggi<br /><br /> La liturgia amplia lo sguardo e ci mostra la gloria del Figlio dell'uomo annunciata dal profeta Daniele: il Messia che viene sulle nubi del cielo, davanti al quale stanno miriadi di angeli e tutti i popoli della terra. A Lui appartengono un regno eterno e una signoria che non avrà mai fine.<br /><br /> Anche la contemplazione del Duomo di Orvieto, con il suo grande rosone e la ricchezza delle sue immagini, richiama questa centralità di Cristo. Attorno a Lui stanno i profeti, i santi e Maria, ma tutto converge verso l'Agnello.<br /><br /> È questo il Gesù che celebriamo: il Principe, il Salvatore di tutti. Eppure questa gloria non rimane lontana nei cieli o racchiusa nelle grandi opere d'arte. Essa si rende presente ogni volta che celebriamo l'Eucaristia e viviamo la comunione reciproca.<br /><br /> La luce deve sorgere nel nostro cuore<br /><br /> Anche Pietro, nella sua seconda lettera, ricorda di essere stato testimone della gloria del Signore sul monte santo. Egli racconta quella voce udita dal Padre, ma subito invita a qualcosa di ancora più importante: prestare attenzione alla Parola come a una lampada che illumina, finché spunti il giorno e sorga nei nostri cuori la stella del mattino.<br /><br /> Gesù non è soltanto nella gloria del cielo o nelle solenni celebrazioni. Egli desidera abitare il nostro cuore.<br /><br /> Per questo siamo chiamati ad attenderlo, a desiderarlo e a creare dentro di noi quello spazio di silenzio e di essenzialità che abbiamo sperimentato durante questi giorni, affinché possa essere realmente accolto.<br /><br /> L'incontro con Lui rimane sempre un dono gratuito, che non possiamo pretendere ma soltanto ricevere.<br /><br /> Diventare partecipi della sua gloria<br /><br /> Anche la preghiera della Colletta illumina il significato della Trasfigurazione. In essa Dio conferma il mistero della fede attraverso la testimonianza di Mosè ed Elia e anticipa la nostra futura adozione a figli.<br /><br /> Per questo chiediamo una sola grazia: che ascoltando la Parola del Figlio amato possiamo diventare partecipi della sua gloria.<br /><br /> San Francesco rappresenta un esempio luminoso di questa risposta. Egli viveva immerso nell'ascolto del Vangelo, riconosceva Cristo nelle creature, lo celebrava nel presepe di Greccio e trovava in ogni realtà un'occasione per conformarsi sempre più a Lui.<br /><br /> Anche per noi il dono della Trasfigurazione indica una strada molto semplice e molto esigente. Il Padre continua a dirci: «Questo è il Figlio mio... ascoltatelo».<br /><br /> Non siamo chiamati a vivere questa esperienza da soli. Come i tre discepoli sul monte, anche noi siamo invitati a vivere insieme l'incontro con Cristo. Nella comunità questo miracolo continua ad accadere: noi con Lui.<br /><br /> Per questo non possiamo che ringraziare il Signore per il dono ricevuto, custodire nel cuore il ricordo di questo incontro e portarlo con noi nel cammino quotidiano.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/73571667</guid><pubDate>Thu, 06 Aug 2026 18:24:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/73571667/imported_1786039017983758_audio.mp3" length="11425332" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La scelta di Gesù di prendere con sé Pietro, Giacomo e Giovanni potrebbe sembrare un grande privilegio. Tuttavia, rileggendo quanto precede il racconto della Trasfigurazione, comprendiamo che questo gesto nasce soprattutto dall'amore di Gesù verso...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La scelta di Gesù di prendere con sé Pietro, Giacomo e Giovanni potrebbe sembrare un grande privilegio. Tuttavia, rileggendo quanto precede il racconto della Trasfigurazione, comprendiamo che questo gesto nasce soprattutto dall'amore di Gesù verso coloro che hanno più bisogno di essere aiutati.<br /><br /> Poco prima Pietro aveva confessato con fede: «Tu sei il Cristo», ricevendo da Gesù una beatitudine perché quella rivelazione gli veniva dal Padre. Ma subito dopo, quando Gesù aveva annunciato la propria passione e morte, Pietro si era ribellato, arrivando a sentirsi dire: «Va' dietro a me, Satana». Era evidente quanto fosse difficile per i discepoli accettare un Messia che passa attraverso la croce.<br /><br /> Gesù aveva anche insegnato che chi vuole seguirlo deve prendere la propria croce. Era un momento delicato, nel quale i discepoli avrebbero potuto scoraggiarsi davanti a quell'annuncio. Per questo possiamo leggere la scelta di quei tre non tanto come un privilegio, ma come un gesto di particolare affetto: Gesù conduce vicino a sé proprio coloro che hanno più bisogno di imparare a stare con Lui nel mistero della sua passione.<br /><br /> Anche noi siamo stati condotti sul monte<br /><br /> L'esperienza vissuta insieme in questi giorni di pellegrinaggio assomiglia, in qualche modo, a quella dei tre apostoli. Anche noi siamo stati portati "in disparte", su un monte, vivendo un tempo privilegiato di vicinanza con il Signore.<br /><br /> Non abbiamo contemplato una luce abbagliante come quella della Trasfigurazione, ma abbiamo ricevuto una luce diversa, capace di illuminare il cuore. Le meditazioni su san Francesco, i Salmi, la figura di Giorgio La Pira, la riflessione sulla preghiera del battezzato e i Vangeli ascoltati ci hanno mostrato un volto molto concreto del discepolato: quello del servizio, dell'umiltà e della semplicità.<br /><br /> Tutto ci ha riportato all'essenziale, insegnandoci che seguire Cristo non significa vivere esperienze straordinarie, ma imparare ogni giorno ad essere suoi servi.<br /><br /> La semplicità prepara all'incontro con Cristo<br /><br /> Alla fine delle lunghe giornate di cammino, vissute nel silenzio, nella fatica e nell'ascolto, non è stato sempre facile percepire la presenza del Signore. La stanchezza, il cammino e il raccoglimento rendevano l'esperienza molto concreta.<br /><br /> Proprio per questo i momenti della celebrazione eucaristica sono diventati particolarmente intensi. Celebrata con estrema semplicità, la Messa è stata il luogo nel quale abbiamo sperimentato con maggiore forza la vicinanza di Gesù.<br /><br /> La bellezza di quei momenti nasceva proprio dal fatto che erano preparati da giornate essenziali, spogliate dalle distrazioni. Anche la fatica ci ha aiutati ad assaporare maggiormente l'incontro con il Signore e la Parola spezzata insieme.<br /><br /> Non abbiamo avuto molto tempo per lunghi commentari o grandi riflessioni teoriche. Ci siamo limitati ad ascoltare, condividere e lasciarci nutrire dalla Parola. Ed è proprio questa la dinamica della Trasfigurazione.<br /><br /> «Ascoltatelo»: il cuore della Trasfigurazione<br /><br /> I discepoli ricevono un dono straordinario, ma non riescono a comprenderlo pienamente. Pietro vorrebbe fermare quell'istante costruendo tre tende e trattenendo quell'esperienza. Invece tutto passa rapidamente.<br /><br /> Ciò che rimane davvero, in tutti i racconti evangelici della Trasfigurazione, è un unico comando: «Ascoltatelo».<br /><br /> Alla fine, alzando gli occhi, i discepoli non vedono più nessuno se non Gesù solo. Questa immagine esprime una fortissima essenzialità: tutto conduce a Lui e solo Lui rimane al centro.<br /><br /> Anche noi abbiamo ricevuto questo privilegio dell'ascolto. Lo abbiamo vissuto nell'Eucaristia quotidiana, ma anche portando lungo il cammino le nostre preoccupazioni, le paure, i desideri, le solitudini e la fatica del vivere.<br /><br /> L'incontro con Gesù è stato forse breve, come una pennellata, ma...]]></itunes:summary><itunes:duration>715</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/f2b9bc703e336f485ca5deafbe3b1a57.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Dalla nostra povertà alla pienezza della misericordia di Dio - Omelia della XXVIII domenica 2 agosto 2026 Assisi</title><link>https://www.spreaker.com/episode/dalla-nostra-poverta-alla-pienezza-della-misericordia-di-dio-omelia-della-xxviii-domenica-2-agosto-2026-assisi--73345703</link><description><![CDATA[Imparare a riconoscere la compassione di Dio<br /><br /> Le letture di questi giorni di cammino nel Vangelo di Luca (capitoli 11 e 12) ci aiutano a fare un ulteriore passo nel nostro percorso. Ci mostrano anzitutto quanto sia difficile riconoscere davvero la misericordia di Dio. Nel Vangelo, infatti, i discepoli sembrano privi di compassione: mentre Gesù è profondamente coinvolto dalla sofferenza della folla, si prende cura dei malati e lascia che il suo cuore si commuova davanti ai bisogni delle persone, essi vedono soltanto un problema organizzativo. Osservano che il luogo è deserto, che si è fatto tardi e suggeriscono di congedare la folla perché ciascuno possa procurarsi da mangiare.<br /><br /> Questa differenza di sguardo è significativa. Gesù guarda con amore e misericordia, mentre i discepoli vedono soltanto la difficoltà concreta. Anche il popolo d'Israele, ricordato dal profeta Isaia, fatica a comprendere il volto di Dio: non sa che può ricevere gratuitamente l'acqua e il cibo della vita, ma pensa di doverli meritare o acquistare con le proprie opere.<br /><br /> Anche la seconda lettura ci invita a compiere questo cammino interiore quando ci domanda: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo?». È una domanda che ci accompagna continuamente e ci ricorda che dobbiamo imparare sempre di più a credere che Dio ci ama, è misericordioso e si prende realmente cura di noi.<br /><br /> San Francesco, testimone della gratuità del Vangelo<br /><br /> Proprio questa consapevolezza rende san Francesco così straordinariamente efficace e perfino scandaloso nel suo modo di vivere il Vangelo. Francesco comprende che tutto ciò che possiede potrebbe diventare un ostacolo all'incontro con l'amore di Dio. Per questo sceglie di spogliarsi di ogni ricchezza e di vivere nella povertà più radicale.<br /><br /> La sua povertà non è una rinuncia fine a se stessa, ma il desiderio di vivere esclusivamente dell'amore del Signore, conformandosi pienamente al Vangelo. È questa libertà che gli permette di sperimentare e testimoniare la misericordia di Dio.<br /><br /> Toccare con mano il Regno di Dio<br /><br /> Anche noi siamo chiamati a domandarci come possiamo sperimentare concretamente la compassione del Signore e toccare con mano il suo Regno.<br /><br /> Per alcuni questo significherà liberarsi dall'attaccamento alle ricchezze; per altri vorrà dire abbandonare l'ipocrisia, il nascondimento o le maschere dietro cui si rifugiano. Altri ancora sperimentano già questa vicinanza di Dio proprio perché vivono nella semplicità e nella piccolezza.<br /><br /> Esistono poi persone che, pur attraversando situazioni molto dolorose – come il carcere, un grande lutto o profonde difficoltà – trovano proprio lì una strada privilegiata verso la misericordia di Dio. Nella loro fragilità scoprono un amore infinito che si manifesta con particolare forza.<br /><br /> Per questo siamo chiamati a cercare sempre il volto di un Dio che la Scrittura descrive come misericordioso, pietoso, lento all'ira e grande nell'amore.<br /><br /> Ricevere per poter donare<br /><br /> Le letture ci fanno compiere anche un secondo passo. Dopo aver mostrato la sua compassione, Gesù affida ai discepoli una responsabilità sorprendente: «Date voi stessi da mangiare».<br /><br /> La loro risposta è sconfortante: possiedono soltanto cinque pani e due pesci. Tuttavia Gesù non interviene semplicemente sostituendosi a loro. Non dice: «Ci penso io». Al contrario, proprio quando essi riconoscono di non avere nulla, li coinvolge nella distribuzione del pane moltiplicato.<br /><br /> Questo rivela una dinamica fondamentale della vita cristiana. Noi sperimentiamo l'amore di Dio perché ci nutre, ci consola, ci sostiene e ci indica una strada. Ma proprio questo amore ricevuto ci rende anche capaci di donarci agli altri.<br /><br /> La fecondità della nostra povertà<br /><br /> Il dono che possiamo offrire agli altri non nasce dall'abbondanza delle nostre risorse personali. Non è perché possediamo molto che possiamo essere generosi.<br /><br /> Il Vangelo mostra invece che tutto nasce dalla povertà dei discepoli, dalla consapevolezza di non avere nulla di proprio da offrire. Essi si trovano in un luogo deserto, senza mezzi sufficienti, e possono distribuire il pane soltanto perché lo ricevono dalle mani del Signore.<br /><br /> Non potrebbero sfamare la folla con il frutto del loro lavoro o con i pesci da loro pescati. Possono farlo soltanto prendendo ciò che Gesù dona e consegnandolo agli altri.<br /><br /> Questa è anche l'immagine dell'Eucaristia: riceviamo il pane dal Signore, dall'altare, e siamo chiamati a distribuirlo nella vita. Vivendo nella stessa povertà e semplicità che hanno caratterizzato Gesù, san Francesco, Maria e tutti i discepoli, Dio può compiere meraviglie e sfamare migliaia di persone attraverso la nostra piccolezza.<br /><br /> Tornare a casa con dodici ceste piene<br /><br /> Se desideriamo essere davvero efficaci nel servizio agli altri, in qualunque ambiente viviamo – in famiglia, in parrocchia, nel carcere o in qualsiasi altra realtà – dobbiamo partire sempre dalla coscienza della nostra piccolezza. Da soli possiamo fare ben poco, ma proprio questa povertà permette al Signore di agire.<br /><br /> Per questo lo ringraziamo. Come la folla del Vangelo, anche noi possiamo dire di aver mangiato a sazietà. Le dodici ceste avanzate diventano allora un'immagine della ricchezza che riceviamo.<br /><br /> Siamo arrivati con poco e ripartiamo con molto. Tutto ciò che abbiamo ricevuto non proviene da noi, ma è un dono del Signore, che continua instancabilmente a colmarci dei suoi beni.<br /><br /> Il Perdono di Assisi: ricominciare dalla misericordia<br /><br /> Siamo invitati a essere sempre lieti della nostra piccolezza, perché è proprio in essa che facciamo esperienza della grande compassione e dell'immenso amore di Dio.<br /><br /> La nostra fragilità può derivare anche dal peccato, dalle nostre cadute e dalla nostra cattiveria. E proprio in questo contesto acquista un significato speciale il Perdono di Assisi, celebrato nel luogo stesso dove ci troviamo.<br /><br /> Il Perdono di Assisi ci offre la possibilità di ripartire completamente da zero, liberati dai nostri peccati e dalle nostre colpe. È il dono di una vita rinnovata, riempita della misericordia di Dio. Da questa esperienza nasce una gioia autentica che ci rende pronti a restituire agli altri tutto ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto.<br /><br /> Questo è davvero uno dei più grandi doni che il Signore ci offre.l]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/73345703</guid><pubDate>Sun, 02 Aug 2026 18:12:42 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/73345703/imported_1785693770156852_audio.mp3" length="7163402" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Imparare a riconoscere la compassione di Dio

Le letture di questi giorni di cammino nel Vangelo di Luca (capitoli 11 e 12) ci aiutano a fare un ulteriore passo nel nostro percorso. Ci mostrano anzitutto quanto sia difficile riconoscere davvero la...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Imparare a riconoscere la compassione di Dio<br /><br /> Le letture di questi giorni di cammino nel Vangelo di Luca (capitoli 11 e 12) ci aiutano a fare un ulteriore passo nel nostro percorso. Ci mostrano anzitutto quanto sia difficile riconoscere davvero la misericordia di Dio. Nel Vangelo, infatti, i discepoli sembrano privi di compassione: mentre Gesù è profondamente coinvolto dalla sofferenza della folla, si prende cura dei malati e lascia che il suo cuore si commuova davanti ai bisogni delle persone, essi vedono soltanto un problema organizzativo. Osservano che il luogo è deserto, che si è fatto tardi e suggeriscono di congedare la folla perché ciascuno possa procurarsi da mangiare.<br /><br /> Questa differenza di sguardo è significativa. Gesù guarda con amore e misericordia, mentre i discepoli vedono soltanto la difficoltà concreta. Anche il popolo d'Israele, ricordato dal profeta Isaia, fatica a comprendere il volto di Dio: non sa che può ricevere gratuitamente l'acqua e il cibo della vita, ma pensa di doverli meritare o acquistare con le proprie opere.<br /><br /> Anche la seconda lettura ci invita a compiere questo cammino interiore quando ci domanda: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo?». È una domanda che ci accompagna continuamente e ci ricorda che dobbiamo imparare sempre di più a credere che Dio ci ama, è misericordioso e si prende realmente cura di noi.<br /><br /> San Francesco, testimone della gratuità del Vangelo<br /><br /> Proprio questa consapevolezza rende san Francesco così straordinariamente efficace e perfino scandaloso nel suo modo di vivere il Vangelo. Francesco comprende che tutto ciò che possiede potrebbe diventare un ostacolo all'incontro con l'amore di Dio. Per questo sceglie di spogliarsi di ogni ricchezza e di vivere nella povertà più radicale.<br /><br /> La sua povertà non è una rinuncia fine a se stessa, ma il desiderio di vivere esclusivamente dell'amore del Signore, conformandosi pienamente al Vangelo. È questa libertà che gli permette di sperimentare e testimoniare la misericordia di Dio.<br /><br /> Toccare con mano il Regno di Dio<br /><br /> Anche noi siamo chiamati a domandarci come possiamo sperimentare concretamente la compassione del Signore e toccare con mano il suo Regno.<br /><br /> Per alcuni questo significherà liberarsi dall'attaccamento alle ricchezze; per altri vorrà dire abbandonare l'ipocrisia, il nascondimento o le maschere dietro cui si rifugiano. Altri ancora sperimentano già questa vicinanza di Dio proprio perché vivono nella semplicità e nella piccolezza.<br /><br /> Esistono poi persone che, pur attraversando situazioni molto dolorose – come il carcere, un grande lutto o profonde difficoltà – trovano proprio lì una strada privilegiata verso la misericordia di Dio. Nella loro fragilità scoprono un amore infinito che si manifesta con particolare forza.<br /><br /> Per questo siamo chiamati a cercare sempre il volto di un Dio che la Scrittura descrive come misericordioso, pietoso, lento all'ira e grande nell'amore.<br /><br /> Ricevere per poter donare<br /><br /> Le letture ci fanno compiere anche un secondo passo. Dopo aver mostrato la sua compassione, Gesù affida ai discepoli una responsabilità sorprendente: «Date voi stessi da mangiare».<br /><br /> La loro risposta è sconfortante: possiedono soltanto cinque pani e due pesci. Tuttavia Gesù non interviene semplicemente sostituendosi a loro. Non dice: «Ci penso io». Al contrario, proprio quando essi riconoscono di non avere nulla, li coinvolge nella distribuzione del pane moltiplicato.<br /><br /> Questo rivela una dinamica fondamentale della vita cristiana. Noi sperimentiamo l'amore di Dio perché ci nutre, ci consola, ci sostiene e ci indica una strada. Ma proprio questo amore ricevuto ci rende anche capaci di donarci agli altri.<br /><br /> La fecondità della nostra povertà<br /><br /> Il dono che possiamo offrire agli altri non nasce dall'abbondanza delle nostre risorse personali. Non è perché possediamo...]]></itunes:summary><itunes:duration>448</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Essere la cintura del Signore - lunedì 27 luglio XVII settimana TO</title><link>https://www.spreaker.com/episode/essere-la-cintura-del-signore-lunedi-27-luglio-xvii-settimana-to--73206444</link><description><![CDATA[Le immagini della Bibbia sono spesso semplici, ma proprio per questo riescono a parlare con forza al nostro cuore. Oggi il profeta Geremia ci consegna quella di una cintura di lino: Dio gli chiede di indossarla e poi di nasconderla vicino al fiume Eufrate. Quando il profeta torna a riprenderla, la cintura è ormai marcita e non serve più a nulla.<br /><br /> Il Signore stesso ne spiega il significato: quella cintura rappresenta il suo popolo. Come una cintura aderisce ai fianchi di chi la indossa, così Israele era chiamato a vivere strettamente unito al suo Dio. Il verbo utilizzato esprime un legame profondissimo, fatto di appartenenza, di comunione e persino di amore sponsale. Dio desidera un popolo che gli stia vicino, che viva della sua presenza e trovi in Lui la propria forza.<br /><br /> Eppure questo legame si è spezzato. Il popolo non ha più ascoltato la voce del Signore e ha smesso di essere segno della sua gloria. La cintura non marcisce perché è stata semplicemente abbandonata, ma perché rappresenta l'orgoglio che si è insinuato nel cuore del popolo. È l'orgoglio di chi pensa di poter fare a meno di Dio, di chi si considera autosufficiente e non sente più il bisogno della sua Parola. È questa superbia che il Signore dice di voler ridurre in marciume: non il suo popolo, che continua ad amare, ma tutto ciò che impedisce una relazione autentica con Lui.<br /><br /> Questa immagine acquista un significato ancora più concreto mentre siamo in cammino. Ogni giorno indossiamo uno zaino, stringiamo cinture, allacciamo scarponi e sentiamo sulla pelle il peso del viaggio. Sono gesti semplici che possono trasformarsi in una parabola della vita spirituale.<br /><br /> Possiamo immaginare anche Dio in cammino con il suo popolo: un Dio che non resta distante, ma percorre la strada insieme ai suoi figli, li sostiene, li porta sulle spalle quando sono stanchi e desidera rimanere loro vicino. Come una cintura resta saldamente unita a chi la indossa, così il Signore desidera che anche noi rimaniamo strettamente legati a Lui.<br /><br /> È un invito a verificare ciò che oggi ci tiene uniti a Cristo e ciò che invece ci allontana da Lui. L'orgoglio, la pretesa di bastare a noi stessi e la mancanza di ascolto rischiano di logorare la nostra relazione con Dio. Al contrario, l'umiltà, la fiducia e l'ascolto della sua Parola rendono il nostro legame sempre più saldo.<br /><br /> Chiediamo allora la grazia di essere davvero "la cintura del Signore": un popolo che gli appartiene, che vive della sua presenza e rimane unito a Lui. Come i tralci alla vite, come lo sposo e la sposa nel loro amore, possiamo riscoprire ogni giorno la gioia di una comunione che dà vita, sostiene il cammino e rende feconda la nostra esistenza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/73206444</guid><pubDate>Tue, 28 Jul 2026 04:18:57 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/73206444/imported_1785173085476780_audio.mp3" length="2594272" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Le immagini della Bibbia sono spesso semplici, ma proprio per questo riescono a parlare con forza al nostro cuore. Oggi il profeta Geremia ci consegna quella di una cintura di lino: Dio gli chiede di indossarla e poi di nasconderla vicino al fiume...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Le immagini della Bibbia sono spesso semplici, ma proprio per questo riescono a parlare con forza al nostro cuore. Oggi il profeta Geremia ci consegna quella di una cintura di lino: Dio gli chiede di indossarla e poi di nasconderla vicino al fiume Eufrate. Quando il profeta torna a riprenderla, la cintura è ormai marcita e non serve più a nulla.<br /><br /> Il Signore stesso ne spiega il significato: quella cintura rappresenta il suo popolo. Come una cintura aderisce ai fianchi di chi la indossa, così Israele era chiamato a vivere strettamente unito al suo Dio. Il verbo utilizzato esprime un legame profondissimo, fatto di appartenenza, di comunione e persino di amore sponsale. Dio desidera un popolo che gli stia vicino, che viva della sua presenza e trovi in Lui la propria forza.<br /><br /> Eppure questo legame si è spezzato. Il popolo non ha più ascoltato la voce del Signore e ha smesso di essere segno della sua gloria. La cintura non marcisce perché è stata semplicemente abbandonata, ma perché rappresenta l'orgoglio che si è insinuato nel cuore del popolo. È l'orgoglio di chi pensa di poter fare a meno di Dio, di chi si considera autosufficiente e non sente più il bisogno della sua Parola. È questa superbia che il Signore dice di voler ridurre in marciume: non il suo popolo, che continua ad amare, ma tutto ciò che impedisce una relazione autentica con Lui.<br /><br /> Questa immagine acquista un significato ancora più concreto mentre siamo in cammino. Ogni giorno indossiamo uno zaino, stringiamo cinture, allacciamo scarponi e sentiamo sulla pelle il peso del viaggio. Sono gesti semplici che possono trasformarsi in una parabola della vita spirituale.<br /><br /> Possiamo immaginare anche Dio in cammino con il suo popolo: un Dio che non resta distante, ma percorre la strada insieme ai suoi figli, li sostiene, li porta sulle spalle quando sono stanchi e desidera rimanere loro vicino. Come una cintura resta saldamente unita a chi la indossa, così il Signore desidera che anche noi rimaniamo strettamente legati a Lui.<br /><br /> È un invito a verificare ciò che oggi ci tiene uniti a Cristo e ciò che invece ci allontana da Lui. L'orgoglio, la pretesa di bastare a noi stessi e la mancanza di ascolto rischiano di logorare la nostra relazione con Dio. Al contrario, l'umiltà, la fiducia e l'ascolto della sua Parola rendono il nostro legame sempre più saldo.<br /><br /> Chiediamo allora la grazia di essere davvero "la cintura del Signore": un popolo che gli appartiene, che vive della sua presenza e rimane unito a Lui. 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Ripercorriamo il cammino fatto finora: prima la parabola del seminatore, che ci ha mostrato come il seme porti frutto solo nel terreno buono; poi quella della zizzania, che ci ha insegnato a non voler estirpare subito il male, ma a lasciare che grano e zizzania crescano insieme perché nulla del grano vada perduto.<br /><br /> Oggi incontriamo tre brevi parabole, presenti solo nel Vangelo di Matteo. Sono racconti semplici ma ricchissimi di significato, tanto che ogni dettaglio apre nuove prospettive e rende difficile scegliere un unico punto su cui soffermarsi.<br /><br /> Il campo acquistato da Geremia: un segno di speranza<br /><br /> La riflessione si illumina grazie al capitolo 32 del libro di Geremia. Ricordiamo come il profeta invitasse gli abitanti di Gerusalemme ad arrendersi ai Babilonesi, annunciando che la deportazione era parte del progetto di Dio. Tutti si opponevano a questo messaggio, soprattutto il re, convinti che fosse necessario resistere.<br /><br /> Proprio nel momento in cui tutto sembra destinato alla rovina, Dio ordina a Geremia di comprare un9 campo. È un gesto apparentemente assurdo: perché acquistare un terreno quando si sta per essere deportati?<br /><br /> Comprendiamo però che quel gesto è un segno profetico. Acquistare il campo significa proclamare che l'esilio non sarà eterno. Verrà il giorno in cui il popolo tornerà, costruirà di nuovo le case e comprerà ancora i campi. Quel piccolo atto diventa quindi un annuncio concreto di speranza.<br /><br /> L'esilio, infatti, è stato provocato dall'allontanamento del popolo da Dio. Israele aveva dimenticato che la terra promessa era un dono ricevuto gratuitamente, il segno dell'amore del Signore. Aveva smesso di vivere secondo i comandamenti e aveva considerato quella terra come un possesso invece che come un dono. Per questo deve perderla, così da imparare nuovamente a riconoscerne il vero valore.<br /><br /> Colpisce allora il fatto che Geremia debba comprare qualcosa che, in fondo, appartiene già al popolo di Dio. Questo gesto diventa l'immagine della nostra vita spirituale.<br /><br /> Il Regno di Dio è il tesoro della nostra relazione con il Signore<br /><br /> Comprendiamo che il Regno dei Cieli, di cui Gesù parla nelle parabole, non è prima di tutto un luogo, ma la relazione viva che abbiamo con Dio.<br /><br /> Egli ci ha donato la vita, la terra, tutto ciò che siamo e possediamo. Viviamo dentro una relazione di amore, protezione e cammino condiviso con Lui. Tuttavia questa relazione rischia continuamente di essere dimenticata.<br /><br /> Accade perché ci lasciamo attrarre da altri interessi, dal peccato, oppure perché le difficoltà della vita ci fanno pensare che Dio non ci aiuti più. Così il rapporto con Lui, pur essendo il nostro vero tesoro, deve essere continuamente ritrovato e riscoperto.<br /><br /> La domanda rivolta a Salomone<br /><br /> Anche la prima lettura ci provoca profondamente. Dio dice a Salomone: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda».<br /><br /> Ci rendiamo conto di quanto sia straordinaria questa domanda. Se fosse rivolta direttamente a noi, che cosa chiederemmo?<br /><br /> In realtà Dio continua a rivolgercela, ma spesso noi non gli chiediamo nulla oppure domandiamo cose che non riguardano davvero ciò che conta. Le parabole ci aiutano proprio a riconoscere quale sia il dono più prezioso.<br /><br /> Il tesoro nascosto nel campo: trovare e dare tutto<br /><br /> La prima parabola racconta di un uomo che trova un tesoro nascosto in un campo. Sembra quasi che lo scopra per caso, senza cercarlo intenzionalmente.<br /><br /> Quando però comprende il valore di ciò che ha trovato, tutto cambia. Nasconde nuovamente il tesoro, vende tutto quello che possiede e compra quel campo.<br /><br /> Il Regno dei Cieli è dunque un tesoro reale, che possiamo trovare e possedere. Non è un ideale irraggiungibile. Ma per farlo è necessario dare tutto.<br /><br /> Questa immagine richiama anche quanto abbiamo ascoltato nella festa di san Giacomo, quando san Paolo afferma che portiamo questo tesoro in vasi di creta. Quando possediamo davvero il tesoro del Regno, ci accorgiamo della nostra fragilità. Restiamo semplici vasi di creta, incapaci di contenere degnamente una ricchezza così grande. Ogni cosa che mettiamo davanti a quel tesoro rischia di oscurarlo o diminuirne lo splendore.<br /><br /> La perla preziosa: una ricerca che diventa scelta definitiva<br /><br /> La seconda parabola presenta invece un mercante che è alla ricerca di perle preziose. A differenza del primo uomo, qui c'è una ricerca intenzionale.<br /><br /> Il mercante compra e vende perle come mestiere. Ma quando trova una perla di valore incomparabile, vende tutto ciò che possiede per acquistare proprio quella.<br /><br /> La cosa sorprendente è che smette di fare commercio. Non compra quella per rivenderla. La tiene per sé, perché ha finalmente trovato ciò che cercava.<br /><br /> Questa ricerca diventa una scelta definitiva. Non servono più tante perle diverse: ne basta una sola, quella veramente preziosa.<br /><br /> Anche noi abbiamo vissuto esperienze simili quando abbiamo trovato qualcosa o qualcuno per cui valeva la pena donare tutto, come il coniuge o una vocazione. Tuttavia il Vangelo ci invita a non considerare quella scelta come qualcosa appartenente soltanto al passato. Ogni giorno siamo chiamati a ricercare nuovamente il nostro tesoro e a scegliere ancora quella perla preziosa.<br /><br /> Una vita nuova, semplice e piena di gioia<br /><br /> Le due parabole mostrano che, dopo l'incontro con il tesoro o con la perla, la vita cambia completamente.<br /><br /> L'uomo del campo non possiede più nulla se non quel campo e il suo tesoro. Il Vangelo non dice nemmeno che lo coltivi: ciò che conta è il tesoro.<br /><br /> Il mercante non accumula più perle di tanti tipi. Gliene basta una sola.<br /><br /> Scopriamo così una vita nuova, essenziale, unificata. Una vita nella quale ciò che davvero conta riempie il cuore e dona gioia e pienezza.<br /><br /> La rete e il tesoro dello scriba divenuto discepolo<br /><br /> La terza parabola, quella della rete piena di pesci, richiama la parabola della zizzania. Anche qui avviene una separazione tra ciò che è buono e ciò che non lo è.<br /><br /> Questo conduce all'ultima immagine proposta da Gesù: quella dello scriba diventato discepolo del Regno dei Cieli.<br /><br /> Chi ha trovato il tesoro non lo nasconde in una cassaforte. Dal proprio tesoro estrae continuamente cose nuove e cose antiche.<br /><br /> Ci colpisce che Gesù nomini prima le cose nuove e poi quelle antiche. Ogni giorno la relazione con Dio si rinnova e offre qualcosa di inedito, ma nello stesso tempo custodisce tutta la storia vissuta fino a quel momento.<br /><br /> Anche il tesoro della nostra vita funziona così: è qualcosa che possediamo da tempo, quindi è anche "antico", ma continua sempre a rinnovarsi e a sorprenderci.<br /><br /> Rimetterci in ricerca ogni giorno<br /><br /> San Paolo ci ricorda che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, di quelli che sono stati chiamati, giustificati e glorificati.<br /><br /> Per questo questa domenica ci invita a rimetterci in ricerca. Non possiamo dare per scontato il tesoro che abbiamo già trovato, sia esso la nostra relazione con Dio, la nostra famiglia o la pienezza della nostra vita.<br /><br /> Siamo chiamati a riportare questo tesoro al centro dell'esistenza, a dare nuovamente tutto per esso, quasi a "ricomprarlo", proprio come ha fatto Geremia acquistando il campo. Quel gesto diventa il segno che la nostra relazione con il Signore è sempre viva, sempre nuova e sempre da riscoprire.<br /><br /> Il Signore custodisce per noi questo tesoro nella sua pienezza e ci attende. Grazie ad esso possiamo attraversare anche gli esili della nostra vita, i lutti e le prove più dolorose. Possedendo questo tesoro riceviamo una forza, una gioia, una serenità e una pace che soltanto il Regno dei Cieli può donarci.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/73176126</guid><pubDate>Sun, 26 Jul 2026 11:57:10 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/73176126/imported_178506690243622_audio.mp3" length="11908075" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Le parabole del Regno ci accompagnano in un cammino

Siamo arrivati alla terza domenica dedicata alle parabole del capitolo 13 del Vangelo di Matteo. Ripercorriamo il cammino fatto finora: prima la parabola del seminatore, che ci ha mostrato come il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Le parabole del Regno ci accompagnano in un cammino<br /><br /> Siamo arrivati alla terza domenica dedicata alle parabole del capitolo 13 del Vangelo di Matteo. Ripercorriamo il cammino fatto finora: prima la parabola del seminatore, che ci ha mostrato come il seme porti frutto solo nel terreno buono; poi quella della zizzania, che ci ha insegnato a non voler estirpare subito il male, ma a lasciare che grano e zizzania crescano insieme perché nulla del grano vada perduto.<br /><br /> Oggi incontriamo tre brevi parabole, presenti solo nel Vangelo di Matteo. Sono racconti semplici ma ricchissimi di significato, tanto che ogni dettaglio apre nuove prospettive e rende difficile scegliere un unico punto su cui soffermarsi.<br /><br /> Il campo acquistato da Geremia: un segno di speranza<br /><br /> La riflessione si illumina grazie al capitolo 32 del libro di Geremia. Ricordiamo come il profeta invitasse gli abitanti di Gerusalemme ad arrendersi ai Babilonesi, annunciando che la deportazione era parte del progetto di Dio. Tutti si opponevano a questo messaggio, soprattutto il re, convinti che fosse necessario resistere.<br /><br /> Proprio nel momento in cui tutto sembra destinato alla rovina, Dio ordina a Geremia di comprare un9 campo. È un gesto apparentemente assurdo: perché acquistare un terreno quando si sta per essere deportati?<br /><br /> Comprendiamo però che quel gesto è un segno profetico. Acquistare il campo significa proclamare che l'esilio non sarà eterno. Verrà il giorno in cui il popolo tornerà, costruirà di nuovo le case e comprerà ancora i campi. Quel piccolo atto diventa quindi un annuncio concreto di speranza.<br /><br /> L'esilio, infatti, è stato provocato dall'allontanamento del popolo da Dio. Israele aveva dimenticato che la terra promessa era un dono ricevuto gratuitamente, il segno dell'amore del Signore. Aveva smesso di vivere secondo i comandamenti e aveva considerato quella terra come un possesso invece che come un dono. Per questo deve perderla, così da imparare nuovamente a riconoscerne il vero valore.<br /><br /> Colpisce allora il fatto che Geremia debba comprare qualcosa che, in fondo, appartiene già al popolo di Dio. Questo gesto diventa l'immagine della nostra vita spirituale.<br /><br /> Il Regno di Dio è il tesoro della nostra relazione con il Signore<br /><br /> Comprendiamo che il Regno dei Cieli, di cui Gesù parla nelle parabole, non è prima di tutto un luogo, ma la relazione viva che abbiamo con Dio.<br /><br /> Egli ci ha donato la vita, la terra, tutto ciò che siamo e possediamo. Viviamo dentro una relazione di amore, protezione e cammino condiviso con Lui. Tuttavia questa relazione rischia continuamente di essere dimenticata.<br /><br /> Accade perché ci lasciamo attrarre da altri interessi, dal peccato, oppure perché le difficoltà della vita ci fanno pensare che Dio non ci aiuti più. Così il rapporto con Lui, pur essendo il nostro vero tesoro, deve essere continuamente ritrovato e riscoperto.<br /><br /> La domanda rivolta a Salomone<br /><br /> Anche la prima lettura ci provoca profondamente. Dio dice a Salomone: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda».<br /><br /> Ci rendiamo conto di quanto sia straordinaria questa domanda. Se fosse rivolta direttamente a noi, che cosa chiederemmo?<br /><br /> In realtà Dio continua a rivolgercela, ma spesso noi non gli chiediamo nulla oppure domandiamo cose che non riguardano davvero ciò che conta. Le parabole ci aiutano proprio a riconoscere quale sia il dono più prezioso.<br /><br /> Il tesoro nascosto nel campo: trovare e dare tutto<br /><br /> La prima parabola racconta di un uomo che trova un tesoro nascosto in un campo. Sembra quasi che lo scopra per caso, senza cercarlo intenzionalmente.<br /><br /> Quando però comprende il valore di ciò che ha trovato, tutto cambia. Nasconde nuovamente il tesoro, vende tutto quello che possiede e compra quel campo.<br /><br /> Il Regno dei Cieli è dunque un tesoro reale, che possiamo trovare e...]]></itunes:summary><itunes:duration>745</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il tesoro custodito in vasi di creta Omelia per la festa di San Giacomo 25 luglio 2026</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-tesoro-custodito-in-vasi-di-creta-omelia-per-la-festa-di-san-giacomo-25-luglio-2026--73164415</link><description><![CDATA[Dice oggi Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi: «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta». Questa immagine introduce anche il Vangelo della domenica, con la parabola dell'uomo che trova un tesoro nascosto nel campo e vende tutto ciò che possiede pur di acquistarlo.<br /><br /> Ci domandiamo: ci rendiamo conto di avere un tesoro? E soprattutto: qual è questo tesoro?<br /><br /> Per Paolo la risposta è molto chiara. Il tesoro è il Vangelo, la buona notizia della salvezza, Gesù Cristo stesso, che egli desidera annunciare anche alla difficile comunità di Corinto, segnata da divisioni, tensioni e contrasti. Nonostante tutto, Paolo continua a donare questo tesoro perché è una parola che salva.<br /><br /> Anche per noi il tesoro è probabilmente lo stesso: il nostro rapporto con il Signore, la fede, il fatto di essere suoi discepoli. Certo, viviamo tutto questo con molte fatiche, contraddizioni, peccati e fragilità, ma rimane comunque il bene più prezioso che possediamo.<br /><br /> Il tesoro è custodito nella fragilità<br /><br /> L'aspetto più sorprendente del testo non è tanto l'esistenza del tesoro, quanto il luogo in cui esso è custodito: i vasi di creta.<br /><br /> Paolo descrive la propria esperienza attraverso una serie di contrasti: siamo tribolati ma non schiacciati, sconvolti ma non disperati, perseguitati ma non abbandonati, colpiti ma non uccisi. Il vaso di creta rappresenta il nostro corpo, la nostra vita fragile, esposta alle prove e alla sofferenza.<br /><br /> Perché Dio ha scelto proprio questa condizione? Paolo risponde che è proprio nella nostra debolezza che si manifesta la potenza della grazia. Se fossimo perfetti, fortissimi e senza limiti, finiremmo per mettere in mostra noi stessi. Invece, proprio attraverso le nostre crepe, diventa visibile l'opera di Dio.<br /><br /> Pensiamo a quelle persone segnate dalla malattia, dagli acciacchi, da una famiglia complicata o da tante difficoltà, eppure capaci di trasmettere pace, speranza e accoglienza. È in loro che possiamo vedere con particolare chiarezza la grazia del Signore all'opera. La fragilità non diventa un ostacolo, ma il luogo privilegiato in cui risplende la presenza di Dio.<br /><br /> Portare la morte di Gesù per manifestare la sua vita<br /><br /> Paolo arriva a dire che portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù. Non significa necessariamente vivere persecuzioni cruente o una crocifissione materiale, ma camminare ogni giorno dentro la nostra fragilità e le nostre prove.<br /><br /> È proprio lì che si manifesta la risurrezione. Lo stesso Dio che ha risuscitato Gesù dai morti risusciterà anche noi e ci condurrà accanto a Lui. La risurrezione non è soltanto una promessa futura: già oggi possiamo sperimentarne la forza quando la grazia di Dio ci sostiene nelle difficoltà.<br /><br /> Un esempio concreto può essere quello di una coppia di sposi. Uno dei coniugi può dire: «Il mio tesoro è la mia famiglia. Certo, faccio molta fatica con mio marito o con mia moglie, ma continuo ad aggrapparmi a questo bene perché è ciò che conta davvero». Proprio la fatica rende ancora più evidente il valore del tesoro custodito.<br /><br /> La fede ci permette di riconoscere il tesoro<br /><br /> Tutto questo diventa possibile grazie alla fede. È la fede che ci permette di riconoscere il valore del tesoro ricevuto, di gustarlo e di attraversare le difficoltà senza lasciarci schiacciare da esse.<br /><br /> La fede non elimina le prove, ma ci permette di viverle nella grazia del Signore, sapendo che Dio continua ad agire proprio dentro le nostre fragilità.<br /><br /> Il vero primato è il servizio<br /><br /> Il Vangelo ci presenta poi la richiesta audace della madre di Giacomo e Giovanni, che desidera per i suoi figli i primi posti accanto a Gesù. La risposta del Signore sposta completamente l'attenzione: ciò che conta non è occupare un posto d'onore, ma bere il suo calice, cioè condividere il suo cammino.<br /><br /> Gesù annuncia ai discepoli che anche loro berranno quel calice e ricorda che la sua missione consiste nel servire: non è venuto per essere servito, ma per servire.<br /><br /> Ecco allora dove il tesoro della fede diventa pienamente visibile: quando viviamo il servizio, il dono di noi stessi, l'amore gratuito verso gli altri. La grandezza del cristiano non consiste nell'essere il primo, ma nel mettersi al servizio.<br /><br /> Anche questo servizio è vissuto dentro un vaso pieno di crepe, fatto di limiti e fragilità. Eppure è proprio attraverso queste crepe che risplende la bellezza della vita cristiana.<br /><br /> L'esempio di san Giacomo<br /><br /> Concludiamo guardando a san Giacomo apostolo. Egli ha percorso fino in fondo la strada indicata da Gesù, arrivando a donare la propria vita per il Signore. La sua testimonianza ci ricorda che il tesoro della fede vale infinitamente più di ogni altra cosa e che la sua luce risplende con particolare forza proprio nella debolezza di chi si affida completamente a Cristo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/73164415</guid><pubDate>Sat, 25 Jul 2026 08:46:26 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/73164415/imported_1784966427658990_audio.mp3" length="7048045" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Dice oggi Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi: «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta». Questa immagine introduce anche il Vangelo della domenica, con la parabola dell'uomo che trova un tesoro nascosto nel campo e vende tutto ciò che possiede pur...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Dice oggi Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi: «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta». Questa immagine introduce anche il Vangelo della domenica, con la parabola dell'uomo che trova un tesoro nascosto nel campo e vende tutto ciò che possiede pur di acquistarlo.<br /><br /> Ci domandiamo: ci rendiamo conto di avere un tesoro? E soprattutto: qual è questo tesoro?<br /><br /> Per Paolo la risposta è molto chiara. Il tesoro è il Vangelo, la buona notizia della salvezza, Gesù Cristo stesso, che egli desidera annunciare anche alla difficile comunità di Corinto, segnata da divisioni, tensioni e contrasti. Nonostante tutto, Paolo continua a donare questo tesoro perché è una parola che salva.<br /><br /> Anche per noi il tesoro è probabilmente lo stesso: il nostro rapporto con il Signore, la fede, il fatto di essere suoi discepoli. Certo, viviamo tutto questo con molte fatiche, contraddizioni, peccati e fragilità, ma rimane comunque il bene più prezioso che possediamo.<br /><br /> Il tesoro è custodito nella fragilità<br /><br /> L'aspetto più sorprendente del testo non è tanto l'esistenza del tesoro, quanto il luogo in cui esso è custodito: i vasi di creta.<br /><br /> Paolo descrive la propria esperienza attraverso una serie di contrasti: siamo tribolati ma non schiacciati, sconvolti ma non disperati, perseguitati ma non abbandonati, colpiti ma non uccisi. Il vaso di creta rappresenta il nostro corpo, la nostra vita fragile, esposta alle prove e alla sofferenza.<br /><br /> Perché Dio ha scelto proprio questa condizione? Paolo risponde che è proprio nella nostra debolezza che si manifesta la potenza della grazia. Se fossimo perfetti, fortissimi e senza limiti, finiremmo per mettere in mostra noi stessi. Invece, proprio attraverso le nostre crepe, diventa visibile l'opera di Dio.<br /><br /> Pensiamo a quelle persone segnate dalla malattia, dagli acciacchi, da una famiglia complicata o da tante difficoltà, eppure capaci di trasmettere pace, speranza e accoglienza. È in loro che possiamo vedere con particolare chiarezza la grazia del Signore all'opera. La fragilità non diventa un ostacolo, ma il luogo privilegiato in cui risplende la presenza di Dio.<br /><br /> Portare la morte di Gesù per manifestare la sua vita<br /><br /> Paolo arriva a dire che portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù. Non significa necessariamente vivere persecuzioni cruente o una crocifissione materiale, ma camminare ogni giorno dentro la nostra fragilità e le nostre prove.<br /><br /> È proprio lì che si manifesta la risurrezione. Lo stesso Dio che ha risuscitato Gesù dai morti risusciterà anche noi e ci condurrà accanto a Lui. La risurrezione non è soltanto una promessa futura: già oggi possiamo sperimentarne la forza quando la grazia di Dio ci sostiene nelle difficoltà.<br /><br /> Un esempio concreto può essere quello di una coppia di sposi. Uno dei coniugi può dire: «Il mio tesoro è la mia famiglia. Certo, faccio molta fatica con mio marito o con mia moglie, ma continuo ad aggrapparmi a questo bene perché è ciò che conta davvero». Proprio la fatica rende ancora più evidente il valore del tesoro custodito.<br /><br /> La fede ci permette di riconoscere il tesoro<br /><br /> Tutto questo diventa possibile grazie alla fede. È la fede che ci permette di riconoscere il valore del tesoro ricevuto, di gustarlo e di attraversare le difficoltà senza lasciarci schiacciare da esse.<br /><br /> La fede non elimina le prove, ma ci permette di viverle nella grazia del Signore, sapendo che Dio continua ad agire proprio dentro le nostre fragilità.<br /><br /> Il vero primato è il servizio<br /><br /> Il Vangelo ci presenta poi la richiesta audace della madre di Giacomo e Giovanni, che desidera per i suoi figli i primi posti accanto a Gesù. 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Il Regno che Egli annuncia è qualcosa di meraviglioso, ma spesso ci sembra difficile da comprendere, lontano dalla nostra esperienza. Con le parabole, invece, Gesù ci mostra che esso è molto più vicino e semplice di quanto immaginiamo.<br /><br /> Anche oggi ci vengono offerte tre parabole, che, pur nella loro apparente semplicità, aprono riflessioni profonde. Sono racconti che ciascuno può comprendere e sui quali è naturale confrontarsi con gli altri, chiedendosi quale sia il loro significato. Come già nella parabola del seminatore ascoltata la domenica precedente, torna il tema del seme che porta frutto in base a come viene accolto.<br /><br /> Colpisce il fatto che Gesù utilizzi sempre immagini della vita quotidiana: il pane, il seme, il lievito, i frutti. Non ricorre a concetti complicati o astratti, ma a realtà che tutti conosciamo. Inoltre, quasi tutte le parabole iniziano da qualcosa di piccolissimo: un seme, un pizzico di lievito. Da ciò che è nascosto e quasi invisibile nasce qualcosa di grande, capace di nutrire e di dare vita a molti.<br /><br /> Prima caratteristica: saper aspettare senza intervenire<br /><br /> La prima lezione che ricaviamo da queste parabole è che non sempre bisogna intervenire. Anzi, spesso intervenire troppo significa fare danni.<br /><br /> Nella parabola del grano e della zizzania, quando i servi scoprono la presenza della zizzania, il padrone proibisce di estirparla. Il male esiste, ma non bisogna lasciarsi ossessionare da esso. Non sappiamo nemmeno quanta zizzania ci fosse nel campo: certamente c'era, ma non occupava tutto il terreno. Anche vedendola, occorre lasciarla stare fino al tempo della mietitura.<br /><br /> Lo stesso accade con il lievito. Quando il pane sta lievitando, bisogna avere la pazienza di non toccarlo. Se si continua a manipolarlo, la lievitazione ricomincia da capo. Persino un improvviso colpo di freddo può compromettere il processo. La crescita richiede un tempo preciso che va rispettato.<br /><br /> Anche il piccolo seme di senape deve essere lasciato crescere. Se continuiamo a scavare il terreno o a intervenire continuamente, impediamo al seme di svilupparsi.<br /><br /> Noi, invece, siamo spesso portati a voler risolvere tutto immediatamente, a controllare ogni cosa, a cambiare continuamente ciò che abbiamo iniziato. Le parabole ci invitano invece alla pazienza. Alcuni processi hanno bisogno di maturare lentamente e, se li interrompiamo, ne blocchiamo la crescita. Possiamo soltanto attendere con fiducia il momento della raccolta, dell'infornata del pane o della piena maturazione della pianta.<br /><br /> Seconda caratteristica: il protagonista deve scomparire<br /><br /> Un secondo aspetto che ci colpisce è che, nelle parabole, il seminatore e la donna che impasta non rimangono al centro della scena.<br /><br /> Il seminatore compie il gesto iniziale, ma poi saranno altri a raccogliere il raccolto. Della donna viene sottolineato il lavoro dell'impasto, ma non si racconta ciò che farà successivamente con il pane. Il suo compito è semplicemente avviare il processo.<br /><br /> Colpisce anche la quantità di farina utilizzata: circa cinquanta chilogrammi, una massa enorme, segno di un lavoro impegnativo. Eppure, nemmeno questa fatica mette la donna al centro del racconto.<br /><br /> Anche noi siamo chiamati a seminare, testimoniare, educare, annunciare il Vangelo. Possiamo essere genitori, nonni, catechisti, sacerdoti o educatori, ma non siamo noi i protagonisti dell'opera di Dio.<br /><br /> Persino Gesù, dopo aver formato i suoi discepoli, li lascia andare. Li incoraggia, ma poi permette loro di camminare con le proprie forze e di diventare, a loro volta, seminatori del Regno.<br /><br /> I migliori testimoni del Vangelo sono proprio coloro che, dopo aver dato frutto, sanno farsi da parte, perché il Regno dei Cieli non appartiene a loro, ma è destinato a tutti.<br /><br /> Terza caratteristica: il frutto è per tutti<br /><br /> La terza caratteristica riguarda il risultato finale. Il frutto del Regno non è mai destinato a pochi, ma sempre a molti.<br /><br /> Anche il pane ottenuto dall'impasto della parabola è in quantità enorme: circa cinquanta chilogrammi. È evidente che non serve soltanto alla donna e alla sua famiglia, ma a una moltitudine di persone.<br /><br /> Questa abbondanza richiama un episodio dell'Antico Testamento. Quando Abramo accoglie i tre misteriosi visitatori, chiede a Sara di preparare la stessa grande quantità di farina. Anche lì emerge il segno di un'ospitalità sovrabbondante, che supera il semplice necessario.<br /><br /> La parabola del granello di senape esprime ancora meglio questa apertura universale. Il piccolo seme diventa un grande arbusto, quasi un albero, tanto che gli uccelli vengono a fare il nido tra i suoi rami.<br /><br /> È significativo che gli uccelli, in un orto, possano essere persino considerati degli intrusi. Eppure trovano accoglienza, ombra e protezione. Non sono soltanto gli uccelli "di casa", ma tutti quelli che passano e trovano rifugio.<br /><br /> Così è il Regno dei Cieli: produce un bene che supera ogni confine, ogni appartenenza, ogni recinto familiare o comunitario. È un dono universale, aperto a tutti.<br /><br /> Accogliere il Regno con fiducia<br /><br /> Ringraziamo il Signore per questo modo sorprendente di agire. Anche noi desideriamo dare il nostro contributo alla crescita del Regno, ma comprendiamo che il nostro ruolo consiste anzitutto nel ricevere il dono che Dio fa crescere.<br /><br /> Siamo chiamati a vivere queste tre grandi caratteristiche del Regno dei Cieli: imparare a lasciare che Dio operi senza voler controllare tutto, saperci fare da parte perché il protagonista sia Lui e gioire del frutto abbondante e universale che il suo Regno produce per il bene di tutti.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/73053056</guid><pubDate>Sun, 19 Jul 2026 10:22:38 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/73053056/imported_1784456414629422_audio.mp3" length="10630791" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Gesù ci parla con immagini semplici

Gesù sceglie di parlare alla folla attraverso le parabole, un modo di insegnare che rende accessibile il mistero del Regno dei Cieli. Il Regno che Egli annuncia è qualcosa di meraviglioso, ma spesso ci sembra...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Gesù ci parla con immagini semplici<br /><br /> Gesù sceglie di parlare alla folla attraverso le parabole, un modo di insegnare che rende accessibile il mistero del Regno dei Cieli. Il Regno che Egli annuncia è qualcosa di meraviglioso, ma spesso ci sembra difficile da comprendere, lontano dalla nostra esperienza. Con le parabole, invece, Gesù ci mostra che esso è molto più vicino e semplice di quanto immaginiamo.<br /><br /> Anche oggi ci vengono offerte tre parabole, che, pur nella loro apparente semplicità, aprono riflessioni profonde. Sono racconti che ciascuno può comprendere e sui quali è naturale confrontarsi con gli altri, chiedendosi quale sia il loro significato. Come già nella parabola del seminatore ascoltata la domenica precedente, torna il tema del seme che porta frutto in base a come viene accolto.<br /><br /> Colpisce il fatto che Gesù utilizzi sempre immagini della vita quotidiana: il pane, il seme, il lievito, i frutti. Non ricorre a concetti complicati o astratti, ma a realtà che tutti conosciamo. Inoltre, quasi tutte le parabole iniziano da qualcosa di piccolissimo: un seme, un pizzico di lievito. Da ciò che è nascosto e quasi invisibile nasce qualcosa di grande, capace di nutrire e di dare vita a molti.<br /><br /> Prima caratteristica: saper aspettare senza intervenire<br /><br /> La prima lezione che ricaviamo da queste parabole è che non sempre bisogna intervenire. Anzi, spesso intervenire troppo significa fare danni.<br /><br /> Nella parabola del grano e della zizzania, quando i servi scoprono la presenza della zizzania, il padrone proibisce di estirparla. Il male esiste, ma non bisogna lasciarsi ossessionare da esso. Non sappiamo nemmeno quanta zizzania ci fosse nel campo: certamente c'era, ma non occupava tutto il terreno. Anche vedendola, occorre lasciarla stare fino al tempo della mietitura.<br /><br /> Lo stesso accade con il lievito. Quando il pane sta lievitando, bisogna avere la pazienza di non toccarlo. Se si continua a manipolarlo, la lievitazione ricomincia da capo. Persino un improvviso colpo di freddo può compromettere il processo. La crescita richiede un tempo preciso che va rispettato.<br /><br /> Anche il piccolo seme di senape deve essere lasciato crescere. Se continuiamo a scavare il terreno o a intervenire continuamente, impediamo al seme di svilupparsi.<br /><br /> Noi, invece, siamo spesso portati a voler risolvere tutto immediatamente, a controllare ogni cosa, a cambiare continuamente ciò che abbiamo iniziato. Le parabole ci invitano invece alla pazienza. Alcuni processi hanno bisogno di maturare lentamente e, se li interrompiamo, ne blocchiamo la crescita. Possiamo soltanto attendere con fiducia il momento della raccolta, dell'infornata del pane o della piena maturazione della pianta.<br /><br /> Seconda caratteristica: il protagonista deve scomparire<br /><br /> Un secondo aspetto che ci colpisce è che, nelle parabole, il seminatore e la donna che impasta non rimangono al centro della scena.<br /><br /> Il seminatore compie il gesto iniziale, ma poi saranno altri a raccogliere il raccolto. Della donna viene sottolineato il lavoro dell'impasto, ma non si racconta ciò che farà successivamente con il pane. Il suo compito è semplicemente avviare il processo.<br /><br /> Colpisce anche la quantità di farina utilizzata: circa cinquanta chilogrammi, una massa enorme, segno di un lavoro impegnativo. Eppure, nemmeno questa fatica mette la donna al centro del racconto.<br /><br /> Anche noi siamo chiamati a seminare, testimoniare, educare, annunciare il Vangelo. Possiamo essere genitori, nonni, catechisti, sacerdoti o educatori, ma non siamo noi i protagonisti dell'opera di Dio.<br /><br /> Persino Gesù, dopo aver formato i suoi discepoli, li lascia andare. Li incoraggia, ma poi permette loro di camminare con le proprie forze e di diventare, a loro volta, seminatori del Regno.<br /><br /> I migliori testimoni del Vangelo sono proprio coloro che, dopo aver dato frutto, sanno farsi da...]]></itunes:summary><itunes:duration>665</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>I giusti sono coloro che si affidano a Dio - Omelia giovedì XV settimana TO</title><link>https://www.spreaker.com/episode/i-giusti-sono-coloro-che-si-affidano-a-dio-omelia-giovedi-xv-settimana-to--73017414</link><description><![CDATA[Istintivamente siamo portati a pensare che i giusti siano coloro che osservano perfettamente i comandamenti, che fanno tutto nel modo corretto e percorrono una strada senza deviazioni. Tuttavia, leggendo con attenzione il testo, scopriamo che la prospettiva è diversa: i giusti sono coloro il cui cammino viene reso diritto da Dio stesso. È il Signore che appiana la strada, non perché noi siamo impeccabili, ma perché viviamo una relazione autentica con Lui.<br /><br /> Comprendiamo così che la rettitudine nasce dalla relazione con Dio. Da questa amicizia nasce una strada più semplice, più stabile, una strada di pace. Certamente i giusti cercano di vivere i comandamenti, ma non è questa la loro caratteristica principale. Come dice Isaia, sono coloro che sperano nel Signore, ricordano il suo nome, lo cercano con tutto il cuore anche nella notte, accolgono il suo giudizio sulla propria vita e si lasciano correggere e convertire. Sono persone che si lasciano educare da Dio e, proprio grazie a questa pedagogia divina, trovano il sentiero diritto.<br /><br /> La grazia: è Dio che opera in noi<br /><br /> Ci soffermiamo poi su uno dei versetti più sorprendenti di Isaia: «Signore, ci concederai la pace perché tutte le nostre imprese tu compi per noi». Queste parole ci colpiscono profondamente, perché affermano che è Dio a realizzare le nostre opere. Le azioni che desideriamo compiere sono rese possibili dalla sua grazia, che opera in noi e attraverso di noi.<br /><br /> Questa è la vera giustizia: vivere il Vangelo, accogliere la Parola di Dio e lasciare che il Signore agisca nella nostra esistenza. Da questa consapevolezza nasce anche la pace. Non una pace costruita sulle nostre capacità, ma quella che deriva dal riconoscere che Dio è all'opera nella nostra vita.<br /><br /> La pace non elimina la tribolazione<br /><br /> Questo, però, non significa che scompaiano le difficoltà. Ricordiamo come ciascuno di noi porti pesi diversi: il lutto per la mamma di Emanuela, Luciana, ricordata nella Messa, le preoccupazioni per i figli, i nipoti, le fatiche della vita quotidiana e tante situazioni che sembrano toglierci il respiro.<br /><br /> Isaia descrive questa esperienza con l'immagine della donna che soffre i dolori del parto senza riuscire a dare alla luce un figlio, ma soltanto vento. È l'immagine della nostra impotenza quando cerchiamo di affrontare tutto da soli. In mezzo a questa fatica, i giusti sono coloro che continuano ad affidarsi alla grazia del Signore.<br /><br /> La speranza della risurrezione<br /><br /> Isaia ci apre poi a una prospettiva ancora più grande, parlando con straordinaria chiarezza della risurrezione: «Rivivranno i tuoi morti... svegliatevi ed esultate voi che giacete nella polvere». Questa polvere rappresenta anche le nostre sofferenze, le nostre crisi e tutto ciò che ci schiaccia.<br /><br /> I non giusti, invece, sono coloro che dimenticano Dio, non si interessano della sua Parola, mettono da parte i comandamenti e finiscono per credere di essere autosufficienti. È l'atteggiamento già visto nella figura del re d'Assiria, convinto che i suoi successi fossero frutto esclusivamente della propria intelligenza e della propria forza. Alla fine, però, tutto questo lascia soltanto un pugno di mosche.<br /><br /> Noi, invece, possiamo rivivere proprio perché è Dio che opera per noi. Questa è la vera consolazione.<br /><br /> Gesù ci invita a portare il giogo con Lui<br /><br /> Alla luce di tutto questo comprendiamo meglio le parole di Gesù nel Vangelo: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi». Gesù conosce bene le nostre fatiche e non ci rimprovera per esse, ma ci invita ad andare da Lui e a prendere il suo giogo.<br /><br /> Impariamo da Gesù, mite e umile di cuore. Il giusto è proprio una persona mite e umile, che accetta il peso della vita non perché si rassegna, ma perché lo porta insieme al Signore. Così il carico, pur rimanendo reale, diventa misteriosamente più leggero e più dolce. Le tribolazioni non scompaiono, ma dentro di esse nasce una pace che sostiene il cammino.<br /><br /> Una testimonianza che diventa contagiosa<br /><br /> Questa pace è anche ciò che rende i cristiani dei veri testimoni. Pensiamo al parroco di Gaza e alla sua comunità: pur vivendo una situazione drammatica, riescono a trasmettere gioia, forza, umiltà e speranza. È una testimonianza che nasce proprio dall'affidamento al Signore.<br /><br /> Lo vediamo anche nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità. Quando camminiamo da giusti, non perché siamo migliori degli altri, ma perché ci fidiamo di Dio, la pace che riceviamo diventa contagiosa. Anche nelle difficoltà possiamo trasmettere serenità e fare del bene a chi ci è accanto.<br /><br /> Maria, modello di mitezza e di grazia<br /><br /> Concludiamo ringraziando il Signore nel giorno in cui ricordiamo la Beata Vergine Maria del Carmelo. Guardiamo a lei come al modello perfetto del giusto.<br /><br /> Maria è stata mite, semplice e profondamente umile. Conosceva bene la propria piccolezza e proprio per questo ha riconosciuto che l'Onnipotente aveva posato lo sguardo su di lei, riempiendola di grazia. Per questo la prendiamo come esempio nel nostro cammino, chiedendole di insegnarci ad affidarci completamente al Signore, perché sia Lui a rendere diritto il nostro cammino e a donarci la sua pace.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/73017414</guid><pubDate>Thu, 16 Jul 2026 18:09:45 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/73017414/imported_1784223307209133_audio.mp3" length="7502367" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Istintivamente siamo portati a pensare che i giusti siano coloro che osservano perfettamente i comandamenti, che fanno tutto nel modo corretto e percorrono una strada senza deviazioni. 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Come dice Isaia, sono coloro che sperano nel Signore, ricordano il suo nome, lo cercano con tutto il cuore anche nella notte, accolgono il suo giudizio sulla propria vita e si lasciano correggere e convertire. Sono persone che si lasciano educare da Dio e, proprio grazie a questa pedagogia divina, trovano il sentiero diritto.<br /><br /> La grazia: è Dio che opera in noi<br /><br /> Ci soffermiamo poi su uno dei versetti più sorprendenti di Isaia: «Signore, ci concederai la pace perché tutte le nostre imprese tu compi per noi». Queste parole ci colpiscono profondamente, perché affermano che è Dio a realizzare le nostre opere. Le azioni che desideriamo compiere sono rese possibili dalla sua grazia, che opera in noi e attraverso di noi.<br /><br /> Questa è la vera giustizia: vivere il Vangelo, accogliere la Parola di Dio e lasciare che il Signore agisca nella nostra esistenza. Da questa consapevolezza nasce anche la pace. Non una pace costruita sulle nostre capacità, ma quella che deriva dal riconoscere che Dio è all'opera nella nostra vita.<br /><br /> La pace non elimina la tribolazione<br /><br /> Questo, però, non significa che scompaiano le difficoltà. Ricordiamo come ciascuno di noi porti pesi diversi: il lutto per la mamma di Emanuela, Luciana, ricordata nella Messa, le preoccupazioni per i figli, i nipoti, le fatiche della vita quotidiana e tante situazioni che sembrano toglierci il respiro.<br /><br /> Isaia descrive questa esperienza con l'immagine della donna che soffre i dolori del parto senza riuscire a dare alla luce un figlio, ma soltanto vento. È l'immagine della nostra impotenza quando cerchiamo di affrontare tutto da soli. In mezzo a questa fatica, i giusti sono coloro che continuano ad affidarsi alla grazia del Signore.<br /><br /> La speranza della risurrezione<br /><br /> Isaia ci apre poi a una prospettiva ancora più grande, parlando con straordinaria chiarezza della risurrezione: «Rivivranno i tuoi morti... svegliatevi ed esultate voi che giacete nella polvere». Questa polvere rappresenta anche le nostre sofferenze, le nostre crisi e tutto ciò che ci schiaccia.<br /><br /> I non giusti, invece, sono coloro che dimenticano Dio, non si interessano della sua Parola, mettono da parte i comandamenti e finiscono per credere di essere autosufficienti. È l'atteggiamento già visto nella figura del re d'Assiria, convinto che i suoi successi fossero frutto esclusivamente della propria intelligenza e della propria forza. Alla fine, però, tutto questo lascia soltanto un pugno di mosche.<br /><br /> Noi, invece, possiamo rivivere proprio perché è Dio che opera per noi. 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L'esempio che ci viene offerto è quello del re d'Assiria, una figura drammatica che mostra cosa accade quando l'uomo si attribuisce tutto il merito e si sostituisce a Dio.<br /><br /> Il re d'Assiria: lo specchio dell'orgoglio umano<br /><br /> Riflettiamo sul fatto che Dio, di fronte all'infedeltà del popolo d'Israele, decide di permettere l'esilio. Dopo aver tentato in ogni modo di richiamare il suo popolo all'alleanza, affida il compito di esercitare il giudizio a un re pagano. È una scelta che ci sorprende e ci fa capire quanto Dio sappia servirsi anche di strumenti inattesi per realizzare il suo progetto.<br /><br /> Il re d'Assiria, però, oltrepassa i limiti della missione ricevuta. Non si limita a conquistare e a punire, ma si lascia dominare dalla sete di potere fino a voler annientare completamente i popoli. Nelle sue parole emerge tutta la sua superbia: attribuisce ogni successo esclusivamente alla propria forza e alla propria intelligenza, vantandosi di aver abbattuto confini, saccheggiato tesori e dominato le nazioni con le proprie capacità.<br /><br /> Una tentazione che appartiene a tutti noi<br /><br /> Riconosciamo che il re d'Assiria non rappresenta soltanto un personaggio del passato, ma incarna una tendenza presente nel cuore di ogni uomo. Anche noi siamo portati a pensare di essere gli unici artefici della nostra vita, a volerci guidare da soli, contando esclusivamente sulle nostre forze, perfino nelle nostre fragilità.<br /><br /> Eppure esiste un disegno di Dio che continua a svilupparsi al di là delle nostre pretese di autosufficienza. Il Signore resta il vero regista della storia. Per questo motivo il potere del re d'Assiria non durerà: Dio stesso porrà fine alla sua arroganza e alla sua forza.<br /><br /> Dio guida la storia anche quando sembra assente<br /><br /> Facciamo fatica ad applicare questo messaggio al tempo presente. Davanti ai grandi potenti del mondo ci chiediamo spesso dove sia Dio e perché sembri lasciare loro tanto spazio. Tuttavia la Parola ci invita a fidarci: anche quando la storia appare dominata dalla forza e dalla violenza, il Signore continua a portare avanti il suo progetto.<br /><br /> Dio non abbandona i piccoli. Custodisce un resto d'Israele, mantiene fede alla promessa fatta alla discendenza di Davide e prepara la vittoria della giustizia. Il suo piano si compie in modo sorprendente, ben diverso da quello che gli uomini immaginano.<br /><br /> Il vero Re è Cristo, umile e povero<br /><br /> Comprendiamo allora che il Messia inviato da Dio è l'esatto contrario del re d'Assiria. Non è un sovrano potente che domina con la forza, ma un Re umile e povero, che arriva fino alla morte in croce.<br /><br /> Proprio perché è il Figlio, Gesù è l'unico che conosce pienamente il Padre e può rivelarne i misteri. Solo attraverso di Lui possiamo entrare nella conoscenza di Dio. Questa rivelazione è riservata a chi percorre la strada dell'umiltà, della piccolezza e dell'abbandono fiducioso.<br /><br /> L'esempio di san Bonaventura e di san Francesco<br /><br /> Ricordiamo infine la figura di san Bonaventura, capace di comprendere e trasmettere profondamente questo messaggio, anche grazie alla testimonianza di san Francesco d'Assisi, del quale raccontò la vita con grande efficacia.<br /><br /> San Francesco, pur essendo infinitamente più piccolo dei grandi re della terra, è in realtà più potente di loro, perché ha vissuto il Vangelo nella sua radicalità, sine glossa, senza compromessi né interpretazioni riduttive.<br /><br /> Anche noi siamo invitati a metterci dalla parte dei piccoli, confidando che Dio governi la nostra vita. Gli chiediamo di sostenerci nella nostra fragilità e di insegnarci l'umiltà, certi della promessa proclamata dal Salmo: il Signore non respinge il suo popolo, non abbandona la sua eredità e non lascia mai soli i suoi figli.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/73017109</guid><pubDate>Thu, 16 Jul 2026 17:34:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/73017109/imported_178421362927490_audio.mp3" length="5535451" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nella prima lettura troviamo una chiave per comprendere le parole del Vangelo, quando Gesù dice che il Padre nasconde i misteri del Regno ai sapienti e agli intelligenti, mentre li rivela ai piccoli. 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È una scelta che ci sorprende e ci fa capire quanto Dio sappia servirsi anche di strumenti inattesi per realizzare il suo progetto.<br /><br /> Il re d'Assiria, però, oltrepassa i limiti della missione ricevuta. Non si limita a conquistare e a punire, ma si lascia dominare dalla sete di potere fino a voler annientare completamente i popoli. Nelle sue parole emerge tutta la sua superbia: attribuisce ogni successo esclusivamente alla propria forza e alla propria intelligenza, vantandosi di aver abbattuto confini, saccheggiato tesori e dominato le nazioni con le proprie capacità.<br /><br /> Una tentazione che appartiene a tutti noi<br /><br /> Riconosciamo che il re d'Assiria non rappresenta soltanto un personaggio del passato, ma incarna una tendenza presente nel cuore di ogni uomo. Anche noi siamo portati a pensare di essere gli unici artefici della nostra vita, a volerci guidare da soli, contando esclusivamente sulle nostre forze, perfino nelle nostre fragilità.<br /><br /> Eppure esiste un disegno di Dio che continua a svilupparsi al di là delle nostre pretese di autosufficienza. Il Signore resta il vero regista della storia. Per questo motivo il potere del re d'Assiria non durerà: Dio stesso porrà fine alla sua arroganza e alla sua forza.<br /><br /> Dio guida la storia anche quando sembra assente<br /><br /> Facciamo fatica ad applicare questo messaggio al tempo presente. Davanti ai grandi potenti del mondo ci chiediamo spesso dove sia Dio e perché sembri lasciare loro tanto spazio. Tuttavia la Parola ci invita a fidarci: anche quando la storia appare dominata dalla forza e dalla violenza, il Signore continua a portare avanti il suo progetto.<br /><br /> Dio non abbandona i piccoli. 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Questa rivelazione è riservata a chi percorre la strada dell'umiltà, della piccolezza e dell'abbandono fiducioso.<br /><br /> L'esempio di san Bonaventura e di san Francesco<br /><br /> Ricordiamo infine la figura di san Bonaventura, capace di comprendere e trasmettere profondamente questo messaggio, anche grazie alla testimonianza di san Francesco d'Assisi, del quale raccontò la vita con grande efficacia.<br /><br /> San Francesco, pur essendo infinitamente più piccolo dei grandi re della terra, è in realtà più potente di loro, perché ha vissuto il Vangelo nella sua radicalità, sine glossa, senza compromessi né interpretazioni riduttive.<br /><br /> Anche noi siamo invitati a metterci dalla parte dei piccoli, confidando che Dio governi la nostra vita. 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Per questo mi soffermo su alcuni aspetti delle letture che ci aiutano a leggere la nostra vita alla luce della Parola.<br /><br /> Nel Vangelo Gesù rimprovera le città che hanno ricevuto molto, in particolare Cafarnao, la città dove ha vissuto, ha chiamato i primi discepoli, ha compiuto numerosi miracoli e dove tante persone si sono radunate per incontrarlo e ricevere guarigione. Proprio perché ha ricevuto un dono così grande, Cafarnao porta anche una grande responsabilità.<br /><br /> Comprendiamo allora che la conversione non consiste semplicemente nello smettere di commettere alcuni peccati. Convertirci significa tornare alle cose belle e fondamentali che Dio ci ha donato: l'amore ricevuto, la nostra famiglia, gli affetti, il bene che ci lega gli uni agli altri, tutto ciò che nella nostra vita è stato segno della presenza del Signore.<br /><br /> È da questi doni che dobbiamo continuamente attingere forza, speranza e gioia. La conversione è rimetterci in cammino verso il Signore, lasciarci nuovamente prendere per mano da Lui e testimoniare con semplicità la bellezza di essere suoi discepoli.<br /><br /> Anche noi, come gli abitanti di Cafarnao, abbiamo sperimentato i prodigi di Dio. Ognuno di noi, se guarda con sincerità dentro la propria storia, scopre miracoli, piccoli o grandi, che il Signore ha compiuto. Persino quando siamo schiacciati dalla sofferenza, dalle croci o dallo scoraggiamento, scavando in profondità troviamo quei segni della sua presenza. È a questi che dobbiamo aggrapparci.<br /><br /> Isaia invita il re a fidarsi di Dio<br /><br /> La prima lettura ci porta in uno dei momenti più drammatici della storia di Israele. Siamo nel contesto che precede la grande profezia dell'Emmanuele, il bambino che nascerà dalla vergine e sarà chiamato "Dio con noi".<br /><br /> Il re Acaz vive giorni di grande paura. Il re di Israele e quello di Aram si sono alleati contro di lui per sostituirlo con un sovrano favorevole ai loro interessi e opporsi all'avanzata degli Assiri. È un tempo di guerre, di strategie politiche e di alleanze costruite nella paura.<br /><br /> Anche Acaz, pur rifiutando l'alleanza proposta dai suoi nemici, cerca di salvarsi stringendo accordi con la potente Assiria. Cerca sicurezza nella forza dei grandi potenti della terra, ma quella scelta si rivelerà inutile.<br /><br /> In questo momento interviene il profeta Isaia. Dio lo manda dal re con un messaggio semplice e potente: «Non temere, il tuo cuore non si abbatta». Isaia si presenta accompagnato dal figlio, che porta un nome significativo, Seariasub, "un resto ritornerà" oppure "un resto si convertirà". È una scena piena di tenerezza: un padre e un figlio che insieme portano una parola di speranza.<br /><br /> Isaia ricorda al re che il vero fondamento della sua sicurezza non è l'esercito, ma Dio stesso. Il regno di Giuda ha il Signore come vero re e come unico difensore. Per questo il profeta invita Acaz a non lasciarsi spaventare da quei due re, definiti come "tizzoni fumiganti", legni ormai quasi spenti e destinati a consumarsi presto.<br /><br /> La frase conclusiva del profeta è decisiva: «Se non crederete, non resterete saldi.» La stabilità nasce dalla fede, non dalla forza militare.<br /><br /> Anche noi siamo chiamati ad avere fiducia<br /><br /> Riconosciamo che anche noi viviamo momenti in cui il cuore è agitato, proprio come gli alberi della foresta mossi dal vento, immagine utilizzata dalla Scrittura.<br /><br /> Pensiamo in particolare alla vicenda del nostro Michele. Il dolore per la sua assenza non si è risolto e probabilmente continuerà ad accompagnarci. Continueremo a sentire la mancanza della sua presenza e della sua vicinanza.<br /><br /> Proprio guardando a lui, però, possiamo imparare qualcosa di importante. Michele era una persona profondamente credente. La sua forza non nasceva semplicemente dal carattere, ma dalla fiducia nel Signore. Anche nelle prove sapeva appoggiarsi a Dio.<br /><br /> Questa è la strada che siamo chiamati a percorrere anche noi: riconoscere la nostra piccolezza e imparare ad affidarci.<br /><br /> Chiedere segni al Signore<br /><br /> Successivamente Isaia invita Acaz a chiedere un segno a Dio, perfino dal cielo o dagli inferi. Il re rifiuta, dicendo di non voler disturbare il Signore.<br /><br /> Noi, invece, comprendiamo che dobbiamo avere il coraggio di chiedere. Abbiamo bisogno che il Signore ci sostenga, rafforzi la nostra fede e ci doni segni della sua presenza. Abbiamo bisogno di miracoli, abbiamo bisogno che Gesù entri nella nostra città, nelle nostre famiglie e nella nostra vita.<br /><br /> Il Signore continua davvero a farlo, anche se il suo modo di agire è quasi sempre discreto, silenzioso e umile.<br /><br /> L'alleanza con Cristo è la nostra vera forza<br /><br /> Le letture ci invitano dunque ad affidarci totalmente a Dio, senza affrontare la vita contando esclusivamente sulle nostre capacità o sulle nostre forze.<br /><br /> La nostra sicurezza nasce dall'alleanza che Cristo ha stabilito con noi al prezzo del suo sangue. La croce che contempliamo ne è il segno più grande. In quella croce scopriamo che il Signore è davvero l'Emmanuele, il Dio-con-noi, che non ci abbandona mai.<br /><br /> Anche quando ci sentiamo assediati dalle difficoltà, Dio apre una strada. Quelle paure che sembrano insormontabili finiscono per dissolversi e ci permettono di continuare il cammino.<br /><br /> Forse siamo un piccolo resto, un gruppo con poche forze, ma questo legame con il Signore nessuno può togliercelo. Per questo la liturgia che celebriamo, unita alla liturgia del cielo, rafforza la nostra comunione con Lui e alimenta la nostra speranza.<br /><br /> Affidiamo tutta la nostra vita al Signore<br /><br /> Concludiamo affidando nelle mani del Signore tutta la nostra vita, anche quella più fragile e piccola. Riconosciamo che è Lui il nostro unico Re e il nostro unico Signore, non i potenti e non i signori della guerra.<br /><br /> Chiediamo che aumenti la nostra fede e il nostro affidamento a Lui. Vogliamo rispondere alla sua presenza con una vita sempre più convertita, senza lasciarci vincere dallo scoraggiamento né dalla monotonia del quotidiano, che rischia di svuotare il nostro cammino.<br /><br /> Infine riconosciamo la bellezza di professare questa fede insieme. Riuniti come comunità, scopriamo che la fede condivisa cresce, si rafforza e continua a fiorire nei nostri cuori.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72991490</guid><pubDate>Wed, 15 Jul 2026 13:59:50 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72991490/imported_1784123660573048_audio.mp3" length="9999255" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La conversione nasce dalla memoria dei doni di Dio

Le letture che abbiamo ascoltato non sono semplici, soprattutto in un momento come questo, nel quale ricordiamo il nostro Michele, è difficile trovare parole nuove di speranza. Per questo mi soffermo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La conversione nasce dalla memoria dei doni di Dio<br /><br /> Le letture che abbiamo ascoltato non sono semplici, soprattutto in un momento come questo, nel quale ricordiamo il nostro Michele, è difficile trovare parole nuove di speranza. Per questo mi soffermo su alcuni aspetti delle letture che ci aiutano a leggere la nostra vita alla luce della Parola.<br /><br /> Nel Vangelo Gesù rimprovera le città che hanno ricevuto molto, in particolare Cafarnao, la città dove ha vissuto, ha chiamato i primi discepoli, ha compiuto numerosi miracoli e dove tante persone si sono radunate per incontrarlo e ricevere guarigione. Proprio perché ha ricevuto un dono così grande, Cafarnao porta anche una grande responsabilità.<br /><br /> Comprendiamo allora che la conversione non consiste semplicemente nello smettere di commettere alcuni peccati. Convertirci significa tornare alle cose belle e fondamentali che Dio ci ha donato: l'amore ricevuto, la nostra famiglia, gli affetti, il bene che ci lega gli uni agli altri, tutto ciò che nella nostra vita è stato segno della presenza del Signore.<br /><br /> È da questi doni che dobbiamo continuamente attingere forza, speranza e gioia. La conversione è rimetterci in cammino verso il Signore, lasciarci nuovamente prendere per mano da Lui e testimoniare con semplicità la bellezza di essere suoi discepoli.<br /><br /> Anche noi, come gli abitanti di Cafarnao, abbiamo sperimentato i prodigi di Dio. Ognuno di noi, se guarda con sincerità dentro la propria storia, scopre miracoli, piccoli o grandi, che il Signore ha compiuto. Persino quando siamo schiacciati dalla sofferenza, dalle croci o dallo scoraggiamento, scavando in profondità troviamo quei segni della sua presenza. È a questi che dobbiamo aggrapparci.<br /><br /> Isaia invita il re a fidarsi di Dio<br /><br /> La prima lettura ci porta in uno dei momenti più drammatici della storia di Israele. Siamo nel contesto che precede la grande profezia dell'Emmanuele, il bambino che nascerà dalla vergine e sarà chiamato "Dio con noi".<br /><br /> Il re Acaz vive giorni di grande paura. Il re di Israele e quello di Aram si sono alleati contro di lui per sostituirlo con un sovrano favorevole ai loro interessi e opporsi all'avanzata degli Assiri. È un tempo di guerre, di strategie politiche e di alleanze costruite nella paura.<br /><br /> Anche Acaz, pur rifiutando l'alleanza proposta dai suoi nemici, cerca di salvarsi stringendo accordi con la potente Assiria. Cerca sicurezza nella forza dei grandi potenti della terra, ma quella scelta si rivelerà inutile.<br /><br /> In questo momento interviene il profeta Isaia. Dio lo manda dal re con un messaggio semplice e potente: «Non temere, il tuo cuore non si abbatta». Isaia si presenta accompagnato dal figlio, che porta un nome significativo, Seariasub, "un resto ritornerà" oppure "un resto si convertirà". È una scena piena di tenerezza: un padre e un figlio che insieme portano una parola di speranza.<br /><br /> Isaia ricorda al re che il vero fondamento della sua sicurezza non è l'esercito, ma Dio stesso. Il regno di Giuda ha il Signore come vero re e come unico difensore. Per questo il profeta invita Acaz a non lasciarsi spaventare da quei due re, definiti come "tizzoni fumiganti", legni ormai quasi spenti e destinati a consumarsi presto.<br /><br /> La frase conclusiva del profeta è decisiva: «Se non crederete, non resterete saldi.» La stabilità nasce dalla fede, non dalla forza militare.<br /><br /> Anche noi siamo chiamati ad avere fiducia<br /><br /> Riconosciamo che anche noi viviamo momenti in cui il cuore è agitato, proprio come gli alberi della foresta mossi dal vento, immagine utilizzata dalla Scrittura.<br /><br /> Pensiamo in particolare alla vicenda del nostro Michele. Il dolore per la sua assenza non si è risolto e probabilmente continuerà ad accompagnarci. Continueremo a sentire la mancanza della sua presenza e della sua vicinanza.<br /><br /> Proprio guardando a lui, però, possiamo imparare...]]></itunes:summary><itunes:duration>625</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0cf4a2b75ef51b9fcb20d6cc3ff3f7aa.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Costruire la casa sulla roccia. Galatina - Omelia per il Matrimonio di Antonio e Benedetta.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/costruire-la-casa-sulla-roccia-galatina-omelia-per-il-matrimonio-di-antonio-e-benedetta-m4a--72876061</link><description><![CDATA[Dio sta costruendo qualcosa di nuovo nella nostra vita<br /><br /> Oggi non assistiamo semplicemente a una festa o alla promessa d'amore di due sposi. Contempliamo qualcosa di molto più grande: Dio stesso sta costruendo un'opera nuova nella vita di Antonio e Benedetta. Questo cammino non inizia oggi, ma oggi raggiunge un momento decisivo, un nuovo inizio in cui il Signore pone fondamenta solide per la loro famiglia.<br /><br /> Le letture ci aiutano a comprendere che il matrimonio non è soltanto una scelta umana, ma è anzitutto l'opera di Dio, che desidera edificare una casa destinata a durare nel tempo.<br /><br /> Le tempeste arriveranno, ma tutto dipende dalle fondamenta<br /><br /> Il Vangelo ci presenta l'immagine della casa costruita sulla roccia. Gesù, però, è estremamente realistico: non promette una vita senza difficoltà. La pioggia cadrà, i fiumi strariperanno, i venti soffieranno contro quella casa. Nessuna famiglia è risparmiata dalle prove.<br /><br /> Anche noi sappiamo che nella vita arriveranno giorni luminosi e giorni faticosi. Ci saranno incomprensioni, responsabilità crescenti, il lavoro, la stanchezza, i figli che speriamo arriveranno, i cambiamenti della vita familiare e tante situazioni impreviste.<br /><br /> La differenza, però, non sarà nelle tempeste, perché tutti le attraverseremo. La vera differenza sarà nelle fondamenta sulle quali avremo scelto di costruire la nostra casa.<br /><br /> La roccia è Gesù Cristo<br /><br /> Antonio e Benedetta oggi dichiarano davanti a Dio, alla Chiesa, ai familiari e agli amici di voler costruire la loro famiglia sulla roccia.<br /><br /> Questa roccia non è un luogo particolare, neppure una semplice idea. Pur attraversando una terra ricca di rocce e di splendide chiese come il Salento, comprendiamo che Gesù parla di qualcosa di diverso. La roccia è una persona: Gesù Cristo.<br /><br /> Costruiamo sulla roccia quando ascoltiamo la sua Parola e la mettiamo in pratica. Quando il Vangelo entra nel nostro cuore e riconosciamo che quella è la verità che vogliamo vivere, allora scegliamo di mettere Cristo al centro della nostra esistenza.<br /><br /> Una coppia non è forte perché è perfetta. La sua forza nasce dalla capacità di tornare continuamente a quella sorgente, di ricominciare sempre dall'ascolto del Signore e dal desiderio di comprendere ciò che Egli indica giorno dopo giorno.<br /><br /> Per questo uno dei doni più belli che possiamo farci è avere sempre il Vangelo aperto nella nostra casa, leggerlo insieme anche solo per pochi minuti ogni giorno e domandare al Signore quale strada desidera indicarci. Così, lentamente ma con solidità, la nostra casa cresce sulla roccia.<br /><br /> Dio ci dona un cuore nuovo<br /><br /> Potremmo pensare che vivere ogni giorno il Vangelo sia troppo impegnativo, soprattutto in mezzo ai tanti impegni della vita quotidiana. Ma il profeta Ezechiele ci ricorda che tutto parte dall'iniziativa di Dio.<br /><br /> Ezechiele non invita semplicemente a impegnarci di più o a diventare perfetti. Parla a un popolo che aveva sbagliato profondamente, che si era allontanato da Dio e aveva conosciuto il fallimento. Eppure il Signore promette di aspergere il suo popolo con acqua pura, di donargli un cuore nuovo e uno spirito nuovo.<br /><br /> È Dio il protagonista della nostra storia. È Lui che purifica, trasforma il cuore e rende possibile ciò che da soli non riusciremmo mai a realizzare.<br /><br /> Nel sacramento del matrimonio questa promessa diventa realtà. Dio non dice soltanto agli sposi di amarsi, ma dona loro il suo stesso Spirito affinché possano amarsi come Lui li ama. Dona un cuore di carne, capace di commuoversi, di ricominciare, di chiedere perdono e di perdonare.<br /><br /> Il matrimonio è quindi il giorno in cui Dio entra nell'alleanza degli sposi e promette di camminare con loro ogni giorno.<br /><br /> Siamo amati e per questo possiamo amare<br /><br /> San Paolo approfondisce ancora di più questo mistero. Prima ancora di invitare a rivestirci di misericordia, bontà e umiltà, ci ricorda una verità fondamentale: siamo amati da Dio.<br /><br /> Non cerchiamo di volerci bene per conquistare l'amore del Signore. Al contrario, possiamo amarci perché siamo stati amati per primi. Abbiamo sperimentato questo amore attraverso la nostra famiglia, gli amici e attraverso il dono reciproco della presenza dell'altro.<br /><br /> Proprio perché ci sentiamo profondamente amati possiamo affrontare con coraggio l'avventura del matrimonio.<br /><br /> Paolo utilizza l'immagine del rivestirsi. Non si riferisce soltanto agli abiti degli sposi, ma invita a indossare ogni giorno misericordia, tenerezza, bontà, umiltà e pazienza.<br /><br /> Possiamo essere pazienti perché Dio è paziente con noi. Possiamo perdonarci anche nelle situazioni più difficili perché siamo stati perdonati per primi. L'amore che ci scambiamo nasce sempre da un dono ricevuto.<br /><br /> La carità tiene insieme tutta la casa<br /><br /> La vita matrimoniale si costruisce soprattutto attraverso le piccole cose quotidiane: una parola pronunciata con dolcezza, un saluto al mattino, una mano tesa dopo una discussione, la capacità di ricominciare anche dopo un momento di silenzio.<br /><br /> In tutto questo la carità è il tetto che tiene unita l'intera casa.<br /><br /> San Paolo ci invita anche a lasciare che la parola di Cristo dimori abbondantemente tra noi. Questo significa permettere alla Parola di diventare il nostro linguaggio quotidiano, il criterio delle nostre decisioni, il modo con cui ci consoliamo, ci incoraggiamo e rendiamo grazie.<br /><br /> In una casa dove abita la Parola di Dio non viene mai meno la speranza.<br /><br /> Una casa piena della presenza del Signore<br /><br /> Per questo oggi preghiamo non perché gli sposi siano risparmiati dalle difficoltà, ma perché non perdano mai la roccia sulla quale hanno costruito la loro vita.<br /><br /> Chiediamo che il loro cuore sia custodito dalla luce dello Spirito Santo e che la pace di Cristo regni sempre nella loro casa.<br /><br /> Un giorno, guardandosi indietro, potranno riconoscere che tutto è iniziato proprio oggi, nella chiesa di Galatina. Anche gli errori, le difficoltà e i limiti saranno stati vissuti insieme, poggiando sempre sul fondamento ricevuto nel giorno del matrimonio.<br /><br /> Insieme rendiamo grazie a Dio per il dono che Antonio e Benedetta si fanno reciprocamente e che fanno anche a tutta la comunità. Lo ringraziamo perché li ha fatti incontrare, perché oggi consacra il loro amore e perché continuerà ad accompagnarli ogni giorno.<br /><br /> Preghiamo infine che la loro casa sia davvero costruita sulla roccia, colma della presenza del Signore, aperta agli amici, ai piccoli, ai poveri e ai bisognosi, una casa luminosa e accogliente, nella quale chiunque entri possa incontrare il Signore che continua ad abitare in mezzo a loro.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72876061</guid><pubDate>Wed, 08 Jul 2026 21:25:43 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72876061/imported_1783536886139804_audio.mp3" length="11735040" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Dio sta costruendo qualcosa di nuovo nella nostra vita

Oggi non assistiamo semplicemente a una festa o alla promessa d'amore di due sposi. Contempliamo qualcosa di molto più grande: Dio stesso sta costruendo un'opera nuova nella vita di Antonio e...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Dio sta costruendo qualcosa di nuovo nella nostra vita<br /><br /> Oggi non assistiamo semplicemente a una festa o alla promessa d'amore di due sposi. Contempliamo qualcosa di molto più grande: Dio stesso sta costruendo un'opera nuova nella vita di Antonio e Benedetta. Questo cammino non inizia oggi, ma oggi raggiunge un momento decisivo, un nuovo inizio in cui il Signore pone fondamenta solide per la loro famiglia.<br /><br /> Le letture ci aiutano a comprendere che il matrimonio non è soltanto una scelta umana, ma è anzitutto l'opera di Dio, che desidera edificare una casa destinata a durare nel tempo.<br /><br /> Le tempeste arriveranno, ma tutto dipende dalle fondamenta<br /><br /> Il Vangelo ci presenta l'immagine della casa costruita sulla roccia. Gesù, però, è estremamente realistico: non promette una vita senza difficoltà. La pioggia cadrà, i fiumi strariperanno, i venti soffieranno contro quella casa. Nessuna famiglia è risparmiata dalle prove.<br /><br /> Anche noi sappiamo che nella vita arriveranno giorni luminosi e giorni faticosi. Ci saranno incomprensioni, responsabilità crescenti, il lavoro, la stanchezza, i figli che speriamo arriveranno, i cambiamenti della vita familiare e tante situazioni impreviste.<br /><br /> La differenza, però, non sarà nelle tempeste, perché tutti le attraverseremo. La vera differenza sarà nelle fondamenta sulle quali avremo scelto di costruire la nostra casa.<br /><br /> La roccia è Gesù Cristo<br /><br /> Antonio e Benedetta oggi dichiarano davanti a Dio, alla Chiesa, ai familiari e agli amici di voler costruire la loro famiglia sulla roccia.<br /><br /> Questa roccia non è un luogo particolare, neppure una semplice idea. Pur attraversando una terra ricca di rocce e di splendide chiese come il Salento, comprendiamo che Gesù parla di qualcosa di diverso. La roccia è una persona: Gesù Cristo.<br /><br /> Costruiamo sulla roccia quando ascoltiamo la sua Parola e la mettiamo in pratica. Quando il Vangelo entra nel nostro cuore e riconosciamo che quella è la verità che vogliamo vivere, allora scegliamo di mettere Cristo al centro della nostra esistenza.<br /><br /> Una coppia non è forte perché è perfetta. La sua forza nasce dalla capacità di tornare continuamente a quella sorgente, di ricominciare sempre dall'ascolto del Signore e dal desiderio di comprendere ciò che Egli indica giorno dopo giorno.<br /><br /> Per questo uno dei doni più belli che possiamo farci è avere sempre il Vangelo aperto nella nostra casa, leggerlo insieme anche solo per pochi minuti ogni giorno e domandare al Signore quale strada desidera indicarci. Così, lentamente ma con solidità, la nostra casa cresce sulla roccia.<br /><br /> Dio ci dona un cuore nuovo<br /><br /> Potremmo pensare che vivere ogni giorno il Vangelo sia troppo impegnativo, soprattutto in mezzo ai tanti impegni della vita quotidiana. Ma il profeta Ezechiele ci ricorda che tutto parte dall'iniziativa di Dio.<br /><br /> Ezechiele non invita semplicemente a impegnarci di più o a diventare perfetti. Parla a un popolo che aveva sbagliato profondamente, che si era allontanato da Dio e aveva conosciuto il fallimento. Eppure il Signore promette di aspergere il suo popolo con acqua pura, di donargli un cuore nuovo e uno spirito nuovo.<br /><br /> È Dio il protagonista della nostra storia. È Lui che purifica, trasforma il cuore e rende possibile ciò che da soli non riusciremmo mai a realizzare.<br /><br /> Nel sacramento del matrimonio questa promessa diventa realtà. Dio non dice soltanto agli sposi di amarsi, ma dona loro il suo stesso Spirito affinché possano amarsi come Lui li ama. Dona un cuore di carne, capace di commuoversi, di ricominciare, di chiedere perdono e di perdonare.<br /><br /> Il matrimonio è quindi il giorno in cui Dio entra nell'alleanza degli sposi e promette di camminare con loro ogni giorno.<br /><br /> Siamo amati e per questo possiamo amare<br /><br /> San Paolo approfondisce ancora di più questo mistero. 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Entrambe ci invitano a riscoprire il dono ricevuto da Dio e il modo concreto con cui siamo chiamati a viverlo.<br /><br /> La provocazione dell'essere degni di Cristo<br /><br /> Ci fermiamo anzitutto sulla parola "degni". È un'espressione che ci mette in difficoltà, perché nel nostro linguaggio la dignità sembra sempre legata ai meriti, alle capacità, all'essere all'altezza di un compito. Pensiamo che essere degni significhi aver dimostrato qualcosa, essere particolarmente bravi o fedeli.<br /><br /> Se ci chiedessimo sinceramente chi si sente degno del Signore, probabilmente pochi alzerebbero la mano. La distanza tra noi e Gesù ci appare troppo grande. Ci viene più spontaneo ripetere le parole del figlio prodigo: «Non sono degno di essere chiamato tuo figlio», oppure quelle del centurione: «Non sono degno che tu entri sotto il mio tetto». Eppure proprio in questi episodi il Vangelo ci mostra che Dio non si ferma alla nostra indegnità: il padre accoglie il figlio con una festa e Gesù loda la fede del centurione.<br /><br /> Comprendiamo allora che la dignità di cui parla il Vangelo non nasce dai nostri meriti, ma dall'iniziativa gratuita di Dio.<br /><br /> Una dignità che riceviamo gratuitamente<br /><br /> Riconosciamo che non siamo noi a renderci degni di Cristo: è Lui che ci rende degni di sé. Ci ama, ci sceglie, ci accoglie, ci perdona e continua a venire nella nostra vita nonostante i nostri limiti.<br /><br /> Possiamo domandarci con stupore perché il Signore abbia voluto entrare nella nostra esistenza. Cosa ha visto in noi? Perché continua ad amarci anche quando sperimentiamo i nostri fallimenti, le difficoltà nella famiglia, nel lavoro, nelle relazioni, nel servizio alla comunità e quando ci sembra di aver sprecato tanti doni ricevuti?<br /><br /> La risposta è che la nostra dignità è un dono ricevuto, non una conquista personale.<br /><br /> Immersi in Cristo attraverso il Battesimo<br /><br /> La seconda lettura, dalla Lettera ai Romani, illumina profondamente questa verità. Siamo stati battezzati in Cristo, immersi nella sua morte e nella sua risurrezione. Così come Lui è morto ed è risorto, anche noi siamo morti al peccato e possiamo camminare in una vita nuova.<br /><br /> Paolo usa espressioni straordinarie: siamo viventi per Dio in Cristo, siamo destinati a vivere con Lui. Tutto questo supera infinitamente ciò che potremmo meritare. È un regalo totalmente gratuito, tanto più sorprendente perché Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori.<br /><br /> Per questo la prima grande conversione consiste nell'accogliere questa dignità ricevuta. Dio ci dona tutto ancora prima che noi possiamo dimostrare qualcosa. È un dono anticipato che trasforma la nostra vita.<br /><br /> Essere degni significa assomigliare a Gesù<br /><br /> Proprio perché siamo stati resi degni da Cristo, possiamo iniziare ad assomigliargli. Essere degni non significa sentirsi superiori, ma imparare ad amare come ama Lui.<br /><br /> Gesù non ci chiede di amare meno i nostri genitori, i nostri figli o le persone care. Ci invita piuttosto a far nascere ogni amore dall'amore ricevuto da Lui. Solo se ci lasciamo amare da Cristo possiamo amare veramente gli altri.<br /><br /> Questa dignità ci rende capaci anche di affrontare la nostra croce. Normalmente vorremmo liberarci delle nostre sofferenze, depositarle da qualche parte e non pensarci più. Invece Gesù ci invita a prenderle sulle spalle e a seguirlo.<br /><br /> Le nostre croci sono molteplici e ciascuno potrebbe raccontare le proprie. Non sono un ostacolo alla vita del discepolo, ma il luogo in cui possiamo conformare sempre più la nostra vita a quella di Cristo, che ha portato la sua croce fino a donare completamente sé stesso.<br /><br /> Questa stessa forza ci permette perfino di perdere la nostra vita, cioè di donarla senza riserve. Possiamo spenderci interamente per la nostra famiglia, per i figli, per gli altri, senza trattenere nulla per noi, proprio perché siamo figli amati e resi degni dal Signore.<br /><br /> La seconda provocazione: l'accoglienza<br /><br /> La seconda parte del Vangelo apre una prospettiva altrettanto sorprendente: «Chi accoglie voi accoglie me».<br /><br /> Essere discepoli non è un privilegio da custodire gelosamente. La dignità ricevuta è destinata a essere condivisa. Gesù si serve di noi perché gli altri possano incontrarlo.<br /><br /> Non possiamo rinchiuderci nelle nostre case, soddisfatti della nostra fede e del nostro rapporto personale con Dio. Siamo inviati a uscire e a lasciarci accogliere dagli altri, proprio come aveva fatto Gesù inviando i suoi discepoli.<br /><br /> L'accoglienza diventa così il luogo concreto dell'incontro con Cristo.<br /><br /> Incontrare il Signore attraverso le persone<br /><br /> Forse nessuno di noi ha visto fisicamente Gesù. Eppure possiamo dire di averlo incontrato molte volte.<br /><br /> Lo abbiamo visto nelle persone che ci hanno accolto, nei nostri genitori, nei familiari, in chi ci ha insegnato a vivere, ad ascoltare la Parola di Dio, in chi ci ha donato anche solo un gesto semplice di attenzione e di bene.<br /><br /> Ogni persona che ci ha mostrato il Vangelo ci ha fatto conoscere il volto del Signore. Per questo Gesù afferma che anche un semplice bicchiere d'acqua fresca donato a uno dei suoi piccoli non resterà senza ricompensa.<br /><br /> Vivere ogni relazione come accoglienza<br /><br /> Comprendiamo allora che tutta la nostra dignità di discepoli si realizza nell'accoglienza.<br /><br /> Siamo chiamati ad accoglierci reciprocamente nella famiglia, tra marito e moglie, tra genitori e figli, con i vicini di casa, i colleghi di lavoro e tutte le persone che incontriamo.<br /><br /> Accogliere significa ascoltare, prendere per mano, condividere il cammino, aiutarsi e volersi bene. Spesso siamo più disponibili a dare qualcosa di materiale che a offrire noi stessi. Preferiamo consegnare un aiuto economico e poi mantenere le distanze, evitando che l'altro entri davvero nella nostra vita.<br /><br /> Gesù invece manda i suoi discepoli senza nulla, proprio perché imparino a ricevere il bene che gli altri sono capaci di offrire e a costruire relazioni autentiche.<br /><br /> L'esempio della donna che accoglie Eliseo<br /><br /> Anche la prima lettura ci offre un esempio luminoso di questa accoglienza. Una donna riconosce in Eliseo un uomo di Dio e decide dapprima di offrirgli da mangiare. Poi comprende che può fare di più e prepara per lui una piccola stanza con un letto, una sedia e una lampada.<br /><br /> Può sembrare poco, ma è un gesto di straordinaria generosità. Quella donna non cerca alcuna ricompensa e afferma di vivere serenamente con il suo popolo, senza desiderare altro.<br /><br /> Proprio per questa gratuità riceve in dono ciò che sembrava impossibile: un figlio, nonostante l'età avanzata del marito. L'accoglienza diventa così il luogo in cui Dio fa fiorire una vita nuova.<br /><br /> Riscoprire la nostra dignità e viverla nell'accoglienza<br /><br /> Concludiamo questa riflessione ringraziando il Signore per il dono della dignità che ci ha gratuitamente regalato. Non è una dignità conquistata, ma ricevuta attraverso il suo amore, il suo perdono e il Battesimo che ci ha immersi nella sua vita.<br /><br /> Proprio perché siamo stati resi degni di Cristo, siamo chiamati a vivere da suoi discepoli, portando le nostre croci, donando la nostra vita e trasformando ogni relazione in un'occasione di accoglienza. È lì che il Vangelo prende forma, è lì che gli altri possono incontrare il Signore attraverso di noi ed è lì che anche noi continuiamo a incontrare Lui.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72728563</guid><pubDate>Sun, 28 Jun 2026 11:29:11 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72728563/imported_1782642829500868_audio.mp3" length="14131617" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nel Vangelo di oggi ci sono due affermazioni molto forti di Gesù. La prima riguarda la nostra dignità di discepoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me». La seconda riguarda l'accoglienza: «Chi accoglie voi accoglie me». Entrambe ci...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nel Vangelo di oggi ci sono due affermazioni molto forti di Gesù. La prima riguarda la nostra dignità di discepoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me». La seconda riguarda l'accoglienza: «Chi accoglie voi accoglie me». Entrambe ci invitano a riscoprire il dono ricevuto da Dio e il modo concreto con cui siamo chiamati a viverlo.<br /><br /> La provocazione dell'essere degni di Cristo<br /><br /> Ci fermiamo anzitutto sulla parola "degni". È un'espressione che ci mette in difficoltà, perché nel nostro linguaggio la dignità sembra sempre legata ai meriti, alle capacità, all'essere all'altezza di un compito. Pensiamo che essere degni significhi aver dimostrato qualcosa, essere particolarmente bravi o fedeli.<br /><br /> Se ci chiedessimo sinceramente chi si sente degno del Signore, probabilmente pochi alzerebbero la mano. La distanza tra noi e Gesù ci appare troppo grande. Ci viene più spontaneo ripetere le parole del figlio prodigo: «Non sono degno di essere chiamato tuo figlio», oppure quelle del centurione: «Non sono degno che tu entri sotto il mio tetto». Eppure proprio in questi episodi il Vangelo ci mostra che Dio non si ferma alla nostra indegnità: il padre accoglie il figlio con una festa e Gesù loda la fede del centurione.<br /><br /> Comprendiamo allora che la dignità di cui parla il Vangelo non nasce dai nostri meriti, ma dall'iniziativa gratuita di Dio.<br /><br /> Una dignità che riceviamo gratuitamente<br /><br /> Riconosciamo che non siamo noi a renderci degni di Cristo: è Lui che ci rende degni di sé. Ci ama, ci sceglie, ci accoglie, ci perdona e continua a venire nella nostra vita nonostante i nostri limiti.<br /><br /> Possiamo domandarci con stupore perché il Signore abbia voluto entrare nella nostra esistenza. Cosa ha visto in noi? Perché continua ad amarci anche quando sperimentiamo i nostri fallimenti, le difficoltà nella famiglia, nel lavoro, nelle relazioni, nel servizio alla comunità e quando ci sembra di aver sprecato tanti doni ricevuti?<br /><br /> La risposta è che la nostra dignità è un dono ricevuto, non una conquista personale.<br /><br /> Immersi in Cristo attraverso il Battesimo<br /><br /> La seconda lettura, dalla Lettera ai Romani, illumina profondamente questa verità. Siamo stati battezzati in Cristo, immersi nella sua morte e nella sua risurrezione. Così come Lui è morto ed è risorto, anche noi siamo morti al peccato e possiamo camminare in una vita nuova.<br /><br /> Paolo usa espressioni straordinarie: siamo viventi per Dio in Cristo, siamo destinati a vivere con Lui. Tutto questo supera infinitamente ciò che potremmo meritare. È un regalo totalmente gratuito, tanto più sorprendente perché Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori.<br /><br /> Per questo la prima grande conversione consiste nell'accogliere questa dignità ricevuta. Dio ci dona tutto ancora prima che noi possiamo dimostrare qualcosa. È un dono anticipato che trasforma la nostra vita.<br /><br /> Essere degni significa assomigliare a Gesù<br /><br /> Proprio perché siamo stati resi degni da Cristo, possiamo iniziare ad assomigliargli. Essere degni non significa sentirsi superiori, ma imparare ad amare come ama Lui.<br /><br /> Gesù non ci chiede di amare meno i nostri genitori, i nostri figli o le persone care. Ci invita piuttosto a far nascere ogni amore dall'amore ricevuto da Lui. Solo se ci lasciamo amare da Cristo possiamo amare veramente gli altri.<br /><br /> Questa dignità ci rende capaci anche di affrontare la nostra croce. Normalmente vorremmo liberarci delle nostre sofferenze, depositarle da qualche parte e non pensarci più. Invece Gesù ci invita a prenderle sulle spalle e a seguirlo.<br /><br /> Le nostre croci sono molteplici e ciascuno potrebbe raccontare le proprie. 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Questo libro non cerca di spiegare il dolore né di offrire facili consolazioni. Al contrario, dà voce con grande sincerità alla sofferenza e ci insegna a pregare proprio quando il cuore è ferito.<br /><br /> Il testo che leggiamo nella liturgia è estremamente diretto. Il popolo afferma senza esitazione: «Il Signore ha distrutto senza pietà tutti i pascoli di Giacobbe». È un'espressione molto forte, che riconosce come, dietro l'azione di Nabucodonosor e dell'esercito babilonese, vi sia comunque la signoria di Dio sulla storia. Il popolo comprende che questa tragedia non è casuale, ma è conseguenza della propria infedeltà: ha abbandonato l'alleanza, ha trasgredito i comandamenti e ha sostituito il Signore con gli idoli.<br /><br /> Il silenzio davanti alla tragedia<br /><br /> Ci soffermiamo poi sulla descrizione del dolore del popolo, resa ancora più intensa dal silenzio. Gli anziani di Sion siedono a terra senza parlare. Essi, che sanno leggere gli avvenimenti della storia, restano prostrati e muti davanti a una sofferenza così grande.<br /><br /> Anche le giovani di Gerusalemme abbassano il capo fino a terra. Nessuno trova parole adeguate. È un silenzio che esprime insieme smarrimento, impotenza e quasi una rassegnazione di fronte alla devastazione.<br /><br /> L'immagine più sconvolgente è però quella dei bambini che muoiono di fame. È il culmine del dolore: vedere i figli morire senza poter fare nulla.<br /><br /> Il grido che diventa preghiera<br /><br /> Di fronte a una situazione tanto drammatica, il Libro delle Lamentazioni non invita a reprimere il dolore, ma a trasformarlo in preghiera. Il popolo viene esortato a gridare al Signore con tutto il cuore.<br /><br /> Siamo invitati a lasciar sgorgare le lacrime come un torrente, giorno e notte, senza vergognarci della nostra sofferenza. La preghiera nasce dal cuore, prende la forma del grido, delle lacrime e dell'invocazione accorata. Dobbiamo alzarci anche nella notte e presentarci davanti al Signore, implorandolo soprattutto per la vita dei bambini che muoiono di fame. È una delle immagini più dolorose dell'intera Scrittura e ci ricorda quanto sia insopportabile per un genitore assistere alla morte dei propri figli.<br /><br /> Le sofferenze di oggi e la speranza della fede<br /><br /> Questa pagina biblica ci porta a pensare alle tante sofferenze del nostro tempo. Pensiamo alle prove personali e familiari che ciascuno porta nel cuore, ma anche ai grandi drammi dell'umanità: le guerre, le catastrofi naturali e, in particolare, il terremoto che ha colpito il Venezuela, paese natale del predicatore, pur non essendovi mai tornato. Tutte queste situazioni diventano motivo di preghiera.<br /><br /> Anche oggi siamo invitati a gridare al Signore, ad alzare lo sguardo verso di Lui e a chiedere con fiducia il suo aiuto.<br /><br /> La fede del centurione e la certezza che Cristo porta le nostre sofferenze<br /><br /> Il Vangelo ci offre l'esempio del centurione, che Gesù stesso loda per la sua grande fede. Egli non pretende nulla per sé, ma riconosce con umiltà: «Non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; basta una tua parola e il mio servo sarà guarito».<br /><br /> Tutte le guarigioni operate da Gesù nascono da questa fiducia. Crediamo che il Signore è buono, che ci viene incontro, che non ci ha abbandonati e che si fa vicino proprio nelle nostre sofferenze. Egli è venuto nel mondo per caricarsi delle nostre malattie, del nostro dolore e del nostro peccato.<br /><br /> Questa verità la professiamo anche nella liturgia eucaristica. Poco prima della Comunione ripetiamo le stesse parole del centurione e contempliamo Gesù come l'Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo. Egli porta anche le nostre sofferenze e le nostre ferite. Per questo possiamo rivolgerci a Lui con fiducia, chiedendo che ascolti la nostra preghiera e venga in nostro aiuto.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72713654</guid><pubDate>Sat, 27 Jun 2026 10:28:20 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72713654/imported_1782544324327535_audio.mp3" length="6401880" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi il Libro delle Lamentazioni ci invita a fermarci davanti al momento più drammatico della storia del popolo d'Israele: la deportazione in esilio, già raccontata nel Libro dei Re. Questo libro non cerca di spiegare il dolore né di offrire facili...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Oggi il Libro delle Lamentazioni ci invita a fermarci davanti al momento più drammatico della storia del popolo d'Israele: la deportazione in esilio, già raccontata nel Libro dei Re. Questo libro non cerca di spiegare il dolore né di offrire facili consolazioni. Al contrario, dà voce con grande sincerità alla sofferenza e ci insegna a pregare proprio quando il cuore è ferito.<br /><br /> Il testo che leggiamo nella liturgia è estremamente diretto. Il popolo afferma senza esitazione: «Il Signore ha distrutto senza pietà tutti i pascoli di Giacobbe». È un'espressione molto forte, che riconosce come, dietro l'azione di Nabucodonosor e dell'esercito babilonese, vi sia comunque la signoria di Dio sulla storia. Il popolo comprende che questa tragedia non è casuale, ma è conseguenza della propria infedeltà: ha abbandonato l'alleanza, ha trasgredito i comandamenti e ha sostituito il Signore con gli idoli.<br /><br /> Il silenzio davanti alla tragedia<br /><br /> Ci soffermiamo poi sulla descrizione del dolore del popolo, resa ancora più intensa dal silenzio. Gli anziani di Sion siedono a terra senza parlare. Essi, che sanno leggere gli avvenimenti della storia, restano prostrati e muti davanti a una sofferenza così grande.<br /><br /> Anche le giovani di Gerusalemme abbassano il capo fino a terra. Nessuno trova parole adeguate. È un silenzio che esprime insieme smarrimento, impotenza e quasi una rassegnazione di fronte alla devastazione.<br /><br /> L'immagine più sconvolgente è però quella dei bambini che muoiono di fame. È il culmine del dolore: vedere i figli morire senza poter fare nulla.<br /><br /> Il grido che diventa preghiera<br /><br /> Di fronte a una situazione tanto drammatica, il Libro delle Lamentazioni non invita a reprimere il dolore, ma a trasformarlo in preghiera. Il popolo viene esortato a gridare al Signore con tutto il cuore.<br /><br /> Siamo invitati a lasciar sgorgare le lacrime come un torrente, giorno e notte, senza vergognarci della nostra sofferenza. La preghiera nasce dal cuore, prende la forma del grido, delle lacrime e dell'invocazione accorata. Dobbiamo alzarci anche nella notte e presentarci davanti al Signore, implorandolo soprattutto per la vita dei bambini che muoiono di fame. È una delle immagini più dolorose dell'intera Scrittura e ci ricorda quanto sia insopportabile per un genitore assistere alla morte dei propri figli.<br /><br /> Le sofferenze di oggi e la speranza della fede<br /><br /> Questa pagina biblica ci porta a pensare alle tante sofferenze del nostro tempo. Pensiamo alle prove personali e familiari che ciascuno porta nel cuore, ma anche ai grandi drammi dell'umanità: le guerre, le catastrofi naturali e, in particolare, il terremoto che ha colpito il Venezuela, paese natale del predicatore, pur non essendovi mai tornato. Tutte queste situazioni diventano motivo di preghiera.<br /><br /> Anche oggi siamo invitati a gridare al Signore, ad alzare lo sguardo verso di Lui e a chiedere con fiducia il suo aiuto.<br /><br /> La fede del centurione e la certezza che Cristo porta le nostre sofferenze<br /><br /> Il Vangelo ci offre l'esempio del centurione, che Gesù stesso loda per la sua grande fede. Egli non pretende nulla per sé, ma riconosce con umiltà: «Non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; basta una tua parola e il mio servo sarà guarito».<br /><br /> Tutte le guarigioni operate da Gesù nascono da questa fiducia. Crediamo che il Signore è buono, che ci viene incontro, che non ci ha abbandonati e che si fa vicino proprio nelle nostre sofferenze. Egli è venuto nel mondo per caricarsi delle nostre malattie, del nostro dolore e del nostro peccato.<br /><br /> Questa verità la professiamo anche nella liturgia eucaristica. Poco prima della Comunione ripetiamo le stesse parole del centurione e contempliamo Gesù come l'Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo. Egli porta anche le nostre sofferenze e le nostre ferite. Per questo possiamo rivolgerci a Lui con fiducia,...]]></itunes:summary><itunes:duration>401</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L'esilio: la tragedia che apre alla speranza - Omelia venerdi XII settimana TO</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-esilio-la-tragedia-che-apre-alla-speranza-omelia-venerdi-xii-settimana-to--72705211</link><description><![CDATA[Arriviamo al punto culminante del Libro dei Re, quello della tragedia dell'esilio. Assistiamo alla caduta di Gerusalemme: l'assedio viene spezzato, la città è conquistata e il popolo viene deportato in Babilonia. Questo rappresenta una svolta decisiva nella storia di Israele, un evento che segnerà profondamente la sua identità e la sua fede.<br /><br /> Questo passaggio diventerà così importante da essere continuamente riletto, meditato, cantato e ricordato. È una tragedia immensa, perché tutto ciò che costituiva il cuore della vita del popolo viene distrutto: la città santa, il Tempio e la monarchia. Da quel momento non ci sarà più un regno d'Israele come prima.<br /><br /> L'esilio come conseguenza del rapporto spezzato con Dio<br /><br /> In realtà comprendiamo che la parte più drammatica della vicenda non è tanto la distruzione materiale, quanto il lungo deterioramento del rapporto tra il popolo e il Signore. Ripercorrendo i Libri dei Re, vediamo infatti come l'infedeltà si sia progressivamente aggravata.<br /><br /> Israele arriva a riconoscere che l'esilio non è semplicemente una disgrazia o una sfortuna capitata per caso, ma rientra nel disegno di Dio. È la conseguenza dell'incapacità del popolo di rimanere fedele all'alleanza.<br /><br /> Anche il Vangelo di Matteo, nella genealogia di Gesù, ricorda esplicitamente la deportazione in Babilonia, segno che questo evento è rimasto una tappa fondamentale della storia della salvezza.<br /><br /> Anche noi siamo invitati a guardare con attenzione a questa realtà. L'esilio rappresenta un momento di crisi, di fallimento, nel quale il popolo prende coscienza della propria incapacità di vivere pienamente l'alleanza con Dio. In un certo senso sperimenta l'abbandono: il Signore lo consegna nelle mani del re di Babilonia.<br /><br /> Dio non distrugge il suo popolo<br /><br /> Nonostante tutto, una luce di speranza appare immediatamente. Il popolo non viene completamente sterminato. Una parte viene deportata, mentre un'altra rimane nella terra. Il testo ricorda che Nabuzaradàn, capo delle guardie, deportò gran parte della popolazione, ma lasciò i più poveri come vignaioli e agricoltori.<br /><br /> Questo significa che Israele non viene cancellato. Anzi, proprio tra coloro che sono deportati nasce il desiderio del ritorno e si apre un nuovo cammino.<br /><br /> Il Salmo 136 esprime magnificamente questo sentimento. Ci chiediamo come sia possibile cantare i canti del Signore in terra straniera, come si possa trovare gioia lontani da Gerusalemme. Eppure proprio quella nostalgia rivela quanto Gerusalemme e il Signore siano diventati il bene più prezioso, da porre al di sopra di ogni altra gioia.<br /><br /> I nostri esili personali<br /><br /> Anche noi possiamo rileggere la nostra vita alla luce di questa esperienza. Forse abbiamo attraversato momenti nei quali tutto sembrava perduto: un lutto, una crisi familiare, la perdita del lavoro, le sofferenze provocate da un figlio o da altre situazioni particolarmente dolorose.<br /><br /> La grande consolazione è che il Signore non abbandona mai il suo popolo. Proprio nell'esilio Egli rimane accanto ai suoi. Sarà Lui stesso a guidare il ritorno verso Gerusalemme, camminando davanti al popolo.<br /><br /> Per questo siamo invitati ad alzare lo sguardo e riconoscere che Dio è presente anche nelle prove più dure. Non ci ha mai lasciati e non ci lascerà mai.<br /><br /> La Scrittura ci insegna così a vivere le situazioni più difficili con una nuova consapevolezza: ogni prova può diventare un cammino di conversione e di affidamento ancora più totale e disarmato. La certezza che Dio non abbandona mai i suoi trova il suo compimento in Gesù sulla croce. Anche lì il Figlio non è stato realmente abbandonato dal Padre.<br /><br /> La fede audace del lebbroso<br /><br /> Alla luce di questa speranza comprendiamo anche il Vangelo del lebbroso. Quest'uomo si presenta a Gesù con una fiducia straordinaria e dice semplicemente: «Se vuoi, puoi purificarmi».<br /><br /> È la preghiera di chi non possiede più nulla, ma sa che tutto è possibile per Colui che ha davanti. Non pretende nulla, si affida completamente alla volontà di Gesù.<br /><br /> Di fronte a una fede così umile e radicale, Gesù non può che rispondere: «Lo voglio, sii purificato». Egli stende la mano e tocca il lebbroso, superando quella distanza che l'impurità imponeva tra lui e gli altri. Gesù non teme di avvicinarsi, di toccare e di guarire. Il suo desiderio è restituire quell'uomo alla vita e alla comunione.<br /><br /> La nostra preghiera<br /><br /> Anche noi oggi invochiamo il Signore perché venga a raggiungerci nei nostri esili, nelle nostre difficoltà e nelle nostre solitudini personali, familiari e comunitarie.<br /><br /> Gli chiediamo di venire fino a noi, di toccarci con la sua misericordia, di purificarci, di prenderci per mano e di guidarci nuovamente verso la nostra Gerusalemme, là dove possiamo ritrovare la comunione con Lui e la pienezza della vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72705211</guid><pubDate>Fri, 26 Jun 2026 16:56:45 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72705211/imported_1782490956212437_audio.mp3" length="6583275" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Arriviamo al punto culminante del Libro dei Re, quello della tragedia dell'esilio. Assistiamo alla caduta di Gerusalemme: l'assedio viene spezzato, la città è conquistata e il popolo viene deportato in Babilonia. Questo rappresenta una svolta decisiva...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Arriviamo al punto culminante del Libro dei Re, quello della tragedia dell'esilio. Assistiamo alla caduta di Gerusalemme: l'assedio viene spezzato, la città è conquistata e il popolo viene deportato in Babilonia. Questo rappresenta una svolta decisiva nella storia di Israele, un evento che segnerà profondamente la sua identità e la sua fede.<br /><br /> Questo passaggio diventerà così importante da essere continuamente riletto, meditato, cantato e ricordato. È una tragedia immensa, perché tutto ciò che costituiva il cuore della vita del popolo viene distrutto: la città santa, il Tempio e la monarchia. Da quel momento non ci sarà più un regno d'Israele come prima.<br /><br /> L'esilio come conseguenza del rapporto spezzato con Dio<br /><br /> In realtà comprendiamo che la parte più drammatica della vicenda non è tanto la distruzione materiale, quanto il lungo deterioramento del rapporto tra il popolo e il Signore. Ripercorrendo i Libri dei Re, vediamo infatti come l'infedeltà si sia progressivamente aggravata.<br /><br /> Israele arriva a riconoscere che l'esilio non è semplicemente una disgrazia o una sfortuna capitata per caso, ma rientra nel disegno di Dio. È la conseguenza dell'incapacità del popolo di rimanere fedele all'alleanza.<br /><br /> Anche il Vangelo di Matteo, nella genealogia di Gesù, ricorda esplicitamente la deportazione in Babilonia, segno che questo evento è rimasto una tappa fondamentale della storia della salvezza.<br /><br /> Anche noi siamo invitati a guardare con attenzione a questa realtà. L'esilio rappresenta un momento di crisi, di fallimento, nel quale il popolo prende coscienza della propria incapacità di vivere pienamente l'alleanza con Dio. In un certo senso sperimenta l'abbandono: il Signore lo consegna nelle mani del re di Babilonia.<br /><br /> Dio non distrugge il suo popolo<br /><br /> Nonostante tutto, una luce di speranza appare immediatamente. Il popolo non viene completamente sterminato. Una parte viene deportata, mentre un'altra rimane nella terra. Il testo ricorda che Nabuzaradàn, capo delle guardie, deportò gran parte della popolazione, ma lasciò i più poveri come vignaioli e agricoltori.<br /><br /> Questo significa che Israele non viene cancellato. Anzi, proprio tra coloro che sono deportati nasce il desiderio del ritorno e si apre un nuovo cammino.<br /><br /> Il Salmo 136 esprime magnificamente questo sentimento. Ci chiediamo come sia possibile cantare i canti del Signore in terra straniera, come si possa trovare gioia lontani da Gerusalemme. Eppure proprio quella nostalgia rivela quanto Gerusalemme e il Signore siano diventati il bene più prezioso, da porre al di sopra di ogni altra gioia.<br /><br /> I nostri esili personali<br /><br /> Anche noi possiamo rileggere la nostra vita alla luce di questa esperienza. Forse abbiamo attraversato momenti nei quali tutto sembrava perduto: un lutto, una crisi familiare, la perdita del lavoro, le sofferenze provocate da un figlio o da altre situazioni particolarmente dolorose.<br /><br /> La grande consolazione è che il Signore non abbandona mai il suo popolo. Proprio nell'esilio Egli rimane accanto ai suoi. Sarà Lui stesso a guidare il ritorno verso Gerusalemme, camminando davanti al popolo.<br /><br /> Per questo siamo invitati ad alzare lo sguardo e riconoscere che Dio è presente anche nelle prove più dure. Non ci ha mai lasciati e non ci lascerà mai.<br /><br /> La Scrittura ci insegna così a vivere le situazioni più difficili con una nuova consapevolezza: ogni prova può diventare un cammino di conversione e di affidamento ancora più totale e disarmato. La certezza che Dio non abbandona mai i suoi trova il suo compimento in Gesù sulla croce. Anche lì il Figlio non è stato realmente abbandonato dal Padre.<br /><br /> La fede audace del lebbroso<br /><br /> Alla luce di questa speranza comprendiamo anche il Vangelo del lebbroso. 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Soprattutto per chi gli è stato più vicino, ogni giorno rende ancora più evidente quanto fosse preziosa la sua presenza, anche se questo lo sapevamo già prima della sua improvvisa scomparsa.<br /><br /> L'assenza diventa concreta nei gesti più semplici della quotidianità: la sedia rimasta vuota, il letto che nessuno occupa più, il telefono che non possiamo più chiamare, il lavoro che continua senza di lui. È un dolore che continua a manifestarsi e che sembra impossibile da consolare. Per questo essere riuniti per questa celebrazione richiede coraggio e fede.<br /><br /> Abbiamo bisogno della luce della Parola di Dio<br /><br /> Non siamo qui soltanto per ricordare Daniele o per affidarlo ancora una volta al Signore attraverso la preghiera. Siamo qui soprattutto perché abbiamo bisogno della luce della Parola di Dio. Nei momenti del dolore non servono discorsi retorici, elogi esagerati o parole dolci che cercano semplicemente di attenuare la sofferenza.<br /><br /> Il Vangelo ci sorprende proprio perché non racconta favole e non addolcisce la realtà. Gesù parla con estrema serietà dell'ingresso nel Regno dei cieli, affermando che non basta invocare il suo nome, né vantare opere straordinarie, miracoli o prodigi. Addirittura dice che alcuni sentiranno rivolgersi parole durissime: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me». È una pagina che ci obbliga a riflettere sul significato autentico della fede.<br /><br /> Costruire la propria casa sulla roccia<br /><br /> Il Vangelo prosegue raccontando dell'uomo saggio che costruisce la propria casa sulla roccia. Questa immagine diventa un ritratto molto bello di Daniele.<br /><br /> Gesù non promette una vita senza difficoltà. Le piogge, i venti e i fiumi arrivano comunque. Le prove fanno parte dell'esistenza di ogni persona. Quanto accaduto a Daniele è stato una tempesta terribile: entrare in ospedale per un intervento che sembrava semplice e non uscirne più.<br /><br /> Eppure il Vangelo ci invita a guardare oltre la tragedia, ricordandoci che la casa costruita sulla roccia non crolla. Daniele aveva edificato la sua vita su fondamenta solide.<br /><br /> Un uomo del Vangelo nella semplicità della vita quotidiana<br /><br /> Daniele forse non era una persona che manifestava una religiosità appariscente. Non era uno di quelli che parlavano continuamente di Dio o ostentavano pratiche religiose.<br /><br /> Era però un uomo del Vangelo perché viveva concretamente ciò che Gesù insegna. Era un lavoratore che conosceva il valore della fatica quotidiana. Per anni, insieme a sua moglie, a suo figlio, ai collaboratori e a chi aveva costruito quell'attività prima di lui, ha lavorato con costanza, giorno dopo giorno.<br /><br /> Il mestiere del panettiere rappresenta bene questa fedeltà. Non ci si può permettere di dire che oggi non si ha voglia di lavorare, perché ogni mattina c'è qualcuno che aspetta il pane. È un lavoro che richiede presenza continua, sacrificio, umiltà e capacità di ricominciare ogni giorno senza scorciatoie.<br /><br /> Questa fedeltà silenziosa, concreta e quotidiana è profondamente evangelica.<br /><br /> Fare la volontà del Padre nelle piccole cose<br /><br /> Gesù insegna che entrerà nel Regno dei cieli non chi semplicemente dice "Signore, Signore", ma chi compie la volontà del Padre.<br /><br /> Comprendiamo allora che fare la volontà di Dio significa vivere bene le cose ordinarie della vita: lavorare con onestà, dedicarsi con amore alla propria famiglia, servire con attenzione i clienti, coltivare l'amicizia, affrontare ogni giorno con il sorriso, la dedizione e il senso del dovere.<br /><br /> Spesso immaginiamo che il Vangelo chieda imprese straordinarie, ma non è così. La santità consiste nella perseveranza, nella fedeltà e nella responsabilità vissute ogni giorno.<br /><br /> Daniele incarnava proprio questo stile. Non cercava di mettersi in mostra. Compariva con discrezione, salutava e tornava subito al suo lavoro. Non aveva bisogno di apparire perché semplicemente c'era sempre.<br /><br /> Una presenza che continua a portare frutto<br /><br /> La presenza fedele di Daniele ha costruito qualcosa che non è crollato con la sua morte.<br /><br /> La sua vita continua ad essere presente nella sua famiglia, nell'affetto reciproco, nell'impresa che ha contribuito a costruire, nelle relazioni che ha coltivato e nelle persone che hanno condiviso con lui il lavoro quotidiano.<br /><br /> Questa costruzione non è stata opera di un solo uomo, ma di una famiglia e di una comunità che hanno lavorato insieme. Tuttavia, il contributo di Daniele rimane ben visibile.<br /><br /> La morte interrompe la vita terrena, ma non cancella tutto ciò che è stato costruito attraverso l'amore, il sacrificio e la fedeltà quotidiana.<br /><br /> L'amore è ciò che rimane<br /><br /> Ogni gesto di amore donato giorno dopo giorno rimane sia nel cuore delle persone sia nel cuore di Dio.<br /><br /> È proprio l'amore concreto vissuto nella quotidianità che misura la grandezza di una persona.<br /><br /> Per questo, ogni volta che celebriamo l'Eucaristia, non facciamo memoria semplicemente della morte di Gesù, ma del suo dono d'amore, culminato nella sua morte e risurrezione. Nell'Eucaristia incontriamo il Cristo vivente attraverso la sua Parola, il suo Corpo e il suo Sangue.<br /><br /> Pregare per Daniele, quindi, non significa lasciarsi imprigionare dalla nostalgia. È invece un autentico atto di fede e di gratitudine per tutto ciò che egli ha fatto, ha insegnato e continua ad essere.<br /><br /> La vita continua nella pienezza di Dio<br /><br /> Gesù afferma: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà».<br /><br /> Esiste un mistero profondo nella vita di chi si dona ogni giorno con fedeltà. Questo dono non termina con la morte, ma continua oltre, perché segue il cammino stesso di Cristo.<br /><br /> Gesù è stato il primo a vivere questa totale fedeltà, affrontando la croce non come un gesto eroico fine a sé stesso, ma come il passaggio verso la pienezza della vita.<br /><br /> Per questo siamo invitati a pensare a Daniele non nel momento della sua morte, ma nella pienezza della vita che ora vive presso Dio.<br /><br /> Noi oggi sperimentiamo il vuoto lasciato dalla sua assenza, ma per lui quella pienezza è ormai realtà. Ogni esistenza umana è un cammino verso una crescita progressiva che raggiunge il suo compimento in un momento diverso per ciascuno.<br /><br /> Continuare a costruire con lo stesso stile<br /><br /> Possiamo riconoscere in Daniele l'immagine dell'uomo saggio che ha costruito sulla roccia.<br /><br /> Ciò che egli ha edificato non è andato distrutto. Ha certamente subito uno scossone enorme, ma non è crollato. La vita continua grazie anche all'esempio che lui ha lasciato.<br /><br /> Per quanto sia difficile, abbiamo il dovere e la responsabilità di proseguire quella costruzione con lo stesso stile che egli ci ha insegnato: semplicità, costanza, umiltà e fedeltà.<br /><br /> Chiediamo quindi al Signore di sostenere tutti noi, e in particolare la sua famiglia, affinché possa vivere questo tempo con gratitudine per aver avuto accanto un uomo che è stato un autentico operatore del Vangelo e che ha costruito qualcosa di solido e duraturo.<br /><br /> La roccia è Cristo e la risurrezione è l'ultima parola<br /><br /> La vera roccia su cui costruire la vita è Gesù Cristo. Costruire sulla roccia significa assumere il suo stile: dare la propria vita, offrire tutto sé stessi nell'amore quotidiano.<br /><br /> A questa roccia affidiamo ancora una volta Daniele, certi che l'amore misericordioso del Padre è più forte della morte. L'ultima parola non appartiene alla morte, ma alla risurrezione.<br /><br /> Siamo così chiamati a vivere una comunione nuova con lui e con il Signore, lasciando che questa speranza alimenti ogni giorno la nostra esistenza. La costruzione iniziata da Daniele continua attraverso di noi, nello stesso spirito di fedeltà e di amore, nella certezza che il dono della vita non si interrompe, ma continua per sempre. Per questo, insieme, rendiamo grazie al Signore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72697121</guid><pubDate>Fri, 26 Jun 2026 04:11:25 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72697121/imported_1782446765284203_audio.mp3" length="11754684" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il tempo trascorso dalla morte di Daniele potrebbe apparire breve, ma in realtà è già abbastanza lungo da farci sperimentare profondamente il peso della sua assenza. Soprattutto per chi gli è stato più vicino, ogni giorno rende ancora più evidente...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il tempo trascorso dalla morte di Daniele potrebbe apparire breve, ma in realtà è già abbastanza lungo da farci sperimentare profondamente il peso della sua assenza. Soprattutto per chi gli è stato più vicino, ogni giorno rende ancora più evidente quanto fosse preziosa la sua presenza, anche se questo lo sapevamo già prima della sua improvvisa scomparsa.<br /><br /> L'assenza diventa concreta nei gesti più semplici della quotidianità: la sedia rimasta vuota, il letto che nessuno occupa più, il telefono che non possiamo più chiamare, il lavoro che continua senza di lui. È un dolore che continua a manifestarsi e che sembra impossibile da consolare. Per questo essere riuniti per questa celebrazione richiede coraggio e fede.<br /><br /> Abbiamo bisogno della luce della Parola di Dio<br /><br /> Non siamo qui soltanto per ricordare Daniele o per affidarlo ancora una volta al Signore attraverso la preghiera. Siamo qui soprattutto perché abbiamo bisogno della luce della Parola di Dio. Nei momenti del dolore non servono discorsi retorici, elogi esagerati o parole dolci che cercano semplicemente di attenuare la sofferenza.<br /><br /> Il Vangelo ci sorprende proprio perché non racconta favole e non addolcisce la realtà. Gesù parla con estrema serietà dell'ingresso nel Regno dei cieli, affermando che non basta invocare il suo nome, né vantare opere straordinarie, miracoli o prodigi. Addirittura dice che alcuni sentiranno rivolgersi parole durissime: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me». È una pagina che ci obbliga a riflettere sul significato autentico della fede.<br /><br /> Costruire la propria casa sulla roccia<br /><br /> Il Vangelo prosegue raccontando dell'uomo saggio che costruisce la propria casa sulla roccia. Questa immagine diventa un ritratto molto bello di Daniele.<br /><br /> Gesù non promette una vita senza difficoltà. Le piogge, i venti e i fiumi arrivano comunque. Le prove fanno parte dell'esistenza di ogni persona. Quanto accaduto a Daniele è stato una tempesta terribile: entrare in ospedale per un intervento che sembrava semplice e non uscirne più.<br /><br /> Eppure il Vangelo ci invita a guardare oltre la tragedia, ricordandoci che la casa costruita sulla roccia non crolla. Daniele aveva edificato la sua vita su fondamenta solide.<br /><br /> Un uomo del Vangelo nella semplicità della vita quotidiana<br /><br /> Daniele forse non era una persona che manifestava una religiosità appariscente. Non era uno di quelli che parlavano continuamente di Dio o ostentavano pratiche religiose.<br /><br /> Era però un uomo del Vangelo perché viveva concretamente ciò che Gesù insegna. Era un lavoratore che conosceva il valore della fatica quotidiana. Per anni, insieme a sua moglie, a suo figlio, ai collaboratori e a chi aveva costruito quell'attività prima di lui, ha lavorato con costanza, giorno dopo giorno.<br /><br /> Il mestiere del panettiere rappresenta bene questa fedeltà. Non ci si può permettere di dire che oggi non si ha voglia di lavorare, perché ogni mattina c'è qualcuno che aspetta il pane. È un lavoro che richiede presenza continua, sacrificio, umiltà e capacità di ricominciare ogni giorno senza scorciatoie.<br /><br /> Questa fedeltà silenziosa, concreta e quotidiana è profondamente evangelica.<br /><br /> Fare la volontà del Padre nelle piccole cose<br /><br /> Gesù insegna che entrerà nel Regno dei cieli non chi semplicemente dice "Signore, Signore", ma chi compie la volontà del Padre.<br /><br /> Comprendiamo allora che fare la volontà di Dio significa vivere bene le cose ordinarie della vita: lavorare con onestà, dedicarsi con amore alla propria famiglia, servire con attenzione i clienti, coltivare l'amicizia, affrontare ogni giorno con il sorriso, la dedizione e il senso del dovere.<br /><br /> Spesso immaginiamo che il Vangelo chieda imprese straordinarie, ma non è così. 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Isaia dice che Dio ha pronunciato il suo nome quando era ancora nel seno di sua madre e che lo ha formato come suo servo prima ancora della nascita.<br /><br /> Questa prospettiva è molto diversa dal nostro modo abituale di pensare. Quando parliamo di vocazione, matrimonio, sacerdozio o di qualsiasi chiamata, immaginiamo normalmente una scelta che matura nell'età adulta. Invece la Scrittura ci porta ancora più indietro, fino al grembo materno, affermando che l'opera di Dio precede persino la nostra nascita.<br /><br /> Non si tratta soltanto della creazione fisica della persona. Dio non si limita a dare origine alla vita, ma plasma ciascuno secondo un progetto preciso. Il profeta ne è profondamente consapevole e, nel momento in cui sembra voler proclamare qualcosa di grandioso alle nazioni lontane, annuncia proprio questa verità: il Signore lo ha plasmato fin dal seno materno.<br /><br /> La meraviglia della nostra creazione<br /><br /> Questa stessa consapevolezza appare in modo ancora più intenso nel Salmo. Il salmista riconosce che Dio ha formato ogni parte del suo essere e lo ha tessuto nel grembo della madre. Per questo esplode in un canto di lode: «Ti rendo grazie, hai fatto di me una meraviglia stupenda».<br /><br /> Siamo invitati a guardare noi stessi con gli occhi della fede e a riconoscere che la nostra esistenza è anzitutto un'opera di Dio. Non è soltanto nostra madre ad averci generati: attraverso di lei è il Signore che ci ha voluti, formati e accompagnati.<br /><br /> Il salmista continua affermando che 33le opere di Dio sono meravigliose e che la sua anima le riconosce pienamente. La nostra stessa esistenza è parte di queste meraviglie. Essere stati generati nel grembo materno è qualcosa che ci lega profondamente all'azione creatrice e salvifica di Dio.<br /><br /> La Scrittura arriva persino ad affermare che ciascuno di noi è stato pensato e voluto fin dalla creazione del mondo. La nostra vita non nasce dal caso, ma da un progetto d'amore che precede ogni cosa.<br /><br /> Giovanni Battista: una nascita segnata dalla misericordia<br /><br /> Questa verità si manifesta in modo particolare nella nascita di Giovanni Battista, che la Chiesa celebra oggi. Tutto ciò che riguarda la sua venuta al mondo è avvolto dalla meraviglia e dalla grazia di Dio.<br /><br /> Il Vangelo mostra come le persone comprendano immediatamente che in quel bambino c'è qualcosa di straordinario. Già in precedenza avevano visto Zaccaria uscire dal tempio incapace di parlare dopo la visione dell'angelo e avevano intuito che era accaduto qualcosa di eccezionale. Ora, davanti alla nascita del bambino, riconoscono che il Signore sta operando in modo particolare.<br /><br /> Vicini e parenti si rallegrano con Elisabetta perché vedono in lei la manifestazione della grande misericordia di Dio. Il nome stesso di Giovanni lo esprime: Yohanan significa infatti «Dio usa misericordia». La sua nascita è un segno concreto della misericordia divina.<br /><br /> Proprio la fragilità di Elisabetta, ormai anziana e apparentemente incapace di generare, diventa il luogo in cui la potenza di Dio si manifesta con maggiore evidenza. Dio sceglie ciò che è piccolo, debole e improbabile per rendere ancora più visibile la sua opera.<br /><br /> Il nome ricevuto da Dio<br /><br /> Un elemento particolarmente significativo è la scelta del nome. Tutti si aspettavano che il bambino ricevesse un nome legato alla tradizione familiare, ma Elisabetta e Zaccaria insistono: il suo nome è Giovanni.<br /><br /> Non è un nome scelto dalla famiglia. È il nome indicato da Dio attraverso l'angelo. In questo modo si manifesta che la vita di Giovanni appartiene a un progetto più grande, preparato e voluto dal Signore.<br /><br /> Quando Zaccaria conferma il nome e riacquista la parola, esplode nel canto del Benedictus. In quel cantico, che la Chiesa recita ogni mattina nelle Lodi, egli riconosce l'opera misericordiosa di Dio che visita il suo popolo, vince i nemici e prepara la salvezza per Israele.<br /><br /> Giovanni prepara la strada a Gesù<br /><br /> Tutta l'esistenza di Giovanni Battista è orientata verso una missione precisa: preparare la strada al Messia. Per questo Dio lo accompagna fin dall'inizio della sua vita.<br /><br /> Il Vangelo ricorda che il bambino cresceva, si fortificava nello spirito e che la mano del Signore era su di lui. Tutto il suo sviluppo umano e spirituale è sostenuto dalla presenza di Dio.<br /><br /> Giovanni sarà colui che aprirà i cuori alla venuta di Cristo, che ricondurrà i padri verso i figli e che indicherà a tutti Gesù dicendo: «Ecco l'Agnello di Dio». Egli riesce a riconoscere il Messia perché sa leggere la propria storia alla luce dell'azione di Dio.<br /><br /> È consapevole di tutto il bene ricevuto e può riconoscere che la sua vita è stata guidata dal Signore fin dal grembo materno. Come Isaia e come il salmista, anche lui può affermare che Dio lo ha plasmato, chiamato per nome, sostenuto e preparato per la sua missione.<br /><br /> Rendere grazie per la nostra storia<br /><br /> Questa riflessione ci conduce a un grande ringraziamento. Tutto ciò che Dio opera nella nostra vita ha come scopo ultimo quello di condurci a Gesù.<br /><br /> Anche noi siamo stati voluti, desiderati, plasmati e accompagnati lungo il cammino della nostra esistenza. Certamente non sono mancate le difficoltà, ma la mano del Signore non ha cessato di guidarci.<br /><br /> Per questo siamo invitati a guardare la nostra storia con stupore e gratitudine. Come la gente della Giudea che esultava per la nascita di Giovanni, anche noi, insieme alla Chiesa, possiamo benedire il Signore, riconoscere la sua opera e meravigliarci per tutto ciò che ha compiuto nella nostra vita.<br /><br /> La strada verso il Messia è stata preparata anche dentro di noi. Per questo possiamo accostarci a Lui con fiducia, ringraziando il Signore per averci pensati, amati e accompagnati fin dall'inizio della nostra esistenza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72678634</guid><pubDate>Wed, 24 Jun 2026 20:54:08 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72678634/imported_1782332221240941_audio.mp3" length="8553952" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nelle letture emerge con forza un'espressione che ci sorprende e ci affascina: sia il profeta Isaia sia il salmista affermano che il Signore li ha chiamati e plasmati fin dal grembo materno. Isaia dice che Dio ha pronunciato il suo nome quando era...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nelle letture emerge con forza un'espressione che ci sorprende e ci affascina: sia il profeta Isaia sia il salmista affermano che il Signore li ha chiamati e plasmati fin dal grembo materno. Isaia dice che Dio ha pronunciato il suo nome quando era ancora nel seno di sua madre e che lo ha formato come suo servo prima ancora della nascita.<br /><br /> Questa prospettiva è molto diversa dal nostro modo abituale di pensare. Quando parliamo di vocazione, matrimonio, sacerdozio o di qualsiasi chiamata, immaginiamo normalmente una scelta che matura nell'età adulta. Invece la Scrittura ci porta ancora più indietro, fino al grembo materno, affermando che l'opera di Dio precede persino la nostra nascita.<br /><br /> Non si tratta soltanto della creazione fisica della persona. Dio non si limita a dare origine alla vita, ma plasma ciascuno secondo un progetto preciso. Il profeta ne è profondamente consapevole e, nel momento in cui sembra voler proclamare qualcosa di grandioso alle nazioni lontane, annuncia proprio questa verità: il Signore lo ha plasmato fin dal seno materno.<br /><br /> La meraviglia della nostra creazione<br /><br /> Questa stessa consapevolezza appare in modo ancora più intenso nel Salmo. Il salmista riconosce che Dio ha formato ogni parte del suo essere e lo ha tessuto nel grembo della madre. Per questo esplode in un canto di lode: «Ti rendo grazie, hai fatto di me una meraviglia stupenda».<br /><br /> Siamo invitati a guardare noi stessi con gli occhi della fede e a riconoscere che la nostra esistenza è anzitutto un'opera di Dio. Non è soltanto nostra madre ad averci generati: attraverso di lei è il Signore che ci ha voluti, formati e accompagnati.<br /><br /> Il salmista continua affermando che 33le opere di Dio sono meravigliose e che la sua anima le riconosce pienamente. La nostra stessa esistenza è parte di queste meraviglie. Essere stati generati nel grembo materno è qualcosa che ci lega profondamente all'azione creatrice e salvifica di Dio.<br /><br /> La Scrittura arriva persino ad affermare che ciascuno di noi è stato pensato e voluto fin dalla creazione del mondo. La nostra vita non nasce dal caso, ma da un progetto d'amore che precede ogni cosa.<br /><br /> Giovanni Battista: una nascita segnata dalla misericordia<br /><br /> Questa verità si manifesta in modo particolare nella nascita di Giovanni Battista, che la Chiesa celebra oggi. Tutto ciò che riguarda la sua venuta al mondo è avvolto dalla meraviglia e dalla grazia di Dio.<br /><br /> Il Vangelo mostra come le persone comprendano immediatamente che in quel bambino c'è qualcosa di straordinario. Già in precedenza avevano visto Zaccaria uscire dal tempio incapace di parlare dopo la visione dell'angelo e avevano intuito che era accaduto qualcosa di eccezionale. Ora, davanti alla nascita del bambino, riconoscono che il Signore sta operando in modo particolare.<br /><br /> Vicini e parenti si rallegrano con Elisabetta perché vedono in lei la manifestazione della grande misericordia di Dio. Il nome stesso di Giovanni lo esprime: Yohanan significa infatti «Dio usa misericordia». La sua nascita è un segno concreto della misericordia divina.<br /><br /> Proprio la fragilità di Elisabetta, ormai anziana e apparentemente incapace di generare, diventa il luogo in cui la potenza di Dio si manifesta con maggiore evidenza. Dio sceglie ciò che è piccolo, debole e improbabile per rendere ancora più visibile la sua opera.<br /><br /> Il nome ricevuto da Dio<br /><br /> Un elemento particolarmente significativo è la scelta del nome. Tutti si aspettavano che il bambino ricevesse un nome legato alla tradizione familiare, ma Elisabetta e Zaccaria insistono: il suo nome è Giovanni.<br /><br /> Non è un nome scelto dalla famiglia. È il nome indicato da Dio attraverso l'angelo. In questo modo si manifesta che la vita di Giovanni appartiene a un progetto più grande, preparato e voluto dal Signore.<br /><br /> Quando Zaccaria conferma il nome e riacquista la parola, esplode...]]></itunes:summary><itunes:duration>535</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Non abbiate paura: la forza della missione e la fiducia nel Padre - Omelia XII domenica del TO anno A BVI 21 giugno 2026</title><link>https://www.spreaker.com/episode/non-abbiate-paura-la-forza-della-missione-e-la-fiducia-nel-padre-omelia-xii-domenica-del-to-anno-a-bvi-21-giugno-2026--72620274</link><description><![CDATA[Il Vangelo di oggi inizia con questo invito di Gesù: «Non abbiate dunque paura». Quel “dunque”, che nel lezionario non è riportato, è però fondamentale perché rappresenta la conclusione di tutto il lungo discorso missionario del capitolo 10 del Vangelo di Matteo.<br /><br /> Ricordiamo come Gesù, mosso da compassione per la folla che vedeva come pecore senza pastore, abbia chiamato a sé i Dodici, li abbia chiamati per nome e abbia affidato loro il potere di guarire e di scacciare i demoni. Li ha poi inviati in missione con parole molto esigenti: gratuitamente avevano ricevuto e gratuitamente dovevano dare; dovevano partire senza sicurezze materiali, affidandosi all’accoglienza delle persone; dovevano essere astuti come serpenti e semplici come colombe.<br /><br /> Gesù arriva persino a dire loro: «Vi mando come pecore in mezzo ai lupi». È sorprendente vedere come scelga uomini semplici, pescatori ancora inesperti del Vangelo, e li invii immediatamente ad annunciarlo. Lo fa perché avverte l’urgenza della missione e il grande bisogno dell’umanità.<br /><br /> La paura degli Apostoli e l’esperienza di Geremia<br /><br /> Se Gesù dice più volte di non avere paura, significa che la paura era realmente presente nel cuore degli Apostoli. Da una parte c’era la consapevolezza dell’enormità del compito affidato loro; dall’altra vi erano le difficoltà e le opposizioni che inevitabilmente avrebbero incontrato.<br /><br /> La prima lettura, tratta dal capitolo 20 di Geremia, ci mostra una situazione analoga. Il profeta viene inviato ad annunciare a Gerusalemme una parola durissima: l’arrivo dei Babilonesi, la distruzione della città e la deportazione del popolo. Un messaggio che nessuno voleva ascoltare.<br /><br /> Per questo Geremia viene contrastato, perseguitato, imprigionato e percosso. Eppure dentro di lui la Parola di Dio arde come un fuoco che non può trattenere. Annunciare la verità gli costa molto, ma non può sottrarsi alla missione ricevuta.<br /><br /> Anche gli Apostoli sperimentano qualcosa di simile: la fedeltà al Vangelo comporta inevitabilmente una lotta interiore e l’affrontare l’incomprensione degli altri.<br /><br /> Le paure che abitano il cuore dell’uomo<br /><br /> La paura di cui parla Gesù non coincide semplicemente con il timore umano. Certamente esiste il santo timore di Dio, che il Vangelo stesso richiama, ma qui si tratta soprattutto di quelle paure profonde che emergono quando prendiamo sul serio il Vangelo.<br /><br /> Accade nelle grandi decisioni della vita: nel matrimonio, nell’accoglienza di un figlio, nelle scelte vocazionali e in tutte quelle situazioni in cui comprendiamo che la Parola di Dio ci chiede qualcosa di concreto e impegnativo. Sentiamo il desiderio di seguirla, ma insieme avvertiamo anche il peso dell’incertezza.<br /><br /> Esiste inoltre la paura della morte e del male che attraversa il mondo. Vediamo continuamente il prevalere di logiche di guerra, di sopraffazione e di violenza. È una realtà che genera inquietudine e che tutti portiamo nel cuore.<br /><br /> Anche Gesù ha conosciuto questa paura. Basta pensare alla sua esperienza nel Getsemani. Per questo può comprendere profondamente le nostre fragilità e rassicurarci.<br /><br /> Prima ragione per non avere paura: la verità verrà alla luce<br /><br /> Gesù offre una prima motivazione: nulla di ciò che è nascosto resterà nascosto. Tutto ciò che oggi sembra segreto, insignificante o destinato a scomparire verrà manifestato.<br /><br /> Quando si vive il Vangelo, può sembrare che la sua forza rimanga invisibile. Le parole di Gesù appaiono deboli di fronte alle logiche dominanti del mondo. Talvolta sembra che l’esperienza cristiana sia una realtà per pochi e persino una realtà perdente.<br /><br /> Eppure il Signore assicura che il Vangelo verrà alla luce. Ciò che è stato vissuto nella fedeltà non andrà perduto.<br /><br /> Viene portato l’esempio della comunità di Monte Sole e dei suoi martiri. Dopo la distruzione operata dai nazisti, sembrava che quella testimonianza evangelica fosse stata cancellata dalla storia. Per molti anni quasi nessuno ne parlò più. Tuttavia, grazie all’impegno di persone che ne custodirono la memoria, quella vicenda è tornata alla luce ed è oggi riconosciuta come un patrimonio prezioso della Chiesa.<br /><br /> Il Vangelo non scompare. Ciò che viene vissuto nella fede continua a portare frutto e, prima o poi, viene manifestato.<br /><br /> Seconda ragione per non avere paura: il Padre è presente anche nella caduta<br /><br /> Gesù invita poi a non temere coloro che possono uccidere il corpo. I discepoli sanno già che incontreranno persecuzioni e sofferenze.<br /><br /> Il Signore non promette che non accadrà nulla di doloroso. Non dice che saranno risparmiati dalle prove. Dice piuttosto qualcosa di molto più profondo.<br /><br /> Parlando dei passeri, afferma che neppure uno di essi cade a terra senza che il Padre sia presente. Anche la creatura più insignificante, nel momento della sua caduta, è accompagnata dallo sguardo amorevole di Dio.<br /><br /> Per questo non dobbiamo avere paura: qualunque sia la prova che affrontiamo — malattia, sofferenza, fallimento o persino morte — il Padre non ci abbandona. La sua presenza ci accompagna sempre.<br /><br /> La vera sicurezza del credente non consiste nell’evitare la sofferenza, ma nel sapere di non essere mai solo.<br /><br /> Terza ragione per non avere paura: il nostro valore agli occhi di Dio<br /><br /> La terza motivazione è legata al valore immenso che abbiamo davanti a Dio.<br /><br /> I passeri valgono pochissimo, eppure il Padre si prende cura di loro. Quanto più si prenderà cura di noi! Gesù arriva a dire che persino i capelli del nostro capo sono tutti contati.<br /><br /> Questa immagine ci invita a non vergognarci della nostra piccolezza. Possiamo sentirci deboli, insignificanti, incapaci, come piccoli passeri smarriti che nessuno nota. Ma proprio in questa condizione scopriamo quanto siamo preziosi agli occhi del Padre.<br /><br /> La nostra fragilità non è un motivo di vergogna. È il luogo in cui possiamo sperimentare più profondamente la vicinanza e la tenerezza di Dio.<br /><br /> Confessare il Signore con fiducia<br /><br /> Alla luce di queste tre ragioni, siamo chiamati a confessare il Signore senza paura.<br /><br /> Riconoscere Cristo significa accettare la nostra piccolezza e affidarla a Lui. Significa credere che il Vangelo non andrà perduto, che il Padre ci accompagna in ogni situazione e che il nostro valore non dipende dalla forza o dal successo, ma dall’amore con cui Dio ci guarda.<br /><br /> Questa è stata la forza dei Dodici Apostoli: uomini semplici, inesperti, talvolta goffi, ma capaci di confidare totalmente nel Signore.<br /><br /> Una preghiera per la missione<br /><br /> Chiediamo allora al Signore di liberarci dalle paure profonde che abitano il nostro cuore. Domandiamo di non vergognarci della nostra piccolezza, della nostra fede e della nostra appartenenza a Lui.<br /><br /> Vogliamo testimoniare con la nostra vita che il Signore è accanto a noi, ci accompagna e ci sostiene. Vogliamo partecipare con gioia alla missione che ci affida: portare il Vangelo nelle nostre famiglie, tra i ragazzi, nei luoghi di lavoro, tra i vicini di casa e in ogni ambiente della vita quotidiana.<br /><br /> C’è un’urgenza missionaria che riguarda tutti. Nessuno deve pensare che il proprio contributo sia insignificante o destinato a scomparire. Il Vangelo non è una realtà che svanisce nel tempo: il Signore desidera che siamo suoi testimoni gioiosi, certi che la sua opera porterà frutto e che nulla di ciò che viene vissuto per amore andrà perduto.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72620274</guid><pubDate>Sun, 21 Jun 2026 15:21:44 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72620274/imported_1782055096574413_audio.mp3" length="11655209" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il Vangelo di oggi inizia con questo invito di Gesù: «Non abbiate dunque paura». Quel “dunque”, che nel lezionario non è riportato, è però fondamentale perché rappresenta la conclusione di tutto il lungo discorso missionario del capitolo 10 del...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il Vangelo di oggi inizia con questo invito di Gesù: «Non abbiate dunque paura». Quel “dunque”, che nel lezionario non è riportato, è però fondamentale perché rappresenta la conclusione di tutto il lungo discorso missionario del capitolo 10 del Vangelo di Matteo.<br /><br /> Ricordiamo come Gesù, mosso da compassione per la folla che vedeva come pecore senza pastore, abbia chiamato a sé i Dodici, li abbia chiamati per nome e abbia affidato loro il potere di guarire e di scacciare i demoni. Li ha poi inviati in missione con parole molto esigenti: gratuitamente avevano ricevuto e gratuitamente dovevano dare; dovevano partire senza sicurezze materiali, affidandosi all’accoglienza delle persone; dovevano essere astuti come serpenti e semplici come colombe.<br /><br /> Gesù arriva persino a dire loro: «Vi mando come pecore in mezzo ai lupi». È sorprendente vedere come scelga uomini semplici, pescatori ancora inesperti del Vangelo, e li invii immediatamente ad annunciarlo. Lo fa perché avverte l’urgenza della missione e il grande bisogno dell’umanità.<br /><br /> La paura degli Apostoli e l’esperienza di Geremia<br /><br /> Se Gesù dice più volte di non avere paura, significa che la paura era realmente presente nel cuore degli Apostoli. Da una parte c’era la consapevolezza dell’enormità del compito affidato loro; dall’altra vi erano le difficoltà e le opposizioni che inevitabilmente avrebbero incontrato.<br /><br /> La prima lettura, tratta dal capitolo 20 di Geremia, ci mostra una situazione analoga. Il profeta viene inviato ad annunciare a Gerusalemme una parola durissima: l’arrivo dei Babilonesi, la distruzione della città e la deportazione del popolo. Un messaggio che nessuno voleva ascoltare.<br /><br /> Per questo Geremia viene contrastato, perseguitato, imprigionato e percosso. Eppure dentro di lui la Parola di Dio arde come un fuoco che non può trattenere. Annunciare la verità gli costa molto, ma non può sottrarsi alla missione ricevuta.<br /><br /> Anche gli Apostoli sperimentano qualcosa di simile: la fedeltà al Vangelo comporta inevitabilmente una lotta interiore e l’affrontare l’incomprensione degli altri.<br /><br /> Le paure che abitano il cuore dell’uomo<br /><br /> La paura di cui parla Gesù non coincide semplicemente con il timore umano. Certamente esiste il santo timore di Dio, che il Vangelo stesso richiama, ma qui si tratta soprattutto di quelle paure profonde che emergono quando prendiamo sul serio il Vangelo.<br /><br /> Accade nelle grandi decisioni della vita: nel matrimonio, nell’accoglienza di un figlio, nelle scelte vocazionali e in tutte quelle situazioni in cui comprendiamo che la Parola di Dio ci chiede qualcosa di concreto e impegnativo. Sentiamo il desiderio di seguirla, ma insieme avvertiamo anche il peso dell’incertezza.<br /><br /> Esiste inoltre la paura della morte e del male che attraversa il mondo. Vediamo continuamente il prevalere di logiche di guerra, di sopraffazione e di violenza. È una realtà che genera inquietudine e che tutti portiamo nel cuore.<br /><br /> Anche Gesù ha conosciuto questa paura. Basta pensare alla sua esperienza nel Getsemani. Per questo può comprendere profondamente le nostre fragilità e rassicurarci.<br /><br /> Prima ragione per non avere paura: la verità verrà alla luce<br /><br /> Gesù offre una prima motivazione: nulla di ciò che è nascosto resterà nascosto. Tutto ciò che oggi sembra segreto, insignificante o destinato a scomparire verrà manifestato.<br /><br /> Quando si vive il Vangelo, può sembrare che la sua forza rimanga invisibile. Le parole di Gesù appaiono deboli di fronte alle logiche dominanti del mondo. Talvolta sembra che l’esperienza cristiana sia una realtà per pochi e persino una realtà perdente.<br /><br /> Eppure il Signore assicura che il Vangelo verrà alla luce. Ciò che è stato vissuto nella fedeltà non andrà perduto.<br /><br /> Viene portato l’esempio della comunità di Monte Sole e dei suoi martiri. Dopo la distruzione operata dai nazisti,...]]></itunes:summary><itunes:duration>729</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Elia, la parola di fuoco e il riposo nell’amore - Omelia giovedì XI settimana TO</title><link>https://www.spreaker.com/episode/elia-la-parola-di-fuoco-e-il-riposo-nell-amore-omelia-giovedi-xi-settimana-to--72592584</link><description><![CDATA[Oggi interrompiamo la lettura del Libro dei Re per soffermarci su un testo del Siracide, il capitolo 48, che ci parla proprio di Elia e di Eliseo. Questa sezione finale del Siracide è dedicata all’elogio dei grandi personaggi della storia di Israele e non si limita a ricordarne le vicende, ma ne offre una rilettura teologica profonda.<br /><br /> Questo testo si inserisce perfettamente nel percorso che stiamo facendo in questi giorni sulla figura di Elia. Ritroviamo infatti un tratto fondamentale della sua missione: essere l’uomo della parola. Il Siracide lo descrive con immagini potenti: «Sorse Elia, profeta come un fuoco, la sua parola bruciava come fiaccola».<br /><br /> Questa parola ardente richiama il fuoco della presenza divina. È un fuoco che riscalda il cuore del popolo e che continua a riscaldare anche il nostro quando ci viene annunciata una prospettiva di conversione, di cambiamento e di rinnovamento della vita.<br /><br /> La missione di Elia: riconciliare i cuori<br /><br /> Il Siracide ci aiuta a comprendere che la missione di Elia non consisteva soltanto nel correggere la gravissima situazione religiosa e morale del suo tempo. La sua opera aveva un obiettivo ancora più profondo: «calmare l’ira prima che divampi», «ricondurre il cuore del padre verso il figlio» e «ristabilire le tribù di Giacobbe».<br /><br /> La parola del profeta è dunque una parola di riconciliazione. Elia è inviato per sanare le fratture tra le generazioni, tra padri e figli, per ricostruire l’unità del popolo e riportarlo alla fedeltà dell’alleanza con Dio.<br /><br /> La sua predicazione non è semplicemente una denuncia del male, ma un invito a ritrovare la comunione perduta. Attraverso la sua parola infuocata il popolo è chiamato ad abbandonare gli idoli, i Baal, e a tornare al Signore.<br /><br /> Beati coloro che hanno visto il profeta<br /><br /> Un versetto del Siracide colpisce particolarmente: «Beati coloro che ti hanno visto e si sono addormentati nell’amore».<br /><br /> Ci soffermiamo anzitutto sull’espressione «ti hanno visto». Non si tratta soltanto di aver incontrato fisicamente Elia. Significa averlo riconosciuto come profeta, aver accolto la sua parola, aver creduto al suo annuncio e aver camminato secondo il suo insegnamento.<br /><br /> Sono beati coloro che non si sono lasciati imprigionare dagli idoli, ma hanno compiuto un autentico atto di fede nella parola di Dio trasmessa dal profeta. Hanno saputo vedere in Elia non semplicemente un uomo straordinario, ma il messaggero del Signore.<br /><br /> Addormentarsi nell’amore<br /><br /> L’espressione «si sono addormentati nell’amore» apre una riflessione molto profonda. Probabilmente l’immagine del sonno rimanda alla morte. Dopo aver compiuto il proprio cammino, questi credenti si sono addormentati, ma il testo aggiunge subito: «anche noi vivremo certamente».<br /><br /> Possiamo allora intravedere un’intuizione che sembra anticipare la speranza della risurrezione. Per chi segue la parola di Dio non esiste soltanto la morte. Il sonno diventa attesa di un risveglio alla vita.<br /><br /> Anche se può sembrare un collegamento audace, il Siracide sembra aprire uno spiraglio verso questa prospettiva: ci si addormenta, ma per risvegliarsi nella vita che Dio dona.<br /><br /> Tuttavia ciò che colpisce maggiormente è l’espressione stessa: addormentarsi nell’amore. È un’immagine di straordinaria tenerezza e profondità spirituale.<br /><br /> Tutta l’opera del profeta è per l’amore<br /><br /> La parola di Elia è una parola forte, talvolta dura. Combatte contro gli idoli, smaschera i falsi profeti e si oppone ai poteri che vogliono costruire la propria autonomia da Dio, come accadeva ai tempi del re Acab e della regina Gezabele.<br /><br /> Eppure il Siracide ci fa comprendere che tutta questa lotta non è fine a se stessa. Lo scopo ultimo dell’opera profetica è l’amore.<br /><br /> Dietro ogni richiamo alla conversione, dietro ogni denuncia dell’idolatria, vi è il desiderio di ricondurre il popolo a una relazione autentica con Dio e con i fratelli.<br /><br /> Per questo il vero compimento della missione del profeta non è la vittoria ottenuta con la forza delle armi, ma il ritrovamento di una relazione nuova, fondata sull’amore. Si combatte per l’amore e si giunge infine a riposare nell’amore.<br /><br /> Eliseo e la continuità della profezia<br /><br /> Anche Eliseo, successore di Elia, continua questa stessa missione. La sua attività profetica prosegue l’opera iniziata dal maestro e conduce il popolo verso una relazione sempre più autentica con Dio.<br /><br /> L’intera tradizione profetica è orientata a farci scoprire il vero volto del Signore: non un Dio dominato dall’ira e dalla punizione, ma un Dio misericordioso che ci ama e ci invita a riposare nel suo amore.<br /><br /> Per questo il Siracide può proclamare beati coloro che hanno accolto la testimonianza dei profeti e hanno imparato a vivere in questa relazione d’amore con Dio.<br /><br /> L’amore come condizione fondamentale della vita cristiana<br /><br /> La riflessione si allarga poi alla nostra esperienza concreta. La vita attraversa molte stagioni diverse: possiamo essere giovani o anziani, avere figli e nipoti oppure vivere la solitudine, essere nel pieno delle forze o avvicinarci al termine del nostro cammino terreno.<br /><br /> Eppure ciò che conta veramente è sempre l’amore.<br /><br /> Lo vediamo anche nell’esperienza quotidiana. In questi giorni, con la presenza di tanti bambini, emerge continuamente il bisogno di attenzione, di affetto, di parole buone e di relazioni significative. I bambini cercano amore tra di loro e da parte degli adulti.<br /><br /> Questo ci ricorda che l’amore non è un elemento secondario dell’esistenza, ma la sua condizione fondamentale. È il luogo nel quale il credente vive e cresce.<br /><br /> Un amore che supera la morte<br /><br /> L’amore che Dio ci dona non termina con la morte. Per questo possiamo dire che ci addormentiamo nell’amore, ma siamo destinati a vivere ancora.<br /><br /> La morte non ha l’ultima parola perché l’amore di Dio è eterno. Chi vive nell’amore entra già ora in una realtà che supera i limiti del tempo e della morte.<br /><br /> La beatitudine annunciata dal Siracide nasce proprio da questa certezza: l’amore ricevuto da Dio è un amore per sempre.<br /><br /> Giovanni Battista, il nuovo Elia, e Gesù, compimento dell’amore<br /><br /> Questa riflessione conduce naturalmente alla figura di Giovanni Battista. Egli è l’Elia atteso, il profeta inviato a preparare il popolo all’incontro con il Messia.<br /><br /> La sua missione riprende quella di Elia: chiamare alla conversione e predisporre i cuori ad accogliere il Signore.<br /><br /> Ma il compimento definitivo di questa rivelazione si trova in Gesù. È lui che insegna pienamente il significato dell’amore. È lui che porta a compimento tutto ciò che la tradizione profetica aveva annunciato.<br /><br /> Gesù stesso, consegnandosi sulla croce, si addormenta nell’amore per donarci la vita. Per questo nel Vangelo di Giovanni può dire ai suoi discepoli: «Io vivo e voi vivrete». Queste parole, pronunciate nei discorsi di addio, diventano una promessa di speranza e di vita per tutti i credenti.<br /><br /> Il Padre nostro e la legge suprema dell’amore<br /><br /> Infine, anche il Vangelo proclamato oggi richiama questa stessa realtà. Il Padre nostro è l’invocazione rivolta a Dio come Padre che ci ama. Allo stesso tempo ci ricorda la relazione che deve unire noi, fratelli e sorelle, chiamati a perdonarci reciprocamente.<br /><br /> La vita nell’amore si esprime proprio in questa doppia relazione: con Dio Padre e con i fratelli.<br /><br /> Per questo, celebrando l’Eucaristia, ringraziamo il Signore per il dono del suo amore e rinnoviamo il desiderio di vivere secondo questa legge suprema. Chiediamo la grazia di riposare in Lui, di lasciarci guidare dalla sua parola e di camminare ogni giorno nella via dell’amore che vince la morte e conduce alla vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72592584</guid><pubDate>Fri, 19 Jun 2026 03:44:04 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72592584/imported_1781840493266483_audio.mp3" length="8824790" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi interrompiamo la lettura del Libro dei Re per soffermarci su un testo del Siracide, il capitolo 48, che ci parla proprio di Elia e di Eliseo. Questa sezione finale del Siracide è dedicata all’elogio dei grandi personaggi della storia di Israele e...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Oggi interrompiamo la lettura del Libro dei Re per soffermarci su un testo del Siracide, il capitolo 48, che ci parla proprio di Elia e di Eliseo. Questa sezione finale del Siracide è dedicata all’elogio dei grandi personaggi della storia di Israele e non si limita a ricordarne le vicende, ma ne offre una rilettura teologica profonda.<br /><br /> Questo testo si inserisce perfettamente nel percorso che stiamo facendo in questi giorni sulla figura di Elia. Ritroviamo infatti un tratto fondamentale della sua missione: essere l’uomo della parola. Il Siracide lo descrive con immagini potenti: «Sorse Elia, profeta come un fuoco, la sua parola bruciava come fiaccola».<br /><br /> Questa parola ardente richiama il fuoco della presenza divina. È un fuoco che riscalda il cuore del popolo e che continua a riscaldare anche il nostro quando ci viene annunciata una prospettiva di conversione, di cambiamento e di rinnovamento della vita.<br /><br /> La missione di Elia: riconciliare i cuori<br /><br /> Il Siracide ci aiuta a comprendere che la missione di Elia non consisteva soltanto nel correggere la gravissima situazione religiosa e morale del suo tempo. La sua opera aveva un obiettivo ancora più profondo: «calmare l’ira prima che divampi», «ricondurre il cuore del padre verso il figlio» e «ristabilire le tribù di Giacobbe».<br /><br /> La parola del profeta è dunque una parola di riconciliazione. Elia è inviato per sanare le fratture tra le generazioni, tra padri e figli, per ricostruire l’unità del popolo e riportarlo alla fedeltà dell’alleanza con Dio.<br /><br /> La sua predicazione non è semplicemente una denuncia del male, ma un invito a ritrovare la comunione perduta. Attraverso la sua parola infuocata il popolo è chiamato ad abbandonare gli idoli, i Baal, e a tornare al Signore.<br /><br /> Beati coloro che hanno visto il profeta<br /><br /> Un versetto del Siracide colpisce particolarmente: «Beati coloro che ti hanno visto e si sono addormentati nell’amore».<br /><br /> Ci soffermiamo anzitutto sull’espressione «ti hanno visto». Non si tratta soltanto di aver incontrato fisicamente Elia. Significa averlo riconosciuto come profeta, aver accolto la sua parola, aver creduto al suo annuncio e aver camminato secondo il suo insegnamento.<br /><br /> Sono beati coloro che non si sono lasciati imprigionare dagli idoli, ma hanno compiuto un autentico atto di fede nella parola di Dio trasmessa dal profeta. Hanno saputo vedere in Elia non semplicemente un uomo straordinario, ma il messaggero del Signore.<br /><br /> Addormentarsi nell’amore<br /><br /> L’espressione «si sono addormentati nell’amore» apre una riflessione molto profonda. Probabilmente l’immagine del sonno rimanda alla morte. Dopo aver compiuto il proprio cammino, questi credenti si sono addormentati, ma il testo aggiunge subito: «anche noi vivremo certamente».<br /><br /> Possiamo allora intravedere un’intuizione che sembra anticipare la speranza della risurrezione. Per chi segue la parola di Dio non esiste soltanto la morte. Il sonno diventa attesa di un risveglio alla vita.<br /><br /> Anche se può sembrare un collegamento audace, il Siracide sembra aprire uno spiraglio verso questa prospettiva: ci si addormenta, ma per risvegliarsi nella vita che Dio dona.<br /><br /> Tuttavia ciò che colpisce maggiormente è l’espressione stessa: addormentarsi nell’amore. È un’immagine di straordinaria tenerezza e profondità spirituale.<br /><br /> Tutta l’opera del profeta è per l’amore<br /><br /> La parola di Elia è una parola forte, talvolta dura. Combatte contro gli idoli, smaschera i falsi profeti e si oppone ai poteri che vogliono costruire la propria autonomia da Dio, come accadeva ai tempi del re Acab e della regina Gezabele.<br /><br /> Eppure il Siracide ci fa comprendere che tutta questa lotta non è fine a se stessa. Lo scopo ultimo dell’opera profetica è l’amore.<br /><br /> Dietro ogni richiamo alla conversione, dietro ogni denuncia dell’idolatria, vi è il desiderio di...]]></itunes:summary><itunes:duration>552</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Elia ed Eliseo: un rapporto che nasce da Dio e conduce a Dio - Omelia di mercoledì XI settimana to</title><link>https://www.spreaker.com/episode/elia-ed-eliseo-un-rapporto-che-nasce-da-dio-e-conduce-a-dio-omelia-di-mercoledi-xi-settimana-to--72565987</link><description><![CDATA[Ci lasciamo guidare dalla straordinaria relazione tra Elia ed Eliseo per comprendere quanto possa essere bello, forte e profondo il nostro rapporto con Dio Padre. Al centro della vicenda non c’è semplicemente l’amicizia tra due uomini, ma il loro legame con il Signore, che orienta tutta la loro vita e la loro missione.<br /><br /> La fine della vita di Elia è particolarmente significativa. Non è lui a decidere il momento della sua partenza: è Dio che gli dà appuntamento e lo chiama a sé. Dopo aver percorso le strade di Israele come profeta forte ed esigente, Elia viene richiamato dal Signore e sale al cielo nel turbine. Questa chiamata manifesta che tutta la sua esistenza appartiene a Dio, dall’inizio alla fine.<br /><br /> Per Eliseo, però, questo momento rappresenta una prova dolorosa. Egli deve affrontare la separazione dal suo maestro, dal suo padre spirituale. Quello che per Elia è il compimento della sua missione, per Eliseo è un vero e proprio lutto.<br /><br /> L’ultimo cammino di Elia attraverso la storia della salvezza<br /><br /> L’itinerario finale di Elia attraversa luoghi carichi di significato per la storia del popolo di Israele. Egli passa da Galgala, luogo dell’ingresso nella Terra Promessa dopo il lungo cammino dell’esodo. Attraversa poi Betel, dove Giacobbe ebbe il celebre sogno della scala che univa cielo e terra. Successivamente giunge a Gerico, la prima città conquistata dagli Israeliti entrando nella terra donata da Dio.<br /><br /> Infine arriva al Giordano, il luogo del passaggio per eccellenza. È come se Elia percorresse a ritroso la storia della salvezza del suo popolo, tornando simbolicamente al punto da cui tutto era iniziato. Questo viaggio finale non è casuale: è un pellegrinaggio spirituale che richiama le grandi opere compiute da Dio nella storia di Israele.<br /><br /> La fedeltà di Eliseo fino alla fine<br /><br /> Durante questo cammino, Elia invita più volte Eliseo a fermarsi e a non seguirlo oltre. Potrebbe sembrare quasi il desiderio di lasciarlo libero o di evitargli il dolore della separazione.<br /><br /> Noi vediamo però la straordinaria perseveranza di Eliseo. Egli rifiuta ogni volta di abbandonare il maestro e decide di accompagnarlo fino all’ultimo momento. La sua fedeltà è totale.<br /><br /> Questo atteggiamento lo distingue nettamente dai cosiddetti figli dei profeti. Anch’essi sanno ciò che sta per accadere, ma si comportano quasi da spettatori. Sembrano interessati soprattutto ad assistere all’evento. Eliseo, invece, è coinvolto personalmente e profondamente. Per lui non si tratta di assistere a qualcosa di straordinario, ma di restare accanto a una persona amata e a un maestro che gli ha insegnato a servire Dio.<br /><br /> La richiesta della doppia porzione dello spirito<br /><br /> Quando Elia domanda a Eliseo che cosa desideri ricevere prima della separazione, la risposta è sorprendente: egli chiede una doppia porzione del suo spirito.<br /><br /> Non si tratta di una richiesta egoistica o ambiziosa. Nella tradizione biblica la doppia porzione rappresenta l’eredità riservata al figlio primogenito. Eliseo si riconosce quindi come figlio spirituale di Elia e desidera ricevere ciò che gli permetterà di continuare la missione ricevuta da Dio.<br /><br /> Inoltre, non chiede lo spirito personale di Elia, ma quello Spirito di Dio che ha sostenuto Elia durante tutta la sua vita profetica. La sua richiesta nasce dal desiderio di continuare l’opera del Signore e di servire il popolo con la stessa fedeltà del suo maestro.<br /><br /> Il fuoco come manifestazione della gloria di Dio<br /><br /> La scena del carro di fuoco e dei cavalli di fuoco richiama una lunga tradizione biblica. Il fuoco è infatti uno dei segni privilegiati della presenza divina.<br /><br /> Pensiamo al roveto ardente attraverso cui Dio si manifesta a Mosè. Pensiamo alla colonna di fuoco che guida Israele nel deserto. Pensiamo ancora al fuoco del monte Carmelo che manifesta la potenza del vero Dio contro i falsi profeti di Baal.<br /><br /> In questo racconto il fuoco esprime la gloria divina. Elia viene assunto direttamente in cielo attraverso questa manifestazione della presenza di Dio. La sua partenza non è una sconfitta né una semplice morte, ma un ingresso nella gloria del Signore.<br /><br /> Il grido di Eliseo: «Padre mio, padre mio»<br /><br /> Nel momento della separazione, Eliseo esclama: «Padre mio, padre mio, carro d’Israele e sua cavalleria».<br /><br /> Queste parole rivelano anzitutto l’affetto profondo che lo lega a Elia. Lo riconosce come padre e maestro. In esse si esprime tutto il dolore della separazione, tanto che subito dopo Eliseo compirà il gesto tradizionale del lutto, lacerandosi le vesti.<br /><br /> Ma in quelle stesse parole vi è anche un’importante professione di fede. Chiamando Elia «carro d’Israele e sua cavalleria», Eliseo riconosce che la vera difesa del popolo non proveniva dalle armi del re Acab o dalle sue alleanze politiche. La vera protezione di Israele era il profeta che parlava in nome di Dio.<br /><br /> La forza del popolo non stava negli eserciti, ma nella fedeltà alla parola del Signore.<br /><br /> Il mantello e la continuità della missione<br /><br /> Quando Elia viene assunto in cielo, il suo mantello cade a terra. Questo gesto possiede un profondo valore simbolico.<br /><br /> Il mantello rappresenta la missione profetica che non termina con la partenza di Elia. Eliseo lo raccoglie e, giunto al Giordano, percuote le acque proprio come aveva fatto il suo maestro. Le acque si dividono nuovamente.<br /><br /> Attraverso questo segno comprendiamo che il dono di Dio continua a operare. La profezia non si interrompe. La missione passa da Elia a Eliseo.<br /><br /> La comunità stessa riconosce questo passaggio quando afferma che lo spirito di Elia si è posato su Eliseo. Non si tratta di una gloria personale né di un privilegio individuale. Tutto è finalizzato al bene del popolo, che continua a essere guidato e accompagnato da un profeta del Signore.<br /><br /> Una profezia che si compie in Gesù<br /><br /> Questa vicenda diventa anche una figura profetica di Gesù. Come Elia, Gesù è venuto nel mondo per annunciare la parola di Dio. Come Elia, è tornato al Padre attraverso l’ascensione al cielo.<br /><br /> Ma c’è un altro aspetto ancora più importante. Gesù, prima di tornare al Padre, ha trasmesso ai suoi discepoli la sua missione. Ha affidato loro il compito dell’annuncio, della guarigione e della salvezza.<br /><br /> Ricordiamo il momento in cui invia i discepoli: uomini ancora fragili, inesperti e imperfetti. Tuttavia essi ricevono la forza necessaria non dalle proprie capacità, ma dalla potenza di Dio. Allo stesso modo, Eliseo non continua la missione grazie alle sue qualità personali, ma grazie al dono ricevuto dal Signore.<br /><br /> Anche noi chiamati a essere portavoce di Dio<br /><br /> Questa pagina biblica ci invita a coltivare un rapporto profondo con il Signore fatto di ascolto, invocazione, fiducia e ricerca costante della sua presenza.<br /><br /> Anche noi siamo chiamati a essere portavoce della sua parola all’interno delle nostre famiglie, delle nostre comunità, tra i figli, i nipoti e tutte le persone che incontriamo. La nostra efficacia non dipende dalle nostre capacità personali, ma dalla nostra unione con Dio.<br /><br /> Per questo siamo invitati a evitare ogni forma di autoreferenzialità. Non viviamo la fede per ottenere riconoscimenti, vantaggi o ammirazione. Come insegna il Vangelo, la preghiera, il digiuno e l’elemosina devono orientare lo sguardo verso il Padre.<br /><br /> Tutto ciò che facciamo deve rendere visibile la sua presenza in mezzo a noi e testimoniare che il suo Regno è già all’opera nel mondo. La salvezza che Dio offre non è destinata a pochi privilegiati, ma è una chiamata universale rivolta a tutti.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72565987</guid><pubDate>Wed, 17 Jun 2026 17:20:34 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72565987/imported_1781716750835569_audio.mp3" length="8745377" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Ci lasciamo guidare dalla straordinaria relazione tra Elia ed Eliseo per comprendere quanto possa essere bello, forte e profondo il nostro rapporto con Dio Padre. 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Egli deve affrontare la separazione dal suo maestro, dal suo padre spirituale. Quello che per Elia è il compimento della sua missione, per Eliseo è un vero e proprio lutto.<br /><br /> L’ultimo cammino di Elia attraverso la storia della salvezza<br /><br /> L’itinerario finale di Elia attraversa luoghi carichi di significato per la storia del popolo di Israele. Egli passa da Galgala, luogo dell’ingresso nella Terra Promessa dopo il lungo cammino dell’esodo. Attraversa poi Betel, dove Giacobbe ebbe il celebre sogno della scala che univa cielo e terra. Successivamente giunge a Gerico, la prima città conquistata dagli Israeliti entrando nella terra donata da Dio.<br /><br /> Infine arriva al Giordano, il luogo del passaggio per eccellenza. È come se Elia percorresse a ritroso la storia della salvezza del suo popolo, tornando simbolicamente al punto da cui tutto era iniziato. Questo viaggio finale non è casuale: è un pellegrinaggio spirituale che richiama le grandi opere compiute da Dio nella storia di Israele.<br /><br /> La fedeltà di Eliseo fino alla fine<br /><br /> Durante questo cammino, Elia invita più volte Eliseo a fermarsi e a non seguirlo oltre. Potrebbe sembrare quasi il desiderio di lasciarlo libero o di evitargli il dolore della separazione.<br /><br /> Noi vediamo però la straordinaria perseveranza di Eliseo. Egli rifiuta ogni volta di abbandonare il maestro e decide di accompagnarlo fino all’ultimo momento. La sua fedeltà è totale.<br /><br /> Questo atteggiamento lo distingue nettamente dai cosiddetti figli dei profeti. Anch’essi sanno ciò che sta per accadere, ma si comportano quasi da spettatori. Sembrano interessati soprattutto ad assistere all’evento. Eliseo, invece, è coinvolto personalmente e profondamente. Per lui non si tratta di assistere a qualcosa di straordinario, ma di restare accanto a una persona amata e a un maestro che gli ha insegnato a servire Dio.<br /><br /> La richiesta della doppia porzione dello spirito<br /><br /> Quando Elia domanda a Eliseo che cosa desideri ricevere prima della separazione, la risposta è sorprendente: egli chiede una doppia porzione del suo spirito.<br /><br /> Non si tratta di una richiesta egoistica o ambiziosa. Nella tradizione biblica la doppia porzione rappresenta l’eredità riservata al figlio primogenito. Eliseo si riconosce quindi come figlio spirituale di Elia e desidera ricevere ciò che gli permetterà di continuare la missione ricevuta da Dio.<br /><br /> Inoltre, non chiede lo spirito personale di Elia, ma quello Spirito di Dio che ha sostenuto Elia durante tutta la sua vita profetica. La sua richiesta nasce dal desiderio di continuare l’opera del Signore e di servire il popolo con la stessa fedeltà del suo maestro.<br /><br /> Il fuoco come manifestazione della gloria di Dio<br /><br /> La scena del carro di fuoco e dei cavalli di fuoco richiama una lunga tradizione biblica. Il fuoco è infatti uno dei segni privilegiati della presenza divina.<br /><br /> Pensiamo al roveto ardente attraverso cui Dio si manifesta a Mosè. Pensiamo alla colonna di fuoco che guida Israele nel deserto. 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Certamente il Vangelo parla della chiamata degli Apostoli e della missione, ma prima di tutto riguarda ciascuno di noi.<br /><br /> La prima domanda che ci possiamo porre è: che cosa abbiamo ricevuto gratuitamente? Potremmo rispondere anzitutto la vita stessa, ricevuta attraverso i nostri genitori. Potremmo pensare ai nostri talenti, alle qualità che ci caratterizzano, a tutto ciò che ci rende le persone che siamo. Tuttavia il Vangelo sembra indicare qualcosa di ancora più profondo: la relazione con il Signore, il fatto di essere stati raggiunti dalla sua chiamata e dal suo amore.<br /><br /> Guardando ai discepoli, che all'inizio del loro cammino ricevono il nome di Apostoli e vengono inviati in missione, ci accorgiamo che anch'essi avevano ricevuto anzitutto una chiamata. Erano persone molto diverse tra loro: pescatori, un pubblicano, uno zelota, perfino Giuda Iscariota. Non erano uomini particolarmente straordinari agli occhi del mondo, eppure Gesù li ha scelti liberamente e volontariamente.<br /><br /> Pensiamo allora a Pietro che, dopo la pesca miracolosa, si sente piccolo davanti a Gesù e dice: «Allontanati da me, perché sono un peccatore». In quel momento sperimenta chiaramente la sproporzione tra ciò che è e ciò che riceve. Il dono nasce dall'obbedienza alla parola di Gesù e dalla sua iniziativa gratuita. Così anche per noi il dono ricevuto consiste nella vita nuova che il Signore ci comunica rendendoci suoi discepoli.<br /><br /> La liberazione e l'alleanza: il modello di ogni dono<br /><br /> Le altre letture ci aiutano a comprendere ancora meglio questo dono.<br /><br /> Nel libro dell'Esodo il popolo è appena uscito dall'Egitto. Dopo secoli di schiavitù, dopo una vita fatta di oppressione e fatica, Israele viene liberato. Dio lo conduce fuori dalla schiavitù, lo protegge, lo nutre e lo accompagna come un padre premuroso. Tutto questo non è il frutto dei meriti del popolo, ma un dono gratuito.<br /><br /> Quella liberazione apre una prospettiva nuova: una terra promessa, una vita diversa, una speranza che prima non esisteva. Anche nella nostra esperienza il Signore opera così: ci libera da ciò che ci tiene schiavi e ci apre orizzonti nuovi.<br /><br /> Cristo è morto per noi quando eravamo peccatori<br /><br /> La seconda lettura porta ancora più in profondità questo messaggio. San Paolo ci ricorda che Cristo è morto per noi quando eravamo ancora deboli, peccatori e perfino nemici di Dio.<br /><br /> Già sarebbe raro trovare qualcuno disposto a morire per una persona giusta; Cristo invece ha dato la sua vita per chi era lontano da Lui. Questo è il cuore del dono ricevuto: il perdono, la riconciliazione, una vita nuova, la resurrezione, l'appartenenza a Dio.<br /><br /> Il Signore dice al suo popolo: «Voi siete miei». Questa appartenenza reciproca è una realtà meravigliosa. Dio si presenta come il Dio dell'alleanza e ci fa capire che non siamo abbandonati a noi stessi. Anche i discepoli scoprono di appartenere al Signore, e questa consapevolezza trasforma completamente la loro vita.<br /><br /> Come il dono di Dio cambia la nostra vita quotidiana<br /><br /> Ci domandiamo allora in che modo questo dono gratuito abbia cambiato concretamente la nostra esistenza.<br /><br /> Essere discepoli del Signore dà un significato nuovo all'essere padre o madre, marito o moglie, figlio, lavoratore, anziano, nonno. Cambia il modo di affrontare una malattia, una difficoltà, una ferita, una prova.<br /><br /> Quando guardiamo la nostra storia, ci accorgiamo che il dono ricevuto è sempre legato a una fragilità, a un bisogno, a una sofferenza che il Signore ha raggiunto. Spesso lo ha fatto attraverso altre persone che ci hanno aiutato, sostenuto e accompagnato. È lì che abbiamo sperimentato la sua presenza.<br /><br /> Per questo motivo il «gratuitamente avete ricevuto» non è un'affermazione astratta, ma la memoria viva di come Dio è entrato nella nostra vita e l'ha trasformata.<br /><br /> Lo sguardo compassionevole di Gesù<br /><br /> Prima ancora di inviare i discepoli, Gesù guarda le folle. Il Vangelo dice che ne ebbe compassione perché erano stanche e sfinite.<br /><br /> Ci colpisce profondamente questo sguardo di Gesù. Egli vede ciò che spesso sfugge agli altri: la fatica, il peso, lo smarrimento delle persone. Non si limita a osservare, ma si lascia toccare interiormente da quella sofferenza. La compassione è il desiderio concreto di avvicinarsi, di prendersi cura, di aiutare.<br /><br /> La cosa sorprendente è che Gesù non sceglie di fare tutto da solo. Invece di intervenire direttamente, coinvolge i suoi discepoli e li rende partecipi della sua missione.<br /><br /> Chiamati, inviati e resi capaci<br /><br /> Gesù fa comprendere ai suoi discepoli l'enormità del bisogno presente nel mondo: la messe è abbondante, ma gli operai sono pochi.<br /><br /> Li invita anzitutto a pregare il Signore della messe. Poi li chiama vicino a sé. Non li manda immediatamente: prima li vuole accanto a Lui.<br /><br /> Successivamente dona loro il potere di scacciare gli spiriti impuri e di guarire le malattie. Pur essendo uomini fragili e apparentemente impreparati, vengono riempiti della forza di Dio.<br /><br /> Gesù li chiama per nome, uno ad uno. Questo particolare mostra quanto la missione sia personale. Nessuno viene inviato in modo anonimo.<br /><br /> Infine li manda. In un primo momento non verso i pagani o i samaritani, ma verso le pecore perdute della casa d'Israele. C'è un'urgenza immediata: soccorrere chi è vicino, chi è già conosciuto, chi soffre accanto a noi.<br /><br /> Il Regno è vicino: una missione per tutti<br /><br /> Durante il cammino i discepoli devono annunciare che il Regno dei Cieli è vicino. Non devono restare fermi, ma mettersi in movimento.<br /><br /> Gesù affida loro una missione enorme: guarire gli infermi, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni. In altre parole, portare la vita di Dio dove regnano sofferenza, esclusione e morte.<br /><br /> A questo punto appare chiaro che il comando «gratuitamente date» non riguarda soltanto alcuni, ma tutti noi. Le persone che attendono una parola di speranza, una consolazione, un gesto di vicinanza sono numerosissime.<br /><br /> Non occorre cercarle lontano. Le troviamo nel nostro condominio, nelle nostre famiglie, tra gli amici, tra le persone che incontriamo ogni giorno. È proprio lì che il Signore ci manda.<br /><br /> Dare ciò che abbiamo ricevuto<br /><br /> Siamo invitati a chiederci concretamente come possiamo dare gratuitamente durante questa settimana.<br /><br /> Possiamo ascoltare qualcuno, farci vicini a una persona sola, accompagnare chi sta attraversando una difficoltà, offrire tempo, attenzione e incoraggiamento. Possiamo prendere per mano chi ne ha bisogno, proprio perché anche noi, in passato, siamo stati presi per mano dal Signore.<br /><br /> Quando riconosciamo il dono ricevuto, nasce spontaneamente il desiderio di condividerlo. La nostra sollecitudine verso gli altri diventa autentica e piena di vita.<br /><br /> Al contrario, quando dimentichiamo ciò che abbiamo ricevuto, quando pensiamo di esserci meritati tutto da soli, allora il desiderio di donare si spegne. La gratitudine diminuisce e la missione perde slancio.<br /><br /> La gioia di chi serve<br /><br /> Per questo accogliamo l'invito di Gesù a riscoprire con stupore e gratitudine il dono ricevuto gratuitamente. Solo così possiamo sperimentare la bellezza del donare.<br /><br /> Un esempio concreto lo vediamo nell'esperienza dell'Estate Ragazzi. I bambini e i giovani che si mettono al servizio degli altri sperimentano immediatamente una dinamica sorprendente: donando ricevono a loro volta. Si crea uno scambio che riempie tutti di gioia, di entusiasmo e di luce negli occhi.<br /><br /> Questa esperienza non è riservata soltanto a chi partecipa a quelle attività. È una chiamata universale. Nessuno può sentirsi escluso.<br /><br /> Anche chi pensa di aver già dato abbastanza o di non avere più energie può ancora donare qualcosa. Tutti possiamo offrire tempo, attenzione, affetto, preghiera, ascolto e presenza.<br /><br /> Per questo sentiamo l'invito finale a ritornare continuamente alla sorgente: ricordare ciò che abbiamo ricevuto gratuitamente dal Signore. Solo così potremo continuare a dare gratuitamente agli altri.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72524605</guid><pubDate>Sun, 14 Jun 2026 16:40:53 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72524605/imported_1781454676337345_audio.mp3" length="13032803" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Parto dalle ultime parole del Vangelo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Sono utili per comprendere il senso profondo di questo brano, senza ridurlo soltanto al tema delle vocazioni sacerdotali o religiose. 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Tuttavia il Vangelo sembra indicare qualcosa di ancora più profondo: la relazione con il Signore, il fatto di essere stati raggiunti dalla sua chiamata e dal suo amore.<br /><br /> Guardando ai discepoli, che all'inizio del loro cammino ricevono il nome di Apostoli e vengono inviati in missione, ci accorgiamo che anch'essi avevano ricevuto anzitutto una chiamata. Erano persone molto diverse tra loro: pescatori, un pubblicano, uno zelota, perfino Giuda Iscariota. Non erano uomini particolarmente straordinari agli occhi del mondo, eppure Gesù li ha scelti liberamente e volontariamente.<br /><br /> Pensiamo allora a Pietro che, dopo la pesca miracolosa, si sente piccolo davanti a Gesù e dice: «Allontanati da me, perché sono un peccatore». In quel momento sperimenta chiaramente la sproporzione tra ciò che è e ciò che riceve. Il dono nasce dall'obbedienza alla parola di Gesù e dalla sua iniziativa gratuita. Così anche per noi il dono ricevuto consiste nella vita nuova che il Signore ci comunica rendendoci suoi discepoli.<br /><br /> La liberazione e l'alleanza: il modello di ogni dono<br /><br /> Le altre letture ci aiutano a comprendere ancora meglio questo dono.<br /><br /> Nel libro dell'Esodo il popolo è appena uscito dall'Egitto. Dopo secoli di schiavitù, dopo una vita fatta di oppressione e fatica, Israele viene liberato. Dio lo conduce fuori dalla schiavitù, lo protegge, lo nutre e lo accompagna come un padre premuroso. Tutto questo non è il frutto dei meriti del popolo, ma un dono gratuito.<br /><br /> Quella liberazione apre una prospettiva nuova: una terra promessa, una vita diversa, una speranza che prima non esisteva. Anche nella nostra esperienza il Signore opera così: ci libera da ciò che ci tiene schiavi e ci apre orizzonti nuovi.<br /><br /> Cristo è morto per noi quando eravamo peccatori<br /><br /> La seconda lettura porta ancora più in profondità questo messaggio. San Paolo ci ricorda che Cristo è morto per noi quando eravamo ancora deboli, peccatori e perfino nemici di Dio.<br /><br /> Già sarebbe raro trovare qualcuno disposto a morire per una persona giusta; Cristo invece ha dato la sua vita per chi era lontano da Lui. Questo è il cuore del dono ricevuto: il perdono, la riconciliazione, una vita nuova, la resurrezione, l'appartenenza a Dio.<br /><br /> Il Signore dice al suo popolo: «Voi siete miei». Questa appartenenza reciproca è una realtà meravigliosa. Dio si presenta come il Dio dell'alleanza e ci fa capire che non siamo abbandonati a noi stessi. 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Non trovare il proprio figlio per tre giorni è motivo di grande angoscia, un'angoscia che condivide con Giuseppe.<br /><br /> Quando finalmente ritrova Gesù, Maria gli rivolge una domanda che nasce direttamente dalla sofferenza: «Figlio, perché ci hai fatto questo?». Non si tratta tanto di un rimprovero quanto dell'espressione sincera della fatica e del dolore che porta nel cuore. In questo Maria ci appare molto vicina, perché vive sentimenti che appartengono anche alla nostra esperienza.<br /><br /> Siamo così invitati a rispettare profondamente le angosce e le sofferenze delle persone, sia quelle espresse apertamente sia quelle custodite nel silenzio. Il dolore merita sempre rispetto e attenzione.<br /><br /> Il mistero dell'incomprensione e la custodia del cuore<br /><br /> La risposta di Gesù non sembra alleviare immediatamente il dolore della Madre. Anzi, il Vangelo sottolinea che Maria e Giuseppe non comprendono pienamente le sue parole. Ci troviamo così davanti al mistero dell'incomprensione, che spesso accompagna anche la nostra vita di fede.<br /><br /> Di fronte a ciò, Maria non insiste con nuove domande né pretende spiegazioni ulteriori. Compie invece un gesto interiore straordinario: custodisce tutto nel suo cuore. Questo verbo racchiude una ricchezza di significati: conservare, proteggere, meditare, mettere insieme gli eventi e cercarne il senso più profondo.<br /><br /> Maria aveva già vissuto questo atteggiamento alla nascita di Gesù, quando gli eventi straordinari legati ai pastori e agli altri segni suscitavano interrogativi e meraviglia. Anche allora custodiva ogni cosa nel suo cuore, cercando di comprenderne il significato alla luce dell'opera di Dio.<br /><br /> Il cuore di Maria è dunque un cuore capace di raccogliere e custodire. Non è un cuore insensibile o distaccato, ma un cuore che partecipa profondamente alle vicende del Figlio. Con lui vive le gioie e i dolori della vita, fino a condividere il dolore più grande, quello della sua morte sulla croce.<br /><br /> Imparare da Maria a custodire la vita<br /><br /> Siamo chiamati a prendere esempio da Maria, facendo nostra questa capacità di custodire. Anzitutto dobbiamo custodire la Parola del Signore, il seme che Dio getta ogni giorno nel terreno della nostra esistenza affinché porti frutto.<br /><br /> Ma siamo chiamati anche a custodire tutte le esperienze della vita quotidiana: le gioie e i dolori, le vicende delle nostre famiglie, le preoccupazioni per i figli e i nipoti, gli eventi che riguardano la nostra città, il nostro Paese e il mondo intero.<br /><br /> Spesso ci rendiamo conto di non essere capaci di contenere da soli tutto ciò che viviamo. Le preoccupazioni sono tante e il nostro cuore è limitato. Per questo ci rivolgiamo a Maria chiedendole aiuto. Affidiamo a lei il nostro cuore e le diciamo di custodire ciò che noi non riusciamo a custodire, sostenendoci nel cammino della fede e della vita.<br /><br /> Un cuore capace di gioire per la salvezza<br /><br /> La riflessione si allarga poi alla prima lettura, che mette in luce un'altra caratteristica fondamentale del cuore di Maria: la sua straordinaria capacità di gioire.<br /><br /> Le parole «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio» esprimono una gioia profonda e stabile, ben diversa da una felicità superficiale o passeggera. È la gioia che nasce dalla contemplazione della salvezza operata da Dio.<br /><br /> Questa stessa gioia risuona nel Salmo e nel Magnificat: il cuore esulta nel Signore Salvatore. Maria gioisce perché riconosce l'azione di Dio nella storia. Pur vedendo le difficoltà del mondo, le ingiustizie, la forza apparente dei potenti, la fame, la debolezza e le tante forme di povertà e sterilità, riesce a scorgere nelle pieghe della realtà l'opera salvifica del Signore.<br /><br /> La salvezza che nasce dall'amore<br /><br /> Maria contempla un Dio che non salva attraverso la forza, il potere o la guerra. Il Signore sceglie una via completamente diversa: assume la nostra carne, si fa piccolo e si dona per amore.<br /><br /> La sua salvezza si manifesta attraverso la compassione, la vicinanza e il dono totale di sé. Cristo offre la propria vita per noi, e proprio in questo amore donato si rivela la vera potenza di Dio.<br /><br /> Maria riconosce questa logica divina e per questo il suo cuore è pieno di gioia. È una gioia autentica che non rimane chiusa in se stessa, ma si comunica agli altri, contagia e prende per mano chi le si avvicina.<br /><br /> Riconoscere i segni del Signore e farli fiorire<br /><br /> Siamo infine invitati a conservare nel nostro cuore non solo le esperienze dolorose e le domande irrisolte, ma anche i segni di bene e di grazia che il Signore continuamente ci offre.<br /><br /> Con umiltà dobbiamo imparare a riconoscere i piccoli segni della sua presenza nella nostra vita. Questi doni, spesso discreti e nascosti, non devono essere trascurati, ma accolti e fatti fiorire.<br /><br /> La risposta più bella a tali segni è il ringraziamento: un ringraziamento che trova la sua espressione più alta nell'Eucaristia e che deve diventare anche uno stile di vita. Seguendo Maria, impariamo così a custodire tutto nel cuore, a leggere la storia con gli occhi della fede e a vivere nella gioia della salvezza che Dio continua a operare nel mondo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72513358</guid><pubDate>Sat, 13 Jun 2026 15:46:04 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72513358/imported_1781364613590186_audio.mp3" length="5799601" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nella festa del Cuore Immacolato di Maria contempliamo il cuore della Madre come esempio e consolazione per il nostro cammino. Il Vangelo ci presenta uno degli episodi più significativi della sua vita: lo smarrimento di Gesù nel Tempio. Vediamo una...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nella festa del Cuore Immacolato di Maria contempliamo il cuore della Madre come esempio e consolazione per il nostro cammino. Il Vangelo ci presenta uno degli episodi più significativi della sua vita: lo smarrimento di Gesù nel Tempio. Vediamo una Maria profondamente umana, che vive un dolore autentico e comprensibile. Non trovare il proprio figlio per tre giorni è motivo di grande angoscia, un'angoscia che condivide con Giuseppe.<br /><br /> Quando finalmente ritrova Gesù, Maria gli rivolge una domanda che nasce direttamente dalla sofferenza: «Figlio, perché ci hai fatto questo?». Non si tratta tanto di un rimprovero quanto dell'espressione sincera della fatica e del dolore che porta nel cuore. In questo Maria ci appare molto vicina, perché vive sentimenti che appartengono anche alla nostra esperienza.<br /><br /> Siamo così invitati a rispettare profondamente le angosce e le sofferenze delle persone, sia quelle espresse apertamente sia quelle custodite nel silenzio. Il dolore merita sempre rispetto e attenzione.<br /><br /> Il mistero dell'incomprensione e la custodia del cuore<br /><br /> La risposta di Gesù non sembra alleviare immediatamente il dolore della Madre. Anzi, il Vangelo sottolinea che Maria e Giuseppe non comprendono pienamente le sue parole. Ci troviamo così davanti al mistero dell'incomprensione, che spesso accompagna anche la nostra vita di fede.<br /><br /> Di fronte a ciò, Maria non insiste con nuove domande né pretende spiegazioni ulteriori. Compie invece un gesto interiore straordinario: custodisce tutto nel suo cuore. Questo verbo racchiude una ricchezza di significati: conservare, proteggere, meditare, mettere insieme gli eventi e cercarne il senso più profondo.<br /><br /> Maria aveva già vissuto questo atteggiamento alla nascita di Gesù, quando gli eventi straordinari legati ai pastori e agli altri segni suscitavano interrogativi e meraviglia. Anche allora custodiva ogni cosa nel suo cuore, cercando di comprenderne il significato alla luce dell'opera di Dio.<br /><br /> Il cuore di Maria è dunque un cuore capace di raccogliere e custodire. Non è un cuore insensibile o distaccato, ma un cuore che partecipa profondamente alle vicende del Figlio. Con lui vive le gioie e i dolori della vita, fino a condividere il dolore più grande, quello della sua morte sulla croce.<br /><br /> Imparare da Maria a custodire la vita<br /><br /> Siamo chiamati a prendere esempio da Maria, facendo nostra questa capacità di custodire. Anzitutto dobbiamo custodire la Parola del Signore, il seme che Dio getta ogni giorno nel terreno della nostra esistenza affinché porti frutto.<br /><br /> Ma siamo chiamati anche a custodire tutte le esperienze della vita quotidiana: le gioie e i dolori, le vicende delle nostre famiglie, le preoccupazioni per i figli e i nipoti, gli eventi che riguardano la nostra città, il nostro Paese e il mondo intero.<br /><br /> Spesso ci rendiamo conto di non essere capaci di contenere da soli tutto ciò che viviamo. Le preoccupazioni sono tante e il nostro cuore è limitato. Per questo ci rivolgiamo a Maria chiedendole aiuto. Affidiamo a lei il nostro cuore e le diciamo di custodire ciò che noi non riusciamo a custodire, sostenendoci nel cammino della fede e della vita.<br /><br /> Un cuore capace di gioire per la salvezza<br /><br /> La riflessione si allarga poi alla prima lettura, che mette in luce un'altra caratteristica fondamentale del cuore di Maria: la sua straordinaria capacità di gioire.<br /><br /> Le parole «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio» esprimono una gioia profonda e stabile, ben diversa da una felicità superficiale o passeggera. È la gioia che nasce dalla contemplazione della salvezza operata da Dio.<br /><br /> Questa stessa gioia risuona nel Salmo e nel Magnificat: il cuore esulta nel Signore Salvatore. Maria gioisce perché riconosce l'azione di Dio nella storia. 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Guardando a quella prima comunità cristiana, riscopriamo un modello vivo e affascinante di annuncio del Vangelo, capace di ispirare ancora oggi la nostra vita personale e comunitaria.<br /><br /> Comprendiamo che non possiamo adagiarci sugli allori quando le cose vanno bene, né lasciarci scoraggiare dalle difficoltà. Anche nelle nostre comunità, spesso impegnate in riunioni, consigli pastorali e molte attività, siamo chiamati a non perdere mai di vista ciò che è essenziale: il cuore e il motore della vita cristiana, cioè il Vangelo.<br /><br /> Per questo sentiamo il bisogno di ritornare continuamente alle origini, per ritrovare l'autenticità e la forza dell'annuncio evangelico.<br /><br /> Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente siamo chiamati a dare<br /><br /> All'inizio del Vangelo vediamo Gesù che sceglie i Dodici. Non sceglie persone particolarmente istruite o preparate, ma semplici pescatori, uomini comuni. Eppure, con una straordinaria audacia, li invia a predicare.<br /><br /> Il loro stile missionario è racchiuso in una frase fondamentale: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Gesù li manda senza mezzi materiali, senza denaro, senza sicurezze, senza equipaggiamenti particolari. La loro forza non deve derivare da ciò che possiedono, ma da ciò che hanno ricevuto.<br /><br /> Questa parola interpella anche noi. Ci chiediamo se abbiamo davvero qualcosa da offrire agli altri. Se non possiamo contare sulle nostre ricchezze o sulle nostre capacità, cosa possiamo donare?<br /><br /> La risposta è nel dono ricevuto da Cristo. Ognuno di noi ha ricevuto il Vangelo nella propria vita. Qualcuno ce lo ha annunciato: forse i nostri genitori, i familiari o altre persone che hanno testimoniato la fede. Quel dono ricevuto gratuitamente non può essere trattenuto, ma deve essere restituito e condiviso con gli altri.<br /><br /> Siamo quindi chiamati a vivere e testimoniare il Vangelo con semplicità, sobrietà, forza e gioia.<br /><br /> La necessità di raccontare i doni ricevuti<br /><br /> L'annuncio del Vangelo passa inevitabilmente attraverso la parola e la comunicazione. Non possiamo evangelizzare restando in silenzio.<br /><br /> Per questo riconosciamo l'importanza di creare spazi in cui raccontarci reciprocamente le meraviglie che il Signore ha compiuto nella nostra vita. Non si tratta di qualcosa riservato a comunità particolarmente esperte o organizzate, ma di un compito che appartiene a ciascuno di noi.<br /><br /> Nelle nostre famiglie, nei condomini, nei luoghi di lavoro e in tutti gli ambienti in cui viviamo, siamo chiamati a condividere la nostra esperienza di fede e i doni che abbiamo ricevuto dal Signore.<br /><br /> Restare nei luoghi in cui il Signore ci ha posto<br /><br /> Gesù invita i suoi discepoli a rimanere nelle case e nei luoghi che li accolgono. Questa indicazione suggerisce uno stile di presenza stabile e fedele.<br /><br /> Non significa essere invadenti o imporsi agli altri, ma imparare a vivere con profondità i luoghi e le relazioni che il Signore ci affida. Non siamo chiamati a correre continuamente altrove, ma a prenderci cura delle persone che incontriamo quotidianamente.<br /><br /> Là dove siamo accolti e là dove possiamo accogliere, siamo invitati ad approfondire le relazioni, ad ascoltare, a condividere e a offrire la nostra presenza.<br /><br /> In questo modo la missione diventa una realtà concreta e quotidiana, vissuta nei luoghi ordinari della vita.<br /><br /> Il Vangelo come dono di pace<br /><br /> Gesù affida ai suoi discepoli un dono particolare: la pace. Quando entrano in una casa, la loro pace deve scendere su coloro che vi abitano.<br /><br /> Questo ci aiuta a comprendere la natura autentica dell'annuncio cristiano. Il Vangelo non è un messaggio che umilia, condanna o schiaccia le persone sotto il peso dei propri fallimenti. Non consiste nel sottolineare esclusivamente ciò che manca o ciò che non funziona.<br /><br /> Al contrario, il Vangelo apre sempre una strada nuova. È un annuncio di pace, di gioia, di serenità e di speranza. Mostra una possibilità di rinascita e una via percorribile per ogni persona.<br /><br /> Antiochia: una Chiesa aperta a tutti<br /><br /> La prima lettura ci presenta la comunità di Antiochia, una città popolata da molte etnie e culture diverse. Fino a quel momento l'annuncio era stato rivolto prevalentemente agli ebrei, ma alcuni credenti di origine greca iniziano a parlare di Gesù anche ai greci e ai pagani.<br /><br /> Accade qualcosa di sorprendente: anche loro accolgono il Vangelo. La fede attecchisce in ambienti che sembravano lontani e inattesi.<br /><br /> La comunità comprende così che il dono ricevuto non è destinato a rimanere chiuso entro confini ristretti, ma è destinato ad allargarsi continuamente.<br /><br /> Quando Barnaba arriva ad Antiochia, riconosce l'opera della grazia di Dio. Vede che non è il frutto delle sole capacità umane, ma dell'azione di Dio che opera nei cuori.<br /><br /> Conversione, fede e fedeltà<br /><br /> I frutti più belli dell'evangelizzazione non sono i numeri o i risultati esteriori, ma la trasformazione delle persone.<br /><br /> Barnaba vede che la gente crede e si converte. Le persone accolgono il messaggio della risurrezione e lasciano che esso cambi la loro vita.<br /><br /> Per questo egli esorta tutti a restare fedeli al Signore con cuore risoluto. La conversione non è un momento passeggero, ma un cammino di perseveranza e fedeltà.<br /><br /> La comunità di Antiochia appare inoltre ricca di doni e di carismi. Vi sono numerosi profeti e maestri, persone provenienti da storie molto diverse. Persino Manaèn, compagno d'infanzia di Erode, fa parte di questa realtà ecclesiale. È il segno che il Vangelo raggiunge ogni ambiente e trasforma persone molto differenti tra loro.<br /><br /> Lo Spirito Santo continua ad aprire strade nuove<br /><br /> La storia della Chiesa non si ferma ad Antiochia. A un certo punto lo Spirito Santo chiede alla comunità di riservare Barnaba e Saulo per una nuova missione.<br /><br /> Da quella comunità nasce così un ulteriore slancio missionario che porterà il Vangelo verso nuove terre del Mediterraneo.<br /><br /> Tutto parte da una comunità concreta che ascolta lo Spirito e si lascia guidare. Anche noi siamo invitati a porci la stessa domanda: qual è l'opera alla quale Dio ci chiama? Quali sono i passi nuovi che lo Spirito ci invita a compiere?<br /><br /> Non possiamo pensare di essere arrivati o di poterci fermare. La missione continua sempre.<br /><br /> Una Chiesa viva grazie alla grazia di Dio<br /><br /> Comprendiamo infine che la Chiesa manifesta la grazia di Dio quando riesce a tenere insieme tutti gli elementi fondamentali della vita cristiana: l'annuncio, l'accoglienza, la testimonianza, l'apertura a persone nuove e la capacità di donare gratuitamente ciò che ha ricevuto.<br /><br /> Quando questi aspetti vengono vissuti in armonia, la comunità rimane viva, feconda e disponibile alle sorprese dello Spirito Santo. Se invece si chiude in sé stessa, rischia di diventare rigida, restia e meno disponibile alla vitalità che Dio desidera continuamente donarle.<br /><br /> Per questo siamo invitati a interrogarci sul nostro posto all'interno di questa storia. Ci chiediamo quale gioia proviamo nel far parte di una Chiesa così dinamica, di un movimento evangelico capace di raggiungere tutti e di diffondere la luce del Vangelo.<br /><br /> Con gratitudine guardiamo a Barnaba e ai primi evangelizzatori e chiediamo anche per noi il dono della gioia del Vangelo, perché possiamo riceverlo ogni giorno e donarlo agli altri con la stessa gratuità con cui lo abbiamo ricevuto.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72484634</guid><pubDate>Thu, 11 Jun 2026 18:02:01 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72484634/imported_1781200850317486_audio.mp3" length="8611631" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Le Memorie degli Apostoli ci riportano continuamente alla bellezza e alla fecondità della Chiesa delle origini. Guardando a quella prima comunità cristiana, riscopriamo un modello vivo e affascinante di annuncio del Vangelo, capace di ispirare ancora...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Le Memorie degli Apostoli ci riportano continuamente alla bellezza e alla fecondità della Chiesa delle origini. Guardando a quella prima comunità cristiana, riscopriamo un modello vivo e affascinante di annuncio del Vangelo, capace di ispirare ancora oggi la nostra vita personale e comunitaria.<br /><br /> Comprendiamo che non possiamo adagiarci sugli allori quando le cose vanno bene, né lasciarci scoraggiare dalle difficoltà. Anche nelle nostre comunità, spesso impegnate in riunioni, consigli pastorali e molte attività, siamo chiamati a non perdere mai di vista ciò che è essenziale: il cuore e il motore della vita cristiana, cioè il Vangelo.<br /><br /> Per questo sentiamo il bisogno di ritornare continuamente alle origini, per ritrovare l'autenticità e la forza dell'annuncio evangelico.<br /><br /> Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente siamo chiamati a dare<br /><br /> All'inizio del Vangelo vediamo Gesù che sceglie i Dodici. Non sceglie persone particolarmente istruite o preparate, ma semplici pescatori, uomini comuni. Eppure, con una straordinaria audacia, li invia a predicare.<br /><br /> Il loro stile missionario è racchiuso in una frase fondamentale: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Gesù li manda senza mezzi materiali, senza denaro, senza sicurezze, senza equipaggiamenti particolari. La loro forza non deve derivare da ciò che possiedono, ma da ciò che hanno ricevuto.<br /><br /> Questa parola interpella anche noi. Ci chiediamo se abbiamo davvero qualcosa da offrire agli altri. Se non possiamo contare sulle nostre ricchezze o sulle nostre capacità, cosa possiamo donare?<br /><br /> La risposta è nel dono ricevuto da Cristo. Ognuno di noi ha ricevuto il Vangelo nella propria vita. Qualcuno ce lo ha annunciato: forse i nostri genitori, i familiari o altre persone che hanno testimoniato la fede. Quel dono ricevuto gratuitamente non può essere trattenuto, ma deve essere restituito e condiviso con gli altri.<br /><br /> Siamo quindi chiamati a vivere e testimoniare il Vangelo con semplicità, sobrietà, forza e gioia.<br /><br /> La necessità di raccontare i doni ricevuti<br /><br /> L'annuncio del Vangelo passa inevitabilmente attraverso la parola e la comunicazione. Non possiamo evangelizzare restando in silenzio.<br /><br /> Per questo riconosciamo l'importanza di creare spazi in cui raccontarci reciprocamente le meraviglie che il Signore ha compiuto nella nostra vita. Non si tratta di qualcosa riservato a comunità particolarmente esperte o organizzate, ma di un compito che appartiene a ciascuno di noi.<br /><br /> Nelle nostre famiglie, nei condomini, nei luoghi di lavoro e in tutti gli ambienti in cui viviamo, siamo chiamati a condividere la nostra esperienza di fede e i doni che abbiamo ricevuto dal Signore.<br /><br /> Restare nei luoghi in cui il Signore ci ha posto<br /><br /> Gesù invita i suoi discepoli a rimanere nelle case e nei luoghi che li accolgono. Questa indicazione suggerisce uno stile di presenza stabile e fedele.<br /><br /> Non significa essere invadenti o imporsi agli altri, ma imparare a vivere con profondità i luoghi e le relazioni che il Signore ci affida. Non siamo chiamati a correre continuamente altrove, ma a prenderci cura delle persone che incontriamo quotidianamente.<br /><br /> Là dove siamo accolti e là dove possiamo accogliere, siamo invitati ad approfondire le relazioni, ad ascoltare, a condividere e a offrire la nostra presenza.<br /><br /> In questo modo la missione diventa una realtà concreta e quotidiana, vissuta nei luoghi ordinari della vita.<br /><br /> Il Vangelo come dono di pace<br /><br /> Gesù affida ai suoi discepoli un dono particolare: la pace. Quando entrano in una casa, la loro pace deve scendere su coloro che vi abitano.<br /><br /> Questo ci aiuta a comprendere la natura autentica dell'annuncio cristiano. Il Vangelo non è un messaggio che umilia, condanna o schiaccia le persone sotto il peso dei propri fallimenti. 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Siamo invitati a leggerlo e meditarlo personalmente, perché contiene uno degli insegnamenti più importanti di Gesù.<br /><br /> Le Beatitudini ci rivelano chi appartiene al Regno dei Cieli, chi ne è abitante e possessore. Gesù descrive le caratteristiche di coloro che vivono già nella logica del Regno. Anche noi siamo chiamati a riconoscerci tra questi cittadini del Regno e a comprendere quale sia la vera ricchezza agli occhi di Dio.<br /><br /> Il Signore, nostro custode<br /><br /> Prendiamo spunto dal Salmo 120, che ripete più volte una parola particolarmente significativa: il Signore è il nostro custode. Egli è certamente il Re dell’universo, il Creatore di tutte le cose, ma il salmista mette in evidenza soprattutto la sua vicinanza e la sua cura amorevole.<br /><br /> Quando ascoltiamo le parole: «Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra che sta alla tua destra», percepiamo un’immagine molto concreta. Dio non è lontano, ma è accanto a noi. Ci custodisce, ci protegge, ci accompagna e ci sostiene in ogni momento della nostra vita.<br /><br /> Questa consapevolezza ci aiuta a comprendere che il Regno dei Cieli è vicino a noi anche quando le circostanze sembrano contraddirlo. Possiamo trovarci nella sofferenza, nella solitudine, nella malattia o in altre difficoltà e pensare che la realtà che stiamo vivendo abbia ben poco dell’immagine di un regno. Eppure Gesù non ignora queste situazioni; anzi, le assume nel suo insegnamento e mostra come proprio lì possa manifestarsi la presenza di Dio.<br /><br /> I miti erediteranno la terra<br /><br /> Tra le Beatitudini, Gesù proclama beati i miti perché erediteranno la terra. Riflettiamo sul fatto che i miti sono persone semplici, buone, disponibili agli altri. Sono coloro che sanno lasciarsi aiutare e che, allo stesso tempo, si fanno prossimi a chi è nel bisogno.<br /><br /> Secondo la logica del mondo, chi è mite sembra destinato a perdere. Siamo abituati a pensare che ottenga risultati chi è forte, chi si impone e riesce a prevalere sugli altri. Gesù invece capovolge completamente questa prospettiva.<br /><br /> L’eredità della terra non viene conquistata con la forza, ma ricevuta come dono. E proprio i miti, coloro che non fanno affidamento sul potere umano, ricevono questa promessa straordinaria. Nel Regno di Dio la vera grandezza non coincide con il dominio, ma con l’umiltà e la semplicità.<br /><br /> La fame e la sete di giustizia<br /><br /> Gesù proclama beati anche coloro che hanno fame e sete di giustizia, assicurando che saranno saziati.<br /><br /> Non si tratta di persone che cercano vendetta o che vogliono farsi giustizia da sole. Si tratta piuttosto di uomini e donne che desiderano profondamente il bene, la verità e la giustizia di Dio.<br /><br /> La loro sazietà nasce dalla vicinanza del Signore. Quando riconosciamo Dio come nostro custode e lo sentiamo presente nella nostra vita, sperimentiamo una pienezza che va oltre le nostre possibilità umane. Ci sentiamo protetti, incoraggiati, sostenuti e persino arricchiti dalla sua presenza.<br /><br /> I poveri in spirito e la ricchezza del Regno<br /><br /> Particolarmente significativa è la Beatitudine dei poveri in spirito. Essi sono coloro che non possiedono nulla. Non soltanto beni materiali, ma anche quelle ricchezze che spesso consideriamo fondamentali: sicurezze familiari, sostegni umani o persino particolari ricchezze spirituali.<br /><br /> Sono persone che si trovano nella condizione di non poter contare su se stesse e che per questo si affidano completamente a Dio.<br /><br /> Gesù afferma che proprio di loro è il Regno dei Cieli. Più diventiamo semplici, piccoli e poveri davanti a Dio, più partecipiamo alla realtà del suo Regno. La povertà evangelica non è una mancanza sterile, ma uno spazio aperto in cui il Signore può manifestare la sua presenza e colmare il cuore con i suoi doni.<br /><br /> Affidarci sempre alla protezione di Dio<br /><br /> Il Salmo ci invita a confidare pienamente nel Signore: Egli custodisce la nostra vita, ci protegge da ogni male e ci accompagna in ogni circostanza.<br /><br /> Particolarmente consolante è l’espressione che afferma che il Signore ci custodisce «quando entri e quando esci». Queste parole possono essere comprese in molti modi, ma indicano soprattutto che Dio è presente in tutti i passaggi della nostra esistenza, anche in quelli più delicati e difficili.<br /><br /> Essere beati significa allora vivere nella consapevolezza che il Signore è sempre accanto a noi. È Lui che agisce, protegge, sostiene e colma la nostra vita dei suoi doni. Quanto più ci riconosciamo piccoli e bisognosi, tanto più diventiamo capaci di accorgerci della sua presenza.<br /><br /> Al contrario, chi cerca di bastare completamente a se stesso e di costruire tutto con le proprie forze rischia di perdere la sensibilità verso il Regno di Dio e verso l’azione del Signore nella propria vita.<br /><br /> Affidiamo a Dio le nostre fragilità<br /><br /> Concludiamo affidando al Signore tutta la nostra vita. Lo ringraziamo per la sua presenza fedele e chiediamo la grazia di riconoscere che anche le nostre piccolezze, le nostre malattie e le nostre difficoltà possono diventare occasioni preziose per prendere maggiore coscienza della sua vicinanza.<br /><br /> Proprio nei momenti in cui ci sentiamo più fragili possiamo scoprire con maggiore profondità che il Signore è il nostro custode, che non ci abbandona mai e che continua ad accompagnarci con amore, ora e per sempre.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72440771</guid><pubDate>Tue, 09 Jun 2026 16:53:49 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72440771/imported_1781023938111241_audio.mp3" length="5168483" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi riflettiamo sull’inizio del capitolo quinto del Vangelo di Matteo, il celebre brano delle Beatitudini. Entriamo così nel grande Discorso della Montagna, che occupa i capitoli 5, 6 e 7 di Matteo e che accompagnerà la liturgia nei prossimi giorni....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Oggi riflettiamo sull’inizio del capitolo quinto del Vangelo di Matteo, il celebre brano delle Beatitudini. Entriamo così nel grande Discorso della Montagna, che occupa i capitoli 5, 6 e 7 di Matteo e che accompagnerà la liturgia nei prossimi giorni. Siamo invitati a leggerlo e meditarlo personalmente, perché contiene uno degli insegnamenti più importanti di Gesù.<br /><br /> Le Beatitudini ci rivelano chi appartiene al Regno dei Cieli, chi ne è abitante e possessore. Gesù descrive le caratteristiche di coloro che vivono già nella logica del Regno. Anche noi siamo chiamati a riconoscerci tra questi cittadini del Regno e a comprendere quale sia la vera ricchezza agli occhi di Dio.<br /><br /> Il Signore, nostro custode<br /><br /> Prendiamo spunto dal Salmo 120, che ripete più volte una parola particolarmente significativa: il Signore è il nostro custode. Egli è certamente il Re dell’universo, il Creatore di tutte le cose, ma il salmista mette in evidenza soprattutto la sua vicinanza e la sua cura amorevole.<br /><br /> Quando ascoltiamo le parole: «Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra che sta alla tua destra», percepiamo un’immagine molto concreta. Dio non è lontano, ma è accanto a noi. Ci custodisce, ci protegge, ci accompagna e ci sostiene in ogni momento della nostra vita.<br /><br /> Questa consapevolezza ci aiuta a comprendere che il Regno dei Cieli è vicino a noi anche quando le circostanze sembrano contraddirlo. Possiamo trovarci nella sofferenza, nella solitudine, nella malattia o in altre difficoltà e pensare che la realtà che stiamo vivendo abbia ben poco dell’immagine di un regno. Eppure Gesù non ignora queste situazioni; anzi, le assume nel suo insegnamento e mostra come proprio lì possa manifestarsi la presenza di Dio.<br /><br /> I miti erediteranno la terra<br /><br /> Tra le Beatitudini, Gesù proclama beati i miti perché erediteranno la terra. Riflettiamo sul fatto che i miti sono persone semplici, buone, disponibili agli altri. Sono coloro che sanno lasciarsi aiutare e che, allo stesso tempo, si fanno prossimi a chi è nel bisogno.<br /><br /> Secondo la logica del mondo, chi è mite sembra destinato a perdere. Siamo abituati a pensare che ottenga risultati chi è forte, chi si impone e riesce a prevalere sugli altri. Gesù invece capovolge completamente questa prospettiva.<br /><br /> L’eredità della terra non viene conquistata con la forza, ma ricevuta come dono. E proprio i miti, coloro che non fanno affidamento sul potere umano, ricevono questa promessa straordinaria. Nel Regno di Dio la vera grandezza non coincide con il dominio, ma con l’umiltà e la semplicità.<br /><br /> La fame e la sete di giustizia<br /><br /> Gesù proclama beati anche coloro che hanno fame e sete di giustizia, assicurando che saranno saziati.<br /><br /> Non si tratta di persone che cercano vendetta o che vogliono farsi giustizia da sole. Si tratta piuttosto di uomini e donne che desiderano profondamente il bene, la verità e la giustizia di Dio.<br /><br /> La loro sazietà nasce dalla vicinanza del Signore. Quando riconosciamo Dio come nostro custode e lo sentiamo presente nella nostra vita, sperimentiamo una pienezza che va oltre le nostre possibilità umane. Ci sentiamo protetti, incoraggiati, sostenuti e persino arricchiti dalla sua presenza.<br /><br /> I poveri in spirito e la ricchezza del Regno<br /><br /> Particolarmente significativa è la Beatitudine dei poveri in spirito. Essi sono coloro che non possiedono nulla. Non soltanto beni materiali, ma anche quelle ricchezze che spesso consideriamo fondamentali: sicurezze familiari, sostegni umani o persino particolari ricchezze spirituali.<br /><br /> Sono persone che si trovano nella condizione di non poter contare su se stesse e che per questo si affidano completamente a Dio.<br /><br /> Gesù afferma che proprio di loro è il Regno dei Cieli. Più diventiamo semplici, piccoli e poveri davanti a Dio, più partecipiamo alla realtà del suo Regno. La povertà...]]></itunes:summary><itunes:duration>324</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il dono reciproco che diventa benedizione! Omelia martedì X settimana TO</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-dono-reciproco-che-diventa-benedizione-omelia-martedi-x-settimana-to--72432805</link><description><![CDATA[Nelle letture di oggi riconosciamo un motivo speciale per rendere grazie a Dio per il matrimonio di Mauro e Zoya, ma anche per la vita di ciascuno di noi. La vicenda del profeta Elia e della vedova di Sarepta ci offre infatti un'immagine molto concreta e profonda della vita matrimoniale.<br /><br /> Entrambi i protagonisti sono persone bisognose. Elia arriva dopo un periodo difficile: il torrente presso cui viveva si è prosciugato e non ha più nulla. Dio gli dice di recarsi da una vedova che lo avrebbe sostenuto. Tuttavia, quando Elia arriva, scopre che anche quella donna vive una situazione di estrema povertà. Possiede soltanto un po' di farina e un po' d'olio, appena sufficienti per lei e per suo figlio.<br /><br /> Eppure proprio da questo incontro tra due fragilità nasce qualcosa di straordinario. Elia chiede acqua e un pezzo di pane; la vedova, pur nella sua miseria, si fida della parola del Signore e condivide quel poco che possiede. Da quel momento la farina non viene meno e l'olio non si esaurisce.<br /><br /> La benedizione nascosta nella condivisione<br /><br /> La benedizione di Dio non si manifesta attraverso abbondanze spettacolari o grandi ricchezze. Ogni giorno la giara continua a contenere poco, eppure quel poco basta sempre. Elia e la vedova attraversano insieme il tempo della carestia sostenendosi reciprocamente e condividendo ciò che hanno.<br /><br /> In questa immagine vediamo riflesso il mistero del matrimonio. Nessuno dei due sposi possiede tutto ciò che serve all'altro. Ognuno porta qualcosa di limitato, fragile, piccolo. Tuttavia, quando queste povertà vengono messe in comune secondo la volontà di Dio, diventano fonte di una vita bella, ricca e benedetta.<br /><br /> La vita matrimoniale non consiste nel possedere molto da offrire, ma nel mettere a disposizione con generosità ciò che si ha. È proprio questa condivisione che permette alla benedizione di Dio di abitare la casa e di renderla feconda.<br /><br /> Un aiuto reciproco alla pari<br /><br /> La prima lettura richiama anche le parole della Genesi, dove l'uomo e la donna sono chiamati a essere aiuto l'uno per l'altra. Questo aiuto non è dominio, superiorità o dipendenza unilaterale. È una relazione tra pari.<br /><br /> Quando uno dei due pretende di fare tutto da solo o di occupare una posizione di potere rispetto all'altro, l'equilibrio diventa fragile. La vera benedizione nasce invece dal riconoscimento reciproco: ciascuno sostiene l'altro e si lascia sostenere.<br /><br /> Nel matrimonio la forza non deriva dall'autosufficienza, ma dalla consapevolezza che la vita si costruisce insieme. È proprio nello stare vicini, nel condividere il cammino e nel portare insieme il peso delle giornate che si manifesta l'opera di Dio.<br /><br /> Sale della terra e luce del mondo<br /><br /> Anche il Vangelo illumina profondamente il significato della vita matrimoniale. Dopo le Beatitudini, Gesù rivolge ai suoi discepoli parole molto impegnative: siamo chiamati a essere sale della terra e luce del mondo.<br /><br /> Il sale non si vede, perché si mescola e scompare negli alimenti, ma dona sapore a tutto. La luce, invece, non può essere nascosta sotto il moggio: deve essere collocata sul candelabro affinché illumini tutta la casa.<br /><br /> Queste immagini descrivono una missione affidata a ogni cristiano, ma in modo particolare aiutano a comprendere la vocazione degli sposi. Essi sono chiamati a essere insieme sale e luce. Non si tratta di una qualità che appartiene soltanto a uno dei due; è una realtà che nasce dalla loro comunione.<br /><br /> Attraverso il loro reciproco sostegno possono diventare una luce per le figlie, per i familiari, per gli amici, per i colleghi di lavoro e per tutte le persone che incontrano. Da quella relazione molti possono ricevere incoraggiamento, speranza e bene.<br /><br /> Custodire ogni giorno il dono ricevuto<br /><br /> Essere sale e luce non è qualcosa che si realizza una volta per sempre. È un dono ricevuto da Dio, ma è anche una responsabilità da custodire quotidianamente.<br /><br /> Per questo occorre rinnovare continuamente il cammino del reciproco aiuto, senza perdere la speranza e senza lasciarsi vincere dalla stanchezza. Ci possono essere giorni difficili, momenti in cui viene meno l'entusiasmo o la voglia di impegnarsi. È una realtà che appartiene all'esperienza di ogni persona.<br /><br /> Tuttavia la nostra vita trova il suo significato proprio in questa vocazione. Quando smettiamo di essere sale e luce, tutto tende a perdere sapore e consistenza. Quando invece accogliamo la chiamata del Signore, la nostra esistenza ritrova la sua bellezza e la sua fecondità.<br /><br /> Rendere visibile l'opera di Dio<br /><br /> Gesù conclude invitando i suoi discepoli a far risplendere la propria luce davanti agli uomini affinché essi rendano gloria al Padre. Le opere buone non servono a ricevere applausi o riconoscimenti personali. Il loro scopo è mostrare l'azione di Dio.<br /><br /> Anche la vita matrimoniale diventa così una trasparenza della presenza del Signore. Le cose belle che Dio ha compiuto nella vita degli sposi non devono essere nascoste, non per mettersi in mostra, ma per testimoniare che il Signore continua a operare nella storia delle persone.<br /><br /> La prima lettura ci ricorda infatti che Dio non parte dalla nostra forza, ma dalla nostra povertà. Egli raccoglie le nostre fragilità, la nostra indigenza e i nostri limiti. Ed è proprio da lì che fa nascere una fioritura inattesa e sorprendente.<br /><br /> Un ringraziamento per Mauro e Zoya<br /><br /> Alla luce di queste letture, eleviamo il nostro ringraziamento al Signore per Mauro e Zoya, per la loro famiglia e per tutte le persone che li hanno accompagnati nel loro cammino, a partire dai genitori e da quanti sono stati loro vicini.<br /><br /> Preghiamo perché continuino a vivere questa vocazione al reciproco sostegno, custodendo il dono ricevuto e lasciando che la benedizione di Dio continui a operare nella loro casa. Chiediamo che possano essere sempre sale della terra e luce del mondo, segno concreto dell'amore di Dio per coloro che li circondano.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72432805</guid><pubDate>Tue, 09 Jun 2026 07:44:37 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72432805/imported_178099087863791_audio.mp3" length="7931611" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nelle letture di oggi riconosciamo un motivo speciale per rendere grazie a Dio per il matrimonio di Mauro e Zoya, ma anche per la vita di ciascuno di noi. La vicenda del profeta Elia e della vedova di Sarepta ci offre infatti un'immagine molto...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nelle letture di oggi riconosciamo un motivo speciale per rendere grazie a Dio per il matrimonio di Mauro e Zoya, ma anche per la vita di ciascuno di noi. La vicenda del profeta Elia e della vedova di Sarepta ci offre infatti un'immagine molto concreta e profonda della vita matrimoniale.<br /><br /> Entrambi i protagonisti sono persone bisognose. Elia arriva dopo un periodo difficile: il torrente presso cui viveva si è prosciugato e non ha più nulla. Dio gli dice di recarsi da una vedova che lo avrebbe sostenuto. Tuttavia, quando Elia arriva, scopre che anche quella donna vive una situazione di estrema povertà. Possiede soltanto un po' di farina e un po' d'olio, appena sufficienti per lei e per suo figlio.<br /><br /> Eppure proprio da questo incontro tra due fragilità nasce qualcosa di straordinario. Elia chiede acqua e un pezzo di pane; la vedova, pur nella sua miseria, si fida della parola del Signore e condivide quel poco che possiede. Da quel momento la farina non viene meno e l'olio non si esaurisce.<br /><br /> La benedizione nascosta nella condivisione<br /><br /> La benedizione di Dio non si manifesta attraverso abbondanze spettacolari o grandi ricchezze. Ogni giorno la giara continua a contenere poco, eppure quel poco basta sempre. Elia e la vedova attraversano insieme il tempo della carestia sostenendosi reciprocamente e condividendo ciò che hanno.<br /><br /> In questa immagine vediamo riflesso il mistero del matrimonio. Nessuno dei due sposi possiede tutto ciò che serve all'altro. Ognuno porta qualcosa di limitato, fragile, piccolo. Tuttavia, quando queste povertà vengono messe in comune secondo la volontà di Dio, diventano fonte di una vita bella, ricca e benedetta.<br /><br /> La vita matrimoniale non consiste nel possedere molto da offrire, ma nel mettere a disposizione con generosità ciò che si ha. È proprio questa condivisione che permette alla benedizione di Dio di abitare la casa e di renderla feconda.<br /><br /> Un aiuto reciproco alla pari<br /><br /> La prima lettura richiama anche le parole della Genesi, dove l'uomo e la donna sono chiamati a essere aiuto l'uno per l'altra. Questo aiuto non è dominio, superiorità o dipendenza unilaterale. È una relazione tra pari.<br /><br /> Quando uno dei due pretende di fare tutto da solo o di occupare una posizione di potere rispetto all'altro, l'equilibrio diventa fragile. La vera benedizione nasce invece dal riconoscimento reciproco: ciascuno sostiene l'altro e si lascia sostenere.<br /><br /> Nel matrimonio la forza non deriva dall'autosufficienza, ma dalla consapevolezza che la vita si costruisce insieme. È proprio nello stare vicini, nel condividere il cammino e nel portare insieme il peso delle giornate che si manifesta l'opera di Dio.<br /><br /> Sale della terra e luce del mondo<br /><br /> Anche il Vangelo illumina profondamente il significato della vita matrimoniale. Dopo le Beatitudini, Gesù rivolge ai suoi discepoli parole molto impegnative: siamo chiamati a essere sale della terra e luce del mondo.<br /><br /> Il sale non si vede, perché si mescola e scompare negli alimenti, ma dona sapore a tutto. La luce, invece, non può essere nascosta sotto il moggio: deve essere collocata sul candelabro affinché illumini tutta la casa.<br /><br /> Queste immagini descrivono una missione affidata a ogni cristiano, ma in modo particolare aiutano a comprendere la vocazione degli sposi. Essi sono chiamati a essere insieme sale e luce. Non si tratta di una qualità che appartiene soltanto a uno dei due; è una realtà che nasce dalla loro comunione.<br /><br /> Attraverso il loro reciproco sostegno possono diventare una luce per le figlie, per i familiari, per gli amici, per i colleghi di lavoro e per tutte le persone che incontrano. Da quella relazione molti possono ricevere incoraggiamento, speranza e bene.<br /><br /> Custodire ogni giorno il dono ricevuto<br /><br /> Essere sale e luce non è qualcosa che si realizza una volta per sempre. È un dono ricevuto da Dio,...]]></itunes:summary><itunes:duration>496</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/458485cabf7fadad2ea1556c1651848d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il corpo di Cristo attira tutti a sé - Omelia Corpus Domini 2026 a S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-corpo-di-cristo-attira-tutti-a-se-omelia-corpus-domini-2026-a-s-andrea--72407624</link><description><![CDATA[Siamo invitati a fare memoria del cammino che il Signore ci ha fatto percorrere, così come il popolo di Israele è stato chiamato a ricordare i quarant’anni vissuti nel deserto. Non si tratta di un semplice esercizio di memoria, ma di rileggere la nostra storia alla luce della presenza di Dio.<br /><br /> Quando celebriamo la solennità del Corpo e Sangue di Cristo, siamo chiamati a ripensare alla nostra relazione con Lui, sia come comunità sia come singole persone. Guardando alla vita della Chiesa e alle storie delle persone che la compongono, ci accorgiamo di quanta strada sia stata percorsa, di quante esperienze, prove, gioie e servizi abbiano segnato il nostro cammino.<br /><br /> Ripensando alla nostra storia di fede, riconosciamo alcuni momenti che rimangono impressi nel cuore: passaggi decisivi, svolte importanti, occasioni di grazia, ma anche tempi di sofferenza, lutto, crisi familiari e difficoltà spirituali. Come il popolo d’Israele, anche noi scopriamo che il Signore ci ha talvolta messi alla prova, ci ha permesso di attraversare momenti di umiliazione e di fragilità per far emergere ciò che custodivamo nel cuore.<br /><br /> Un amore che educa e salva<br /><br /> Comprendiamo che il rapporto con Dio non è un percorso facile o privo di difficoltà. Tuttavia, è sempre un rapporto d’amore e di elezione. Dio non ha condotto il suo popolo nel deserto per farlo soffrire, ma per conquistarlo al suo amore e per aiutarlo a riconoscere la profondità della sua misericordia.<br /><br /> Attraverso le prove, impariamo che non viviamo soltanto di ciò che è materiale. Come Israele ha scoperto nel deserto, anche noi comprendiamo che il vero nutrimento della vita è la presenza di Dio accanto a noi. È la sua guida, il suo perdono, la sua misericordia a sostenerci e a renderci capaci di affrontare le difficoltà.<br /><br /> Guardando indietro alla nostra storia, possiamo riconoscere come il Signore sia stato presente nei momenti più complessi e come proprio allora abbia plasmato il nostro cuore, insegnandoci a confidare in Lui.<br /><br /> Cristo, pane di vita per il mondo<br /><br /> Nel Vangelo emerge con forza il tema della vita. Gesù si presenta come il pane vivo disceso dal cielo e promette che chi mangia di questo pane vivrà in eterno. Il dono del suo corpo e del suo sangue è orientato interamente alla vita dell’uomo.<br /><br /> Riconosciamo che tutto ciò che il Signore compie per noi ha come scopo quello di donarci vita. Egli ci sostiene quando attraversiamo situazioni in cui sembra venir meno ogni speranza e ci apre anche alla prospettiva della vita eterna, che non finisce.<br /><br /> Questa realtà non può essere accolta soltanto come una conoscenza teorica. Deve diventare esperienza concreta. Viene ricordata la testimonianza di una persona che ha attraversato una grave malattia e che, proprio in quel periodo, ha scoperto una presenza del Signore più intensa e profonda di quanto avesse mai conosciuto prima. Pur nella sofferenza, si è sentita accompagnata e mai abbandonata. La sua fede si è rafforzata e il modo stesso di affrontare la prova è cambiato radicalmente.<br /><br /> Anche noi siamo chiamati a fare questa esperienza: riconoscere che il Signore non ci abbandona e che la sua presenza genera vita proprio nei momenti in cui tutto sembra più difficile.<br /><br /> La comunione con il corpo e il sangue di Cristo<br /><br /> San Paolo ci offre una parola particolarmente significativa quando parla della comunione. Il calice della benedizione è comunione con il sangue di Cristo e il pane spezzato è comunione con il suo corpo.<br /><br /> Quando partecipiamo all’Eucaristia, non compiamo un gesto abituale o superficiale. Riceviamo realmente il Signore. Per questo è giusto accostarci alla comunione con umiltà, rispetto e un santo timore. Ricevere il corpo di Cristo significa accogliere nella nostra vita una presenza infinitamente grande.<br /><br /> Siamo invitati a desiderare profondamente questo dono e a cercare sempre le condizioni per poterlo ricevere con gioia e sincerità di cuore. La comunione non è un gesto qualsiasi, ma l’incontro più intimo e profondo con Cristo.<br /><br /> Un solo corpo pur essendo molti<br /><br /> San Paolo ci aiuta però ad andare oltre una visione esclusivamente personale dell’Eucaristia. La comunione non riguarda soltanto il rapporto tra ciascuno di noi e il Signore. Essa crea e manifesta anche la comunione tra tutti i credenti.<br /><br /> Pur essendo molti e profondamente diversi tra noi per età, storia, carattere, esperienza e percorso di fede, diventiamo un solo corpo perché partecipiamo all’unico pane. La comunione con Cristo genera necessariamente la comunione tra noi.<br /><br /> Questa verità ci ricorda che la fede non è mai un’esperienza individualistica. Il Signore ci raduna come popolo e ci fa vivere insieme la stessa appartenenza.<br /><br /> Il mistero del pane e del vino secondo Sant’Agostino<br /><br /> Viene richiamato un profondo insegnamento di Sant'Agostino. Egli osserva che i nostri occhi vedono sull’altare semplicemente pane e vino, mentre la fede ci insegna a riconoscervi il corpo e il sangue di Cristo.<br /><br /> Agostino si domanda perché il corpo di Cristo venga rappresentato proprio attraverso il pane. Quando pensiamo al corpo di Gesù, infatti, ci viene spontaneo ricordare la sua incarnazione, la sua vita terrena, la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione.<br /><br /> La risposta è sorprendente: per comprendere il corpo di Cristo dobbiamo ascoltare l’Apostolo che dice che noi stessi siamo il corpo di Cristo e sue membra. Sull’altare viene dunque posto anche il nostro mistero. In quel pane non è presente soltanto Cristo; in qualche modo siamo presenti anche noi, che formiamo il suo corpo.<br /><br /> Agostino spiega che il pane nasce dall’unione di molti chicchi di grano. Allo stesso modo, la Chiesa nasce dall’unione di molte persone diverse. L’unità non elimina la varietà, ma la raccoglie e la armonizza. Lo stesso vale per il vino, che nasce dall’unione di molti acini d’uva.<br /><br /> Una comunione che diventa responsabilità<br /><br /> Celebrare il Corpo e Sangue di Cristo significa allora riconoscere che siamo uniti a Gesù e, nello stesso tempo, gli uni agli altri. Questa comunione deve tradursi concretamente nella vita quotidiana.<br /><br /> Siamo chiamati a viverla nelle nostre famiglie, nel rapporto con il coniuge, con i figli, nei gruppi della comunità e nell’intera Chiesa. Anche quando sperimentiamo differenze e sensibilità diverse, dobbiamo custodire il desiderio di essere una cosa sola.<br /><br /> L’esperienza della Chiesa mostra continuamente una grande varietà di persone, storie e vocazioni. Tuttavia, proprio questa diversità è chiamata a trasformarsi in unità grazie all’azione dello Spirito Santo.<br /><br /> Per questo la comunione comporta anche una responsabilità. Non possiamo favorire divisioni, contrapposizioni o separazioni, perché l’unità è un dono prezioso che Cristo stesso ha voluto lasciare come segno concreto nell’Eucaristia. Quando riceviamo la comunione, riceviamo il corpo di Cristo ma anche il mistero della Chiesa, cioè di tutti noi uniti in Lui.<br /><br /> L’Eucaristia, dono che ci rende Chiesa<br /><br /> Alla fine comprendiamo che l’Eucaristia è un mistero immenso. Dicendo “Amen” al corpo di Cristo, diciamo “Amen” anche alla nostra vocazione a essere un solo corpo. Accogliamo e desideriamo questa comunione che il Signore ci offre.<br /><br /> La presenza di nuovi ministri e di persone che si mettono al servizio dell’altare e del sacramento rende visibile questa realtà. Attraverso il loro servizio comprendiamo che la comunione non è soltanto un dono da ricevere, ma anche una responsabilità da custodire e far crescere.<br /><br /> Riconosciamo così che l’Eucaristia è il grande dono che ci raduna, ci nutre, ci unisce e ci rende Chiesa. È per questo che siamo convocati insieme a celebrare: per accogliere il corpo e il sangue di Cristo e lasciarci trasformare in un solo corpo attraverso il suo Spirito.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72407624</guid><pubDate>Sun, 07 Jun 2026 21:38:11 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72407624/imported_1780867988747501_audio.mp3" length="13209182" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Siamo invitati a fare memoria del cammino che il Signore ci ha fatto percorrere, così come il popolo di Israele è stato chiamato a ricordare i quarant’anni vissuti nel deserto. Non si tratta di un semplice esercizio di memoria, ma di rileggere la...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Siamo invitati a fare memoria del cammino che il Signore ci ha fatto percorrere, così come il popolo di Israele è stato chiamato a ricordare i quarant’anni vissuti nel deserto. Non si tratta di un semplice esercizio di memoria, ma di rileggere la nostra storia alla luce della presenza di Dio.<br /><br /> Quando celebriamo la solennità del Corpo e Sangue di Cristo, siamo chiamati a ripensare alla nostra relazione con Lui, sia come comunità sia come singole persone. Guardando alla vita della Chiesa e alle storie delle persone che la compongono, ci accorgiamo di quanta strada sia stata percorsa, di quante esperienze, prove, gioie e servizi abbiano segnato il nostro cammino.<br /><br /> Ripensando alla nostra storia di fede, riconosciamo alcuni momenti che rimangono impressi nel cuore: passaggi decisivi, svolte importanti, occasioni di grazia, ma anche tempi di sofferenza, lutto, crisi familiari e difficoltà spirituali. Come il popolo d’Israele, anche noi scopriamo che il Signore ci ha talvolta messi alla prova, ci ha permesso di attraversare momenti di umiliazione e di fragilità per far emergere ciò che custodivamo nel cuore.<br /><br /> Un amore che educa e salva<br /><br /> Comprendiamo che il rapporto con Dio non è un percorso facile o privo di difficoltà. Tuttavia, è sempre un rapporto d’amore e di elezione. Dio non ha condotto il suo popolo nel deserto per farlo soffrire, ma per conquistarlo al suo amore e per aiutarlo a riconoscere la profondità della sua misericordia.<br /><br /> Attraverso le prove, impariamo che non viviamo soltanto di ciò che è materiale. Come Israele ha scoperto nel deserto, anche noi comprendiamo che il vero nutrimento della vita è la presenza di Dio accanto a noi. È la sua guida, il suo perdono, la sua misericordia a sostenerci e a renderci capaci di affrontare le difficoltà.<br /><br /> Guardando indietro alla nostra storia, possiamo riconoscere come il Signore sia stato presente nei momenti più complessi e come proprio allora abbia plasmato il nostro cuore, insegnandoci a confidare in Lui.<br /><br /> Cristo, pane di vita per il mondo<br /><br /> Nel Vangelo emerge con forza il tema della vita. Gesù si presenta come il pane vivo disceso dal cielo e promette che chi mangia di questo pane vivrà in eterno. Il dono del suo corpo e del suo sangue è orientato interamente alla vita dell’uomo.<br /><br /> Riconosciamo che tutto ciò che il Signore compie per noi ha come scopo quello di donarci vita. Egli ci sostiene quando attraversiamo situazioni in cui sembra venir meno ogni speranza e ci apre anche alla prospettiva della vita eterna, che non finisce.<br /><br /> Questa realtà non può essere accolta soltanto come una conoscenza teorica. Deve diventare esperienza concreta. Viene ricordata la testimonianza di una persona che ha attraversato una grave malattia e che, proprio in quel periodo, ha scoperto una presenza del Signore più intensa e profonda di quanto avesse mai conosciuto prima. Pur nella sofferenza, si è sentita accompagnata e mai abbandonata. La sua fede si è rafforzata e il modo stesso di affrontare la prova è cambiato radicalmente.<br /><br /> Anche noi siamo chiamati a fare questa esperienza: riconoscere che il Signore non ci abbandona e che la sua presenza genera vita proprio nei momenti in cui tutto sembra più difficile.<br /><br /> La comunione con il corpo e il sangue di Cristo<br /><br /> San Paolo ci offre una parola particolarmente significativa quando parla della comunione. Il calice della benedizione è comunione con il sangue di Cristo e il pane spezzato è comunione con il suo corpo.<br /><br /> Quando partecipiamo all’Eucaristia, non compiamo un gesto abituale o superficiale. Riceviamo realmente il Signore. Per questo è giusto accostarci alla comunione con umiltà, rispetto e un santo timore. Ricevere il corpo di Cristo significa accogliere nella nostra vita una presenza infinitamente grande.<br /><br /> Siamo invitati a desiderare profondamente questo dono e a cercare sempre le...]]></itunes:summary><itunes:duration>826</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/25af1254856b7bb111958db8cd645a62.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Ringraziamo! Omelia al Matrimonio di Alberto e Francesca</title><link>https://www.spreaker.com/episode/ringraziamo-omelia-al-matrimonio-di-alberto-e-francesca--72393994</link><description><![CDATA[Rendiamo grazie per la vostra fede e il vostro amore<br /><br /> Anche noi, riuniti attorno ad Alberto e Francesca, rendiamo grazie a Dio per loro con tutto il cuore. Facciamo nostre le parole di san Paolo agli Efesini, che ringrazia Dio dopo aver sentito parlare della fede e dell’amore della comunità. La gratitudine nasce proprio da questo: dalla testimonianza concreta di una fede vissuta e di un amore autentico.<br /><br /> La loro presenza davanti a noi nel giorno del matrimonio è il segno visibile di questa fede e di questo amore. Non si tratta soltanto dell’affetto che vivono tra loro, ma di una realtà più profonda che affonda le sue radici nel rapporto con Dio. Per questo motivo li ringraziamo e li accompagniamo con la nostra preghiera.<br /><br /> La preghiera per un cuore illuminato<br /><br /> Come Paolo pregava per gli Efesini, così anche noi preghiamo affinché il Signore illumini gli occhi del loro cuore. Chiediamo che possano comprendere sempre più profondamente la speranza alla quale sono stati chiamati, il tesoro di gloria che li attende e la straordinaria grandezza della forza di Dio che opera nella loro vita.<br /><br /> Questa realtà non è qualcosa di estraneo alla loro esperienza. Essi ne hanno già fatto un assaggio nella loro vita cristiana e nel loro incontro reciproco. Tuttavia, ciò che hanno scoperto è soltanto l’inizio di un dono immensamente più grande. Si tratta di una speranza unica, che non può essere trovata altrove, e di una ricchezza spirituale che supera ogni altra realtà.<br /><br /> La sorprendente potenza di Dio<br /><br /> Ci soffermiamo in particolare sulla potenza di Dio di cui parla san Paolo. Egli la definisce una forza sovrabbondante, una potenza autentica e straordinaria. A prima vista potremmo chiederci che cosa faccia concretamente Dio e in che modo manifesti questa sua forza.<br /><br /> Paolo risponde ricordando che Dio ha mostrato la sua potenza risuscitando Gesù dai morti e facendolo sedere alla sua destra. Non si tratta quindi di una potenza fondata sulla forza militare, sul dominio o sull’imposizione. È una potenza che dona la vita, che fa passare dalla morte alla vita.<br /><br /> La risurrezione di Cristo rappresenta la sua manifestazione più alta, ma questa forza continua ad agire ogni volta che incontriamo situazioni di morte, di chiusura, di sofferenza e di difficoltà. È una forza che va oltre le logiche ordinarie del mondo e che si manifesta come una sorprendente potenza di vita.<br /><br /> Nel matrimonio Alberto e Francesca testimoniano proprio questo: riconoscono che la forza necessaria per vivere il loro amore non proviene semplicemente da loro stessi, ma da Dio. Si presentano davanti al Signore così come sono, consapevoli dei propri limiti e bisognosi della sua potenza.<br /><br /> La lode universale e il riconoscimento della fragilità<br /><br /> Il salmo proclamato durante la celebrazione diventa una grande lode alla potenza di Dio. Tutta la creazione è chiamata a lodarlo: il cielo e la terra, il sole e la luna, i giovani e gli anziani, ogni creatura.<br /><br /> Tuttavia, se c’è bisogno della potenza di Dio, significa che esiste anche una profonda debolezza umana. È proprio dentro questa fragilità che Dio interviene. La sua forza non si manifesta dove l’uomo si sente autosufficiente, ma dove riconosce il proprio bisogno.<br /><br /> Non è bene che l’uomo sia solo<br /><br /> La prima lettura ci mostra con chiarezza questa verità. Dio afferma che non è bene che l’uomo sia solo e decide di dargli un aiuto che gli corrisponda. Questa parola riguarda ogni persona.<br /><br /> Non si tratta semplicemente della necessità di avere compagnia. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti realmente, che ci stia davanti come amico, alleato e compagno di cammino. Un aiuto che sia alla pari, non un sostegno occasionale.<br /><br /> Adamo cerca questo aiuto in tutta la creazione che Dio gli pone davanti, ma non lo trova. Soltanto quando Dio trae la donna dalla sua stessa carne e gliela pone davanti, egli riconosce finalmente quell’aiuto capace di corrispondergli veramente. Allo stesso modo, anche la donna ha bisogno dell’uomo. Il bisogno è reciproco.<br /><br /> Nel matrimonio, Alberto e Francesca dichiarano pubblicamente di voler essere l’uno per l’altra questo aiuto permanente. Riconoscono che da soli si può andare avanti, ma che la vita piena nasce dalla presenza di qualcuno che rimane accanto, vicino, fedele e alleato.<br /><br /> Essere segno della potenza di Dio l’uno per l’altra<br /><br /> Essi si impegnano a diventare reciprocamente il segno della potenza di Dio, una potenza che si manifesta come vita, consolazione, risurrezione e gioia.<br /><br /> Ogni giorno della loro vita insieme sarà chiamato a diventare una celebrazione del loro amore. Ciò significa riconoscere con sincerità il proprio bisogno dell’altro, accogliere la propria fragilità e saper dire con gratitudine: “Grazie perché ci sei”.<br /><br /> Significa anche imparare a offrirsi come aiuto concreto, cercando di comprendere i bisogni dell’altro e, quando non ci si riesce pienamente, rimanendogli comunque accanto. L’essenziale è vivere come alleati, senza paura delle proprie debolezze, perché proprio in esse si manifesta la forza di Dio.<br /><br /> Le beatitudini: la felicità dei fragili<br /><br /> Il Vangelo delle Beatitudini scelto per questa celebrazione appare particolarmente significativo. Gesù descrive situazioni che, umanamente parlando, sembrano espressioni di debolezza, eppure le presenta come luoghi di beatitudine.<br /><br /> I poveri in spirito sono beati perché riconoscono il loro bisogno di essere riempiti e guidati. Lo stesso vale per i miti, per coloro che piangono, per chi ha fame e sete di giustizia, per i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace e i perseguitati.<br /><br /> Sono tutte persone segnate dalla fragilità. Tuttavia, proprio perché lasciano spazio alla potenza di Dio, diventano veramente piene e felici. Anche quando vivono il Vangelo e vengono criticati o perseguitati, possono dirsi beati, perché la loro forza non dipende più da se stessi ma dal Signore.<br /><br /> Sale della terra e luce del mondo<br /><br /> Chi vive quotidianamente nella forza di Dio non soltanto non ha motivo di temere, ma diventa anche sale della terra e luce del mondo.<br /><br /> Il matrimonio vissuto come reciproco aiuto e come continua celebrazione della potenza del Signore trasforma gli sposi in una testimonianza per tutti. Senza forse rendersene pienamente conto, essi diventano sale per la comunità e luce per coloro che li circondano.<br /><br /> Il sale è un segno umile e nascosto: non si vede, ma dà sapore a tutto. La luce, pur essendo fragile, illumina l’intera casa. Allo stesso modo, la testimonianza degli sposi non passa principalmente attraverso discorsi o insegnamenti, ma attraverso la vita concreta del loro amore.<br /><br /> Anche noi abbiamo bisogno della loro luce e del loro essere sale. La loro fedeltà e il loro sostegno reciproco diventano una sorgente di bene per tutta la comunità.<br /><br /> Il sacramento come celebrazione di una vita ricevuta<br /><br /> La fecondità più profonda del matrimonio sacramentale consiste proprio in questo. Non si tratta soltanto di celebrare un amore umano, per quanto bello e prezioso. Nel sacramento si celebra qualcosa di più grande.<br /><br /> Gli sposi riconoscono che la loro vita è segnata dalla debolezza, una debolezza che richiama persino la croce di Cristo. Tuttavia affermano anche che proprio dentro questa fragilità ricevono continuamente vita dal Signore e reciprocamente l’uno dall’altra.<br /><br /> Per questo esprimiamo una sincera gratitudine ad Alberto e Francesca per il dono reciproco della loro vita. Come san Paolo, li ringraziamo e assicuriamo loro la nostra preghiera, affinché il loro cuore sia sempre più illuminato e possano riconoscere ogni giorno che questa è la strada buona sulla quale il Signore li conduce.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72393994</guid><pubDate>Sat, 06 Jun 2026 21:31:18 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72393994/imported_1780781210296669_audio.mp3" length="12783281" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Rendiamo grazie per la vostra fede e il vostro amore

Anche noi, riuniti attorno ad Alberto e Francesca, rendiamo grazie a Dio per loro con tutto il cuore. Facciamo nostre le parole di san Paolo agli Efesini, che ringrazia Dio dopo aver sentito...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Rendiamo grazie per la vostra fede e il vostro amore<br /><br /> Anche noi, riuniti attorno ad Alberto e Francesca, rendiamo grazie a Dio per loro con tutto il cuore. Facciamo nostre le parole di san Paolo agli Efesini, che ringrazia Dio dopo aver sentito parlare della fede e dell’amore della comunità. La gratitudine nasce proprio da questo: dalla testimonianza concreta di una fede vissuta e di un amore autentico.<br /><br /> La loro presenza davanti a noi nel giorno del matrimonio è il segno visibile di questa fede e di questo amore. Non si tratta soltanto dell’affetto che vivono tra loro, ma di una realtà più profonda che affonda le sue radici nel rapporto con Dio. Per questo motivo li ringraziamo e li accompagniamo con la nostra preghiera.<br /><br /> La preghiera per un cuore illuminato<br /><br /> Come Paolo pregava per gli Efesini, così anche noi preghiamo affinché il Signore illumini gli occhi del loro cuore. Chiediamo che possano comprendere sempre più profondamente la speranza alla quale sono stati chiamati, il tesoro di gloria che li attende e la straordinaria grandezza della forza di Dio che opera nella loro vita.<br /><br /> Questa realtà non è qualcosa di estraneo alla loro esperienza. Essi ne hanno già fatto un assaggio nella loro vita cristiana e nel loro incontro reciproco. Tuttavia, ciò che hanno scoperto è soltanto l’inizio di un dono immensamente più grande. Si tratta di una speranza unica, che non può essere trovata altrove, e di una ricchezza spirituale che supera ogni altra realtà.<br /><br /> La sorprendente potenza di Dio<br /><br /> Ci soffermiamo in particolare sulla potenza di Dio di cui parla san Paolo. Egli la definisce una forza sovrabbondante, una potenza autentica e straordinaria. A prima vista potremmo chiederci che cosa faccia concretamente Dio e in che modo manifesti questa sua forza.<br /><br /> Paolo risponde ricordando che Dio ha mostrato la sua potenza risuscitando Gesù dai morti e facendolo sedere alla sua destra. Non si tratta quindi di una potenza fondata sulla forza militare, sul dominio o sull’imposizione. È una potenza che dona la vita, che fa passare dalla morte alla vita.<br /><br /> La risurrezione di Cristo rappresenta la sua manifestazione più alta, ma questa forza continua ad agire ogni volta che incontriamo situazioni di morte, di chiusura, di sofferenza e di difficoltà. È una forza che va oltre le logiche ordinarie del mondo e che si manifesta come una sorprendente potenza di vita.<br /><br /> Nel matrimonio Alberto e Francesca testimoniano proprio questo: riconoscono che la forza necessaria per vivere il loro amore non proviene semplicemente da loro stessi, ma da Dio. Si presentano davanti al Signore così come sono, consapevoli dei propri limiti e bisognosi della sua potenza.<br /><br /> La lode universale e il riconoscimento della fragilità<br /><br /> Il salmo proclamato durante la celebrazione diventa una grande lode alla potenza di Dio. Tutta la creazione è chiamata a lodarlo: il cielo e la terra, il sole e la luna, i giovani e gli anziani, ogni creatura.<br /><br /> Tuttavia, se c’è bisogno della potenza di Dio, significa che esiste anche una profonda debolezza umana. È proprio dentro questa fragilità che Dio interviene. La sua forza non si manifesta dove l’uomo si sente autosufficiente, ma dove riconosce il proprio bisogno.<br /><br /> Non è bene che l’uomo sia solo<br /><br /> La prima lettura ci mostra con chiarezza questa verità. Dio afferma che non è bene che l’uomo sia solo e decide di dargli un aiuto che gli corrisponda. Questa parola riguarda ogni persona.<br /><br /> Non si tratta semplicemente della necessità di avere compagnia. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti realmente, che ci stia davanti come amico, alleato e compagno di cammino. Un aiuto che sia alla pari, non un sostegno occasionale.<br /><br /> Adamo cerca questo aiuto in tutta la creazione che Dio gli pone davanti, ma non lo trova. Soltanto quando Dio trae la donna dalla sua stessa carne e...]]></itunes:summary><itunes:duration>799</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/851820a8fcf4b4e548b54564757e1613.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Ravviviamo sempre il dono di Dio - Omelia mercoledì IX settimana TO</title><link>https://www.spreaker.com/episode/ravviviamo-sempre-il-dono-di-dio-omelia-mercoledi-ix-settimana-to--72328652</link><description><![CDATA[Oggi iniziamo la lettura della seconda lettera a Timoteo e ci soffermiamo sul profondo legame tra Paolo e il suo fedele collaboratore. Dalle parole dell'apostolo emerge un affetto sincero e paterno, ma soprattutto risalta un invito fondamentale: «ravvivare il dono di Dio».<br /><br /> Timoteo ha ricevuto un grande dono attraverso l'imposizione delle mani di Paolo e della comunità. Tuttavia, ricevere un dono non basta. Il dono deve essere custodito, alimentato e continuamente ravvivato. Paolo ci ricorda che anche noi abbiamo ricevuto qualcosa di prezioso da Dio e che siamo chiamati a non lasciarlo spegnere.<br /><br /> Una vocazione santa che nasce dalla grazia<br /><br /> Paolo ricorda a Timoteo che Cristo ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa. Questa chiamata non dipende dalle nostre opere, dai nostri meriti o dalle nostre capacità. Non nasce dal fatto che siamo stati particolarmente bravi o che abbiamo ottenuto risultati importanti nella vita.<br /><br /> Comprendiamo allora che la nostra vocazione affonda le sue radici in un progetto molto più grande di noi. È il progetto della grazia di Dio, una grazia che non appartiene soltanto alla nostra storia personale, ma che è stata pensata fin dall'eternità. Siamo inseriti in un disegno divino che ci precede e ci supera, un progetto che non si fonda sulle nostre forze ma sull'amore gratuito di Dio.<br /><br /> Il grande progetto di Dio: la vittoria della vita sulla morte<br /><br /> Ci chiediamo quale sia questo progetto eterno. Paolo ci risponde chiaramente: esso si è manifestato in Cristo Gesù, nel quale Dio ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita.<br /><br /> La risurrezione di Cristo non è soltanto un evento del passato, ma la manifestazione di un disegno che esiste da sempre nel cuore di Dio. Tutti coloro che diventano discepoli di Gesù vengono coinvolti in questa opera di salvezza e sono chiamati a partecipare alla manifestazione della vita.<br /><br /> Per questo siamo invitati a domandarci come stiamo vivendo la nostra esistenza. Ravviviamo davvero il dono ricevuto? Facciamo risplendere la vita oppure ci lasciamo dominare dalla rassegnazione? Quando ci chiudiamo in noi stessi, quando ci lasciamo schiacciare dalla tristezza o dall'idea che ormai non ci sia più nulla da fare, rischiamo di oscurare quel dono che Dio ha acceso dentro di noi.<br /><br /> Testimoniare la vita anche nelle situazioni più difficili<br /><br /> Comprendiamo che la vera sfida consiste nel manifestare la vita proprio là dove sembra prevalere la morte. Paolo stesso scrive dalla prigione. È un uomo che vive una situazione di sofferenza e di apparente sconfitta, eppure invita Timoteo a non vergognarsi del Vangelo e a non vergognarsi di lui.<br /><br /> La testimonianza cristiana non consiste nel mostrare una vita perfetta o priva di difficoltà. Al contrario, consiste nel far brillare la speranza di Cristo proprio dentro le prove, le fragilità e le sofferenze. È nelle situazioni in cui sperimentiamo qualcosa della morte — il dolore, la malattia, la solitudine, il fallimento — che siamo chiamati a rendere visibile la forza della vita nuova donata da Dio.<br /><br /> Per questo motivo, proprio coloro che vivono momenti difficili possono diventare testimoni straordinari della vittoria di Cristo. La loro fedeltà e la loro speranza parlano con una forza particolare.<br /><br /> Il Dio dei vivi<br /><br /> Il Vangelo ci presenta la vicenda della donna che aveva avuto sette mariti senza avere figli. È una storia segnata dalla sterilità e dalla morte, una vicenda che sembra non aver prodotto alcun frutto.<br /><br /> Gesù però invita ad andare oltre le apparenze. Chi interpreta quella storia soltanto come una serie di fallimenti non ha compreso il cuore del messaggio di Dio. Il Signore infatti è il Dio dei vivi, non dei morti.<br /><br /> Anche quando sperimentiamo situazioni di chiusura, sterilità o solitudine, siamo chiamati a credere che Dio continua a operare. La sua azione non si ferma davanti ai limiti umani. In Cristo, la vita ha già vinto la morte e questa vittoria continua a manifestarsi nella storia.<br /><br /> Una speranza che non delude<br /><br /> Paolo conclude con una grande professione di fiducia. Egli è convinto che Dio è capace di custodire il dono ricevuto fino al giorno definitivo dell'incontro con Lui.<br /><br /> Questa certezza ci sostiene nel cammino. Sappiamo che la possibilità di manifestare la vita dentro le situazioni di morte non ci verrà mai tolta. Per questo celebriamo l'Eucaristia e ascoltiamo la Parola: per ravvivare continuamente il dono ricevuto, alimentare la speranza e mantenere lo sguardo rivolto in avanti.<br /><br /> Siamo chiamati a non fermarci nella rassegnazione. Come Timoteo, anche noi riceviamo la missione di custodire e far crescere il dono di Dio, lasciandoci guidare dalla speranza che nasce dalla risurrezione di Cristo.<br /><br /> L'esempio dei martiri dell'Uganda<br /><br /> Infine ricordiamo l'esempio dei martiri ugandesi, un piccolo gruppo di cristiani che hanno donato la loro vita per il Vangelo. A prima vista si potrebbe pensare che siano stati dimenticati dalla storia, ma non è così.<br /><br /> Il loro sacrificio ha portato frutti abbondanti nella Chiesa africana e continua ancora oggi a essere una testimonianza luminosa di fede. La loro vita dimostra che il dono di Dio, quando viene custodito e vissuto con coraggio, produce frutti che vanno ben oltre ciò che possiamo immaginare.<br /><br /> Affidandoci alla loro intercessione, chiediamo anche noi la grazia di testimoniare senza paura e senza vergogna la risurrezione di Cristo, ravvivando ogni giorno il dono che abbiamo ricevuto e facendo risplendere la vita che ha vinto per sempre la morte.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72328652</guid><pubDate>Wed, 03 Jun 2026 18:17:36 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72328652/imported_1780510393329764_audio.mp3" length="6999562" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi iniziamo la lettura della seconda lettera a Timoteo e ci soffermiamo sul profondo legame tra Paolo e il suo fedele collaboratore. Dalle parole dell'apostolo emerge un affetto sincero e paterno, ma soprattutto risalta un invito fondamentale:...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Oggi iniziamo la lettura della seconda lettera a Timoteo e ci soffermiamo sul profondo legame tra Paolo e il suo fedele collaboratore. Dalle parole dell'apostolo emerge un affetto sincero e paterno, ma soprattutto risalta un invito fondamentale: «ravvivare il dono di Dio».<br /><br /> Timoteo ha ricevuto un grande dono attraverso l'imposizione delle mani di Paolo e della comunità. Tuttavia, ricevere un dono non basta. Il dono deve essere custodito, alimentato e continuamente ravvivato. Paolo ci ricorda che anche noi abbiamo ricevuto qualcosa di prezioso da Dio e che siamo chiamati a non lasciarlo spegnere.<br /><br /> Una vocazione santa che nasce dalla grazia<br /><br /> Paolo ricorda a Timoteo che Cristo ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa. Questa chiamata non dipende dalle nostre opere, dai nostri meriti o dalle nostre capacità. Non nasce dal fatto che siamo stati particolarmente bravi o che abbiamo ottenuto risultati importanti nella vita.<br /><br /> Comprendiamo allora che la nostra vocazione affonda le sue radici in un progetto molto più grande di noi. È il progetto della grazia di Dio, una grazia che non appartiene soltanto alla nostra storia personale, ma che è stata pensata fin dall'eternità. Siamo inseriti in un disegno divino che ci precede e ci supera, un progetto che non si fonda sulle nostre forze ma sull'amore gratuito di Dio.<br /><br /> Il grande progetto di Dio: la vittoria della vita sulla morte<br /><br /> Ci chiediamo quale sia questo progetto eterno. Paolo ci risponde chiaramente: esso si è manifestato in Cristo Gesù, nel quale Dio ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita.<br /><br /> La risurrezione di Cristo non è soltanto un evento del passato, ma la manifestazione di un disegno che esiste da sempre nel cuore di Dio. Tutti coloro che diventano discepoli di Gesù vengono coinvolti in questa opera di salvezza e sono chiamati a partecipare alla manifestazione della vita.<br /><br /> Per questo siamo invitati a domandarci come stiamo vivendo la nostra esistenza. Ravviviamo davvero il dono ricevuto? Facciamo risplendere la vita oppure ci lasciamo dominare dalla rassegnazione? Quando ci chiudiamo in noi stessi, quando ci lasciamo schiacciare dalla tristezza o dall'idea che ormai non ci sia più nulla da fare, rischiamo di oscurare quel dono che Dio ha acceso dentro di noi.<br /><br /> Testimoniare la vita anche nelle situazioni più difficili<br /><br /> Comprendiamo che la vera sfida consiste nel manifestare la vita proprio là dove sembra prevalere la morte. Paolo stesso scrive dalla prigione. È un uomo che vive una situazione di sofferenza e di apparente sconfitta, eppure invita Timoteo a non vergognarsi del Vangelo e a non vergognarsi di lui.<br /><br /> La testimonianza cristiana non consiste nel mostrare una vita perfetta o priva di difficoltà. Al contrario, consiste nel far brillare la speranza di Cristo proprio dentro le prove, le fragilità e le sofferenze. È nelle situazioni in cui sperimentiamo qualcosa della morte — il dolore, la malattia, la solitudine, il fallimento — che siamo chiamati a rendere visibile la forza della vita nuova donata da Dio.<br /><br /> Per questo motivo, proprio coloro che vivono momenti difficili possono diventare testimoni straordinari della vittoria di Cristo. La loro fedeltà e la loro speranza parlano con una forza particolare.<br /><br /> Il Dio dei vivi<br /><br /> Il Vangelo ci presenta la vicenda della donna che aveva avuto sette mariti senza avere figli. È una storia segnata dalla sterilità e dalla morte, una vicenda che sembra non aver prodotto alcun frutto.<br /><br /> Gesù però invita ad andare oltre le apparenze. Chi interpreta quella storia soltanto come una serie di fallimenti non ha compreso il cuore del messaggio di Dio. 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Sentiamo che non potrebbe esserci occasione più adatta per contemplare il mistero di Dio, perché proprio nel nostro stare insieme, pur non conoscendoci tutti profondamente, facciamo esperienza di qualcosa di prezioso. Vivendo questi giorni nei luoghi Manzoniani, nei dintorni di Lecco, e ascoltando le testimonianze di tante persone che raccontano la loro vita cristiana, percepiamo quanto sia importante non essere soli.<br /><br /> La nostra esperienza concreta ci fa comprendere il valore della comunione, dell'incontro e della condivisione. In questi giorni sperimentiamo che la fede non è qualcosa da vivere isolatamente, ma insieme agli altri.<br /><br /> Le relazioni come luogo della presenza di Dio<br /><br /> La seconda lettura ci colpisce particolarmente perché non parte direttamente da Dio, ma dalle relazioni tra noi. Paolo ci invita a "essere gioiosi, a tendere alla perfezione, a rafforzarci e incoraggiarci reciprocamente, ad avere gli stessi sentimenti e a vivere in pace".<br /><br /> Comprendiamo che tutto questo non può essere vissuto da soli. Abbiamo bisogno di qualcuno con cui condividere la gioia, qualcuno che ci sostenga e ci incoraggi, qualcuno con cui costruire una comunione di sentimenti e di intenti.<br /><br /> Certamente la famiglia è il luogo privilegiato di questa esperienza, ma non è l'unico. Lo stare insieme ci permette di gustare la gioia, la forza, il coraggio e una profonda unità spirituale. È proprio ciò che stiamo vivendo in questi giorni e che riconosciamo come un dono straordinario.<br /><br /> Il Dio dell'amore e della pace è con noi<br /><br /> Paolo aggiunge una promessa meravigliosa: se viviamo così, "il Dio dell'amore e della pace sarà con noi". Comprendiamo allora che la presenza di Dio non è qualcosa di astratto o lontano. Non è un Dio confinato nel passato o nascosto tra le nuvole.<br /><br /> È un Dio che oggi è con noi e che si rende presente proprio attraverso il nostro stare insieme. L'esperienza intensa di questi giorni ci richiama a una verità che vale sempre: nella comunità, nella parrocchia, sul lavoro, tra vicini di casa e in ogni relazione autentica possiamo sperimentare concretamente che il Dio dell'amore e della pace cammina accanto a noi.<br /><br /> Il valore del saluto e dell'incontro<br /><br /> Paolo invita poi a salutarci con il bacio santo. Questo gesto semplice e concreto era il segno della comunione tra i credenti.<br /><br /> Ci rendiamo conto che abbracciarci, salutarci e accoglierci non sono gesti banali. Spesso facciamo persino fatica a compierli, eppure possiedono una forza enorme.<br /><br /> Questo richiamo ci porta a pensare alla festa della Visitazione, che in origine potrebbe essere chiamata più propriamente la festa del saluto. Nel Vangelo, infatti, non si parla di visitazione ma di saluto. Elisabetta dice a Maria che, appena il suo saluto è giunto ai suoi orecchi, il bambino ha sussultato nel grembo.<br /><br /> Comprendiamo così che il saluto rende percepibile la presenza dell'altro e, attraverso di essa, la presenza stessa di Dio. Il grembo di Elisabetta esulta perché, attraverso Maria, arriva il Signore. Un semplice saluto diventa quindi il segno concreto di un Dio che si fa vicino.<br /><br /> Il desiderio di Mosè: che Dio cammini con noi<br /><br /> Anche la prima lettura ci parla della vicinanza di Dio. Finalmente il Signore rivela il suo nome: Dio misericordioso, pietoso, lento all'ira e ricco di amore.<br /><br /> Mosè non si limita ad ammirare questa rivelazione. Dopo aver ascoltato il nome di Dio, si prostra immediatamente e chiede una cosa fondamentale: che il Signore cammini in mezzo al suo popolo.<br /><br /> Non gli basta sapere che Dio è misericordioso. Desidera che continui a stare con loro, nonostante il peccato del vitello d'oro, nonostante la loro infedeltà e ostinazione. Mosè riconosce che il popolo è di dura cervice, cocciuto, ma proprio per questo implora il Signore di non abbandonarlo.<br /><br /> Anche noi sentiamo che questa è la nostra preghiera: sapere che Dio è amore è meraviglioso, ma ancora più importante è sapere che continua a camminare con noi.<br /><br /> La Trinità come comunione perfetta<br /><br /> Il mistero della Trinità si rivela allora come una realtà profondamente relazionale. Crediamo in un solo Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, tre Persone unite nell'amore.<br /><br /> Gesù continuamente parla del Padre, afferma che le sue parole vengono dal Padre e che le sue opere sono le opere del Padre. Tutto nel Vangelo manifesta una relazione profonda, fatta di ascolto, comunione e reciproco dono.<br /><br /> Lo Spirito Santo, che forse ci appare la Persona più difficile da comprendere, è proprio l'amore che unisce il Padre e il Figlio. La Trinità ci mostra che l'essenza stessa di Dio è lo stare insieme nell'amore.<br /><br /> Per questo è così bello avere un Dio che è comunione, relazione, gioia condivisa e reciproca visita.<br /><br /> Un Dio che desidera stare con noi<br /><br /> Gesù ricorda a Nicodemo che Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito. Dio aveva il suo unico Figlio e lo ha donato a noi perché desiderava profondamente stare con l'umanità.<br /><br /> Il Figlio si è fatto carne sapendo ciò che avrebbe dovuto affrontare, ma lo ha fatto affinché noi potessimo credere e riconoscere in lui il Figlio di Dio.<br /><br /> Gesù non è venuto per condannare, escludere o perdere qualcuno. È venuto perché tutti siano salvati. Questa è la verità fondamentale del nostro Dio: un Dio che vuole stare con noi e che cerca continuamente la nostra salvezza.<br /><br /> Vivere in modo trinitario<br /><br /> Facciamo esperienza di questo mistero soprattutto quando viviamo autenticamente insieme. Stando insieme viviamo in modo trinitario.<br /><br /> Ci accorgiamo di quanto ne abbiamo bisogno in una società sempre più segnata dalla solitudine, dall'individualismo e dalla ricerca dell'autonomia assoluta. Siamo spesso tentati di chiuderci nei nostri spazi personali e di fare ciascuno la propria strada.<br /><br /> La Trinità ci insegna invece il valore del "noi". Non vogliamo semplicemente dire: io vado da una parte e tu da un'altra. Vogliamo stare insieme, perché proprio lì incontriamo il Signore e sperimentiamo concretamente la gioia di cui parla Paolo.<br /><br /> La Trinità, sorgente della nostra salvezza<br /><br /> Per questo rendiamo grazie al Signore. Comprendiamo che il mistero della Trinità non è una dottrina astratta, ma una delle realtà più preziose della nostra fede.<br /><br /> Ogni segno di croce, ogni Gloria al Padre, ogni preghiera liturgica e ogni celebrazione eucaristica ci richiamano continuamente questa verità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono la nostra salvezza.<br /><br /> La Trinità ci ricorda incessantemente che Dio è comunione d'amore e che siamo chiamati a vivere nella stessa comunione, affinché il Dio dell'amore e della pace possa essere realmente con noi e in mezzo a noi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72269855</guid><pubDate>Mon, 01 Jun 2026 03:39:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72269855/imported_1780284630328091_audio.mp3" length="10059859" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Vivere insieme in questi giorni, è un regalo che ci aiuta a celebrare la Domenica della Trinità. 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In questi giorni sperimentiamo che la fede non è qualcosa da vivere isolatamente, ma insieme agli altri.<br /><br /> Le relazioni come luogo della presenza di Dio<br /><br /> La seconda lettura ci colpisce particolarmente perché non parte direttamente da Dio, ma dalle relazioni tra noi. Paolo ci invita a "essere gioiosi, a tendere alla perfezione, a rafforzarci e incoraggiarci reciprocamente, ad avere gli stessi sentimenti e a vivere in pace".<br /><br /> Comprendiamo che tutto questo non può essere vissuto da soli. Abbiamo bisogno di qualcuno con cui condividere la gioia, qualcuno che ci sostenga e ci incoraggi, qualcuno con cui costruire una comunione di sentimenti e di intenti.<br /><br /> Certamente la famiglia è il luogo privilegiato di questa esperienza, ma non è l'unico. Lo stare insieme ci permette di gustare la gioia, la forza, il coraggio e una profonda unità spirituale. È proprio ciò che stiamo vivendo in questi giorni e che riconosciamo come un dono straordinario.<br /><br /> Il Dio dell'amore e della pace è con noi<br /><br /> Paolo aggiunge una promessa meravigliosa: se viviamo così, "il Dio dell'amore e della pace sarà con noi". Comprendiamo allora che la presenza di Dio non è qualcosa di astratto o lontano. Non è un Dio confinato nel passato o nascosto tra le nuvole.<br /><br /> È un Dio che oggi è con noi e che si rende presente proprio attraverso il nostro stare insieme. L'esperienza intensa di questi giorni ci richiama a una verità che vale sempre: nella comunità, nella parrocchia, sul lavoro, tra vicini di casa e in ogni relazione autentica possiamo sperimentare concretamente che il Dio dell'amore e della pace cammina accanto a noi.<br /><br /> Il valore del saluto e dell'incontro<br /><br /> Paolo invita poi a salutarci con il bacio santo. Questo gesto semplice e concreto era il segno della comunione tra i credenti.<br /><br /> Ci rendiamo conto che abbracciarci, salutarci e accoglierci non sono gesti banali. Spesso facciamo persino fatica a compierli, eppure possiedono una forza enorme.<br /><br /> Questo richiamo ci porta a pensare alla festa della Visitazione, che in origine potrebbe essere chiamata più propriamente la festa del saluto. Nel Vangelo, infatti, non si parla di visitazione ma di saluto. Elisabetta dice a Maria che, appena il suo saluto è giunto ai suoi orecchi, il bambino ha sussultato nel grembo.<br /><br /> Comprendiamo così che il saluto rende percepibile la presenza dell'altro e, attraverso di essa, la presenza stessa di Dio. Il grembo di Elisabetta esulta perché, attraverso Maria, arriva il Signore. Un semplice saluto diventa quindi il segno concreto di un Dio che si fa vicino.<br /><br /> Il desiderio di Mosè: che Dio cammini con noi<br /><br /> Anche la prima lettura ci parla della vicinanza di Dio. Finalmente il Signore rivela il suo nome: Dio misericordioso, pietoso, lento all'ira e ricco di amore.<br /><br /> Mosè non si limita ad ammirare questa rivelazione. Dopo aver ascoltato il nome di Dio, si prostra immediatamente e chiede una cosa fondamentale: che il Signore cammini in mezzo al suo popolo.<br /><br /> Non gli basta sapere che Dio è misericordioso. Desidera che continui a stare con loro, nonostante il peccato del vitello d'oro, nonostante la loro infedeltà e ostinazione. Mosè riconosce che il popolo è di dura cervice, cocciuto, ma proprio...]]></itunes:summary><itunes:duration>629</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sotto il Monte: Giovanni era un profeta! Omelia sabato VIII settimana TO</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sotto-il-monte-giovanni-era-un-profeta-omelia-sabato-viii-settimana-to--72253601</link><description><![CDATA[Partiamo dal Vangelo e dalla figura di Giovanni XXIII, che stiamo ricordando nei luoghi delle sue origini. Ascoltando le parole del Vangelo, veniamo colpiti dall'affermazione secondo cui tutti ritenevano che Giovanni Battista fosse veramente un profeta. Questa espressione ci porta spontaneamente a pensare anche a Giovanni XXIII: un uomo che molti hanno riconosciuto come autentico profeta del suo tempo.<br /><br /> Durante il pellegrinaggio ripercorriamo la sua storia quasi a ritroso: partiamo dal suo ministero come papa, visitiamo i luoghi legati alla sua memoria e infine arriviamo alla sua casa natale. Qui scopriamo la semplicità delle sue origini: una famiglia povera, composta da mezzadri che lavoravano per altri, una famiglia normale di paese. Eppure da questa semplicità è nato un uomo dotato di una straordinaria autorevolezza spirituale.<br /><br /> La durezza del cuore che impedisce la conversione<br /><br /> Il Vangelo ci mette davanti al comportamento degli scribi e dei farisei. Essi sapevano che Giovanni Battista era un uomo mandato da Dio, ne riconoscevano l'autorevolezza, ma non si lasciavano convertire dalla sua parola. Rimanevano chiusi nei loro ragionamenti, intenti a trovare giustificazioni e sotterfugi, senza accogliere realmente il messaggio ricevuto.<br /><br /> Questa durezza di cuore diventa un ostacolo anche all'incontro con Gesù. Per questo il Signore risponde alle loro domande con un'altra domanda, quasi a volerli ricondurre alla loro storia personale e alla loro risposta concreta agli appelli di Dio. Il problema non è riconoscere teoricamente un profeta, ma lasciarsi cambiare dalla sua parola.<br /><br /> Anche noi siamo invitati a interrogarci: abbiamo davvero accolto gli appelli che il Signore ci ha rivolto nella vita? Ci siamo lasciati convertire? Senza questo passo interiore rischiamo di fare fatica ad accogliere pienamente Gesù come Signore e Messia.<br /><br /> Ascoltare i profeti che Dio dona alla Chiesa<br /><br /> La figura di Giovanni XXIII ci interpella profondamente. Attraverso di lui la Chiesa ha vissuto un tempo straordinario di rinnovamento, specialmente con il Concilio Vaticano II e con il suo impegno per il dialogo tra i popoli e le nazioni.<br /><br /> La Chiesa ha saputo ascoltare questo profeta che Dio le aveva donato. Di fronte a questa testimonianza ci domandiamo come possiamo compiere anche noi un passo di umiltà, di piccolezza e di conversione. Siamo chiamati a riconoscere l'azione di Dio nelle persone che Egli pone sul nostro cammino e a lasciarci guidare dalle loro parole e dal loro esempio.<br /><br /> Costruire la propria vita sulla santissima fede<br /><br /> La prima lettura, tratta dalla Lettera di Giuda, ci offre un'indicazione molto concreta. Veniamo invitati a ricordare le parole degli apostoli e soprattutto a costruire noi stessi sulla nostra santissima fede.<br /><br /> La vita cristiana appare come una costruzione continua. Non è qualcosa di statico o già acquisito, ma un cammino di crescita che richiede la collaborazione personale di ciascuno. Siamo chiamati a crescere nella fede, nel discepolato e nell'apertura del cuore.<br /><br /> Ci chiediamo allora quali passi stiamo compiendo concretamente. Dopo aver vissuto il tempo della Pasqua, della Pentecoste e mentre ci prepariamo alla celebrazione della Santissima Trinità, siamo invitati a verificare il nostro cammino spirituale. La fede deve diventare sempre più solida e matura attraverso una crescita costante.<br /><br /> Papa Giovanni, uomo che costruiva<br /><br /> Guardando alla vita di Giovanni XXIII, vediamo un uomo che ha saputo costruire. Ha edificato la sua esistenza sulla fede ricevuta dai suoi genitori, dalla sua gente e dalle tante persone incontrate lungo il suo cammino.<br /><br /> La sua esperienza in Bulgaria gli ha permesso di avvicinarsi al mondo ortodosso; in Turchia e a Parigi ha affrontato situazioni difficili e complesse; a Venezia ha vissuto una stagione particolarmente feconda. In quel periodo scrisse anche una significativa lettera pastorale sulla Parola di Dio, ricordata come un contributo di grande luce e profondità.<br /><br /> In tutte queste tappe emerge la figura di un uomo che non si è lasciato scoraggiare dagli ostacoli. Grazie al contributo di molte persone e con una grande forza interiore, ha continuato a edificare e a promuovere il bene.<br /><br /> Costruire nell'amore di Dio e nella misericordia<br /><br /> Anche noi siamo chiamati a costruire. Questa missione riguarda la nostra famiglia, le relazioni quotidiane, la comunità e tutti coloro che ci sono vicini. Siamo invitati a costruire legami autentici tra di noi e a rafforzare il nostro rapporto con il Signore.<br /><br /> La Lettera di Giuda ci ricorda che questa costruzione avviene nell'amore di Dio. Non si tratta di dimostrare forza o capacità personali, ma di vivere una vera esperienza di amore. È nell'amore di Dio che troviamo la forza per crescere e per perseverare.<br /><br /> La misericordia diventa allora il clima nel quale edificare la nostra vita. Essa ci permette di accoglierci reciprocamente, di sostenerci a vicenda e di camminare insieme nella fede, nella speranza e nella carità. Siamo chiamati a essere misericordiosi verso chi è indeciso, ad avere compassione degli altri e ad aiutarci reciprocamente nel cammino della salvezza.<br /><br /> La preghiera come sorgente di pace<br /><br /> Un tratto particolarmente significativo della vita di Giovanni XXIII è la sua profonda vita di preghiera. Viene ricordato come un uomo di grande umiltà e di grande forza spirituale.<br /><br /> Colpisce il racconto delle lunghe ore trascorse in ginocchio davanti al Signore. Da questa intensa relazione con Dio nasceva la sua capacità di costruire la pace. La pace che ha promosso nella Chiesa e nel mondo non era il frutto di una strategia umana, ma della sua comunione con Cristo crocifisso.<br /><br /> Anche noi siamo chiamati a seguire questa strada. Attraverso la preghiera possiamo imparare a costruire pace nelle nostre relazioni, nelle nostre comunità e nel nostro cuore.<br /><br /> Un cammino da percorrere insieme<br /><br /> La testimonianza di Giovanni XXIII ci invita a non rimanere spettatori, ma a lasciarci coinvolgere in un autentico cammino di conversione. Come gli scribi e i farisei siamo chiamati a scegliere se rimanere chiusi nelle nostre sicurezze oppure lasciarci trasformare dalla parola di Dio.<br /><br /> Costruire la nostra vita sulla fede, conservandoci nell'amore di Dio e vivendo la misericordia, è il compito affidato a ciascuno di noi. È una strada impegnativa, ma anche bella e possibile, perché la percorriamo insieme come comunità cristiana e possiamo contare sull'esempio e sull'intercessione di Giovanni XXIII, autentico profeta e costruttore di pace.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72253601</guid><pubDate>Sat, 30 May 2026 20:40:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72253601/imported_1780173243396921_audio.mp3" length="8042370" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Partiamo dal Vangelo e dalla figura di Giovanni XXIII, che stiamo ricordando nei luoghi delle sue origini. 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Eppure da questa semplicità è nato un uomo dotato di una straordinaria autorevolezza spirituale.<br /><br /> La durezza del cuore che impedisce la conversione<br /><br /> Il Vangelo ci mette davanti al comportamento degli scribi e dei farisei. Essi sapevano che Giovanni Battista era un uomo mandato da Dio, ne riconoscevano l'autorevolezza, ma non si lasciavano convertire dalla sua parola. Rimanevano chiusi nei loro ragionamenti, intenti a trovare giustificazioni e sotterfugi, senza accogliere realmente il messaggio ricevuto.<br /><br /> Questa durezza di cuore diventa un ostacolo anche all'incontro con Gesù. Per questo il Signore risponde alle loro domande con un'altra domanda, quasi a volerli ricondurre alla loro storia personale e alla loro risposta concreta agli appelli di Dio. Il problema non è riconoscere teoricamente un profeta, ma lasciarsi cambiare dalla sua parola.<br /><br /> Anche noi siamo invitati a interrogarci: abbiamo davvero accolto gli appelli che il Signore ci ha rivolto nella vita? Ci siamo lasciati convertire? Senza questo passo interiore rischiamo di fare fatica ad accogliere pienamente Gesù come Signore e Messia.<br /><br /> Ascoltare i profeti che Dio dona alla Chiesa<br /><br /> La figura di Giovanni XXIII ci interpella profondamente. Attraverso di lui la Chiesa ha vissuto un tempo straordinario di rinnovamento, specialmente con il Concilio Vaticano II e con il suo impegno per il dialogo tra i popoli e le nazioni.<br /><br /> La Chiesa ha saputo ascoltare questo profeta che Dio le aveva donato. Di fronte a questa testimonianza ci domandiamo come possiamo compiere anche noi un passo di umiltà, di piccolezza e di conversione. Siamo chiamati a riconoscere l'azione di Dio nelle persone che Egli pone sul nostro cammino e a lasciarci guidare dalle loro parole e dal loro esempio.<br /><br /> Costruire la propria vita sulla santissima fede<br /><br /> La prima lettura, tratta dalla Lettera di Giuda, ci offre un'indicazione molto concreta. Veniamo invitati a ricordare le parole degli apostoli e soprattutto a costruire noi stessi sulla nostra santissima fede.<br /><br /> La vita cristiana appare come una costruzione continua. Non è qualcosa di statico o già acquisito, ma un cammino di crescita che richiede la collaborazione personale di ciascuno. Siamo chiamati a crescere nella fede, nel discepolato e nell'apertura del cuore.<br /><br /> Ci chiediamo allora quali passi stiamo compiendo concretamente. Dopo aver vissuto il tempo della Pasqua, della Pentecoste e mentre ci prepariamo alla celebrazione della Santissima Trinità, siamo invitati a verificare il nostro cammino spirituale. La fede deve diventare sempre più solida e matura attraverso una crescita costante.<br /><br /> Papa Giovanni, uomo che costruiva<br /><br /> Guardando alla vita di Giovanni XXIII, vediamo un uomo che ha saputo costruire. Ha edificato la sua esistenza sulla fede ricevuta dai suoi genitori, dalla sua gente e dalle tante persone incontrate lungo il suo cammino.<br /><br /> La sua esperienza in Bulgaria gli ha permesso di avvicinarsi al mondo ortodosso; in Turchia e a Parigi ha affrontato situazioni difficili e complesse; a Venezia ha vissuto una stagione particolarmente feconda. 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Pietro insiste proprio su questo essere all’inizio, sull’avere ancora fame e sete di qualcosa che possa nutrire davvero la vita.<br /><br /> Questo latte spirituale non è qualcosa di astratto, ma un nutrimento poi 3, concreto, pieno di senso. È il latte della Parola, un latte “logico”, capace di illuminare, spiegare, sostenere e nutrire. È genuino, senza inganno, puro. Grazie a questo nutrimento possiamo crescere verso la salvezza.<br /><br /> Riconosciamo in Mario proprio questo desiderio di crescita continua. Era una persona che cercava di capire, che poneva domande, che aveva sete di verità. Anche nei ricordi della giovinezza emerge questa sua caratteristica: mentre gli altri vivevano entusiasmi un po’ ingenui, lui cercava sempre di riportare tutto a una riflessione più seria e razionale. In lui c’era questa fame autentica di comprendere.<br /><br /> Come i neonati desiderano istintivamente il latte, così anche noi siamo chiamati a desiderare ciò che ci conduce alla salvezza. Non una crescita per il potere o per l’affermazione personale, ma una crescita che ci porta dalla tenebra alla luce. Pietro ci ricorda che ci avviciniamo a Cristo, pietra viva, e che anche noi diventiamo pietre vive di una costruzione più grande, quella della Chiesa.<br /><br /> La fede appare allora come una fame profonda che nessun altro nutrimento riesce a saziare davvero. Tutto nasce dall’aver gustato la bontà del Signore. Non si tratta di uno sforzo volontaristico o di un progetto costruito da noi, ma della risposta a un incontro. Quando scopriamo che il Signore è buono, nasce il desiderio di nutrirci sempre di più di Lui.<br /><br /> Vediamo che questa ricerca, fondata sulla bontà di Dio, era molto presente nella vita di Mario.<br /><br /> Una condotta esemplare che rende gloria a Dio <br /><br /> La lettera di Pietro continua invitandoci a vivere come stranieri e pellegrini nel mondo, mantenendo una condotta esemplare tra gli uomini, affinché vedendo le nostre opere buone tutti possano dare gloria a Dio.<br /><br /> Sentiamo che proprio questo stiamo facendo nel ricordare Mario. Rendiamo gloria a Dio per le tante opere buone che ha compiuto incessantemente nella sua vita. Lo vediamo nella bellezza della sua famiglia, nel suo lavoro, ma anche negli ultimi anni segnati dalla malattia, dalla vecchiaia e da una vita più ritirata.<br /><br /> La sua è stata una presenza discreta ma fedele, una testimonianza concreta e silenziosa. Una condotta esemplare che continua a parlare anche oggi.<br /><br /> Bartimeo e il desiderio ostinato di incontrare Gesù <br /><br /> Anche il Vangelo del cieco Bartimeo richiama immediatamente la figura di Mario. Bartimeo è seduto ai margini della strada, cieco e mendicante. Non è tra i protagonisti, ma vive in una situazione di bisogno e di attesa.<br /><br /> Anche Mario ci appare così: una presenza discreta, seduta in fondo tra i banchi della chiesa, sempre presente ma senza mettersi al centro. E come Bartimeo, anche lui continua a cercare.<br /><br /> Quando Bartimeo sente che Gesù sta passando, comincia a gridare: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. È un grido insistente, ostinato. Gli altri cercano di farlo tacere, ma lui continua ancora più forte.<br /><br /> Riconosciamo anche qui qualcosa di Mario: quella sua determinazione cocciuta, quella perseveranza nel cercare il Signore senza lasciarsi fermare dagli ostacoli.<br /><br /> “Coraggio, alzati, ti chiama”<br /><br /> A un certo punto Gesù si ferma e lo chiama. La folla allora dice a Bartimeo: “Coraggio, alzati, ti chiama”.<br /><br /> Questa parola diventa una chiave per leggere anche gli ultimi istanti della vita di Mario. Rimane certamente il mistero di ciò che è accaduto, ma il Vangelo ci invita a interpretare la morte come una chiamata, come il momento dell’incontro definitivo con il Signore.<br /><br /> Immaginiamo allora che anche per Mario sia risuonata questa voce: “Coraggio, alzati, ti chiama”. Dopo aver cercato tanto, dopo essere rimasto seduto ad attendere e mendicare, finalmente può alzarsi. È quasi una resurrezione.<br /><br /> Gesù poi domanda a Bartimeo: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. È una domanda piena di delicatezza e di amore. Bartimeo risponde: “Rabbunì, che io veda di nuovo”.<br /><br /> Anche noi sentiamo che questo è il desiderio più profondo dell’uomo: vedere davvero, vedere la luce, vedere il Signore. E Gesù gli dice: “La tua fede ti ha salvato”.<br /><br /> Riconosciamo che proprio la fede ha accompagnato Mario fino a questo incontro definitivo.<br /><br /> Verso il paradiso insieme al Signore<br /><br /> Il Vangelo si conclude dicendo che Bartimeo, riacquistata la vista, seguiva Gesù lungo la strada. Questa immagine diventa per noi la rappresentazione della pace e della salvezza che Mario ora vive.<br /><br /> È come se Gesù stesso fosse venuto a prenderlo per portarlo con sé. Con affetto e semplicità immaginiamo quasi che il Signore gli abbia detto che adesso è tempo di lasciare la sua casa terrena per entrare in un paradiso ancora più bello.<br /><br /> La casa e la famiglia di Mario sono già state un piccolo paradiso per molti, un luogo di accoglienza e di amore. Ma ora il paradiso che lo attende è ancora più pieno e luminoso.<br /><br /> Ringraziamo allora il Signore per la consolazione che ci dona attraverso la sua Parola. Anche se la nostra fede è fragile, immaginiamo Mario nella comunione dei santi, vicino al Signore, capace ora di pregare per tutti noi.<br /><br /> Lo associamo così a Bartimeo, il cieco di Gerico che desiderava vedere, e ai fedeli di Pietro chiamati a crescere continuamente nella fede. Anche noi, guardando alla vita di Mario, impariamo a desiderare sempre di più l’incontro con il Signore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72216112</guid><pubDate>Thu, 28 May 2026 22:14:15 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72216112/imported_1780006091666771_audio.mp3" length="11291167" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Ascoltando le letture proposte dal lezionario ordinario, ci lasciamo sorprendere dalla Parola di Dio e vi condivido due pensieri che nascono spontaneamente da queste letture, senza averle scelte appositamente per il funerale, proprio per mantenere...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ascoltando le letture proposte dal lezionario ordinario, ci lasciamo sorprendere dalla Parola di Dio e vi condivido due pensieri che nascono spontaneamente da queste letture, senza averle scelte appositamente per il funerale, proprio per mantenere anche questo clima di festa e di gratitudine.<br /><br /> La prima lettura, tratta dalla lettera di Pietro, ci colpisce profondamente perché si apre con un’immagine molto forte: veniamo descritti come bambini appena nati, come neonati che desiderano avidamente il latte genuino spirituale. 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Non una crescita per il potere o per l’affermazione personale, ma una crescita che ci porta dalla tenebra alla luce. Pietro ci ricorda che ci avviciniamo a Cristo, pietra viva, e che anche noi diventiamo pietre vive di una costruzione più grande, quella della Chiesa.<br /><br /> La fede appare allora come una fame profonda che nessun altro nutrimento riesce a saziare davvero. Tutto nasce dall’aver gustato la bontà del Signore. Non si tratta di uno sforzo volontaristico o di un progetto costruito da noi, ma della risposta a un incontro. Quando scopriamo che il Signore è buono, nasce il desiderio di nutrirci sempre di più di Lui.<br /><br /> Vediamo che questa ricerca, fondata sulla bontà di Dio, era molto presente nella vita di Mario.<br /><br /> Una condotta esemplare che rende gloria a Dio <br /><br /> La lettera di Pietro continua invitandoci a vivere come stranieri e pellegrini nel mondo, mantenendo una condotta esemplare tra gli uomini, affinché vedendo le nostre opere buone tutti possano dare gloria a Dio.<br /><br /> Sentiamo che proprio questo stiamo facendo nel ricordare Mario. Rendiamo gloria a Dio per le tante opere buone che ha compiuto incessantemente nella sua vita. Lo vediamo nella bellezza della sua famiglia, nel suo lavoro, ma anche negli ultimi anni segnati dalla malattia, dalla vecchiaia e da una vita più ritirata.<br /><br /> La sua è stata una presenza discreta ma fedele, una testimonianza concreta e silenziosa. Una condotta esemplare che continua a parlare anche oggi.<br /><br /> Bartimeo e il desiderio ostinato di incontrare Gesù <br /><br /> Anche il Vangelo del cieco Bartimeo richiama immediatamente la figura di Mario. Bartimeo è seduto ai margini della strada, cieco e mendicante. Non è tra i protagonisti, ma vive in una situazione di bisogno e di attesa.<br /><br /> Anche Mario ci appare così: una presenza discreta, seduta in fondo tra i banchi della chiesa, sempre presente ma senza mettersi al centro. E come Bartimeo, anche lui continua a cercare.<br /><br /> Quando Bartimeo sente che Gesù sta passando, comincia a gridare: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. È un grido insistente, ostinato. Gli altri cercano di farlo tacere, ma lui continua ancora più forte.<br /><br /> Riconosciamo anche qui qualcosa di Mario: quella sua determinazione cocciuta, quella perseveranza nel cercare il Signore senza lasciarsi fermare dagli ostacoli.<br /><br /> “Coraggio, alzati, ti chiama”<br /><br /> A un...]]></itunes:summary><itunes:duration>706</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Bramate ardentemente il latte spirituale - Omelia giovedì VIII settimana TO</title><link>https://www.spreaker.com/episode/bramate-ardentemente-il-latte-spirituale-omelia-giovedi-viii-settimana-to--72215991</link><description><![CDATA[Nel percorso della Prima Lettera di Pietro ci soffermiamo su un versetto che 21 colpisce profondamente: «Se avete gustato com’è buono il Signore». Pietro parte da un’esperienza concreta, da qualcosa che abbiamo vissuto davvero. Ci invita a guardare dentro il nostro cuore e a ricordare quando abbiamo sperimentato la bontà del Signore, quando ci siamo sentiti avvicinati, aiutati, sostenuti da lui.<br /><br /> A volte possiamo pensare che Dio sia lontano, chiuso nel cielo, disinteressato alla nostra vita. E invece Pietro ci ricorda che abbiamo fatto esperienza del contrario: abbiamo gustato la sua bontà. È proprio questo incontro che fa nascere in noi un desiderio nuovo.<br /><br /> Come bambini appena nati desiderio riamo il nutrimento vero<br /><br /> Pietro usa un’immagine fortissima: siamo come bambini appena nati, anzi letteralmente come neonati appena nati. Siamo all’inizio di una vita nuova e, proprio come un neonato desidera il latte della madre, così anche noi desideriamo ardentemente il genuino latte spirituale.<br /><br /> Questo latte, nella lingua originale, è chiamato un latte “logico”, legato al Logos, alla Parola. È un nutrimento che dà senso, ragione, significato e pienezza alla vita. È un latte genuino, senza inganno, che non ci illude e non ci avvelena dopo averci attratti. È qualcosa che ci nutre davvero e ci fa crescere verso la salvezza.<br /><br /> Ci rendiamo conto allora che basta avere gustato anche solo un poco della bontà del Signore perché in noi nasca questo desiderio. Pietro insiste: desiderate ardentemente. E ci domandiamo se il nostro cuore desidera ancora davvero oppure se siamo diventati pallidi, abitudinari, stanchi anche della fede.<br /><br /> Possiamo venire all’Eucaristia per abitudine, pensando che sia sempre la stessa cosa. E invece il cuore che ha gustato il Signore desidera tornare ancora a quel nutrimento, perché sa che lì trova ciò che lo fa crescere verso la salvezza. Per questo veniamo all’Eucaristia: perché abbiamo gustato la bontà del Signore e desideriamo ritrovarla ancora.<br /><br /> Una nuova identità come pietre vive<br /><br /> Pietro continua descrivendo tutta una crescita spirituale. Ci invita ad avvicinarci a Cristo, pietra viva, per diventare anche noi pietre vive. In lui diventiamo parte di un edificio santo e siamo chiamati a offrire il nostro sacrificio spirituale.<br /><br /> La nostra identità cambia completamente. Eravamo “non popolo” e ora siamo diventati popolo di Dio. Un tempo eravamo esclusi dalla misericordia, ora invece abbiamo ottenuto misericordia. Tutto questo nasce dall’incontro con il Signore che abbiamo gustato e che continuiamo a desiderare.<br /><br /> L’Eucaristia è proprio questo ritorno continuo a quella sorgente di misericordia che ci ha cambiato la vita e ci ha dato un’appartenenza nuova.<br /><br /> Il grido di Bartimeo<br /><br /> Questo stesso desiderio attraversa anche il cuore di Bartimeo. Lui è un uomo senza possibilità: cieco, mendicante, seduto lungo la strada mentre Gesù sta già uscendo da Gerico. Sembra che abbia perso l’occasione della sua vita.<br /><br /> Gli altri cercano di farlo tacere, lo sgridano, ma lui continua a gridare ancora più forte. Ha bisogno di Gesù e lo invoca chiamandolo per nome: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me». Questa diventa l’immagine stessa della preghiera: il grido di chi desidera la misericordia e l’incontro con il Signore.<br /><br /> Bartimeo non ha nulla da offrire. Non ha meriti, non ha ricchezze, non ha potere. È un mendicante, l’ultimo tra gli ultimi. Eppure continua a gridare con forza, perché sa di avere bisogno di Gesù.<br /><br /> “Che cosa vuoi che io faccia per te?”<br /><br /> Alla fine Gesù si ferma e dice: «Chiamatelo». Ed è bellissimo sentire quelle parole: «Coraggio, ti chiama». Gesù gli rivolge una domanda sorprendente: «Che cosa vuoi che io faccia per te?».<br /><br /> Anche noi ci sentiamo raggiunti da questa domanda. Che cosa desideriamo davvero? Che cosa ci sta più a cuore oggi, questa sera, nella situazione concreta che stiamo vivendo? Dopo le fatiche e le giornate che portiamo dentro, che cosa vogliamo chiedere al Signore?<br /><br /> Bartimeo non cerca potere o privilegi, come avevano fatto i discepoli nei giorni precedenti. Chiede semplicemente: «Che io veda di nuovo». Gesù allora gli dice: «La tua fede ti ha salvato». È la fede di chi desidera veramente, di chi grida con tutto il cuore, di chi sa di avere bisogno della misericordia di Dio.<br /><br /> Seguire Gesù lungo la strada<br /><br /> Bartimeo recupera subito la vista e si mette a seguire Gesù lungo la strada. Diventa un nuovo discepolo. Non è stato soltanto un incontro occasionale destinato a finire. Adesso il suo cammino continua insieme a Gesù, verso Gerusalemme.<br /><br /> Di Bartimeo poi non sappiamo più nulla, ma in fondo ci siamo noi dentro la sua storia. Anche noi siamo quel mendicante che grida il proprio bisogno e desidera incontrare il Signore.<br /><br /> Per questo, nella preghiera e nell’Eucaristia, facciamo nostro il suo grido. Davanti all’altare diciamo al Signore ciò di cui abbiamo bisogno davvero e apriamo il nostro cuore alla sua grazia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72215991</guid><pubDate>Thu, 28 May 2026 22:07:16 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72215991/imported_1780005818855831_audio.mp3" length="7272071" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nel percorso della Prima Lettera di Pietro ci soffermiamo su un versetto che 21 colpisce profondamente: «Se avete gustato com’è buono il Signore». Pietro parte da un’esperienza concreta, da qualcosa che abbiamo vissuto davvero. Ci invita a guardare...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nel percorso della Prima Lettera di Pietro ci soffermiamo su un versetto che 21 colpisce profondamente: «Se avete gustato com’è buono il Signore». Pietro parte da un’esperienza concreta, da qualcosa che abbiamo vissuto davvero. Ci invita a guardare dentro il nostro cuore e a ricordare quando abbiamo sperimentato la bontà del Signore, quando ci siamo sentiti avvicinati, aiutati, sostenuti da lui.<br /><br /> A volte possiamo pensare che Dio sia lontano, chiuso nel cielo, disinteressato alla nostra vita. E invece Pietro ci ricorda che abbiamo fatto esperienza del contrario: abbiamo gustato la sua bontà. È proprio questo incontro che fa nascere in noi un desiderio nuovo.<br /><br /> Come bambini appena nati desiderio riamo il nutrimento vero<br /><br /> Pietro usa un’immagine fortissima: siamo come bambini appena nati, anzi letteralmente come neonati appena nati. Siamo all’inizio di una vita nuova e, proprio come un neonato desidera il latte della madre, così anche noi desideriamo ardentemente il genuino latte spirituale.<br /><br /> Questo latte, nella lingua originale, è chiamato un latte “logico”, legato al Logos, alla Parola. È un nutrimento che dà senso, ragione, significato e pienezza alla vita. È un latte genuino, senza inganno, che non ci illude e non ci avvelena dopo averci attratti. È qualcosa che ci nutre davvero e ci fa crescere verso la salvezza.<br /><br /> Ci rendiamo conto allora che basta avere gustato anche solo un poco della bontà del Signore perché in noi nasca questo desiderio. Pietro insiste: desiderate ardentemente. E ci domandiamo se il nostro cuore desidera ancora davvero oppure se siamo diventati pallidi, abitudinari, stanchi anche della fede.<br /><br /> Possiamo venire all’Eucaristia per abitudine, pensando che sia sempre la stessa cosa. E invece il cuore che ha gustato il Signore desidera tornare ancora a quel nutrimento, perché sa che lì trova ciò che lo fa crescere verso la salvezza. Per questo veniamo all’Eucaristia: perché abbiamo gustato la bontà del Signore e desideriamo ritrovarla ancora.<br /><br /> Una nuova identità come pietre vive<br /><br /> Pietro continua descrivendo tutta una crescita spirituale. Ci invita ad avvicinarci a Cristo, pietra viva, per diventare anche noi pietre vive. In lui diventiamo parte di un edificio santo e siamo chiamati a offrire il nostro sacrificio spirituale.<br /><br /> La nostra identità cambia completamente. Eravamo “non popolo” e ora siamo diventati popolo di Dio. Un tempo eravamo esclusi dalla misericordia, ora invece abbiamo ottenuto misericordia. Tutto questo nasce dall’incontro con il Signore che abbiamo gustato e che continuiamo a desiderare.<br /><br /> L’Eucaristia è proprio questo ritorno continuo a quella sorgente di misericordia che ci ha cambiato la vita e ci ha dato un’appartenenza nuova.<br /><br /> Il grido di Bartimeo<br /><br /> Questo stesso desiderio attraversa anche il cuore di Bartimeo. Lui è un uomo senza possibilità: cieco, mendicante, seduto lungo la strada mentre Gesù sta già uscendo da Gerico. Sembra che abbia perso l’occasione della sua vita.<br /><br /> Gli altri cercano di farlo tacere, lo sgridano, ma lui continua a gridare ancora più forte. Ha bisogno di Gesù e lo invoca chiamandolo per nome: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me». Questa diventa l’immagine stessa della preghiera: il grido di chi desidera la misericordia e l’incontro con il Signore.<br /><br /> Bartimeo non ha nulla da offrire. Non ha meriti, non ha ricchezze, non ha potere. È un mendicante, l’ultimo tra gli ultimi. Eppure continua a gridare con forza, perché sa di avere bisogno di Gesù.<br /><br /> “Che cosa vuoi che io faccia per te?”<br /><br /> Alla fine Gesù si ferma e dice: «Chiamatelo». Ed è bellissimo sentire quelle parole: «Coraggio, ti chiama». Gesù gli rivolge una domanda sorprendente: «Che cosa vuoi che io faccia per te?».<br /><br /> Anche noi ci sentiamo raggiunti da questa domanda. Che cosa desideriamo davvero? Che cosa ci sta più a cuore...]]></itunes:summary><itunes:duration>455</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Liberati dalla vuota condotta - Omelia mercoledì VIII tempo ordinario</title><link>https://www.spreaker.com/episode/liberati-dalla-vuota-condotta-omelia-mercoledi-viii-tempo-ordinario--72202178</link><description><![CDATA[Ci soffermiamo sulla prima lettera di Pietro, in queste letture troppo ricche e belle. Colpisce soprattutto un’espressione: “la vostra vuota condotta”. Pietro ricorda che non siamo stati liberati con cose effimere come l’oro e l’argento, ma da qualcosa di molto più profondo.<br /><br /> Questa immagine del vuoto ci tocca da vicino. Anche noi, infatti, possiamo sentire che le nostre giornate o la nostra vita siano vuote. Pietro parla di una condotta vuota legata all’infedeltà e ai comportamenti ereditati dal passato, ma riconosciamo che questo vuoto riguarda tutti noi. Lo sperimentiamo quando ci sentiamo inutili, troppo occupati da mille cose che però non sono davvero importanti, oppure quando ci sembra di non incidere nella vita degli altri.<br /><br /> Pietro ci ricorda però che il Signore ci salva proprio da questo vuoto. Non ci salva con ricchezze o cose materiali, ma “a prezzo del suo sangue”. Cristo, agnello senza difetti, dona la sua vita per noi. È impressionante pensare che Gesù si svuoti di sé stesso per riempire noi di vita. Con il suo amore ci mostra che la vera pienezza nasce dal dono di sé.<br /><br /> L’amore che riempie la vita<br /><br /> Dopo aver parlato della salvezza ricevuta in Cristo, Pietro ci invita ad amarci sinceramente e intensamente, di vero cuore. Comprendiamo così che una delle realtà che può davvero riempire la nostra vita è l’amore.<br /><br /> Una vita senza amore diventa inevitabilmente povera. L’amore si manifesta in tanti modi diversi: nell’affetto verso i figli, i nipoti, il marito o la moglie, ma anche nei piccoli servizi quotidiani verso gli altri. Anche chi vive più solo può allargare il proprio cuore e trasformare la vita in dono attraverso gesti semplici e concreti.<br /><br /> Gesù ci libera mostrandoci fino a che punto si può amare: fino a dare la vita. Lui dona sé stesso non soltanto per i suoi amici, ma per tutti, anche per i peccatori. Questo è lo stile dell’amore cristiano: un amore intenso, concreto, fatto di dedizione e di cuore.<br /><br /> I nostri piccoli gesti, quando sono vissuti con amore sincero, diventano segni di una gioia piena che desideriamo condividere. L’amore autentico non opprime, ma serve; non domina, ma protegge; non schiaccia, ma consola.<br /><br /> Rigenerati dalla Parola di Dio<br /><br /> Pietro ci parla anche di un’altra realtà capace di liberarci dalla vuota condotta: la Parola di Dio. Noi siamo stati rigenerati non da un seme corruttibile, destinato a marcire, ma da un seme incorruttibile, eterno, che è proprio la Parola del Signore.<br /><br /> Tutto passa: l’erba inaridisce, i fiori appassiscono e cadono. La Parola di Dio invece rimane per sempre. Questa parola è diversa da tutte le altre parole che ascoltiamo ogni giorno, perché ha la forza di rigenerarci, di restituirci significato, luce e vita.<br /><br /> Il Vangelo che abbiamo ascoltato e che ci viene annunciato continuamente ci riporta sempre all’amore della Pasqua, all’amore generante che abbiamo visto in Gesù. La Parola di Dio ci rinnova continuamente e ci fa uscire dal vuoto.<br /><br /> Non il potere, ma il servizio<br /><br /> Alla luce di questo comprendiamo meglio anche il Vangelo, quando i discepoli chiedono di stare alla destra e alla sinistra di Gesù. Quella richiesta perde significato, perché nel Regno di Dio non conta il potere ma il servizio.<br /><br /> Gesù domanda ai suoi discepoli se sono disposti a bere il suo calice e a condividere il suo battesimo. In altre parole chiede loro se vogliono donare anche loro la vita. Colpisce la risposta dei discepoli: “Vogliamo”. Anche noi desideriamo poter dire la stessa cosa.<br /><br /> Gesù allora insegna che non bisogna cercare di essere i primi, ma gli ultimi, mettendosi al servizio degli altri. È questa la strada che riempie davvero le nostre giornate e le nostre relazioni.<br /><br /> Riempirsi a vicenda attraverso il dono<br /><br /> Scopriamo che la nostra vita si riempie proprio quando l’amore viene speso e donato. Nel momento stesso in cui lo offriamo agli altri, lo riceviamo anche noi. L’amore crea uno scambio reciproco, un riempirsi a vicenda.<br /><br /> Sono soprattutto i più piccoli e le persone semplici a insegnarci questa strada con maggiore efficacia. Attraverso di loro impariamo il valore del servizio, della vicinanza e della condivisione.<br /><br /> Per questo ringraziamo l’apostolo Pietro, che continua ad accompagnarci con le sue parole, e ringraziamo il Signore, che ci rinnova continuamente attraverso il suo amore e la sua famiglia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72202178</guid><pubDate>Thu, 28 May 2026 07:09:54 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72202178/imported_1779951945277824_audio.mp3" length="6952751" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Ci soffermiamo sulla prima lettera di Pietro, in queste letture troppo ricche e belle. 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Lo sperimentiamo quando ci sentiamo inutili, troppo occupati da mille cose che però non sono davvero importanti, oppure quando ci sembra di non incidere nella vita degli altri.<br /><br /> Pietro ci ricorda però che il Signore ci salva proprio da questo vuoto. Non ci salva con ricchezze o cose materiali, ma “a prezzo del suo sangue”. Cristo, agnello senza difetti, dona la sua vita per noi. È impressionante pensare che Gesù si svuoti di sé stesso per riempire noi di vita. Con il suo amore ci mostra che la vera pienezza nasce dal dono di sé.<br /><br /> L’amore che riempie la vita<br /><br /> Dopo aver parlato della salvezza ricevuta in Cristo, Pietro ci invita ad amarci sinceramente e intensamente, di vero cuore. Comprendiamo così che una delle realtà che può davvero riempire la nostra vita è l’amore.<br /><br /> Una vita senza amore diventa inevitabilmente povera. L’amore si manifesta in tanti modi diversi: nell’affetto verso i figli, i nipoti, il marito o la moglie, ma anche nei piccoli servizi quotidiani verso gli altri. Anche chi vive più solo può allargare il proprio cuore e trasformare la vita in dono attraverso gesti semplici e concreti.<br /><br /> Gesù ci libera mostrandoci fino a che punto si può amare: fino a dare la vita. Lui dona sé stesso non soltanto per i suoi amici, ma per tutti, anche per i peccatori. Questo è lo stile dell’amore cristiano: un amore intenso, concreto, fatto di dedizione e di cuore.<br /><br /> I nostri piccoli gesti, quando sono vissuti con amore sincero, diventano segni di una gioia piena che desideriamo condividere. L’amore autentico non opprime, ma serve; non domina, ma protegge; non schiaccia, ma consola.<br /><br /> Rigenerati dalla Parola di Dio<br /><br /> Pietro ci parla anche di un’altra realtà capace di liberarci dalla vuota condotta: la Parola di Dio. Noi siamo stati rigenerati non da un seme corruttibile, destinato a marcire, ma da un seme incorruttibile, eterno, che è proprio la Parola del Signore.<br /><br /> Tutto passa: l’erba inaridisce, i fiori appassiscono e cadono. La Parola di Dio invece rimane per sempre. Questa parola è diversa da tutte le altre parole che ascoltiamo ogni giorno, perché ha la forza di rigenerarci, di restituirci significato, luce e vita.<br /><br /> Il Vangelo che abbiamo ascoltato e che ci viene annunciato continuamente ci riporta sempre all’amore della Pasqua, all’amore generante che abbiamo visto in Gesù. La Parola di Dio ci rinnova continuamente e ci fa uscire dal vuoto.<br /><br /> Non il potere, ma il servizio<br /><br /> Alla luce di questo comprendiamo meglio anche il Vangelo, quando i discepoli chiedono di stare alla destra e alla sinistra di Gesù. 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Ma comprendiamo che la santità non è qualcosa riservato a pochi eletti. È invece un cammino aperto a tutti noi.<br /><br /> Essere santi significa anzitutto seguire il Signore, diventare suoi discepoli appassionati. Non vuol dire avere sempre risposte perfette o vivere una vita eccezionale agli occhi del mondo, ma imparare ad avere il cuore rivolto a Lui, cercando di essere buoni, puri di cuore e fedeli nel nostro quotidiano.<br /><br /> Lasciare tutto per seguire il Signore<br /><br /> Nel Vangelo ascoltiamo Pietro che dice a Gesù: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Comprendiamo allora che la santità passa anche attraverso questo lasciare tutto per il Signore.<br /><br /> Pietro aveva lasciato il suo lavoro di pescatore e forse persino la sua famiglia. Anche noi, in modi diversi, facciamo esperienza di distacchi e rinunce. Non sempre sono scelti liberamente; spesso sono situazioni che la vita ci mette davanti. Possiamo sentirci privati di relazioni, di autonomie, di successi o di possibilità che prima avevamo.<br /><br /> Ci chiediamo allora che cosa possiamo ancora fare, magari stando seduti su una sedia o costretti in un letto. Ma proprio qui il Signore ci ricorda che ciò che conta davvero è la nostra relazione con Lui. La santità consiste nel continuare a cercarlo, sempre, in ogni situazione della vita.<br /><br /> La forza della piccolezza e della povertà<br /><br /> Scopriamo che, paradossalmente, più diventiamo piccoli e poveri di mezzi, più il nostro legame con il Signore può diventare prezioso. Pensiamo alle Beatitudini: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. I poveri in spirito sono coloro che non hanno nulla su cui contare, né ricchezze né particolari capacità, ma proprio per questo si affidano completamente a Dio.<br /><br /> Riconosciamo che tutti noi viviamo momenti di fragilità e di povertà interiore. Proprio lì possiamo riscoprire ciò che davvero rimane nella nostra giornata: il Signore. Possiamo ancora pregarlo, ringraziarlo, affidargli le persone che amiamo.<br /><br /> Comprendiamo allora che anche i gesti più piccoli hanno un valore immenso: un sorriso, l’ascolto di chi ci è vicino, una preghiera per qualcuno, il pensiero rivolto ai propri familiari o ai propri cari che sono già in paradiso. Sono cose semplici, ma agli occhi di Dio diventano preziosissime.<br /><br /> Il cento volte tanto promesso da Gesù<br /><br /> Gesù ci assicura che nessuno lascia qualcosa per Lui e per il Vangelo senza ricevere già in questa vita “cento volte tanto”. Non sempre questo dono è visibile o tangibile. Abbiamo bisogno dello Spirito Santo per comprendere davvero questa promessa.<br /><br /> La santità diventa così una sorta di consacrazione del cuore al Signore, un affidamento profondo e totale a Lui. E proprio grazie a questo amore scopriamo di ricevere molto di più di quanto pensiamo di aver perso. Le persone che ci stanno accanto, l’affetto ricevuto, la fraternità che nasce nella fede diventano segni concreti di questo dono.<br /><br /> Anche se abbiamo lasciato qualcosa o qualcuno, il Signore ci fa scoprire una famiglia più grande, relazioni nuove e inattese, una comunione che allarga il cuore.<br /><br /> La via della croce e la gloria dei figli di Dio<br /><br /> Guardiamo infine a Gesù stesso. Lui non ha scelto il potere, i palazzi o le ricchezze. Ha dato la sua vita sulla croce. Anche san Pietro ci ricorda che nella vita restano sofferenze da attraversare e da accogliere.<br /><br /> Eppure, insieme alla sofferenza, il Signore ci promette una gloria infinita: quella dei figli di Dio. Comprendiamo allora che siamo suoi, apparteniamo a Lui, e proprio per questo siamo chiamati santi.<br /><br /> Nell’Eucaristia tutto questo si compie pienamente. Il sacrificio di Gesù si unisce alla nostra vita e la santifica. Lui ha consacrato se stesso per noi, per donarci la sua stessa santità e renderci partecipi del suo amore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72172581</guid><pubDate>Tue, 26 May 2026 17:14:23 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72172581/imported_1779808158885270_audio.mp3" length="6783895" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>“Sarete santi perché io sono santo”. Questa affermazione di Pietro ci sembra quasi provocatoria e ci chiediamo subito che cosa significhi davvero essere santi per noi, per voi di questa casa di riposo Lercaro! 

Pensiamo forse ai grandi santi della...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[“Sarete santi perché io sono santo”. Questa affermazione di Pietro ci sembra quasi provocatoria e ci chiediamo subito che cosa significhi davvero essere santi per noi, per voi di questa casa di riposo Lercaro! <br /><br /> Pensiamo forse ai grandi santi della storia, a persone straordinarie come san Francesco o san Filippo Neri, uomini che hanno lasciato un segno profondo nella Chiesa. Ma comprendiamo che la santità non è qualcosa riservato a pochi eletti. È invece un cammino aperto a tutti noi.<br /><br /> Essere santi significa anzitutto seguire il Signore, diventare suoi discepoli appassionati. Non vuol dire avere sempre risposte perfette o vivere una vita eccezionale agli occhi del mondo, ma imparare ad avere il cuore rivolto a Lui, cercando di essere buoni, puri di cuore e fedeli nel nostro quotidiano.<br /><br /> Lasciare tutto per seguire il Signore<br /><br /> Nel Vangelo ascoltiamo Pietro che dice a Gesù: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Comprendiamo allora che la santità passa anche attraverso questo lasciare tutto per il Signore.<br /><br /> Pietro aveva lasciato il suo lavoro di pescatore e forse persino la sua famiglia. Anche noi, in modi diversi, facciamo esperienza di distacchi e rinunce. Non sempre sono scelti liberamente; spesso sono situazioni che la vita ci mette davanti. Possiamo sentirci privati di relazioni, di autonomie, di successi o di possibilità che prima avevamo.<br /><br /> Ci chiediamo allora che cosa possiamo ancora fare, magari stando seduti su una sedia o costretti in un letto. Ma proprio qui il Signore ci ricorda che ciò che conta davvero è la nostra relazione con Lui. La santità consiste nel continuare a cercarlo, sempre, in ogni situazione della vita.<br /><br /> La forza della piccolezza e della povertà<br /><br /> Scopriamo che, paradossalmente, più diventiamo piccoli e poveri di mezzi, più il nostro legame con il Signore può diventare prezioso. Pensiamo alle Beatitudini: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. I poveri in spirito sono coloro che non hanno nulla su cui contare, né ricchezze né particolari capacità, ma proprio per questo si affidano completamente a Dio.<br /><br /> Riconosciamo che tutti noi viviamo momenti di fragilità e di povertà interiore. Proprio lì possiamo riscoprire ciò che davvero rimane nella nostra giornata: il Signore. Possiamo ancora pregarlo, ringraziarlo, affidargli le persone che amiamo.<br /><br /> Comprendiamo allora che anche i gesti più piccoli hanno un valore immenso: un sorriso, l’ascolto di chi ci è vicino, una preghiera per qualcuno, il pensiero rivolto ai propri familiari o ai propri cari che sono già in paradiso. Sono cose semplici, ma agli occhi di Dio diventano preziosissime.<br /><br /> Il cento volte tanto promesso da Gesù<br /><br /> Gesù ci assicura che nessuno lascia qualcosa per Lui e per il Vangelo senza ricevere già in questa vita “cento volte tanto”. Non sempre questo dono è visibile o tangibile. Abbiamo bisogno dello Spirito Santo per comprendere davvero questa promessa.<br /><br /> La santità diventa così una sorta di consacrazione del cuore al Signore, un affidamento profondo e totale a Lui. E proprio grazie a questo amore scopriamo di ricevere molto di più di quanto pensiamo di aver perso. Le persone che ci stanno accanto, l’affetto ricevuto, la fraternità che nasce nella fede diventano segni concreti di questo dono.<br /><br /> Anche se abbiamo lasciato qualcosa o qualcuno, il Signore ci fa scoprire una famiglia più grande, relazioni nuove e inattese, una comunione che allarga il cuore.<br /><br /> La via della croce e la gloria dei figli di Dio<br /><br /> Guardiamo infine a Gesù stesso. Lui non ha scelto il potere, i palazzi o le ricchezze. Ha dato la sua vita sulla croce. 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Guardando le letture con questa intenzione nel cuore, sccopriamo come il mistero dello Spirito Santo si renda visibile in modo concreto proprio nella vita degli sposi, nel loro amarsi, sostenersi e camminare insieme nel tempo.<br /><br /> Parlare la lingua dell’altro<br /><br /> Nella lettura degli Atti degli Apostoli colpisce l’immagine dello Spirito che si posa sui discepoli sotto forma di lingue di fuoco. È un unico Spirito, ma si distribuisce in modo diverso su ciascuno. Ogni persona riceve il medesimo dono in maniera personale e unica.<br /><br /> La folla radunata a Gerusalemme rimane stupita perché ciascuno sente parlare nella propria lingua nativa. Gli apostoli annunciano le meraviglie di Dio in modo comprensibile al cuore di chi ascolta. È un’esperienza profonda: quando ci troviamo stranieri in un luogo lontano e sentiamo qualcuno parlare la nostra lingua, immediatamente ci sentiamo a casa, accolti, compresi.<br /><br /> Così è anche nella vita matrimoniale. Gli sposi imparano lentamente a parlarsi davvero, a comprendere il linguaggio dell’altro, i suoi desideri, le sue ferite, i suoi bisogni e le sue attese. Pur essendo differenti, imparano negli anni a trovare una lingua comune, una comunicazione che sa raggiungere il cuore dell’altro. Non sempre è facile; a volte ci si fraintende, a volte sembra impossibile capirsi. Eppure il sacramento del matrimonio sostiene proprio questa capacità di incontrarsi.<br /><br /> Le coppie che vivono da tanti anni insieme diventano allora per tutta la comunità un segno concreto della Pentecoste. Ci insegnano che sentirsi a casa accanto a qualcuno è possibile, che si può essere custoditi e accompagnati dentro una relazione che diventa familiare e accogliente anche nelle sue particolarità e fragilità.<br /><br /> La forza autorevole della testimonianza<br /><br /> Gli apostoli, dopo aver ricevuto lo Spirito, acquistano una forza nuova e un’autorevolezza che tutti riconoscono. Le loro parole diventano credibili perché parlano delle meraviglie di Dio.<br /><br /> Anche la vita matrimoniale possiede questa autorevolezza. Quando due persone si donano reciprocamente la vita per tanti anni, le loro parole acquistano peso, profondità e verità. La loro testimonianza diventa significativa per i figli, per i nipoti e per tutta la comunità.<br /><br /> La Scrittura stessa usa continuamente l’immagine sponsale per raccontare il rapporto tra Dio e il suo popolo. Per questo gli sposi diventano maestri anche per noi: osservando il loro modo di ascoltarsi e parlarsi, impariamo qualcosa dell’amore stesso di Dio.<br /><br /> Diversi ma nutriti dallo stesso Spirito<br /><br /> La seconda lettura, dalla Prima lettera ai Corinzi, ci ha fatto contemplare la bellezza della diversità. Paolo parla di carismi, servizi e attività differenti. Ognuno riceve qualcosa di unico, ma tutto proviene dal medesimo Spirito.<br /><br /> Nessuno possiede un dono superiore agli altri. Ogni persona manifesta in modo particolare la presenza dello Spirito Santo e questa ricchezza è data per il bene comune. È bellissimo riconoscere che ciò che l’altro è rappresenta per noi un dono di Dio.<br /><br /> Nella vita matrimoniale questo appare in modo chiarissimo. Gli sposi imparano a riconoscere e valorizzare i doni reciproci, sostenendosi nelle proprie capacità e fragilità. Ognuno diventa necessario all’altro proprio nella sua unicità.<br /><br /> Paolo sottolinea inoltre che tutti, senza distinzione, sono dissetati dallo stesso Spirito. Pur essendo diversi, attingiamo tutti alla stessa sorgente. Questa immagine della sete richiama il desiderio profondo di amore, di comunione e di vita che abita ogni persona.<br /><br /> Abbiamo allora compreso che ciascuno è prezioso e utile, anche chi sembra fragile o inutile agli occhi del mondo: gli anziani che non riescono più a fare ciò che facevano un tempo, chi ha bisogno di essere accompagnato, i bambini piccoli appena nati. Tutti portano una manifestazione dello Spirito e appartengono a questa rete di comunione.<br /><br /> Le coppie sposate testimoniano in modo speciale proprio questa verità: nessuno vive per sé stesso e ogni vita diventa dono per gli altri.<br /><br /> Gesù in mezzo ai suoi<br /><br /> Nel Vangelo vediamo il modo con cui Gesù risorto incontra i suoi discepoli. Essi sono chiusi nel cenacolo per paura, ma Gesù entra e si pone in mezzo a loro, c’è!<br /><br /> Questa presenza è fondamentale. Gesù non fugge, non abbandona, non si allontana. Rimane lì, presente. Anche nella vita matrimoniale la presenza reciproca è decisiva. A volte può essere faticosa o persino ingombrante, ma è proprio questa fedeltà concreta a rendere vero l’amore.<br /><br /> Inoltre la prima parola che Gesù pronuncia è: “Pace a voi”. Il dono più grande del Risorto è la pace. Essere vicini significa poter offrire pace all’altro, diventare luogo di riposo e di riconciliazione.<br /><br /> Le ferite dell’amore<br /><br /> Poi Gesù mostra le mani e il fianco, le ferite del suo amore. Sono i segni concreti di ciò che è costato amare. Anche gli sposi portano ferite nate dall’amore donato, dalla fatica condivisa, dai sacrifici affrontati insieme. Eppure quelle ferite non parlano di morte, ma di vita. Diventano segni di un amore che ha resistito e continua a generare comunione.<br /><br /> Amore che libera e perdona<br /><br /> Gesù non trattiene i discepoli per sé, ma li invia: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Questo ci rivela un amore che non imprigiona, ma rende liberi.<br /><br /> Anche nella vita matrimoniale l’amore autentico non possiede l’altro, non lo soffoca, ma lo incoraggia a esprimere pienamente la propria vita e la propria vocazione. Gli sposi sono chiamati a sostenersi reciprocamente perché ciascuno possa realizzare ciò che il Signore gli affida.<br /><br /> Il perdono<br /><br /> Infine Gesù dona il perdono. È il cuore della vita fraterna e di ogni relazione autentica. Perdonarsi è una delle esperienze più difficili, e proprio per questo è necessario lo Spirito Santo.<br /><br /> Le coppie che hanno attraversato gli anni insieme testimoniano che il perdono è possibile e che diventa lo strumento attraverso cui la relazione si rinnova continuamente. Il perdono non è soltanto necessario nella vita familiare, ma è anche la strada della pace nelle comunità, nella società e persino tra i popoli.<br /><br /> Gesù stesso, dalla croce, ha perdonato. E noi siamo chiamati a percorrere la stessa strada.<br /><br /> Il grande dono della Pentecoste<br /><br /> Alla luce di queste letture capiamo che il cuore della vita matrimoniale coincide profondamente con il cuore della vita cristiana. Lo Spirito Santo ci viene donato perché possiamo vivere nella comunione, nella pace, nella libertà e nel perdono.<br /><br /> Per questo ringraziamo il Signore per il dono del suo Spirito, per la sua presenza in mezzo a noi, per la pace che ci offre, per le ferite d’amore che diventano segni di vita, per la libertà che sa donare e per la possibilità sempre nuova del perdono.<br /><br /> Ringraziamo anche le coppie della comunità, perché attraverso la loro fedeltà e la loro testimonianza rendono visibile tutto questo. In questo giorno di Pentecoste esse diventano per tutti noi un segno concreto del dono di Dio e della sua presenza viva in mezzo al suo popolo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72162733</guid><pubDate>Tue, 26 May 2026 04:12:04 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72162733/imported_1779723023204025_audio.mp3" length="14664097" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Viviamo questa celebrazione come un dono speciale, illuminato dalla festa di Pentecoste e dalla preghiera per le coppie che da tanti anni condividono la vita matrimoniale. Guardando le letture con questa intenzione nel cuore, sccopriamo come il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Viviamo questa celebrazione come un dono speciale, illuminato dalla festa di Pentecoste e dalla preghiera per le coppie che da tanti anni condividono la vita matrimoniale. Guardando le letture con questa intenzione nel cuore, sccopriamo come il mistero dello Spirito Santo si renda visibile in modo concreto proprio nella vita degli sposi, nel loro amarsi, sostenersi e camminare insieme nel tempo.<br /><br /> Parlare la lingua dell’altro<br /><br /> Nella lettura degli Atti degli Apostoli colpisce l’immagine dello Spirito che si posa sui discepoli sotto forma di lingue di fuoco. È un unico Spirito, ma si distribuisce in modo diverso su ciascuno. Ogni persona riceve il medesimo dono in maniera personale e unica.<br /><br /> La folla radunata a Gerusalemme rimane stupita perché ciascuno sente parlare nella propria lingua nativa. Gli apostoli annunciano le meraviglie di Dio in modo comprensibile al cuore di chi ascolta. È un’esperienza profonda: quando ci troviamo stranieri in un luogo lontano e sentiamo qualcuno parlare la nostra lingua, immediatamente ci sentiamo a casa, accolti, compresi.<br /><br /> Così è anche nella vita matrimoniale. Gli sposi imparano lentamente a parlarsi davvero, a comprendere il linguaggio dell’altro, i suoi desideri, le sue ferite, i suoi bisogni e le sue attese. Pur essendo differenti, imparano negli anni a trovare una lingua comune, una comunicazione che sa raggiungere il cuore dell’altro. Non sempre è facile; a volte ci si fraintende, a volte sembra impossibile capirsi. Eppure il sacramento del matrimonio sostiene proprio questa capacità di incontrarsi.<br /><br /> Le coppie che vivono da tanti anni insieme diventano allora per tutta la comunità un segno concreto della Pentecoste. Ci insegnano che sentirsi a casa accanto a qualcuno è possibile, che si può essere custoditi e accompagnati dentro una relazione che diventa familiare e accogliente anche nelle sue particolarità e fragilità.<br /><br /> La forza autorevole della testimonianza<br /><br /> Gli apostoli, dopo aver ricevuto lo Spirito, acquistano una forza nuova e un’autorevolezza che tutti riconoscono. Le loro parole diventano credibili perché parlano delle meraviglie di Dio.<br /><br /> Anche la vita matrimoniale possiede questa autorevolezza. Quando due persone si donano reciprocamente la vita per tanti anni, le loro parole acquistano peso, profondità e verità. La loro testimonianza diventa significativa per i figli, per i nipoti e per tutta la comunità.<br /><br /> La Scrittura stessa usa continuamente l’immagine sponsale per raccontare il rapporto tra Dio e il suo popolo. Per questo gli sposi diventano maestri anche per noi: osservando il loro modo di ascoltarsi e parlarsi, impariamo qualcosa dell’amore stesso di Dio.<br /><br /> Diversi ma nutriti dallo stesso Spirito<br /><br /> La seconda lettura, dalla Prima lettera ai Corinzi, ci ha fatto contemplare la bellezza della diversità. Paolo parla di carismi, servizi e attività differenti. Ognuno riceve qualcosa di unico, ma tutto proviene dal medesimo Spirito.<br /><br /> Nessuno possiede un dono superiore agli altri. Ogni persona manifesta in modo particolare la presenza dello Spirito Santo e questa ricchezza è data per il bene comune. È bellissimo riconoscere che ciò che l’altro è rappresenta per noi un dono di Dio.<br /><br /> Nella vita matrimoniale questo appare in modo chiarissimo. Gli sposi imparano a riconoscere e valorizzare i doni reciproci, sostenendosi nelle proprie capacità e fragilità. Ognuno diventa necessario all’altro proprio nella sua unicità.<br /><br /> Paolo sottolinea inoltre che tutti, senza distinzione, sono dissetati dallo stesso Spirito. Pur essendo diversi, attingiamo tutti alla stessa sorgente. Questa immagine della sete richiama il desiderio profondo di amore, di comunione e di vita che abita ogni persona.<br /><br /> Abbiamo allora compreso che ciascuno è prezioso e utile, anche chi sembra fragile o inutile agli occhi del mondo: gli anziani che non riescono...]]></itunes:summary><itunes:duration>917</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La nostra sete e il dono dello Spirito - Omelia Veglia di Pentecoste 2026 BVI</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-nostra-sete-e-il-dono-dello-spirito-omelia-veglia-di-pentecoste-2026-bvi--72138232</link><description><![CDATA[Nel Vangelo della Messa vigiliare ascoltiamo il grande grido di Gesù: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me”. Comprendiamo subito che questo invito riguarda lo Spirito Santo, il dono che stiamo aspettando e chiedendo insieme. È il dono più grande che Gesù risorto lascia ai suoi discepoli, il frutto della Pasqua e della vittoria sulla morte.<br /><br /> Ricordiamo come già dalla sera stessa della Risurrezione Gesù abbia soffiato sui discepoli donando loro lo Spirito. Anche nell’Ascensione aveva insistito perché i suoi rimanessero a Gerusalemme ad attendere questo dono. Ci chiediamo allora perché lo Spirito sia così importante e troviamo la risposta proprio nell’immagine della sete. Gesù conosce la nostra sete più profonda e vuole venirle incontro.<br /><br /> La falsa sete di Babele<br /><br /> Ripercorrendo le letture ascoltate, vediamo anzitutto la vicenda della torre di Babele. Gli uomini riescono a collaborare, parlano la stessa lingua, costruiscono insieme una città e una torre che vogliono far arrivare fino al cielo. È un progetto di forza, di organizzazione e di autonomia da Dio.<br /><br /> Riconosciamo che anche noi possiamo essere attratti da questa sete di potere, di controllo, di uniformità. Ci piacerebbe che tutto funzionasse perfettamente, che tutti la pensassero allo stesso modo e che nulla disturbasse i nostri piani. Ma Dio interviene confondendo le lingue e interrompendo quel progetto.<br /><br /> Comprendiamo allora che la nostra sete più vera non è quella del dominio o dell’autosufficienza. Non è la ricerca di un ordine che elimina le differenze e mette da parte i più piccoli e i più deboli. La sete autentica è quella della pace, della fraternità e della comunione con Dio. È il desiderio di una città in cui ciascuno abbia il proprio posto e in cui le differenze siano riconosciute come una ricchezza.<br /><br /> La sete di vita nella valle delle ossa aride<br /><br /> La seconda immagine è quella potentissima del profeta Ezechiele: una grande pianura piena di ossa aride. Apparentemente non c’è più vita e quindi sembrerebbe non esserci nemmeno più sete. Eppure quella visione rappresenta un popolo spento, in esilio, lontano da Dio, incapace di vivere davvero.<br /><br /> Riconosciamo che anche noi tante volte ci sentiamo come quelle ossa: svuotati, scoraggiati, senza motivazioni profonde. Possiamo arrivare a chiuderci in noi stessi, pensando che non ci sia più nulla da attendere o sperare. In alcuni casi emerge perfino il desiderio di lasciarsi andare, di smettere di lottare.<br /><br /> Ma il Signore non accetta questa morte interiore. Attraverso il profeta chiama quelle ossa a risvegliarsi. Alla voce di Dio le ossa riprendono vita, si ricompongono, tornano a respirare. Comprendiamo così che la nostra sete più profonda è anche una sete di vita, di vitalità, di fecondità, di rinascita.<br /><br /> Il gemito della creazione e la sete di speranza<br /><br /> Nella lettera ai Romani troviamo poi un’altra immagine ancora più vicina alla nostra esperienza quotidiana. San Paolo parla di tutta la creazione che geme nelle doglie del parto. Anche noi portiamo dentro un gemito, un’inquietudine, qualcosa di incompiuto che ci fa soffrire.<br /><br /> Questa è una sete di salvezza e di speranza. È il desiderio di una vita nuova, dell’essere pienamente figli di Dio. Spesso però non sappiamo nemmeno esprimere chiaramente ciò di cui abbiamo bisogno. Sentiamo soltanto un vuoto, un’attesa, una mancanza.<br /><br /> Ed è proprio qui che interviene lo Spirito Santo. Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, interpreta il nostro gemito, ci aiuta a comprendere i desideri più profondi del nostro cuore. Ci insegna ciò di cui abbiamo veramente bisogno e orienta la nostra sete verso Dio.<br /><br /> Gesù, sorgente d’acqua viva<br /><br /> La grande consolazione della liturgia è che Gesù non ci lascia vagare alla ricerca di ristoro. Ci invita direttamente ad andare a Lui: “Chi ha sete venga a me”. È Lui la sorgente capace di dissetare davvero il nostro cuore.<br /><br /> Gesù però promette qualcosa di ancora più sorprendente. Non soltanto riceviamo l’acqua viva dello Spirito, ma diventiamo noi stessi sorgenti. Dal nostro grembo possono sgorgare fiumi d’acqua viva.<br /><br /> Comprendiamo allora che il dono dello Spirito non è mai qualcosa di privato o chiuso in noi stessi. Lo Spirito ci trasforma affinché possiamo dissetare anche gli altri attraverso la nostra testimonianza, il perdono, la vicinanza, l’amore condiviso e la capacità di portare speranza.<br /><br /> Diventare dono per gli altri<br /><br /> Siamo invitati ad aprire il cuore per riconoscere la nostra sete più vera e per accogliere l’acqua viva che il Signore ci dona. Lo Spirito Santo ci consola, ci rinnova e ci ridona vita, ma nello stesso tempo ci rende strumenti per gli altri.<br /><br /> Il dono dello Spirito è sempre destinato ad allargarsi. Nessuno è escluso da questa acqua viva. Ricevendo lo Spirito diventiamo persone capaci di portare pace, fraternità, speranza e vita a chi incontriamo. Così la nostra stessa esistenza può trasformarsi in una sorgente zampillante che continua a diffondere il dono di Dio nel mondo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72138232</guid><pubDate>Sun, 24 May 2026 08:08:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72138232/imported_1779610026188285_audio.mp3" length="11908493" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nel Vangelo della Messa vigiliare ascoltiamo il grande grido di Gesù: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me”. Comprendiamo subito che questo invito riguarda lo Spirito Santo, il dono che stiamo aspettando e chiedendo insieme. È il dono più...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nel Vangelo della Messa vigiliare ascoltiamo il grande grido di Gesù: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me”. Comprendiamo subito che questo invito riguarda lo Spirito Santo, il dono che stiamo aspettando e chiedendo insieme. È il dono più grande che Gesù risorto lascia ai suoi discepoli, il frutto della Pasqua e della vittoria sulla morte.<br /><br /> Ricordiamo come già dalla sera stessa della Risurrezione Gesù abbia soffiato sui discepoli donando loro lo Spirito. Anche nell’Ascensione aveva insistito perché i suoi rimanessero a Gerusalemme ad attendere questo dono. Ci chiediamo allora perché lo Spirito sia così importante e troviamo la risposta proprio nell’immagine della sete. Gesù conosce la nostra sete più profonda e vuole venirle incontro.<br /><br /> La falsa sete di Babele<br /><br /> Ripercorrendo le letture ascoltate, vediamo anzitutto la vicenda della torre di Babele. Gli uomini riescono a collaborare, parlano la stessa lingua, costruiscono insieme una città e una torre che vogliono far arrivare fino al cielo. È un progetto di forza, di organizzazione e di autonomia da Dio.<br /><br /> Riconosciamo che anche noi possiamo essere attratti da questa sete di potere, di controllo, di uniformità. Ci piacerebbe che tutto funzionasse perfettamente, che tutti la pensassero allo stesso modo e che nulla disturbasse i nostri piani. Ma Dio interviene confondendo le lingue e interrompendo quel progetto.<br /><br /> Comprendiamo allora che la nostra sete più vera non è quella del dominio o dell’autosufficienza. Non è la ricerca di un ordine che elimina le differenze e mette da parte i più piccoli e i più deboli. La sete autentica è quella della pace, della fraternità e della comunione con Dio. È il desiderio di una città in cui ciascuno abbia il proprio posto e in cui le differenze siano riconosciute come una ricchezza.<br /><br /> La sete di vita nella valle delle ossa aride<br /><br /> La seconda immagine è quella potentissima del profeta Ezechiele: una grande pianura piena di ossa aride. Apparentemente non c’è più vita e quindi sembrerebbe non esserci nemmeno più sete. Eppure quella visione rappresenta un popolo spento, in esilio, lontano da Dio, incapace di vivere davvero.<br /><br /> Riconosciamo che anche noi tante volte ci sentiamo come quelle ossa: svuotati, scoraggiati, senza motivazioni profonde. Possiamo arrivare a chiuderci in noi stessi, pensando che non ci sia più nulla da attendere o sperare. In alcuni casi emerge perfino il desiderio di lasciarsi andare, di smettere di lottare.<br /><br /> Ma il Signore non accetta questa morte interiore. Attraverso il profeta chiama quelle ossa a risvegliarsi. Alla voce di Dio le ossa riprendono vita, si ricompongono, tornano a respirare. Comprendiamo così che la nostra sete più profonda è anche una sete di vita, di vitalità, di fecondità, di rinascita.<br /><br /> Il gemito della creazione e la sete di speranza<br /><br /> Nella lettera ai Romani troviamo poi un’altra immagine ancora più vicina alla nostra esperienza quotidiana. San Paolo parla di tutta la creazione che geme nelle doglie del parto. Anche noi portiamo dentro un gemito, un’inquietudine, qualcosa di incompiuto che ci fa soffrire.<br /><br /> Questa è una sete di salvezza e di speranza. È il desiderio di una vita nuova, dell’essere pienamente figli di Dio. Spesso però non sappiamo nemmeno esprimere chiaramente ciò di cui abbiamo bisogno. Sentiamo soltanto un vuoto, un’attesa, una mancanza.<br /><br /> Ed è proprio qui che interviene lo Spirito Santo. Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, interpreta il nostro gemito, ci aiuta a comprendere i desideri più profondi del nostro cuore. Ci insegna ciò di cui abbiamo veramente bisogno e orienta la nostra sete verso Dio.<br /><br /> Gesù, sorgente d’acqua viva<br /><br /> La grande consolazione della liturgia è che Gesù non ci lascia vagare alla ricerca di ristoro. Ci invita direttamente ad andare a Lui: “Chi ha sete venga a me”. 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Quando dichiara di essere giudicato “a motivo della speranza nella risurrezione dei morti”, arriva al centro essenziale della fede.<br /><br /> Mi colpisce il fatto che Paolo, in questo momento, non pronunci direttamente il nome di Gesù. Eppure tutto ciò che dice nasce proprio dalla vicenda di Cristo. Poco prima aveva raccontato la sua conversione e la sua chiamata davanti alla folla inferocita di Gerusalemme, ma il lezionario, con i suoi tagli, spesso ci fa perdere pagine meravigliose degli Atti degli Apostoli. Per questo sento importante leggere sempre la Scrittura nella sua interezza, Bibbia alla mano, lasciandomi accompagnare dalla Parola giorno dopo giorno, anche oltre i brani proposti dalla liturgia.<br /><br /> Davanti al Sinedrio, però, Paolo va dritto all’essenziale: la speranza della risurrezione dei morti.<br /><br /> Interrogarsi sulla propria speranza<br /><br /> Questa parola interpella profondamente anche me. Qual è davvero il mio rapporto con la speranza della risurrezione? Esiste nel mio cuore? È viva?<br /><br /> La speranza cristiana nasce da Cristo morto e risorto: Lui, morto sulla croce, è stato richiamato alla vita dal Padre, è stato assunto in cielo con il suo corpo e ora ci attende. Questo è il cammino verso cui siamo diretti. Non si tratta di un’idea astratta, ma di una grazia concreta che Dio dona e che deve essere continuamente alimentata.<br /><br /> Capisco allora che la speranza della risurrezione non è qualcosa di automatico o superficiale. Deve essere custodita ogni giorno. È una realtà che nasce dentro di noi e trasforma il cuore. Certo, può anche creare divisione, come avvenne nel Sinedrio, ma è proprio questa parola che illumina la vita e dà senso al nostro cammino.<br /><br /> Il coraggio della testimonianza<br /><br /> Nella notte, il Signore stesso si avvicina a Paolo e gli dice di avere coraggio. Gli ricorda che ha testimoniato a Gerusalemme “le cose che mi riguardano”, cioè il mistero della risurrezione e la relazione viva tra Cristo e il suo discepolo. E gli annuncia che dovrà testimoniare anche a Roma.<br /><br /> Questo incoraggiamento rivela quanto fosse pesante la prova che Paolo stava attraversando. Le difficoltà non erano leggere, eppure dentro di lui ardeva un fuoco che non poteva essere spento: il desiderio di portare la salvezza a tutti, anche ai pagani.<br /><br /> Ricordo che proprio il riferimento ai pagani aveva provocato l’interruzione violenta del precedente discorso di Paolo a Gerusalemme. Tuttavia lui non smette di annunciare il Vangelo. Continua a testimoniare con coraggio.<br /><br /> Anche io mi sento chiamato a questa stessa testimonianza, semplice ma concreta, nelle relazioni quotidiane: nella famiglia, nel lavoro, nella comunità. La fede nella risurrezione non è qualcosa da custodire solo interiormente, ma una speranza da comunicare attraverso la vita.<br /><br /> Una speranza che crea comunione<br /><br /> La speranza della risurrezione porta anche a sentirsi profondamente uniti: uniti al Signore, al Padre e tra di noi. In questo risuonano le parole della grande preghiera di Gesù nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni: Gesù non prega solo per i suoi discepoli presenti, ma anche per tutti quelli che crederanno attraverso la loro parola.<br /><br /> Questo mi fa percepire una grande responsabilità. Ogni credente che accoglie la speranza cristiana entra nella preghiera stessa di Gesù. Il desiderio del Signore è che tutti siano una cosa sola, come il Padre è nel Figlio e il Figlio nel Padre.<br /><br /> Si tratta di una comunione profonda, una comunione di vita eterna. Per questo nasce spontaneo il ringraziamento: essere chiamati a vivere questa unità è un dono immenso.<br /><br /> Il dono dello Spirito e la forza per testimoniare<br /><br /> Infine comprendo quanto sia fondamentale l’azione dello Spirito Santo. È lo Spirito che radica sempre più profondamente nel cuore la speranza della risurrezione. Ed è ancora lo Spirito che dona forza, coraggio e perseveranza nella testimonianza.<br /><br /> Per questo sento il bisogno di accoglierlo, di invocarlo e di chiedere continuamente il suo aiuto. Solo Lui può rendere viva la speranza cristiana dentro di me e sostenermi nel renderne testimonianza ogni giorno.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72104355</guid><pubDate>Thu, 21 May 2026 21:41:13 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72104355/imported_1779399367368679_audio.mp3" length="5003389" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Al cuore della testimonianza

Paolo, davanti al Sinedrio, non sta semplicemente usando una strategia astuta per creare divisione tra i suoi accusatori. La sua non è solo una mossa opportunistica: è una vera testimonianza, forte e coraggiosa, proprio...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Al cuore della testimonianza<br /><br /> Paolo, davanti al Sinedrio, non sta semplicemente usando una strategia astuta per creare divisione tra i suoi accusatori. La sua non è solo una mossa opportunistica: è una vera testimonianza, forte e coraggiosa, proprio come il Signore gli aveva chiesto di fare. Quando dichiara di essere giudicato “a motivo della speranza nella risurrezione dei morti”, arriva al centro essenziale della fede.<br /><br /> Mi colpisce il fatto che Paolo, in questo momento, non pronunci direttamente il nome di Gesù. Eppure tutto ciò che dice nasce proprio dalla vicenda di Cristo. Poco prima aveva raccontato la sua conversione e la sua chiamata davanti alla folla inferocita di Gerusalemme, ma il lezionario, con i suoi tagli, spesso ci fa perdere pagine meravigliose degli Atti degli Apostoli. Per questo sento importante leggere sempre la Scrittura nella sua interezza, Bibbia alla mano, lasciandomi accompagnare dalla Parola giorno dopo giorno, anche oltre i brani proposti dalla liturgia.<br /><br /> Davanti al Sinedrio, però, Paolo va dritto all’essenziale: la speranza della risurrezione dei morti.<br /><br /> Interrogarsi sulla propria speranza<br /><br /> Questa parola interpella profondamente anche me. Qual è davvero il mio rapporto con la speranza della risurrezione? Esiste nel mio cuore? È viva?<br /><br /> La speranza cristiana nasce da Cristo morto e risorto: Lui, morto sulla croce, è stato richiamato alla vita dal Padre, è stato assunto in cielo con il suo corpo e ora ci attende. Questo è il cammino verso cui siamo diretti. Non si tratta di un’idea astratta, ma di una grazia concreta che Dio dona e che deve essere continuamente alimentata.<br /><br /> Capisco allora che la speranza della risurrezione non è qualcosa di automatico o superficiale. Deve essere custodita ogni giorno. È una realtà che nasce dentro di noi e trasforma il cuore. Certo, può anche creare divisione, come avvenne nel Sinedrio, ma è proprio questa parola che illumina la vita e dà senso al nostro cammino.<br /><br /> Il coraggio della testimonianza<br /><br /> Nella notte, il Signore stesso si avvicina a Paolo e gli dice di avere coraggio. Gli ricorda che ha testimoniato a Gerusalemme “le cose che mi riguardano”, cioè il mistero della risurrezione e la relazione viva tra Cristo e il suo discepolo. E gli annuncia che dovrà testimoniare anche a Roma.<br /><br /> Questo incoraggiamento rivela quanto fosse pesante la prova che Paolo stava attraversando. Le difficoltà non erano leggere, eppure dentro di lui ardeva un fuoco che non poteva essere spento: il desiderio di portare la salvezza a tutti, anche ai pagani.<br /><br /> Ricordo che proprio il riferimento ai pagani aveva provocato l’interruzione violenta del precedente discorso di Paolo a Gerusalemme. Tuttavia lui non smette di annunciare il Vangelo. Continua a testimoniare con coraggio.<br /><br /> Anche io mi sento chiamato a questa stessa testimonianza, semplice ma concreta, nelle relazioni quotidiane: nella famiglia, nel lavoro, nella comunità. La fede nella risurrezione non è qualcosa da custodire solo interiormente, ma una speranza da comunicare attraverso la vita.<br /><br /> Una speranza che crea comunione<br /><br /> La speranza della risurrezione porta anche a sentirsi profondamente uniti: uniti al Signore, al Padre e tra di noi. In questo risuonano le parole della grande preghiera di Gesù nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni: Gesù non prega solo per i suoi discepoli presenti, ma anche per tutti quelli che crederanno attraverso la loro parola.<br /><br /> Questo mi fa percepire una grande responsabilità. Ogni credente che accoglie la speranza cristiana entra nella preghiera stessa di Gesù. Il desiderio del Signore è che tutti siano una cosa sola, come il Padre è nel Figlio e il Figlio nel Padre.<br /><br /> Si tratta di una comunione profonda, una comunione di vita eterna. 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Lui stesso dice di averli custoditi nel nome del Padre: li ha protetti, accompagnati, amati, conosciuti profondamente.<br /><br /> Ora però questa custodia viene affidata al Padre, perché Gesù sta tornando a Lui. È commovente vedere come questa relazione di vicinanza e di amore non venga interrotta, ma consegnata nelle mani di Dio.<br /><br /> Paolo affida la Chiesa a Dio<br /><br /> Nella prima lettura degli Atti degli Apostoli ritroviamo la stessa dinamica. Paolo si congeda dagli anziani di Efeso: li ha fatti chiamare a Mileto e rivolge loro un lungo discorso pieno di affetto e di responsabilità. Anche lui parla di custodia: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge”.<br /><br /> Colpisce molto il modo in cui Paolo parla della Chiesa. Non è la sua Chiesa, non appartiene agli anziani, ma è “la Chiesa di Dio”. È il gregge che Dio si è acquistato con il sangue del proprio Figlio. Questa espressione è fortissima: significa che ciascuno di noi è prezioso agli occhi di Dio, perché è stato salvato al prezzo del sangue di Cristo.<br /><br /> Per questo siamo affidati gli uni agli altri. Paolo si è preso cura della comunità, gli anziani dovranno continuare a farlo, e anche noi siamo chiamati a custodirci reciprocamente. Ognuno è fragile, esposto ai pericoli, alla dispersione, ai “lupi rapaci” di cui parla Paolo. Per questo serve una continua opera di attenzione, protezione e amore.<br /><br /> Una custodia fatta di vicinanza concreta<br /><br /> Paolo racconta con semplicità come ha vissuto questa missione. Per tre anni, notte e giorno, non ha smesso di stare vicino ai fratelli, ammonendo ciascuno con lacrime. È l’immagine di un padre che accompagna i figli con dedizione e tenerezza.<br /><br /> Non si è limitato alle parole. Ha lavorato con le sue mani, senza cercare denaro o privilegi. Ha vissuto il servizio concretamente, sostenendo i deboli e condividendo la fatica quotidiana.<br /><br /> Anche noi conosciamo bene questa forma di custodia. La viviamo nelle nostre famiglie, con i figli, con i nipoti, specialmente quando qualcuno attraversa una difficoltà. La vera cura si esprime nella pazienza, nella presenza, nel sacrificio quotidiano.<br /><br /> Paolo ci lascia una frase bellissima: “Si è più beati nel dare che nel ricevere”. Custodire gli altri significa proprio questo: donare noi stessi. Non soltanto parole o preghiere, pur importanti, ma tempo, energie, pazienza, sudore, vita concreta.<br /><br /> L’amore che rimane accanto<br /><br /> Questa custodia prende forma in tanti modi diversi. Pensiamo ai ragazzi che portano aiuti in Ucraina, mettendosi al servizio di chi soffre. Oppure alla testimonianza commovente di quel marito che continua a stare accanto alla moglie malata di Alzheimer.<br /><br /> Anche se lei non riesce più a rispondere come prima, anche se sembra non capire, lui continua a dirle il suo amore con la presenza fedele. Le resta vicino, si prende cura di lei, aiutato anche da tante altre persone. È un’immagine bellissima di ciò che significa custodire qualcuno: amare senza pretendere nulla in cambio, restare accanto anche nella fragilità più grande.<br /><br /> Affidati alla parola della grazia<br /><br /> Alla fine del suo discorso Paolo dice una frase molto profonda: “Ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia”.<br /><br /> Spesso pensiamo di “affidare” noi la Parola agli altri, ma qui scopriamo il contrario: siamo noi a essere affidati alla Parola. È la Parola di Dio che ci prende per mano, ci custodisce, ci illumina e ci sostiene. È una parola di grazia, capace di edificare la comunità.<br /><br /> Questa forza costruisce il nostro stare insieme come Chiesa di Dio: una comunità che intreccia relazioni di cura, attenzione e amore, senza giudizio. La grazia della Parola ci ricorda che apparteniamo al Signore, che siamo consacrati a Lui e custoditi dalla sua potenza.<br /><br /> Rinnovare il nostro impegno di carità<br /><br /> Per questo vogliamo affidare al Signore tutta la nostra vita e le nostre famiglie. Sentiamo anche il bisogno di rinnovare il nostro impegno: essere attenti agli altri come lo fu Paolo, trovare gioia nel dare più che nel ricevere, vivere una carità concreta e quotidiana.<br /><br /> E vogliamo restare aperti al dono dello Spirito Santo, che ci sostiene in questo paziente lavoro di amore e di custodia reciproca.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72086732</guid><pubDate>Wed, 20 May 2026 17:25:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72086732/imported_1779297819458501_audio.mp3" length="7654922" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Abbiamo ascoltato una delle preghiere più intense di Gesù poco prima della sua passione: “Padre Santo, custodiscili nel tuo nome”. In queste parole sentiamo tutta la responsabilità e l’amore che Gesù prova per i suoi discepoli. 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Anche lui parla di custodia: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge”.<br /><br /> Colpisce molto il modo in cui Paolo parla della Chiesa. Non è la sua Chiesa, non appartiene agli anziani, ma è “la Chiesa di Dio”. È il gregge che Dio si è acquistato con il sangue del proprio Figlio. Questa espressione è fortissima: significa che ciascuno di noi è prezioso agli occhi di Dio, perché è stato salvato al prezzo del sangue di Cristo.<br /><br /> Per questo siamo affidati gli uni agli altri. Paolo si è preso cura della comunità, gli anziani dovranno continuare a farlo, e anche noi siamo chiamati a custodirci reciprocamente. Ognuno è fragile, esposto ai pericoli, alla dispersione, ai “lupi rapaci” di cui parla Paolo. Per questo serve una continua opera di attenzione, protezione e amore.<br /><br /> Una custodia fatta di vicinanza concreta<br /><br /> Paolo racconta con semplicità come ha vissuto questa missione. Per tre anni, notte e giorno, non ha smesso di stare vicino ai fratelli, ammonendo ciascuno con lacrime. È l’immagine di un padre che accompagna i figli con dedizione e tenerezza.<br /><br /> Non si è limitato alle parole. Ha lavorato con le sue mani, senza cercare denaro o privilegi. Ha vissuto il servizio concretamente, sostenendo i deboli e condividendo la fatica quotidiana.<br /><br /> Anche noi conosciamo bene questa forma di custodia. La viviamo nelle nostre famiglie, con i figli, con i nipoti, specialmente quando qualcuno attraversa una difficoltà. La vera cura si esprime nella pazienza, nella presenza, nel sacrificio quotidiano.<br /><br /> Paolo ci lascia una frase bellissima: “Si è più beati nel dare che nel ricevere”. Custodire gli altri significa proprio questo: donare noi stessi. Non soltanto parole o preghiere, pur importanti, ma tempo, energie, pazienza, sudore, vita concreta.<br /><br /> L’amore che rimane accanto<br /><br /> Questa custodia prende forma in tanti modi diversi. Pensiamo ai ragazzi che portano aiuti in Ucraina, mettendosi al servizio di chi soffre. Oppure alla testimonianza commovente di quel marito che continua a stare accanto alla moglie malata di Alzheimer.<br /><br /> Anche se lei non riesce più a rispondere come prima, anche se sembra non capire, lui continua a dirle il suo amore con la presenza fedele. Le resta vicino, si prende cura di lei, aiutato anche da tante altre persone. È un’immagine bellissima di ciò che significa custodire qualcuno: amare senza pretendere nulla in cambio, restare accanto anche nella fragilità più grande.<br /><br /> Affidati alla parola della grazia<br /><br /> Alla fine del suo discorso Paolo dice una frase molto profonda: “Ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia”.<br /><br /> Spesso pensiamo di “affidare” noi la Parola agli altri, ma qui scopriamo il contrario: siamo noi a essere affidati alla Parola. È la Parola di Dio che ci prende per mano, ci custodisce, ci illumina e ci sostiene. È una parola di grazia, capace di edificare la comunità.<br /><br /> Questa forza costruisce il nostro stare insieme come Chiesa di Dio: una comunità che intreccia relazioni di cura, attenzione e amore, senza giudizio. La grazia della Parola...]]></itunes:summary><itunes:duration>479</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Potere e presenza - Omelia Ascensione anno A BVI</title><link>https://www.spreaker.com/episode/potere-e-presenza-omelia-ascensione-anno-a-bvi--72061132</link><description><![CDATA[Illuminare gli occhi del cuore per riconoscere la speranza<br /><br /> La festa dell’Ascensione sorprende perché, dopo l’incarnazione, la vita nascosta a Nazareth, la manifestazione messianica con miracoli e insegnamenti, la morte in croce, la risurrezione e i quaranta giorni trascorsi con i discepoli, Gesù conclude questa fase tornando al Padre con il suo corpo risorto e sedendo alla sua destra. Di fronte a questo evento si potrebbe avvertire un senso di distacco, di separazione: per i discepoli, che avevano vissuto con lui in carne ed ossa una pienezza di gioia, e anche per noi. Le Scritture di oggi, tuttavia, rassicurano che non si tratta di un abbandono né di una fuga. L’autore della Lettera agli Efesini eleva una preghiera particolarmente suggestiva: il Padre «illumini gli occhi del vostro cuore» per farci comprendere a quale speranza siamo chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi. Abbiamo bisogno di questa luce sul cuore per intravedere una strada. <br /><br /> L’incontro sul monte e il dubbio degli Undici<br /><br /> Il Vangelo racconta che Gesù aveva dato appuntamento ai discepoli su un monte della Galilea, la regione da cui provenivano, forse il monte della Trasfigurazione dove si era mostrato glorioso. Non a Gerusalemme, ma in un luogo intimo, conosciuto. Quando lo vedono, i discepoli si prostrano e allo stesso tempo dubitano. Alcuni dubitarono. È interessante: sono undici, Giuda si è perso per strada, una compagnia scalcagnata. Il dubbio li attraversa: sarà veramente risorto? È un fantasma? Sono domande che possono abitare anche il nostro cuore quando ci sentiamo chiamati a un appuntamento con lui. <br /><br /> Un potere ricevuto, un potere di vita<br /><br /> Gesù non si sofferma sui loro dubbi, non chiede “come state?”, ma fa un discorso sul potere. Si avvicina e dichiara: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra». Non è un potere che si è preso da sé, ma un potere ricevuto. Non il potere secondo la logica umana (aveva rimproverato i discepoli quando discutevano su chi fosse il più grande), ma il potere della vita. È un potere che emerge dalla crisi, dalla difficoltà, dalla morte, e che si manifesta nella risurrezione: Gesù ha donato la vita e l’ha ricevuta di nuovo. La Lettera agli Efesini ricorda che Dio ha manifestato questa forza risuscitandolo dai morti e ponendolo accanto a sé. Si tratta di un potere totalizzante, bello, di vita. <br /><br /> La missione affidata a discepoli fragili<br /><br /> La prima sorpresa è che Gesù, dopo aver affermato di possedere ogni potere, non agisce da solo. Dice a quegli undici dubbiosi, che non avevano capito quasi nulla: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato». Una missione che umanamente sembra impossibile. Gesù mostra una fiducia straordinaria in loro, gente normale come pescatori o esattori delle tasse, e per estensione in noi. Li manda a immergere tutti nella relazione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. È come se dicesse: “Io ho ricevuto tutto il potere, ora mando voi; avete camminato con me per un po’, ora tocca a voi”. Si percepisce incoraggiamento nonostante le loro ferite (Pietro lo aveva rinnegato, altri tornano alla vita ordinaria). Questa chiamata rivela la grande responsabilità che ci affida perché ha fiducia e perché quel potere che ha ricevuto è, in qualche modo, condiviso con i discepoli e con noi.<br /><br /> «Io sono con voi tutti i giorni»<br /><br /> La seconda sorpresa è l’ultima frase del Vangelo: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Gesù non se ne va, non li abbandona, non lascia che si arrangino. È con loro sempre, non solo la domenica o in momenti scelti, ma tutti i giorni, per sempre. Il Vangelo di Matteo era cominciato proprio con l’annuncio del “Dio con noi”, e ora si chiude con questa promessa di presenza stabile. In un’altra occasione aveva detto: “Dove vado io voi non potete venire, ma verrò e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. È lui che ci raggiunge e non ci abbandona, in qualunque difficoltà, malattia o frattura relazionale possiamo vivere. <br /><br /> Un collegamento tra cielo e terra e il dono dello Spirito<br /><br /> Salendo al cielo e sedendo alla destra del Padre, Gesù crea un collegamento fortissimo tra la vita divina e la nostra vita terrena: una strada aperta, una relazione ormai indistruttibile. Nella prima lettura si aggiunge un altro dono da aspettare: «Riceverete forza dallo Spirito Santo e mi sarete testimoni». L’andare in missione e la presenza costante di Gesù sono resi possibili proprio dallo Spirito Santo, forza interiore che il Padre e il Figlio fanno abitare in noi. Non possiamo avere paura di niente, perché sono sempre con noi. <br /><br /> Non guardare il cielo, ma agire<br /><br /> Come i discepoli, non possiamo restare a guardare il cielo in attesa di chissà cosa. Non è tempo di stare fermi, ma di agire, di buttarci, con la consapevolezza che Lui è sempre con noi, vivo presso il Padre e in continua conversazione su di noi, sulla bellezza della nostra vita e sul suo amore. Con questo incoraggiamento all’andare e alla presenza, la Lettera agli Efesini afferma che la Chiesa è la pienezza del Signore. Tremiamo di fronte a questa prospettiva, ma è Lui che ha scelto noi, piccoli e fragili. Proprio perché c’è Lui, ci sentiamo forti.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72061132</guid><pubDate>Mon, 18 May 2026 21:46:59 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72061132/imported_1779140534635281_audio.mp3" length="13482109" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Illuminare gli occhi del cuore per riconoscere la speranza

La festa dell’Ascensione sorprende perché, dopo l’incarnazione, la vita nascosta a Nazareth, la manifestazione messianica con miracoli e insegnamenti, la morte in croce, la risurrezione e i...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Illuminare gli occhi del cuore per riconoscere la speranza<br /><br /> La festa dell’Ascensione sorprende perché, dopo l’incarnazione, la vita nascosta a Nazareth, la manifestazione messianica con miracoli e insegnamenti, la morte in croce, la risurrezione e i quaranta giorni trascorsi con i discepoli, Gesù conclude questa fase tornando al Padre con il suo corpo risorto e sedendo alla sua destra. Di fronte a questo evento si potrebbe avvertire un senso di distacco, di separazione: per i discepoli, che avevano vissuto con lui in carne ed ossa una pienezza di gioia, e anche per noi. Le Scritture di oggi, tuttavia, rassicurano che non si tratta di un abbandono né di una fuga. L’autore della Lettera agli Efesini eleva una preghiera particolarmente suggestiva: il Padre «illumini gli occhi del vostro cuore» per farci comprendere a quale speranza siamo chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi. Abbiamo bisogno di questa luce sul cuore per intravedere una strada. <br /><br /> L’incontro sul monte e il dubbio degli Undici<br /><br /> Il Vangelo racconta che Gesù aveva dato appuntamento ai discepoli su un monte della Galilea, la regione da cui provenivano, forse il monte della Trasfigurazione dove si era mostrato glorioso. Non a Gerusalemme, ma in un luogo intimo, conosciuto. Quando lo vedono, i discepoli si prostrano e allo stesso tempo dubitano. Alcuni dubitarono. È interessante: sono undici, Giuda si è perso per strada, una compagnia scalcagnata. Il dubbio li attraversa: sarà veramente risorto? È un fantasma? Sono domande che possono abitare anche il nostro cuore quando ci sentiamo chiamati a un appuntamento con lui. <br /><br /> Un potere ricevuto, un potere di vita<br /><br /> Gesù non si sofferma sui loro dubbi, non chiede “come state?”, ma fa un discorso sul potere. Si avvicina e dichiara: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra». Non è un potere che si è preso da sé, ma un potere ricevuto. Non il potere secondo la logica umana (aveva rimproverato i discepoli quando discutevano su chi fosse il più grande), ma il potere della vita. È un potere che emerge dalla crisi, dalla difficoltà, dalla morte, e che si manifesta nella risurrezione: Gesù ha donato la vita e l’ha ricevuta di nuovo. La Lettera agli Efesini ricorda che Dio ha manifestato questa forza risuscitandolo dai morti e ponendolo accanto a sé. Si tratta di un potere totalizzante, bello, di vita. <br /><br /> La missione affidata a discepoli fragili<br /><br /> La prima sorpresa è che Gesù, dopo aver affermato di possedere ogni potere, non agisce da solo. Dice a quegli undici dubbiosi, che non avevano capito quasi nulla: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato». Una missione che umanamente sembra impossibile. Gesù mostra una fiducia straordinaria in loro, gente normale come pescatori o esattori delle tasse, e per estensione in noi. Li manda a immergere tutti nella relazione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. È come se dicesse: “Io ho ricevuto tutto il potere, ora mando voi; avete camminato con me per un po’, ora tocca a voi”. Si percepisce incoraggiamento nonostante le loro ferite (Pietro lo aveva rinnegato, altri tornano alla vita ordinaria). Questa chiamata rivela la grande responsabilità che ci affida perché ha fiducia e perché quel potere che ha ricevuto è, in qualche modo, condiviso con i discepoli e con noi.<br /><br /> «Io sono con voi tutti i giorni»<br /><br /> La seconda sorpresa è l’ultima frase del Vangelo: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Gesù non se ne va, non li abbandona, non lascia che si arrangino. È con loro sempre, non solo la domenica o in momenti scelti, ma tutti i giorni, per sempre. 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Questa riflessione è stata illuminata anche dalla festa della mamma e dall’accoglienza della Madonna di San Luca, che mi aiutano a comprendere meglio il modo in cui Dio si prende cura di noi.<br /><br /> L’amore della madre come immagine dell’amore di Dio<br /><br /> Pensando alla festa della mamma, mi chiedo e vi chiedo: qual è il regalo più grande che una madre dona ai suoi figli? L’amore? Si ma anche e primariamente la vita stessa! Una madre poi non si limita a far nascere i figli e poi lasciarli soli: continua a sostenerli, ad accompagnarli, a prendersi cura di loro.<br /><br /> Questa immagine ci aiuta a capire il rapporto che Dio vuole avere con noi. È un amore che genera alla vita e che continua a custodire, sostenere e accompagnare. Anche la presenza della Madonna di San Luca ci parla di questo amore materno.<br /><br /> La Madonna di San Luca in mezzo al popolo<br /><br /> Durante il cammino della Madonna di San Luca per la città, ho visto tantissime persone guardare la sua immagine e aspettarla con devozione. Mi sono domandato quante grazie abbia donato lungo questo percorso tra la gente.<br /><br /> Ho pensato a tutte le necessità, alle angosce, alle sofferenze e ai momenti di buio presenti nella vita delle persone. La presenza della Madre di Gesù sembra capace di riempire questi vuoti con consolazione e vicinanza. In questo modo, anche Maria diventa segno concreto dell’amore di Dio che si fa presente accanto al suo popolo.<br /><br /> Il primo grande dono della Pasqua: Gesù risorto<br /><br /> Il primo e più grande regalo del tempo di Pasqua è Gesù risorto. Lo avevo visto sulla croce il venerdì santo. E poi nelle domeniche di Pasqua si è mostrato vivo ai suoi discepoli.<br /><br /> Ripensiamo a tutti gli incontri del Risorto narrati nei Vangeli di queste domeniche: Gesù che appare ai discepoli chiusi nel cenacolo, Gesù che si mostra a Tommaso permettendogli di vedere i segni della passione, Gesù che cammina con i discepoli di Emmaus spiegando le Scritture e facendosi riconoscere nello spezzare il pane.<br /><br /> Pensiamo anche all’immagine del buon pastore, che conosce le sue pecore per nome, le conduce fuori dal recinto e le porta ai pascoli. E ancora le parole ascoltate la domenica scorsa: “Non sia turbato il vostro cuore”.<br /><br /> Tutto questo ci fa capire quanto Gesù ci ama e quanto la sua risurrezione continui ancora oggi a operare nella nostra vita. La sua presenza è una consolazione continua. Per questo oggi ci dice: “Non vi lascerò orfani”. L’orfano è colui che non ha più chi si prende cura di lui, ma Gesù promette di continuare a stare accanto ai suoi discepoli anche dopo la morte, attraverso la risurrezione.<br /><br /> Il dono della gioia<br /><br /> Un altro grande regalo della Pasqua è la gioia. La prima lettura ci racconta di Filippo che va in Samaria, una terra difficile e problematica, ad annunciare Cristo morto e risorto.<br /><br /> Attraverso la sua predicazione e i segni di liberazione e di vita che accompagnano l’annuncio, tutta la città si riempie di gioia. La Samaria accoglie con entusiasmo il Vangelo e cambia vita. Persino Simone il mago, che prima attirava la gente, non è più il centro dell’attenzione.<br /><br /> La gioia nasce proprio dall’incontro con Gesù risorto e dall’annuncio del Vangelo. È una gioia che arriva attraverso i fratelli e le sorelle che ci testimoniano la fede.<br /><br /> Il dono della speranza<br /><br /> La seconda lettura ci ha fatto riflettere sul dono della speranza. Pietro ci invita a essere sempre pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi.<br /><br /> Davvero viviamo come uomini e donne di speranza? Questa speranza si vede nella nostra vita e nel nostro modo di stare accanto agli altri? La speranza cristiana, vissuta e testimoniata interpella chi ci incontra: gli altri possono domandarsi da dove venga questa forza, soprattutto, come dice l’apostolo Pietro quando riusciamo a “fare il bene anche nella sofferenza”.<br /><br /> Questa speranza nasce dalla fede in Gesù Cristo risorto. È una “speranza viva”, capace di sostenere la vita quotidiana nei luoghi dove vivo: al lavoro, nelle amicizie, nelle relazioni con persone che magari non conoscono la fede o non la praticano.<br /><br /> A volte questa testimonianza può suscitare incomprensioni, invidia o perfino calunnie, ma la speranza che nasce dalla Pasqua è più forte di tutto questo. Sono chiamato a viverla con “dolcezza, senza paura” e nel rispetto di tutti.<br /><br /> Il dono che ancora mi attende: lo Spirito Santo<br /><br /> Dopo tutti questi doni, le letture ci fanno capire che ce n’è ancora uno fondamentale: il dono dello Spirito Santo.<br /><br /> Gli Atti raccontano che la Samaria aveva accolto il Vangelo con gioia, ma gli abitanti “non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo”. Per questo vengono inviati Pietro e Giovanni, che impongono le mani sui credenti perché ricevano lo Spirito.<br /><br /> Gesù nel Vangelo promette ai discepoli che pregherà il Padre perché mandi “un altro Paraclito”. Gesù stesso è stato il primo Paraclito, cioè colui che sta vicino, che consola, che difende e incoraggia. Ora promette un altro Consolatore che rimarrà per sempre con noi.<br /><br /> Lo Spirito Santo è il segno della presenza viva di Dio nella nostra esistenza. È Spirito di verità, Spirito consolatore, presenza interiore del Signore nel nostro cuore. Anche se non lo vediamo fisicamente, possiamo sentirlo dentro di noi.<br /><br /> È proprio lo Spirito che ci rende capaci di amare Dio, di sentirci amati da Lui e di amare i fratelli. In un certo senso, lo Spirito Santo è la sintesi di tutti i doni ricevuti nel tempo di Pasqua.<br /><br /> Custodire il Signore nel cuore<br /><br /> Quando Pietro ci invita ad “adorare/santificare il Signore nei nostri cuori”, ci invita a diventare consapevoli della presenza di Dio dentro di noi attraverso il suo Spirito.<br /><br /> Santificare il Signore nel cuore significa custodire questa presenza, lasciargli spazio, ascoltare la sua voce e lasciarci guidare dalla sua parola. Vuol dire vivere sapendo che non siamo soli, ma accompagnati continuamente dal Signore.<br /><br /> Lo Spirito Santo e la tenerezza materna di Dio<br /><br /> Il modo in cui lo Spirito Santo agisce nella nostra vita ha qualcosa di profondamente materno. Non nel senso di una presenza invadente, ma come una presenza amorosa che ci illumina, ci consola, ci prende per mano e ci nutre.<br /><br /> Attraverso il dono dello Spirito Santo, Dio ha scelto di venire nella nostra vita e di non lasciarci orfani. Per questo iniziamo già da ora a prepararci alla Pentecoste, aprendogli il cuore e chiedendo di poter accogliere questo dono con gratitudine e pienezza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71947361</guid><pubDate>Sun, 10 May 2026 15:19:54 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71947361/imported_1778426191214721_audio.mp3" length="11223457" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Le letture di oggi mi hanno fatto riflettere su quanti regali sto ricevendo nel tempo di Pasqua. È come se il Signore continuasse a riempirmi di doni, e sento che non è ancora finita, perché c’è ancora qualcosa di grande che mi aspetta. 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È un amore che genera alla vita e che continua a custodire, sostenere e accompagnare. Anche la presenza della Madonna di San Luca ci parla di questo amore materno.<br /><br /> La Madonna di San Luca in mezzo al popolo<br /><br /> Durante il cammino della Madonna di San Luca per la città, ho visto tantissime persone guardare la sua immagine e aspettarla con devozione. Mi sono domandato quante grazie abbia donato lungo questo percorso tra la gente.<br /><br /> Ho pensato a tutte le necessità, alle angosce, alle sofferenze e ai momenti di buio presenti nella vita delle persone. La presenza della Madre di Gesù sembra capace di riempire questi vuoti con consolazione e vicinanza. In questo modo, anche Maria diventa segno concreto dell’amore di Dio che si fa presente accanto al suo popolo.<br /><br /> Il primo grande dono della Pasqua: Gesù risorto<br /><br /> Il primo e più grande regalo del tempo di Pasqua è Gesù risorto. Lo avevo visto sulla croce il venerdì santo. E poi nelle domeniche di Pasqua si è mostrato vivo ai suoi discepoli.<br /><br /> Ripensiamo a tutti gli incontri del Risorto narrati nei Vangeli di queste domeniche: Gesù che appare ai discepoli chiusi nel cenacolo, Gesù che si mostra a Tommaso permettendogli di vedere i segni della passione, Gesù che cammina con i discepoli di Emmaus spiegando le Scritture e facendosi riconoscere nello spezzare il pane.<br /><br /> Pensiamo anche all’immagine del buon pastore, che conosce le sue pecore per nome, le conduce fuori dal recinto e le porta ai pascoli. E ancora le parole ascoltate la domenica scorsa: “Non sia turbato il vostro cuore”.<br /><br /> Tutto questo ci fa capire quanto Gesù ci ama e quanto la sua risurrezione continui ancora oggi a operare nella nostra vita. La sua presenza è una consolazione continua. Per questo oggi ci dice: “Non vi lascerò orfani”. L’orfano è colui che non ha più chi si prende cura di lui, ma Gesù promette di continuare a stare accanto ai suoi discepoli anche dopo la morte, attraverso la risurrezione.<br /><br /> Il dono della gioia<br /><br /> Un altro grande regalo della Pasqua è la gioia. La prima lettura ci racconta di Filippo che va in Samaria, una terra difficile e problematica, ad annunciare Cristo morto e risorto.<br /><br /> Attraverso la sua predicazione e i segni di liberazione e di vita che accompagnano l’annuncio, tutta la città si riempie di gioia. La Samaria accoglie con entusiasmo il Vangelo e cambia vita. Persino Simone il mago, che prima attirava la gente, non è più il centro dell’attenzione.<br /><br /> La gioia nasce proprio dall’incontro con Gesù risorto e dall’annuncio del Vangelo. È una gioia che arriva attraverso i fratelli e le sorelle che ci testimoniano la fede.<br /><br /> Il dono della speranza<br /><br /> La seconda lettura ci ha fatto riflettere sul dono della speranza. 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Devono sottoporsi alla circoncisione e osservare tutta la legge di Mosè, oppure sono già pienamente membri della Chiesa?<br /><br /> Vediamo emergere una posizione rigida da parte di alcuni giudei venuti dalla Giudea ad Antiochia di Siria, una città vivace, crocevia di popoli e luogo in cui per la prima volta i discepoli vengono chiamati “cristiani”. Questi uomini, forti della loro tradizione, sostengono che senza la circoncisione non ci può essere salvezza. Riconosciamo in questa posizione un rischio che esiste anche oggi: quello di stabilire condizioni rigide, di dire “se non sei così, non sei salvato”. Un atteggiamento che chiude e divide.<br /><br /> Il coraggio del confronto e del dialogo<br /><br /> Di fronte a questa tensione, non assistiamo a una rottura, ma a un confronto aperto e sincero. Noi vediamo Paolo e Barnaba discutere animatamente con costoro: non evitano il conflitto, non si separano creando una comunità alternativa, ma scelgono la via del dialogo.<br /><br /> Questa è una lezione preziosa per noi: le differenze e i contrasti fanno parte della vita delle comunità. Non dobbiamo temerli né eliminarli, ma attraversarli insieme. La novità che si presenta — i pagani che desiderano entrare nella fede — non viene soffocata, ma presa sul serio. Anche oggi possiamo chiederci: chi sono coloro che rischiamo di escludere? Chi consideriamo “non adatto” o “non degno” di far parte pienamente della Chiesa?<br /><br /> Il legame con la Chiesa più ampia<br /><br /> Di fronte a una questione così importante, decidiamo di non chiuderci nella nostra prospettiva locale. Paolo e Barnaba vengono inviati a Gerusalemme per confrontarsi con gli apostoli e gli anziani. Riconosciamo così che esiste un centro, un’origine, un luogo di comunione più ampia a cui fare riferimento.<br /><br /> Questo atteggiamento è fondamentale anche per noi: possiamo avere sensibilità diverse, ma siamo chiamati a lasciarci guidare, a cercare un discernimento che non sia individualistico. Non facciamo “di testa nostra”, ma restiamo in relazione con tutta la Chiesa.<br /><br /> Raccontare la vita: la gioia delle opere di Dio<br /><br /> Durante il viaggio verso Gerusalemme, attraversiamo la Fenicia e la Samaria raccontando la conversione dei pagani. Non portiamo teorie o idee astratte, ma testimoniamo ciò che abbiamo visto: il bene che Dio sta compiendo. E questo racconto suscita grande gioia tra i fratelli.<br /><br /> Comprendiamo allora che il cuore dell’annuncio cristiano è la vita vissuta: è il racconto concreto dell’azione di Dio nelle persone. Anche quando arriviamo a Gerusalemme, riferiamo le grandi opere che Dio ha compiuto. Non siamo noi i protagonisti, ma Lui.<br /><br /> Questo ci interpella profondamente: ciò che muove i cuori non sono solo i documenti o le formulazioni dottrinali, pur importanti, ma la testimonianza viva. Ci chiediamo allora: quale opera ha compiuto Dio in noi? Quale conversione abbiamo vissuto? Quale bene possiamo raccontare agli altri?<br /><br /> La ricchezza delle differenze nella comunione<br /><br /> Riflettiamo anche sul valore delle differenze all’interno delle comunità. Le diversità di opinione non sono un problema da eliminare, ma una ricchezza. Sarebbe triste e sterile una comunità in cui tutti pensano allo stesso modo.<br /><br /> Accogliamo invece questa vivacità, purché sia vissuta dentro un’apertura più grande: quella della comunione. Restiamo uniti mentre cerchiamo insieme la verità, senza escludere o “tagliare fuori” chi è diverso.<br /><br /> Uniti a Cristo, come tralci alla vite<br /><br /> Infine, ci lasciamo guidare dall’immagine evangelica che illumina tutto il discorso: siamo tralci uniti alla vite che è Cristo. È questa unione che conta davvero. Possiamo essere diversi — più piccoli, più grandi, più visibili o nascosti — ma ciò che importa è rimanere attaccati a Lui.<br /><br /> Non vogliamo una Chiesa che esclude e scarta, che taglia e getta via. Desideriamo invece una comunità unita, in cui ciascuno trova il suo posto perché tutti siamo radicati in Cristo. È questa comunione profonda che ci tiene insieme e ci permette di vivere nella verità e nell’amore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71898425</guid><pubDate>Wed, 06 May 2026 21:55:07 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71898425/imported_1778104215309952_audio.mp3" length="6530194" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Una Chiesa agli inizi, tra entusiasmo e problemi

In questo capitolo degli Atti degli Apostoli contempliamo una Chiesa nascente, viva e piena di entusiasmo, ma anche attraversata da questioni profonde e delicate. Ci troviamo davanti al problema dei...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Una Chiesa agli inizi, tra entusiasmo e problemi<br /><br /> In questo capitolo degli Atti degli Apostoli contempliamo una Chiesa nascente, viva e piena di entusiasmo, ma anche attraversata da questioni profonde e delicate. Ci troviamo davanti al problema dei pagani che si convertono: ci chiediamo cosa debbano fare per essere parte della comunità. Devono sottoporsi alla circoncisione e osservare tutta la legge di Mosè, oppure sono già pienamente membri della Chiesa?<br /><br /> Vediamo emergere una posizione rigida da parte di alcuni giudei venuti dalla Giudea ad Antiochia di Siria, una città vivace, crocevia di popoli e luogo in cui per la prima volta i discepoli vengono chiamati “cristiani”. Questi uomini, forti della loro tradizione, sostengono che senza la circoncisione non ci può essere salvezza. Riconosciamo in questa posizione un rischio che esiste anche oggi: quello di stabilire condizioni rigide, di dire “se non sei così, non sei salvato”. Un atteggiamento che chiude e divide.<br /><br /> Il coraggio del confronto e del dialogo<br /><br /> Di fronte a questa tensione, non assistiamo a una rottura, ma a un confronto aperto e sincero. Noi vediamo Paolo e Barnaba discutere animatamente con costoro: non evitano il conflitto, non si separano creando una comunità alternativa, ma scelgono la via del dialogo.<br /><br /> Questa è una lezione preziosa per noi: le differenze e i contrasti fanno parte della vita delle comunità. Non dobbiamo temerli né eliminarli, ma attraversarli insieme. La novità che si presenta — i pagani che desiderano entrare nella fede — non viene soffocata, ma presa sul serio. Anche oggi possiamo chiederci: chi sono coloro che rischiamo di escludere? Chi consideriamo “non adatto” o “non degno” di far parte pienamente della Chiesa?<br /><br /> Il legame con la Chiesa più ampia<br /><br /> Di fronte a una questione così importante, decidiamo di non chiuderci nella nostra prospettiva locale. Paolo e Barnaba vengono inviati a Gerusalemme per confrontarsi con gli apostoli e gli anziani. Riconosciamo così che esiste un centro, un’origine, un luogo di comunione più ampia a cui fare riferimento.<br /><br /> Questo atteggiamento è fondamentale anche per noi: possiamo avere sensibilità diverse, ma siamo chiamati a lasciarci guidare, a cercare un discernimento che non sia individualistico. Non facciamo “di testa nostra”, ma restiamo in relazione con tutta la Chiesa.<br /><br /> Raccontare la vita: la gioia delle opere di Dio<br /><br /> Durante il viaggio verso Gerusalemme, attraversiamo la Fenicia e la Samaria raccontando la conversione dei pagani. Non portiamo teorie o idee astratte, ma testimoniamo ciò che abbiamo visto: il bene che Dio sta compiendo. E questo racconto suscita grande gioia tra i fratelli.<br /><br /> Comprendiamo allora che il cuore dell’annuncio cristiano è la vita vissuta: è il racconto concreto dell’azione di Dio nelle persone. Anche quando arriviamo a Gerusalemme, riferiamo le grandi opere che Dio ha compiuto. Non siamo noi i protagonisti, ma Lui.<br /><br /> Questo ci interpella profondamente: ciò che muove i cuori non sono solo i documenti o le formulazioni dottrinali, pur importanti, ma la testimonianza viva. Ci chiediamo allora: quale opera ha compiuto Dio in noi? Quale conversione abbiamo vissuto? Quale bene possiamo raccontare agli altri?<br /><br /> La ricchezza delle differenze nella comunione<br /><br /> Riflettiamo anche sul valore delle differenze all’interno delle comunità. Le diversità di opinione non sono un problema da eliminare, ma una ricchezza. Sarebbe triste e sterile una comunità in cui tutti pensano allo stesso modo.<br /><br /> Accogliamo invece questa vivacità, purché sia vissuta dentro un’apertura più grande: quella della comunione. Restiamo uniti mentre cerchiamo insieme la verità, senza escludere o “tagliare fuori” chi è diverso.<br /><br /> Uniti a Cristo, come tralci alla vite<br /><br /> Infine, ci lasciamo guidare dall’immagine evangelica che illumina tutto...]]></itunes:summary><itunes:duration>409</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Davvero torna a prenderci? - Omelia 5a domenica di Pasqua A S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/davvero-torna-a-prenderci-omelia-5a-domenica-di-pasqua-a-s-andrea--71839590</link><description><![CDATA[Il problema del “posto” di Gesù nel tempo pasquale<br /><br /> Possiamo dire che il tema del “posto” di Gesù, del dove trovarlo, attraversa tutto il tempo pasquale. Ripensiamo alle esperienze dei discepoli: lo incontrano all’improvviso nella stanza chiusa per paura, lo riconoscono lungo la strada di Emmaus mentre si allontanano delusi da Gerusalemme. Anche nella domenica precedente abbiamo intuito il suo desiderio profondo di stare con noi: come buon pastore, ci conosce per nome, ci chiama, ci conduce fuori e ci accompagna nei pascoli.<br /><br /> Comprendiamo quindi che questa comunione non è secondaria, ma è intensamente desiderata da Gesù stesso. È Lui che prende l’iniziativa di cercarci e di stare con noi.<br /><br /> Il turbamento dei discepoli e la paura dell’assenza<br /><br /> La liturgia ci riporta oggi all’ultima cena, al momento della lavanda dei piedi, quando Gesù pronuncia parole sconvolgenti: “Ancora per poco sono con voi… dove io vado voi non potete venire”. Questa prospettiva genera nei discepoli un turbamento profondo, quasi panico.<br /><br /> Anche noi possiamo riconoscerci in questa inquietudine: dov’è Gesù? È partito verso il Padre lasciandoci soli? Esiste un luogo dove Lui è e noi non possiamo essere? E, ancora più radicalmente, ci interessa davvero la sua presenza o ci siamo rassegnati a una fede fatta di distanza, aspettando semplicemente di ritrovarlo “alla fine”?<br /><br /> Una fede vissuta come assenza<br /><br /> Spesso rischiamo di vivere la fede come se Gesù fosse lontano, presente solo in rari momenti o in luoghi eccezionali. Pensiamo di poterlo incontrare solo in esperienze straordinarie o in santuari difficili da raggiungere, mentre nella quotidianità resterebbe assente.<br /><br /> Ma questa prospettiva è insufficiente e fuorviante. Gesù oggi ci invita a cambiare sguardo, a uscire da questa idea di distanza e a riscoprire una presenza molto più vicina e concreta.<br /><br /> “Vado a prepararvi un posto”: una promessa di presenza<br /><br /> Quando Gesù dice “vado a prepararvi un posto”, non sta dando un addio. Non è un distacco definitivo. Sta promettendo qualcosa di dinamico: “tornerò e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”.<br /><br /> Questa parola non riguarda solo la fine dei tempi, ma il presente. Gesù non vuole abbandonarci: desidera essere con noi già ora. Il suo “posto” non è lontano da noi, ma è proprio accanto a noi.<br /><br /> Il posto di Gesù: dimorare in noi<br /><br /> Il modo per accorgerci di questa presenza è la fede: “Abbiate fiducia, credete in me e credete anche in Dio”. Solo attraverso la fiducia possiamo compiere questo salto di consapevolezza.<br /><br /> Gesù lo dice chiaramente: Lui e il Padre verranno a prendere dimora presso di noi. Non siamo noi a dover raggiungere un luogo lontano; è Dio che viene ad abitare la nostra vita. Questa è la grande rivelazione: il suo posto è con noi, in mezzo a noi.<br /><br /> Pietre vive in un edificio spirituale<br /><br /> L’apostolo Pietro ci aiuta a comprendere che questo “posto” è una questione di fede. Gesù è la pietra: per chi non crede è un ostacolo, ma per chi crede è pietra viva.<br /><br /> Anche noi siamo chiamati a diventare pietre vive, unite a Lui per costruire un edificio spirituale. Non si tratta di una realtà individuale, ma comunitaria: siamo un tempio in cui Cristo è la pietra d’angolo che tiene tutto insieme.<br /><br /> In questa comunione diventiamo un sacerdozio santo, capaci di offrire a Dio una liturgia viva, fatta della nostra stessa esistenza vissuta alla sua presenza.<br /><br /> Una comunione concreta che non esclude nessuno<br /><br /> La prima comunità cristiana, come raccontano gli Atti degli Apostoli, ci mostra che questa comunione deve essere concreta e inclusiva. Nessuno deve essere trascurato.<br /><br /> Di fronte alla crescita della comunità e alle difficoltà organizzative, gli apostoli e i discepoli si impegnano a distribuire i compiti, affinché anche le vedove di lingua greca non vengano dimenticate. Questa attenzione reciproca rende la comunità feconda: molti arrivano alla fede.<br /><br /> La presenza di Gesù si alimenta e si rende visibile proprio nello stare insieme, nella cura concreta gli uni degli altri.<br /><br /> Gesù è via, verità e vita da percorrere insieme<br /><br /> Possiamo allora dire con certezza che Gesù non è scomparso. È presso il Padre, ma è anche in mezzo a noi. Il suo “posto” è qui, nella nostra comunità.<br /><br /> Lui è “via, verità e vita”: non solo una meta da raggiungere, ma una strada da percorrere già ora. Camminiamo insieme su questa via, imparando a conoscerlo sempre più come vita, come verità e come comunione con il Padre.<br /><br /> Una promessa sorprendente: opere ancora più grandi<br /><br /> Gesù ci consegna infine una promessa sorprendente: chi crede in Lui compirà le sue opere, e persino di più grandi. E tutto ciò che chiederemo nel suo nome, Egli lo farà.<br /><br /> Questa promessa sarebbe impossibile se Gesù fosse lontano. È proprio la sua presenza viva in mezzo a noi che rende possibile questa fecondità straordinaria.<br /><br /> Conclusione: una presenza che genera gioia e fecondità<br /><br /> In questa domenica riconosciamo che il nostro turbamento può essere trasformato: Gesù ci rassicura. Non è lontano, non ci ha lasciati soli.<br /><br /> È qui, in mezzo a noi. Vuole stare con noi e renderci partecipi della sua vita. Questa presenza genera luce, gioia e una fecondità che supera ogni nostra aspettativa.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71839590</guid><pubDate>Sun, 03 May 2026 13:40:06 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71839590/imported_1777815337850396_audio.mp3" length="10782511" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il problema del “posto” di Gesù nel tempo pasquale

Possiamo dire che il tema del “posto” di Gesù, del dove trovarlo, attraversa tutto il tempo pasquale. Ripensiamo alle esperienze dei discepoli: lo incontrano all’improvviso nella stanza chiusa per...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il problema del “posto” di Gesù nel tempo pasquale<br /><br /> Possiamo dire che il tema del “posto” di Gesù, del dove trovarlo, attraversa tutto il tempo pasquale. Ripensiamo alle esperienze dei discepoli: lo incontrano all’improvviso nella stanza chiusa per paura, lo riconoscono lungo la strada di Emmaus mentre si allontanano delusi da Gerusalemme. Anche nella domenica precedente abbiamo intuito il suo desiderio profondo di stare con noi: come buon pastore, ci conosce per nome, ci chiama, ci conduce fuori e ci accompagna nei pascoli.<br /><br /> Comprendiamo quindi che questa comunione non è secondaria, ma è intensamente desiderata da Gesù stesso. È Lui che prende l’iniziativa di cercarci e di stare con noi.<br /><br /> Il turbamento dei discepoli e la paura dell’assenza<br /><br /> La liturgia ci riporta oggi all’ultima cena, al momento della lavanda dei piedi, quando Gesù pronuncia parole sconvolgenti: “Ancora per poco sono con voi… dove io vado voi non potete venire”. Questa prospettiva genera nei discepoli un turbamento profondo, quasi panico.<br /><br /> Anche noi possiamo riconoscerci in questa inquietudine: dov’è Gesù? È partito verso il Padre lasciandoci soli? Esiste un luogo dove Lui è e noi non possiamo essere? E, ancora più radicalmente, ci interessa davvero la sua presenza o ci siamo rassegnati a una fede fatta di distanza, aspettando semplicemente di ritrovarlo “alla fine”?<br /><br /> Una fede vissuta come assenza<br /><br /> Spesso rischiamo di vivere la fede come se Gesù fosse lontano, presente solo in rari momenti o in luoghi eccezionali. Pensiamo di poterlo incontrare solo in esperienze straordinarie o in santuari difficili da raggiungere, mentre nella quotidianità resterebbe assente.<br /><br /> Ma questa prospettiva è insufficiente e fuorviante. Gesù oggi ci invita a cambiare sguardo, a uscire da questa idea di distanza e a riscoprire una presenza molto più vicina e concreta.<br /><br /> “Vado a prepararvi un posto”: una promessa di presenza<br /><br /> Quando Gesù dice “vado a prepararvi un posto”, non sta dando un addio. Non è un distacco definitivo. Sta promettendo qualcosa di dinamico: “tornerò e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”.<br /><br /> Questa parola non riguarda solo la fine dei tempi, ma il presente. Gesù non vuole abbandonarci: desidera essere con noi già ora. Il suo “posto” non è lontano da noi, ma è proprio accanto a noi.<br /><br /> Il posto di Gesù: dimorare in noi<br /><br /> Il modo per accorgerci di questa presenza è la fede: “Abbiate fiducia, credete in me e credete anche in Dio”. Solo attraverso la fiducia possiamo compiere questo salto di consapevolezza.<br /><br /> Gesù lo dice chiaramente: Lui e il Padre verranno a prendere dimora presso di noi. Non siamo noi a dover raggiungere un luogo lontano; è Dio che viene ad abitare la nostra vita. Questa è la grande rivelazione: il suo posto è con noi, in mezzo a noi.<br /><br /> Pietre vive in un edificio spirituale<br /><br /> L’apostolo Pietro ci aiuta a comprendere che questo “posto” è una questione di fede. Gesù è la pietra: per chi non crede è un ostacolo, ma per chi crede è pietra viva.<br /><br /> Anche noi siamo chiamati a diventare pietre vive, unite a Lui per costruire un edificio spirituale. Non si tratta di una realtà individuale, ma comunitaria: siamo un tempio in cui Cristo è la pietra d’angolo che tiene tutto insieme.<br /><br /> In questa comunione diventiamo un sacerdozio santo, capaci di offrire a Dio una liturgia viva, fatta della nostra stessa esistenza vissuta alla sua presenza.<br /><br /> Una comunione concreta che non esclude nessuno<br /><br /> La prima comunità cristiana, come raccontano gli Atti degli Apostoli, ci mostra che questa comunione deve essere concreta e inclusiva. Nessuno deve essere trascurato.<br /><br /> Di fronte alla crescita della comunità e alle difficoltà organizzative, gli apostoli e i discepoli si impegnano a distribuire i compiti, affinché anche le vedove di...]]></itunes:summary><itunes:duration>674</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La gioia del Vangelo ci riempie il cuore! - Omelia sabato 4a settimana di Pasqua</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-gioia-del-vangelo-ci-riempie-il-cuore-omelia-sabato-4a-settimana-di-pasqua--71827185</link><description><![CDATA[Il lezionario ci ha portato ad un terzo giorno nella città di Antiochia di Pisidia, dove ripercorriamo il primo grande discorso di Paolo negli Atti degli Apostoli 13. Ricordiamo come egli abbia riassunto tutta la storia della salvezza, mostrandola come una storia d’amore tra Dio e il suo popolo: un Dio che ha sempre sostenuto, consolato e incoraggiato.<br /><br /> Al centro di questo annuncio c’è Gesù, riconosciuto come il Messia: rifiutato e ucciso, ma risorto. In questa risurrezione cogliamo una promessa anche per noi, espressa nelle parole del Salmo: “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato”. Ci sentiamo così coinvolti personalmente, chiamati a riconoscerci figli dentro questa promessa.<br /><br /> Il cuore scandaloso del messaggio: la giustificazione per fede<br /><br /> Entriamo poi nel punto più delicato del discorso di Paolo, quello che spesso viene tralasciato ma che è decisivo: attraverso Gesù è annunciato il perdono dei peccati e una giustificazione che la Legge non ha potuto dare.<br /><br /> Comprendiamo che qui c’è qualcosa di rivoluzionario: non è più la Legge a salvare, ma è la vita stessa di Gesù, donata gratuitamente. Chiunque crede in Lui è giustificato. Questo “chiunque” è sconvolgente, perché ridimensiona il ruolo della Legge e apre a tutti la possibilità della salvezza.<br /><br /> Questa novità attira una moltitudine: il sabato successivo, tutta la città si raduna per ascoltare questa parola che promette vita.<br /><br /> Il rifiuto: quando la grazia è troppo grande<br /><br /> Di fronte a questa apertura, però, emerge una reazione dura. I Giudei, mossi da zelo – cioè dal desiderio di custodire la tradizione della Torà – si oppongono a Paolo. Lo contraddicono e rifiutano il suo annuncio.<br /><br /> Noi riconosciamo in questo atteggiamento qualcosa che può riguardare anche noi: il rischio di respingere la Parola quando ci supera. Paolo interpreta questo rifiuto in modo molto forte: è come se dicessero di non essere degni della vita eterna.<br /><br /> Ci accorgiamo che questo rifiuto nasce da una chiusura interiore: facciamo fatica ad accettare un dono così grande, così gratuito. Pensiamo che la vita eterna sia riservata ai “giusti”, a chi osserva la legge, a chi “se la merita”. Facciamo distinzioni: per noi sì, per gli altri no.<br /><br /> Ma proprio così perdiamo il senso del Vangelo. La salvezza non è un premio, è un dono. E rifiutarlo significa escluderci da soli.<br /><br /> L’accoglienza dei pagani: la gioia del Vangelo<br /><br /> Al contrario, vediamo la reazione dei pagani, che accolgono questa parola con gioia. Si sentono raggiunti, toccati, inclusi. Esultano e glorificano Dio.<br /><br /> Noi osserviamo come il testo sottolinei un elemento fondamentale: credono e sono pieni di gioia e di Spirito Santo. Questa è la vera caratteristica dei discepoli di Gesù: una gioia profonda, una gratitudine che nasce dall’essersi scoperti destinatari di un dono gratuito.<br /><br /> Apriamo il cuore al dono<br /><br /> Arriviamo così a una domanda decisiva per noi: ci consideriamo degni della vita eterna oppure no? Se non accogliamo questo dono, rischiamo di restare bloccati nei nostri sensi di colpa, nei nostri calcoli, nei nostri “devo fare”.<br /><br /> Gesù invece ci invita a fidarci: “Credete a me”. Ci rivela la sua unità con il Padre e ci promette che tutto ciò che chiederemo nel suo nome sarà donato.<br /><br /> Riconosciamo allora che siamo chiamati ad aprire il cuore, a lasciare da parte le resistenze e ad accogliere questa grazia immensa. È proprio questo il dono che ci viene offerto, anche nell’Eucaristia: una vita nuova, gratuita, traboccante, che ci chiede solo di essere accolta.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71827185</guid><pubDate>Sat, 02 May 2026 09:30:19 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71827185/imported_177771135169409_audio.mp3" length="6256849" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il lezionario ci ha portato ad un terzo giorno nella città di Antiochia di Pisidia, dove ripercorriamo il primo grande discorso di Paolo negli Atti degli Apostoli 13. Ricordiamo come egli abbia riassunto tutta la storia della salvezza, mostrandola...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il lezionario ci ha portato ad un terzo giorno nella città di Antiochia di Pisidia, dove ripercorriamo il primo grande discorso di Paolo negli Atti degli Apostoli 13. Ricordiamo come egli abbia riassunto tutta la storia della salvezza, mostrandola come una storia d’amore tra Dio e il suo popolo: un Dio che ha sempre sostenuto, consolato e incoraggiato.<br /><br /> Al centro di questo annuncio c’è Gesù, riconosciuto come il Messia: rifiutato e ucciso, ma risorto. In questa risurrezione cogliamo una promessa anche per noi, espressa nelle parole del Salmo: “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato”. Ci sentiamo così coinvolti personalmente, chiamati a riconoscerci figli dentro questa promessa.<br /><br /> Il cuore scandaloso del messaggio: la giustificazione per fede<br /><br /> Entriamo poi nel punto più delicato del discorso di Paolo, quello che spesso viene tralasciato ma che è decisivo: attraverso Gesù è annunciato il perdono dei peccati e una giustificazione che la Legge non ha potuto dare.<br /><br /> Comprendiamo che qui c’è qualcosa di rivoluzionario: non è più la Legge a salvare, ma è la vita stessa di Gesù, donata gratuitamente. Chiunque crede in Lui è giustificato. Questo “chiunque” è sconvolgente, perché ridimensiona il ruolo della Legge e apre a tutti la possibilità della salvezza.<br /><br /> Questa novità attira una moltitudine: il sabato successivo, tutta la città si raduna per ascoltare questa parola che promette vita.<br /><br /> Il rifiuto: quando la grazia è troppo grande<br /><br /> Di fronte a questa apertura, però, emerge una reazione dura. I Giudei, mossi da zelo – cioè dal desiderio di custodire la tradizione della Torà – si oppongono a Paolo. Lo contraddicono e rifiutano il suo annuncio.<br /><br /> Noi riconosciamo in questo atteggiamento qualcosa che può riguardare anche noi: il rischio di respingere la Parola quando ci supera. Paolo interpreta questo rifiuto in modo molto forte: è come se dicessero di non essere degni della vita eterna.<br /><br /> Ci accorgiamo che questo rifiuto nasce da una chiusura interiore: facciamo fatica ad accettare un dono così grande, così gratuito. Pensiamo che la vita eterna sia riservata ai “giusti”, a chi osserva la legge, a chi “se la merita”. Facciamo distinzioni: per noi sì, per gli altri no.<br /><br /> Ma proprio così perdiamo il senso del Vangelo. La salvezza non è un premio, è un dono. E rifiutarlo significa escluderci da soli.<br /><br /> L’accoglienza dei pagani: la gioia del Vangelo<br /><br /> Al contrario, vediamo la reazione dei pagani, che accolgono questa parola con gioia. Si sentono raggiunti, toccati, inclusi. Esultano e glorificano Dio.<br /><br /> Noi osserviamo come il testo sottolinei un elemento fondamentale: credono e sono pieni di gioia e di Spirito Santo. Questa è la vera caratteristica dei discepoli di Gesù: una gioia profonda, una gratitudine che nasce dall’essersi scoperti destinatari di un dono gratuito.<br /><br /> Apriamo il cuore al dono<br /><br /> Arriviamo così a una domanda decisiva per noi: ci consideriamo degni della vita eterna oppure no? 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È proprio questo il dono che ci viene offerto, anche nell’Eucaristia: una vita nuova, gratuita, traboccante, che ci chiede solo di essere accolta.]]></itunes:summary><itunes:duration>392</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Mio figlio sei tu! - Omelia venerdi 4a settimana di Pasqua</title><link>https://www.spreaker.com/episode/mio-figlio-sei-tu-omelia-venerdi-4a-settimana-di-pasqua--71810833</link><description><![CDATA[Paolo nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, si rivolge ai “fratelli, figli della stirpe di Abramo”, ricordando come, anche lontani geograficamente, tutti si sentano parte di una stessa storia e di un unico popolo. Ci riconosciamo anche noi dentro questo “noi”: a noi è stata mandata una parola, ed è una parola di salvezza.<br /><br /> Comprendiamo che questa parola non nasce improvvisamente, ma si inserisce in una lunga storia: Dio ha parlato attraverso i profeti e ha accompagnato il suo popolo con fedeltà costante. Nulla è casuale: tutto rientra in un disegno d’amore, in cui Dio guida, custodisce e non abbandona mai. La salvezza annunciata da Paolo ha un contenuto preciso: Dio ha risuscitato Gesù dai morti, realizzando così la promessa fatta ai padri.<br /><br /> Il compimento delle promesse in Gesù<br /><br /> Accogliamo con stupore il fatto che ciò che era stato annunciato per secoli si è compiuto: il Messia, rifiutato, condannato e ucciso, è stato risuscitato. Questo evento non riguarda solo il passato o un gruppo ristretto di persone: riguarda tutti noi. Quando Paolo dice “per noi”, comprendiamo che siamo inclusi anche noi in questo compimento.<br /><br /> C'è così continuità tra le Scritture e l’evento di Gesù: Dio è fedele alla sua parola. La promessa non è rimasta incompiuta, ma ha trovato realizzazione piena nella risurrezione. Questo ci permette di riconoscere che la nostra fede si fonda su una storia concreta, custodita e portata avanti da Dio stesso.<br /><br /> “Mio figlio sei tu”: la rivelazione della figliolanza<br /><br /> Ci soffermiamo sulla citazione del Salmo 2: “Mio figlio sei tu, oggi io ti ho generato”. Questa parola, pronunciata in riferimento a Gesù, diventa anche per noi una rivelazione personale. Siamo invitati a sentirla rivolta a ciascuno di noi: siamo figli.<br /><br /> Entriamo così nel cuore della relazione con Dio: non una relazione distante o formale, ma una relazione di figliolanza. Dio è Padre e ci ama profondamente. Essere chiamati figli significa essere voluti, amati e custoditi. Significa anche riconoscere che la nostra vita nasce continuamente da Lui.<br /><br /> Quel “oggi” diventa particolarmente significativo: non indica solo un momento passato, ma un presente continuo. Dio oggi ci genera, oggi ci dona vita, oggi ci rialza. Questa generazione si manifesta pienamente nella risurrezione: in Gesù, anche noi siamo chiamati a una vita nuova.<br /><br /> La via verso il Padre: Gesù<br /><br /> Colleghiamo questo annuncio con le parole del Vangelo: “Io sono la via, la verità e la vita”. Comprendiamo che tutto converge verso il Padre attraverso Gesù. Egli non solo indica la strada, ma è la strada stessa.<br /><br /> Riconosciamo che, passando attraverso la morte e la risurrezione, Gesù ha aperto anche per noi la possibilità di vivere una relazione piena con Dio. Non siamo più esclusi o lontani, ma chiamati a essere dove Lui è. Ci viene promessa una comunione profonda: “dove sono io, siate anche voi”.<br /><br /> Questa prospettiva cambia il nostro modo di vivere: ci libera dal turbamento e dalla paura, perché sappiamo di avere un posto preparato per noi. La nostra vita acquista una direzione chiara: vivere da figli, in cammino verso il Padre.<br /><br /> La comunione che supera ogni paura<br /><br /> Questa parola di salvezza non è solo un annuncio dottrinale, ma una realtà che trasforma la nostra vita quotidiana. Essere figli significa vivere in una comunione che supera ogni difficoltà, ogni timore, ogni turbamento.<br /><br /> Questa comunione non è astratta, ma concreta: è una familiarità con Dio e tra di noi. Siamo fratelli perché figli dello stesso Padre. In questa relazione troviamo la forza per affrontare le prove e per non perdere la fiducia.<br /><br /> Il modello di San Giuseppe<br /><br /> Infine, contempliamo questa verità alla luce della memoria di oggi, San Giuseppe lavoratore. In lui vediamo realizzata in modo concreto la relazione tra padre e figlio. Giuseppe ha vissuto questa dimensione con Gesù in modo pieno e autentico.<br /><br /> Riconosciamo che proprio questa relazione è il dono più prezioso anche per noi: essere figli e vivere da figli. Ringraziamo per questo, perché in essa troviamo il senso più profondo della nostra vita e la fonte della nostra speranza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71810833</guid><pubDate>Fri, 01 May 2026 10:06:26 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71810833/imported_1777629541773286_audio.mp3" length="7047627" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Paolo nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, si rivolge ai “fratelli, figli della stirpe di Abramo”, ricordando come, anche lontani geograficamente, tutti si sentano parte di una stessa storia e di un unico popolo. 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La salvezza annunciata da Paolo ha un contenuto preciso: Dio ha risuscitato Gesù dai morti, realizzando così la promessa fatta ai padri.<br /><br /> Il compimento delle promesse in Gesù<br /><br /> Accogliamo con stupore il fatto che ciò che era stato annunciato per secoli si è compiuto: il Messia, rifiutato, condannato e ucciso, è stato risuscitato. Questo evento non riguarda solo il passato o un gruppo ristretto di persone: riguarda tutti noi. Quando Paolo dice “per noi”, comprendiamo che siamo inclusi anche noi in questo compimento.<br /><br /> C'è così continuità tra le Scritture e l’evento di Gesù: Dio è fedele alla sua parola. La promessa non è rimasta incompiuta, ma ha trovato realizzazione piena nella risurrezione. Questo ci permette di riconoscere che la nostra fede si fonda su una storia concreta, custodita e portata avanti da Dio stesso.<br /><br /> “Mio figlio sei tu”: la rivelazione della figliolanza<br /><br /> Ci soffermiamo sulla citazione del Salmo 2: “Mio figlio sei tu, oggi io ti ho generato”. Questa parola, pronunciata in riferimento a Gesù, diventa anche per noi una rivelazione personale. Siamo invitati a sentirla rivolta a ciascuno di noi: siamo figli.<br /><br /> Entriamo così nel cuore della relazione con Dio: non una relazione distante o formale, ma una relazione di figliolanza. Dio è Padre e ci ama profondamente. Essere chiamati figli significa essere voluti, amati e custoditi. Significa anche riconoscere che la nostra vita nasce continuamente da Lui.<br /><br /> Quel “oggi” diventa particolarmente significativo: non indica solo un momento passato, ma un presente continuo. Dio oggi ci genera, oggi ci dona vita, oggi ci rialza. Questa generazione si manifesta pienamente nella risurrezione: in Gesù, anche noi siamo chiamati a una vita nuova.<br /><br /> La via verso il Padre: Gesù<br /><br /> Colleghiamo questo annuncio con le parole del Vangelo: “Io sono la via, la verità e la vita”. Comprendiamo che tutto converge verso il Padre attraverso Gesù. Egli non solo indica la strada, ma è la strada stessa.<br /><br /> Riconosciamo che, passando attraverso la morte e la risurrezione, Gesù ha aperto anche per noi la possibilità di vivere una relazione piena con Dio. Non siamo più esclusi o lontani, ma chiamati a essere dove Lui è. Ci viene promessa una comunione profonda: “dove sono io, siate anche voi”.<br /><br /> Questa prospettiva cambia il nostro modo di vivere: ci libera dal turbamento e dalla paura, perché sappiamo di avere un posto preparato per noi. La nostra vita acquista una direzione chiara: vivere da figli, in cammino verso il Padre.<br /><br /> La comunione che supera ogni paura<br /><br /> Questa parola di salvezza non è solo un annuncio dottrinale, ma una realtà che trasforma la nostra vita quotidiana. Essere figli significa vivere in una comunione che supera ogni difficoltà, ogni timore, ogni turbamento.<br /><br /> Questa comunione non è astratta, ma concreta: è una familiarità con Dio e tra di noi. Siamo fratelli perché figli dello stesso Padre. In questa relazione troviamo la forza per affrontare le prove e per non perdere la fiducia.<br /><br /> Il modello di San Giuseppe<br /><br /> Infine, contempliamo questa verità alla luce della memoria di oggi, San Giuseppe lavoratore. In lui vediamo realizzata in modo concreto la relazione tra padre e figlio. Giuseppe ha vissuto...]]></itunes:summary><itunes:duration>441</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il canto dell’amore fedele di Dio - Omelia giovedì 4a settimana di Pasqua</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-canto-dell-amore-fedele-di-dio-omelia-giovedi-4a-settimana-di-pasqua--71805000</link><description><![CDATA[Siamo invitati ad assumere un atteggiamento di umiltà davanti alla storia della salvezza e davanti a coloro che ci hanno preceduto come maestri e guide. Gesù infatti ci ricorda che "il servo non è più grande del suo padrone" , e questo ci spinge a riconoscere che siamo inseriti in una storia che ci supera.<br /><br /> Contempliamo allora l’episodio degli Atti degli Apostoli in cui Paolo, giunto nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, viene invitato a parlare. In poche parole egli riesce a sintetizzare tutta la storia della relazione tra Dio e il suo popolo: dalla discesa in Egitto fino a Gesù. In questo racconto riconosciamo un vero e proprio canto d’amore, attraverso il quale emerge quanto Dio abbia accompagnato il suo popolo in ogni fase, anche nelle più difficili.<br /><br /> Il canto dell’amore fedele di Dio<br /><br /> Davanti a questa grande storia, non possiamo che unirci a questo canto d’amore. Non siamo chiamati a opporci o a mettere in discussione ciò che Dio ha compiuto, ma piuttosto a riconoscere e proclamare la sua fedeltà.<br /><br /> La nostra vita, con tutte le sue fragilità e difficoltà, si inserisce in questo grande disegno di amore che Dio ha intessuto non solo con noi, ma con tutta l’umanità. Facciamo nostro il canto del Salmo: vogliamo cantare in eterno l’amore del Signore, riconoscendo che questa fedeltà attraversa le generazioni e giunge fino a noi.<br /><br /> Il dramma del rifiuto: il caso di Giuda<br /><br /> Alla luce di questo amore fedele comprendiamo meglio anche il dramma di Giuda. Nel contesto della lavanda dei piedi, egli partecipa a un gesto di amore profondo, ma nel suo cuore ha già maturato il proposito del tradimento.<br /><br /> Riconosciamo come questo seme di divisione e di rifiuto possa insinuarsi anche in noi. È la tentazione di opporci all’amore di Dio, di “alzare il calcagno” contro di Lui, mettendo condizioni o dubbi. Per questo siamo chiamati a vigilare e a non lasciarci prendere da questa logica, aprendoci invece all’amore che continuamente ci cerca, ci prende per mano e ci salva.<br /><br /> L’accoglienza come via autentica<br /><br /> Gesù ci indica chiaramente quale sia l’atteggiamento giusto: l’accoglienza. Chi accoglie colui che Egli manda, accoglie Lui stesso. Non siamo chiamati a respingere o a opporci, ma ad aprire il cuore a questo amore che ci viene incontro.<br /><br /> Questa accoglienza si concretizza anche nel riconoscere e accogliere coloro che ci annunciano il Vangelo. Come Paolo, anche oggi ci sono uomini e donne che ci trasmettono questa parola di salvezza. Accogliere loro significa accogliere Cristo stesso.<br /><br /> Una catena di testimonianza e comunione<br /><br /> Allo stesso tempo, anche noi siamo inseriti in questa dinamica: non solo riceviamo l’annuncio, ma siamo chiamati a diventare annunciatori. Con la nostra vita e con la nostra parola partecipiamo a questo grande canto d’amore.<br /><br /> Pensiamo a Paolo, che ha attraversato il Mediterraneo tra difficoltà, persecuzioni, naufragi e carcere, eppure ha anche sperimentato accoglienza. L’annuncio del Vangelo trova talvolta terreno fertile, altre volte opposizione: è una realtà che attraversa la storia e anche il nostro cuore.<br /><br /> Accogliere ed essere accolti nell’Eucaristia<br /><br /> Viviamo tutto questo anche nel presente della nostra vita di fede. Siamo qui, nell’Eucaristia, proprio per accogliere l’amore di Dio e lasciarci accogliere da Lui. La Parola e il Pane ci introducono in questa dinamica di comunione profonda.<br /><br /> Siamo invitati a continuare questo cammino, lasciandoci guidare dalla Scrittura — il libro più prezioso che possiamo aprire ogni giorno — per riconoscere, accogliere e trasmettere l’amore fedele del Signore, diventando anche noi parte viva di questa grande storia di salvezza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71805000</guid><pubDate>Fri, 01 May 2026 04:52:43 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71805000/imported_1777610958473092_audio.mp3" length="6330827" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Siamo invitati ad assumere un atteggiamento di umiltà davanti alla storia della salvezza e davanti a coloro che ci hanno preceduto come maestri e guide. Gesù infatti ci ricorda che "il servo non è più grande del suo padrone" , e questo ci spinge a...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Siamo invitati ad assumere un atteggiamento di umiltà davanti alla storia della salvezza e davanti a coloro che ci hanno preceduto come maestri e guide. Gesù infatti ci ricorda che "il servo non è più grande del suo padrone" , e questo ci spinge a riconoscere che siamo inseriti in una storia che ci supera.<br /><br /> Contempliamo allora l’episodio degli Atti degli Apostoli in cui Paolo, giunto nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, viene invitato a parlare. In poche parole egli riesce a sintetizzare tutta la storia della relazione tra Dio e il suo popolo: dalla discesa in Egitto fino a Gesù. In questo racconto riconosciamo un vero e proprio canto d’amore, attraverso il quale emerge quanto Dio abbia accompagnato il suo popolo in ogni fase, anche nelle più difficili.<br /><br /> Il canto dell’amore fedele di Dio<br /><br /> Davanti a questa grande storia, non possiamo che unirci a questo canto d’amore. Non siamo chiamati a opporci o a mettere in discussione ciò che Dio ha compiuto, ma piuttosto a riconoscere e proclamare la sua fedeltà.<br /><br /> La nostra vita, con tutte le sue fragilità e difficoltà, si inserisce in questo grande disegno di amore che Dio ha intessuto non solo con noi, ma con tutta l’umanità. Facciamo nostro il canto del Salmo: vogliamo cantare in eterno l’amore del Signore, riconoscendo che questa fedeltà attraversa le generazioni e giunge fino a noi.<br /><br /> Il dramma del rifiuto: il caso di Giuda<br /><br /> Alla luce di questo amore fedele comprendiamo meglio anche il dramma di Giuda. Nel contesto della lavanda dei piedi, egli partecipa a un gesto di amore profondo, ma nel suo cuore ha già maturato il proposito del tradimento.<br /><br /> Riconosciamo come questo seme di divisione e di rifiuto possa insinuarsi anche in noi. È la tentazione di opporci all’amore di Dio, di “alzare il calcagno” contro di Lui, mettendo condizioni o dubbi. Per questo siamo chiamati a vigilare e a non lasciarci prendere da questa logica, aprendoci invece all’amore che continuamente ci cerca, ci prende per mano e ci salva.<br /><br /> L’accoglienza come via autentica<br /><br /> Gesù ci indica chiaramente quale sia l’atteggiamento giusto: l’accoglienza. Chi accoglie colui che Egli manda, accoglie Lui stesso. Non siamo chiamati a respingere o a opporci, ma ad aprire il cuore a questo amore che ci viene incontro.<br /><br /> Questa accoglienza si concretizza anche nel riconoscere e accogliere coloro che ci annunciano il Vangelo. Come Paolo, anche oggi ci sono uomini e donne che ci trasmettono questa parola di salvezza. Accogliere loro significa accogliere Cristo stesso.<br /><br /> Una catena di testimonianza e comunione<br /><br /> Allo stesso tempo, anche noi siamo inseriti in questa dinamica: non solo riceviamo l’annuncio, ma siamo chiamati a diventare annunciatori. Con la nostra vita e con la nostra parola partecipiamo a questo grande canto d’amore.<br /><br /> Pensiamo a Paolo, che ha attraversato il Mediterraneo tra difficoltà, persecuzioni, naufragi e carcere, eppure ha anche sperimentato accoglienza. L’annuncio del Vangelo trova talvolta terreno fertile, altre volte opposizione: è una realtà che attraversa la storia e anche il nostro cuore.<br /><br /> Accogliere ed essere accolti nell’Eucaristia<br /><br /> Viviamo tutto questo anche nel presente della nostra vita di fede. Siamo qui, nell’Eucaristia, proprio per accogliere l’amore di Dio e lasciarci accogliere da Lui. La Parola e il Pane ci introducono in questa dinamica di comunione profonda.<br /><br /> Siamo invitati a continuare questo cammino, lasciandoci guidare dalla Scrittura — il libro più prezioso che possiamo aprire ogni giorno — per riconoscere, accogliere e trasmettere l’amore fedele del Signore, diventando anche noi parte viva di questa grande storia di salvezza.]]></itunes:summary><itunes:duration>396</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Come vivere in comunione con gli altri? - Omelia per la festa di Santa Caterina 29 aprile 2026</title><link>https://www.spreaker.com/episode/come-vivere-in-comunione-con-gli-altri-omelia-per-la-festa-di-santa-caterina-29-aprile-2026--71768470</link><description><![CDATA[La comunione come dono, non come conquista<br /><br /> Nella festa di Santa Caterina da Siena riflettiamo insieme su un’affermazione centrale: siamo in comunione gli uni con gli altri. Ci chiediamo cosa significhi davvero questo “camminare insieme”, perché spesso viviamo la fede in modo troppo individuale, trascurando le difficoltà e le esigenze della comunione.<br /><br /> Riconosciamo, alla luce della Prima Lettera di Giovanni, che la comunione non è qualcosa che costruiamo soltanto con le nostre forze: è un dono, un mistero che si manifesta quando "camminiamo nella luce". Non è quindi un risultato della nostra bravura, ma una realtà che riceviamo vivendo in un certo modo davanti a Dio.<br /><br /> Camminare nella luce: verità e autenticità<br /><br /> Camminare nella luce significa vivere nella verità, davanti a Dio, illuminati da Gesù. Questo implica uscire dalle tenebre della menzogna, dell’ipocrisia e del nascondimento. Non si tratta di apparire giusti, ma di essere autentici.<br /><br /> Ci viene ricordato con forza che non possiamo dire di essere senza peccato: se lo facciamo, inganniamo noi stessi. Tutti siamo segnati dal peccato. Perciò camminare nella luce non significa essere perfetti, ma riconoscere la nostra realtà e vivere nella verità di ciò che siamo.<br /><br /> La consapevolezza del peccato come via alla luce<br /><br /> Quante volte siamo portati a giudicare gli altri, a essere pretenziosi o a sentirci superiori! Dobbiamo ammettere che la nostra fragilità, il nostro limite e il nostro peccato fanno parte della nostra esperienza. Non si tratta solo di peccati evidenti, ma anche di tutte le volte in cui non riusciamo a vivere pienamente l’amore.<br /><br /> Proprio qui siamo chiamati a fare un passo decisivo: chiedere aiuto. Dire con sincerità: “Signore, io sono così, aiutami tu con la tua luce”. È in questa apertura che riceviamo la vera luce, non perché siamo giusti, ma perché siamo peccatori perdonati.<br /><br /> Il perdono che genera comunione<br /><br /> Scopriamo allora che è il sangue di Cristo a purificarci dai peccati e a restituirci una comunione autentica. La comunione nasce proprio da questa consapevolezza condivisa: siamo tutti bisognosi di misericordia.<br /><br /> Camminare nella comunione significa dunque riconoscere il nostro limite, chiedere perdono e guardare gli altri come fratelli. Non più come rivali o giudicati, ma come compagni di cammino nella stessa condizione di fragilità e di grazia.<br /><br /> I piccoli e la rivelazione del Regno<br /><br /> Il Vangelo ci ricorda che Dio rivela i suoi misteri ai piccoli, non ai sapienti o ai perfetti. Comprendiamo che questa “piccolezza” non è solo semplicità, ma anche consapevolezza del proprio peccato.<br /><br /> Pensiamo al buon ladrone: pur essendo un grande peccatore, riconosce la sua condizione e si affida a Gesù. Proprio questa umiltà lo introduce immediatamente nella comunione con il Signore. Questo ci mostra che la via alla comunione passa attraverso il riconoscimento sincero di ciò che siamo.<br /><br /> La testimonianza di Santa Caterina<br /><br /> Guardiamo all’esempio di Santa Caterina da Siena, che visse in un tempo di forti divisioni e conflitti. Con semplicità, attraverso le sue parole e le sue lettere, riuscì a ricostruire comunione anche tra realtà lontane e divise, come quella del Papa lontano da Roma.<br /><br /> La sua forza non stava nel giudicare, ma nel consolare, nell’illuminare con carità le situazioni difficili. Ha vissuto profondamente l’esperienza del Consolatore, diventando a sua volta strumento di consolazione per gli altri.<br /><br /> Comunione, consolazione e relazioni concrete<br /><br /> Riconosciamo che, se viviamo la consolazione di Dio, possiamo diventare anche noi strumenti di consolazione. La comunione non è qualcosa di astratto, ma si realizza nelle relazioni quotidiane: nella famiglia, nella comunità, nei rapporti concreti.<br /><br /> Per questo siamo invitati a interrogarci sul nostro modo di stare con gli altri: viviamo nella trasparenza, chiedendo perdono, oppure ci poniamo in modo giudicante e distante?<br /><br /> Il desiderio di comunione<br /><br /> Concludiamo riconoscendo che desideriamo profondamente la comunione, perché ci dona pace, luce e relazioni autentiche. Essa nasce prima di tutto dal nostro rapporto con il Signore e si estende poi a tutti gli altri.<br /><br /> Camminare nella luce, accettare il perdono e vivere da fratelli: è questa la strada che ci apre alla vera comunione.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71768470</guid><pubDate>Thu, 30 Apr 2026 05:03:46 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71768470/imported_1777524834401599_audio.mp3" length="6093844" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La comunione come dono, non come conquista

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Non è quindi un risultato della nostra bravura, ma una realtà che riceviamo vivendo in un certo modo davanti a Dio.<br /><br /> Camminare nella luce: verità e autenticità<br /><br /> Camminare nella luce significa vivere nella verità, davanti a Dio, illuminati da Gesù. Questo implica uscire dalle tenebre della menzogna, dell’ipocrisia e del nascondimento. Non si tratta di apparire giusti, ma di essere autentici.<br /><br /> Ci viene ricordato con forza che non possiamo dire di essere senza peccato: se lo facciamo, inganniamo noi stessi. Tutti siamo segnati dal peccato. Perciò camminare nella luce non significa essere perfetti, ma riconoscere la nostra realtà e vivere nella verità di ciò che siamo.<br /><br /> La consapevolezza del peccato come via alla luce<br /><br /> Quante volte siamo portati a giudicare gli altri, a essere pretenziosi o a sentirci superiori! Dobbiamo ammettere che la nostra fragilità, il nostro limite e il nostro peccato fanno parte della nostra esperienza. Non si tratta solo di peccati evidenti, ma anche di tutte le volte in cui non riusciamo a vivere pienamente l’amore.<br /><br /> Proprio qui siamo chiamati a fare un passo decisivo: chiedere aiuto. Dire con sincerità: “Signore, io sono così, aiutami tu con la tua luce”. È in questa apertura che riceviamo la vera luce, non perché siamo giusti, ma perché siamo peccatori perdonati.<br /><br /> Il perdono che genera comunione<br /><br /> Scopriamo allora che è il sangue di Cristo a purificarci dai peccati e a restituirci una comunione autentica. La comunione nasce proprio da questa consapevolezza condivisa: siamo tutti bisognosi di misericordia.<br /><br /> Camminare nella comunione significa dunque riconoscere il nostro limite, chiedere perdono e guardare gli altri come fratelli. Non più come rivali o giudicati, ma come compagni di cammino nella stessa condizione di fragilità e di grazia.<br /><br /> I piccoli e la rivelazione del Regno<br /><br /> Il Vangelo ci ricorda che Dio rivela i suoi misteri ai piccoli, non ai sapienti o ai perfetti. Comprendiamo che questa “piccolezza” non è solo semplicità, ma anche consapevolezza del proprio peccato.<br /><br /> Pensiamo al buon ladrone: pur essendo un grande peccatore, riconosce la sua condizione e si affida a Gesù. Proprio questa umiltà lo introduce immediatamente nella comunione con il Signore. Questo ci mostra che la via alla comunione passa attraverso il riconoscimento sincero di ciò che siamo.<br /><br /> La testimonianza di Santa Caterina<br /><br /> Guardiamo all’esempio di Santa Caterina da Siena, che visse in un tempo di forti divisioni e conflitti. Con semplicità, attraverso le sue parole e le sue lettere, riuscì a ricostruire comunione anche tra realtà lontane e divise, come quella del Papa lontano da Roma.<br /><br /> La sua forza non stava nel giudicare, ma nel consolare, nell’illuminare con carità le situazioni difficili. Ha vissuto profondamente l’esperienza del Consolatore, diventando a sua volta strumento di consolazione per gli altri.<br /><br /> Comunione, consolazione e relazioni concrete<br /><br /> Riconosciamo che, se viviamo la consolazione di Dio, possiamo diventare anche noi strumenti di consolazione. 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Egli sposta subito il piano della risposta su una relazione viva: parla delle “sue pecore” e, così facendo, si presenta indirettamente come il pastore. Comprendiamo allora che la verità su chi è Gesù non si coglie semplicemente con una dichiarazione, ma dentro un’esperienza.<br /><br /> Per noi, questo significa che possiamo riconoscerlo come Cristo solo se entriamo in questa relazione: se ci mettiamo in ascolto della sua voce, se le sue parole raggiungono il nostro cuore, e soprattutto se facciamo esperienza di essere conosciuti e amati da lui.<br /><br /> Essere conosciuti fino in fondo<br /><br /> Ci soffermiamo su una delle affermazioni più profonde di Gesù: “Io le conosco”. Sentiamo che questa è una delle realtà più consolanti per la nostra vita. Essere conosciuti da lui significa essere visti nella totalità di ciò che siamo, anche nelle parti più fragili, oscure e nascoste.<br /><br /> Dentro questa conoscenza rientra tutta la nostra storia: la nostra famiglia, le sofferenze vissute, le solitudini, le fatiche quotidiane. Pensiamo anche alle situazioni concrete in cui ci troviamo: la malattia, l’anzianità, le difficoltà del lavoro. Nulla di tutto questo è estraneo allo sguardo di Gesù. Egli conosce tutto e, proprio per questo, il suo amore è reale, concreto, non superficiale.<br /><br /> L’ascolto della sua voce che guida e consola<br /><br /> Accanto all’essere conosciuti, scopriamo l’importanza dell’ascolto. Gesù dice che le sue pecore ascoltano la sua voce. Facciamo esperienza che, quando lui parla, riconosciamo in modo misterioso che quella è una parola vera.<br /><br /> È una parola che ci consola nelle difficoltà, che ci guida quando siamo incerti, che ci sostiene quando siamo stanchi. Non è una voce qualsiasi: è una voce che porta verità e vita, e che riesce a raggiungere il cuore in modo unico.<br /><br /> Nessuno ci strapperà dalla sua mano<br /><br /> Accogliamo poi un’altra promessa che ci riempie di speranza: “Nessuno le strapperà dalla mia mano”. Comprendiamo che la relazione con Gesù non è solo una conoscenza reciproca, ma è anche protezione, appartenenza, custodia.<br /><br /> Nella nostra vita possiamo sperimentare tante perdite: un affetto caro che viene meno, la salute che si indebolisce, situazioni che ci fanno sentire “strappati”. Tuttavia, anche dentro queste esperienze dolorose, non siamo mai strappati da lui. Nulla può separarci dalla sua mano, dal suo abbraccio forte e fedele. Questa sicurezza rimane anche nelle prove più difficili.<br /><br /> Il dono della vita eterna<br /><br /> Gesù non si limita a parlare o a insegnare: compie un dono immenso. Dice infatti: “Io do loro la vita eterna”. Non si tratta di qualcosa di piccolo o simbolico, ma del dono più grande che si possa ricevere.<br /><br /> Comprendiamo che la relazione con lui apre a un orizzonte che va oltre il tempo presente. Anche se portiamo dentro di noi dubbi e fatiche nel comprendere, intuiamo che questa relazione è destinata a durare per sempre. È una vita che non va perduta, che attraversa passaggi e trasformazioni, ma che rimane viva in comunione con lui.<br /><br /> La comunione con il Padre e la promessa di un “per sempre”<br /><br /> Gesù rivela che lui e il Padre sono una cosa sola. Questo ci fa intuire che la comunione che sperimentiamo con lui – magari a momenti, a sprazzi – è in realtà qualcosa di profondamente stabile e definitivo.<br /><br /> Attraverso la sua parola e l’Eucaristia che celebriamo, entriamo già ora in questa comunione. Anche se facciamo fatica a immaginare cosa significhi una vita senza fine, ci viene annunciato proprio questo: una relazione che non finirà mai, una comunione solida e eterna.<br /><br /> Un abbraccio che ci dona vita<br /><br /> Alla fine, sentiamo la bellezza di questa esperienza: siamo abbracciati, custoditi, parte di una comunione che non è segnata dalla disperazione, ma dalla vita.<br /><br /> Questa è una comunione che sostiene, che dà senso, che apre alla speranza. Per questo possiamo solo ringraziare: il Signore risorto desidera davvero donarci tutto, senza riserve, e introdurci pienamente nella sua vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71722408</guid><pubDate>Wed, 29 Apr 2026 03:39:58 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71722408/imported_1777433931814967_audio.mp3" length="4855013" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Facciamo nostra la domanda posta a Gesù: “Ma sei tu il Cristo? Dillo a noi apertamente”. Tuttavia, ci accorgiamo che Gesù non risponde in modo diretto, non offre una definizione teorica o astratta. Egli sposta subito il piano della risposta su una...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Facciamo nostra la domanda posta a Gesù: “Ma sei tu il Cristo? Dillo a noi apertamente”. Tuttavia, ci accorgiamo che Gesù non risponde in modo diretto, non offre una definizione teorica o astratta. Egli sposta subito il piano della risposta su una relazione viva: parla delle “sue pecore” e, così facendo, si presenta indirettamente come il pastore. Comprendiamo allora che la verità su chi è Gesù non si coglie semplicemente con una dichiarazione, ma dentro un’esperienza.<br /><br /> Per noi, questo significa che possiamo riconoscerlo come Cristo solo se entriamo in questa relazione: se ci mettiamo in ascolto della sua voce, se le sue parole raggiungono il nostro cuore, e soprattutto se facciamo esperienza di essere conosciuti e amati da lui.<br /><br /> Essere conosciuti fino in fondo<br /><br /> Ci soffermiamo su una delle affermazioni più profonde di Gesù: “Io le conosco”. Sentiamo che questa è una delle realtà più consolanti per la nostra vita. Essere conosciuti da lui significa essere visti nella totalità di ciò che siamo, anche nelle parti più fragili, oscure e nascoste.<br /><br /> Dentro questa conoscenza rientra tutta la nostra storia: la nostra famiglia, le sofferenze vissute, le solitudini, le fatiche quotidiane. Pensiamo anche alle situazioni concrete in cui ci troviamo: la malattia, l’anzianità, le difficoltà del lavoro. Nulla di tutto questo è estraneo allo sguardo di Gesù. Egli conosce tutto e, proprio per questo, il suo amore è reale, concreto, non superficiale.<br /><br /> L’ascolto della sua voce che guida e consola<br /><br /> Accanto all’essere conosciuti, scopriamo l’importanza dell’ascolto. Gesù dice che le sue pecore ascoltano la sua voce. Facciamo esperienza che, quando lui parla, riconosciamo in modo misterioso che quella è una parola vera.<br /><br /> È una parola che ci consola nelle difficoltà, che ci guida quando siamo incerti, che ci sostiene quando siamo stanchi. Non è una voce qualsiasi: è una voce che porta verità e vita, e che riesce a raggiungere il cuore in modo unico.<br /><br /> Nessuno ci strapperà dalla sua mano<br /><br /> Accogliamo poi un’altra promessa che ci riempie di speranza: “Nessuno le strapperà dalla mia mano”. Comprendiamo che la relazione con Gesù non è solo una conoscenza reciproca, ma è anche protezione, appartenenza, custodia.<br /><br /> Nella nostra vita possiamo sperimentare tante perdite: un affetto caro che viene meno, la salute che si indebolisce, situazioni che ci fanno sentire “strappati”. Tuttavia, anche dentro queste esperienze dolorose, non siamo mai strappati da lui. Nulla può separarci dalla sua mano, dal suo abbraccio forte e fedele. Questa sicurezza rimane anche nelle prove più difficili.<br /><br /> Il dono della vita eterna<br /><br /> Gesù non si limita a parlare o a insegnare: compie un dono immenso. Dice infatti: “Io do loro la vita eterna”. Non si tratta di qualcosa di piccolo o simbolico, ma del dono più grande che si possa ricevere.<br /><br /> Comprendiamo che la relazione con lui apre a un orizzonte che va oltre il tempo presente. Anche se portiamo dentro di noi dubbi e fatiche nel comprendere, intuiamo che questa relazione è destinata a durare per sempre. È una vita che non va perduta, che attraversa passaggi e trasformazioni, ma che rimane viva in comunione con lui.<br /><br /> La comunione con il Padre e la promessa di un “per sempre”<br /><br /> Gesù rivela che lui e il Padre sono una cosa sola. Questo ci fa intuire che la comunione che sperimentiamo con lui – magari a momenti, a sprazzi – è in realtà qualcosa di profondamente stabile e definitivo.<br /><br /> Attraverso la sua parola e l’Eucaristia che celebriamo, entriamo già ora in questa comunione. Anche se facciamo fatica a immaginare cosa significhi una vita senza fine, ci viene annunciato proprio questo: una relazione che non finirà mai, una comunione solida e eterna.<br /><br /> Un abbraccio che ci dona vita<br /><br /> Alla fine, sentiamo la bellezza di questa esperienza: siamo...]]></itunes:summary><itunes:duration>304</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Fuori tutti dal recinto! - Omelia 4a domenica di Pasqua</title><link>https://www.spreaker.com/episode/fuori-tutti-dal-recinto-omelia-4a-domenica-di-pasqua--71654952</link><description><![CDATA[Il tempo di Pasqua come ricerca del Risorto<br /><br /> Viviamo questo tempo di Pasqua come un’esperienza in cui ci accorgiamo che non siamo noi per primi a cercare Gesù, ma è Lui che viene a cercarci. Ci riconosciamo nei discepoli: pieni di dubbi, di paure, spesso in fuga. Come i discepoli di Emmaus, anche noi tendiamo ad allontanarci, ma il Risorto ci raggiunge, si mette accanto a noi, cammina con noi e si fa riconoscere.<br /><br /> Riconosciamo che questo incontro avviene soprattutto attraverso due vie fondamentali: la Parola di Dio, che illumina il nostro cammino e ci aiuta a comprendere, e lo spezzare del pane, dove Gesù si rende presente in modo concreto.<br /><br /> In questo cammino pasquale vediamo nuove tappe: oggi contempliamo Gesù come il pastore delle pecore, e lo vediamo concretamente all’opera anche nei bambini che ricevono la prima comunione, segno vivo dell’incontro con Lui.<br /><br /> Il recinto: luogo di protezione e di discernimento<br /><br /> Il Vangelo ci presenta l’immagine del recinto, che percepiamo come un luogo di protezione, di comunione e di attesa. Possiamo identificarlo con le nostre famiglie, con la comunità cristiana, con quegli spazi in cui ci sentiamo custoditi e accompagnati.<br /><br /> Allo stesso tempo, prendiamo coscienza che esistono forze negative, realtà e persone che cercano di entrare nel recinto non per dare vita, ma per rubare, uccidere e distruggere. Questo ci fa capire quanto sia seria la posta in gioco: siamo chiamati a discernere chi entra nella nostra vita e con quale intenzione.<br /><br /> Il pastore che entra dalla porta e chiama per nome<br /><br /> Gesù si distingue subito: non entra in modo forzato o ambiguo, ma passa dalla porta, che gli viene aperta. Il suo modo di agire è semplice e trasparente. Non ha bisogno di imporsi, perché è riconosciuto.<br /><br /> La prima cosa che fa è parlare. La sua relazione con noi nasce dalla parola. E questa parola ha una forza unica: ci chiama ciascuno per nome. Ci sentiamo conosciuti, riconosciuti nella nostra unicità. Non siamo una massa indistinta, ma persone amate singolarmente.<br /><br /> Ascoltando la sua voce, non lo percepiamo come un estraneo. Al contrario, sentiamo che quella parola ci appartiene, ci raggiunge nel profondo. Gli estranei, invece, non parlano una lingua che riconosciamo: non ci chiamano per nome e non cercano il nostro bene.<br /><br /> Chiamati a uscire: dal recinto alla vita<br /><br /> Dopo averci incontrati, il pastore non ci lascia nel recinto. Ci conduce fuori. Questo è un passaggio fondamentale: il recinto non è la meta definitiva, ma un luogo di passaggio, soprattutto per la notte.<br /><br /> Noi, invece, spesso vorremmo restare lì, nella sicurezza. Ma il pastore ci spinge fuori, ci invita a uscire. E non ci abbandona: cammina davanti a noi e noi lo seguiamo. Inizia così un cammino.<br /><br /> Comprendiamo che la relazione con il Signore non è qualcosa che ci chiude o ci immobilizza, ma una forza che ci mette in movimento. Ci conduce verso la vita vera, verso “pascoli” dove troviamo abbondanza, luce, respiro. Anche i luoghi più ordinari della nostra vita, come il lavoro, diventano spazi in cui vivere questo cammino.<br /><br /> La vita in abbondanza e la libertà del pastore<br /><br /> Il Vangelo ci ricorda che Gesù è venuto per darci la vita, e una vita in abbondanza. Questa vita non si trova nella chiusura, ma nell’uscita, nel cammino, nella fiducia.<br /><br /> Il pastore non è qualcuno che ci sfrutta o ci opprime, ma è profondamente libero e ci rende liberi. Non ci rapina, non ci distrugge, ma ci dona ciò di cui abbiamo veramente bisogno: la vita piena.<br /><br /> Gesù, la porta: il passaggio pasquale<br /><br /> Poiché i discepoli faticano a comprendere questa immagine, Gesù la approfondisce dicendo chiaramente: “Io sono la porta”. Questo rivela quanto sia centrale il passaggio attraverso di Lui.<br /><br /> Entrare e uscire significa vivere una relazione continua con Cristo. È Lui che ci accoglie, ci fa entrare e ci accompagna fuori. Questa porta non è chiusa né difficile da attraversare: è aperta, accessibile, senza barriere o condizioni complicate.<br /><br /> Riconosciamo che tutta la nostra vita cristiana, e in modo particolare esperienze come la prima comunione, sono un passaggio pasquale: un movimento di liberazione, un attraversamento che ci porta dalla chiusura alla vita.<br /><br /> Dalle tenebre alla libertà dei figli<br /><br /> Siamo invitati a riconoscere anche le nostre situazioni di buio, tristezza e angoscia. Non vengono negate, ma diventano il punto di partenza per uscire. Il Signore ci prende per mano e ci conduce fuori.<br /><br /> Questo stesso dinamismo lo vediamo anche nel battesimo: essere introdotti in una condizione nuova, quella di figli di Dio, che è profondamente liberante. È un cammino che riguarda tutti, piccoli e grandi.<br /><br /> Una comunità che vive nella libertà<br /><br /> Alla fine, riconosciamo la bellezza di appartenere a questo gregge: è bello stare insieme nel recinto, sentire la cura del pastore, vivere la comunione. Ma è altrettanto bello essere inviati, camminare, uscire.<br /><br /> Viviamo tutto questo come comunità, come famiglie, come gruppo unito. Ci sentiamo orgogliosi di avere un pastore così: buono, bello, affidabile. Un pastore che non toglie, ma dona; non opprime, ma libera; non distrugge, ma fa vivere.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71654952</guid><pubDate>Sun, 26 Apr 2026 14:09:36 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71654952/imported_1777212382602672_audio.mp3" length="10117120" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il tempo di Pasqua come ricerca del Risorto

Viviamo questo tempo di Pasqua come un’esperienza in cui ci accorgiamo che non siamo noi per primi a cercare Gesù, ma è Lui che viene a cercarci. Ci riconosciamo nei discepoli: pieni di dubbi, di paure,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il tempo di Pasqua come ricerca del Risorto<br /><br /> Viviamo questo tempo di Pasqua come un’esperienza in cui ci accorgiamo che non siamo noi per primi a cercare Gesù, ma è Lui che viene a cercarci. Ci riconosciamo nei discepoli: pieni di dubbi, di paure, spesso in fuga. Come i discepoli di Emmaus, anche noi tendiamo ad allontanarci, ma il Risorto ci raggiunge, si mette accanto a noi, cammina con noi e si fa riconoscere.<br /><br /> Riconosciamo che questo incontro avviene soprattutto attraverso due vie fondamentali: la Parola di Dio, che illumina il nostro cammino e ci aiuta a comprendere, e lo spezzare del pane, dove Gesù si rende presente in modo concreto.<br /><br /> In questo cammino pasquale vediamo nuove tappe: oggi contempliamo Gesù come il pastore delle pecore, e lo vediamo concretamente all’opera anche nei bambini che ricevono la prima comunione, segno vivo dell’incontro con Lui.<br /><br /> Il recinto: luogo di protezione e di discernimento<br /><br /> Il Vangelo ci presenta l’immagine del recinto, che percepiamo come un luogo di protezione, di comunione e di attesa. Possiamo identificarlo con le nostre famiglie, con la comunità cristiana, con quegli spazi in cui ci sentiamo custoditi e accompagnati.<br /><br /> Allo stesso tempo, prendiamo coscienza che esistono forze negative, realtà e persone che cercano di entrare nel recinto non per dare vita, ma per rubare, uccidere e distruggere. Questo ci fa capire quanto sia seria la posta in gioco: siamo chiamati a discernere chi entra nella nostra vita e con quale intenzione.<br /><br /> Il pastore che entra dalla porta e chiama per nome<br /><br /> Gesù si distingue subito: non entra in modo forzato o ambiguo, ma passa dalla porta, che gli viene aperta. Il suo modo di agire è semplice e trasparente. Non ha bisogno di imporsi, perché è riconosciuto.<br /><br /> La prima cosa che fa è parlare. La sua relazione con noi nasce dalla parola. E questa parola ha una forza unica: ci chiama ciascuno per nome. Ci sentiamo conosciuti, riconosciuti nella nostra unicità. Non siamo una massa indistinta, ma persone amate singolarmente.<br /><br /> Ascoltando la sua voce, non lo percepiamo come un estraneo. Al contrario, sentiamo che quella parola ci appartiene, ci raggiunge nel profondo. Gli estranei, invece, non parlano una lingua che riconosciamo: non ci chiamano per nome e non cercano il nostro bene.<br /><br /> Chiamati a uscire: dal recinto alla vita<br /><br /> Dopo averci incontrati, il pastore non ci lascia nel recinto. Ci conduce fuori. Questo è un passaggio fondamentale: il recinto non è la meta definitiva, ma un luogo di passaggio, soprattutto per la notte.<br /><br /> Noi, invece, spesso vorremmo restare lì, nella sicurezza. Ma il pastore ci spinge fuori, ci invita a uscire. E non ci abbandona: cammina davanti a noi e noi lo seguiamo. Inizia così un cammino.<br /><br /> Comprendiamo che la relazione con il Signore non è qualcosa che ci chiude o ci immobilizza, ma una forza che ci mette in movimento. Ci conduce verso la vita vera, verso “pascoli” dove troviamo abbondanza, luce, respiro. Anche i luoghi più ordinari della nostra vita, come il lavoro, diventano spazi in cui vivere questo cammino.<br /><br /> La vita in abbondanza e la libertà del pastore<br /><br /> Il Vangelo ci ricorda che Gesù è venuto per darci la vita, e una vita in abbondanza. Questa vita non si trova nella chiusura, ma nell’uscita, nel cammino, nella fiducia.<br /><br /> Il pastore non è qualcuno che ci sfrutta o ci opprime, ma è profondamente libero e ci rende liberi. Non ci rapina, non ci distrugge, ma ci dona ciò di cui abbiamo veramente bisogno: la vita piena.<br /><br /> Gesù, la porta: il passaggio pasquale<br /><br /> Poiché i discepoli faticano a comprendere questa immagine, Gesù la approfondisce dicendo chiaramente: “Io sono la porta”. Questo rivela quanto sia centrale il passaggio attraverso di Lui.<br /><br /> Entrare e uscire significa vivere una relazione continua con Cristo. 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È immerso nella lettura di un testo difficile e misterioso, tratto da Isaia 53, e ne è profondamente toccato. In quelle parole — il servo condotto al macello, privato di discendenza — forse vede un possibile rispecchiamento della sua stessa vita, segnata dalla sterilità. Ci immedesimiamo in questa inquietudine: anche noi, davanti alla Scrittura, ci sentiamo interrogati e, a volte, incapaci di comprenderne fino in fondo il senso. Parla di me? Di chi? <br /><br /> L’incontro guidato da Dio<br /><br /> Filippo è guidato dallo Spirito: prima l’angelo lo manda su una strada precisa, quella da Gerusalemme a Gaza, senza troppe spiegazioni, poi lo invita ad accostarsi al carro.<br /><br /> Quando finalmente Filippo e l’Eunuco si trovano insieme, nasce un dialogo autentico. L’Eunuco apre il suo cuore attraverso la domanda, e Filippo risponde con disponibilità e competenza. Comprendiamo quanto sia importante questo dinamismo: da una parte il desiderio sincero di capire, dall’altra la presenza di qualcuno capace di accompagnare e illuminare.<br /><br /> L’annuncio di Gesù a partire dalla Scrittura<br /><br /> Filippo, nel rispondere, non si allontana dalla domanda e dal testo che l’Eunuco sta leggendo, ma parte esattamente da lì. Non propone un discorso generico, ma prende sul serio la domanda e la Scrittura concreta che l’ha generata. E da quel passo annuncia... Gesù come compimento di quelle parole.<br /><br /> Il brano di Isaia trova in Gesù la sua piena realizzazione: Egli è il servo sofferente, l’agnello condotto al macello. Ma l’annuncio non si ferma alla passione: è una buona notizia che include la risurrezione e la vita nuova. E questo messaggio riguarda anche l’Eunuco personalmente: non è solo una spiegazione teorica, ma una parola che illumina la sua esistenza e apre una speranza nuova.<br /><br /> La risposta dell’Eunuco: il desiderio del battesimo<br /><br /> Assistiamo a una trasformazione immediata. L’Eunuco si riconosce dentro quell’annuncio e chiede: cosa gli impedisce di essere battezzato? In questa domanda vediamo una fede nascente, concreta, che desidera compiersi in un gesto.<br /><br /> Fermano il carro e Filippo lo battezza. Non ci sono esitazioni, perché la Parola ha già fatto il suo lavoro nel cuore. <br /><br /> Ci lasciamo interrogare da questa disponibilità: quanto siamo pronti anche noi a passare dall’ascolto alla decisione?<br /><br /> La gioia del cammino e la missione<br /><br /> Dopo il battesimo, lo Spirito porta via Filippo, e l’Eunuco non lo vede più. Tuttavia, non rimane smarrito: prosegue il suo cammino pieno di gioia. Comprendiamo che la vera guida ormai è dentro di lui, grazie alla Parola accolta.<br /><br /> Non torna indietro, ma riprende la sua strada verso casa, portando con sé il Vangelo. In lui riconosciamo il primo annunciatore in quella terra, come testimone, segno che l’incontro con Cristo genera sempre missione.<br /><br /> Nel frattempo, Filippo continua a evangelizzare, passando di città in città fino a Cesarea. L'opera di Dio si diffonde attraverso percorsi diversi, ma sempre guidati dallo Spirito.<br /><br /> Una parola per noi oggi<br /><br /> Ci sentiamo coinvolti personalmente da questo racconto. Siamo invitati a metterci nei panni dell’Eunuco, con le nostre fatiche, i nostri blocchi, le nostre domande. Anche noi possiamo chiederci: la Scrittura parla di noi, di me? In che modo illumina la mia vita?<br /><br /> Riconosciamo che siamo attratti dal Signore, che continua a donarci sé stesso e a offrirci la vita eterna. Questo annuncio non è solo per altri, ma per noi oggi, consapevoli che anche il nostro cammino può diventare, come quello dell’Eunuco, un cammino di gioia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71603402</guid><pubDate>Fri, 24 Apr 2026 03:46:20 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71603402/imported_1777001745454632_audio.mp3" length="7191405" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La domanda dell’eunuco colpisce per la sua semplicità e profondità: "ti prego, di quale persona dice questo il profeta? Di se stesso o di qualcun altro?". 

L'eunuco è una figura molto particolare: non è ebreo, ma un proselito, uno attratto dalla fede...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La domanda dell’eunuco colpisce per la sua semplicità e profondità: "ti prego, di quale persona dice questo il profeta? Di se stesso o di qualcun altro?". <br /><br /> L'eunuco è una figura molto particolare: non è ebreo, ma un proselito, uno attratto dalla fede d’Israele, tanto da affrontare un lungo viaggio. È una persona colta e benestante, visto che possiede un rotolo della Scrittura e lo legge durante il viaggio.<br /><br /> La sua ricerca è autentica e personale. È immerso nella lettura di un testo difficile e misterioso, tratto da Isaia 53, e ne è profondamente toccato. In quelle parole — il servo condotto al macello, privato di discendenza — forse vede un possibile rispecchiamento della sua stessa vita, segnata dalla sterilità. Ci immedesimiamo in questa inquietudine: anche noi, davanti alla Scrittura, ci sentiamo interrogati e, a volte, incapaci di comprenderne fino in fondo il senso. Parla di me? Di chi? <br /><br /> L’incontro guidato da Dio<br /><br /> Filippo è guidato dallo Spirito: prima l’angelo lo manda su una strada precisa, quella da Gerusalemme a Gaza, senza troppe spiegazioni, poi lo invita ad accostarsi al carro.<br /><br /> Quando finalmente Filippo e l’Eunuco si trovano insieme, nasce un dialogo autentico. L’Eunuco apre il suo cuore attraverso la domanda, e Filippo risponde con disponibilità e competenza. Comprendiamo quanto sia importante questo dinamismo: da una parte il desiderio sincero di capire, dall’altra la presenza di qualcuno capace di accompagnare e illuminare.<br /><br /> L’annuncio di Gesù a partire dalla Scrittura<br /><br /> Filippo, nel rispondere, non si allontana dalla domanda e dal testo che l’Eunuco sta leggendo, ma parte esattamente da lì. Non propone un discorso generico, ma prende sul serio la domanda e la Scrittura concreta che l’ha generata. E da quel passo annuncia... Gesù come compimento di quelle parole.<br /><br /> Il brano di Isaia trova in Gesù la sua piena realizzazione: Egli è il servo sofferente, l’agnello condotto al macello. Ma l’annuncio non si ferma alla passione: è una buona notizia che include la risurrezione e la vita nuova. E questo messaggio riguarda anche l’Eunuco personalmente: non è solo una spiegazione teorica, ma una parola che illumina la sua esistenza e apre una speranza nuova.<br /><br /> La risposta dell’Eunuco: il desiderio del battesimo<br /><br /> Assistiamo a una trasformazione immediata. L’Eunuco si riconosce dentro quell’annuncio e chiede: cosa gli impedisce di essere battezzato? In questa domanda vediamo una fede nascente, concreta, che desidera compiersi in un gesto.<br /><br /> Fermano il carro e Filippo lo battezza. Non ci sono esitazioni, perché la Parola ha già fatto il suo lavoro nel cuore. <br /><br /> Ci lasciamo interrogare da questa disponibilità: quanto siamo pronti anche noi a passare dall’ascolto alla decisione?<br /><br /> La gioia del cammino e la missione<br /><br /> Dopo il battesimo, lo Spirito porta via Filippo, e l’Eunuco non lo vede più. Tuttavia, non rimane smarrito: prosegue il suo cammino pieno di gioia. Comprendiamo che la vera guida ormai è dentro di lui, grazie alla Parola accolta.<br /><br /> Non torna indietro, ma riprende la sua strada verso casa, portando con sé il Vangelo. In lui riconosciamo il primo annunciatore in quella terra, come testimone, segno che l’incontro con Cristo genera sempre missione.<br /><br /> Nel frattempo, Filippo continua a evangelizzare, passando di città in città fino a Cesarea. L'opera di Dio si diffonde attraverso percorsi diversi, ma sempre guidati dallo Spirito.<br /><br /> Una parola per noi oggi<br /><br /> Ci sentiamo coinvolti personalmente da questo racconto. Siamo invitati a metterci nei panni dell’Eunuco, con le nostre fatiche, i nostri blocchi, le nostre domande. Anche noi possiamo chiederci: la Scrittura parla di noi, di me? 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La morte di Stefano segna un momento tragico, mentre Saulo si impegna attivamente a distruggere la comunità cristiana. In questo contesto, i credenti sono costretti a disperdersi.<br /><br /> Questa dispersione, tuttavia, non è semplicemente una fuga o una sconfitta. È una conseguenza della crisi, certo, ma apre a qualcosa di inatteso e nuovo.<br /><br /> La diaspora come semina feconda<br /><br /> Approfondiamo il significato della dispersione attraverso il termine “diaspora”, che richiama l’immagine del seme sparso. Non si tratta di uno spargimento inutile o sterile, ma di una semina. La crisi non produce chiusura o ripiegamento, bensì genera una nuova fecondità.<br /><br /> Coloro che sono dispersi non si fermano né si rinchiudono in se stessi. Al contrario, si mettono in cammino, attraversano luoghi, cercano sicurezza, ma soprattutto portano con sé qualcosa di essenziale: la Parola. La loro dispersione diventa movimento, apertura, dinamismo missionario.<br /><br /> L’annuncio nel cuore della crisi<br /><br /> Ci soffermiamo sull’importanza del verbo “annunciare”: è un verbo centrale, decisivo. I dispersi evangelizzano, portano una buona notizia proprio mentre vivono una situazione difficile. Nonostante la persecuzione, o forse proprio a causa di essa, nasce un annuncio ancora più autentico.<br /><br /> Questa dinamica realizza concretamente ciò che Gesù aveva più volte detto ai suoi discepoli: le difficoltà possono diventare occasione di testimonianza. La fuga non è solo un allontanamento dal pericolo, ma diventa opportunità per comunicare il Vangelo, che in sostanza è l’annuncio della Pasqua: la vita eterna donata da Gesù a chi crede in Lui.<br /><br /> Il modello di Stefano e la speranza pasquale<br /><br /> Anche Stefano nel momento del martirio guarda il cielo, perdona i suoi persecutori e desidera unirsi al Signore. In lui vediamo incarnata questa speranza pasquale: la morte non ha l’ultima parola, ma è attraversata da uno sguardo di fede e di amore.<br /><br /> La Chiesa, quindi, pur essendo “seminata” nella dispersione, diventa ancora più viva: si trasforma in annuncio, in testimonianza, in movimento verso gli altri.<br /><br /> Dalla Parola alla gioia: l’esempio di Filippo<br /><br /> Il testo degli Atti continua con la discesa di Filippo in Samaria. Egli predica Cristo, e la sua parola è accompagnata da segni concreti. La gente ascolta, accoglie, e il risultato è chiaro: nasce una grande gioia in quella città.<br /><br /> Questo ci mostra che l’evangelizzazione non è mai sterile. Dove il Vangelo è annunciato e accolto, lì fiorisce la gioia. È una gioia che coinvolge sia chi annuncia sia chi riceve l’annuncio.<br /><br /> La nostra vita come luogo di annuncio<br /><br /> A questo punto ci interroghiamo: quali sono, oggi, le nostre “dispersioni”? Possono essere distrazioni, fatiche quotidiane, difficoltà o sofferenze. Eppure, proprio queste situazioni possono diventare occasioni per annunciare una parola buona.<br /><br /> Siamo chiamati a riconoscere che, anche nelle crisi, c’è una luce: è Cristo stesso. Egli non ci lascia nella dispersione, ma la trasforma in possibilità di bene, di consolazione e di speranza. Risponde alla nostra fame e alla nostra sete più profonde.<br /><br /> Una gioia da condividere con tutti<br /><br /> Infine, ricordiamo che il Vangelo è sempre annuncio di gioia. Non siamo chiamati a diffondere tristezza o cattive notizie, perché il mondo ne è già pieno. Siamo invece portatori di una buona notizia, come quella annunciata ai pastori: una grande gioia per tutto il popolo.<br /><br /> Anche noi, come loro, siamo invitati a metterci in cammino, a cercare Gesù e a portarlo nei luoghi in cui viviamo. Ringraziamo il Signore per questa occasione: aver ascoltato l’annuncio e poterlo trasmettere nella nostra quotidianità, là dove abitiamo e incontriamo gli altri.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71571166</guid><pubDate>Wed, 22 Apr 2026 21:18:54 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71571166/imported_1776892505545066_audio.mp3" length="5871072" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mi soffermo sul versetto degli Atti degli Apostoli che racconta di coloro che, dispersi, andarono di luogo in luogo annunciando la Parola. 

Partiamo da una situazione drammatica: la Chiesa di Gerusalemme è colpita da una violenta persecuzione. La...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mi soffermo sul versetto degli Atti degli Apostoli che racconta di coloro che, dispersi, andarono di luogo in luogo annunciando la Parola. <br /><br /> Partiamo da una situazione drammatica: la Chiesa di Gerusalemme è colpita da una violenta persecuzione. La morte di Stefano segna un momento tragico, mentre Saulo si impegna attivamente a distruggere la comunità cristiana. In questo contesto, i credenti sono costretti a disperdersi.<br /><br /> Questa dispersione, tuttavia, non è semplicemente una fuga o una sconfitta. È una conseguenza della crisi, certo, ma apre a qualcosa di inatteso e nuovo.<br /><br /> La diaspora come semina feconda<br /><br /> Approfondiamo il significato della dispersione attraverso il termine “diaspora”, che richiama l’immagine del seme sparso. Non si tratta di uno spargimento inutile o sterile, ma di una semina. La crisi non produce chiusura o ripiegamento, bensì genera una nuova fecondità.<br /><br /> Coloro che sono dispersi non si fermano né si rinchiudono in se stessi. Al contrario, si mettono in cammino, attraversano luoghi, cercano sicurezza, ma soprattutto portano con sé qualcosa di essenziale: la Parola. La loro dispersione diventa movimento, apertura, dinamismo missionario.<br /><br /> L’annuncio nel cuore della crisi<br /><br /> Ci soffermiamo sull’importanza del verbo “annunciare”: è un verbo centrale, decisivo. I dispersi evangelizzano, portano una buona notizia proprio mentre vivono una situazione difficile. Nonostante la persecuzione, o forse proprio a causa di essa, nasce un annuncio ancora più autentico.<br /><br /> Questa dinamica realizza concretamente ciò che Gesù aveva più volte detto ai suoi discepoli: le difficoltà possono diventare occasione di testimonianza. La fuga non è solo un allontanamento dal pericolo, ma diventa opportunità per comunicare il Vangelo, che in sostanza è l’annuncio della Pasqua: la vita eterna donata da Gesù a chi crede in Lui.<br /><br /> Il modello di Stefano e la speranza pasquale<br /><br /> Anche Stefano nel momento del martirio guarda il cielo, perdona i suoi persecutori e desidera unirsi al Signore. In lui vediamo incarnata questa speranza pasquale: la morte non ha l’ultima parola, ma è attraversata da uno sguardo di fede e di amore.<br /><br /> La Chiesa, quindi, pur essendo “seminata” nella dispersione, diventa ancora più viva: si trasforma in annuncio, in testimonianza, in movimento verso gli altri.<br /><br /> Dalla Parola alla gioia: l’esempio di Filippo<br /><br /> Il testo degli Atti continua con la discesa di Filippo in Samaria. Egli predica Cristo, e la sua parola è accompagnata da segni concreti. La gente ascolta, accoglie, e il risultato è chiaro: nasce una grande gioia in quella città.<br /><br /> Questo ci mostra che l’evangelizzazione non è mai sterile. Dove il Vangelo è annunciato e accolto, lì fiorisce la gioia. È una gioia che coinvolge sia chi annuncia sia chi riceve l’annuncio.<br /><br /> La nostra vita come luogo di annuncio<br /><br /> A questo punto ci interroghiamo: quali sono, oggi, le nostre “dispersioni”? Possono essere distrazioni, fatiche quotidiane, difficoltà o sofferenze. Eppure, proprio queste situazioni possono diventare occasioni per annunciare una parola buona.<br /><br /> Siamo chiamati a riconoscere che, anche nelle crisi, c’è una luce: è Cristo stesso. Egli non ci lascia nella dispersione, ma la trasforma in possibilità di bene, di consolazione e di speranza. Risponde alla nostra fame e alla nostra sete più profonde.<br /><br /> Una gioia da condividere con tutti<br /><br /> Infine, ricordiamo che il Vangelo è sempre annuncio di gioia. Non siamo chiamati a diffondere tristezza o cattive notizie, perché il mondo ne è già pieno. Siamo invece portatori di una buona notizia, come quella annunciata ai pastori: una grande gioia per tutto il popolo.<br /><br /> Anche noi, come loro, siamo invitati a metterci in cammino, a cercare Gesù e a portarlo nei luoghi in cui viviamo. Ringraziamo il Signore per questa...]]></itunes:summary><itunes:duration>367</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Riconoscerlo cambia tutto - Omelia 3a domenica di Pasqua, 1a comunione BVI</title><link>https://www.spreaker.com/episode/riconoscerlo-cambia-tutto-omelia-3a-domenica-di-pasqua-1a-comunione-bvi--71468746</link><description><![CDATA[Viviamo questa Domenica di Risurrezione come una coincidenza davvero bella e significativa: è l’ultima in cui ascoltiamo i Vangeli della Risurrezione prima di passare, dalla domenica successiva, al Buon Pastore con la prima comunione dei nostri bambini. Ci soffermiamo così sul Vangelo dei discepoli di Emmaus, uno dei più profondi e coinvolgenti, perché descrive in modo straordinariamente realistico il nostro cammino di discepoli.<br /><br /> Ci riconosciamo in questi due discepoli che lasciano Gerusalemme delusi, tristi e senza più speranza. La vicenda di Gesù li ha segnati, ma non ne hanno compreso il senso. Nonostante abbiano ricevuto l’annuncio della risurrezione dalle donne, restano chiusi, incapaci di credere fino in fondo. Anche noi, dopo un lungo cammino di fede, possiamo trovarci in questa condizione: segnati, ma non sempre capaci di comprendere.<br /><br /> I Bambini e il Primo Incontro con il Signore<br /><br /> È significativo che questo Vangelo venga posto nel cuore dei nostri bambini proprio mentre si preparano alla prima comunione. Per loro, questo momento rappresenta un incontro nuovo con il Signore, simile a quello dei discepoli di Emmaus.<br /><br /> Anche se già camminano nella fede grazie alle famiglie e ai catechisti, vivono questo passaggio con una luce e un entusiasmo particolari. Come i discepoli riconoscono Gesù nello spezzare del pane, così anche i bambini lo incontrano per la prima volta nell’Eucaristia. È un riconoscimento nuovo, profondo, che segna l’inizio di un cammino più consapevole.<br /><br /> Gesù ci viene incontro nel cammino<br /><br /> Contempliamo come Gesù prenda l’iniziativa: non aspetta i discepoli, ma li raggiunge mentre si allontanano da Gerusalemme. Si affianca a loro, cammina con loro, senza imporsi. Non si rivela subito, ma pone domande, li ascolta, permette loro di esprimere la delusione e la fatica.<br /><br /> Riconosciamo in questo atteggiamento una grande lezione per noi: il Signore accoglie anche la nostra fragilità, la nostra incomprensione, le nostre speranze deluse. Non ci giudica, ma visita la nostra vita così com’è. Cammina con noi nelle nostre difficoltà, senza forzare i tempi.<br /><br /> La luce delle Scritture<br /><br /> Nel cammino, Gesù comincia a spiegare le Scritture, partendo da Mosè e dai profeti, aiutando i discepoli a rileggere tutto alla luce della sua Pasqua. Ci rendiamo conto che le Scritture, già conosciute, acquistano un significato nuovo quando vengono interpretate alla luce di Cristo.<br /><br /> Impariamo così che la Parola di Dio è una chiave fondamentale per comprendere la nostra vita e gli eventi, anche quelli più difficili. È una pedagogia paziente: Gesù ci insegna che nelle Scritture troviamo le risposte, se impariamo a leggerle con uno sguardo nuovo.<br /><br /> “Resta con noi”: l’incontro nella quotidianità<br /><br /> Arrivati a casa, i discepoli invitano Gesù a restare con loro. Anche se non lo hanno ancora riconosciuto, sentono il desiderio di prolungare la sua presenza. Questo invito semplice e umano diventa decisivo.<br /><br /> È nella normalità della casa che Gesù spezza il pane, ed è proprio in quel gesto che i discepoli lo riconoscono. Quel gesto non è nuovo: lo avevano già visto fare. Ma ora diventa rivelazione. Comprendiamo così che il Signore si manifesta nei gesti semplici e familiari, soprattutto nell’Eucaristia.<br /><br /> Il riconoscimento e la scomparsa<br /><br /> Notiamo che il Vangelo dedica molto spazio al tempo in cui i discepoli non riconoscono Gesù, mentre il momento del riconoscimento è brevissimo. Appena lo riconoscono, lui scompare.<br /><br /> Questo ci fa capire che il percorso è più importante dell’evento finale: il Signore ci educa gradualmente a riconoscerlo. Anche per noi è così: nella vita attraversiamo momenti di allontanamento, di fatica, di ricerca. Ma ogni volta Gesù si affianca, ci parla attraverso la Parola e si lascia riconoscere.<br /><br /> Dall’incontro alla missione<br /><br /> Dopo averlo riconosciuto, i discepoli non restano fermi: tornano a Gerusalemme. L’incontro con il Risorto li rimette in cammino verso la comunità. Scopriamo che la fede non è un’esperienza individuale, ma condivisa.<br /><br /> Arrivati, trovano gli altri discepoli che raccontano la stessa esperienza: il Signore è davvero risorto. Comprendiamo che ciò che abbiamo vissuto personalmente è parte di un’esperienza più grande, che ci unisce agli altri.<br /><br /> La comunità e la gioia dell’incontro<br /><br /> Riconosciamo che è proprio questo incontro con il Signore risorto che ci tiene uniti come comunità. Non importa da dove veniamo o quale sia il nostro percorso: ciò che ci accomuna è l’esperienza di Cristo vivo.<br /><br /> Ogni volta che ascoltiamo la sua Parola e partecipiamo allo spezzare del pane, ritroviamo la gioia, la bellezza e la gratitudine dello stare insieme. È così che vinciamo la paura, la tristezza e perfino la morte: il Signore continua a radunarci e a chiamarci.<br /><br /> Uno sguardo rinnovato grazie ai bambini<br /><br /> Infine, riconosciamo quanto i nostri ragazzi ci aiutino a riscoprire questo Vangelo con occhi nuovi. Attraverso di loro, siamo invitati a vivere l’incontro con il Signore come se fosse la prima volta.<br /><br /> Chiediamo allora di poter continuare a riceverlo nella nostra vita, custodendo quella gioia che nasce dall’incontro con Lui e lasciandoci continuamente rimettere in cammino come veri discepoli.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71468746</guid><pubDate>Sun, 19 Apr 2026 21:26:36 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71468746/imported_1776633776254142_audio.mp3" length="12114546" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Viviamo questa Domenica di Risurrezione come una coincidenza davvero bella e significativa: è l’ultima in cui ascoltiamo i Vangeli della Risurrezione prima di passare, dalla domenica successiva, al Buon Pastore con la prima comunione dei nostri...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Viviamo questa Domenica di Risurrezione come una coincidenza davvero bella e significativa: è l’ultima in cui ascoltiamo i Vangeli della Risurrezione prima di passare, dalla domenica successiva, al Buon Pastore con la prima comunione dei nostri bambini. Ci soffermiamo così sul Vangelo dei discepoli di Emmaus, uno dei più profondi e coinvolgenti, perché descrive in modo straordinariamente realistico il nostro cammino di discepoli.<br /><br /> Ci riconosciamo in questi due discepoli che lasciano Gerusalemme delusi, tristi e senza più speranza. La vicenda di Gesù li ha segnati, ma non ne hanno compreso il senso. Nonostante abbiano ricevuto l’annuncio della risurrezione dalle donne, restano chiusi, incapaci di credere fino in fondo. Anche noi, dopo un lungo cammino di fede, possiamo trovarci in questa condizione: segnati, ma non sempre capaci di comprendere.<br /><br /> I Bambini e il Primo Incontro con il Signore<br /><br /> È significativo che questo Vangelo venga posto nel cuore dei nostri bambini proprio mentre si preparano alla prima comunione. Per loro, questo momento rappresenta un incontro nuovo con il Signore, simile a quello dei discepoli di Emmaus.<br /><br /> Anche se già camminano nella fede grazie alle famiglie e ai catechisti, vivono questo passaggio con una luce e un entusiasmo particolari. Come i discepoli riconoscono Gesù nello spezzare del pane, così anche i bambini lo incontrano per la prima volta nell’Eucaristia. È un riconoscimento nuovo, profondo, che segna l’inizio di un cammino più consapevole.<br /><br /> Gesù ci viene incontro nel cammino<br /><br /> Contempliamo come Gesù prenda l’iniziativa: non aspetta i discepoli, ma li raggiunge mentre si allontanano da Gerusalemme. Si affianca a loro, cammina con loro, senza imporsi. Non si rivela subito, ma pone domande, li ascolta, permette loro di esprimere la delusione e la fatica.<br /><br /> Riconosciamo in questo atteggiamento una grande lezione per noi: il Signore accoglie anche la nostra fragilità, la nostra incomprensione, le nostre speranze deluse. Non ci giudica, ma visita la nostra vita così com’è. Cammina con noi nelle nostre difficoltà, senza forzare i tempi.<br /><br /> La luce delle Scritture<br /><br /> Nel cammino, Gesù comincia a spiegare le Scritture, partendo da Mosè e dai profeti, aiutando i discepoli a rileggere tutto alla luce della sua Pasqua. Ci rendiamo conto che le Scritture, già conosciute, acquistano un significato nuovo quando vengono interpretate alla luce di Cristo.<br /><br /> Impariamo così che la Parola di Dio è una chiave fondamentale per comprendere la nostra vita e gli eventi, anche quelli più difficili. È una pedagogia paziente: Gesù ci insegna che nelle Scritture troviamo le risposte, se impariamo a leggerle con uno sguardo nuovo.<br /><br /> “Resta con noi”: l’incontro nella quotidianità<br /><br /> Arrivati a casa, i discepoli invitano Gesù a restare con loro. Anche se non lo hanno ancora riconosciuto, sentono il desiderio di prolungare la sua presenza. Questo invito semplice e umano diventa decisivo.<br /><br /> È nella normalità della casa che Gesù spezza il pane, ed è proprio in quel gesto che i discepoli lo riconoscono. Quel gesto non è nuovo: lo avevano già visto fare. Ma ora diventa rivelazione. Comprendiamo così che il Signore si manifesta nei gesti semplici e familiari, soprattutto nell’Eucaristia.<br /><br /> Il riconoscimento e la scomparsa<br /><br /> Notiamo che il Vangelo dedica molto spazio al tempo in cui i discepoli non riconoscono Gesù, mentre il momento del riconoscimento è brevissimo. Appena lo riconoscono, lui scompare.<br /><br /> Questo ci fa capire che il percorso è più importante dell’evento finale: il Signore ci educa gradualmente a riconoscerlo. Anche per noi è così: nella vita attraversiamo momenti di allontanamento, di fatica, di ricerca. 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In esperienze comunitarie così intense, la Parola di Dio acquista un peso particolare: diventa luce concreta, capace di orientare la nostra vita insieme. Ci lasciamo allora guidare da alcune sottolineature, consapevoli che potranno essere riprese e approfondite anche successivamente.<br /><br /> Il Vangelo: nel buio, l’incontro che salva<br /><br /> Nel Vangelo entriamo in una scena segnata dalla fatica e dal buio. I discepoli, dopo il miracolo dei pani, sono soli sulla barca, in mezzo al mare agitato, con il vento forte. È una situazione di difficoltà reale, ma non nuova per loro, che sono pescatori esperti. Eppure, proprio lì accade qualcosa di inatteso: Gesù si avvicina camminando verso di loro, e invece di rassicurarli immediatamente, suscita paura. Non lo riconoscono, l’incontro appare misterioso, quasi inquietante.<br /><br /> Ma è proprio in questo momento che Gesù pronuncia parole decisive: “Sono io, non temete”. In questa rassicurazione troviamo una chiave fondamentale. Nella solitudine, nella fatica, nel buio — realtà che anche noi abbiamo percepito profondamente in questo luogo — ciò che davvero illumina è l’incontro con il Signore.<br /><br /> Tuttavia, questo incontro non è automatico: Gesù desidera venire, ma attende anche una nostra apertura. I discepoli “vollero prenderlo sulla barca”: c’è un atto di volontà, di accoglienza. E subito accade qualcosa di sorprendente: raggiungono la riva. Questo ci dice che accogliere il Signore nella nostra barca, nella nostra vita e nella nostra comunità cambia radicalmente il cammino, lo compie, lo conduce a destinazione.<br /><br /> Anche i martiri di Montesole hanno vissuto così: nei momenti più terribili non erano soli, ma hanno attraversato tutto con il Signore, nella preghiera condivisa.<br /><br /> Gli Atti degli Apostoli: una crisi che diventa fecondità<br /><br /> Nella prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, vediamo una comunità in difficoltà. Crescendo, emergono tensioni e trascuratezze: il gruppo dei greci lamenta che le proprie vedove vengano dimenticate nel servizio quotidiano. È una crisi concreta, che nasce anche da differenze culturali e linguistiche.<br /><br /> Questa situazione interroga anche noi: ci chiediamo se, nella nostra comunità, ci siano ambiti trascurati, persone dimenticate, incomprensioni legate a diversità di vedute o di linguaggi.<br /><br /> Gli apostoli non ignorano il problema, ma lo affrontano insieme alla comunità. Convocano il gruppo e avviano un discernimento condiviso. In questo processo emerge una consapevolezza fondamentale: non si può trascurare la Parola di Dio per il servizio delle mense. Non si tratta di scegliere tra due realtà, ma di riconoscere che entrambe sono essenziali.<br /><br /> Due attenzioni inseparabili: i poveri e la Parola<br /><br /> Comprendiamo allora che la vita della comunità si regge su due pilastri fondamentali: la cura delle persone fragili e l’ascolto della Parola, unito alla preghiera. Sono due servizi distinti ma inseparabili, che richiedono entrambi attenzione, dedizione e responsabilità.<br /><br /> Anche noi siamo chiamati a interrogarci: riusciamo a prenderci cura di tutte le situazioni? Diamo spazio reale alla preghiera e alla Parola di Dio, oppure rischiamo di trascurarle? La sfida è mantenere insieme queste dimensioni, senza che una escluda l’altra.<br /><br /> Una comunità che si rinnova e cresce<br /><br /> Da questo momento di crisi nasce qualcosa di sorprendente: una grande fecondità. La scelta condivisa, il discernimento comunitario e l’equilibrio tra i diversi servizi portano frutto. La Parola di Dio si diffonde, i discepoli aumentano, e persino molti sacerdoti aderiscono alla fede.<br /><br /> Questo ci mostra che le difficoltà interne non sono necessariamente un ostacolo, ma possono diventare un’occasione di crescita e di rinnovamento, se vissute insieme, nella luce dello Spirito.<br /><br /> La testimonianza di Montesole: fragilità e offerta<br /><br /> Il luogo in cui ci troviamo rende tutto ancora più concreto. Qui abbiamo toccato con mano la fragilità: abbiamo ascoltato storie di vittime innocenti, di persone deboli, come una donna disabile uccisa, e abbiamo visto i segni della violenza, come la croce di don Ubaldo.<br /><br /> Eppure, insieme a questa fragilità, abbiamo percepito anche la forza della preghiera e dell’offerta della vita. I martiri di Montesole ci testimoniano che è possibile vivere tutto questo rimanendo uniti al Signore.<br /><br /> Camminare senza paura verso la fecondità<br /><br /> Alla luce di tutto questo, sentiamo nascere una preghiera e un desiderio: chiediamo di poter camminare anche noi come comunità senza paura, accogliendo il Signore nella nostra barca. Solo così potremo attraversare le difficoltà e giungere alla riva.<br /><br /> Allo stesso tempo, desideriamo essere una comunità feconda, capace di tenere insieme la cura dei piccoli e l’ascolto della Parola, la concretezza del servizio e la profondità della preghiera. In questo cammino, la testimonianza di Montesole rimane per noi un aiuto prezioso e una luce viva.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71439981</guid><pubDate>Sat, 18 Apr 2026 16:41:12 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71439981/imported_1776530068101529_audio.mp3" length="6102622" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Salire a Montesole: un’esperienza che illumina la comunità

Vivendo questa salita a Montesole, sentiamo nel cuore la forza delle letture di questo sabato della seconda settimana di Pasqua: At 6,1-7 e Gv 6,16-21. In esperienze comunitarie così intense,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Salire a Montesole: un’esperienza che illumina la comunità<br /><br /> Vivendo questa salita a Montesole, sentiamo nel cuore la forza delle letture di questo sabato della seconda settimana di Pasqua: At 6,1-7 e Gv 6,16-21. In esperienze comunitarie così intense, la Parola di Dio acquista un peso particolare: diventa luce concreta, capace di orientare la nostra vita insieme. Ci lasciamo allora guidare da alcune sottolineature, consapevoli che potranno essere riprese e approfondite anche successivamente.<br /><br /> Il Vangelo: nel buio, l’incontro che salva<br /><br /> Nel Vangelo entriamo in una scena segnata dalla fatica e dal buio. I discepoli, dopo il miracolo dei pani, sono soli sulla barca, in mezzo al mare agitato, con il vento forte. È una situazione di difficoltà reale, ma non nuova per loro, che sono pescatori esperti. Eppure, proprio lì accade qualcosa di inatteso: Gesù si avvicina camminando verso di loro, e invece di rassicurarli immediatamente, suscita paura. Non lo riconoscono, l’incontro appare misterioso, quasi inquietante.<br /><br /> Ma è proprio in questo momento che Gesù pronuncia parole decisive: “Sono io, non temete”. In questa rassicurazione troviamo una chiave fondamentale. Nella solitudine, nella fatica, nel buio — realtà che anche noi abbiamo percepito profondamente in questo luogo — ciò che davvero illumina è l’incontro con il Signore.<br /><br /> Tuttavia, questo incontro non è automatico: Gesù desidera venire, ma attende anche una nostra apertura. I discepoli “vollero prenderlo sulla barca”: c’è un atto di volontà, di accoglienza. E subito accade qualcosa di sorprendente: raggiungono la riva. Questo ci dice che accogliere il Signore nella nostra barca, nella nostra vita e nella nostra comunità cambia radicalmente il cammino, lo compie, lo conduce a destinazione.<br /><br /> Anche i martiri di Montesole hanno vissuto così: nei momenti più terribili non erano soli, ma hanno attraversato tutto con il Signore, nella preghiera condivisa.<br /><br /> Gli Atti degli Apostoli: una crisi che diventa fecondità<br /><br /> Nella prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, vediamo una comunità in difficoltà. Crescendo, emergono tensioni e trascuratezze: il gruppo dei greci lamenta che le proprie vedove vengano dimenticate nel servizio quotidiano. 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Potrebbe trattarsi di parole di Gesù, ma il contesto immediatamente precedente ci fa pensare anche a Giovanni Battista. Accogliamo questa apertura e ci soffermiamo su un primo punto fondamentale: la duplice provenienza.<br /><br /> Da una parte c’è chi viene dall’alto, che è al di sopra di tutti; dall’altra chi viene dalla terra, che appartiene alla terra e parla secondo la terra. Riconosciamo in questa descrizione la nostra condizione: siamo uomini e donne “della terra”, limitati, legati a una dimensione concreta, spesso incapaci di elevarci da soli verso il cielo. Questa consapevolezza non è una condanna, ma un punto di partenza realistico.<br /><br /> L’iniziativa di Dio: l’incontro reso possibile<br /><br /> Contempliamo allora la grande novità: colui che viene dall’alto, Gesù, il Verbo fatto carne, si fa vicino a noi. È lui che prende l’iniziativa, è lui che viene incontro alla nostra condizione terrena. Non siamo noi a salire al cielo, ma è il cielo che scende verso di noi.<br /><br /> Questa dinamica rende possibile l’incontro: Gesù testimonia ciò che ha visto e udito, portandoci una conoscenza che da soli non potremmo mai raggiungere. Tuttavia, emerge subito una tensione: nonostante questa possibilità straordinaria, spesso l’uomo non accoglie questa testimonianza.<br /><br /> La difficoltà ad accogliere la testimonianza<br /><br /> Riconosciamo dentro di noi una resistenza profonda. Anche se il Signore viene, anche se parla, il nostro cuore fatica ad aprirsi. Come dice il prologo del Vangelo, “è venuto tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto”.<br /><br /> Facciamo esperienza di questa chiusura: accogliere ciò che viene dall’alto significa lasciare che trasformi la nostra vita concreta, la nostra “terra”. E questo non è facile. Eppure, proprio qui si gioca tutto: nella disponibilità a lasciar entrare il cielo nella nostra realtà quotidiana.<br /><br /> Accogliere la testimonianza: sigillare che Dio è veritiero<br /><br /> Ci rendiamo conto però che non tutto è rifiuto. C’è chi accoglie. E chi accoglie la testimonianza di Gesù compie un gesto decisivo: conferma che Dio è veritiero.<br /><br /> Con la nostra fede, semplice ma autentica, possiamo “sigillare” questa verità. Non si tratta di uno sforzo intellettuale, ma di un atto di fiducia: riconosciamo che Dio dice il vero, che la sua parola è affidabile, che ciò che ci viene donato è grazia.<br /><br /> Le parole di Dio e il dono dello Spirito<br /><br /> Scopriamo allora qualcosa di straordinario: Gesù, l’inviato del Padre, ci comunica le parole stesse di Dio. Non parole umane, ma parole divine, ascoltate dal Padre e trasmesse a noi.<br /><br /> E insieme alle parole, riceviamo lo Spirito, donato “senza misura”. Questo ci apre a una comunicazione viva tra cielo e terra. Basta una piccola apertura — quella porticina della fede — perché questa relazione si realizzi: Dio parla, dona, si comunica.<br /><br /> Un cammino di conversione verso la luce<br /><br /> Comprendiamo che tutto questo implica un cammino: una conversione continua. Siamo chiamati ad avvicinarci alla luce senza paura, lasciando che illumini anche la nostra fragilità, il nostro essere terreni e peccatori.<br /><br /> Non si tratta di fuggire dalla nostra condizione, ma di lasciarla trasformare. Già qui, nella nostra vita concreta, possiamo gustare qualcosa delle realtà celesti che ci vengono donate.<br /><br /> Il rischio del rifiuto e la chiamata alla fede<br /><br /> Resta però un rischio serio: quello di chiudere la porta, di rifiutare, di non obbedire. Il testo è molto chiaro: chi non accoglie il Figlio non vedrà la vita.<br /><br /> Riflettiamo su questo atteggiamento di chiusura, che vediamo anche nei Sadducei e nei Farisei, i quali si oppongono con forza all’annuncio degli Apostoli. È un monito anche per noi: possiamo ascoltare senza accogliere, vedere senza riconoscere.<br /><br /> Alla scuola degli Apostoli<br /><br /> Per questo scegliamo di metterci alla scuola degli Apostoli. Come loro, pur nella nostra piccolezza e povertà, desideriamo lasciarci illuminare dalla Parola e dallo Spirito.<br /><br /> Accogliamo la testimonianza, apriamo il cuore, e permettiamo a questo incontro tra cielo e terra di trasformare la nostra vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71419772</guid><pubDate>Fri, 17 Apr 2026 21:06:52 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71419772/imported_1776458102119376_audio.mp3" length="6444512" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nel nostro cammino nel Vangelo di Giovanni siamo arrivati a un passaggio particolare del capitolo 3, dove notiamo una certa ambiguità: il testo non specifica chiaramente chi stia parlando. 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Questa consapevolezza non è una condanna, ma un punto di partenza realistico.<br /><br /> L’iniziativa di Dio: l’incontro reso possibile<br /><br /> Contempliamo allora la grande novità: colui che viene dall’alto, Gesù, il Verbo fatto carne, si fa vicino a noi. È lui che prende l’iniziativa, è lui che viene incontro alla nostra condizione terrena. Non siamo noi a salire al cielo, ma è il cielo che scende verso di noi.<br /><br /> Questa dinamica rende possibile l’incontro: Gesù testimonia ciò che ha visto e udito, portandoci una conoscenza che da soli non potremmo mai raggiungere. Tuttavia, emerge subito una tensione: nonostante questa possibilità straordinaria, spesso l’uomo non accoglie questa testimonianza.<br /><br /> La difficoltà ad accogliere la testimonianza<br /><br /> Riconosciamo dentro di noi una resistenza profonda. Anche se il Signore viene, anche se parla, il nostro cuore fatica ad aprirsi. Come dice il prologo del Vangelo, “è venuto tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto”.<br /><br /> Facciamo esperienza di questa chiusura: accogliere ciò che viene dall’alto significa lasciare che trasformi la nostra vita concreta, la nostra “terra”. E questo non è facile. Eppure, proprio qui si gioca tutto: nella disponibilità a lasciar entrare il cielo nella nostra realtà quotidiana.<br /><br /> Accogliere la testimonianza: sigillare che Dio è veritiero<br /><br /> Ci rendiamo conto però che non tutto è rifiuto. C’è chi accoglie. E chi accoglie la testimonianza di Gesù compie un gesto decisivo: conferma che Dio è veritiero.<br /><br /> Con la nostra fede, semplice ma autentica, possiamo “sigillare” questa verità. Non si tratta di uno sforzo intellettuale, ma di un atto di fiducia: riconosciamo che Dio dice il vero, che la sua parola è affidabile, che ciò che ci viene donato è grazia.<br /><br /> Le parole di Dio e il dono dello Spirito<br /><br /> Scopriamo allora qualcosa di straordinario: Gesù, l’inviato del Padre, ci comunica le parole stesse di Dio. Non parole umane, ma parole divine, ascoltate dal Padre e trasmesse a noi.<br /><br /> E insieme alle parole, riceviamo lo Spirito, donato “senza misura”. Questo ci apre a una comunicazione viva tra cielo e terra. Basta una piccola apertura — quella porticina della fede — perché questa relazione si realizzi: Dio parla, dona, si comunica.<br /><br /> Un cammino di conversione verso la luce<br /><br /> Comprendiamo che tutto questo implica un cammino: una conversione continua. Siamo chiamati ad avvicinarci alla luce senza paura, lasciando che illumini anche la nostra fragilità, il nostro essere terreni e peccatori.<br /><br /> Non si tratta di fuggire dalla nostra condizione, ma di lasciarla trasformare. Già qui, nella nostra vita concreta, possiamo gustare qualcosa delle realtà celesti che ci vengono donate.<br /><br /> Il rischio del rifiuto e la chiamata alla fede<br /><br /> Resta però un rischio serio: quello di chiudere la porta, di rifiutare, di non obbedire. Il testo è molto chiaro: chi non accoglie il Figlio non vedrà la vita.<br /><br /> Riflettiamo su questo atteggiamento di chiusura, che vediamo anche nei Sadducei e nei Farisei, i quali si oppongono con forza all’annuncio degli Apostoli. È un monito anche per...]]></itunes:summary><itunes:duration>403</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Credere basta, o la fede chiede una conversione continua? Omelia mercoledì II settimana di Pasqua S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/credere-basta-o-la-fede-chiede-una-conversione-continua-omelia-mercoledi-ii-settimana-di-pasqua-s-andrea--71353056</link><description><![CDATA[In questo brano del Vangelo colpisce una delle parole più luminose che Gesù rivolge a Nicodemo: "Dio ha tanto amato il mondo". <br /><br /> In questi giorni questo dialogo con ci accompagna e ci aiuta a entrare sempre più nel cuore della fede cristiana. Comprendiamo anzitutto che l’amore è il centro della nostra vita e della nostra esperienza di credenti: amare significa donarci, rivolgerci a chi ci è vicino, prenderci cura dei nostri cari e, più in generale, aprirci agli altri.<br /><br /> Allo stesso tempo, riconosciamo che l’amore non è automaticamente qualcosa di buono. Esiste anche un amore disordinato, un attaccamento che ci rende schiavi. Possiamo amare cose, abitudini o piaceri in modo tale da lasciarci dominare da essi. Per questo la domanda decisiva è: qual è il vero oggetto del nostro amore? Dove orientiamo il cuore?<br /><br /> L’amore di Dio che salva anche un mondo ferito<br /><br /> Il Vangelo ci sorprende perché ci dice che Dio ama proprio questo mondo, un mondo segnato da contraddizioni, ferite, oscurità e male. Eppure Dio, che ne è il creatore, non si ritrae: ama il mondo fino in fondo. Questo amore si manifesta nel dono più grande possibile, quello del Figlio.<br /><br /> Riflettendo su questo, comprendiamo quanto sia immenso il sacrificio di Dio. Noi facciamo fatica a esporre ciò che abbiamo di più prezioso al rischio di essere ferito o perduto. Dio invece dona il Figlio al mondo proprio per salvarlo. Il suo amore non fugge davanti al male, ma vi entra dentro per portare salvezza.<br /><br /> Il Figlio, infatti, è il segno concreto di un amore capace di abitare anche le situazioni più difficili e oscure. Il fine di questo dono è chiaro: non la condanna, ma la salvezza del mondo.<br /><br /> La fede come dono e come risposta<br /><br /> Il Vangelo ci dice che chi crede nel Figlio non è condannato, ma è salvato. Questa affermazione ci porta però a una domanda importante: che cos’è davvero la fede? Sappiamo bene che non è una realtà semplice né scontata. Anche guardando la nostra vita concreta, le nostre famiglie, le persone che amiamo, sentiamo tutta la fatica di questa domanda.<br /><br /> Noi stessi, pur essendo qui nella semplicità della preghiera quotidiana, sappiamo che la fede non è qualcosa che si possiede una volta per tutte. Pensiamo anche ai nostri familiari, ai figli, a chi si è allontanato dalla Chiesa: ci domandiamo che ne sarà di loro, se la loro mancanza di fede significhi esclusione o condanna.<br /><br /> Il Vangelo ci aiuta a comprendere che la fede è anzitutto un dono di Dio, una luce che viene offerta. Nessuno se la dà da solo. Ma proprio perché è un dono, c’è anche una responsabilità: possiamo accoglierlo oppure rifiutarlo. Il vero dramma non è la fragilità umana, ma il chiudersi volontariamente alla luce.<br /><br /> Il rischio delle tenebre e il circolo del peccato<br /><br /> Gesù ci mette davanti a una verità profonda: possiamo arrivare ad amare più le tenebre che la luce. Questa parola ci tocca da vicino, perché conosciamo bene l’esperienza del peccato, della debolezza, dei meccanismi interiori che ci imprigionano.<br /><br /> Anche quando conosciamo il bene, anche quando abbiamo fatto esperienza del Signore, possiamo ritrovarci a preferire ciò che ci allontana da Lui. È il circolo vizioso del male: più restiamo nel buio, più facciamo fatica a uscirne; più ci abituiamo a certe chiusure, più temiamo la luce che smaschera e guarisce.<br /><br /> Il Vangelo dice che chi compie il male fugge la luce per non vedere messe in discussione le proprie opere. Questo non è un giudizio astratto sugli altri: è una verità che riguarda tutti noi. Per questo la fede si rivela come una liberazione: è il coraggio di dire sì a un aiuto più grande di noi, a una luce che può davvero scioglierci dalle nostre prigionie interiori.<br /><br /> “Fare la verità”: camminare verso la luce<br /><br /> L’ultima espressione del Vangelo ci offre una chiave decisiva: chi fa la verità viene verso la luce. Ci chiediamo allora che cosa significhi davvero “fare la verità”. Non si tratta semplicemente di fare qualche buona azione o di comportarsi bene in senso morale.<br /><br /> Certamente il bene concreto è importante, ma il senso più profondo di questa parola è un altro: fare la verità significa metterci in cammino verso la luce, riconoscere dove si trova la sorgente della vita e scegliere continuamente di avvicinarci ad essa. Significa vivere un cammino di conversione costante.<br /><br /> Fare la verità non vuol dire essere perfetti o “i più bravi della classe”. Vuol dire riconoscere che il Figlio di Dio, con il suo amore, è la luce della nostra vita. Vuol dire lasciarci illuminare progressivamente, accettando che la sua luce entri nelle nostre ombre, nelle nostre fatiche, nelle nostre fragilità.<br /><br /> Un cammino che non finisce mai: con Nicodemo verso la Pasqua<br /><br /> Comprendiamo allora che la vita cristiana non consiste soltanto nel compiere azioni buone, ma nel lasciarci continuamente attirare da una luce più grande di noi. È un cammino che non finisce mai: abbiamo sempre bisogno di conversione, di nuova luce, di un cuore più libero.<br /><br /> In questo senso Nicodemo ci è molto vicino. Anche lui, nel suo turbamento interiore, si è messo in cammino ed è andato da Gesù nella notte. Il suo desiderio di cercare, capire e lasciarsi illuminare diventa un esempio anche per noi.<br /><br /> Per questo lo ringraziamo: ci ricorda che la fede è un cammino sincero, spesso faticoso, ma vero. Anche noi, come lui, vogliamo non lasciarci imprigionare dalle opere delle tenebre — che pure conosciamo e sperimentiamo — ma scegliere di lasciarci illuminare dalla luce della Pasqua.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71353056</guid><pubDate>Wed, 15 Apr 2026 21:39:27 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71353056/imported_1776288101937927_audio.mp3" length="7672894" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>In questo brano del Vangelo colpisce una delle parole più luminose che Gesù rivolge a Nicodemo: "Dio ha tanto amato il mondo". 

In questi giorni questo dialogo con ci accompagna e ci aiuta a entrare sempre più nel cuore della fede cristiana....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[In questo brano del Vangelo colpisce una delle parole più luminose che Gesù rivolge a Nicodemo: "Dio ha tanto amato il mondo". <br /><br /> In questi giorni questo dialogo con ci accompagna e ci aiuta a entrare sempre più nel cuore della fede cristiana. Comprendiamo anzitutto che l’amore è il centro della nostra vita e della nostra esperienza di credenti: amare significa donarci, rivolgerci a chi ci è vicino, prenderci cura dei nostri cari e, più in generale, aprirci agli altri.<br /><br /> Allo stesso tempo, riconosciamo che l’amore non è automaticamente qualcosa di buono. Esiste anche un amore disordinato, un attaccamento che ci rende schiavi. Possiamo amare cose, abitudini o piaceri in modo tale da lasciarci dominare da essi. Per questo la domanda decisiva è: qual è il vero oggetto del nostro amore? Dove orientiamo il cuore?<br /><br /> L’amore di Dio che salva anche un mondo ferito<br /><br /> Il Vangelo ci sorprende perché ci dice che Dio ama proprio questo mondo, un mondo segnato da contraddizioni, ferite, oscurità e male. Eppure Dio, che ne è il creatore, non si ritrae: ama il mondo fino in fondo. Questo amore si manifesta nel dono più grande possibile, quello del Figlio.<br /><br /> Riflettendo su questo, comprendiamo quanto sia immenso il sacrificio di Dio. Noi facciamo fatica a esporre ciò che abbiamo di più prezioso al rischio di essere ferito o perduto. Dio invece dona il Figlio al mondo proprio per salvarlo. Il suo amore non fugge davanti al male, ma vi entra dentro per portare salvezza.<br /><br /> Il Figlio, infatti, è il segno concreto di un amore capace di abitare anche le situazioni più difficili e oscure. Il fine di questo dono è chiaro: non la condanna, ma la salvezza del mondo.<br /><br /> La fede come dono e come risposta<br /><br /> Il Vangelo ci dice che chi crede nel Figlio non è condannato, ma è salvato. Questa affermazione ci porta però a una domanda importante: che cos’è davvero la fede? Sappiamo bene che non è una realtà semplice né scontata. Anche guardando la nostra vita concreta, le nostre famiglie, le persone che amiamo, sentiamo tutta la fatica di questa domanda.<br /><br /> Noi stessi, pur essendo qui nella semplicità della preghiera quotidiana, sappiamo che la fede non è qualcosa che si possiede una volta per tutte. Pensiamo anche ai nostri familiari, ai figli, a chi si è allontanato dalla Chiesa: ci domandiamo che ne sarà di loro, se la loro mancanza di fede significhi esclusione o condanna.<br /><br /> Il Vangelo ci aiuta a comprendere che la fede è anzitutto un dono di Dio, una luce che viene offerta. Nessuno se la dà da solo. Ma proprio perché è un dono, c’è anche una responsabilità: possiamo accoglierlo oppure rifiutarlo. Il vero dramma non è la fragilità umana, ma il chiudersi volontariamente alla luce.<br /><br /> Il rischio delle tenebre e il circolo del peccato<br /><br /> Gesù ci mette davanti a una verità profonda: possiamo arrivare ad amare più le tenebre che la luce. Questa parola ci tocca da vicino, perché conosciamo bene l’esperienza del peccato, della debolezza, dei meccanismi interiori che ci imprigionano.<br /><br /> Anche quando conosciamo il bene, anche quando abbiamo fatto esperienza del Signore, possiamo ritrovarci a preferire ciò che ci allontana da Lui. È il circolo vizioso del male: più restiamo nel buio, più facciamo fatica a uscirne; più ci abituiamo a certe chiusure, più temiamo la luce che smaschera e guarisce.<br /><br /> Il Vangelo dice che chi compie il male fugge la luce per non vedere messe in discussione le proprie opere. Questo non è un giudizio astratto sugli altri: è una verità che riguarda tutti noi. Per questo la fede si rivela come una liberazione: è il coraggio di dire sì a un aiuto più grande di noi, a una luce che può davvero scioglierci dalle nostre prigionie interiori.<br /><br /> “Fare la verità”: camminare verso la luce<br /><br /> L’ultima espressione del Vangelo ci offre una chiave decisiva: chi fa la verità viene verso la luce. 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Sentiamo che questa parola non è astratta, ma entra dentro il nostro presente, nelle nostre fatiche, nelle nostre paure, nelle nostre attese.<br /><br /> Per questo accogliamo questa domenica come un vero regalo del Signore: non solo una celebrazione, ma un’esperienza concreta di rinascita. In mezzo alle inquietudini che portiamo nel cuore, questa Pasqua ci ricorda che la speranza cristiana non delude, perché nasce dalla presenza viva di Cristo risorto.<br /><br /> Gesù viene in mezzo a noi e ci dona la sua pace<br /><br /> Nel Vangelo vediamo Gesù che, la sera di Pasqua, viene in mezzo ai suoi discepoli e dice: “Pace a voi”. Questo gesto è carico di significato: Gesù non resta distante, ma viene, si ferma, si mette in mezzo ai suoi. La sua presenza è già di per sé una risposta al loro smarrimento.<br /><br /> I discepoli sono impauriti, chiusi, ancora feriti dal trauma della croce. Non hanno ancora compreso ciò che è accaduto. Sono disorientati, forse anche disuniti: Tommaso non c’è, forse mancano anche altri. È un gruppo segnato dalla paura e dalla fragilità. E proprio lì, dentro quella paura, arriva Gesù.<br /><br /> Riconosciamo che anche noi spesso ci troviamo così: chiusi, impauriti, smarriti davanti a ciò che accade nel mondo e nella nostra vita. Per questo sentiamo che quel “Pace a voi” è rivolto oggi anche a noi. Nelle iniziative di preghiera proposte dalla Chiesa, dal Vescovo e dal Papa, riconosciamo un invito concreto a ritrovarci, a pregare insieme, a riscoprire la bellezza della comunione, della supplica condivisa, della carità reciproca. Anche noi abbiamo bisogno di questo dono di pace.<br /><br /> Le ferite del Risorto: il segno dell’amore che salva<br /><br /> Gesù non dona la pace soltanto con le parole: mostra ai discepoli le mani e il fianco, mostra le sue ferite. Le piaghe diventano così il segno concreto della sua identità e del suo amore. Sono la prova che il Crocifisso è davvero il Risorto.<br /><br /> Ripensiamo anche al segno del cero pasquale: nella Veglia si traccia la croce e si inseriscono le piaghe, perché il cero rappresenta Cristo stesso. Quelle ferite raccontano tutto ciò che Gesù ha patito per amore nostro. E tuttavia proprio da quella croce scaturisce la luce della Pasqua. La sofferenza non è cancellata, ma trasfigurata.<br /><br /> Per i discepoli questo è decisivo: essi avevano sperimentato l’amore profondo di Gesù, fino al gesto estremo della lavanda dei piedi e del dono totale di sé. Ma la croce aveva spezzato ogni sicurezza. Ora, vedendo le sue ferite gloriose, comprendono che quell’amore non è stato sconfitto. Le piaghe diventano fonte di pace e di gioia, perché dicono che colui che li ha amati è vivo, presente, fedele.<br /><br /> Anche per noi le ferite hanno questo significato. Nelle relazioni umane, quando ci facciamo vicini a chi soffre, quando tocchiamo con mano le ferite dell’altro, quando ci lasciamo coinvolgere davvero nel dolore altrui, lì nasce un amore più vero, più profondo, più consolante. Le ferite, condivise e accolte, possono diventare luogo di comunione autentica.<br /><br /> Tommaso e il coraggio di mostrare le nostre fragilità<br /><br /> Comprendiamo allora meglio anche Tommaso. La sua richiesta di toccare le ferite di Gesù non è semplicemente ostinazione o incredulità: nasce da un amore ferito, da una fedeltà rimasta bloccata al dramma della croce. Tommaso aveva amato profondamente il Signore, fino al desiderio di seguirlo anche nella morte. Per questo ha bisogno di ritrovare proprio lì, nelle ferite, la prova che quell’amore non è finito.<br /><br /> In Tommaso vediamo anche noi stessi. Anche noi spesso restiamo fermi davanti alle nostre ferite, ai dolori non superati, alle delusioni che ci bloccano. Ma il Vangelo ci insegna che proprio lì può avvenire l’incontro con il Risorto.<br /><br /> Per questo sentiamo che siamo chiamati a non nascondere le nostre fragilità. Dobbiamo imparare a mostrarle, a lasciarci aiutare, a chiedere sostegno, a permettere agli altri di starci accanto. Nella verità delle nostre ferite può nascere una comunione più profonda. È proprio così che la gioia dei discepoli diventa possibile: essi gioiscono quando vedono il Signore così com’è, ferito e glorioso.<br /><br /> La pace ricevuta diventa missione di perdono<br /><br /> Gesù ripete una seconda volta: “Pace a voi”. Questo secondo dono della pace è legato a una missione precisa: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Ricevere la pace di Cristo significa essere inviati nel mondo come portatori della sua stessa logica.<br /><br /> Il cuore di questa missione è il perdono. Gesù soffia lo Spirito Santo sui discepoli e affida loro il potere di rimettere i peccati. Questo ci rivela che il perdono non è un ideale irraggiungibile, ma una possibilità concreta resa possibile dallo Spirito. Non possiamo dire che sia impossibile: il Signore ci dona davvero la forza di farlo.<br /><br /> Capire questo cambia il nostro modo di vivere le relazioni. Chiedere perdono e perdonare non sono gesti secondari: sono il centro della rigenerazione dei rapporti umani. Se non entriamo in questa logica, restiamo prigionieri della chiusura, del risentimento, della distanza.<br /><br /> La comunità cristiana: alternativa concreta alla logica della guerra<br /><br /> In un tempo segnato dalla guerra, dalla violenza e dall’aggressività, comprendiamo ancora di più quanto il Vangelo del perdono sia urgente. Pensiamo ai drammi dell’Ucraina, del Medio Oriente, di Gaza, del Libano, dell’Iran: il mondo sembra spesso dominato dalla logica dello scontro e della distruzione.<br /><br /> Di fronte a tutto questo, Gesù ci indica una strada opposta: la pace, la vicinanza, l’ascolto reciproco, il cammino condiviso. E questa strada non è un’utopia. Lo vediamo già nella pagina degli Atti degli Apostoli, dove la prima comunità cristiana viveva perseverando nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera.<br /><br /> Riconosciamo che questa è anche la nostra vocazione: stare insieme, pregare, ascoltare la Parola, spezzare il pane, ricevere la vita da Cristo. La semplicità della vita comunitaria non è debolezza: è la grande alternativa alla violenza del mondo. Stare insieme, condividere, custodire relazioni vere, vivere la preghiera comune: tutto questo è già testimonianza di pace.<br /><br /> Pensiamo anche alle piccole comunità cristiane che vivono in mezzo alla distruzione, come quella di Gaza: pur circondate dalla sofferenza, riescono a conservare il sorriso, la pace, la fraternità. Questo ci mostra che la pace del Risorto è reale, concreta, possibile anche nelle situazioni più dure.<br /><br /> Il nostro sì al dono della pace<br /><br /> Per questo oggi sentiamo il bisogno di ringraziare profondamente il Signore. Lo ringraziamo per questa domenica, per il dono dello Spirito, per la nostra vita comunitaria, per le nostre famiglie, per il nostro pregare insieme.<br /><br /> Vogliamo offrire con sincerità la nostra disponibilità a diventare operatori di pace e di perdono. Vogliamo lasciarci trasformare dal Risorto, accogliere la sua pace e portarla nelle nostre case, nelle nostre relazioni, nelle nostre comunità.<br /><br /> Come Tommaso, anche noi desideriamo arrivare a una fede concreta, vissuta dentro la realtà della vita, fino a poter dire con tutto il cuore: “Mio Signore e mio Dio”. Perché questo è il Signore che incontriamo: colui che viene in mezzo a noi, resta con noi e ci dona la sua pace.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71275745</guid><pubDate>Sun, 12 Apr 2026 17:06:39 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71275745/imported_1776013451742336_audio.mp3" length="12841377" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Viviamo questa seconda domenica Pasqua come un dono immenso, una sorgente di consolazione e di gioia proprio nel momento in cui sentiamo più forte il bisogno di speranza. 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In mezzo alle inquietudini che portiamo nel cuore, questa Pasqua ci ricorda che la speranza cristiana non delude, perché nasce dalla presenza viva di Cristo risorto.<br /><br /> Gesù viene in mezzo a noi e ci dona la sua pace<br /><br /> Nel Vangelo vediamo Gesù che, la sera di Pasqua, viene in mezzo ai suoi discepoli e dice: “Pace a voi”. Questo gesto è carico di significato: Gesù non resta distante, ma viene, si ferma, si mette in mezzo ai suoi. La sua presenza è già di per sé una risposta al loro smarrimento.<br /><br /> I discepoli sono impauriti, chiusi, ancora feriti dal trauma della croce. Non hanno ancora compreso ciò che è accaduto. Sono disorientati, forse anche disuniti: Tommaso non c’è, forse mancano anche altri. È un gruppo segnato dalla paura e dalla fragilità. E proprio lì, dentro quella paura, arriva Gesù.<br /><br /> Riconosciamo che anche noi spesso ci troviamo così: chiusi, impauriti, smarriti davanti a ciò che accade nel mondo e nella nostra vita. Per questo sentiamo che quel “Pace a voi” è rivolto oggi anche a noi. Nelle iniziative di preghiera proposte dalla Chiesa, dal Vescovo e dal Papa, riconosciamo un invito concreto a ritrovarci, a pregare insieme, a riscoprire la bellezza della comunione, della supplica condivisa, della carità reciproca. Anche noi abbiamo bisogno di questo dono di pace.<br /><br /> Le ferite del Risorto: il segno dell’amore che salva<br /><br /> Gesù non dona la pace soltanto con le parole: mostra ai discepoli le mani e il fianco, mostra le sue ferite. Le piaghe diventano così il segno concreto della sua identità e del suo amore. Sono la prova che il Crocifisso è davvero il Risorto.<br /><br /> Ripensiamo anche al segno del cero pasquale: nella Veglia si traccia la croce e si inseriscono le piaghe, perché il cero rappresenta Cristo stesso. Quelle ferite raccontano tutto ciò che Gesù ha patito per amore nostro. E tuttavia proprio da quella croce scaturisce la luce della Pasqua. La sofferenza non è cancellata, ma trasfigurata.<br /><br /> Per i discepoli questo è decisivo: essi avevano sperimentato l’amore profondo di Gesù, fino al gesto estremo della lavanda dei piedi e del dono totale di sé. Ma la croce aveva spezzato ogni sicurezza. Ora, vedendo le sue ferite gloriose, comprendono che quell’amore non è stato sconfitto. Le piaghe diventano fonte di pace e di gioia, perché dicono che colui che li ha amati è vivo, presente, fedele.<br /><br /> Anche per noi le ferite hanno questo significato. Nelle relazioni umane, quando ci facciamo vicini a chi soffre, quando tocchiamo con mano le ferite dell’altro, quando ci lasciamo coinvolgere davvero nel dolore altrui, lì nasce un amore più vero, più profondo, più consolante. Le ferite, condivise e accolte, possono diventare luogo di comunione autentica.<br /><br /> Tommaso e il coraggio di mostrare le nostre fragilità<br /><br /> Comprendiamo allora meglio anche Tommaso. La sua richiesta di toccare le ferite di Gesù non è semplicemente ostinazione o incredulità: nasce da un amore ferito, da una fedeltà rimasta bloccata al dramma della croce. Tommaso aveva amato profondamente il Signore, fino al desiderio di seguirlo anche nella morte. Per questo ha bisogno di ritrovare proprio lì, nelle ferite, la prova che quell’amore non è finito.<br /><br /> In Tommaso vediamo anche noi stessi. 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Non è un collegamento scontato: certo, la loro franchezza si può notare, la loro semplicità pure, ma ciò che davvero emerge è il segno di una relazione vissuta. In loro traspare qualcosa che viene dallo stare con Gesù, da una familiarità che li ha trasformati.<br /><br /> Una comunione che si diffonde e coinvolge<br /><br /> Subito dopo, il testo aggiunge un dettaglio molto bello: l’uomo guarito era lì, in piedi, con loro. Anche questo mi ha fatto pensare. Non si tratta solo del fatto che Pietro e Giovanni erano stati con Gesù, ma che adesso anche quell’uomo guarito sta con loro. È come se questa comunione fosse contagiosa.<br /><br /> C’è una forza semplice e profonda nello stare insieme: Gesù con i suoi discepoli, i discepoli tra loro, e poi chi viene toccato dalla salvezza che entra dentro questo legame. Mi sembra che il cuore di tutto sia proprio questo: un cammino condiviso, un rapporto vissuto, una vicinanza che cambia la vita senza bisogno di grandi parole o titoli.<br /><br /> La presenza del Risorto che i capi non riescono a fermare<br /><br /> Mi sono chiesto: che cosa avevano fatto davvero Pietro e Giovanni per suscitare una reazione così forte? In fondo, davanti ai capi, non stanno facendo altro che manifestare ciò che hanno vissuto con Gesù, forse il loro volersi bene. Gli stessi capi avevano perseguitato Gesù e avevano disperso i discepoli, ma ora si trovano davanti qualcosa che non riescono a spiegare né a fermare.<br /><br /> Quello che forse dà più fastidio ai capi è proprio questo: Gesù, che loro ritenevano eliminato con la morte, continua invece a essere presente nella vita di questi uomini. La loro comunione con lui è ancora viva, evidente, concreta. È questa presenza che rende Pietro e Giovanni straordinari: non una bravura personale, ma il fatto di essere ancora abitati da quella relazione.<br /><br /> Per questo i capi non riescono a resistere alla loro parola, al loro annuncio, al loro modo di stare davanti agli altri. Tutta Gerusalemme sa del segno compiuto, tutto il popolo ne parla, e questo rende impossibile mettere a tacere la testimonianza degli apostoli.<br /><br /> L’esperienza con Gesù come cuore dell’annuncio<br /><br /> Mi sembra che questo tema dello “stare con Gesù” accomuni tanti personaggi del Vangelo. Anche se attraversati da dubbi, paure, incredulità, tutti coloro che lo hanno incontrato portano dentro di sé il segno di questa relazione.<br /><br /> E questo vale ancora di più per chi ha incontrato il Risorto: quell’esperienza non può restare chiusa, ma diventa il contenuto stesso dell’annuncio. Quando Gesù manda i suoi a proclamare il Vangelo a ogni creatura, ciò che devono portare nel mondo non è anzitutto una teoria, ma la testimonianza di una vita condivisa con lui.<br /><br /> Il Vangelo, allora, è prima di tutto il racconto di una comunione: un ascolto, una familiarità, una compagnia che trasforma l’esistenza e la rende capace di generare vita anche negli altri.<br /><br /> La testimonianza delle “sante stolte” e la santità della semplicità<br /><br /> Questo tema mi ha fatto pensare anche a un libro che ho trovato per caso in biblioteca qui a Galeazza, dedicato alle “sante donne stolte” della Russia. Mi ha colpito già il titolo, e leggendo ho ritrovato proprio lo stesso tratto che emerge negli Atti.<br /><br /> Erano donne semplici, spesso senza istruzione, segnate da una povertà anche esteriore che suscitava fastidio o addirittura rifiuto nelle loro comunità. La loro presenza era scomoda, quasi una spina nel fianco, proprio perché metteva in crisi i criteri abituali con cui si giudicano le persone.<br /><br /> Eppure, in tutte le loro storie emergeva sempre una cosa decisiva: il loro legame fortissimo con il Signore. Era questa relazione a renderle capaci di bene, di profezia, di miracoli, di una fecondità spirituale sorprendente. Per questo, nonostante l’apparente fragilità, venivano riconosciute come sante.<br /><br /> Questo mi conferma che la vera forza cristiana non nasce dall’istruzione, dal ruolo o dalla competenza, ma dal rimanere con il Signore. È questa comunione semplice e fedele che trasforma la vita e la rende capace di portare frutto.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71253933</guid><pubDate>Sat, 11 Apr 2026 08:52:49 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71253933/imported_1775897266389040_audio.mp3" length="4859611" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mi ha colpito l'inizio del testo degli Atti, quando i capi, gli anziani e gli scribi osservano Pietro e Giovanni e quello che notano in loro è la franchezza nel parlare e che sono uomini semplici, senza una particolare istruzione, capaci di una parola...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mi ha colpito l'inizio del testo degli Atti, quando i capi, gli anziani e gli scribi osservano Pietro e Giovanni e quello che notano in loro è la franchezza nel parlare e che sono uomini semplici, senza una particolare istruzione, capaci di una parola forte, limpida, autorevole.<br /><br /> La cosa che mi ha colpito di più è il passaggio in cui si dice che li riconoscevano come quelli che erano stati con Gesù. Non è un collegamento scontato: certo, la loro franchezza si può notare, la loro semplicità pure, ma ciò che davvero emerge è il segno di una relazione vissuta. In loro traspare qualcosa che viene dallo stare con Gesù, da una familiarità che li ha trasformati.<br /><br /> Una comunione che si diffonde e coinvolge<br /><br /> Subito dopo, il testo aggiunge un dettaglio molto bello: l’uomo guarito era lì, in piedi, con loro. Anche questo mi ha fatto pensare. Non si tratta solo del fatto che Pietro e Giovanni erano stati con Gesù, ma che adesso anche quell’uomo guarito sta con loro. È come se questa comunione fosse contagiosa.<br /><br /> C’è una forza semplice e profonda nello stare insieme: Gesù con i suoi discepoli, i discepoli tra loro, e poi chi viene toccato dalla salvezza che entra dentro questo legame. Mi sembra che il cuore di tutto sia proprio questo: un cammino condiviso, un rapporto vissuto, una vicinanza che cambia la vita senza bisogno di grandi parole o titoli.<br /><br /> La presenza del Risorto che i capi non riescono a fermare<br /><br /> Mi sono chiesto: che cosa avevano fatto davvero Pietro e Giovanni per suscitare una reazione così forte? In fondo, davanti ai capi, non stanno facendo altro che manifestare ciò che hanno vissuto con Gesù, forse il loro volersi bene. Gli stessi capi avevano perseguitato Gesù e avevano disperso i discepoli, ma ora si trovano davanti qualcosa che non riescono a spiegare né a fermare.<br /><br /> Quello che forse dà più fastidio ai capi è proprio questo: Gesù, che loro ritenevano eliminato con la morte, continua invece a essere presente nella vita di questi uomini. La loro comunione con lui è ancora viva, evidente, concreta. È questa presenza che rende Pietro e Giovanni straordinari: non una bravura personale, ma il fatto di essere ancora abitati da quella relazione.<br /><br /> Per questo i capi non riescono a resistere alla loro parola, al loro annuncio, al loro modo di stare davanti agli altri. Tutta Gerusalemme sa del segno compiuto, tutto il popolo ne parla, e questo rende impossibile mettere a tacere la testimonianza degli apostoli.<br /><br /> L’esperienza con Gesù come cuore dell’annuncio<br /><br /> Mi sembra che questo tema dello “stare con Gesù” accomuni tanti personaggi del Vangelo. Anche se attraversati da dubbi, paure, incredulità, tutti coloro che lo hanno incontrato portano dentro di sé il segno di questa relazione.<br /><br /> E questo vale ancora di più per chi ha incontrato il Risorto: quell’esperienza non può restare chiusa, ma diventa il contenuto stesso dell’annuncio. Quando Gesù manda i suoi a proclamare il Vangelo a ogni creatura, ciò che devono portare nel mondo non è anzitutto una teoria, ma la testimonianza di una vita condivisa con lui.<br /><br /> Il Vangelo, allora, è prima di tutto il racconto di una comunione: un ascolto, una familiarità, una compagnia che trasforma l’esistenza e la rende capace di generare vita anche negli altri.<br /><br /> La testimonianza delle “sante stolte” e la santità della semplicità<br /><br /> Questo tema mi ha fatto pensare anche a un libro che ho trovato per caso in biblioteca qui a Galeazza, dedicato alle “sante donne stolte” della Russia. Mi ha colpito già il titolo, e leggendo ho ritrovato proprio lo stesso tratto che emerge negli Atti.<br /><br /> Erano donne semplici, spesso senza istruzione, segnate da una povertà anche esteriore che suscitava fastidio o addirittura rifiuto nelle loro comunità. La loro presenza era scomoda, quasi una spina nel fianco, proprio perché metteva in crisi i criteri abituali con...]]></itunes:summary><itunes:duration>304</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c0adaa3b20dace57078ac488048cfa89.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Irritazione e dolore per la risurrezione? Intervento a Galeazza venerdì di Pasqua</title><link>https://www.spreaker.com/episode/irritazione-e-dolore-per-la-risurrezione-intervento-a-galeazza-venerdi-di-pasqua--71233306</link><description><![CDATA[Mi ha colpito la reazione dei capi del popolo descritta nel testo degli Atti: erano irritati perché gli apostoli insegnavano e annunciavano, in Gesù, la risurrezione dei morti. Questa irritazione non mi sembra solo una reazione razionale o ideologica, ma qualcosa di più profondo, che ha a che fare anche con il dolore e con una certa stanchezza interiore. È come se l’annuncio della risurrezione toccasse una ferita, smuovesse qualcosa di scomodo, provocando una chiusura.<br /><br /> Quando Pietro cita l’immagine della pietra scartata, disprezzata e rifiutata, vedo emergere una dinamica molto umana: davanti a un’evidenza che interpella, può nascere una resistenza che si trasforma in disprezzo, persino violento. Non è solo un rifiuto passivo, ma un desiderio attivo di mettere a tacere, di eliminare ciò che disturba. Questo atteggiamento non è così scontato, perché avviene nonostante segni concreti, come il miracolo dello storpio, che avrebbero potuto aprire alla fede.<br /><br /> Il cammino graduale dei discepoli<br /><br /> Dall’altra parte, vedo nei discepoli del Vangelo un atteggiamento diverso, più lento ma anche più aperto. Anche loro procedono per gradi: sono sulla riva del mare, tornano a pescare insieme, vivono una notte infruttuosa. È una situazione di fatica e di vuoto, che però non si chiude in sé stessa.<br /><br /> Poi arriva un’indicazione semplice, quasi minima: gettare le reti dalla parte destra. È un gesto di fiducia che apre a qualcosa di nuovo. Pian piano riconoscono che è il Signore, anche se il testo dice che non osavano domandargli chi fosse. Questo imbarazzo non è chiusura, ma uno spazio abitato dal desiderio, dall’intuizione, da una conoscenza che sta nascendo.<br /><br /> Mi sembra che questo percorso dei discepoli dica qualcosa anche di me: il riconoscimento del Signore non è immediato, ma cresce nel tempo, attraverso segni, ascolto e piccoli atti di fiducia.<br /><br /> Tra chiusura e apertura: il nostro spazio interiore<br /><br /> Tra questi due atteggiamenti – la resistenza dei capi e la gradualità dei discepoli – sento che si gioca anche la mia esperienza. Da una parte c’è il rischio della chiusura, alimentata dal dolore, dalla stanchezza o da una ferita che non voglio affrontare. Dall’altra c’è la possibilità di un’apertura, che però richiede umiltà e piccolezza.<br /><br /> Ho bisogno di qualcuno che mi indichi il Signore, ma allo stesso tempo sono chiamato a mettermi in ascolto, senza pretendere di capire tutto subito. Questo atteggiamento non è facile, perché espone alla fragilità, ma è forse l’unico che permette un incontro vero.<br /><br /> Il rischio dello “scarto” – di rifiutare ciò che non capisco o che mi mette in crisi – è sempre vicino. È una tentazione concreta, quotidiana.<br /><br /> Il rischio dell’indifferenza<br /><br /> Accanto alla resistenza esplicita, riconosco un altro rischio ancora più sottile: quello dell’indifferenza. Non oppormi alla risurrezione, ma semplicemente metterla da parte, considerarla irrilevante per la mia vita quotidiana.<br /><br /> Questa forma di distanza è forse ancora più pericolosa, perché non genera nemmeno un confronto. È uno scarto silenzioso, in cui ciò che dovrebbe essere centrale diventa marginale.<br /><br /> Alla fine, mi trovo a chiedermi quale sia davvero il mio rapporto con la risurrezione nel nome di Gesù: se la vivo come una provocazione che mi irrita, come un cammino che lentamente mi apre, oppure come qualcosa che, senza accorgermene, lascio ai margini della mia esistenza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71233306</guid><pubDate>Fri, 10 Apr 2026 13:49:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71233306/imported_1775828855349387_audio.mp3" length="3782112" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mi ha colpito la reazione dei capi del popolo descritta nel testo degli Atti: erano irritati perché gli apostoli insegnavano e annunciavano, in Gesù, la risurrezione dei morti. Questa irritazione non mi sembra solo una reazione razionale o ideologica,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mi ha colpito la reazione dei capi del popolo descritta nel testo degli Atti: erano irritati perché gli apostoli insegnavano e annunciavano, in Gesù, la risurrezione dei morti. Questa irritazione non mi sembra solo una reazione razionale o ideologica, ma qualcosa di più profondo, che ha a che fare anche con il dolore e con una certa stanchezza interiore. È come se l’annuncio della risurrezione toccasse una ferita, smuovesse qualcosa di scomodo, provocando una chiusura.<br /><br /> Quando Pietro cita l’immagine della pietra scartata, disprezzata e rifiutata, vedo emergere una dinamica molto umana: davanti a un’evidenza che interpella, può nascere una resistenza che si trasforma in disprezzo, persino violento. Non è solo un rifiuto passivo, ma un desiderio attivo di mettere a tacere, di eliminare ciò che disturba. Questo atteggiamento non è così scontato, perché avviene nonostante segni concreti, come il miracolo dello storpio, che avrebbero potuto aprire alla fede.<br /><br /> Il cammino graduale dei discepoli<br /><br /> Dall’altra parte, vedo nei discepoli del Vangelo un atteggiamento diverso, più lento ma anche più aperto. Anche loro procedono per gradi: sono sulla riva del mare, tornano a pescare insieme, vivono una notte infruttuosa. È una situazione di fatica e di vuoto, che però non si chiude in sé stessa.<br /><br /> Poi arriva un’indicazione semplice, quasi minima: gettare le reti dalla parte destra. È un gesto di fiducia che apre a qualcosa di nuovo. Pian piano riconoscono che è il Signore, anche se il testo dice che non osavano domandargli chi fosse. Questo imbarazzo non è chiusura, ma uno spazio abitato dal desiderio, dall’intuizione, da una conoscenza che sta nascendo.<br /><br /> Mi sembra che questo percorso dei discepoli dica qualcosa anche di me: il riconoscimento del Signore non è immediato, ma cresce nel tempo, attraverso segni, ascolto e piccoli atti di fiducia.<br /><br /> Tra chiusura e apertura: il nostro spazio interiore<br /><br /> Tra questi due atteggiamenti – la resistenza dei capi e la gradualità dei discepoli – sento che si gioca anche la mia esperienza. Da una parte c’è il rischio della chiusura, alimentata dal dolore, dalla stanchezza o da una ferita che non voglio affrontare. Dall’altra c’è la possibilità di un’apertura, che però richiede umiltà e piccolezza.<br /><br /> Ho bisogno di qualcuno che mi indichi il Signore, ma allo stesso tempo sono chiamato a mettermi in ascolto, senza pretendere di capire tutto subito. Questo atteggiamento non è facile, perché espone alla fragilità, ma è forse l’unico che permette un incontro vero.<br /><br /> Il rischio dello “scarto” – di rifiutare ciò che non capisco o che mi mette in crisi – è sempre vicino. È una tentazione concreta, quotidiana.<br /><br /> Il rischio dell’indifferenza<br /><br /> Accanto alla resistenza esplicita, riconosco un altro rischio ancora più sottile: quello dell’indifferenza. Non oppormi alla risurrezione, ma semplicemente metterla da parte, considerarla irrilevante per la mia vita quotidiana.<br /><br /> Questa forma di distanza è forse ancora più pericolosa, perché non genera nemmeno un confronto. È uno scarto silenzioso, in cui ciò che dovrebbe essere centrale diventa marginale.<br /><br /> Alla fine, mi trovo a chiedermi quale sia davvero il mio rapporto con la risurrezione nel nome di Gesù: se la vivo come una provocazione che mi irrita, come un cammino che lentamente mi apre, oppure come qualcosa che, senza accorgermene, lascio ai margini della mia esistenza.]]></itunes:summary><itunes:duration>237</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c0adaa3b20dace57078ac488048cfa89.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Una benedizione per tutti - Intervento giovedi di Pasqua a Galeazza</title><link>https://www.spreaker.com/episode/una-benedizione-per-tutti-intervento-giovedi-di-pasqua-a-galeazza--71212867</link><description><![CDATA[Anch’io sono stato colpito dall’ultimo versetto del testo degli Atti: “Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l'ha mandato prima di tutto a voi per portarvi la benedizione, perché ciascuno di voi si allontani dalle sue iniquità”.<br /><br /> Sintetizza bene ciò che stanno vivendo gli ascoltatori di Pietro, piuttosto sconvolti di quello che stanno sentendo. Pietro collega in modo forte le profezie antiche, a partire da Mosè, con quanto è accaduto con la guarigione così sorprendente dello storpio.<br /><br /> Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, Gesù, “lo ha mandato prima di tutto a voi”… che ascoltate. Lo ha mandato a voi nella guarigione di quell’uomo, nelle parole di benedizione già annunciate dai profeti e, soprattutto, nella possibilità di conversione.<br /><br /> Questa benedizione si manifesta proprio nel poter finalmente distogliersi dalle iniquità, dalle azioni cattive, fino a riconoscere la responsabilità più grave, cioè l’uccisione del servo stesso.<br /><br /> Anche nel Vangelo ritroviamo qualcosa di simile: i discepoli vivono l’incontro con il Risorto come una primizia. Anche se Gesù era già apparso ad altri, questo incontro “tutti insieme” ha un valore particolare. <br /> Il fatto che Dio lo abbia mandato “prima di tutto a voi” lascia intendere che questo dono, questa apparizione, questa venuta, questa benedizione, non siano destinati a pochi, ma a molti. <br /><br /> Proprio per questo, i discepoli sono chiamati a prepararsi a portarla agli altri, a diventarne testimoni.<br /> È ciò che Pietro e Giovanni hanno fatto prendendo per mano lo storpio: un gesto concreto che trasmette ciò che hanno ricevuto. Questa benedizione, quindi, non si ferma a loro, non è solo per loro, ma ha una forza tale da raggiungere tutti, anche noi!]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71212867</guid><pubDate>Thu, 09 Apr 2026 15:43:20 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71212867/imported_1775749314185029_audio.mp3" length="2674102" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Anch’io sono stato colpito dall’ultimo versetto del testo degli Atti: “Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l'ha mandato prima di tutto a voi per portarvi la benedizione, perché ciascuno di voi si allontani dalle sue iniquità”.

Sintetizza bene...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Anch’io sono stato colpito dall’ultimo versetto del testo degli Atti: “Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l'ha mandato prima di tutto a voi per portarvi la benedizione, perché ciascuno di voi si allontani dalle sue iniquità”.<br /><br /> Sintetizza bene ciò che stanno vivendo gli ascoltatori di Pietro, piuttosto sconvolti di quello che stanno sentendo. Pietro collega in modo forte le profezie antiche, a partire da Mosè, con quanto è accaduto con la guarigione così sorprendente dello storpio.<br /><br /> Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, Gesù, “lo ha mandato prima di tutto a voi”… che ascoltate. Lo ha mandato a voi nella guarigione di quell’uomo, nelle parole di benedizione già annunciate dai profeti e, soprattutto, nella possibilità di conversione.<br /><br /> Questa benedizione si manifesta proprio nel poter finalmente distogliersi dalle iniquità, dalle azioni cattive, fino a riconoscere la responsabilità più grave, cioè l’uccisione del servo stesso.<br /><br /> Anche nel Vangelo ritroviamo qualcosa di simile: i discepoli vivono l’incontro con il Risorto come una primizia. Anche se Gesù era già apparso ad altri, questo incontro “tutti insieme” ha un valore particolare. <br /> Il fatto che Dio lo abbia mandato “prima di tutto a voi” lascia intendere che questo dono, questa apparizione, questa venuta, questa benedizione, non siano destinati a pochi, ma a molti. <br /><br /> Proprio per questo, i discepoli sono chiamati a prepararsi a portarla agli altri, a diventarne testimoni.<br /> È ciò che Pietro e Giovanni hanno fatto prendendo per mano lo storpio: un gesto concreto che trasmette ciò che hanno ricevuto. Questa benedizione, quindi, non si ferma a loro, non è solo per loro, ma ha una forza tale da raggiungere tutti, anche noi!]]></itunes:summary><itunes:duration>168</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c0adaa3b20dace57078ac488048cfa89.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il Risorto predilige i marginali - intervento mercoledì di Pasqua a Galeazza</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-risorto-predilige-i-marginali-intervento-mercoledi-di-pasqua-a-galeazza--71185952</link><description><![CDATA[I due di Emmaus sembrano discepoli "marginali" rispetto agli altri. Nei versetti finali del Vangelo infatti, quando tornano a Gerusalemme e trovano riuniti gli undici, viene detto prima: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”, e poi: “Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane”. <br /><br /> Eppure Gesù sceglie di affiancarsi a loro, di camminare insieme, ascoltarli, e fare loro il grande regalo della spiegazione delle Scritture, del farsi riconoscere nello spezzare del pane, proprio a loro che erano in fuga, gli ultimi arrivati. E anche come annunciatori sono in coda al gruppo.<br /><br /> Anche lo storpio sembra marginale: seduto lì, non chiede nulla, non sembra avere conoscenza di Gesù o fede in lui, almeno fino a quel momento. Anche nel suo caso la guarigione è un regalo che viene dall’intuizione di Pietro e Giovanni, che si rendono conto di avere qualcosa – il nome di Gesù – che può farlo risollevare. <br /><br /> La notizia, il fatto della risurrezione, così dirompente e sanante, raggiunge tutti, non solo quelli vicini a Gesù, ma fin da subito si allarga alle persone ai margini. Questo dà speranza anche a noi: quando ci sentiamo in questo territorio più marginale, meno attento, meno fedele, o più problematico per paralisi o fuga.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71185952</guid><pubDate>Wed, 08 Apr 2026 15:03:16 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71185952/imported_1775660489121567_audio.mp3" length="3348271" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>I due di Emmaus sembrano discepoli "marginali" rispetto agli altri. 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E anche come annunciatori sono in coda al gruppo.<br /><br /> Anche lo storpio sembra marginale: seduto lì, non chiede nulla, non sembra avere conoscenza di Gesù o fede in lui, almeno fino a quel momento. Anche nel suo caso la guarigione è un regalo che viene dall’intuizione di Pietro e Giovanni, che si rendono conto di avere qualcosa – il nome di Gesù – che può farlo risollevare. <br /><br /> La notizia, il fatto della risurrezione, così dirompente e sanante, raggiunge tutti, non solo quelli vicini a Gesù, ma fin da subito si allarga alle persone ai margini. Questo dà speranza anche a noi: quando ci sentiamo in questo territorio più marginale, meno attento, meno fedele, o più problematico per paralisi o fuga.]]></itunes:summary><itunes:duration>210</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c0adaa3b20dace57078ac488048cfa89.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>E' il Signore di tutti - Martedì di Pasqua a Galeazza</title><link>https://www.spreaker.com/episode/e-il-signore-di-tutti-martedi-di-pasqua-a-galeazza--71155713</link><description><![CDATA[Due volti davanti al Risorto: intimità e distanza<br /><br /> In queste letture mi colpisce profondamente il contrasto tra i protagonisti: da una parte Maria, che ha avuto con Gesù un rapporto strettissimo, intimo, quasi sponsale; dall’altra i Giudei di cui parla Pietro negli Atti, coloro che, in qualche modo, hanno contribuito alla sua crocifissione. Due poli opposti, quasi “antipodi”: chi ama e cerca, e chi ha rifiutato e deve ancora comprendere.<br /><br /> Eppure, proprio qui emerge il cuore del messaggio: per entrambi Gesù è il Signore, è il Cristo. Sia Maria sia coloro che ascoltano Pietro sono chiamati a ritrovarlo, a incontrarlo di nuovo, a riconoscerlo. Questo mi fa comprendere che non esiste una categoria esclusa: sia chi è vicino da sempre, sia chi arriva “all’ultima ora” è chiamato allo stesso incontro decisivo.<br /><br /> Una ricerca che accomuna tutti<br /><br /> Maria cerca Gesù nel pianto, con un amore ferito e fedele. I Giudei, invece, arrivano a cercarlo dopo essere stati “trafitti nel cuore” dalla parola di Pietro: «Che cosa dobbiamo fare?». Sono percorsi diversi, ma entrambi autentici.<br /><br /> Da una parte c’è una ricerca affettiva, personale, piena di amore; dall’altra una ricerca che nasce dalla conversione, dal riconoscimento del proprio errore. Ma entrambe conducono nella stessa direzione: verso l’incontro con il Risorto.<br /><br /> Questo mi fa pensare che non esiste un solo modo di arrivare a Cristo. C’è chi lo cerca da sempre e chi lo scopre dopo aver sbagliato. Ma ciò che conta è lasciarsi mettere in cammino.<br /><br /> Il protagonista è Dio Padre<br /><br /> Riflettendo su entrambe le letture, mi sembra sempre più chiaro che il vero protagonista è Dio Padre. È Lui che ha costituito Gesù come Signore e Cristo. È Lui che lo dona a tutti, senza esclusioni.<br /><br /> Le parole di Pietro lo sottolineano con forza: la promessa è “per voi, per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani”. Questa apertura universale mi colpisce: nessuno è fuori dalla chiamata, nessuno è troppo distante.<br /><br /> Allora capisco che Gesù non appartiene a un gruppo ristretto, ma è dato a tutti. Ognuno può riconoscerlo, accoglierlo, abbracciarlo come proprio Signore.<br /><br /> “Non mi trattenere”: un amore che si apre<br /><br /> Nel Vangelo, il dialogo tra Gesù e Maria raggiunge un momento decisivo quando lui le dice: «Non mi trattenere». Questo invito non è un rifiuto, ma un passaggio.<br /><br /> Gesù orienta Maria verso il Padre: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». In queste parole si compie qualcosa di straordinario: il Padre di Gesù diventa il Padre di tutti.<br /><br /> Qui vedo un altro grande “miracolo”: non solo l’incontro personale con il Risorto, ma la nascita di una fraternità nuova. Non siamo più individui isolati, ma fratelli, uniti dallo stesso Padre.<br /><br /> Una fraternità che supera ogni distanza<br /><br /> Se Gesù è il Signore di tutti, allora tutti possiamo riconoscerci come fratelli, anche se siamo lontani tra noi per storia, esperienza o condizione.<br /><br /> Maria e i Giudei rappresentano proprio questa distanza: l’intimità e l’estraneità, la fedeltà e l’errore. Eppure entrambi vengono raggiunti dallo stesso annuncio e dalla stessa possibilità di salvezza.<br /><br /> Questo mi sembra il cuore del messaggio pasquale di oggi: Dio ha donato Gesù a tutti, e in Lui possiamo ritrovarci uniti. La risurrezione non solo ci restituisce il Signore, ma ci consegna anche gli uni agli altri come fratelli.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71155713</guid><pubDate>Tue, 07 Apr 2026 11:52:58 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71155713/imported_1775562601972_audio.mp3" length="2462197" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Due volti davanti al Risorto: intimità e distanza

In queste letture mi colpisce profondamente il contrasto tra i protagonisti: da una parte Maria, che ha avuto con Gesù un rapporto strettissimo, intimo, quasi sponsale; dall’altra i Giudei di cui...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Due volti davanti al Risorto: intimità e distanza<br /><br /> In queste letture mi colpisce profondamente il contrasto tra i protagonisti: da una parte Maria, che ha avuto con Gesù un rapporto strettissimo, intimo, quasi sponsale; dall’altra i Giudei di cui parla Pietro negli Atti, coloro che, in qualche modo, hanno contribuito alla sua crocifissione. Due poli opposti, quasi “antipodi”: chi ama e cerca, e chi ha rifiutato e deve ancora comprendere.<br /><br /> Eppure, proprio qui emerge il cuore del messaggio: per entrambi Gesù è il Signore, è il Cristo. Sia Maria sia coloro che ascoltano Pietro sono chiamati a ritrovarlo, a incontrarlo di nuovo, a riconoscerlo. Questo mi fa comprendere che non esiste una categoria esclusa: sia chi è vicino da sempre, sia chi arriva “all’ultima ora” è chiamato allo stesso incontro decisivo.<br /><br /> Una ricerca che accomuna tutti<br /><br /> Maria cerca Gesù nel pianto, con un amore ferito e fedele. I Giudei, invece, arrivano a cercarlo dopo essere stati “trafitti nel cuore” dalla parola di Pietro: «Che cosa dobbiamo fare?». Sono percorsi diversi, ma entrambi autentici.<br /><br /> Da una parte c’è una ricerca affettiva, personale, piena di amore; dall’altra una ricerca che nasce dalla conversione, dal riconoscimento del proprio errore. Ma entrambe conducono nella stessa direzione: verso l’incontro con il Risorto.<br /><br /> Questo mi fa pensare che non esiste un solo modo di arrivare a Cristo. C’è chi lo cerca da sempre e chi lo scopre dopo aver sbagliato. Ma ciò che conta è lasciarsi mettere in cammino.<br /><br /> Il protagonista è Dio Padre<br /><br /> Riflettendo su entrambe le letture, mi sembra sempre più chiaro che il vero protagonista è Dio Padre. È Lui che ha costituito Gesù come Signore e Cristo. È Lui che lo dona a tutti, senza esclusioni.<br /><br /> Le parole di Pietro lo sottolineano con forza: la promessa è “per voi, per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani”. Questa apertura universale mi colpisce: nessuno è fuori dalla chiamata, nessuno è troppo distante.<br /><br /> Allora capisco che Gesù non appartiene a un gruppo ristretto, ma è dato a tutti. Ognuno può riconoscerlo, accoglierlo, abbracciarlo come proprio Signore.<br /><br /> “Non mi trattenere”: un amore che si apre<br /><br /> Nel Vangelo, il dialogo tra Gesù e Maria raggiunge un momento decisivo quando lui le dice: «Non mi trattenere». Questo invito non è un rifiuto, ma un passaggio.<br /><br /> Gesù orienta Maria verso il Padre: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». In queste parole si compie qualcosa di straordinario: il Padre di Gesù diventa il Padre di tutti.<br /><br /> Qui vedo un altro grande “miracolo”: non solo l’incontro personale con il Risorto, ma la nascita di una fraternità nuova. Non siamo più individui isolati, ma fratelli, uniti dallo stesso Padre.<br /><br /> Una fraternità che supera ogni distanza<br /><br /> Se Gesù è il Signore di tutti, allora tutti possiamo riconoscerci come fratelli, anche se siamo lontani tra noi per storia, esperienza o condizione.<br /><br /> Maria e i Giudei rappresentano proprio questa distanza: l’intimità e l’estraneità, la fedeltà e l’errore. Eppure entrambi vengono raggiunti dallo stesso annuncio e dalla stessa possibilità di salvezza.<br /><br /> Questo mi sembra il cuore del messaggio pasquale di oggi: Dio ha donato Gesù a tutti, e in Lui possiamo ritrovarci uniti. La risurrezione non solo ci restituisce il Signore, ma ci consegna anche gli uni agli altri come fratelli.]]></itunes:summary><itunes:duration>154</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c0adaa3b20dace57078ac488048cfa89.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Una presa a tempo! - Lunedì di Pasqua a Galeazza</title><link>https://www.spreaker.com/episode/una-presa-a-tempo-lunedi-di-pasqua-a-galeazza--71128757</link><description><![CDATA[Il verbo “trattenere”: una chiave di lettura tra Atti e Vangelo<br /><br /> Ho notato la presenza significativa del verbo “trattenere”, “tenere”, “tenere in proprio potere” sia nel testo degli Atti degli Apostoli (2,24), sia nel Vangelo (Mt 28,9), quando le donne si avvicinano a Gesù risorto, gli abbracciano i piedi, li trattengono e lo adorano. A partire da questa osservazione, ho iniziato a riflettere su questa dinamica del “trattenere”, come una sorta di presa temporanea, che riguarda in modo particolare la morte.<br /><br /> Gesù, infatti, muore ed è realmente “trattenuto” dalla morte, ma questa non può trattenerlo per sempre. Il suo potere è limitato: Dio interviene, lo libera e lo fa risorgere. Questo verbo, quindi, diventa estremamente significativo per comprendere il mistero pasquale.<br /><br /> Il trattenere come immagine di paura, prigionia e schiavitù<br /><br /> Questo “trattenere” assume anche un valore simbolico più ampio, che si ritrova in vari paralleli legati alle esperienze di paura, prigionia e schiavitù. Mi sembra molto bello cogliere come la risurrezione si presenti proprio come una liberazione da un possesso negativo, da una forza che imprigiona e che pretende di trattenere.<br /><br /> La morte stessa rappresenta questo trattenere negativo: Gesù vi passa attraverso, ne sperimenta la realtà, ma non ne rimane prigioniero. La risurrezione è allora il segno che nessuna forma di prigionia può avere l’ultima parola.<br /><br /> Il trattenere delle donne: un gesto d’amore, ma non di possesso<br /><br /> Anche il gesto delle donne che incontrano il Risorto ha questa dimensione del “trattenere”, ma in modo diverso. Esse lo abbracciano, lo tengono, in un incontro bello, concreto, fisico, e lo adorano. Tuttavia, anche questo trattenere è “a tempo”: non è definitivo.<br /><br /> Infatti, subito dopo, sono chiamate ad andare, a mettersi in cammino. Questo gesto iniziale di contatto e di adorazione non può trasformarsi in possesso.<br /><br /> “Non mi trattenere”: il limite del possesso nel rapporto con il Risorto<br /><br /> Un ulteriore parallelo emerge nell’incontro tra Gesù e Maria Maddalena nel giardino: qui il verbo è diverso, ma il senso è simile. Gesù le dice: “Non mi trattenere, non mi toccare, va’ dai miei fratelli”.<br /><br /> Questo mette in luce una verità fondamentale: il rapporto con Gesù non può essere fondato sul possesso, sul volerlo trattenere per sé. Non si tratta di “tenere” Gesù, ma di entrare in una relazione con Lui che è autentica, viva, ma libera.<br /><br /> Il richiamo al Cantico dei Cantici: una presenza d’amore, libera e duratura<br /><br /> Alla luce di questa riflessione, il riferimento al Cantico dei Cantici, letto al mattino, acquista un significato profondo. La relazione con il Risorto è una relazione d’amore: intensa, personale, ma non possessiva.<br /><br /> Gesù risorto è presenza accanto a noi per sempre. Cammina con noi, possiamo ascoltarlo e lodarlo continuamente. Tuttavia, questa presenza non è mai una forma di prigionia, né per Lui né per noi.<br /><br /> La risurrezione: una relazione aperta e libera per sempre<br /><br /> Alla fine, comprendo come sia bello vedere la risurrezione proprio in questa prospettiva: non come un ritorno a una relazione chiusa o possessiva, ma come l’inizio di una relazione nuova, aperta, profonda e libera.<br /><br /> È una relazione che dura per sempre, ma che non imprigiona. Al contrario, libera: libera Gesù dalla morte, e libera anche noi da ogni forma di possesso, aprendoci a un amore vero, capace di vivere nella libertà reciproca.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71128757</guid><pubDate>Mon, 06 Apr 2026 08:55:08 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71128757/imported_1775465517880549_audio.mp3" length="3090390" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il verbo “trattenere”: una chiave di lettura tra Atti e Vangelo

Ho notato la presenza significativa del verbo “trattenere”, “tenere”, “tenere in proprio potere” sia nel testo degli Atti degli Apostoli (2,24), sia nel Vangelo (Mt 28,9), quando le...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il verbo “trattenere”: una chiave di lettura tra Atti e Vangelo<br /><br /> Ho notato la presenza significativa del verbo “trattenere”, “tenere”, “tenere in proprio potere” sia nel testo degli Atti degli Apostoli (2,24), sia nel Vangelo (Mt 28,9), quando le donne si avvicinano a Gesù risorto, gli abbracciano i piedi, li trattengono e lo adorano. A partire da questa osservazione, ho iniziato a riflettere su questa dinamica del “trattenere”, come una sorta di presa temporanea, che riguarda in modo particolare la morte.<br /><br /> Gesù, infatti, muore ed è realmente “trattenuto” dalla morte, ma questa non può trattenerlo per sempre. Il suo potere è limitato: Dio interviene, lo libera e lo fa risorgere. Questo verbo, quindi, diventa estremamente significativo per comprendere il mistero pasquale.<br /><br /> Il trattenere come immagine di paura, prigionia e schiavitù<br /><br /> Questo “trattenere” assume anche un valore simbolico più ampio, che si ritrova in vari paralleli legati alle esperienze di paura, prigionia e schiavitù. Mi sembra molto bello cogliere come la risurrezione si presenti proprio come una liberazione da un possesso negativo, da una forza che imprigiona e che pretende di trattenere.<br /><br /> La morte stessa rappresenta questo trattenere negativo: Gesù vi passa attraverso, ne sperimenta la realtà, ma non ne rimane prigioniero. La risurrezione è allora il segno che nessuna forma di prigionia può avere l’ultima parola.<br /><br /> Il trattenere delle donne: un gesto d’amore, ma non di possesso<br /><br /> Anche il gesto delle donne che incontrano il Risorto ha questa dimensione del “trattenere”, ma in modo diverso. Esse lo abbracciano, lo tengono, in un incontro bello, concreto, fisico, e lo adorano. Tuttavia, anche questo trattenere è “a tempo”: non è definitivo.<br /><br /> Infatti, subito dopo, sono chiamate ad andare, a mettersi in cammino. Questo gesto iniziale di contatto e di adorazione non può trasformarsi in possesso.<br /><br /> “Non mi trattenere”: il limite del possesso nel rapporto con il Risorto<br /><br /> Un ulteriore parallelo emerge nell’incontro tra Gesù e Maria Maddalena nel giardino: qui il verbo è diverso, ma il senso è simile. Gesù le dice: “Non mi trattenere, non mi toccare, va’ dai miei fratelli”.<br /><br /> Questo mette in luce una verità fondamentale: il rapporto con Gesù non può essere fondato sul possesso, sul volerlo trattenere per sé. Non si tratta di “tenere” Gesù, ma di entrare in una relazione con Lui che è autentica, viva, ma libera.<br /><br /> Il richiamo al Cantico dei Cantici: una presenza d’amore, libera e duratura<br /><br /> Alla luce di questa riflessione, il riferimento al Cantico dei Cantici, letto al mattino, acquista un significato profondo. La relazione con il Risorto è una relazione d’amore: intensa, personale, ma non possessiva.<br /><br /> Gesù risorto è presenza accanto a noi per sempre. Cammina con noi, possiamo ascoltarlo e lodarlo continuamente. Tuttavia, questa presenza non è mai una forma di prigionia, né per Lui né per noi.<br /><br /> La risurrezione: una relazione aperta e libera per sempre<br /><br /> Alla fine, comprendo come sia bello vedere la risurrezione proprio in questa prospettiva: non come un ritorno a una relazione chiusa o possessiva, ma come l’inizio di una relazione nuova, aperta, profonda e libera.<br /><br /> È una relazione che dura per sempre, ma che non imprigiona. 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In fondo, ci riconosciamo in lui: anche noi sappiamo ciò che è accaduto, sappiamo che Gesù è risorto, altrimenti non saremmo qui.<br /><br /> Eppure, comprendiamo che esiste una differenza decisiva tra il sapere e il credere. Non basta conoscere i fatti: siamo chiamati a fare un salto, quello della fede. La domanda allora nasce dentro di noi: come passiamo dal semplice sapere su Gesù al credere davvero nella sua risurrezione, fino a farne una certezza solida, una pietra fondamentale della nostra vita?<br /><br /> Il discepolo amato: una relazione che apre alla fede<br /><br /> Ci mettiamo nei panni del discepolo amato, colui che arriva per primo al sepolcro. Si china, osserva i teli, poi entra insieme a Pietro e, davanti a ciò che vede, crede. In lui scatta qualcosa.<br /><br /> Comprendiamo però che la sua fede non nasce dal nulla: è il frutto di una relazione profonda con Gesù. È colui che si appoggia sul petto del Maestro, che lo segue fino al cortile del sommo sacerdote, che resta sotto la croce quando tutti fuggono, che accoglie Maria come madre. La sua vita è intrecciata con quella di Gesù in modo unico.<br /><br /> Questa relazione intensa diventa la chiave per comprendere come arriva a credere: i segni che vede al sepolcro si illuminano grazie a tutto ciò che ha vissuto prima.<br /><br /> La corsa verso il sepolcro: un cammino condiviso<br /><br /> Riflettiamo sulla corsa verso il sepolcro: non è un gesto solitario. Il discepolo amato corre insieme a Pietro, rispondendo alla testimonianza delle donne. È una corsa fatta insieme, nella diversità: uno è più veloce, l’altro più lento, ma entrambi sono coinvolti.<br /><br /> Questa immagine ci parla profondamente: la fede non è solo un ragionamento personale, ma un cammino condiviso, una risposta a testimonianze ricevute. Anche per noi è così: credere nasce dentro una rete di relazioni, di annunci ascoltati, di esperienze vissute insieme.<br /><br /> I segni e la Scrittura: comprendere per credere<br /><br /> Davanti al sepolcro vuoto, il discepolo amato vede i teli e inizia a mettere insieme i segni. Ma non basta: l’evangelista sottolinea che ancora non avevano compreso la Scrittura, cioè che Gesù doveva risorgere dai morti.<br /><br /> Ci accorgiamo allora che il passaggio alla fede nasce dall’incontro tra segni concreti e Parola di Dio. La Scrittura, che già conoscevano, improvvisamente si illumina. Le parole di Gesù trovano compimento.<br /><br /> Anche per noi il cammino è simile: siamo chiamati a raccogliere i segni della nostra vita, le esperienze, le testimonianze, e a leggerle alla luce della Parola, per arrivare a una fede viva.<br /><br /> Percorsi diversi, un’unica fede<br /><br /> Non tutti arrivano alla fede nello stesso modo. Pietro ha un cammino diverso, Maria Maddalena un altro ancora: lei resta, piange, e incontrerà il Risorto in modo personale e unico.<br /><br /> Questo ci consola: non esiste un’unica strada. Ognuno di noi ha il proprio percorso, ma ci sono elementi comuni: il cammino condiviso, i segni concreti, la Parola ascoltata e ricordata.<br /><br /> Siamo allora invitati a riconoscere il nostro percorso, a rileggere la nostra storia per scoprire come siamo passati — o stiamo passando — dal sapere al credere.<br /><br /> La prima conseguenza: cercare le cose di lassù<br /><br /> Una volta che crediamo, nulla resta come prima. Accade in noi un vero “terremoto”. Anche se, come i discepoli, torniamo alle nostre case, qualcosa è cambiato profondamente.<br /><br /> Accogliamo l’invito di Paolo: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù”. La nostra vita cambia direzione: non è più centrata solo sulle realtà terrene, ma orientata verso il cielo, dove Cristo è.<br /><br /> Sappiamo quanto sia difficile: siamo continuamente attratti dalle preoccupazioni, dai problemi, dalle fatiche del mondo. Eppure siamo chiamati ad alzare lo sguardo, a gustare le realtà del cielo, perché la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio.<br /><br /> Imparare a vivere da risorti<br /><br /> Durante il tempo di Pasqua, ci sentiamo chiamati a esercitarci in questo sguardo nuovo. Ci chiediamo: cosa sono le “cose di lassù”?<br /><br /> Sono tutto ciò che alimenta la vita vera: l’amore, il perdono, il dono di sé, il servizio reciproco. Sono gesti concreti, come lavarci i piedi gli uni gli altri, che rendono visibile la vita del Risorto in noi.<br /><br /> La seconda conseguenza: diventare testimoni<br /><br /> La fede nella risurrezione non può restare chiusa dentro di noi. Pietro ce lo mostra chiaramente: si mette in cammino, va da Giaffa a Cesarea, entra nella casa di Cornelio, si lascia ospitare, condivide la vita.<br /><br /> Riconosciamo che anche lui ha dovuto attraversare un cammino di conversione, ma alla fine comprende una cosa fondamentale: Gesù si è manifestato a loro non come un privilegio da custodire, ma come una missione da vivere.<br /><br /> Riceviamo anche noi questo mandato: annunciare e testimoniare che Cristo è il Signore dei vivi e dei morti.<br /><br /> Una fede che si propaga<br /><br /> Il “terremoto” della risurrezione deve propagarsi. Non possiamo fermarci a celebrare o a scambiarci auguri: siamo inviati.<br /><br /> Testimoniamo con la parola, con la vita, con la vicinanza concreta. Come Pietro, siamo chiamati ad andare incontro agli altri, a entrare nelle loro case, a condividere, a costruire relazioni.<br /><br /> E proprio mentre camminiamo e annunciamo, sperimentiamo ancora la presenza del Risorto: come le donne che, lungo la strada, incontrano Gesù, lo toccano e lo adorano.<br /><br /> Alla scuola dei discepoli: vivere da risorti e annunciatori<br /><br /> Ci mettiamo allora alla scuola del discepolo amato e di Pietro. Impariamo da loro a credere, a cercare, a correre insieme, a leggere i segni, a vivere la Parola.<br /><br /> Da questa domenica scegliamo di diventare appassionati delle cose di lassù e coraggiosi annunciatori della risurrezione, lasciando che questa notizia trasformi continuamente la nostra vita e quella di chi incontriamo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71118293</guid><pubDate>Sun, 05 Apr 2026 16:06:11 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71118293/imported_1775405079994982_audio.mp3" length="13573224" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>“Voi sapete ciò che è accaduto”: tra sapere e credere

Partiamo dalle parole di Pietro quando incontra Cornelio: “Voi sapete ciò che è accaduto”. Ci rendiamo conto che questo pagano già conosce tutto: sa della vita di Gesù, del battesimo ricevuto, del...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[“Voi sapete ciò che è accaduto”: tra sapere e credere<br /><br /> Partiamo dalle parole di Pietro quando incontra Cornelio: “Voi sapete ciò che è accaduto”. Ci rendiamo conto che questo pagano già conosce tutto: sa della vita di Gesù, del battesimo ricevuto, del bene compiuto, della sua morte in croce. In fondo, ci riconosciamo in lui: anche noi sappiamo ciò che è accaduto, sappiamo che Gesù è risorto, altrimenti non saremmo qui.<br /><br /> Eppure, comprendiamo che esiste una differenza decisiva tra il sapere e il credere. Non basta conoscere i fatti: siamo chiamati a fare un salto, quello della fede. La domanda allora nasce dentro di noi: come passiamo dal semplice sapere su Gesù al credere davvero nella sua risurrezione, fino a farne una certezza solida, una pietra fondamentale della nostra vita?<br /><br /> Il discepolo amato: una relazione che apre alla fede<br /><br /> Ci mettiamo nei panni del discepolo amato, colui che arriva per primo al sepolcro. Si china, osserva i teli, poi entra insieme a Pietro e, davanti a ciò che vede, crede. In lui scatta qualcosa.<br /><br /> Comprendiamo però che la sua fede non nasce dal nulla: è il frutto di una relazione profonda con Gesù. È colui che si appoggia sul petto del Maestro, che lo segue fino al cortile del sommo sacerdote, che resta sotto la croce quando tutti fuggono, che accoglie Maria come madre. La sua vita è intrecciata con quella di Gesù in modo unico.<br /><br /> Questa relazione intensa diventa la chiave per comprendere come arriva a credere: i segni che vede al sepolcro si illuminano grazie a tutto ciò che ha vissuto prima.<br /><br /> La corsa verso il sepolcro: un cammino condiviso<br /><br /> Riflettiamo sulla corsa verso il sepolcro: non è un gesto solitario. Il discepolo amato corre insieme a Pietro, rispondendo alla testimonianza delle donne. È una corsa fatta insieme, nella diversità: uno è più veloce, l’altro più lento, ma entrambi sono coinvolti.<br /><br /> Questa immagine ci parla profondamente: la fede non è solo un ragionamento personale, ma un cammino condiviso, una risposta a testimonianze ricevute. Anche per noi è così: credere nasce dentro una rete di relazioni, di annunci ascoltati, di esperienze vissute insieme.<br /><br /> I segni e la Scrittura: comprendere per credere<br /><br /> Davanti al sepolcro vuoto, il discepolo amato vede i teli e inizia a mettere insieme i segni. Ma non basta: l’evangelista sottolinea che ancora non avevano compreso la Scrittura, cioè che Gesù doveva risorgere dai morti.<br /><br /> Ci accorgiamo allora che il passaggio alla fede nasce dall’incontro tra segni concreti e Parola di Dio. La Scrittura, che già conoscevano, improvvisamente si illumina. Le parole di Gesù trovano compimento.<br /><br /> Anche per noi il cammino è simile: siamo chiamati a raccogliere i segni della nostra vita, le esperienze, le testimonianze, e a leggerle alla luce della Parola, per arrivare a una fede viva.<br /><br /> Percorsi diversi, un’unica fede<br /><br /> Non tutti arrivano alla fede nello stesso modo. Pietro ha un cammino diverso, Maria Maddalena un altro ancora: lei resta, piange, e incontrerà il Risorto in modo personale e unico.<br /><br /> Questo ci consola: non esiste un’unica strada. Ognuno di noi ha il proprio percorso, ma ci sono elementi comuni: il cammino condiviso, i segni concreti, la Parola ascoltata e ricordata.<br /><br /> Siamo allora invitati a riconoscere il nostro percorso, a rileggere la nostra storia per scoprire come siamo passati — o stiamo passando — dal sapere al credere.<br /><br /> La prima conseguenza: cercare le cose di lassù<br /><br /> Una volta che crediamo, nulla resta come prima. Accade in noi un vero “terremoto”. Anche se, come i discepoli, torniamo alle nostre case, qualcosa è cambiato profondamente.<br /><br /> Accogliamo l’invito di Paolo: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù”. La nostra vita cambia direzione: non è più centrata solo sulle realtà terrene, ma orientata verso il...]]></itunes:summary><itunes:duration>849</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il terremoto della risurrezione - Omelia della Veglia Pasquale 2026 in BVI</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-terremoto-della-risurrezione-omelia-della-veglia-pasquale-2026-in-bvi--71111691</link><description><![CDATA[La notte illuminata dalla luce di Dio<br /><br /> Abbiamo iniziato la veglia nella notte, accendendo il cero pasquale che ha squarciato il buio. Davanti a questa luce abbiamo cantato, proclamando l’opera di Dio proprio nella notte: una notte che non è più solo oscurità, ma diventa piena di luce. Questa luce rappresentata dal cero è una luce che non deve mai spegnersi, come ci ricorda il precònio: deve rimanere accesa fino all’arrivo di Cristo.<br /><br /> Abbiamo contemplato questa attesa: Cristo, la stella del mattino, colui che Dio ha risuscitato dai morti, viene per prenderci con sé e per salvarci. La notte, allora, non è più solo un tempo di paura, ma diventa il tempo dell’incontro, il tempo in cui Dio opera e si manifesta.<br /><br /> Le donne e il mistero della notte<br /><br /> Nel Vangelo abbiamo ascoltato che le donne si recano al sepolcro. Non semplicemente “all’alba”, ma nel cuore della notte, quando iniziano a spuntare le prime stelle. È un dettaglio importante: proprio nella notte esse si mettono in cammino per vedere il sepolcro.<br /><br /> In questo gesto intuiamo che nel loro cuore c’era già qualcosa: un’attesa, un’intuizione, forse un presentimento. Non vanno solo per compiere un gesto dovuto, ma per avvicinarsi a un mistero che avevano già intravisto durante la loro sequela di Gesù.<br /><br /> Il terremoto della Risurrezione<br /><br /> Proprio mentre sono lì, avviene un grande terremoto. Ci siamo soffermati su questo dettaglio, perché è proprio del Vangelo di Matteo: lo stesso terremoto era già apparso al momento della morte di Gesù. Ora ritorna, come segno di un evento decisivo.<br /><br /> Questo terremoto accompagna la discesa dell’angelo, che rotola la pietra e si manifesta in una luce sconvolgente. Le guardie cadono come morte, travolte da ciò che accade. Anche le donne sono scosse, ma ricevono subito una parola di rassicurazione: “Non abbiate paura. So che cercate Gesù, il Crocifisso”.<br /><br /> Noi stessi ci riconosciamo in loro: cerchiamo il Crocifisso, colui che abbiamo seguito, amato, contemplato fino alla croce. Ma la notizia è sconvolgente: “Non è qui, è risorto, come aveva detto”. Il terremoto non serve a far uscire Gesù dalla tomba: Egli è già risorto. La tomba è vuota, ed è questo il segno.<br /><br /> I “terremoti” nella storia della salvezza<br /><br /> Abbiamo riconosciuto che questo terremoto non è un evento isolato. Tutta la storia della salvezza è attraversata da “terremoti”, cioè da interventi potenti di Dio che cambiano la storia. Lo abbiamo sentito nelle 8 letture della Veglia. <br /><br /> Nella creazione, quando Dio dice “sia la luce”, avviene il primo grande sconvolgimento: dal caos nasce la vita. Con Abramo, nel momento drammatico del sacrificio del figlio, Dio interviene e rinnova la promessa di una discendenza numerosa come le stelle: un terremoto di benedizione.<br /><br /> Nell’Esodo, il passaggio del Mar Rosso è un terremoto di salvezza: Dio libera il suo popolo dalla schiavitù, proteggendolo con la sua presenza. Nei profeti, questi sconvolgimenti continuano: Dio promette a Gerusalemme un amore eterno nonostante il peccato; dona la sua parola come pioggia che disseta; offre la sapienza al popolo ribelle.<br /><br /> Nel profeta Ezechiele vediamo un doppio terremoto: l’esilio, conseguenza del peccato, e poi il ritorno, accompagnato dal dono di un cuore nuovo e di uno spirito nuovo. Anche noi sentiamo quanto abbiamo bisogno di questo: il nostro cuore ha bisogno di essere rinnovato, trasformato dalla presenza di Dio.<br /><br /> Il battesimo e la vita nuova<br /><br /> Abbiamo riconosciuto che anche il battesimo è un terremoto nella nostra vita. Come dice la lettera ai Romani, siamo sepolti con Cristo nella morte, ma risorgiamo con Lui a una vita nuova. Non siamo più schiavi, ma liberi.<br /><br /> Questo passaggio non è solo simbolico: è reale, concreto. È una trasformazione profonda che ci rende capaci di vivere da risorti, già ora, dentro la nostra esistenza quotidiana.<br /><br /> L’incontro con il Risorto<br /><br /> Il culmine di tutto avviene quando le donne, dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo, si mettono in cammino per portarlo ai discepoli. Ed ecco un nuovo terremoto: Gesù stesso viene loro incontro.<br /><br /> Questo è un dono straordinario: non solo è risorto, ma si fa vedere, si lascia toccare, si lascia adorare. Le donne sperimentano una gioia immensa, inaspettata, profonda. È una gioia che anche noi desideriamo, perché in qualche modo abbiamo già fatto esperienza della presenza di Gesù nella nostra vita.<br /><br /> Ma l’incontro non è solo per loro: Gesù affida una missione. Devono andare ad annunciare ai fratelli che Egli li precede in Galilea: là lo vedranno.<br /><br /> Un annuncio che si propaga<br /><br /> Abbiamo compreso che questo “terremoto” non può rimanere chiuso nel cuore di pochi. Deve propagarsi, raggiungere ogni persona, ogni cuore, ogni esistenza.<br /><br /> Anche noi siamo qui perché questa notizia ci ha raggiunti. La luce della Risurrezione squarcia la notte della nostra vita, ravviva le nostre comunità e le nostre famiglie, ci rinnova nel corpo e nello spirito.<br /><br /> Si accende in noi il desiderio del Cielo e della vita eterna, proprio grazie all’incontro con Gesù risorto, che sconvolge e trasforma la nostra esistenza.<br /><br /> La festa dei “terremoti” di Dio<br /><br /> Viviamo allora questa Pasqua come una festa dello splendore eterno, ma anche come una festa dei “terremoti” di Dio: quegli interventi che cambiano la nostra vita, che ci scuotono, che ci rinnovano.<br /><br /> Desideriamo accoglierli fin da ora, lungo tutto il tempo pasquale, lasciandoci trasformare dalla potenza della Risurrezione, perché anche la nostra vita diventi segno di quella luce che nella notte non si spegne mai.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71111691</guid><pubDate>Sun, 05 Apr 2026 06:14:16 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71111691/imported_1775369529463724_audio.mp3" length="11240594" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La notte illuminata dalla luce di Dio

Abbiamo iniziato la veglia nella notte, accendendo il cero pasquale che ha squarciato il buio. Davanti a questa luce abbiamo cantato, proclamando l’opera di Dio proprio nella notte: una notte che non è più solo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La notte illuminata dalla luce di Dio<br /><br /> Abbiamo iniziato la veglia nella notte, accendendo il cero pasquale che ha squarciato il buio. Davanti a questa luce abbiamo cantato, proclamando l’opera di Dio proprio nella notte: una notte che non è più solo oscurità, ma diventa piena di luce. Questa luce rappresentata dal cero è una luce che non deve mai spegnersi, come ci ricorda il precònio: deve rimanere accesa fino all’arrivo di Cristo.<br /><br /> Abbiamo contemplato questa attesa: Cristo, la stella del mattino, colui che Dio ha risuscitato dai morti, viene per prenderci con sé e per salvarci. La notte, allora, non è più solo un tempo di paura, ma diventa il tempo dell’incontro, il tempo in cui Dio opera e si manifesta.<br /><br /> Le donne e il mistero della notte<br /><br /> Nel Vangelo abbiamo ascoltato che le donne si recano al sepolcro. Non semplicemente “all’alba”, ma nel cuore della notte, quando iniziano a spuntare le prime stelle. È un dettaglio importante: proprio nella notte esse si mettono in cammino per vedere il sepolcro.<br /><br /> In questo gesto intuiamo che nel loro cuore c’era già qualcosa: un’attesa, un’intuizione, forse un presentimento. Non vanno solo per compiere un gesto dovuto, ma per avvicinarsi a un mistero che avevano già intravisto durante la loro sequela di Gesù.<br /><br /> Il terremoto della Risurrezione<br /><br /> Proprio mentre sono lì, avviene un grande terremoto. Ci siamo soffermati su questo dettaglio, perché è proprio del Vangelo di Matteo: lo stesso terremoto era già apparso al momento della morte di Gesù. Ora ritorna, come segno di un evento decisivo.<br /><br /> Questo terremoto accompagna la discesa dell’angelo, che rotola la pietra e si manifesta in una luce sconvolgente. Le guardie cadono come morte, travolte da ciò che accade. Anche le donne sono scosse, ma ricevono subito una parola di rassicurazione: “Non abbiate paura. So che cercate Gesù, il Crocifisso”.<br /><br /> Noi stessi ci riconosciamo in loro: cerchiamo il Crocifisso, colui che abbiamo seguito, amato, contemplato fino alla croce. Ma la notizia è sconvolgente: “Non è qui, è risorto, come aveva detto”. Il terremoto non serve a far uscire Gesù dalla tomba: Egli è già risorto. La tomba è vuota, ed è questo il segno.<br /><br /> I “terremoti” nella storia della salvezza<br /><br /> Abbiamo riconosciuto che questo terremoto non è un evento isolato. Tutta la storia della salvezza è attraversata da “terremoti”, cioè da interventi potenti di Dio che cambiano la storia. Lo abbiamo sentito nelle 8 letture della Veglia. <br /><br /> Nella creazione, quando Dio dice “sia la luce”, avviene il primo grande sconvolgimento: dal caos nasce la vita. Con Abramo, nel momento drammatico del sacrificio del figlio, Dio interviene e rinnova la promessa di una discendenza numerosa come le stelle: un terremoto di benedizione.<br /><br /> Nell’Esodo, il passaggio del Mar Rosso è un terremoto di salvezza: Dio libera il suo popolo dalla schiavitù, proteggendolo con la sua presenza. Nei profeti, questi sconvolgimenti continuano: Dio promette a Gerusalemme un amore eterno nonostante il peccato; dona la sua parola come pioggia che disseta; offre la sapienza al popolo ribelle.<br /><br /> Nel profeta Ezechiele vediamo un doppio terremoto: l’esilio, conseguenza del peccato, e poi il ritorno, accompagnato dal dono di un cuore nuovo e di uno spirito nuovo. Anche noi sentiamo quanto abbiamo bisogno di questo: il nostro cuore ha bisogno di essere rinnovato, trasformato dalla presenza di Dio.<br /><br /> Il battesimo e la vita nuova<br /><br /> Abbiamo riconosciuto che anche il battesimo è un terremoto nella nostra vita. Come dice la lettera ai Romani, siamo sepolti con Cristo nella morte, ma risorgiamo con Lui a una vita nuova. Non siamo più schiavi, ma liberi.<br /><br /> Questo passaggio non è solo simbolico: è reale, concreto. È una trasformazione profonda che ci rende capaci di vivere da risorti, già ora, dentro la nostra esistenza...]]></itunes:summary><itunes:duration>703</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Una regalità fatta di dono e misericordia - Omelia Venerdi santo BVI</title><link>https://www.spreaker.com/episode/una-regalita-fatta-di-dono-e-misericordia-omelia-venerdi-santo-bvi--71088949</link><description><![CDATA[Il culmine della vita di Gesù<br /><br /> Mi soffermo in modo particolare sulla morte di Gesù, che riconosciamo come il momento culminante della sua passione e, in fondo, di tutta la sua vita. Nel lungo racconto del Vangelo di Giovanni cogliamo una ricchezza straordinaria di dettagli e di personaggi, ma tutto converge proprio lì: nella morte come compimento, come dono supremo.<br /><br /> Avvertiamo chiaramente che c’è un “prima”, fatto di gesti e parole, ma anche di un modo unico con cui Gesù affronta le ultime ore: con una forza regale. È lui a dominare la scena, è lui il protagonista consapevole. Fin dall’arresto nell’orto, quando alla domanda “chi cercate?” i soldati indietreggiano e cadono, percepiamo questa autorità misteriosa. È una regalità diversa, nascosta, che richiama anche la figura del servo descritta dal profeta Isaia: glorioso e innalzato, ma privo di apparenza e bellezza secondo i criteri umani.<br /><br /> La spoliazione e la regalità della croce<br /><br /> Contempliamo Gesù sulla croce, completamente spogliato. Non gli resta nulla: anche le sue vesti vengono divise e tirate a sorte. È una nudità totale, che manifesta un dono senza riserve. Eppure, proprio lì, appare la sua identità: quella scritta posta sopra di lui, “il re dei giudei”, che diventa paradossalmente la proclamazione della sua vera regalità.<br /><br /> In questo contesto così drammatico, ci colpisce profondamente il gesto di Gesù verso sua madre e il discepolo amato. Li affida l’uno all’altra: “ecco tuo figlio… ecco tua madre”. Vediamo in questo gesto una delicatezza immensa. Anche nel momento della morte, Gesù si prende cura, colma il vuoto che sta per lasciare, crea una nuova relazione fondata sull’accoglienza reciproca e sull’amore. È come se rendesse concreto l’invito di ieri a lavarci i piedi, a servirci e amarci gli uni gli altri.<br /><br /> La sete e il compimento<br /><br /> Quando Gesù dice “ho sete”, sentiamo che non è solo una necessità fisica. Questa sete richiama tutto il cammino fatto: l’incontro con la samaritana, il desiderio di entrare in relazione con ogni uomo, il suo porsi accanto a ciascuno. È la sete della nostra vita, della nostra presenza.<br /><br /> Poi, con solennità, pronuncia: “tutto è compiuto”. In queste parole riconosciamo la pienezza, il compimento del disegno di Dio. E nel momento in cui china il capo e consegna lo spirito, non vediamo solo la morte, ma un atto di dono: Gesù offre lo spirito, lo consegna, lo effonde come un soffio di vita.<br /><br /> Il dono totale: sangue e acqua<br /><br /> Anche dopo la morte, il gesto del soldato che trafigge il costato di Gesù rivela qualcosa di straordinario: ne escono sangue e acqua. Per noi è il segno di un dono sovrabbondante, di una grazia che continua a sgorgare. È come una sorgente che non si esaurisce, un dono per tutti coloro che si trovano ai piedi della croce.<br /><br /> L’evangelista sottolinea con forza che chi ha visto ne dà testimonianza, e che questa testimonianza è vera. Questo ci coinvolge direttamente: siamo chiamati anche noi a credere che ciò che sgorga dalla morte di Gesù è un dono reale, destinato anche a ciascuno di noi.<br /><br /> Guardare a colui che abbiamo trafitto<br /><br /> Siamo invitati a volgere lo sguardo a colui che è stato trafitto. Non sempre comprendiamo fino in fondo il legame tra quella morte e il nostro peccato, ma la parola del profeta Isaia ci aiuta: Gesù si è caricato delle nostre sofferenze, ha preso su di sé i nostri dolori.<br /><br /> Sentiamo allora che possiamo deporre in lui tutto ciò che ci pesa: le nostre fatiche, le nostre ferite, il nostro peccato. La lettera agli Ebrei ci ricorda che proprio attraverso questa morte Gesù diventa causa di salvezza eterna per chi gli obbedisce. In quella croce nasce qualcosa di nuovo: la nostra salvezza.<br /><br /> Accostarsi al trono della grazia<br /><br /> Ci chiediamo cosa siamo chiamati a fare davanti a questo mistero. Non solo guardare, ma accostarci. La liturgia ci invita a compiere un gesto concreto: avvicinarci alla croce, a questo segno così prezioso che custodisce anche una reliquia del legno della croce.<br /><br /> Avvicinarci significa entrare in relazione, riconoscere che quella croce è un trono di grazia. Non ci accostiamo solo per contemplare, ma per ricevere: misericordia e grazia. Siamo chiamati a farlo con fiducia, lasciandoci raggiungere da questo dono.<br /><br /> Il dono supremo e la gratitudine<br /><br /> Comprendiamo allora che il momento della morte di Gesù è il momento del massimo dono. Proprio mentre muore, egli dà tutto: il suo spirito, la sua vita, il suo amore. È il suo atto più grande di offerta.<br /><br /> Davanti a questo mistero ci sentiamo piccoli, ma anche profondamente amati. Come la madre e il discepolo amato, anche noi siamo accolti in questa relazione. Possiamo lasciarci avvolgere dalla sua grazia, dal suo perdono, dalla sua vita. E nella contemplazione della sua morte, scopriamo la profondità del suo amore per ciascuno di noi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71088949</guid><pubDate>Fri, 03 Apr 2026 21:43:25 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71088949/imported_1775252360300412_audio.mp3" length="11168287" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il culmine della vita di Gesù

Mi soffermo in modo particolare sulla morte di Gesù, che riconosciamo come il momento culminante della sua passione e, in fondo, di tutta la sua vita. Nel lungo racconto del Vangelo di Giovanni cogliamo una ricchezza...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il culmine della vita di Gesù<br /><br /> Mi soffermo in modo particolare sulla morte di Gesù, che riconosciamo come il momento culminante della sua passione e, in fondo, di tutta la sua vita. Nel lungo racconto del Vangelo di Giovanni cogliamo una ricchezza straordinaria di dettagli e di personaggi, ma tutto converge proprio lì: nella morte come compimento, come dono supremo.<br /><br /> Avvertiamo chiaramente che c’è un “prima”, fatto di gesti e parole, ma anche di un modo unico con cui Gesù affronta le ultime ore: con una forza regale. È lui a dominare la scena, è lui il protagonista consapevole. Fin dall’arresto nell’orto, quando alla domanda “chi cercate?” i soldati indietreggiano e cadono, percepiamo questa autorità misteriosa. È una regalità diversa, nascosta, che richiama anche la figura del servo descritta dal profeta Isaia: glorioso e innalzato, ma privo di apparenza e bellezza secondo i criteri umani.<br /><br /> La spoliazione e la regalità della croce<br /><br /> Contempliamo Gesù sulla croce, completamente spogliato. Non gli resta nulla: anche le sue vesti vengono divise e tirate a sorte. È una nudità totale, che manifesta un dono senza riserve. Eppure, proprio lì, appare la sua identità: quella scritta posta sopra di lui, “il re dei giudei”, che diventa paradossalmente la proclamazione della sua vera regalità.<br /><br /> In questo contesto così drammatico, ci colpisce profondamente il gesto di Gesù verso sua madre e il discepolo amato. Li affida l’uno all’altra: “ecco tuo figlio… ecco tua madre”. Vediamo in questo gesto una delicatezza immensa. Anche nel momento della morte, Gesù si prende cura, colma il vuoto che sta per lasciare, crea una nuova relazione fondata sull’accoglienza reciproca e sull’amore. È come se rendesse concreto l’invito di ieri a lavarci i piedi, a servirci e amarci gli uni gli altri.<br /><br /> La sete e il compimento<br /><br /> Quando Gesù dice “ho sete”, sentiamo che non è solo una necessità fisica. Questa sete richiama tutto il cammino fatto: l’incontro con la samaritana, il desiderio di entrare in relazione con ogni uomo, il suo porsi accanto a ciascuno. È la sete della nostra vita, della nostra presenza.<br /><br /> Poi, con solennità, pronuncia: “tutto è compiuto”. In queste parole riconosciamo la pienezza, il compimento del disegno di Dio. E nel momento in cui china il capo e consegna lo spirito, non vediamo solo la morte, ma un atto di dono: Gesù offre lo spirito, lo consegna, lo effonde come un soffio di vita.<br /><br /> Il dono totale: sangue e acqua<br /><br /> Anche dopo la morte, il gesto del soldato che trafigge il costato di Gesù rivela qualcosa di straordinario: ne escono sangue e acqua. Per noi è il segno di un dono sovrabbondante, di una grazia che continua a sgorgare. È come una sorgente che non si esaurisce, un dono per tutti coloro che si trovano ai piedi della croce.<br /><br /> L’evangelista sottolinea con forza che chi ha visto ne dà testimonianza, e che questa testimonianza è vera. Questo ci coinvolge direttamente: siamo chiamati anche noi a credere che ciò che sgorga dalla morte di Gesù è un dono reale, destinato anche a ciascuno di noi.<br /><br /> Guardare a colui che abbiamo trafitto<br /><br /> Siamo invitati a volgere lo sguardo a colui che è stato trafitto. Non sempre comprendiamo fino in fondo il legame tra quella morte e il nostro peccato, ma la parola del profeta Isaia ci aiuta: Gesù si è caricato delle nostre sofferenze, ha preso su di sé i nostri dolori.<br /><br /> Sentiamo allora che possiamo deporre in lui tutto ciò che ci pesa: le nostre fatiche, le nostre ferite, il nostro peccato. La lettera agli Ebrei ci ricorda che proprio attraverso questa morte Gesù diventa causa di salvezza eterna per chi gli obbedisce. In quella croce nasce qualcosa di nuovo: la nostra salvezza.<br /><br /> Accostarsi al trono della grazia<br /><br /> Ci chiediamo cosa siamo chiamati a fare davanti a questo mistero. Non solo guardare, ma accostarci. 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Ripensando agli anni passati, mi accorgo che non è una novità: abbiamo attraversato il tempo del Covid, la guerra in Ucraina, il 7 ottobre, il genocidio a Gaza, e ora nuovi conflitti come quello in Iran. A tutto questo si aggiungono le fatiche delle nostre famiglie e delle nostre vite personali.<br /><br /> Eppure, proprio dentro questo contesto, mi accorgo che le Scritture di oggi parlano esattamente di questa realtà: non la ignorano, ma la attraversano e la illuminano.<br /><br /> Un popolo oppresso, una comunità divisa, un cuore ferito<br /><br /> Rileggendo il libro dell’Esodo, vedo un popolo schiavo, oppresso, senza alcuna possibilità di liberazione con le proprie forze. Il nemico è troppo potente, e la situazione sembra senza via d’uscita.<br /><br /> Anche la comunità di Corinto, a cui Paolo scrive, vive una situazione difficile: divisioni, incomprensioni, incapacità persino di condividere la cena del Signore. Non c’è unità, ma frammentazione.<br /><br /> E nel Vangelo, Gesù si trova in un momento drammatico: è alla fine della sua vita, tradito, con il male già all’opera nel cuore di Giuda. Questo è il clima: tensione, fragilità, oscurità. Un clima che riconosco anche nei nostri cuori.<br /><br /> La lavanda dei piedi: un gesto sorprendente<br /><br /> Dentro questa situazione, Gesù compie un gesto che mi sorprende ogni volta: la lavanda dei piedi. È come un colpo di scena, una genialità che spiazza i discepoli.<br /><br /> Gesù vuole dimostrare quanto li ama, e sceglie di farlo in modo concreto e inatteso. Si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugamano, un catino e si mette a lavare i piedi ai suoi discepoli. Si fa servo, si china, li tocca, li purifica, li prepara.<br /><br /> Questo gesto rivela un amore fino alla fine, un amore che non si limita alle parole ma si traduce in azione. Gesù si abbassa fino a diventare il più piccolo, il più umile.<br /><br /> La resistenza di Pietro e l’urgenza di accogliere<br /><br /> Di fronte a questo gesto, Pietro reagisce: non riesce ad accettarlo. È troppo forte, troppo sconvolgente. Ma Gesù è deciso: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”.<br /><br /> Questa risposta mi colpisce per la sua radicalità. È come se Gesù dicesse che questo amore va accolto, non si può rifiutare. Pietro allora si arrende e si apre completamente.<br /><br /> In questo dialogo vedo quanto sia difficile, ma necessario, lasciarsi amare da Gesù.<br /><br /> Piccoli segni, un dono immenso<br /><br /> Mi colpisce come Gesù scelga un gesto così semplice e quotidiano per esprimere un amore così grande. Lavare i piedi era una cosa normale, ordinaria, come per noi oggi togliersi le scarpe entrando in casa.<br /><br /> E lo stesso accade nelle altre letture. Nell’Esodo, il segno della salvezza è un agnello mangiato in famiglia, con il sangue sugli stipiti delle porte: un gesto semplice, domestico. Anche l’Eucaristia nasce da segni piccoli: pane e vino, che diventano il corpo e il sangue di Cristo.<br /><br /> Dio sceglie ciò che è piccolo, quotidiano, quasi banale, per comunicare un dono immenso e decisivo: la salvezza.<br /><br /> Dalla lavanda dei piedi al dono della vita<br /><br /> La lavanda dei piedi non è solo un gesto di servizio: è il segno di qualcosa di ancora più grande. Gesù, chinandosi davanti ai discepoli, mostra che è pronto a dare la sua vita per loro.<br /><br /> È un gesto “disarmato”, ma potentissimo: rivela un amore totale, fino alla morte. Lui, il Maestro e il Signore, si abbassa per far comprendere la profondità del suo amore.<br /><br /> “Fate anche voi così”: uno stile da imitare<br /><br /> Alla fine, Gesù compie quello che considero il suo ultimo grande colpo di genio: restituisce tutto a noi. “Vi ho dato l’esempio… anche voi fate così”.<br /><br /> Non si tratta solo di ammirare il gesto, ma di imitarlo. Gesù ci invita a trovare modi concreti, creativi, per esprimere l’amore. Non gesti straordinari, ma piccoli segni: un’attenzione, un regalo, un gesto semplice che dica “ti voglio bene”.<br /><br /> Questo stile è alla portata di tutti. Dare la vita può sembrare impossibile, ma compiere piccoli gesti d’amore è qualcosa che ciascuno può fare.<br /><br /> L’amore possibile anche nelle situazioni difficili<br /><br /> So bene che nelle nostre famiglie esistono situazioni difficili, ferite profonde, relazioni bloccate. A volte sembra impossibile ricominciare.<br /><br /> Eppure, proprio lì, sono chiamato a credere che un piccolo gesto può riaprire la strada. Un segno semplice può dire che è ancora possibile volersi bene, ripartire dall’essenziale.<br /><br /> L’amore, anche quando è piccolo, porta salvezza.<br /><br /> Un compito per tutti: diventare imitatori di Cristo<br /><br /> Questo invito riguarda tutti: sacerdoti, genitori, nonni, bambini. Nessuno è escluso. Ognuno è chiamato a trovare un modo “geniale”, alla maniera di Gesù, per rendere visibile l’amore.<br /><br /> Forse significa chinarsi, farsi piccoli, servire. Ma proprio lì si trova la gioia: nel sentirsi imitatori del Maestro e Signore, nel vivere uno stile che rende bella la vita e le relazioni.<br /><br /> E questo è il dono più grande che porto con me da questa celebrazione.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71069094</guid><pubDate>Thu, 02 Apr 2026 19:49:13 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71069094/imported_1775159125637855_audio.mp3" length="11758027" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Un tempo drammatico e una Parola che lo illumina

Anche quest’anno ci ritroviamo a vivere il triduo pasquale dentro un tempo profondamente drammatico. La logica della guerra, della violenza e delle armi sembra dominare tutto, generando angoscia....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Un tempo drammatico e una Parola che lo illumina<br /><br /> Anche quest’anno ci ritroviamo a vivere il triduo pasquale dentro un tempo profondamente drammatico. La logica della guerra, della violenza e delle armi sembra dominare tutto, generando angoscia. Ripensando agli anni passati, mi accorgo che non è una novità: abbiamo attraversato il tempo del Covid, la guerra in Ucraina, il 7 ottobre, il genocidio a Gaza, e ora nuovi conflitti come quello in Iran. A tutto questo si aggiungono le fatiche delle nostre famiglie e delle nostre vite personali.<br /><br /> Eppure, proprio dentro questo contesto, mi accorgo che le Scritture di oggi parlano esattamente di questa realtà: non la ignorano, ma la attraversano e la illuminano.<br /><br /> Un popolo oppresso, una comunità divisa, un cuore ferito<br /><br /> Rileggendo il libro dell’Esodo, vedo un popolo schiavo, oppresso, senza alcuna possibilità di liberazione con le proprie forze. Il nemico è troppo potente, e la situazione sembra senza via d’uscita.<br /><br /> Anche la comunità di Corinto, a cui Paolo scrive, vive una situazione difficile: divisioni, incomprensioni, incapacità persino di condividere la cena del Signore. Non c’è unità, ma frammentazione.<br /><br /> E nel Vangelo, Gesù si trova in un momento drammatico: è alla fine della sua vita, tradito, con il male già all’opera nel cuore di Giuda. Questo è il clima: tensione, fragilità, oscurità. Un clima che riconosco anche nei nostri cuori.<br /><br /> La lavanda dei piedi: un gesto sorprendente<br /><br /> Dentro questa situazione, Gesù compie un gesto che mi sorprende ogni volta: la lavanda dei piedi. È come un colpo di scena, una genialità che spiazza i discepoli.<br /><br /> Gesù vuole dimostrare quanto li ama, e sceglie di farlo in modo concreto e inatteso. Si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugamano, un catino e si mette a lavare i piedi ai suoi discepoli. Si fa servo, si china, li tocca, li purifica, li prepara.<br /><br /> Questo gesto rivela un amore fino alla fine, un amore che non si limita alle parole ma si traduce in azione. Gesù si abbassa fino a diventare il più piccolo, il più umile.<br /><br /> La resistenza di Pietro e l’urgenza di accogliere<br /><br /> Di fronte a questo gesto, Pietro reagisce: non riesce ad accettarlo. È troppo forte, troppo sconvolgente. Ma Gesù è deciso: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”.<br /><br /> Questa risposta mi colpisce per la sua radicalità. È come se Gesù dicesse che questo amore va accolto, non si può rifiutare. Pietro allora si arrende e si apre completamente.<br /><br /> In questo dialogo vedo quanto sia difficile, ma necessario, lasciarsi amare da Gesù.<br /><br /> Piccoli segni, un dono immenso<br /><br /> Mi colpisce come Gesù scelga un gesto così semplice e quotidiano per esprimere un amore così grande. Lavare i piedi era una cosa normale, ordinaria, come per noi oggi togliersi le scarpe entrando in casa.<br /><br /> E lo stesso accade nelle altre letture. Nell’Esodo, il segno della salvezza è un agnello mangiato in famiglia, con il sangue sugli stipiti delle porte: un gesto semplice, domestico. Anche l’Eucaristia nasce da segni piccoli: pane e vino, che diventano il corpo e il sangue di Cristo.<br /><br /> Dio sceglie ciò che è piccolo, quotidiano, quasi banale, per comunicare un dono immenso e decisivo: la salvezza.<br /><br /> Dalla lavanda dei piedi al dono della vita<br /><br /> La lavanda dei piedi non è solo un gesto di servizio: è il segno di qualcosa di ancora più grande. Gesù, chinandosi davanti ai discepoli, mostra che è pronto a dare la sua vita per loro.<br /><br /> È un gesto “disarmato”, ma potentissimo: rivela un amore totale, fino alla morte. Lui, il Maestro e il Signore, si abbassa per far comprendere la profondità del suo amore.<br /><br /> “Fate anche voi così”: uno stile da imitare<br /><br /> Alla fine, Gesù compie quello che considero il suo ultimo grande colpo di genio: restituisce tutto a noi. “Vi ho dato l’esempio…...]]></itunes:summary><itunes:duration>735</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/054e5c7d2ce0bce6cfd8a86dbd3f5e72.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Davanti a un re mite, umile... umiliato - Omelia della domenica delle Palme 2026 a S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/davanti-a-un-re-mite-umile-umiliato-omelia-della-domenica-delle-palme-2026-a-s-andrea--70974022</link><description><![CDATA[Ieri sera mi trovavo a Veggio con i ragazzi di seconda e terza media e, insieme a loro, abbiamo letto il racconto della passione. Prima di iniziare ho suggerito a ciascuno di scegliere un personaggio o una situazione che lo colpisse particolarmente. Alla fine, il ragazzo che aveva dato voce a Gesù durante la lettura, ha condiviso ciò che lo aveva toccato di più: il fatto che Gesù non risponde, non si ribella, resta in silenzio. Questa osservazione mi ha profondamente colpito e l’ho custodita come chiave di lettura per tutto ciò che abbiamo ascoltato. Gesù si rivela mite.<br /><br /> Il re mite e umile<br /><br /> Questa mitezza emerge già nel Vangelo dell’ingresso a Gerusalemme. Gesù è riconosciuto come re, ma è un re completamente diverso da quelli a cui siamo abituati. Entra in città seduto su un asino, per di più preso in prestito. Non ha cavalli maestosi né segni esteriori di potere. Anche le vesti non sono sue: è la gente a offrirgliele, stendendole lungo il cammino. È un re umile, che ha bisogno degli altri, che si presenta nella semplicità.<br /><br /> Anche la colletta iniziale della liturgia mi ha guidato molto. Dice: "Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore,<br /> fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa’ che abbiamo sempre presente<br /> il grande insegnamento della sua passione,<br /> per partecipare alla gloria della risurrezione". Ci ricorda che Cristo è stato dato come modello agli uomini, lui che si è fatto uomo e si è umiliato fino alla morte. È la passione, letta per intero, diventa così un grande insegnamento da tenere sempre davanti agli occhi. Non si tratta di un insegnamento fatto di parole o discorsi, ma di gesti concreti, di atteggiamenti, di situazioni vissute. In tutto questo, Gesù si mostra come modello di umiltà.<br /><br /> La mitezza lungo tutta la Passione<br /><br /> Ripercorrendo la passione, vedo chiaramente come Gesù sia mite e umile, anzi profondamente umiliato. Durante l’ultima cena è mite davanti al traditore: Giuda è tra i discepoli e Gesù non lo smaschera con durezza. È mite anche quando annuncia che tutti si scandalizzeranno e quando predice a Pietro il suo rinnegamento, senza rimproverarlo.<br /><br /> Nel Getsemani lo vedo ancora mite: nella preghiera accetta la volontà del Padre, dicendo “non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. Quando arriva il momento dell’arresto, si rivolge a Giuda chiamandolo “amico” e invita chi vorrebbe difenderlo con la spada a fermarsi. Alla folla fa notare con calma l’assurdità della situazione: è stato sempre in mezzo a loro a insegnare, eppure ora lo trattano come un ladro.<br /><br /> Davanti al sommo sacerdote risponde con semplicità: “tu lo dici”. Anche quando viene insultato, percosso, deriso, rimane in silenzio. Durante la flagellazione e la crocifissione, spogliato di tutto, continua a non ribellarsi. Viene provocato: “salva te stesso”, ma lui resta sulla croce.<br /><br /> Il grido finale e il riconoscimento<br /><br /> Anche il suo ultimo grido, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, mi appare come il grido di una persona umile: non una protesta, ma una preghiera, una domanda rivolta a Dio. Proprio il modo in cui muore colpisce chi gli sta attorno: il centurione riconosce in lui il Figlio di Dio. È la sua mitezza, il suo modo di accogliere la morte, a rivelare la sua vera identità.<br /><br /> Un insegnamento per tutti<br /><br /> Mi rendo conto che chiunque si avvicini a Gesù in questo racconto – discepoli, nemici, guardie, sacerdoti – e anche noi oggi, scopre questa sua caratteristica fondamentale: è mite, semplice, silenzioso, ma allo stesso tempo forte e saldo.<br /><br /> Questo atteggiamento era già stato annunciato dal profeta Isaia, che parla di uno che non oppone resistenza, che offre il dorso ai flagellatori. E viene ripreso da Paolo nella lettera ai Filippesi, dove si dice che Cristo, pur essendo nella condizione di Dio, ha svuotato se stesso, assumendo la condizione di servo. Già nel farsi uomo, nel nascere a Betlemme e vivere a Nazaret, si manifesta questa umiliazione. E poi si compie pienamente nell’obbedienza fino alla morte, e alla morte di croce.<br /><br /> Entrare negli stessi sentimenti di Cristo<br /><br /> Davanti a tutto questo mi chiedo cosa possiamo fare noi. <br /><br /> Paolo ci invita ad avere gli stessi sentimenti di Cristo. Siamo chiamati a entrare anche noi in questo stile di vita fatto di piccolezza, semplicità, umiltà.<br /><br /> Alla fine dell'inno di Filippesi 2, Paolo dice che nel nome di Gesù ogni ginocchio si piega, nei cieli, sulla terra e sotto terra. Di fronte a un tale insegnamento, sento che anche noi siamo chiamati a piegare le ginocchia, con riconoscenza, timore e commozione, qualunque sia la nostra condizione. Ogni lingua è chiamata a proclamare che Gesù Cristo è il Signore.<br /><br /> Il mistero della Pasqua davanti a noi<br /><br /> Riconosco così che questo re, tanto semplice e umile, è il mio Signore e il mio Salvatore. Dona la sua vita perché noi possiamo avere la vita eterna. Questo è il cuore del mistero della Pasqua e della Settimana Santa.<br /><br /> In qualche modo, in questa Domenica abbiamo già visto tutto, abbiamo già attraversato tutto il mistero. Rimane ancora da scoprire pienamente la risurrezione, che celebreremo. Intanto, in questa liturgia, mi metto alla scuola di questo re umile e umiliato e provo anch’io a vivere i suoi stessi sentimenti, imparando a piegare le ginocchia e ad accogliere il suo insegnamento nella mia vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70974022</guid><pubDate>Sun, 29 Mar 2026 13:21:30 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70974022/imported_1774790020904589_audio.mp3" length="10258808" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Ieri sera mi trovavo a Veggio con i ragazzi di seconda e terza media e, insieme a loro, abbiamo letto il racconto della passione. Prima di iniziare ho suggerito a ciascuno di scegliere un personaggio o una situazione che lo colpisse particolarmente....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ieri sera mi trovavo a Veggio con i ragazzi di seconda e terza media e, insieme a loro, abbiamo letto il racconto della passione. Prima di iniziare ho suggerito a ciascuno di scegliere un personaggio o una situazione che lo colpisse particolarmente. Alla fine, il ragazzo che aveva dato voce a Gesù durante la lettura, ha condiviso ciò che lo aveva toccato di più: il fatto che Gesù non risponde, non si ribella, resta in silenzio. Questa osservazione mi ha profondamente colpito e l’ho custodita come chiave di lettura per tutto ciò che abbiamo ascoltato. Gesù si rivela mite.<br /><br /> Il re mite e umile<br /><br /> Questa mitezza emerge già nel Vangelo dell’ingresso a Gerusalemme. Gesù è riconosciuto come re, ma è un re completamente diverso da quelli a cui siamo abituati. Entra in città seduto su un asino, per di più preso in prestito. Non ha cavalli maestosi né segni esteriori di potere. Anche le vesti non sono sue: è la gente a offrirgliele, stendendole lungo il cammino. È un re umile, che ha bisogno degli altri, che si presenta nella semplicità.<br /><br /> Anche la colletta iniziale della liturgia mi ha guidato molto. Dice: "Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore,<br /> fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa’ che abbiamo sempre presente<br /> il grande insegnamento della sua passione,<br /> per partecipare alla gloria della risurrezione". Ci ricorda che Cristo è stato dato come modello agli uomini, lui che si è fatto uomo e si è umiliato fino alla morte. È la passione, letta per intero, diventa così un grande insegnamento da tenere sempre davanti agli occhi. Non si tratta di un insegnamento fatto di parole o discorsi, ma di gesti concreti, di atteggiamenti, di situazioni vissute. In tutto questo, Gesù si mostra come modello di umiltà.<br /><br /> La mitezza lungo tutta la Passione<br /><br /> Ripercorrendo la passione, vedo chiaramente come Gesù sia mite e umile, anzi profondamente umiliato. Durante l’ultima cena è mite davanti al traditore: Giuda è tra i discepoli e Gesù non lo smaschera con durezza. È mite anche quando annuncia che tutti si scandalizzeranno e quando predice a Pietro il suo rinnegamento, senza rimproverarlo.<br /><br /> Nel Getsemani lo vedo ancora mite: nella preghiera accetta la volontà del Padre, dicendo “non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. Quando arriva il momento dell’arresto, si rivolge a Giuda chiamandolo “amico” e invita chi vorrebbe difenderlo con la spada a fermarsi. Alla folla fa notare con calma l’assurdità della situazione: è stato sempre in mezzo a loro a insegnare, eppure ora lo trattano come un ladro.<br /><br /> Davanti al sommo sacerdote risponde con semplicità: “tu lo dici”. Anche quando viene insultato, percosso, deriso, rimane in silenzio. Durante la flagellazione e la crocifissione, spogliato di tutto, continua a non ribellarsi. Viene provocato: “salva te stesso”, ma lui resta sulla croce.<br /><br /> Il grido finale e il riconoscimento<br /><br /> Anche il suo ultimo grido, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, mi appare come il grido di una persona umile: non una protesta, ma una preghiera, una domanda rivolta a Dio. Proprio il modo in cui muore colpisce chi gli sta attorno: il centurione riconosce in lui il Figlio di Dio. È la sua mitezza, il suo modo di accogliere la morte, a rivelare la sua vera identità.<br /><br /> Un insegnamento per tutti<br /><br /> Mi rendo conto che chiunque si avvicini a Gesù in questo racconto – discepoli, nemici, guardie, sacerdoti – e anche noi oggi, scopre questa sua caratteristica fondamentale: è mite, semplice, silenzioso, ma allo stesso tempo forte e saldo.<br /><br /> Questo atteggiamento era già stato annunciato dal profeta Isaia, che parla di uno che non oppone resistenza, che offre il dorso ai flagellatori. E viene ripreso da Paolo nella lettera ai Filippesi, dove si dice che Cristo, pur essendo nella condizione di Dio, ha svuotato se stesso,...]]></itunes:summary><itunes:duration>642</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Piccolo segno, impatto infinito - Omelia dell'Annunciazione omelia 2026</title><link>https://www.spreaker.com/episode/piccolo-segno-impatto-infinito-omelia-dell-annunciazione-omelia-2026--70878076</link><description><![CDATA[Il profeta Isaia presenta un segno straordinario proprio nel momento in cui il popolo, e in particolare Acaz, non vuole chiedere nulla a Dio. È allora che Dio interviene con una sorta di “forzatura”: annuncia che la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che sarà chiamato Emmanuele.<br /><br /> Questo segno mi colpisce profondamente, perché anticipa ciò che accadrà a Maria. Vedo in questo gesto di Dio una decisione libera e potente: Egli vuole farsi carne, vuole entrare nella nostra storia. Come dice la Lettera agli Ebrei, è una scelta, un atto di volontà divina. Non è qualcosa di casuale, ma un progetto preciso e unico.<br /><br /> Un evento unico e nascosto nella storia<br /><br /> Mi soffermo sul fatto che questo evento è assolutamente unico. Dio aveva già visitato il suo popolo, lo aveva guidato, aveva dato segni della sua presenza, come il tempio. Ma mai, prima di allora, si era fatto carne. Mai era entrato nel grembo di una donna.<br /><br /> Questo mi stupisce: l’inizio della salvezza avviene attraverso un segno piccolissimo, quasi impercettibile. Nel momento del concepimento, Maria stessa non può coglierne immediatamente la portata. È qualcosa di invisibile, ma immensamente potente.<br /><br /> Ricordo anche ciò che dice Sant’Ignazio di Antiochia: questo mistero è rimasto nascosto perfino al diavolo. È un segno così piccolo da sfuggire agli occhi, eppure così decisivo da cambiare la storia.<br /><br /> L’azione della Trinità e il ruolo dello Spirito Santo<br /><br /> Contemplo come questo evento avvenga attraverso l’azione dello Spirito Santo. L’angelo lo dice chiaramente: lo Spirito Santo scenderà su Maria e la potenza dell’Altissimo la coprirà con la sua ombra.<br /><br /> Qui riconosco una manifestazione forte della Trinità. Dio agisce come Padre, Figlio e Spirito Santo. In particolare, vedo sottolineata l’azione dello Spirito, che rende possibile l’incarnazione. È attraverso di Lui che il Verbo comincia a prendere carne, a diventare uomo.<br /><br /> Questo mi richiama anche alla necessità, come cristiano, di conoscere e amare Dio nella sua dimensione trinitaria. Non è un concetto astratto, ma una realtà viva che opera nella storia.<br /><br /> Dall’Annunciazione alla vita nello Spirito<br /><br /> Collego questo mistero a ciò che abbiamo meditato nella Lettera ai Romani: non siamo più sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, perché lo Spirito di Dio abita in noi.<br /><br /> Questo mi porta a una consapevolezza forte: anche noi siamo abitati da Dio. Lo stesso Spirito che ha operato in Maria vive in noi e ci dona la vita eterna. È Lui che ha risuscitato Cristo e che darà la vita anche a noi.<br /><br /> E allora mi chiedo: da dove nasce tutto questo? La risposta è chiara: da Nazareth, dall’Annunciazione. È lì che tutto ha inizio, nel momento in cui Dio entra nella storia attraverso il sì di Maria.<br /><br /> Il sì di Maria e l’inizio della salvezza<br /><br /> Riconosco che tutto parte dal consenso di Maria. Il suo “eccomi” permette a Dio di farsi uomo. Il Verbo, presente fin dalla creazione, finalmente entra nel mondo in modo concreto.<br /><br /> Questa è per me una notizia decisiva: quel bambino è il Figlio dell’Altissimo, il Re che regnerà per sempre, il Salvatore. È Lui l’unico Redentore, colui che offre il suo corpo per la nostra salvezza.<br /><br /> Comprendo che la redenzione non viene dai sacrifici antichi né dalle nostre opere, ma solo da Cristo, che dona se stesso sulla croce. E tutto questo ha origine proprio in quel momento nascosto di Nazareth, nel sì di Maria.<br /><br /> Imparare da Maria: umiltà e accoglienza<br /><br /> Davanti a questo mistero, sento che la prima cosa da fare è imparare da Maria. Lei è piccola, umile, stupita, ma non oppone resistenza. Accoglie la parola dell’angelo senza aggiungere nulla.<br /><br /> Il suo atteggiamento mi interpella: anche io sono chiamato a dire “sì”, ad accogliere ciò che Dio opera, anche quando supera la mia comprensione. Maria si fida totalmente, riconoscendo che ciò che Dio dice è possibile, anche quando per noi sembra impossibile.<br /><br /> La presenza viva di Dio oggi<br /><br /> Riconosco che ciò che è accaduto a Nazareth non è solo un evento del passato. Anche oggi Dio viene a visitarci. Nella liturgia, nella sua parola e nell’Eucaristia, Egli si rende presente in modo reale.<br /><br /> Quando ascolto la sua parola e ricevo il suo corpo e il suo sangue, rivivo quella visita di Dio. È una presenza concreta, efficace, che continua ad agire nella mia vita.<br /><br /> Verso la Pasqua: il compimento del mistero<br /><br /> Infine, vedo come questa riflessione sia particolarmente significativa mentre ci avviciniamo alla Settimana Santa. Quel corpo che ha iniziato a formarsi nel grembo di Maria sarà offerto sulla croce per la nostra salvezza.<br /><br /> E poi risorgerà. Tutto è legato: dall’Annunciazione alla Pasqua. Per questo sento il bisogno di mettermi nelle mani del Signore, con gratitudine, riconoscendo la grandezza di ciò che ha compiuto per noi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70878076</guid><pubDate>Wed, 25 Mar 2026 19:26:40 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70878076/imported_1774466608668713_audio.mp3" length="7987617" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il profeta Isaia presenta un segno straordinario proprio nel momento in cui il popolo, e in particolare Acaz, non vuole chiedere nulla a Dio. È allora che Dio interviene con una sorta di “forzatura”: annuncia che la Vergine concepirà e partorirà un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il profeta Isaia presenta un segno straordinario proprio nel momento in cui il popolo, e in particolare Acaz, non vuole chiedere nulla a Dio. È allora che Dio interviene con una sorta di “forzatura”: annuncia che la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che sarà chiamato Emmanuele.<br /><br /> Questo segno mi colpisce profondamente, perché anticipa ciò che accadrà a Maria. Vedo in questo gesto di Dio una decisione libera e potente: Egli vuole farsi carne, vuole entrare nella nostra storia. Come dice la Lettera agli Ebrei, è una scelta, un atto di volontà divina. Non è qualcosa di casuale, ma un progetto preciso e unico.<br /><br /> Un evento unico e nascosto nella storia<br /><br /> Mi soffermo sul fatto che questo evento è assolutamente unico. Dio aveva già visitato il suo popolo, lo aveva guidato, aveva dato segni della sua presenza, come il tempio. Ma mai, prima di allora, si era fatto carne. Mai era entrato nel grembo di una donna.<br /><br /> Questo mi stupisce: l’inizio della salvezza avviene attraverso un segno piccolissimo, quasi impercettibile. Nel momento del concepimento, Maria stessa non può coglierne immediatamente la portata. È qualcosa di invisibile, ma immensamente potente.<br /><br /> Ricordo anche ciò che dice Sant’Ignazio di Antiochia: questo mistero è rimasto nascosto perfino al diavolo. È un segno così piccolo da sfuggire agli occhi, eppure così decisivo da cambiare la storia.<br /><br /> L’azione della Trinità e il ruolo dello Spirito Santo<br /><br /> Contemplo come questo evento avvenga attraverso l’azione dello Spirito Santo. L’angelo lo dice chiaramente: lo Spirito Santo scenderà su Maria e la potenza dell’Altissimo la coprirà con la sua ombra.<br /><br /> Qui riconosco una manifestazione forte della Trinità. Dio agisce come Padre, Figlio e Spirito Santo. In particolare, vedo sottolineata l’azione dello Spirito, che rende possibile l’incarnazione. È attraverso di Lui che il Verbo comincia a prendere carne, a diventare uomo.<br /><br /> Questo mi richiama anche alla necessità, come cristiano, di conoscere e amare Dio nella sua dimensione trinitaria. Non è un concetto astratto, ma una realtà viva che opera nella storia.<br /><br /> Dall’Annunciazione alla vita nello Spirito<br /><br /> Collego questo mistero a ciò che abbiamo meditato nella Lettera ai Romani: non siamo più sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, perché lo Spirito di Dio abita in noi.<br /><br /> Questo mi porta a una consapevolezza forte: anche noi siamo abitati da Dio. Lo stesso Spirito che ha operato in Maria vive in noi e ci dona la vita eterna. È Lui che ha risuscitato Cristo e che darà la vita anche a noi.<br /><br /> E allora mi chiedo: da dove nasce tutto questo? La risposta è chiara: da Nazareth, dall’Annunciazione. È lì che tutto ha inizio, nel momento in cui Dio entra nella storia attraverso il sì di Maria.<br /><br /> Il sì di Maria e l’inizio della salvezza<br /><br /> Riconosco che tutto parte dal consenso di Maria. Il suo “eccomi” permette a Dio di farsi uomo. Il Verbo, presente fin dalla creazione, finalmente entra nel mondo in modo concreto.<br /><br /> Questa è per me una notizia decisiva: quel bambino è il Figlio dell’Altissimo, il Re che regnerà per sempre, il Salvatore. È Lui l’unico Redentore, colui che offre il suo corpo per la nostra salvezza.<br /><br /> Comprendo che la redenzione non viene dai sacrifici antichi né dalle nostre opere, ma solo da Cristo, che dona se stesso sulla croce. E tutto questo ha origine proprio in quel momento nascosto di Nazareth, nel sì di Maria.<br /><br /> Imparare da Maria: umiltà e accoglienza<br /><br /> Davanti a questo mistero, sento che la prima cosa da fare è imparare da Maria. Lei è piccola, umile, stupita, ma non oppone resistenza. Accoglie la parola dell’angelo senza aggiungere nulla.<br /><br /> Il suo atteggiamento mi interpella: anche io sono chiamato a dire “sì”, ad accogliere ciò che Dio opera, anche quando supera la mia comprensione. Maria si fida...]]></itunes:summary><itunes:duration>500</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Non guarigione ma vita risorta! Omelia 5a quaresima Anno A S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/non-guarigione-ma-vita-risorta-omelia-5a-quaresima-anno-a-s-andrea--70812894</link><description><![CDATA[Oggi ci troviamo davanti a una realtà radicale: la morte. È come se il Vangelo ci portasse a toccare il fondo, l’abisso più profondo dell’esperienza umana. Gesù non evita questa realtà, non la aggira, ma la affronta direttamente, e lo fa nella forma più dura: la morte di un amico, Lazzaro.<br /><br /> Ciò che mi colpisce è che Gesù non interviene subito. Quando riceve il messaggio delle sorelle — “colui che ami è malato” — non si affretta a guarirlo. Anzi, aspetta. In un certo senso, lascia che la morte faccia il suo corso. Questo atteggiamento può sembrare quasi scandaloso: Gesù avrebbe potuto evitare tutto, e invece no. Vuole che Lazzaro muoia, perché il suo obiettivo non è semplicemente guarire, ma compiere qualcosa di più grande: richiamarlo dalla morte (S. Pietro Crisologo).<br /><br /> Le parole delle sorelle e della gente sono comprensibili: “Se tu fossi stato qui, non sarebbe morto”. Anche io, davanti alla sofferenza, mi trovo a pensare così. Ma Gesù agisce secondo una logica diversa, più profonda, che va oltre il semplice evitare il dolore.<br /><br /> Gesù e gli incontri che trasformano<br /><br /> Ripensando ad altri incontri di Gesù, vedo un filo conduttore. La Samaritana, una donna sola e ferita, viene cercata da Gesù con delicatezza: “Dammi da bere”. Da quel dialogo nasce una trasformazione straordinaria: lei riconosce il Messia e diventa annunciatrice.<br /><br /> Anche il cieco nato, povero e mendicante, viene visto e guarito. Gesù non si ferma alla domanda sul peccato, ma restituisce dignità e vita. E quell’uomo diventa una testimonianza vivente, capace di mettere in crisi persino i farisei.<br /><br /> Ma con Lazzaro accade qualcosa di diverso. Gli altri vengono guariti, ma non muoiono. Lazzaro invece passa attraverso la morte. È come se Gesù volesse portarci ancora più in profondità, dentro il mistero più radicale della vita umana.<br /><br /> L’amicizia, l’amore e il dolore condiviso<br /><br /> Questa scena mi tocca profondamente perché è piena di relazioni vere. Lazzaro non è uno qualunque: è un amico. Marta e Maria vogliono bene a Gesù, e Gesù vuole bene a loro. C’è un legame autentico, fatto di affetto e familiarità.<br /><br /> Rivedo in questo anche le nostre esperienze: quando qualcuno che amiamo sta male o muore, nasce tra noi una forza particolare, un’intensità di affetto che quasi diventa un “muro” contro la morte. Ci stringiamo, ci sosteniamo, ci amiamo di più... Un palcoscenico di affetto ci circonda (don Giovanni Nicolini). <br /><br /> Gesù entra pienamente in questo clima. Non arriva imponendosi, ma si lascia coinvolgere. Incontra prima Marta, poi Maria, ascolta, accoglie il pianto dei giudei. Chiede: “Dove lo avete posto?”. E poi piange anche lui. Le sue lacrime sono vere, condivise. Non osserva il dolore da fuori: lo vive dall’interno.<br /><br /> Questo mi fa capire che Dio non è distante dalla nostra sofferenza. È dentro, accanto, partecipe.<br /><br /> Il senso profondo: un dono più grande<br /><br /> A prima vista, il comportamento di Gesù potrebbe sembrare crudele. Ma in realtà vuole fare un dono più grande: portare alla fede. Non si accontenta di restituire Lazzaro alla vita biologica; vuole rivelare qualcosa di decisivo.<br /><br /> Quando dice a Marta: “Io sono la resurrezione e la vita”, mi sta indicando il cuore della fede. Non è solo un amico potente, ma la sorgente stessa della vita. Mi chiede: “Credi tu questo?”. È una domanda che raggiunge anche me.<br /><br /> La risposta di Marta è straordinaria: riconosce in Gesù il Cristo, il Figlio di Dio. Ancora prima del miracolo, ha già compreso tutto. La fede nasce prima del segno.<br /><br /> La chiamata che dà vita<br /><br /> La scena davanti al sepolcro è potentissima. Gesù chiede di togliere la pietra, poi prega il Padre, e infine grida: “Lazzaro, vieni fuori!”. Questo grido mi colpisce: significa che anche nella morte Lazzaro può ancora ascoltare. Sente il suo nome.<br /><br /> Il nome è fondamentale: è una chiamata personale. Non è generica. È come se oggi Gesù chiamasse ciascuno di noi per nome: “Vieni fuori”. E Lazzaro esce davvero, torna alla vita.<br /><br /> Questa immagine si collega alla visione del profeta Ezechiele: le ossa aride che riprendono vita. Dove c’era morte, torna la vita. Dove c’era disperazione, nasce una speranza concreta.<br /><br /> Una promessa per oggi<br /><br /> Quello che mi colpisce di più è che tutto questo non riguarda solo la fine della vita, ma anche l’oggi. La morte di Lazzaro rappresenta tutte le mie situazioni di buio: la solitudine, la malattia, la disperazione, le ferite interiori.<br /><br /> Gesù ha il potere di entrare in queste “morti” quotidiane e di chiamarmi fuori. E io posso rispondere.<br /><br /> Come? Attraverso lo Spirito. Nel battesimo ho ricevuto lo Spirito di Dio, lo stesso Spirito che ha risuscitato Gesù dai morti. Questo Spirito abita in me, si unisce al mio spirito e mi rende capace di ascoltare e rispondere alla chiamata (Romani 8).<br /><br /> Non è solo una promessa futura: è una realtà presente. Ogni volta che ascolto quella voce, posso uscire dai miei sepolcri.<br /><br /> Invocare la vita<br /><br /> Cosa possiamo fare? Invocare, chiedere a Gesù di venire nella nostre viti, nelle nostre “Betanie”, nei luoghi concreti dove siamo feriti, stanchi, spenti.<br /><br /> Posso dirgli: “Vieni, sono malato, ho bisogno di te”. Posso lasciarmi chiamare per nome e permettere alla sua voce di risuonare dentro di me.<br /><br /> Il dono che ho ricevuto, soprattutto nel battesimo, è immenso: lo Spirito che dà la vita. Sta a me lasciarlo agire, ascoltare quella voce e uscire, ogni giorno, dai miei sepolcri verso la vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70812894</guid><pubDate>Sun, 22 Mar 2026 15:04:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70812894/imported_1774185839265011_audio.mp3" length="11327947" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi ci troviamo davanti a una realtà radicale: la morte. È come se il Vangelo ci portasse a toccare il fondo, l’abisso più profondo dell’esperienza umana. Gesù non evita questa realtà, non la aggira, ma la affronta direttamente, e lo fa nella forma...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Oggi ci troviamo davanti a una realtà radicale: la morte. È come se il Vangelo ci portasse a toccare il fondo, l’abisso più profondo dell’esperienza umana. Gesù non evita questa realtà, non la aggira, ma la affronta direttamente, e lo fa nella forma più dura: la morte di un amico, Lazzaro.<br /><br /> Ciò che mi colpisce è che Gesù non interviene subito. Quando riceve il messaggio delle sorelle — “colui che ami è malato” — non si affretta a guarirlo. Anzi, aspetta. In un certo senso, lascia che la morte faccia il suo corso. Questo atteggiamento può sembrare quasi scandaloso: Gesù avrebbe potuto evitare tutto, e invece no. Vuole che Lazzaro muoia, perché il suo obiettivo non è semplicemente guarire, ma compiere qualcosa di più grande: richiamarlo dalla morte (S. Pietro Crisologo).<br /><br /> Le parole delle sorelle e della gente sono comprensibili: “Se tu fossi stato qui, non sarebbe morto”. Anche io, davanti alla sofferenza, mi trovo a pensare così. Ma Gesù agisce secondo una logica diversa, più profonda, che va oltre il semplice evitare il dolore.<br /><br /> Gesù e gli incontri che trasformano<br /><br /> Ripensando ad altri incontri di Gesù, vedo un filo conduttore. La Samaritana, una donna sola e ferita, viene cercata da Gesù con delicatezza: “Dammi da bere”. Da quel dialogo nasce una trasformazione straordinaria: lei riconosce il Messia e diventa annunciatrice.<br /><br /> Anche il cieco nato, povero e mendicante, viene visto e guarito. Gesù non si ferma alla domanda sul peccato, ma restituisce dignità e vita. E quell’uomo diventa una testimonianza vivente, capace di mettere in crisi persino i farisei.<br /><br /> Ma con Lazzaro accade qualcosa di diverso. Gli altri vengono guariti, ma non muoiono. Lazzaro invece passa attraverso la morte. È come se Gesù volesse portarci ancora più in profondità, dentro il mistero più radicale della vita umana.<br /><br /> L’amicizia, l’amore e il dolore condiviso<br /><br /> Questa scena mi tocca profondamente perché è piena di relazioni vere. Lazzaro non è uno qualunque: è un amico. Marta e Maria vogliono bene a Gesù, e Gesù vuole bene a loro. C’è un legame autentico, fatto di affetto e familiarità.<br /><br /> Rivedo in questo anche le nostre esperienze: quando qualcuno che amiamo sta male o muore, nasce tra noi una forza particolare, un’intensità di affetto che quasi diventa un “muro” contro la morte. Ci stringiamo, ci sosteniamo, ci amiamo di più... Un palcoscenico di affetto ci circonda (don Giovanni Nicolini). <br /><br /> Gesù entra pienamente in questo clima. Non arriva imponendosi, ma si lascia coinvolgere. Incontra prima Marta, poi Maria, ascolta, accoglie il pianto dei giudei. Chiede: “Dove lo avete posto?”. E poi piange anche lui. Le sue lacrime sono vere, condivise. Non osserva il dolore da fuori: lo vive dall’interno.<br /><br /> Questo mi fa capire che Dio non è distante dalla nostra sofferenza. È dentro, accanto, partecipe.<br /><br /> Il senso profondo: un dono più grande<br /><br /> A prima vista, il comportamento di Gesù potrebbe sembrare crudele. Ma in realtà vuole fare un dono più grande: portare alla fede. Non si accontenta di restituire Lazzaro alla vita biologica; vuole rivelare qualcosa di decisivo.<br /><br /> Quando dice a Marta: “Io sono la resurrezione e la vita”, mi sta indicando il cuore della fede. Non è solo un amico potente, ma la sorgente stessa della vita. Mi chiede: “Credi tu questo?”. È una domanda che raggiunge anche me.<br /><br /> La risposta di Marta è straordinaria: riconosce in Gesù il Cristo, il Figlio di Dio. Ancora prima del miracolo, ha già compreso tutto. La fede nasce prima del segno.<br /><br /> La chiamata che dà vita<br /><br /> La scena davanti al sepolcro è potentissima. Gesù chiede di togliere la pietra, poi prega il Padre, e infine grida: “Lazzaro, vieni fuori!”. Questo grido mi colpisce: significa che anche nella morte Lazzaro può ancora ascoltare. Sente il suo nome.<br /><br /> Il nome è fondamentale: è una chiamata...]]></itunes:summary><itunes:duration>708</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>A chi ha il cuore spezzato, il Signore è vicino - Omelia venerdi 4a settimana di quaresima funerale Maria Piazzi</title><link>https://www.spreaker.com/episode/a-chi-ha-il-cuore-spezzato-il-signore-e-vicino-omelia-venerdi-4a-settimana-di-quaresima-funerale-maria-piazzi--70784054</link><description><![CDATA[Il Salmo mi ha colpito profondamente: il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato. È una promessa che non resta astratta, ma che si incarna nelle storie concrete delle persone. Poco prima, parlando insieme, ho ascoltato il racconto su Maria, di cui ora celebriamo il funerale, una madre che ha vissuto il dolore immenso della perdita precoce di una figlia.<br /><br /> Non conoscevo personalmente Maria, ma da ciò che ho percepito ho intuito quanto questo evento abbia segnato profondamente la sua vita. Ci sono dolori che spezzano davvero il cuore, che segnano l’esistenza in modo indelebile. E proprio lì, in quella ferita così profonda, si colloca la promessa di Dio: Egli è vicino, solidale, presente.<br /><br /> Il mistero della presenza nascosta di Dio<br /><br /> Nel momento in cui accompagniamo Maria all’incontro con il Signore, penso a quella pienezza di relazione con Dio che forse lei ha già sperimentato in modo nascosto durante la sua vita. Perché questa è la verità: Dio non ci abbandona mai, anche quando non ce ne accorgiamo.<br /><br /> La sua vicinanza è spesso silenziosa, discreta, ma reale. È una presenza che non sempre si vede, ma che sostiene interiormente. E questa vicinanza è rivolta in modo particolare a chi soffre, a chi porta dentro di sé una ferita.<br /><br /> Il giusto perseguitato e la logica del mondo<br /><br /> La prima lettura mi ha portato a riflettere su un’altra realtà: quella del giusto perseguitato. Gli empi vedono il giusto come una minaccia, una presenza scomoda, una “spina nel fianco”. Il giusto, con la sua vita fedele, mette in luce le contraddizioni e le colpe degli altri.<br /><br /> Per questo viene messo alla prova, deriso, persino condannato. La sua mitezza diventa occasione di attacco: si vuole vedere fin dove arriva la sua fede, se davvero Dio lo salverà.<br /><br /> Questa dinamica ci ricorda profondamente Gesù: mite, umile, consegnato nelle mani degli uomini fino alla croce. Anche oggi, chi vive nella fede, chi è piccolo e umile, può sembrare fragile, esposto, quasi in balia dei più forti o degli eventi dolorosi della vita.<br /><br /> La consolazione che non si vede<br /><br /> Eppure, proprio lì dove sembra esserci solo fragilità, il Signore agisce. Egli è vicino, soccorre, dona una consolazione interiore che spesso non è visibile dall’esterno.<br /><br /> Questa consolazione è misteriosa: non elimina sempre subito il dolore, ma lo abita. È una presenza che accompagna, che sostiene, che tiene il cuore anche quando tutto sembra crollare.<br /><br /> Guardando il mondo, con le sue guerre, le violenze, le ingiustizie contro i piccoli e gli innocenti, potremmo chiederci: dov’è Dio? La risposta non è immediata, ma è profonda: Dio è accanto a chi soffre. Non è lontano, ma presente in modo nascosto e solidale.<br /><br /> Il grido dei giusti e la speranza della liberazione<br /><br /> Il Salmo dice: i giusti gridano e il Signore li ascolta e li libera da tutte le loro angosce. Ma questa liberazione non sempre avviene nei tempi e nei modi che ci aspettiamo.<br /><br /> A volte restiamo dentro la prova, dentro il dolore. Tuttavia, già in questa vita possiamo sperimentare una consolazione profonda. E soprattutto, la croce di Cristo ci insegna che anche l’abisso più oscuro non è l’ultima parola.<br /><br /> La risurrezione apre uno spiraglio definitivo: esiste una vita eterna in cui ogni ferita sarà sanata, ogni cuore spezzato ricomposto. Questa non è una consolazione superficiale o “zuccherosa”, ma il cuore stesso della fede cristiana. È una speranza che regge anche davanti alle prove più dure.<br /><br /> Una speranza che abbraccia l’eternità<br /><br /> La vita cristiana non si ferma al presente. Non è solo un invito a volerci bene – pur importante – ma è l’annuncio di una promessa più grande: una vita per sempre con Dio.<br /><br /> Davanti al dolore, alla solitudine, alle prove più profonde, questa speranza diventa luce. Anche se a volte vacilliamo, è proprio qui che si gioca il centro della nostra fede.<br /><br /> Preghiera e affidamento<br /><br /> Oggi ho sentito forte il desiderio di pregare per Maria: per la sua vita, per il suo cammino, perché possa essere accolta nella pace e nella consolazione eterna del Signore.<br /><br /> Affido lei a Dio, insieme ai suoi cari e a tutte le persone che ha amato. E credo che, da questa nuova condizione, possa continuare a intercedere per noi.<br /><br /> Il Signore prende i cuori spezzati e li stringe al suo cuore. Questa è la nostra speranza, questa è la nostra fiducia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70784054</guid><pubDate>Fri, 20 Mar 2026 18:07:27 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70784054/imported_1774029760467743_audio.mp3" length="6727053" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il Salmo mi ha colpito profondamente: il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato. È una promessa che non resta astratta, ma che si incarna nelle storie concrete delle persone. Poco prima, parlando insieme, ho ascoltato il racconto su Maria, di cui...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il Salmo mi ha colpito profondamente: il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato. È una promessa che non resta astratta, ma che si incarna nelle storie concrete delle persone. Poco prima, parlando insieme, ho ascoltato il racconto su Maria, di cui ora celebriamo il funerale, una madre che ha vissuto il dolore immenso della perdita precoce di una figlia.<br /><br /> Non conoscevo personalmente Maria, ma da ciò che ho percepito ho intuito quanto questo evento abbia segnato profondamente la sua vita. Ci sono dolori che spezzano davvero il cuore, che segnano l’esistenza in modo indelebile. E proprio lì, in quella ferita così profonda, si colloca la promessa di Dio: Egli è vicino, solidale, presente.<br /><br /> Il mistero della presenza nascosta di Dio<br /><br /> Nel momento in cui accompagniamo Maria all’incontro con il Signore, penso a quella pienezza di relazione con Dio che forse lei ha già sperimentato in modo nascosto durante la sua vita. Perché questa è la verità: Dio non ci abbandona mai, anche quando non ce ne accorgiamo.<br /><br /> La sua vicinanza è spesso silenziosa, discreta, ma reale. È una presenza che non sempre si vede, ma che sostiene interiormente. E questa vicinanza è rivolta in modo particolare a chi soffre, a chi porta dentro di sé una ferita.<br /><br /> Il giusto perseguitato e la logica del mondo<br /><br /> La prima lettura mi ha portato a riflettere su un’altra realtà: quella del giusto perseguitato. Gli empi vedono il giusto come una minaccia, una presenza scomoda, una “spina nel fianco”. Il giusto, con la sua vita fedele, mette in luce le contraddizioni e le colpe degli altri.<br /><br /> Per questo viene messo alla prova, deriso, persino condannato. La sua mitezza diventa occasione di attacco: si vuole vedere fin dove arriva la sua fede, se davvero Dio lo salverà.<br /><br /> Questa dinamica ci ricorda profondamente Gesù: mite, umile, consegnato nelle mani degli uomini fino alla croce. Anche oggi, chi vive nella fede, chi è piccolo e umile, può sembrare fragile, esposto, quasi in balia dei più forti o degli eventi dolorosi della vita.<br /><br /> La consolazione che non si vede<br /><br /> Eppure, proprio lì dove sembra esserci solo fragilità, il Signore agisce. Egli è vicino, soccorre, dona una consolazione interiore che spesso non è visibile dall’esterno.<br /><br /> Questa consolazione è misteriosa: non elimina sempre subito il dolore, ma lo abita. È una presenza che accompagna, che sostiene, che tiene il cuore anche quando tutto sembra crollare.<br /><br /> Guardando il mondo, con le sue guerre, le violenze, le ingiustizie contro i piccoli e gli innocenti, potremmo chiederci: dov’è Dio? La risposta non è immediata, ma è profonda: Dio è accanto a chi soffre. Non è lontano, ma presente in modo nascosto e solidale.<br /><br /> Il grido dei giusti e la speranza della liberazione<br /><br /> Il Salmo dice: i giusti gridano e il Signore li ascolta e li libera da tutte le loro angosce. Ma questa liberazione non sempre avviene nei tempi e nei modi che ci aspettiamo.<br /><br /> A volte restiamo dentro la prova, dentro il dolore. Tuttavia, già in questa vita possiamo sperimentare una consolazione profonda. E soprattutto, la croce di Cristo ci insegna che anche l’abisso più oscuro non è l’ultima parola.<br /><br /> La risurrezione apre uno spiraglio definitivo: esiste una vita eterna in cui ogni ferita sarà sanata, ogni cuore spezzato ricomposto. Questa non è una consolazione superficiale o “zuccherosa”, ma il cuore stesso della fede cristiana. È una speranza che regge anche davanti alle prove più dure.<br /><br /> Una speranza che abbraccia l’eternità<br /><br /> La vita cristiana non si ferma al presente. Non è solo un invito a volerci bene – pur importante – ma è l’annuncio di una promessa più grande: una vita per sempre con Dio.<br /><br /> Davanti al dolore, alla solitudine, alle prove più profonde, questa speranza diventa luce. Anche se a volte vacilliamo, è proprio qui che si gioca il...]]></itunes:summary><itunes:duration>421</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Tre padri, una sola promessa - Omelia del 19 marzo.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/tre-padri-una-sola-promessa-omelia-del-19-marzo-m4a--70764965</link><description><![CDATA[Le Scritture ci mettono davanti tre grandi figure paterne: Davide, Abramo e Giuseppe. In loro riconosco un filo comune, una stessa storia di paternità che si trasmette come dono. Giuseppe, di cui oggi celebriamo la festa, non è isolato, ma si inserisce dentro questa linea: è chiamato infatti “figlio di Davide”. Questo legame non è solo genealogico, ma profondamente spirituale. Giuseppe si appoggia sulla testimonianza e sulla fede di questi due grandi padri che lo hanno preceduto.<br /><br /> La sua paternità non nasce dal nulla, ma si radica in una storia più grande, in una promessa che Dio porta avanti nel tempo.<br /><br /> Davide e la casa che costruisce Dio<br /><br /> Ripenso a Davide, così come viene raccontato nel primo libro di Samuele. È un uomo forte, un guerriero, un condottiero capace. Eppure, dentro di lui nasce un desiderio: costruire una casa per il Signore. Quando si accorge di abitare in un palazzo mentre Dio dimora in una tenda, sente quasi il bisogno di fare qualcosa per Lui.<br /><br /> Ma Dio ribalta completamente la prospettiva. Attraverso il profeta Natan, gli fa capire che non sarà Davide a costruire una casa per Dio, ma sarà Dio a costruire una casa per Davide. Non una casa fatta di pietre, ma una discendenza, una promessa viva che attraverserà le generazioni fino ad arrivare a Gesù.<br /><br /> Mi colpisce profondamente questa logica: Dio non si lascia rinchiudere in strutture di potere o grandezza, ma sceglie la via del dono, della discendenza, della vita che si trasmette. Davide deve imparare l’obbedienza, deve accettare che non tutto dipende da lui.<br /><br /> Abramo, padre nella fede<br /><br /> Accanto a Davide abbiamo Abramo, un altro padre, ma segnato da una prova ancora più radicale. La sua paternità nasce nella difficoltà, nell’impossibilità umana di avere un figlio. Eppure riceve Isacco come dono.<br /><br /> Abramo non è padre solo biologicamente: diventa padre nella fede. Come dice la Lettera ai Romani, è padre di tutti noi, perché ha creduto nella promessa di Dio. Ha creduto persino quando gli è stato chiesto di offrire il figlio tanto atteso.<br /><br /> La sua fede diventa luce per tutti i popoli. Dio stesso gli dice che sarà padre di molti popoli, e questo si realizza proprio perché Abramo si fida, accoglie la promessa, la considera già reale. La sua paternità è fondata non sul possesso, ma sull’abbandono fiducioso.<br /><br /> Giuseppe, custode del dono<br /><br /> Tutto questo lo ritroviamo in Giuseppe. Anche lui si trova davanti a una situazione che non comprende pienamente: Maria, la sua promessa sposa, è incinta. Ma è illuminato dall’angelo che gli dice: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere”.<br /><br /> In quel momento Giuseppe riceve due doni immensi: Maria e il bambino generato dallo Spirito Santo. Due realtà che non ha scelto lui, ma che gli vengono affidate. E la sua risposta è semplice e profonda: obbedisce. Fa come gli è stato ordinato.<br /><br /> Mi affascina questa immagine di Giuseppe: un uomo giusto che, anche davanti a un disegno misterioso e “bizzarro” di Dio, accoglie, custodisce, protegge. Diventa guida, presenza attenta e premurosa. È lui che dà il nome a Gesù, è lui che accompagna e difende questa vita fragile e preziosa.<br /><br /> La fatica e la bellezza di essere figli<br /><br /> Spesso il rapporto con la paternità può essere complicato. A volte facciamo fatica a vederci come figli, anche come figli di Dio, perché portiamo dentro esperienze umane non sempre equilibrate.<br /><br /> Eppure Giuseppe mi insegna qualcosa di nuovo: affidarmi al Signore significa aprirmi a doni che vanno oltre i miei desideri e le mie aspettative. Doni che non possiedo, ma che mi vengono affidati perché io li custodisca.<br /><br /> Custodire la presenza di Dio<br /><br /> Attraverso la testimonianza di Giuseppe, imparo a vivere il mio rapporto con il Signore in modo più intimo e affettuoso. Come un bambino che si lascia guidare, accolto e illuminato.<br /><br /> Questo rapporto è un dono prezioso, ma anche fragile, perché è insidiato dalle difficoltà e dalle distrazioni del mondo. Per questo va custodito, protetto, come Giuseppe ha fatto con Maria e Gesù.<br /><br /> Nella comunione della Sacra Famiglia vedo una luce, una gioia profonda. È l’immagine di Dio che prende dimora in mezzo a noi. E allora capisco che anche la mia vita deve diventare una dimora accogliente: un luogo luminoso, capace di custodire il dono della presenza di Dio.<br /><br /> Sta a noi rendere questa dimora viva, proteggere questo dono e lasciarlo crescere dentro di noi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70764965</guid><pubDate>Thu, 19 Mar 2026 21:31:16 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70764965/imported_1773948579905890_audio.mp3" length="6892982" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Le Scritture ci mettono davanti tre grandi figure paterne: Davide, Abramo e Giuseppe. In loro riconosco un filo comune, una stessa storia di paternità che si trasmette come dono. Giuseppe, di cui oggi celebriamo la festa, non è isolato, ma si...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Le Scritture ci mettono davanti tre grandi figure paterne: Davide, Abramo e Giuseppe. In loro riconosco un filo comune, una stessa storia di paternità che si trasmette come dono. Giuseppe, di cui oggi celebriamo la festa, non è isolato, ma si inserisce dentro questa linea: è chiamato infatti “figlio di Davide”. Questo legame non è solo genealogico, ma profondamente spirituale. Giuseppe si appoggia sulla testimonianza e sulla fede di questi due grandi padri che lo hanno preceduto.<br /><br /> La sua paternità non nasce dal nulla, ma si radica in una storia più grande, in una promessa che Dio porta avanti nel tempo.<br /><br /> Davide e la casa che costruisce Dio<br /><br /> Ripenso a Davide, così come viene raccontato nel primo libro di Samuele. È un uomo forte, un guerriero, un condottiero capace. Eppure, dentro di lui nasce un desiderio: costruire una casa per il Signore. Quando si accorge di abitare in un palazzo mentre Dio dimora in una tenda, sente quasi il bisogno di fare qualcosa per Lui.<br /><br /> Ma Dio ribalta completamente la prospettiva. Attraverso il profeta Natan, gli fa capire che non sarà Davide a costruire una casa per Dio, ma sarà Dio a costruire una casa per Davide. Non una casa fatta di pietre, ma una discendenza, una promessa viva che attraverserà le generazioni fino ad arrivare a Gesù.<br /><br /> Mi colpisce profondamente questa logica: Dio non si lascia rinchiudere in strutture di potere o grandezza, ma sceglie la via del dono, della discendenza, della vita che si trasmette. Davide deve imparare l’obbedienza, deve accettare che non tutto dipende da lui.<br /><br /> Abramo, padre nella fede<br /><br /> Accanto a Davide abbiamo Abramo, un altro padre, ma segnato da una prova ancora più radicale. La sua paternità nasce nella difficoltà, nell’impossibilità umana di avere un figlio. Eppure riceve Isacco come dono.<br /><br /> Abramo non è padre solo biologicamente: diventa padre nella fede. Come dice la Lettera ai Romani, è padre di tutti noi, perché ha creduto nella promessa di Dio. Ha creduto persino quando gli è stato chiesto di offrire il figlio tanto atteso.<br /><br /> La sua fede diventa luce per tutti i popoli. Dio stesso gli dice che sarà padre di molti popoli, e questo si realizza proprio perché Abramo si fida, accoglie la promessa, la considera già reale. La sua paternità è fondata non sul possesso, ma sull’abbandono fiducioso.<br /><br /> Giuseppe, custode del dono<br /><br /> Tutto questo lo ritroviamo in Giuseppe. Anche lui si trova davanti a una situazione che non comprende pienamente: Maria, la sua promessa sposa, è incinta. Ma è illuminato dall’angelo che gli dice: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere”.<br /><br /> In quel momento Giuseppe riceve due doni immensi: Maria e il bambino generato dallo Spirito Santo. Due realtà che non ha scelto lui, ma che gli vengono affidate. E la sua risposta è semplice e profonda: obbedisce. Fa come gli è stato ordinato.<br /><br /> Mi affascina questa immagine di Giuseppe: un uomo giusto che, anche davanti a un disegno misterioso e “bizzarro” di Dio, accoglie, custodisce, protegge. Diventa guida, presenza attenta e premurosa. È lui che dà il nome a Gesù, è lui che accompagna e difende questa vita fragile e preziosa.<br /><br /> La fatica e la bellezza di essere figli<br /><br /> Spesso il rapporto con la paternità può essere complicato. A volte facciamo fatica a vederci come figli, anche come figli di Dio, perché portiamo dentro esperienze umane non sempre equilibrate.<br /><br /> Eppure Giuseppe mi insegna qualcosa di nuovo: affidarmi al Signore significa aprirmi a doni che vanno oltre i miei desideri e le mie aspettative. Doni che non possiedo, ma che mi vengono affidati perché io li custodisca.<br /><br /> Custodire la presenza di Dio<br /><br /> Attraverso la testimonianza di Giuseppe, imparo a vivere il mio rapporto con il Signore in modo più intimo e affettuoso. 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Mi sembra un’immagine potentissima, che rivela il cuore stesso di Dio: un Dio che non toglie, ma dona la vita, che non abbandona alla morte, ma rialza.<br /><br /> Ripenso a quanto abbiamo visto ieri, con la guarigione del paralitico alla piscina di Betzatà. Quell’uomo, fermo da trentotto anni, pur trovandosi vicino al Tempio, viveva una vita bloccata, senza speranza. Eppure, l’incontro con Gesù lo rimette in piedi, lo fa rifiorire. In quel gesto vedo già all’opera questa stessa forza di vita di cui oggi Gesù parla: una forza che viene dal Padre e che il Figlio condivide pienamente.<br /><br /> L’unità tra Padre e Figlio<br /><br /> Mi soffermo su questa profonda unità tra il Padre e il Figlio. Gesù non agisce da solo, ma in perfetta sintonia con il Padre: non fa nulla se non ciò che vede fare da Lui. E ciò che il Padre fa è donare la vita, risuscitare i morti.<br /><br /> Questo significa che tutta l’azione di Gesù è orientata a comunicare vita. Non si tratta solo di miracoli straordinari, ma di una realtà continua: ogni suo gesto, ogni sua parola è vita che viene offerta. È una consonanza totale, un amore che si esprime nel ridare vita all’uomo.<br /><br /> Una vita che inizia già ora<br /><br /> Capisco allora che non si tratta soltanto della risurrezione finale. Certo, penso anche all’episodio di Lazzaro, di cui abbiamo parlato: Gesù che richiama alla vita un morto da quattro giorni, mostrando chiaramente il suo potere sulla morte. Ma questo potere non riguarda solo l’ultimo giorno.<br /><br /> Gesù parla di una vita che si dona già ora. Quando dice che i morti udranno la sua voce e usciranno dai sepolcri, non si riferisce solo alle tombe fisiche, ma anche a tutte le situazioni di morte che viviamo ogni giorno: blocchi interiori, paure, peccati, stanchezze. Anche lì, la sua voce può raggiungerci e farci uscire.<br /><br /> L’ascolto che genera vita<br /><br /> Mi colpisce che tutto questo si realizzi attraverso l’ascolto. Gesù dice chiaramente che chi ascolta la sua parola ha la vita eterna. Questo mi fa capire che la relazione con Lui è prima di tutto una relazione di ascolto.<br /><br /> Ascoltare la sua parola non è un atto passivo: è accogliere una voce che consola, che rialza, che rimette in cammino. Come il paralitico è stato rimesso in piedi, così anche io posso essere rimesso in piedi ogni volta che mi metto davvero in ascolto.<br /><br /> Riconosco allora che ho bisogno di questa parola, di questo rapporto filiale con Dio, come suggerisce anche il profeta Isaia: una relazione in cui mi lascio nutrire, guidare, rinnovare.<br /><br /> Una risurrezione per tutti<br /><br /> La risurrezione riguarda tutti. Gesù dice che tutti risorgeranno, sia coloro che hanno fatto il bene sia coloro che hanno fatto il male. I primi per una risurrezione di vita, gli altri per una risurrezione di condanna.<br /><br /> Questo mi fa capire quanto sia grande e universale il potere di Dio: nessuno resta escluso dalla vita. Ma allo stesso tempo mi richiama alla responsabilità delle mie scelte, perché ciò che vivo ora ha un peso eterno.<br /><br /> Un invito a scegliere la vita<br /><br /> Alla fine, sento che tutto questo discorso converge in un invito molto concreto: entrare in questa dinamica di vita. Il Signore non desidera altro che darmi vita, continuamente. Anche nelle difficoltà, nei lutti, nelle fatiche, la morte non è mai l’ultima parola.<br /><br /> Attraverso la sua parola, ascoltata ogni giorno, Lui continua ad aprirmi alla vita, a consolarmi, a rialzarmi. Per questo voglio mettermi in ascolto, con gratitudine.<br /><br /> Non voglio restare nel sepolcro delle mie chiusure o delle mie paure. Voglio seguire Gesù, entrare nel suo cammino, vivere il suo discepolato. Perché in Lui c’è la vita, e una vita che non finisce.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70733401</guid><pubDate>Thu, 19 Mar 2026 06:08:49 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70733401/imported_1773900403358559_audio.mp3" length="4916453" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il potere di dare la vita

Rifletto su questo brano del Vangelo che raccoglie un lungo discorso di Gesù, e mi colpisce profondamente l’affermazione: come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole. Mi sembra...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il potere di dare la vita<br /><br /> Rifletto su questo brano del Vangelo che raccoglie un lungo discorso di Gesù, e mi colpisce profondamente l’affermazione: come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole. Mi sembra un’immagine potentissima, che rivela il cuore stesso di Dio: un Dio che non toglie, ma dona la vita, che non abbandona alla morte, ma rialza.<br /><br /> Ripenso a quanto abbiamo visto ieri, con la guarigione del paralitico alla piscina di Betzatà. Quell’uomo, fermo da trentotto anni, pur trovandosi vicino al Tempio, viveva una vita bloccata, senza speranza. Eppure, l’incontro con Gesù lo rimette in piedi, lo fa rifiorire. In quel gesto vedo già all’opera questa stessa forza di vita di cui oggi Gesù parla: una forza che viene dal Padre e che il Figlio condivide pienamente.<br /><br /> L’unità tra Padre e Figlio<br /><br /> Mi soffermo su questa profonda unità tra il Padre e il Figlio. Gesù non agisce da solo, ma in perfetta sintonia con il Padre: non fa nulla se non ciò che vede fare da Lui. E ciò che il Padre fa è donare la vita, risuscitare i morti.<br /><br /> Questo significa che tutta l’azione di Gesù è orientata a comunicare vita. Non si tratta solo di miracoli straordinari, ma di una realtà continua: ogni suo gesto, ogni sua parola è vita che viene offerta. È una consonanza totale, un amore che si esprime nel ridare vita all’uomo.<br /><br /> Una vita che inizia già ora<br /><br /> Capisco allora che non si tratta soltanto della risurrezione finale. Certo, penso anche all’episodio di Lazzaro, di cui abbiamo parlato: Gesù che richiama alla vita un morto da quattro giorni, mostrando chiaramente il suo potere sulla morte. Ma questo potere non riguarda solo l’ultimo giorno.<br /><br /> Gesù parla di una vita che si dona già ora. Quando dice che i morti udranno la sua voce e usciranno dai sepolcri, non si riferisce solo alle tombe fisiche, ma anche a tutte le situazioni di morte che viviamo ogni giorno: blocchi interiori, paure, peccati, stanchezze. Anche lì, la sua voce può raggiungerci e farci uscire.<br /><br /> L’ascolto che genera vita<br /><br /> Mi colpisce che tutto questo si realizzi attraverso l’ascolto. Gesù dice chiaramente che chi ascolta la sua parola ha la vita eterna. Questo mi fa capire che la relazione con Lui è prima di tutto una relazione di ascolto.<br /><br /> Ascoltare la sua parola non è un atto passivo: è accogliere una voce che consola, che rialza, che rimette in cammino. Come il paralitico è stato rimesso in piedi, così anche io posso essere rimesso in piedi ogni volta che mi metto davvero in ascolto.<br /><br /> Riconosco allora che ho bisogno di questa parola, di questo rapporto filiale con Dio, come suggerisce anche il profeta Isaia: una relazione in cui mi lascio nutrire, guidare, rinnovare.<br /><br /> Una risurrezione per tutti<br /><br /> La risurrezione riguarda tutti. Gesù dice che tutti risorgeranno, sia coloro che hanno fatto il bene sia coloro che hanno fatto il male. I primi per una risurrezione di vita, gli altri per una risurrezione di condanna.<br /><br /> Questo mi fa capire quanto sia grande e universale il potere di Dio: nessuno resta escluso dalla vita. Ma allo stesso tempo mi richiama alla responsabilità delle mie scelte, perché ciò che vivo ora ha un peso eterno.<br /><br /> Un invito a scegliere la vita<br /><br /> Alla fine, sento che tutto questo discorso converge in un invito molto concreto: entrare in questa dinamica di vita. Il Signore non desidera altro che darmi vita, continuamente. Anche nelle difficoltà, nei lutti, nelle fatiche, la morte non è mai l’ultima parola.<br /><br /> Attraverso la sua parola, ascoltata ogni giorno, Lui continua ad aprirmi alla vita, a consolarmi, a rialzarmi. Per questo voglio mettermi in ascolto, con gratitudine.<br /><br /> Non voglio restare nel sepolcro delle mie chiusure o delle mie paure. Voglio seguire Gesù, entrare nel suo cammino, vivere il suo discepolato. 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È una scena che richiama quella del cieco nato, ascoltata poco prima: una vita intera segnata da un limite che sembra definitivo.<br /><br /> Quello che mi impressiona ancora di più è il luogo in cui si trova: è vicino al tempio, accanto alla piscina di Betzatà, uno dei luoghi più certi e concreti della Gerusalemme antica, visibile ancora oggi. È quindi vicinissimo al luogo più santo, eppure non riesce a guarire. Questa vicinanza rende la sua situazione ancora più drammatica: è a pochi passi dalla salvezza, ma allo stesso tempo infinitamente lontano da essa.<br /><br /> La solitudine che blocca la guarigione<br /><br /> Quest’uomo non è solo malato: è anche profondamente solo. Le sue parole lo rivelano con chiarezza: “Non ho nessuno che mi immerga nella piscina”. È una solitudine che pesa, che immobilizza, che diventa quasi una condanna. La distanza che lo separa dalla guarigione è piccolissima, ma allo stesso tempo incolmabile, perché manca qualcuno che lo aiuti.<br /><br /> Questa situazione mi fa riflettere su quanto si possa essere vicini a Dio, ai luoghi sacri, alla fede, eppure rimanere bloccati interiormente. Il tempio è lì, la piscina è lì, la possibilità di guarire sembra a portata di mano, ma qualcosa impedisce il passaggio decisivo. È una distanza non geografica, ma esistenziale.<br /><br /> La promessa di vita che scorre dal tempio<br /><br /> In contrasto con questa immobilità, mi viene in mente la grande visione del profeta Ezechiele: dal tempio sgorga un’acqua abbondante, capace di risanare anche il deserto più arido, l’Araba, una terra sterile, salata, dove non cresce nulla. Eppure quell’acqua porta vita, fa nascere alberi, frutti continui, foglie che guariscono.<br /><br /> È un’immagine potentissima: dal luogo di Dio sgorga una forza di vita inesauribile. Tutto ciò che è morto o sterile può rifiorire. Eppure, paradossalmente, per quest’uomo tutto sembra bloccato. Quella stessa acqua che nella profezia risana tutto, per lui rimane irraggiungibile.<br /><br /> L’iniziativa sorprendente di Gesù<br /><br /> Ed è qui che avviene qualcosa di totalmente nuovo e inatteso: non è l’uomo che riesce ad arrivare all’acqua, ma è Gesù che si avvicina a lui. Questa è la vera novità: Dio non aspetta che l’uomo ce la faccia da solo, ma prende l’iniziativa.<br /><br /> La domanda che Gesù gli pone è sorprendente: “Vuoi guarire?”. A prima vista sembra quasi inutile o ironica, ma in realtà è profondissima. Mi accorgo che non basta avere bisogno di guarigione: bisogna anche desiderarla davvero, voler uscire da quella situazione, smettere di restare seduti nella rassegnazione e nella solitudine.<br /><br /> Questa domanda è rivolta anche a me. Mi costringe a interrogarmi: voglio davvero guarire, oppure mi sono abituato alle mie paralisi interiori?<br /><br /> La guarigione come relazione e obbedienza<br /><br /> Gesù non chiede all’uomo di immergersi nell’acqua. Gli dice semplicemente: “Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”. La guarigione non passa più attraverso un rito o un luogo, ma attraverso la relazione con Lui, attraverso l’ascolto e l’obbedienza alla sua parola.<br /><br /> Capisco allora che la vera acqua che guarisce è Lui stesso. La tradizione della Chiesa insegna che questa acqua scaturisce dal costato di Cristo, come racconta il Vangelo di Giovanni nella passione. E anche nell’Apocalisse, nella visione della Gerusalemme celeste, dall’Agnello sgorga questa vita che salva e rinnova ogni cosa.<br /><br /> Il dono più grande non è semplicemente la guarigione fisica, ma l’incontro con Gesù, che si fa vicino, che entra nella mia vita e mi rimette in cammino.<br /><br /> Il cammino dei poveri che cercano Dio<br /><br /> Alla fine, mi riconosco in quest’uomo. Forse non sono fermo da trentotto anni, ma ci sono momenti in cui anch’io rimango bloccato, magari da meno tempo, ma comunque incapace di muovermi da solo.<br /><br /> Il fatto stesso di cercare Dio, di andare a pregare, di partecipare all’Eucaristia, non significa che sono “bravo”, ma che sono bisognoso, povero, in ricerca. Ho bisogno di questo contatto vivo con Lui, attraverso la sua parola e la sua presenza.<br /><br /> Allora accolgo l’invito: prendo la mia barella, con umiltà, senza nascondere le mie fragilità, e mi metto in cammino. Non da solo, ma dietro di Lui, che è il mio Maestro e la mia speranza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70684680</guid><pubDate>Tue, 17 Mar 2026 11:32:13 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70684680/imported_1773746284380270_audio.mp3" length="4829100" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La drammaticità di una vita ferma

Mi colpisce l’immagine iniziale del Vangelo: un uomo malato da trentotto anni, fermo, immobile, quasi imprigionato nella sua condizione. Non sappiamo quanti anni avesse, ma sappiamo che una parte enorme della sua...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La drammaticità di una vita ferma<br /><br /> Mi colpisce l’immagine iniziale del Vangelo: un uomo malato da trentotto anni, fermo, immobile, quasi imprigionato nella sua condizione. Non sappiamo quanti anni avesse, ma sappiamo che una parte enorme della sua vita è stata segnata da questa paralisi. È una scena che richiama quella del cieco nato, ascoltata poco prima: una vita intera segnata da un limite che sembra definitivo.<br /><br /> Quello che mi impressiona ancora di più è il luogo in cui si trova: è vicino al tempio, accanto alla piscina di Betzatà, uno dei luoghi più certi e concreti della Gerusalemme antica, visibile ancora oggi. È quindi vicinissimo al luogo più santo, eppure non riesce a guarire. Questa vicinanza rende la sua situazione ancora più drammatica: è a pochi passi dalla salvezza, ma allo stesso tempo infinitamente lontano da essa.<br /><br /> La solitudine che blocca la guarigione<br /><br /> Quest’uomo non è solo malato: è anche profondamente solo. Le sue parole lo rivelano con chiarezza: “Non ho nessuno che mi immerga nella piscina”. È una solitudine che pesa, che immobilizza, che diventa quasi una condanna. La distanza che lo separa dalla guarigione è piccolissima, ma allo stesso tempo incolmabile, perché manca qualcuno che lo aiuti.<br /><br /> Questa situazione mi fa riflettere su quanto si possa essere vicini a Dio, ai luoghi sacri, alla fede, eppure rimanere bloccati interiormente. Il tempio è lì, la piscina è lì, la possibilità di guarire sembra a portata di mano, ma qualcosa impedisce il passaggio decisivo. È una distanza non geografica, ma esistenziale.<br /><br /> La promessa di vita che scorre dal tempio<br /><br /> In contrasto con questa immobilità, mi viene in mente la grande visione del profeta Ezechiele: dal tempio sgorga un’acqua abbondante, capace di risanare anche il deserto più arido, l’Araba, una terra sterile, salata, dove non cresce nulla. Eppure quell’acqua porta vita, fa nascere alberi, frutti continui, foglie che guariscono.<br /><br /> È un’immagine potentissima: dal luogo di Dio sgorga una forza di vita inesauribile. Tutto ciò che è morto o sterile può rifiorire. Eppure, paradossalmente, per quest’uomo tutto sembra bloccato. Quella stessa acqua che nella profezia risana tutto, per lui rimane irraggiungibile.<br /><br /> L’iniziativa sorprendente di Gesù<br /><br /> Ed è qui che avviene qualcosa di totalmente nuovo e inatteso: non è l’uomo che riesce ad arrivare all’acqua, ma è Gesù che si avvicina a lui. Questa è la vera novità: Dio non aspetta che l’uomo ce la faccia da solo, ma prende l’iniziativa.<br /><br /> La domanda che Gesù gli pone è sorprendente: “Vuoi guarire?”. A prima vista sembra quasi inutile o ironica, ma in realtà è profondissima. Mi accorgo che non basta avere bisogno di guarigione: bisogna anche desiderarla davvero, voler uscire da quella situazione, smettere di restare seduti nella rassegnazione e nella solitudine.<br /><br /> Questa domanda è rivolta anche a me. Mi costringe a interrogarmi: voglio davvero guarire, oppure mi sono abituato alle mie paralisi interiori?<br /><br /> La guarigione come relazione e obbedienza<br /><br /> Gesù non chiede all’uomo di immergersi nell’acqua. Gli dice semplicemente: “Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”. La guarigione non passa più attraverso un rito o un luogo, ma attraverso la relazione con Lui, attraverso l’ascolto e l’obbedienza alla sua parola.<br /><br /> Capisco allora che la vera acqua che guarisce è Lui stesso. La tradizione della Chiesa insegna che questa acqua scaturisce dal costato di Cristo, come racconta il Vangelo di Giovanni nella passione. E anche nell’Apocalisse, nella visione della Gerusalemme celeste, dall’Agnello sgorga questa vita che salva e rinnova ogni cosa.<br /><br /> Il dono più grande non è semplicemente la guarigione fisica, ma l’incontro con Gesù, che si fa vicino, che entra nella mia vita e mi rimette in cammino.<br /><br /> Il cammino dei poveri che cercano Dio<br /><br />...]]></itunes:summary><itunes:duration>302</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La guerra distrugge, Dio ricrea - Omelia lunedì 4a settimana di quaresima</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-guerra-distrugge-dio-ricrea-omelia-lunedi-4a-settimana-di-quaresima--70662262</link><description><![CDATA[Questo funzionario pagano si avvicina a Gesù per chiedergli di scendere a Cafarnao e guarire suo figlio. È una situazione profondamente drammatica: forse non c’è niente di più doloroso di un figlio che sta per morire. Quando accade qualcosa del genere, sembra che tutto crolli. Il figlio rappresenta il futuro, la gioia, la speranza di una famiglia; e quando il futuro sembra spegnersi, anche il cuore dei genitori si riempie di angoscia.<br /><br /> A questa immagine affianco anche quella delle situazioni di guerra di cui parlano sia il profeta Isaia sia il Salmo. La guerra distrugge le vite quotidiane delle persone: i nemici esultano, le città vengono devastate, le case costruite con fatica vengono abitate da altri, i campi coltivati con sacrificio sono raccolti da chi non li ha seminati. È come se tutto il lavoro e l’impegno di una vita venissero improvvisamente cancellati. Il futuro, che sembrava costruito passo dopo passo, appare improvvisamente spezzato.<br /><br /> Purtroppo questa realtà non appartiene soltanto al passato. Anche oggi assistiamo a guerre e violenze che sconvolgono il mondo: dall’Ucraina alla Terra Santa, dal Medio Oriente fino ai terribili attacchi che colpiscono altre nazioni. Sono situazioni che mirano a distruggere e a rovinare, e che, pur essendo spesso giustificate da ragioni di difesa o di conquista, lasciano in noi un grande sgomento.<br /><br /> La promessa di Dio: nuovi cieli e nuova terra<br /><br /> In questo contesto così oscuro, la Parola di Dio ci offre una luce straordinaria. Il profeta Isaia annuncia una promessa di Dio: «Io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente». Questo passato che non verrà più ricordato è proprio il passato grigio della guerra, della distruzione e della morte.<br /><br /> Quello che mi colpisce molto è l’espressione: «quello che sto per creare». Qui si rivela un volto di Dio che non è assente dalla storia, ma è continuamente all’opera. Dio sta creando qualcosa di nuovo. Non è fermo, non è lontano: sta operando proprio dentro la storia degli uomini.<br /><br /> Questa creazione non riguarda soltanto grandi eventi straordinari. Si manifesta anche nelle realtà semplici della vita: un figlio che nasce, una famiglia che cresce, una casa costruita con amore. Ogni volta che l’uomo costruisce qualcosa di buono, in qualche modo partecipa a questa opera creatrice di Dio.<br /><br /> Il profeta lo esprime con immagini molto concrete: gli uomini costruiranno case e le abiteranno, pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto. È la promessa di una vita finalmente stabile, dove il lavoro e l’impegno non saranno più vanificati dalla violenza o dalla distruzione.<br /><br /> Guardare all’oggi di Dio<br /><br /> Questa parola ci invita a non restare prigionieri del passato. Non siamo chiamati a fissare lo sguardo su ciò che è stato distrutto o su ciò che abbiamo perduto, ma su ciò che Dio sta facendo oggi.<br /><br /> Anche quando attraversiamo momenti difficili — perfino quando viviamo un lutto profondo — siamo invitati a rinnovare la nostra fiducia in Dio. Il Signore continua a creare anche oggi: nelle nostre famiglie, nelle nostre relazioni, nelle piccole cose della vita quotidiana.<br /><br /> La fede diventa allora uno sguardo rivolto al presente. Dio non promette soltanto un futuro lontano, ma opera già ora, nell’oggi della nostra esistenza. Ci chiede di accorgerci di questa sua opera nascosta e di fidarci di ciò che sta facendo.<br /><br /> La fede del funzionario<br /><br /> È proprio quello che accade nel Vangelo con il funzionario che chiede la guarigione per suo figlio. Quest’uomo desidererebbe che Gesù scendesse fino a Cafarnao per guarire il ragazzo. Sarebbe la soluzione più evidente, la risposta che lui immagina.<br /><br /> Ma Gesù gli dice semplicemente: «Va’, tuo figlio vive».<br /><br /> In quel momento il funzionario deve compiere un atto di fede. Non vede il miracolo, non ha prove immediate. Eppure si fida della parola di Gesù e torna a casa.<br /><br /> Questo gesto diventa un esempio anche per noi. Anche noi siamo chiamati a fidarci della parola del Signore, anche quando non vediamo subito il risultato. La fede è proprio questo: camminare sostenuti dalla fiducia nella parola di Dio.<br /><br /> Il Dio che ha attraversato la morte<br /><br /> La nostra fiducia non è cieca o ingenua. Essa si fonda su un fatto decisivo: Dio stesso ha attraversato la morte.<br /><br /> Gesù si è consegnato ai suoi carnefici, è stato crocifisso ed è morto sulla croce. E proprio attraverso quella morte è passata la vittoria della vita.<br /><br /> Ci stiamo avvicinando al Triduo pasquale, e questo tempo ci aiuta a comprendere che non dobbiamo fermarci davanti alla distruzione o alla morte. La Pasqua ci ricorda che Dio ha il potere di trasformare tutto, di creare vita anche dove sembra esserci soltanto fine e rovina.<br /><br /> La sua è una creazione nuova: una creazione di risurrezione e di guarigione.<br /><br /> Costruire il Regno nella vita quotidiana<br /><br /> Alla luce di questa speranza siamo chiamati a vivere l’oggi con fiducia. Il Regno di Dio cresce lentamente, passo dopo passo, anche attraverso i gesti più semplici della nostra vita.<br /><br /> Ogni atto di servizio, ogni gesto di affetto, ogni cura offerta agli altri diventa una piccola partecipazione alla costruzione di questo Regno.<br /><br /> È un Regno che spesso rimane nascosto, che non si impone con forza o con violenza. Tuttavia è reale ed è già presente in mezzo a noi.<br /><br /> Per questo nella preghiera diciamo: «Venga il tuo Regno». E ricordiamo anche le parole di Gesù: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli». Essere poveri in spirito significa riconoscersi piccoli davanti a Dio, senza pretendere di controllare tutto, ma affidandosi a Lui con fiducia.<br /><br /> Affidare a Dio le nostre difficoltà<br /><br /> Alla fine, la Parola di Dio ci invita a un atteggiamento molto semplice ma profondo: affidare a Lui le nostre pene e le nostre difficoltà.<br /><br /> Possiamo portare davanti al Signore le nostre paure, le nostre sofferenze, le situazioni che ci sembrano senza soluzione. Possiamo consegnargli tutto, con la fiducia che Egli continua a creare anche dentro le nostre storie ferite.<br /><br /> Il Dio della Bibbia non è un Dio che distrugge o impone con violenza. È il Dio che crea, che ricrea, che fa nascere vita nuova.<br /><br /> E proprio a questo Dio possiamo affidarci con fiducia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70662262</guid><pubDate>Mon, 16 Mar 2026 17:28:11 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70662262/imported_1773681997230787_audio.mp3" length="5837635" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Questo funzionario pagano si avvicina a Gesù per chiedergli di scendere a Cafarnao e guarire suo figlio. È una situazione profondamente drammatica: forse non c’è niente di più doloroso di un figlio che sta per morire. Quando accade qualcosa del...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Questo funzionario pagano si avvicina a Gesù per chiedergli di scendere a Cafarnao e guarire suo figlio. È una situazione profondamente drammatica: forse non c’è niente di più doloroso di un figlio che sta per morire. Quando accade qualcosa del genere, sembra che tutto crolli. Il figlio rappresenta il futuro, la gioia, la speranza di una famiglia; e quando il futuro sembra spegnersi, anche il cuore dei genitori si riempie di angoscia.<br /><br /> A questa immagine affianco anche quella delle situazioni di guerra di cui parlano sia il profeta Isaia sia il Salmo. La guerra distrugge le vite quotidiane delle persone: i nemici esultano, le città vengono devastate, le case costruite con fatica vengono abitate da altri, i campi coltivati con sacrificio sono raccolti da chi non li ha seminati. È come se tutto il lavoro e l’impegno di una vita venissero improvvisamente cancellati. Il futuro, che sembrava costruito passo dopo passo, appare improvvisamente spezzato.<br /><br /> Purtroppo questa realtà non appartiene soltanto al passato. Anche oggi assistiamo a guerre e violenze che sconvolgono il mondo: dall’Ucraina alla Terra Santa, dal Medio Oriente fino ai terribili attacchi che colpiscono altre nazioni. Sono situazioni che mirano a distruggere e a rovinare, e che, pur essendo spesso giustificate da ragioni di difesa o di conquista, lasciano in noi un grande sgomento.<br /><br /> La promessa di Dio: nuovi cieli e nuova terra<br /><br /> In questo contesto così oscuro, la Parola di Dio ci offre una luce straordinaria. Il profeta Isaia annuncia una promessa di Dio: «Io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente». Questo passato che non verrà più ricordato è proprio il passato grigio della guerra, della distruzione e della morte.<br /><br /> Quello che mi colpisce molto è l’espressione: «quello che sto per creare». Qui si rivela un volto di Dio che non è assente dalla storia, ma è continuamente all’opera. Dio sta creando qualcosa di nuovo. Non è fermo, non è lontano: sta operando proprio dentro la storia degli uomini.<br /><br /> Questa creazione non riguarda soltanto grandi eventi straordinari. Si manifesta anche nelle realtà semplici della vita: un figlio che nasce, una famiglia che cresce, una casa costruita con amore. Ogni volta che l’uomo costruisce qualcosa di buono, in qualche modo partecipa a questa opera creatrice di Dio.<br /><br /> Il profeta lo esprime con immagini molto concrete: gli uomini costruiranno case e le abiteranno, pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto. È la promessa di una vita finalmente stabile, dove il lavoro e l’impegno non saranno più vanificati dalla violenza o dalla distruzione.<br /><br /> Guardare all’oggi di Dio<br /><br /> Questa parola ci invita a non restare prigionieri del passato. Non siamo chiamati a fissare lo sguardo su ciò che è stato distrutto o su ciò che abbiamo perduto, ma su ciò che Dio sta facendo oggi.<br /><br /> Anche quando attraversiamo momenti difficili — perfino quando viviamo un lutto profondo — siamo invitati a rinnovare la nostra fiducia in Dio. Il Signore continua a creare anche oggi: nelle nostre famiglie, nelle nostre relazioni, nelle piccole cose della vita quotidiana.<br /><br /> La fede diventa allora uno sguardo rivolto al presente. Dio non promette soltanto un futuro lontano, ma opera già ora, nell’oggi della nostra esistenza. Ci chiede di accorgerci di questa sua opera nascosta e di fidarci di ciò che sta facendo.<br /><br /> La fede del funzionario<br /><br /> È proprio quello che accade nel Vangelo con il funzionario che chiede la guarigione per suo figlio. Quest’uomo desidererebbe che Gesù scendesse fino a Cafarnao per guarire il ragazzo. Sarebbe la soluzione più evidente, la risposta che lui immagina.<br /><br /> Ma Gesù gli dice semplicemente: «Va’, tuo figlio vive».<br /><br /> In quel momento il funzionario deve compiere un atto di fede. Non vede il miracolo, non ha prove immediate. 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Pensiamo che per governare servano caratteristiche evidenti e potenti.<br /><br /> Ma la Scrittura mi mostra che Dio non ragiona come noi. Quando il profeta Samuele viene mandato nella famiglia di Iesse per scegliere il nuovo re, davanti a lui passano tutti i figli: il primogenito, poi il secondo, il terzo e così via. Tutti sembrano avere le qualità giuste. Eppure Dio dice che nessuno di loro è quello scelto.<br /><br /> Alla fine si scopre che manca un figlio: il più piccolo, Davide. Non era nemmeno in casa con gli altri, perché stava nei campi a pascolare le pecore. Era un pastorello, l’ultimo, il meno considerato. Agli occhi della famiglia e persino di Samuele sembrava insignificante. Certo, era bello, con un bel volto e un sorriso luminoso, ma questo non lo rendeva importante.<br /><br /> Eppure Dio conosceva il suo cuore. Non lo sceglie per la forza o per il potere, ma perché vede dentro di lui qualcosa che gli altri non vedono.<br /><br /> Davide e la forza che nasce dalla fiducia<br /><br /> La scelta di Davide dimostra che Dio non guarda l’apparenza. Non sceglie in base alla bravura, alla reputazione o alla forza fisica. Lui sa leggere il cuore.<br /><br /> Questo si vede bene anche nell’episodio famoso di Davide e Golia. Tutti avevano paura di quel gigantesco guerriero filisteo: era enorme, armato, spaventoso. Nessuno aveva il coraggio di affrontarlo.<br /><br /> Davide invece si presenta con una fionda. Non ha un’armatura, non ha una spada grande. Eppure ha una fiducia enorme. Ricorda che ha già difeso il gregge dai leoni e dagli animali feroci. Con un solo colpo riesce a sconfiggere Golia.<br /><br /> Questo episodio mi fa capire che la forza vera non è quella che appare. È quella che nasce dalla fiducia in Dio. Dio sceglie persone che agli occhi del mondo sembrano piccole, ma che nel cuore hanno spazio per Lui.<br /><br /> Il cieco nato: un uomo apparentemente inutile<br /><br /> Il Vangelo racconta una storia ancora più sorprendente. Il protagonista è un cieco nato. Una persona che non ha mai visto nulla nella sua vita.<br /><br /> Secondo la mentalità del tempo, una persona così non aveva valore sociale. Non poteva lavorare e l’unica cosa che poteva fare era mendicare. Viveva dipendendo dagli altri, seduto alla porta a chiedere l’elemosina.<br /><br /> Persino i discepoli fanno una domanda terribile: vogliono sapere chi ha peccato per causare quella disgrazia, se lui o i suoi genitori. È una domanda crudele, che mostra quanto facilmente giudichiamo la vita degli altri.<br /><br /> Gesù invece non lo giudica. Quando passa, lo vede davvero. Capisce che quell’uomo ha dentro una grande potenzialità e decide di incontrarlo.<br /><br /> Il coraggio e la fede del cieco guarito<br /><br /> Gesù compie un gesto molto concreto: sputa per terra, fa del fango e lo mette sugli occhi del cieco. Poi gli dice di andare a lavarsi alla piscina di Siloe.<br /><br /> Per il cieco non è una richiesta semplice. Deve camminare per un tratto di strada senza vedere nulla, con il fango sugli occhi. Eppure si fida. Obbedisce. Va a lavarsi.<br /><br /> E torna vedendoci.<br /><br /> Da quel momento però la sua vita diventa complicata. Molti non vogliono credere a ciò che è successo. Alcuni dicono che non è lui, che assomiglia soltanto al cieco di prima. Lui invece continua a ripetere con semplicità la verità: prima non vedeva e adesso vede.<br /><br /> Gli chiedono chi lo ha guarito, ma lui sa solo che si chiama Gesù. Non sa dove si trovi. Non conosce ancora bene chi sia, ma è certo di una cosa: nella sua vita è accaduto qualcosa di grande.<br /><br /> La solitudine e la ricerca di Gesù<br /><br /> Nemmeno i suoi genitori lo difendono. Per paura delle autorità religiose scaricano la responsabilità su di lui e dicono che è adulto e può rispondere da solo.<br /><br /> Nonostante tutto, lui continua a difendere l’esperienza che ha vissuto. È stato cieco e ora vede: questa è la sua verità.<br /><br /> I capi religiosi non accettano il miracolo e alla fine lo cacciano fuori dalla sinagoga. È un gesto molto duro: significa essere escluso dalla comunità.<br /><br /> Ed è proprio in quel momento che accade qualcosa di bellissimo. Quando Gesù viene a sapere che lo hanno espulso, va a cercarlo. Lo incontra e gli chiede se crede nel Figlio dell’uomo.<br /><br /> Il cieco domanda: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?».<br /><br /> Gesù risponde: «Sono io, che ti parlo».<br /><br /> A quel punto l’uomo si prostra davanti a lui. Finalmente ha trovato il suo Signore.<br /><br /> Gesù che valorizza chi è scartato<br /><br /> Questa storia mi ricorda anche l’incontro di Gesù con la samaritana, raccontato nel Vangelo della domenica precedente. Anche lei era una donna disprezzata: aveva avuto molti mariti e viveva una situazione difficile. Per questo andava al pozzo a mezzogiorno, quando non c’era nessuno.<br /><br /> Eppure Gesù va proprio da lei e le chiede da bere. La coinvolge, la valorizza, la fa sentire importante.<br /><br /> Gesù agisce sempre così. Non guarda il passato, non giudica la storia delle persone. Lui conosce il cuore e cerca di tirare fuori il meglio che c’è dentro ciascuno di noi.<br /><br /> Il funerale di un bambino<br /><br /> Ripenso anche a un’esperienza molto dolorosa vissuta proprio il giorno prima. Ho celebrato il funerale di un bambino di sei anni, nella chiesa di Sant’Andrea.<br /><br /> Quel bambino aveva avuto grandi difficoltà fin dalla nascita. Durante la gravidanza c’era stato un incidente e lui era nato con problemi molto seri. Ha passato gran parte della sua vita tra ospedale e casa. Alla fine un’infezione lo ha portato via.<br /><br /> Davanti a una vita così breve e fragile, la domanda viene spontanea: che valore ha avuto questa vita?<br /><br /> Quel bambino non parlava e passava molto tempo nel suo letto. Sembrava quasi incapace di fare qualcosa. Eppure una delle educatrici presenti al funerale ha letto una lettera commovente. Diceva che quando lei si avvicinava, il bambino la guardava negli occhi e le stringeva il dito con la sua piccola mano.<br /><br /> Era l’unica cosa che riusciva a fare.<br /><br /> Eppure quella semplice presenza ha generato tantissimo amore. La chiesa era quasi piena. I familiari, le educatrici, le persone che lo avevano conosciuto erano profondamente toccate. Quel bambino aveva voluto bene a tutti: ai genitori, alla nonna che lo aveva assistito, alle persone che si prendevano cura di lui.<br /><br /> Aveva creato intorno a sé un movimento di affetto.<br /><br /> L’opera di Dio nella vita<br /><br /> Questo mi fa capire qual è la vera opera di Dio. Non è diventare ingegneri, piloti, vescovi o persone di successo.<br /><br /> L’opera di Dio è amare.<br /><br /> È far sentire gli altri accolti e valorizzati. È guardare qualcuno e dirgli con la propria vita: tu sei importante.<br /><br /> Quell’educatrice piangeva perché diceva che quel bambino l’aveva amata così com’era, senza guardare al suo passato o alla sua storia. Questo è qualcosa di straordinario.<br /><br /> Come il cieco nato del Vangelo, anche quel bambino ha manifestato le opere di Dio.<br /><br /> Camminare nella luce<br /><br /> Questa parola riguarda anche me e riguarda ciascuno di noi. Possiamo avere tanti limiti, tante difficoltà, persino sentirci inutili. A volte l’età, la solitudine o la malattia ci fanno pensare di non servire più a niente.<br /><br /> Ma il Signore guarda il cuore.<br /><br /> Lui può trasformare anche la nostra fragilità in una meraviglia. Può farci passare dalle tenebre alla luce, proprio come è accaduto al cieco nato.<br /><br /> L’unica cosa che ci chiede è dire di sì.<br /><br /> Il rischio invece è quello di comportarci come i farisei, che rifiutano continuamente l’opera di Dio e giudicano gli altri dicendo: “Tu non vali niente, sei un peccatore”.<br /><br /> Per questo, in questo cammino di Quaresima e nelle settimane che ci separano dalla Pasqua, sento l’invito a rimanere nella luce. Come dice san Paolo: non tornare alle opere delle tenebre.<br /><br /> Siamo stati salvati.<br /> E siamo chiamati a camminare nella luce.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70662038</guid><pubDate>Mon, 16 Mar 2026 17:26:04 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70662038/imported_1773681818790400_audio.mp3" length="11337978" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Come ragiona Dio quando deve scegliere un re? Se fossimo noi a scegliere, probabilmente useremmo criteri molto chiari: il più forte, il più alto, il più coraggioso, quello che sa comandare meglio o che appare più capace di guidare gli altri. In fondo,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Come ragiona Dio quando deve scegliere un re? Se fossimo noi a scegliere, probabilmente useremmo criteri molto chiari: il più forte, il più alto, il più coraggioso, quello che sa comandare meglio o che appare più capace di guidare gli altri. In fondo, anche nella vita quotidiana ragioniamo così: cerchiamo persone che mostrino forza, capacità, leadership. Pensiamo che per governare servano caratteristiche evidenti e potenti.<br /><br /> Ma la Scrittura mi mostra che Dio non ragiona come noi. Quando il profeta Samuele viene mandato nella famiglia di Iesse per scegliere il nuovo re, davanti a lui passano tutti i figli: il primogenito, poi il secondo, il terzo e così via. Tutti sembrano avere le qualità giuste. Eppure Dio dice che nessuno di loro è quello scelto.<br /><br /> Alla fine si scopre che manca un figlio: il più piccolo, Davide. Non era nemmeno in casa con gli altri, perché stava nei campi a pascolare le pecore. Era un pastorello, l’ultimo, il meno considerato. Agli occhi della famiglia e persino di Samuele sembrava insignificante. Certo, era bello, con un bel volto e un sorriso luminoso, ma questo non lo rendeva importante.<br /><br /> Eppure Dio conosceva il suo cuore. Non lo sceglie per la forza o per il potere, ma perché vede dentro di lui qualcosa che gli altri non vedono.<br /><br /> Davide e la forza che nasce dalla fiducia<br /><br /> La scelta di Davide dimostra che Dio non guarda l’apparenza. Non sceglie in base alla bravura, alla reputazione o alla forza fisica. Lui sa leggere il cuore.<br /><br /> Questo si vede bene anche nell’episodio famoso di Davide e Golia. Tutti avevano paura di quel gigantesco guerriero filisteo: era enorme, armato, spaventoso. Nessuno aveva il coraggio di affrontarlo.<br /><br /> Davide invece si presenta con una fionda. Non ha un’armatura, non ha una spada grande. Eppure ha una fiducia enorme. Ricorda che ha già difeso il gregge dai leoni e dagli animali feroci. Con un solo colpo riesce a sconfiggere Golia.<br /><br /> Questo episodio mi fa capire che la forza vera non è quella che appare. È quella che nasce dalla fiducia in Dio. Dio sceglie persone che agli occhi del mondo sembrano piccole, ma che nel cuore hanno spazio per Lui.<br /><br /> Il cieco nato: un uomo apparentemente inutile<br /><br /> Il Vangelo racconta una storia ancora più sorprendente. Il protagonista è un cieco nato. Una persona che non ha mai visto nulla nella sua vita.<br /><br /> Secondo la mentalità del tempo, una persona così non aveva valore sociale. Non poteva lavorare e l’unica cosa che poteva fare era mendicare. Viveva dipendendo dagli altri, seduto alla porta a chiedere l’elemosina.<br /><br /> Persino i discepoli fanno una domanda terribile: vogliono sapere chi ha peccato per causare quella disgrazia, se lui o i suoi genitori. È una domanda crudele, che mostra quanto facilmente giudichiamo la vita degli altri.<br /><br /> Gesù invece non lo giudica. Quando passa, lo vede davvero. Capisce che quell’uomo ha dentro una grande potenzialità e decide di incontrarlo.<br /><br /> Il coraggio e la fede del cieco guarito<br /><br /> Gesù compie un gesto molto concreto: sputa per terra, fa del fango e lo mette sugli occhi del cieco. Poi gli dice di andare a lavarsi alla piscina di Siloe.<br /><br /> Per il cieco non è una richiesta semplice. Deve camminare per un tratto di strada senza vedere nulla, con il fango sugli occhi. Eppure si fida. Obbedisce. Va a lavarsi.<br /><br /> E torna vedendoci.<br /><br /> Da quel momento però la sua vita diventa complicata. Molti non vogliono credere a ciò che è successo. Alcuni dicono che non è lui, che assomiglia soltanto al cieco di prima. Lui invece continua a ripetere con semplicità la verità: prima non vedeva e adesso vede.<br /><br /> Gli chiedono chi lo ha guarito, ma lui sa solo che si chiama Gesù. Non sa dove si trovi. Non conosce ancora bene chi sia, ma è certo di una cosa: nella sua vita è accaduto qualcosa di grande.<br /><br /> La solitudine e la ricerca di...]]></itunes:summary><itunes:duration>709</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il cuore ferito ha sete di Dio - Omelia giovedì II settimana di quaresima</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-cuore-ferito-ha-sete-di-dio-omelia-giovedi-ii-settimana-di-quaresima--70487385</link><description><![CDATA[Mi colpisce profondamente una parola molto dura del profeta Geremia: «Niente è più infido del cuore e difficilmente guarisce». È un’affermazione estremamente severa, quasi sconfortante, perché sembra suggerire che non ci sia speranza. Geremia descrive il cuore dell’uomo come ingannevole, doloso, infido e addirittura incurabile. È un cuore ferito, malato, incapace di guarire da solo.<br /><br /> Questa descrizione, però, non è solo un giudizio morale: il profeta mostra anche le conseguenze concrete di questo cuore malato. Quando l’uomo vive con un cuore così ferito, tende spontaneamente a confidare solo in sé stesso. Si appoggia sulle proprie forze, sulla “carne”, cioè su ciò che è puramente umano e fragile.<br /><br /> Geremia usa un’immagine molto forte: quella del tamerisco nella steppa. È un piccolo albero che riesce a sopravvivere, ma vive in una condizione di solitudine e di aridità. È tutto concentrato sul semplice sopravvivere. E il testo aggiunge una frase terribile: non vede arrivare il bene. Questo significa che il cuore chiuso e malato non solo vive nella fatica, ma diventa anche incapace di riconoscere il bene quando arriva.<br /><br /> Il cuore chiuso che non vede il bene<br /><br /> Questa condizione del cuore umano aiuta a comprendere anche il Vangelo evocato nella riflessione. Penso alla figura del ricco che vive nel suo benessere e nel suo piacere senza accorgersi veramente di ciò che accade attorno a lui. Sa che esiste il povero alla sua porta, ma non compie alcun gesto di misericordia, nessun atto di dono.<br /><br /> Il suo cuore è completamente chiuso. Non è tanto una questione di ignoranza: il ricco sa che il povero è lì, ma non lo vede davvero. Il suo cuore non è capace di aprirsi, di lasciarsi toccare. È un cuore ripiegato su sé stesso.<br /><br /> Questa immagine illumina ciò che Geremia diceva: il cuore malato non solo si chiude, ma perde anche la capacità di accorgersi del bene, delle occasioni di amore, delle possibilità di misericordia che gli passano davanti.<br /><br /> Imparare a confidare nel Signore<br /><br /> A questo punto nasce spontanea una domanda: se il cuore umano è così ferito, è possibile guarirlo?<br /><br /> Il profeta Geremia suggerisce una strada molto chiara. La guarigione del cuore passa attraverso un allenamento alla fiducia. L’uomo deve imparare a confidare nel Signore invece che in sé stesso.<br /><br /> Qui appare un’altra immagine molto bella: quella dell’albero che stende le sue radici verso il corso d’acqua. Questo albero è consapevole della propria sete. Sa di non avere dentro di sé la sorgente della vita, e per questo cerca l’acqua altrove.<br /><br /> È un’immagine molto concreta: l’albero ha bisogno di acqua e scopre che lì vicino c’è un corso d’acqua. Allora stende le sue radici verso quella fonte per poterne attingere. Allo stesso modo il cuore dell’uomo, quando riconosce il proprio bisogno, comincia a cercare fuori di sé la sorgente della vita.<br /><br /> Un cuore che attinge alla Parola di Dio<br /><br /> L’albero che affonda le radici nell’acqua riceve nutrimento costante. Per questo non teme la siccità, rimane sempre verde e continua a portare frutto. Questa immagine diventa una bellissima descrizione del cuore umano quando impara a vivere affidandosi a Dio.<br /><br /> La riflessione del Vangelo rafforza questa idea attraverso le parole attribuite ad Abramo: «Hanno Mosè e i profeti». Se non ascoltano loro, dice il testo, non saranno convinti neppure se qualcuno risorgesse dai morti.<br /><br /> Questo significa che la Parola di Dio è già stata donata come fonte di vita. Nelle letture di oggi essa appare proprio come quel corso d’acqua a cui l’uomo può andare ad attingere.<br /><br /> Anche il Salmo lo ricorda con forza: beato l’uomo che non segue la via degli empi, ma trova la sua gioia nella legge del Signore e la medita giorno e notte. È proprio questa meditazione della Parola che permette al cuore umano di ricevere nutrimento e guarigione.<br /><br /> La guarigione del cuore ferito<br /><br /> Se il cuore è ferito e malato, la Parola di Dio diventa la medicina capace di illuminarlo e trasformarlo. Dio parla al cuore dell’uomo per redimerlo, guarirlo, sollevarlo, consolarlo e guidarlo.<br /><br /> Nella preghiera della colletta emerge proprio questa richiesta: abbiamo bisogno che Dio guidi i nostri cuori. Da soli non siamo in grado di farlo. Dobbiamo riconoscere il nostro bisogno profondo.<br /><br /> Infatti il problema più grande sarebbe proprio non accorgerci di avere sete. Se restiamo come il tamerisco nella steppa, chiusi nella nostra autosufficienza, non cercheremo mai l’acqua che può salvarci.<br /><br /> Invece siamo chiamati ad assumere l’atteggiamento del salmista che dice: come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. Il riconoscimento della nostra sete diventa il primo passo verso la guarigione.<br /><br /> Il cammino di conversione nel tempo di Quaresima<br /><br /> Il momento che stiamo vivendo, il tempo della Quaresima, diventa allora un tempo privilegiato per compiere questo cammino. È il tempo in cui impariamo a piantare le nostre radici nel Signore.<br /><br /> Significa nutrirsi della sua Parola, lasciarsi irrigare dalla sua presenza, permettere a Dio di lavorare lentamente dentro il nostro cuore. La guarigione non avviene tutta in un istante: è un processo graduale che richiede allenamento, perseveranza e conversione.<br /><br /> Proprio per questo siamo qui: perché riconosciamo il nostro bisogno. Portiamo davanti a Dio le nostre ferite interiori e lasciamo che la sua Parola continui a irrigare la nostra vita.<br /><br /> Alla fine possiamo solo ringraziare il Signore, perché non smette mai di riversare la sua Parola sui nostri cuori. È questa Parola che, giorno dopo giorno, li nutre, li trasforma e li conduce verso la guarigione.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70487385</guid><pubDate>Thu, 05 Mar 2026 19:01:03 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70487385/imported_1772737185847310_audio.mp3" length="5202337" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mi colpisce profondamente una parola molto dura del profeta Geremia: «Niente è più infido del cuore e difficilmente guarisce». È un’affermazione estremamente severa, quasi sconfortante, perché sembra suggerire che non ci sia speranza. Geremia descrive...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mi colpisce profondamente una parola molto dura del profeta Geremia: «Niente è più infido del cuore e difficilmente guarisce». È un’affermazione estremamente severa, quasi sconfortante, perché sembra suggerire che non ci sia speranza. Geremia descrive il cuore dell’uomo come ingannevole, doloso, infido e addirittura incurabile. È un cuore ferito, malato, incapace di guarire da solo.<br /><br /> Questa descrizione, però, non è solo un giudizio morale: il profeta mostra anche le conseguenze concrete di questo cuore malato. Quando l’uomo vive con un cuore così ferito, tende spontaneamente a confidare solo in sé stesso. Si appoggia sulle proprie forze, sulla “carne”, cioè su ciò che è puramente umano e fragile.<br /><br /> Geremia usa un’immagine molto forte: quella del tamerisco nella steppa. È un piccolo albero che riesce a sopravvivere, ma vive in una condizione di solitudine e di aridità. È tutto concentrato sul semplice sopravvivere. E il testo aggiunge una frase terribile: non vede arrivare il bene. Questo significa che il cuore chiuso e malato non solo vive nella fatica, ma diventa anche incapace di riconoscere il bene quando arriva.<br /><br /> Il cuore chiuso che non vede il bene<br /><br /> Questa condizione del cuore umano aiuta a comprendere anche il Vangelo evocato nella riflessione. Penso alla figura del ricco che vive nel suo benessere e nel suo piacere senza accorgersi veramente di ciò che accade attorno a lui. Sa che esiste il povero alla sua porta, ma non compie alcun gesto di misericordia, nessun atto di dono.<br /><br /> Il suo cuore è completamente chiuso. Non è tanto una questione di ignoranza: il ricco sa che il povero è lì, ma non lo vede davvero. Il suo cuore non è capace di aprirsi, di lasciarsi toccare. È un cuore ripiegato su sé stesso.<br /><br /> Questa immagine illumina ciò che Geremia diceva: il cuore malato non solo si chiude, ma perde anche la capacità di accorgersi del bene, delle occasioni di amore, delle possibilità di misericordia che gli passano davanti.<br /><br /> Imparare a confidare nel Signore<br /><br /> A questo punto nasce spontanea una domanda: se il cuore umano è così ferito, è possibile guarirlo?<br /><br /> Il profeta Geremia suggerisce una strada molto chiara. La guarigione del cuore passa attraverso un allenamento alla fiducia. L’uomo deve imparare a confidare nel Signore invece che in sé stesso.<br /><br /> Qui appare un’altra immagine molto bella: quella dell’albero che stende le sue radici verso il corso d’acqua. Questo albero è consapevole della propria sete. Sa di non avere dentro di sé la sorgente della vita, e per questo cerca l’acqua altrove.<br /><br /> È un’immagine molto concreta: l’albero ha bisogno di acqua e scopre che lì vicino c’è un corso d’acqua. Allora stende le sue radici verso quella fonte per poterne attingere. Allo stesso modo il cuore dell’uomo, quando riconosce il proprio bisogno, comincia a cercare fuori di sé la sorgente della vita.<br /><br /> Un cuore che attinge alla Parola di Dio<br /><br /> L’albero che affonda le radici nell’acqua riceve nutrimento costante. Per questo non teme la siccità, rimane sempre verde e continua a portare frutto. Questa immagine diventa una bellissima descrizione del cuore umano quando impara a vivere affidandosi a Dio.<br /><br /> La riflessione del Vangelo rafforza questa idea attraverso le parole attribuite ad Abramo: «Hanno Mosè e i profeti». Se non ascoltano loro, dice il testo, non saranno convinti neppure se qualcuno risorgesse dai morti.<br /><br /> Questo significa che la Parola di Dio è già stata donata come fonte di vita. Nelle letture di oggi essa appare proprio come quel corso d’acqua a cui l’uomo può andare ad attingere.<br /><br /> Anche il Salmo lo ricorda con forza: beato l’uomo che non segue la via degli empi, ma trova la sua gioia nella legge del Signore e la medita giorno e notte. 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Dipingere icone è una passione che ho coltivato per lungo tempo: ho frequentato diverse scuole di iconografia e so bene quanto richieda pazienza e lentezza. Non è qualcosa che si fa in pochi minuti, ma un lavoro che cresce poco alla volta, un braccio alla volta, una veste alla volta. Il tempo purtroppo è sempre poco, ma mi piace sognare che un giorno si possa persino organizzare un corso di icone qui in parrocchia.<br /><br /> La struttura dell’icona e il contrasto tra cielo e terra<br /><br /> L’icona della Trasfigurazione è molto bella ed è chiaramente divisa in due parti. In alto, dentro un medaglione di gloria, c’è il Signore; in basso ci sono i discepoli, rovesciati, sconvolti, quasi disarticolati. Voglio soffermarmi soprattutto su questa parte inferiore, ma ci arrivo gradualmente.<br /><br /> Le montagne dell’icona richiamano immediatamente il Vangelo della domenica precedente, quello delle tentazioni nel deserto. Là Gesù era stato condotto sul monte dal tentatore, che cercava di separarlo dal Padre attraverso il potere, il cibo, la provocazione. Oggi, invece, quelle stesse montagne vengono visitate dal Signore in modo completamente diverso: non per tentare, ma per donare. Gesù prende con sé i discepoli non per metterli alla prova, ma per fare loro un regalo, anzi più di uno.<br /><br /> La Trasfigurazione come dono dopo l’annuncio della passione<br /><br /> Se leggiamo il capitolo precedente del Vangelo, scopriamo che Gesù aveva appena annunciato ai discepoli la sua passione: sarebbe stato preso, ucciso, sarebbe morto. Questo annuncio li aveva profondamente sconvolti, tanto che Pietro reagisce dicendo che questo non gli accadrà mai, e Gesù lo rimprovera duramente con le parole: «Va’ via, Satana». Il collegamento con il Vangelo delle tentazioni è evidente.<br /><br /> È proprio dopo questo momento che Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre discepoli più vicini, e li porta sul monte. Lo fa per consolarli, per aprire davanti a loro una prospettiva più ampia, per farli guardare avanti. Sul monte Gesù si trasfigura: il suo volto brilla e le sue vesti diventano candide come la luce. Nell’icona tutto questo è racchiuso nel medaglione luminoso che manifesta la gloria, la divinità, la forza e l’identità profonda di Gesù come Figlio di Dio.<br /><br /> Mosè, Elia e la centralità della Parola<br /><br /> Accanto a Gesù compaiono Mosè ed Elia, due figure fondamentali della storia di Israele, entrambe legate in modo speciale alla Parola e all’incontro con Dio sul monte. Mosè riceve le Dieci Parole, Elia vive la rivelazione profetica. È significativo che proprio loro conversino con Gesù: i discepoli assistono a un dialogo che riguarda la Parola di Dio, il compimento della storia della salvezza.<br /><br /> A questo si aggiunge la voce dell’Onnipotente che, dalla nube, proclama: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». È un dono immenso per i discepoli: vedono la gloria e ascoltano la Parola, scoprono che Gesù è la Parola stessa di Dio.<br /><br /> Lo sconvolgimento dei discepoli davanti alla rivelazione<br /><br /> Eppure, di fronte a questa visione meravigliosa, accade qualcosa di sorprendente. Matteo sottolinea che i discepoli cadono con la faccia a terra, terrorizzati. L’icona rende benissimo questo movimento: sembrano ribaltati, come se le rocce entrassero nei loro corpi. Luca ricorda che si addormentano, ma qui emerge soprattutto lo sconvolgimento profondo.<br /><br /> Questo ci dice che la rivelazione della Parola di Dio non è mai neutra: è sempre qualcosa di potente, che ci scuote, che in un certo senso ci fa morire. È una notizia troppo grande, difficile da accogliere senza essere destabilizzati.<br /><br /> Abramo e Paolo: la Parola che chiede di partire e di soffrire<br /><br /> Anche le altre letture aiutano a comprendere questo dinamismo. Abramo riceve da Dio un ordine radicale: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò». È una partenza verso l’ignoto, un viaggio lungo e faticoso, che chiede di lasciare tutto. Non è facile accogliere una chiamata così.<br /><br /> Paolo, nella lettera a Timoteo, parla dalla prigione. Sta soffrendo e invita il suo discepolo a soffrire con lui per il Vangelo, con la forza di Dio. La Parola tocca la vita concreta, comporta fatica, dolore, esposizione.<br /><br /> Ma Dio non chiede mai questo senza una promessa. Ad Abramo dice: «Farò di te una grande nazione, ti benedirò, renderò grande il tuo nome». C’è una grazia che lo attende. Anche Paolo parla di una rivelazione di Cristo che è segno di una grazia preparata fin dall’eternità, un progetto che riguarda la nostra vita piena e felice.<br /><br /> La Parola che sconvolge ma apre alla speranza<br /><br /> La Parola di Dio ci sconvolge, ci rompe dentro, ma allo stesso tempo ci attrae, perché apre una prospettiva positiva, soprattutto quando siamo nell’ombra della morte o della difficoltà. I discepoli dovevano accogliere l’annuncio della passione di Gesù, e anche noi oggi siamo chiamati a chiederci: qual è la situazione che pesa sul mio cuore? Qual è la difficoltà da cui non riesco a uscire? Di quale luce ho bisogno?<br /><br /> La Parola ci ferisce, ma lo fa per portarci un annuncio di vita.<br /><br /> Il tocco di Gesù e la vicinanza che salva<br /><br /> La conclusione del Vangelo è particolarmente bella. Gesù non lascia i discepoli a terra: si avvicina, li tocca e dice loro: «Alzatevi e non temete». Questo gesto dice una cura profonda: Gesù coglie il loro sconvolgimento, si fa vicino, li rassicura.<br /><br /> Quando alzano gli occhi, non vedono più nessuno se non Gesù solo. È come se tutto si concentrasse su questa presenza unica. La Parola di Dio, quando irrompe nella nostra vita, non solo ci apre una prospettiva nuova, ma ci fa sentire il tocco di Gesù, la sua empatia, la sua comprensione profonda di ciò che stiamo vivendo.<br /><br /> Scendere dal monte e continuare il cammino<br /><br /> Dopo l’esperienza sul monte, i discepoli scendono insieme e tornano tra gli altri. Gesù chiede loro di non parlare di questa visione prima della risurrezione del Figlio dell’uomo: torna ancora il riferimento alla morte, ma ora quella parola è abitata da una luce nuova.<br /><br /> Il dono ricevuto sul monte permette ai discepoli di custodire dentro di sé ciò che hanno vissuto, in silenzio e sobrietà, e di continuare il cammino con una forza rinnovata e una comunione con Gesù più profonda e intima.<br /><br /> È questo che chiediamo anche per noi, in queste domeniche di Quaresima: accogliere la luce e la visita della Parola di Dio, lasciarci toccare dalla sua vicinanza e camminare con Lui, giorno dopo giorno, fino alla piena notizia della sua risurrezione dai morti.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70372377</guid><pubDate>Sun, 01 Mar 2026 09:57:57 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70372377/imported_1772359015429209_audio.mp3" length="12128339" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>L’icona come chiave di lettura del Vangelo

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Il tempo purtroppo è sempre poco, ma mi piace sognare che un giorno si possa persino organizzare un corso di icone qui in parrocchia.<br /><br /> La struttura dell’icona e il contrasto tra cielo e terra<br /><br /> L’icona della Trasfigurazione è molto bella ed è chiaramente divisa in due parti. In alto, dentro un medaglione di gloria, c’è il Signore; in basso ci sono i discepoli, rovesciati, sconvolti, quasi disarticolati. Voglio soffermarmi soprattutto su questa parte inferiore, ma ci arrivo gradualmente.<br /><br /> Le montagne dell’icona richiamano immediatamente il Vangelo della domenica precedente, quello delle tentazioni nel deserto. Là Gesù era stato condotto sul monte dal tentatore, che cercava di separarlo dal Padre attraverso il potere, il cibo, la provocazione. Oggi, invece, quelle stesse montagne vengono visitate dal Signore in modo completamente diverso: non per tentare, ma per donare. Gesù prende con sé i discepoli non per metterli alla prova, ma per fare loro un regalo, anzi più di uno.<br /><br /> La Trasfigurazione come dono dopo l’annuncio della passione<br /><br /> Se leggiamo il capitolo precedente del Vangelo, scopriamo che Gesù aveva appena annunciato ai discepoli la sua passione: sarebbe stato preso, ucciso, sarebbe morto. Questo annuncio li aveva profondamente sconvolti, tanto che Pietro reagisce dicendo che questo non gli accadrà mai, e Gesù lo rimprovera duramente con le parole: «Va’ via, Satana». Il collegamento con il Vangelo delle tentazioni è evidente.<br /><br /> È proprio dopo questo momento che Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre discepoli più vicini, e li porta sul monte. Lo fa per consolarli, per aprire davanti a loro una prospettiva più ampia, per farli guardare avanti. Sul monte Gesù si trasfigura: il suo volto brilla e le sue vesti diventano candide come la luce. Nell’icona tutto questo è racchiuso nel medaglione luminoso che manifesta la gloria, la divinità, la forza e l’identità profonda di Gesù come Figlio di Dio.<br /><br /> Mosè, Elia e la centralità della Parola<br /><br /> Accanto a Gesù compaiono Mosè ed Elia, due figure fondamentali della storia di Israele, entrambe legate in modo speciale alla Parola e all’incontro con Dio sul monte. Mosè riceve le Dieci Parole, Elia vive la rivelazione profetica. È significativo che proprio loro conversino con Gesù: i discepoli assistono a un dialogo che riguarda la Parola di Dio, il compimento della storia della salvezza.<br /><br /> A questo si aggiunge la voce dell’Onnipotente che, dalla nube, proclama: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». È un dono immenso per i discepoli: vedono la gloria e ascoltano la Parola, scoprono che Gesù è la Parola stessa di Dio.<br /><br /> Lo sconvolgimento dei discepoli davanti alla rivelazione<br /><br /> Eppure, di fronte a questa visione meravigliosa, accade qualcosa di sorprendente. Matteo sottolinea che i discepoli cadono con la faccia a terra, terrorizzati. L’icona rende benissimo questo movimento: sembrano ribaltati, come se le rocce entrassero nei loro corpi. Luca ricorda che si addormentano, ma qui emerge soprattutto lo sconvolgimento profondo.<br /><br /> Questo ci dice che la rivelazione della Parola di Dio non è mai neutra: è sempre qualcosa di potente, che ci scuote, che in un certo senso ci fa morire. 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Il Deuteronomio mi aiuta a comprendere che, nel camminare nei comandamenti del Signore, io vivo e gusto una relazione: Lui è il mio Dio e io sono suo popolo, sua proprietà, un popolo consacrato, scelto, speciale. L’osservanza diventa così il segno concreto della nostra appartenenza reciproca: io appartengo a Lui e Lui appartiene a me.<br /><br /> Spesso mi accorgo che rischio di fermarmi alla fatica di non riuscire sempre a mettere in pratica i comandamenti, ma il testo mi invita ad andare oltre. I comandamenti non sono solo un dovere, sono parole belle, buone, parole di vita. Stare dentro queste parole riempie di gloria, di splendore e di dignità, non tanto davanti agli altri, ma dentro di me, come figlio che si scopre amato e custodito.<br /><br /> Figli del Padre: lo sguardo di Gesù sui comandamenti<br /><br /> Il Vangelo, attraverso le parole di Gesù nel discorso della montagna, illumina un altro aspetto decisivo: l’essere figli. Gesù rilegge il comandamento dell’amore in modo radicale: “Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici”. Di fronte a queste parole mi chiedo come sia possibile, e la risposta sta proprio nella nostra identità di figli del Padre.<br /><br /> Il Padre ama tutti i suoi figli allo stesso modo: fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, sui giusti e sugli ingiusti. Questo mi diventa chiaro quando penso ai figli o ai nipoti: ce ne sono alcuni più “bravi” e altri più difficili, ma non per questo l’amore viene meno. Anzi, spesso proprio chi fa più fatica occupa un posto ancora più grande nel cuore. Così fa il Padre, e Gesù mi chiede di entrare in questa logica, di assumere questo sguardo largo e misericordioso.<br /><br /> Allargare il cuore oltre i confini abituali<br /><br /> Amare come il Padre significa non fermarsi solo a chi mi è vicino, a chi fa parte del mio gruppo, della mia parrocchia, delle mie amicizie o a chi la pensa come me. Tutto questo è importante, ma non basta. La bellezza più grande sta nell’allargare lo sguardo, nel fare spazio anche a chi considero nemico o lontano.<br /><br /> Entrare nello sguardo del Padre, amare come Lui ama, pregare anche per i nemici: tutto questo mi permette di gustare davvero l’essere figlio. È un cammino esigente, ma è proprio qui che si manifesta la pienezza, quella “perfezione” di cui parla Gesù, che non è perfezionismo morale ma vita filiale vissuta fino in fondo.<br /><br /> Vivere da figli nelle fatiche e nei drammi del mondo<br /><br /> Essere perfetti come il Padre significa vivere da figli, piccoli e umili davanti alle grandi questioni del mondo e alle dinamiche difficili che attraversiamo ogni giorno. Ci sono le fatiche della vita quotidiana, le malattie, le preoccupazioni per i nostri figli e per le persone che amiamo. A tutto questo si aggiungono i drammi più grandi, come le guerre che continuano a scoppiare e che ci lasciano sgomenti, incapaci di capire come si possa ancora affrontare così la convivenza tra i popoli.<br /><br /> Di fronte a queste sofferenze mi sento piccolo e impotente, e so che la guerra non porta frutto, non porta vita. Eppure, proprio in questo contesto, sono chiamato a sentirmi figlio del Padre: con grande umiltà mi metto davanti a Lui, riconosco la mia fragilità, ma esprimo anche il desiderio profondo di continuare a camminare nei suoi comandamenti, fidandomi del suo amore e imparando, giorno dopo giorno, a guardare il mondo con il suo stesso sguardo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70357760</guid><pubDate>Sat, 28 Feb 2026 08:51:51 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70357760/imported_1772268623274083_audio.mp3" length="4809874" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>In queste letture mi soffermo sul significato profondo dell’osservanza dei comandamenti, che non va ridotta a un semplice elenco di cose da fare o da non fare. 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Stare dentro queste parole riempie di gloria, di splendore e di dignità, non tanto davanti agli altri, ma dentro di me, come figlio che si scopre amato e custodito.<br /><br /> Figli del Padre: lo sguardo di Gesù sui comandamenti<br /><br /> Il Vangelo, attraverso le parole di Gesù nel discorso della montagna, illumina un altro aspetto decisivo: l’essere figli. Gesù rilegge il comandamento dell’amore in modo radicale: “Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici”. Di fronte a queste parole mi chiedo come sia possibile, e la risposta sta proprio nella nostra identità di figli del Padre.<br /><br /> Il Padre ama tutti i suoi figli allo stesso modo: fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, sui giusti e sugli ingiusti. Questo mi diventa chiaro quando penso ai figli o ai nipoti: ce ne sono alcuni più “bravi” e altri più difficili, ma non per questo l’amore viene meno. Anzi, spesso proprio chi fa più fatica occupa un posto ancora più grande nel cuore. Così fa il Padre, e Gesù mi chiede di entrare in questa logica, di assumere questo sguardo largo e misericordioso.<br /><br /> Allargare il cuore oltre i confini abituali<br /><br /> Amare come il Padre significa non fermarsi solo a chi mi è vicino, a chi fa parte del mio gruppo, della mia parrocchia, delle mie amicizie o a chi la pensa come me. Tutto questo è importante, ma non basta. La bellezza più grande sta nell’allargare lo sguardo, nel fare spazio anche a chi considero nemico o lontano.<br /><br /> Entrare nello sguardo del Padre, amare come Lui ama, pregare anche per i nemici: tutto questo mi permette di gustare davvero l’essere figlio. È un cammino esigente, ma è proprio qui che si manifesta la pienezza, quella “perfezione” di cui parla Gesù, che non è perfezionismo morale ma vita filiale vissuta fino in fondo.<br /><br /> Vivere da figli nelle fatiche e nei drammi del mondo<br /><br /> Essere perfetti come il Padre significa vivere da figli, piccoli e umili davanti alle grandi questioni del mondo e alle dinamiche difficili che attraversiamo ogni giorno. Ci sono le fatiche della vita quotidiana, le malattie, le preoccupazioni per i nostri figli e per le persone che amiamo. A tutto questo si aggiungono i drammi più grandi, come le guerre che continuano a scoppiare e che ci lasciano sgomenti, incapaci di capire come si possa ancora affrontare così la convivenza tra i popoli.<br /><br /> Di fronte a queste sofferenze mi sento piccolo e impotente, e so che la guerra non porta frutto, non porta vita. Eppure, proprio in questo contesto, sono chiamato a sentirmi figlio del Padre: con grande umiltà mi metto davanti a Lui, riconosco la mia fragilità, ma esprimo anche il desiderio profondo di continuare a camminare nei suoi comandamenti, fidandomi del suo amore e imparando, giorno dopo giorno, a guardare il mondo con il suo stesso sguardo.]]></itunes:summary><itunes:duration>301</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Giuditta e Giovanni: parola di verità, bellezza e autorità che vengono da Dio - Omelia per anni e di Giovanni Nicolini</title><link>https://www.spreaker.com/episode/giuditta-e-giovanni-parola-di-verita-bellezza-e-autorita-che-vengono-da-dio-omelia-per-anni-e-di-giovanni-nicolini--70306678</link><description><![CDATA[Accostare la figura di Giuditta alla memoria del nostro Giovanni mi è sembrato quasi naturale. C’è un dettaglio che mi ha colpito subito: quando le guardie assire vedono arrivare Giuditta con la sua ancella, restano stupite dalle sue parole. Lei dice di portare a Oloferne parole di verità, informazioni sicure. È una parola che nasce dal cuore, una parola vera, che lei sa anche comunicare con grande abilità. Immagino lo stupore di quelle guardie nel trovarsi davanti due donne, sole, in uno scenario di guerra: lo stupore nasce dalle parole, ma subito si accompagna alla bellezza di Giuditta.<br /><br /> Questa bellezza, però, non è solo esteriore. È una bellezza più profonda, che suscita ammirazione e autorevolezza. Lo stupore e l’ammirazione attraversano tutta la lettura del libro di Giuditta, ma anche le altre letture che abbiamo ascoltato. È una bellezza che parla, che convince, che dà autorità. Nel Vangelo, infatti, Gesù viene interrogato proprio sull’autorità con cui agisce nel tempio: da dove viene questa autorità? Dal cielo o dagli uomini? È un’autorità che viene dal cielo. In qualche modo Giuditta la manifesta: la sua forza e la sua bellezza non vengono da lei stessa, ma da Dio.<br /><br /> Una vita provata, una fede tenace<br /><br /> Seguendo Giuditta in questi giorni abbiamo visto che non è una figura improvvisata. Non spunta dal nulla. Ha una storia segnata dalla prova: pur essendo ricca e godendo delle ricchezze del marito, è rimasta vedova. Porta nel cuore la sofferenza del suo popolo e la vive in prima persona. Ma soprattutto è una donna di grande preghiera. Il capitolo precedente a quello che abbiamo ascoltato racconta la sua lunga e bellissima preghiera: una supplica insistente, fiduciosa, rivolta a Dio perché ascolti. “Ascolta la nostra preghiera, ascolta la mia preghiera. Tu che sei il Dio degli umili, dei piccoli, tu che proteggi il tuo popolo”.<br /><br /> Questa esperienza di vita provata, unita a una fede profonda, fa di Giuditta una donna di grande forza. Ed è qui che il parallelismo con Giovanni diventa ancora più evidente. Anche lui aveva la forza della parola e della preghiera, e una bellezza che non era semplicemente fisica. Certo, lo ricordiamo con i suoi occhi azzurri, ma lui stesso scherzava sul suo nasone e sulle sue orecchie. La sua bellezza era quella della simpatia, della semplicità, persino di una certa goffaggine che sapeva riconoscere e raccontare con ironia.<br /><br /> L’abito della gioia e le armi dei piccoli<br /><br /> Nell’omelia che Michele ci ha condiviso, Giovanni veniva descritto come uno “scassone”, un po’ malconcio, ma rivestito di un abito bellissimo: l’abito della gioia, dell’esultanza, l’abito del battesimo. Anche Giuditta porta con sé armi che non sono armi di guerra. Nella sua bisaccia ha vino e pane, pane puro. È un dettaglio che richiama per noi anche l’Eucaristia. Non porta altro: non strategie militari, non violenza, ma la sua preghiera, la sua storia segnata dalla vedovanza, e questo cibo essenziale che la accompagna.<br /><br /> Colpisce poi la sua azione: la determinazione con cui esce dalla protezione delle mura della città per andare incontro al nemico. Lo fa senza paura, o forse con una paura attraversata da una grande semplicità e audacia. Questa audacia non nasce dal nulla: è costruita in un rapporto profondo e vero con il Signore. Non è una religiosità pietosa o fatta solo di osservanze sterili, ma una passione viva, una gioia di appartenere a un popolo che Dio ha amato e protetto nonostante i suoi tradimenti. Giuditta è fiera di dire: “Io vengo dagli ebrei”. La sua bellezza, i suoi gesti, le sue parole sono tutti orientati a un obiettivo. Anche il modo in cui sta davanti ai soldati e a Oloferne, che esce dalla tenda per incontrarla, mostra una forza semplice e disarmante.<br /><br /> La potenza di Dio all’opera nei piccoli<br /><br /> La lettera agli Efesini ci aiuta a leggere tutto questo in profondità. Chiedo anch’io che il Signore illumini gli occhi del nostro cuore per farci comprendere la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza. Questa potenza Dio l’ha manifestata in Cristo, risuscitandolo dai morti. Ma non l’ha tenuta per sé: l’ha consegnata alla Chiesa. Cristo è il Capo, la Chiesa è il suo corpo, la pienezza di colui che porta a compimento tutte le cose.<br /><br /> Così possiamo vedere in Giuditta, in Giovanni e in fondo in ciascuno di noi, questa potenza che sembra appartenere a uno solo, mentre gli altri appaiono timorosi, incerti, incapaci di incoraggiare davvero il popolo. In realtà questa forza non è privata: è data a tutti, nella Chiesa. È una forza che non possiamo controllare o accumulare, come se fosse qualcosa da mettere in un cassetto. È una forza che riempie continuamente i piccoli, gli umili, quelli che hanno solo una bisaccia.<br /><br /> È la stessa logica dei discepoli mandati in missione senza portare nulla: eppure hanno la potenza di fare il bene, di guarire, di scacciare il male. Questa potenza si trova solo in Gesù, nel Cristo che ha attraversato la morte ed è risorto. L’abbiamo vista all’opera in Giovanni, soprattutto negli ultimi tempi, quando la sua semplicità e la sua malattia lo rendevano ancora più piccolo agli occhi del mondo, ma la forza evangelica traspariva dal suo corpo e dalla sua persona.<br /><br /> Affidarci e lasciarci sorprendere<br /><br /> Questo è ciò che Gesù vuole fare con tutta la Chiesa. Noi siamo il suo corpo. Possiamo allora farci forza, gioire, stupirci della bellezza di questa dinamica e affidarci. Ora che Giovanni è in Paradiso, possiamo contare anche sulla sua intercessione, chiedendo che venga in nostro aiuto quando ci sembra che le nostre forze non bastino nelle prove che stiamo vivendo. In questa fiducia, come Giuditta, possiamo scoprire che la vera forza e la vera bellezza vengono da Dio e si manifestano proprio nella debolezza e nella semplicità.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70306678</guid><pubDate>Thu, 26 Feb 2026 19:40:56 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70306678/imported_1772134299460179_audio.mp3" length="12649534" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Accostare la figura di Giuditta alla memoria del nostro Giovanni mi è sembrato quasi naturale. C’è un dettaglio che mi ha colpito subito: quando le guardie assire vedono arrivare Giuditta con la sua ancella, restano stupite dalle sue parole. 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Nel Vangelo, infatti, Gesù viene interrogato proprio sull’autorità con cui agisce nel tempio: da dove viene questa autorità? Dal cielo o dagli uomini? È un’autorità che viene dal cielo. In qualche modo Giuditta la manifesta: la sua forza e la sua bellezza non vengono da lei stessa, ma da Dio.<br /><br /> Una vita provata, una fede tenace<br /><br /> Seguendo Giuditta in questi giorni abbiamo visto che non è una figura improvvisata. Non spunta dal nulla. Ha una storia segnata dalla prova: pur essendo ricca e godendo delle ricchezze del marito, è rimasta vedova. Porta nel cuore la sofferenza del suo popolo e la vive in prima persona. Ma soprattutto è una donna di grande preghiera. Il capitolo precedente a quello che abbiamo ascoltato racconta la sua lunga e bellissima preghiera: una supplica insistente, fiduciosa, rivolta a Dio perché ascolti. “Ascolta la nostra preghiera, ascolta la mia preghiera. Tu che sei il Dio degli umili, dei piccoli, tu che proteggi il tuo popolo”.<br /><br /> Questa esperienza di vita provata, unita a una fede profonda, fa di Giuditta una donna di grande forza. Ed è qui che il parallelismo con Giovanni diventa ancora più evidente. Anche lui aveva la forza della parola e della preghiera, e una bellezza che non era semplicemente fisica. Certo, lo ricordiamo con i suoi occhi azzurri, ma lui stesso scherzava sul suo nasone e sulle sue orecchie. La sua bellezza era quella della simpatia, della semplicità, persino di una certa goffaggine che sapeva riconoscere e raccontare con ironia.<br /><br /> L’abito della gioia e le armi dei piccoli<br /><br /> Nell’omelia che Michele ci ha condiviso, Giovanni veniva descritto come uno “scassone”, un po’ malconcio, ma rivestito di un abito bellissimo: l’abito della gioia, dell’esultanza, l’abito del battesimo. Anche Giuditta porta con sé armi che non sono armi di guerra. Nella sua bisaccia ha vino e pane, pane puro. È un dettaglio che richiama per noi anche l’Eucaristia. Non porta altro: non strategie militari, non violenza, ma la sua preghiera, la sua storia segnata dalla vedovanza, e questo cibo essenziale che la accompagna.<br /><br /> Colpisce poi la sua azione: la determinazione con cui esce dalla protezione delle mura della città per andare incontro al nemico. Lo fa senza paura, o forse con una paura attraversata da una grande semplicità e audacia. Questa audacia non nasce dal nulla: è costruita in un rapporto profondo e vero con il Signore. Non è una religiosità pietosa o fatta solo di osservanze sterili, ma una passione viva, una gioia di appartenere a un popolo che Dio ha amato e protetto nonostante i suoi tradimenti. Giuditta è fiera di dire: “Io vengo dagli ebrei”. La sua bellezza, i suoi gesti, le sue parole sono tutti orientati a un obiettivo. Anche il modo in cui sta davanti ai soldati e a Oloferne, che esce dalla tenda per incontrarla, mostra una forza semplice e disarmante.<br /><br /> La potenza di Dio all’opera nei piccoli<br /><br /> La lettera agli Efesini ci aiuta a leggere tutto questo in profondità. Chiedo anch’io che il Signore illumini gli occhi del...]]></itunes:summary><itunes:duration>791</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/46e086b336b71d3ad2a5cca40939a230.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Quale segno? Omelia di mercoledì 1 settimana di quaresima</title><link>https://www.spreaker.com/episode/quale-segno-omelia-di-mercoledi-1-settimana-di-quaresima--70294657</link><description><![CDATA[Rifletto sulla richiesta insistente di un segno che la gente rivolge a Gesù. Si tratta quasi sempre di segni eclatanti, straordinari, capaci di convincere definitivamente sulla verità di ciò che Gesù fa, dice e afferma di essere. Ma mi accorgo che questo tipo di richiesta nasce spesso da un’incredulità profonda, da una chiusura del cuore. È una pretesa che assomiglia alla tentazione vissuta da Gesù nel deserto, quando il diavolo lo provoca a buttarsi giù confidando in un intervento spettacolare di Dio.<br /><br /> Riconosco che anche nella mia vita di fede, a volte piatta, grigia o distratta, mi capita di aspettare un segno forte, mistico, straordinario, come se solo quello potesse riaccendere la fiducia. Intanto però resto spesso concentrato sui segni negativi, su ciò che mi chiude il cuore. In questo contesto Gesù è radicale e non lascia spazio a equivoci.<br /><br /> Il segno di Giona: una presenza che interpella<br /><br /> Gesù afferma chiaramente che a questa generazione non sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. E mi soffermo sulla particolarità di questo profeta: Giona è ribelle, non vuole andare a Ninive, una città pagana, e lui stesso è uno straniero. Conosce Dio e sa che la sua missione non sarà facile, tanto da tentare la fuga.<br /><br /> Eppure accade qualcosa di sorprendente: quando Giona arriva a Ninive e annuncia la distruzione imminente a causa del comportamento del popolo, gli abitanti lo ascoltano. La sua stessa persona diventa un segno. La sua testimonianza, il suo essere lì come straniero che non appartiene a quel contesto, smuove i cuori e conduce tutti alla conversione.<br /><br /> L’ascolto dello straniero e la conversione del cuore<br /><br /> Questa dinamica mi interpella profondamente. Mi chiedo quanto io sia chiuso davanti a voci che non rientrano nei miei schemi. Chi sono oggi gli “stranieri” che siamo disposti ad ascoltare? Persone di un’altra cultura o religione che magari ci dicono che stiamo camminando male. Spesso la reazione è di rifiuto: “Pensa per te, hai già abbastanza problemi”.<br /><br /> Eppure la salvezza di Ninive nasce proprio dall’ascolto di un testimone inatteso, che parla al cuore, mostra la difficoltà della situazione e chiama a una conversione condivisa. È un cammino che coinvolge tutti insieme, senza esclusioni.<br /><br /> La credibilità del profeta e il parallelismo con Gesù<br /><br /> La forza e la credibilità di Giona non stanno nella sua volontà o nel suo entusiasmo, perché lui in realtà non voleva nemmeno partire. Ha tentato di scappare fino a essere inghiottito dal pesce e solo dopo essere stato “restituito” alla vita ha compiuto la sua missione. Eppure, proprio così, diventa un segno efficace.<br /><br /> Gesù si identifica con questo segno: come Giona, anche Lui è segno attraverso la sua persona, la sua presenza, la sua testimonianza e il suo insegnamento, che a volte può mettere in difficoltà. Non tutti rifiutano: molti, al contrario, intraprendono un vero cammino di conversione.<br /><br /> La regina di Saba e la disponibilità al cammino<br /><br /> Penso allora alla regina di Saba, che percorre lunghi chilometri per ascoltare Salomone. Questo esempio mi provoca una domanda diretta: quanti chilometri sono disposto a fare io? Quanto spazio so creare? Quali silenzi, quale ospitalità riesco a offrire alla Parola del Signore e alla sua presenza, soprattutto nel tempo della Quaresima?<br /><br /> Capisco che non ho bisogno di segni clamorosi, di fulmini dal cielo o manifestazioni straordinarie. Ciò che davvero serve è un cuore disponibile all’ascolto.<br /><br /> Il segno piccolo e la forza del silenzio<br /><br /> Il segno del Signore è un segno piccolo, discreto. È lo stesso stile che Gesù manifesta davanti al diavolo: pur essendo Figlio di Dio, non si impone, non è prepotente. Ha qualcosa da dire, ma rispetta la libertà, chiede accoglienza.<br /><br /> Questo segno va onorato e ascoltato, perché è segno della presenza stessa di Dio. È una parola che cura, che dà forza, che illumina e apre alla prospettiva della vita eterna.<br /><br /> La speranza pasquale e il cammino quaresimale<br /><br /> Riconosco in tutto questo la grande speranza che mi sostiene: la luce della Pasqua che sto preparando nei giorni della Quaresima. Le pratiche quaresimali — le opere di bene, il digiuno, l’astinenza, la preghiera — non sono fini a se stesse, ma strumenti che mi aiutano a mettermi in ascolto del Signore.<br /><br /> Con gratitudine, desidero accogliere il segno di Giona: quell’uomo mandato in mezzo a noi che ha dato la sua vita per la nostra salvezza. È questo il segno decisivo, quello che davvero salva.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70294657</guid><pubDate>Thu, 26 Feb 2026 06:47:43 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70294657/imported_1772063232878578_audio.mp3" length="5740669" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Rifletto sulla richiesta insistente di un segno che la gente rivolge a Gesù. Si tratta quasi sempre di segni eclatanti, straordinari, capaci di convincere definitivamente sulla verità di ciò che Gesù fa, dice e afferma di essere. Ma mi accorgo che...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Rifletto sulla richiesta insistente di un segno che la gente rivolge a Gesù. Si tratta quasi sempre di segni eclatanti, straordinari, capaci di convincere definitivamente sulla verità di ciò che Gesù fa, dice e afferma di essere. Ma mi accorgo che questo tipo di richiesta nasce spesso da un’incredulità profonda, da una chiusura del cuore. È una pretesa che assomiglia alla tentazione vissuta da Gesù nel deserto, quando il diavolo lo provoca a buttarsi giù confidando in un intervento spettacolare di Dio.<br /><br /> Riconosco che anche nella mia vita di fede, a volte piatta, grigia o distratta, mi capita di aspettare un segno forte, mistico, straordinario, come se solo quello potesse riaccendere la fiducia. Intanto però resto spesso concentrato sui segni negativi, su ciò che mi chiude il cuore. In questo contesto Gesù è radicale e non lascia spazio a equivoci.<br /><br /> Il segno di Giona: una presenza che interpella<br /><br /> Gesù afferma chiaramente che a questa generazione non sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. E mi soffermo sulla particolarità di questo profeta: Giona è ribelle, non vuole andare a Ninive, una città pagana, e lui stesso è uno straniero. Conosce Dio e sa che la sua missione non sarà facile, tanto da tentare la fuga.<br /><br /> Eppure accade qualcosa di sorprendente: quando Giona arriva a Ninive e annuncia la distruzione imminente a causa del comportamento del popolo, gli abitanti lo ascoltano. La sua stessa persona diventa un segno. La sua testimonianza, il suo essere lì come straniero che non appartiene a quel contesto, smuove i cuori e conduce tutti alla conversione.<br /><br /> L’ascolto dello straniero e la conversione del cuore<br /><br /> Questa dinamica mi interpella profondamente. Mi chiedo quanto io sia chiuso davanti a voci che non rientrano nei miei schemi. Chi sono oggi gli “stranieri” che siamo disposti ad ascoltare? Persone di un’altra cultura o religione che magari ci dicono che stiamo camminando male. Spesso la reazione è di rifiuto: “Pensa per te, hai già abbastanza problemi”.<br /><br /> Eppure la salvezza di Ninive nasce proprio dall’ascolto di un testimone inatteso, che parla al cuore, mostra la difficoltà della situazione e chiama a una conversione condivisa. È un cammino che coinvolge tutti insieme, senza esclusioni.<br /><br /> La credibilità del profeta e il parallelismo con Gesù<br /><br /> La forza e la credibilità di Giona non stanno nella sua volontà o nel suo entusiasmo, perché lui in realtà non voleva nemmeno partire. Ha tentato di scappare fino a essere inghiottito dal pesce e solo dopo essere stato “restituito” alla vita ha compiuto la sua missione. Eppure, proprio così, diventa un segno efficace.<br /><br /> Gesù si identifica con questo segno: come Giona, anche Lui è segno attraverso la sua persona, la sua presenza, la sua testimonianza e il suo insegnamento, che a volte può mettere in difficoltà. Non tutti rifiutano: molti, al contrario, intraprendono un vero cammino di conversione.<br /><br /> La regina di Saba e la disponibilità al cammino<br /><br /> Penso allora alla regina di Saba, che percorre lunghi chilometri per ascoltare Salomone. Questo esempio mi provoca una domanda diretta: quanti chilometri sono disposto a fare io? Quanto spazio so creare? Quali silenzi, quale ospitalità riesco a offrire alla Parola del Signore e alla sua presenza, soprattutto nel tempo della Quaresima?<br /><br /> Capisco che non ho bisogno di segni clamorosi, di fulmini dal cielo o manifestazioni straordinarie. Ciò che davvero serve è un cuore disponibile all’ascolto.<br /><br /> Il segno piccolo e la forza del silenzio<br /><br /> Il segno del Signore è un segno piccolo, discreto. È lo stesso stile che Gesù manifesta davanti al diavolo: pur essendo Figlio di Dio, non si impone, non è prepotente. 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La prima lettura insiste in modo forte proprio su questo tema, presentandoci il peccato originale: il primo tradimento del dono di Dio e della sua parola da parte di Adamo ed Eva. È il racconto di una fiducia spezzata, di una libertà che si piega davanti alla seduzione.<br /><br /> Leggendo queste pagine, è inevitabile immedesimarci e chiederci cosa avremmo fatto noi al loro posto. Davanti a un dono immenso – la creazione, la libertà, l’abbondanza di alberi e di frutti – proprio quell’unico limite viene oltrepassato. Il serpente induce, suggerisce, sposta lo sguardo. E ci riconosciamo in questo: anche noi, davanti alle nostre tentazioni e ai nostri peccati, ci comportiamo spesso allo stesso modo.<br /><br /> Gesù nel deserto e la prova radicale<br /><br /> Nel Vangelo troviamo una pagina bellissima e durissima allo stesso tempo. Gesù, spinto dallo Spirito, entra nel deserto: uno spazio di solitudine, di mancanza di riferimenti, di totale vulnerabilità. Digiuna quaranta giorni e quaranta notti, prova la fame, e proprio lì viene tentato dal diavolo.<br /><br /> Le tentazioni che gli vengono proposte toccano in profondità l’essere umano, le nostre paure più vere. C’è la paura di non avere nutrimento, di trovarsi davanti solo delle pietre. C’è il bisogno che cerchiamo di soddisfare in tanti modi. C’è il dubbio che Dio si occupi davvero di noi, che intervenga, che rimuova gli inciampi della nostra vita.<br /><br /> Fame, sfiducia e sete di potere<br /><br /> Una delle tentazioni è quella di mettere Dio alla prova: “Buttati giù e vedi se risponde”. È il sospetto che Dio non sia affidabile, che occorra provocarlo per ottenere una risposta. E poi c’è la tentazione del potere, del possesso, dell’autoaffermazione orgogliosa. Non solo il denaro, ma il controllo, il dominio sulle relazioni, il bisogno di avere l’ultima parola.<br /><br /> Queste dinamiche portano spesso a compromessi, a menzogne, a vere e proprie schiavitù interiori. Sono realtà con cui abbiamo a che fare ogni giorno, nella concretezza della nostra vita.<br /><br /> Il rischio di una Quaresima come lotta solitaria<br /><br /> Di fronte a tutto questo, il rischio è vivere la Quaresima come una prova di forza: “Dobbiamo essere bravi, dobbiamo resistere come Gesù”. È giusto desiderarlo, ma se impostiamo la Quaresima solo come una lotta, rischiamo di partire già sconfitti, perché portiamo sulle spalle tante cadute.<br /><br /> Le Scritture, invece, mi sembrano offrire due piste diverse, più profonde e più vere.<br /><br /> Gesù non combatte: resta figlio<br /><br /> La prima pista riguarda il modo in cui Gesù affronta il diavolo. Non combatte. Non si presenta come un guerriero che sconfigge il nemico con la forza. Il diavolo lo provoca continuamente sulla sua identità: “Se sei figlio di Dio…”. Cerca di spingerlo a dimostrare, a esibire, a usare il suo essere Figlio come potere.<br /><br /> Gesù, invece, resta aggrappato a una sola cosa: l’essere figlio. Non un super figlio, non un super uomo, ma un figlio fragile, debole, totalmente affidato al Padre. Dice che l’uomo non vive di solo pane, ma di ciò che esce dalla bocca di Dio. Aspetta il nutrimento dal Padre, non se lo procura da solo. È un’affermazione di piccolezza, di dipendenza fiduciosa.<br /><br /> Fiducia, umiltà e libertà dal potere<br /><br /> Anche davanti alla tentazione di mettere Dio alla prova, Gesù rifiuta: si fida. Non ha bisogno di verificare l’amore del Padre. Il suo rapporto con Dio è semplice, umile, senza pretese. Allo stesso modo, rifiuta il potere: non gli serve dominare, possedere, controllare. Gli basta essere figlio, gli basta ciò che il Padre gli ha già dato.<br /><br /> “Solo il Signore adorerai”: non ci sono altri dei, né poteri alternativi. Gesù appare mite, umile, in profonda continuità con le beatitudini. Tutto lo riceve dal Padre, e questa obbedienza filiale diventa per noi una strada concreta da percorrere.<br /><br /> La preghiera dei figli: il Padre Nostro<br /><br /> Anche per noi questa obbedienza può essere gustata, non come orgoglio spirituale, ma come affidamento. In questo senso, la preghiera quaresimale per eccellenza è il Padre Nostro. Quando diciamo “sia santificato il tuo nome”, “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, “rimetti a noi i nostri debiti”, “liberaci dal male”, sentiamo tutta la piccolezza del figlio che si rivolge al Padre con fiducia totale.<br /><br /> È una preghiera che ci insegna a vivere non da autosufficienti, ma da figli.<br /><br /> Adamo e Cristo: il confronto decisivo<br /><br /> La seconda pista viene dalla seconda lettura, in cui Paolo mette a confronto il disastro generato dal peccato di Adamo e la sovrabbondanza di grazia portata da Gesù Cristo. Il paragone è sproporzionato: il male entrato nel mondo non è minimamente paragonabile all’abbondanza della grazia che ci è stata donata.<br /><br /> L’offerta di vita di Gesù ci avvolge, ci perdona, ci prende per mano, ci giustifica. Noi, incapaci di resistere alle tentazioni, ci scopriamo completamente perdonati. Se in Adamo siamo tutti peccatori, in Gesù Cristo siamo tutti giustificati.<br /><br /> La felice colpa e il perdono che salva<br /><br /> Risuona allora quella frase del preconio pasquale: “Felice colpa, che ci ha meritato un così grande Redentore”. Le nostre colpe non vengono negate, ma portate davanti a Dio perché siano perdonate. È lì che si manifesta la grandezza dell’amore di Dio.<br /><br /> Vivere la Quaresima come cammino di figli<br /><br /> La Quaresima diventa così un viaggio verso la Pasqua. Certo, siamo chiamati a convertirci e a cambiare vita, ma soprattutto a diventare sempre più figli: perdonati, presi per mano, umili. Le pratiche quaresimali – elemosina, preghiera, digiuno – non servono a renderci forti, ma piccoli, capaci di ricevere tutto da Lui.<br /><br /> Accanto al Padre Nostro, un’altra preghiera fondamentale è il Salmo 50, il salmo di Davide, adultero e omicida, che si affida totalmente alla misericordia di Dio. È una supplica intensa e vera: chiede perdono, riconosce il peccato, invoca un cuore nuovo, desidera la gioia della salvezza.<br /><br /> Non superuomini, ma figli perdonati<br /><br /> Questa è la direzione della Quaresima: non diventare super uomini spirituali, ma figli che chiedono, cercano e gustano il perdono e l’amore di Dio. Recitando il Padre Nostro e il Salmo 50, impariamo a stare davanti a Dio con verità, fiducia e umiltà, lasciandoci salvare.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70212995</guid><pubDate>Sun, 22 Feb 2026 15:50:37 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70212995/imported_1771775201879125_audio.mp3" length="11079262" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Le letture di oggi possono generare in noi una certa angoscia, persino uno spavento, perché ci mettono davanti alla nostra incapacità, al nostro peccato, alla nostra nudità. La prima lettura insiste in modo forte proprio su questo tema, presentandoci...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Le letture di oggi possono generare in noi una certa angoscia, persino uno spavento, perché ci mettono davanti alla nostra incapacità, al nostro peccato, alla nostra nudità. La prima lettura insiste in modo forte proprio su questo tema, presentandoci il peccato originale: il primo tradimento del dono di Dio e della sua parola da parte di Adamo ed Eva. È il racconto di una fiducia spezzata, di una libertà che si piega davanti alla seduzione.<br /><br /> Leggendo queste pagine, è inevitabile immedesimarci e chiederci cosa avremmo fatto noi al loro posto. Davanti a un dono immenso – la creazione, la libertà, l’abbondanza di alberi e di frutti – proprio quell’unico limite viene oltrepassato. Il serpente induce, suggerisce, sposta lo sguardo. E ci riconosciamo in questo: anche noi, davanti alle nostre tentazioni e ai nostri peccati, ci comportiamo spesso allo stesso modo.<br /><br /> Gesù nel deserto e la prova radicale<br /><br /> Nel Vangelo troviamo una pagina bellissima e durissima allo stesso tempo. Gesù, spinto dallo Spirito, entra nel deserto: uno spazio di solitudine, di mancanza di riferimenti, di totale vulnerabilità. Digiuna quaranta giorni e quaranta notti, prova la fame, e proprio lì viene tentato dal diavolo.<br /><br /> Le tentazioni che gli vengono proposte toccano in profondità l’essere umano, le nostre paure più vere. C’è la paura di non avere nutrimento, di trovarsi davanti solo delle pietre. C’è il bisogno che cerchiamo di soddisfare in tanti modi. C’è il dubbio che Dio si occupi davvero di noi, che intervenga, che rimuova gli inciampi della nostra vita.<br /><br /> Fame, sfiducia e sete di potere<br /><br /> Una delle tentazioni è quella di mettere Dio alla prova: “Buttati giù e vedi se risponde”. È il sospetto che Dio non sia affidabile, che occorra provocarlo per ottenere una risposta. E poi c’è la tentazione del potere, del possesso, dell’autoaffermazione orgogliosa. Non solo il denaro, ma il controllo, il dominio sulle relazioni, il bisogno di avere l’ultima parola.<br /><br /> Queste dinamiche portano spesso a compromessi, a menzogne, a vere e proprie schiavitù interiori. Sono realtà con cui abbiamo a che fare ogni giorno, nella concretezza della nostra vita.<br /><br /> Il rischio di una Quaresima come lotta solitaria<br /><br /> Di fronte a tutto questo, il rischio è vivere la Quaresima come una prova di forza: “Dobbiamo essere bravi, dobbiamo resistere come Gesù”. È giusto desiderarlo, ma se impostiamo la Quaresima solo come una lotta, rischiamo di partire già sconfitti, perché portiamo sulle spalle tante cadute.<br /><br /> Le Scritture, invece, mi sembrano offrire due piste diverse, più profonde e più vere.<br /><br /> Gesù non combatte: resta figlio<br /><br /> La prima pista riguarda il modo in cui Gesù affronta il diavolo. Non combatte. Non si presenta come un guerriero che sconfigge il nemico con la forza. Il diavolo lo provoca continuamente sulla sua identità: “Se sei figlio di Dio…”. Cerca di spingerlo a dimostrare, a esibire, a usare il suo essere Figlio come potere.<br /><br /> Gesù, invece, resta aggrappato a una sola cosa: l’essere figlio. Non un super figlio, non un super uomo, ma un figlio fragile, debole, totalmente affidato al Padre. Dice che l’uomo non vive di solo pane, ma di ciò che esce dalla bocca di Dio. Aspetta il nutrimento dal Padre, non se lo procura da solo. È un’affermazione di piccolezza, di dipendenza fiduciosa.<br /><br /> Fiducia, umiltà e libertà dal potere<br /><br /> Anche davanti alla tentazione di mettere Dio alla prova, Gesù rifiuta: si fida. Non ha bisogno di verificare l’amore del Padre. Il suo rapporto con Dio è semplice, umile, senza pretese. Allo stesso modo, rifiuta il potere: non gli serve dominare, possedere, controllare. Gli basta essere figlio, gli basta ciò che il Padre gli ha già dato.<br /><br /> “Solo il Signore adorerai”: non ci sono altri dei, né poteri alternativi. Gesù appare mite, umile, in profonda continuità con le beatitudini. Tutto lo...]]></itunes:summary><itunes:duration>693</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Ambasciatori quaresimali per Cristo - Omelia mercoledì delle ceneri</title><link>https://www.spreaker.com/episode/ambasciatori-quaresimali-per-cristo-omelia-mercoledi-delle-ceneri--70143141</link><description><![CDATA[Voglio partire da una parola di san Paolo che mi colpisce molto: «Siamo ambasciatori per Cristo». Per spiegare questa immagine mi soffermo su cosa fa un ambasciatore. È una persona che rappresenta qualcun altro, che parla a nome di un re, di un governo, di un popolo. Non dice cose sue, ma porta messaggi, annunci, aiuti, proposte di pace. Rappresenta fedelmente chi lo ha mandato.<br /><br /> Paolo dice che questo vale per tutti noi: siamo ambasciatori non di uno Stato, ma di Cristo. In questo giorno di Mercoledì delle Ceneri, all’inizio della Quaresima, mi accorgo che questa parola non è solo bella, ma impegnativa. Vuol dire che ho una missione: rappresentare Cristo, parlare e agire a suo nome.<br /><br /> Esortare e consolare: il cuore della missione<br /><br /> Paolo aggiunge una cosa decisiva: «come se Dio esortasse attraverso di noi». L’ambasciatore di Cristo non fa politica, ma esorta. Esortare vuol dire invitare, incoraggiare, spingere con delicatezza, consolare. Vuol dire stare accanto a chi è triste, dare coraggio a chi è scoraggiato, offrire una parola buona a chi ne ha bisogno.<br /><br /> Mi rendo conto che spesso non mi sento capace di consolare davvero. Quando un amico è triste, magari dico solo: “Dai, non essere triste”. Ma anche stare vicino, giocare insieme, ascoltare, può diventare un modo concreto di essere ambasciatore. Dio si serve di noi, anche se siamo fragili e poco esperti: non fa tutto da solo, ma passa attraverso le nostre mani e le nostre parole.<br /><br /> Lasciarsi riconciliare con Dio<br /><br /> Il messaggio centrale dell’ambasciatore, dice Paolo, è questo: «vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio». La riconciliazione è fare pace, riavvicinarsi, ritrovare un abbraccio. Vale tra le persone che litigano, ma vale soprattutto nel rapporto con Dio.<br /><br /> Capisco che tutti abbiamo bisogno di questa riconciliazione. Siamo spesso dispersi, tirati da tante parti, un po’ smarriti. Abbiamo bisogno del perdono e della pace di Dio. Essere ambasciatori significa aiutare gli altri – e anche noi stessi – a tornare a questo abbraccio, a rimettere Dio al centro.<br /><br /> La palestra della Quaresima: elemosina, preghiera e digiuno<br /><br /> Il Vangelo ci offre una sorta di “palestra” per diventare un buoni ambasciatori. Gesù indica tre atteggiamenti da vivere nel segreto, senza proclami: elemosina, preghiera e digiuno.<br /><br /> L’elemosina non è solo dare soldi, ma dare tempo, ascolto, simpatia, gioco, attenzione. È uno stile di generosità.<br /> La preghiera è fondamentale perché, se devo rappresentare qualcuno, devo ascoltarlo: devo sapere cosa dire, restare in contatto con chi mi manda.<br /> Il digiuno significa privarsi di qualcosa, accettare un po’ di fame o di mancanza, per vivere con sobrietà e semplicità e gustare meglio ciò che conta davvero.<br /><br /> Questi non sono “armi”, perché l’ambasciatore di Dio non usa armi, ma atteggiamenti interiori che rendono efficace la missione.<br /><br /> Ambasciatori nella vita quotidiana<br /><br /> Questa chiamata vale per tutti, piccoli e grandi. A scuola, con gli amici, in famiglia, tra marito e moglie, con i nonni: ovunque posso essere attento a chi è triste o scoraggiato, portare una parola buona, favorire la riconciliazione con Dio e tra le persone.<br /><br /> La Quaresima diventa così un tempo attivo, non passivo. Convertirsi non è solo cambiare idea, ma cambiare il cuore e mettersi in movimento verso la Pasqua, sentendoci collaboratori del Signore.<br /><br /> Un attivismo del Vangelo che consola tutti<br /><br /> Mi colpisce l’idea che Dio abbia fiducia in noi. Non ci lascia in panchina, ma ci manda in campo. Ci chiama a un vero “attivismo del Vangelo”, fatto di piccoli gesti, di parole semplici, di presenza.<br /><br /> E alla fine capisco una cosa importante: anche noi abbiamo bisogno di essere consolati e incoraggiati. Ma se iniziamo a farlo per gli altri, questo bene ritorna anche a noi. In questi quaranta giorni, provando davvero a vivere da ambasciatori, potremo scoprire non solo che è possibile, ma anche che è bello.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70143141</guid><pubDate>Thu, 19 Feb 2026 06:01:30 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70143141/imported_1771479591355330_audio.mp3" length="9735523" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Voglio partire da una parola di san Paolo che mi colpisce molto: «Siamo ambasciatori per Cristo». Per spiegare questa immagine mi soffermo su cosa fa un ambasciatore. È una persona che rappresenta qualcun altro, che parla a nome di un re, di un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Voglio partire da una parola di san Paolo che mi colpisce molto: «Siamo ambasciatori per Cristo». Per spiegare questa immagine mi soffermo su cosa fa un ambasciatore. È una persona che rappresenta qualcun altro, che parla a nome di un re, di un governo, di un popolo. Non dice cose sue, ma porta messaggi, annunci, aiuti, proposte di pace. Rappresenta fedelmente chi lo ha mandato.<br /><br /> Paolo dice che questo vale per tutti noi: siamo ambasciatori non di uno Stato, ma di Cristo. In questo giorno di Mercoledì delle Ceneri, all’inizio della Quaresima, mi accorgo che questa parola non è solo bella, ma impegnativa. Vuol dire che ho una missione: rappresentare Cristo, parlare e agire a suo nome.<br /><br /> Esortare e consolare: il cuore della missione<br /><br /> Paolo aggiunge una cosa decisiva: «come se Dio esortasse attraverso di noi». L’ambasciatore di Cristo non fa politica, ma esorta. Esortare vuol dire invitare, incoraggiare, spingere con delicatezza, consolare. Vuol dire stare accanto a chi è triste, dare coraggio a chi è scoraggiato, offrire una parola buona a chi ne ha bisogno.<br /><br /> Mi rendo conto che spesso non mi sento capace di consolare davvero. Quando un amico è triste, magari dico solo: “Dai, non essere triste”. Ma anche stare vicino, giocare insieme, ascoltare, può diventare un modo concreto di essere ambasciatore. Dio si serve di noi, anche se siamo fragili e poco esperti: non fa tutto da solo, ma passa attraverso le nostre mani e le nostre parole.<br /><br /> Lasciarsi riconciliare con Dio<br /><br /> Il messaggio centrale dell’ambasciatore, dice Paolo, è questo: «vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio». La riconciliazione è fare pace, riavvicinarsi, ritrovare un abbraccio. Vale tra le persone che litigano, ma vale soprattutto nel rapporto con Dio.<br /><br /> Capisco che tutti abbiamo bisogno di questa riconciliazione. Siamo spesso dispersi, tirati da tante parti, un po’ smarriti. Abbiamo bisogno del perdono e della pace di Dio. Essere ambasciatori significa aiutare gli altri – e anche noi stessi – a tornare a questo abbraccio, a rimettere Dio al centro.<br /><br /> La palestra della Quaresima: elemosina, preghiera e digiuno<br /><br /> Il Vangelo ci offre una sorta di “palestra” per diventare un buoni ambasciatori. Gesù indica tre atteggiamenti da vivere nel segreto, senza proclami: elemosina, preghiera e digiuno.<br /><br /> L’elemosina non è solo dare soldi, ma dare tempo, ascolto, simpatia, gioco, attenzione. È uno stile di generosità.<br /> La preghiera è fondamentale perché, se devo rappresentare qualcuno, devo ascoltarlo: devo sapere cosa dire, restare in contatto con chi mi manda.<br /> Il digiuno significa privarsi di qualcosa, accettare un po’ di fame o di mancanza, per vivere con sobrietà e semplicità e gustare meglio ciò che conta davvero.<br /><br /> Questi non sono “armi”, perché l’ambasciatore di Dio non usa armi, ma atteggiamenti interiori che rendono efficace la missione.<br /><br /> Ambasciatori nella vita quotidiana<br /><br /> Questa chiamata vale per tutti, piccoli e grandi. A scuola, con gli amici, in famiglia, tra marito e moglie, con i nonni: ovunque posso essere attento a chi è triste o scoraggiato, portare una parola buona, favorire la riconciliazione con Dio e tra le persone.<br /><br /> La Quaresima diventa così un tempo attivo, non passivo. Convertirsi non è solo cambiare idea, ma cambiare il cuore e mettersi in movimento verso la Pasqua, sentendoci collaboratori del Signore.<br /><br /> Un attivismo del Vangelo che consola tutti<br /><br /> Mi colpisce l’idea che Dio abbia fiducia in noi. Non ci lascia in panchina, ma ci manda in campo. Ci chiama a un vero “attivismo del Vangelo”, fatto di piccoli gesti, di parole semplici, di presenza.<br /><br /> E alla fine capisco una cosa importante: anche noi abbiamo bisogno di essere consolati e incoraggiati. Ma se iniziamo a farlo per gli altri, questo bene ritorna anche a noi. 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Tutto quello che Gesù dice oggi riguarda proprio questo: che cosa significa davvero essere sale e luce.<br /><br /> Perdiamo sapore quando non viviamo le Beatitudini, quando invece di essere umili, miti, piccoli, scegliamo di esercitare il nostro potere, la nostra forza, la nostra ricchezza, arrivando anche a perseguitare gli altri. Essere luce e sale ha a che fare con il nostro camminare nei comandamenti, con il camminare nella Parola del Signore. Con esempi forti e anche duri, Gesù oggi ci incoraggia a rimanere dentro questa Parola.<br /><br /> La libertà dell’uomo e il peso della scelta<br /><br /> All’inizio mi ero soffermato sulla prima lettura del Siracide, che dice: Se vuoi, puoi osservare i comandamenti. L’essere fedele dipende dalla tua volontà. Il Siracide parla molto della libertà: Dio ha creato l’uomo e la donna e li ha lasciati in balia del loro volere. Siamo liberi di scegliere il bene o il male, la vita o la morte.<br /><br /> Detta così sembra una scelta facile: chi sceglierebbe la morte? Eppure questa frase ci carica addosso un peso, perché sembra dire che tutto dipende dalla nostra volontà. In un certo senso è vero, ma non è tutta la verità.<br /><br /> I comandamenti che custodiscono e danno vita<br /><br /> Ascoltando meglio la lettura nel lezionario, mi ha colpito un’altra formulazione: Se vuoi osservare i comandamenti, essi ti custodiranno. È sempre richiesta una scelta, un desiderio, un impegno: io voglio seguire questi comandamenti, voglio mettermi in cammino. Ma la conseguenza è sorprendente: non sono solo io a custodire la legge, sono i comandamenti stessi che custodiscono me.<br /><br /> Non significa che li osserverò tutti perfettamente, ma che il mio mettermi in gioco apre uno spazio in cui il Signore mi protegge e mi accompagna. Tutto questo è legato alla fiducia: non osservo i comandamenti come un elenco di obblighi, ma perché ho fiducia nel Signore, perché credo che la sua Parola sia buona per me, per la mia felicità.<br /><br /> Dio non mi propone qualcosa che va contro la mia umanità, ma qualcosa che mi dà la vita. Per questo, se ho fiducia in Lui, anch’io vivrò. Il camminare nei comandamenti non porta alla morte, ma alla vita.<br /><br /> Una giustizia che deve superare quella degli Scribi<br /><br /> Nel Vangelo Gesù dice: Se la vostra giustizia non supererà quella degli Scribi e dei Farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli. Nel Vangelo di Matteo la giustizia è il fare la volontà di Dio. Ma come si può superare la giustizia di chi conosce tutte le leggi ed è scrupolosissimo nell’osservarle?<br /><br /> Eppure Gesù è chiaro: non basta osservare i comandamenti, bisogna farlo in un modo più grande, più abbondante, più vero. La differenza non è piccola, perché ne va dell’ingresso nel Regno dei Cieli. I comandamenti restano giusti, ma ciò che deve cambiare è la qualità con cui li viviamo.<br /><br /> Non uccidere: andare alla radice del male<br /><br /> Gesù porta esempi concreti, a partire dal comandamento del non uccidere. Spesso pensiamo: “Non ho ucciso nessuno”, e ci sentiamo a posto. Ma Gesù va molto più in profondità: chi si adira con il proprio fratello, chi lo offende, chi lo umilia con una parola, è già sotto giudizio.<br /><br /> Per Gesù non si tratta solo di versare il sangue, ma del modo in cui ci relazioniamo agli altri. Anche una parola cattiva, un insulto, un atteggiamento di disprezzo ha una radice omicida, perché vuole spegnere la vita dell’altro, annientarlo, toglierlo dalla nostra visuale. Questo succede spesso proprio con le persone che ci sono più vicine.<br /><br /> Sovrabbondare nell’osservanza dei comandamenti significa allora non fermarsi al “non ho fatto il gesto grave”, ma guardare tutte quelle radici di male che, se non curate, possono portarci un giorno a scelte ancora più distruttive.<br /><br /> Lo sguardo, il desiderio e la fedeltà<br /><br /> Lo stesso vale per l’adulterio. Gesù dice che basta uno sguardo di desiderio per aver già tradito. Questo ci mette profondamente in crisi, perché ci obbliga a chiederci che tipo di sguardo abbiamo sugli altri: uno sguardo di possesso, di uso, di piacere.<br /><br /> Anche quando parla del divorzio, Gesù ci invita a interrogarci sui passi che portano a una rottura così radicale. Prima del gesto finale ci sono parole, sguardi, atteggiamenti che pian piano scavano dentro le relazioni, anche familiari. Per questo è fondamentale custodire il cuore, il modo di guardare e di parlare, sovrabbondando nel bene.<br /><br /> Una radicalità che custodisce la vita<br /><br /> Quando Gesù dice: Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala, non invita alla violenza, ma a una custodia radicale della vita. Meglio fermarsi prima, meglio rinunciare a qualcosa, piuttosto che arrivare a compiere un male irreparabile.<br /><br /> Questa osservanza dei comandamenti è forte, radicale, sovrabbondante nel bene. Ma non è disumana. È una sapienza divina, come ricorda Paolo, che ci viene da Gesù stesso.<br /><br /> Gesù, testimone vivente della Parola<br /><br /> Gesù non insegna dall’alto ciò che non ha vissuto. Tutto quello che dice lo ritroviamo nel suo modo di camminare in mezzo alla gente: non risponde all’accusa con l’accusa, accetta con mitezza, arriva a dare la vita.<br /><br /> Il suo amore ci mostra che anche noi possiamo amare così: dare la vita, consumare le nostre forze, offrire il nostro tempo per i familiari, per i genitori, per i figli. In fondo, sappiamo che è questo che desideriamo davvero.<br /><br /> Un cammino che porta alla vita<br /><br /> Per questo ringrazio il Signore. Se vogliamo osservare i suoi comandamenti, essi ci custodiranno: dal male, nella protezione di Dio, nella comunione con Lui. Se abbiamo fiducia, vivremo. Non sarà un’osservanza che porta alla morte, ma alla vita.<br /><br /> Anche se le parole di Gesù sono severe, oggi ci offrono luce e indicano una strada chiara per restare con Lui.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70068663</guid><pubDate>Sun, 15 Feb 2026 15:37:28 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70068663/imported_1771169693129075_audio.mp3" length="11649776" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Questo Vangelo è molto impegnativo, ma non nasce dal nulla. Mi ricordo che siamo sempre nel capitolo quinto di Matteo, dopo le Beatitudini e dopo l’annuncio: siete il sale della terra, siete la luce del mondo. Tutto quello che Gesù dice oggi riguarda...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Questo Vangelo è molto impegnativo, ma non nasce dal nulla. Mi ricordo che siamo sempre nel capitolo quinto di Matteo, dopo le Beatitudini e dopo l’annuncio: siete il sale della terra, siete la luce del mondo. Tutto quello che Gesù dice oggi riguarda proprio questo: che cosa significa davvero essere sale e luce.<br /><br /> Perdiamo sapore quando non viviamo le Beatitudini, quando invece di essere umili, miti, piccoli, scegliamo di esercitare il nostro potere, la nostra forza, la nostra ricchezza, arrivando anche a perseguitare gli altri. Essere luce e sale ha a che fare con il nostro camminare nei comandamenti, con il camminare nella Parola del Signore. Con esempi forti e anche duri, Gesù oggi ci incoraggia a rimanere dentro questa Parola.<br /><br /> La libertà dell’uomo e il peso della scelta<br /><br /> All’inizio mi ero soffermato sulla prima lettura del Siracide, che dice: Se vuoi, puoi osservare i comandamenti. L’essere fedele dipende dalla tua volontà. Il Siracide parla molto della libertà: Dio ha creato l’uomo e la donna e li ha lasciati in balia del loro volere. Siamo liberi di scegliere il bene o il male, la vita o la morte.<br /><br /> Detta così sembra una scelta facile: chi sceglierebbe la morte? Eppure questa frase ci carica addosso un peso, perché sembra dire che tutto dipende dalla nostra volontà. In un certo senso è vero, ma non è tutta la verità.<br /><br /> I comandamenti che custodiscono e danno vita<br /><br /> Ascoltando meglio la lettura nel lezionario, mi ha colpito un’altra formulazione: Se vuoi osservare i comandamenti, essi ti custodiranno. È sempre richiesta una scelta, un desiderio, un impegno: io voglio seguire questi comandamenti, voglio mettermi in cammino. Ma la conseguenza è sorprendente: non sono solo io a custodire la legge, sono i comandamenti stessi che custodiscono me.<br /><br /> Non significa che li osserverò tutti perfettamente, ma che il mio mettermi in gioco apre uno spazio in cui il Signore mi protegge e mi accompagna. Tutto questo è legato alla fiducia: non osservo i comandamenti come un elenco di obblighi, ma perché ho fiducia nel Signore, perché credo che la sua Parola sia buona per me, per la mia felicità.<br /><br /> Dio non mi propone qualcosa che va contro la mia umanità, ma qualcosa che mi dà la vita. Per questo, se ho fiducia in Lui, anch’io vivrò. Il camminare nei comandamenti non porta alla morte, ma alla vita.<br /><br /> Una giustizia che deve superare quella degli Scribi<br /><br /> Nel Vangelo Gesù dice: Se la vostra giustizia non supererà quella degli Scribi e dei Farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli. Nel Vangelo di Matteo la giustizia è il fare la volontà di Dio. Ma come si può superare la giustizia di chi conosce tutte le leggi ed è scrupolosissimo nell’osservarle?<br /><br /> Eppure Gesù è chiaro: non basta osservare i comandamenti, bisogna farlo in un modo più grande, più abbondante, più vero. La differenza non è piccola, perché ne va dell’ingresso nel Regno dei Cieli. I comandamenti restano giusti, ma ciò che deve cambiare è la qualità con cui li viviamo.<br /><br /> Non uccidere: andare alla radice del male<br /><br /> Gesù porta esempi concreti, a partire dal comandamento del non uccidere. Spesso pensiamo: “Non ho ucciso nessuno”, e ci sentiamo a posto. Ma Gesù va molto più in profondità: chi si adira con il proprio fratello, chi lo offende, chi lo umilia con una parola, è già sotto giudizio.<br /><br /> Per Gesù non si tratta solo di versare il sangue, ma del modo in cui ci relazioniamo agli altri. Anche una parola cattiva, un insulto, un atteggiamento di disprezzo ha una radice omicida, perché vuole spegnere la vita dell’altro, annientarlo, toglierlo dalla nostra visuale. Questo succede spesso proprio con le persone che ci sono più vicine.<br /><br /> Sovrabbondare nell’osservanza dei comandamenti significa allora non fermarsi al “non ho fatto il gesto grave”, ma guardare tutte quelle radici di male che, se non curate, possono portarci un giorno a...]]></itunes:summary><itunes:duration>729</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Un cuore che parla e un cuore che ascolta - Omelia mercoledì V settimana TO.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/un-cuore-che-parla-e-un-cuore-che-ascolta-omelia-mercoledi-v-settimana-to-m4a--70004794</link><description><![CDATA[In questa festa in cui ricordiamo l’incontro tra Maria e Bernadette a Lourdes, mi colpisce profondamente come la liturgia ci proponga il testo del Libro dei Re che racconta l’arrivo della regina di Saba da Salomone. È un accostamento che trovo bellissimo: a Lourdes avviene un colloquio, un discernimento, un’illuminazione che poi si irradia in tutta la Chiesa e continua a irradiarsi ancora oggi. Allo stesso modo, anche l’incontro tra la regina di Saba e Salomone è un incontro che genera luce.<br /><br /> Non si tratta di un incontro diplomatico o politico. La regina non arriva per stringere alleanze o discutere di strategie: lei parla a Salomone di tutto ciò che aveva nel cuore. Gli presenta i suoi enigmi, le sue domande, le cose che non riusciva a capire. Fa un lungo viaggio dall’Africa fino a Gerusalemme proprio perché ha sentito parlare della sapienza di questo re e desidera confrontarsi con lui.<br /><br /> Un cuore che si apre e un cuore che ascolta<br /><br /> Da una parte c’è il cuore della regina che si apre senza riserve; dall’altra c’è il cuore di Salomone, che aveva chiesto a Dio, come ci ricorda il capitolo 3 del Primo Libro dei Re, non ricchezza o potere, ma uno spirito capace di governare, un cuore che ascolta. Questo è il punto centrale: un cuore che esprime tutto e un cuore che ascolta veramente.<br /><br /> In questo scambio avviene qualcosa di straordinario. Il testo dice che non ci fu parola nascosta che il re non potesse spiegarle. Ogni enigma trova risposta. Ogni domanda riceve chiarimento. La regina sperimenta una pienezza tale che il testo afferma che rimase senza respiro. È come se non avesse più nulla da chiedere: il suo cuore è colmato.<br /><br /> Anche la festa che celebriamo va in questa direzione. L’incontro con Maria a Lourdes, attraverso Bernadette, fu rivelativo. La Madonna si presentò. C<br /> ome per la regina di Saba, anche lì c’era una luce, una rivelazione concreta, che parlava al cuore.<br /><br /> La concretezza della sapienza: il Tempio e la presenza di Dio<br /><br /> La regina non resta colpita solo dalle parole di Salomone, ma da tutta la realtà che lo circonda. Nota la reggia, la tavola, l’ordine dei servi, il servizio dei coppieri, fino agli olocausti nel Tempio. È una sapienza che si incarna in una concretezza visibile.<br /><br /> Salomone è colui che ha costruito il Tempio, non Davide. Tutto converge verso quel luogo dove Dio abita e dove, secondo la preghiera dello stesso Salomone, Egli ascolta le suppliche del suo popolo, anche di chi viene da lontano, anche di chi non appartiene al popolo più vicino, più fedele, più attento. Il Tempio è il luogo in cui si può dire tutto al Signore, attraverso sacrifici e olocausti: è il cuore della sapienza di questo re.<br /><br /> Questa concretezza è fondamentale: la sapienza non è un’idea astratta, ma un luogo, un ordine, una liturgia, una presenza.<br /><br /> “Qui c’è ben più di Salomone”: il compimento in Cristo<br /><br /> Gesù stesso, nel Vangelo di Matteo, ricorda la regina del Sud. Dice che essa si alzerà per giudicare quella generazione, perché venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. E aggiunge: “Qui c’è ben più di Salomone”.<br /><br /> Salomone è figura profetica, ma la pienezza della rivelazione, della consolazione e dello Spirito che riempie ogni cosa è Gesù Cristo, la Sapienza di Dio incarnata. È Lui che compie ciò che Salomone prefigurava.<br /><br /> Noi siamo qui per questo. Siamo qui per incontrarlo.<br /><br /> Venire da lontano per essere colmati<br /><br /> Forse non veniamo da lontano in termini geografici. Forse non abbiamo percorso chilometri come la regina di Saba. Ma il nostro cuore può essere stato lontano oggi, o in questi giorni. Possiamo aver bisogno di consolazione, di luce, di risposte.<br /><br /> Queste risposte non ce le dà la televisione, non ce le dà il telefonino, non ce le dà nessun altro. Le riceviamo da Lui, anche attraverso la sapienza che condividiamo tra di noi nella comunità.<br /><br /> Per questo veniamo all’Eucaristia: per incontrare la Sapienza vivente.<br /><br /> Aprire il cuore senza paura<br /><br /> Sento forte l’invito a non avere paura di venire al Signore con tutto ciò che abbiamo nel cuore. Di esprimere le cose che più ci stanno a cuore, quelle che più ci fanno soffrire, quelle che ci pesano.<br /><br /> Solo se abbiamo lo spirito della regina di Saba, il coraggio di aprire il cuore senza trattenere nulla, possiamo ricevere la risposta piena della sua grazia. Lui risponde. Lui colma. Lui consola.<br /><br /> È ciò che ha fatto attraverso sua Madre a Lourdes e ciò che continua a fare anche stasera, per ciascuno di noi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70004794</guid><pubDate>Thu, 12 Feb 2026 04:58:25 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70004794/imported_1770851088871427_audio.mp3" length="6398119" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>In questa festa in cui ricordiamo l’incontro tra Maria e Bernadette a Lourdes, mi colpisce profondamente come la liturgia ci proponga il testo del Libro dei Re che racconta l’arrivo della regina di Saba da Salomone. È un accostamento che trovo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[In questa festa in cui ricordiamo l’incontro tra Maria e Bernadette a Lourdes, mi colpisce profondamente come la liturgia ci proponga il testo del Libro dei Re che racconta l’arrivo della regina di Saba da Salomone. È un accostamento che trovo bellissimo: a Lourdes avviene un colloquio, un discernimento, un’illuminazione che poi si irradia in tutta la Chiesa e continua a irradiarsi ancora oggi. Allo stesso modo, anche l’incontro tra la regina di Saba e Salomone è un incontro che genera luce.<br /><br /> Non si tratta di un incontro diplomatico o politico. La regina non arriva per stringere alleanze o discutere di strategie: lei parla a Salomone di tutto ciò che aveva nel cuore. Gli presenta i suoi enigmi, le sue domande, le cose che non riusciva a capire. Fa un lungo viaggio dall’Africa fino a Gerusalemme proprio perché ha sentito parlare della sapienza di questo re e desidera confrontarsi con lui.<br /><br /> Un cuore che si apre e un cuore che ascolta<br /><br /> Da una parte c’è il cuore della regina che si apre senza riserve; dall’altra c’è il cuore di Salomone, che aveva chiesto a Dio, come ci ricorda il capitolo 3 del Primo Libro dei Re, non ricchezza o potere, ma uno spirito capace di governare, un cuore che ascolta. Questo è il punto centrale: un cuore che esprime tutto e un cuore che ascolta veramente.<br /><br /> In questo scambio avviene qualcosa di straordinario. Il testo dice che non ci fu parola nascosta che il re non potesse spiegarle. Ogni enigma trova risposta. Ogni domanda riceve chiarimento. La regina sperimenta una pienezza tale che il testo afferma che rimase senza respiro. È come se non avesse più nulla da chiedere: il suo cuore è colmato.<br /><br /> Anche la festa che celebriamo va in questa direzione. L’incontro con Maria a Lourdes, attraverso Bernadette, fu rivelativo. La Madonna si presentò. C<br /> ome per la regina di Saba, anche lì c’era una luce, una rivelazione concreta, che parlava al cuore.<br /><br /> La concretezza della sapienza: il Tempio e la presenza di Dio<br /><br /> La regina non resta colpita solo dalle parole di Salomone, ma da tutta la realtà che lo circonda. Nota la reggia, la tavola, l’ordine dei servi, il servizio dei coppieri, fino agli olocausti nel Tempio. È una sapienza che si incarna in una concretezza visibile.<br /><br /> Salomone è colui che ha costruito il Tempio, non Davide. Tutto converge verso quel luogo dove Dio abita e dove, secondo la preghiera dello stesso Salomone, Egli ascolta le suppliche del suo popolo, anche di chi viene da lontano, anche di chi non appartiene al popolo più vicino, più fedele, più attento. Il Tempio è il luogo in cui si può dire tutto al Signore, attraverso sacrifici e olocausti: è il cuore della sapienza di questo re.<br /><br /> Questa concretezza è fondamentale: la sapienza non è un’idea astratta, ma un luogo, un ordine, una liturgia, una presenza.<br /><br /> “Qui c’è ben più di Salomone”: il compimento in Cristo<br /><br /> Gesù stesso, nel Vangelo di Matteo, ricorda la regina del Sud. Dice che essa si alzerà per giudicare quella generazione, perché venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. E aggiunge: “Qui c’è ben più di Salomone”.<br /><br /> Salomone è figura profetica, ma la pienezza della rivelazione, della consolazione e dello Spirito che riempie ogni cosa è Gesù Cristo, la Sapienza di Dio incarnata. È Lui che compie ciò che Salomone prefigurava.<br /><br /> Noi siamo qui per questo. Siamo qui per incontrarlo.<br /><br /> Venire da lontano per essere colmati<br /><br /> Forse non veniamo da lontano in termini geografici. Forse non abbiamo percorso chilometri come la regina di Saba. Ma il nostro cuore può essere stato lontano oggi, o in questi giorni. Possiamo aver bisogno di consolazione, di luce, di risposte.<br /><br /> Queste risposte non ce le dà la televisione, non ce le dà il telefonino, non ce le dà nessun altro. 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In quelle condizioni, ci veniva detto, il nostro rapporto con il Signore può fiorire.<br /><br /> Le Beatitudini ci hanno mostrato che la felicità più vera non sta nella ricchezza, nel potere o nella sopraffazione, ma nell’essere piccoli, poveri in spirito. È da qui che parte il Vangelo di oggi, che prosegue e approfondisce questo cammino con due affermazioni sorprendenti di Gesù.<br /><br /> “Voi siete il sale della terra e la luce del mondo”<br /><br /> Gesù oggi ci dice: voi siete il sale della terra e voi siete la luce del mondo. Non dice “diventerete”, né “se farete certe cose allora lo sarete”. Lo siamo già, da subito. Non è una ricompensa per le buone azioni, non è il risultato di un impegno morale: è una realtà che ci precede.<br /><br /> Essere sale significa dare sapore, forza, sostanza, sapienza alla terra. E la “terra” può essere la nostra famiglia, il nostro gruppo, il territorio in cui viviamo, il luogo di lavoro. Proprio lì siamo chiamati a essere sale.<br /><br /> Il sale è un ingrediente che non si vede, che si mescola, che scompare. Non deve essere troppo, altrimenti rovina tutto. Ma senza sale il cibo è insipido. Così Gesù ci fa capire quanto sia importante la nostra presenza, anche quando è discreta, nascosta, non appariscente.<br /><br /> La luce che illumina senza attirare l’attenzione su di sé<br /><br /> Lo stesso vale per la luce. La luce non serve per essere guardata, ma per farci vedere gli altri, i volti, la realtà in cui viviamo. Come nella nostra chiesa: la luce illumina dall’alto, ma non è lei la protagonista, ci permette piuttosto di incontrarci, di riconoscerci.<br /><br /> Sale e luce sono due immagini che ci parlano di una missione bella e profonda: essere discepoli del Signore in modo efficace, significativo, ma non prevaricante, non aggressivo. Un modo umile e fecondo di stare nel mondo.<br /><br /> Il rischio di perdere sapore e spegnere la luce<br /><br /> Subito però Gesù ci mette davanti a un rischio reale: il sale può perdere sapore e la luce può essere nascosta. Se il sale non sa più di nulla, non serve più a niente. Se la luce viene messa sotto il secchio, si spegne.<br /><br /> Allora viene spontaneo chiederci: che cosa fa perdere sapore al sale? Che cosa spegne la luce? Non sono certo le Beatitudini. Non è la povertà, non è la fame di giustizia, non è la persecuzione. Anzi, proprio queste situazioni, come ci diceva Gesù, rendono autentico il nostro essere discepoli.<br /><br /> Il problema è il contrario.<br /><br /> Quando il sale perde sapore: potere, violenza, divisione<br /><br /> Il sale perde sapore quando, invece di essere poveri e miti, diventiamo prevaricatori; quando esercitiamo il potere, anche come cristiani; quando siamo violenti nelle parole, quando non siamo operatori di pace, quando seminiamo divisioni, zizzanie, o alimentiamo i contrasti anche con i silenzi e il disimpegno nelle relazioni.<br /><br /> Questo è ciò che spegne la luce. È una dinamica molto concreta e sempre in agguato. Lo dicono bene sia la prima lettura sia l’apostolo Paolo.<br /><br /> Paolo e la forza della debolezza<br /><br /> Paolo dice chiaramente che non è venuto con l’eccellenza della parola o della sapienza. Anzi, ammette quasi di non essere neppure un grande oratore. Perché anche l’abilità nel parlare può diventare una forma di imposizione, una seduzione che punta più sulla forma che sulla sostanza.<br /><br /> Paolo predica solo Cristo crocifisso, e lo fa nella debolezza. È lì che si manifesta la forza del Vangelo, non nell’imposizione o nella brillantezza retorica.<br /><br /> Il digiuno che Dio vuole secondo Isaia<br /><br /> Anche il profeta Isaia è molto chiaro. Il digiuno che Dio desidera non è una pratica religiosa che separa dagli altri, ma uno stile di vita che unisce: dividere il pane con l’affamato, accogliere i miseri e i senza tetto, vestire chi è nudo, non trascurare i propri parenti.<br /><br /> Una religiosità che ci allontana dal fratello spegne la luce e fa perdere sapore al sale. È un rischio reale anche per chi vive intensamente la fede. Al contrario, la carità concreta approfondisce, arricchisce, rende autentico il nostro essere sale della terra.<br /><br /> La testimonianza di don Andrea Santoro<br /><br /> Ricordo una lettera di don Andrea Santoro, sacerdote romano ucciso in Turchia nel 2006. La sua morte mi colpì profondamente. In una delle sue lettere, commentando proprio questo brano del Vangelo, scriveva che spesso i cristiani hanno cercato di creare stati cristiani, confondendo religione, nazione e cultura, generando guerre e violenze in nome della fede.<br /><br /> Gesù però non ha detto “voi siete un pezzo di terra”, ma “voi siete il sale della terra”. A noi non è chiesto di conquistare territori, ma di abitare ogni terra, di perderci in essa per darle sapore. Il sale non conquista, si consuma. Se resta chiuso nella saliera, tradisce se stesso.<br /><br /> I fragili come luce e sale della casa<br /><br /> Penso anche a quando in una famiglia c’è una persona fragile: un figlio disabile, un anziano, una persona malata. La mentalità dominante ci porta a chiederci: “a cosa serve?”. Eppure proprio queste persone diventano luce e sale per tutta la casa.<br /><br /> Susci­tano cura, attenzione, amore gratuito. Un amore di cui hanno bisogno, ma che allo stesso tempo restituiscono moltiplicato. Non sono loro a spegnere la luce: siamo noi, se non sappiamo accoglierli.<br /><br /> La luce che guarisce anche noi<br /><br /> Isaia dice che se viviamo così, la nostra luce sorgerà come l’aurora e le nostre ferite guariranno presto. È un messaggio fortissimo: quando viviamo il nostro essere luce e sale, non solo illuminiamo gli altri, ma anche le nostre tenebre si rischiarano e le nostre ferite iniziano a guarire.<br /><br /> Anche noi siamo persone ferite, bisognose, fragili. Ma l’unico modo per essere davvero rigenerati è esercitare la cura e la carità verso gli altri.<br /><br /> Dare gloria al Padre, non a noi stessi<br /><br /> Gesù conclude dicendo che le nostre opere buone devono portare gli uomini a rendere gloria al Padre che è nei cieli, non a noi. Non “come sono bravi”, ma “quanto è grande Dio”.<br /><br /> Se non passiamo attraverso questo operare nella carità, il nostro sale perde sapore. Perché la carità è il vero sapore del Vangelo. È una proposta esigente, spesso in conflitto con la nostra umanità che vorrebbe tirarsi indietro, ma è anche la strada più bella, più vera e più luminosa.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69876045</guid><pubDate>Sun, 08 Feb 2026 18:07:20 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69876045/imported_1770572837276944_audio.mp3" length="14514886" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il Vangelo di oggi ci fa compiere un passo in avanti rispetto a quello della domenica precedente, il Vangelo delle Beatitudini. Lì ci veniva rivelato il motivo profondo della nostra gioia e della nostra pace proprio in situazioni che, umanamente,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il Vangelo di oggi ci fa compiere un passo in avanti rispetto a quello della domenica precedente, il Vangelo delle Beatitudini. Lì ci veniva rivelato il motivo profondo della nostra gioia e della nostra pace proprio in situazioni che, umanamente, consideriamo difficili o negative: la povertà, la fame, la mitezza, l’operare la pace, persino la persecuzione. In quelle condizioni, ci veniva detto, il nostro rapporto con il Signore può fiorire.<br /><br /> Le Beatitudini ci hanno mostrato che la felicità più vera non sta nella ricchezza, nel potere o nella sopraffazione, ma nell’essere piccoli, poveri in spirito. È da qui che parte il Vangelo di oggi, che prosegue e approfondisce questo cammino con due affermazioni sorprendenti di Gesù.<br /><br /> “Voi siete il sale della terra e la luce del mondo”<br /><br /> Gesù oggi ci dice: voi siete il sale della terra e voi siete la luce del mondo. Non dice “diventerete”, né “se farete certe cose allora lo sarete”. Lo siamo già, da subito. Non è una ricompensa per le buone azioni, non è il risultato di un impegno morale: è una realtà che ci precede.<br /><br /> Essere sale significa dare sapore, forza, sostanza, sapienza alla terra. E la “terra” può essere la nostra famiglia, il nostro gruppo, il territorio in cui viviamo, il luogo di lavoro. Proprio lì siamo chiamati a essere sale.<br /><br /> Il sale è un ingrediente che non si vede, che si mescola, che scompare. Non deve essere troppo, altrimenti rovina tutto. Ma senza sale il cibo è insipido. Così Gesù ci fa capire quanto sia importante la nostra presenza, anche quando è discreta, nascosta, non appariscente.<br /><br /> La luce che illumina senza attirare l’attenzione su di sé<br /><br /> Lo stesso vale per la luce. La luce non serve per essere guardata, ma per farci vedere gli altri, i volti, la realtà in cui viviamo. Come nella nostra chiesa: la luce illumina dall’alto, ma non è lei la protagonista, ci permette piuttosto di incontrarci, di riconoscerci.<br /><br /> Sale e luce sono due immagini che ci parlano di una missione bella e profonda: essere discepoli del Signore in modo efficace, significativo, ma non prevaricante, non aggressivo. Un modo umile e fecondo di stare nel mondo.<br /><br /> Il rischio di perdere sapore e spegnere la luce<br /><br /> Subito però Gesù ci mette davanti a un rischio reale: il sale può perdere sapore e la luce può essere nascosta. Se il sale non sa più di nulla, non serve più a niente. Se la luce viene messa sotto il secchio, si spegne.<br /><br /> Allora viene spontaneo chiederci: che cosa fa perdere sapore al sale? Che cosa spegne la luce? Non sono certo le Beatitudini. Non è la povertà, non è la fame di giustizia, non è la persecuzione. Anzi, proprio queste situazioni, come ci diceva Gesù, rendono autentico il nostro essere discepoli.<br /><br /> Il problema è il contrario.<br /><br /> Quando il sale perde sapore: potere, violenza, divisione<br /><br /> Il sale perde sapore quando, invece di essere poveri e miti, diventiamo prevaricatori; quando esercitiamo il potere, anche come cristiani; quando siamo violenti nelle parole, quando non siamo operatori di pace, quando seminiamo divisioni, zizzanie, o alimentiamo i contrasti anche con i silenzi e il disimpegno nelle relazioni.<br /><br /> Questo è ciò che spegne la luce. È una dinamica molto concreta e sempre in agguato. Lo dicono bene sia la prima lettura sia l’apostolo Paolo.<br /><br /> Paolo e la forza della debolezza<br /><br /> Paolo dice chiaramente che non è venuto con l’eccellenza della parola o della sapienza. Anzi, ammette quasi di non essere neppure un grande oratore. Perché anche l’abilità nel parlare può diventare una forma di imposizione, una seduzione che punta più sulla forma che sulla sostanza.<br /><br /> Paolo predica solo Cristo crocifisso, e lo fa nella debolezza. 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È un passaggio delicatissimo, carico di umanità e di fede: Davide si congeda e, proprio in questo congedo, trova la grazia di poter dire una parola decisiva a suo figlio Salomone. Mi colpisce molto questa possibilità di salutare, affidare, consegnare ciò che conta davvero alle persone amate. Noi spesso tendiamo a esorcizzare la morte, a evitarla come tema, ma la Scrittura ci aiuta a guardarla come un passaggio, un tempo in cui può emergere l’essenziale.<br /><br /> Davide, davanti a Salomone, non si perde in discorsi secondari. Mette subito a fuoco ciò che per lui è davvero fondamentale: il rapporto con il Signore.<br /><br /> Custodire la legge: osservanza come amore e vigilanza<br /><br /> L’esortazione centrale di Davide riguarda la legge del Signore. Usa parole forti e dense: custodire, osservare la legge del Signore tuo Dio. Non si tratta di una semplice obbedienza esteriore, ma di una custodia che implica vigilanza, attenzione, amore. È un’osservanza viva, affettiva, responsabile.<br /><br /> Davide parla del procedere nelle vie del Signore, di un cammino quotidiano fatto di leggi, comandi, norme, istruzioni. Mi colpisce la ricchezza dei termini: non sono ripetizioni inutili, ma sfaccettature di un’unica realtà, quella della legge di Mosè, che è dono e guida. È proprio questo camminare fedele che permetterà a Salomone di riuscire in tutto ciò che farà, dovunque si volgerà.<br /><br /> E qui sento anche tutta la nostra fatica di genitori e di educatori, quando guardiamo ai figli e ci chiediamo che cosa significhi davvero “riuscire” nella vita, soprattutto quando la pratica religiosa sembra fragile o assente.<br /><br /> La promessa del Signore e il camminare davanti a Lui<br /><br /> Davide ricorda poi a Salomone la promessa del Signore, formulata in modo sorprendente. Il Signore aveva detto che, se i figli di Davide avessero camminato davanti a Lui con fedeltà, con tutto il cuore e con tutta l’anima, non sarebbe mai mancato un discendente sul trono.<br /><br /> Questa espressione mi colpisce profondamente: camminare davanti al Signore. Io sono abituato a pensare a Dio come a Colui che cammina davanti a noi, che ci precede e noi lo seguiamo. Qui invece siamo noi a camminare davanti a Lui, o meglio al suo cospetto, senza veli, senza schermi, così come siamo.<br /><br /> È un cammino fatto di fedeltà, di verità, di totalità: tutto il cuore, tutta l’anima. C’è un calore enorme in queste parole, che richiamano il comandamento fondamentale dell’amore: amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze.<br /><br /> Oltre il moralismo: l’alleanza come relazione d’amore<br /><br /> Questa promessa mi aiuta a non ridurre la fede a un semplice “fare bene” o a una corretta osservanza morale. Il rischio è quello di trasformare il cristianesimo in un elenco di comandamenti da rispettare. Invece qui emerge un’altra prospettiva: la vita vissuta davanti a Dio, nel suo sguardo, come relazione viva.<br /><br /> Per Dio l’osservanza dei comandamenti è un atto d’amore, un’espressione di fedeltà appassionata, che coinvolge il cuore e l’anima, il respiro stesso della persona. Il rapporto che Dio desidera è un rapporto di alleanza, di amore, di verità, di fedeltà.<br /><br /> Per questo il Signore non abbandona i figli di Davide. Anche se la storia mostrerà discendenti molto diversi tra loro, anche se il cammino spesso non corrisponderà alle parole, la fedeltà di Dio resterà. La promessa non viene meno.<br /><br /> La responsabilità e la fragilità di Davide<br /><br /> Tuttavia, questa promessa non elimina la responsabilità. Camminare davanti al Signore implica una scelta, un impegno reale. E qui è importante ricordare che Davide stesso non è stato un uomo irreprensibile. Penso al censimento, alle sue infedeltà, ai suoi tradimenti. Davide è stato un grande peccatore, ma anche un uomo capace di affidarsi totalmente a Dio.<br /><br /> La sua forza stava nel saper chiedere perdono, nel saper tornare al Signore con umiltà e semplicità. Ricordo le sue parole: meglio cadere nelle mani di Dio che nelle mani degli uomini. Davide non ha nascosto le sue cadute, e immagino che non le abbia nascoste nemmeno a Salomone.<br /><br /> La testimonianza più alta: mostrare il ritorno al Signore<br /><br /> Questo mi interpella profondamente. Più che fare prediche o dare lezioni su come si dovrebbe vivere, la testimonianza più vera passa da qui: mostrare qual è la nostra passione, il nostro cuore, la nostra anima nel camminare davanti al Signore, anche con le nostre infedeltà e i nostri peccati.<br /><br /> Non abbiamo nulla da nascondere a Dio, e forse nemmeno ai nostri figli e ai nostri nipoti. Se mostriamo loro quanto è bello tornare nelle braccia del Signore, ricevere il suo perdono, vivere della sua bontà, questa diventa la testimonianza più alta possibile.<br /><br /> Anche Salomone avrà una vita complessa, non lineare, ma la misericordia di Dio resterà sempre lì, ad attenderlo.<br /><br /> I discepoli poveri e la carità che rende figli<br /><br /> Infine, collego tutto questo al Vangelo. Gesù manda i discepoli poveri, senza mezzi, con un solo bastone, senza pane, né sacca, né denaro. Li manda scoperti, bisognosi dell’accoglienza degli altri. Anche questo è un camminare davanti a Dio, senza difese, affidati.<br /><br /> È una testimonianza potentissima: una carità che passa anche dal perdono, dalla fragilità accolta, dalla fiducia. Ed è proprio questa carità che ci rende profondamente figli di un Padre infinitamente buono.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69822975</guid><pubDate>Thu, 05 Feb 2026 22:15:34 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69822975/imported_1770328803181769_audio.mp3" length="8227944" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Vediamo il momento decisivo della vita di Davide, quando sente che il suo cammino terreno sta per concludersi. È un passaggio delicatissimo, carico di umanità e di fede: Davide si congeda e, proprio in questo congedo, trova la grazia di poter dire una...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Vediamo il momento decisivo della vita di Davide, quando sente che il suo cammino terreno sta per concludersi. È un passaggio delicatissimo, carico di umanità e di fede: Davide si congeda e, proprio in questo congedo, trova la grazia di poter dire una parola decisiva a suo figlio Salomone. Mi colpisce molto questa possibilità di salutare, affidare, consegnare ciò che conta davvero alle persone amate. Noi spesso tendiamo a esorcizzare la morte, a evitarla come tema, ma la Scrittura ci aiuta a guardarla come un passaggio, un tempo in cui può emergere l’essenziale.<br /><br /> Davide, davanti a Salomone, non si perde in discorsi secondari. Mette subito a fuoco ciò che per lui è davvero fondamentale: il rapporto con il Signore.<br /><br /> Custodire la legge: osservanza come amore e vigilanza<br /><br /> L’esortazione centrale di Davide riguarda la legge del Signore. Usa parole forti e dense: custodire, osservare la legge del Signore tuo Dio. Non si tratta di una semplice obbedienza esteriore, ma di una custodia che implica vigilanza, attenzione, amore. È un’osservanza viva, affettiva, responsabile.<br /><br /> Davide parla del procedere nelle vie del Signore, di un cammino quotidiano fatto di leggi, comandi, norme, istruzioni. Mi colpisce la ricchezza dei termini: non sono ripetizioni inutili, ma sfaccettature di un’unica realtà, quella della legge di Mosè, che è dono e guida. È proprio questo camminare fedele che permetterà a Salomone di riuscire in tutto ciò che farà, dovunque si volgerà.<br /><br /> E qui sento anche tutta la nostra fatica di genitori e di educatori, quando guardiamo ai figli e ci chiediamo che cosa significhi davvero “riuscire” nella vita, soprattutto quando la pratica religiosa sembra fragile o assente.<br /><br /> La promessa del Signore e il camminare davanti a Lui<br /><br /> Davide ricorda poi a Salomone la promessa del Signore, formulata in modo sorprendente. Il Signore aveva detto che, se i figli di Davide avessero camminato davanti a Lui con fedeltà, con tutto il cuore e con tutta l’anima, non sarebbe mai mancato un discendente sul trono.<br /><br /> Questa espressione mi colpisce profondamente: camminare davanti al Signore. Io sono abituato a pensare a Dio come a Colui che cammina davanti a noi, che ci precede e noi lo seguiamo. Qui invece siamo noi a camminare davanti a Lui, o meglio al suo cospetto, senza veli, senza schermi, così come siamo.<br /><br /> È un cammino fatto di fedeltà, di verità, di totalità: tutto il cuore, tutta l’anima. C’è un calore enorme in queste parole, che richiamano il comandamento fondamentale dell’amore: amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze.<br /><br /> Oltre il moralismo: l’alleanza come relazione d’amore<br /><br /> Questa promessa mi aiuta a non ridurre la fede a un semplice “fare bene” o a una corretta osservanza morale. Il rischio è quello di trasformare il cristianesimo in un elenco di comandamenti da rispettare. Invece qui emerge un’altra prospettiva: la vita vissuta davanti a Dio, nel suo sguardo, come relazione viva.<br /><br /> Per Dio l’osservanza dei comandamenti è un atto d’amore, un’espressione di fedeltà appassionata, che coinvolge il cuore e l’anima, il respiro stesso della persona. Il rapporto che Dio desidera è un rapporto di alleanza, di amore, di verità, di fedeltà.<br /><br /> Per questo il Signore non abbandona i figli di Davide. Anche se la storia mostrerà discendenti molto diversi tra loro, anche se il cammino spesso non corrisponderà alle parole, la fedeltà di Dio resterà. La promessa non viene meno.<br /><br /> La responsabilità e la fragilità di Davide<br /><br /> Tuttavia, questa promessa non elimina la responsabilità. Camminare davanti al Signore implica una scelta, un impegno reale. E qui è importante ricordare che Davide stesso non è stato un uomo irreprensibile. Penso al censimento, alle sue infedeltà, ai suoi tradimenti. Davide è stato un grande peccatore, ma anche un uomo capace di affidarsi...]]></itunes:summary><itunes:duration>515</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Non facciamo i conti delle nostre forze - Omelia di mercoledì della 4a settimana del TO</title><link>https://www.spreaker.com/episode/non-facciamo-i-conti-delle-nostre-forze-omelia-di-mercoledi-della-4a-settimana-del-to--69789268</link><description><![CDATA[Il censimento di Davide: quando la fiducia si trasforma in possesso<br /><br /> In questo episodio del censimento emerge con forza un aspetto molto grave del peccato di Davide. Io vedo un re che vuole “contare” il suo popolo, come se quelle persone fossero una sua proprietà, dimenticando che in realtà appartengono a Dio. È un gesto che rivela un cuore che si è spostato: Davide, che un tempo aveva sconfitto Golia non grazie alla sua abilità ma confidando totalmente nel Signore, ora è seduto nel suo palazzo e misura ciò che possiede. Mi colpisce proprio questa domanda: dove è finita tutta quella fiducia?<br /><br /> Questo atteggiamento parla anche di noi. Quando diventiamo ambiziosi, orgogliosi, quando smettiamo di affidarci al Signore, iniziamo a fare i nostri conti: le risorse, i successi, la sicurezza economica, la famiglia. Eppure, anche quando sembra che tutto funzioni, la vita resta piena di difficoltà e fragilità. Il censimento di Davide diventa così lo specchio di tanti nostri “censimenti” quotidiani.<br /><br /> Il rimorso del cuore e l’esperienza dell’angustia<br /><br /> A un certo punto, però, Davide si ferma. Il suo cuore lo rimprovera, sente il peso di ciò che ha fatto. Quando Dio gli pone davanti le conseguenze, Davide usa una parola fortissima: “sono in grande angustia”. Questa parola non indica solo paura, ma un vero e proprio restringimento, la sensazione di non avere vie d’uscita, di essere schiacciati e messi in un angolo.<br /><br /> Io riconosco in questa descrizione un’esperienza profondamente umana e spirituale: Davide sperimenta un’impotenza radicale, ha perso il controllo, non può più rimediare con le sue forze. Ed è proprio lì che accade qualcosa di decisivo.<br /><br /> Cadere nelle mani del Signore, non in quelle degli uomini<br /><br /> Davide non sceglie quale castigo preferire. Dice semplicemente: “Cadiamo nelle mani del Signore”. È una scelta che mi colpisce molto, perché non è una strategia per ottenere il male minore, ma un atto di fiducia profonda. Davide sa che il giudizio di Dio è vero, giusto, e anche doloroso: infatti la piaga colpisce duramente il popolo. Ma sa anche che il giudizio di Dio non è mai disgiunto dalla misericordia.<br /><br /> Quando Davide dice che la misericordia del Signore è grande, parla di quelle viscere di misericordia che appartengono a Dio. E infatti è Dio stesso che, vedendo lo sterminio, si ferma, si pente, fa arrestare la mano dell’angelo. Dio non elimina il giudizio, ma lo attraversa con la misericordia.<br /><br /> La fede che nasce dal fallimento<br /><br /> Davide, come il profeta Giona, conosce bene la misericordia di Dio perché l’ha già sperimentata nella sua vita. Sa che il castigo è meritato, ma sa anche che l’unica vera possibilità è consegnarsi a Dio. Questa è una fede che non nasce dalla forza, dall’essere un grande condottiero, ma dal fallimento, dal peccato, dal crollo.<br /><br /> Davide ha commesso peccati gravissimi: è stato omicida, adultero, ne ha fatti di ogni tipo. Eppure, ogni volta, riesce a ritrovare la relazione con Dio. La sua grandezza non sta nell’essere impeccabile, ma nel non smettere mai di tornare.<br /><br /> Confessare il peccato per ritrovare la libertà<br /><br /> Il salmo ascoltato illumina profondamente questo cammino: Davide non nasconde il suo peccato, non copre la sua colpa, ma la confessa al Signore, e proprio così sperimenta il perdono. Io credo che qui ci sia una chiave essenziale anche per noi.<br /><br /> Nonostante tutte le difficoltà che abbiamo con il sacramento della confessione, in fondo il passaggio è semplice: portare davanti al Signore le nostre angustie, le nostre colpe, i nostri progetti orgogliosi e autosufficienti. Riconoscere i censimenti che facciamo ogni giorno, il continuo misurare le nostre forze invece di affidarci.<br /><br /> Una casa chiusa alla grazia e il richiamo del Vangelo<br /><br /> Gesù nel Vangelo ci ricorda che è proprio in casa nostra che queste cose si misurano. Il profeta è disprezzato nella sua patria, e forse quella casa siamo anche noi: una casa chiusa, fredda, incredula, che si scandalizza davanti alla bontà di Dio. Il Vangelo è severo, perché dice che Gesù lì non può compiere miracoli: c’è una sterilità che nasce dall’incredulità.<br /><br /> Queste parole sono dure, ma necessarie. Ci mettono davanti alla nostra resistenza e, proprio per questo, ci aprono una strada nuova.<br /><br /> Ringraziare per una parola che apre il cuore<br /><br /> Alla fine, ringrazio il Signore anche per questa parola severa. Non è una parola che schiaccia, ma che apre. Ci invita a riconoscere il nostro peccato, a cadere nelle mani di Dio e a ritrovare il cammino verso di Lui, certi che la sua misericordia è sempre più grande della nostra colpa.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69789268</guid><pubDate>Wed, 04 Feb 2026 18:22:46 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69789268/imported_1770229185815683_audio.mp3" length="6874174" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il censimento di Davide: quando la fiducia si trasforma in possesso

In questo episodio del censimento emerge con forza un aspetto molto grave del peccato di Davide. Io vedo un re che vuole “contare” il suo popolo, come se quelle persone fossero una...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il censimento di Davide: quando la fiducia si trasforma in possesso<br /><br /> In questo episodio del censimento emerge con forza un aspetto molto grave del peccato di Davide. Io vedo un re che vuole “contare” il suo popolo, come se quelle persone fossero una sua proprietà, dimenticando che in realtà appartengono a Dio. È un gesto che rivela un cuore che si è spostato: Davide, che un tempo aveva sconfitto Golia non grazie alla sua abilità ma confidando totalmente nel Signore, ora è seduto nel suo palazzo e misura ciò che possiede. Mi colpisce proprio questa domanda: dove è finita tutta quella fiducia?<br /><br /> Questo atteggiamento parla anche di noi. Quando diventiamo ambiziosi, orgogliosi, quando smettiamo di affidarci al Signore, iniziamo a fare i nostri conti: le risorse, i successi, la sicurezza economica, la famiglia. Eppure, anche quando sembra che tutto funzioni, la vita resta piena di difficoltà e fragilità. Il censimento di Davide diventa così lo specchio di tanti nostri “censimenti” quotidiani.<br /><br /> Il rimorso del cuore e l’esperienza dell’angustia<br /><br /> A un certo punto, però, Davide si ferma. Il suo cuore lo rimprovera, sente il peso di ciò che ha fatto. Quando Dio gli pone davanti le conseguenze, Davide usa una parola fortissima: “sono in grande angustia”. Questa parola non indica solo paura, ma un vero e proprio restringimento, la sensazione di non avere vie d’uscita, di essere schiacciati e messi in un angolo.<br /><br /> Io riconosco in questa descrizione un’esperienza profondamente umana e spirituale: Davide sperimenta un’impotenza radicale, ha perso il controllo, non può più rimediare con le sue forze. Ed è proprio lì che accade qualcosa di decisivo.<br /><br /> Cadere nelle mani del Signore, non in quelle degli uomini<br /><br /> Davide non sceglie quale castigo preferire. Dice semplicemente: “Cadiamo nelle mani del Signore”. È una scelta che mi colpisce molto, perché non è una strategia per ottenere il male minore, ma un atto di fiducia profonda. Davide sa che il giudizio di Dio è vero, giusto, e anche doloroso: infatti la piaga colpisce duramente il popolo. Ma sa anche che il giudizio di Dio non è mai disgiunto dalla misericordia.<br /><br /> Quando Davide dice che la misericordia del Signore è grande, parla di quelle viscere di misericordia che appartengono a Dio. E infatti è Dio stesso che, vedendo lo sterminio, si ferma, si pente, fa arrestare la mano dell’angelo. Dio non elimina il giudizio, ma lo attraversa con la misericordia.<br /><br /> La fede che nasce dal fallimento<br /><br /> Davide, come il profeta Giona, conosce bene la misericordia di Dio perché l’ha già sperimentata nella sua vita. Sa che il castigo è meritato, ma sa anche che l’unica vera possibilità è consegnarsi a Dio. Questa è una fede che non nasce dalla forza, dall’essere un grande condottiero, ma dal fallimento, dal peccato, dal crollo.<br /><br /> Davide ha commesso peccati gravissimi: è stato omicida, adultero, ne ha fatti di ogni tipo. Eppure, ogni volta, riesce a ritrovare la relazione con Dio. La sua grandezza non sta nell’essere impeccabile, ma nel non smettere mai di tornare.<br /><br /> Confessare il peccato per ritrovare la libertà<br /><br /> Il salmo ascoltato illumina profondamente questo cammino: Davide non nasconde il suo peccato, non copre la sua colpa, ma la confessa al Signore, e proprio così sperimenta il perdono. Io credo che qui ci sia una chiave essenziale anche per noi.<br /><br /> Nonostante tutte le difficoltà che abbiamo con il sacramento della confessione, in fondo il passaggio è semplice: portare davanti al Signore le nostre angustie, le nostre colpe, i nostri progetti orgogliosi e autosufficienti. Riconoscere i censimenti che facciamo ogni giorno, il continuo misurare le nostre forze invece di affidarci.<br /><br /> Una casa chiusa alla grazia e il richiamo del Vangelo<br /><br /> Gesù nel Vangelo ci ricorda che è proprio in casa nostra che queste cose si misurano. 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Ogni volta bisogna rifare il ragionamento, fermarsi e cercare di capire davvero che cosa il Signore voglia dire quando afferma che la felicità, la beatitudine, sta proprio in quelle situazioni che per noi sono invece faticose, difficili, persino da evitare. È una rivelazione che spiazza, perché capovolge i nostri criteri.<br /><br /> In questo mi ha aiutato molto la lettera di san Paolo, su cui oggi mi soffermo in modo particolare. Paolo dice chiaramente: guardatevi intorno, non ci sono tra voi molti sapienti secondo il mondo, né molti potenti, né molti nobili. La comunità di Corinto, che conosciamo come una comunità molto varia, eterogenea e anche divisa, non si distingue certo per la presenza di persone forti, influenti o prestigiose. E anche quando queste ci sono, non è quella la caratteristica che le definisce come membri della comunità cristiana.<br /><br /> La chiamata: perché siamo qui?<br /><br /> Paolo invita a considerare la nostra chiamata. Perché siamo qui? Perché facciamo parte di questa comunità? Lo possiamo dire anche di noi: perché ci sentiamo cristiani, perché siamo qui oggi? La chiamata è un tema centrale. Mi viene in mente la chiamata dei discepoli sulle rive del lago, di cui parlava il Vangelo della domenica precedente: Gesù chiama due coppie di pescatori, persone normali, non particolarmente povere ma nemmeno potenti, uomini di una regione marginale come la Galilea, descritta come una terra nelle tenebre.<br /><br /> Allora la domanda è: cosa ci chiama? Cosa ci attira? Perché il Signore chiama proprio noi? Non perché siamo sapienti, non perché siamo capaci o forti secondo i criteri del mondo. Siamo qui per un altro motivo, più profondo.<br /><br /> La scelta sconvolgente di Dio<br /><br /> Paolo continua con parole molto forti: Dio ha scelto ciò che è stolto per il mondo per confondere i sapienti, ciò che è debole per confondere i forti, ciò che è ignobile e disprezzato. Qui il termine “ignobile” è potentissimo: indica ciò che non ha nascita, ciò che non vale nulla. Dio sceglie proprio questo.<br /><br /> Dio fa delle scelte, ha delle preferenze, e sono scelte destabilizzanti. Io, invece, mi ritrovo spesso dall’altra parte: tendo a considerarmi sapiente, forte, valido. Ma non è per questo che Dio sceglie. Lui sceglie l’opposto. In questi giorni si parla molto di scelta, e anche tra fratelli ci si chiede: siamo noi che scegliamo o è Dio che ci sceglie? Certo, anche noi facciamo delle scelte, ma è soprattutto Lui che sceglie, che chiama.<br /><br /> Dire sì alla scelta di Dio: Maria come modello<br /><br /> Il nostro compito, in fondo, è acconsentire alla sua scelta, dire di sì. Come ha fatto Maria. Lei è stata scelta, prima ancora di scegliere. All’inizio è turbata, fa domande, ma poi pronuncia quel sì decisivo: “Eccomi, sono la serva del Signore”.<br /><br /> Dio non sceglie Maria perché è bravissima o perfetta, ma perché è piccola. Lo dice lei stessa nel Magnificat: Dio ha guardato all’umiltà, alla piccolezza della sua serva. Questa è la logica di Dio. Anche noi siamo qui perché siamo deboli, perché abbiamo bisogno del Signore, perché abbiamo bisogno di essere salvati, consolati, accolti in un regno, perché abbiamo bisogno di pace. Non ce la facciamo da soli.<br /><br /> Il popolo umile e povero, destinatario della promessa<br /><br /> Questa logica la ritroviamo anche nel profeta Sofonia: “Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero”. Dopo l’esilio e le prove, ciò che resta è un popolo povero e umile. E il profeta invita proprio loro a cercare il Signore, la giustizia, l’umiltà. I ricchi non cercano il Signore, perché si bastano a se stessi; i poveri sì, perché ne hanno bisogno.<br /><br /> Questa scelta di Dio la vediamo anche nella vita quotidiana, nelle nostre famiglie. Pensiamo ai bambini, soprattutto a quelli piccoli e fragili. O pensiamo agli anziani. In una famiglia, quando c’è un figlio più debole o sofferente, è su di lui che si concentrano più cure, più attenzioni, più amore. È lui, in un certo senso, il privilegiato.<br /><br /> Le beatitudini come spazio della presenza di Dio<br /><br /> È in questo contesto che si collocano le beatitudini. Gesù, sul monte, proclama beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli. Le condizioni di povertà, umiliazione, mitezza, fame di giustizia non sono una disgrazia, ma un’occasione per sperimentare più da vicino la presenza di Dio, la sua predilezione, il suo intervento. Da qui nasce una felicità vera, una pace profonda.<br /><br /> Non siamo felici quando esercitiamo la nostra forza o la nostra ricchezza. La vera pienezza di felicità è sentirci raggiunti dal Signore.<br /><br /> La croce impressa nella nostra vita<br /><br /> Raccontando un’esperienza con i bambini del catechismo, riflettendo sul segno della croce, abbiamo detto che tracciamo la croce sul nostro corpo per dire che la nostra vita è il luogo in cui il Signore è presente: è il luogo dove Lui si appoggia, dove perdona, dove guarda gli altri. Addirittura, la presenza del Signore è in noi che siamo come una croce. Questo è bellissimo.<br /><br /> Paolo conclude dicendo che Dio ha fatto tutto questo perché nessuno possa vantarsi davanti a Lui. È grazie a Dio che noi siamo in Cristo Gesù. Proprio le nostre debolezze rendono ancora più evidente la presenza di Cristo in noi: Cristo è in noi, Cristo brilla nella nostra vita, nella nostra vita piccola.<br /><br /> Una scelta che include tutti<br /><br /> Per questo dobbiamo ringraziare il Signore. Qui sta la ragione del nostro essere suoi discepoli, del guardarlo sulla croce, del partecipare all’Eucaristia, dell’essere qui come comunità. Dobbiamo rallegrarci ed esultare per questa scelta di Dio, perché è una scelta che non esclude nessuno, ma coinvolge tutti.<br /><br /> Anche chi pensa di farcela da solo, prima o poi, dovrà tornare alla gioia di questa beatitudine. E allora non ci resta che ringraziarlo e dire anche noi, come Maria, il nostro sì a questa sua scelta per noi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69722301</guid><pubDate>Sun, 01 Feb 2026 13:59:44 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69722301/imported_1769950166310159_audio.mp3" length="12288417" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Le beatitudini mi mettono sempre un po’ in difficoltà, parlo per me, perché sono profondamente contrarie al nostro modo abituale di pensare. 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La comunità di Corinto, che conosciamo come una comunità molto varia, eterogenea e anche divisa, non si distingue certo per la presenza di persone forti, influenti o prestigiose. E anche quando queste ci sono, non è quella la caratteristica che le definisce come membri della comunità cristiana.<br /><br /> La chiamata: perché siamo qui?<br /><br /> Paolo invita a considerare la nostra chiamata. Perché siamo qui? Perché facciamo parte di questa comunità? Lo possiamo dire anche di noi: perché ci sentiamo cristiani, perché siamo qui oggi? La chiamata è un tema centrale. Mi viene in mente la chiamata dei discepoli sulle rive del lago, di cui parlava il Vangelo della domenica precedente: Gesù chiama due coppie di pescatori, persone normali, non particolarmente povere ma nemmeno potenti, uomini di una regione marginale come la Galilea, descritta come una terra nelle tenebre.<br /><br /> Allora la domanda è: cosa ci chiama? Cosa ci attira? Perché il Signore chiama proprio noi? Non perché siamo sapienti, non perché siamo capaci o forti secondo i criteri del mondo. Siamo qui per un altro motivo, più profondo.<br /><br /> La scelta sconvolgente di Dio<br /><br /> Paolo continua con parole molto forti: Dio ha scelto ciò che è stolto per il mondo per confondere i sapienti, ciò che è debole per confondere i forti, ciò che è ignobile e disprezzato. Qui il termine “ignobile” è potentissimo: indica ciò che non ha nascita, ciò che non vale nulla. Dio sceglie proprio questo.<br /><br /> Dio fa delle scelte, ha delle preferenze, e sono scelte destabilizzanti. Io, invece, mi ritrovo spesso dall’altra parte: tendo a considerarmi sapiente, forte, valido. Ma non è per questo che Dio sceglie. Lui sceglie l’opposto. In questi giorni si parla molto di scelta, e anche tra fratelli ci si chiede: siamo noi che scegliamo o è Dio che ci sceglie? Certo, anche noi facciamo delle scelte, ma è soprattutto Lui che sceglie, che chiama.<br /><br /> Dire sì alla scelta di Dio: Maria come modello<br /><br /> Il nostro compito, in fondo, è acconsentire alla sua scelta, dire di sì. Come ha fatto Maria. Lei è stata scelta, prima ancora di scegliere. All’inizio è turbata, fa domande, ma poi pronuncia quel sì decisivo: “Eccomi, sono la serva del Signore”.<br /><br /> Dio non sceglie Maria perché è bravissima o perfetta, ma perché è piccola. Lo dice lei stessa nel Magnificat: Dio ha guardato all’umiltà, alla piccolezza della sua serva. Questa è la logica di Dio. Anche noi siamo qui perché siamo deboli, perché abbiamo bisogno del Signore, perché abbiamo bisogno di essere salvati, consolati, accolti in un regno, perché abbiamo bisogno di pace. Non ce la facciamo da soli.<br /><br /> Il popolo umile e povero, destinatario della promessa<br /><br /> Questa logica la ritroviamo anche nel profeta Sofonia: “Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero”. Dopo l’esilio e le prove, ciò che resta è un popolo povero e umile. E il profeta invita proprio loro a cercare il Signore, la giustizia, l’umiltà. I ricchi non cercano il Signore, perché si bastano a se stessi; i poveri sì, perché ne hanno bisogno.<br /><br /> Questa scelta di Dio la vediamo anche nella vita quotidiana, nelle nostre famiglie. Pensiamo ai bambini, soprattutto a quelli piccoli e fragili. 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È una domanda che nasce dalla consapevolezza della propria piccolezza.<br /><br /> Davide è un re, protagonista di imprese straordinarie come la vittoria contro Golia e molte altre ancora, eppure non si sente grande davanti a Dio. Anzi, riconosce che tutto ciò che è diventato non è frutto di meriti personali, ma di una scelta divina incomprensibile secondo criteri umani. Avverte una sproporzione radicale tra ciò che lui è e ciò che Dio ha fatto per lui. In questa domanda riconosco anche la sua consapevolezza di essere stato guidato passo dopo passo: non si è fatto da solo, ma è stato condotto.<br /><br /> Una storia di salvezza che va oltre Davide<br /><br /> Davide comprende che la sua storia personale è inserita dentro una storia molto più grande. Il Signore ha iniziato questo cammino fin dall’Egitto, attraversando tutta la storia del popolo, e ora anche lui si ritrova dentro questo disegno. E si accorge di qualcosa di sorprendente: tutto quello che ha ricevuto fino a quel momento sembra ancora “poca cosa” agli occhi di Dio.<br /><br /> Dio non si è fermato a parlare solo di lui, ma gli ha promesso un futuro che riguarda la sua casa, la sua discendenza, un avvenire lontano. Per sempre ci sarà un suo discendente sul trono di Davide, fino ad arrivare a Gesù, il Messia. Davide capisce che il dono ricevuto non riguarda solo la sua vita, ma anche quella di tutti coloro che verranno dopo di lui. Ciò che ha ricevuto è già enorme, ma è solo l’inizio di qualcosa di ancora più grande.<br /><br /> Il centro non sono io, ma il popolo di Dio<br /><br /> A un certo punto diventa chiaro che il centro non è Davide come individuo, ma la sua casa, la sua discendenza, tutto il popolo. Davide riconosce che Dio ha stabilito il suo popolo perché fosse suo per sempre. C’è una fedeltà reciproca che attraversa il tempo: noi siamo di Dio, lo siamo stati e lo saremo per sempre, e Lui sarà sempre Dio per noi.<br /><br /> Questa consapevolezza illumina tutto: non si tratta solo di un dono personale, ma di un’alleanza che coinvolge una comunità intera. È una visione che dà senso alla storia, perché mostra un Dio che si dona in modo stabile, fedele, definitivo.<br /><br /> Anche io raggiunto da un dono che supera ogni attesa<br /><br /> Questa esperienza di Davide mi interpella direttamente. Mi invita a chiedermi se anch’io ho avuto la consapevolezza di essere stato raggiunto dall’amore di Dio. A dire: perché proprio a me? e allo stesso tempo a riconoscere quante cose ho ricevuto. E magari a rendermi conto che ciò che ho già ricevuto, agli occhi di Dio, non è ancora tutto, perché Lui continua a donare, a rinnovare, ad aggiungere.<br /><br /> Questa logica del dono che cresce la ritrovo anche nel Vangelo, subito dopo la parabola del seminatore. Lì emerge l’immagine di un Dio che continua a seminare senza stancarsi, senza fare troppi calcoli sui terreni. È un donare continuo, gratuito, abbondante.<br /><br /> Accogliere, custodire e rendere visibile il dono<br /><br /> Nel Vangelo c’è una frase che inizialmente scandalizza: «A chi ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». In realtà, questa parola diventa più chiara se penso alla parabola del seminatore. I terreni che non custodiscono il seme – perché aridi, pieni di rocce o soffocati dalle spine delle preoccupazioni – finiscono per perdere quel dono. Il seme viene portato via, come se non fosse mai stato accolto davvero.<br /><br /> Così, a chi non accoglie e non custodisce il dono, questo viene tolto; mentre a chi lo accoglie, come Davide, viene dato ancora di più: il trenta, il sessanta, il cento. Non è un’ingiustizia, ma la conseguenza di un cuore che si apre o che si chiude.<br /><br /> Infine, Gesù dice che tutto questo deve diventare manifesto. Il dono è luce e la luce non può essere nascosta sotto il moggio, perché altrimenti si spegne. Deve essere messa sul lucerniere. Per questo chiedo che anche i doni che il Signore fa alla mia vita, di cui devo diventare sempre più consapevole, possano essere condivisi. Non sono merito mio, ma suoi, e sono fatti per illuminare anche chi mi sta accanto.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69670338</guid><pubDate>Thu, 29 Jan 2026 18:51:47 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69670338/imported_1769712008338950_audio.mp3" length="5736907" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La piccolezza di Davide davanti alla grandezza di Dio

Mi colpisce profondamente l’atteggiamento di Davide davanti alle parole che il Signore gli ha rivolto tramite il profeta Natan. Davide si rende conto che ciò che Dio gli ha promesso è qualcosa di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La piccolezza di Davide davanti alla grandezza di Dio<br /><br /> Mi colpisce profondamente l’atteggiamento di Davide davanti alle parole che il Signore gli ha rivolto tramite il profeta Natan. Davide si rende conto che ciò che Dio gli ha promesso è qualcosa di enorme, sproporzionato rispetto a lui. La sua reazione lo dice chiaramente: «Chi sono io, Signore, e che cos’è la mia casa perché tu mi abbia condotto fin qui?». È una domanda che nasce dalla consapevolezza della propria piccolezza.<br /><br /> Davide è un re, protagonista di imprese straordinarie come la vittoria contro Golia e molte altre ancora, eppure non si sente grande davanti a Dio. Anzi, riconosce che tutto ciò che è diventato non è frutto di meriti personali, ma di una scelta divina incomprensibile secondo criteri umani. Avverte una sproporzione radicale tra ciò che lui è e ciò che Dio ha fatto per lui. In questa domanda riconosco anche la sua consapevolezza di essere stato guidato passo dopo passo: non si è fatto da solo, ma è stato condotto.<br /><br /> Una storia di salvezza che va oltre Davide<br /><br /> Davide comprende che la sua storia personale è inserita dentro una storia molto più grande. Il Signore ha iniziato questo cammino fin dall’Egitto, attraversando tutta la storia del popolo, e ora anche lui si ritrova dentro questo disegno. E si accorge di qualcosa di sorprendente: tutto quello che ha ricevuto fino a quel momento sembra ancora “poca cosa” agli occhi di Dio.<br /><br /> Dio non si è fermato a parlare solo di lui, ma gli ha promesso un futuro che riguarda la sua casa, la sua discendenza, un avvenire lontano. Per sempre ci sarà un suo discendente sul trono di Davide, fino ad arrivare a Gesù, il Messia. Davide capisce che il dono ricevuto non riguarda solo la sua vita, ma anche quella di tutti coloro che verranno dopo di lui. Ciò che ha ricevuto è già enorme, ma è solo l’inizio di qualcosa di ancora più grande.<br /><br /> Il centro non sono io, ma il popolo di Dio<br /><br /> A un certo punto diventa chiaro che il centro non è Davide come individuo, ma la sua casa, la sua discendenza, tutto il popolo. Davide riconosce che Dio ha stabilito il suo popolo perché fosse suo per sempre. C’è una fedeltà reciproca che attraversa il tempo: noi siamo di Dio, lo siamo stati e lo saremo per sempre, e Lui sarà sempre Dio per noi.<br /><br /> Questa consapevolezza illumina tutto: non si tratta solo di un dono personale, ma di un’alleanza che coinvolge una comunità intera. È una visione che dà senso alla storia, perché mostra un Dio che si dona in modo stabile, fedele, definitivo.<br /><br /> Anche io raggiunto da un dono che supera ogni attesa<br /><br /> Questa esperienza di Davide mi interpella direttamente. Mi invita a chiedermi se anch’io ho avuto la consapevolezza di essere stato raggiunto dall’amore di Dio. A dire: perché proprio a me? e allo stesso tempo a riconoscere quante cose ho ricevuto. E magari a rendermi conto che ciò che ho già ricevuto, agli occhi di Dio, non è ancora tutto, perché Lui continua a donare, a rinnovare, ad aggiungere.<br /><br /> Questa logica del dono che cresce la ritrovo anche nel Vangelo, subito dopo la parabola del seminatore. Lì emerge l’immagine di un Dio che continua a seminare senza stancarsi, senza fare troppi calcoli sui terreni. È un donare continuo, gratuito, abbondante.<br /><br /> Accogliere, custodire e rendere visibile il dono<br /><br /> Nel Vangelo c’è una frase che inizialmente scandalizza: «A chi ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». In realtà, questa parola diventa più chiara se penso alla parabola del seminatore. I terreni che non custodiscono il seme – perché aridi, pieni di rocce o soffocati dalle spine delle preoccupazioni – finiscono per perdere quel dono. Il seme viene portato via, come se non fosse mai stato accolto davvero.<br /><br /> Così, a chi non accoglie e non custodisce il dono, questo viene tolto; mentre a chi lo accoglie, come Davide, viene dato ancora di più:...]]></itunes:summary><itunes:duration>359</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di mercoledì della III settimana del TO</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-mercoledi-della-iii-settimana-del-to--69667658</link><description><![CDATA[Mi riconosco molto in Davide: anche lui ha una bella idea, concreta, immediata. Vuole costruire un tempio per il Signore, fare qualcosa di visibile, organizzare subito materiali, luogo, progetto. È un modo di ragionare che sento molto vicino al nostro: agire, realizzare, mettere subito mano a qualcosa di tangibile. Eppure questo modo di pensare, così pratico e veloce, è profondamente diverso da quello di Dio.<br /><br /> Attraverso il profeta Natan, in una delle pagine più importanti dell’Antico Testamento, Dio non risponde entrando nel progetto di Davide, ma lo spiazza completamente: non parte dal tempio, ma dalla storia.<br /><br /> Un Dio che cammina nella storia del suo popolo<br /><br /> Dio fa ripercorrere a Davide tutta la storia della salvezza: la liberazione dall’Egitto, i quarant’anni nel deserto, il lungo cammino fatto insieme al popolo. Gli fa capire che la relazione con Lui non è qualcosa di immediato o momentaneo, ma una storia lunga, fatta di tappe, di fedeltà, di una presenza costante.<br /><br /> Il Signore non ha mai avuto bisogno di una casa stabile, di un tempio: ha scelto la tenda, perché la tenda si sposta, accompagna, permette di stare vicino al popolo. Dio ha sempre camminato con loro, non è mai mancato. Per questo fa tornare Davide indietro di secoli, per poi farlo guardare avanti, promettendogli che sarà Lui a costruire una casa per Davide, una discendenza stabile sul trono.<br /><br /> Anche se sappiamo che dopo Salomone la storia dei re sarà segnata da errori, disastri e infedeltà, questa continuità promessa da Dio rimarrà. È qualcosa di straordinario: Davide ha una bella idea, ma Dio gli rivela un disegno di salvezza immensamente più grande.<br /><br /> I tempi di Dio e la nostra impazienza<br /><br /> Mi colpisce profondamente il contrasto tra i nostri tempi e quelli di Dio. Noi ragioniamo sull’oggi, sul subito, su ciò che funziona adesso. Dio invece ha una pazienza fatta di amore, vicinanza, custodia. Il suo progetto è a lunga scadenza, e i grandi turbamenti della storia non lo scalfiscono davvero.<br /><br /> Anche nella nostra vita spesso facciamo fatica a ricordare da dove siamo partiti. A volte però, se ci fermiamo un momento, possiamo dire: l’ho incontrato lì, poi c’è stato quel passaggio, quel matrimonio, quell’evento. Riprendere in mano la nostra storia diventa fondamentale, non solo guardando al passato, ma anche aprendoci al futuro, ricordandoci che c’è una vita eterna, una presenza di Dio che ci accompagna da sempre.<br /><br /> San Paolo dice che Dio ci ha voluti fin dalla fondazione del mondo. Questo mi commuove: Dio aveva già pensato a ciascuno di noi, ci ha voluti e amati da sempre.<br /><br /> Il seme, il tempo e la forza della Parola<br /><br /> Questo modo di agire di Dio mi richiama anche la parabola del seminatore. Noi vorremmo tutto e subito, mentre Dio semina. E la semina è faticosa: ci sono le spine, i corvi, le difficoltà. Il processo della Parola di Dio è lungo, ma potentissimo, capace di portare frutto in modo profondo e duraturo.<br /><br /> Mi chiedo allora come mi rapporto io con questo modo di Dio di essere presente nella mia vita. È la stessa domanda che, in fondo, attraversa anche le parole di Gesù quando dice che ai discepoli è dato il mistero del Regno, mentre agli altri tutto viene in parabole. Per noi, la storia con il Signore non dovrebbe restare enigmatica o distante, ma essere semplice, forte, consolante.<br /><br /> Custodire il seme e riconoscere i frutti<br /><br /> Dio c’è sempre stato e ha sempre voluto seminare. La vera domanda riguarda me: come ho accolto questo seme? Come l’ho custodito? Quanto spazio ho fatto, mettendo da parte preoccupazioni, seduzioni della ricchezza e altre distrazioni?<br /><br /> Il mio cuore è stato terreno buono? Guardando alla mia vita, riconosco quanto mi ha consolato, quanto mi ha indicato una strada. E mi accorgo che i frutti belli della mia vita non vengono solo da me, ma da questo seme che continua a operare e che non si esaurisce qui, perché è destinato a durare per sempre.<br /><br /> Questo processo è continuo: anche oggi il Signore viene a seminare nel nostro cuore. Il frutto non è immediato, non è legato solo al momento presente, ma a un tempo più lungo e più profondo.<br /><br /> Cristo, centro della grande storia d’amore di Dio<br /><br /> Siamo immersi in una grande storia d’amore di Dio per il suo popolo, che trova il suo punto di svolta quando il Padre invia il Figlio. La Parola si fa carne, diventa uomo, dona la vita, muore sulla croce. Questo cambia per sempre la nostra percezione della presenza di Dio.<br /><br /> È ciò che celebriamo in ogni Eucaristia: il mistero di Cristo, che si intreccia con Davide, con la sua discendenza, con le tende, con tutta la storia della salvezza. In questo mistero scopriamo una vita splendida, che Dio desidera continuamente donarci e rinnovare in noi.<br /><br /> Stupore e gratitudine davanti alla misericordia<br /><br /> Davanti a tutto questo, non posso che ringraziare. Siamo piccoli, come Davide, ma anche noi restiamo stupiti. Accettiamo, con umiltà, questa grande misericordia che Dio ci dona, rendendoci partecipi del suo progetto di salvezza e di amore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69667658</guid><pubDate>Thu, 29 Jan 2026 16:06:16 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69667658/imported_1769702126652309_audio.mp3" length="6784731" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mi riconosco molto in Davide: anche lui ha una bella idea, concreta, immediata. Vuole costruire un tempio per il Signore, fare qualcosa di visibile, organizzare subito materiali, luogo, progetto. È un modo di ragionare che sento molto vicino al...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mi riconosco molto in Davide: anche lui ha una bella idea, concreta, immediata. Vuole costruire un tempio per il Signore, fare qualcosa di visibile, organizzare subito materiali, luogo, progetto. È un modo di ragionare che sento molto vicino al nostro: agire, realizzare, mettere subito mano a qualcosa di tangibile. Eppure questo modo di pensare, così pratico e veloce, è profondamente diverso da quello di Dio.<br /><br /> Attraverso il profeta Natan, in una delle pagine più importanti dell’Antico Testamento, Dio non risponde entrando nel progetto di Davide, ma lo spiazza completamente: non parte dal tempio, ma dalla storia.<br /><br /> Un Dio che cammina nella storia del suo popolo<br /><br /> Dio fa ripercorrere a Davide tutta la storia della salvezza: la liberazione dall’Egitto, i quarant’anni nel deserto, il lungo cammino fatto insieme al popolo. Gli fa capire che la relazione con Lui non è qualcosa di immediato o momentaneo, ma una storia lunga, fatta di tappe, di fedeltà, di una presenza costante.<br /><br /> Il Signore non ha mai avuto bisogno di una casa stabile, di un tempio: ha scelto la tenda, perché la tenda si sposta, accompagna, permette di stare vicino al popolo. Dio ha sempre camminato con loro, non è mai mancato. Per questo fa tornare Davide indietro di secoli, per poi farlo guardare avanti, promettendogli che sarà Lui a costruire una casa per Davide, una discendenza stabile sul trono.<br /><br /> Anche se sappiamo che dopo Salomone la storia dei re sarà segnata da errori, disastri e infedeltà, questa continuità promessa da Dio rimarrà. È qualcosa di straordinario: Davide ha una bella idea, ma Dio gli rivela un disegno di salvezza immensamente più grande.<br /><br /> I tempi di Dio e la nostra impazienza<br /><br /> Mi colpisce profondamente il contrasto tra i nostri tempi e quelli di Dio. Noi ragioniamo sull’oggi, sul subito, su ciò che funziona adesso. Dio invece ha una pazienza fatta di amore, vicinanza, custodia. Il suo progetto è a lunga scadenza, e i grandi turbamenti della storia non lo scalfiscono davvero.<br /><br /> Anche nella nostra vita spesso facciamo fatica a ricordare da dove siamo partiti. A volte però, se ci fermiamo un momento, possiamo dire: l’ho incontrato lì, poi c’è stato quel passaggio, quel matrimonio, quell’evento. Riprendere in mano la nostra storia diventa fondamentale, non solo guardando al passato, ma anche aprendoci al futuro, ricordandoci che c’è una vita eterna, una presenza di Dio che ci accompagna da sempre.<br /><br /> San Paolo dice che Dio ci ha voluti fin dalla fondazione del mondo. Questo mi commuove: Dio aveva già pensato a ciascuno di noi, ci ha voluti e amati da sempre.<br /><br /> Il seme, il tempo e la forza della Parola<br /><br /> Questo modo di agire di Dio mi richiama anche la parabola del seminatore. Noi vorremmo tutto e subito, mentre Dio semina. E la semina è faticosa: ci sono le spine, i corvi, le difficoltà. Il processo della Parola di Dio è lungo, ma potentissimo, capace di portare frutto in modo profondo e duraturo.<br /><br /> Mi chiedo allora come mi rapporto io con questo modo di Dio di essere presente nella mia vita. È la stessa domanda che, in fondo, attraversa anche le parole di Gesù quando dice che ai discepoli è dato il mistero del Regno, mentre agli altri tutto viene in parabole. Per noi, la storia con il Signore non dovrebbe restare enigmatica o distante, ma essere semplice, forte, consolante.<br /><br /> Custodire il seme e riconoscere i frutti<br /><br /> Dio c’è sempre stato e ha sempre voluto seminare. La vera domanda riguarda me: come ho accolto questo seme? Come l’ho custodito? Quanto spazio ho fatto, mettendo da parte preoccupazioni, seduzioni della ricchezza e altre distrazioni?<br /><br /> Il mio cuore è stato terreno buono? 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Nella prima lettura si parla finalmente dell’accoglienza dell’Arca: dopo essere stata a lungo in giro, persino tra i Filistei, viene collocata nella tenda e nella casa che Davide ha preparato. Non c’è ancora il Tempio, ma questo gesto è già un segno fortissimo: è la visita del Signore che entra nella “casa” di Davide, nella sua vita concreta.<br /><br /> Questo tema della casa ritorna in modo sorprendente nel Vangelo. Gesù si trova in una casa, circondato dalla gente, mentre fuori ci sono sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle che lo cercano. Sembra quasi che vogliano portarlo via, riportarlo a Nazareth, nella casa di famiglia. E invece Gesù resta lì, in mezzo alla gente, perché sappiamo quanto amava stare con le persone. Il suo stare con la gente rivela il desiderio profondo di relazione e di compagnia: per lui, le persone che ha davanti sono tutte importantissime.<br /><br /> «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?»<br /><br /> Gesù pone una domanda che è certamente retorica, ma che in realtà interpella tutti: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Non la rivolge solo a chi era lì quel giorno, ma anche a noi oggi. È una domanda che allarga l’orizzonte in modo meraviglioso.<br /><br /> Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, Gesù dice: «Ecco mia madre e i miei fratelli». In quel momento considera come madre e fratelli proprio le persone che gli stanno intorno. E specifica subito il criterio: «Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre». Questo significa che siamo direttamente chiamati in causa: sentirci fratelli, sorelle e perfino madri di Gesù. Colpisce anche questa bella prevalenza femminile nelle parole di Gesù, come un dono ulteriore.<br /><br /> Essere chiamati così da lui indica una relazione profondissima, intima, familiare. Ed è Gesù stesso che ci considera tali.<br /><br /> La fatica di sentirsi degni di questa relazione<br /><br /> Dentro di me riconosco una possibile resistenza: potrei dire che essere discepolo sì, va bene, ma fratello di Gesù è troppo. Preferirei forse restare un po’ distante, ascoltarlo, seguirlo, ma senza spingermi così vicino. E invece lui non prende le distanze: ci chiama fratelli e sorelle, qualunque sia la nostra condizione.<br /><br /> Penso a tutte le ragioni per cui spesso siamo noi a sentirci esclusi: perché dobbiamo ancora sistemare qualcosa nella nostra vita, perché ci sentiamo lontani, perché abbiamo fatto tanti peccati, perché non ci comportiamo bene, perché protestiamo con lui o ci sentiamo soli. In tutti questi casi siamo noi a metterci fuori. Gesù, invece, è chiarissimo: per lui non è così. Non esclude nessuno.<br /><br /> Fare la volontà di Dio: accettare di essere suoi<br /><br /> Gesù viene nella nostra casa, viene dove abitiamo, entra nella nostra vita. E chiede una cosa sola: fare la volontà di Dio. Ma cosa significa davvero fare la volontà di Dio? È una domanda che nasce spontanea, soprattutto quando uno pensa alla propria situazione concreta, alla vecchiaia, alla fragilità, alla malattia, alle carrozzine, ai limiti di oggi.<br /><br /> La volontà di Dio, in fondo, è una: accettare di essere suoi fratelli e sorelle, accettare questa relazione, questa amicizia. È accogliere il legame che lui ci offre e offrire, a nostra volta, quello che siamo e quello che abbiamo.<br /><br /> Il legame familiare, infatti, non ce lo scegliamo: o sei fratello o sorella, o non lo sei. Non è una preferenza, è un dono ricevuto. Con Gesù accade qualcosa di simile: entrare in comunione con lui significa sentirci suoi, aprirci alla fiducia, alla ricerca, all’offerta. Vuol dire accoglierlo, lasciarci accogliere, lasciarci amare. Tutte cose che fanno parte della vita familiare e che Gesù chiede anche a noi.<br /><br /> Vivere da fratelli e sorelle nella gioia<br /><br /> Non possiamo pretendere grandi cose da noi stessi nella nostra piccolezza, ma una cosa sì: volergli bene. Volergli bene come si vuole bene a un fratello, a una sorella, a una madre.<br /><br /> Per questo ringrazio il Signore: ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, ogni volta che preghiamo insieme, che compiamo un gesto di gentilezza verso chi ci sta accanto, che offriamo una parola di incoraggiamento, stiamo già vivendo questo essere famiglia, questo essere fratelli e sorelle.<br /><br /> Se tutto questo lo facciamo nel nome del Signore, allora la gioia ci prende il cuore. È una gioia simile a quella travolgente di Davide quando l’Arca entra nella sua casa. Una gioia che può abitare la nostra vita, qualunque sia la nostra condizione.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69667553</guid><pubDate>Thu, 29 Jan 2026 15:59:28 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69667553/imported_1769702140554001_audio.mp3" length="5953410" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>L’Arca che entra nella casa e Gesù che abita tra la gente

Riflettendo su questo Vangelo e sulla prima lettura, resto colpito dalla bellezza del filo che le unisce. Nella prima lettura si parla finalmente dell’accoglienza dell’Arca: dopo essere stata...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L’Arca che entra nella casa e Gesù che abita tra la gente<br /><br /> Riflettendo su questo Vangelo e sulla prima lettura, resto colpito dalla bellezza del filo che le unisce. Nella prima lettura si parla finalmente dell’accoglienza dell’Arca: dopo essere stata a lungo in giro, persino tra i Filistei, viene collocata nella tenda e nella casa che Davide ha preparato. Non c’è ancora il Tempio, ma questo gesto è già un segno fortissimo: è la visita del Signore che entra nella “casa” di Davide, nella sua vita concreta.<br /><br /> Questo tema della casa ritorna in modo sorprendente nel Vangelo. Gesù si trova in una casa, circondato dalla gente, mentre fuori ci sono sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle che lo cercano. Sembra quasi che vogliano portarlo via, riportarlo a Nazareth, nella casa di famiglia. E invece Gesù resta lì, in mezzo alla gente, perché sappiamo quanto amava stare con le persone. Il suo stare con la gente rivela il desiderio profondo di relazione e di compagnia: per lui, le persone che ha davanti sono tutte importantissime.<br /><br /> «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?»<br /><br /> Gesù pone una domanda che è certamente retorica, ma che in realtà interpella tutti: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Non la rivolge solo a chi era lì quel giorno, ma anche a noi oggi. È una domanda che allarga l’orizzonte in modo meraviglioso.<br /><br /> Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, Gesù dice: «Ecco mia madre e i miei fratelli». In quel momento considera come madre e fratelli proprio le persone che gli stanno intorno. E specifica subito il criterio: «Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre». Questo significa che siamo direttamente chiamati in causa: sentirci fratelli, sorelle e perfino madri di Gesù. Colpisce anche questa bella prevalenza femminile nelle parole di Gesù, come un dono ulteriore.<br /><br /> Essere chiamati così da lui indica una relazione profondissima, intima, familiare. Ed è Gesù stesso che ci considera tali.<br /><br /> La fatica di sentirsi degni di questa relazione<br /><br /> Dentro di me riconosco una possibile resistenza: potrei dire che essere discepolo sì, va bene, ma fratello di Gesù è troppo. Preferirei forse restare un po’ distante, ascoltarlo, seguirlo, ma senza spingermi così vicino. E invece lui non prende le distanze: ci chiama fratelli e sorelle, qualunque sia la nostra condizione.<br /><br /> Penso a tutte le ragioni per cui spesso siamo noi a sentirci esclusi: perché dobbiamo ancora sistemare qualcosa nella nostra vita, perché ci sentiamo lontani, perché abbiamo fatto tanti peccati, perché non ci comportiamo bene, perché protestiamo con lui o ci sentiamo soli. In tutti questi casi siamo noi a metterci fuori. Gesù, invece, è chiarissimo: per lui non è così. Non esclude nessuno.<br /><br /> Fare la volontà di Dio: accettare di essere suoi<br /><br /> Gesù viene nella nostra casa, viene dove abitiamo, entra nella nostra vita. E chiede una cosa sola: fare la volontà di Dio. Ma cosa significa davvero fare la volontà di Dio? È una domanda che nasce spontanea, soprattutto quando uno pensa alla propria situazione concreta, alla vecchiaia, alla fragilità, alla malattia, alle carrozzine, ai limiti di oggi.<br /><br /> La volontà di Dio, in fondo, è una: accettare di essere suoi fratelli e sorelle, accettare questa relazione, questa amicizia. È accogliere il legame che lui ci offre e offrire, a nostra volta, quello che siamo e quello che abbiamo.<br /><br /> Il legame familiare, infatti, non ce lo scegliamo: o sei fratello o sorella, o non lo sei. Non è una preferenza, è un dono ricevuto. Con Gesù accade qualcosa di simile: entrare in comunione con lui significa sentirci suoi, aprirci alla fiducia, alla ricerca, all’offerta. Vuol dire accoglierlo, lasciarci accogliere, lasciarci amare. 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Questa domenica, dedicata in modo particolare alla Parola, ci ha aiutato anche attraverso alcuni segni liturgici diversi dal solito. <br /><br /> Il primo aspetto che mi ha colpito profondamente è quello dell’abitare. Gesù, quando viene a sapere che Giovanni Battista è stato arrestato, non prosegue semplicemente come prima, ma compie una scelta precisa: si ritira in Galilea e va ad abitare a Cafarnao. Nelle domeniche precedenti avevamo riflettuto sull’incontro tra Gesù e Giovanni Battista, sul battesimo di Gesù e sulla testimonianza di Giovanni che lo indica come l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Oggi però c’è un passaggio ulteriore: Gesù cambia dimora, cambia il suo modo di stare tra la gente.<br /><br /> Gesù sceglie Cafarnao: una terra di confine e di sofferenza<br /><br /> La Galilea è la terra di Gesù, ma Cafarnao non è Nazareth: è una terra di confine, affacciata sul mare, appartenente ai territori di Zabulon e Neftali. Il profeta Isaia ci ricorda che questa era una terra che viveva nelle tenebre e nell’ombra di morte, una terra segnata dalla presenza di popoli diversi, dal mescolarsi di culture e religioni, e soprattutto dalla sofferenza dell’invasione assira.<br /><br /> Gesù non va lì per una visita di passaggio. Non fa un giro e poi torna a casa. Decide di abitare lì, di stabilirsi, di essere una presenza stabile e potente in mezzo a quella gente ferita e confusa. Questo è un segno fortissimo: Dio sceglie di stare proprio dove c’è buio, dolore, mescolanza, fragilità.<br /><br /> La Parola di Dio come dimora nella nostra casa<br /><br /> Questa scelta di Gesù diventa per me una chiave per comprendere la Parola di Dio nella nostra vita. Anche la Parola è chiamata ad abitare in noi, nelle nostre case, nella nostra quotidianità. Non è qualcosa di occasionale, ma una presenza costante, un’abitazione.<br /><br /> La Parola è il modo con cui Dio comunica con noi ogni giorno, proprio là dove viviamo le nostre giornate più ordinarie, che spesso sono anche segnate da preoccupazioni, fatiche, malattie, tenebre interiori. Dio sceglie di abitare lì, in mezzo a tutto questo. A volte ce ne dimentichiamo, anch’io me ne dimentico, pur dedicando tempo alla preghiera e all’ascolto. Eppure è bellissimo pensare che, attraverso la sua Parola, Dio mette la sua tenda in mezzo a noi.<br /><br /> Come dice il prologo di Giovanni, il Verbo prende dimora tra noi: la Parola illumina, consola, prende per mano. È una presenza sorprendente, che porta luce e salvezza. Certo, chiede ascolto, tempo, cuore aperto, ma è una Parola per noi, una Parola che salva.<br /><br /> Un annuncio che porta luce: il Regno è vicino<br /><br /> In quella terra buia Gesù comincia a camminare e a predicare. Il suo annuncio è chiaro: “Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino”. È lo stesso annuncio di Giovanni Battista, ma con una differenza decisiva: non è più la gente che va da lui, è Gesù che va nelle case, nelle sinagoghe, nei villaggi, nella vita delle persone.<br /><br /> Con questo annuncio Gesù dice che il buio, la sofferenza, la tenebra non sono l’ultima parola. Dio sta visitando il suo popolo, la sua luce è vicina. E Gesù inizia il suo cammino di salvezza proprio in quei luoghi e in quelle vite dove forse nessuno se lo aspetterebbe, anche dove ci sentiamo indegni o dimenticati.<br /><br /> La chiamata dei discepoli: una Parola che chiama per nome<br /><br /> La prima concretizzazione di questo annuncio è la chiamata dei discepoli. Gesù chiama dei pescatori, fratelli tra loro. Sono persone semplici, che probabilmente avevano già incontrato Gesù o ascoltato Giovanni Battista, ma che poi erano tornate alla loro vita ordinaria. In questo mi rappresentano molto.<br /><br /> Gesù dice loro: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”. Qui capisco che non si tratta solo di un invito morale a cambiare vita, ma di una vera e propria chiamata personale. La Parola di Dio, quando la ascoltiamo davvero, non resta generica: parla al cuore e chiama ciascuno per nome.<br /><br /> Lasciare: il primo gesto della conversione<br /><br /> Nel Vangelo emerge con forza il verbo “lasciare”. Gesù lascia Nazareth, cambia la sua vita. I discepoli lasciano le reti, lasciano il lavoro, lasciano il padre. Questo lasciare non è secondario: è immediato, radicale, trasformante.<br /><br /> La Parola di Dio ci aiuta a riconoscere ciò che ci trattiene, ciò che ci tiene prigionieri, anche cose buone ma che rischiano di occupare tutto lo spazio. Ci invita a mettere in seconda posizione ciò che non è essenziale. Questo gesto di lasciare è rivoluzionario per la nostra vita ordinaria, ma è reso possibile proprio dall’ascolto della Parola.<br /><br /> Seguire: una sequela che genera vita nuova<br /><br /> Ma non basta lasciare. Il secondo verbo fondamentale è seguire. I discepoli non abbandonano le reti per restare fermi, ma si mettono dietro a Gesù. Diventano suoi discepoli, entrano in una relazione viva fatta di ascolto, cammino, stupore davanti ai segni, alle parabole, ai miracoli.<br /><br /> È significativo che Gesù chiami dei fratelli, a due a due. Questo dice che la sequela non distrugge i legami forti, ma li illumina. I rapporti familiari e comunitari diventano parte integrante del cammino con il Signore.<br /><br /> Una sequela che unisce e costruisce comunità<br /><br /> La lettera di Paolo ci aiuta a comprendere che questa sequela non è divisiva. Non ci sono appartenenze contrapposte, ma un cammino comune che valorizza le diversità e costruisce unità. In questi giorni di preghiera per l’unità dei cristiani riflettiamo proprio su questo: cosa significa essere una Chiesa unica, pur nella pluralità delle forme e delle storie?<br /><br /> Seguire Gesù insieme ci unifica, ci fa sentire parte di una stessa famiglia, di una stessa comunità, locale e universale. Non è una sequela solitaria. Chi ha il dono di una famiglia, di un coniuge, di amici o di un gruppo forte sperimenta quanto sia bello camminare insieme, allargando però sempre l’orizzonte.<br /><br /> Una responsabilità da accogliere ogni giorno<br /><br /> La Parola di Dio fa tutto questo: viene ad abitare in mezzo a noi, ci chiama a lasciare e a seguire. La luce che Gesù porta si diffonde grazie al fatto che ciascuno di noi cambia vita e diventa a sua volta luce là dove abita.<br /><br /> Questa familiarità con il Signore cresce e si alimenta attraverso la chiamata personale di ciascuno. È un dono grande, ma anche una responsabilità. Non possiamo mettere da parte questa Parola, né ignorare che Dio abita tra di noi. Siamo chiamati ad accoglierla davvero, con tutta la nostra vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69579112</guid><pubDate>Sun, 25 Jan 2026 10:32:40 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69579112/imported_1769336576831474_audio.mp3" length="12918282" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nelle letture di oggi ho colto un aiuto grande per accogliere ancora di più il dono della Parola di Dio nella nostra vita. Questa domenica, dedicata in modo particolare alla Parola, ci ha aiutato anche attraverso alcuni segni liturgici diversi dal...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nelle letture di oggi ho colto un aiuto grande per accogliere ancora di più il dono della Parola di Dio nella nostra vita. Questa domenica, dedicata in modo particolare alla Parola, ci ha aiutato anche attraverso alcuni segni liturgici diversi dal solito. <br /><br /> Il primo aspetto che mi ha colpito profondamente è quello dell’abitare. Gesù, quando viene a sapere che Giovanni Battista è stato arrestato, non prosegue semplicemente come prima, ma compie una scelta precisa: si ritira in Galilea e va ad abitare a Cafarnao. Nelle domeniche precedenti avevamo riflettuto sull’incontro tra Gesù e Giovanni Battista, sul battesimo di Gesù e sulla testimonianza di Giovanni che lo indica come l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Oggi però c’è un passaggio ulteriore: Gesù cambia dimora, cambia il suo modo di stare tra la gente.<br /><br /> Gesù sceglie Cafarnao: una terra di confine e di sofferenza<br /><br /> La Galilea è la terra di Gesù, ma Cafarnao non è Nazareth: è una terra di confine, affacciata sul mare, appartenente ai territori di Zabulon e Neftali. Il profeta Isaia ci ricorda che questa era una terra che viveva nelle tenebre e nell’ombra di morte, una terra segnata dalla presenza di popoli diversi, dal mescolarsi di culture e religioni, e soprattutto dalla sofferenza dell’invasione assira.<br /><br /> Gesù non va lì per una visita di passaggio. Non fa un giro e poi torna a casa. Decide di abitare lì, di stabilirsi, di essere una presenza stabile e potente in mezzo a quella gente ferita e confusa. Questo è un segno fortissimo: Dio sceglie di stare proprio dove c’è buio, dolore, mescolanza, fragilità.<br /><br /> La Parola di Dio come dimora nella nostra casa<br /><br /> Questa scelta di Gesù diventa per me una chiave per comprendere la Parola di Dio nella nostra vita. Anche la Parola è chiamata ad abitare in noi, nelle nostre case, nella nostra quotidianità. Non è qualcosa di occasionale, ma una presenza costante, un’abitazione.<br /><br /> La Parola è il modo con cui Dio comunica con noi ogni giorno, proprio là dove viviamo le nostre giornate più ordinarie, che spesso sono anche segnate da preoccupazioni, fatiche, malattie, tenebre interiori. Dio sceglie di abitare lì, in mezzo a tutto questo. A volte ce ne dimentichiamo, anch’io me ne dimentico, pur dedicando tempo alla preghiera e all’ascolto. Eppure è bellissimo pensare che, attraverso la sua Parola, Dio mette la sua tenda in mezzo a noi.<br /><br /> Come dice il prologo di Giovanni, il Verbo prende dimora tra noi: la Parola illumina, consola, prende per mano. È una presenza sorprendente, che porta luce e salvezza. Certo, chiede ascolto, tempo, cuore aperto, ma è una Parola per noi, una Parola che salva.<br /><br /> Un annuncio che porta luce: il Regno è vicino<br /><br /> In quella terra buia Gesù comincia a camminare e a predicare. Il suo annuncio è chiaro: “Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino”. È lo stesso annuncio di Giovanni Battista, ma con una differenza decisiva: non è più la gente che va da lui, è Gesù che va nelle case, nelle sinagoghe, nei villaggi, nella vita delle persone.<br /><br /> Con questo annuncio Gesù dice che il buio, la sofferenza, la tenebra non sono l’ultima parola. Dio sta visitando il suo popolo, la sua luce è vicina. E Gesù inizia il suo cammino di salvezza proprio in quei luoghi e in quelle vite dove forse nessuno se lo aspetterebbe, anche dove ci sentiamo indegni o dimenticati.<br /><br /> La chiamata dei discepoli: una Parola che chiama per nome<br /><br /> La prima concretizzazione di questo annuncio è la chiamata dei discepoli. Gesù chiama dei pescatori, fratelli tra loro. Sono persone semplici, che probabilmente avevano già incontrato Gesù o ascoltato Giovanni Battista, ma che poi erano tornate alla loro vita ordinaria. In questo mi rappresentano molto.<br /><br /> Gesù dice loro: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”. Qui capisco che non si tratta solo di un invito morale a cambiare vita, ma di...]]></itunes:summary><itunes:duration>808</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Come affrontiamo i nostri Golia? Omelia di mercoledì della II settimana del TO</title><link>https://www.spreaker.com/episode/come-affrontiamo-i-nostri-golia-omelia-di-mercoledi-della-ii-settimana-del-to--69541524</link><description><![CDATA[L’episodio di Davide e Golia è il primo grande racconto in cui Davide diventa protagonista, e apre una lunga serie di capitoli in cui la sua figura sarà centrale. Questo combattimento, così noto, mette subito in scena una sproporzione enorme: Davide si trova davanti un uomo immensamente più grande e più forte di lui, un guerriero che non solo incute paura, ma riesce a paralizzare l’intero popolo di Israele. Golia terrorizza, insulta, deride, e attraverso di lui emerge tutta l’incapacità e il blocco del popolo.<br /><br /> In questo contesto, Davide appare sorprendentemente audace. Non è dominato dalla paura, e pronuncia parole potentissime: mentre Golia viene con la spada, la lancia e l’asta, lui viene nel nome del Signore degli eserciti. Davide è convinto che il Signore lo farà cadere, che la vittoria non servirà solo a sconfiggere un nemico, ma a far sapere a tutta la terra che c’è un Dio in Israele. In queste parole emerge una fiducia totale: Davide sente che il Signore gli è vicino, accanto, e si affida completamente a Lui.<br /><br /> La piccolezza di Davide e la forza dell’esperienza di Dio<br /><br /> Davide è piccolo di statura, fulvo, un semplice pastorello. Eppure non è inesperto: ha già sperimentato molte volte l’aiuto del Signore. Nel suo lavoro di pastore, Dio lo ha liberato dalle bestie feroci, e questo gli ha insegnato quali sono le vere coordinate della vita. Davide sa che non sono le sue capacità a salvarlo: la sua vera arma è il Signore. Per questo può dire con convinzione: io vengo a te nel nome del Signore.<br /><br /> Questa consapevolezza è fondamentale. Davide sa di essere piccolo e non è un incosciente o un temerario, ma proprio nella sua piccolezza coltiva una fiducia grande. A partire da questo, mi pongo anch’io una domanda: quali sono i miei Golia? Quali sono le battaglie che mi superano, che sono più grandi di me, più forti di me, e che umanamente non riuscirei a vincere?<br /><br /> Le battaglie quotidiane e la fiducia nel Signore<br /><br /> Le battaglie di cui parla questo testo non sono necessariamente spettacolari. Non si tratta di immaginare un guerriero enorme che appare nel quartiere o nella nostra vita in modo evidente. Le vere battaglie sono quelle quotidiane: fatiche, paure, sconfitte, situazioni che sembrano schiacciarci.<br /><br /> È proprio lì che sono chiamato a confidare nel Signore, a riconoscerlo come alleato, come presenza efficace nella mia vita. In questo senso, una frase del testo mi colpisce in modo particolare: “tutta questa moltitudine saprà che il Signore non salva per mezzo della spada o della lancia, perché del Signore è la guerra”. È un’espressione fortissima. Dire che del Signore è la guerra significa riconoscere che la guerra gli appartiene, che Lui ne è il “proprietario”, colui che guida davvero gli eventi.<br /><br /> Il Signore della storia, non della violenza<br /><br /> Questo versetto può essere interpretato in molti modi, ma ciò che emerge con chiarezza è la sproporzione tra il potente e il piccolo sostenuto dal Signore. La vittoria di Davide serve a mostrare che non è la spada a salvare, non sono le armi a far vincere le guerre. Il Signore non impone il suo potere con la violenza.<br /><br /> Dire che del Signore è la guerra non significa che Lui combatte le nostre battaglie di potere o giustifica la violenza. Al contrario, significa riconoscere che Lui guida la storia. Guardando anche all’attualità, ai governanti e ai potenti di questi anni, vediamo tanti esempi negativi di chi domina senza avere il Signore accanto. Dio non si serve della spada e non appoggia un modo di esercitare il potere fondato sulla forza e sull’imposizione.<br /><br /> Il Signore è il Signore della storia e sta dalla parte dei piccoli, degli uomini fragili. Davide, in fondo, non è che uno strumento, piccolo, nelle sue mani.<br /><br /> Affidarsi davvero: mettere da parte spade e lance<br /><br /> Questo porta a un’ultima riflessione molto concreta. C’è il rischio, anche nel nostro egoismo, di voler usare Dio, di dirgli cosa deve fare: “Signore, fai questo, fai quello”, come se dovesse sostenere i nostri progetti e i nostri desideri di potere. Invece siamo chiamati ad affidarci alla storia che Lui governa, non solo la grande storia del mondo, ma anche la piccola storia della nostra vita.<br /><br /> La domanda finale diventa allora decisiva: in che modo mi affido a Lui? In che modo metto da parte le lance e le spade? Risuona qui anche il richiamo di Gesù a Pietro nell’Orto degli Ulivi: non con la spada. La vera fiducia nasce proprio lì dove mi sento più piccolo, più fragile, più sconfitto. È in quella povertà che posso davvero consegnarmi al Signore e lasciare che sia Lui a guidare la mia vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69541524</guid><pubDate>Thu, 22 Jan 2026 05:28:01 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69541524/imported_1769020938236167_audio.mp3" length="6198752" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>L’episodio di Davide e Golia è il primo grande racconto in cui Davide diventa protagonista, e apre una lunga serie di capitoli in cui la sua figura sarà centrale. Questo combattimento, così noto, mette subito in scena una sproporzione enorme: Davide...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L’episodio di Davide e Golia è il primo grande racconto in cui Davide diventa protagonista, e apre una lunga serie di capitoli in cui la sua figura sarà centrale. Questo combattimento, così noto, mette subito in scena una sproporzione enorme: Davide si trova davanti un uomo immensamente più grande e più forte di lui, un guerriero che non solo incute paura, ma riesce a paralizzare l’intero popolo di Israele. Golia terrorizza, insulta, deride, e attraverso di lui emerge tutta l’incapacità e il blocco del popolo.<br /><br /> In questo contesto, Davide appare sorprendentemente audace. Non è dominato dalla paura, e pronuncia parole potentissime: mentre Golia viene con la spada, la lancia e l’asta, lui viene nel nome del Signore degli eserciti. Davide è convinto che il Signore lo farà cadere, che la vittoria non servirà solo a sconfiggere un nemico, ma a far sapere a tutta la terra che c’è un Dio in Israele. In queste parole emerge una fiducia totale: Davide sente che il Signore gli è vicino, accanto, e si affida completamente a Lui.<br /><br /> La piccolezza di Davide e la forza dell’esperienza di Dio<br /><br /> Davide è piccolo di statura, fulvo, un semplice pastorello. Eppure non è inesperto: ha già sperimentato molte volte l’aiuto del Signore. Nel suo lavoro di pastore, Dio lo ha liberato dalle bestie feroci, e questo gli ha insegnato quali sono le vere coordinate della vita. Davide sa che non sono le sue capacità a salvarlo: la sua vera arma è il Signore. Per questo può dire con convinzione: io vengo a te nel nome del Signore.<br /><br /> Questa consapevolezza è fondamentale. Davide sa di essere piccolo e non è un incosciente o un temerario, ma proprio nella sua piccolezza coltiva una fiducia grande. A partire da questo, mi pongo anch’io una domanda: quali sono i miei Golia? Quali sono le battaglie che mi superano, che sono più grandi di me, più forti di me, e che umanamente non riuscirei a vincere?<br /><br /> Le battaglie quotidiane e la fiducia nel Signore<br /><br /> Le battaglie di cui parla questo testo non sono necessariamente spettacolari. Non si tratta di immaginare un guerriero enorme che appare nel quartiere o nella nostra vita in modo evidente. Le vere battaglie sono quelle quotidiane: fatiche, paure, sconfitte, situazioni che sembrano schiacciarci.<br /><br /> È proprio lì che sono chiamato a confidare nel Signore, a riconoscerlo come alleato, come presenza efficace nella mia vita. In questo senso, una frase del testo mi colpisce in modo particolare: “tutta questa moltitudine saprà che il Signore non salva per mezzo della spada o della lancia, perché del Signore è la guerra”. È un’espressione fortissima. Dire che del Signore è la guerra significa riconoscere che la guerra gli appartiene, che Lui ne è il “proprietario”, colui che guida davvero gli eventi.<br /><br /> Il Signore della storia, non della violenza<br /><br /> Questo versetto può essere interpretato in molti modi, ma ciò che emerge con chiarezza è la sproporzione tra il potente e il piccolo sostenuto dal Signore. La vittoria di Davide serve a mostrare che non è la spada a salvare, non sono le armi a far vincere le guerre. Il Signore non impone il suo potere con la violenza.<br /><br /> Dire che del Signore è la guerra non significa che Lui combatte le nostre battaglie di potere o giustifica la violenza. Al contrario, significa riconoscere che Lui guida la storia. Guardando anche all’attualità, ai governanti e ai potenti di questi anni, vediamo tanti esempi negativi di chi domina senza avere il Signore accanto. Dio non si serve della spada e non appoggia un modo di esercitare il potere fondato sulla forza e sull’imposizione.<br /><br /> Il Signore è il Signore della storia e sta dalla parte dei piccoli, degli uomini fragili. Davide, in fondo, non è che uno strumento, piccolo, nelle sue mani.<br /><br /> Affidarsi davvero: mettere da parte spade e lance<br /><br /> Questo porta a un’ultima riflessione molto concreta. 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Mi colpisce profondamente questa affermazione: noi siamo chiamati, ed è il Padre che ci chiama. Non siamo noi a inventarci un cammino, ma è Lui che prende l’iniziativa, che ci convoca, che ci raduna per farci popolo.<br /><br /> Spesso pensiamo alla chiamata come a qualcosa di straordinario ed eclatante: la chiamata dei primi discepoli che lasciano le reti, quella di Matteo al banco delle imposte, quella di Paolo sulla via di Damasco. E magari, se torniamo indietro nella nostra storia, possiamo ricordare una “prima chiamata” importante. Ma mi accorgo che qui la Parola ci parla di una chiamata continua: il Padre non smette mai di chiamarci, giorno dopo giorno, dentro la nostra vita concreta.<br /><br /> Il Salmo: la chiamata nasce da un dialogo di speranza<br /><br /> Il Salmo 39 ci aiuta a capire il clima spirituale in cui avviene questa chiamata. Il salmista dice: «Ho sperato, ho sperato nel Signore ed Egli su di me si è chinato». È bellissimo: io spero, grido, chiedo aiuto, e il Signore si china su di me, mi ascolta. Nasce così un dialogo: io parlo e Lui ascolta, ascolta la mia speranza e la mia richiesta.<br /><br /> Poi il salmo continua: «Gli orecchi mi hai aperto… Allora ho detto: Ecco, io vengo». Il Signore non si limita a rispondere, ma mi apre l’orecchio, mi rende capace di ascoltare la sua voce. E dentro questo ascolto nasce la chiamata: «Ecco, io vengo, vengo a fare la tua volontà». È come se Dio, mentre mi consola, mi chiama anche a seguirlo, e io posso rispondere con questo “eccomi”.<br /><br /> Paolo e la Chiesa: chiamati e convocati da Dio<br /><br /> Anche Paolo insiste tantissimo su questo tema della chiamata. Si presenta come «chiamato a essere apostolo» e scrive «alla Chiesa di Dio che è a Corinto». La parola Chiesa, ekklesía, significa proprio “assemblea dei chiamati”: persone chiamate fuori dalle loro vite per radunarsi in un popolo che appartiene a Dio.<br /><br /> La Chiesa di Corinto è una comunità concreta, in una città concreta, con la sua storia, le sue tensioni, le sue dinamiche sociali e politiche. Eppure Paolo dice che questi cristiani sono «santificati in Cristo Gesù, chiamati a essere santi». Siamo santi per chiamata: nel battesimo Cristo ci ha santificati, ci ha perdonati, ci ha messi in cammino come discepoli. Ma questa chiamata continua, perché siamo sempre di nuovo chiamati a diventare ciò che già siamo.<br /><br /> Paolo aggiunge che questa chiamata riguarda «tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore Gesù Cristo». C’è una reciprocità: Dio ci chiama e noi lo invochiamo. Lui ci convoca e noi rispondiamo chiamando il suo nome, Gesù Cristo, il nostro Salvatore.<br /><br /> Giovanni Battista: chiamato a riconoscere e a testimoniare<br /><br /> Anche Giovanni Battista è un chiamato. Racconta che colui che lo ha inviato a battezzare gli ha dato un segno: «Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza in Spirito Santo». Giovanni è chiamato a preparare il popolo e a riconoscere il Messia.<br /><br /> Quando vede Gesù venire verso di lui, lo chiama: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo». In questo nome raccoglie tutte le profezie: l’agnello pasquale che salva il popolo, l’agnello del sacrificio nel tempio, l’agnello che porta su di sé i peccati secondo Isaia. Giovanni non solo riconosce Gesù, ma lo testimonia: lo indica ai suoi discepoli e dice: «Questi è il Figlio di Dio». Chi è chiamato, quando incontra il Signore, non può tenere per sé questo dono: è chiamato anche a testimoniarlo.<br /><br /> La nostra risposta: eccomi, vengo<br /><br /> Anche noi siamo parte di questo dono. Siamo chiamati, siamo Chiesa, siamo assemblea dei convocati. Possiamo dire anche noi: «Eccomi, vengo, Signore, a fare la tua volontà». Ringrazio il Signore per questa chiamata e desidero essere partecipe del regalo che mi fa, annunciando a mia volta la sua salvezza.<br /><br /> La colletta lo dice chiaramente: «Chiami tutti gli uomini a formare il popolo della nuova alleanza. Conferma in noi la grazia del battesimo perché, con la forza dello Spirito, proclamiamo il lieto annuncio del Vangelo». Siamo chiamati non solo a essere suoi, ma anche ad annunciarlo. È un annuncio lieto, una buona notizia: Gesù è il nostro Salvatore.<br /><br /> Una catena di testimoni<br /><br /> Questa chiamata ci rende una famiglia concreta, qui e ora, nel nostro quartiere, nelle nostre relazioni. Ma ci inserisce anche in una grande catena di testimoni: Paolo, Giovanni Battista, e poi tutti coloro che ci hanno annunciato il Vangelo – i nostri familiari, i nonni, qualche sacerdote, qualche persona speciale.<br /><br /> In questa seconda domenica del tempo ordinario ricevo il regalo della chiamata e il regalo della testimonianza. Ringrazio il Signore perché mi ha chiamato e gli chiedo di rendermi capace di annunciare, con la mia vita, il lieto annuncio del suo amore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69498143</guid><pubDate>Sun, 18 Jan 2026 18:12:54 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69498143/imported_176875964891391_audio.mp3" length="11692408" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il tema centrale: siamo chiamati dal Padre

Riprendo la colletta di questa domenica perché mette a fuoco un tema che inizialmente mi ha sorpreso, ma che è in realtà il cuore di tutte le letture: il tema della chiamata. La preghiera dice: «Padre, per...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il tema centrale: siamo chiamati dal Padre<br /><br /> Riprendo la colletta di questa domenica perché mette a fuoco un tema che inizialmente mi ha sorpreso, ma che è in realtà il cuore di tutte le letture: il tema della chiamata. La preghiera dice: «Padre, per mezzo di Cristo, Agnello Pasquale e Luce delle Genti, chiami tutti gli uomini a formare il popolo della nuova alleanza». Mi colpisce profondamente questa affermazione: noi siamo chiamati, ed è il Padre che ci chiama. Non siamo noi a inventarci un cammino, ma è Lui che prende l’iniziativa, che ci convoca, che ci raduna per farci popolo.<br /><br /> Spesso pensiamo alla chiamata come a qualcosa di straordinario ed eclatante: la chiamata dei primi discepoli che lasciano le reti, quella di Matteo al banco delle imposte, quella di Paolo sulla via di Damasco. E magari, se torniamo indietro nella nostra storia, possiamo ricordare una “prima chiamata” importante. Ma mi accorgo che qui la Parola ci parla di una chiamata continua: il Padre non smette mai di chiamarci, giorno dopo giorno, dentro la nostra vita concreta.<br /><br /> Il Salmo: la chiamata nasce da un dialogo di speranza<br /><br /> Il Salmo 39 ci aiuta a capire il clima spirituale in cui avviene questa chiamata. Il salmista dice: «Ho sperato, ho sperato nel Signore ed Egli su di me si è chinato». È bellissimo: io spero, grido, chiedo aiuto, e il Signore si china su di me, mi ascolta. Nasce così un dialogo: io parlo e Lui ascolta, ascolta la mia speranza e la mia richiesta.<br /><br /> Poi il salmo continua: «Gli orecchi mi hai aperto… Allora ho detto: Ecco, io vengo». Il Signore non si limita a rispondere, ma mi apre l’orecchio, mi rende capace di ascoltare la sua voce. E dentro questo ascolto nasce la chiamata: «Ecco, io vengo, vengo a fare la tua volontà». È come se Dio, mentre mi consola, mi chiama anche a seguirlo, e io posso rispondere con questo “eccomi”.<br /><br /> Paolo e la Chiesa: chiamati e convocati da Dio<br /><br /> Anche Paolo insiste tantissimo su questo tema della chiamata. Si presenta come «chiamato a essere apostolo» e scrive «alla Chiesa di Dio che è a Corinto». La parola Chiesa, ekklesía, significa proprio “assemblea dei chiamati”: persone chiamate fuori dalle loro vite per radunarsi in un popolo che appartiene a Dio.<br /><br /> La Chiesa di Corinto è una comunità concreta, in una città concreta, con la sua storia, le sue tensioni, le sue dinamiche sociali e politiche. Eppure Paolo dice che questi cristiani sono «santificati in Cristo Gesù, chiamati a essere santi». Siamo santi per chiamata: nel battesimo Cristo ci ha santificati, ci ha perdonati, ci ha messi in cammino come discepoli. Ma questa chiamata continua, perché siamo sempre di nuovo chiamati a diventare ciò che già siamo.<br /><br /> Paolo aggiunge che questa chiamata riguarda «tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore Gesù Cristo». C’è una reciprocità: Dio ci chiama e noi lo invochiamo. Lui ci convoca e noi rispondiamo chiamando il suo nome, Gesù Cristo, il nostro Salvatore.<br /><br /> Giovanni Battista: chiamato a riconoscere e a testimoniare<br /><br /> Anche Giovanni Battista è un chiamato. Racconta che colui che lo ha inviato a battezzare gli ha dato un segno: «Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza in Spirito Santo». Giovanni è chiamato a preparare il popolo e a riconoscere il Messia.<br /><br /> Quando vede Gesù venire verso di lui, lo chiama: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo». In questo nome raccoglie tutte le profezie: l’agnello pasquale che salva il popolo, l’agnello del sacrificio nel tempio, l’agnello che porta su di sé i peccati secondo Isaia. Giovanni non solo riconosce Gesù, ma lo testimonia: lo indica ai suoi discepoli e dice: «Questi è il Figlio di Dio». 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Siamo nei discorsi di addio: Gesù parla del dono della sua vita, della sua offerta, di un cammino che passa attraverso la croce. I discepoli sono turbati, spaventati, smarriti, e proprio in questo momento Gesù dice qualcosa di semplicissimo e bellissimo: «Vado a prepararvi un posto».<br /><br /> Avrebbe potuto parlare della gloria, degli angeli, della destra del Padre, della risurrezione. Invece sceglie di dire questo: che tutta la sua Pasqua, tutta la sua vita donata, è per preparare un posto per noi. E aggiunge: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi».<br /><br /> Per i discepoli, che hanno vissuto con lui, che lo hanno seguito e amato, è durissimo accettare che se ne vada. Ma Gesù rivela il senso profondo di questo distacco: non è un abbandono, è un atto di amore, perché vuole una comunione concreta, reale, per sempre. Vuole che noi siamo con lui, per l’eternità.<br /><br /> Il “posto” e la comunione: la vita di Antenore come riflesso del Vangelo<br /><br /> Per questo abbiamo scelto questa lettura. Pensando ad Antenore, mi rendo conto che questa parola di Gesù descrive bene la sua vita. Antenore era uno che “c’era sempre”. Era presente in tutte le fasi: dalla prima pietra della parrocchia alle benedizioni, dalle visite ai malati alle vicende delle figlie e dei nipoti, dal lavoro allo sport, dagli atleti alle atlete.<br /><br /> La sua non era una presenza formale, da “bella statuina”. Era una presenza responsabile, fatta di cura, di attenzione, di relazione. Aveva a cuore le persone, aveva a cuore la comunità. Per lui il “posto” non era solo un’idea spirituale: era il posto nella relazione, il posto nella barca, il posto nella comunità. E quel posto lo abitava con amore, con fedeltà, con una vicinanza che somiglia tantissimo a quella di Gesù verso i suoi discepoli.<br /><br /> Gesù dice: «Io vado a prepararvi un posto perché stiamo sempre insieme». Antenore, con la sua vita, ci ha mostrato cosa significa desiderare di stare insieme, qualunque fosse la situazione, anche quando qualcuno era un po’ in fuga o stanco. Lui c’era.<br /><br /> Oggi celebriamo proprio questo: Gesù che torna a prenderlo e lo porta accanto a sé, nel posto che gli ha preparato da sempre. Certo, per noi resta il dolore, le lacrime, il vuoto grande che Antenore lascia. Ma insieme a questo dolore c’è una speranza forte: sappiamo che ora è accanto al Signore, in una comunione piena, e che c’è un posto anche per noi. La comunione che abbiamo vissuto qui, ora continua per sempre.<br /><br /> “Rivestitevi di Cristo”: lo stile di vita di Antenore<br /><br /> La seconda parola che mi accompagna è quella di Paolo ai Colossesi: «Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità».<br /><br /> Questo “rivestirsi” non è qualcosa di esteriore. Non è mettere sopra un abito buono. È assimilarsi a Cristo, diventare sempre di più come lui. E guardando Antenore, vedo proprio questo cammino: nel corso della sua vita si è rivestito sempre di più di Cristo.<br /><br /> Con il passare degli anni la sua vita si è semplificata, è andata verso l’essenziale. E sopra tutto, come dice Paolo, si è rivestito della carità, dell’amore. Negli ultimi anni questo era chiarissimo: chiedeva amore, viveva di amore, donava amore. Nella relazione con Maria, nella vicinanza, nei piccoli gesti quotidiani, nell’affetto che sapeva trasmettere.<br /><br /> Io stesso, quando andavo a pranzo da lui, sentivo questo: non solo accoglienza, ma vero volersi bene. Antenore si è rivestito del Signore, e così ha saputo “rivestirsi” dei volti degli altri, mettersi nei panni delle persone, onorarle, servirle, mostrando il volto del Vangelo fatto di cura e di prossimità.<br /><br /> Il canto e il ringraziamento: una vita che diventa lode<br /><br /> L’ultimo aspetto che colgo dalla lettera ai Colossesi è quello della preghiera: «Con salmi, inni e canti ispirati, rendendo grazie a Dio». Questo rendere grazie è stato un tratto fortissimo di Antenore.<br /><br /> In lui ringraziamento e canto si fondevano. La sua passione per la musica non era solo gusto estetico: era lode, era preghiera. Anche negli ultimi tempi, a Villa Pallavicini, quella musica che aveva dentro era il canto del w wacuore, il canto delle lodi di Dio.<br /><br /> Mi raccontavano che da bambini, in macchina, tutto il viaggio si faceva fischiando melodie. Era un canto continuo che diventava preghiera, invocazione, ringraziamento, desiderio di letizia condivisa. Questo ci insegna tantissimo: le nostre parole, le nostre preghiere, dovrebbero essere soprattutto questo, un canto di gratitudine.<br /><br /> Oggi rendiamo grazie con la nostra liturgia e con il nostro canto. Affidiamo Antenore al Signore, immaginandolo accanto a Lui, insieme a tutti i suoi amici, unito alla liturgia dei santi, nel canto eterno della gloria di Dio. E chiediamo che il Signore lo accolga nella pienezza della vita, nel posto che gli ha preparato, dove la comunione non finisce più.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69486574</guid><pubDate>Sat, 17 Jan 2026 14:42:43 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69486574/imported_1768660851329055_audio.mp3" length="12293015" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Letture: Colossesi 3,12-17, Salmo 24 e Giovani 14,1-7. 

Gesù che rassicura i suoi discepoli: “Vado a prepararvi un posto”

Riflettendo su questa parola di Gesù, resto sempre colpito dalla sua forza consolante. Siamo nei discorsi di addio: Gesù parla...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Letture: Colossesi 3,12-17, Salmo 24 e Giovani 14,1-7. <br /><br /> Gesù che rassicura i suoi discepoli: “Vado a prepararvi un posto”<br /><br /> Riflettendo su questa parola di Gesù, resto sempre colpito dalla sua forza consolante. Siamo nei discorsi di addio: Gesù parla del dono della sua vita, della sua offerta, di un cammino che passa attraverso la croce. I discepoli sono turbati, spaventati, smarriti, e proprio in questo momento Gesù dice qualcosa di semplicissimo e bellissimo: «Vado a prepararvi un posto».<br /><br /> Avrebbe potuto parlare della gloria, degli angeli, della destra del Padre, della risurrezione. Invece sceglie di dire questo: che tutta la sua Pasqua, tutta la sua vita donata, è per preparare un posto per noi. E aggiunge: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi».<br /><br /> Per i discepoli, che hanno vissuto con lui, che lo hanno seguito e amato, è durissimo accettare che se ne vada. Ma Gesù rivela il senso profondo di questo distacco: non è un abbandono, è un atto di amore, perché vuole una comunione concreta, reale, per sempre. Vuole che noi siamo con lui, per l’eternità.<br /><br /> Il “posto” e la comunione: la vita di Antenore come riflesso del Vangelo<br /><br /> Per questo abbiamo scelto questa lettura. Pensando ad Antenore, mi rendo conto che questa parola di Gesù descrive bene la sua vita. Antenore era uno che “c’era sempre”. Era presente in tutte le fasi: dalla prima pietra della parrocchia alle benedizioni, dalle visite ai malati alle vicende delle figlie e dei nipoti, dal lavoro allo sport, dagli atleti alle atlete.<br /><br /> La sua non era una presenza formale, da “bella statuina”. Era una presenza responsabile, fatta di cura, di attenzione, di relazione. Aveva a cuore le persone, aveva a cuore la comunità. Per lui il “posto” non era solo un’idea spirituale: era il posto nella relazione, il posto nella barca, il posto nella comunità. E quel posto lo abitava con amore, con fedeltà, con una vicinanza che somiglia tantissimo a quella di Gesù verso i suoi discepoli.<br /><br /> Gesù dice: «Io vado a prepararvi un posto perché stiamo sempre insieme». Antenore, con la sua vita, ci ha mostrato cosa significa desiderare di stare insieme, qualunque fosse la situazione, anche quando qualcuno era un po’ in fuga o stanco. Lui c’era.<br /><br /> Oggi celebriamo proprio questo: Gesù che torna a prenderlo e lo porta accanto a sé, nel posto che gli ha preparato da sempre. Certo, per noi resta il dolore, le lacrime, il vuoto grande che Antenore lascia. Ma insieme a questo dolore c’è una speranza forte: sappiamo che ora è accanto al Signore, in una comunione piena, e che c’è un posto anche per noi. La comunione che abbiamo vissuto qui, ora continua per sempre.<br /><br /> “Rivestitevi di Cristo”: lo stile di vita di Antenore<br /><br /> La seconda parola che mi accompagna è quella di Paolo ai Colossesi: «Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità».<br /><br /> Questo “rivestirsi” non è qualcosa di esteriore. Non è mettere sopra un abito buono. È assimilarsi a Cristo, diventare sempre di più come lui. E guardando Antenore, vedo proprio questo cammino: nel corso della sua vita si è rivestito sempre di più di Cristo.<br /><br /> Con il passare degli anni la sua vita si è semplificata, è andata verso l’essenziale. E sopra tutto, come dice Paolo, si è rivestito della carità, dell’amore. Negli ultimi anni questo era chiarissimo: chiedeva amore, viveva di amore, donava amore. Nella relazione con Maria, nella vicinanza, nei piccoli gesti quotidiani, nell’affetto che sapeva trasmettere.<br /><br /> Io stesso, quando andavo a pranzo da lui, sentivo questo: non solo accoglienza, ma vero volersi bene. Antenore si è rivestito del Signore, e così ha saputo “rivestirsi” dei volti degli altri, mettersi nei panni delle persone, onorarle, servirle, mostrando il volto del Vangelo fatto di...]]></itunes:summary><itunes:duration>769</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Un grido vuoto e mani sbagliate? Omelia giovedì I settimana TO S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/un-grido-vuoto-e-mani-sbagliate-omelia-giovedi-i-settimana-to-s-andrea--69457664</link><description><![CDATA[La sconfitta di Israele e l’accusa a Dio<br /><br /> Mi soffermo ancora sul profeta Samuele, che stiamo ascoltando in questi giorni, e su questa pagina molto significativa che nasce da una sconfitta: Israele perde contro i Filistei. La reazione del popolo è immediata e sorprendente: «Perché oggi il Signore ci ha sconfitti davanti ai Filistei?». In questa domanda avverto una sottile accusa rivolta a Dio. Hanno combattuto, hanno perso, e la responsabilità viene attribuita al Signore.<br /><br /> Da un lato è bello e giusto che Israele riconosca Dio come protagonista della propria storia, come Colui che accompagna ogni aspetto della vita del popolo. Ma qui emerge un problema profondo: non c’è nessuna interrogazione su se stessi, sul proprio cammino, sulle proprie responsabilità. Dio viene chiamato in causa come se fosse Lui a dover giustificare la sconfitta, mentre il popolo non fa alcuna autocritica.<br /><br /> Sappiamo bene, dal racconto precedente, che la situazione spirituale di Israele era gravemente compromessa. Il vecchio sacerdote che aveva accolto Samuele da bambino aveva due figli, Ofni e Fineès, che si comportavano in modo indegno, e Dio aveva già annunciato che la rovina sarebbe venuta proprio a causa loro. Ma tutto questo sembra rimosso dalla coscienza del popolo.<br /><br /> L’arca dell’alleanza ridotta a un amuleto<br /><br /> Di fronte alla sconfitta, Israele prende una decisione che appare religiosa, ma in realtà è profondamente ambigua: «Andiamo a prendere l’arca». L’arca dell’alleanza si trovava a Silo, dove rimase per circa trecento anni, prima di essere portata a Gerusalemme ai tempi di Davide e del tempio di Salomone. Ancora oggi, andando in Terra Santa verso Nablus, si possono vedere le rovine antiche di quel luogo.<br /><br /> Il problema non è il valore dell’arca in sé, ma l’uso che ne viene fatto. Israele non chiede aiuto a Dio, non cerca il motivo della sconfitta, non invoca conversione. Porta l’arca sul campo di battaglia come se fosse un surrogato di Dio, un oggetto magico, un amuleto da usare per garantirsi la vittoria. È un gesto impressionante: Dio viene strumentalizzato.<br /><br /> Questo interpella profondamente anche noi. Quante volte accusiamo il Signore per sconfitte che in realtà sono nostre? Quante volte utilizziamo ciò che Lo riguarda — oggetti, pratiche, preghiere — come se fossero strumenti automatici per risolvere i problemi, senza una vera relazione con Lui?<br /><br /> Un grido vuoto e mani sbagliate<br /><br /> L’arrivo dell’arca provoca un grande grido nel campo di Israele, tanto forte da spaventare i Filistei. Ma è un grido che nasce dalla paura, non dall’invocazione. È un grido vuoto, privo della presenza reale di Dio. Esteriormente sembra potente, ma interiormente è fragile.<br /><br /> Ancora più grave è il fatto che l’arca venga portata proprio da Ofni e Fineès, le “mani sbagliate”, i figli corrotti del sacerdote. Tutto questo rende evidente una verità fondamentale: Dio non si lascia usare, non si lascia strumentalizzare. Non è disponibile a sostenere una religiosità falsa, che non passa attraverso la conversione del cuore.<br /><br /> Il risultato è devastante: la sconfitta è sonora e totale, e l’arca stessa viene catturata dai Filistei.<br /><br /> I Filistei e il timore di Dio<br /><br /> Paradossalmente, i Filistei dimostrano una consapevolezza di Dio più profonda di quella degli Israeliti. Sanno bene chi è quel popolo: sono quelli usciti dall’Egitto, quelli accompagnati da Dio, quelli che hanno sconfitto il faraone. Riconoscono la potenza del loro Dio e ne hanno timore.<br /><br /> Eppure decidono di combattere, si rincuorano, rafforzano le forze. Israele invece appare piatto, fermo, incapace di interrogarsi. È un popolo che non ha voluto convertirsi, e la sconfitta ne è la conseguenza inevitabile.<br /><br /> Questo mi porta a chiedermi se anche noi, a volte, non utilizziamo Dio come una garanzia di successo, come una soluzione rapida ai problemi, senza lasciarci coinvolgere davvero nel profondo. La preghiera rischia così di diventare una richiesta di assicurazione, non un’invocazione autentica di aiuto e di relazione.<br /><br /> Il lebbroso del Vangelo: una relazione vera<br /><br /> A questa immagine di Israele si contrappone con forza la figura del lebbroso nel Vangelo. Anche lui è pieno di contraddizioni, ma la sua postura interiore è completamente diversa. Dice a Gesù: «Se vuoi, puoi purificarmi». E Gesù risponde: «Lo voglio».<br /><br /> Qui emerge una relazione vera. Il lebbroso è consapevole della propria condizione: è escluso, è ai margini della comunità, ha bisogno di essere toccato, preso per mano. Gesù lo tocca, si lascia contaminare, entra nella sua fragilità. Il Signore desidera questa relazione personale, diretta, umile.<br /><br /> Quando penso al nostro antenore, lo associo molto di più a questa figura: un uomo che chiede aiuto così com’è, piuttosto che a un esercito che combatte credendo di avere chissà quali forze.<br /><br /> Una disobbedienza che genera salvezza<br /><br /> Anche il lebbroso, però, non obbedisce fino in fondo. Invece di presentarsi al sacerdote come Gesù gli aveva chiesto, racconta a tutti ciò che gli è accaduto. Questo crea difficoltà a Gesù, che non può più entrare pubblicamente nelle città e resta fuori, in luoghi deserti, quasi prendendo il posto del lebbroso.<br /><br /> Eppure, questa fama è una fama buona: è fama di guarigione, di salvezza. Ed è qualcosa che ritrovo anche nella vita del nostro antenore, che in tanti anni di vicinanza, di servizio, di impegno nello sport, nella parrocchia, tra le famiglie e la gente, ha lasciato una traccia buona, silenziosa ma profonda.<br /><br /> Un servizio umile e una fede autentica<br /><br /> Chiediamo al Signore di prendere esempio da questo stile: un servizio semplice, umile, radicato in una relazione autentica con Lui. Al Signore non interessano le immaginette, gli oggetti, l’arca. Lui vuole noi. Vuole la nostra vicinanza, il nostro amore, il nostro volergli bene.<br /><br /> È questa relazione che muove il suo intervento, che rende possibile la sua vicinanza. Senza il Signore, la sconfitta è certa o l’isolamento è inevitabile. Ma noi vogliamo essere persone che, come il nostro antenore, fanno sempre riferimento a Lui come Salvatore, con grande umiltà, consapevoli dei nostri limiti e dei nostri bisogni.<br /><br /> Per questo lo ringraziamo: perché davvero non possiamo fare a meno di Lui.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69457664</guid><pubDate>Thu, 15 Jan 2026 20:31:36 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69457664/imported_1768507406947977_audio.mp3" length="8016039" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La sconfitta di Israele e l’accusa a Dio

Mi soffermo ancora sul profeta Samuele, che stiamo ascoltando in questi giorni, e su questa pagina molto significativa che nasce da una sconfitta: Israele perde contro i Filistei. La reazione del popolo è...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La sconfitta di Israele e l’accusa a Dio<br /><br /> Mi soffermo ancora sul profeta Samuele, che stiamo ascoltando in questi giorni, e su questa pagina molto significativa che nasce da una sconfitta: Israele perde contro i Filistei. La reazione del popolo è immediata e sorprendente: «Perché oggi il Signore ci ha sconfitti davanti ai Filistei?». In questa domanda avverto una sottile accusa rivolta a Dio. Hanno combattuto, hanno perso, e la responsabilità viene attribuita al Signore.<br /><br /> Da un lato è bello e giusto che Israele riconosca Dio come protagonista della propria storia, come Colui che accompagna ogni aspetto della vita del popolo. Ma qui emerge un problema profondo: non c’è nessuna interrogazione su se stessi, sul proprio cammino, sulle proprie responsabilità. Dio viene chiamato in causa come se fosse Lui a dover giustificare la sconfitta, mentre il popolo non fa alcuna autocritica.<br /><br /> Sappiamo bene, dal racconto precedente, che la situazione spirituale di Israele era gravemente compromessa. Il vecchio sacerdote che aveva accolto Samuele da bambino aveva due figli, Ofni e Fineès, che si comportavano in modo indegno, e Dio aveva già annunciato che la rovina sarebbe venuta proprio a causa loro. Ma tutto questo sembra rimosso dalla coscienza del popolo.<br /><br /> L’arca dell’alleanza ridotta a un amuleto<br /><br /> Di fronte alla sconfitta, Israele prende una decisione che appare religiosa, ma in realtà è profondamente ambigua: «Andiamo a prendere l’arca». L’arca dell’alleanza si trovava a Silo, dove rimase per circa trecento anni, prima di essere portata a Gerusalemme ai tempi di Davide e del tempio di Salomone. Ancora oggi, andando in Terra Santa verso Nablus, si possono vedere le rovine antiche di quel luogo.<br /><br /> Il problema non è il valore dell’arca in sé, ma l’uso che ne viene fatto. Israele non chiede aiuto a Dio, non cerca il motivo della sconfitta, non invoca conversione. Porta l’arca sul campo di battaglia come se fosse un surrogato di Dio, un oggetto magico, un amuleto da usare per garantirsi la vittoria. È un gesto impressionante: Dio viene strumentalizzato.<br /><br /> Questo interpella profondamente anche noi. Quante volte accusiamo il Signore per sconfitte che in realtà sono nostre? Quante volte utilizziamo ciò che Lo riguarda — oggetti, pratiche, preghiere — come se fossero strumenti automatici per risolvere i problemi, senza una vera relazione con Lui?<br /><br /> Un grido vuoto e mani sbagliate<br /><br /> L’arrivo dell’arca provoca un grande grido nel campo di Israele, tanto forte da spaventare i Filistei. Ma è un grido che nasce dalla paura, non dall’invocazione. È un grido vuoto, privo della presenza reale di Dio. Esteriormente sembra potente, ma interiormente è fragile.<br /><br /> Ancora più grave è il fatto che l’arca venga portata proprio da Ofni e Fineès, le “mani sbagliate”, i figli corrotti del sacerdote. Tutto questo rende evidente una verità fondamentale: Dio non si lascia usare, non si lascia strumentalizzare. Non è disponibile a sostenere una religiosità falsa, che non passa attraverso la conversione del cuore.<br /><br /> Il risultato è devastante: la sconfitta è sonora e totale, e l’arca stessa viene catturata dai Filistei.<br /><br /> I Filistei e il timore di Dio<br /><br /> Paradossalmente, i Filistei dimostrano una consapevolezza di Dio più profonda di quella degli Israeliti. Sanno bene chi è quel popolo: sono quelli usciti dall’Egitto, quelli accompagnati da Dio, quelli che hanno sconfitto il faraone. Riconoscono la potenza del loro Dio e ne hanno timore.<br /><br /> Eppure decidono di combattere, si rincuorano, rafforzano le forze. Israele invece appare piatto, fermo, incapace di interrogarsi. È un popolo che non ha voluto convertirsi, e la sconfitta ne è la conseguenza inevitabile.<br /><br /> Questo mi porta a chiedermi se anche noi, a volte, non utilizziamo Dio come una garanzia di successo, come una soluzione rapida ai problemi, senza lasciarci...]]></itunes:summary><itunes:duration>501</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Tre esempi di servizio... Omelia mercoledì I settimana TO</title><link>https://www.spreaker.com/episode/tre-esempi-di-servizio-omelia-mercoledi-i-settimana-to--69442339</link><description><![CDATA[Samuele: un servizio che nasce dall’ascolto<br /><br /> In queste pagine riconosco innanzitutto l’esempio di Samuele come un servizio semplice e progressivo. La sua storia inizia già con una nascita speciale: viene da una madre sterile, Anna, che lo chiede al Signore e, una volta ricevuto, lo riporta al Tempio perché rimanga lì a servire Dio. Samuele cresce dunque alla presenza del Signore, ma colpisce il fatto che, pur servendo, non lo conosca ancora davvero.<br /><br /> Il suo è un servizio da bambino, umile e quotidiano, vissuto in un rapporto quasi filiale con il vecchio sacerdote Eli. Eli è anziano e debole, ma riesce comunque a orientare Samuele e a guidarlo nel riconoscere la voce del Signore. Quando Dio chiama Samuele per la terza volta, è Eli a insegnargli le parole decisive: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”. Da qui nasce un dialogo profondo e bellissimo tra Samuele e Dio, che lo porterà a diventare un grande profeta.<br /><br /> In questo percorso vedo tutte le tappe di una crescita spirituale: un servizio semplice, un rapporto di fiducia con un adulto, un ascolto inizialmente guidato che diventa pian piano apertura piena del cuore. Mi interrogo su quanto anch’io riesca a mettermi davvero in ascolto del Signore. Spesso penso di avere tante cose da dirgli, ma in realtà è Lui che desidera parlarmi. Se non gli lascio spazio, rischio di non ascoltarlo più. Samuele mi insegna proprio questa semplicità: dire con il cuore aperto “Signore, parla, ti ascolto”.<br /><br /> La suocera di Pietro: il servizio che nasce dalla guarigione<br /><br /> Il secondo esempio di servizio è quello della suocera di Pietro, ed è altrettanto significativo. Lei è talmente malata da non riuscire nemmeno a chiedere aiuto; sono gli altri a parlare di lei a Gesù. Questo dettaglio mi colpisce molto, perché mostra una persona completamente affidata agli altri.<br /><br /> Gesù la prende per mano, la guarisce, la febbre la lascia, ed è allora che lei si mette a servire. Il suo è un servizio domestico, umile, concreto, vissuto nella casa. Immagino quella scena a Cafarnao, con Gesù e i discepoli che vanno e vengono, e questa donna che, guarita, si mette a prendersi cura di loro. È un servizio semplice, quotidiano, ma bello e autentico, che nasce come risposta naturale al dono ricevuto.<br /><br /> Gesù: il servizio che nasce dalla preghiera e si apre a tutti<br /><br /> Il terzo e più grande esempio di servizio è Gesù stesso. Siamo all’inizio della sua predicazione e vedo come tante persone si rivolgano a Lui: tutta la città è radunata davanti alla porta. Gesù guarisce la suocera di Pietro, ma anche molti altri, afflitti da malattie e oppressioni. Il suo è un servizio profondamente vicino alla gente, ai bisogni concreti delle persone.<br /><br /> C’è però un dettaglio fondamentale: dopo questa intensa attività, Gesù si ritira nel deserto a pregare. Il suo servizio è alimentato dal rapporto con il Padre. Anche Lui sente il bisogno della preghiera. Questo mi provoca direttamente: sono spesso impegnato in tanti servizi, in famiglia e nella comunità, ma riesco davvero ad attingere forza, ispirazione e semplicità dalla mia preghiera? Capisco che anch’io ho bisogno di ritagliarmi spazi di silenzio e di incontro con il Signore, perché senza questo rischio di svuotarmi.<br /><br /> Un servizio che non si chiude, ma si dilata<br /><br /> Infine, Gesù compie una scelta sorprendente: pur essendoci ancora tanto bisogno a Cafarnao, decide di andare altrove. Non si ferma, rilancia. Dice che è venuto per questo: per annunciare anche ad altri, nei villaggi vicini, e così percorre tutta la Galilea.<br /><br /> Questo mi fa comprendere che il servizio cristiano non può restare chiuso nei confini familiari o nelle situazioni più comode. Come il servizio di Samuele verso il suo popolo e quello della suocera di Pietro verso la sua casa, anche il mio servizio deve aprirsi, dilatarsi, andare incontro a situazioni nuove, magari meno familiari. Spesso proprio quei servizi non programmati, semplicemente richiesti dalla realtà, diventano i più fecondi.<br /><br /> Questo slancio di “andare altrove”, di cercare chi ha bisogno, diventa per me un’indicazione preziosa: il servizio autentico nasce dall’ascolto, si nutre della preghiera e si apre con coraggio verso tutti.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69442339</guid><pubDate>Wed, 14 Jan 2026 18:20:29 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69442339/imported_17684146086158_audio.mp3" length="5976398" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Samuele: un servizio che nasce dall’ascolto

In queste pagine riconosco innanzitutto l’esempio di Samuele come un servizio semplice e progressivo. La sua storia inizia già con una nascita speciale: viene da una madre sterile, Anna, che lo chiede al...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Samuele: un servizio che nasce dall’ascolto<br /><br /> In queste pagine riconosco innanzitutto l’esempio di Samuele come un servizio semplice e progressivo. La sua storia inizia già con una nascita speciale: viene da una madre sterile, Anna, che lo chiede al Signore e, una volta ricevuto, lo riporta al Tempio perché rimanga lì a servire Dio. Samuele cresce dunque alla presenza del Signore, ma colpisce il fatto che, pur servendo, non lo conosca ancora davvero.<br /><br /> Il suo è un servizio da bambino, umile e quotidiano, vissuto in un rapporto quasi filiale con il vecchio sacerdote Eli. Eli è anziano e debole, ma riesce comunque a orientare Samuele e a guidarlo nel riconoscere la voce del Signore. Quando Dio chiama Samuele per la terza volta, è Eli a insegnargli le parole decisive: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”. Da qui nasce un dialogo profondo e bellissimo tra Samuele e Dio, che lo porterà a diventare un grande profeta.<br /><br /> In questo percorso vedo tutte le tappe di una crescita spirituale: un servizio semplice, un rapporto di fiducia con un adulto, un ascolto inizialmente guidato che diventa pian piano apertura piena del cuore. Mi interrogo su quanto anch’io riesca a mettermi davvero in ascolto del Signore. Spesso penso di avere tante cose da dirgli, ma in realtà è Lui che desidera parlarmi. Se non gli lascio spazio, rischio di non ascoltarlo più. Samuele mi insegna proprio questa semplicità: dire con il cuore aperto “Signore, parla, ti ascolto”.<br /><br /> La suocera di Pietro: il servizio che nasce dalla guarigione<br /><br /> Il secondo esempio di servizio è quello della suocera di Pietro, ed è altrettanto significativo. Lei è talmente malata da non riuscire nemmeno a chiedere aiuto; sono gli altri a parlare di lei a Gesù. Questo dettaglio mi colpisce molto, perché mostra una persona completamente affidata agli altri.<br /><br /> Gesù la prende per mano, la guarisce, la febbre la lascia, ed è allora che lei si mette a servire. Il suo è un servizio domestico, umile, concreto, vissuto nella casa. Immagino quella scena a Cafarnao, con Gesù e i discepoli che vanno e vengono, e questa donna che, guarita, si mette a prendersi cura di loro. È un servizio semplice, quotidiano, ma bello e autentico, che nasce come risposta naturale al dono ricevuto.<br /><br /> Gesù: il servizio che nasce dalla preghiera e si apre a tutti<br /><br /> Il terzo e più grande esempio di servizio è Gesù stesso. Siamo all’inizio della sua predicazione e vedo come tante persone si rivolgano a Lui: tutta la città è radunata davanti alla porta. Gesù guarisce la suocera di Pietro, ma anche molti altri, afflitti da malattie e oppressioni. Il suo è un servizio profondamente vicino alla gente, ai bisogni concreti delle persone.<br /><br /> C’è però un dettaglio fondamentale: dopo questa intensa attività, Gesù si ritira nel deserto a pregare. Il suo servizio è alimentato dal rapporto con il Padre. Anche Lui sente il bisogno della preghiera. Questo mi provoca direttamente: sono spesso impegnato in tanti servizi, in famiglia e nella comunità, ma riesco davvero ad attingere forza, ispirazione e semplicità dalla mia preghiera? Capisco che anch’io ho bisogno di ritagliarmi spazi di silenzio e di incontro con il Signore, perché senza questo rischio di svuotarmi.<br /><br /> Un servizio che non si chiude, ma si dilata<br /><br /> Infine, Gesù compie una scelta sorprendente: pur essendoci ancora tanto bisogno a Cafarnao, decide di andare altrove. Non si ferma, rilancia. Dice che è venuto per questo: per annunciare anche ad altri, nei villaggi vicini, e così percorre tutta la Galilea.<br /><br /> Questo mi fa comprendere che il servizio cristiano non può restare chiuso nei confini familiari o nelle situazioni più comode. Come il servizio di Samuele verso il suo popolo e quello della suocera di Pietro verso la sua casa, anche il mio servizio deve aprirsi, dilatarsi, andare incontro a situazioni nuove, magari meno familiari. 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Questo è stato il cuore del mistero del Natale: un movimento che partiva da noi e ci conduceva fino a Gesù.<br /><br /> Il rovesciamento: Gesù che viene verso di noi<br /><br /> Oggi, invece, avverto chiaramente un rovesciamento della prospettiva. Non siamo più noi ad andare a Lui, ma è Gesù che viene verso di noi. Il Vangelo lo dice con semplicità: Gesù dalla Galilea scende al Giordano. Lui abitava a Nazareth, un luogo bellissimo, verde, fertile, posto sulle colline. Dalla Galilea Gesù scende fino al Giordano, che si trova nel punto più basso della terra, circa quattrocento metri sotto il livello del mare, una sorta di abisso che conduce poi al Mar Morto.<br /><br /> La discesa di Gesù nel luogo del bisogno umano<br /><br /> Questa discesa è molto eloquente. Gesù lascia le colline di Nazareth per arrivare in un luogo particolare: il Giordano, dove si trova Giovanni Battista. È il luogo in cui, durante l’Avvento, abbiamo ascoltato che accorreva tanta gente: da Gerusalemme, dalla Giudea, uomini e donne che andavano a farsi battezzare, a confessare i propri peccati, a manifestare il bisogno di salvezza e ad attendere il Messia. In quelle acque, segnate dalla fragilità e dal peccato del popolo, arriva Gesù.<br /><br /> Gesù si fa solidale con la folla<br /><br /> Gesù sceglie di stare in mezzo a quella gente, di essere partecipe della loro condizione. Questa sua discesa va sentita come una grande visita. Anche Lui si fa battezzare, si immerge in quelle acque che avevano accolto il peccato e il desiderio di conversione di tutti. Pur non avendone bisogno, perché Figlio di Dio, Gesù vuole essere presente lì, condividere fino in fondo la situazione dell’umanità.<br /><br /> La meraviglia di Giovanni Battista: “Tu vieni da me?”<br /><br /> Giovanni Battista avverte immediatamente lo scandalo e la sorpresa di questo gesto. Dice a Gesù: “Io ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?”. Questa domanda è carica di stupore. Giovanni si sente visitato dal Signore, dal Messia stesso, e si chiede: “Che cosa ci fai qui?”. È una parola che parla anche a noi, perché forse anche noi siamo sulle rive di un nostro Giordano, in qualche abisso, bisognosi di luce, di consolazione e di vita. E possiamo stupirci del Signore che viene nelle nostre case, nella nostra storia, e dire anche noi: “Tu vieni da me?”.<br /><br /> “Lascia fare”: la sorpresa della mitezza di Dio<br /><br /> Alla domanda di Giovanni, Gesù risponde con poche parole: “Lascia fare per ora”. È una frase bellissima, che invita all’affidamento. Giovanni, e con lui anche noi, è chiamato a fidarsi. Forse Giovanni si aspettava un Messia diverso: uno che veniva con il fuoco, con il giudizio, con la pala in mano per separare la pula dal grano. Invece Gesù si presenta come il servo annunciato da Isaia: colui che non spegne lo stoppino dalla fiamma incerta e non spezza la canna incrinata. Arriva con grande mitezza e dice: “Lascia fare, fidati, adempiamo insieme la giustizia”.<br /><br /> Questa parola è preziosa anche per noi, spesso presi dall’ansia di agire, risolvere, controllare tutto. Gesù ci dice di lasciarlo fare, di aspettare, di permettergli di stare accanto a noi nelle difficoltà, di scendere con noi nelle acque che viviamo come purificazione. Vuole essere solidale con il nostro peccato e con il nostro desiderio di salvezza.<br /><br /> Il cielo che si apre nel punto più basso<br /><br /> La terza grande sorpresa avviene proprio lì, nel punto più basso e fangoso del Giordano. Quando Gesù, dopo il battesimo, esce dall’acqua, si aprono i cieli. Scende lo Spirito di Dio sotto forma di colomba e si ode la voce del Padre: “Questo è il Figlio mio, l’amato, in lui mi sono compiaciuto”. Dio sceglie di presentare il suo Figlio amato, la cosa più preziosa che ha, non nel Tempio di Gerusalemme o in un luogo solenne, ma proprio lì, al Giordano.<br /><br /> L’epifania del Figlio amato<br /><br /> È uno dei rari momenti nel Vangelo in cui questa voce si fa sentire. Qui tutto sembra un concerto che coinvolge cielo e terra: lo Spirito, il Padre e il Figlio. È una vera epifania. Ed è proprio lì, nel luogo della conversione e del peccato confessato, che noi possiamo conoscere e incontrare Gesù. È lì che affidiamo al Signore la nostra vita e i nostri limiti.<br /><br /> Una nuova creazione e una nuova terra promessa<br /><br /> Le parole del Vangelo evocano anche una nuova creazione: le acque, la colomba, la vita nuova. È ciò che ricordiamo anche all’inizio della Messa, facendo memoria del nostro battesimo. Inoltre, il Giordano è il luogo del passaggio del popolo verso la terra promessa: segno di un dono nuovo. Tutto questo oggi viene celebrato per ciascuno di noi.<br /><br /> Gesù, Signore di tutti, che passa beneficando e risanando<br /><br /> Negli Atti degli Apostoli, Pietro, parlando di Gesù nella vicenda di Cornelio, riassume così la sua identità: Gesù Cristo è il Signore di tutti, senza esclusioni. Proprio lì, al Giordano, ci sono i peccatori, ci siamo anche noi. Dio consacrò Gesù di Nazareth in Spirito Santo e potenza, ed Egli “passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui”. Questa espressione mi colpisce profondamente: Gesù passa per fare il bene e per risanare.<br /><br /> La festa della visita del Signore nella nostra vita<br /><br /> È questo che oggi celebriamo: la visita del Signore nella nostra vita, la sua presenza che guarisce e salva. Gesù è il Figlio di Dio, l’Amato, e ci rende partecipi della sua stessa figliolanza. Per questo lo ringraziamo, mentre entriamo nel tempo ordinario fino alla Quaresima. Siamo chiamati a metterci alla sua scuola, a diventare suoi discepoli, partendo proprio da qui, dal Giordano, luogo in cui celebriamo la sua visita nella nostra vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69390296</guid><pubDate>Sun, 11 Jan 2026 14:51:24 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69390296/imported_17681427479090_audio.mp3" length="11575379" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il mistero del Natale vissuto andando verso Gesù

Durante tutto il tempo di Natale ho vissuto un cammino che aveva al centro il presepe. Eravamo noi ad andare verso Gesù: come i pastori che si recano alla grotta, come i magi che, guidati dalla stella...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il mistero del Natale vissuto andando verso Gesù<br /><br /> Durante tutto il tempo di Natale ho vissuto un cammino che aveva al centro il presepe. Eravamo noi ad andare verso Gesù: come i pastori che si recano alla grotta, come i magi che, guidati dalla stella e illuminati dalle Scritture ascoltate a Gerusalemme, arrivano fino a Lui, provano una grandissima gioia e gli offrono i loro doni. Questo è stato il cuore del mistero del Natale: un movimento che partiva da noi e ci conduceva fino a Gesù.<br /><br /> Il rovesciamento: Gesù che viene verso di noi<br /><br /> Oggi, invece, avverto chiaramente un rovesciamento della prospettiva. Non siamo più noi ad andare a Lui, ma è Gesù che viene verso di noi. Il Vangelo lo dice con semplicità: Gesù dalla Galilea scende al Giordano. Lui abitava a Nazareth, un luogo bellissimo, verde, fertile, posto sulle colline. Dalla Galilea Gesù scende fino al Giordano, che si trova nel punto più basso della terra, circa quattrocento metri sotto il livello del mare, una sorta di abisso che conduce poi al Mar Morto.<br /><br /> La discesa di Gesù nel luogo del bisogno umano<br /><br /> Questa discesa è molto eloquente. Gesù lascia le colline di Nazareth per arrivare in un luogo particolare: il Giordano, dove si trova Giovanni Battista. È il luogo in cui, durante l’Avvento, abbiamo ascoltato che accorreva tanta gente: da Gerusalemme, dalla Giudea, uomini e donne che andavano a farsi battezzare, a confessare i propri peccati, a manifestare il bisogno di salvezza e ad attendere il Messia. In quelle acque, segnate dalla fragilità e dal peccato del popolo, arriva Gesù.<br /><br /> Gesù si fa solidale con la folla<br /><br /> Gesù sceglie di stare in mezzo a quella gente, di essere partecipe della loro condizione. Questa sua discesa va sentita come una grande visita. Anche Lui si fa battezzare, si immerge in quelle acque che avevano accolto il peccato e il desiderio di conversione di tutti. Pur non avendone bisogno, perché Figlio di Dio, Gesù vuole essere presente lì, condividere fino in fondo la situazione dell’umanità.<br /><br /> La meraviglia di Giovanni Battista: “Tu vieni da me?”<br /><br /> Giovanni Battista avverte immediatamente lo scandalo e la sorpresa di questo gesto. Dice a Gesù: “Io ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?”. Questa domanda è carica di stupore. Giovanni si sente visitato dal Signore, dal Messia stesso, e si chiede: “Che cosa ci fai qui?”. È una parola che parla anche a noi, perché forse anche noi siamo sulle rive di un nostro Giordano, in qualche abisso, bisognosi di luce, di consolazione e di vita. E possiamo stupirci del Signore che viene nelle nostre case, nella nostra storia, e dire anche noi: “Tu vieni da me?”.<br /><br /> “Lascia fare”: la sorpresa della mitezza di Dio<br /><br /> Alla domanda di Giovanni, Gesù risponde con poche parole: “Lascia fare per ora”. È una frase bellissima, che invita all’affidamento. Giovanni, e con lui anche noi, è chiamato a fidarsi. Forse Giovanni si aspettava un Messia diverso: uno che veniva con il fuoco, con il giudizio, con la pala in mano per separare la pula dal grano. Invece Gesù si presenta come il servo annunciato da Isaia: colui che non spegne lo stoppino dalla fiamma incerta e non spezza la canna incrinata. Arriva con grande mitezza e dice: “Lascia fare, fidati, adempiamo insieme la giustizia”.<br /><br /> Questa parola è preziosa anche per noi, spesso presi dall’ansia di agire, risolvere, controllare tutto. Gesù ci dice di lasciarlo fare, di aspettare, di permettergli di stare accanto a noi nelle difficoltà, di scendere con noi nelle acque che viviamo come purificazione. Vuole essere solidale con il nostro peccato e con il nostro desiderio di salvezza.<br /><br /> Il cielo che si apre nel punto più basso<br /><br /> La terza grande sorpresa avviene proprio lì, nel punto più basso e fangoso del Giordano. Quando Gesù, dopo il battesimo, esce dall’acqua, si aprono i cieli. Scende lo Spirito di Dio sotto forma di...]]></itunes:summary><itunes:duration>724</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di sabato 10 gennaio a Sant'Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-sabato-10-gennaio-a-sant-andrea--69380965</link><description><![CDATA[Nazareth, la città della vita ordinaria di Gesù<br /><br /> Qualche giorno fa mi trovavo a Nazareth, proprio nella sala che ricorda la sinagoga di Gesù. Non è quella originale, ma è un luogo che aiuta molto a entrare nel clima del Vangelo. Proprio lì risuona l’inizio del racconto evangelico: Gesù torna a Nazareth, dove era cresciuto, e secondo il suo solito di sabato entra nella sinagoga e si alza a leggere. Nazareth è la sua città, il luogo delle radici, della quotidianità, della vita semplice e nascosta.<br /><br /> Gesù ha vissuto lì per trent’anni una vita ordinaria, fatta di famiglia, di lavoro, di preghiera in sinagoga. Una vita che non ha nulla di straordinario all’apparenza, ma che è profondamente vera e umana, molto simile alla nostra.<br /><br /> La casa di Nazareth e l’aria di famiglia<br /><br /> Il giorno precedente ero a Loreto con don Giuseppe e altri preti di Bologna, nella Santa Casa, che la tradizione identifica come la casa di Nazareth. Quelle pietre, portate lì ai tempi dei crociati, raccontano una storia concreta. In quel luogo si respira davvero un’aria di casa: la casa di Gesù, il luogo dove ha vissuto con Maria e Giuseppe, dove si è voluto bene.<br /><br /> Quella casa rappresenta bene anche la nostra vita: una vita semplice, fatta di relazioni, di affetti, di quotidianità. È lì che Dio ha scelto di abitare, è lì che Gesù è cresciuto.<br /><br /> La lettura di Isaia e il compimento della Scrittura<br /><br /> Proprio in quel giorno, nella sinagoga di Nazareth, Gesù prende il rotolo del profeta Isaia. Glielo consegnano e lui cerca intenzionalmente un passo preciso. Legge: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione”. Dopo la lettura si siede, e tutti gli occhi sono fissi su di lui.<br /><br /> A quel punto Gesù pronuncia parole decisive: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. È una dichiarazione fortissima. Gesù afferma che quella promessa, quella parola antica, si realizza proprio in lui, in quel momento.<br /><br /> L’elezione di Dio e l’amore ricevuto dal Padre<br /><br /> Questa elezione di Dio riguarda proprio lui, quest’uomo concreto di Nazareth, figlio di Giuseppe e di Maria. Lui è il Cristo. Qui vedo un collegamento molto bello con la lettera di Giovanni: Gesù è consapevole dell’amore ricevuto dal Padre, che lo ha generato, mandato, collocato dentro una storia concreta.<br /><br /> Gesù sente profondamente questo amore di Dio. E anche noi possiamo riconoscerci in questo: se amiamo Dio è perché lui ci ha amati per primo. L’amore che il Padre consegna a Gesù, attraverso lo Spirito e l’unzione, non rimane chiuso nel suo cuore, ma diventa missione.<br /><br /> L’annuncio ai poveri e agli ultimi<br /><br /> Gesù dice chiaramente di essere mandato a portare ai poveri il lieto annuncio. Lui è colui che più di ogni altro ama tutti quelli che sono generati da Dio, e in modo particolare i poveri, i piccoli, i prigionieri, i ciechi, gli oppressi. Tutti coloro che gridano un bisogno davanti a Dio.<br /><br /> Gesù li raggiunge con il suo annuncio: percorre le sinagoghe e i villaggi della Galilea, va a Cafarnao, lungo il lago, ovunque. Porta una notizia che cambia la vita: siete amati da Dio, c’è la vita eterna, il Regno dei Cieli è vicino.<br /><br /> Una vita spesa fino alla croce<br /><br /> Tutta la vita di Gesù è un continuo far conoscere a tutti, soprattutto ai più marginali e piccoli, che Dio li ama e li salva. Anche la fatica, il dolore e infine la croce rientrano in questa dinamica: spendere la propria vita per amare i fratelli e le sorelle che il Padre gli ha dato, cioè tutti coloro che sono generati da Dio.<br /><br /> Non c’è altro progetto nella sua vita se non questo amore donato fino in fondo.<br /><br /> Nazareth e il bisogno di una parola anche per noi<br /><br /> Le persone presenti nella sinagoga di Nazareth, che ascoltano Gesù, fanno parte di quei poveri e oppressi. Anche loro hanno bisogno di una parola, di una luce. Sono lì proprio per questo: per ascoltare la Parola di Dio.<br /><br /> Così siamo anche noi. Ogni volta che veniamo ad ascoltare la Parola, riscopriamo quanto Dio ci vuole bene, quanto ci ha amato con i suoi doni e con la sua misericordia.<br /><br /> L’amore ricevuto che diventa amore donato<br /><br /> È da questa esperienza di amore che nasce la spinta per voler bene agli altri: ai nostri figli, ai nostri nipoti, ai vicini di casa, e più in generale a tutti. Soprattutto ai più bisognosi e ai più piccoli. Sono figli di Dio e non possiamo lasciarli nella difficoltà.<br /><br /> A Nazareth, in quel giorno così importante, si celebra una parola decisiva: “Oggi si è compiuta questa Scrittura”. Ma questa dinamica non appartiene solo a quel momento; è una realtà quotidiana anche per noi.<br /><br /> Figli amati e inviati nel mondo<br /><br /> Ringraziamo il Signore perché anche noi desideriamo sperimentare la sua elezione e imparare ad amare tutti. E nella festa del Battesimo di Gesù sentiremo ancora una parola fondamentale: “Questo è il Figlio mio, l’amato”.<br /><br /> Questa parola è anche per noi. Anche noi siamo figli amati. Ed è proprio per questo che il Signore ci dona il suo Spirito e la sua forza, perché possiamo far sapere a tutti che sono amati.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69380965</guid><pubDate>Sat, 10 Jan 2026 11:49:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69380965/imported_1768045692616163_audio.mp3" length="6398955" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nazareth, la città della vita ordinaria di Gesù

Qualche giorno fa mi trovavo a Nazareth, proprio nella sala che ricorda la sinagoga di Gesù. Non è quella originale, ma è un luogo che aiuta molto a entrare nel clima del Vangelo. Proprio lì risuona...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nazareth, la città della vita ordinaria di Gesù<br /><br /> Qualche giorno fa mi trovavo a Nazareth, proprio nella sala che ricorda la sinagoga di Gesù. Non è quella originale, ma è un luogo che aiuta molto a entrare nel clima del Vangelo. Proprio lì risuona l’inizio del racconto evangelico: Gesù torna a Nazareth, dove era cresciuto, e secondo il suo solito di sabato entra nella sinagoga e si alza a leggere. Nazareth è la sua città, il luogo delle radici, della quotidianità, della vita semplice e nascosta.<br /><br /> Gesù ha vissuto lì per trent’anni una vita ordinaria, fatta di famiglia, di lavoro, di preghiera in sinagoga. Una vita che non ha nulla di straordinario all’apparenza, ma che è profondamente vera e umana, molto simile alla nostra.<br /><br /> La casa di Nazareth e l’aria di famiglia<br /><br /> Il giorno precedente ero a Loreto con don Giuseppe e altri preti di Bologna, nella Santa Casa, che la tradizione identifica come la casa di Nazareth. Quelle pietre, portate lì ai tempi dei crociati, raccontano una storia concreta. In quel luogo si respira davvero un’aria di casa: la casa di Gesù, il luogo dove ha vissuto con Maria e Giuseppe, dove si è voluto bene.<br /><br /> Quella casa rappresenta bene anche la nostra vita: una vita semplice, fatta di relazioni, di affetti, di quotidianità. È lì che Dio ha scelto di abitare, è lì che Gesù è cresciuto.<br /><br /> La lettura di Isaia e il compimento della Scrittura<br /><br /> Proprio in quel giorno, nella sinagoga di Nazareth, Gesù prende il rotolo del profeta Isaia. Glielo consegnano e lui cerca intenzionalmente un passo preciso. Legge: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione”. Dopo la lettura si siede, e tutti gli occhi sono fissi su di lui.<br /><br /> A quel punto Gesù pronuncia parole decisive: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. È una dichiarazione fortissima. Gesù afferma che quella promessa, quella parola antica, si realizza proprio in lui, in quel momento.<br /><br /> L’elezione di Dio e l’amore ricevuto dal Padre<br /><br /> Questa elezione di Dio riguarda proprio lui, quest’uomo concreto di Nazareth, figlio di Giuseppe e di Maria. Lui è il Cristo. Qui vedo un collegamento molto bello con la lettera di Giovanni: Gesù è consapevole dell’amore ricevuto dal Padre, che lo ha generato, mandato, collocato dentro una storia concreta.<br /><br /> Gesù sente profondamente questo amore di Dio. E anche noi possiamo riconoscerci in questo: se amiamo Dio è perché lui ci ha amati per primo. L’amore che il Padre consegna a Gesù, attraverso lo Spirito e l’unzione, non rimane chiuso nel suo cuore, ma diventa missione.<br /><br /> L’annuncio ai poveri e agli ultimi<br /><br /> Gesù dice chiaramente di essere mandato a portare ai poveri il lieto annuncio. Lui è colui che più di ogni altro ama tutti quelli che sono generati da Dio, e in modo particolare i poveri, i piccoli, i prigionieri, i ciechi, gli oppressi. Tutti coloro che gridano un bisogno davanti a Dio.<br /><br /> Gesù li raggiunge con il suo annuncio: percorre le sinagoghe e i villaggi della Galilea, va a Cafarnao, lungo il lago, ovunque. Porta una notizia che cambia la vita: siete amati da Dio, c’è la vita eterna, il Regno dei Cieli è vicino.<br /><br /> Una vita spesa fino alla croce<br /><br /> Tutta la vita di Gesù è un continuo far conoscere a tutti, soprattutto ai più marginali e piccoli, che Dio li ama e li salva. Anche la fatica, il dolore e infine la croce rientrano in questa dinamica: spendere la propria vita per amare i fratelli e le sorelle che il Padre gli ha dato, cioè tutti coloro che sono generati da Dio.<br /><br /> Non c’è altro progetto nella sua vita se non questo amore donato fino in fondo.<br /><br /> Nazareth e il bisogno di una parola anche per noi<br /><br /> Le persone presenti nella sinagoga di Nazareth, che ascoltano Gesù, fanno parte di quei poveri e oppressi. Anche loro hanno bisogno di una parola, di una luce. Sono lì...]]></itunes:summary><itunes:duration>400</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Lo sguardo al cielo e il coraggio del cammino - Omelia Epifania 2026 S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/lo-sguardo-al-cielo-e-il-coraggio-del-cammino-omelia-epifania-2026-s-andrea--69326523</link><description><![CDATA[Alla fine di un viaggio in Terra Santa<br /><br /> In questa festa dell’Epifania mi trovo a riflettere a partire da un’esperienza molto concreta e personale: il viaggio appena concluso in Terra Santa. Sono rientrato solo ieri, dopo aver condiviso questi giorni con sette diaconi del PIME, il Pontificio Istituto Missioni Estere, che ha nel suo DNA l’invio dei missionari in tutto il mondo. Il gruppo era estremamente vario: cinque indiani, uno dello Zambia e uno della Costa d’Avorio, con base a Monza ma con storie, culture e sensibilità profondamente diverse. Con noi c’erano anche don Marco Bonfiglioli, don Stefano di San Lazzaro, don Franco Govoni e un amico di Stefano. Un insieme eterogeneo, ricco, non omogeneo, che mi ha fatto pensare molto al senso stesso del nostro andare in Terra Santa, e in particolare a Betlemme.<br /><br /> I Magi: persone fuori dagli schemi<br /><br /> Al centro della liturgia di oggi ci sono i Magi, figure completamente fuori da ogni schema. Non appartengono al popolo di Israele, vengono da lontano, sono stranieri e, con la loro presenza, creano scompiglio e turbamento a Gerusalemme. Questo turbamento è una parola forte, che dice bene ciò che accade quando irrompe qualcosa di inatteso. I Magi arrivano con una domanda decisiva: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?”. Hanno visto sorgere la sua stella e si sono messi in cammino per adorarlo.<br /><br /> In un certo senso, il loro viaggio rispecchia anche il mio, e quello che abbiamo fatto insieme in questi giorni: un viaggio che parte da lontano, che nasce da un segno colto con attenzione, e che diventa ricerca. Il loro arrivo annuncia indirettamente qualcosa che il popolo attendeva da secoli, la nascita del Cristo, ma questo annuncio viene da chi è esterno, da chi ha avuto lo sguardo abbastanza alto per accorgersi di una stella nuova.<br /><br /> Lo sguardo al cielo e il coraggio di mettersi in cammino<br /><br /> I Magi sono uomini capaci di guardare il cielo. Oggi facciamo fatica perfino a vedere le stelle: le nuvole, l’inquinamento luminoso, la fretta. Eppure, quando ci capita di vederle davvero, magari in montagna o in luoghi isolati, restiamo incantati. Sono talmente tante che riconoscerne una nuova sembra impossibile. E invece loro ci riescono: capiscono che quella stella è il segno della nascita di un re e decidono di partire.<br /><br /> Questa mi sembra una caratteristica fondamentale anche per noi: lasciarci illuminare da un evento improvviso, magari atteso da tempo, e avere il coraggio di metterci in marcia. Il loro è stato certamente un viaggio lungo, faticoso, attraversando paesi e difficoltà che il Vangelo non racconta ma che possiamo facilmente immaginare. Non conoscevano bene la strada, si sono lasciati guidare dalla stella e, arrivati a Gerusalemme, hanno dovuto chiedere informazioni. È un viaggio che conta proprio perché è cammino.<br /><br /> Alzarsi, non restare seduti<br /><br /> La prima lettura parla di un popolo invitato ad alzarsi. Restare seduti significa restare nell’ombra; alzarsi, invece, permette di essere illuminati dalla gloria del Signore. I Magi sono persone che si sono alzate davanti a una luce e si sono messe in cammino. Questo interpella anche me: qual è il cammino che sto facendo? Qual è la ricerca che sono disposto a vivere con passione, anche pagando un prezzo?<br /><br /> L’alternativa è quella di Erode e di Gerusalemme: restare seduti nella propria casa, aspettare che siano gli altri a portare le notizie. Colpisce che nessuno accompagni i Magi a Betlemme. Nessuno dice: “Veniamo anche noi a vedere se davvero è nato il re”. Gerusalemme resta ferma, non si lascia coinvolgere, nonostante Betlemme sia a pochissimi chilometri di distanza. I Magi, invece, camminano soli, senza una carovana, guidati solo da una stella.<br /><br /> La gioia di ritrovare la stella<br /><br /> A un certo punto la stella ricompare, segno che per un tratto era sparita. Quando la rivedono, provano una gioia grandissima. Anche questa è una caratteristica fondamentale dei Magi: la gioia. Sanno che quella stella li accompagna e li conduce a un incontro. Un incontro sorprendente, perché arrivano e trovano un bambino con sua madre. È una scena semplice e potentissima.<br /><br /> Davanti a quel bambino si prostrano, si mettono in ginocchio, lo adorano. Il loro è un atteggiamento di grande semplicità e umiltà. Quel bambino è un re, ma appare un re marginale: nessun esercito, nessun palazzo, solo una mangiatoia, l’unico spazio disponibile. Eppure loro lo riconoscono e lo adorano.<br /><br /> Adorare e offrire ciò che siamo<br /><br /> Per questo desidero che anche noi, come già l’anno scorso, viviamo un momento di adorazione al termine della Messa. Abbiamo bisogno di riscoprire il gesto di metterci davanti al Signore, davanti a quel bambino, per adorarlo, ringraziarlo, affidargli la nostra vita, le nostre famiglie, la nostra comunità.<br /><br /> I Magi offrono oro, incenso e mirra. Conosciamo la loro simbologia, ma al di là dei significati, colpisce il gesto stesso: portare qualcosa di proprio, di prezioso, per onorarlo e riconoscerne la regalità. Questo interpella anche me: quali doni porto al Signore? Che cosa sono disposto a mettere davanti a lui?<br /><br /> Tornare a casa per un’altra strada<br /><br /> Dopo l’incontro, i Magi tornano a casa per un’altra strada. Non restano lì a cercare un ruolo o un riconoscimento. Tornano alla loro vita. Questo è fondamentale anche per noi: l’incontro con il Signore, il cammino, l’adorazione, l’offerta di ciò che siamo, non ci allontanano dalla vita, ma ci riportano a casa, trasformati, con una luce nuova e una gioia grande.<br /><br /> Il fatto che tutto questo avvenga attraverso persone straniere, fuori dagli schemi, ci fa sentire a nostro agio davanti a quel bambino. Anche nel viaggio in Terra Santa ho incontrato pellegrini di ogni tipo, cultura e colore. Questo aiuta a comprendere che la manifestazione del Signore è per tutti.<br /><br /> Un popolo unito nella diversità<br /><br /> La regalità di Gesù è una regalità universale: lui è il Signore di tutti. Questo ci fa sentire parte di una famiglia, di una Chiesa, di un popolo dalle infinite sfaccettature, in cui anche la mia ha posto. Anche quando mi sento marginale, fuori posto, indegno, peccatore, o guardo la mia vita con il rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere, davanti a quel bambino c’è spazio per me.<br /><br /> Lui accoglie tutti, prende ogni dono, non scarta nulla. Per questo possiamo solo ringraziarlo. Come dice san Paolo, attraverso il Vangelo siamo eredi insieme, dello stesso corpo e della stessa promessa. Siamo uno, proprio a partire dalla nostra diversità.<br /><br /> Rimettersi in cammino dietro la stella<br /><br /> La festa dell’Epifania, allora, ci rimette in cammino. Ci invita a seguire quella stella, a lasciarci guidare verso l’incontro con il nostro Salvatore, con il cuore aperto, nella gioia, nell’umiltà e nella fiducia che, davanti a lui, ciascuno di noi ha un posto.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69326523</guid><pubDate>Tue, 06 Jan 2026 17:39:29 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69326523/imported_1767721048991471_audio.mp3" length="12711392" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Alla fine di un viaggio in Terra Santa

In questa festa dell’Epifania mi trovo a riflettere a partire da un’esperienza molto concreta e personale: il viaggio appena concluso in Terra Santa. Sono rientrato solo ieri, dopo aver condiviso questi giorni...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Alla fine di un viaggio in Terra Santa<br /><br /> In questa festa dell’Epifania mi trovo a riflettere a partire da un’esperienza molto concreta e personale: il viaggio appena concluso in Terra Santa. Sono rientrato solo ieri, dopo aver condiviso questi giorni con sette diaconi del PIME, il Pontificio Istituto Missioni Estere, che ha nel suo DNA l’invio dei missionari in tutto il mondo. Il gruppo era estremamente vario: cinque indiani, uno dello Zambia e uno della Costa d’Avorio, con base a Monza ma con storie, culture e sensibilità profondamente diverse. Con noi c’erano anche don Marco Bonfiglioli, don Stefano di San Lazzaro, don Franco Govoni e un amico di Stefano. Un insieme eterogeneo, ricco, non omogeneo, che mi ha fatto pensare molto al senso stesso del nostro andare in Terra Santa, e in particolare a Betlemme.<br /><br /> I Magi: persone fuori dagli schemi<br /><br /> Al centro della liturgia di oggi ci sono i Magi, figure completamente fuori da ogni schema. Non appartengono al popolo di Israele, vengono da lontano, sono stranieri e, con la loro presenza, creano scompiglio e turbamento a Gerusalemme. Questo turbamento è una parola forte, che dice bene ciò che accade quando irrompe qualcosa di inatteso. I Magi arrivano con una domanda decisiva: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?”. Hanno visto sorgere la sua stella e si sono messi in cammino per adorarlo.<br /><br /> In un certo senso, il loro viaggio rispecchia anche il mio, e quello che abbiamo fatto insieme in questi giorni: un viaggio che parte da lontano, che nasce da un segno colto con attenzione, e che diventa ricerca. Il loro arrivo annuncia indirettamente qualcosa che il popolo attendeva da secoli, la nascita del Cristo, ma questo annuncio viene da chi è esterno, da chi ha avuto lo sguardo abbastanza alto per accorgersi di una stella nuova.<br /><br /> Lo sguardo al cielo e il coraggio di mettersi in cammino<br /><br /> I Magi sono uomini capaci di guardare il cielo. Oggi facciamo fatica perfino a vedere le stelle: le nuvole, l’inquinamento luminoso, la fretta. Eppure, quando ci capita di vederle davvero, magari in montagna o in luoghi isolati, restiamo incantati. Sono talmente tante che riconoscerne una nuova sembra impossibile. E invece loro ci riescono: capiscono che quella stella è il segno della nascita di un re e decidono di partire.<br /><br /> Questa mi sembra una caratteristica fondamentale anche per noi: lasciarci illuminare da un evento improvviso, magari atteso da tempo, e avere il coraggio di metterci in marcia. Il loro è stato certamente un viaggio lungo, faticoso, attraversando paesi e difficoltà che il Vangelo non racconta ma che possiamo facilmente immaginare. Non conoscevano bene la strada, si sono lasciati guidare dalla stella e, arrivati a Gerusalemme, hanno dovuto chiedere informazioni. È un viaggio che conta proprio perché è cammino.<br /><br /> Alzarsi, non restare seduti<br /><br /> La prima lettura parla di un popolo invitato ad alzarsi. Restare seduti significa restare nell’ombra; alzarsi, invece, permette di essere illuminati dalla gloria del Signore. I Magi sono persone che si sono alzate davanti a una luce e si sono messe in cammino. Questo interpella anche me: qual è il cammino che sto facendo? Qual è la ricerca che sono disposto a vivere con passione, anche pagando un prezzo?<br /><br /> L’alternativa è quella di Erode e di Gerusalemme: restare seduti nella propria casa, aspettare che siano gli altri a portare le notizie. Colpisce che nessuno accompagni i Magi a Betlemme. Nessuno dice: “Veniamo anche noi a vedere se davvero è nato il re”. Gerusalemme resta ferma, non si lascia coinvolgere, nonostante Betlemme sia a pochissimi chilometri di distanza. I Magi, invece, camminano soli, senza una carovana, guidati solo da una stella.<br /><br /> La gioia di ritrovare la stella<br /><br /> A un certo punto la stella ricompare, segno che per un tratto era sparita. Quando la rivedono, provano una gioia grandissima. Anche questa è...]]></itunes:summary><itunes:duration>795</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del giorno di Natale 2025</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-giorno-di-natale-2025--69203386</link><description><![CDATA[Tre sorprese nella notte di Natale<br /><br /> Inizio ricordando che nella notte di Natale abbiamo vissuto tre grandi sorprese. La prima è la nascita di Gesù: è nato nonostante non ci fosse posto per lui, nonostante l’assenza di spazio e di accoglienza. Il Vangelo di Luca ci dice che è nato in una mangiatoia. Questo significa che, anche quando non gli facciamo spazio, lui comunque entra nella nostra vita, quasi forzandoci con la sua presenza. È lì, nella mangiatoia, segno concreto che Dio non aspetta condizioni ideali per farsi vicino.<br /><br /> La seconda sorpresa riguarda i pastori. Erano ai margini di Betlemme, sui monti, a custodire le loro pecore, lontani dal centro e dalla vita religiosa ufficiale. Anche loro vengono “forzati” dalla luce del cielo, avvolti dalla gloria e dall’annuncio dell’angelo: «È nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore». Non possono restare indifferenti, vengono coinvolti, chiamati in causa.<br /><br /> La terza sorpresa è l’invito all’annuncio quotidiano. Nella messa dell’Aurora, celebrata alla BVI, ho contemplato i pastori che, dopo questa straordinaria epifania del cielo, si mettono in cammino, vanno a cercarlo e lo trovano: un bambino, fragile e reale. Da quell’incontro nasce il desiderio di raccontare, di annunciare giorno per giorno ciò che hanno visto e udito.<br /><br /> Il Verbo fatto carne: un bambino che parla<br /><br /> Il Vangelo di Giovanni, denso e impegnativo, ci fa compiere un primo grande passo avanti. Quel bambino non è semplicemente un neonato come tanti: è Dio che si è fatto carne, che si è fatto parte della nostra umanità. Giovanni lo chiama il Verbo, la Parola. Questo significa che è una Parola che parla a noi, una Parola viva, rivolta alla nostra vita concreta.<br /><br /> La Lettera agli Ebrei ci ricorda che Dio, dopo aver parlato attraverso i profeti, ora ci parla attraverso il Figlio. È un Figlio che parla, un bambino che è Parola. Questo mistero ci dice che la Parola, presente fin dalla creazione del mondo, entra nelle mangiatoie delle nostre vite, delle nostre case, delle nostre storie ferite. Ma proprio perché è Parola, chiede ascolto.<br /><br /> Si innesca così una dinamica di comunicazione: parole, insegnamenti, consolazioni. Davanti a questo mistero, sento che dovremmo imparare a tacere di più noi, a fare silenzio, per metterci davvero in ascolto. Cosa ci dice questo bambino? Cosa ci dice questo Messia? Tutta la vita di Gesù sarà una Parola di vita donata giorno per giorno a chi sa ascoltare.<br /><br /> Accogliere il bambino: un verbo esigente<br /><br /> Il secondo passo che il Vangelo ci propone è quello dell’accoglienza. Non è affatto scontato accogliere Gesù. Possiamo avere la mangiatoia, il presepe, immagini bellissime come quelle che ammiriamo nelle nostre chiese, ma tutto questo rischia di spostarci poco se non c’è una vera accoglienza.<br /><br /> Questo bambino va accolto. Le famiglie che hanno il dono di avere figli sanno quanto un bambino cambi radicalmente la vita, le dinamiche, le priorità. Accogliere significa abbracciare, farlo nostro, ascoltarlo, credere in lui, lasciargli spazio. Vuol dire mettersi alla sua scuola, diventare suoi discepoli, come i pastori che si mettono in cammino per cercarlo.<br /><br /> Accogliere è una parola forte, un verbo impegnativo, che chiede conversione, cambiamento, spazio reale nella nostra vita. Se non accogliamo questo bambino, lui resta comunque presente, ma farà poca strada in noi. Al contrario, Giovanni ci dice che a quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio. Accogliere Gesù significa diventare figli, generati da Dio come lui.<br /><br /> La colletta di oggi lo esprime in modo bellissimo: noi, creati a sua immagine, condividiamo la sua natura divina perché lui ha voluto condividere la nostra natura umana. Accogliendo questo bambino partecipiamo profondamente al suo essere Figlio e dalla sua pienezza riceviamo grazia su grazia.<br /><br /> Dalle rovine all’annuncio: diventare sentinelle<br /><br /> Il terzo passo avanti ci viene offerto dalla prima lettura. Le sentinelle si trovano tra le rovine di Gerusalemme, una città distrutta, segnata dal dolore e dalla necessità di ricostruzione. Eppure non fissano lo sguardo solo sulle rovine: alzano gli occhi e vedono il Signore che viene. Lo aspettano e diventano messaggeri, annunciatori.<br /><br /> Il profeta dice che sono belli i piedi del messaggero. Saranno anche sporchi, impolverati, ma sono belli perché portano un annuncio di vita: Dio viene proprio in mezzo alle rovine. Questa parola “rovine” mi colpisce profondamente, perché guardandoci intorno vediamo tanti deserti, tante situazioni aride segnate dalla violenza, dalla sopraffazione, dall’ingiustizia e dalla mancanza di rispetto.<br /><br /> Il rischio è quello di fermarci a guardare solo le rovine. Invece oggi siamo chiamati, proprio perché abbiamo accolto questo bambino Dio fatto carne e abbiamo imparato ad ascoltarlo, a diventare a nostra volta annunciatori. Dobbiamo alzare lo sguardo, aspettarlo e annunciarlo a tutti.<br /><br /> Un cammino che inizia a Natale<br /><br /> Sento forte la responsabilità e la bellezza di questo compito. Natale non è un punto di arrivo, ma l’inizio di un cammino. Il Signore viene in mezzo a noi come bambino: piccolo, innocente, apparentemente impotente, eppure di una efficacia straordinaria. La sua presenza cambia radicalmente la nostra vita.<br /><br /> In questo giorno di Natale ringrazio il Signore per le tante opportunità che ci dona: opportunità di ascolto, di accoglienza, di annuncio. Non voglio tirarmi indietro. Voglio aprire il cuore a lui, per poter diventare anche io messaggero della sua luce, portatore di una speranza che nasce proprio là dove sembrano esserci solo rovine.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69203386</guid><pubDate>Thu, 25 Dec 2025 11:52:26 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69203386/imported_1766663212625508_audio.mp3" length="8678086" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Tre sorprese nella notte di Natale

Inizio ricordando che nella notte di Natale abbiamo vissuto tre grandi sorprese. La prima è la nascita di Gesù: è nato nonostante non ci fosse posto per lui, nonostante l’assenza di spazio e di accoglienza. Il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Tre sorprese nella notte di Natale<br /><br /> Inizio ricordando che nella notte di Natale abbiamo vissuto tre grandi sorprese. La prima è la nascita di Gesù: è nato nonostante non ci fosse posto per lui, nonostante l’assenza di spazio e di accoglienza. Il Vangelo di Luca ci dice che è nato in una mangiatoia. Questo significa che, anche quando non gli facciamo spazio, lui comunque entra nella nostra vita, quasi forzandoci con la sua presenza. È lì, nella mangiatoia, segno concreto che Dio non aspetta condizioni ideali per farsi vicino.<br /><br /> La seconda sorpresa riguarda i pastori. Erano ai margini di Betlemme, sui monti, a custodire le loro pecore, lontani dal centro e dalla vita religiosa ufficiale. Anche loro vengono “forzati” dalla luce del cielo, avvolti dalla gloria e dall’annuncio dell’angelo: «È nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore». Non possono restare indifferenti, vengono coinvolti, chiamati in causa.<br /><br /> La terza sorpresa è l’invito all’annuncio quotidiano. Nella messa dell’Aurora, celebrata alla BVI, ho contemplato i pastori che, dopo questa straordinaria epifania del cielo, si mettono in cammino, vanno a cercarlo e lo trovano: un bambino, fragile e reale. Da quell’incontro nasce il desiderio di raccontare, di annunciare giorno per giorno ciò che hanno visto e udito.<br /><br /> Il Verbo fatto carne: un bambino che parla<br /><br /> Il Vangelo di Giovanni, denso e impegnativo, ci fa compiere un primo grande passo avanti. Quel bambino non è semplicemente un neonato come tanti: è Dio che si è fatto carne, che si è fatto parte della nostra umanità. Giovanni lo chiama il Verbo, la Parola. Questo significa che è una Parola che parla a noi, una Parola viva, rivolta alla nostra vita concreta.<br /><br /> La Lettera agli Ebrei ci ricorda che Dio, dopo aver parlato attraverso i profeti, ora ci parla attraverso il Figlio. È un Figlio che parla, un bambino che è Parola. Questo mistero ci dice che la Parola, presente fin dalla creazione del mondo, entra nelle mangiatoie delle nostre vite, delle nostre case, delle nostre storie ferite. Ma proprio perché è Parola, chiede ascolto.<br /><br /> Si innesca così una dinamica di comunicazione: parole, insegnamenti, consolazioni. Davanti a questo mistero, sento che dovremmo imparare a tacere di più noi, a fare silenzio, per metterci davvero in ascolto. Cosa ci dice questo bambino? Cosa ci dice questo Messia? Tutta la vita di Gesù sarà una Parola di vita donata giorno per giorno a chi sa ascoltare.<br /><br /> Accogliere il bambino: un verbo esigente<br /><br /> Il secondo passo che il Vangelo ci propone è quello dell’accoglienza. Non è affatto scontato accogliere Gesù. Possiamo avere la mangiatoia, il presepe, immagini bellissime come quelle che ammiriamo nelle nostre chiese, ma tutto questo rischia di spostarci poco se non c’è una vera accoglienza.<br /><br /> Questo bambino va accolto. Le famiglie che hanno il dono di avere figli sanno quanto un bambino cambi radicalmente la vita, le dinamiche, le priorità. Accogliere significa abbracciare, farlo nostro, ascoltarlo, credere in lui, lasciargli spazio. Vuol dire mettersi alla sua scuola, diventare suoi discepoli, come i pastori che si mettono in cammino per cercarlo.<br /><br /> Accogliere è una parola forte, un verbo impegnativo, che chiede conversione, cambiamento, spazio reale nella nostra vita. Se non accogliamo questo bambino, lui resta comunque presente, ma farà poca strada in noi. Al contrario, Giovanni ci dice che a quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio. Accogliere Gesù significa diventare figli, generati da Dio come lui.<br /><br /> La colletta di oggi lo esprime in modo bellissimo: noi, creati a sua immagine, condividiamo la sua natura divina perché lui ha voluto condividere la nostra natura umana. 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Le vivo come tre regali, quasi tre doni “forzati” che il Signore vuole farci questa sera. Ci si potrebbe chiedere perché siamo qui, che senso abbia celebrare ancora il Natale, mentre il mondo sembra dominato dal linguaggio della violenza e dei potenti, dagli imperatori di ogni tempo, come Augusto nel Vangelo. La gente pare non contare nulla nelle grandi dinamiche delle nazioni. Ma se guardo anche alla mia vita, al mio cammino di fede, più o meno intenso, mi chiedo: come mi raggiunge questo Natale?<br /><br /> “Non c’era posto per loro”: lo spazio nel mio cuore<br /><br /> La prima sottolineatura nasce da una frase del Vangelo che mi ha colpito molto: “Non c’era posto per loro nell’alloggio”. Non dice semplicemente che Betlemme era piena, ma che non c’era posto per loro: per Giuseppe, Maria e il bambino che portava in grembo. Non c’era una stanza, nemmeno quella alta, un luogo accogliente per loro.<br /><br /> Questa frase diventa una domanda diretta alla mia vita: che posto do io al mistero del Natale? La mia esistenza è spesso piena, frenetica, affollata di impegni e pensieri. Celebrare la nascita di Gesù rischia di diventare un dettaglio marginale, qualcosa per cui non c’è spazio. Anche se abbiamo messo nel presepe una “casa gialla” come segno di accoglienza e di luce, per il Signore sembra non esserci una casa pronta. E forse lo stesso accade nel mio cuore: è troppo affollato, occupato da altro, segnato da violenza, solitudine, sofferenza, chiuso al punto da non riuscire ad aprire la porta a Giuseppe e Maria.<br /><br /> Eppure il regalo sta proprio qui: anche se non c’è posto, Gesù nasce lo stesso. Maria dà alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolge in fasce e lo depone in una mangiatoia. Anche senza spazio, lui prende posto. Si fa largo nella mia vita, con discrezione, chiedendo solo una mangiatoia, un luogo piccolo, umile, ma reale.<br /><br /> La mangiatoia e l’angelo: una presenza che sorprende<br /><br /> Il primo regalo è dunque la mangiatoia. Mi invita a chiedermi qual è quel piccolo spazio della mia vita in cui lui è già presente, dove si è fatto sentire, dove ha acceso una luce. Può essere una preghiera, una persona, una presenza inattesa. È qualcosa di piccolo, perché la sua presenza è discreta: non grida, non pretende altro che una mangiatoia.<br /><br /> Il secondo regalo è l’angelo che va dai pastori. Anche loro sono fuori contesto, ai margini, lontani dalla città, impegnati a custodire il gregge. Non cercano nulla, eppure l’angelo va da loro, li avvolge di luce e annuncia: “Non temete, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo. Oggi, per voi, è nato un Salvatore, Cristo Signore”.<br /><br /> È un annuncio inatteso, una forza che li raggiunge proprio nella periferia. È per tutti, ma è detto a loro, a ciascuno personalmente. E non basta una sola voce: tutta la volta del cielo si riempie di angeli che cantano. Anche per me è così: forse attraverso questa liturgia, un incontro imprevisto, una ricerca, una fede piccola ma illuminata, Dio mi raggiunge e mi avvolge di luce. Benedico allora la mangiatoia e l’angelo che viene a parlare a noi, pastori di oggi.<br /><br /> Un canto nuovo da annunciare giorno per giorno<br /><br /> La terza sottolineatura nasce dal Salmo responsoriale, 96(95): “Cantate al Signore un canto nuovo, annunciate di giorno in giorno la sua salvezza”. I pastori ricevono l’annuncio e poi si mettono in cammino per vedere il segno: un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia. Ma prima ancora, la Parola li invita – e invita me – a cantare.<br /><br /> Il Natale, questa “forzatura” di Dio che si fa bambino e viene ad abitare in mezzo a noi, diventa un canto di gioia. È qualcosa da ringraziare e da cantare, come fa il coro che ci accompagna. Ma non solo per un giorno: va annunciato di giorno in giorno. È una dimensione quotidiana della fede, un’accoglienza che si rinnova ogni giorno e che diventa testimonianza.<br /><br /> Questo annuncio deve trasparire anche dal volto, da una gioia visibile, capace di coinvolgere tutte le nazioni, non solo pochi. È la restituzione del dono ricevuto: dalla piccola mangiatoia nasce una luce che non può restare chiusa. Anche nei giorni di festa, mentre alcuni sono in famiglia, c’è qualcuno che è solo, e anche per lui siamo responsabili di questo annuncio.<br /><br /> Dal presepe, da quella mangiatoia nascosta persino nel confessionale, siamo chiamati a uscire e a portare questa luce a tutti, giorno per giorno. Questo è il mistero del Natale: un dono troppo grande per noi, piccoli e un po’ smarriti come i pastori, ma una forzatura di Dio che ci coinvolge e ci prende per mano. E a noi non resta che lasciarci prendere per mano.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69200452</guid><pubDate>Thu, 25 Dec 2025 00:14:42 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69200452/imported_1766621489838713_audio.mp3" length="11079262" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Tre regali “forzati” di una liturgia luminosa

In questa liturgia così bella e luminosa, che parla da sola attraverso i salmi e le antifone che abbiamo cantato e ascoltato, colgo tre grandi sottolineature. Le vivo come tre regali, quasi tre doni...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Tre regali “forzati” di una liturgia luminosa<br /><br /> In questa liturgia così bella e luminosa, che parla da sola attraverso i salmi e le antifone che abbiamo cantato e ascoltato, colgo tre grandi sottolineature. Le vivo come tre regali, quasi tre doni “forzati” che il Signore vuole farci questa sera. Ci si potrebbe chiedere perché siamo qui, che senso abbia celebrare ancora il Natale, mentre il mondo sembra dominato dal linguaggio della violenza e dei potenti, dagli imperatori di ogni tempo, come Augusto nel Vangelo. La gente pare non contare nulla nelle grandi dinamiche delle nazioni. Ma se guardo anche alla mia vita, al mio cammino di fede, più o meno intenso, mi chiedo: come mi raggiunge questo Natale?<br /><br /> “Non c’era posto per loro”: lo spazio nel mio cuore<br /><br /> La prima sottolineatura nasce da una frase del Vangelo che mi ha colpito molto: “Non c’era posto per loro nell’alloggio”. Non dice semplicemente che Betlemme era piena, ma che non c’era posto per loro: per Giuseppe, Maria e il bambino che portava in grembo. Non c’era una stanza, nemmeno quella alta, un luogo accogliente per loro.<br /><br /> Questa frase diventa una domanda diretta alla mia vita: che posto do io al mistero del Natale? La mia esistenza è spesso piena, frenetica, affollata di impegni e pensieri. Celebrare la nascita di Gesù rischia di diventare un dettaglio marginale, qualcosa per cui non c’è spazio. Anche se abbiamo messo nel presepe una “casa gialla” come segno di accoglienza e di luce, per il Signore sembra non esserci una casa pronta. E forse lo stesso accade nel mio cuore: è troppo affollato, occupato da altro, segnato da violenza, solitudine, sofferenza, chiuso al punto da non riuscire ad aprire la porta a Giuseppe e Maria.<br /><br /> Eppure il regalo sta proprio qui: anche se non c’è posto, Gesù nasce lo stesso. Maria dà alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolge in fasce e lo depone in una mangiatoia. Anche senza spazio, lui prende posto. Si fa largo nella mia vita, con discrezione, chiedendo solo una mangiatoia, un luogo piccolo, umile, ma reale.<br /><br /> La mangiatoia e l’angelo: una presenza che sorprende<br /><br /> Il primo regalo è dunque la mangiatoia. Mi invita a chiedermi qual è quel piccolo spazio della mia vita in cui lui è già presente, dove si è fatto sentire, dove ha acceso una luce. Può essere una preghiera, una persona, una presenza inattesa. È qualcosa di piccolo, perché la sua presenza è discreta: non grida, non pretende altro che una mangiatoia.<br /><br /> Il secondo regalo è l’angelo che va dai pastori. Anche loro sono fuori contesto, ai margini, lontani dalla città, impegnati a custodire il gregge. Non cercano nulla, eppure l’angelo va da loro, li avvolge di luce e annuncia: “Non temete, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo. Oggi, per voi, è nato un Salvatore, Cristo Signore”.<br /><br /> È un annuncio inatteso, una forza che li raggiunge proprio nella periferia. È per tutti, ma è detto a loro, a ciascuno personalmente. E non basta una sola voce: tutta la volta del cielo si riempie di angeli che cantano. Anche per me è così: forse attraverso questa liturgia, un incontro imprevisto, una ricerca, una fede piccola ma illuminata, Dio mi raggiunge e mi avvolge di luce. Benedico allora la mangiatoia e l’angelo che viene a parlare a noi, pastori di oggi.<br /><br /> Un canto nuovo da annunciare giorno per giorno<br /><br /> La terza sottolineatura nasce dal Salmo responsoriale, 96(95): “Cantate al Signore un canto nuovo, annunciate di giorno in giorno la sua salvezza”. I pastori ricevono l’annuncio e poi si mettono in cammino per vedere il segno: un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia. Ma prima ancora, la Parola li invita – e invita me – a cantare.<br /><br /> Il Natale, questa “forzatura” di Dio che si fa bambino e viene ad abitare in mezzo a noi, diventa un canto di gioia. È qualcosa da ringraziare e da cantare, come fa il coro che ci accompagna. 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In realtà, ciò che emerge è un disinteresse profondo, una convinzione di potercela fare da solo.<br /><br /> È impressionante però l’insistenza di Dio. Nonostante il rifiuto, il Signore continua a parlare, arrivando quasi a rimproverare: non basta stancare gli uomini, ora volete stancare anche Dio? Questa parola rivela una tensione profonda tra la libertà dell’uomo e la fedeltà di Dio all’alleanza.<br /><br /> La stanchezza di Dio e la ribellione del cuore umano<br /><br /> Questo atteggiamento di autosufficienza non appartiene solo ai potenti, ma anche a noi. È il desiderio di fare da soli, di dimenticare l’alleanza e di non camminare nella legge di Dio. Un atteggiamento che, in modo sorprendente, “stanca” il Signore. Fa impressione pensare a un Dio che si stufa, che si disgusta, eppure la Scrittura lo dice chiaramente.<br /><br /> Il Salmo 94 ricorda come Dio si sia disgustato per quarant’anni di quella generazione dal cuore traviato, già nel deserto. Non bastava al popolo l’amore di Dio, la liberazione dall’Egitto, il dono della legge. Questo rifiuto è radicato nel cuore umano fin dall’inizio, dalla ribellione di Adamo ed Eva. Eppure, nonostante tutto, Dio continua instancabilmente a cercarci.<br /><br /> Il segno scandaloso scelto da Dio: un bambino<br /><br /> Proprio qui sta ciò che più mi colpisce: il segno che Dio sceglie per smuovere il cuore del popolo. Non un evento clamoroso, non una vittoria militare o una catastrofe cosmica, ma una vergine che concepisce e partorisce un figlio, chiamato Emanuele.<br /><br /> È un segno fragile, scandaloso nella sua piccolezza: un bambino. Un segno che potrebbe facilmente passare inosservato, scomparire, non imporsi. Eppure è questo il segno dato ad Achaz, al suo popolo e a noi. Oggi, in un tempo in cui i bambini sono pochi e preziosi, questa fragilità parla ancora più forte. Preparandoci al Natale, ci accorgiamo che i bambini “ci stanno tra i piedi”, ma proprio questo è il loro dono: sono il segno che Dio è con noi.<br /><br /> I bambini come luce nel buio della storia<br /><br /> Ripenso a momenti concreti vissuti in comunità: l’accoglienza della luce, i bambini del catechismo e degli scout, guardati con commozione. Siamo fortunati ad avere bambini non solo perché rappresentano il futuro, ma perché sono il segno vivo dell’Emmanuele.<br /><br /> Penso anche a un papà che aspetta un figlio: un uomo apparentemente duro, con la barba lunga, che si illumina appena sente parlare di un bambino. E poi le immagini drammatiche di Gaza, visitata dal patriarca Pierbattista Pizzaballa: una terra distrutta, con tantissimi bambini morti, persino neonati morti di freddo. Eppure, in mezzo a tutto questo, bambini che accolgono, che giocano, che fanno scuola, che preparano una recita di Natale. Sono loro la luce. È questo il segno che Dio continua a mettere nella nostra vita: Gesù Cristo.<br /><br /> Giuseppe e lo scandalo di un Dio che entra nella storia<br /><br /> Il Vangelo racconta come Gesù Cristo viene generato ed entra nella storia, e subito pone un problema a Giuseppe. Mi colpisce la sua interiorità, il suo pensare, il suo cercare una via giusta senza rinnegare l’amore per Maria. È nel sogno che riceve la parola decisiva: non temere di prendere con te Maria, perché il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo.<br /><br /> Questo bambino è un dono di Dio, il Salvatore, e Giuseppe è chiamato ad accoglierlo, a dargli un nome, a prendersi cura di lui. Tutto il mistero passa attraverso la carne di una donna e l’obbedienza silenziosa di un uomo. Ed è qui che emerge la nostra paura: abbiamo paura di un segno così piccolo, di dover concentrare la nostra vita sulla cura e sull’accoglienza di Dio nei piccoli.<br /><br /> Lo stile di Giuseppe: silenzio, fiducia e cammino<br /><br /> Giuseppe non parla, non discute, non chiede spiegazioni. Si sveglia e fa ciò che l’angelo gli ha detto. Forse non comprende tutto il progetto, ma cammina. Per lui è essenziale restare con la sua sposa e con questo dono di Dio.<br /><br /> Più avanti dovrà ancora fidarsi: fuggire in Egitto, tornare, sfuggire a Erode, un re grottesco terrorizzato da un bambino. Anche noi siamo invitati a non temere di prendere con noi questo Dio piccolo, innocente e impotente davanti alle grandi sfide della vita.<br /><br /> Servi e chiamati: la strada indicata da Paolo<br /><br /> Infine, mi risuona con forza l’inizio della Lettera ai Romani: Paolo si definisce servo di Gesù Cristo. Servo di un bambino. Apostolo per chiamata. Questa parola, “chiamata”, ritorna più volte e diventa centrale: tutti siamo chiamati da Gesù Cristo, amati da Dio, santi per chiamata.<br /><br /> Paolo, che un tempo perseguitava la Chiesa, si è scoperto servo per vocazione. Anche noi siamo chiamati a una strada di servizio, quasi di schiavitù, non per costrizione ma per amore. È questa strada che ci fa gustare l’amore di Dio e ci introduce nella santità.<br /><br /> Questa chiamata non è solo individuale, ma comunitaria. Siamo “segregati” – nel senso forte del termine – per il Vangelo, per occuparci della piccolezza di Dio che entra nella nostra vita. Se rifiutiamo questa chiamata, rischiamo di fare come Achaz e perdere tutto. Ma Dio è più forte del nostro orgoglio: la sua potenza nella piccolezza continua a muovere i cuori.<br /><br /> Per questo voglio allargare il cuore e prepararmi all’incontro con il bambino Gesù che nasce a Betlemme, mettendomi anche io sulla strada silenziosa e fiduciosa indicata da Giuseppe.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69158732</guid><pubDate>Sun, 21 Dec 2025 18:46:12 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69158732/imported_1766342553275737_audio.mp3" length="12825495" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Achaz e il rifiuto di Dio nel gioco dei potenti

Rimango colpito dal modo in cui il profeta Isaia presenta il re Achaz: immerso nel gioco delle alleanze, del potere e delle strategie politiche, Achaz pensa di non aver bisogno di Dio. Quando il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Achaz e il rifiuto di Dio nel gioco dei potenti<br /><br /> Rimango colpito dal modo in cui il profeta Isaia presenta il re Achaz: immerso nel gioco delle alleanze, del potere e delle strategie politiche, Achaz pensa di non aver bisogno di Dio. Quando il Signore, tramite il profeta, gli offre un segno, lui rifiuta con una frase apparentemente pia: non vuole tentare il Signore. In realtà, ciò che emerge è un disinteresse profondo, una convinzione di potercela fare da solo.<br /><br /> È impressionante però l’insistenza di Dio. Nonostante il rifiuto, il Signore continua a parlare, arrivando quasi a rimproverare: non basta stancare gli uomini, ora volete stancare anche Dio? Questa parola rivela una tensione profonda tra la libertà dell’uomo e la fedeltà di Dio all’alleanza.<br /><br /> La stanchezza di Dio e la ribellione del cuore umano<br /><br /> Questo atteggiamento di autosufficienza non appartiene solo ai potenti, ma anche a noi. È il desiderio di fare da soli, di dimenticare l’alleanza e di non camminare nella legge di Dio. Un atteggiamento che, in modo sorprendente, “stanca” il Signore. Fa impressione pensare a un Dio che si stufa, che si disgusta, eppure la Scrittura lo dice chiaramente.<br /><br /> Il Salmo 94 ricorda come Dio si sia disgustato per quarant’anni di quella generazione dal cuore traviato, già nel deserto. Non bastava al popolo l’amore di Dio, la liberazione dall’Egitto, il dono della legge. Questo rifiuto è radicato nel cuore umano fin dall’inizio, dalla ribellione di Adamo ed Eva. Eppure, nonostante tutto, Dio continua instancabilmente a cercarci.<br /><br /> Il segno scandaloso scelto da Dio: un bambino<br /><br /> Proprio qui sta ciò che più mi colpisce: il segno che Dio sceglie per smuovere il cuore del popolo. Non un evento clamoroso, non una vittoria militare o una catastrofe cosmica, ma una vergine che concepisce e partorisce un figlio, chiamato Emanuele.<br /><br /> È un segno fragile, scandaloso nella sua piccolezza: un bambino. Un segno che potrebbe facilmente passare inosservato, scomparire, non imporsi. Eppure è questo il segno dato ad Achaz, al suo popolo e a noi. Oggi, in un tempo in cui i bambini sono pochi e preziosi, questa fragilità parla ancora più forte. Preparandoci al Natale, ci accorgiamo che i bambini “ci stanno tra i piedi”, ma proprio questo è il loro dono: sono il segno che Dio è con noi.<br /><br /> I bambini come luce nel buio della storia<br /><br /> Ripenso a momenti concreti vissuti in comunità: l’accoglienza della luce, i bambini del catechismo e degli scout, guardati con commozione. Siamo fortunati ad avere bambini non solo perché rappresentano il futuro, ma perché sono il segno vivo dell’Emmanuele.<br /><br /> Penso anche a un papà che aspetta un figlio: un uomo apparentemente duro, con la barba lunga, che si illumina appena sente parlare di un bambino. E poi le immagini drammatiche di Gaza, visitata dal patriarca Pierbattista Pizzaballa: una terra distrutta, con tantissimi bambini morti, persino neonati morti di freddo. Eppure, in mezzo a tutto questo, bambini che accolgono, che giocano, che fanno scuola, che preparano una recita di Natale. Sono loro la luce. È questo il segno che Dio continua a mettere nella nostra vita: Gesù Cristo.<br /><br /> Giuseppe e lo scandalo di un Dio che entra nella storia<br /><br /> Il Vangelo racconta come Gesù Cristo viene generato ed entra nella storia, e subito pone un problema a Giuseppe. Mi colpisce la sua interiorità, il suo pensare, il suo cercare una via giusta senza rinnegare l’amore per Maria. È nel sogno che riceve la parola decisiva: non temere di prendere con te Maria, perché il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo.<br /><br /> Questo bambino è un dono di Dio, il Salvatore, e Giuseppe è chiamato ad accoglierlo, a dargli un nome, a prendersi cura di lui. Tutto il mistero passa attraverso la carne di una donna e l’obbedienza silenziosa di un uomo. Ed è qui che emerge la nostra paura: abbiamo paura di un...]]></itunes:summary><itunes:duration>802</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Dio si stanca di noi? Omelia 20 dicembre novena Natale 2025</title><link>https://www.spreaker.com/episode/dio-si-stanca-di-noi-omelia-20-dicembre-novena-natale-2025--69147188</link><description><![CDATA[Dio si stanca di noi? Il profeta Isaia sembra dirlo chiaramente parlando al re Acaz. Gli chiede di domandare un segno al suo Dio, di lasciarsi aiutare, ma Acaz rifiuta: «Non lo voglio tentare». In realtà, so bene dal contesto storico che Acaz aveva già stretto alleanze politiche e pensava di non aver bisogno di Dio. Dietro parole apparentemente pie, come il non voler “disturbare” Dio, si nasconde una profonda autosufficienza. Isaia allora insiste e denuncia questo atteggiamento: non basta stancare gli uomini, ora Acaz arriva persino a stancare Dio.<br /><br /> In che senso Dio si stanca<br /><br /> Ovviamente Dio, in senso proprio, non si stanca mai. Lo stesso Isaia afferma che Dio non si affatica né si stanca, perché le sue energie sono infinite. Tuttavia, ciò che “stanca” Dio è l’atteggiamento umano di chi non si fida, di chi non crede, di chi non si affida. È la stanchezza di chi ha davanti qualcuno che rifiuta continuamente la conversione. Penso alle parole del Salmo 94: «Per quarant’anni mi disgustai di quella generazione». Non è una stanchezza fisica, ma il dolore di un amore non accolto.<br /><br /> Il culto vuoto e la mancanza di conversione<br /><br /> Ritrovo questa “stanchezza” di Dio anche in altri passi della Scrittura, quando il popolo compie riti, preghiere e culti solo esteriori, senza che vi sia coerenza con la vita. Si celebrano noviluni e feste, ma non si aiuta il povero. Quando le parole non corrispondono alle azioni, quando il cuore resta chiuso, Dio si “stanca”. Non perché si stanchi di perdonare — anzi, Dio non si stanca mai di perdonare — ma perché si trova davanti a chi non chiede perdono, a chi non fa il passo decisivo della conversione.<br /><br /> Il desiderio di Dio di una relazione vera<br /><br /> Capisco allora che Dio sembra avere bisogno della nostra apertura del cuore, del nostro ascolto. Senza questa disponibilità, potremmo dire che “si stanca”, nel senso che il suo amore resta senza risposta. È un modo umano di esprimere quanto sia grande il suo desiderio di relazione con noi. Dio chiede: chiedi un segno, entra in rapporto con me, fidati di me.<br /><br /> Maria, l’opposto di Acaz<br /><br /> Nel Vangelo, la Vergine Maria appare come l’esatto contrario di Acaz. Nella sua casa di Nazareth, l’angelo irrompe nella sua vita e lei si mostra totalmente aperta e accogliente. Non è passiva: fa domande, chiede come sia possibile ciò che le viene annunciato, prova timore. Ma alla fine pronuncia il suo “sì”: «Avvenga per me secondo la tua parola». Accoglie tutto ciò che le viene detto su quel bambino, Figlio dell’Altissimo, generato dallo Spirito Santo, e si rallegra profondamente. È la donna che riconosce: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente».<br /><br /> L’Emmanuele, segno di un Dio che non si stanca<br /><br /> Con Maria, Dio non si stanca affatto, anzi opera ancora di più. Il segno supremo è proprio il bambino annunciato da Isaia: la Vergine concepirà e partorirà un figlio che si chiamerà Emmanuele, Dio con noi. Questo rivela che Dio non si stanca di noi a tal punto da desiderare di abitare in mezzo a noi. Un Dio che si stancasse davvero resterebbe lontano, sulle nuvole; invece Dio sceglie di piantare la sua tenda tra noi e di condividere la nostra vita.<br /><br /> Il mistero del Natale<br /><br /> Arrivo così al cuore del mistero del Natale: è il mistero di un Dio che non si stanca, che cerca sempre nuove strade per aprire il nostro cuore, per entrare in relazione con noi e godere della nostra compagnia e del nostro amore. Di fronte a questo desiderio instancabile di Dio, non posso che ringraziarlo profondamente.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69147188</guid><pubDate>Sat, 20 Dec 2025 13:47:51 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69147188/imported_1766238308369563_audio.mp3" length="5376209" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Dio si stanca di noi? Il profeta Isaia sembra dirlo chiaramente parlando al re Acaz. Gli chiede di domandare un segno al suo Dio, di lasciarsi aiutare, ma Acaz rifiuta: «Non lo voglio tentare». In realtà, so bene dal contesto storico che Acaz aveva...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Dio si stanca di noi? Il profeta Isaia sembra dirlo chiaramente parlando al re Acaz. Gli chiede di domandare un segno al suo Dio, di lasciarsi aiutare, ma Acaz rifiuta: «Non lo voglio tentare». In realtà, so bene dal contesto storico che Acaz aveva già stretto alleanze politiche e pensava di non aver bisogno di Dio. Dietro parole apparentemente pie, come il non voler “disturbare” Dio, si nasconde una profonda autosufficienza. Isaia allora insiste e denuncia questo atteggiamento: non basta stancare gli uomini, ora Acaz arriva persino a stancare Dio.<br /><br /> In che senso Dio si stanca<br /><br /> Ovviamente Dio, in senso proprio, non si stanca mai. Lo stesso Isaia afferma che Dio non si affatica né si stanca, perché le sue energie sono infinite. Tuttavia, ciò che “stanca” Dio è l’atteggiamento umano di chi non si fida, di chi non crede, di chi non si affida. È la stanchezza di chi ha davanti qualcuno che rifiuta continuamente la conversione. Penso alle parole del Salmo 94: «Per quarant’anni mi disgustai di quella generazione». Non è una stanchezza fisica, ma il dolore di un amore non accolto.<br /><br /> Il culto vuoto e la mancanza di conversione<br /><br /> Ritrovo questa “stanchezza” di Dio anche in altri passi della Scrittura, quando il popolo compie riti, preghiere e culti solo esteriori, senza che vi sia coerenza con la vita. Si celebrano noviluni e feste, ma non si aiuta il povero. Quando le parole non corrispondono alle azioni, quando il cuore resta chiuso, Dio si “stanca”. Non perché si stanchi di perdonare — anzi, Dio non si stanca mai di perdonare — ma perché si trova davanti a chi non chiede perdono, a chi non fa il passo decisivo della conversione.<br /><br /> Il desiderio di Dio di una relazione vera<br /><br /> Capisco allora che Dio sembra avere bisogno della nostra apertura del cuore, del nostro ascolto. Senza questa disponibilità, potremmo dire che “si stanca”, nel senso che il suo amore resta senza risposta. È un modo umano di esprimere quanto sia grande il suo desiderio di relazione con noi. Dio chiede: chiedi un segno, entra in rapporto con me, fidati di me.<br /><br /> Maria, l’opposto di Acaz<br /><br /> Nel Vangelo, la Vergine Maria appare come l’esatto contrario di Acaz. Nella sua casa di Nazareth, l’angelo irrompe nella sua vita e lei si mostra totalmente aperta e accogliente. Non è passiva: fa domande, chiede come sia possibile ciò che le viene annunciato, prova timore. Ma alla fine pronuncia il suo “sì”: «Avvenga per me secondo la tua parola». Accoglie tutto ciò che le viene detto su quel bambino, Figlio dell’Altissimo, generato dallo Spirito Santo, e si rallegra profondamente. È la donna che riconosce: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente».<br /><br /> L’Emmanuele, segno di un Dio che non si stanca<br /><br /> Con Maria, Dio non si stanca affatto, anzi opera ancora di più. Il segno supremo è proprio il bambino annunciato da Isaia: la Vergine concepirà e partorirà un figlio che si chiamerà Emmanuele, Dio con noi. Questo rivela che Dio non si stanca di noi a tal punto da desiderare di abitare in mezzo a noi. Un Dio che si stancasse davvero resterebbe lontano, sulle nuvole; invece Dio sceglie di piantare la sua tenda tra noi e di condividere la nostra vita.<br /><br /> Il mistero del Natale<br /><br /> Arrivo così al cuore del mistero del Natale: è il mistero di un Dio che non si stanca, che cerca sempre nuove strade per aprire il nostro cuore, per entrare in relazione con noi e godere della nostra compagnia e del nostro amore. 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Maria è detta promessa sposa di Giuseppe, ma in realtà è già la sua sposa: il cammino che hanno fatto insieme non viene annullato. Quello che è accaduto a lei non rappresenta un impedimento, bensì qualcosa di immensamente grande. Tuttavia, questa grandezza ha bisogno del sogno, perché senza di esso tutto potrebbe fermarsi. Il sogno diventa così la chiave che permette di andare avanti.<br /><br /> La sospensione e la liberazione<br /><br /> Nel racconto non viene specificato quanto tempo Giuseppe impieghi a considerare le diverse opzioni, da quando viene a sapere della gravidanza di Maria a quando riceve il sogno. Immagino però una sorta di sospensione del progetto, una pausa dolorosa e carica di interrogativi. Proprio in questo spazio di incertezza intervengono le parole dell’angelo, che lo liberano da una delle opzioni possibili e, soprattutto, gli aprono una prospettiva molto più bella e più grande. Il sogno non chiude, ma spalanca.<br /><br /> Il «non temere» e la chiamata personale<br /><br /> Penso che l’invito dell’angelo a non temere riguardi sia i dubbi e i rovelli interiori di Giuseppe, sia il timore di ciò che l’angelo sta per annunciargli: diventare parte di un disegno più grande di lui. Giuseppe viene coinvolto nell’adempimento della parola del profeta Isaia, un progetto che porterà alla salvezza di tutto il popolo. È qualcosa che lo supera infinitamente, eppure lui ne è parte integrante. Questo mi colpisce profondamente: un uomo semplice, inserito in un piano così vasto.<br /><br /> Il sogno come strumento di Dio<br /><br /> Mi viene da benedire questi sogni. Forse anche noi li abbiamo, ma non sempre riusciamo ad accoglierli; oppure sono rari e inattesi. In ogni caso, il sogno appare come uno strumento di Dio. Non è diretto come un dialogo faccia a faccia con una persona concreta e forse lascia anche un po’ storditi, quasi rimbambiti. Eppure è chiaramente un segno di Dio, inequivocabile nella sua forza.<br /><br /> La concretezza dell’obbedienza<br /><br /> Un aspetto impressionante è la reazione di Giuseppe: appena si desta, fa esattamente ciò che l’angelo gli ha detto. Il sogno non resta qualcosa di vago o astratto. Produce azione. Giuseppe è un uomo estremamente concreto: prende con sé la sua sposa e agisce. In questo gesto semplice e deciso vedo la grandezza della sua fede, una fede che non si perde nei ragionamenti ma si traduce immediatamente in vita vissuta.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69125212</guid><pubDate>Thu, 18 Dec 2025 22:14:13 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69125212/imported_1766095821205444_audio.mp3" length="3365825" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Un sogno che conferma e rilancia il progetto

Ho riflettuto sulla figura di Giuseppe e su questo sogno così opportuno e decisivo. Mi colpisce come esso non distrugga ciò che Giuseppe aveva già impostato e vissuto con Maria, ma anzi lo confermi e lo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Un sogno che conferma e rilancia il progetto<br /><br /> Ho riflettuto sulla figura di Giuseppe e su questo sogno così opportuno e decisivo. Mi colpisce come esso non distrugga ciò che Giuseppe aveva già impostato e vissuto con Maria, ma anzi lo confermi e lo porti a compimento. Maria è detta promessa sposa di Giuseppe, ma in realtà è già la sua sposa: il cammino che hanno fatto insieme non viene annullato. Quello che è accaduto a lei non rappresenta un impedimento, bensì qualcosa di immensamente grande. Tuttavia, questa grandezza ha bisogno del sogno, perché senza di esso tutto potrebbe fermarsi. Il sogno diventa così la chiave che permette di andare avanti.<br /><br /> La sospensione e la liberazione<br /><br /> Nel racconto non viene specificato quanto tempo Giuseppe impieghi a considerare le diverse opzioni, da quando viene a sapere della gravidanza di Maria a quando riceve il sogno. Immagino però una sorta di sospensione del progetto, una pausa dolorosa e carica di interrogativi. Proprio in questo spazio di incertezza intervengono le parole dell’angelo, che lo liberano da una delle opzioni possibili e, soprattutto, gli aprono una prospettiva molto più bella e più grande. Il sogno non chiude, ma spalanca.<br /><br /> Il «non temere» e la chiamata personale<br /><br /> Penso che l’invito dell’angelo a non temere riguardi sia i dubbi e i rovelli interiori di Giuseppe, sia il timore di ciò che l’angelo sta per annunciargli: diventare parte di un disegno più grande di lui. Giuseppe viene coinvolto nell’adempimento della parola del profeta Isaia, un progetto che porterà alla salvezza di tutto il popolo. È qualcosa che lo supera infinitamente, eppure lui ne è parte integrante. Questo mi colpisce profondamente: un uomo semplice, inserito in un piano così vasto.<br /><br /> Il sogno come strumento di Dio<br /><br /> Mi viene da benedire questi sogni. Forse anche noi li abbiamo, ma non sempre riusciamo ad accoglierli; oppure sono rari e inattesi. In ogni caso, il sogno appare come uno strumento di Dio. Non è diretto come un dialogo faccia a faccia con una persona concreta e forse lascia anche un po’ storditi, quasi rimbambiti. Eppure è chiaramente un segno di Dio, inequivocabile nella sua forza.<br /><br /> La concretezza dell’obbedienza<br /><br /> Un aspetto impressionante è la reazione di Giuseppe: appena si desta, fa esattamente ciò che l’angelo gli ha detto. Il sogno non resta qualcosa di vago o astratto. Produce azione. Giuseppe è un uomo estremamente concreto: prende con sé la sua sposa e agisce. In questo gesto semplice e deciso vedo la grandezza della sua fede, una fede che non si perde nei ragionamenti ma si traduce immediatamente in vita vissuta.]]></itunes:summary><itunes:duration>211</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia per la festa di San Lazzaro</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-per-la-festa-di-san-lazzaro--69105692</link><description><![CDATA[La separazione che ferisce il cuore<br /><br /> Pregando questo Vangelo per la liturgia, sono rimasto profondamente colpito, quasi angosciato, dalla separazione netta e voluta tra il mondo del ricco e quello di Lazzaro. Sono mondi agli opposti eppure vicinissimi: si conoscono, si vedono, ma non si incontrano davvero. Non dialogano, non si parlano, non si incrociano. Questa distanza, così evidente, tocca nel profondo perché non è solo geografica o sociale, ma relazionale e spirituale.<br /><br /> È una separazione che scandalizza perché è concreta, quotidiana, e allo stesso tempo terribilmente possibile anche per noi. Possiamo trovarci da una parte o dall’altra, come vittime o come carnefici di questa distanza che cresce silenziosa.<br /><br /> Ricchezza e povertà agli estremi<br /><br /> Il ricco è ricco in tutto: nei vestiti, nel cibo, nella casa, nel suo stile di vita. Lazzaro invece è povero in tutto: è un mendicante alla porta, malato, coperto di piaghe, affamato. È così solo che i suoi unici “concorrenti” sono i cani, più veloci di lui nel raccogliere le briciole che cadono dalla tavola.<br /><br /> Questa opposizione radicale non si esaurisce con la morte. Anzi, continua e si irrigidisce ulteriormente: nel mondo dei morti appare un abisso incolmabile che nessuno può attraversare. “Tu hai ricevuto i tuoi beni, Lazzaro i suoi mali; ora lui è consolato e tu sei nei tormenti.” È un’immagine durissima, che mette paura proprio perché ci riguarda da vicino.<br /><br /> Gli abissi nelle nostre relazioni quotidiane<br /><br /> Questa separazione non è solo una parabola lontana: parla delle dinamiche del nostro vivere insieme. Esistono muri e abissi anche nelle nostre famiglie, nei rapporti di coppia, tra genitori e figli. Ci sono dialoghi impossibili, mondi incomunicabili, relazioni che vanno avanti solo a frasi di circostanza mentre dentro restano ferite che sembrano non rimarginarsi mai.<br /><br /> Lo stesso accade nelle comunità, tra di noi preti, nella città, nei condomini. C’è tanta solitudine e spesso la sensazione di non poter fare nulla di davvero significativo. Il Vangelo sembra quasi dirci che questa distanza non si riesce a colmare, che i nostri tentativi sono fragili, velleitari, insufficienti.<br /><br /> Mosè, i profeti e una strada che sembra fragile<br /><br /> Persino la risposta di Abramo nella parabola sembra debole, quasi rassegnata: “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro.” E quando si insiste perché qualcuno torni dai morti ad avvertire i fratelli, la risposta è ancora più dura: anche se uno risuscitasse, non ascolterebbero.<br /><br /> Allora come si fa? L’unica strada indicata è questa: ascoltare Mosè e i profeti. È una via che sembra povera, fragile, ma è l’unica che viene indicata come possibile.<br /><br /> La chiamata di Giacobbe e la forza dell’ascolto<br /><br /> Proprio per questo mi è tornata alla mente con forza la prima lettura. Giacobbe, ormai anziano, chiama a sé i figli. È una convocazione bellissima, soprattutto se pensiamo che questi fratelli non erano santi: tra di loro ci sono stati tradimenti, violenze, tentativi di omicidio, una storia carica di ferite.<br /><br /> Eppure Giacobbe li chiama tutti, e loro devono obbedire. “Radunatevi e ascoltate, figli di Giacobbe; ascoltate Israele, vostro padre.” Questa chiamata e questo ascolto sono decisivi. È un’obbedienza che nasce dall’essere convocati, dal lasciarsi radunare davanti a un padre.<br /><br /> Questa stessa dinamica ritorna anche nella seconda lettura: “chiamati da Cristo Gesù, santi per chiamata”. È una chiamata che cambia la vita, come ha cambiato quella dei figli di Giacobbe.<br /><br /> La benedizione di Giuda: dalla rivalità alla lode<br /><br /> Il testo ci riporta solo la benedizione di Giuda, ed è carica di significato. “Ti loderanno i tuoi fratelli.” Il nome Giuda viene proprio dal verbo “lodare”. In mezzo a tante tensioni, emerge un fratello che diventa segno di lode, qualcuno che aiuta gli altri a lodare il Signore e a ringraziare il Padre.<br /><br /> Questa lode non è forzata, non è una sottomissione violenta, ma una benedizione. La storia e la discendenza di Israele saranno sempre un ritorno a questa elezione, a questa scelta di Dio, a questa lode che sostituisce la rivalità e il litigio.<br /><br /> Giuda è descritto come un re forte e sicuro, un leone giovane che non ha bisogno di attaccare inutilmente. È potente, protegge, custodisce. Il bastone del comando non si allontanerà da lui finché verrà colui al quale appartiene davvero, colui a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli.<br /><br /> Giuda come figura del Messia<br /><br /> Dietro Giuda si profila una figura più grande: il Messia, Gesù. È Lui il re mite e autorevole, capace di far sentire tutti fratelli. In Lui non ci sono più forti e deboli contrapposti: c’è cura per il debole e custodia anche per il forte, per il ricco e per il povero.<br /><br /> Davanti a Cristo, che da ricco si è fatto povero per arricchire noi, le divisioni si sgonfiano. Ritroviamo la gioia di essere Suoi, di essere guidati e consolati da Lui, presi per mano nelle nostre fughe, nelle difficoltà, nelle divisioni, nelle fatiche del dialogo e della compassione.<br /><br /> Radunarsi e ascoltare per non cadere nell’abisso<br /><br /> Ma tutto questo è possibile solo a una condizione: radunarsi e ascoltare. Ascoltare quella Parola che parla di Lui: Mosè, i profeti e il Vangelo. Non possiamo risolvercela da soli. Il testo non ci dice se il ricco e Lazzaro leggessero insieme la Parola di Dio, ma ci invita chiaramente a farlo noi.<br /><br /> Per questo dobbiamo ringraziare: perché questa è la strada forte e bella che ci viene consegnata come popolo di Dio, come cristiani, anche in contesti familiari, sociali o lavorativi difficili, che spesso remano contro.<br /><br /> Riposare come il giovane leone<br /><br /> Il radunarci, come stiamo facendo stasera, e l’ascoltare insieme aprono il cuore alla bellezza di essere figli e fratelli, con un unico Padre, attraverso Cristo. Questa è la nostra gioia più grande e la nostra pace.<br /><br /> Siamo qui per questo: non solo per la polenta, ma per riposare come il giovane leone. Riposare nel volerci bene, nel recuperare relazioni, nell’avere l’umiltà di mostrare all’altro il nostro limite e la nostra fatica. Perché, se non lo facciamo, quell’abisso comincia già da qui e rischia di non finire nemmeno di là.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69105692</guid><pubDate>Wed, 17 Dec 2025 21:43:55 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69105692/imported_1766006529235279_audio.mp3" length="11381864" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La separazione che ferisce il cuore

Pregando questo Vangelo per la liturgia, sono rimasto profondamente colpito, quasi angosciato, dalla separazione netta e voluta tra il mondo del ricco e quello di Lazzaro. Sono mondi agli opposti eppure...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La separazione che ferisce il cuore<br /><br /> Pregando questo Vangelo per la liturgia, sono rimasto profondamente colpito, quasi angosciato, dalla separazione netta e voluta tra il mondo del ricco e quello di Lazzaro. Sono mondi agli opposti eppure vicinissimi: si conoscono, si vedono, ma non si incontrano davvero. Non dialogano, non si parlano, non si incrociano. Questa distanza, così evidente, tocca nel profondo perché non è solo geografica o sociale, ma relazionale e spirituale.<br /><br /> È una separazione che scandalizza perché è concreta, quotidiana, e allo stesso tempo terribilmente possibile anche per noi. Possiamo trovarci da una parte o dall’altra, come vittime o come carnefici di questa distanza che cresce silenziosa.<br /><br /> Ricchezza e povertà agli estremi<br /><br /> Il ricco è ricco in tutto: nei vestiti, nel cibo, nella casa, nel suo stile di vita. Lazzaro invece è povero in tutto: è un mendicante alla porta, malato, coperto di piaghe, affamato. È così solo che i suoi unici “concorrenti” sono i cani, più veloci di lui nel raccogliere le briciole che cadono dalla tavola.<br /><br /> Questa opposizione radicale non si esaurisce con la morte. Anzi, continua e si irrigidisce ulteriormente: nel mondo dei morti appare un abisso incolmabile che nessuno può attraversare. “Tu hai ricevuto i tuoi beni, Lazzaro i suoi mali; ora lui è consolato e tu sei nei tormenti.” È un’immagine durissima, che mette paura proprio perché ci riguarda da vicino.<br /><br /> Gli abissi nelle nostre relazioni quotidiane<br /><br /> Questa separazione non è solo una parabola lontana: parla delle dinamiche del nostro vivere insieme. Esistono muri e abissi anche nelle nostre famiglie, nei rapporti di coppia, tra genitori e figli. Ci sono dialoghi impossibili, mondi incomunicabili, relazioni che vanno avanti solo a frasi di circostanza mentre dentro restano ferite che sembrano non rimarginarsi mai.<br /><br /> Lo stesso accade nelle comunità, tra di noi preti, nella città, nei condomini. C’è tanta solitudine e spesso la sensazione di non poter fare nulla di davvero significativo. Il Vangelo sembra quasi dirci che questa distanza non si riesce a colmare, che i nostri tentativi sono fragili, velleitari, insufficienti.<br /><br /> Mosè, i profeti e una strada che sembra fragile<br /><br /> Persino la risposta di Abramo nella parabola sembra debole, quasi rassegnata: “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro.” E quando si insiste perché qualcuno torni dai morti ad avvertire i fratelli, la risposta è ancora più dura: anche se uno risuscitasse, non ascolterebbero.<br /><br /> Allora come si fa? L’unica strada indicata è questa: ascoltare Mosè e i profeti. È una via che sembra povera, fragile, ma è l’unica che viene indicata come possibile.<br /><br /> La chiamata di Giacobbe e la forza dell’ascolto<br /><br /> Proprio per questo mi è tornata alla mente con forza la prima lettura. Giacobbe, ormai anziano, chiama a sé i figli. È una convocazione bellissima, soprattutto se pensiamo che questi fratelli non erano santi: tra di loro ci sono stati tradimenti, violenze, tentativi di omicidio, una storia carica di ferite.<br /><br /> Eppure Giacobbe li chiama tutti, e loro devono obbedire. “Radunatevi e ascoltate, figli di Giacobbe; ascoltate Israele, vostro padre.” Questa chiamata e questo ascolto sono decisivi. È un’obbedienza che nasce dall’essere convocati, dal lasciarsi radunare davanti a un padre.<br /><br /> Questa stessa dinamica ritorna anche nella seconda lettura: “chiamati da Cristo Gesù, santi per chiamata”. È una chiamata che cambia la vita, come ha cambiato quella dei figli di Giacobbe.<br /><br /> La benedizione di Giuda: dalla rivalità alla lode<br /><br /> Il testo ci riporta solo la benedizione di Giuda, ed è carica di significato. “Ti loderanno i tuoi fratelli.” Il nome Giuda viene proprio dal verbo “lodare”. In mezzo a tante tensioni, emerge un fratello che diventa segno di lode, qualcuno che aiuta gli altri a lodare il Signore e a...]]></itunes:summary><itunes:duration>712</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/54c7cbd40f63993fc1ed8f5e0ea2f1f9.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia 3a domenica di avvento anno A</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-3a-domenica-di-avvento-anno-a--69041537</link><description><![CDATA[Vivo questa domenica come una tappa davvero particolare del cammino di Avvento. Le parole del profeta Isaia — «Si rallegrino il deserto e la terra arida» — descrivono perfettamente il senso di questa celebrazione, chiamata non a caso Domenica della Gioia. Anche l’abito liturgico rosa lo manifesta visibilmente. Dopo le prime due domeniche segnate dall’attesa vigile e dalla conversione, oggi emerge con forza un invito nuovo: la gioia, l’esultanza, l’allegrezza.<br /><br /> Ripenso alle domeniche precedenti. La prima ci aveva chiamati a essere pronti, come Noè che costruiva l’arca preparando l’arrivo del diluvio: un invito a prepararci alla venuta del Signore nel Natale. La seconda, invece, ci aveva messo davanti Giovanni Battista con il suo grido deciso: «Convertitevi, il Regno dei Cieli è vicino». Un appello forte, che aveva smosso folle intere, da Gerusalemme e da tutta la Giudea, tutte in fila a confessare i propri peccati. Anche i farisei c’erano, pur con il rischio di sentirsi non bisognosi di conversione. In entrambe queste domeniche, però, la gioia non era ancora protagonista.<br /><br /> Una gioia che nasce nel deserto<br /><br /> La gioia di oggi non è affatto superficiale o “zuccherosa”. L’invito alla gioia è rivolto al deserto, alla terra arida, a chi ha le mani fiacche e le ginocchia vacillanti, a chi è stanco, zoppo, cieco, sordo. In fondo, è rivolto a noi. È proprio a chi vive situazioni di fatica, di aridità, di sete e di bisogno che il profeta dice: «Coraggio, non temete: ecco il vostro Dio viene a salvarvi».<br /><br /> Questa è una gioia che anticipa il futuro, una gioia “sulla fiducia”. Il Signore non è ancora arrivato, gli esiliati non sono ancora tornati a Gerusalemme, il deserto è ancora deserto, magari con qualche fiore che spunta, ma gli zoppi sono ancora zoppi. Eppure siamo invitati a gioire già ora, certi che il Signore verrà e che la sua venuta sarà qualcosa di straordinario. È una gioia che non può attendere, che ci chiede di allargare lo sguardo oltre la nostra situazione immediata, oltre il nostro piccolo orizzonte.<br /><br /> La pazienza dell’agricoltore come immagine della speranza<br /><br /> Questa gioia non è cieca né illusoria. È fondata su segni concreti, come ci ricorda la lettera di Giacomo. L’immagine dell’agricoltore mi colpisce molto: egli non si limita a guardare il campo sognando il raccolto, ma lavora, semina, prepara la terra. Sa, nel profondo, che quel lavoro sarà ricompensato. Il raccolto potrà essere abbondante o meno, ma arriverà di sicuro.<br /><br /> Per questo l’agricoltore sa attendere con pazienza e costanza, e può già rallegrarsi mentre guarda il campo, prima ancora di mietere. È la stessa logica che siamo chiamati a vivere anche noi: una gioia che nasce dall’attesa fiduciosa, sostenuta dalla certezza che il Signore mantiene le sue promesse.<br /><br /> Giovanni Battista, il dubbio e l’attesa nel carcere<br /><br /> Questa stessa logica la ritrovo nella figura di Giovanni Battista. Giovanni conosce Gesù: si erano incontrati ancora nel grembo delle loro madri, erano parenti, e Giovanni lo aveva riconosciuto al battesimo nel Giordano. Aveva annunciato con forza la venuta di uno più grande di lui. Eppure, nel Vangelo di oggi, lo troviamo in carcere, in una situazione di chiusura e di apparente fallimento: il suo annuncio sembra finito.<br /><br /> Dal carcere Giovanni manda i suoi discepoli da Gesù con una domanda disarmante: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?». Questo mi colpisce profondamente, perché mostra un Giovanni Battista umano, che non ha tutte le certezze, che osa fare domande. Non è scoraggiato, ma sente il bisogno di riconoscere con chiarezza colui che deve venire. Come l’agricoltore, non ha ancora il raccolto tra le mani, ma sa che arriverà.<br /><br /> I segni concreti del Messia: ascoltare e vedere<br /><br /> La risposta di Gesù è altrettanto significativa. Non dice semplicemente: “Sì, sono io”. Invita invece a un cammino: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete». La fede passa attraverso l’ascolto e lo sguardo. I segni sono concreti e ben visibili: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo.<br /><br /> Questi non sono discorsi astratti. Nel Vangelo di Matteo, prima di questo episodio, Gesù aveva realmente compiuto questi miracoli. Ma c’è di più: in queste opere risuonano chiaramente le parole del profeta Isaia. Gesù invita a mettere insieme ciò che si è sempre ascoltato nella Scrittura con ciò che ora accade concretamente nella vita delle persone. La Parola diventa realtà, si fa carne, si attua. Questo è il segno decisivo per Giovanni Battista e per i suoi discepoli.<br /><br /> Riconoscere i miracoli nella nostra vita quotidiana<br /><br /> Anche noi, in questa domenica, siamo invitati a rallegrarci con gratitudine, perché ci sono segni concreti anche nella nostra vita. C’è una Parola che ci invita ad alzare lo sguardo, ad avere pazienza, ad attendere. E ci sono i “miracoli”, piccoli e grandi. Ricordo una domanda fatta dai bambini del catechismo: «Ma allora, oggi, che miracoli fate?». È una domanda bellissima.<br /><br /> Forse i miracoli non sono sempre spettacolari: sono l’aiutarsi a camminare quando si è un po’ zoppi, il cominciare a vedere la realtà in modo diverso, il ritrovare speranza. Mi sento chiamato a fare un vero “compito a casa”: ricordare, in questa settimana, tutti i segni di bene che ho vissuto, anche quelli più piccoli. Sono segni di speranza e di gioia che il Signore ha messo nella mia vita, anche quando essa assomiglia a un deserto, a una terra assetata, segnata da tristezza e oscurità.<br /><br /> Penso, ad esempio, a una mia amica che ha perso un figlio, Pietro, e proprio oggi ne ricorre l’anniversario. Per lei non è facile esultare. Eppure, anche dentro un dolore così grande, ci sono segni piccoli ma reali di risurrezione, capaci di farle alzare lo sguardo.<br /><br /> Diventare profeti della gioia<br /><br /> Con pazienza e costanza, anche noi possiamo indossare simbolicamente l’abito rosa ed essere gioiosi. È una gioia che freme, che desidera l’incontro con il Signore, ma che già oggi può diventare sorriso ed esultanza. Gesù lo dice chiaramente: «Ai poveri è annunciato il Vangelo». E quei poveri siamo proprio noi.<br /><br /> Siamo destinatari di questa buona notizia, ma anche annunciatori con la nostra vita. Non possiamo tornare a casa col muso lungo, magari rovinando anche la gioia degli altri. Siamo chiamati a raccontare le piccole gioie che viviamo, quei segni che ci confermano che è proprio Lui colui che dobbiamo attendere. Come Giovanni Battista, anche noi siamo invitati a diventare profeti di questa gioia.<br /><br /> Per questo mi sento chiamato a rallegrarmi insieme alla comunità, in questa celebrazione, pregustando fin d’ora quella gioia piena che vivremo quando finalmente lo incontreremo faccia a faccia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69041537</guid><pubDate>Sun, 14 Dec 2025 13:56:53 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69041537/imported_1765720279285664_audio.mp3" length="12683389" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Vivo questa domenica come una tappa davvero particolare del cammino di Avvento. 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La seconda, invece, ci aveva messo davanti Giovanni Battista con il suo grido deciso: «Convertitevi, il Regno dei Cieli è vicino». Un appello forte, che aveva smosso folle intere, da Gerusalemme e da tutta la Giudea, tutte in fila a confessare i propri peccati. Anche i farisei c’erano, pur con il rischio di sentirsi non bisognosi di conversione. In entrambe queste domeniche, però, la gioia non era ancora protagonista.<br /><br /> Una gioia che nasce nel deserto<br /><br /> La gioia di oggi non è affatto superficiale o “zuccherosa”. L’invito alla gioia è rivolto al deserto, alla terra arida, a chi ha le mani fiacche e le ginocchia vacillanti, a chi è stanco, zoppo, cieco, sordo. In fondo, è rivolto a noi. È proprio a chi vive situazioni di fatica, di aridità, di sete e di bisogno che il profeta dice: «Coraggio, non temete: ecco il vostro Dio viene a salvarvi».<br /><br /> Questa è una gioia che anticipa il futuro, una gioia “sulla fiducia”. Il Signore non è ancora arrivato, gli esiliati non sono ancora tornati a Gerusalemme, il deserto è ancora deserto, magari con qualche fiore che spunta, ma gli zoppi sono ancora zoppi. Eppure siamo invitati a gioire già ora, certi che il Signore verrà e che la sua venuta sarà qualcosa di straordinario. È una gioia che non può attendere, che ci chiede di allargare lo sguardo oltre la nostra situazione immediata, oltre il nostro piccolo orizzonte.<br /><br /> La pazienza dell’agricoltore come immagine della speranza<br /><br /> Questa gioia non è cieca né illusoria. È fondata su segni concreti, come ci ricorda la lettera di Giacomo. L’immagine dell’agricoltore mi colpisce molto: egli non si limita a guardare il campo sognando il raccolto, ma lavora, semina, prepara la terra. Sa, nel profondo, che quel lavoro sarà ricompensato. Il raccolto potrà essere abbondante o meno, ma arriverà di sicuro.<br /><br /> Per questo l’agricoltore sa attendere con pazienza e costanza, e può già rallegrarsi mentre guarda il campo, prima ancora di mietere. È la stessa logica che siamo chiamati a vivere anche noi: una gioia che nasce dall’attesa fiduciosa, sostenuta dalla certezza che il Signore mantiene le sue promesse.<br /><br /> Giovanni Battista, il dubbio e l’attesa nel carcere<br /><br /> Questa stessa logica la ritrovo nella figura di Giovanni Battista. Giovanni conosce Gesù: si erano incontrati ancora nel grembo delle loro madri, erano parenti, e Giovanni lo aveva riconosciuto al battesimo nel Giordano. Aveva annunciato con forza la venuta di uno più grande di lui. Eppure, nel Vangelo di oggi, lo troviamo in carcere, in una situazione di chiusura e di apparente fallimento: il suo annuncio sembra finito.<br /><br /> Dal carcere Giovanni manda i suoi discepoli da Gesù con una domanda disarmante: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?». Questo mi colpisce profondamente, perché mostra un Giovanni Battista umano, che non ha tutte le certezze, che osa fare domande. Non è scoraggiato, ma sente il bisogno di riconoscere con chiarezza colui che deve venire. Come l’agricoltore, non ha ancora il raccolto tra le mani, ma sa che arriverà.<br /><br /> I segni concreti del Messia: ascoltare e vedere<br /><br /> La risposta di Gesù è altrettanto significativa. Non dice semplicemente: “Sì, sono io”. 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La vedo lì, nella sua casa di Nazareth, raggiunta da un messaggero di Dio che le annuncia parole enormi: ha trovato grazia, concepirà un figlio, lo chiamerà Gesù, e sarà Figlio dell’Altissimo.<br /><br /> La grandezza della chiamata e la piccolezza di Maria<br /><br /> Mi immagino Maria mentre sente parlare del trono di Davide, di un regno eterno. Lei, così consapevole della sua piccolezza, non può che restare sorpresa. Non è solo la famosa frase “Non conosco uomo” a emergere, ma la percezione profonda di essere visitata da qualcosa di immensamente più grande di lei. L’angelo insiste: lo Spirito Santo scenderà su di lei e la potenza dell’Altissimo la coprirà con la sua ombra. E poi le annuncia anche il segno di Elisabetta. Davanti a tutto questo, Maria capisce che Dio sta intervenendo nella sua vita in modo totale.<br /><br /> Dio prepara Maria fin dal suo concepimento<br /><br /> La festa dell’Immacolata mi fa meditare su come Dio non abbia iniziato ad agire in Maria solo a Nazareth. La sua cura la accompagna fin dal primo istante della sua esistenza. La Chiesa celebra proprio questo: un concepimento immacolato, senza peccato, perché Maria fosse degna dimora per il Figlio. Così, dall’inizio della sua vita fino al giorno dell’Annunciazione, tutto è preparato con amore.<br /><br /> Una vita piena: dall’accoglienza alla croce e oltre<br /><br /> Arrivata a Nazareth, Maria comprende che tutta la sua vita sarà segnata da questa chiamata: diventare madre, accogliere quel bambino, crescerlo, accompagnarlo fino alla croce e oltre, per sempre. L’intervento di Dio su di lei riguarda ogni suo passo e riguarda anche l’umanità intera. Lo dirà lei stessa nel Magnificat.<br /><br /> Il “sì” di Maria e l’importanza dell’Annunciazione<br /><br /> Dopo le domande e lo stupore, Maria pronuncia il suo “Eccomi”: “Sono la serva del Signore, avvenga per me quello che hai detto”. È un sì che permette a tutte quelle parole dell’angelo di compiersi. Per me, questo Vangelo dell’Annunciazione è forse il più importante di tutti, perché guardando Maria comprendo la cura che Dio ha anche per me. Diversa, certo, ma nella sostanza simile: ciò che Dio fa per lei lo fa per tutti i suoi figli.<br /><br /> Dio che cerca l’uomo: Adamo ed Eva<br /><br /> La Genesi me lo ricorda. Adamo ed Eva avevano ricevuto ogni cosa: il giardino, gli alberi, gli animali. Tutto era stato donato loro. Eppure non hanno custodito la parola di Dio. E cosa fa il Signore? Li cerca: “Adamo, dove sei?”. Li soccorre, li veste, li rimette in cammino. Eva diventa madre di tutti i viventi. Se Dio ha fatto questo per loro, i peccatori primordiali, quanto più lo fa per noi.<br /><br /> La nostra storia: scelti prima della creazione del mondo<br /><br /> Noi non siamo stati concepiti senza peccato, ma nel Battesimo tutto è stato cancellato. E nella lettera agli Efesini scopro qualcosa di incredibile: in Cristo Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati nella carità. Ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi, eredi della sua gloria. A volte mi viene da pensare che tutto questo non valga per me — povero don Andrea, direbbe qualcuno — e invece sì. Vale per ciascuno di noi, per tutte le creature che Dio ama da sempre.<br /><br /> La chiamata alla conversione<br /><br /> Ieri Giovanni Battista, nel Vangelo, ci diceva: “Convertitevi, il regno dei cieli è vicino”. E capisco che devo sempre convertirmi a questo amore di Dio, che mi ha scelto da sempre. Questa è la vera conversione: tornare a Lui, con il cuore aperto, qualunque sia la mia situazione.<br /><br /> Dio dentro le nostre storie concrete<br /><br /> Penso alle storie quotidiane in cui vedo questo disegno d’amore. Sabato ho celebrato un matrimonio: una lunga storia personale dei due sposi, che culmina in una grazia che però parte da lontano. Ieri ancora, l’ingresso di Pietro Giuseppe nella sua nuova parrocchia: anche lì un cammino preparato da Dio. Lo stesso per Elisabetta, ormai anziana, eppure visitata dal miracolo. Nulla è impossibile a Dio. Anche tra guai, acciacchi e lutti, riconosco che la nostra vita ha un significato nelle mani di Dio, dall’inizio alla fine dei tempi.<br /><br /> La gioia nel sentirsi amati da Dio<br /><br /> Quando mi sento avvolto dall’amore di Dio, esplode la gioia. È per questo che la festa di oggi è così importante: contemplando Maria e il modo in cui accoglie il disegno su di lei, imparo a dire anche io “Sì, avvenga per me quello che hai detto”. Una preghiera che amo dice che dobbiamo contemplare il mistero con sguardo puro e accoglierlo con degno affetto. È il mistero della vita di Dio in noi.<br /><br /> L’Eucaristia ci rimette dentro questo mistero<br /><br /> Ogni volta che celebro l’Eucaristia, quando ascolto la Parola e ricevo il Corpo e il Sangue del Signore, vengo reimmesso in questa dinamica d’amore. E allora dico: grazie, Signore. Concedi anche a noi, per intercessione della nostra patrona, di venire incontro a Te in santità e purezza di cuore. Vogliamo abbracciarti, vogliamo dire il nostro “sì”.<br /><br /> Maria, un modello che ci riguarda davvero<br /><br /> Maria resta il nostro modello. Non un modello lontano e irraggiungibile, ma qualcuno che ci riguarda profondamente, perché ciò che Dio ha fatto in lei parla anche di noi. Come comunità, come famiglia, come Chiesa, ci riconosciamo in questa stessa storia d’amore che Dio tesse per ogni suo figlio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68941539</guid><pubDate>Mon, 08 Dec 2025 10:36:43 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68941539/imported_1765188558852181_audio.mp3" length="11516029" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nella Annunciazione, restiamo colpiti dallo stupore di Maria. È la prima a meravigliarsi per tutto ciò che Dio compie per lei. Al saluto dell’angelo — “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te” — il suo stupore diventa persino turbamento. La...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nella Annunciazione, restiamo colpiti dallo stupore di Maria. È la prima a meravigliarsi per tutto ciò che Dio compie per lei. Al saluto dell’angelo — “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te” — il suo stupore diventa persino turbamento. La vedo lì, nella sua casa di Nazareth, raggiunta da un messaggero di Dio che le annuncia parole enormi: ha trovato grazia, concepirà un figlio, lo chiamerà Gesù, e sarà Figlio dell’Altissimo.<br /><br /> La grandezza della chiamata e la piccolezza di Maria<br /><br /> Mi immagino Maria mentre sente parlare del trono di Davide, di un regno eterno. Lei, così consapevole della sua piccolezza, non può che restare sorpresa. Non è solo la famosa frase “Non conosco uomo” a emergere, ma la percezione profonda di essere visitata da qualcosa di immensamente più grande di lei. L’angelo insiste: lo Spirito Santo scenderà su di lei e la potenza dell’Altissimo la coprirà con la sua ombra. E poi le annuncia anche il segno di Elisabetta. Davanti a tutto questo, Maria capisce che Dio sta intervenendo nella sua vita in modo totale.<br /><br /> Dio prepara Maria fin dal suo concepimento<br /><br /> La festa dell’Immacolata mi fa meditare su come Dio non abbia iniziato ad agire in Maria solo a Nazareth. La sua cura la accompagna fin dal primo istante della sua esistenza. La Chiesa celebra proprio questo: un concepimento immacolato, senza peccato, perché Maria fosse degna dimora per il Figlio. Così, dall’inizio della sua vita fino al giorno dell’Annunciazione, tutto è preparato con amore.<br /><br /> Una vita piena: dall’accoglienza alla croce e oltre<br /><br /> Arrivata a Nazareth, Maria comprende che tutta la sua vita sarà segnata da questa chiamata: diventare madre, accogliere quel bambino, crescerlo, accompagnarlo fino alla croce e oltre, per sempre. L’intervento di Dio su di lei riguarda ogni suo passo e riguarda anche l’umanità intera. Lo dirà lei stessa nel Magnificat.<br /><br /> Il “sì” di Maria e l’importanza dell’Annunciazione<br /><br /> Dopo le domande e lo stupore, Maria pronuncia il suo “Eccomi”: “Sono la serva del Signore, avvenga per me quello che hai detto”. È un sì che permette a tutte quelle parole dell’angelo di compiersi. Per me, questo Vangelo dell’Annunciazione è forse il più importante di tutti, perché guardando Maria comprendo la cura che Dio ha anche per me. Diversa, certo, ma nella sostanza simile: ciò che Dio fa per lei lo fa per tutti i suoi figli.<br /><br /> Dio che cerca l’uomo: Adamo ed Eva<br /><br /> La Genesi me lo ricorda. Adamo ed Eva avevano ricevuto ogni cosa: il giardino, gli alberi, gli animali. Tutto era stato donato loro. Eppure non hanno custodito la parola di Dio. E cosa fa il Signore? Li cerca: “Adamo, dove sei?”. Li soccorre, li veste, li rimette in cammino. Eva diventa madre di tutti i viventi. Se Dio ha fatto questo per loro, i peccatori primordiali, quanto più lo fa per noi.<br /><br /> La nostra storia: scelti prima della creazione del mondo<br /><br /> Noi non siamo stati concepiti senza peccato, ma nel Battesimo tutto è stato cancellato. E nella lettera agli Efesini scopro qualcosa di incredibile: in Cristo Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati nella carità. Ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi, eredi della sua gloria. A volte mi viene da pensare che tutto questo non valga per me — povero don Andrea, direbbe qualcuno — e invece sì. Vale per ciascuno di noi, per tutte le creature che Dio ama da sempre.<br /><br /> La chiamata alla conversione<br /><br /> Ieri Giovanni Battista, nel Vangelo, ci diceva: “Convertitevi, il regno dei cieli è vicino”. E capisco che devo sempre convertirmi a questo amore di Dio, che mi ha scelto da sempre. 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Durante la settimana ci eravamo già trovati con gli altri preti per leggere le letture della domenica, e invito sempre tutti a farlo: è importante prepararsi un po’ prima. Ma nonostante questo, quell’appello mi ha sorpreso, come se mi dicesse direttamente: “Andrea, convertiti.”<br /><br /> E subito mi sono chiesto che cosa significhi davvero convertirsi. Anche perché, come quei farisei e sadducei, io spesso mi sento “a posto”. Non ho l’impressione di dover cambiare chissà cosa. Aspettiamo il Natale, qualcuno prepara il presepe, io no perché dove sono c’è già chi lo fa… Ma quali segni concreti di attesa e di conversione stiamo vivendo?<br /><br /> La risposta della gente a Giovanni Battista<br /><br /> Il Vangelo racconta di una risposta enorme da parte della gente: da Gerusalemme, da tutta la Giudea, dalla zona del Giordano. Tutti accorrevano da quest’uomo un po’ strano, vestito come un antico profeta, per farsi battezzare e confessare i peccati. E io confesso che a volte mi sento lontano da questo slancio.<br /><br /> Mi è tornata alla mente la domenica scorsa, quando parlavamo di Noè. Noè costruiva l’arca sotto gli occhi di tutti, annunciava il diluvio, ma nessuno si accorgeva di nulla. Anche noi oggi, forse, ci accorgiamo “un po’” soltanto. Ma il Vangelo ci spinge a un cammino più forte e più coinvolgente: convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino.<br /><br /> Il Regno dei Cieli è vicino: non una semplice confessione<br /><br /> Questa frase – “il Regno dei Cieli è vicino” – mi ha colpito profondamente. Non parla solo di andare a confessarsi, che è comunque importante (anche se non abbiamo mai lunghe file, e forse è anche colpa nostra perché proponiamo poco questo appuntamento). La conversione non è un atto estemporaneo.<br /><br /> Quando Giovanni Battista dice che il Regno dei Cieli è vicino, ci invita ad aprire il cuore: cambiare mente, fare penitenza, alzare lo sguardo verso la speranza. Il Regno dei Cieli non è un regno come quelli terreni, quelli segnati da guerre, divisioni, isolamento. È un regno che si avvicina proprio mentre noi facciamo fatica a vederlo.<br /><br /> La sferzata di Giovanni a farisei e sadducei<br /><br /> Giovanni Battista non risparmia una durissima sgridata a farisei e sadducei – e a tratti mi ci riconosco – chiamandoli “razza di vipere”. Vipere che scappano per non essere disturbate. E li ammonisce: non illudetevi che basti dire “abbiamo Abramo per padre”; non basta sentirsi già a posto.<br /><br /> Poi però aggiunge una frase che per me è stata fondamentale: “Fate un frutto degno di conversione.” Non una buona azione isolata, ma un frutto, qualcosa che richiede tempo, semina, preparazione. Come insegna Gesù nelle parabole: portare frutto è un lavoro.<br /><br /> Il virgulto dal tronco di Iesse: il segno della speranza<br /><br /> Nella prima lettura troviamo l’immagine straordinaria del virgulto che spunta dal ceppo di Iesse, quel tronco morto dopo l’esilio, quando tutto sembrava finito: città distrutta, re falliti, una storia spezzata. Un ceppo secco, come quelli su cui inciampiamo nei boschi.<br /><br /> Eppure da lì nasce qualcosa di nuovo. Su questo virgulto si posa lo Spirito del Signore, e i segni del Regno sono sorprendenti: il lupo che vive con l’agnello, il leopardo con il capretto, il vitello con il leoncello, la mucca con l’orsa. La natura stessa sembra pacificata per la comunione.<br /><br /> E ancora: “Non agiranno più iniquamente, né saccheggeranno in tutto il mio santo monte.” Una visione di convivenza che parla al nostro presente.<br /><br /> Il frutto richiesto: l’accoglienza reciproca<br /><br /> Allora penso che il frutto degno di conversione che ci viene chiesto oggi sia proprio questo: accoglienza. Anche Paolo lo ribadisce: “Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi.”<br /><br /> Non si tratta soltanto di generosità, ma di viverci con rispetto nelle nostre diversità, accogliendoci reciprocamente. E qui il lavoro è tanto: in famiglia, tra fratelli, tra amici, sul posto di lavoro. È una palestra continua, forse più impegnativa del convivere tra lupi e capretti.<br /><br /> Ma questo è il segno del Regno che arriva: il Messia verrà a battezzarci in Spirito Santo e fuoco. Non solo per convertirci, ma per darci la vita eterna. Il suo Regno sarà di pace e giustizia per sempre. Ma perché questo accada, anche noi dobbiamo prepararci offrendo i nostri piccoli frutti.<br /><br /> Convertirci agli altri per costruire la comunione<br /><br /> Convertirsi agli altri significa cambiare mentalità, mettersi nei loro panni, ascoltarli, cercare insieme il bene comune. Il Regno dei Cieli non può trovarci isolati o indifferenti: deve trovarci già in cammino verso una comunione concreta, quella che già sperimentiamo nella comunità, nelle famiglie, nella vita di tutti i giorni.<br /><br /> Un esempio semplice: la comunione vissuta attorno a un piatto<br /><br /> L’altro giorno sono stato a mangiare da Antenore un ottimo piatto di spaghetti con il pesce. E mentre scherzavamo – “il Regno dei Cieli è vicino, e anche il limoncello… anzi, il nocino!” – mi rendevo conto che anche in questi gesti semplici c’è un’anticipazione del Regno: la gioia di stare insieme, la fraternità, la comunione.<br /><br /> Mi sono sentito un po’ come un’orsa dentro quella piccola casa, ma felice: perché è in questi rapporti che impariamo l’accoglienza e ci prepariamo al Signore che viene.<br /><br /> Accodarci al popolo in cammino verso Giovanni Battista<br /><br /> E così desidero accodarmi a quella folla che andava da Giovanni Battista, non per isolarmi, ma per portare frutti di conversione. Per prepararmi ad accogliere il Signore che viene, con la mia piccola parte nella grande comunione che già oggi possiamo costruire e gustare.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68929603</guid><pubDate>Sun, 07 Dec 2025 15:27:02 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68929603/imported_1765120943878863_audio.mp3" length="11128581" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Quando ho riletto l’appello di Giovanni Battista – “Convertitevi perché il Regno dei Cieli è vicino” – mi sono sentito colto un po’ alla sprovvista. Durante la settimana ci eravamo già trovati con gli altri preti per leggere le letture della domenica,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Quando ho riletto l’appello di Giovanni Battista – “Convertitevi perché il Regno dei Cieli è vicino” – mi sono sentito colto un po’ alla sprovvista. Durante la settimana ci eravamo già trovati con gli altri preti per leggere le letture della domenica, e invito sempre tutti a farlo: è importante prepararsi un po’ prima. Ma nonostante questo, quell’appello mi ha sorpreso, come se mi dicesse direttamente: “Andrea, convertiti.”<br /><br /> E subito mi sono chiesto che cosa significhi davvero convertirsi. Anche perché, come quei farisei e sadducei, io spesso mi sento “a posto”. Non ho l’impressione di dover cambiare chissà cosa. Aspettiamo il Natale, qualcuno prepara il presepe, io no perché dove sono c’è già chi lo fa… Ma quali segni concreti di attesa e di conversione stiamo vivendo?<br /><br /> La risposta della gente a Giovanni Battista<br /><br /> Il Vangelo racconta di una risposta enorme da parte della gente: da Gerusalemme, da tutta la Giudea, dalla zona del Giordano. Tutti accorrevano da quest’uomo un po’ strano, vestito come un antico profeta, per farsi battezzare e confessare i peccati. E io confesso che a volte mi sento lontano da questo slancio.<br /><br /> Mi è tornata alla mente la domenica scorsa, quando parlavamo di Noè. Noè costruiva l’arca sotto gli occhi di tutti, annunciava il diluvio, ma nessuno si accorgeva di nulla. Anche noi oggi, forse, ci accorgiamo “un po’” soltanto. Ma il Vangelo ci spinge a un cammino più forte e più coinvolgente: convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino.<br /><br /> Il Regno dei Cieli è vicino: non una semplice confessione<br /><br /> Questa frase – “il Regno dei Cieli è vicino” – mi ha colpito profondamente. Non parla solo di andare a confessarsi, che è comunque importante (anche se non abbiamo mai lunghe file, e forse è anche colpa nostra perché proponiamo poco questo appuntamento). La conversione non è un atto estemporaneo.<br /><br /> Quando Giovanni Battista dice che il Regno dei Cieli è vicino, ci invita ad aprire il cuore: cambiare mente, fare penitenza, alzare lo sguardo verso la speranza. Il Regno dei Cieli non è un regno come quelli terreni, quelli segnati da guerre, divisioni, isolamento. È un regno che si avvicina proprio mentre noi facciamo fatica a vederlo.<br /><br /> La sferzata di Giovanni a farisei e sadducei<br /><br /> Giovanni Battista non risparmia una durissima sgridata a farisei e sadducei – e a tratti mi ci riconosco – chiamandoli “razza di vipere”. Vipere che scappano per non essere disturbate. E li ammonisce: non illudetevi che basti dire “abbiamo Abramo per padre”; non basta sentirsi già a posto.<br /><br /> Poi però aggiunge una frase che per me è stata fondamentale: “Fate un frutto degno di conversione.” Non una buona azione isolata, ma un frutto, qualcosa che richiede tempo, semina, preparazione. Come insegna Gesù nelle parabole: portare frutto è un lavoro.<br /><br /> Il virgulto dal tronco di Iesse: il segno della speranza<br /><br /> Nella prima lettura troviamo l’immagine straordinaria del virgulto che spunta dal ceppo di Iesse, quel tronco morto dopo l’esilio, quando tutto sembrava finito: città distrutta, re falliti, una storia spezzata. Un ceppo secco, come quelli su cui inciampiamo nei boschi.<br /><br /> Eppure da lì nasce qualcosa di nuovo. Su questo virgulto si posa lo Spirito del Signore, e i segni del Regno sono sorprendenti: il lupo che vive con l’agnello, il leopardo con il capretto, il vitello con il leoncello, la mucca con l’orsa. La natura stessa sembra pacificata per la comunione.<br /><br /> E ancora: “Non agiranno più iniquamente, né saccheggeranno in tutto il mio santo monte.” Una visione di convivenza che parla al nostro presente.<br /><br /> Il frutto richiesto: l’accoglienza reciproca<br /><br /> Allora penso che il frutto degno di conversione che ci viene chiesto oggi sia proprio questo: accoglienza. Anche Paolo lo ribadisce: “Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi.”<br /><br /> Non si tratta soltanto...]]></itunes:summary><itunes:duration>696</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del matrimonio di Irene Cominotti e Alberto Guizzardi a Montanara</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-matrimonio-di-irene-cominotti-e-alberto-guizzardi-a-montanara--68917320</link><description><![CDATA[Inizio riconoscendo quanto siano belli gli sposi. Li guardo e vedo che risplendono, e questo loro splendore rende felici anche noi. Certo, loro lo sono più di tutti, ma anche noi ci sentiamo partecipi della loro gioia e della loro luce. Osservando le famiglie, soprattutto i genitori, percepisco che oggi i figli sono davvero la loro gloria, molto più del solito, e allo stesso tempo diventano anche la gloria degli amici, dei colleghi e di tutte le persone vicine.<br /><br /> Sottolineo che la liturgia di oggi non è un punto isolato, ma il compimento di una storia lunga e ricca di bene: la loro storia personale e quella vissuta insieme. Non si sono conosciuti ieri; hanno già camminato molto. È questo cammino che oggi li rende ancor più belli.<br /><br /> La Bellezza che Viene da Dio<br /><br /> Riprendo il Salmo: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo… la figlia del re è tutta splendore”. Ma leggo nel Vangelo qualcosa di ancora più profondo: la loro bellezza ha un tratto divino. La gloria di cui parla Gesù, nella sua preghiera del capitolo 17 di Giovanni, è una gloria che riguarda il Padre e il Figlio, ed è sorprendente pensare che questa gloria oggi riguardi anche loro.<br /><br /> Nella preghiera di Gesù scopro verbi meravigliosi riferiti ai discepoli: “Ho fatto conoscere loro il tuo nome”, “erano tuoi e tu li hai dati a me”, “hanno accolto la mia parola”, “hanno creduto”. Oggi queste parole descrivono gli sposi: anche loro si riconoscono come doni scambiati tra il Padre e il Figlio, come persone che hanno ascoltato e accolto la sua parola nella loro storia e nelle loro comunità.<br /><br /> Ma ciò che mi colpisce di più è quando Gesù dice: “Io sono glorificato in loro”. Penso alla grandezza di questo: normalmente il Padre e il Figlio si glorificano a vicenda, nel mistero della croce e della risurrezione. Eppure, oggi Irene e Alberto ricevono questo compito: con il loro “per sempre”, con il loro offrirsi reciprocamente la vita, glorificheranno il Figlio.<br /><br /> La gloria che il Padre ha dato a Gesù, Gesù la dona a loro affinché siano “una cosa sola”, “perfetti nell’unità”. La loro vocazione è diventare uno, non perdendo la propria bellezza personale, ma facendola risplendere nell’unità. E questo è possibile perché Dio ama glorificare i piccoli, i fragili, come ha fatto con Israele: lo prende, lo rinnova, lo fa risplendere nonostante i suoi limiti. È la sua attività preferita: trasformare, coronare, ridare nome, gioia e dignità.<br /><br /> Oggi lo fa anche con Irene e Alberto, rendendo evidente a tutti la loro bellezza trasfigurata.<br /><br /> Custodire la gloria... nel tempo<br /><br /> Mi chiedo come faranno, da domani, a custodire questa gloria. La risposta la trovo nella seconda lettura: l’amore. San Paolo nella sua meravigliosa pagina sulla carità dice chiaramente che tutti i successi, tutte le capacità, tutti i talenti che gli sposi possiedono – e ne hanno tanti – non valgono nulla senza l’amore. Sarebbero solo rumore, bronzo che risuona.<br /><br /> Ma grazie al sacramento del matrimonio ricevono un dono concreto: la possibilità reale di mettere l’amore sempre al primo posto. Oggi, nel dire “sì”, affermano proprio questo: “Mettiamo l’amore al primo posto, e possiamo farlo perché tu, Signore, ce ne dai la forza”.<br /><br /> Tutta la loro vita – scelte lavorative, casa, eventuali figli, vecchiaia – sarà un continuo atto di questo amore che glorifica il Figlio. E non partono da zero: hanno esempi splendidi, i loro genitori, i nonni, i fratelli. E poi, in fondo, amare è ciò che rende felici, ciò che riempie, ciò che fa risplendere. È ciò che li renderà veramente belli e gloriosi.<br /><br /> Oggi, con il loro patto, accettano l’invito di Gesù: lasciar risplendere in loro la gloria che viene da Dio.<br /><br /> Una Vita Luminosa<br /><br /> Concludo riconoscendo che Irene e Alberto portano con sé una grande responsabilità, ma ancora di più un dono immenso: vivere una vita luminosa, piena, perché immersa in Dio e nella sua gloria. Li ringrazio perché, attraverso il loro amore, oggi ci mostrano la bellezza della gloria del Signore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68917320</guid><pubDate>Sat, 06 Dec 2025 12:41:18 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68917320/imported_1765024502776678_audio.mp3" length="11870876" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Inizio riconoscendo quanto siano belli gli sposi. Li guardo e vedo che risplendono, e questo loro splendore rende felici anche noi. Certo, loro lo sono più di tutti, ma anche noi ci sentiamo partecipi della loro gioia e della loro luce. Osservando le...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Inizio riconoscendo quanto siano belli gli sposi. Li guardo e vedo che risplendono, e questo loro splendore rende felici anche noi. Certo, loro lo sono più di tutti, ma anche noi ci sentiamo partecipi della loro gioia e della loro luce. Osservando le famiglie, soprattutto i genitori, percepisco che oggi i figli sono davvero la loro gloria, molto più del solito, e allo stesso tempo diventano anche la gloria degli amici, dei colleghi e di tutte le persone vicine.<br /><br /> Sottolineo che la liturgia di oggi non è un punto isolato, ma il compimento di una storia lunga e ricca di bene: la loro storia personale e quella vissuta insieme. Non si sono conosciuti ieri; hanno già camminato molto. È questo cammino che oggi li rende ancor più belli.<br /><br /> La Bellezza che Viene da Dio<br /><br /> Riprendo il Salmo: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo… la figlia del re è tutta splendore”. Ma leggo nel Vangelo qualcosa di ancora più profondo: la loro bellezza ha un tratto divino. La gloria di cui parla Gesù, nella sua preghiera del capitolo 17 di Giovanni, è una gloria che riguarda il Padre e il Figlio, ed è sorprendente pensare che questa gloria oggi riguardi anche loro.<br /><br /> Nella preghiera di Gesù scopro verbi meravigliosi riferiti ai discepoli: “Ho fatto conoscere loro il tuo nome”, “erano tuoi e tu li hai dati a me”, “hanno accolto la mia parola”, “hanno creduto”. Oggi queste parole descrivono gli sposi: anche loro si riconoscono come doni scambiati tra il Padre e il Figlio, come persone che hanno ascoltato e accolto la sua parola nella loro storia e nelle loro comunità.<br /><br /> Ma ciò che mi colpisce di più è quando Gesù dice: “Io sono glorificato in loro”. Penso alla grandezza di questo: normalmente il Padre e il Figlio si glorificano a vicenda, nel mistero della croce e della risurrezione. Eppure, oggi Irene e Alberto ricevono questo compito: con il loro “per sempre”, con il loro offrirsi reciprocamente la vita, glorificheranno il Figlio.<br /><br /> La gloria che il Padre ha dato a Gesù, Gesù la dona a loro affinché siano “una cosa sola”, “perfetti nell’unità”. La loro vocazione è diventare uno, non perdendo la propria bellezza personale, ma facendola risplendere nell’unità. E questo è possibile perché Dio ama glorificare i piccoli, i fragili, come ha fatto con Israele: lo prende, lo rinnova, lo fa risplendere nonostante i suoi limiti. È la sua attività preferita: trasformare, coronare, ridare nome, gioia e dignità.<br /><br /> Oggi lo fa anche con Irene e Alberto, rendendo evidente a tutti la loro bellezza trasfigurata.<br /><br /> Custodire la gloria... nel tempo<br /><br /> Mi chiedo come faranno, da domani, a custodire questa gloria. La risposta la trovo nella seconda lettura: l’amore. San Paolo nella sua meravigliosa pagina sulla carità dice chiaramente che tutti i successi, tutte le capacità, tutti i talenti che gli sposi possiedono – e ne hanno tanti – non valgono nulla senza l’amore. Sarebbero solo rumore, bronzo che risuona.<br /><br /> Ma grazie al sacramento del matrimonio ricevono un dono concreto: la possibilità reale di mettere l’amore sempre al primo posto. Oggi, nel dire “sì”, affermano proprio questo: “Mettiamo l’amore al primo posto, e possiamo farlo perché tu, Signore, ce ne dai la forza”.<br /><br /> Tutta la loro vita – scelte lavorative, casa, eventuali figli, vecchiaia – sarà un continuo atto di questo amore che glorifica il Figlio. E non partono da zero: hanno esempi splendidi, i loro genitori, i nonni, i fratelli. E poi, in fondo, amare è ciò che rende felici, ciò che riempie, ciò che fa risplendere. È ciò che li renderà veramente belli e gloriosi.<br /><br /> Oggi, con il loro patto, accettano l’invito di Gesù: lasciar risplendere in loro la gloria che viene da Dio.<br /><br /> Una Vita Luminosa<br /><br /> Concludo riconoscendo che Irene e Alberto portano con sé una grande responsabilità, ma ancora di più un dono immenso: vivere una vita luminosa, piena, perché immersa in Dio...]]></itunes:summary><itunes:duration>742</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/b0f4f9f556903f2a3df814e61d1af401.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia giovedì I settimana di avvento</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-giovedi-i-settimana-di-avvento--68887255</link><description><![CDATA[Riflettendo sul canto di Isaia, mi colpisce l’immagine di una “città forte” proclamata proprio nella terra di Giuda, una terra che è reduce dall’esilio, segnata dalla distruzione di Gerusalemme. Mi chiedo allora da dove venga davvero questa forza nuova, questa possibilità di rialzarsi. Isaia dice che le mura e i bastioni sono posti “a salvezza”: sembrerebbero fortificazioni militari, ma subito il profeta aggiunge: “Aprite le porte”. Capisco allora che non si tratta di una città chiusa, che si difende con la sua potenza, ma di una città che si fonda sull’apertura.<br /><br /> Una nazione giusta e fedele<br /><br /> L’invito “aprite le porte” mi appare come un criterio spirituale: entra solo una nazione giusta, che si mantiene fedele, con una volontà salda. Mi risuona la consapevolezza che proprio giustizia e fedeltà erano ciò che il popolo aveva smarrito lungo la strada dell’alleanza con il Signore. E riconosco che anche nella mia vita la sicurezza non nasce dalle mie capacità di imporre, di dominare, di convincere con forza gli altri, ma dalla fedeltà, dalla semplicità, da quel cammino umile in cui mi rimetto alla santità di Dio. Non è facile: spesso mi sento lontano, in difficoltà, ma la parola del profeta insiste. È Dio a garantire la pace a chi confida in Lui.<br /><br /> La pace come dono dall’alto<br /><br /> Mi fermo allora sul tema della pace. Isaia dice che la pace non è qualcosa da conquistare con sforzi umani, ma un dono che viene dall’alto. Certo, richiede il mio cammino nella giustizia, ma prima di tutto è il frutto della fedeltà di Dio, del suo patto che non viene mai meno. Mi incoraggia l’invito: “Confidate nel Signore sempre, perché Egli è una roccia eterna”. Sento la forza di questa promessa: qualunque sia la mia situazione — peccato, lontananza, smarrimento, silenzio interiore, solitudine, incapacità — la Scrittura mi dice che posso sempre confidare nel Signore. È una roccia che non cede, come quella evocata nel Vangelo quando Gesù descrive l’uomo saggio che ascolta la parola e la mette in pratica.<br /><br /> Gli oppressi e i poveri: i veri cittadini della città di Dio<br /><br /> Un dettaglio mi sorprende e mi spiazza: chi calpesta questa città? Non un esercito potente, ma i piedi degli oppressi, i passi dei poveri. Gli abitanti veri di questa città non sono i forti, ma coloro che portano davanti a Dio la propria povertà, il proprio limite, la propria oppressione. Penso allora ai passi del Messia: Gesù stesso, che sulla croce ha vissuto l’umiliazione. Apparentemente sconfitto, in realtà ne è uscito vincitore proprio grazie alla sua umiltà, alla sua fiducia nel Padre, alla sua giustizia.<br /><br /> Il cammino spirituale: piccoli gesti che aprono alla pace<br /><br /> Questo diventa anche per me un’indicazione chiara nel tempo di Quaresima: riscoprire i piccoli gesti di fedeltà, di cura, di attenzione alla Parola. Sono questi gesti che mi rendono stabile, che mi radicano in Dio e mi dispongono a ricevere il suo dono di pace. Ed è ai piccoli, ai poveri, agli umili che questo dono viene offerto, mentre “i potenti sono rovesciati dal trono”, come dice Maria nel Magnificat.<br /><br /> Rinnovare l’impegno<br /><br /> Alla fine, sento il bisogno di raccogliermi nel silenzio e rinnovare il mio impegno: ascoltare, seguire con umiltà il Vangelo, rimettermi con fiducia su quella roccia eterna che non vacilla.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68887255</guid><pubDate>Thu, 04 Dec 2025 19:38:10 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68887255/imported_1764875742288636_audio.mp3" length="5539213" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Riflettendo sul canto di Isaia, mi colpisce l’immagine di una “città forte” proclamata proprio nella terra di Giuda, una terra che è reduce dall’esilio, segnata dalla distruzione di Gerusalemme. 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Mi risuona la consapevolezza che proprio giustizia e fedeltà erano ciò che il popolo aveva smarrito lungo la strada dell’alleanza con il Signore. E riconosco che anche nella mia vita la sicurezza non nasce dalle mie capacità di imporre, di dominare, di convincere con forza gli altri, ma dalla fedeltà, dalla semplicità, da quel cammino umile in cui mi rimetto alla santità di Dio. Non è facile: spesso mi sento lontano, in difficoltà, ma la parola del profeta insiste. È Dio a garantire la pace a chi confida in Lui.<br /><br /> La pace come dono dall’alto<br /><br /> Mi fermo allora sul tema della pace. Isaia dice che la pace non è qualcosa da conquistare con sforzi umani, ma un dono che viene dall’alto. Certo, richiede il mio cammino nella giustizia, ma prima di tutto è il frutto della fedeltà di Dio, del suo patto che non viene mai meno. Mi incoraggia l’invito: “Confidate nel Signore sempre, perché Egli è una roccia eterna”. Sento la forza di questa promessa: qualunque sia la mia situazione — peccato, lontananza, smarrimento, silenzio interiore, solitudine, incapacità — la Scrittura mi dice che posso sempre confidare nel Signore. È una roccia che non cede, come quella evocata nel Vangelo quando Gesù descrive l’uomo saggio che ascolta la parola e la mette in pratica.<br /><br /> Gli oppressi e i poveri: i veri cittadini della città di Dio<br /><br /> Un dettaglio mi sorprende e mi spiazza: chi calpesta questa città? Non un esercito potente, ma i piedi degli oppressi, i passi dei poveri. Gli abitanti veri di questa città non sono i forti, ma coloro che portano davanti a Dio la propria povertà, il proprio limite, la propria oppressione. Penso allora ai passi del Messia: Gesù stesso, che sulla croce ha vissuto l’umiliazione. Apparentemente sconfitto, in realtà ne è uscito vincitore proprio grazie alla sua umiltà, alla sua fiducia nel Padre, alla sua giustizia.<br /><br /> Il cammino spirituale: piccoli gesti che aprono alla pace<br /><br /> Questo diventa anche per me un’indicazione chiara nel tempo di Quaresima: riscoprire i piccoli gesti di fedeltà, di cura, di attenzione alla Parola. Sono questi gesti che mi rendono stabile, che mi radicano in Dio e mi dispongono a ricevere il suo dono di pace. Ed è ai piccoli, ai poveri, agli umili che questo dono viene offerto, mentre “i potenti sono rovesciati dal trono”, come dice Maria nel Magnificat.<br /><br /> Rinnovare l’impegno<br /><br /> Alla fine, sento il bisogno di raccogliermi nel silenzio e rinnovare il mio impegno: ascoltare, seguire con umiltà il Vangelo, rimettermi con fiducia su quella roccia eterna che non vacilla.]]></itunes:summary><itunes:duration>347</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia I Avvento anno A Beata Vergine Immacolata ore 9.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-i-avvento-anno-a-beata-vergine-immacolata-ore-9-30--68813716</link><description><![CDATA[Quanto siamo fortunati ad essere qui, insieme, come comunità! Mi rendo conto che poter vivere l’inizio dell’Avvento in comunione, in semplicità e nella quotidianità, è un dono enorme, tutt’altro che scontato. Essere qui a condividere l’attesa del Signore è una grazia che desidero custodire.<br /><br /> Il Vangelo ci ricorda che la venuta del Signore sarà come ai tempi di Noè: la gente mangiava, beveva, si sposava, lavorava, senza accorgersi di nulla, nemmeno del diluvio imminente. Questa incapacità di “accorgersi” mi colpisce profondamente. Anche noi, presi dal lavoro, dagli impegni, dallo stress quotidiano, rischiamo di perdere la consapevolezza che il Signore sta venendo: oggi, a Natale, alla fine dei tempi. Tutto è un arrivo. Ma come viviamo questa attesa? La temiamo? La rimandiamo?<br /><br /> In realtà, l’incontro con Lui è un incontro bello, e poterlo vivere insieme, domenica dopo domenica, è ciò che ci prepara il cuore.<br /><br /> Il pellegrinaggio a Montesole e la testimonianza delle comunità martirizzate<br /><br /> Ricordo poi il pellegrinaggio a Montesole, dove abbiamo ascoltato la storia delle stragi di quelle comunità annientate da una violenza terribile e cieca. Due parenti dei sopravvissuti ci hanno raccontato come quelle persone, pur senza sapere che cosa accadrà, si erano radunate in chiesa a pregare. Don Ubaldo stesso è stato ucciso sull’altare mentre cercava di salvare le ostie.<br /><br /> Quelle comunità erano pronte all’incontro con il Signore, non perché consapevoli, forse, ma perché abituate a camminare insieme, a volersi bene, a incontrarsi, a condividere la fede. Una comunità vera, che ha affrontato la prova unita.<br /><br /> Colpisce anche la figura di Antonietta Benni, la maestra che, finita la guerra, è tornata a ricostruire quelle comunità che molti volevano dimenticare o minimizzare. Lei invece è tornata a fare comunità, a rimettere insieme ciò che la violenza aveva spezzato.<br /><br /> La preziosità del camminare insieme<br /><br /> Non è retorica dire che la comunità è un dono prezioso. Attendere da soli sarebbe più difficile. Isaia oggi insiste molto sul valore comunitario dell’attesa: alla fine dei tempi molti popoli diranno “Venite, saliamo al monte del Signore”. È un invito rivolto a tanti, un cammino condiviso.<br /><br /> Da Sion esce la parola del Signore, la sua legge. Saliamo insieme perché Lui ci insegni le sue vie e ci conduca nei suoi sentieri. Il profeta annuncia la fine dell’arte della guerra, persino le armi si trasformano in strumenti di lavoro. Questa visione di pace ci chiama.<br /><br /> Anche il salmo ci invita alla fraternità: “Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: su di te sia pace”. I nostri fratelli e amici sono quelli che camminano con noi: le nostre famiglie, certo, ma anche la nostra comunità riunita qui. Per questo dobbiamo custodire questo dono grande: il Signore è in arrivo.<br /><br /> La consapevolezza del momento secondo san Paolo<br /><br /> La Lettera ai Romani mi colpisce per un passaggio forte: “Questo voi farete, consapevoli del momento”. Essere consapevoli significa sapere che il tempo si è fatto breve, che il Signore si avvicina. Ma cosa dobbiamo fare?<br /><br /> I versetti precedenti parlano chiaro: la pienezza della legge è l’amore. “Volerci bene”: ecco il comando essenziale per vivere l’attesa. Per risvegliarci dal sonno, dice Paolo, dobbiamo gettare via le opere delle tenebre e indossare le armi della luce.<br /><br /> Le opere delle tenebre sono tante: orge, ubriachezze, lussurie, impurità, litigi, gelosie. Cose che spengono il cuore, che tolgono lucidità, che ci fanno perdere consapevolezza. Anche un litigio o una gelosia accendono in noi qualcosa che ci annebbia.<br /><br /> Per questo dobbiamo indossare le armi della luce: illuminarci reciprocamente, volerci bene, vivere l’attesa con uno stile luminoso. Ieri con i bambini abbiamo acceso la prima candela dell’Avvento al buio: un segno semplice ma potente.<br /><br /> Essere pronti all’incontro<br /><br /> Il Vangelo parla di due persone che fanno la stessa cosa, una viene presa e una lasciata. La differenza non è ciò che fanno, ma la luce con cui vivono ciò che fanno. Chi vive la vita ordinaria con speranza e attesa, quando il Signore arriva, depone gli strumenti e apre subito il cuore.<br /><br /> Noi possiamo essere pronti grazie alla comunità e all’amore reciproco. Ringrazio il Signore in questa domenica di Avvento per la nostra comunità e per le nostre famiglie, che ci mantengono svegli, consapevoli, grati.<br /><br /> Così possiamo attendere il Signore senza paura, ma con gioia, e dire davvero: Vieni, Signore, ti aspettiamo a braccia aperte. Tu non sei un ladro, ma il nostro sposo, il nostro Signore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68813716</guid><pubDate>Mon, 01 Dec 2025 05:21:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68813716/imported_1764520103206309_audio.mp3" length="10875297" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Quanto siamo fortunati ad essere qui, insieme, come comunità! Mi rendo conto che poter vivere l’inizio dell’Avvento in comunione, in semplicità e nella quotidianità, è un dono enorme, tutt’altro che scontato. Essere qui a condividere l’attesa del...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Quanto siamo fortunati ad essere qui, insieme, come comunità! Mi rendo conto che poter vivere l’inizio dell’Avvento in comunione, in semplicità e nella quotidianità, è un dono enorme, tutt’altro che scontato. Essere qui a condividere l’attesa del Signore è una grazia che desidero custodire.<br /><br /> Il Vangelo ci ricorda che la venuta del Signore sarà come ai tempi di Noè: la gente mangiava, beveva, si sposava, lavorava, senza accorgersi di nulla, nemmeno del diluvio imminente. Questa incapacità di “accorgersi” mi colpisce profondamente. Anche noi, presi dal lavoro, dagli impegni, dallo stress quotidiano, rischiamo di perdere la consapevolezza che il Signore sta venendo: oggi, a Natale, alla fine dei tempi. Tutto è un arrivo. Ma come viviamo questa attesa? La temiamo? La rimandiamo?<br /><br /> In realtà, l’incontro con Lui è un incontro bello, e poterlo vivere insieme, domenica dopo domenica, è ciò che ci prepara il cuore.<br /><br /> Il pellegrinaggio a Montesole e la testimonianza delle comunità martirizzate<br /><br /> Ricordo poi il pellegrinaggio a Montesole, dove abbiamo ascoltato la storia delle stragi di quelle comunità annientate da una violenza terribile e cieca. Due parenti dei sopravvissuti ci hanno raccontato come quelle persone, pur senza sapere che cosa accadrà, si erano radunate in chiesa a pregare. Don Ubaldo stesso è stato ucciso sull’altare mentre cercava di salvare le ostie.<br /><br /> Quelle comunità erano pronte all’incontro con il Signore, non perché consapevoli, forse, ma perché abituate a camminare insieme, a volersi bene, a incontrarsi, a condividere la fede. Una comunità vera, che ha affrontato la prova unita.<br /><br /> Colpisce anche la figura di Antonietta Benni, la maestra che, finita la guerra, è tornata a ricostruire quelle comunità che molti volevano dimenticare o minimizzare. Lei invece è tornata a fare comunità, a rimettere insieme ciò che la violenza aveva spezzato.<br /><br /> La preziosità del camminare insieme<br /><br /> Non è retorica dire che la comunità è un dono prezioso. Attendere da soli sarebbe più difficile. Isaia oggi insiste molto sul valore comunitario dell’attesa: alla fine dei tempi molti popoli diranno “Venite, saliamo al monte del Signore”. È un invito rivolto a tanti, un cammino condiviso.<br /><br /> Da Sion esce la parola del Signore, la sua legge. Saliamo insieme perché Lui ci insegni le sue vie e ci conduca nei suoi sentieri. Il profeta annuncia la fine dell’arte della guerra, persino le armi si trasformano in strumenti di lavoro. Questa visione di pace ci chiama.<br /><br /> Anche il salmo ci invita alla fraternità: “Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: su di te sia pace”. I nostri fratelli e amici sono quelli che camminano con noi: le nostre famiglie, certo, ma anche la nostra comunità riunita qui. Per questo dobbiamo custodire questo dono grande: il Signore è in arrivo.<br /><br /> La consapevolezza del momento secondo san Paolo<br /><br /> La Lettera ai Romani mi colpisce per un passaggio forte: “Questo voi farete, consapevoli del momento”. Essere consapevoli significa sapere che il tempo si è fatto breve, che il Signore si avvicina. Ma cosa dobbiamo fare?<br /><br /> I versetti precedenti parlano chiaro: la pienezza della legge è l’amore. “Volerci bene”: ecco il comando essenziale per vivere l’attesa. Per risvegliarci dal sonno, dice Paolo, dobbiamo gettare via le opere delle tenebre e indossare le armi della luce.<br /><br /> Le opere delle tenebre sono tante: orge, ubriachezze, lussurie, impurità, litigi, gelosie. Cose che spengono il cuore, che tolgono lucidità, che ci fanno perdere consapevolezza. Anche un litigio o una gelosia accendono in noi qualcosa che ci annebbia.<br /><br /> Per questo dobbiamo indossare le armi della luce: illuminarci reciprocamente, volerci bene, vivere l’attesa con uno stile luminoso. Ieri con i bambini abbiamo acceso la prima candela dell’Avvento al buio: un segno semplice ma potente.<br /><br /> Essere pronti...]]></itunes:summary><itunes:duration>680</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia giovedì XXXIV settimana TO Cristo Re</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-giovedi-xxxiv-settimana-to-cristo-re--68780703</link><description><![CDATA[Ci facciamo guidare ancora una volta dalla figura di Daniele, un testimone straordinario di fedeltà a Dio. Riflettendo su di lui, vedo un uomo stimato, riconosciuto, ma proprio per questo oggetto di invidie e malizie. I suoi accusatori agiscono con cattiveria, cercano il suo punto debole — la sua fedeltà — e lo trasformano in un’arma contro di lui. Manipolano il re, sfruttano i meccanismi del potere e insinuano che Daniele sia irrispettoso, per ottenere una condanna esemplare e durissima.<br /> Di fronte a tutto questo, ciò che mi colpisce è la serenità interiore di Daniele: lui rimane saldo, non si nasconde, continua a pregare tre volte al giorno. La sua preghiera è identità, respiro quotidiano, non un gesto privato o timoroso. Daniele vive alla luce del sole ciò che per lui è essenziale.<br /><br /> Il dramma del re Dario e le sue ambiguità<br /><br /> Mentre penso a Daniele, percepisco che la figura forse più tragica di tutta questa storia è quella del re Dario. È affascinato da Daniele, vorrebbe salvarlo, ma non ci riesce: è prigioniero delle sue leggi, dei suoi funzionari, del ruolo che deve recitare. È tormentato, non dorme, digiuna, si agita… eppure rimane legato a quell’ambiguità che lo blocca.<br /> In lui riconosco tante situazioni della mia vita: momenti in cui credo di avere potere, ma in realtà non sono davvero fedele al Signore, bensì a me stesso, alla mia immagine, al ruolo che devo mantenere. Il re è l’uomo che vorrebbe convertirsi, ma non riesce a rompere la gabbia che lui stesso ha costruito.<br /><br /> La fossa dei leoni: luogo di morte che diventa notte pasquale<br /><br /> Quando Daniele viene gettato nella fossa dei leoni, tutto sembra perduto. È un luogo senza ritorno, sigillato. Eppure ciò che dovrebbe essere morte certa si trasforma in una notte pasquale: un angelo lo custodisce, lo salva, lo tiene al riparo dal male.<br /> La sua innocenza è proclamata, ma comunque deve passare attraverso quella fossa. E una volta che ne esce, il giudizio cade su chi lo aveva accusato. Il re, invece, sembra mostrare segni di un cambiamento: forse è un po’ ipocrita, ma in qualche modo anche lui viene liberato dalla sorte di Daniele. La sua confessione di fede è sorprendente: riconosce che il Dio di Daniele è vivo, eterno, liberatore. E addirittura decreta che tutti debbano rispettare quel Dio.<br /><br /> La mia chiamata a una fedeltà quotidiana<br /><br /> Alla luce di questa storia, sento rivolto anche a me l’invito alla fedeltà: una fedeltà quotidiana, concreta, non nascosta, come quella di Daniele. Una fedeltà che non scende a compromessi con ciò che mi distrae, mi affascina o mi tenta.<br /> Sono chiamato a confidare nel Signore anche nelle prove, senza paura dei “leoni” che possono apparire sulla mia strada, perché la speranza che Lui dona illumina sempre l’oscurità. <br /><br /> La conversione del re mi insegna che chiunque può diventare annunciatore della salvezza, anche chi sembra debole, incoerente o ostinato.<br /><br /> Per questo chiedo al Signore di prendermi per mano nella mia fragilità, di aiutarmi a custodire quei piccoli segni di preghiera, di attenzione e di fedeltà quotidiana. Solo così posso diventare luce per le persone che vivono accanto a me.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68780703</guid><pubDate>Fri, 28 Nov 2025 04:16:54 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68780703/imported_1764303158620637_audio.mp3" length="5616117" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Ci facciamo guidare ancora una volta dalla figura di Daniele, un testimone straordinario di fedeltà a Dio. Riflettendo su di lui, vedo un uomo stimato, riconosciuto, ma proprio per questo oggetto di invidie e malizie. I suoi accusatori agiscono con...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ci facciamo guidare ancora una volta dalla figura di Daniele, un testimone straordinario di fedeltà a Dio. Riflettendo su di lui, vedo un uomo stimato, riconosciuto, ma proprio per questo oggetto di invidie e malizie. I suoi accusatori agiscono con cattiveria, cercano il suo punto debole — la sua fedeltà — e lo trasformano in un’arma contro di lui. Manipolano il re, sfruttano i meccanismi del potere e insinuano che Daniele sia irrispettoso, per ottenere una condanna esemplare e durissima.<br /> Di fronte a tutto questo, ciò che mi colpisce è la serenità interiore di Daniele: lui rimane saldo, non si nasconde, continua a pregare tre volte al giorno. La sua preghiera è identità, respiro quotidiano, non un gesto privato o timoroso. Daniele vive alla luce del sole ciò che per lui è essenziale.<br /><br /> Il dramma del re Dario e le sue ambiguità<br /><br /> Mentre penso a Daniele, percepisco che la figura forse più tragica di tutta questa storia è quella del re Dario. È affascinato da Daniele, vorrebbe salvarlo, ma non ci riesce: è prigioniero delle sue leggi, dei suoi funzionari, del ruolo che deve recitare. È tormentato, non dorme, digiuna, si agita… eppure rimane legato a quell’ambiguità che lo blocca.<br /> In lui riconosco tante situazioni della mia vita: momenti in cui credo di avere potere, ma in realtà non sono davvero fedele al Signore, bensì a me stesso, alla mia immagine, al ruolo che devo mantenere. Il re è l’uomo che vorrebbe convertirsi, ma non riesce a rompere la gabbia che lui stesso ha costruito.<br /><br /> La fossa dei leoni: luogo di morte che diventa notte pasquale<br /><br /> Quando Daniele viene gettato nella fossa dei leoni, tutto sembra perduto. È un luogo senza ritorno, sigillato. Eppure ciò che dovrebbe essere morte certa si trasforma in una notte pasquale: un angelo lo custodisce, lo salva, lo tiene al riparo dal male.<br /> La sua innocenza è proclamata, ma comunque deve passare attraverso quella fossa. E una volta che ne esce, il giudizio cade su chi lo aveva accusato. Il re, invece, sembra mostrare segni di un cambiamento: forse è un po’ ipocrita, ma in qualche modo anche lui viene liberato dalla sorte di Daniele. La sua confessione di fede è sorprendente: riconosce che il Dio di Daniele è vivo, eterno, liberatore. E addirittura decreta che tutti debbano rispettare quel Dio.<br /><br /> La mia chiamata a una fedeltà quotidiana<br /><br /> Alla luce di questa storia, sento rivolto anche a me l’invito alla fedeltà: una fedeltà quotidiana, concreta, non nascosta, come quella di Daniele. Una fedeltà che non scende a compromessi con ciò che mi distrae, mi affascina o mi tenta.<br /> Sono chiamato a confidare nel Signore anche nelle prove, senza paura dei “leoni” che possono apparire sulla mia strada, perché la speranza che Lui dona illumina sempre l’oscurità. <br /><br /> La conversione del re mi insegna che chiunque può diventare annunciatore della salvezza, anche chi sembra debole, incoerente o ostinato.<br /><br /> Per questo chiedo al Signore di prendermi per mano nella mia fragilità, di aiutarmi a custodire quei piccoli segni di preghiera, di attenzione e di fedeltà quotidiana. 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È un potere che si autocelebra, autosufficiente, incapace di rendere conto a qualcuno che sia al di sopra di sé.<br /><br /> Mi impressiona soprattutto il gesto sacrilego di prendere i vasi sacri del Tempio e usarli per bere il vino. È come se ogni senso del sacro fosse svanito: ciò che appartiene a Dio viene ridotto a oggetto di divertimento. Addirittura vengono lodati gli idoli di legno, metallo e pietra, divinità senza vita, che rivelano la profondità della corruzione religiosa. In tutto questo sento che c’è un avvertimento anche per me: il rischio di banalizzare ciò che è sacro non è così lontano come potrei pensare.<br /><br /> Proprio mentre il potere si ubriaca di sé stesso, ecco comparire una mano misteriosa che scrive sulla parete. È un messaggio di Dio che irrompe e fa crollare ogni sicurezza. Vedo il re impallidire, spaventato: è l’effetto che la Parola di Dio ha quando smaschera l’illusione del potere umano.<br /><br /> L’ingresso di Daniele: la voce della verità<br /><br /> A questo punto entra in scena Daniele. Lo riconosco come un uomo di Dio: fedele, sapiente, integro. Lo abbiamo visto rifiutare il cibo del re pur di non contaminarsi, e ora lo vediamo parlare senza paura, denunciando l’arroganza di Baldassàr, la sua idolatria e la sua inconsapevolezza riguardo alla propria fragilità.<br /><br /> Daniele interpreta le tre parole misteriose scritte dalla mano:<br /><br /> Mene: numerato. Il re viene avvertito che i suoi giorni sono contati, che il suo potere non è eterno.<br /><br /> Tekel: pesato. Egli è stato trovato leggero, inconsistente, vuoto.<br /><br /> Peres: diviso. Il suo regno è spezzato e sarà consegnato ad altri.<br /><br /> In questo giudizio severo sento la forza della Parola di Dio: essa non accarezza, ma smaschera, illumina, raddrizza.<br /><br /> I “vasi sacri” della mia vita<br /><br /> Di fronte a questa scena mi chiedo quali siano i “vasi sacri” che Dio ha affidato anche a me. Ogni persona, ogni relazione, la fede, il tempo, il linguaggio… tutto ciò che compone la mia vita è prezioso. Eppure posso usarlo male, con superficialità o mancanza di cura. La tentazione di banalizzare il sacro è reale.<br /><br /> Eppure, la mano che scrive non è solo minaccia. La Parola di Dio non viene per condannarmi senza scampo, ma per salvarmi. Il giudizio di Dio è una luce che apre alla conversione, che mi ricorda quanto sono preziose le cose che Lui ha messo nella mia vita. È un invito a ritrovare la sacralità del quotidiano, a custodire con amore ciò che non è mio ma Suo.<br /><br /> L’impegno che voglio rinnovare<br /><br /> Davanti a questa pagina rinnovo il mio impegno: desidero essere un custode fedele dei vasi sacri che Dio mi affida. Non voglio essere trovato leggero, inconsistente, ma saldo e perseverante nella cura del bene che mi è stato consegnato.<br /><br /> Il Vangelo mi ricorda che nessun capello del mio capo andrà perduto e che sarà la perseveranza a salvare la mia vita. Anche se non mancano difficoltà, prove o persecuzioni, la via della cura e dell’attenzione è quella che il Signore mi chiede e che Lui stesso ha percorso, dando la vita per ogni persona, anche per chi è peccatore, ma ai suoi occhi preziosissimo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68761962</guid><pubDate>Wed, 26 Nov 2025 21:00:05 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68761962/imported_176419054827156_audio.mp3" length="6172421" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>In questi giorni mi lascio accompagnare dal libro di Daniele, che la liturgia ci propone nell’ultima settimana del Tempo Ordinario, alle soglie dell’Avvento. 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In tutto questo sento che c’è un avvertimento anche per me: il rischio di banalizzare ciò che è sacro non è così lontano come potrei pensare.<br /><br /> Proprio mentre il potere si ubriaca di sé stesso, ecco comparire una mano misteriosa che scrive sulla parete. È un messaggio di Dio che irrompe e fa crollare ogni sicurezza. Vedo il re impallidire, spaventato: è l’effetto che la Parola di Dio ha quando smaschera l’illusione del potere umano.<br /><br /> L’ingresso di Daniele: la voce della verità<br /><br /> A questo punto entra in scena Daniele. Lo riconosco come un uomo di Dio: fedele, sapiente, integro. Lo abbiamo visto rifiutare il cibo del re pur di non contaminarsi, e ora lo vediamo parlare senza paura, denunciando l’arroganza di Baldassàr, la sua idolatria e la sua inconsapevolezza riguardo alla propria fragilità.<br /><br /> Daniele interpreta le tre parole misteriose scritte dalla mano:<br /><br /> Mene: numerato. Il re viene avvertito che i suoi giorni sono contati, che il suo potere non è eterno.<br /><br /> Tekel: pesato. Egli è stato trovato leggero, inconsistente, vuoto.<br /><br /> Peres: diviso. Il suo regno è spezzato e sarà consegnato ad altri.<br /><br /> In questo giudizio severo sento la forza della Parola di Dio: essa non accarezza, ma smaschera, illumina, raddrizza.<br /><br /> I “vasi sacri” della mia vita<br /><br /> Di fronte a questa scena mi chiedo quali siano i “vasi sacri” che Dio ha affidato anche a me. Ogni persona, ogni relazione, la fede, il tempo, il linguaggio… tutto ciò che compone la mia vita è prezioso. Eppure posso usarlo male, con superficialità o mancanza di cura. La tentazione di banalizzare il sacro è reale.<br /><br /> Eppure, la mano che scrive non è solo minaccia. La Parola di Dio non viene per condannarmi senza scampo, ma per salvarmi. 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È un inno splendido, ma può far pensare a un re che abita solo nell’altezza.<br /><br /> Invece, guardando il mondo, sperimento ben altri regni: poteri che schiacciano, guerre, violenze sui poveri, mancanza di rispetto per la vita e per la dignità dei piccoli. Davanti a tutto questo mi chiedo: come posso celebrare un re che sembra così distante? Il Vangelo di Luca, proprio raccontando la crocifissione, mi aiuta a dare concretezza a questa domanda.<br /><br /> Un Re deriso e impotente<br /><br /> Nella scena della croce Gesù appare come un re che tutti deridono. Lo insultano, lo scherniscono, lo umiliano. La sua è la forma più radicale dell’impotenza: non reagisce, non scende dalla croce, non oppone resistenza al potere degli uomini che si accaniscono contro di lui. I capi, i soldati, il potere politico e religioso: tutti hanno esercitato la loro forza su di lui e sembrano aver vinto.<br /><br /> Le loro parole sono sempre le stesse: “Salva te stesso”. Come se la grandezza fosse misurabile solo dal potere di sfuggire alla sofferenza. Perfino la scritta sul capo, “re dei giudei”, mostra il paradosso: il potere umano si ritiene forte perché decide della vita e della morte.<br /><br /> Mi vengono in mente i bambini del catechismo, quando parlavamo di Erode: un uomo che, minacciato da un bambino re, scatena la paura più feroce, quella che uccide gli innocenti. È il volto del potere umano: dominare attraverso la morte. Un volto che riconosco anche nei nostri dibattiti sulla morte programmata, come se l’ultima parola sulla vita fosse nostra.<br /><br /> Eppure Gesù accetta di stare dentro questo meccanismo senza fuggire. Rimane, affronta il potere e lo smaschera non opponendo violenza a violenza, ma scegliendo la via dell’amore.<br /><br /> La croce come incontro<br /><br /> Il perdono come chiave<br /><br /> Pochi istanti prima di essere inchiodato, Gesù dice: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Sente che chi lo sta uccidendo non ha piena coscienza di ciò che accade. E già questo mi sorprende: nel momento del massimo dolore, pensa al perdono.<br /><br /> Non è solo: i due malfattori<br /><br /> La cosa che più mi colpisce è che Gesù non muore da solo. Accanto a lui ci sono due malfattori. Immagino i loro sguardi durante la salita al Calvario, la condivisione della paura e della sofferenza. Forse hanno persino ascoltato le sue parole di perdono.<br /><br /> In quel momento, la croce diventa per Gesù una grande occasione di incontro. Non solo ha salvato molti lungo il suo cammino, ora sceglie di morire insieme a due persone che portano dentro colpe vere. E proprio quella vicinanza fa scattare qualcosa nel cuore del ladrone che la tradizione chiama Disma.<br /><br /> La scoperta del ladrone<br /><br /> Questo uomo riconosce l’innocenza di Gesù e, nel riconoscerla, capisce che la sua presenza accanto a lui non è casuale. Si sente visto, conosciuto. Sente che quel Gesù sta condividendo con lui l’ultimo tratto della vita.<br /><br /> Le sue parole sono un’invocazione ripetuta: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Non chiede un miracolo, non pretende di scendere dalla croce. Accetta che moriranno insieme. Ma vuole essere ricordato. “Di me”, ripete. Con il suo volto, la sua storia, la sua colpa.<br /><br /> Ed è significativo che lo chiami per nome: è l’unica volta nel Vangelo di Luca in cui qualcuno dice semplicemente “Gesù”. Quel nome significa “Dio salva”: forse il ladrone lo sta invocando senza nemmeno saperlo pienamente.<br /><br /> La forza dell’“oggi”<br /><br /> La promessa immediata<br /><br /> La risposta di Gesù è tra le più sconvolgenti di tutto il Vangelo: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”.<br /><br /> Questo “oggi” è decisivo. Nel Vangelo di Luca ogni “oggi” annuncia una salvezza immediata: ai pastori di Betlemme, a Zaccheo, e ora al ladrone. Non è una promessa rimandata al futuro lontano. È un dono che inizia lì, nella sofferenza condivisa, nel morire insieme.<br /><br /> Oggi sarai con me. E in un certo senso lo è già. Gesù lo porta con sé, lo tiene accanto, gli apre uno spazio nella sua relazione d’amore col Padre.<br /><br /> Un Re che vuole relazione<br /><br /> La vicinanza agli ultimi<br /><br /> Gesù mostra di essere un re che cerca relazione. Non domina, non guadagna potere, ma si avvicina a chi è considerato perduto, malfattore, ultimo. È un re che sceglie di stare con chi non ha più nulla da offrire.<br /><br /> Un regno condiviso<br /><br /> Trasferiti nel suo regno<br /><br /> San Paolo lo dice con un’immagine bellissima: il Padre ci ha liberati dal potere delle tenebri e ci ha trasferiti nel regno del Figlio. È un regno che comincia già ora. Non è un luogo lontano, ma una condizione di vita in cui Gesù ci fa entrare attraverso la sua croce.<br /><br /> In questo regno sperimento perdono, riconciliazione, accoglienza. Mi sento parte di qualcosa che non mi spetterebbe, eppure mi viene donato perché lui ha scelto di scendere fino alla morte con noi.<br /><br /> Un re con molti re<br /><br /> La sua è una regalità che si moltiplica. Non è un re solitario: vuole farci re con lui. Come Davide nella prima lettura, anche Gesù può dirci: “Siamo ossa delle tue ossa e carne della tua carne”. Con lui condividiamo luce, forza, amore, morte e risurrezione.<br /><br /> Celebrare la nostra partecipazione<br /><br /> Alla fine, celebrare Cristo Re significa celebrare la nostra partecipazione alla sua vita: la sua vicinanza, la sua scelta di condividere tutto, la sua capacità di trasformare la morte in un luogo di comunione.<br /><br /> E io voglio ringraziarlo per questo. Perché oggi — davvero oggi — mi trasferisce nel suo regno.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68707269</guid><pubDate>Sun, 23 Nov 2025 16:31:23 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68707269/imported_1763915333416778_audio.mp3" length="14669949" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Quando ascoltiamo il titolo “Gesù, re dell’universo”, sentiamo che potrebbe diventare qualcosa di astratto, quasi distante dalla nostra vita. Le letture della festa elencano grandezze e potenze che sembrano portarci lontano: Gesù come principio,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Quando ascoltiamo il titolo “Gesù, re dell’universo”, sentiamo che potrebbe diventare qualcosa di astratto, quasi distante dalla nostra vita. Le letture della festa elencano grandezze e potenze che sembrano portarci lontano: Gesù come principio, primizia, al centro di ogni cosa. È un inno splendido, ma può far pensare a un re che abita solo nell’altezza.<br /><br /> Invece, guardando il mondo, sperimento ben altri regni: poteri che schiacciano, guerre, violenze sui poveri, mancanza di rispetto per la vita e per la dignità dei piccoli. Davanti a tutto questo mi chiedo: come posso celebrare un re che sembra così distante? Il Vangelo di Luca, proprio raccontando la crocifissione, mi aiuta a dare concretezza a questa domanda.<br /><br /> Un Re deriso e impotente<br /><br /> Nella scena della croce Gesù appare come un re che tutti deridono. Lo insultano, lo scherniscono, lo umiliano. La sua è la forma più radicale dell’impotenza: non reagisce, non scende dalla croce, non oppone resistenza al potere degli uomini che si accaniscono contro di lui. I capi, i soldati, il potere politico e religioso: tutti hanno esercitato la loro forza su di lui e sembrano aver vinto.<br /><br /> Le loro parole sono sempre le stesse: “Salva te stesso”. Come se la grandezza fosse misurabile solo dal potere di sfuggire alla sofferenza. Perfino la scritta sul capo, “re dei giudei”, mostra il paradosso: il potere umano si ritiene forte perché decide della vita e della morte.<br /><br /> Mi vengono in mente i bambini del catechismo, quando parlavamo di Erode: un uomo che, minacciato da un bambino re, scatena la paura più feroce, quella che uccide gli innocenti. È il volto del potere umano: dominare attraverso la morte. Un volto che riconosco anche nei nostri dibattiti sulla morte programmata, come se l’ultima parola sulla vita fosse nostra.<br /><br /> Eppure Gesù accetta di stare dentro questo meccanismo senza fuggire. Rimane, affronta il potere e lo smaschera non opponendo violenza a violenza, ma scegliendo la via dell’amore.<br /><br /> La croce come incontro<br /><br /> Il perdono come chiave<br /><br /> Pochi istanti prima di essere inchiodato, Gesù dice: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Sente che chi lo sta uccidendo non ha piena coscienza di ciò che accade. E già questo mi sorprende: nel momento del massimo dolore, pensa al perdono.<br /><br /> Non è solo: i due malfattori<br /><br /> La cosa che più mi colpisce è che Gesù non muore da solo. Accanto a lui ci sono due malfattori. Immagino i loro sguardi durante la salita al Calvario, la condivisione della paura e della sofferenza. Forse hanno persino ascoltato le sue parole di perdono.<br /><br /> In quel momento, la croce diventa per Gesù una grande occasione di incontro. Non solo ha salvato molti lungo il suo cammino, ora sceglie di morire insieme a due persone che portano dentro colpe vere. E proprio quella vicinanza fa scattare qualcosa nel cuore del ladrone che la tradizione chiama Disma.<br /><br /> La scoperta del ladrone<br /><br /> Questo uomo riconosce l’innocenza di Gesù e, nel riconoscerla, capisce che la sua presenza accanto a lui non è casuale. Si sente visto, conosciuto. Sente che quel Gesù sta condividendo con lui l’ultimo tratto della vita.<br /><br /> Le sue parole sono un’invocazione ripetuta: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Non chiede un miracolo, non pretende di scendere dalla croce. Accetta che moriranno insieme. Ma vuole essere ricordato. “Di me”, ripete. Con il suo volto, la sua storia, la sua colpa.<br /><br /> Ed è significativo che lo chiami per nome: è l’unica volta nel Vangelo di Luca in cui qualcuno dice semplicemente “Gesù”. Quel nome significa “Dio salva”: forse il ladrone lo sta invocando senza nemmeno saperlo pienamente.<br /><br /> La forza dell’“oggi”<br /><br /> La promessa immediata<br /><br /> La risposta di Gesù è tra le più sconvolgenti di tutto il Vangelo: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”.<br...]]></itunes:summary><itunes:duration>917</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia mercoledì XXXIII settimana TO S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-mercoledi-xxxiii-settimana-to-s-andrea--68649846</link><description><![CDATA[Il dolore di un giorno che sconvolge la vita<br /><br /> Oggi siamo davanti alla vicenda di una madre che vive un giorno terribile, forse il più tremendo che un cuore umano possa sopportare: perdere in un solo giorno tutti e sette i suoi figli. In un momento preciso della sua storia, della sua vicenda umana, lei incontra un tiranno spietato e in quell'incontro perde tutto ciò che aveva di più prezioso.<br /><br /> Mi ha colpito profondamente il modo in cui questa madre si rapporta a ciò che sta accadendo. Di fronte al dono dei suoi figli, lei riconosce con umiltà e stupore il mistero della vita: «Non so come siate apparsi nel mio seno, non vi ho dato il respiro e la vita, né io ho dato forme alle membra di ciascuno di voi». È come se dicesse: “Siete nati da me, ma io non sono l’autrice del mistero che vi ha generati”.<br /><br /> Il riconoscimento del dono ricevuto<br /><br /> Pur essendo lei la loro madre, riconosce con chiarezza che non è stata lei la fonte della vita: i figli sono doni troppo grandi per potersene attribuire il merito. Il respiro, la vita, la forma del corpo… tutto viene dall’alto, dal Creatore. Lei stessa afferma che è Dio, il creatore dell’universo, che ha provveduto alla generazione di tutti.<br /><br /> La generazione è un atto misterioso, immenso, un’opera creativa che ha trovato in lei solo una porta, un passaggio attraverso cui queste creature sono entrate nel mondo. E tuttavia, parlando al figlio più giovane, non dimentica il suo ruolo concreto: gli chiede addirittura pietà per averlo portato in grembo nove mesi, per averlo allattato tre anni, allevato, accompagnato nella crescita, nutrito in ogni senso. In quella relazione bella e vissuta, c’è tutta la concretezza dell’amore materno.<br /><br /> Il dramma della morte e la certezza della misericordia<br /><br /> Poi però arriva la morte, improvvisa, violenta, ingiusta. La madre lo sa. Eppure, di fronte a questa tragedia, conserva una speranza incrollabile: Dio glieli riconsegnerà. Al figlio più giovane dice:<br /> «Non temere questo carnefice, mostrati degno dei tuoi fratelli, accetta la morte perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia».<br /><br /> Nel cuore del dramma, questa madre contempla le opere di Dio: dalla creazione, al respiro, alle membra del corpo, fino alla promessa della vita eterna. Lei sa che la comunione non sarà spezzata per sempre, che la morte non ha l’ultima parola. È una donna che riconosce di essere stata un’umile collaboratrice di Dio nell’opera della vita, e continua a confidare che nessuna crudeltà umana potrà distruggere quel dono.<br /><br /> Ed è grazie alla sua fedeltà — alla fede, alla rettitudine, al non cedere alle lusinghe del tiranno — che può custodire questa speranza.<br /><br /> Una domanda che tocca anche la mia vita<br /><br /> Tutto questo mi interroga profondamente. Anche io, come lei, sono inserito nel disegno di Dio da sempre. Anche a me è stato dato il respiro, la vita, le membra. E anche io devo fare i conti con la morte, con gli strappi, con le ferite della storia. A volte, persino i nostri figli o le relazioni più care possono essere colpite duramente. Eppure la Scrittura mi insegna oggi che tutto è nelle mani di Dio, che la sua visione supera il giorno terribile della prova.<br /><br /> Il legame con la parabola dei talenti<br /><br /> Questa prospettiva si collega alla parabola del re che affida i talenti ai suoi servi. Come la madre, anche i servi non devono nascondere il dono, ma curarlo, farlo crescere, lavorarci. Ogni dono richiede impegno, responsabilità, creatività, e poi viene riconsegnato al Signore che lo fa fruttificare ancora di più. La vita stessa è un talento ricevuto, affidato, coltivato e infine restituito.<br /><br /> La storia della madre e quella dei talenti si intrecciano: entrambe parlano di un disegno più grande, di un percorso che attraversa la vita e la morte, ma che sboccia nella comunione eterna.<br /><br /> Affidare la vita al Re che dona tutto<br /><br /> E allora sento che posso affidare davvero tutta la mia vita — e quella dei miei cari — al Signore che è il vero Re, Colui che distribuisce i doni e che gioisce per ciò che gli riportiamo. Lui mi affida nuove responsabilità, nuove possibilità, nuovi frutti.<br /><br /> Tutto questo è possibile perché il suo Figlio vero, Gesù, si è consegnato per amore, ha dato la vita per portare frutto. Io desidero seguirlo, imitarlo, e vivere nella certezza che anche per me ci sarà un frutto buono, abbondante, eterno.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68649846</guid><pubDate>Thu, 20 Nov 2025 04:28:11 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68649846/imported_1763612449967529_audio.mp3" length="6600829" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il dolore di un giorno che sconvolge la vita

Oggi siamo davanti alla vicenda di una madre che vive un giorno terribile, forse il più tremendo che un cuore umano possa sopportare: perdere in un solo giorno tutti e sette i suoi figli. In un momento...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il dolore di un giorno che sconvolge la vita<br /><br /> Oggi siamo davanti alla vicenda di una madre che vive un giorno terribile, forse il più tremendo che un cuore umano possa sopportare: perdere in un solo giorno tutti e sette i suoi figli. In un momento preciso della sua storia, della sua vicenda umana, lei incontra un tiranno spietato e in quell'incontro perde tutto ciò che aveva di più prezioso.<br /><br /> Mi ha colpito profondamente il modo in cui questa madre si rapporta a ciò che sta accadendo. Di fronte al dono dei suoi figli, lei riconosce con umiltà e stupore il mistero della vita: «Non so come siate apparsi nel mio seno, non vi ho dato il respiro e la vita, né io ho dato forme alle membra di ciascuno di voi». È come se dicesse: “Siete nati da me, ma io non sono l’autrice del mistero che vi ha generati”.<br /><br /> Il riconoscimento del dono ricevuto<br /><br /> Pur essendo lei la loro madre, riconosce con chiarezza che non è stata lei la fonte della vita: i figli sono doni troppo grandi per potersene attribuire il merito. Il respiro, la vita, la forma del corpo… tutto viene dall’alto, dal Creatore. Lei stessa afferma che è Dio, il creatore dell’universo, che ha provveduto alla generazione di tutti.<br /><br /> La generazione è un atto misterioso, immenso, un’opera creativa che ha trovato in lei solo una porta, un passaggio attraverso cui queste creature sono entrate nel mondo. E tuttavia, parlando al figlio più giovane, non dimentica il suo ruolo concreto: gli chiede addirittura pietà per averlo portato in grembo nove mesi, per averlo allattato tre anni, allevato, accompagnato nella crescita, nutrito in ogni senso. In quella relazione bella e vissuta, c’è tutta la concretezza dell’amore materno.<br /><br /> Il dramma della morte e la certezza della misericordia<br /><br /> Poi però arriva la morte, improvvisa, violenta, ingiusta. La madre lo sa. Eppure, di fronte a questa tragedia, conserva una speranza incrollabile: Dio glieli riconsegnerà. Al figlio più giovane dice:<br /> «Non temere questo carnefice, mostrati degno dei tuoi fratelli, accetta la morte perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia».<br /><br /> Nel cuore del dramma, questa madre contempla le opere di Dio: dalla creazione, al respiro, alle membra del corpo, fino alla promessa della vita eterna. Lei sa che la comunione non sarà spezzata per sempre, che la morte non ha l’ultima parola. È una donna che riconosce di essere stata un’umile collaboratrice di Dio nell’opera della vita, e continua a confidare che nessuna crudeltà umana potrà distruggere quel dono.<br /><br /> Ed è grazie alla sua fedeltà — alla fede, alla rettitudine, al non cedere alle lusinghe del tiranno — che può custodire questa speranza.<br /><br /> Una domanda che tocca anche la mia vita<br /><br /> Tutto questo mi interroga profondamente. Anche io, come lei, sono inserito nel disegno di Dio da sempre. Anche a me è stato dato il respiro, la vita, le membra. E anche io devo fare i conti con la morte, con gli strappi, con le ferite della storia. A volte, persino i nostri figli o le relazioni più care possono essere colpite duramente. Eppure la Scrittura mi insegna oggi che tutto è nelle mani di Dio, che la sua visione supera il giorno terribile della prova.<br /><br /> Il legame con la parabola dei talenti<br /><br /> Questa prospettiva si collega alla parabola del re che affida i talenti ai suoi servi. Come la madre, anche i servi non devono nascondere il dono, ma curarlo, farlo crescere, lavorarci. Ogni dono richiede impegno, responsabilità, creatività, e poi viene riconsegnato al Signore che lo fa fruttificare ancora di più. La vita stessa è un talento ricevuto, affidato, coltivato e infine restituito.<br /><br /> La storia della madre e quella dei talenti si intrecciano: entrambe parlano di un disegno più grande, di un percorso che attraversa la vita e la morte, ma che sboccia nella comunione eterna.<br /><br /> Affidare la vita al Re...]]></itunes:summary><itunes:duration>413</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il cammino ecumenico - San Domenico Savio</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-cammino-ecumenico-san-domenico-savio--68649840</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68649840</guid><pubDate>Thu, 20 Nov 2025 04:25:42 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68649840/imported_1763612422203794_audio.mp3" length="50919549" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>3183</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Voce 251116_112336.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/voce-251116-112336-m4a--68600319</link><description><![CDATA[Gg uni s n]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68600319</guid><pubDate>Mon, 17 Nov 2025 11:14:34 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68600319/imported_1763378032260005_audio.mp3" length="10730266" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Gg uni s n</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Gg uni s n]]></itunes:summary><itunes:duration>671</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia XXXIII domenica TO C BVI</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-xxxiii-domenica-to-c-bvi--68591881</link><description><![CDATA[Sottolineiamo il contesto in cui Gesù le pronuncia. Si parla del Tempio, della sua bellezza, del recente restauro fatto da Erode. Penso spesso a quanto sarebbe bello un giorno poter andare insieme in pellegrinaggio a vedere ciò che ne resta.<br /><br /> Ed è proprio davanti a questa meraviglia che Gesù sorprende tutti: “Non sarà lasciata pietra su pietra”. Dice questo mentre attorno c’è prosperità, tranquillità, un clima quasi di pace. Ma tutto cambierà. E i discepoli, come noi, chiedono: Quando avverrà? Quali saranno i segni? Aiutaci a capire.<br /><br /> Gesù allora elenca cambiamenti ancora più radicali: guerre, rivoluzioni, nazioni contro nazioni, terremoti, pestilenze, persecuzioni, addirittura odio in famiglia. Mi colpisce la forza di questo elenco: è chiaro che i contesti cambiano, e spesso in modo drammatico.<br /><br /> Il cambiamento non per terrorizzare, ma per preparare<br /><br /> A prima vista queste parole potrebbero sembrare dette per spaventare, ma non è così. Gesù, invece, sta preparando i discepoli al cambiamento, soprattutto ai momenti difficili. Mi vengono in mente le parole dei due scout in sagrestia: “Non esiste il buon o cattivo tempo, ma solo buon o cattivo equipaggiamento”. Se sono equipaggiato, posso affrontare anche la pioggia più forte.<br /><br /> Così Gesù vuole che anche noi siamo equipaggiati per affrontare i cambiamenti della vita. E penso agli anziani: quanti contesti diversi, quanti dolori, lutti, fallimenti, trasferimenti, separazioni si attraversano in una vita! Eppure, in tutto questo, il Vangelo ci chiede: Come possiamo rispondere da discepoli?<br /><br /> Gesù ci indica tre strade.<br /><br /> Prima pista: non lasciarsi ingannare e non avere paura<br /><br /> La prima indicazione è chiara: “Non vi ingannate, non vi terrorizzate”. Gesù sa che nei momenti difficili può emergere chi vuole sostituirsi a Lui, chi si propone come salvatore approfittando delle nostre fragilità.<br /><br /> Ma la sua risposta è semplice e forte: “Non abbiate paura. Io ci sono.”<br /> I contesti cambiano, ma Lui rimane.<br /><br /> In questa Giornata mondiale dei poveri risuona il titolo tratto dal Salmo 71:<br /> “Sei tu, mio Signore, la mia speranza.”<br /> I poveri ce lo mostrano concretamente: confidano solo in Lui. Anche noi siamo poveri e abbiamo bisogno di questa fiducia.<br /><br /> Sentirsi poveri ed equipaggiati solo dal Signore<br /><br /> Nelle situazioni in cui ci sentiamo senza mezzi, senza “poncho” e “scarponi”, proprio lì siamo chiamati a sperare nel Signore. Lui è la nostra ancora, la nostra unica speranza. Non altre.<br /><br /> Seconda pista: trasformare ogni situazione in testimonianza<br /><br /> La seconda parola del Vangelo è altrettanto sorprendente: ogni situazione, anche la più difficile, è un’occasione di testimonianza.<br /><br /> Ciò che vivo con fiducia e affidamento diventa testimonianza.<br /> E Gesù aggiunge qualcosa di liberante: “Non preparate il discorso”. Non servono appunti, non serve costruire una difesa. In quel momento sarà Lui a darci parola e sapienza.<br /><br /> Nella mia esperienza, gli esempi più belli sono quelli che vedo nella mia famiglia, nei capi scout, negli amici: proprio quando vivono momenti difficili, danno testimonianze credibili, forti, che edificano.<br /><br /> La forza delle testimonianze<br /><br /> Dovremmo imparare a valorizzare di più le testimonianze. Un discorso teorico si dimentica; una storia vera rimane. La testimonianza mostra concretamente cosa significa affidarsi al Signore. È la parola più efficace.<br /><br /> Terza pista: la perseveranza<br /><br /> Infine Gesù dice: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.”<br /> La perseveranza è necessaria perché le situazioni difficili spesso durano. C’è bisogno di resistere, di non abbandonare la fiducia.<br /><br /> Penso anche alla lettera di san Paolo. Paolo ricorda di aver lavorato duramente, mentre alcuni vivono in modo disordinato, si disperdono. Lui invita a un lavoro semplice, tranquillo, quotidiano: anche chi è in pensione ha un compito, piccolo ma fedele. Questa perseveranza quotidiana nutre la fiducia che è il cuore della nostra resistenza.<br /><br /> Costruire contesti che aiutano la speranza<br /><br /> I contesti difficili non mancheranno. Per questo dobbiamo creare contesti buoni in cui sostenere la fede e la speranza:<br /><br /> le nostre famiglie,<br /><br /> la comunità,<br /><br /> il gruppo scout,<br /><br /> un gruppo di amici che si ritrova per pregare e leggere la Parola di Dio.<br /><br /> So bene quanto io stesso abbia bisogno di tornare a casa, di trovare i miei fratelli, di avere il tempo della preghiera al mattino. Senza questi contesti, mi perdo.<br /><br /> Non possiamo affrontare da soli le tempeste della vita: abbiamo bisogno di aiutarci a vicenda a crescere nella fiducia, nel volersi bene, nella speranza.<br /><br /> Conclusione del cammino<br /><br /> Oggi il Vangelo mi dice che i contesti cambiano, anche in modo drammatico, ma in ogni situazione sono chiamato a:<br /><br /> non lasciarmi ingannare,<br /><br /> dare testimonianza,<br /><br /> perseverare.<br /><br /> Ringrazio il Signore per questa parola e rinnovo la mia fiducia e il mio affidamento a Lui.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68591881</guid><pubDate>Sun, 16 Nov 2025 17:55:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68591881/imported_1763315467557344_audio.mp3" length="10507911" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Sottolineiamo il contesto in cui Gesù le pronuncia. Si parla del Tempio, della sua bellezza, del recente restauro fatto da Erode. Penso spesso a quanto sarebbe bello un giorno poter andare insieme in pellegrinaggio a vedere ciò che ne resta.

Ed è...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Sottolineiamo il contesto in cui Gesù le pronuncia. Si parla del Tempio, della sua bellezza, del recente restauro fatto da Erode. Penso spesso a quanto sarebbe bello un giorno poter andare insieme in pellegrinaggio a vedere ciò che ne resta.<br /><br /> Ed è proprio davanti a questa meraviglia che Gesù sorprende tutti: “Non sarà lasciata pietra su pietra”. Dice questo mentre attorno c’è prosperità, tranquillità, un clima quasi di pace. Ma tutto cambierà. E i discepoli, come noi, chiedono: Quando avverrà? Quali saranno i segni? Aiutaci a capire.<br /><br /> Gesù allora elenca cambiamenti ancora più radicali: guerre, rivoluzioni, nazioni contro nazioni, terremoti, pestilenze, persecuzioni, addirittura odio in famiglia. Mi colpisce la forza di questo elenco: è chiaro che i contesti cambiano, e spesso in modo drammatico.<br /><br /> Il cambiamento non per terrorizzare, ma per preparare<br /><br /> A prima vista queste parole potrebbero sembrare dette per spaventare, ma non è così. Gesù, invece, sta preparando i discepoli al cambiamento, soprattutto ai momenti difficili. Mi vengono in mente le parole dei due scout in sagrestia: “Non esiste il buon o cattivo tempo, ma solo buon o cattivo equipaggiamento”. Se sono equipaggiato, posso affrontare anche la pioggia più forte.<br /><br /> Così Gesù vuole che anche noi siamo equipaggiati per affrontare i cambiamenti della vita. E penso agli anziani: quanti contesti diversi, quanti dolori, lutti, fallimenti, trasferimenti, separazioni si attraversano in una vita! Eppure, in tutto questo, il Vangelo ci chiede: Come possiamo rispondere da discepoli?<br /><br /> Gesù ci indica tre strade.<br /><br /> Prima pista: non lasciarsi ingannare e non avere paura<br /><br /> La prima indicazione è chiara: “Non vi ingannate, non vi terrorizzate”. Gesù sa che nei momenti difficili può emergere chi vuole sostituirsi a Lui, chi si propone come salvatore approfittando delle nostre fragilità.<br /><br /> Ma la sua risposta è semplice e forte: “Non abbiate paura. Io ci sono.”<br /> I contesti cambiano, ma Lui rimane.<br /><br /> In questa Giornata mondiale dei poveri risuona il titolo tratto dal Salmo 71:<br /> “Sei tu, mio Signore, la mia speranza.”<br /> I poveri ce lo mostrano concretamente: confidano solo in Lui. Anche noi siamo poveri e abbiamo bisogno di questa fiducia.<br /><br /> Sentirsi poveri ed equipaggiati solo dal Signore<br /><br /> Nelle situazioni in cui ci sentiamo senza mezzi, senza “poncho” e “scarponi”, proprio lì siamo chiamati a sperare nel Signore. Lui è la nostra ancora, la nostra unica speranza. Non altre.<br /><br /> Seconda pista: trasformare ogni situazione in testimonianza<br /><br /> La seconda parola del Vangelo è altrettanto sorprendente: ogni situazione, anche la più difficile, è un’occasione di testimonianza.<br /><br /> Ciò che vivo con fiducia e affidamento diventa testimonianza.<br /> E Gesù aggiunge qualcosa di liberante: “Non preparate il discorso”. Non servono appunti, non serve costruire una difesa. In quel momento sarà Lui a darci parola e sapienza.<br /><br /> Nella mia esperienza, gli esempi più belli sono quelli che vedo nella mia famiglia, nei capi scout, negli amici: proprio quando vivono momenti difficili, danno testimonianze credibili, forti, che edificano.<br /><br /> La forza delle testimonianze<br /><br /> Dovremmo imparare a valorizzare di più le testimonianze. Un discorso teorico si dimentica; una storia vera rimane. La testimonianza mostra concretamente cosa significa affidarsi al Signore. È la parola più efficace.<br /><br /> Terza pista: la perseveranza<br /><br /> Infine Gesù dice: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.”<br /> La perseveranza è necessaria perché le situazioni difficili spesso durano. C’è bisogno di resistere, di non abbandonare la fiducia.<br /><br /> Penso anche alla lettera di san Paolo. Paolo ricorda di aver lavorato duramente, mentre alcuni vivono in modo disordinato, si disperdono. 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Dalla settimana prossima poi cominceremo con il Libro dei Maccabei, quindi sempre nuove sorprese e spunti di riflessione.<br /><br /> Oggi voglio soffermarmi su tre inviti, tre esortazioni che questo libro ci rivolge. Anche se il testo parla ai re, ai governanti, a coloro che hanno potere e responsabilità, in realtà riguarda anche ciascuno di noi. Perché, in fondo, ognuno ha una qualche forma di responsabilità: in famiglia, nel lavoro, negli affetti, nelle relazioni. Tutti abbiamo un piccolo “potere” — ma nel senso buono, quello dell’amore e della cura.<br /><br /> Bramare la Parola di Dio<br /><br /> La prima esortazione che il Libro della Sapienza ci rivolge è questa: “Bramate le mie parole.”<br /> È un invito forte, profondo. Chi ha una responsabilità ha bisogno di aiuto, ma non deve cercarlo nel denaro, nel potere, nella sicurezza o nell’autonomia. Queste cose alla fine ci lasciano solo con un pugno di mosche.<br /><br /> Il testo ci invita invece a desiderare la Parola di Dio, ad averne fame e sete, a bramarla. È un verbo bellissimo: bramare vuol dire desiderare con intensità, avere bisogno vitale di qualcosa. Desiderare le parole di Dio significa aprirsi alla sua luce, permettere che illumini il nostro cuore e ci insegni a vedere ogni situazione con i suoi occhi.<br /><br /> Questo desiderio diventa allora un aiuto concreto nelle nostre scelte, nel discernimento, nei passi che siamo chiamati a compiere ogni giorno. Il desiderio di Dio è la prima forma di sapienza.<br /><br /> Custodire le cose sante<br /><br /> La seconda esortazione è altrettanto preziosa: “Chi custodisce santamente le cose sante sarà riconosciuto santo.”<br /> Questa parola “custodire” è fondamentale. Chi ha responsabilità sa di avere tra le mani qualcosa di prezioso, e la Scrittura ci ricorda che ciò che è prezioso è anche santo.<br /><br /> Ogni persona affidata a noi, ogni relazione, ogni affetto è santo, perché appartiene a Dio prima ancora che a noi. Nostro figlio, i nostri genitori, le persone che amiamo… tutto è di Dio. E proprio per questo va custodito con delicatezza, rispetto e amore.<br /><br /> Custodire significa proteggere, non rovinare, non sciupare, trattare bene, nutrire. Se impariamo a custodire santamente le cose sante, anche noi saremo riconosciuti come santi. È un cerchio che ci coinvolge e ci trasforma, un cammino di santità che passa attraverso la cura del quotidiano.<br /><br /> Essere istruiti dal desiderio e dalla custodia<br /><br /> La terza e ultima esortazione nasce dalle prime due: è proprio il desiderio di Dio e la custodia dei suoi doni che ci istruiscono, ci formano, ci fanno crescere come discepoli.<br /><br /> Il discepolo è colui che si lascia istruire. E la nostra vita di fede, infatti, è un continuo imparare. Non si tratta solo di studiare il Vangelo o il catechismo — anche se sono fondamentali — ma di lasciarsi plasmare giorno dopo giorno, nelle scelte concrete, dal desiderio di Dio e dalla custodia delle cose sante che Egli ci affida.<br /><br /> In questo modo la sapienza divina entra nella nostra vita, la trasforma, la illumina, e ci insegna a vivere con amore, responsabilità e discernimento.<br /><br /> Preghiera finale<br /><br /> Ringraziamo allora il Signore per questo dono.<br /> Gli chiediamo che accenda in noi il desiderio di Lui, la sete della sua Sapienza, la luce della sua Parola.<br /> E preghiamo perché, custodendo santamente le sue cose sante, possiamo anche noi essere riconosciuti santi, figli che si lasciano istruire dall’amore del Padre e che partecipano alla sua stessa sapienza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68551048</guid><pubDate>Thu, 13 Nov 2025 09:34:44 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68551048/imported_176302635254796_audio.mp3" length="5710576" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Da lunedì abbiamo iniziato a leggere il Libro della Sapienza come prima lettura della Messa, e continueremo fino a sabato. È quindi una buona occasione per noi, che amiamo la Bibbia, di prenderla in mano e leggerla per intero, non solo nei brani...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Da lunedì abbiamo iniziato a leggere il Libro della Sapienza come prima lettura della Messa, e continueremo fino a sabato. È quindi una buona occasione per noi, che amiamo la Bibbia, di prenderla in mano e leggerla per intero, non solo nei brani scelti che la liturgia ci propone. Dalla settimana prossima poi cominceremo con il Libro dei Maccabei, quindi sempre nuove sorprese e spunti di riflessione.<br /><br /> Oggi voglio soffermarmi su tre inviti, tre esortazioni che questo libro ci rivolge. Anche se il testo parla ai re, ai governanti, a coloro che hanno potere e responsabilità, in realtà riguarda anche ciascuno di noi. Perché, in fondo, ognuno ha una qualche forma di responsabilità: in famiglia, nel lavoro, negli affetti, nelle relazioni. Tutti abbiamo un piccolo “potere” — ma nel senso buono, quello dell’amore e della cura.<br /><br /> Bramare la Parola di Dio<br /><br /> La prima esortazione che il Libro della Sapienza ci rivolge è questa: “Bramate le mie parole.”<br /> È un invito forte, profondo. Chi ha una responsabilità ha bisogno di aiuto, ma non deve cercarlo nel denaro, nel potere, nella sicurezza o nell’autonomia. Queste cose alla fine ci lasciano solo con un pugno di mosche.<br /><br /> Il testo ci invita invece a desiderare la Parola di Dio, ad averne fame e sete, a bramarla. È un verbo bellissimo: bramare vuol dire desiderare con intensità, avere bisogno vitale di qualcosa. Desiderare le parole di Dio significa aprirsi alla sua luce, permettere che illumini il nostro cuore e ci insegni a vedere ogni situazione con i suoi occhi.<br /><br /> Questo desiderio diventa allora un aiuto concreto nelle nostre scelte, nel discernimento, nei passi che siamo chiamati a compiere ogni giorno. Il desiderio di Dio è la prima forma di sapienza.<br /><br /> Custodire le cose sante<br /><br /> La seconda esortazione è altrettanto preziosa: “Chi custodisce santamente le cose sante sarà riconosciuto santo.”<br /> Questa parola “custodire” è fondamentale. Chi ha responsabilità sa di avere tra le mani qualcosa di prezioso, e la Scrittura ci ricorda che ciò che è prezioso è anche santo.<br /><br /> Ogni persona affidata a noi, ogni relazione, ogni affetto è santo, perché appartiene a Dio prima ancora che a noi. Nostro figlio, i nostri genitori, le persone che amiamo… tutto è di Dio. E proprio per questo va custodito con delicatezza, rispetto e amore.<br /><br /> Custodire significa proteggere, non rovinare, non sciupare, trattare bene, nutrire. Se impariamo a custodire santamente le cose sante, anche noi saremo riconosciuti come santi. È un cerchio che ci coinvolge e ci trasforma, un cammino di santità che passa attraverso la cura del quotidiano.<br /><br /> Essere istruiti dal desiderio e dalla custodia<br /><br /> La terza e ultima esortazione nasce dalle prime due: è proprio il desiderio di Dio e la custodia dei suoi doni che ci istruiscono, ci formano, ci fanno crescere come discepoli.<br /><br /> Il discepolo è colui che si lascia istruire. E la nostra vita di fede, infatti, è un continuo imparare. Non si tratta solo di studiare il Vangelo o il catechismo — anche se sono fondamentali — ma di lasciarsi plasmare giorno dopo giorno, nelle scelte concrete, dal desiderio di Dio e dalla custodia delle cose sante che Egli ci affida.<br /><br /> In questo modo la sapienza divina entra nella nostra vita, la trasforma, la illumina, e ci insegna a vivere con amore, responsabilità e discernimento.<br /><br /> Preghiera finale<br /><br /> Ringraziamo allora il Signore per questo dono.<br /> Gli chiediamo che accenda in noi il desiderio di Lui, la sete della sua Sapienza, la luce della sua Parola.<br /> E preghiamo perché, custodendo santamente le sue cose sante, possiamo anche noi essere riconosciuti santi, figli che si lasciano istruire dall’amore del Padre e che partecipano alla sua stessa sapienza.]]></itunes:summary><itunes:duration>357</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia Dedicazione Basilica Lateranense BVI ore 9.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-dedicazione-basilica-lateranense-bvi-ore-9-30--68483990</link><description><![CDATA[Che bella coincidenza celebrare la solennità della Dedicazione della Basilica Lateranense, la “Chiesa Madre” di tutte le chiese, proprio nel giorno della nostra assemblea parrocchiale! Questa giornata di comunità è per noi un momento di ascolto, di riflessione e di condivisione, in cui chiediamo forza e incoraggiamento per continuare a camminare insieme. Le Scritture di oggi ci offrono un messaggio molto potente: “Santo è il Tempio di Dio che siete voi”. È una frase che risuona con forza — noi, come battezzati, come comunità, come Chiesa, siamo il Tempio santo di Dio.<br /><br /> È un’immagine stupenda, perché il Tempio è il luogo dove Dio abita. Lo Spirito Santo vive in noi, e il protagonista di questa dimora è proprio il Signore, che sceglie di prendere casa nel nostro cuore, nella nostra comunità. È sorprendente pensare che Dio scelga di abitare in noi, con tutte le nostre fragilità, perché, come dice la liturgia, la Chiesa è la sua sposa, amata e scelta nonostante i suoi limiti.<br /><br /> La purificazione del Tempio<br /><br /> Nel Vangelo, abbiamo ascoltato un gesto forte di Gesù: con una frusta di cordicelle scaccia i venditori dal Tempio. È un’azione vigorosa, quasi violenta, ma carica di significato. Gesù vuole purificare la casa del Padre, restituirle la sua dignità e la sua verità originaria. “Non fate della casa del Padre mio un mercato” — dice, richiamandoci al senso più profondo di ciò che il Tempio rappresenta: un luogo di incontro con Dio, non di commercio o profitto.<br /><br /> Questo gesto ci invita a un ritorno all’origine, anche nella nostra vita di fede. Il Signore desidera aiutarci a ritrovare la verità del nostro essere Chiesa, del nostro stare insieme come Tempio di Dio. Gesù non si limita a scacciare i venditori: egli annuncia qualcosa di più profondo, mettendosi in gioco personalmente. “Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere.” Parla del suo corpo, della sua vita offerta, e ci invita a passare dall’edificio di pietra alla realtà viva del suo corpo risorto.<br /><br /> Lo zelo per la casa del Signore<br /><br /> La prima parola che mi colpisce e che desidero condividere è zelo. I discepoli, vedendo Gesù agire, ricordano quel versetto del Salmo: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà.” Gesù agisce con zelo, con passione, con dedizione totale. È uno zelo che lo porta fino alla croce, fino a consumarsi completamente per amore del popolo di Dio.<br /><br /> Anche noi siamo chiamati a vivere con questo zelo cristiano. Non si tratta soltanto di fare bene le attività della parrocchia — la Caritas, la segreteria, i gruppi — ma di mettere passione, cura e attenzione in tutta la nostra vita: nelle famiglie, nel lavoro, nei rapporti quotidiani, nelle scelte di servizio e di impegno. Lo zelo di Gesù deve diventare il nostro modo di vivere la fede: una dedizione profonda e convinta a ciò che il Signore ci affida.<br /><br /> Costruire insieme il Tempio di Dio<br /><br /> La seconda parola è costruire. San Paolo ci ricorda che il Tempio di Dio è sempre in costruzione: non è qualcosa di statico, ma un cantiere aperto. La nostra vita di fede non è mai completa, è un continuo cammino, una crescita costante. Il fondamento è Cristo, ma ciascuno di noi è chiamato a edificare sopra di Lui come pietra viva.<br /><br /> Se ci fermiamo, la nostra fede si spegne. Per questo, come comunità, dobbiamo vederci sempre in cammino, sempre in costruzione. Non possiamo limitarci a ciò che siamo stati o a ciò che abbiamo raggiunto, ma dobbiamo rinnovarci, lasciarci plasmare dal Signore, crescere nell’amore e nella comunione.<br /><br /> L’acqua che sgorga dal Tempio<br /><br /> La terza immagine, tratta dal profeta Ezechiele, è quella dell’acqua che esce dal Tempio. Dal santuario scaturisce una sorgente che cresce e si allarga, portando vita ovunque arrivi. È un’acqua che risana, fa fiorire la terra, fa portare frutto agli alberi, ridona vita a ciò che era sterile.<br /><br /> Questa visione ci parla di ciò che la nostra comunità è chiamata a essere: una realtà che non rimane chiusa in sé, ma si apre, esce, porta vita. Come quell’acqua, anche la nostra fede deve scorrere e raggiungere le persone, gli ambienti, le situazioni che hanno bisogno di speranza. È un’immagine di missione e di fecondità: da questa sorgente, che è Cristo, deve sgorgare un flusso di bene che arrivi lontano, fino alle periferie delle nostre relazioni e dei nostri impegni quotidiani.<br /><br /> Tempio Santo di Dio<br /><br /> Celebrare oggi questa liturgia ci aiuta a riscoprire che siamo Tempio Santo di Dio, abitato dal suo Spirito. Il centro della nostra vita è il Signore, che ci chiama a vivere con zelo, a costruire sempre e a lasciar scorrere l’acqua viva della grazia verso gli altri.<br /><br /> Tre parole rimangono nel cuore: zelo, costruzione, vita. Lo zelo che nasce dall’amore per Dio, il costruire che ci mantiene in cammino, e l’acqua che, scorrendo dal Tempio, porta vita e speranza a tutto ciò che tocca.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68483990</guid><pubDate>Sun, 09 Nov 2025 10:42:43 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68483990/imported_1762684907387597_audio.mp3" length="10347833" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Che bella coincidenza celebrare la solennità della Dedicazione della Basilica Lateranense, la “Chiesa Madre” di tutte le chiese, proprio nel giorno della nostra assemblea parrocchiale! Questa giornata di comunità è per noi un momento di ascolto, di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Che bella coincidenza celebrare la solennità della Dedicazione della Basilica Lateranense, la “Chiesa Madre” di tutte le chiese, proprio nel giorno della nostra assemblea parrocchiale! Questa giornata di comunità è per noi un momento di ascolto, di riflessione e di condivisione, in cui chiediamo forza e incoraggiamento per continuare a camminare insieme. Le Scritture di oggi ci offrono un messaggio molto potente: “Santo è il Tempio di Dio che siete voi”. È una frase che risuona con forza — noi, come battezzati, come comunità, come Chiesa, siamo il Tempio santo di Dio.<br /><br /> È un’immagine stupenda, perché il Tempio è il luogo dove Dio abita. Lo Spirito Santo vive in noi, e il protagonista di questa dimora è proprio il Signore, che sceglie di prendere casa nel nostro cuore, nella nostra comunità. È sorprendente pensare che Dio scelga di abitare in noi, con tutte le nostre fragilità, perché, come dice la liturgia, la Chiesa è la sua sposa, amata e scelta nonostante i suoi limiti.<br /><br /> La purificazione del Tempio<br /><br /> Nel Vangelo, abbiamo ascoltato un gesto forte di Gesù: con una frusta di cordicelle scaccia i venditori dal Tempio. È un’azione vigorosa, quasi violenta, ma carica di significato. Gesù vuole purificare la casa del Padre, restituirle la sua dignità e la sua verità originaria. “Non fate della casa del Padre mio un mercato” — dice, richiamandoci al senso più profondo di ciò che il Tempio rappresenta: un luogo di incontro con Dio, non di commercio o profitto.<br /><br /> Questo gesto ci invita a un ritorno all’origine, anche nella nostra vita di fede. Il Signore desidera aiutarci a ritrovare la verità del nostro essere Chiesa, del nostro stare insieme come Tempio di Dio. Gesù non si limita a scacciare i venditori: egli annuncia qualcosa di più profondo, mettendosi in gioco personalmente. “Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere.” Parla del suo corpo, della sua vita offerta, e ci invita a passare dall’edificio di pietra alla realtà viva del suo corpo risorto.<br /><br /> Lo zelo per la casa del Signore<br /><br /> La prima parola che mi colpisce e che desidero condividere è zelo. I discepoli, vedendo Gesù agire, ricordano quel versetto del Salmo: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà.” Gesù agisce con zelo, con passione, con dedizione totale. È uno zelo che lo porta fino alla croce, fino a consumarsi completamente per amore del popolo di Dio.<br /><br /> Anche noi siamo chiamati a vivere con questo zelo cristiano. Non si tratta soltanto di fare bene le attività della parrocchia — la Caritas, la segreteria, i gruppi — ma di mettere passione, cura e attenzione in tutta la nostra vita: nelle famiglie, nel lavoro, nei rapporti quotidiani, nelle scelte di servizio e di impegno. Lo zelo di Gesù deve diventare il nostro modo di vivere la fede: una dedizione profonda e convinta a ciò che il Signore ci affida.<br /><br /> Costruire insieme il Tempio di Dio<br /><br /> La seconda parola è costruire. San Paolo ci ricorda che il Tempio di Dio è sempre in costruzione: non è qualcosa di statico, ma un cantiere aperto. La nostra vita di fede non è mai completa, è un continuo cammino, una crescita costante. Il fondamento è Cristo, ma ciascuno di noi è chiamato a edificare sopra di Lui come pietra viva.<br /><br /> Se ci fermiamo, la nostra fede si spegne. Per questo, come comunità, dobbiamo vederci sempre in cammino, sempre in costruzione. Non possiamo limitarci a ciò che siamo stati o a ciò che abbiamo raggiunto, ma dobbiamo rinnovarci, lasciarci plasmare dal Signore, crescere nell’amore e nella comunione.<br /><br /> L’acqua che sgorga dal Tempio<br /><br /> La terza immagine, tratta dal profeta Ezechiele, è quella dell’acqua che esce dal Tempio. Dal santuario scaturisce una sorgente che cresce e si allarga, portando vita ovunque arrivi. 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Qual è il destinatario delle mie fatiche, della mia quotidianità? A volte rischio di vivacchiare, come diceva Pier Giorgio Frassati, invece di alzare lo sguardo verso il Signore. Nella nostra società, così individualista e frammentata, è facile ripiegarsi su di sé: “la mia vita è mia, faccio come voglio”. Ma anche noi cristiani possiamo cadere in questo inganno, pur vivendo in famiglia o in comunità. La vita insieme non è sempre facile: richiede di prendersi per mano, di portarsi reciprocamente, e proprio lì si rivela quanto sia forte la tentazione di vivere solo per sé.<br /><br /> Siamo del Signore<br /><br /> San Paolo ci regala oggi una verità bellissima: “Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.” Queste parole abbracciano tutta la nostra esistenza, ogni età, ogni condizione, ogni perdita. Il morire non è solo quello fisico: è anche il perdersi, come la pecorella smarrita che il Pastore riporta sulle spalle. Eppure, anche nei nostri smarrimenti, siamo del Signore, gli apparteniamo. È Lui che ha dato la vita per noi, è morto e risorto per amore nostro.<br /><br /> L’appartenenza che trasforma la vita<br /><br /> Essere del Signore dà un colore nuovo alla nostra vita: il colore del Vangelo, dell’amore. Come ricordava san Paolo nella pagina di ieri, non siamo debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole. Vivere come appartenenti a Cristo significa sentirci sempre in debito d’amore: ogni azione che compiamo nasce dal bisogno di restituire l’amore che abbiamo ricevuto. Siamo debitori perché siamo stati amati per primi.<br /><br /> Fratelli, non giudici<br /><br /> Allora si comprende perché san Paolo ammonisca: “Perché giudichi il tuo fratello? Perché disprezzi il tuo fratello?” Nella comunità di Roma c’erano tensioni: alcuni si sentivano “forti” nella fede e guardavano dall’alto in basso i “deboli”, per esempio nelle questioni legate al cibo o alle pratiche religiose. Ma Paolo ricorda che anche il fratello debole appartiene a Cristo, anche per lui Cristo è morto. Siamo tutti ugualmente in debito d’amore, tutti fratelli. È su questo punto che si gioca la qualità delle nostre relazioni, soprattutto quelle più importanti, più quotidiane.<br /><br /> La responsabilità davanti a Dio<br /><br /> Questo ci richiama a una responsabilità grande. Dice il Signore: “Ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua renderà gloria a Dio.” Ciascuno di noi dovrà rendere conto di sé stesso a Dio. È una parola forte, severa, che ci interpella: che colore ho dato alla mia vita? Per chi ho vissuto? Per chi ho speso le mie energie, i miei giorni? Il Vangelo, ancora una volta, ci riporta al cuore della nostra esistenza e ci invita a ringraziare: perché il Signore non ci lascia soli, ma ci prende sulle spalle, come il pastore con la pecorella smarrita.<br /><br /> Sulle spalle del Pastore<br /><br /> Alla fine, ciò che conta è sentirci pecorelle riportate da Lui, amate e custodite. Non apparteniamo a noi stessi, ma a Cristo. E questa consapevolezza ci dona pace e libertà: vogliamo vivere con Lui, per Lui, insieme, come fratelli e sorelle, debitori solo d’amore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68451248</guid><pubDate>Thu, 06 Nov 2025 19:04:42 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68451248/imported_176245563790986_audio.mp3" length="4937769" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Vivere non per sé, ma per il Signore

Quando rifletto su questo brano, mi colpisce subito l’immagine del pastore che ha cura delle sue pecore. Sono sue, gli appartengono. Alla luce di questa immagine, risuonano forti le parole di san Paolo: “Nessuno...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Vivere non per sé, ma per il Signore<br /><br /> Quando rifletto su questo brano, mi colpisce subito l’immagine del pastore che ha cura delle sue pecore. Sono sue, gli appartengono. Alla luce di questa immagine, risuonano forti le parole di san Paolo: “Nessuno di noi vive per sé stesso”. È una domanda che mi attraversa: per chi vivo? per cosa vivo? Qual è il destinatario delle mie fatiche, della mia quotidianità? A volte rischio di vivacchiare, come diceva Pier Giorgio Frassati, invece di alzare lo sguardo verso il Signore. Nella nostra società, così individualista e frammentata, è facile ripiegarsi su di sé: “la mia vita è mia, faccio come voglio”. Ma anche noi cristiani possiamo cadere in questo inganno, pur vivendo in famiglia o in comunità. La vita insieme non è sempre facile: richiede di prendersi per mano, di portarsi reciprocamente, e proprio lì si rivela quanto sia forte la tentazione di vivere solo per sé.<br /><br /> Siamo del Signore<br /><br /> San Paolo ci regala oggi una verità bellissima: “Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.” Queste parole abbracciano tutta la nostra esistenza, ogni età, ogni condizione, ogni perdita. Il morire non è solo quello fisico: è anche il perdersi, come la pecorella smarrita che il Pastore riporta sulle spalle. Eppure, anche nei nostri smarrimenti, siamo del Signore, gli apparteniamo. È Lui che ha dato la vita per noi, è morto e risorto per amore nostro.<br /><br /> L’appartenenza che trasforma la vita<br /><br /> Essere del Signore dà un colore nuovo alla nostra vita: il colore del Vangelo, dell’amore. Come ricordava san Paolo nella pagina di ieri, non siamo debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole. Vivere come appartenenti a Cristo significa sentirci sempre in debito d’amore: ogni azione che compiamo nasce dal bisogno di restituire l’amore che abbiamo ricevuto. Siamo debitori perché siamo stati amati per primi.<br /><br /> Fratelli, non giudici<br /><br /> Allora si comprende perché san Paolo ammonisca: “Perché giudichi il tuo fratello? Perché disprezzi il tuo fratello?” Nella comunità di Roma c’erano tensioni: alcuni si sentivano “forti” nella fede e guardavano dall’alto in basso i “deboli”, per esempio nelle questioni legate al cibo o alle pratiche religiose. Ma Paolo ricorda che anche il fratello debole appartiene a Cristo, anche per lui Cristo è morto. Siamo tutti ugualmente in debito d’amore, tutti fratelli. È su questo punto che si gioca la qualità delle nostre relazioni, soprattutto quelle più importanti, più quotidiane.<br /><br /> La responsabilità davanti a Dio<br /><br /> Questo ci richiama a una responsabilità grande. Dice il Signore: “Ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua renderà gloria a Dio.” Ciascuno di noi dovrà rendere conto di sé stesso a Dio. È una parola forte, severa, che ci interpella: che colore ho dato alla mia vita? Per chi ho vissuto? Per chi ho speso le mie energie, i miei giorni? Il Vangelo, ancora una volta, ci riporta al cuore della nostra esistenza e ci invita a ringraziare: perché il Signore non ci lascia soli, ma ci prende sulle spalle, come il pastore con la pecorella smarrita.<br /><br /> Sulle spalle del Pastore<br /><br /> Alla fine, ciò che conta è sentirci pecorelle riportate da Lui, amate e custodite. Non apparteniamo a noi stessi, ma a Cristo. E questa consapevolezza ci dona pace e libertà: vogliamo vivere con Lui, per Lui, insieme, come fratelli e sorelle, debitori solo d’amore.]]></itunes:summary><itunes:duration>309</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia mercoledì XXX settimana TO S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-mercoledi-xxx-settimana-to-s-andrea--68441959</link><description><![CDATA[Il debito che libera<br /><br /> Non siate debitori di nulla a nessuno<br /><br /> Quando ascolto le parole di Paolo — “Non siate debitori di nulla a nessuno” — sento subito la forza di un richiamo profondo alla responsabilità. Non si tratta solo di una norma morale o economica, ma di un invito a vivere in modo limpido, senza pendenze, senza zone grigie. Essere “debitori” significa dover qualcosa, avere una mancanza da colmare. Il cristiano, invece, è chiamato a una vita ordinata, onesta, dove ogni impegno viene preso sul serio e, per quanto possibile, mantenuto.<br /> Naturalmente ci sono momenti in cui non riusciamo a dare ciò che dobbiamo, ma la direzione rimane chiara: tendere a non essere debitori verso nessuno. <br /><br /> Tuttavia, Paolo aggiunge qualcosa di sorprendente: “se non dell’amore vicendevole”. Ecco il vero debito che non si estingue mai, l’unico che dobbiamo portare sempre con noi.<br /><br /> Il debito dell’amore<br /><br /> Questo debito d’amore non è un peso, ma una condizione permanente del cristiano. Non è mai “concluso”, non si chiude con una ricevuta. È un’azione che continua nel tempo, che si rinnova ogni giorno. Paradossalmente, mentre tutti gli altri debiti cerchiamo di estinguerli, questo non deve finire mai. Più amo, più sento il bisogno di amare ancora. Più mi dono, più cresce in me il desiderio di donarmi.<br /> Questo debito non opprime, ma libera. Non genera ansia, ma gioia. È bello rimanere in questo debito, perché coincide con la nostra vocazione profonda.<br /><br /> L’esperienza concreta dell’amore<br /><br /> Penso alle piccole cose della vita quotidiana: un pomeriggio passato con un nipotino, una pasta asciutta condivisa, una carezza, un sorriso. Anche quando non riceviamo riconoscenza o gratitudine, sentiamo che l’amore continua a scorrere. Non si estingue mai. È come una sorgente che non smette di sgorgare, anche nei momenti difficili.<br /> E questo perché noi stessi siamo stati amati per primi. Il nostro debito nasce da un’esperienza di amore ricevuto. Dio ci ha amati gratuitamente, come un genitore ama il figlio, ma in modo ancora più grande: ci ha amati fino alla croce. Guardando Cristo crocifisso, vediamo l’amore che non si trattiene, che si dona totalmente.<br /><br /> Il debito che ci libera<br /><br /> Sulla croce Gesù si è spogliato di tutto, anche delle vesti. Lì comprendiamo che l’amore vero è una forma di libertà: liberarsi da ogni possesso, da ogni egoismo, per dare la vita. È questo il senso del nostro “debito d’amore”: non possiamo e non vogliamo liberarci da esso, perché è il segno dell’amore più grande che ci è stato donato.<br /> A differenza di ogni altro debito, questo non divide, non crea confini, ma apre. L’amore è “con tutti e per tutti”, senza distinzioni. In esso si compie tutta la Legge, perché — come dice Paolo — la pienezza della Legge è la carità.<br /><br /> L’amore, compimento della Legge<br /><br /> Non serve fare distinzioni tra comandamenti maggiori o minori: l’amore li racchiude tutti. È la chiave di tutto, il cuore di ogni legge. Ecco perché l’amore, anche quando sembra duro o esigente, è il motore che ci permette di vivere in pienezza il Vangelo.<br /> Gesù ci chiede di amarlo con tutto il cuore, anche quando ciò comporta rinunce, anche quando ci invita a “portare la croce”. Ma in quel debito d’amore troviamo la libertà vera: quella di voler bene senza misura, in modo gratuito e aperto.<br /><br /> Una preghiera finale<br /><br /> Alla fine, non posso che ringraziare il Signore per questo debito meraviglioso. Gli chiedo di donarmi il suo Spirito, perché mi insegni ogni giorno ad amare come Lui ha amato, a rimanere in questo debito santo che non finisce mai. Che il mio cuore resti sempre in questo movimento d’amore, riconoscente e libero, debitore felice di un amore che mi ha salvato.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68441959</guid><pubDate>Thu, 06 Nov 2025 04:31:47 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68441959/imported_1762403291273903_audio.mp3" length="5803781" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il debito che libera

Non siate debitori di nulla a nessuno

Quando ascolto le parole di Paolo — “Non siate debitori di nulla a nessuno” — sento subito la forza di un richiamo profondo alla responsabilità. Non si tratta solo di una norma morale o...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il debito che libera<br /><br /> Non siate debitori di nulla a nessuno<br /><br /> Quando ascolto le parole di Paolo — “Non siate debitori di nulla a nessuno” — sento subito la forza di un richiamo profondo alla responsabilità. Non si tratta solo di una norma morale o economica, ma di un invito a vivere in modo limpido, senza pendenze, senza zone grigie. Essere “debitori” significa dover qualcosa, avere una mancanza da colmare. Il cristiano, invece, è chiamato a una vita ordinata, onesta, dove ogni impegno viene preso sul serio e, per quanto possibile, mantenuto.<br /> Naturalmente ci sono momenti in cui non riusciamo a dare ciò che dobbiamo, ma la direzione rimane chiara: tendere a non essere debitori verso nessuno. <br /><br /> Tuttavia, Paolo aggiunge qualcosa di sorprendente: “se non dell’amore vicendevole”. Ecco il vero debito che non si estingue mai, l’unico che dobbiamo portare sempre con noi.<br /><br /> Il debito dell’amore<br /><br /> Questo debito d’amore non è un peso, ma una condizione permanente del cristiano. Non è mai “concluso”, non si chiude con una ricevuta. È un’azione che continua nel tempo, che si rinnova ogni giorno. Paradossalmente, mentre tutti gli altri debiti cerchiamo di estinguerli, questo non deve finire mai. Più amo, più sento il bisogno di amare ancora. Più mi dono, più cresce in me il desiderio di donarmi.<br /> Questo debito non opprime, ma libera. Non genera ansia, ma gioia. È bello rimanere in questo debito, perché coincide con la nostra vocazione profonda.<br /><br /> L’esperienza concreta dell’amore<br /><br /> Penso alle piccole cose della vita quotidiana: un pomeriggio passato con un nipotino, una pasta asciutta condivisa, una carezza, un sorriso. Anche quando non riceviamo riconoscenza o gratitudine, sentiamo che l’amore continua a scorrere. Non si estingue mai. È come una sorgente che non smette di sgorgare, anche nei momenti difficili.<br /> E questo perché noi stessi siamo stati amati per primi. Il nostro debito nasce da un’esperienza di amore ricevuto. Dio ci ha amati gratuitamente, come un genitore ama il figlio, ma in modo ancora più grande: ci ha amati fino alla croce. Guardando Cristo crocifisso, vediamo l’amore che non si trattiene, che si dona totalmente.<br /><br /> Il debito che ci libera<br /><br /> Sulla croce Gesù si è spogliato di tutto, anche delle vesti. Lì comprendiamo che l’amore vero è una forma di libertà: liberarsi da ogni possesso, da ogni egoismo, per dare la vita. È questo il senso del nostro “debito d’amore”: non possiamo e non vogliamo liberarci da esso, perché è il segno dell’amore più grande che ci è stato donato.<br /> A differenza di ogni altro debito, questo non divide, non crea confini, ma apre. L’amore è “con tutti e per tutti”, senza distinzioni. In esso si compie tutta la Legge, perché — come dice Paolo — la pienezza della Legge è la carità.<br /><br /> L’amore, compimento della Legge<br /><br /> Non serve fare distinzioni tra comandamenti maggiori o minori: l’amore li racchiude tutti. È la chiave di tutto, il cuore di ogni legge. Ecco perché l’amore, anche quando sembra duro o esigente, è il motore che ci permette di vivere in pienezza il Vangelo.<br /> Gesù ci chiede di amarlo con tutto il cuore, anche quando ciò comporta rinunce, anche quando ci invita a “portare la croce”. Ma in quel debito d’amore troviamo la libertà vera: quella di voler bene senza misura, in modo gratuito e aperto.<br /><br /> Una preghiera finale<br /><br /> Alla fine, non posso che ringraziare il Signore per questo debito meraviglioso. Gli chiedo di donarmi il suo Spirito, perché mi insegni ogni giorno ad amare come Lui ha amato, a rimanere in questo debito santo che non finisce mai. Che il mio cuore resti sempre in questo movimento d’amore, riconoscente e libero, debitore felice di un amore che mi ha salvato.]]></itunes:summary><itunes:duration>363</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia commemorazione di tutti i defunti S. Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-commemorazione-di-tutti-i-defunti-s-andrea-ore-11--68387425</link><description><![CDATA[La promessa di un cielo nuovo e di una terra nuova<br /> (letture della 3a messa Sap 3, Ap 21 e Mt 5)<br /><br /> Oggi mi sono soffermato in modo particolare sulla seconda lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse, perché parla in maniera sorprendente di ciò che ci attende: la meta del nostro cammino e la promessa che il Signore ci ha fatto. Si tratta dell’ultimo capitolo della Bibbia, quindi siamo proprio al culmine della Rivelazione. Giovanni dice: “Vidi un cielo nuovo e una terra nuova”. Questa novità non è un semplice restauro del mondo vecchio, ma un mondo completamente nuovo: il cielo e la terra di prima non ci sono più. È un inizio assoluto, una creazione rinnovata in cui Dio vuole condurci.<br /><br /> Collego questa visione alla commemorazione di tutti i defunti. La prima lettura del Libro della Sapienza ci ricorda che, ai nostri occhi, la morte dei nostri cari appare come una sciagura, una rovina. Ci sembra una separazione definitiva, e il dolore del distacco — soprattutto quando è improvviso o colpisce una vita giovane — può essere quasi insopportabile. Ma la fede cristiana ci invita a cambiare sguardo: a non fermarci alla nostra perdita, ma a considerare il cammino di chi è passato oltre, verso la vita nuova.<br /><br /> La morte come passaggio e compimento<br /><br /> Ogni vita è già nel cuore e nel pensiero di Dio fin dalle origini. La nostra esistenza ha un senso, una direzione, una pienezza che si compie proprio nel passaggio alla vita eterna. La morte, dunque, non è la fine ma una trasformazione, un ingresso in una realtà trasfigurata, piena di pace. L’Apocalisse ci dice che il mare — simbolo del male e del caos — non ci sarà più: nulla potrà più dividerci da Dio.<br /><br /> Ecco la grande promessa: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose.” È un rinnovamento totale, non solo spirituale ma cosmico, in cui anche noi siamo chiamati a entrare quando iniziamo la vita eterna.<br /><br /> La Gerusalemme nuova: Dio che viene ad abitare con noi<br /><br /> Giovanni vede poi la Gerusalemme nuova, la città santa che scende dal cielo. È un’immagine splendida: non siamo noi che saliamo a Dio, ma è Lui che scende ad abitare in mezzo a noi. La città è il simbolo della comunione: un luogo di convivenza, di relazioni, dove Dio stesso pone la sua tenda tra gli uomini.<br /><br /> Questa città — la Gerusalemme celeste — è la dimora dei santi e di tutti i nostri cari defunti. È come una città immensa che accoglie l’intera umanità redenta. Mi piace immaginare che contenga davvero tutti: si parla di miliardi di persone, eppure Dio li accoglie tutti in sé.<br /><br /> Questa visione ci fa capire che la comunione non è solo una realtà futura, ma qualcosa che deve cominciare già qui, in mezzo a noi. Come Gesù è sceso a farsi uomo, così questa città scende ora sulla terra per abitarvi. È la comunione che Dio desidera instaurare tra cielo e terra, tra vivi e defunti, tra noi e Lui.<br /><br /> L’acqua viva e l’eredità dei figli di Dio<br /><br /> Alla fine della visione, Dio promette di dare gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua viva. È un’immagine meravigliosa: la vita eterna è un dono che si riceve continuamente. E aggiunge: “Chi sarà vincitore erediterà questi beni.” L’eredità non è qualcosa che si conquista, ma che si riceve per il semplice fatto di essere figli.<br /><br /> Le beatitudini ce lo ricordano: “Beati i miti, perché erediteranno la terra” e “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.” Vivendo il Vangelo, vivendo le beatitudini e la vita di Gesù, noi già ora entriamo a far parte di questa Gerusalemme. Ci dissetiamo ogni giorno a quella fonte di acqua viva che è la grazia di Dio.<br /><br /> La comunione dei santi e la nostra preghiera per i defunti<br /><br /> I nostri cari defunti vivono già in questa comunione con Dio, nella luce piena. In un certo modo ci aspettano, preparano per noi un posto. Tuttavia, la Chiesa ci insegna che alcuni possono avere ancora bisogno di un cammino di purificazione. Per questo la nostra preghiera, e in particolare la celebrazione eucaristica, ha un valore immenso: essa aiuta chi è in cammino verso la pienezza della comunione divina.<br /><br /> Ogni Messa è un ponte tra cielo e terra: l’assemblea terrena e quella celeste si uniscono in un’unica lode. Così, quando celebriamo l’Eucaristia, partecipiamo già al banchetto eterno che Dio ha preparato per noi. È la promessa che ci ha fatto: “Ecco, io sarò il loro Dio ed essi saranno mio popolo.”<br /><br /> Vivere già ora la comunione promessa<br /><br /> Pregando oggi per i nostri defunti, non guardiamo solo indietro con nostalgia, ma in avanti con speranza. Il nostro cuore si apre alla comunione che già vivono coloro che ci hanno preceduto. Attraverso la liturgia, l’amore reciproco e la fedeltà alle beatitudini, anche noi ci prepariamo a entrare nella Gerusalemme nuova, dove Dio asciugherà ogni lacrima e tutto sarà definitivamente nuovo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68387425</guid><pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:17:11 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68387425/imported_1762092569600655_audio.mp3" length="9237315" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La promessa di un cielo nuovo e di una terra nuova
(letture della 3a messa Sap 3, Ap 21 e Mt 5)

Oggi mi sono soffermato in modo particolare sulla seconda lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse, perché parla in maniera sorprendente di ciò che ci...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La promessa di un cielo nuovo e di una terra nuova<br /> (letture della 3a messa Sap 3, Ap 21 e Mt 5)<br /><br /> Oggi mi sono soffermato in modo particolare sulla seconda lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse, perché parla in maniera sorprendente di ciò che ci attende: la meta del nostro cammino e la promessa che il Signore ci ha fatto. Si tratta dell’ultimo capitolo della Bibbia, quindi siamo proprio al culmine della Rivelazione. Giovanni dice: “Vidi un cielo nuovo e una terra nuova”. Questa novità non è un semplice restauro del mondo vecchio, ma un mondo completamente nuovo: il cielo e la terra di prima non ci sono più. È un inizio assoluto, una creazione rinnovata in cui Dio vuole condurci.<br /><br /> Collego questa visione alla commemorazione di tutti i defunti. La prima lettura del Libro della Sapienza ci ricorda che, ai nostri occhi, la morte dei nostri cari appare come una sciagura, una rovina. Ci sembra una separazione definitiva, e il dolore del distacco — soprattutto quando è improvviso o colpisce una vita giovane — può essere quasi insopportabile. Ma la fede cristiana ci invita a cambiare sguardo: a non fermarci alla nostra perdita, ma a considerare il cammino di chi è passato oltre, verso la vita nuova.<br /><br /> La morte come passaggio e compimento<br /><br /> Ogni vita è già nel cuore e nel pensiero di Dio fin dalle origini. La nostra esistenza ha un senso, una direzione, una pienezza che si compie proprio nel passaggio alla vita eterna. La morte, dunque, non è la fine ma una trasformazione, un ingresso in una realtà trasfigurata, piena di pace. L’Apocalisse ci dice che il mare — simbolo del male e del caos — non ci sarà più: nulla potrà più dividerci da Dio.<br /><br /> Ecco la grande promessa: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose.” È un rinnovamento totale, non solo spirituale ma cosmico, in cui anche noi siamo chiamati a entrare quando iniziamo la vita eterna.<br /><br /> La Gerusalemme nuova: Dio che viene ad abitare con noi<br /><br /> Giovanni vede poi la Gerusalemme nuova, la città santa che scende dal cielo. È un’immagine splendida: non siamo noi che saliamo a Dio, ma è Lui che scende ad abitare in mezzo a noi. La città è il simbolo della comunione: un luogo di convivenza, di relazioni, dove Dio stesso pone la sua tenda tra gli uomini.<br /><br /> Questa città — la Gerusalemme celeste — è la dimora dei santi e di tutti i nostri cari defunti. È come una città immensa che accoglie l’intera umanità redenta. Mi piace immaginare che contenga davvero tutti: si parla di miliardi di persone, eppure Dio li accoglie tutti in sé.<br /><br /> Questa visione ci fa capire che la comunione non è solo una realtà futura, ma qualcosa che deve cominciare già qui, in mezzo a noi. Come Gesù è sceso a farsi uomo, così questa città scende ora sulla terra per abitarvi. È la comunione che Dio desidera instaurare tra cielo e terra, tra vivi e defunti, tra noi e Lui.<br /><br /> L’acqua viva e l’eredità dei figli di Dio<br /><br /> Alla fine della visione, Dio promette di dare gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua viva. È un’immagine meravigliosa: la vita eterna è un dono che si riceve continuamente. E aggiunge: “Chi sarà vincitore erediterà questi beni.” L’eredità non è qualcosa che si conquista, ma che si riceve per il semplice fatto di essere figli.<br /><br /> Le beatitudini ce lo ricordano: “Beati i miti, perché erediteranno la terra” e “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.” Vivendo il Vangelo, vivendo le beatitudini e la vita di Gesù, noi già ora entriamo a far parte di questa Gerusalemme. Ci dissetiamo ogni giorno a quella fonte di acqua viva che è la grazia di Dio.<br /><br /> La comunione dei santi e la nostra preghiera per i defunti<br /><br /> I nostri cari defunti vivono già in questa comunione con Dio, nella luce piena. In un certo modo ci aspettano, preparano per noi un posto. 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In questa Festa di Tutti i Santi, questa parola risuona in modo particolare: i Santi che ricordiamo e invochiamo sono uomini e donne come noi, che hanno vissuto la stessa umanità e ci mostrano la bellezza della vita evangelica, la via tracciata da Gesù.<br /><br /> Attraverso la loro testimonianza, comprendo che Dio ci ama davvero, in modo profondo e misterioso. È un amore che ci fa figli: figli di Dio, figli del Padre, dunque protetti, custoditi, accompagnati. Ma Giovanni aggiunge qualcosa di sorprendente: “quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è”. Questa prospettiva apre un orizzonte più ampio. Siamo già amati e figli, ma c’è qualcosa che ancora non vediamo, che ci verrà rivelato pienamente quando Dio si manifesterà. Solo allora capiremo che siamo simili a Lui, perché lo vedremo faccia a faccia.<br /><br /> La somiglianza nascosta<br /><br /> Cosa significa essere simili a Dio? Fin dalla Genesi sappiamo di essere stati creati a sua immagine e somiglianza. Tuttavia, questa somiglianza è come velata, da riscoprire, e si rivelerà pienamente solo nel momento in cui lo vedremo “così come Egli è”. Guardando Dio potremo dire: “Guarda, ci assomiglia!”. È un pensiero sorprendente, ma che trova un senso profondo proprio nella Festa di Tutti i Santi.<br /><br /> Il rischio è quello di percepire i Santi come figure lontane, irraggiungibili, perfette. E invece, ciò che affascina nella loro vita è il modo in cui hanno vissuto il Vangelo nella concretezza delle loro fatiche e tribolazioni. La prima lettura parla di coloro che “vengono dalla grande tribolazione” e che “hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello”. I Santi non sono eroi senza dolore: sono uomini e donne che, nella sofferenza, nei lutti, nelle persecuzioni e perfino nel martirio, hanno rivelato il volto di Dio.<br /><br /> Penso ai martiri di Monte Sole, gente semplice e comune, con le loro famiglie e comunità, che nella loro fedeltà al Vangelo hanno testimoniato una somiglianza profonda con Dio. Questa somiglianza non è solo umana, ma divina: ci rende partecipi della vita stessa di Dio. È ciò che Gesù ci insegna nel discorso della montagna, nelle beatitudini, dove ci mostra che vivere come Lui, con semplicità e mitezza, è già una partecipazione alla sua santità.<br /><br /> Le beatitudini: la via concreta della somiglianza<br /><br /> Le beatitudini, dice Gesù, sono immagini molto concrete della vita vissuta in comunione con Dio. Esse ci mostrano come vivere già ora questa somiglianza con Lui, in una chiave di gioia, di pace e di speranza.<br /><br /> “Beati i poveri in spirito”: chi sono? Non solo i poveri di mezzi, ma coloro che riconoscono la propria povertà di risorse, di intelligenza, di iniziativa. Sono i piccoli, i semplici, coloro che non si appoggiano sulle proprie forze ma sul Signore. A loro appartiene il Regno dei Cieli.<br /><br /> “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati”: il pianto esprime tante nostre situazioni di sofferenza – per la malattia, la solitudine, le difficoltà familiari – ma in quel pianto riconosciamo il bisogno di Dio, e in Lui troviamo consolazione.<br /><br /> “Beati i miti”: sono coloro che non sgomitano, non prevaricano, non rispondono alla violenza con la violenza. I miti sanno aspettare, restano saldi nel silenzio, e proprio per questo erediteranno la terra.<br /><br /> “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia”: è la fame di un mondo più giusto, il desiderio ardente di verità e di bene. È la lotta interiore di chi non si rassegna all’ingiustizia, ma continua a cercare il volto giusto di Dio.<br /><br /> “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”: questa è forse una delle più difficili. Spesso ci accorgiamo di quanto ci costi guardare con misericordia chi ci è vicino o le situazioni del mondo. Ma la misericordia si riceve solo donandola. È un circolo di grazia che ci rende simili al Padre.<br /><br /> “Beati i puri di cuore, gli operatori di pace”: il mondo ha un bisogno urgente di pace, nelle famiglie, nelle comunità, nei luoghi di lavoro, tra i popoli. Operare la pace è un’arte, un compito da artigiani. E Gesù lo pone tra le vie della beatitudine.<br /><br /> Infine, “Beati i perseguitati per la giustizia”: anche la persecuzione e l’insulto diventano luoghi di comunione con Lui. In tutte queste situazioni Gesù ci rivela che possiamo essere simili a Lui se viviamo con apertura e fiducia, cercando il suo modo di abitare la vita.<br /><br /> Ricercare la somiglianza ogni giorno<br /><br /> Essere misericordiosi, miti, puri di cuore non è spontaneo, lo so bene anch’io. Ma il Vangelo di oggi mi sprona a desiderarlo, a ricercare questa somiglianza con Gesù nella mia vita quotidiana. È una ricerca che non si compie in astratto, ma nelle relazioni, nel lavoro, nelle scelte, nella pazienza di ogni giorno.<br /><br /> Forse possiamo anche scegliere una sola beatitudine da vivere, una sola, e lasciarci guidare da quella, perché tutte si richiamano e si sostengono a vicenda. I Santi ci hanno mostrato proprio questo: essere simili a Gesù nelle situazioni concrete della vita. E questa è la via di una santità possibile, alla portata di ciascuno di noi. Quando viviamo il Vangelo, diventiamo luce per gli altri, testimonianza silenziosa ma eloquente.<br /><br /> La gioia di essere figli e Santi<br /><br /> “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”. Questa consapevolezza accende la gioia profonda della festa di oggi. La nostra ricompensa non è nelle soddisfazioni immediate di questa vita, ma nella comunione eterna con i Santi e con Dio stesso.<br /><br /> Ringrazio il Signore per questa chiamata e per tutte le situazioni, anche quelle difficili, che mi aiutano a percorrere la strada del Vangelo. Mi unisco alla lode dei Santi in cielo, riconoscendo che ogni giorno posso scoprire, un po’ di più, la mia somiglianza con il volto di Dio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68376448</guid><pubDate>Sat, 01 Nov 2025 10:11:38 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68376448/imported_176199160141814_audio.mp3" length="12160522" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>“Quale grande amore ci ha dato il Padre” – Vivere la somiglianza con Dio nella via dei Santi

Vedere l’amore del Padre

Nella la prima Lettera di Giovanni di oggi, mi colpisce profondamente l’invito a “vedere quale grande amore ci ha dato il Padre per...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[“Quale grande amore ci ha dato il Padre” – Vivere la somiglianza con Dio nella via dei Santi<br /><br /> Vedere l’amore del Padre<br /><br /> Nella la prima Lettera di Giovanni di oggi, mi colpisce profondamente l’invito a “vedere quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio”. È un appello a guardare, a riconoscere, a prendere coscienza di un amore immenso che il Padre riversa su ciascuno di noi. In questa Festa di Tutti i Santi, questa parola risuona in modo particolare: i Santi che ricordiamo e invochiamo sono uomini e donne come noi, che hanno vissuto la stessa umanità e ci mostrano la bellezza della vita evangelica, la via tracciata da Gesù.<br /><br /> Attraverso la loro testimonianza, comprendo che Dio ci ama davvero, in modo profondo e misterioso. È un amore che ci fa figli: figli di Dio, figli del Padre, dunque protetti, custoditi, accompagnati. Ma Giovanni aggiunge qualcosa di sorprendente: “quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è”. Questa prospettiva apre un orizzonte più ampio. Siamo già amati e figli, ma c’è qualcosa che ancora non vediamo, che ci verrà rivelato pienamente quando Dio si manifesterà. Solo allora capiremo che siamo simili a Lui, perché lo vedremo faccia a faccia.<br /><br /> La somiglianza nascosta<br /><br /> Cosa significa essere simili a Dio? Fin dalla Genesi sappiamo di essere stati creati a sua immagine e somiglianza. Tuttavia, questa somiglianza è come velata, da riscoprire, e si rivelerà pienamente solo nel momento in cui lo vedremo “così come Egli è”. Guardando Dio potremo dire: “Guarda, ci assomiglia!”. È un pensiero sorprendente, ma che trova un senso profondo proprio nella Festa di Tutti i Santi.<br /><br /> Il rischio è quello di percepire i Santi come figure lontane, irraggiungibili, perfette. E invece, ciò che affascina nella loro vita è il modo in cui hanno vissuto il Vangelo nella concretezza delle loro fatiche e tribolazioni. La prima lettura parla di coloro che “vengono dalla grande tribolazione” e che “hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello”. I Santi non sono eroi senza dolore: sono uomini e donne che, nella sofferenza, nei lutti, nelle persecuzioni e perfino nel martirio, hanno rivelato il volto di Dio.<br /><br /> Penso ai martiri di Monte Sole, gente semplice e comune, con le loro famiglie e comunità, che nella loro fedeltà al Vangelo hanno testimoniato una somiglianza profonda con Dio. Questa somiglianza non è solo umana, ma divina: ci rende partecipi della vita stessa di Dio. È ciò che Gesù ci insegna nel discorso della montagna, nelle beatitudini, dove ci mostra che vivere come Lui, con semplicità e mitezza, è già una partecipazione alla sua santità.<br /><br /> Le beatitudini: la via concreta della somiglianza<br /><br /> Le beatitudini, dice Gesù, sono immagini molto concrete della vita vissuta in comunione con Dio. Esse ci mostrano come vivere già ora questa somiglianza con Lui, in una chiave di gioia, di pace e di speranza.<br /><br /> “Beati i poveri in spirito”: chi sono? Non solo i poveri di mezzi, ma coloro che riconoscono la propria povertà di risorse, di intelligenza, di iniziativa. Sono i piccoli, i semplici, coloro che non si appoggiano sulle proprie forze ma sul Signore. A loro appartiene il Regno dei Cieli.<br /><br /> “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati”: il pianto esprime tante nostre situazioni di sofferenza – per la malattia, la solitudine, le difficoltà familiari – ma in quel pianto riconosciamo il bisogno di Dio, e in Lui troviamo consolazione.<br /><br /> “Beati i miti”: sono coloro che non sgomitano, non prevaricano, non rispondono alla violenza con la violenza. I miti sanno aspettare, restano saldi nel silenzio, e proprio per questo erediteranno la terra.<br /><br /> “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia”: è la fame di un mondo più giusto, il desiderio ardente di verità e di bene. 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Non è un aiuto esterno o momentaneo, ma una partecipazione profonda, un camminare accanto, un portare insieme ciò che ci pesa. Lo Spirito non resta spettatore, ma entra nella nostra fragilità e ne diventa partecipe.<br /><br /> Noi spesso facciamo fatica a riconoscere o ad accogliere le nostre debolezze, anche quelle spirituali. Eppure, proprio lì lo Spirito interviene. Paolo dice che “non sappiamo come pregare in modo conveniente”: la debolezza di cui parla è anche la nostra incapacità di pregare, di chiedere, di dialogare con Dio come si deve. Ma lo Spirito intercede “con gemiti inesprimibili”: prende parte alla nostra fatica, alla nostra sofferenza, e la trasforma in preghiera, la presenta al Signore in un modo che noi non sapremmo fare.<br /><br /> Il dialogo dello Spirito con Dio<br /><br /> Quando non riusciamo a trovare le parole, è lo Spirito che dà voce ai nostri silenzi. Fa sì che il nostro balbettio diventi dialogo autentico con Dio. Paolo aggiunge che “colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito”: Dio conosce a fondo il linguaggio dello Spirito, perché lo Spirito parla secondo il suo disegno. C’è quindi un’intesa immediata, profonda: il Padre e lo Spirito si comprendono perfettamente, e noi veniamo coinvolti in questa comunione di amore.<br /><br /> Lo Spirito intercede “per i santi secondo i disegni di Dio”. Questo significa che la sua intercessione non è generica, ma orientata al bene, alla luce, al cambiamento secondo la volontà di Dio. Quando ci lasciamo guidare dallo Spirito nella preghiera, non siamo più solo noi a parlare: diventiamo una voce sola con Lui. È una preghiera che nasce dalla debolezza, ma diventa forte perché è in sintonia con il cuore di Dio.<br /><br /> Tutto concorre al bene<br /><br /> Paolo continua dicendo: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene per quelli che amano Dio.” In questo “tutto” è compreso davvero ogni cosa: anche ciò che ci preoccupa, che ci fa soffrire, che viviamo come una croce. Tutto, anche il dolore e la prova, può entrare in quella sinergia di bene che nasce dall’amore per Dio.<br /><br /> Quando viviamo uniti a Lui, sostenuti dallo Spirito, ogni frammento della nostra vita — anche il più difficile — diventa parte di un cammino di bene. È lo Spirito che trasforma la debolezza in occasione di grazia, la fatica in preghiera, la prova in comunione.<br /><br /> La comunione che trasfigura la fragilità<br /><br /> Alla fine, mi sento spinto a ringraziare. Il Signore, nel dono del suo Spirito, ci rende partecipi di una comunione profonda che non teme le nostre fragilità, ma le assume e le trasfigura. La debolezza, anziché essere un ostacolo, diventa il luogo dove l’amore di Dio si manifesta in tutta la sua potenza di consolazione e di bene.<br /><br /> Grazie allo Spirito, siamo introdotti in una relazione d’amore che ci unisce al Padre, un incontro che ci trasforma e ci proietta verso la comunione eterna con Lui. È lì, in quel legame vivo e concreto con Dio, che la nostra preghiera, anche la più povera, trova senso e compimento.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68345957</guid><pubDate>Thu, 30 Oct 2025 06:05:23 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68345957/imported_1761801920685109_audio.mp3" length="5606504" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Lo Spirito che prende con sé la nostra debolezza

Mi soffermo sulla lettera ai Romani, che rivela l’azione profonda dello Spirito Santo nella nostra vita. San Paolo scrive: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza.” Questa espressione è...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Lo Spirito che prende con sé la nostra debolezza<br /><br /> Mi soffermo sulla lettera ai Romani, che rivela l’azione profonda dello Spirito Santo nella nostra vita. San Paolo scrive: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza.” Questa espressione è bellissima, ma nel testo originale ha una sfumatura ancora più intensa: significa letteralmente che lo Spirito “prende insieme con noi un peso”, cioè si carica con noi della nostra debolezza. Non è un aiuto esterno o momentaneo, ma una partecipazione profonda, un camminare accanto, un portare insieme ciò che ci pesa. Lo Spirito non resta spettatore, ma entra nella nostra fragilità e ne diventa partecipe.<br /><br /> Noi spesso facciamo fatica a riconoscere o ad accogliere le nostre debolezze, anche quelle spirituali. Eppure, proprio lì lo Spirito interviene. Paolo dice che “non sappiamo come pregare in modo conveniente”: la debolezza di cui parla è anche la nostra incapacità di pregare, di chiedere, di dialogare con Dio come si deve. Ma lo Spirito intercede “con gemiti inesprimibili”: prende parte alla nostra fatica, alla nostra sofferenza, e la trasforma in preghiera, la presenta al Signore in un modo che noi non sapremmo fare.<br /><br /> Il dialogo dello Spirito con Dio<br /><br /> Quando non riusciamo a trovare le parole, è lo Spirito che dà voce ai nostri silenzi. Fa sì che il nostro balbettio diventi dialogo autentico con Dio. Paolo aggiunge che “colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito”: Dio conosce a fondo il linguaggio dello Spirito, perché lo Spirito parla secondo il suo disegno. C’è quindi un’intesa immediata, profonda: il Padre e lo Spirito si comprendono perfettamente, e noi veniamo coinvolti in questa comunione di amore.<br /><br /> Lo Spirito intercede “per i santi secondo i disegni di Dio”. Questo significa che la sua intercessione non è generica, ma orientata al bene, alla luce, al cambiamento secondo la volontà di Dio. Quando ci lasciamo guidare dallo Spirito nella preghiera, non siamo più solo noi a parlare: diventiamo una voce sola con Lui. È una preghiera che nasce dalla debolezza, ma diventa forte perché è in sintonia con il cuore di Dio.<br /><br /> Tutto concorre al bene<br /><br /> Paolo continua dicendo: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene per quelli che amano Dio.” In questo “tutto” è compreso davvero ogni cosa: anche ciò che ci preoccupa, che ci fa soffrire, che viviamo come una croce. Tutto, anche il dolore e la prova, può entrare in quella sinergia di bene che nasce dall’amore per Dio.<br /><br /> Quando viviamo uniti a Lui, sostenuti dallo Spirito, ogni frammento della nostra vita — anche il più difficile — diventa parte di un cammino di bene. È lo Spirito che trasforma la debolezza in occasione di grazia, la fatica in preghiera, la prova in comunione.<br /><br /> La comunione che trasfigura la fragilità<br /><br /> Alla fine, mi sento spinto a ringraziare. Il Signore, nel dono del suo Spirito, ci rende partecipi di una comunione profonda che non teme le nostre fragilità, ma le assume e le trasfigura. La debolezza, anziché essere un ostacolo, diventa il luogo dove l’amore di Dio si manifesta in tutta la sua potenza di consolazione e di bene.<br /><br /> Grazie allo Spirito, siamo introdotti in una relazione d’amore che ci unisce al Padre, un incontro che ci trasforma e ci proietta verso la comunione eterna con Lui. È lì, in quel legame vivo e concreto con Dio, che la nostra preghiera, anche la più povera, trova senso e compimento.]]></itunes:summary><itunes:duration>351</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia della XXX domenica TO anno C messa con scout e bambini di catechismo in BVI ore 18</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-della-xxx-domenica-to-anno-c-messa-con-scout-e-bambini-di-catechismo-in-bvi-ore-18--68283538</link><description><![CDATA[Due uomini al tempio: un racconto per imparare a pregare<br /><br /> Questa sera abbiamo ascoltato la parabola dei due uomini che salgono al tempio per pregare: un fariseo e un pubblicano. Due persone molto diverse, due modi opposti di rivolgersi a Dio. Attraverso di loro, Gesù ci insegna qualcosa di profondo sulla preghiera e sull’atteggiamento del cuore.<br /><br /> Il fariseo: l’esperto delle cose di Dio<br /><br /> Il fariseo era una persona che conosceva molto bene la Bibbia e le leggi religiose. Era esperto in tutto ciò che riguardava Dio e, in un certo senso, si sentiva anche un modello per gli altri. Nella sua preghiera, infatti, dice: “Ti ringrazio, Signore, perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come quel pubblicano.”<br /><br /> Egli è convinto di essere buono, di fare tutto correttamente: rispetta la legge, prega, digiuna, dà la decima. Ma nella sua sicurezza si nasconde qualcosa di pericoloso: l’orgoglio. Il fariseo si esalta, pensa di essere migliore degli altri. È come uno scout che, sapendo fare tutto — il fuoco, il nodo, l’impresa di squadriglia — guarda dall’alto in basso chi è meno capace. Essere competenti è una cosa buona, ma disprezzare chi non lo è, no.<br /><br /> La presunzione di essere giusti<br /><br /> Gesù racconta questa parabola, dice il Vangelo, “per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”. La presunzione è proprio questo: pensare di essere chissà chi, di non avere bisogno di niente e di nessuno. Chi è presuntuoso non si accorge dei propri limiti, e così la sua preghiera diventa un monologo in cui non chiede nulla a Dio.<br /><br /> Il fariseo, infatti, ringrazia Dio ma in realtà non gli chiede nulla: si limita a dire “io sono bravo”. È una preghiera vuota, perché chi non sente il bisogno non lascia spazio a Dio.<br /><br /> Il pubblicano: il peccatore che chiede aiuto<br /><br /> L’altro uomo della parabola è il pubblicano. A differenza del fariseo, non è stimato da nessuno. I pubblicani erano gli esattori delle tasse, spesso ricchi ma disonesti, perché intascavano una parte di ciò che riscuotevano. Erano considerati peccatori pubblici, persone corrotte, quasi dei criminali.<br /><br /> Eppure, proprio questo uomo, disprezzato da tutti, prega con sincerità. Non alza gli occhi al cielo, si batte il petto e dice soltanto: “O Dio, abbi pietà di me peccatore.” È una preghiera semplice e vera, fatta con umiltà. Lui sa di non essere giusto, riconosce il proprio limite e chiede aiuto.<br /><br /> Gesù dice che questo uomo, e non l’altro, torna a casa “giustificato”. Cioè perdonato, accolto, reso giusto da Dio.<br /><br /> Essere giustificati da Dio<br /><br /> Che cosa significa essere giustificati? È come quando si manca a scuola e serve una giustificazione. Non possiamo scriverla da soli: serve la firma dei genitori. Così anche davanti a Dio: non possiamo “giustificarci” da soli, ma è Lui che ci rende giusti.<br /><br /> Il pubblicano non cerca di difendersi, non dice “non è colpa mia”, ma si affida completamente al Signore. E Dio, che è il miglior “giustificatore”, accoglie la sua umiltà.<br /><br /> La condizione per essere ascoltati<br /><br /> C’è una sola condizione perché Dio ascolti la nostra preghiera: riconoscere il nostro bisogno. Come uno scout che chiede aiuto al capo quando non sa accendere il fuoco, così anche noi dobbiamo rivolgerci a Dio con sincerità, dicendo “non riesco da solo”.<br /><br /> Se invece ci presentiamo come il fariseo, convinti di sapere tutto, Dio non può fare nulla per noi, perché non Gli lasciamo spazio. Ma se ammettiamo le nostre difficoltà, Lui interviene subito.<br /><br /> Le nostre preghiere quotidiane<br /><br /> Abbiamo tanti bisogni: essere consolati quando siamo tristi, ritrovare un’amicizia rotta, chiedere perdono, pregare per una persona malata. Tutto questo può diventare preghiera se lo presentiamo a Dio con cuore umile.<br /><br /> La prima lettura ci ricordava che la preghiera del povero arriva subito al Signore. E il povero non è solo chi non ha soldi, ma chi riconosce di avere bisogno.<br /><br /> Il segreto della preghiera vera<br /><br /> Gesù ci insegna che Dio ascolta le preghiere dei piccoli, dei semplici, dei bisognosi. Non quelle di chi si glorifica o si vanta delle proprie opere. Anche con i nostri genitori lo sperimentiamo: se chiediamo qualcosa con dolcezza e umiltà — “per favore, mi aiuti, non riesco da solo” — tocchiamo il loro cuore.<br /><br /> Così è con Dio. Quando gli diciamo con sincerità “aiutami”, Lui ci ascolta subito.<br /><br /> Conclusione: pregare come il pubblicano<br /><br /> Alla fine, Gesù ci invita a fare come il pubblicano: riconoscere la nostra povertà e chiedere aiuto. È questo il segreto della vera preghiera. In un momento di silenzio, ciascuno di noi può pensare al proprio bisogno e presentarlo al Signore, senza paura, con fiducia. Perché Dio ascolta sempre chi si affida a Lui con cuore umile.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68283538</guid><pubDate>Sun, 26 Oct 2025 07:52:47 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68283538/imported_1761465035753489_audio.mp3" length="11451663" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Due uomini al tempio: un racconto per imparare a pregare

Questa sera abbiamo ascoltato la parabola dei due uomini che salgono al tempio per pregare: un fariseo e un pubblicano. Due persone molto diverse, due modi opposti di rivolgersi a Dio....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Due uomini al tempio: un racconto per imparare a pregare<br /><br /> Questa sera abbiamo ascoltato la parabola dei due uomini che salgono al tempio per pregare: un fariseo e un pubblicano. Due persone molto diverse, due modi opposti di rivolgersi a Dio. Attraverso di loro, Gesù ci insegna qualcosa di profondo sulla preghiera e sull’atteggiamento del cuore.<br /><br /> Il fariseo: l’esperto delle cose di Dio<br /><br /> Il fariseo era una persona che conosceva molto bene la Bibbia e le leggi religiose. Era esperto in tutto ciò che riguardava Dio e, in un certo senso, si sentiva anche un modello per gli altri. Nella sua preghiera, infatti, dice: “Ti ringrazio, Signore, perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come quel pubblicano.”<br /><br /> Egli è convinto di essere buono, di fare tutto correttamente: rispetta la legge, prega, digiuna, dà la decima. Ma nella sua sicurezza si nasconde qualcosa di pericoloso: l’orgoglio. Il fariseo si esalta, pensa di essere migliore degli altri. È come uno scout che, sapendo fare tutto — il fuoco, il nodo, l’impresa di squadriglia — guarda dall’alto in basso chi è meno capace. Essere competenti è una cosa buona, ma disprezzare chi non lo è, no.<br /><br /> La presunzione di essere giusti<br /><br /> Gesù racconta questa parabola, dice il Vangelo, “per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”. La presunzione è proprio questo: pensare di essere chissà chi, di non avere bisogno di niente e di nessuno. Chi è presuntuoso non si accorge dei propri limiti, e così la sua preghiera diventa un monologo in cui non chiede nulla a Dio.<br /><br /> Il fariseo, infatti, ringrazia Dio ma in realtà non gli chiede nulla: si limita a dire “io sono bravo”. È una preghiera vuota, perché chi non sente il bisogno non lascia spazio a Dio.<br /><br /> Il pubblicano: il peccatore che chiede aiuto<br /><br /> L’altro uomo della parabola è il pubblicano. A differenza del fariseo, non è stimato da nessuno. I pubblicani erano gli esattori delle tasse, spesso ricchi ma disonesti, perché intascavano una parte di ciò che riscuotevano. Erano considerati peccatori pubblici, persone corrotte, quasi dei criminali.<br /><br /> Eppure, proprio questo uomo, disprezzato da tutti, prega con sincerità. Non alza gli occhi al cielo, si batte il petto e dice soltanto: “O Dio, abbi pietà di me peccatore.” È una preghiera semplice e vera, fatta con umiltà. Lui sa di non essere giusto, riconosce il proprio limite e chiede aiuto.<br /><br /> Gesù dice che questo uomo, e non l’altro, torna a casa “giustificato”. Cioè perdonato, accolto, reso giusto da Dio.<br /><br /> Essere giustificati da Dio<br /><br /> Che cosa significa essere giustificati? È come quando si manca a scuola e serve una giustificazione. Non possiamo scriverla da soli: serve la firma dei genitori. Così anche davanti a Dio: non possiamo “giustificarci” da soli, ma è Lui che ci rende giusti.<br /><br /> Il pubblicano non cerca di difendersi, non dice “non è colpa mia”, ma si affida completamente al Signore. E Dio, che è il miglior “giustificatore”, accoglie la sua umiltà.<br /><br /> La condizione per essere ascoltati<br /><br /> C’è una sola condizione perché Dio ascolti la nostra preghiera: riconoscere il nostro bisogno. Come uno scout che chiede aiuto al capo quando non sa accendere il fuoco, così anche noi dobbiamo rivolgerci a Dio con sincerità, dicendo “non riesco da solo”.<br /><br /> Se invece ci presentiamo come il fariseo, convinti di sapere tutto, Dio non può fare nulla per noi, perché non Gli lasciamo spazio. Ma se ammettiamo le nostre difficoltà, Lui interviene subito.<br /><br /> Le nostre preghiere quotidiane<br /><br /> Abbiamo tanti bisogni: essere consolati quando siamo tristi, ritrovare un’amicizia rotta, chiedere perdono, pregare per una persona malata. 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In questa confessione ritrovo la condizione umana di ciascuno di noi: il desiderio del bene che abita nel cuore, ma anche la costante esperienza della propria povertà e debolezza.<br /><br /> Carlo, nel suo mestiere di infermiere, ha toccato da vicino questa realtà. Prendersi cura dei malati significa confrontarsi ogni giorno con la fragilità: quella fisica, ma anche quella morale e spirituale. Tuttavia, come cristiani, sappiamo che la fragilità non deve spaventarci. Essa ci riporta sempre nelle mani del Signore, il solo che può colmare i nostri vuoti e perdonare le nostre mancanze. Paolo ringrazia Dio per mezzo di Gesù Cristo: è un ringraziamento incessante, per tutte le misericordie con cui il Signore ci abbraccia. Noi siamo sempre “in difetto”, ma è proprio questo difetto che Dio riempie con la sua vicinanza e la sua grazia.<br /><br /> Carlo ha testimoniato questo con la sua vita. Ha saputo accogliere la propria umanità con semplicità e fiducia, diventando un segno concreto di bontà e di dedizione, tanto nel lavoro quanto nella comunità.<br /><br /> La bontà del Signore come cuore della fede<br /><br /> Il Salmo ci ha messo sulle labbra una verità profonda: “Il Signore è buono e fa il bene”. È il centro della nostra fede: la certezza che, nonostante la fatica, la malattia o la solitudine, Dio continua a farci del bene. Anche nei momenti oscuri, la bontà del Signore ci raggiunge, ci riempie, ci sostiene.<br /><br /> Questo è anche il canto che accompagna le nostre liturgie e a cui Carlo partecipava con entusiasmo, finché ha potuto. Cantare insieme la bontà di Dio è un modo per ricordarci che non siamo soli, che la sua fedeltà ci accompagna sempre. Carlo ne è stato parte viva, con la sua voce nel coro e con la sua presenza discreta ma costante.<br /><br /> Saper interpretare il tempo presente<br /><br /> Nel Vangelo di oggi, Gesù rivolge un rimprovero severo: “Come mai questo tempo non sapete valutarlo?” Siamo capaci di leggere i segni del cielo, ma spesso non sappiamo leggere il tempo profondo della nostra vita. Questo è l’invito che ci lascia: imparare a interpretare i momenti che viviamo, a riconoscerli come tempi di grazia.<br /><br /> Anche questo momento di accompagnamento per Carlo è un tempo propizio, un tempo di pace e di amore. Il Signore ci chiama all’incontro con Lui, ma noi spesso restiamo frenati, distratti. Gesù invece ci chiede di vivere riconciliati, in pace, pronti a fare verità e giustizia nelle nostre relazioni.<br /><br /> Quando dice “Mettiti d’accordo con il tuo avversario lungo la strada”, ci invita a scegliere sempre la via del dialogo e della riconciliazione, anche se costa un passo indietro. È un gesto di carità concreta, la stessa che siamo chiamati a vivere ogni giorno.<br /><br /> Annunciare la carità nel tempo breve<br /><br /> Interpretare il tempo significa anche riconoscere che esso è breve e prezioso. Per questo siamo chiamati ad annunciare con la vita la carità e il Vangelo del Signore. Chiediamo perdono per tutte le volte in cui non siamo riusciti a fare questo passo di accordo, di pace.<br /><br /> Carlo, nella sua vita professionale e comunitaria, è stato un annunciatore silenzioso ma autentico del Vangelo. Con il suo modo di vivere, con la dedizione agli altri, ci ha ricordato che rendere grazie al Signore è la forma più alta di fede.<br /><br /> Oggi, insieme a lui, ringraziamo per questo tempo di grazia, per il suo passaggio pieno di luce e di gioia. E nella fede sappiamo che non lo perdiamo, ma lo ritroviamo vivo accanto al Signore. Questa consapevolezza consola e sostiene: la relazione con Dio non si interrompe, ma si apre all’eternità.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68267757</guid><pubDate>Fri, 24 Oct 2025 16:56:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68267757/imported_1761324824151463_audio.mp3" length="7435911" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Per questa celebrazione abbiamo mantenuto le letture del giorno, che oggi risuonano con particolare intensità: sono letture severe, ma capaci di illuminare il tempo che stiamo vivendo. Nella Lettera ai Romani, Paolo mette a nudo la sua fragilità: “Non...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Per questa celebrazione abbiamo mantenuto le letture del giorno, che oggi risuonano con particolare intensità: sono letture severe, ma capaci di illuminare il tempo che stiamo vivendo. Nella Lettera ai Romani, Paolo mette a nudo la sua fragilità: “Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”. In questa confessione ritrovo la condizione umana di ciascuno di noi: il desiderio del bene che abita nel cuore, ma anche la costante esperienza della propria povertà e debolezza.<br /><br /> Carlo, nel suo mestiere di infermiere, ha toccato da vicino questa realtà. Prendersi cura dei malati significa confrontarsi ogni giorno con la fragilità: quella fisica, ma anche quella morale e spirituale. Tuttavia, come cristiani, sappiamo che la fragilità non deve spaventarci. Essa ci riporta sempre nelle mani del Signore, il solo che può colmare i nostri vuoti e perdonare le nostre mancanze. Paolo ringrazia Dio per mezzo di Gesù Cristo: è un ringraziamento incessante, per tutte le misericordie con cui il Signore ci abbraccia. Noi siamo sempre “in difetto”, ma è proprio questo difetto che Dio riempie con la sua vicinanza e la sua grazia.<br /><br /> Carlo ha testimoniato questo con la sua vita. Ha saputo accogliere la propria umanità con semplicità e fiducia, diventando un segno concreto di bontà e di dedizione, tanto nel lavoro quanto nella comunità.<br /><br /> La bontà del Signore come cuore della fede<br /><br /> Il Salmo ci ha messo sulle labbra una verità profonda: “Il Signore è buono e fa il bene”. È il centro della nostra fede: la certezza che, nonostante la fatica, la malattia o la solitudine, Dio continua a farci del bene. Anche nei momenti oscuri, la bontà del Signore ci raggiunge, ci riempie, ci sostiene.<br /><br /> Questo è anche il canto che accompagna le nostre liturgie e a cui Carlo partecipava con entusiasmo, finché ha potuto. Cantare insieme la bontà di Dio è un modo per ricordarci che non siamo soli, che la sua fedeltà ci accompagna sempre. Carlo ne è stato parte viva, con la sua voce nel coro e con la sua presenza discreta ma costante.<br /><br /> Saper interpretare il tempo presente<br /><br /> Nel Vangelo di oggi, Gesù rivolge un rimprovero severo: “Come mai questo tempo non sapete valutarlo?” Siamo capaci di leggere i segni del cielo, ma spesso non sappiamo leggere il tempo profondo della nostra vita. Questo è l’invito che ci lascia: imparare a interpretare i momenti che viviamo, a riconoscerli come tempi di grazia.<br /><br /> Anche questo momento di accompagnamento per Carlo è un tempo propizio, un tempo di pace e di amore. Il Signore ci chiama all’incontro con Lui, ma noi spesso restiamo frenati, distratti. Gesù invece ci chiede di vivere riconciliati, in pace, pronti a fare verità e giustizia nelle nostre relazioni.<br /><br /> Quando dice “Mettiti d’accordo con il tuo avversario lungo la strada”, ci invita a scegliere sempre la via del dialogo e della riconciliazione, anche se costa un passo indietro. È un gesto di carità concreta, la stessa che siamo chiamati a vivere ogni giorno.<br /><br /> Annunciare la carità nel tempo breve<br /><br /> Interpretare il tempo significa anche riconoscere che esso è breve e prezioso. Per questo siamo chiamati ad annunciare con la vita la carità e il Vangelo del Signore. Chiediamo perdono per tutte le volte in cui non siamo riusciti a fare questo passo di accordo, di pace.<br /><br /> Carlo, nella sua vita professionale e comunitaria, è stato un annunciatore silenzioso ma autentico del Vangelo. Con il suo modo di vivere, con la dedizione agli altri, ci ha ricordato che rendere grazie al Signore è la forma più alta di fede.<br /><br /> Oggi, insieme a lui, ringraziamo per questo tempo di grazia, per il suo passaggio pieno di luce e di gioia. E nella fede sappiamo che non lo perdiamo, ma lo ritroviamo vivo accanto al Signore. 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Anche lei appartiene a un gruppo, a una tradizione religiosa, ma dentro quel mondo frammentato vive un desiderio profondo che la spinge a cercare. È in questo cammino che incontra Gesù, al pozzo, in un dialogo che si fa via via più intimo, fino a rivelarle il cuore stesso di Dio.<br /><br /> In quell’incontro si manifesta il desiderio del Padre, che opera in modo misterioso nei cuori delle persone attraverso Gesù. È lì che la Samaritana scopre che la vera adorazione non è più legata a un luogo o a un’appartenenza, ma si compie “in spirito e verità”.<br /><br /> Noi, edificio di Dio<br /><br /> San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, ci ricorda che noi siamo “l’edificio di Dio”. Questa espressione mi colpisce profondamente: ciascuno di noi è tempio dello Spirito Santo, ma lo siamo anche come comunità, come Chiesa, come gruppo di credenti. Non esistiamo isolati, ma in relazione, uniti in un’unica costruzione che ha un fondamento preciso: Gesù Cristo.<br /><br /> Il fondamento non è un’idea, non è un sentimento, ma è una persona viva, Gesù nella sua Pasqua, nel suo morire e risorgere per la nostra salvezza. Senza questo fondamento, ogni forma di appartenenza, anche la più bella e generosa, si indebolisce. Paolo insiste molto su questo: non può esserci altro fondamento che Cristo.<br /><br /> Custodire e costruire sul fondamento<br /><br /> Una volta ritrovato e custodito il fondamento che è Gesù, inizia la costruzione. Ed è un’immagine affascinante, quella del Tempio che cresce, si trasforma, si sviluppa nel tempo. Chi si occupa di costruzioni lo sa bene: ogni edificio vive di equilibrio tra stabilità e crescita. Così anche noi, come persone e come comunità, siamo in cammino, sempre in divenire.<br /><br /> Come la Samaritana, anche noi attraversiamo un percorso: domandiamo, ascoltiamo, ci lasciamo cambiare, e poi diventiamo testimoni. La donna del Vangelo non si ferma al pozzo: corre dai suoi, racconta ciò che ha visto, invita gli altri a incontrare Gesù. È un’immagine bellissima del credente che diventa adoratore di Dio “in spirito e verità”.<br /><br /> Ritrovare il Signore nella comunità<br /><br /> Cercare il Signore non significa solo rivolgersi al proprio cuore, ma anche riconoscerlo nella vita della comunità. Anche una piccola comunità, raccolta magari in una sera di pioggia, può essere luogo di incontro con Dio. È qui, nella Parola ascoltata e nei sacramenti celebrati insieme, che lo troviamo davvero.<br /><br /> Se perdiamo questo centro — l’ascolto della Parola e la vita sacramentale — rischiamo di smarrirci. La fede non è mai solo personale: è un cammino condiviso.<br /><br /> Costruttori o distruttori del Tempio<br /><br /> San Paolo ci mette in guardia con parole forti: “Chi distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui”. È un avvertimento serio che ci chiama alla responsabilità. Possiamo essere costruttori della casa di Dio, ma possiamo anche diventare distratti, adoratori stanchi o, peggio ancora, distruttori di ciò che Dio edifica in mezzo a noi.<br /><br /> Per questo, la festa della dedicazione della cattedrale non è solo memoria di pietre consacrate, ma invito a custodire la vita spirituale e le relazioni che ci tengono uniti. Celebrare la nostra cattedrale significa riconoscere il centro della nostra Chiesa, intorno al vescovo, ma anche la necessità di edificare insieme la comunione, giorno dopo giorno.<br /><br /> Una preghiera di gratitudine<br /><br /> Oggi ringrazio il Signore per la grande comunione che ci unisce. Lo invochiamo perché continui a visitare la nostra vita, a riempirla della sua presenza, e a renderci sempre più consapevoli di essere il suo edificio vivente, fondato su Cristo, tempio dello Spirito, adoratori in spirito e verità.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68256142</guid><pubDate>Thu, 23 Oct 2025 17:24:26 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68256142/imported_1761240173539718_audio.mp3" length="5125851" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Le letture sono qui:
https://liturgia.chiesadibologna.it/23-ottobre-dedicazione-della-cattedrale-festa/

Nel Vangelo che celebriamo in occasione della dedicazione della nostra cattedrale, la figura della Samaritana mi colpisce sempre per la sua...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Le letture sono qui:<br /><a href="https://liturgia.chiesadibologna.it/23-ottobre-dedicazione-della-cattedrale-festa/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://liturgia.chiesadibolog...</a><br /><br /> Nel Vangelo che celebriamo in occasione della dedicazione della nostra cattedrale, la figura della Samaritana mi colpisce sempre per la sua umanità e per il suo essere segno di divisione e di ricerca. Anche lei appartiene a un gruppo, a una tradizione religiosa, ma dentro quel mondo frammentato vive un desiderio profondo che la spinge a cercare. È in questo cammino che incontra Gesù, al pozzo, in un dialogo che si fa via via più intimo, fino a rivelarle il cuore stesso di Dio.<br /><br /> In quell’incontro si manifesta il desiderio del Padre, che opera in modo misterioso nei cuori delle persone attraverso Gesù. È lì che la Samaritana scopre che la vera adorazione non è più legata a un luogo o a un’appartenenza, ma si compie “in spirito e verità”.<br /><br /> Noi, edificio di Dio<br /><br /> San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, ci ricorda che noi siamo “l’edificio di Dio”. Questa espressione mi colpisce profondamente: ciascuno di noi è tempio dello Spirito Santo, ma lo siamo anche come comunità, come Chiesa, come gruppo di credenti. Non esistiamo isolati, ma in relazione, uniti in un’unica costruzione che ha un fondamento preciso: Gesù Cristo.<br /><br /> Il fondamento non è un’idea, non è un sentimento, ma è una persona viva, Gesù nella sua Pasqua, nel suo morire e risorgere per la nostra salvezza. Senza questo fondamento, ogni forma di appartenenza, anche la più bella e generosa, si indebolisce. Paolo insiste molto su questo: non può esserci altro fondamento che Cristo.<br /><br /> Custodire e costruire sul fondamento<br /><br /> Una volta ritrovato e custodito il fondamento che è Gesù, inizia la costruzione. Ed è un’immagine affascinante, quella del Tempio che cresce, si trasforma, si sviluppa nel tempo. Chi si occupa di costruzioni lo sa bene: ogni edificio vive di equilibrio tra stabilità e crescita. Così anche noi, come persone e come comunità, siamo in cammino, sempre in divenire.<br /><br /> Come la Samaritana, anche noi attraversiamo un percorso: domandiamo, ascoltiamo, ci lasciamo cambiare, e poi diventiamo testimoni. La donna del Vangelo non si ferma al pozzo: corre dai suoi, racconta ciò che ha visto, invita gli altri a incontrare Gesù. È un’immagine bellissima del credente che diventa adoratore di Dio “in spirito e verità”.<br /><br /> Ritrovare il Signore nella comunità<br /><br /> Cercare il Signore non significa solo rivolgersi al proprio cuore, ma anche riconoscerlo nella vita della comunità. Anche una piccola comunità, raccolta magari in una sera di pioggia, può essere luogo di incontro con Dio. È qui, nella Parola ascoltata e nei sacramenti celebrati insieme, che lo troviamo davvero.<br /><br /> Se perdiamo questo centro — l’ascolto della Parola e la vita sacramentale — rischiamo di smarrirci. La fede non è mai solo personale: è un cammino condiviso.<br /><br /> Costruttori o distruttori del Tempio<br /><br /> San Paolo ci mette in guardia con parole forti: “Chi distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui”. È un avvertimento serio che ci chiama alla responsabilità. Possiamo essere costruttori della casa di Dio, ma possiamo anche diventare distratti, adoratori stanchi o, peggio ancora, distruttori di ciò che Dio edifica in mezzo a noi.<br /><br /> Per questo, la festa della dedicazione della cattedrale non è solo memoria di pietre consacrate, ma invito a custodire la vita spirituale e le relazioni che ci tengono uniti. Celebrare la nostra cattedrale significa riconoscere il centro della nostra Chiesa, intorno al vescovo, ma anche la necessità di edificare insieme la comunione, giorno dopo giorno.<br /><br /> Una preghiera di gratitudine<br /><br /> Oggi ringrazio il Signore per la grande comunione che ci unisce. Lo invochiamo perché continui a visitare la nostra vita, a riempirla della sua...]]></itunes:summary><itunes:duration>321</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia mercoledì XXIX settimana S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-mercoledi-xxix-settimana-s-andrea--68243560</link><description><![CDATA[I testi di oggi ci invitano a riflettere sul nostro essere servitori, su chi serviamo davvero. L’immagine evangelica dei servi fedeli che danno il cibo a tempo opportuno è bellissima: persone semplici, umili, puntuali, che si prendono cura di ciò che il Signore ha loro affidato. Questa fedeltà quotidiana è ciò che dà senso al nostro essere discepoli. Anche la lettera ai Romani usa un linguaggio simile, parlando di “essere schiavi del peccato”. È un’espressione forte, ma vera: il peccato ci rende schiavi, ci imprigiona, ci condiziona, e spesso nemmeno ce ne accorgiamo.<br /><br /> La schiavitù del peccato<br /><br /> Il peccato può assumere tante forme: un atteggiamento che si ripete nel tempo, una relazione che diventa tossica, un modo sbagliato di rapportarci a chi ci vive accanto — il marito, la moglie, i familiari. Può essere un vizio, una dipendenza, qualcosa che ci lega interiormente e da cui facciamo fatica a staccarci. È una schiavitù cattiva, perché ci toglie libertà. Eppure Paolo ci mostra una via diversa, con un’espressione meravigliosa: “Non offrite al peccato le vostre membra”.<br /><br /> L’offerta a Dio<br /><br /> Questa parola “offrire” — in greco “presentare” — è centrale. Paolo ci invita a non presentarci al peccato, ma a offrire noi stessi a Dio. Che cosa offriamo? Tutto noi stessi: il nostro corpo, la nostra storia, le nostre ferite, la nostra vita salvata. Dice Paolo: “Come viventi, ritornati dai morti”. È la vita stessa che diventa un dono, un’offerta di riconoscenza.<br /><br /> Siamo chiamati a offrirci a Dio “come strumenti di giustizia”, mettendo davanti a Lui ciò che siamo con umiltà. Anche chi è anziano o immobilizzato nel letto può farlo: non è questione di fare, ma di essere. Offrire tutto sé stessi a Dio è già un atto d’amore profondo, perché Lui ci ama, ci desidera, ci salva.<br /><br /> Tempio dello Spirito e schiavitù buona<br /><br /> Se siamo tempio dello Spirito Santo, allora dentro di noi c’è già la presenza viva di Dio. Offrendo noi stessi a Lui, accogliamo la grazia che ci trasforma. Non si tratta tanto di combattere il peccato con le nostre forze, ma di spostarci di fronte: invece di presentarci al peccato, ci presentiamo a Dio.<br /><br /> È un altro tipo di schiavitù, ma una schiavitù buona. Quando offriamo a Dio le nostre mani, le nostre labbra, i nostri occhi, essi diventano strumenti suoi, non più nostri. È così che diventiamo “schiavi della giustizia”: servi liberi, mossi dallo Spirito, restituiti a relazioni nuove, purificate, rinate.<br /><br /> L’offerta che Dio gradisce<br /><br /> Questa obbedienza umile è la risposta di un figlio amato che restituisce ciò che ha ricevuto. E Dio accetta sempre la nostra offerta, anche se è piccola, povera, fragile. A Lui possiamo dire: “Ti offro tutto ciò che ho: me stesso”.<br /><br /> Nell’Eucaristia questo gesto trova la sua pienezza: offriamo noi stessi insieme al sacrificio d’amore di Gesù. È questa l’offerta che Dio più gradisce — il suo Figlio morto e risorto per noi — e unendoci a Lui, la nostra vita diventa parte di quell’unica offerta d’amore che salva il mondo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68243560</guid><pubDate>Wed, 22 Oct 2025 18:18:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68243560/imported_1761157010252944_audio.mp3" length="5517897" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>I testi di oggi ci invitano a riflettere sul nostro essere servitori, su chi serviamo davvero. L’immagine evangelica dei servi fedeli che danno il cibo a tempo opportuno è bellissima: persone semplici, umili, puntuali, che si prendono cura di ciò che...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[I testi di oggi ci invitano a riflettere sul nostro essere servitori, su chi serviamo davvero. L’immagine evangelica dei servi fedeli che danno il cibo a tempo opportuno è bellissima: persone semplici, umili, puntuali, che si prendono cura di ciò che il Signore ha loro affidato. Questa fedeltà quotidiana è ciò che dà senso al nostro essere discepoli. Anche la lettera ai Romani usa un linguaggio simile, parlando di “essere schiavi del peccato”. È un’espressione forte, ma vera: il peccato ci rende schiavi, ci imprigiona, ci condiziona, e spesso nemmeno ce ne accorgiamo.<br /><br /> La schiavitù del peccato<br /><br /> Il peccato può assumere tante forme: un atteggiamento che si ripete nel tempo, una relazione che diventa tossica, un modo sbagliato di rapportarci a chi ci vive accanto — il marito, la moglie, i familiari. Può essere un vizio, una dipendenza, qualcosa che ci lega interiormente e da cui facciamo fatica a staccarci. È una schiavitù cattiva, perché ci toglie libertà. Eppure Paolo ci mostra una via diversa, con un’espressione meravigliosa: “Non offrite al peccato le vostre membra”.<br /><br /> L’offerta a Dio<br /><br /> Questa parola “offrire” — in greco “presentare” — è centrale. Paolo ci invita a non presentarci al peccato, ma a offrire noi stessi a Dio. Che cosa offriamo? Tutto noi stessi: il nostro corpo, la nostra storia, le nostre ferite, la nostra vita salvata. Dice Paolo: “Come viventi, ritornati dai morti”. È la vita stessa che diventa un dono, un’offerta di riconoscenza.<br /><br /> Siamo chiamati a offrirci a Dio “come strumenti di giustizia”, mettendo davanti a Lui ciò che siamo con umiltà. Anche chi è anziano o immobilizzato nel letto può farlo: non è questione di fare, ma di essere. Offrire tutto sé stessi a Dio è già un atto d’amore profondo, perché Lui ci ama, ci desidera, ci salva.<br /><br /> Tempio dello Spirito e schiavitù buona<br /><br /> Se siamo tempio dello Spirito Santo, allora dentro di noi c’è già la presenza viva di Dio. Offrendo noi stessi a Lui, accogliamo la grazia che ci trasforma. Non si tratta tanto di combattere il peccato con le nostre forze, ma di spostarci di fronte: invece di presentarci al peccato, ci presentiamo a Dio.<br /><br /> È un altro tipo di schiavitù, ma una schiavitù buona. Quando offriamo a Dio le nostre mani, le nostre labbra, i nostri occhi, essi diventano strumenti suoi, non più nostri. È così che diventiamo “schiavi della giustizia”: servi liberi, mossi dallo Spirito, restituiti a relazioni nuove, purificate, rinate.<br /><br /> L’offerta che Dio gradisce<br /><br /> Questa obbedienza umile è la risposta di un figlio amato che restituisce ciò che ha ricevuto. E Dio accetta sempre la nostra offerta, anche se è piccola, povera, fragile. A Lui possiamo dire: “Ti offro tutto ciò che ho: me stesso”.<br /><br /> Nell’Eucaristia questo gesto trova la sua pienezza: offriamo noi stessi insieme al sacrificio d’amore di Gesù. 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Noi pensiamo alla preghiera come a un momento preciso — dire una preghiera, andare a Messa, ritagliarsi un tempo nella giornata — ma “pregare sempre” significa qualcosa di più profondo. Perché la nostra preghiera spesso si interrompe, è distratta, a volte faticosa; dopo un primo slancio ci stanchiamo, perdiamo costanza. Eppure Gesù ci chiede proprio questo: una preghiera che non si esaurisca, che diventi respiro, che accompagni ogni momento della vita.<br /><br /> La vedova e il giudice: una parabola che disturba<br /><br /> La parabola che Gesù racconta suscita un certo disagio. Una vedova sola, indifesa, che deve importunare un giudice arrogante e ingiusto per ottenere giustizia. E quel giudice, che non teme Dio e non si cura dei deboli, sembra un cattivo esempio per parlare di Dio. Eppure, forse, è proprio questo il punto: spesso noi pensiamo a Dio come a qualcuno che dobbiamo convincere, stancare, come se la preghiera fosse un’operazione faticosa per attirare la sua attenzione.<br /><br /> La vedova, invece, ci mostra qualcosa di diverso. <br /><br /> È sola, senza appoggi, e ha un avversario che la insidia e la opprime. Ma non si arrende. Continua a bussare alla porta di quel giudice, anche se è burbero e indifferente. Perché, nonostante tutto, sa che lui ha il potere di aiutarla. È consapevole che, se insiste, troverà giustizia. In questo c’è la chiave della sua forza: la fiducia. Lei crede che quel giudice, pur ingiusto, abbia una forza più grande del suo avversario.<br /><br /> Mi viene in mente — come durante la camminata a Montovolo — il comportamento dei bambini. Anche loro insistono con i genitori, o con un capo scout, perché sanno che lì c’è qualcuno che può aiutarli, che ha la forza di dare ciò di cui hanno bisogno. A volte le loro richieste non sono opportune, ma hanno fiducia, sanno che qualcuno li ascolta. È la stessa fiducia che deve animare la nostra preghiera.<br /><br /> La fiducia che sostiene la preghiera<br /><br /> Pregare è innanzitutto credere che Dio ci può esaudire. La vedova non prega un Dio lontano, ma qualcuno di cui si fida, e questa fiducia le dà pazienza e perseveranza. Lei vive nell’attesa, in una pace che viene dal sapere che il suo aiuto arriverà al momento giusto.<br /><br /> Questa fiducia la ritroviamo anche nella prima lettura: Mosè, nella battaglia contro Amalek, solleva il bastone e tiene le braccia alzate. Finché le braccia restano alzate, Israele vince. È un’immagine bellissima della preghiera: restare in relazione con Dio, anche quando siamo stanchi, anche quando le braccia ci cadono. Mosè ha bisogno di Aronne e Cur per sostenerle, perché quella comunione con Dio non si interrompa.<br /><br /> E Paolo, nella seconda lettura, scrive a Timoteo invitandolo a rimanere saldo nella Parola, in ciò che ha imparato. “Tutta la Scrittura è utile per insegnare, convincere, correggere, educare nella giustizia.” È la Parola il nostro bastone, la nostra forza per restare uniti a Dio. In essa l’uomo di Dio trova pienezza, completezza e preparazione per ogni opera buona.<br /><br /> La perseveranza della fede<br /><br /> Alla fine, Gesù ci pone una domanda che ci scuote: “Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?” È la domanda che ci rimette davanti all’essenziale. Fede non è tanto dire preghiere, ma rimanere in relazione con Dio. È l’atteggiamento della vedova, di Mosè, di Timoteo: restare fermi nella fiducia, nella pace, nell’attesa, sapendo che Dio arriverà — con il suo aiuto, la sua luce, la sua vittoria sul male. Anche sul male più grande, che è la morte.<br /><br /> Rimanere nella relazione<br /><br /> Gesù sulla croce è il segno che Dio arriva sempre, e arriva donando la vita. Il problema nostro non è che Lui non ci ascolta, ma che noi non restiamo nella relazione. Come un bambino che alterna grida e silenzi, ma non smette mai di rivolgersi alla madre o al padre, anche noi viviamo alti e bassi nella preghiera, ma non dobbiamo mai spegnere la confidenza con Dio.<br /><br /> La vera preghiera è questo legame costante, come la vite e i tralci nel Vangelo di Giovanni. Certo, ci sono momenti forti — la Messa, la preghiera comunitaria, i tempi di silenzio — ma la relazione non si interrompe mai. Anche mentre lavoriamo, camminiamo, compiamo il nostro dovere, possiamo restare uniti a Lui. Questa consapevolezza, questo “essere con Lui”, è la fede.<br /><br /> Pregare incessantemente significa vivere ogni istante in questa relazione viva, senza stancarci, perché Dio non si stanca mai di noi. Anche quando pensiamo di essercene dimenticati, Lui è sempre lì. Basta ritrovare il contatto, dire: “Eccomi, Signore.”<br /><br /> Ringraziamento e fiducia<br /><br /> E allora, ringraziamolo. Per la sua Parola, per la sua presenza costante, per il suo restare con noi anche nei momenti di solitudine e sconforto. Apriamo il cuore all’ascolto e affidiamoci a Lui, con la fede paziente della vedova, la perseveranza di Mosè, la fedeltà di Timoteo. Senza stancarci, restiamo in questa relazione che è vita, luce e pace.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68198410</guid><pubDate>Sat, 18 Oct 2025 20:35:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68198410/imported_1760819364182503_audio.mp3" length="11346755" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Gesù ci propone una parabola curiosa per spiegarci la necessità di pregare sempre, senza stancarci. 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Una vedova sola, indifesa, che deve importunare un giudice arrogante e ingiusto per ottenere giustizia. E quel giudice, che non teme Dio e non si cura dei deboli, sembra un cattivo esempio per parlare di Dio. Eppure, forse, è proprio questo il punto: spesso noi pensiamo a Dio come a qualcuno che dobbiamo convincere, stancare, come se la preghiera fosse un’operazione faticosa per attirare la sua attenzione.<br /><br /> La vedova, invece, ci mostra qualcosa di diverso. <br /><br /> È sola, senza appoggi, e ha un avversario che la insidia e la opprime. Ma non si arrende. Continua a bussare alla porta di quel giudice, anche se è burbero e indifferente. Perché, nonostante tutto, sa che lui ha il potere di aiutarla. È consapevole che, se insiste, troverà giustizia. In questo c’è la chiave della sua forza: la fiducia. Lei crede che quel giudice, pur ingiusto, abbia una forza più grande del suo avversario.<br /><br /> Mi viene in mente — come durante la camminata a Montovolo — il comportamento dei bambini. Anche loro insistono con i genitori, o con un capo scout, perché sanno che lì c’è qualcuno che può aiutarli, che ha la forza di dare ciò di cui hanno bisogno. A volte le loro richieste non sono opportune, ma hanno fiducia, sanno che qualcuno li ascolta. È la stessa fiducia che deve animare la nostra preghiera.<br /><br /> La fiducia che sostiene la preghiera<br /><br /> Pregare è innanzitutto credere che Dio ci può esaudire. La vedova non prega un Dio lontano, ma qualcuno di cui si fida, e questa fiducia le dà pazienza e perseveranza. Lei vive nell’attesa, in una pace che viene dal sapere che il suo aiuto arriverà al momento giusto.<br /><br /> Questa fiducia la ritroviamo anche nella prima lettura: Mosè, nella battaglia contro Amalek, solleva il bastone e tiene le braccia alzate. Finché le braccia restano alzate, Israele vince. È un’immagine bellissima della preghiera: restare in relazione con Dio, anche quando siamo stanchi, anche quando le braccia ci cadono. Mosè ha bisogno di Aronne e Cur per sostenerle, perché quella comunione con Dio non si interrompa.<br /><br /> E Paolo, nella seconda lettura, scrive a Timoteo invitandolo a rimanere saldo nella Parola, in ciò che ha imparato. “Tutta la Scrittura è utile per insegnare, convincere, correggere, educare nella giustizia.” È la Parola il nostro bastone, la nostra forza per restare uniti a Dio. In essa l’uomo di Dio trova pienezza, completezza e preparazione per ogni opera buona.<br /><br /> La perseveranza della fede<br /><br /> Alla fine, Gesù ci pone una domanda che ci scuote: “Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?” È la domanda che ci rimette davanti all’essenziale. Fede non è tanto dire preghiere, ma rimanere in relazione con Dio. È l’atteggiamento della vedova, di Mosè, di Timoteo: restare fermi nella fiducia, nella pace, nell’attesa, sapendo che Dio arriverà — con il suo aiuto, la sua luce, la sua vittoria sul male. Anche sul male più grande, che è la morte.<br /><br /> Rimanere nella relazione<br /><br /> Gesù sulla croce è il segno che Dio arriva sempre, e arriva donando la vita. Il problema nostro non è che Lui non ci ascolta, ma che noi non restiamo nella relazione. 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Sappiamo che ha condiviso con Paolo i viaggi missionari, ha imparato da lui, ha raccolto le sue predicazioni, ma anche gli ha trasmesso qualcosa di suo: la sua cultura, la sua sensibilità, la sua capacità di osservare e raccontare.<br /><br /> La tradizione lo vuole medico e iconografo, e questo lo rende per me una figura ancora più ricca: uno che cura, uno che guarda con attenzione, uno che sa riconoscere la bellezza. E penso che tutti noi abbiamo bisogno di un “Luca” vicino. Forse è una persona cara, un compagno o una compagna di vita; forse è qualcuno che ci sostiene nel momento della fatica. Oppure, ancora più in profondità, è il Vangelo stesso: la Parola che ci accompagna come un amico, che consola, che illumina, che diventa un bastone buono per il cammino, come quello che abbiamo usato lungo il nostro sentiero di pellegrini. Poter dire, nei momenti duri, «Luca è con me», significa sentire che non siamo soli, che il Vangelo cammina accanto a noi.<br /><br /> La messe è abbondante<br /><br /> Nel Vangelo della festa di San Luca risuona la frase: «La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi». Spesso ci soffermiamo solo sulla seconda parte, quella della scarsità, ma prima c’è un annuncio di abbondanza: la messe è grande, è ricca, preziosa agli occhi di Dio. Questo sguardo positivo mi incoraggia a pensare che nel mondo, nelle persone, c’è già tanta grazia, tanta bontà da raccogliere, e che Dio ci manda non in un deserto ma in un campo pieno di vita.<br /><br /> Gesù manda settantadue discepoli, non pochi, e li manda a due a due. Questo mi parla di comunione, di fraternità, di cammino condiviso — proprio come il nostro pellegrinaggio di oggi. Essere mandati insieme significa non dover affrontare la missione da soli, ma con qualcuno accanto che ci sostiene e ci ricorda che siamo parte di un corpo più grande, la Chiesa.<br /><br /> Lo stile del cammino<br /><br /> Gesù dà ai discepoli indicazioni precise e sorprendenti: andare come agnelli in mezzo ai lupi, senza borsa, né sacca, né sandali, senza fermarsi a salutare nessuno. Non perché siano scortesi, ma perché c’è un’urgenza, una concentrazione, una libertà da tutto ciò che appesantisce. È uno stile essenziale, sobrio, che chiede fiducia e abbandono.<br /><br /> Camminare così, leggeri, mi ricorda che la fede non si vive accumulando, ma spogliandosi. E soprattutto che si cammina insieme. Anche quando si entra nelle case, quando si accetta l’ospitalità degli altri, occorre umiltà: non si porta niente, si riceve tutto. L’annuncio del Regno passa attraverso gesti di accoglienza, di condivisione, di pace. I discepoli devono guarire, portare benedizione, costruire relazioni. È questo lo stile della missione evangelica: non conquistare, ma abitare le relazioni; non dominare, ma servire.<br /><br /> Compagni di viaggio e testimoni del bene<br /><br /> Mi accorgo allora di quanto sia prezioso avere compagni di viaggio. La fede non è un’esperienza solitaria: si nutre della presenza degli altri, del camminare insieme, del sostegno reciproco. Oggi, in questa giornata di cammino, abbiamo sperimentato proprio questo: una chiesa che non è ferma ma in movimento, una comunità che si forma passo dopo passo, magari accanto a qualcuno che conosciamo poco, ma che diventa fratello o sorella nella strada.<br /><br /> Anche i settantadue del Vangelo vanno perché hanno conosciuto Gesù, e vogliono portarlo agli altri. Così anche noi: quando viviamo una comunione vera con il Signore e tra di noi, questa comunione diventa testimonianza. Forse incontreremo porte chiuse, forse qualche fatica o delusione, anche dentro le nostre famiglie. Ma non dobbiamo scoraggiarci: ciò che conta è il cammino fatto insieme, il poter dire «Luca è con me».<br /><br /> Camminare nello stile di Gesù<br /><br /> È lo stile stesso di Gesù a essere così: anche Lui ha scelto di non camminare da solo, ma di circondarsi di dodici uomini che non erano certo perfetti, eppure amati, scelti, mandati. E oltre ai dodici, anche i settantadue, e poi tutti noi, che continuiamo quella storia.<br /><br /> Oggi, mentre siamo una quarantina in cammino verso Montovolo, sento che apparteniamo a quella stessa avventura: discepoli inviati, compagni di strada, portatori del Vangelo. Ringrazio il Signore per questa giornata, per questa Eucaristia e per la grazia di poter rinnovare la mia disponibilità a essere anch’io messaggero del suo Vangelo, testimone della sua grazia, pellegrino della sua luce.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68194234</guid><pubDate>Sat, 18 Oct 2025 15:27:25 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68194234/imported_1760800807486961_audio.mp3" length="5516643" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mi colpisce profondamente l’immagine di Paolo anziano che dice: «Solo Luca è con me». In quelle poche parole c’è tutto un intreccio di relazioni, di partenze e di presenze, di solitudini e di fedeltà. Attorno a lui ci sono persone che sono andate via,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mi colpisce profondamente l’immagine di Paolo anziano che dice: «Solo Luca è con me». In quelle poche parole c’è tutto un intreccio di relazioni, di partenze e di presenze, di solitudini e di fedeltà. Attorno a lui ci sono persone che sono andate via, altre che devono partire, qualcuna che gli è contraria; eppure c’è Luca, che resta. Luca è l’amico che accompagna, il discepolo che ascolta, il compagno che sostiene. Sappiamo che ha condiviso con Paolo i viaggi missionari, ha imparato da lui, ha raccolto le sue predicazioni, ma anche gli ha trasmesso qualcosa di suo: la sua cultura, la sua sensibilità, la sua capacità di osservare e raccontare.<br /><br /> La tradizione lo vuole medico e iconografo, e questo lo rende per me una figura ancora più ricca: uno che cura, uno che guarda con attenzione, uno che sa riconoscere la bellezza. E penso che tutti noi abbiamo bisogno di un “Luca” vicino. Forse è una persona cara, un compagno o una compagna di vita; forse è qualcuno che ci sostiene nel momento della fatica. Oppure, ancora più in profondità, è il Vangelo stesso: la Parola che ci accompagna come un amico, che consola, che illumina, che diventa un bastone buono per il cammino, come quello che abbiamo usato lungo il nostro sentiero di pellegrini. Poter dire, nei momenti duri, «Luca è con me», significa sentire che non siamo soli, che il Vangelo cammina accanto a noi.<br /><br /> La messe è abbondante<br /><br /> Nel Vangelo della festa di San Luca risuona la frase: «La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi». Spesso ci soffermiamo solo sulla seconda parte, quella della scarsità, ma prima c’è un annuncio di abbondanza: la messe è grande, è ricca, preziosa agli occhi di Dio. Questo sguardo positivo mi incoraggia a pensare che nel mondo, nelle persone, c’è già tanta grazia, tanta bontà da raccogliere, e che Dio ci manda non in un deserto ma in un campo pieno di vita.<br /><br /> Gesù manda settantadue discepoli, non pochi, e li manda a due a due. Questo mi parla di comunione, di fraternità, di cammino condiviso — proprio come il nostro pellegrinaggio di oggi. Essere mandati insieme significa non dover affrontare la missione da soli, ma con qualcuno accanto che ci sostiene e ci ricorda che siamo parte di un corpo più grande, la Chiesa.<br /><br /> Lo stile del cammino<br /><br /> Gesù dà ai discepoli indicazioni precise e sorprendenti: andare come agnelli in mezzo ai lupi, senza borsa, né sacca, né sandali, senza fermarsi a salutare nessuno. Non perché siano scortesi, ma perché c’è un’urgenza, una concentrazione, una libertà da tutto ciò che appesantisce. È uno stile essenziale, sobrio, che chiede fiducia e abbandono.<br /><br /> Camminare così, leggeri, mi ricorda che la fede non si vive accumulando, ma spogliandosi. E soprattutto che si cammina insieme. Anche quando si entra nelle case, quando si accetta l’ospitalità degli altri, occorre umiltà: non si porta niente, si riceve tutto. L’annuncio del Regno passa attraverso gesti di accoglienza, di condivisione, di pace. I discepoli devono guarire, portare benedizione, costruire relazioni. È questo lo stile della missione evangelica: non conquistare, ma abitare le relazioni; non dominare, ma servire.<br /><br /> Compagni di viaggio e testimoni del bene<br /><br /> Mi accorgo allora di quanto sia prezioso avere compagni di viaggio. La fede non è un’esperienza solitaria: si nutre della presenza degli altri, del camminare insieme, del sostegno reciproco. Oggi, in questa giornata di cammino, abbiamo sperimentato proprio questo: una chiesa che non è ferma ma in movimento, una comunità che si forma passo dopo passo, magari accanto a qualcuno che conosciamo poco, ma che diventa fratello o sorella nella strada.<br /><br /> Anche i settantadue del Vangelo vanno perché hanno conosciuto Gesù, e vogliono portarlo agli altri. 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È come se in quel gesto si riflettesse la realtà della nostra vita e della nostra relazione con Dio — una relazione in cui, spesso, ci sentiamo lontani, esitanti, incapaci di avvicinarci fino in fondo.<br /><br /> La distanza fisica e la solidarietà nella sofferenza<br /><br /> Questa distanza, anzitutto, è fisica. I lebbrosi, secondo la legge, dovevano restare lontani dagli altri per non contagiarli. Eppure, c’è qualcosa di toccante nel fatto che vivano insieme, condividendo la stessa condizione. Nella loro esclusione nasce una forma di solidarietà, una comunione tra feriti che si sostengono reciprocamente nel dolore.<br /><br /> La distanza morale e spirituale<br /><br /> Ma la distanza non è solo fisica. È anche morale, interiore. È la lontananza che nasce dal sentirsi indegni, dal peso del peccato, dall’incapacità di sentirsi parte della comunità o di avvicinarsi a Dio. È quella sensazione di non poter stare davanti a Lui, di non essere degni di guardarlo in volto. È questa la vera lebbra del cuore.<br /><br /> Figure bibliche della lontananza: Naaman e il ricco con Lazzaro<br /><br /> Mi vengono in mente molti esempi biblici di questa lontananza. Naaman il Siro, nella prima lettura, è un pagano, uno straniero, che deve attraversare una grande distanza per cercare guarigione dall’uomo di Dio. E poi Lazzaro e il ricco: fisicamente vicini, perché uno giace alla porta dell’altro, ma spiritualmente lontanissimi. Quell’abisso di indifferenza che li separa diventa, alla fine, un abisso eterno, nell’aldilà.<br /><br /> Zaccheo, il figlio prodigo e il pubblicano<br /><br /> Anche Zaccheo vive una distanza: è piccolo e deve salire sull’albero per riuscire solo a vedere Gesù. Il figlio prodigo, invece, si allontana fisicamente e moralmente, ma quando ritorna, il padre lo scorge da lontano e gli corre incontro, colmando la distanza con l’amore. Lo stesso accade nella parabola del fariseo e del pubblicano: il fariseo si sente vicino a Dio, ma in realtà è lontano; il pubblicano, invece, prega da lontano — “abbi pietà di me” — e proprio in quella distanza riconosce la verità del suo cuore.<br /><br /> Il ladrone sulla croce e la distanza del popolo in esilio<br /><br /> Penso anche al ladrone sulla croce. È accanto a Gesù, vicinissimo fisicamente, eppure sa di essere lontano per colpa del suo peccato. Eppure, nel suo riconoscere l’innocenza di Gesù, quella distanza si dissolve: “Oggi sarai con me nel paradiso”. Anche tutta la storia d’Israele è segnata dalla lontananza: l’esilio, la perdita del Tempio, la nostalgia della terra e di Dio. I salmi sono pieni di questo grido di distanza: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” — parole che Gesù stesso pronuncia sulla croce. La lontananza non è solo da Dio, ma anche dagli altri: “I miei amici mi stanno a distanza”. È la solitudine che a volte viviamo perfino nelle nostre famiglie.<br /><br /> La distanza nei rapporti umani<br /><br /> Quante volte ci capita, infatti, di essere vicini nel corpo ma lontani nel cuore — tra marito e moglie, genitori e figli. Manca il dialogo, l’ascolto, il perdono. Si costruiscono muri invisibili che rendono estranei anche coloro che amiamo. Questa distanza descrive la nostra vita quotidiana e, come i lebbrosi, cerchiamo un modo per ridurla, per sanarla.<br /><br /> Gesù, colui che accorcia la distanza<br /><br /> Gesù è sempre impegnato in questo: ridurre la distanza. Lui, che è la massima distanza tra cielo e terra, la colma facendosi uomo, venendo a vivere in mezzo a noi. Tocca il lebbroso, nel Vangelo di Luca, per guarirlo: un gesto impensabile. Persino il suo cammino verso Gerusalemme, attraverso Samaria e Galilea — un itinerario geograficamente “sbagliato” — mostra la sua volontà di andare verso chi è lontano, di farsi prossimo ai lebbrosi, agli esclusi. Gesù è il Dio che non sopporta la distanza.<br /><br /> Due vie per accorciare la distanza: la preghiera e la fiducia<br /><br /> E noi, cosa possiamo fare per accorciare la distanza da Lui? I lebbrosi ci insegnano due vie. La prima è la preghiera: anche da lontano, gridano “Gesù, Maestro, abbi pietà di noi”. Lo chiamano per nome, lo riconoscono come maestro e affidano a Lui la loro miseria. È una preghiera umile, profonda, come quella dei salmi: “Dal profondo a te grido, Signore”. Gesù ascolta questo grido e risponde con un comando: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. Non li tocca, non si avvicina, ma chiede loro un passo di fede. E nel cammino, obbedendo alla parola, scoprono di essere guariti. La preghiera, quindi, non solo chiede, ma mette in moto la fiducia.<br /><br /> La seconda via: il ritorno e la gratitudine<br /><br /> La seconda via è quella del samaritano, l’unico che torna indietro per ringraziare. Lo straniero riconosce la grazia ricevuta, torna lodando Dio e si prostra ai piedi di Gesù: la distanza si annulla nell’adorazione e nella gratitudine. Anche noi, venendo all’altare, facciamo questo — ci avviciniamo per ringraziare, per accogliere la sua presenza nel corpo e nel sangue, per sentirci di nuovo partecipi della comunione con Lui. L’Eucaristia è il nostro “grazie” che riavvicina.<br /><br /> Il valore del ringraziamento<br /><br /> Gesù nota il ringraziamento. “Non si è trovato nessuno che tornasse a ringraziare?”. Quel gesto è prezioso ai suoi occhi, perché non è solo riconoscenza, ma fede viva. Per questo al samaritano dice: “Alzati e va’, la tua fede ti ha salvato”. Non è più solo una guarigione fisica, ma una vera salvezza, una vita nuova che comincia nella comunione ritrovata.<br /><br /> Paolo, la lontananza e la comunione nella sofferenza<br /><br /> Anche Paolo, nella lettera che abbiamo ascoltato, vive la distanza: è in catene, lontano dai suoi fratelli. Ma quella lontananza diventa comunione, perché è unita alla sofferenza di Cristo. “Se moriamo con lui, con lui anche vivremo.” Questa parola mi colpisce: morire con Lui significa accettare la nostra condizione di distanza, come il figlio che torna al padre umiliato ma desideroso di comunione. È il morire alla nostra presunzione, al nostro peccato, per lasciarci accogliere. Gesù, morendo con noi e per noi, annulla ogni lontananza.<br /><br /> Gesù muore con noi<br /><br /> È commovente pensare che Gesù muore insieme a noi. Muore al nostro peccato, sulla croce, per colmare definitivamente quella distanza che nessuno di noi avrebbe potuto superare da solo. È il mistero di un Dio che si fa vicino fino alla fine, che entra nella nostra lontananza per trasformarla in comunione.<br /><br /> La Pasqua come passaggio dalla lontananza alla comunione<br /><br /> Riprendo la riflessione sul passo di Paolo: «Se moriamo con lui, con lui anche vivremo». È un’affermazione che racchiude il cuore della fede. Gesù vuole vivere con noi, non solo dopo la morte, ma già ora, in questa vita. La Pasqua non è soltanto un evento futuro: è un passaggio che accade già oggi, quando da lontani diventiamo vicini, quando permettiamo a Cristo di condividere con noi la nostra vita, la nostra fragilità, la nostra umanità ferita. È una comunione che comincia qui, in questo presente concreto.<br /><br /> Cristo vuole vivere con noi oggi<br /><br /> Gesù desidera vivere con ciascuno di noi già ora, non solo nella vita eterna. Non vuole essere un Dio distante o relegato al cielo, ma un compagno del nostro quotidiano, come lo è stato con il Samaritano che ha riconosciuto la sua presenza e l’ha ringraziato. Cristo vuole condividere la nostra vita oggi, abitare le nostre giornate, entrare nella nostra storia concreta.<br /><br /> Perseverare nel cammino della vicinanza<br /><br /> Poi Paolo aggiunge: «Se perseveriamo, con lui anche regneremo». Questa parola “perseverare” è preziosa perché descrive un cammino: non basta avvicinarsi una volta, occorre restare in quel desiderio di vicinanza. È un movimento continuo di conversione, una fedeltà quotidiana che non si stanca. Perseverare significa non abbandonare la relazione, non fuggire di nuovo, non tornare indietro verso le nostre lontananze interiori.<br /><br /> La fedeltà che libera dal peccato<br /><br /> La perseveranza è una fedeltà che si traduce nel non rinnegare il Signore, nel non permettere che i peccati — anche quelli più piccoli, abituali — ci allontanino da Lui. È un esercizio costante di libertà: scegliere ogni giorno di lasciarci alle spalle ciò che crea distanza. È così che la nostra vita diventa un lento ma reale avvicinamento al cuore di Dio.<br /><br /> Regnare con Cristo<br /><br /> Ed ecco la promessa: chi persevera regnerà con Lui. È sorprendente pensare che Gesù, il Figlio di Dio, voglia non solo vivere con noi, ma anche farci partecipi del suo regno. Noi, poveri peccatori, siamo chiamati a condividere la sua gloria. È il dono più grande della redenzione: la comunione trasformata in regalità, la povertà che diventa partecipazione alla sovranità dell’amore di Dio.<br /><br /> L’immagine del ladrone e la grazia che colma la distanza<br /><br /> Penso allora al ladrone sulla croce. Gesù gli dice: «Oggi sarai con me nel paradiso». Quel “oggi” è la parola che riassume tutto: la salvezza è adesso, la vicinanza è già iniziata. Come i lebbrosi, anche noi siamo salvati non perché ne siamo degni, ma perché Cristo ha colmato la distanza. E per questo lo ringraziamo: perché per Lui la nostra lontananza non è mai un ostacolo, ma un’occasione per ricominciare, per riabbracciarci, per restituirci a sé per sempre.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68109485</guid><pubDate>Sun, 12 Oct 2025 17:23:20 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68109485/imported_1760266243376575_audio.mp3" length="14569639" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Parto da quell’immagine potente dei lebbrosi che si fermano “a distanza” quando incontrano Gesù. È un dettaglio che mi ha profondamente colpito: quella distanza dice molto della loro condizione, ma anche della nostra. È come se in quel gesto si...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Parto da quell’immagine potente dei lebbrosi che si fermano “a distanza” quando incontrano Gesù. È un dettaglio che mi ha profondamente colpito: quella distanza dice molto della loro condizione, ma anche della nostra. È come se in quel gesto si riflettesse la realtà della nostra vita e della nostra relazione con Dio — una relazione in cui, spesso, ci sentiamo lontani, esitanti, incapaci di avvicinarci fino in fondo.<br /><br /> La distanza fisica e la solidarietà nella sofferenza<br /><br /> Questa distanza, anzitutto, è fisica. I lebbrosi, secondo la legge, dovevano restare lontani dagli altri per non contagiarli. Eppure, c’è qualcosa di toccante nel fatto che vivano insieme, condividendo la stessa condizione. Nella loro esclusione nasce una forma di solidarietà, una comunione tra feriti che si sostengono reciprocamente nel dolore.<br /><br /> La distanza morale e spirituale<br /><br /> Ma la distanza non è solo fisica. È anche morale, interiore. È la lontananza che nasce dal sentirsi indegni, dal peso del peccato, dall’incapacità di sentirsi parte della comunità o di avvicinarsi a Dio. È quella sensazione di non poter stare davanti a Lui, di non essere degni di guardarlo in volto. È questa la vera lebbra del cuore.<br /><br /> Figure bibliche della lontananza: Naaman e il ricco con Lazzaro<br /><br /> Mi vengono in mente molti esempi biblici di questa lontananza. Naaman il Siro, nella prima lettura, è un pagano, uno straniero, che deve attraversare una grande distanza per cercare guarigione dall’uomo di Dio. E poi Lazzaro e il ricco: fisicamente vicini, perché uno giace alla porta dell’altro, ma spiritualmente lontanissimi. Quell’abisso di indifferenza che li separa diventa, alla fine, un abisso eterno, nell’aldilà.<br /><br /> Zaccheo, il figlio prodigo e il pubblicano<br /><br /> Anche Zaccheo vive una distanza: è piccolo e deve salire sull’albero per riuscire solo a vedere Gesù. Il figlio prodigo, invece, si allontana fisicamente e moralmente, ma quando ritorna, il padre lo scorge da lontano e gli corre incontro, colmando la distanza con l’amore. Lo stesso accade nella parabola del fariseo e del pubblicano: il fariseo si sente vicino a Dio, ma in realtà è lontano; il pubblicano, invece, prega da lontano — “abbi pietà di me” — e proprio in quella distanza riconosce la verità del suo cuore.<br /><br /> Il ladrone sulla croce e la distanza del popolo in esilio<br /><br /> Penso anche al ladrone sulla croce. È accanto a Gesù, vicinissimo fisicamente, eppure sa di essere lontano per colpa del suo peccato. Eppure, nel suo riconoscere l’innocenza di Gesù, quella distanza si dissolve: “Oggi sarai con me nel paradiso”. Anche tutta la storia d’Israele è segnata dalla lontananza: l’esilio, la perdita del Tempio, la nostalgia della terra e di Dio. I salmi sono pieni di questo grido di distanza: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” — parole che Gesù stesso pronuncia sulla croce. La lontananza non è solo da Dio, ma anche dagli altri: “I miei amici mi stanno a distanza”. È la solitudine che a volte viviamo perfino nelle nostre famiglie.<br /><br /> La distanza nei rapporti umani<br /><br /> Quante volte ci capita, infatti, di essere vicini nel corpo ma lontani nel cuore — tra marito e moglie, genitori e figli. Manca il dialogo, l’ascolto, il perdono. Si costruiscono muri invisibili che rendono estranei anche coloro che amiamo. Questa distanza descrive la nostra vita quotidiana e, come i lebbrosi, cerchiamo un modo per ridurla, per sanarla.<br /><br /> Gesù, colui che accorcia la distanza<br /><br /> Gesù è sempre impegnato in questo: ridurre la distanza. Lui, che è la massima distanza tra cielo e terra, la colma facendosi uomo, venendo a vivere in mezzo a noi. Tocca il lebbroso, nel Vangelo di Luca, per guarirlo: un gesto impensabile. Persino il suo cammino verso Gerusalemme, attraverso Samaria e Galilea — un itinerario geograficamente “sbagliato” — mostra la sua volontà di andare verso chi è lontano, di farsi prossimo ai...]]></itunes:summary><itunes:duration>911</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia S. Giovanni XXIII sabato XXVII settimana TO C S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-s-giovanni-xxiii-sabato-xxvii-settimana-to-c-s-andrea--68098249</link><description><![CDATA[Nel libro del profeta Gioele, mi colpisce l’immagine grandiosa della “valle di Giosafat”, la valle del giudizio, della decisione. È il luogo dove si incide nella storia la Parola di Dio, dove il Signore convoca e scrive il suo giudizio. È un’immagine potente che oggi sento profondamente legata alla memoria di Papa Giovanni XXIII e al Concilio Vaticano II. Anche quello fu un momento di convocazione — non per distruggere o concludere qualcosa, ma per discernere ciò che lo Spirito stava dicendo alla Chiesa.<br /><br /> Come nel testo di Gioele, dove le genti salgono a Gerusalemme per incontrare Dio, anche il Concilio fu una salita, una riscoperta della presenza divina nel cuore della Chiesa. Gioele parla della falce e della vendemmia, immagini di compimento e maturità: così il Vaticano II è stato un tempo di maturazione per la Chiesa. In esso sono giunti a compimento tanti semi antichi e sempre vivi — la centralità della Parola, la liturgia, la vocazione universale alla santità, il dialogo col mondo — raccolti in una sintesi che ha dato origine a un “vino nuovo” che da allora continua a scorrere nella Chiesa.<br /><br /> La voce che ruggisce da Sion: una Chiesa in ascolto<br /><br /> Gioele dice che “Dio ruggirà da Sion, da Gerusalemme farà udire la sua voce”. È un’immagine potente: Dio che non smette di parlare e la Chiesa che torna ad ascoltarlo con forza. Nel Concilio questo ascolto si è rinnovato. Papa Giovanni ricordava che il Vangelo non è cambiato: siamo noi che cominciamo a capirlo meglio, ad accoglierlo in modo più chiaro ed efficace.<br /><br /> La voce di Dio non distrugge mai, ma costruisce; non condanna, ma illumina e salva. È segno di misericordia per tutti i popoli. E in questa rivelazione, Gioele annuncia: “Allora saprete che io sono il Signore vostro Dio, che abito in Sion”. È la promessa di una presenza stabile, fedele, che non abbandona il suo popolo.<br /><br /> Papa Giovanni aveva un sogno: che la Chiesa diventasse trasparenza della presenza di Dio, luce per le genti. Non a caso uno dei documenti fondamentali del Concilio si chiama Lumen Gentium: la Chiesa come segno luminoso di Dio nel mondo. Questo resta attualissimo anche per noi oggi: siamo chiamati a essere luce nelle nostre famiglie, nelle comunità, nelle città, testimoni della presenza del Signore in mezzo alla storia.<br /><br /> Il vino nuovo: una Chiesa sorgente di vita<br /><br /> Gioele conclude con un’immagine di abbondanza e gioia: “Le montagne stilleranno vino nuovo, il latte sgorgherà per le colline, una fonte zampillerà dalla casa del Signore”. È un quadro di nuova creazione, una sorgente che si riattiva, un flusso di vita e di gioia che attraversa tutto.<br /><br /> Il Concilio ci ha consegnato proprio questa immagine di Chiesa: una comunità che non trattiene, ma lascia scorrere; che non si chiude, ma apre; che nutre e accoglie. Una Chiesa materna, misericordiosa, capace di sporcarsi le mani, come più volte ci ha ricordato anche Papa Francesco. È una Chiesa che lascia entrare la luce nella propria casa, che fa fluire la grazia di Dio verso il mondo.<br /><br /> E Gioele chiude dicendo: “Il Signore dimorerà in Sion”. Questa dimora di Dio tra gli uomini è Gesù Cristo stesso, il Dio incarnato in mezzo a noi. È in Lui che si compie ogni promessa di presenza e di amore.<br /><br /> Beati coloro che ascoltano la Parola<br /><br /> Il Vangelo di oggi aggiunge una beatitudine che illumina tutto questo cammino: “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”. Non si contrappone alla beatitudine di Maria, ma la completa. È bello notare che nel testo originale non c’è un “piuttosto” di contrapposizione, ma un “anche”, un “soprattutto”: sì, beata la Madre, ma beati anche coloro che, come lei, ascoltano e custodiscono la Parola.<br /><br /> Uno dei grandi doni del Concilio è stato proprio questo: rimettere la Bibbia nelle mani di ogni fedele. Ascoltare la Parola di Dio non è un dovere, ma una beatitudine, una gioia. È Dio stesso che ci parla, che ci consola, che ci guida e ci illumina.<br /><br /> Oggi, allora, sento di dover ringraziare profondamente Papa Giovanni XXIII: per il suo coraggio di convocare il Concilio, per la sua visione aperta e profetica, per la sua bontà che ha reso la Chiesa più vicina alla gente e più capace di parlare al mondo contemporaneo. In lui, e attraverso il suo gesto, continua a scorrere quel vino nuovo dello Spirito che rinnova la Chiesa e la fa sorgente di vita per tutti.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68098249</guid><pubDate>Sat, 11 Oct 2025 08:12:43 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68098249/imported_1760167123968094_audio.mp3" length="6971559" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nel libro del profeta Gioele, mi colpisce l’immagine grandiosa della “valle di Giosafat”, la valle del giudizio, della decisione. È il luogo dove si incide nella storia la Parola di Dio, dove il Signore convoca e scrive il suo giudizio. È un’immagine...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nel libro del profeta Gioele, mi colpisce l’immagine grandiosa della “valle di Giosafat”, la valle del giudizio, della decisione. È il luogo dove si incide nella storia la Parola di Dio, dove il Signore convoca e scrive il suo giudizio. È un’immagine potente che oggi sento profondamente legata alla memoria di Papa Giovanni XXIII e al Concilio Vaticano II. Anche quello fu un momento di convocazione — non per distruggere o concludere qualcosa, ma per discernere ciò che lo Spirito stava dicendo alla Chiesa.<br /><br /> Come nel testo di Gioele, dove le genti salgono a Gerusalemme per incontrare Dio, anche il Concilio fu una salita, una riscoperta della presenza divina nel cuore della Chiesa. Gioele parla della falce e della vendemmia, immagini di compimento e maturità: così il Vaticano II è stato un tempo di maturazione per la Chiesa. In esso sono giunti a compimento tanti semi antichi e sempre vivi — la centralità della Parola, la liturgia, la vocazione universale alla santità, il dialogo col mondo — raccolti in una sintesi che ha dato origine a un “vino nuovo” che da allora continua a scorrere nella Chiesa.<br /><br /> La voce che ruggisce da Sion: una Chiesa in ascolto<br /><br /> Gioele dice che “Dio ruggirà da Sion, da Gerusalemme farà udire la sua voce”. È un’immagine potente: Dio che non smette di parlare e la Chiesa che torna ad ascoltarlo con forza. Nel Concilio questo ascolto si è rinnovato. Papa Giovanni ricordava che il Vangelo non è cambiato: siamo noi che cominciamo a capirlo meglio, ad accoglierlo in modo più chiaro ed efficace.<br /><br /> La voce di Dio non distrugge mai, ma costruisce; non condanna, ma illumina e salva. È segno di misericordia per tutti i popoli. E in questa rivelazione, Gioele annuncia: “Allora saprete che io sono il Signore vostro Dio, che abito in Sion”. È la promessa di una presenza stabile, fedele, che non abbandona il suo popolo.<br /><br /> Papa Giovanni aveva un sogno: che la Chiesa diventasse trasparenza della presenza di Dio, luce per le genti. Non a caso uno dei documenti fondamentali del Concilio si chiama Lumen Gentium: la Chiesa come segno luminoso di Dio nel mondo. Questo resta attualissimo anche per noi oggi: siamo chiamati a essere luce nelle nostre famiglie, nelle comunità, nelle città, testimoni della presenza del Signore in mezzo alla storia.<br /><br /> Il vino nuovo: una Chiesa sorgente di vita<br /><br /> Gioele conclude con un’immagine di abbondanza e gioia: “Le montagne stilleranno vino nuovo, il latte sgorgherà per le colline, una fonte zampillerà dalla casa del Signore”. È un quadro di nuova creazione, una sorgente che si riattiva, un flusso di vita e di gioia che attraversa tutto.<br /><br /> Il Concilio ci ha consegnato proprio questa immagine di Chiesa: una comunità che non trattiene, ma lascia scorrere; che non si chiude, ma apre; che nutre e accoglie. Una Chiesa materna, misericordiosa, capace di sporcarsi le mani, come più volte ci ha ricordato anche Papa Francesco. È una Chiesa che lascia entrare la luce nella propria casa, che fa fluire la grazia di Dio verso il mondo.<br /><br /> E Gioele chiude dicendo: “Il Signore dimorerà in Sion”. Questa dimora di Dio tra gli uomini è Gesù Cristo stesso, il Dio incarnato in mezzo a noi. È in Lui che si compie ogni promessa di presenza e di amore.<br /><br /> Beati coloro che ascoltano la Parola<br /><br /> Il Vangelo di oggi aggiunge una beatitudine che illumina tutto questo cammino: “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”. Non si contrappone alla beatitudine di Maria, ma la completa. 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Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-giovedi-xxvii-settimana-to-c-s-andrea--68083429</link><description><![CDATA[“È inutile servire Dio.” Con questa frase dura e provocatoria si apre la denuncia del profeta Malachia contro il popolo d’Israele. È un’accusa che nasce dal cuore di una fede ferita, stanca, delusa: “Abbiamo camminato nel lutto, abbiamo osservato i comandamenti, ma cosa ci abbiamo guadagnato?”. Gli israeliti, interpellati da Malachia, esprimono una protesta profonda: vedono i superbi prosperare, i malvagi restare impuniti, mentre chi serve il Signore sembra non ricevere nulla in cambio. È una ribellione silenziosa, ma reale, che capovolge completamente il pensiero di Dio — un Dio che invece invita a umiltà, fiducia e servizio.<br /><br /> Il profeta Malachia, l’ultimo dei profeti minori — e quindi colui che chiude il lungo cammino profetico della Bibbia prima del Vangelo di Matteo — raccoglie questa contestazione, che suona come un grido di sfiducia: “A che serve credere?”. Ma proprio qui si rivela la sua grandezza: Malachia non si limita a condannare, ma mostra un Dio che ascolta, un Dio che resta attento anche quando l’uomo si ribella.<br /><br /> Il Signore ascolta chi lo teme<br /><br /> Nel racconto, mentre alcuni parlano contro Dio con arroganza, altri — definiti “i timorati di Dio” — si parlano tra loro. È un momento di grande dolcezza spirituale: non gridano, non si ribellano, ma si confidano l’un l’altro con timore e rispetto verso il Signore. E Dio, dice il testo, “porse l’orecchio e li ascoltò”.<br /><br /> È un’immagine meravigliosa: il Signore che si china per ascoltare, che non dimentica nulla di chi gli è fedele. Per loro “scrive un libro di memorie”, dove annota tutto il bene compiuto, ogni gesto di amore e di fedeltà. Sono i suoi tesori preziosi, la sua “proprietà particolare”. Chi appartiene a Dio non è mai dimenticato: anche se attraversa prove e oscurità, resta custodito. È un messaggio di tenerezza e di speranza, perché mostra un Dio che non solo vede, ma ricorda, che non è distratto né lontano.<br /><br /> Il fuoco che purifica e il “sole di giustizia”<br /><br /> Il profeta annuncia poi un evento decisivo: “arriverà un fuoco”. Ma non è un fuoco di distruzione — è un fuoco che purifica, che brucia la menzogna e fa emergere la verità. L’immagine si apre poi su una visione di luce: un “sole di giustizia” che sorge e “porta guarigione nelle sue ali”.<br /><br /> Il testo ebraico sottolinea proprio questo movimento: il sole che guarisce, che dà forza per camminare. È una luce che scalda, consola, incoraggia, fa riprendere il volo. E come non pensare a Cristo? Gesù stesso, nel Benedictus, è chiamato “sole che sorge dall’alto”. Egli è la luce che vince le tenebre, che guarisce ogni ferita, che illumina la notte dell’uomo.<br /><br /> Il giudizio di Dio, dunque, non è una condanna ma un atto di amore: un sole benefico che risana. Cristo, entrando nel buio della morte, nella croce e nell’abbandono, ha trasformato quella notte in aurora. Nessuno può più dire: “Dio mi ha abbandonato”, “è inutile servire Dio”. In Gesù, ogni disperazione trova una via d’uscita, ogni oscurità un raggio di luce. Nulla va perduto: anche ciò che sembra inutile o fallito è raccolto dal suo sguardo d’amore.<br /><br /> Vivere nell’attesa dell’alba<br /><br /> La nostra vita, come quella dei “timorati di Dio”, è una vita di attesa: attendiamo l’alba, il sorgere del sole che è Cristo. Anche nelle difficoltà, nelle notti del dolore o della paura, siamo chiamati a rinnovare la fede, a dire con convinzione: “Non è inutile servire il Signore”.<br /><br /> Ogni Eucaristia è già un raggio di quell’alba: nel pane spezzato e nel vino versato riceviamo i segni concreti della salvezza, la presenza viva del Sole di giustizia.<br /><br /> Oggi la Chiesa di Gerusalemme ricorda sant’Abramo, il padre nella fede, colui che “sperò contro ogni speranza”. È l’esempio di chi, pur non vedendo compiute le promesse, ha continuato a credere. Così anche noi, nel tempo della prova, siamo chiamati a conversare tra noi nel Vangelo, a sostenerci nella Parola, a restare uniti nell’attesa dello Sposo che viene.<br /><br /> Viviamo nella notte, ma la notte non è eterna: presto sorgerà il sole. E nulla, davvero nulla, di ciò che viviamo con amore, andrà perduto.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68083429</guid><pubDate>Thu, 09 Oct 2025 20:59:06 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68083429/imported_1760043011216007_audio.mp3" length="6147343" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>“È inutile servire Dio.” Con questa frase dura e provocatoria si apre la denuncia del profeta Malachia contro il popolo d’Israele. È un’accusa che nasce dal cuore di una fede ferita, stanca, delusa: “Abbiamo camminato nel lutto, abbiamo osservato i...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[“È inutile servire Dio.” Con questa frase dura e provocatoria si apre la denuncia del profeta Malachia contro il popolo d’Israele. È un’accusa che nasce dal cuore di una fede ferita, stanca, delusa: “Abbiamo camminato nel lutto, abbiamo osservato i comandamenti, ma cosa ci abbiamo guadagnato?”. Gli israeliti, interpellati da Malachia, esprimono una protesta profonda: vedono i superbi prosperare, i malvagi restare impuniti, mentre chi serve il Signore sembra non ricevere nulla in cambio. È una ribellione silenziosa, ma reale, che capovolge completamente il pensiero di Dio — un Dio che invece invita a umiltà, fiducia e servizio.<br /><br /> Il profeta Malachia, l’ultimo dei profeti minori — e quindi colui che chiude il lungo cammino profetico della Bibbia prima del Vangelo di Matteo — raccoglie questa contestazione, che suona come un grido di sfiducia: “A che serve credere?”. Ma proprio qui si rivela la sua grandezza: Malachia non si limita a condannare, ma mostra un Dio che ascolta, un Dio che resta attento anche quando l’uomo si ribella.<br /><br /> Il Signore ascolta chi lo teme<br /><br /> Nel racconto, mentre alcuni parlano contro Dio con arroganza, altri — definiti “i timorati di Dio” — si parlano tra loro. È un momento di grande dolcezza spirituale: non gridano, non si ribellano, ma si confidano l’un l’altro con timore e rispetto verso il Signore. E Dio, dice il testo, “porse l’orecchio e li ascoltò”.<br /><br /> È un’immagine meravigliosa: il Signore che si china per ascoltare, che non dimentica nulla di chi gli è fedele. Per loro “scrive un libro di memorie”, dove annota tutto il bene compiuto, ogni gesto di amore e di fedeltà. Sono i suoi tesori preziosi, la sua “proprietà particolare”. Chi appartiene a Dio non è mai dimenticato: anche se attraversa prove e oscurità, resta custodito. È un messaggio di tenerezza e di speranza, perché mostra un Dio che non solo vede, ma ricorda, che non è distratto né lontano.<br /><br /> Il fuoco che purifica e il “sole di giustizia”<br /><br /> Il profeta annuncia poi un evento decisivo: “arriverà un fuoco”. Ma non è un fuoco di distruzione — è un fuoco che purifica, che brucia la menzogna e fa emergere la verità. L’immagine si apre poi su una visione di luce: un “sole di giustizia” che sorge e “porta guarigione nelle sue ali”.<br /><br /> Il testo ebraico sottolinea proprio questo movimento: il sole che guarisce, che dà forza per camminare. È una luce che scalda, consola, incoraggia, fa riprendere il volo. E come non pensare a Cristo? Gesù stesso, nel Benedictus, è chiamato “sole che sorge dall’alto”. Egli è la luce che vince le tenebre, che guarisce ogni ferita, che illumina la notte dell’uomo.<br /><br /> Il giudizio di Dio, dunque, non è una condanna ma un atto di amore: un sole benefico che risana. Cristo, entrando nel buio della morte, nella croce e nell’abbandono, ha trasformato quella notte in aurora. Nessuno può più dire: “Dio mi ha abbandonato”, “è inutile servire Dio”. In Gesù, ogni disperazione trova una via d’uscita, ogni oscurità un raggio di luce. Nulla va perduto: anche ciò che sembra inutile o fallito è raccolto dal suo sguardo d’amore.<br /><br /> Vivere nell’attesa dell’alba<br /><br /> La nostra vita, come quella dei “timorati di Dio”, è una vita di attesa: attendiamo l’alba, il sorgere del sole che è Cristo. Anche nelle difficoltà, nelle notti del dolore o della paura, siamo chiamati a rinnovare la fede, a dire con convinzione: “Non è inutile servire il Signore”.<br /><br /> Ogni Eucaristia è già un raggio di quell’alba: nel pane spezzato e nel vino versato riceviamo i segni concreti della salvezza, la presenza viva del Sole di giustizia.<br /><br /> Oggi la Chiesa di Gerusalemme ricorda sant’Abramo, il padre nella fede, colui che “sperò contro ogni speranza”. È l’esempio di chi, pur non vedendo compiute le promesse, ha continuato a credere. Così anche noi, nel tempo della prova, siamo chiamati a conversare tra noi nel Vangelo, a sostenerci nella Parola, a...]]></itunes:summary><itunes:duration>385</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia mercoledì XXVII settimana TO C S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-mercoledi-xxvii-settimana-to-c-s-andrea--68065942</link><description><![CDATA[Il libro di Giona, che oggi concludiamo, è davvero affascinante. È già il terzo giorno che lo ascoltiamo nelle letture e ogni volta emerge una sfumatura nuova. Giona è un profeta ribelle, un uomo che fa fatica a stare al passo con il cuore di Dio. Nel quarto capitolo, quello finale, troviamo una scena curiosa e intensa: da un lato c’è Giona, furioso e indignato; dall’altro, Dio, che accoglie con misericordia la conversione di Ninive.<br /><br /> Giona prova un grande dispiacere, un vero bruciore interiore. È arrabbiato con Dio perché Egli si mostra compassionevole verso una città pagana, immensa, abitata da più di centoventimila persone, che al suo annuncio si converte in massa. La colpa di Dio, agli occhi di Giona, è di essere misericordioso, lento all’ira e di grande amore. È paradossale: ciò che dovrebbe essere motivo di gioia diventa per Giona motivo di sdegno.<br /><br /> Lo sdegno di Giona e il riflesso del nostro cuore<br /><br /> Giona conosce bene il Dio dell’Esodo, il Dio che si era rivelato a Mosè come misericordioso e pietoso. Ma proprio questa conoscenza lo irrita: la misericordia di Dio gli appare eccessiva, ingiusta. E in questo atteggiamento si rispecchia spesso anche il nostro cuore. Quante volte, sentendoci giusti o fedeli, rifiutiamo di perdonare chi “ha esagerato”, chi ha ferito troppo, chi non merita – a nostro giudizio – un’altra possibilità.<br /><br /> Anche noi, come Giona, possiamo dire “basta”, convinti che la misura sia colma. Nelle nostre relazioni familiari, nel lavoro, nella vita comunitaria, ci capita di reagire così. Lo sdegno nasce dal sentirci nel giusto, dal confronto con l’altro che riteniamo sbagliato. Così, come Giona che si siede fuori dalla città, anche noi talvolta ci isoliamo, rifiutiamo di condividere la gioia del perdono e restiamo prigionieri della nostra rabbia.<br /><br /> Dio però non reagisce come faremmo noi. Non sgrida Giona, non lo punisce. Non gli dà un “calcio nel sedere”, come diremmo noi, ma lo accompagna con pazienza, lo educa alla sua misericordia attraverso un dialogo sorprendente.<br /><br /> La lezione del ricino<br /><br /> Dio fa crescere accanto a Giona una pianta di ricino, che gli offre ombra e conforto. Giona si rallegra, finalmente qualcosa gli va bene! Ma il giorno dopo la pianta secca, e il profeta torna a infuriarsi, al punto da dire: “Meglio morire che vivere”. È un uomo orgoglioso, pieno di sé, incapace di accettare la logica divina.<br /><br /> Dio però continua a parlargli, con dolcezza e ironia: “Tu provi pena per una pianta che è nata e morta in una notte, e io non dovrei avere pietà di una città intera, con centoventimila persone e tanti animali?”. È una domanda che smonta la presunzione di Giona e la nostra. Solo quando sperimentiamo su di noi la misericordia di Dio possiamo imparare a essere misericordiosi con gli altri.<br /><br /> Ognuno di noi ha la sua “pianta di ricino”: un’esperienza, un evento, qualcosa che ci svela quanto siamo distanti dai pensieri di Dio. È importante riconoscerla, perché Dio, anche quando noi ci ribelliamo, non si adira con noi, ma ci invita a un dialogo. Il libro di Giona termina con una domanda aperta: il profeta accetterà la misericordia di Dio? Non lo sappiamo. E questa domanda rimane sospesa anche per noi: accettiamo o no la misericordia di Dio?<br /><br /> La misericordia accolta e donata<br /><br /> La domanda finale di Giona diventa la domanda di ogni credente. Sappiamo accogliere davvero l’immagine di un Dio misericordioso prima di tutto su di noi? Solo se lo facciamo possiamo diventare misericordiosi verso gli altri.<br /><br /> Ogni Eucaristia ce lo ricorda: Gesù è il dono d’amore per noi peccatori. Nella preghiera eucaristica riconosciamo di non essere degni di riceverlo, ma lo accogliamo come Salvatore. È da questa consapevolezza, dal sentirci perdonati e accolti, che nasce la capacità di guardare con tenerezza anche chi ci irrita, chi ci delude, chi ci ferisce — come accadde a Giona davanti a Ninive.<br /><br /> La preghiera del perdono<br /><br /> Nel cuore del Padre nostro troviamo il punto più delicato: “Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. È questa frase che ci mette a nudo, che misura la nostra fede nella misericordia. Prima di tutto siamo noi a riceverla, a sentirci visitati dal dono e dalla tenerezza di Dio. Solo allora possiamo imparare ad avere pietà — verso i “Niniviti” delle nostre giornate, verso coloro che condividono con noi la fatica della vita quotidiana e delle nostre famiglie.<br /><br /> E così, nella pazienza di Dio con Giona, impariamo la strada del cuore nuovo: un cuore che sa accogliere e restituire misericordia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68065942</guid><pubDate>Wed, 08 Oct 2025 17:31:50 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68065942/imported_1759944513238216_audio.mp3" length="6385162" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il libro di Giona, che oggi concludiamo, è davvero affascinante. È già il terzo giorno che lo ascoltiamo nelle letture e ogni volta emerge una sfumatura nuova. Giona è un profeta ribelle, un uomo che fa fatica a stare al passo con il cuore di Dio. 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È paradossale: ciò che dovrebbe essere motivo di gioia diventa per Giona motivo di sdegno.<br /><br /> Lo sdegno di Giona e il riflesso del nostro cuore<br /><br /> Giona conosce bene il Dio dell’Esodo, il Dio che si era rivelato a Mosè come misericordioso e pietoso. Ma proprio questa conoscenza lo irrita: la misericordia di Dio gli appare eccessiva, ingiusta. E in questo atteggiamento si rispecchia spesso anche il nostro cuore. Quante volte, sentendoci giusti o fedeli, rifiutiamo di perdonare chi “ha esagerato”, chi ha ferito troppo, chi non merita – a nostro giudizio – un’altra possibilità.<br /><br /> Anche noi, come Giona, possiamo dire “basta”, convinti che la misura sia colma. Nelle nostre relazioni familiari, nel lavoro, nella vita comunitaria, ci capita di reagire così. Lo sdegno nasce dal sentirci nel giusto, dal confronto con l’altro che riteniamo sbagliato. Così, come Giona che si siede fuori dalla città, anche noi talvolta ci isoliamo, rifiutiamo di condividere la gioia del perdono e restiamo prigionieri della nostra rabbia.<br /><br /> Dio però non reagisce come faremmo noi. Non sgrida Giona, non lo punisce. Non gli dà un “calcio nel sedere”, come diremmo noi, ma lo accompagna con pazienza, lo educa alla sua misericordia attraverso un dialogo sorprendente.<br /><br /> La lezione del ricino<br /><br /> Dio fa crescere accanto a Giona una pianta di ricino, che gli offre ombra e conforto. Giona si rallegra, finalmente qualcosa gli va bene! Ma il giorno dopo la pianta secca, e il profeta torna a infuriarsi, al punto da dire: “Meglio morire che vivere”. È un uomo orgoglioso, pieno di sé, incapace di accettare la logica divina.<br /><br /> Dio però continua a parlargli, con dolcezza e ironia: “Tu provi pena per una pianta che è nata e morta in una notte, e io non dovrei avere pietà di una città intera, con centoventimila persone e tanti animali?”. È una domanda che smonta la presunzione di Giona e la nostra. Solo quando sperimentiamo su di noi la misericordia di Dio possiamo imparare a essere misericordiosi con gli altri.<br /><br /> Ognuno di noi ha la sua “pianta di ricino”: un’esperienza, un evento, qualcosa che ci svela quanto siamo distanti dai pensieri di Dio. È importante riconoscerla, perché Dio, anche quando noi ci ribelliamo, non si adira con noi, ma ci invita a un dialogo. Il libro di Giona termina con una domanda aperta: il profeta accetterà la misericordia di Dio? Non lo sappiamo. E questa domanda rimane sospesa anche per noi: accettiamo o no la misericordia di Dio?<br /><br /> La misericordia accolta e donata<br /><br /> La domanda finale di Giona diventa la domanda di ogni credente. Sappiamo accogliere davvero l’immagine di un Dio misericordioso prima di tutto su di noi? Solo se lo facciamo possiamo diventare misericordiosi verso gli altri.<br /><br /> Ogni Eucaristia ce lo ricorda: Gesù è il dono d’amore per noi peccatori. Nella preghiera eucaristica riconosciamo di non essere degni di riceverlo, ma lo accogliamo come Salvatore. 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Anch’io me lo chiedo tante volte, sia nella mia vita personale, con le sue difficoltà e dolori, sia guardando al mondo: guerre, bambini colpiti, popoli feriti. Mi viene da dire: “Signore, batti un colpo, vieni a salvarci!”.<br /><br /> La risposta di Dio attraverso la profezia<br /><br /> Il Signore risponde ad Abacuc con parole che sono luce anche per me: “Scrivi la visione… ha un termine, parla di una scadenza”. È come se Dio dicesse: c’è una fine, un approdo, una luce in fondo al tunnel. Non è che Dio si compiace del nostro dolore, ma ci invita alla fede: il giusto vivrà per la sua fede. È questa fiducia che mi sostiene nei momenti di solitudine, di lutto, di impotenza. Anche se tutto sembra fermo, so che il Signore ha posto un limite, una fine, e a questo mi aggrappo.<br /><br /> Il granello di senape<br /><br /> Gli apostoli chiedono a Gesù di aumentare la loro fede. Anch’io sento questa domanda dentro di me, soprattutto quando mi accorgo di averne poca. Ma Gesù risponde in modo sorprendente: non serve tanta fede, basta un granello di senape. È una parola che mi conforta: non devo accumulare “quantità” di fede, basta quel piccolo barlume che il Signore mi dona, ed esso diventa una forza enorme, capace di illuminare il cammino e sostenermi nei momenti bui.<br /><br /> Vivere come servi<br /><br /> Gesù poi parla di servi. Non è un’immagine facile, perché il servo, dopo una giornata di lavoro, non riceve applausi o premi, ma continua a servire. Così è la mia vita di cristiano: non vivo la fede per un salario o per un riconoscimento, ma perché è ciò che mi è chiesto. Non sono un mercenario, sono un servo. Eppure questo servizio, vissuto con umiltà e semplicità, acquista una luce nuova proprio grazie a quel granellino di fede. Non aspetto una ricompensa immediata: la mia ricompensa è il Regno dei Cieli.<br /><br /> Ravvivare il dono ricevuto<br /><br /> San Paolo invita Timoteo a ravvivare il dono che ha ricevuto. Anche io mi sento rivolgere queste parole: non lasciarmi vincere dalla timidezza, ma custodire con forza, carità e prudenza il bene prezioso che mi è stato affidato. Questo è il cuore della vita cristiana: non lasciar spegnere la fiamma della fede, ma alimentarla.<br /><br /> Gesù, il servo che salva<br /><br /> La fede non è un’idea astratta: è lo stile stesso di Gesù. Lui ha donato la vita come “servo inutile”, senza cercare riconoscimenti, affrontando rifiuto, dolore e morte. Ma proprio così ha portato la salvezza a tutti. Anche per me la via è questa: accogliere la prospettiva pasquale, vivere la fatica con lo sguardo già rivolto alla ricompensa più grande, la vita eterna.<br /><br /> La Chiesa, luogo del dono custodito<br /><br /> La festa della dedicazione della Chiesa che celebriamo oggi mi ricorda che questo luogo è il segno visibile dove la fede è custodita, ravvivata, condivisa. Qui, davanti all’altare e alla croce, ho vissuto momenti di gioia e di dolore, sacramenti e preghiere, consolazioni e lacrime. Tutto questo ha acceso in me quel piccolo granello di senape, che resta il dono più grande che ho ricevuto.<br /><br /> Custodire la vita della fede<br /><br /> Alla fine, tutto si concentra qui: custodire e ravvivare il dono della fede, anche se piccolo come un granello di senape. È la fede che mi permette di vivere con speranza, di servire con umiltà, di resistere nelle prove. È la vita che non teme nulla, perché è radicata in Dio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68014316</guid><pubDate>Sat, 04 Oct 2025 18:05:10 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68014316/imported_1759600908124846_audio.mp3" length="9888914" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Anche Abacuc, come noi, si trova davanti a violenza, ingiustizia, oppressione. 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È questa fiducia che mi sostiene nei momenti di solitudine, di lutto, di impotenza. Anche se tutto sembra fermo, so che il Signore ha posto un limite, una fine, e a questo mi aggrappo.<br /><br /> Il granello di senape<br /><br /> Gli apostoli chiedono a Gesù di aumentare la loro fede. Anch’io sento questa domanda dentro di me, soprattutto quando mi accorgo di averne poca. Ma Gesù risponde in modo sorprendente: non serve tanta fede, basta un granello di senape. È una parola che mi conforta: non devo accumulare “quantità” di fede, basta quel piccolo barlume che il Signore mi dona, ed esso diventa una forza enorme, capace di illuminare il cammino e sostenermi nei momenti bui.<br /><br /> Vivere come servi<br /><br /> Gesù poi parla di servi. Non è un’immagine facile, perché il servo, dopo una giornata di lavoro, non riceve applausi o premi, ma continua a servire. Così è la mia vita di cristiano: non vivo la fede per un salario o per un riconoscimento, ma perché è ciò che mi è chiesto. Non sono un mercenario, sono un servo. Eppure questo servizio, vissuto con umiltà e semplicità, acquista una luce nuova proprio grazie a quel granellino di fede. Non aspetto una ricompensa immediata: la mia ricompensa è il Regno dei Cieli.<br /><br /> Ravvivare il dono ricevuto<br /><br /> San Paolo invita Timoteo a ravvivare il dono che ha ricevuto. Anche io mi sento rivolgere queste parole: non lasciarmi vincere dalla timidezza, ma custodire con forza, carità e prudenza il bene prezioso che mi è stato affidato. Questo è il cuore della vita cristiana: non lasciar spegnere la fiamma della fede, ma alimentarla.<br /><br /> Gesù, il servo che salva<br /><br /> La fede non è un’idea astratta: è lo stile stesso di Gesù. Lui ha donato la vita come “servo inutile”, senza cercare riconoscimenti, affrontando rifiuto, dolore e morte. Ma proprio così ha portato la salvezza a tutti. Anche per me la via è questa: accogliere la prospettiva pasquale, vivere la fatica con lo sguardo già rivolto alla ricompensa più grande, la vita eterna.<br /><br /> La Chiesa, luogo del dono custodito<br /><br /> La festa della dedicazione della Chiesa che celebriamo oggi mi ricorda che questo luogo è il segno visibile dove la fede è custodita, ravvivata, condivisa. Qui, davanti all’altare e alla croce, ho vissuto momenti di gioia e di dolore, sacramenti e preghiere, consolazioni e lacrime. Tutto questo ha acceso in me quel piccolo granello di senape, che resta il dono più grande che ho ricevuto.<br /><br /> Custodire la vita della fede<br /><br /> Alla fine, tutto si concentra qui: custodire e ravvivare il dono della fede, anche se piccolo come un granello di senape. È la fede che mi permette di vivere con speranza, di servire con umiltà, di resistere nelle prove. È la vita che non teme nulla, perché è radicata in Dio.]]></itunes:summary><itunes:duration>619</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia per S. Petronio 2025 S. Andrea ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-per-s-petronio-2025-s-andrea-ore-8-30--68008776</link><description><![CDATA[Oggi, in occasione della festa, sento forte la gioia di ringraziare il Signore per il dono dell’appartenenza alla Chiesa, alla comunità guidata dal Vescovo. Per riflettere, mi sono lasciato ispirare dalla Lettera ai Romani, che mi sembra particolarmente bella e in sintonia anche con il Vangelo di domani, dove Gesù parlerà della fede grande come un granello di senape e ci inviterà al servizio.<br /><br /> San Paolo ci ricorda di non valutare noi stessi più di quanto conviene, ma di farlo secondo la misura della fede che Dio ci ha donato. È un invito prezioso, perché il rischio dell’autovalutazione e del confronto con gli altri è molto forte nel nostro cuore. La vera misura non è il paragone, ma la fede. Questo cambia tutto: la fede ci ricorda che abbiamo un unico Padre, un unico Maestro e che siamo tutti fratelli. Così possiamo vivere con umiltà la bellezza dell’essere uniti insieme.<br /><br /> Essere un solo corpo in Cristo<br /><br /> San Paolo aggiunge un’immagine potente: pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e membra gli uni degli altri. Questo è un richiamo che spesso dimentico: la mia fede non riguarda solo il mio rapporto personale con il Signore, ma è legata profondamente agli altri. Non posso pensare a Cristo senza pensare al suo corpo che siamo noi, fatto di tante membra unite.<br /><br /> In questo senso, mi chiedo quanto mi sento corresponsabile della comunione con i fratelli. Essere membra gli uni degli altri significa che il valore di ciascuno è unico e indispensabile, che ogni persona ha una luce propria da portare. È un legame irrinunciabile che fonda la nostra appartenenza alla Chiesa.<br /><br /> I doni e i carismi al servizio della comunità<br /><br /> San Paolo elenca poi i diversi ministeri e carismi che ciascuno riceve: chi ha il dono della profezia lo eserciti secondo la misura della fede; chi insegna insegni; chi esorta esorti. Nessuno deve tirarsi indietro: i doni non sono per noi stessi ma per gli altri.<br /><br /> Il vivere comunitario passa proprio attraverso questo scambio reciproco: condividere i doni con semplicità, diligenza e cura. Non lo facciamo per un salario o un riconoscimento, ma perché fa parte del nostro essere ciò che siamo: con il nostro carattere, con la nostra età, con le nostre relazioni. Tutto questo acquista senso nel legame con gli altri.<br /><br /> La carità come forza della comunità<br /><br /> In mezzo a tutto ciò, la carità è la linfa che sostiene e dà vita. L’amore rende vera la comunione, trasforma i doni e i ministeri in un servizio concreto. In questa prospettiva guardo a San Petronio: tanto amato dal suo popolo, fu capace di condividere con i suoi le difficoltà, le pene ma anche le gioie dell’essere figli di Dio. È un esempio che interpella anche me: con quale fede vivo il mio ruolo di membro della comunità?<br /><br /> Mi chiedo: metto davvero in gioco i miei doni o li tengo per me? Vivo una carità concreta? Sono domande che non voglio evitare, perché aiutano a crescere nella misura della fede.<br /><br /> Gratitudine per i pastori della Chiesa<br /><br /> Infine, sento di ringraziare il Signore per i pastori che ci ha donato. Dopo Petronio, la Chiesa di Bologna ha avuto tanti grandi vescovi, e anche quello di oggi, il vescovo Matteo, è per noi un dono prezioso. Ringrazio e prego per lui, perché continui a guidarci con fede e amore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68008776</guid><pubDate>Sat, 04 Oct 2025 07:28:43 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68008776/imported_1759562726456394_audio.mp3" length="6241384" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi, in occasione della festa, sento forte la gioia di ringraziare il Signore per il dono dell’appartenenza alla Chiesa, alla comunità guidata dal Vescovo. Per riflettere, mi sono lasciato ispirare dalla Lettera ai Romani, che mi sembra...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Oggi, in occasione della festa, sento forte la gioia di ringraziare il Signore per il dono dell’appartenenza alla Chiesa, alla comunità guidata dal Vescovo. Per riflettere, mi sono lasciato ispirare dalla Lettera ai Romani, che mi sembra particolarmente bella e in sintonia anche con il Vangelo di domani, dove Gesù parlerà della fede grande come un granello di senape e ci inviterà al servizio.<br /><br /> San Paolo ci ricorda di non valutare noi stessi più di quanto conviene, ma di farlo secondo la misura della fede che Dio ci ha donato. È un invito prezioso, perché il rischio dell’autovalutazione e del confronto con gli altri è molto forte nel nostro cuore. La vera misura non è il paragone, ma la fede. Questo cambia tutto: la fede ci ricorda che abbiamo un unico Padre, un unico Maestro e che siamo tutti fratelli. Così possiamo vivere con umiltà la bellezza dell’essere uniti insieme.<br /><br /> Essere un solo corpo in Cristo<br /><br /> San Paolo aggiunge un’immagine potente: pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e membra gli uni degli altri. Questo è un richiamo che spesso dimentico: la mia fede non riguarda solo il mio rapporto personale con il Signore, ma è legata profondamente agli altri. Non posso pensare a Cristo senza pensare al suo corpo che siamo noi, fatto di tante membra unite.<br /><br /> In questo senso, mi chiedo quanto mi sento corresponsabile della comunione con i fratelli. Essere membra gli uni degli altri significa che il valore di ciascuno è unico e indispensabile, che ogni persona ha una luce propria da portare. È un legame irrinunciabile che fonda la nostra appartenenza alla Chiesa.<br /><br /> I doni e i carismi al servizio della comunità<br /><br /> San Paolo elenca poi i diversi ministeri e carismi che ciascuno riceve: chi ha il dono della profezia lo eserciti secondo la misura della fede; chi insegna insegni; chi esorta esorti. Nessuno deve tirarsi indietro: i doni non sono per noi stessi ma per gli altri.<br /><br /> Il vivere comunitario passa proprio attraverso questo scambio reciproco: condividere i doni con semplicità, diligenza e cura. Non lo facciamo per un salario o un riconoscimento, ma perché fa parte del nostro essere ciò che siamo: con il nostro carattere, con la nostra età, con le nostre relazioni. Tutto questo acquista senso nel legame con gli altri.<br /><br /> La carità come forza della comunità<br /><br /> In mezzo a tutto ciò, la carità è la linfa che sostiene e dà vita. L’amore rende vera la comunione, trasforma i doni e i ministeri in un servizio concreto. In questa prospettiva guardo a San Petronio: tanto amato dal suo popolo, fu capace di condividere con i suoi le difficoltà, le pene ma anche le gioie dell’essere figli di Dio. È un esempio che interpella anche me: con quale fede vivo il mio ruolo di membro della comunità?<br /><br /> Mi chiedo: metto davvero in gioco i miei doni o li tengo per me? Vivo una carità concreta? Sono domande che non voglio evitare, perché aiutano a crescere nella misura della fede.<br /><br /> Gratitudine per i pastori della Chiesa<br /><br /> Infine, sento di ringraziare il Signore per i pastori che ci ha donato. Dopo Petronio, la Chiesa di Bologna ha avuto tanti grandi vescovi, e anche quello di oggi, il vescovo Matteo, è per noi un dono prezioso. Ringrazio e prego per lui, perché continui a guidarci con fede e amore.]]></itunes:summary><itunes:duration>391</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia venerdi XXVI settimana TO BVI ore 8.30 San Felice</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-venerdi-xxvi-settimana-to-bvi-ore-8-30-san-felice--67996603</link><description><![CDATA[Dopo aver riflettuto su Neemia, oggi ci soffermiamo sul profeta Baruc, che si colloca anch’egli nel contesto dell’esilio. Il brano che leggiamo è l’inizio del suo piccolo libro, così denso e meraviglioso. Esso si apre con una confessione: il popolo riconosce la propria colpa e proclama nello stesso tempo la grandezza e la giustizia di Dio.<br /><br /> “Al Signore, nostro Dio, la giustizia; a noi il disonore sul volto.” È un’affermazione forte: Dio è il giudice giusto, mentre il popolo porta la vergogna del peccato. Questa non è una condizione che riguarda solo alcuni, ma tutti: uomini di Giuda, abitanti di Gerusalemme, re, capi, sacerdoti, profeti e padri. Nessuno è escluso.<br /><br /> La solidarietà nel peccato<br /><br /> Ciò che mi colpisce è che questa confessione non si esprime in termini individuali, ma collettivi. Noi siamo abituati a pensare ai nostri peccati personali, ed è giusto; ma qui emerge una dimensione di solidarietà nel peccato. Tutto il popolo ha disobbedito, tutto il popolo si è ribellato, nessuno ha ascoltato il Signore.<br /><br /> Chi sono otto espressioni diverse, successive, come un coro, che ripetono ciascuna con sfumature diverse, sempre la stessa realtà: “Abbiamo peccato, non ti abbiamo ascoltato, ci siamo ribellati, abbiamo seguito le perverse inclinazioni del cuore, abbiamo servito dèi stranieri, abbiamo fatto ciò che è male.” L’accento cade soprattutto sull’ascolto: la relazione con Dio è stata interrotta perché non si è dato ascolto alla sua voce.<br /><br /> Una prospettiva che ci interpella<br /><br /> Questa lettura diventa per me un invito alla conversione, ma anche al realismo. Non riguarda solo il passato di Israele, ma ci interpella oggi come comunità. Noi tendiamo a guardare solo al nostro rapporto personale con Dio, ma questo testo ci ricorda che l’allontanamento tocca anche il “noi”: la comunità, la Chiesa, il popolo.<br /><br /> Ecco perché i mali che vengono addosso – come ricorda Baruc – sono legati alla maledizione annunciata dal Signore nel Deuteronomio: se non ascoltate i comandamenti, perderete la terra promessa. Questa maledizione non è una condanna definitiva, ma un monito che custodisce una promessa. Dio rimane fedele, e attende la risposta del popolo.<br /><br /> La luce nelle nostre tenebre<br /><br /> Questa parola è luce nelle nostre tenebre. Gesù stesso, nel capitolo 12 di Giovanni, dice: “Io sono la luce; chi ascolta me non rimane nelle tenebre.” Anche noi ci troviamo spesso in una condizione di oscurità, sia a livello personale che comunitario.<br /><br /> Penso a questa giornata segnata da uno sciopero. Penso alle guerre, come quella a Gaza, di cui abbiamo ascoltato ieri una toccante testimonianza dal nostro amico Marco. Ci sono tanti mali che gravano sul mondo, ma la via per affrontarli comincia da noi, da una confessione sincera, come quella di Baruc.<br /><br /> Un cammino di ritorno<br /><br /> Per questo oggi voglio dire: “Signore, abbiamo peccato. Vogliamo ritornare a te, vogliamo ascoltarti, vogliamo rimetterci in cammino con umiltà, ritornare a Gerusalemme.” È un impegno che nasce dalla gratitudine, perché ogni volta la Parola ci illumina e ci dona la forza di rialzarci.<br /><br /> In mezzo alle nostre infedeltà e alle ombre della storia, la Scrittura ci ricorda che Dio è giusto e fedele, e che la via del ritorno resta sempre aperta.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67996603</guid><pubDate>Fri, 03 Oct 2025 07:32:53 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67996603/imported_1759476524180591_audio.mp3" length="5560946" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Dopo aver riflettuto su Neemia, oggi ci soffermiamo sul profeta Baruc, che si colloca anch’egli nel contesto dell’esilio. Il brano che leggiamo è l’inizio del suo piccolo libro, così denso e meraviglioso. 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Noi siamo abituati a pensare ai nostri peccati personali, ed è giusto; ma qui emerge una dimensione di solidarietà nel peccato. Tutto il popolo ha disobbedito, tutto il popolo si è ribellato, nessuno ha ascoltato il Signore.<br /><br /> Chi sono otto espressioni diverse, successive, come un coro, che ripetono ciascuna con sfumature diverse, sempre la stessa realtà: “Abbiamo peccato, non ti abbiamo ascoltato, ci siamo ribellati, abbiamo seguito le perverse inclinazioni del cuore, abbiamo servito dèi stranieri, abbiamo fatto ciò che è male.” L’accento cade soprattutto sull’ascolto: la relazione con Dio è stata interrotta perché non si è dato ascolto alla sua voce.<br /><br /> Una prospettiva che ci interpella<br /><br /> Questa lettura diventa per me un invito alla conversione, ma anche al realismo. Non riguarda solo il passato di Israele, ma ci interpella oggi come comunità. Noi tendiamo a guardare solo al nostro rapporto personale con Dio, ma questo testo ci ricorda che l’allontanamento tocca anche il “noi”: la comunità, la Chiesa, il popolo.<br /><br /> Ecco perché i mali che vengono addosso – come ricorda Baruc – sono legati alla maledizione annunciata dal Signore nel Deuteronomio: se non ascoltate i comandamenti, perderete la terra promessa. Questa maledizione non è una condanna definitiva, ma un monito che custodisce una promessa. Dio rimane fedele, e attende la risposta del popolo.<br /><br /> La luce nelle nostre tenebre<br /><br /> Questa parola è luce nelle nostre tenebre. Gesù stesso, nel capitolo 12 di Giovanni, dice: “Io sono la luce; chi ascolta me non rimane nelle tenebre.” Anche noi ci troviamo spesso in una condizione di oscurità, sia a livello personale che comunitario.<br /><br /> Penso a questa giornata segnata da uno sciopero. Penso alle guerre, come quella a Gaza, di cui abbiamo ascoltato ieri una toccante testimonianza dal nostro amico Marco. Ci sono tanti mali che gravano sul mondo, ma la via per affrontarli comincia da noi, da una confessione sincera, come quella di Baruc.<br /><br /> Un cammino di ritorno<br /><br /> Per questo oggi voglio dire: “Signore, abbiamo peccato. Vogliamo ritornare a te, vogliamo ascoltarti, vogliamo rimetterci in cammino con umiltà, ritornare a Gerusalemme.” È un impegno che nasce dalla gratitudine, perché ogni volta la Parola ci illumina e ci dona la forza di rialzarci.<br /><br /> In mezzo alle nostre infedeltà e alle ombre della storia, la Scrittura ci ricorda che Dio è giusto e fedele, e che la via del ritorno resta sempre aperta.]]></itunes:summary><itunes:duration>348</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia mercoledì XXVI sett S.Teresina S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-mercoledi-xxvi-sett-s-teresina-s-andrea--67973941</link><description><![CDATA[Oggi mi soffermo sulla prima lettura, anche se il Vangelo rimane molto intrigante con i suoi inviti a seguire Gesù a qualsiasi costo. Mi ha colpito in particolare Neemia, un uomo che ha avuto un grande coraggio. La sua tristezza è evidente e non può essere nascosta: il re stesso se ne accorge. Non era mai stato triste davanti a lui, eppure in quel momento il dolore traspare.<br /><br /> La sua tristezza non è per se stesso, ma per il suo popolo, deportato e con la città in rovina. È un dolore che diventa universale, perché dentro la sua tristezza io riconosco anche le mie e quelle di ciascuno di noi, grandi e piccole.<br /><br /> Santa Teresina e il valore del dolore<br /><br /> Questa esperienza di Neemia mi richiama Santa Teresa di Gesù Bambino, la piccola Teresina, che pur essendo una santa dall’animo forte, ha attraversato momenti di sofferenza profonda. Lei ci insegna che il dolore non va vissuto da soli, ma dentro una relazione con Dio: come dialogo, ricerca e desiderio di ricostruzione.<br /><br /> Ci sono dolori che rischiano di distruggerci, come la Gerusalemme devastata. Penso, ad esempio, a Rebecca, una bambina che ha vissuto poco. In situazioni così estreme, il dolore sembra senza uscita. Ma anche lì Santa Teresina ci mostra una via: l’atto di fiducia nel Signore.<br /><br /> La preghiera come respiro<br /><br /> Quando il re chiede a Neemia di spiegare la sua tristezza, lui prima di rispondere prega. Non improvvisa, non si lascia prendere dall’emozione, ma compie un brevissimo atto di fiducia: “Pregò il Dio del cielo”. Questo gesto mi colpisce, perché rivela la sua totale dipendenza dal Signore.<br /><br /> E ancora una volta Santa Teresina illumina questa scena. Lei sapeva affidarsi a Dio anche nei momenti più oscuri, quando le sembrava di non vederlo più. Per lei, al di là delle nuvole, c’era sempre il Sole. Chiamava questo affidamento un atto d’amore: si consacrava totalmente all’Amore misericordioso, certa che Dio non l’avrebbe mai abbandonata.<br /><br /> La concretezza della vita quotidiana<br /><br /> Un altro aspetto che mi ha colpito: Neemia non chiede al re qualcosa di irrealizzabile. Non chiede la luna, ma cose semplici e concrete: lettere, legname, permessi. Elementi pratici, necessari per ricostruire la città.<br /><br /> Così era anche la vita di Santa Teresina. Nel suo monastero non faceva grandi cose agli occhi del mondo, ma viveva di piccoli atti quotidiani: lavare fazzoletti, sopportare le difficoltà della vita comunitaria, accogliere con amore ogni piccola fatica. Anche io riconosco che la mia vita è fatta di gesti semplici: fare la spesa, preparare un piatto per chi amo, accompagnare una persona cara a una visita medica. È lì che si gioca la mia fedeltà e la mia testimonianza, come per Neemia e per Teresina.<br /><br /> La mano di Dio sulla mia vita<br /><br /> Alla fine Neemia riconosce che tutto ciò che gli è accaduto è dono di Dio: “Il re mi diede le lettere perché la mano benefica del mio Dio era su di me”. È un’affermazione che mi colpisce profondamente, perché anche io, nei passaggi della mia vita che non avrei scelto, posso scorgere la mano di Dio che mi guida.<br /><br /> Santa Teresina viveva questa consapevolezza con audacia e amore. Diceva di sentirsi la più amata da Dio, convinta che nessuno potesse ricevere più amore di lei. Era una certezza che le dava pace e forza. Forse Dio ama tutti così, ma lei sentiva su di sé un amore speciale e inconfondibile.<br /><br /> La mia preghiera<br /><br /> Ecco allora la mia preghiera: affido al Signore tutte le mie tristezze, le angosce, le fatiche e le distruzioni. Gli chiedo aiuto nelle cose concrete, perché desidero dedicargli ogni energia, ogni passo, per seguirlo fino in fondo, senza paura.<br /><br /> Ringrazio Santa Teresina per la sua testimonianza e le affido la mia vita, certo che con la sua intercessione anch’io posso sentire, come Neemia, che la mano del Signore è su di me.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67973941</guid><pubDate>Wed, 01 Oct 2025 17:35:43 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67973941/imported_1759339683357163_audio.mp3" length="7388264" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi mi soffermo sulla prima lettura, anche se il Vangelo rimane molto intrigante con i suoi inviti a seguire Gesù a qualsiasi costo. Mi ha colpito in particolare Neemia, un uomo che ha avuto un grande coraggio. 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Lei ci insegna che il dolore non va vissuto da soli, ma dentro una relazione con Dio: come dialogo, ricerca e desiderio di ricostruzione.<br /><br /> Ci sono dolori che rischiano di distruggerci, come la Gerusalemme devastata. Penso, ad esempio, a Rebecca, una bambina che ha vissuto poco. In situazioni così estreme, il dolore sembra senza uscita. Ma anche lì Santa Teresina ci mostra una via: l’atto di fiducia nel Signore.<br /><br /> La preghiera come respiro<br /><br /> Quando il re chiede a Neemia di spiegare la sua tristezza, lui prima di rispondere prega. Non improvvisa, non si lascia prendere dall’emozione, ma compie un brevissimo atto di fiducia: “Pregò il Dio del cielo”. Questo gesto mi colpisce, perché rivela la sua totale dipendenza dal Signore.<br /><br /> E ancora una volta Santa Teresina illumina questa scena. Lei sapeva affidarsi a Dio anche nei momenti più oscuri, quando le sembrava di non vederlo più. Per lei, al di là delle nuvole, c’era sempre il Sole. Chiamava questo affidamento un atto d’amore: si consacrava totalmente all’Amore misericordioso, certa che Dio non l’avrebbe mai abbandonata.<br /><br /> La concretezza della vita quotidiana<br /><br /> Un altro aspetto che mi ha colpito: Neemia non chiede al re qualcosa di irrealizzabile. Non chiede la luna, ma cose semplici e concrete: lettere, legname, permessi. Elementi pratici, necessari per ricostruire la città.<br /><br /> Così era anche la vita di Santa Teresina. Nel suo monastero non faceva grandi cose agli occhi del mondo, ma viveva di piccoli atti quotidiani: lavare fazzoletti, sopportare le difficoltà della vita comunitaria, accogliere con amore ogni piccola fatica. Anche io riconosco che la mia vita è fatta di gesti semplici: fare la spesa, preparare un piatto per chi amo, accompagnare una persona cara a una visita medica. È lì che si gioca la mia fedeltà e la mia testimonianza, come per Neemia e per Teresina.<br /><br /> La mano di Dio sulla mia vita<br /><br /> Alla fine Neemia riconosce che tutto ciò che gli è accaduto è dono di Dio: “Il re mi diede le lettere perché la mano benefica del mio Dio era su di me”. È un’affermazione che mi colpisce profondamente, perché anche io, nei passaggi della mia vita che non avrei scelto, posso scorgere la mano di Dio che mi guida.<br /><br /> Santa Teresina viveva questa consapevolezza con audacia e amore. Diceva di sentirsi la più amata da Dio, convinta che nessuno potesse ricevere più amore di lei. Era una certezza che le dava pace e forza. Forse Dio ama tutti così, ma lei sentiva su di sé un amore speciale e inconfondibile.<br /><br /> La mia preghiera<br /><br /> Ecco allora la mia preghiera: affido al Signore tutte le mie tristezze, le angosce, le fatiche e le distruzioni. Gli chiedo aiuto nelle cose concrete, perché desidero dedicargli ogni energia, ogni passo, per seguirlo fino in fondo, senza paura.<br /><br /> Ringrazio Santa Teresina per la sua testimonianza e le affido la mia vita, certo che con la sua intercessione anch’io posso sentire, come Neemia, che la mano del Signore è su di me.]]></itunes:summary><itunes:duration>462</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia XXVI domenica TO C a S. Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-xxvi-domenica-to-c-a-s-andrea-ore-11--67930334</link><description><![CDATA[Le parole di Paolo a Timoteo: «Sei chiamato alla vita eterna» mi hanno aiutato a entrare nel Vangelo di Lazzaro. Questa frase mi ha permesso di non fermarmi a una lettura solo morale, come se il testo dicesse semplicemente che i ricchi devono occuparsi dei poveri per non finire all’inferno. Quel messaggio certamente c’è, ma la prospettiva più profonda è quella della vita eterna.<br /><br /> Anche la parabola dell’amministratore disonesto della scorsa domenica ci parlava di un uomo che, pur avendo perso tutto, si è preoccupato di avere amici che lo accogliessero nelle dimore eterne. Paolo lo dice chiaramente: evitare la bramosia del denaro, radice di tutti i mali, e tendere verso giustizia, pietà, fede, carità, pazienza e mitezza. È questo lo stile di chi è chiamato alla vita eterna.<br /><br /> Lazzaro: Dio aiuta<br /><br /> Il nome stesso di Lazzaro significa «Dio aiuta». È un nome che diventa testimonianza: la sua vita, pur segnata da povertà estrema e sofferenza, grida che Dio non è lontano. Lazzaro brama le briciole della tavola del ricco ed è circondato dai cani che gli leccano le ferite. Un’immagine drammatica, quasi caricaturale, ma reale.<br /><br /> Eppure, Lazzaro tace. Non chiede, non pretende, resta in silenzio. In quel silenzio abita la sua attesa fiduciosa. Quando muore, viene portato dagli angeli accanto ad Abramo: nel seno di Abramo, luogo di intimità, consolazione e protezione.<br /><br /> Nel seno di Abramo<br /><br /> Il testo dice letteralmente che Lazzaro è portato «nel seno di Abramo». Questa immagine richiama il Prologo di Giovanni: Gesù, il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, ce lo ha rivelato. Anche Lazzaro, dopo i patimenti della vita, è finalmente consolato. La parola «consolazione» (paraclesi) significa «essere chiamato vicino».<br /><br /> La sua vita terrena era un’attesa di questo incontro. Era pronto a ricevere la consolazione promessa, come anche Gesù, che pur vivendo la passione, era già proiettato verso la gloria del Padre. Lazzaro è un segno di questa chiamata alla vita eterna vissuta nella fiducia.<br /><br /> Il ricco e il suo rimorso<br /><br /> Un altro aspetto che mi ha colpito è che il ricco, pur avendo ignorato Lazzaro da vivo, lo conosce bene. Lo chiama per nome: «Manda Lazzaro». Prima per avere un po’ d’acqua, poi per avvertire i suoi cinque fratelli. È la prova che la presenza di Lazzaro davanti alla sua porta non era indifferente: lo aveva segnato interiormente.<br /><br /> Noi siamo come quei cinque fratelli. Ci chiediamo: come stiamo vivendo? Siamo proiettati alla vita eterna o solo ai nostri affari? Amos ci ricorda che i ricchi di Samaria non si curavano né dei poveri né della rovina del popolo. E noi? Ci preoccupiamo della rovina di Gaza, dell’Ucraina, del mondo? Forse sì, ma con che efficacia? Spesso rischiamo di non preoccuparci nemmeno di noi stessi, della nostra vita.<br /><br /> Il cuore da convertire<br /><br /> La parabola ci interpella: come tornare a desiderare davvero la vita eterna? Il ricco invoca che Lazzaro sia mandato, ma Abramo risponde che non serve. «Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro». Anche se uno risorgesse dai morti, non crederebbero. Persino la risurrezione di Gesù non smuove i cuori se non sono disponibili ad ascoltare.<br /><br /> La via è chiara: ascoltare Mosè e i profeti, ascoltare la Parola di Dio. È la Parola che scioglie il cuore e lo apre alla vita eterna.<br /><br /> L’ascolto della Parola<br /><br /> Di recente abbiamo vissuto un bell’incontro con don Stefano Culiersi, che ci ha fatto riscoprire quanto sia fondamentale ascoltare la Parola di Dio. È Dio stesso che parla al nostro cuore. Anche il Vescovo, nella sua nuova lettera pastorale, ci invita a fare spazio a questo ascolto.<br /><br /> Abbiamo tanti strumenti: la liturgia delle ore, i salmi, i gruppi di Vangelo. Io stesso, quando guido, ascolto i salmi registrati: a volte mi distraggo, ma restano lì a fare compagnia al cuore. Trovarsi con amici o vicini per leggere il Vangelo del giorno o della domenica diventa un modo concreto per vivere questa chiamata.<br /><br /> La convocazione della Chiesa<br /><br /> Ascoltare la Parola non deve essere un gesto isolato, ma comunitario. La convocazione della Chiesa, che in questi giorni celebriamo nel quarantesimo anniversario, ci ricorda che siamo radunati per ascoltare la Parola e ricevere l’Eucaristia, il Verbo che si fa carne per noi. Non è lo stesso che stare insieme per un semplice incontro conviviale: lì c’è la presenza viva del Signore che ci chiama alla vita eterna.<br /><br /> Come Lazzaro, anche noi siamo chiamati a desiderare questa vita eterna. E il modo per non dimenticarlo è semplice e concreto: ascoltare Mosè e i profeti, ascoltare la Parola di Dio che ci guida al seno del Padre.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67930334</guid><pubDate>Sun, 28 Sep 2025 14:24:38 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67930334/imported_1759068068288086_audio.mp3" length="12992261" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Le parole di Paolo a Timoteo: «Sei chiamato alla vita eterna» mi hanno aiutato a entrare nel Vangelo di Lazzaro. Questa frase mi ha permesso di non fermarmi a una lettura solo morale, come se il testo dicesse semplicemente che i ricchi devono...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Le parole di Paolo a Timoteo: «Sei chiamato alla vita eterna» mi hanno aiutato a entrare nel Vangelo di Lazzaro. Questa frase mi ha permesso di non fermarmi a una lettura solo morale, come se il testo dicesse semplicemente che i ricchi devono occuparsi dei poveri per non finire all’inferno. Quel messaggio certamente c’è, ma la prospettiva più profonda è quella della vita eterna.<br /><br /> Anche la parabola dell’amministratore disonesto della scorsa domenica ci parlava di un uomo che, pur avendo perso tutto, si è preoccupato di avere amici che lo accogliessero nelle dimore eterne. Paolo lo dice chiaramente: evitare la bramosia del denaro, radice di tutti i mali, e tendere verso giustizia, pietà, fede, carità, pazienza e mitezza. È questo lo stile di chi è chiamato alla vita eterna.<br /><br /> Lazzaro: Dio aiuta<br /><br /> Il nome stesso di Lazzaro significa «Dio aiuta». È un nome che diventa testimonianza: la sua vita, pur segnata da povertà estrema e sofferenza, grida che Dio non è lontano. Lazzaro brama le briciole della tavola del ricco ed è circondato dai cani che gli leccano le ferite. Un’immagine drammatica, quasi caricaturale, ma reale.<br /><br /> Eppure, Lazzaro tace. Non chiede, non pretende, resta in silenzio. In quel silenzio abita la sua attesa fiduciosa. Quando muore, viene portato dagli angeli accanto ad Abramo: nel seno di Abramo, luogo di intimità, consolazione e protezione.<br /><br /> Nel seno di Abramo<br /><br /> Il testo dice letteralmente che Lazzaro è portato «nel seno di Abramo». Questa immagine richiama il Prologo di Giovanni: Gesù, il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, ce lo ha rivelato. Anche Lazzaro, dopo i patimenti della vita, è finalmente consolato. La parola «consolazione» (paraclesi) significa «essere chiamato vicino».<br /><br /> La sua vita terrena era un’attesa di questo incontro. Era pronto a ricevere la consolazione promessa, come anche Gesù, che pur vivendo la passione, era già proiettato verso la gloria del Padre. Lazzaro è un segno di questa chiamata alla vita eterna vissuta nella fiducia.<br /><br /> Il ricco e il suo rimorso<br /><br /> Un altro aspetto che mi ha colpito è che il ricco, pur avendo ignorato Lazzaro da vivo, lo conosce bene. Lo chiama per nome: «Manda Lazzaro». Prima per avere un po’ d’acqua, poi per avvertire i suoi cinque fratelli. È la prova che la presenza di Lazzaro davanti alla sua porta non era indifferente: lo aveva segnato interiormente.<br /><br /> Noi siamo come quei cinque fratelli. Ci chiediamo: come stiamo vivendo? Siamo proiettati alla vita eterna o solo ai nostri affari? Amos ci ricorda che i ricchi di Samaria non si curavano né dei poveri né della rovina del popolo. E noi? Ci preoccupiamo della rovina di Gaza, dell’Ucraina, del mondo? Forse sì, ma con che efficacia? Spesso rischiamo di non preoccuparci nemmeno di noi stessi, della nostra vita.<br /><br /> Il cuore da convertire<br /><br /> La parabola ci interpella: come tornare a desiderare davvero la vita eterna? Il ricco invoca che Lazzaro sia mandato, ma Abramo risponde che non serve. «Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro». Anche se uno risorgesse dai morti, non crederebbero. Persino la risurrezione di Gesù non smuove i cuori se non sono disponibili ad ascoltare.<br /><br /> La via è chiara: ascoltare Mosè e i profeti, ascoltare la Parola di Dio. È la Parola che scioglie il cuore e lo apre alla vita eterna.<br /><br /> L’ascolto della Parola<br /><br /> Di recente abbiamo vissuto un bell’incontro con don Stefano Culiersi, che ci ha fatto riscoprire quanto sia fondamentale ascoltare la Parola di Dio. È Dio stesso che parla al nostro cuore. 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Trovarsi con amici o vicini per leggere il...]]></itunes:summary><itunes:duration>813</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia mercoledì XXV settimana TO S.Andrea 18.30.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-mercoledi-xxv-settimana-to-s-andrea-18-30-m4a--67880375</link><description><![CDATA[Quando ascolto la confessione di Esdra – «Mio Dio, ho vergogna di alzare la faccia verso di te» – mi colpisce la profondità e la sincerità di queste parole. In questi giorni stiamo leggendo il suo libro, che racconta del ritorno del popolo dall’esilio. Esdra è una guida, ma al suo rientro si accorge che il popolo non è capace di rimanere fedele all’alleanza.<br /><br /> Hanno vissuto l’esilio proprio a causa del peccato, hanno sofferto lontani dalla loro terra, eppure, anche tornati, restano oppressi da quella stessa colpa. Non riescono a vivere i comandamenti, nonostante l’esperienza dolorosa che hanno attraversato. Trovo bellissima questa vergogna di Esdra, questa confusione davanti a Dio. Non ha il coraggio di alzare lo sguardo, perché la colpa è troppo grande, radicata fin dai tempi dei padri. Non sono parole di circostanza: lui sente questo peso sulla sua pelle, nella sua storia e in quella del suo popolo.<br /><br /> La grazia che apre alla consapevolezza<br /><br /> Mi interrogo: da dove viene allora quella luce che permette a Esdra di pronunciare una simile preghiera? Anche noi tante volte facciamo fatica a renderci conto dei nostri peccati. Perfino in confessione capita di pensare: «Ma che cosa ho fatto di male?». Invece Esdra ha una lucidità straordinaria, e mi accorgo che questa nasce dalla grazia di Dio.<br /><br /> Lo dice chiaramente: «Per un po’ di tempo il Signore nostro Dio ci ha fatto una grazia». È questo dono a muovere il cuore di Esdra al pentimento. Dio gli ha lasciato un resto, gli ha dato un asilo nel suo luogo santo. Ha fatto brillare i loro occhi e dato sollievo nella schiavitù. È proprio nel mezzo della difficoltà che Esdra riconosce il dono di Dio: il Signore non li ha abbandonati, ma ha permesso loro di tornare e di abitare nuovamente nella sua casa.<br /><br /> Questa esperienza lo porta a domandarsi: «Perché, Signore, ci ami così? Non lo meritiamo, eppure tu continui ad amarci».<br /><br /> La vergogna illuminata dall’amore di Dio<br /><br /> Capisco allora che la vergogna di Esdra nasce proprio dall’incontro con l’amore di Dio. È questa storia d’amore che muove al pianto e alla contrizione. Noi ci rendiamo davvero conto del nostro peccato solo quando prima gustiamo la dolcezza del bene che Dio ci dona. È come chiedersi: «Perché, Signore, mi vuoi bene?».<br /><br /> Mi viene in mente l’innominato, che nella sua notte di tormento percepisce una luce, un desiderio di bene che lo spinge a incontrare il cardinale. Senza questa luce resteremmo nella disperazione, nella vergogna sterile. Ma quando Dio si fa vicino, allora nasce la possibilità della conversione.<br /><br /> Anche Adamo ed Eva si rendono conto del loro peccato solo quando Dio li cerca. Non è la loro nudità a farli riflettere, ma il sentirsi interpellati: «Adamo, dove sei?». È lì che emerge la consapevolezza del male. È la vicinanza di Dio che smuove il cuore.<br /><br /> La grazia che ci precede e ci sostiene<br /><br /> Riconosco che il sollievo che Dio ci dona in anticipo è proprio la sua grazia, e la grazia più grande è il dono del Figlio sulla croce. Non è un piccolo gesto superficiale: è un dono immenso. Ogni Eucaristia è il segno vivo di questa grazia che non ci viene mai a mancare.<br /><br /> Il cammino della conversione consiste nel dire il nostro sì a questo dono, nell’ascoltare la Parola che ci apre gli occhi e ci fa desiderare di ricevere, senza merito, il corpo e il sangue del Signore. Ma devo ricordarlo: non siamo degni. Anzi, se qualcuno pensasse di essere degno della comunione, non dovrebbe farla. L’unica condizione è sentirci come Esdra: indegni, eppure accolti.<br /><br /> Per questo ringrazio il Signore per la sua grazia. Solo se viviamo con questa povertà, lasciando trasparire in noi non i nostri meriti ma il dono di Dio, possiamo diventare davvero testimoni. Allora, come i discepoli, saremo annunciatori del Vangelo: non per le nostre capacità, ma perché la grazia brilla nella nostra vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67880375</guid><pubDate>Wed, 24 Sep 2025 18:18:57 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67880375/imported_1758737868659349_audio.mp3" length="7145430" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Quando ascolto la confessione di Esdra – «Mio Dio, ho vergogna di alzare la faccia verso di te» – mi colpisce la profondità e la sincerità di queste parole. In questi giorni stiamo leggendo il suo libro, che racconta del ritorno del popolo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Quando ascolto la confessione di Esdra – «Mio Dio, ho vergogna di alzare la faccia verso di te» – mi colpisce la profondità e la sincerità di queste parole. In questi giorni stiamo leggendo il suo libro, che racconta del ritorno del popolo dall’esilio. Esdra è una guida, ma al suo rientro si accorge che il popolo non è capace di rimanere fedele all’alleanza.<br /><br /> Hanno vissuto l’esilio proprio a causa del peccato, hanno sofferto lontani dalla loro terra, eppure, anche tornati, restano oppressi da quella stessa colpa. Non riescono a vivere i comandamenti, nonostante l’esperienza dolorosa che hanno attraversato. Trovo bellissima questa vergogna di Esdra, questa confusione davanti a Dio. Non ha il coraggio di alzare lo sguardo, perché la colpa è troppo grande, radicata fin dai tempi dei padri. Non sono parole di circostanza: lui sente questo peso sulla sua pelle, nella sua storia e in quella del suo popolo.<br /><br /> La grazia che apre alla consapevolezza<br /><br /> Mi interrogo: da dove viene allora quella luce che permette a Esdra di pronunciare una simile preghiera? Anche noi tante volte facciamo fatica a renderci conto dei nostri peccati. Perfino in confessione capita di pensare: «Ma che cosa ho fatto di male?». Invece Esdra ha una lucidità straordinaria, e mi accorgo che questa nasce dalla grazia di Dio.<br /><br /> Lo dice chiaramente: «Per un po’ di tempo il Signore nostro Dio ci ha fatto una grazia». È questo dono a muovere il cuore di Esdra al pentimento. Dio gli ha lasciato un resto, gli ha dato un asilo nel suo luogo santo. Ha fatto brillare i loro occhi e dato sollievo nella schiavitù. È proprio nel mezzo della difficoltà che Esdra riconosce il dono di Dio: il Signore non li ha abbandonati, ma ha permesso loro di tornare e di abitare nuovamente nella sua casa.<br /><br /> Questa esperienza lo porta a domandarsi: «Perché, Signore, ci ami così? Non lo meritiamo, eppure tu continui ad amarci».<br /><br /> La vergogna illuminata dall’amore di Dio<br /><br /> Capisco allora che la vergogna di Esdra nasce proprio dall’incontro con l’amore di Dio. È questa storia d’amore che muove al pianto e alla contrizione. Noi ci rendiamo davvero conto del nostro peccato solo quando prima gustiamo la dolcezza del bene che Dio ci dona. È come chiedersi: «Perché, Signore, mi vuoi bene?».<br /><br /> Mi viene in mente l’innominato, che nella sua notte di tormento percepisce una luce, un desiderio di bene che lo spinge a incontrare il cardinale. Senza questa luce resteremmo nella disperazione, nella vergogna sterile. Ma quando Dio si fa vicino, allora nasce la possibilità della conversione.<br /><br /> Anche Adamo ed Eva si rendono conto del loro peccato solo quando Dio li cerca. Non è la loro nudità a farli riflettere, ma il sentirsi interpellati: «Adamo, dove sei?». È lì che emerge la consapevolezza del male. È la vicinanza di Dio che smuove il cuore.<br /><br /> La grazia che ci precede e ci sostiene<br /><br /> Riconosco che il sollievo che Dio ci dona in anticipo è proprio la sua grazia, e la grazia più grande è il dono del Figlio sulla croce. Non è un piccolo gesto superficiale: è un dono immenso. Ogni Eucaristia è il segno vivo di questa grazia che non ci viene mai a mancare.<br /><br /> Il cammino della conversione consiste nel dire il nostro sì a questo dono, nell’ascoltare la Parola che ci apre gli occhi e ci fa desiderare di ricevere, senza merito, il corpo e il sangue del Signore. Ma devo ricordarlo: non siamo degni. Anzi, se qualcuno pensasse di essere degno della comunione, non dovrebbe farla. L’unica condizione è sentirci come Esdra: indegni, eppure accolti.<br /><br /> Per questo ringrazio il Signore per la sua grazia. Solo se viviamo con questa povertà, lasciando trasparire in noi non i nostri meriti ma il dono di Dio, possiamo diventare davvero testimoni. 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L’amministratore, letteralmente l’economo, colui che mette legge nella casa, non si giustifica quando viene accusato: accetta la verità, segno che le accuse erano fondate.<br /><br /> Un momento di realtà<br /><br /> Questo amministratore, nel suo ragionamento, mostra la gravità della sua situazione: pensa di zappare o addirittura di mendicare. È un’immagine forte di verità. Anche il profeta Amos fu severo con i suoi contemporanei, accusando coloro che calpestavano i poveri, che durante i giorni sacri invece di rivolgersi a Dio pensavano solo a come guadagnare e imbrogliare, alterando le bilance e sfruttando gli indigenti.<br /><br /> Il rischio di essere amministratori<br /><br /> Potrei pensare che queste accuse non mi riguardino, ma in realtà, quando assumo il ruolo dell’amministratore, cioè di chi decide e impone, rischio anch’io di usare il mio potere per affermare me stesso, anche senza rendermene conto. Questo accade nelle relazioni familiari, nel lavoro, con i figli o con chi manifesta un bisogno che non ho voglia di ascoltare. L’atteggiamento dell’amministratore è molto presente nella nostra vita quotidiana.<br /><br /> Il dono rifiutato<br /><br /> Il Vangelo ci invita a riflettere sul rapporto con i beni. Domenica scorsa avremmo dovuto ascoltare la parabola del figliol prodigo: anche lui, come l’amministratore disonesto, riceve un dono dal padre e lo sperpera. Non riconosce la grazia ricevuta, e così fa l'amministratore... che butta via tutto. <br /> Il messaggio oggi è chiaro: "basta amministrazione" .<br /><br /> Due piste per uscire da questa logica<br /><br /> Il Vangelo, però, non lascia senza soluzioni. Propone due strade: una immediata e urgente, l’altra a lungo termine.<br /><br /> La prima è: fatevi degli amici. Il come sembra scandaloso, perché l’amministratore si compra gli amici con i beni del padrone. Ma il punto non è il denaro: è il cambiamento di prospettiva. Non si guarda più ai beni, ma alla persona.<br /><br /> L’importanza delle relazioni<br /><br /> Il centro diventa costruire relazioni di amicizia, di ascolto, di affetto, anche a costo di esporsi e di dipendere dall’altro. Non si tratta di accogliere, ma di farsi accogliere. È un cambio radicale. Mi viene in mente l’Innominato dei Promessi Sposi: quando incontra Lucia, non vuole più essere amministratore dei bravi, del suo potere, ma decide di ascoltarla e cambiare vita.<br /><br /> Amici e fedeltà<br /><br /> La prima strada, quindi, è costruire amicizie: in famiglia, con i vicini, i colleghi. Dobbiamo oggi tornare a casa e subito pensare a strategie per creare rapporti veri! <br /><br /> La seconda strada è la fedeltà: partire dalle cose piccole, minime. Il Vangelo insiste su questo: essere fedeli nelle piccole cose affidate, non padroni né amministratori.<br /><br /> Fedeli nelle cose altrui<br /><br /> Il Vangelo dice: “Se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?”. Tutto ciò che abbiamo ci è stato affidato, non è nostro. È ricchezza aliena, altrui. Solo se siamo fedeli in queste realtà, Dio ci donerà la nostra vera ricchezza, quella preparata da Lui, gratuita e definitiva per noi. <br /><br /> Preghiera e responsabilità<br /><br /> Essere fedeli alla ricchezza altrui significa portare responsabilità grandi. Nella seconda lettura Paolo invita Timoteo a pregare per i re e i governanti: anche loro hanno ricevuto una ricchezza che non è loro ma del popolo. Oggi pregare per chi governa ci fa tremare, ma è un dovere perché Dio vuole che tutti siano salvati.<br /><br /> Il dono del Padre<br /><br /> Se sarò fedele nelle piccole cose, Dio mi darà un grande dono: non un compito in più, ma qualcosa che mi appartiene come figlio, perché è segno del suo amore. È lo stesso dono che il figliol prodigo ritrova tornando dal padre: la comunione, la festa, l’amore.<br /><br /> Conclusione: da amministratori a figli<br /><br /> Il Vangelo ci propone oggi di passare dall’essere amministratori a servi fedeli e figli che attendono il dono del Padre. Questo tempo di attesa, anche se lungo, dà forza al nostro agire quotidiano. Non più amministratori, ma fedeli nelle piccole cose, con umiltà e gratitudine. Ringrazio il Signore per questo Vangelo e gli affido la mia disponibilità e la mia apertura.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67841821</guid><pubDate>Sun, 21 Sep 2025 16:34:20 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67841821/imported_1758463060758983_audio.mp3" length="10821381" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Le letture di oggi mi sembrano severe e ci spingono a vivere un momento di verità nella nostra vita. La frase del Vangelo, “rendi conto della tua amministrazione perché non potrai più amministrare”, la sento rivolta direttamente a me....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Le letture di oggi mi sembrano severe e ci spingono a vivere un momento di verità nella nostra vita. La frase del Vangelo, “rendi conto della tua amministrazione perché non potrai più amministrare”, la sento rivolta direttamente a me. L’amministratore, letteralmente l’economo, colui che mette legge nella casa, non si giustifica quando viene accusato: accetta la verità, segno che le accuse erano fondate.<br /><br /> Un momento di realtà<br /><br /> Questo amministratore, nel suo ragionamento, mostra la gravità della sua situazione: pensa di zappare o addirittura di mendicare. È un’immagine forte di verità. Anche il profeta Amos fu severo con i suoi contemporanei, accusando coloro che calpestavano i poveri, che durante i giorni sacri invece di rivolgersi a Dio pensavano solo a come guadagnare e imbrogliare, alterando le bilance e sfruttando gli indigenti.<br /><br /> Il rischio di essere amministratori<br /><br /> Potrei pensare che queste accuse non mi riguardino, ma in realtà, quando assumo il ruolo dell’amministratore, cioè di chi decide e impone, rischio anch’io di usare il mio potere per affermare me stesso, anche senza rendermene conto. Questo accade nelle relazioni familiari, nel lavoro, con i figli o con chi manifesta un bisogno che non ho voglia di ascoltare. L’atteggiamento dell’amministratore è molto presente nella nostra vita quotidiana.<br /><br /> Il dono rifiutato<br /><br /> Il Vangelo ci invita a riflettere sul rapporto con i beni. Domenica scorsa avremmo dovuto ascoltare la parabola del figliol prodigo: anche lui, come l’amministratore disonesto, riceve un dono dal padre e lo sperpera. Non riconosce la grazia ricevuta, e così fa l'amministratore... che butta via tutto. <br /> Il messaggio oggi è chiaro: "basta amministrazione" .<br /><br /> Due piste per uscire da questa logica<br /><br /> Il Vangelo, però, non lascia senza soluzioni. Propone due strade: una immediata e urgente, l’altra a lungo termine.<br /><br /> La prima è: fatevi degli amici. Il come sembra scandaloso, perché l’amministratore si compra gli amici con i beni del padrone. Ma il punto non è il denaro: è il cambiamento di prospettiva. Non si guarda più ai beni, ma alla persona.<br /><br /> L’importanza delle relazioni<br /><br /> Il centro diventa costruire relazioni di amicizia, di ascolto, di affetto, anche a costo di esporsi e di dipendere dall’altro. Non si tratta di accogliere, ma di farsi accogliere. È un cambio radicale. Mi viene in mente l’Innominato dei Promessi Sposi: quando incontra Lucia, non vuole più essere amministratore dei bravi, del suo potere, ma decide di ascoltarla e cambiare vita.<br /><br /> Amici e fedeltà<br /><br /> La prima strada, quindi, è costruire amicizie: in famiglia, con i vicini, i colleghi. Dobbiamo oggi tornare a casa e subito pensare a strategie per creare rapporti veri! <br /><br /> La seconda strada è la fedeltà: partire dalle cose piccole, minime. Il Vangelo insiste su questo: essere fedeli nelle piccole cose affidate, non padroni né amministratori.<br /><br /> Fedeli nelle cose altrui<br /><br /> Il Vangelo dice: “Se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?”. Tutto ciò che abbiamo ci è stato affidato, non è nostro. È ricchezza aliena, altrui. Solo se siamo fedeli in queste realtà, Dio ci donerà la nostra vera ricchezza, quella preparata da Lui, gratuita e definitiva per noi. <br /><br /> Preghiera e responsabilità<br /><br /> Essere fedeli alla ricchezza altrui significa portare responsabilità grandi. Nella seconda lettura Paolo invita Timoteo a pregare per i re e i governanti: anche loro hanno ricevuto una ricchezza che non è loro ma del popolo. Oggi pregare per chi governa ci fa tremare, ma è un dovere perché Dio vuole che tutti siano salvati.<br /><br /> Il dono del Padre<br /><br /> Se sarò fedele nelle piccole cose, Dio mi darà un grande dono: non un compito in più, ma qualcosa che mi appartiene come figlio, perché è segno del suo amore. È lo stesso dono che il...]]></itunes:summary><itunes:duration>677</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia sabato XXIV settimana TO S. Andrea ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-sabato-xxiv-settimana-to-s-andrea-ore-8-30--67830925</link><description><![CDATA[In questi giorni abbiamo ascoltato l’ultimo tratto della lettera a Timoteo, e un’espressione mi ha colpito in modo particolare: “Figlio mio, davanti a Dio…”. San Paolo dice a Timoteo che questo comandamento gli viene affidato "davanti a Dio che dà vita a tutte le cose e davanti a Gesù Cristo, che ha reso la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato" .<br /><br /> Per me è significativo che Paolo sottolinei questo “davanti a Dio”. È come se volesse dare maggiore forza e autorevolezza alle sue parole, quasi a trasmettere che non si tratta di un semplice consiglio, ma di un’esortazione fatta al cospetto stesso del Signore. Questo mi fa pensare a quanto sia vero che noi viviamo sempre davanti a Dio: non è solo una questione di luogo, ma una relazione che attraversa ogni momento della nostra vita.<br /><br /> Vivere continuamente alla sua presenza<br /><br /> Questo “essere davanti a Dio” può intimorire, perché non accade soltanto durante la liturgia, quando la preghiera eucaristica ci ricorda che siamo resi degni di stare alla sua presenza. In realtà lo siamo sempre: mentre preghiamo, ma anche a casa nei nostri lavori quotidiani, nelle relazioni di famiglia, in parrocchia, con i nostri fratelli e sorelle.<br /><br /> San Basilio diceva: “Non è cristiano chi non vive ovunque davanti a Dio”. Questa frase mi resta impressa, perché significa che ogni parola, ogni gesto, ogni relazione è posta sotto lo sguardo di Dio. All’inizio può mettere a nudo, può creare timore, ma in realtà è consolante: siamo sempre sotto il suo sguardo pieno di amore e di cura.<br /><br /> Esempi di fede: Lucia e Lazzaro<br /><br /> Mentre riflettevo su questo, mi sono tornati alla mente due episodi. Il primo viene dai Promessi Sposi che sto ascoltando in queste settimane: Lucia, prigioniera nel castello dell’Innominato, è davanti a un uomo temuto da tutti, ma trova la forza di dire con fermezza che Dio è con lei e vede la sua situazione. Quella sua certezza diventa forza interiore, tanto da condurla a un’offerta di consacrazione a Maria.<br /><br /> Il secondo episodio è quello evangelico di Lazzaro. Marta, nel dolore per la morte del fratello, dice a Gesù: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. In quelle parole si percepisce la ricerca della sua presenza. Gesù allora le risponde: “Io sono la Risurrezione e la Vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”. Credere in Lui significa proprio vivere alla sua presenza, con fiducia che Egli ci accompagna e ci protegge sempre, in una relazione di amore che non abbandona.<br /><br /> Davanti a Lui nella vita e nell’eternità<br /><br /> Questa consapevolezza cambia il nostro modo di vivere ogni giorno. Anche in un sabato ordinario, noi siamo davanti a Dio, e questo diventa già una preparazione alla vita eterna. Paolo parla di quel tempo stabilito in cui ci sarà l’Epifania, la manifestazione di Gesù Cristo: allora lo vedremo faccia a faccia, Re dei Re, Signore dei Signori.<br /><br /> Oggi, già nel nostro presente, viviamo quell’attesa: stare davanti a Lui con gioia, come il Salmo invita, è un’anticipazione di ciò che vivremo in pienezza in cielo. È per questo che ringrazio il Signore: perché ogni momento, anche il più semplice, è già vissuto sotto il suo sguardo e diventa preparazione all’incontro definitivo con Lui.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67830925</guid><pubDate>Sat, 20 Sep 2025 12:50:49 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67830925/imported_1758371746916957_audio.mp3" length="5606504" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>In questi giorni abbiamo ascoltato l’ultimo tratto della lettera a Timoteo, e un’espressione mi ha colpito in modo particolare: “Figlio mio, davanti a Dio…”. San Paolo dice a Timoteo che questo comandamento gli viene affidato "davanti a Dio che dà...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[In questi giorni abbiamo ascoltato l’ultimo tratto della lettera a Timoteo, e un’espressione mi ha colpito in modo particolare: “Figlio mio, davanti a Dio…”. San Paolo dice a Timoteo che questo comandamento gli viene affidato "davanti a Dio che dà vita a tutte le cose e davanti a Gesù Cristo, che ha reso la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato" .<br /><br /> Per me è significativo che Paolo sottolinei questo “davanti a Dio”. È come se volesse dare maggiore forza e autorevolezza alle sue parole, quasi a trasmettere che non si tratta di un semplice consiglio, ma di un’esortazione fatta al cospetto stesso del Signore. Questo mi fa pensare a quanto sia vero che noi viviamo sempre davanti a Dio: non è solo una questione di luogo, ma una relazione che attraversa ogni momento della nostra vita.<br /><br /> Vivere continuamente alla sua presenza<br /><br /> Questo “essere davanti a Dio” può intimorire, perché non accade soltanto durante la liturgia, quando la preghiera eucaristica ci ricorda che siamo resi degni di stare alla sua presenza. In realtà lo siamo sempre: mentre preghiamo, ma anche a casa nei nostri lavori quotidiani, nelle relazioni di famiglia, in parrocchia, con i nostri fratelli e sorelle.<br /><br /> San Basilio diceva: “Non è cristiano chi non vive ovunque davanti a Dio”. Questa frase mi resta impressa, perché significa che ogni parola, ogni gesto, ogni relazione è posta sotto lo sguardo di Dio. All’inizio può mettere a nudo, può creare timore, ma in realtà è consolante: siamo sempre sotto il suo sguardo pieno di amore e di cura.<br /><br /> Esempi di fede: Lucia e Lazzaro<br /><br /> Mentre riflettevo su questo, mi sono tornati alla mente due episodi. Il primo viene dai Promessi Sposi che sto ascoltando in queste settimane: Lucia, prigioniera nel castello dell’Innominato, è davanti a un uomo temuto da tutti, ma trova la forza di dire con fermezza che Dio è con lei e vede la sua situazione. Quella sua certezza diventa forza interiore, tanto da condurla a un’offerta di consacrazione a Maria.<br /><br /> Il secondo episodio è quello evangelico di Lazzaro. Marta, nel dolore per la morte del fratello, dice a Gesù: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. In quelle parole si percepisce la ricerca della sua presenza. Gesù allora le risponde: “Io sono la Risurrezione e la Vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”. Credere in Lui significa proprio vivere alla sua presenza, con fiducia che Egli ci accompagna e ci protegge sempre, in una relazione di amore che non abbandona.<br /><br /> Davanti a Lui nella vita e nell’eternità<br /><br /> Questa consapevolezza cambia il nostro modo di vivere ogni giorno. Anche in un sabato ordinario, noi siamo davanti a Dio, e questo diventa già una preparazione alla vita eterna. Paolo parla di quel tempo stabilito in cui ci sarà l’Epifania, la manifestazione di Gesù Cristo: allora lo vedremo faccia a faccia, Re dei Re, Signore dei Signori.<br /><br /> Oggi, già nel nostro presente, viviamo quell’attesa: stare davanti a Lui con gioia, come il Salmo invita, è un’anticipazione di ciò che vivremo in pienezza in cielo. 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In lui mi riconosco: anche io spesso non mi sento abbastanza preparato davanti alle responsabilità di carità, di cura, di attenzione e di annuncio che il Signore mi ha affidato nella mia famiglia, con i miei amici, nei luoghi in cui vivo e lavoro. Paolo dà a Timoteo delle indicazioni che sento rivolte anche a me: essere di esempio nel parlare, nel comportamento, nella carità, nella fede e nella purezza.<br /><br /> Essere esempio con la vita<br /><br /> Queste dimensioni – parola, comportamento, carità, fede e purezza – abbracciano tutta la giornata e tutta la vita. Essere di esempio non significa fare grandi discorsi, ma mostrare con la mia vita concreta il cammino nel Signore. Non vuol dire mettersi sopra agli altri, per farsi notare, ma vivere queste cose in profondità, con cura e dedizione.<br /><br /> La dedizione alla Parola<br /><br /> Paolo invita Timoteo a dedicarsi alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento. Anche io sono chiamato a coltivare l’ascolto della Parola di Dio, a prenderne cura, a dedicarle tempo. Ci sono momenti di attesa nella mia giornata che posso trasformare in silenzio, preghiera e ascolto. Non è qualcosa riservato solo ai preti: è un dono per tutti noi.<br /><br /> Custodire il dono ricevuto<br /><br /> Un’altra esortazione importante è non trascurare il dono che è in me. C’è un carisma, un talento che Dio mi ha regalato e che non devo sciupare o abbandonare. Può essere l’abilità nel proprio lavoro, la capacità di ascoltare, di prendersi cura di chi è malato, o di accompagnare i figli in momenti difficili. Ognuno ha un dono particolare: sono chiamato a riconoscerlo, a coltivarlo e a metterlo a frutto.<br /><br /> Il cammino del progresso<br /><br /> Paolo invita a dedicarsi interamente a queste cose perché tutti possano vedere il progresso. Mi colpisce questa parola: progresso, cammino. Non si tratta di crescere per gloria personale, ma di avanzare come discepolo, con disciplina, ascolto della Parola e custodia del dono. È un progresso che si manifesta visibilmente e che diventa segno per gli altri.<br /><br /> L’esempio della donna che si inginocchia<br /><br /> Tutto questo mi porta a pensare alla donna che si inginocchia davanti al Signore, piange e Lo ama. Lei vive un vero progresso spirituale: cresce nella consapevolezza dell’amore per Lui e anche della propria piccolezza e del proprio peccato. Diverso è l’atteggiamento del fariseo, freddo e distaccato nell’accoglienza.<br /><br /> L’amore che accoglie e purifica<br /><br /> Il cammino della donna è per me un modello: progredire nella consapevolezza che il Signore mi accoglie così come sono. Lui non aspetta che io diventi puro o perfetto: accetta il contatto con me, lava i miei peccati con l’amore che ci unisce. È questo amore reciproco – prima di tutto il Suo per me – che purifica e mi permette di vivere nel Vangelo.<br /><br /> Camminare con Timoteo<br /><br /> Alla fine ringrazio il Signore per la Sua accoglienza e per i doni che mi ha dato. E guardo a Timoteo come a un fratello di cammino: come lui, anch’io voglio imparare a vivere nell’esempio, nella custodia del dono, nell’ascolto della Parola e nell’amore che mi purifica.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67811116</guid><pubDate>Thu, 18 Sep 2025 18:22:07 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67811116/imported_1758219442356455_audio.mp3" length="6248907" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Questa sera mi lascio aiutare ancora da Timoteo. Lo vedo incoraggiato da Paolo, ma allo stesso tempo piccolo e non all’altezza del compito che gli è stato affidato. In lui mi riconosco: anche io spesso non mi sento abbastanza preparato davanti alle...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Questa sera mi lascio aiutare ancora da Timoteo. Lo vedo incoraggiato da Paolo, ma allo stesso tempo piccolo e non all’altezza del compito che gli è stato affidato. In lui mi riconosco: anche io spesso non mi sento abbastanza preparato davanti alle responsabilità di carità, di cura, di attenzione e di annuncio che il Signore mi ha affidato nella mia famiglia, con i miei amici, nei luoghi in cui vivo e lavoro. Paolo dà a Timoteo delle indicazioni che sento rivolte anche a me: essere di esempio nel parlare, nel comportamento, nella carità, nella fede e nella purezza.<br /><br /> Essere esempio con la vita<br /><br /> Queste dimensioni – parola, comportamento, carità, fede e purezza – abbracciano tutta la giornata e tutta la vita. Essere di esempio non significa fare grandi discorsi, ma mostrare con la mia vita concreta il cammino nel Signore. Non vuol dire mettersi sopra agli altri, per farsi notare, ma vivere queste cose in profondità, con cura e dedizione.<br /><br /> La dedizione alla Parola<br /><br /> Paolo invita Timoteo a dedicarsi alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento. Anche io sono chiamato a coltivare l’ascolto della Parola di Dio, a prenderne cura, a dedicarle tempo. Ci sono momenti di attesa nella mia giornata che posso trasformare in silenzio, preghiera e ascolto. Non è qualcosa riservato solo ai preti: è un dono per tutti noi.<br /><br /> Custodire il dono ricevuto<br /><br /> Un’altra esortazione importante è non trascurare il dono che è in me. C’è un carisma, un talento che Dio mi ha regalato e che non devo sciupare o abbandonare. Può essere l’abilità nel proprio lavoro, la capacità di ascoltare, di prendersi cura di chi è malato, o di accompagnare i figli in momenti difficili. Ognuno ha un dono particolare: sono chiamato a riconoscerlo, a coltivarlo e a metterlo a frutto.<br /><br /> Il cammino del progresso<br /><br /> Paolo invita a dedicarsi interamente a queste cose perché tutti possano vedere il progresso. Mi colpisce questa parola: progresso, cammino. Non si tratta di crescere per gloria personale, ma di avanzare come discepolo, con disciplina, ascolto della Parola e custodia del dono. È un progresso che si manifesta visibilmente e che diventa segno per gli altri.<br /><br /> L’esempio della donna che si inginocchia<br /><br /> Tutto questo mi porta a pensare alla donna che si inginocchia davanti al Signore, piange e Lo ama. Lei vive un vero progresso spirituale: cresce nella consapevolezza dell’amore per Lui e anche della propria piccolezza e del proprio peccato. Diverso è l’atteggiamento del fariseo, freddo e distaccato nell’accoglienza.<br /><br /> L’amore che accoglie e purifica<br /><br /> Il cammino della donna è per me un modello: progredire nella consapevolezza che il Signore mi accoglie così come sono. Lui non aspetta che io diventi puro o perfetto: accetta il contatto con me, lava i miei peccati con l’amore che ci unisce. È questo amore reciproco – prima di tutto il Suo per me – che purifica e mi permette di vivere nel Vangelo.<br /><br /> Camminare con Timoteo<br /><br /> Alla fine ringrazio il Signore per la Sua accoglienza e per i doni che mi ha dato. E guardo a Timoteo come a un fratello di cammino: come lui, anch’io voglio imparare a vivere nell’esempio, nella custodia del dono, nell’ascolto della Parola e nell’amore che mi purifica.]]></itunes:summary><itunes:duration>391</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia mercoledì XXIV settimana TO S. Andrea ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-mercoledi-xxiv-settimana-to-s-andrea-ore-18-30--67800189</link><description><![CDATA[In questi giorni stiamo leggendo la lettera di Paolo a Timoteo, ed è davvero molto bella. Mi colpisce l’inizio: “Ti scrivo tutto questo nella speranza di venire presto da te”. Paolo ha un desiderio vivo, quasi fisico, di incontrare Timoteo, il suo figlio nella fede. Vuole vederlo, toccarlo, avere con lui un rapporto concreto. Questo mi fa pensare a quanto la fede non possa essere vissuta a distanza, né tra di noi né con il Signore.<br /><br /> La chiesa co(me casa di Dio<br /><br /> Paolo dice: “Se dovessi tardare, voglio che tu sappia come comportarti nella casa di Dio”. È un’immagine bellissima: la chiesa come luogo cordiale, accogliente, familiare. Non è un’istituzione fredda, ma una dimora viva, comunitaria. Paolo sottolinea che si tratta della “chiesa del Dio vivente”, un Dio presente con la sua grazia, la sua forza, il suo Spirito. Anche noi oggi, forse, facciamo fatica a sentirci a casa nella chiesa, ma questa parola ci invita a riscoprirla come luogo di fraternità affettuosa che edifica, riscalda e consola.<br /><br /> In questi giorni, con gli altri preti e il vescovo, abbiamo riflettuto su questi temi: comunità, fraternità ına domanda: cosa c’è davvero al centro di questa vita di chiesa?<br /><br /> La chiesa, colonna e sostegno della verità<br /><br /> Paolo afferma che la chiesa è “colonna e sostegno della verità”. Colonna, fondamento, forza. Ma cos’è la verità? È Gesù Cristo. E Paolo lo descrive in un piccolo inno che sintetizza tutto il mistero cristiano:<br /><br /> Egli fu manifestato in carne umana: l’incarnazione.<br /><br /> Fu riconosciuto giusto nello Spirito: la risurrezione, secondo la lettera ai Romani.<br /><br /> Fu visto dagli angeli: quando ascese al cielo.<br /><br /> Fu creduto nel mondo: l’annuncio dei discepoli.<br /><br /> Fu elevato nella gloria: incoronato re dell’universo.<br /><br /> In poche righe Paolo traccia tutto il mistero di Cristo: incarnazione, morte, risurrezione, annuncio e glorificazione.<br /><br /> Cristo, centro della chiesa<br /><br /> Questo è il cuore della nostra fede, il centro della nostra fraternità e del nostro stare nella casa di Dio: Gesù Cristo. È per questo che ci raduniamo a celebrare l’Eucaristia, non per mettere al centro noi stessi, i nostri servizi, i nostri canti o le nostre preoccupazioni, che pure hanno la loro importanza. Al centro c’è solo Lui.<br /><br /> È Cristo che viene custodito, lodato e venerato nella casa di Dio, che è la chiesa del Dio vivente, e quindi ciascuno di noi. Per questo ringraziamo Paolo, che con parole cordiali e profonde ci richiama al cuore del mistero della fede: Gesù Cristo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67800189</guid><pubDate>Wed, 17 Sep 2025 22:00:06 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67800189/imported_1758135686677729_audio.mp3" length="4511869" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>In questi giorni stiamo leggendo la lettera di Paolo a Timoteo, ed è davvero molto bella. Mi colpisce l’inizio: “Ti scrivo tutto questo nella speranza di venire presto da te”. Paolo ha un desiderio vivo, quasi fisico, di incontrare Timoteo, il suo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[In questi giorni stiamo leggendo la lettera di Paolo a Timoteo, ed è davvero molto bella. Mi colpisce l’inizio: “Ti scrivo tutto questo nella speranza di venire presto da te”. Paolo ha un desiderio vivo, quasi fisico, di incontrare Timoteo, il suo figlio nella fede. Vuole vederlo, toccarlo, avere con lui un rapporto concreto. Questo mi fa pensare a quanto la fede non possa essere vissuta a distanza, né tra di noi né con il Signore.<br /><br /> La chiesa co(me casa di Dio<br /><br /> Paolo dice: “Se dovessi tardare, voglio che tu sappia come comportarti nella casa di Dio”. È un’immagine bellissima: la chiesa come luogo cordiale, accogliente, familiare. Non è un’istituzione fredda, ma una dimora viva, comunitaria. Paolo sottolinea che si tratta della “chiesa del Dio vivente”, un Dio presente con la sua grazia, la sua forza, il suo Spirito. Anche noi oggi, forse, facciamo fatica a sentirci a casa nella chiesa, ma questa parola ci invita a riscoprirla come luogo di fraternità affettuosa che edifica, riscalda e consola.<br /><br /> In questi giorni, con gli altri preti e il vescovo, abbiamo riflettuto su questi temi: comunità, fraternità ına domanda: cosa c’è davvero al centro di questa vita di chiesa?<br /><br /> La chiesa, colonna e sostegno della verità<br /><br /> Paolo afferma che la chiesa è “colonna e sostegno della verità”. Colonna, fondamento, forza. Ma cos’è la verità? È Gesù Cristo. E Paolo lo descrive in un piccolo inno che sintetizza tutto il mistero cristiano:<br /><br /> Egli fu manifestato in carne umana: l’incarnazione.<br /><br /> Fu riconosciuto giusto nello Spirito: la risurrezione, secondo la lettera ai Romani.<br /><br /> Fu visto dagli angeli: quando ascese al cielo.<br /><br /> Fu creduto nel mondo: l’annuncio dei discepoli.<br /><br /> Fu elevato nella gloria: incoronato re dell’universo.<br /><br /> In poche righe Paolo traccia tutto il mistero di Cristo: incarnazione, morte, risurrezione, annuncio e glorificazione.<br /><br /> Cristo, centro della chiesa<br /><br /> Questo è il cuore della nostra fede, il centro della nostra fraternità e del nostro stare nella casa di Dio: Gesù Cristo. È per questo che ci raduniamo a celebrare l’Eucaristia, non per mettere al centro noi stessi, i nostri servizi, i nostri canti o le nostre preoccupazioni, che pure hanno la loro importanza. Al centro c’è solo Lui.<br /><br /> È Cristo che viene custodito, lodato e venerato nella casa di Dio, che è la chiesa del Dio vivente, e quindi ciascuno di noi. Per questo ringraziamo Paolo, che con parole cordiali e profonde ci richiama al cuore del mistero della fede: Gesù Cristo.]]></itunes:summary><itunes:duration>282</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia Esaltazione della Croce 2025 messa domenicale a S. Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-esaltazione-della-croce-2025-messa-domenicale-a-s-andrea-ore-11--67752591</link><description><![CDATA[La festa di oggi si collega bene al Vangelo della domenica scorsa, dove Gesù, in cammino verso Gerusalemme, si rivolgeva alla folla parlando delle condizioni per essere suoi discepoli. Aveva posto tre richieste decisive: amarlo più di tutto, anche più dei familiari e della propria vita; prendere la propria croce come segno di sequela; spogliarsi dei propri beni per non essere ostacolati nel seguirlo con libertà.<br /><br /> Il rischio di avere troppi legami o troppe ricchezze è quello di perdere la fiducia in Lui, di pensare di poter contare solo sulle nostre forze. Al contrario, chi non ha nulla può confidare interamente in Dio.<br /><br /> L’esperienza del popolo nel deserto<br /><br /> Questa dinamica si ritrova nella prima lettura, dove il popolo d’Israele, liberato dall’Egitto, si trova stanco e nauseato nel cammino verso la Terra promessa. Non comprende più il senso dell’uscita dall’Egitto, non sopporta il viaggio e diventa “piccolo d’animo”, incapace di guardare avanti.<br /><br /> Questa situazione descrive bene anche la nostra vita: momenti in cui siamo affaticati e provati da malattie in famiglia, difficoltà con i figli, lavori pesanti o assenti, precarietà economiche. Tutto questo ci porta a sentirci alla fine, quasi morti, e a rivolgere a Dio domande dure: “Perché ci hai fatto uscire dall’Egitto? Perché ci fai morire nel deserto?”.<br /><br /> I serpenti brucianti e la conversione del cuore<br /><br /> Il Signore, davanti a questo lamento, manda i serpenti brucianti che mordono e fanno morire. Non è uno scherzo, ma un segno forte. Subito il popolo, ferito, riconosce il peccato: “Abbiamo parlato contro di te e contro il Signore. Prega per noi”. È bastato il morso di un serpente per aprire gli occhi e spingerli a rimettersi in cammino.<br /><br /> Dio non elimina i serpenti, ma offre un antidoto: chi guarda al serpente di bronzo innalzato viene salvato. È una parabola potente: il male rimane, ma Dio dà un segno che costringe a rialzare lo sguardo, a confidare di nuovo in Lui, a ritrovare la fiducia nella sua promessa di vita. Non vuole la morte del popolo, ma donargli la Terra promessa.<br /><br /> Contempliamo la croce<br /><br /> Il serpente di bronzo diventa profezia di Cristo: la croce è il centro della festa di oggi. <br /><br /> Guardando il crocifisso cosa vediamo? <br /><br /> Prima di tutto un uomo, Gesù, morto come noi. San Paolo ai Filippesi ci ricorda che Lui, pur essendo Dio, si è fatto uomo fino a consegnarsi alla morte di croce, obbedendo al Padre.<br /><br /> Quel corpo umiliato e obbediente ci mostra il Figlio che si affida totalmente a Dio. Guardando la croce possiamo sentirci anche colpevoli: non siamo stati capaci di custodire il dono d’amore del Padre, ma abbiamo respinto e crocifisso il Figlio. Tuttavia, proprio lì si manifesta l’amore più grande: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”.<br /><br /> Sul crocifisso vediamo un uomo muto, che non risponde, che chiede solo aiuto al Padre. Questo può scandalizzare, perché è un’immagine dura. Eppure è proprio lì che si concentra la salvezza: Dio non manda il Figlio per condannare, ma per salvare. Con le braccia aperte, Cristo accoglie ciascuno, anche il peccatore più lontano.<br /><br /> Guardando il crocifisso comprendiamo che la croce non è sconfitta, ma passaggio verso la vittoria della risurrezione. È il segno che apre alla vita eterna, la via che trasforma anche le nostre difficoltà in cammino di salvezza.<br /><br /> La croce nella nostra vita quotidiana<br /><br /> Siamo circondati da crocifissi: nelle chiese, nelle case, nelle icone. Guardarli significa riconoscere in essi i crocifissi di oggi: i sofferenti, le vittime della guerra, i malati, i poveri. La croce diventa allora il segno universale in cui ogni uomo si può riconoscere, non solo nel dolore, ma soprattutto nella promessa della vita eterna.<br /><br /> Gesù innalzato attira tutti a sé: la sua morte non è la fine, ma la via per la salvezza. Per questo Paolo invita ciascuno a piegare le ginocchia e proclamare: “Gesù Cristo è il Signore”.<br /><br /> Conclusione: lo sguardo della fede<br /><br /> Oggi, in questa festa, sono invitato a guardare alla croce con fiducia, a scorgere in quel segno non la condanna, ma l’amore che salva. Cristo crocifisso è il nostro re vincitore, non lo sconfitto: è Lui che apre la via della risurrezione e della vita eterna.<br /><br /> E così, piegando il cuore davanti a Lui, posso ringraziarlo e ritrovare la gioia di sapere che in ogni prova non sono solo, ma accompagnato da Colui che ha vinto la morte.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67752591</guid><pubDate>Sun, 14 Sep 2025 11:08:37 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67752591/imported_1757847495849338_audio.mp3" length="13340421" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La festa di oggi si collega bene al Vangelo della domenica scorsa, dove Gesù, in cammino verso Gerusalemme, si rivolgeva alla folla parlando delle condizioni per essere suoi discepoli. 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Non comprende più il senso dell’uscita dall’Egitto, non sopporta il viaggio e diventa “piccolo d’animo”, incapace di guardare avanti.<br /><br /> Questa situazione descrive bene anche la nostra vita: momenti in cui siamo affaticati e provati da malattie in famiglia, difficoltà con i figli, lavori pesanti o assenti, precarietà economiche. Tutto questo ci porta a sentirci alla fine, quasi morti, e a rivolgere a Dio domande dure: “Perché ci hai fatto uscire dall’Egitto? Perché ci fai morire nel deserto?”.<br /><br /> I serpenti brucianti e la conversione del cuore<br /><br /> Il Signore, davanti a questo lamento, manda i serpenti brucianti che mordono e fanno morire. Non è uno scherzo, ma un segno forte. Subito il popolo, ferito, riconosce il peccato: “Abbiamo parlato contro di te e contro il Signore. Prega per noi”. È bastato il morso di un serpente per aprire gli occhi e spingerli a rimettersi in cammino.<br /><br /> Dio non elimina i serpenti, ma offre un antidoto: chi guarda al serpente di bronzo innalzato viene salvato. È una parabola potente: il male rimane, ma Dio dà un segno che costringe a rialzare lo sguardo, a confidare di nuovo in Lui, a ritrovare la fiducia nella sua promessa di vita. Non vuole la morte del popolo, ma donargli la Terra promessa.<br /><br /> Contempliamo la croce<br /><br /> Il serpente di bronzo diventa profezia di Cristo: la croce è il centro della festa di oggi. <br /><br /> Guardando il crocifisso cosa vediamo? <br /><br /> Prima di tutto un uomo, Gesù, morto come noi. San Paolo ai Filippesi ci ricorda che Lui, pur essendo Dio, si è fatto uomo fino a consegnarsi alla morte di croce, obbedendo al Padre.<br /><br /> Quel corpo umiliato e obbediente ci mostra il Figlio che si affida totalmente a Dio. Guardando la croce possiamo sentirci anche colpevoli: non siamo stati capaci di custodire il dono d’amore del Padre, ma abbiamo respinto e crocifisso il Figlio. Tuttavia, proprio lì si manifesta l’amore più grande: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”.<br /><br /> Sul crocifisso vediamo un uomo muto, che non risponde, che chiede solo aiuto al Padre. Questo può scandalizzare, perché è un’immagine dura. Eppure è proprio lì che si concentra la salvezza: Dio non manda il Figlio per condannare, ma per salvare. Con le braccia aperte, Cristo accoglie ciascuno, anche il peccatore più lontano.<br /><br /> Guardando il crocifisso comprendiamo che la croce non è sconfitta, ma passaggio verso la vittoria della risurrezione. È il segno che apre alla vita eterna, la via che trasforma anche le nostre difficoltà in cammino di salvezza.<br /><br /> La croce nella nostra vita quotidiana<br /><br /> Siamo circondati da crocifissi: nelle chiese, nelle case, nelle icone. Guardarli significa riconoscere in essi i crocifissi di oggi: i sofferenti, le vittime della guerra, i malati, i poveri. La croce diventa allora il segno universale in cui ogni uomo si può riconoscere, non solo nel dolore, ma soprattutto nella promessa della vita eterna.<br /><br /> Gesù innalzato attira tutti a sé: la sua morte non è la fine, ma la via per la salvezza. Per questo Paolo...]]></itunes:summary><itunes:duration>834</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di sabato settimana XXIII TO S. Andrea 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-sabato-settimana-xxiii-to-s-andrea-8-30--67745421</link><description><![CDATA[Quando ascolto le parole di Paolo a Timoteo, mi colpisce subito la sua sincerità: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori. Paolo aggiunge una cosa sorprendente: il primo dei quali sono io. Non dice “ero io”, come se fosse una realtà passata, ma “sono io”. Mi colpisce la sua consapevolezza continua di essere peccatore, di vivere nella propria piccolezza e indegnità.<br /><br /> Il dono della misericordia<br /><br /> Eppure proprio da questa sua condizione Paolo riconosce di avere ricevuto misericordia. Non perché se lo fosse meritato, non perché fosse diventato bravo, ma come dono puro, gratuito, immeritato. È la logica della grazia: Dio lo ha investito e ricoperto di misericordia proprio perché peccatore. È un regalo inaspettato, ancora più grande quando raggiunge chi si sente lontano e fragile.<br /><br /> La magnanimità di Dio<br /><br /> Paolo dice che in lui Dio ha voluto mostrare tutta la sua magnanimità. Mi fa pensare al cieco nato del Vangelo di Giovanni: non vedeva nulla, e improvvisamente gli occhi gli si aprono. Continua a dire a tutti: “Io prima non vedevo, ora ci vedo”. Così Paolo: prima era cieco, ora vede, perché è stato rivestito di misericordia.<br /><br /> Anche per noi è così. Se vogliamo essere di esempio, non basta mostrare solo le nostre opere buone. Ciò che davvero testimonia è la grandezza di Dio nella nostra vita, il Suo amore che ci ha perdonati. Io posso dire: “Guarda quanto Dio è stato grande con me, quanto mi ha amato nonostante la mia miseria”. È questa gioia che diventa testimonianza.<br /><br /> L’umiltà come via di grazia<br /><br /> Per vivere tutto questo serve un’umiltà sincera. Maria stessa lo ha riconosciuto: “Il Signore ha guardato l’umiltà della sua serva”. La sua era una piccolezza di creatura amata; la nostra invece è segnata dal peccato. Ma in entrambe le situazioni si manifesta la misericordia di Dio. Noi siamo la prova vivente della sua misericordia: il perdono che riceviamo è il frutto buono che mostra la potenza del Vangelo.<br /><br /> L’Eucaristia e la testimonianza<br /><br /> Come Paolo, anch’io posso diventare segno per gli altri. È nell’Eucaristia che rinnovo questo dono: chiedo perdono per i miei peccati, ascolto la sua Parola, ricevo Cristo stesso. Così, riempito della sua misericordia, torno a casa e al lavoro con un compito chiaro: risplendere di misericordia.<br /><br /> Vivere la giornata nella luce del Padre<br /><br /> In questa giornata che precede la Domenica, mi sento chiamato a essere testimone dell’amore infinito del Padre. Nonostante la mia fragilità, il suo perdono mi avvolge e mi rinnova. Ed è questo che posso portare agli altri: il segno concreto che la misericordia di Dio è più grande di ogni limite umano.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67745421</guid><pubDate>Sat, 13 Sep 2025 13:28:07 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67745421/imported_1757769960948270_audio.mp3" length="4965773" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Quando ascolto le parole di Paolo a Timoteo, mi colpisce subito la sua sincerità: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori. Paolo aggiunge una cosa sorprendente: il primo dei quali sono io. Non dice “ero io”, come se fosse una realtà...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Quando ascolto le parole di Paolo a Timoteo, mi colpisce subito la sua sincerità: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori. Paolo aggiunge una cosa sorprendente: il primo dei quali sono io. Non dice “ero io”, come se fosse una realtà passata, ma “sono io”. Mi colpisce la sua consapevolezza continua di essere peccatore, di vivere nella propria piccolezza e indegnità.<br /><br /> Il dono della misericordia<br /><br /> Eppure proprio da questa sua condizione Paolo riconosce di avere ricevuto misericordia. Non perché se lo fosse meritato, non perché fosse diventato bravo, ma come dono puro, gratuito, immeritato. È la logica della grazia: Dio lo ha investito e ricoperto di misericordia proprio perché peccatore. È un regalo inaspettato, ancora più grande quando raggiunge chi si sente lontano e fragile.<br /><br /> La magnanimità di Dio<br /><br /> Paolo dice che in lui Dio ha voluto mostrare tutta la sua magnanimità. Mi fa pensare al cieco nato del Vangelo di Giovanni: non vedeva nulla, e improvvisamente gli occhi gli si aprono. Continua a dire a tutti: “Io prima non vedevo, ora ci vedo”. Così Paolo: prima era cieco, ora vede, perché è stato rivestito di misericordia.<br /><br /> Anche per noi è così. Se vogliamo essere di esempio, non basta mostrare solo le nostre opere buone. Ciò che davvero testimonia è la grandezza di Dio nella nostra vita, il Suo amore che ci ha perdonati. Io posso dire: “Guarda quanto Dio è stato grande con me, quanto mi ha amato nonostante la mia miseria”. È questa gioia che diventa testimonianza.<br /><br /> L’umiltà come via di grazia<br /><br /> Per vivere tutto questo serve un’umiltà sincera. Maria stessa lo ha riconosciuto: “Il Signore ha guardato l’umiltà della sua serva”. La sua era una piccolezza di creatura amata; la nostra invece è segnata dal peccato. Ma in entrambe le situazioni si manifesta la misericordia di Dio. Noi siamo la prova vivente della sua misericordia: il perdono che riceviamo è il frutto buono che mostra la potenza del Vangelo.<br /><br /> L’Eucaristia e la testimonianza<br /><br /> Come Paolo, anch’io posso diventare segno per gli altri. È nell’Eucaristia che rinnovo questo dono: chiedo perdono per i miei peccati, ascolto la sua Parola, ricevo Cristo stesso. Così, riempito della sua misericordia, torno a casa e al lavoro con un compito chiaro: risplendere di misericordia.<br /><br /> Vivere la giornata nella luce del Padre<br /><br /> In questa giornata che precede la Domenica, mi sento chiamato a essere testimone dell’amore infinito del Padre. Nonostante la mia fragilità, il suo perdono mi avvolge e mi rinnova. 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Vuole farmi capire che andare dietro a Lui significa diventare suo discepolo.<br /><br /> La prima condizione riguarda gli affetti<br /><br /> “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle, perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. Ma cosa significa davvero? È possibile amare Gesù più dei nostri figli, più del nostro amore umano, più della nostra stessa vita? È un discorso radicale, che interpella la mia libertà e la mia pienezza.<br /><br /> Amare con libertà: l’esempio di Pier Giorgio Frassati<br /><br /> Ho riflettuto su questo anche pensando alla canonizzazione di Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis. Pier Giorgio mi ha colpito: aveva un rapporto difficile con suo padre, uomo influente e direttore de La Stampa, che voleva imporre al figlio la carriera di giornalista. Pier Giorgio invece desiderava fare l’ingegnere minerario per aiutare i poveri. Non rinnegò il padre, ma si sentì libero davanti a lui, mettendo al primo posto l’amore del Signore. Così poté vivere rapporti veri, profondi e liberanti con tante persone, tanto che al suo funerale la cattedrale di Torino si riempì di poveri che lo avevano conosciuto.<br /><br /> Questo mi fa pensare a come spesso i rapporti familiari, pur pieni d’amore, possano diventare catene o oppressioni. Anche un amore troppo grande può soffocare. Lo abbiamo visto persino in un film come Kung Fu Panda, dove il maestro, amando troppo il discepolo, finisce per rovinarlo. Gesù invece mi chiede di amare Lui sopra ogni cosa, perché solo così posso vivere relazioni libere e vere.<br /><br /> Gesù vuole discepoli liberi<br /><br /> Seguire Gesù significa diventare una persona libera. Non mi chiede di rinunciare all’amore per i miei cari, ma di viverlo in modo bello e liberato da ogni asfissia. Un amore troppo condizionato o malato non fa bene. Gesù invece mi invita: “Vuoi essere mio discepolo? Amami, e attraverso di me saprai amare bene anche gli altri”.<br /><br /> Paolo, Onesimo e la libertà vera<br /><br /> Anche San Paolo ne è un esempio. Prigioniero, in catene, anziano, eppure profondamente libero. Scrivendo a Filemone, gli rimanda Onesimo, lo schiavo fuggito, e non lo fa da autoritario, ma da uomo libero che vuole altri liberi. Non vuole che Filemone compia il bene per obbligo, ma per scelta. In Cristo si aprono vie nuove di riconciliazione e libertà.<br /><br /> La croce, via del discepolo<br /><br /> La seconda condizione che Gesù pone riguarda la croce: “Chi non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”. Le croci non mancano: rapporti difficili, malattie, situazioni che pesano. Non posso semplicemente metterle da parte, come se seguire Gesù mi dispensasse da esse. Al contrario, devo prenderle su di me e portarle dietro a Lui.<br /><br /> La croce non è un ostacolo alla sequela, ma il luogo in cui divento discepolo, perché lì Gesù cammina con me. Il suo giogo è dolce, il suo carico leggero: portiamo insieme la croce, non da soli.<br /><br /> Rinunciare ai beni per il vero compimento<br /><br /> Infine Gesù parla dei beni. Racconta due parabole: chi costruisce una torre e chi affronta una guerra. Se faccio affidamento solo su ciò che ho – denaro, famiglia, salute, successo, posizione – finirò per fallire. Sono beni che, se li considero solo miei, diventano zavorre.<br /><br /> Gesù è chiaro: “Chi non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo”. Rinunciare non significa disprezzare, ma non possedere in modo egoistico. Solo così posso davvero portare a compimento qualcosa di bello nella mia vita.<br /><br /> L’umiltà che riempie<br /><br /> Gesù mi offre una strada che sembra umile e piccola, ma in realtà è pienezza. Se non ho niente, posso contare solo su di Lui. Come Santa Teresina, che nella sua piccolezza si affidava totalmente a Cristo. Questa è la vera strategia del successo spirituale: guardare a Lui come al mio unico bene e alla mia ricchezza.<br /><br /> Solo allora, sentendomi all’ultimo posto, scoprirò che con Lui ho tutto. Non sono parole per scoraggiarmi, ma per rendermi felice.<br /><br /> Ringraziamento e invito alla sequela<br /><br /> Oggi ringrazio il Signore perché mi ricorda che il suo amore non cancella gli altri amori, ma li abbraccia e li trasfigura. Mi invita a prendere la mia croce senza paura, a rinunciare a ciò che possiedo per avere Lui come bene preziosissimo.<br /><br /> Diventare suo discepolo non è una perdita, ma la strada per essere pienamente libero, profondamente amato e davvero felice.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67665695</guid><pubDate>Sun, 07 Sep 2025 19:25:12 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67665695/imported_1757272863909304_audio.mp3" length="13522651" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Anche questa domenica il Vangelo ci sorprende, quasi ci scandalizza, come già era accaduto la settimana scorsa. Allora Gesù ci aveva detto: scegliete l’ultimo posto, ed è lì che si incontra il Signore. Oggi ripete per tre volte un’affermazione forte:...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Anche questa domenica il Vangelo ci sorprende, quasi ci scandalizza, come già era accaduto la settimana scorsa. Allora Gesù ci aveva detto: scegliete l’ultimo posto, ed è lì che si incontra il Signore. Oggi ripete per tre volte un’affermazione forte: “non può essere mio discepolo”. Gesù si rivolge alla folla che lo segue verso Gerusalemme, e con essa anche a me. Vuole farmi capire che andare dietro a Lui significa diventare suo discepolo.<br /><br /> La prima condizione riguarda gli affetti<br /><br /> “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle, perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. Ma cosa significa davvero? È possibile amare Gesù più dei nostri figli, più del nostro amore umano, più della nostra stessa vita? È un discorso radicale, che interpella la mia libertà e la mia pienezza.<br /><br /> Amare con libertà: l’esempio di Pier Giorgio Frassati<br /><br /> Ho riflettuto su questo anche pensando alla canonizzazione di Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis. Pier Giorgio mi ha colpito: aveva un rapporto difficile con suo padre, uomo influente e direttore de La Stampa, che voleva imporre al figlio la carriera di giornalista. Pier Giorgio invece desiderava fare l’ingegnere minerario per aiutare i poveri. Non rinnegò il padre, ma si sentì libero davanti a lui, mettendo al primo posto l’amore del Signore. Così poté vivere rapporti veri, profondi e liberanti con tante persone, tanto che al suo funerale la cattedrale di Torino si riempì di poveri che lo avevano conosciuto.<br /><br /> Questo mi fa pensare a come spesso i rapporti familiari, pur pieni d’amore, possano diventare catene o oppressioni. Anche un amore troppo grande può soffocare. Lo abbiamo visto persino in un film come Kung Fu Panda, dove il maestro, amando troppo il discepolo, finisce per rovinarlo. Gesù invece mi chiede di amare Lui sopra ogni cosa, perché solo così posso vivere relazioni libere e vere.<br /><br /> Gesù vuole discepoli liberi<br /><br /> Seguire Gesù significa diventare una persona libera. Non mi chiede di rinunciare all’amore per i miei cari, ma di viverlo in modo bello e liberato da ogni asfissia. Un amore troppo condizionato o malato non fa bene. Gesù invece mi invita: “Vuoi essere mio discepolo? Amami, e attraverso di me saprai amare bene anche gli altri”.<br /><br /> Paolo, Onesimo e la libertà vera<br /><br /> Anche San Paolo ne è un esempio. Prigioniero, in catene, anziano, eppure profondamente libero. Scrivendo a Filemone, gli rimanda Onesimo, lo schiavo fuggito, e non lo fa da autoritario, ma da uomo libero che vuole altri liberi. Non vuole che Filemone compia il bene per obbligo, ma per scelta. In Cristo si aprono vie nuove di riconciliazione e libertà.<br /><br /> La croce, via del discepolo<br /><br /> La seconda condizione che Gesù pone riguarda la croce: “Chi non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”. Le croci non mancano: rapporti difficili, malattie, situazioni che pesano. Non posso semplicemente metterle da parte, come se seguire Gesù mi dispensasse da esse. Al contrario, devo prenderle su di me e portarle dietro a Lui.<br /><br /> La croce non è un ostacolo alla sequela, ma il luogo in cui divento discepolo, perché lì Gesù cammina con me. Il suo giogo è dolce, il suo carico leggero: portiamo insieme la croce, non da soli.<br /><br /> Rinunciare ai beni per il vero compimento<br /><br /> Infine Gesù parla dei beni. Racconta due parabole: chi costruisce una torre e chi affronta una guerra. Se faccio affidamento solo su ciò che ho – denaro, famiglia, salute, successo, posizione – finirò per fallire. Sono beni che, se li considero solo miei, diventano zavorre.<br /><br /> Gesù è chiaro: “Chi non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo”. Rinunciare non significa disprezzare, ma non possedere in modo egoistico. Solo così posso davvero portare a compimento qualcosa di bello nella mia vita.<br /><br /> L’umiltà...]]></itunes:summary><itunes:duration>846</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia martedì XXII settimana del TO BVI ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-martedi-xxii-settimana-del-to-bvi-ore-8-30--67597157</link><description><![CDATA[Oggi ci avviciniamo alla fine della lettera ai Tessalonicesi, che abbiamo ascoltato in questi giorni. Mi colpisce molto la consapevolezza che avevano questi cristiani: Paolo dice che riguardo ai tempi e ai momenti non hanno bisogno che qualcuno scriva loro, perché sanno già tutto. Sanno che il giorno del Signore verrà come un ladro. Trovo molto bello questo aspetto, ma Paolo aggiunge anche un’altra cosa importante.<br /><br /> Sapere non basta: occorre vivere nella luce<br /><br /> Noi sappiamo già tante cose. Gesù ci ha detto parole meravigliose sul fatto che siamo figli della luce, figli del giorno, che non dormiamo come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri. Ci ha detto anche che, sia che vegliamo, sia che dormiamo, viviamo insieme con Lui, che è morto e risorto per noi. La vita cristiana, come Paolo riassume in poche righe, è una vita di luce. Eppure non basta sapere queste cose. Questa è stata la mia riflessione nella preghiera di stamattina: non basta conoscerle, dobbiamo viverle.<br /><br /> Anche il Vangelo di Giovanni, che stiamo leggendo in questi giorni, nella comunità si Sammartini e Dozza, dice che Gesù è la luce del mondo e chi lo segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita. È bellissimo, ma resta vero che non basta saperlo. Dobbiamo viverlo concretamente.<br /><br /> Una fede che si vive insieme<br /><br /> E Paolo ce lo ricorda chiaramente alla fine del brano: «Perciò confortatevi a vicenda e siate di aiuto gli uni agli altri, come già fate». Questo mi fa capire che la vita cristiana non si vive da soli, ma insieme. Noi siamo la comunità della luce, la comunità dei figli della luce. Non ci basta la teoria, dobbiamo viverla insieme.<br /><br /> Paolo usa un verbo che richiama quello dello Spirito Santo, il Paraclito: “confortatevi”, cioè state vicini, chiamatevi accanto, sostenetevi, edificatevi a vicenda. Eppure noi spesso tendiamo a vivere la fede in modo molto solitario e spirituale, ma il Vangelo è qualcosa di concreto. Oggi mi chiedo: in che modo possiamo essere di conforto gli uni agli altri nella nostra giornata? Con i familiari, i colleghi, le persone a noi care?<br /><br /> Camminare come comunità della luce<br /><br /> La vita cristiana passa da questo: camminare insieme dietro al Signore che è la luce del mondo. Siamo comunità, non individui isolati. Domenica scorsa il Vangelo ci invitava a chiamare ciechi, zoppi, storpi alla nostra mensa: chi convochiamo oggi? Perché vivere con il Signore risorto, vegliando o dormendo, significa vivere insieme nella sobrietà, nella luce e nel conforto reciproco.<br /><br /> Questo è il passaggio che Paolo voleva far fare ai Tessalonicesi, fratelli tanto cari che già sapevano tutto, ma che avevano bisogno di sperimentare insieme la bellezza della vita cristiana. Chiedo al Signore che anche noi possiamo vivere questo: essere davvero una comunità di luce.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67597157</guid><pubDate>Tue, 02 Sep 2025 15:49:29 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67597157/imported_1756827665511080_audio.mp3" length="4049188" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi ci avviciniamo alla fine della lettera ai Tessalonicesi, che abbiamo ascoltato in questi giorni. Mi colpisce molto la consapevolezza che avevano questi cristiani: Paolo dice che riguardo ai tempi e ai momenti non hanno bisogno che qualcuno scriva...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Oggi ci avviciniamo alla fine della lettera ai Tessalonicesi, che abbiamo ascoltato in questi giorni. Mi colpisce molto la consapevolezza che avevano questi cristiani: Paolo dice che riguardo ai tempi e ai momenti non hanno bisogno che qualcuno scriva loro, perché sanno già tutto. Sanno che il giorno del Signore verrà come un ladro. Trovo molto bello questo aspetto, ma Paolo aggiunge anche un’altra cosa importante.<br /><br /> Sapere non basta: occorre vivere nella luce<br /><br /> Noi sappiamo già tante cose. Gesù ci ha detto parole meravigliose sul fatto che siamo figli della luce, figli del giorno, che non dormiamo come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri. Ci ha detto anche che, sia che vegliamo, sia che dormiamo, viviamo insieme con Lui, che è morto e risorto per noi. La vita cristiana, come Paolo riassume in poche righe, è una vita di luce. Eppure non basta sapere queste cose. Questa è stata la mia riflessione nella preghiera di stamattina: non basta conoscerle, dobbiamo viverle.<br /><br /> Anche il Vangelo di Giovanni, che stiamo leggendo in questi giorni, nella comunità si Sammartini e Dozza, dice che Gesù è la luce del mondo e chi lo segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita. È bellissimo, ma resta vero che non basta saperlo. Dobbiamo viverlo concretamente.<br /><br /> Una fede che si vive insieme<br /><br /> E Paolo ce lo ricorda chiaramente alla fine del brano: «Perciò confortatevi a vicenda e siate di aiuto gli uni agli altri, come già fate». Questo mi fa capire che la vita cristiana non si vive da soli, ma insieme. Noi siamo la comunità della luce, la comunità dei figli della luce. Non ci basta la teoria, dobbiamo viverla insieme.<br /><br /> Paolo usa un verbo che richiama quello dello Spirito Santo, il Paraclito: “confortatevi”, cioè state vicini, chiamatevi accanto, sostenetevi, edificatevi a vicenda. Eppure noi spesso tendiamo a vivere la fede in modo molto solitario e spirituale, ma il Vangelo è qualcosa di concreto. Oggi mi chiedo: in che modo possiamo essere di conforto gli uni agli altri nella nostra giornata? Con i familiari, i colleghi, le persone a noi care?<br /><br /> Camminare come comunità della luce<br /><br /> La vita cristiana passa da questo: camminare insieme dietro al Signore che è la luce del mondo. Siamo comunità, non individui isolati. Domenica scorsa il Vangelo ci invitava a chiamare ciechi, zoppi, storpi alla nostra mensa: chi convochiamo oggi? Perché vivere con il Signore risorto, vegliando o dormendo, significa vivere insieme nella sobrietà, nella luce e nel conforto reciproco.<br /><br /> Questo è il passaggio che Paolo voleva far fare ai Tessalonicesi, fratelli tanto cari che già sapevano tutto, ma che avevano bisogno di sperimentare insieme la bellezza della vita cristiana. 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Da lì nasce la parabola che mi fa riflettere su me stesso: se il Signore oggi venisse nella mia vita e osservasse come mi muovo, cosa vedrebbe? Come mi comporto in sagrestia con chi mi aiuta? Come mi relaziono con i catechisti, in questi giorni in cui stiamo programmando il nuovo anno? Anche in Curia, dove sono tornato dopo l’estate e ho trovato tutto ancora un po’ fermo, quale atteggiamento ho?<br /><br /> Non si tratta solo di dove ci sediamo a un pranzo, ma della posizione che scegliamo ogni giorno: in famiglia, nel condominio, tra amici, con i colleghi. Questa parabola tocca tantissimi ambiti della nostra vita.<br /><br /> L’insegnamento dell’ultimo posto<br /><br /> Gesù parla di un banchetto di nozze e mi affascina il suo modo di rendere straordinario anche un semplice pranzo. Mi viene in mente ciò che diceva Don Giovanni: considerare il pranzo della domenica come un pranzo di nozze, con la tovaglia migliore, i tovaglioli puliti, la loliera più bella. Gesù dà un’indicazione semplice e radicale: scegli l’ultimo posto. Non il primo. Perché chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato. Due verbi forti, che ci fanno riflettere: esaltarsi è qualcosa che facciamo da soli, mentre essere esaltati da Dio è un dono.<br /><br /> Allo stesso modo, umiliarsi non è umiliarsi nel senso negativo, ma farsi piccoli davanti a Lui. Il Siracide ci invita a compiere le opere con mitezza e umiltà: è una scelta precisa. Ma non è facile, nemmeno per me.<br /><br /> San Benedetto e la radice dell’umiltà<br /><br /> Ho pensato a San Benedetto, che nella sua Regola, nel capitolo 7, parla dei dodici gradi dell’umiltà. Dice una cosa fondamentale: l’umiltà nasce dal timore di Dio, dalla consapevolezza che siamo sempre al suo cospetto. E quando lo riconosco, mi sento piccolo, ma anche amato, salvato, accompagnato. Il problema è che quando cerchiamo i primi posti ci dimentichiamo di Dio e pensiamo di dover combattere con gli altri per affermarci. Ma essere piccoli davanti al Signore significa avere un posto che Lui ci dona.<br /><br /> Fra Cristoforo: dall’orgoglio all’umiltà<br /><br /> Durante le vacanze, ascoltando I Promessi Sposi, ho riscoperto il capitolo su Fra Cristoforo: un uomo di carattere forte, che da giovane, accecato dall’orgoglio, arriva a uccidere. Questo dimostra fin dove ci può portare la ricerca del primo posto. Ma la sua conversione è straordinaria: diventa cappuccino, chiede perdono, e quell’abbassarsi porta alla pace, all’abbraccio. La strada dell’umiltà diventa la sua salvezza, e proprio così può aiutare Renzo e Lucia. Per lui, uomo impulsivo, l’umiltà è stata redenzione, ed è la stessa strada che anche noi possiamo percorrere.<br /><br /> Nell’ultimo posto, dice Gesù, arriva il padrone che ci dice: “Amico, vieni più avanti”. Che bello! Lì incontriamo il Signore. Al contrario, chi prende il primo posto e poi deve retrocedere all’ultimo, resta in un’amara solitudine. Gesù stesso ha scelto sempre l’ultimo posto, fino alla croce: il posto più estremo.<br /><br /> Il senso della seconda parabola: invitare i poveri<br /><br /> La seconda indicazione di Gesù è sorprendente: non invitare amici, parenti o ricchi, ma poveri, storpi, ciechi. Non è un discorso letterale – non significa andare fuori a cercare qualcuno a caso – ma imparare a fare spazio nella nostra vita a chi è bisognoso, chi ci mette a disagio, chi chiede aiuto con urgenza. Questi poveri sono già presenti nella nostra vita: familiari, persone vicine che hanno bisogno. Invitarli significa avere un cuore che ama senza calcoli: non “ti aiuto così tu ricambi”, ma “ti aiuto perché sei stanco, perché hai bisogno”.<br /><br /> Come dice un esempio: pulire la cucina non per ricevere qualcosa in cambio, ma perché vedo la fatica dell’altro. È fermarsi con chi cammina piano, andare al suo passo, ascoltarlo. Gesù ci invita a chiederci: qual è la mia cecità, la mia zoppia? Dove io stesso ho bisogno che qualcuno mi faccia posto? Io ho la grazia di vivere con fratelli che sono campioni di carità, che ogni giorno mi testimoniano questo amore concreto.<br /><br /> Santa Teresina<br /><br /> Mi viene in mente anche Santa Teresina, che leggendo questo passo pensava: “Come posso invitare poveri e storpi nel mio Carmelo?” (MA324). Si accorge che sono le consorelle stesse, anche quelle più difficili, come suor San Pietro, con cui fa fatica ma sceglie di essere gentile. Poi dice: “Non solo con lei, ma con tutte”. È questo lo spirito: accogliere chi ci è vicino, anche se è complicato.<br /><br /> Esperienze personali: il matrimonio e l’incontro inaspettato<br /><br /> Ieri ho celebrato un matrimonio bellissimo di due ragazzi che si sono preparati con noi, e abbiamo battezzato il loro bambino, Gabriele. Alla fine della celebrazione, mi si avvicina un signore che chiedeva soldi e poi un passaggio per Bologna. Non è stato un incontro cercato, ma in quei 15-20 minuti di viaggio lui mi ha raccontato della sua vita, della fatica di dover chiedere, della perdita di dignità. Per me è stato un incontro prezioso, una ricchezza. È proprio questo che intende Gesù: fare posto agli altri, anche quando capita in modo inatteso.<br /><br /> La messa alla Lercaro: un incontro che insegna<br /><br /> Martedì scorso ho celebrato la messa alla Casa di riposo Lercaro e lì ho vissuto un’esperienza che mi ha toccato profondamente. C’era un nuovo malato, un uomo più o meno della mia età, non anziano. Patrizia, che organizza sempre la messa, ci aveva raccontato qualcosa di lui: aveva avuto un incidente in moto ed era rimasto praticamente paralizzato. Durante la celebrazione era molto attento, partecipava con una presenza viva, e a un certo punto ha cominciato a piangere. Sorrideva, eppure non ha potuto fare la comunione perché la paralisi non gli permette di deglutire.<br /><br /> Questo incontro mi ha lasciato senza parole: mi sono sentito profondamente interpellato. Io che magari avevo già detto un’altra messa quel giorno, in modo forse un po’ superficiale, mi sono trovato davanti a quest’uomo che, nella sua condizione di storpio, partecipa con un’intensità incredibile. Mi sono detto: “Andrea, questo è colui che ti deve insegnare come si celebra l’Eucaristia”. Altro che i grandi pontificali in Vaticano: anche quelli sono belli, ma questa esperienza è stata una lezione viva. Quando ci mettiamo vicino a chi soffre, quando abbiamo la grazia di condividere la fede con loro, lì incontriamo davvero il Signore.<br /><br /> L’invito di Gesù: scegliere e fare posto<br /><br /> Questo incontro mi ha fatto riflettere anche sul nostro modo di vivere come comunità, come famiglie, come persone insieme. La lettera agli Ebrei oggi ci ricorda che non ci siamo accostati a un monte pieno di nuvole, fuoco e tuoni, ma a un’assemblea festosa, alla Gerusalemme celeste. E non è qualcosa che dobbiamo aspettare di vivere solo in paradiso: possiamo sperimentarlo già qui, oggi.<br /><br /> Gesù ci invita a due atteggiamenti concreti: scegliere l’ultimo posto e fare posto alle persone bisognose. Se viviamo così, saremo accolti e partecipi del suo banchetto di nozze. È lì che incontriamo la vera gioia: non nel primeggiare, ma nell’abbassarci; non nel chiudere spazi, ma nell’aprirli agli altri. In questo modo, il banchetto del cielo comincia già ora, nella nostra vita di tutti i giorni.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67572343</guid><pubDate>Sun, 31 Aug 2025 15:53:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67572343/imported_1756655210921661_audio.mp3" length="16999235" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mi colpisce sempre come Gesù sappia trarre insegnamenti profondi da situazioni quotidiane, anche dalle più semplici. In questo Vangelo, approfitta di un pranzo per raccontare una parabola che diventa una lezione per la nostra vita. Era stato invitato...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mi colpisce sempre come Gesù sappia trarre insegnamenti profondi da situazioni quotidiane, anche dalle più semplici. In questo Vangelo, approfitta di un pranzo per raccontare una parabola che diventa una lezione per la nostra vita. Era stato invitato da un capo dei farisei e osservava come le persone si sceglievano i posti a tavola. Da lì nasce la parabola che mi fa riflettere su me stesso: se il Signore oggi venisse nella mia vita e osservasse come mi muovo, cosa vedrebbe? Come mi comporto in sagrestia con chi mi aiuta? Come mi relaziono con i catechisti, in questi giorni in cui stiamo programmando il nuovo anno? Anche in Curia, dove sono tornato dopo l’estate e ho trovato tutto ancora un po’ fermo, quale atteggiamento ho?<br /><br /> Non si tratta solo di dove ci sediamo a un pranzo, ma della posizione che scegliamo ogni giorno: in famiglia, nel condominio, tra amici, con i colleghi. Questa parabola tocca tantissimi ambiti della nostra vita.<br /><br /> L’insegnamento dell’ultimo posto<br /><br /> Gesù parla di un banchetto di nozze e mi affascina il suo modo di rendere straordinario anche un semplice pranzo. Mi viene in mente ciò che diceva Don Giovanni: considerare il pranzo della domenica come un pranzo di nozze, con la tovaglia migliore, i tovaglioli puliti, la loliera più bella. Gesù dà un’indicazione semplice e radicale: scegli l’ultimo posto. Non il primo. Perché chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato. Due verbi forti, che ci fanno riflettere: esaltarsi è qualcosa che facciamo da soli, mentre essere esaltati da Dio è un dono.<br /><br /> Allo stesso modo, umiliarsi non è umiliarsi nel senso negativo, ma farsi piccoli davanti a Lui. Il Siracide ci invita a compiere le opere con mitezza e umiltà: è una scelta precisa. Ma non è facile, nemmeno per me.<br /><br /> San Benedetto e la radice dell’umiltà<br /><br /> Ho pensato a San Benedetto, che nella sua Regola, nel capitolo 7, parla dei dodici gradi dell’umiltà. Dice una cosa fondamentale: l’umiltà nasce dal timore di Dio, dalla consapevolezza che siamo sempre al suo cospetto. E quando lo riconosco, mi sento piccolo, ma anche amato, salvato, accompagnato. Il problema è che quando cerchiamo i primi posti ci dimentichiamo di Dio e pensiamo di dover combattere con gli altri per affermarci. Ma essere piccoli davanti al Signore significa avere un posto che Lui ci dona.<br /><br /> Fra Cristoforo: dall’orgoglio all’umiltà<br /><br /> Durante le vacanze, ascoltando I Promessi Sposi, ho riscoperto il capitolo su Fra Cristoforo: un uomo di carattere forte, che da giovane, accecato dall’orgoglio, arriva a uccidere. Questo dimostra fin dove ci può portare la ricerca del primo posto. Ma la sua conversione è straordinaria: diventa cappuccino, chiede perdono, e quell’abbassarsi porta alla pace, all’abbraccio. La strada dell’umiltà diventa la sua salvezza, e proprio così può aiutare Renzo e Lucia. Per lui, uomo impulsivo, l’umiltà è stata redenzione, ed è la stessa strada che anche noi possiamo percorrere.<br /><br /> Nell’ultimo posto, dice Gesù, arriva il padrone che ci dice: “Amico, vieni più avanti”. Che bello! Lì incontriamo il Signore. Al contrario, chi prende il primo posto e poi deve retrocedere all’ultimo, resta in un’amara solitudine. Gesù stesso ha scelto sempre l’ultimo posto, fino alla croce: il posto più estremo.<br /><br /> Il senso della seconda parabola: invitare i poveri<br /><br /> La seconda indicazione di Gesù è sorprendente: non invitare amici, parenti o ricchi, ma poveri, storpi, ciechi. Non è un discorso letterale – non significa andare fuori a cercare qualcuno a caso – ma imparare a fare spazio nella nostra vita a chi è bisognoso, chi ci mette a disagio, chi chiede aiuto con urgenza. Questi poveri sono già presenti nella nostra vita: familiari, persone vicine che hanno bisogno. Invitarli significa avere un cuore che ama senza calcoli: non “ti aiuto così tu ricambi”, ma “ti aiuto perché sei stanco, perché hai bisogno”.<br /><br /> Come...]]></itunes:summary><itunes:duration>1063</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia matrimonio Luca Pancea e Lucia Dedomenici a Minerbio</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-matrimonio-luca-pancea-e-lucia-dedomenici-a-minerbio--67562466</link><description><![CDATA[Dalle letture che abbiamo ascoltato, mi è sembrato molto evidente un aspetto fondamentale: tutto quello che Lucia e Luca hanno vissuto fino ad oggi – il loro volersi bene, il loro incontro, il conoscersi e il donarsi reciprocamente – trova un riflesso chiaro nella Parola di Dio. Anche il frutto del loro amore, il piccolo Gabriele, che è già entrato nel cuore di tutti noi, è parte di questa meravigliosa storia.<br /><br /> Questa vita bella che vivono non è solo bella di per sé, ma è descritta, quasi esplicitata, nello stesso linguaggio che Dio usa per parlare della relazione con il suo popolo. <br /><br /> Avete sentito il profeta Osea nella prima lettura? Il Signore dice: «La sedurrò, la condurrò nel deserto, parlerò al suo cuore... mi chiamerà marito mio, non padrone». È impressionante vedere come Dio, per parlare del suo rapporto con noi, usa le stesse parole, gli stessi gesti che noi utilizziamo per raccontare l’amore tra un uomo e una donna. E questo oggi lo vediamo realizzato in Lucia e Luca.<br /><br /> L’amore di Dio non è facile, ma è fedele<br /><br /> Sappiamo bene che il rapporto tra Dio e il suo popolo non è semplice: non sono tutte rose e fiori. Il popolo spesso si allontana, non ascolta, tradisce, si dimentica di Lui, corre dietro ad altri dèi. Eppure, Dio continua a usare il linguaggio dell’amore sponsale per parlare di sé e del suo popolo. Questo significa che il cuore stesso di Dio, il fondamento del suo essere con noi, è l’amore.<br /><br /> Lo dice chiaramente la prima lettera di Giovanni: «Amiamoci gli uni gli altri, perché Dio è amore». Dio non è un padrone, non è lontano: è amore. E potremmo dire che Lucia e Luca, scoprendosi a vicenda, non solo hanno trovato l’uno l’altra, ma hanno fatto un’esperienza di Dio. Perché amandosi, hanno potuto dire: “Ma allora Dio è così!”.<br /><br /> Il profeta Osea dice: «Tu sarai mia sposa e conoscerai il Signore». È proprio amando che conosciamo Dio. Non è solo una conseguenza teorica – “siccome Dio è amore, allora amatevi” – ma accade il contrario: amandoci, scopriamo Dio. È per questo che oggi Lucia e Luca vengono qui a consacrare il loro amore davanti a Lui: perché hanno iniziato un cammino di scoperta e vogliono viverlo per tutta la vita. Questa giornata non è un traguardo, ma una tappa: ogni giorno dovranno crescere in questa consapevolezza che l’amore che li unisce è immagine dell’amore di Dio.<br /><br /> L’amore si deve manifestare<br /><br /> C’è un altro punto molto bello: l’amore non può restare nascosto. L’apostolo Giovanni ci ricorda che «in questo si è manifestato l’amore di Dio: Egli ha mandato il suo Figlio nel mondo». L’amore di Dio non è qualcosa di astratto, di filosofico: è concreto, visibile. Dio ha sempre agito nella storia, ha liberato il suo popolo, l’ha salvato, fino al culmine quando ha mandato suo Figlio. E il Figlio ha dato la vita per noi, morendo sulla croce: la più grande manifestazione dell’amore di Dio per noi peccatori.<br /><br /> Perché dico questo? Perché oggi, scegliendo di celebrare il vostro matrimonio davanti a Dio e davanti a tutti noi, voi rendete visibile l’amore di Dio. È una manifestazione chiara, concreta, che vi affida anche una responsabilità: nel vostro amarvi dovrete continuare a rendere presente e visibile l’amore di Dio. Non un amore qualunque, ma quello stesso amore per il quale Cristo ha dato la vita.<br /><br /> Ogni vostro gesto – uno sguardo, una parola, una decisione, il modo di crescere Gabriele, il modo di essere tra gli amici – dovrà parlare di questo amore grande. Perché Dio si serve di voi, come si è servito dei vostri genitori, dei vostri amici, per continuare a comunicare il suo amore al mondo. E ancora l’apostolo Giovanni lo dice chiaramente: «Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di Lui è perfetto in noi». Che meraviglia!<br /><br /> Una testimonianza luminosa per tutti noi<br /><br /> Non è solo un conoscere Dio nel vostro amore, ma anche un renderlo visibile. E per questo ringraziamo il Signore oggi: perché attraverso di voi possiamo vedere l’amore di Dio che si manifesta. Lo vediamo nella vostra gioia di oggi, ma lo vedremo anche domani, tra dieci, cinquanta anni, ogni giorno che Dio vi donerà. Ogni istante del vostro amore sarà un riflesso di Dio, in attesa di incontrarlo faccia a faccia.<br /><br /> Il Vangelo ci ricorda che questo dono è grande e va custodito: «L’uomo non separi ciò che Dio ha unito». Non solo voi, ma tutti noi abbiamo la responsabilità di custodire questa immagine, questa testimonianza, questa manifestazione dell’amore di Dio che vediamo oggi in voi. Lo faremo insieme, sicuri che il Signore vi accompagna sempre, perché Lui è con voi, oggi e per sempre. E per questo lo ringraziamo di cuore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67562466</guid><pubDate>Sat, 30 Aug 2025 15:14:43 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67562466/imported_1756566440616589_audio.mp3" length="8882468" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Dalle letture che abbiamo ascoltato, mi è sembrato molto evidente un aspetto fondamentale: tutto quello che Lucia e Luca hanno vissuto fino ad oggi – il loro volersi bene, il loro incontro, il conoscersi e il donarsi reciprocamente – trova un riflesso...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Dalle letture che abbiamo ascoltato, mi è sembrato molto evidente un aspetto fondamentale: tutto quello che Lucia e Luca hanno vissuto fino ad oggi – il loro volersi bene, il loro incontro, il conoscersi e il donarsi reciprocamente – trova un riflesso chiaro nella Parola di Dio. 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Eppure, Dio continua a usare il linguaggio dell’amore sponsale per parlare di sé e del suo popolo. Questo significa che il cuore stesso di Dio, il fondamento del suo essere con noi, è l’amore.<br /><br /> Lo dice chiaramente la prima lettera di Giovanni: «Amiamoci gli uni gli altri, perché Dio è amore». Dio non è un padrone, non è lontano: è amore. E potremmo dire che Lucia e Luca, scoprendosi a vicenda, non solo hanno trovato l’uno l’altra, ma hanno fatto un’esperienza di Dio. Perché amandosi, hanno potuto dire: “Ma allora Dio è così!”.<br /><br /> Il profeta Osea dice: «Tu sarai mia sposa e conoscerai il Signore». È proprio amando che conosciamo Dio. Non è solo una conseguenza teorica – “siccome Dio è amore, allora amatevi” – ma accade il contrario: amandoci, scopriamo Dio. È per questo che oggi Lucia e Luca vengono qui a consacrare il loro amore davanti a Lui: perché hanno iniziato un cammino di scoperta e vogliono viverlo per tutta la vita. Questa giornata non è un traguardo, ma una tappa: ogni giorno dovranno crescere in questa consapevolezza che l’amore che li unisce è immagine dell’amore di Dio.<br /><br /> L’amore si deve manifestare<br /><br /> C’è un altro punto molto bello: l’amore non può restare nascosto. L’apostolo Giovanni ci ricorda che «in questo si è manifestato l’amore di Dio: Egli ha mandato il suo Figlio nel mondo». L’amore di Dio non è qualcosa di astratto, di filosofico: è concreto, visibile. Dio ha sempre agito nella storia, ha liberato il suo popolo, l’ha salvato, fino al culmine quando ha mandato suo Figlio. E il Figlio ha dato la vita per noi, morendo sulla croce: la più grande manifestazione dell’amore di Dio per noi peccatori.<br /><br /> Perché dico questo? Perché oggi, scegliendo di celebrare il vostro matrimonio davanti a Dio e davanti a tutti noi, voi rendete visibile l’amore di Dio. È una manifestazione chiara, concreta, che vi affida anche una responsabilità: nel vostro amarvi dovrete continuare a rendere presente e visibile l’amore di Dio. Non un amore qualunque, ma quello stesso amore per il quale Cristo ha dato la vita.<br /><br /> Ogni vostro gesto – uno sguardo, una parola, una decisione, il modo di crescere Gabriele, il modo di essere tra gli amici – dovrà parlare di questo amore grande. Perché Dio si serve di voi, come si è servito dei vostri genitori, dei vostri amici, per continuare a comunicare il suo amore al mondo. E ancora l’apostolo Giovanni lo dice chiaramente: «Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di Lui è perfetto in noi». Che meraviglia!<br /><br /> Una testimonianza luminosa per tutti noi<br /><br /> Non è solo un conoscere Dio nel vostro amore, ma anche un renderlo visibile. 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Mi colpisce soprattutto il versetto in cui dice: “Rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che vi abbiamo annunciato, l’avete accolta non come parola di uomini ma, quale è veramente, come parola di Dio che opera in voi credenti.”<br /> È straordinario: Paolo si rende conto che, annunciando il Vangelo, i Tessalonicesi hanno riconosciuto le sue parole non come semplici discorsi umani, ma come Parola di Dio.<br /><br /> Una Parola diversa da tutte le altre<br /><br /> Paolo sa parlare bene, è un grande predicatore, e nei giorni scorsi abbiamo visto come si sia presentato con dolcezza, come una madre che si prende cura dei figli. Ma oggi sottolinea qualcosa di più: la parola che io vi ho detto, l’avete accolta come Parola di Dio.<br /> Questo mi fa riflettere: ogni volta che ascoltiamo il Vangelo, non ascoltiamo parole qualunque, non è un libro come gli altri. Non è solo un bel racconto, come può essere un romanzo. In questi giorni sto riascoltando in macchina I Promessi Sposi – una storia bellissima, avvincente, con intrecci e personaggi affascinanti, ora sono arrivato alla monaca di Monza. Ma, per quanto bella, non è Parola di Dio. La Parola di Dio è diversa, ha una forza particolare, è viva.<br /><br /> Una Parola che opera<br /><br /> Paolo dice una cosa fondamentale: la Parola di Dio opera in voi, credenti. Non è una parola che ci lascia indifferenti: agisce, produce un effetto, trasforma. Ma in che modo?<br /><br /> Mi vengono in mente tante immagini del Vangelo: la parabola del seminatore, ad esempio. Quando il seme cade su un terreno buono, porta frutto. Così è la Parola accolta come hanno fatto i Tessalonicesi: diventa un seme che, se custodito, cresce e trasforma la nostra vita.<br /><br /> La Bibbia ci offre altre immagini bellissime: la Parola è come un fuoco – dice Geremia – “nel mio cuore come un fuoco ardente”. È una fiamma che scalda, consola, illumina, incoraggia. Oppure è come una spada – dice la Lettera agli Ebrei – che penetra fino in fondo, facendo chiarezza, separando ciò che ci fa male da ciò che ci fa vivere, aiutandoci a restare fedeli al Signore.<br /><br /> Accogliere la Parola con fede<br /><br /> C’è però una condizione: Paolo dice “opera in voi credenti”. La Parola agisce se la accogliamo con fede, come dono di Dio per noi. E quando lo facciamo, capita spesso di dire: “Questa parola parla proprio al mio cuore!”. È un’esperienza bellissima, che ci fa sentire che Dio ci sta parlando oggi, personalmente.<br /><br /> Accogliere la Parola come un dono significa lasciarsi guidare da essa nelle difficoltà, nella paura, nello sconforto, quando non sappiamo come vivere concretamente il Vangelo. È allora che ci aiuta: opera dentro di noi, ci trasforma, ci rende simili a Gesù.<br /><br /> Una Parola che fa risorgere<br /><br /> La Parola opera in noi la morte e la risurrezione: ci aiuta a morire alle cose che ci imprigionano per risorgere con Cristo. Ogni volta che accogliamo la Parola, nel nostro cuore si rinnova la stessa vita nuova di Gesù risorto.<br /><br /> Ecco la forza del dono di Dio: la sua Parola non torna mai a Lui senza aver portato frutto, come dice il profeta Isaia. Anche se non è sempre il frutto che ci aspettiamo, perché i nostri pensieri non sono i Suoi pensieri.<br /><br /> La gratitudine per questo dono<br /><br /> Per questo ringraziamo il Signore: come i Tessalonicesi, anche noi vogliamo accogliere ogni giorno la sua Parola come un dono grande. È una Parola che opera, ci rinnova e ci fa vivere la Pasqua del Signore nella nostra vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67532883</guid><pubDate>Wed, 27 Aug 2025 17:35:18 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67532883/imported_1756316039879454_audio.mp3" length="6482964" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Prendo spunto dalla lettera ai Tessalonicesi, dove Paolo parla del suo rapporto con questa comunità: un rapporto fraterno, schietto e bello. Mi colpisce soprattutto il versetto in cui dice: “Rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Prendo spunto dalla lettera ai Tessalonicesi, dove Paolo parla del suo rapporto con questa comunità: un rapporto fraterno, schietto e bello. 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In questi giorni sto riascoltando in macchina I Promessi Sposi – una storia bellissima, avvincente, con intrecci e personaggi affascinanti, ora sono arrivato alla monaca di Monza. Ma, per quanto bella, non è Parola di Dio. La Parola di Dio è diversa, ha una forza particolare, è viva.<br /><br /> Una Parola che opera<br /><br /> Paolo dice una cosa fondamentale: la Parola di Dio opera in voi, credenti. Non è una parola che ci lascia indifferenti: agisce, produce un effetto, trasforma. Ma in che modo?<br /><br /> Mi vengono in mente tante immagini del Vangelo: la parabola del seminatore, ad esempio. Quando il seme cade su un terreno buono, porta frutto. Così è la Parola accolta come hanno fatto i Tessalonicesi: diventa un seme che, se custodito, cresce e trasforma la nostra vita.<br /><br /> La Bibbia ci offre altre immagini bellissime: la Parola è come un fuoco – dice Geremia – “nel mio cuore come un fuoco ardente”. È una fiamma che scalda, consola, illumina, incoraggia. Oppure è come una spada – dice la Lettera agli Ebrei – che penetra fino in fondo, facendo chiarezza, separando ciò che ci fa male da ciò che ci fa vivere, aiutandoci a restare fedeli al Signore.<br /><br /> Accogliere la Parola con fede<br /><br /> C’è però una condizione: Paolo dice “opera in voi credenti”. La Parola agisce se la accogliamo con fede, come dono di Dio per noi. E quando lo facciamo, capita spesso di dire: “Questa parola parla proprio al mio cuore!”. È un’esperienza bellissima, che ci fa sentire che Dio ci sta parlando oggi, personalmente.<br /><br /> Accogliere la Parola come un dono significa lasciarsi guidare da essa nelle difficoltà, nella paura, nello sconforto, quando non sappiamo come vivere concretamente il Vangelo. È allora che ci aiuta: opera dentro di noi, ci trasforma, ci rende simili a Gesù.<br /><br /> Una Parola che fa risorgere<br /><br /> La Parola opera in noi la morte e la risurrezione: ci aiuta a morire alle cose che ci imprigionano per risorgere con Cristo. Ogni volta che accogliamo la Parola, nel nostro cuore si rinnova la stessa vita nuova di Gesù risorto.<br /><br /> Ecco la forza del dono di Dio: la sua Parola non torna mai a Lui senza aver portato frutto, come dice il profeta Isaia. Anche se non è sempre il frutto che ci aspettiamo, perché i nostri pensieri non sono i Suoi pensieri.<br /><br /> La gratitudine per questo dono<br /><br /> Per questo ringraziamo il Signore: come i Tessalonicesi, anche noi vogliamo accogliere ogni giorno la sua Parola come un dono grande. 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Qui, in questa casa che ci accoglie, la casa di riposo intitolata al Cardinal Lercaro, Paolo ci ricorda che l’annuncio nasce anche dalle difficoltà.<br /><br /> Lui stesso racconta di essere stato a Filippi, dove ha subito tanti oltraggi, accuse, fino a dover fuggire. Nonostante queste lotte, è arrivato a Tessalonica per annunciare il Vangelo. Quei problemi non sono stati un ostacolo, ma uno stimolo. Allora mi chiedo: anche noi, che forse avremmo tanti motivi per fermarci, non dovremmo piuttosto considerare queste situazioni come un invito ad annunciare il Vangelo?<br /><br /> L’annuncio senza secondi fini<br /><br /> Un’altra cosa importante che Paolo dice è che non lo ha fatto per interesse. Non è venuto per approfittare dell’accoglienza, per guadagnarci o per ricevere adulazioni. Non lo ha fatto nemmeno per sentirsi glorificato. Il suo unico sguardo è rivolto a Dio, non agli uomini.<br /><br /> Questo è bellissimo: Paolo agisce con totale generosità, senza calcolare il tornaconto. Anche noi dobbiamo ricordarlo: siamo sempre sotto lo sguardo di Dio, e non dobbiamo cercare approvazione o vantaggi personali.<br /><br /> Amorevolezza e cura: lo stile dell’annuncio<br /><br /> La terza cosa che Paolo sottolinea è stupenda: dice “siamo stati amorevoli in mezzo a voi”. In un’altra traduzione potrebbe essere “siamo diventati come bambini in mezzo a voi”, cioè pieni di tenerezza, bisognosi di affetto e protezione. Paolo aggiunge un’immagine ancora più forte: “come una madre che ha cura dei propri figli”.<br /><br /> Immagino Paolo, il grande predicatore del Mediterraneo, che va tra la gente con questa delicatezza: si sente come un bambino che chiede accoglienza e come una madre che si prende cura dei suoi figli. Non solo ha voluto dare il Vangelo, ma la sua stessa vita. Dice: “Affezionati a voi, avremmo voluto donarvi tutto”. Che affetto incredibile!<br /><br /> Questo ci riguarda tutti. Anche se viviamo momenti di solitudine, caratteri diversi, problemi, possiamo essere come Paolo: annunciatori del Vangelo con amorevolezza. Questo significa ascoltare chi ci sta vicino, dare una carezza, incoraggiare. Paolo, pur essendo un grande studioso, ci insegna che il Vangelo si gioca qui: nell’amore concreto.<br /><br /> Vivere da fratelli: la vera forza del Vangelo<br /><br /> Questo stile non vale solo nell’annuncio, ma in ogni ambito: nel lavoro, nel servizio, in famiglia, tra ospiti. Il Vangelo si diffonde così: senza secondi fini, vivendo come fratelli, semplicemente stando bene insieme. È una vita che possiamo non solo condividere, ma anche goderci.<br /><br /> Questo è ciò che ha vissuto anche la grande santa palestinese di cui parlavamo all’inizio. Chiediamo al Signore la forza di volerci bene, come una madre ama un figlio e come fratelli si vogliono bene.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67522192</guid><pubDate>Tue, 26 Aug 2025 20:55:04 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67522192/imported_175624140087105_audio.mp3" length="5439320" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mi soffermo sulla prima lettura perché Paolo ci apre il cuore e ci fa capire il suo atteggiamento verso i Tessalonicesi. Lo fa per insegnarci che anche noi non solo possiamo, ma dobbiamo essere annunciatori del Vangelo, ciascuno nella propria...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mi soffermo sulla prima lettura perché Paolo ci apre il cuore e ci fa capire il suo atteggiamento verso i Tessalonicesi. Lo fa per insegnarci che anche noi non solo possiamo, ma dobbiamo essere annunciatori del Vangelo, ciascuno nella propria situazione. Qui, in questa casa che ci accoglie, la casa di riposo intitolata al Cardinal Lercaro, Paolo ci ricorda che l’annuncio nasce anche dalle difficoltà.<br /><br /> Lui stesso racconta di essere stato a Filippi, dove ha subito tanti oltraggi, accuse, fino a dover fuggire. Nonostante queste lotte, è arrivato a Tessalonica per annunciare il Vangelo. Quei problemi non sono stati un ostacolo, ma uno stimolo. Allora mi chiedo: anche noi, che forse avremmo tanti motivi per fermarci, non dovremmo piuttosto considerare queste situazioni come un invito ad annunciare il Vangelo?<br /><br /> L’annuncio senza secondi fini<br /><br /> Un’altra cosa importante che Paolo dice è che non lo ha fatto per interesse. Non è venuto per approfittare dell’accoglienza, per guadagnarci o per ricevere adulazioni. Non lo ha fatto nemmeno per sentirsi glorificato. Il suo unico sguardo è rivolto a Dio, non agli uomini.<br /><br /> Questo è bellissimo: Paolo agisce con totale generosità, senza calcolare il tornaconto. Anche noi dobbiamo ricordarlo: siamo sempre sotto lo sguardo di Dio, e non dobbiamo cercare approvazione o vantaggi personali.<br /><br /> Amorevolezza e cura: lo stile dell’annuncio<br /><br /> La terza cosa che Paolo sottolinea è stupenda: dice “siamo stati amorevoli in mezzo a voi”. In un’altra traduzione potrebbe essere “siamo diventati come bambini in mezzo a voi”, cioè pieni di tenerezza, bisognosi di affetto e protezione. Paolo aggiunge un’immagine ancora più forte: “come una madre che ha cura dei propri figli”.<br /><br /> Immagino Paolo, il grande predicatore del Mediterraneo, che va tra la gente con questa delicatezza: si sente come un bambino che chiede accoglienza e come una madre che si prende cura dei suoi figli. Non solo ha voluto dare il Vangelo, ma la sua stessa vita. Dice: “Affezionati a voi, avremmo voluto donarvi tutto”. Che affetto incredibile!<br /><br /> Questo ci riguarda tutti. Anche se viviamo momenti di solitudine, caratteri diversi, problemi, possiamo essere come Paolo: annunciatori del Vangelo con amorevolezza. Questo significa ascoltare chi ci sta vicino, dare una carezza, incoraggiare. Paolo, pur essendo un grande studioso, ci insegna che il Vangelo si gioca qui: nell’amore concreto.<br /><br /> Vivere da fratelli: la vera forza del Vangelo<br /><br /> Questo stile non vale solo nell’annuncio, ma in ogni ambito: nel lavoro, nel servizio, in famiglia, tra ospiti. Il Vangelo si diffonde così: senza secondi fini, vivendo come fratelli, semplicemente stando bene insieme. È una vita che possiamo non solo condividere, ma anche goderci.<br /><br /> Questo è ciò che ha vissuto anche la grande santa palestinese di cui parlavamo all’inizio. Chiediamo al Signore la forza di volerci bene, come una madre ama un figlio e come fratelli si vogliono bene.]]></itunes:summary><itunes:duration>340</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di lunedì della XXI settimana del TO C BVI ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-lunedi-della-xxi-settimana-del-to-c-bvi-ore-8-30--67502948</link><description><![CDATA[Prendo spunto dalla prima lettera ai Tessalonicesi perché il Vangelo che abbiamo ascoltato oggi è piuttosto severo, mentre questa lettera ha un tono molto bello, adatto per l’inizio del vostro campo itinerante. Paolo, insieme a Silvano e Timoteo, comincia ringraziando Dio per i Tessalonicesi: questo ringraziamento è come un’eucaristia.<br /><br /> Il Ringraziamento di Paolo: Fede, Carità e Speranza<br /><br /> Perché li ringrazia? Per la loro testimonianza: Paolo dice che li ricorda nelle preghiere, pensando all’operosità della loro fede, alla fatica della loro carità e alla fermezza della loro speranza in Gesù Cristo. Mi soffermo su queste tre dimensioni, che sono fondamentali.<br /><br /> I Tessalonicesi mostrano queste virtù fin dall’inizio, appena Paolo annuncia loro il Vangelo. Tessalonica, oggi nel nord della Grecia vicino alla Macedonia, è una delle prime città che Paolo raggiunge. E subito questi cristiani si mettono all’opera mostrando fede, carità e speranza.<br /><br /> L’Operosità della Fede<br /><br /> Paolo non dice semplicemente “la vostra fede”, ma parla dell’“opera della fede”. Non è una cosa astratta: la fede deve tradursi in azioni concrete. Le nostre opere devono essere secondo la fede in Gesù Cristo. Questo colpisce Paolo, che dice di ricordarsi proprio dell’opera della fede che ha visto in loro.<br /><br /> La Fatica dell’Amore<br /><br /> Poi parla della “fatica della carità”. L’amore è la cosa più bella che possiamo vivere, ma non è sempre facile: porta con sé una fatica. È la stessa fatica che Gesù ha vissuto, quella di dare la vita fino alla croce. Amare significa spendersi, offrire, donare se stessi.<br /><br /> La Fermezza della Speranza<br /><br /> Infine, Paolo ricorda la “fermezza della speranza”. Anche la speranza richiede resistenza, soprattutto nei momenti difficili, quando non abbiamo altro che sperare. È allora che dobbiamo rimanere saldi, custodendo questa speranza.<br /><br /> Un Parallelo con il Nostro Cammino<br /><br /> Queste parole mi fanno sorridere pensando alla nostra Eucaristia e al vostro cammino: fatica, resistenza, opera… sono proprio le cose che vivrete nei prossimi giorni. Saranno giorni belli se vi aiuterete a volervi bene anche nella fatica, a sperare nel Signore e a rafforzare la vostra fede in Gesù. Questo è un compito quotidiano per tutti, ma ancora di più in un tempo dedicato come questo campo.<br /><br /> La Testimonianza che Contagia<br /><br /> Paolo dice che i Tessalonicesi sono diventati un esempio per tutta la Grecia: tutti parlano di loro, non c’è nemmeno bisogno che vadano ad annunciare, perché la loro vita è contagiosa. Questo li porta anche a conversione, ad abbandonare gli idoli, tutto ciò che non è il Signore e che distrae dal Vangelo.<br /><br /> Un’Occasione di Conversione per Noi<br /><br /> Anche il vostro cammino può essere un’occasione di conversione: rimettere il cuore, le amicizie, le energie verso il Signore e verso ciò che Lui ha preparato per voi. Affidiamoci a Paolo, Silvano, Timoteo e ai Tessalonicesi perché anche noi possiamo vivere fede, carità e speranza in questi giorni.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67502948</guid><pubDate>Mon, 25 Aug 2025 08:44:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67502948/imported_1756111298679053_audio.mp3" length="6004819" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Prendo spunto dalla prima lettera ai Tessalonicesi perché il Vangelo che abbiamo ascoltato oggi è piuttosto severo, mentre questa lettera ha un tono molto bello, adatto per l’inizio del vostro campo itinerante. Paolo, insieme a Silvano e Timoteo,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Prendo spunto dalla prima lettera ai Tessalonicesi perché il Vangelo che abbiamo ascoltato oggi è piuttosto severo, mentre questa lettera ha un tono molto bello, adatto per l’inizio del vostro campo itinerante. Paolo, insieme a Silvano e Timoteo, comincia ringraziando Dio per i Tessalonicesi: questo ringraziamento è come un’eucaristia.<br /><br /> Il Ringraziamento di Paolo: Fede, Carità e Speranza<br /><br /> Perché li ringrazia? Per la loro testimonianza: Paolo dice che li ricorda nelle preghiere, pensando all’operosità della loro fede, alla fatica della loro carità e alla fermezza della loro speranza in Gesù Cristo. Mi soffermo su queste tre dimensioni, che sono fondamentali.<br /><br /> I Tessalonicesi mostrano queste virtù fin dall’inizio, appena Paolo annuncia loro il Vangelo. Tessalonica, oggi nel nord della Grecia vicino alla Macedonia, è una delle prime città che Paolo raggiunge. E subito questi cristiani si mettono all’opera mostrando fede, carità e speranza.<br /><br /> L’Operosità della Fede<br /><br /> Paolo non dice semplicemente “la vostra fede”, ma parla dell’“opera della fede”. Non è una cosa astratta: la fede deve tradursi in azioni concrete. Le nostre opere devono essere secondo la fede in Gesù Cristo. Questo colpisce Paolo, che dice di ricordarsi proprio dell’opera della fede che ha visto in loro.<br /><br /> La Fatica dell’Amore<br /><br /> Poi parla della “fatica della carità”. L’amore è la cosa più bella che possiamo vivere, ma non è sempre facile: porta con sé una fatica. È la stessa fatica che Gesù ha vissuto, quella di dare la vita fino alla croce. Amare significa spendersi, offrire, donare se stessi.<br /><br /> La Fermezza della Speranza<br /><br /> Infine, Paolo ricorda la “fermezza della speranza”. Anche la speranza richiede resistenza, soprattutto nei momenti difficili, quando non abbiamo altro che sperare. È allora che dobbiamo rimanere saldi, custodendo questa speranza.<br /><br /> Un Parallelo con il Nostro Cammino<br /><br /> Queste parole mi fanno sorridere pensando alla nostra Eucaristia e al vostro cammino: fatica, resistenza, opera… sono proprio le cose che vivrete nei prossimi giorni. Saranno giorni belli se vi aiuterete a volervi bene anche nella fatica, a sperare nel Signore e a rafforzare la vostra fede in Gesù. Questo è un compito quotidiano per tutti, ma ancora di più in un tempo dedicato come questo campo.<br /><br /> La Testimonianza che Contagia<br /><br /> Paolo dice che i Tessalonicesi sono diventati un esempio per tutta la Grecia: tutti parlano di loro, non c’è nemmeno bisogno che vadano ad annunciare, perché la loro vita è contagiosa. Questo li porta anche a conversione, ad abbandonare gli idoli, tutto ciò che non è il Signore e che distrae dal Vangelo.<br /><br /> Un’Occasione di Conversione per Noi<br /><br /> Anche il vostro cammino può essere un’occasione di conversione: rimettere il cuore, le amicizie, le energie verso il Signore e verso ciò che Lui ha preparato per voi. Affidiamoci a Paolo, Silvano, Timoteo e ai Tessalonicesi perché anche noi possiamo vivere fede, carità e speranza in questi giorni.]]></itunes:summary><itunes:duration>376</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/93e382ca83595e827cbdefbe5cb37509.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia XXI domenica TO C a S. Andrea ore 11.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-xxi-domenica-to-c-a-s-andrea-ore-11-m4a--67496481</link><description><![CDATA[Tutto parta da una domanda: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. È questa domanda, così posta, che suscita in Gesù una risposta forte, severa, che ci lascia un po’ spiazzati. Mi sono chiesto: noi la faremmo mai questa domanda? E con che tono? Forse chi l’ha posta si sentiva tra i pochi privilegiati, quelli che osservano la legge e i comandamenti, i “bravi”. Come a dire: “Siamo in pochi, vero, Signore?”.<br /><br /> Eppure è importante interrogarci sulla salvezza. Gesù si chiama così perché significa “Dio salva”. È venuto proprio per questo. Io, se fossi lì, forse gli chiederei: “Signore, io mi salvo? Tu mi salvi? Vieni a salvarmi?”. Ma il Vangelo riporta la domanda in quel modo, e Gesù risponde con parole dure: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta”.<br /><br /> La porta chiusa e la sorpresa<br /><br /> Gesù avverte che molti cercheranno di entrare ma non ce la faranno. Quando il padrone chiuderà la porta, quelli rimasti fuori busseranno, implorando: “Signore, aprici”. E lui risponderà: “Non so di dove siete”. È sconvolgente: non li riconosce. Eppure loro insistono: “Abbiamo mangiato e bevuto con te, tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma lui ripete: “Non so di dove siete, allontanatevi da me”.<br /><br /> Dentro, invece, ci sarà Abramo, Isacco, Giacobbe, i profeti, e tanti che vengono da Oriente e Occidente. Persone che forse non immaginavano di trovarsi lì.<br /><br /> Non è questione di orari<br /><br /> Non si tratta di arrivare in tempo. Anche all’ultimo momento si può entrare: pensiamo al ladrone in croce, che con una sola invocazione ha trovato la porta spalancata: “Oggi sarai con me in Paradiso”. Non è una questione di cronologia, ma di atteggiamento.<br /><br /> Quelli rimasti fuori avevano dato per scontato di essere dentro. Si sentivano a posto, avevano partecipato alle celebrazioni, forse si erano comportati bene. Ma Gesù li chiama “operatori di ingiustizia”. Perché? Forse perché non hanno fatto lo sforzo di cui parla Gesù: non uno sforzo di perfezione morale o di rigidità, ma di desiderio, di bisogno.<br /><br /> Che sforzo ci chiede il Signore?<br /><br /> Lo sforzo di cui parla Gesù non è un accumulo di meriti o di osservanze. È qualcosa di più profondo: passione, desiderio, bisogno di Lui. Il ladrone sulla croce aveva questo bisogno.<br /><br /> Mi è venuto in mente il film Inside Out che abbiamo visto ieri sera, all'aperto qui nel parco. Racconta di una bambina che deve crescere suo malgrado, affrontando il trasloco, la perdita degli amici, la confusione interiore. È in balia dei sentimenti: gioia, rabbia, paura, tristezza... tutto mescolato. A un certo punto crolla, e lì avviene qualcosa di decisivo: piange, esprime la sua fragilità, chiede aiuto ai genitori. Quel bisogno la salva.<br /><br /> Ecco lo sforzo: non avere paura della nostra tristezza, del nostro bisogno, ma portarli al Signore. Se andiamo con i compiti fatti, con la pretesa, la porta resta chiusa. Se andiamo con il desiderio di incontrarlo, con la nostra piccolezza e incapacità, la porta la troviamo aperta.<br /><br /> La correzione del Padre<br /><br /> La Lettera agli Ebrei ci ricorda che Dio ci corregge come un padre con il figlio. Non è una correzione punitiva, ma cura. Non dobbiamo disprezzarla né considerarla poca cosa: è il segno che siamo figli amati. Lui vuole prenderci per mano, metterci sulla strada della felicità.<br /><br /> Il banchetto e la comunione<br /><br /> Quando entreremo nel banchetto, sarà meraviglioso: troveremo gente di ogni provenienza, anche chi non conosceva Dio. Isaia dice che arriveranno popoli lontani, che porteranno i figli di Israele come offerta al Signore. E tra quei popoli pagani, Dio sceglierà persino sacerdoti. È incredibile!<br /><br /> Entrare non è fare presenza passiva: non è andare a dire “Signore, noi ci mangiamo il sandwich, tu sii presente, assisti e basta”. È partecipare con tutto il nostro vissuto: sofferenze, gioie, desideri. La prossima domenica il Vangelo parlerà della posizione a tavola: un segno che la piccolezza e il bisogno devono restare vivi.<br /><br /> Perché siamo qui oggi<br /><br /> Oggi siamo qui non con i compiti perfetti, ma con il nostro bisogno. Veniamo per ascoltare la Parola, per essere consolati, incoraggiati, rimessi in cammino. Gesù è sempre con noi, ci invita al suo banchetto, non per rimproverarci, ma per darci vita eterna.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67496481</guid><pubDate>Sun, 24 Aug 2025 15:47:10 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67496481/imported_1756048028334547_audio.mp3" length="12733544" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Tutto parta da una domanda: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. È questa domanda, così posta, che suscita in Gesù una risposta forte, severa, che ci lascia un po’ spiazzati. Mi sono chiesto: noi la faremmo mai questa domanda? E con che tono?...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Tutto parta da una domanda: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. È questa domanda, così posta, che suscita in Gesù una risposta forte, severa, che ci lascia un po’ spiazzati. Mi sono chiesto: noi la faremmo mai questa domanda? E con che tono? Forse chi l’ha posta si sentiva tra i pochi privilegiati, quelli che osservano la legge e i comandamenti, i “bravi”. Come a dire: “Siamo in pochi, vero, Signore?”.<br /><br /> Eppure è importante interrogarci sulla salvezza. Gesù si chiama così perché significa “Dio salva”. È venuto proprio per questo. Io, se fossi lì, forse gli chiederei: “Signore, io mi salvo? Tu mi salvi? Vieni a salvarmi?”. Ma il Vangelo riporta la domanda in quel modo, e Gesù risponde con parole dure: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta”.<br /><br /> La porta chiusa e la sorpresa<br /><br /> Gesù avverte che molti cercheranno di entrare ma non ce la faranno. Quando il padrone chiuderà la porta, quelli rimasti fuori busseranno, implorando: “Signore, aprici”. E lui risponderà: “Non so di dove siete”. È sconvolgente: non li riconosce. Eppure loro insistono: “Abbiamo mangiato e bevuto con te, tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma lui ripete: “Non so di dove siete, allontanatevi da me”.<br /><br /> Dentro, invece, ci sarà Abramo, Isacco, Giacobbe, i profeti, e tanti che vengono da Oriente e Occidente. Persone che forse non immaginavano di trovarsi lì.<br /><br /> Non è questione di orari<br /><br /> Non si tratta di arrivare in tempo. Anche all’ultimo momento si può entrare: pensiamo al ladrone in croce, che con una sola invocazione ha trovato la porta spalancata: “Oggi sarai con me in Paradiso”. Non è una questione di cronologia, ma di atteggiamento.<br /><br /> Quelli rimasti fuori avevano dato per scontato di essere dentro. Si sentivano a posto, avevano partecipato alle celebrazioni, forse si erano comportati bene. Ma Gesù li chiama “operatori di ingiustizia”. Perché? Forse perché non hanno fatto lo sforzo di cui parla Gesù: non uno sforzo di perfezione morale o di rigidità, ma di desiderio, di bisogno.<br /><br /> Che sforzo ci chiede il Signore?<br /><br /> Lo sforzo di cui parla Gesù non è un accumulo di meriti o di osservanze. È qualcosa di più profondo: passione, desiderio, bisogno di Lui. Il ladrone sulla croce aveva questo bisogno.<br /><br /> Mi è venuto in mente il film Inside Out che abbiamo visto ieri sera, all'aperto qui nel parco. Racconta di una bambina che deve crescere suo malgrado, affrontando il trasloco, la perdita degli amici, la confusione interiore. È in balia dei sentimenti: gioia, rabbia, paura, tristezza... tutto mescolato. A un certo punto crolla, e lì avviene qualcosa di decisivo: piange, esprime la sua fragilità, chiede aiuto ai genitori. Quel bisogno la salva.<br /><br /> Ecco lo sforzo: non avere paura della nostra tristezza, del nostro bisogno, ma portarli al Signore. Se andiamo con i compiti fatti, con la pretesa, la porta resta chiusa. Se andiamo con il desiderio di incontrarlo, con la nostra piccolezza e incapacità, la porta la troviamo aperta.<br /><br /> La correzione del Padre<br /><br /> La Lettera agli Ebrei ci ricorda che Dio ci corregge come un padre con il figlio. Non è una correzione punitiva, ma cura. Non dobbiamo disprezzarla né considerarla poca cosa: è il segno che siamo figli amati. Lui vuole prenderci per mano, metterci sulla strada della felicità.<br /><br /> Il banchetto e la comunione<br /><br /> Quando entreremo nel banchetto, sarà meraviglioso: troveremo gente di ogni provenienza, anche chi non conosceva Dio. Isaia dice che arriveranno popoli lontani, che porteranno i figli di Israele come offerta al Signore. E tra quei popoli pagani, Dio sceglierà persino sacerdoti. È incredibile!<br /><br /> Entrare non è fare presenza passiva: non è andare a dire “Signore, noi ci mangiamo il sandwich, tu sii presente, assisti e basta”. 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Abbiamo visto i pessimi re d’Israele, il dilemma su chi dovesse governare, e ieri abbiamo contemplato Maria come esempio di una regalità secondo il Vangelo: una donna che accompagna Gesù bambino a diventare re, un re salvatore, e che rimane con lui fino alla croce.<br /><br /> Il libro di Ruth si inserisce bene in questo discorso, perché racconta di una donna straniera, senza figli e senza marito, che sceglie di restare accanto alla suocera Noemi, spendendo la sua vita per lei. Questo gesto di fedeltà colpisce Boz, un parente lontano del marito di Ruth, che la ammira, la difende e la custodisce, fino a sposarla. Così Ruth diventa parte della genealogia di Davide, il re. È un esempio straordinario che ci fa pensare a quante volte, anche nelle nostre famiglie, ci prendiamo cura gli uni degli altri. A volte le figlie sono un po’ invadenti nel voler decidere per i genitori, ma questa reciprocità di cura è preziosa. Spesso persone che sembrano marginali o lontane diventano per noi una benedizione, inviate dal Signore.<br /><br /> La vera regalità secondo il Vangelo<br /><br /> Anche il Vangelo ci illumina su questo tema, mettendo in guardia contro gli scribi e i farisei, che amano apparire, essere ammirati e occupare i primi posti. Non sempre siamo così spudorati, ma rischiamo di cadere nella stessa logica: aspettarci riconoscimento, sentirci superiori, voler essere maestri. Gesù invece ci ricorda che siamo tutti fratelli e che chi è più grande deve essere servo.<br /><br /> Questa è la vera regalità: servire. È ciò che ha fatto Gesù, che non è venuto per essere servito ma per servire. Lo stesso vale per Maria, e anche per noi. Siamo chiamati a metterci al servizio delle persone che ci sono vicine. Questa è la via del Vangelo: stare accanto, prendersi cura.<br /><br /> Il servizio come via di felicità<br /><br /> Spesso ci chiediamo: “Come posso prendermi cura degli altri se sono io ad aver bisogno di aiuto?”. Eppure ci sono mille modi: una parola gentile, una telefonata, una preghiera, un piccolo gesto. Sono cose semplici ma fondamentali. In questo servizio c’è il segreto della beatitudine, come dice il Salmo: “Beato l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie”. La vera felicità non viene dall’avere tutto sotto controllo, ma dal vivere in questa strada del Vangelo: servire, camminare insieme, riscoprendo la paternità di Dio e la nostra fraternità.<br /><br /> Quando ci prendiamo per mano come Ruth con Noemi, come Boz con Ruth, viviamo la stessa logica che il Signore ci insegna ogni giorno: la logica dell’amore che serve.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67486951</guid><pubDate>Sat, 23 Aug 2025 08:31:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67486951/imported_175593771894162_audio.mp3" length="5703471" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Ieri abbiamo celebrato la festa di Maria Regina, e questo ci ha fatto perdere un pezzo importante del libro di Ruth. Ho suggerito di leggerlo tutto a casa, sono solo quattro capitoli, ma valgono la pena perché ci aiutano a riflettere sul tema della...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ieri abbiamo celebrato la festa di Maria Regina, e questo ci ha fatto perdere un pezzo importante del libro di Ruth. Ho suggerito di leggerlo tutto a casa, sono solo quattro capitoli, ma valgono la pena perché ci aiutano a riflettere sul tema della regalità, che in questi giorni è stato il nostro filo conduttore. Abbiamo visto i pessimi re d’Israele, il dilemma su chi dovesse governare, e ieri abbiamo contemplato Maria come esempio di una regalità secondo il Vangelo: una donna che accompagna Gesù bambino a diventare re, un re salvatore, e che rimane con lui fino alla croce.<br /><br /> Il libro di Ruth si inserisce bene in questo discorso, perché racconta di una donna straniera, senza figli e senza marito, che sceglie di restare accanto alla suocera Noemi, spendendo la sua vita per lei. Questo gesto di fedeltà colpisce Boz, un parente lontano del marito di Ruth, che la ammira, la difende e la custodisce, fino a sposarla. Così Ruth diventa parte della genealogia di Davide, il re. È un esempio straordinario che ci fa pensare a quante volte, anche nelle nostre famiglie, ci prendiamo cura gli uni degli altri. A volte le figlie sono un po’ invadenti nel voler decidere per i genitori, ma questa reciprocità di cura è preziosa. Spesso persone che sembrano marginali o lontane diventano per noi una benedizione, inviate dal Signore.<br /><br /> La vera regalità secondo il Vangelo<br /><br /> Anche il Vangelo ci illumina su questo tema, mettendo in guardia contro gli scribi e i farisei, che amano apparire, essere ammirati e occupare i primi posti. Non sempre siamo così spudorati, ma rischiamo di cadere nella stessa logica: aspettarci riconoscimento, sentirci superiori, voler essere maestri. Gesù invece ci ricorda che siamo tutti fratelli e che chi è più grande deve essere servo.<br /><br /> Questa è la vera regalità: servire. È ciò che ha fatto Gesù, che non è venuto per essere servito ma per servire. Lo stesso vale per Maria, e anche per noi. Siamo chiamati a metterci al servizio delle persone che ci sono vicine. Questa è la via del Vangelo: stare accanto, prendersi cura.<br /><br /> Il servizio come via di felicità<br /><br /> Spesso ci chiediamo: “Come posso prendermi cura degli altri se sono io ad aver bisogno di aiuto?”. Eppure ci sono mille modi: una parola gentile, una telefonata, una preghiera, un piccolo gesto. Sono cose semplici ma fondamentali. In questo servizio c’è il segreto della beatitudine, come dice il Salmo: “Beato l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie”. La vera felicità non viene dall’avere tutto sotto controllo, ma dal vivere in questa strada del Vangelo: servire, camminare insieme, riscoprendo la paternità di Dio e la nostra fraternità.<br /><br /> Quando ci prendiamo per mano come Ruth con Noemi, come Boz con Ruth, viviamo la stessa logica che il Signore ci insegna ogni giorno: la logica dell’amore che serve.]]></itunes:summary><itunes:duration>357</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia Maria Regina 22 agosto BVI ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-maria-regina-22-agosto-bvi-ore-8-30--67476710</link><description><![CDATA[Dalle parole dell’angelo colpisce il saluto a Maria e l’annuncio del figlio: «Sarà grande, sarà chiamato figlio dell’Altissimo, il Signore gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe». Fin dalle prime frasi, Maria comprende che il bambino che riceverà come dono sarà un re, un re per il Signore. Questa consapevolezza non è astratta: Maria inizia a preparare il figlio fin dai primi giorni della sua vita, immaginandola come una madre che accompagna piano piano il bambino verso ciò che dovrà vivere.<br /><br /> L’inizio del suo compito: servizio e maternità concreta<br /><br /> La maternità di Maria non si limita al momento dell’annunciazione: lì comincia il suo compito. Lo dimostra subito andando da Elisabetta per offrirsi nel servizio e nella carità. Da giovane donna, con poche indicazioni ricevute dall’angelo, Maria si mette a disposizione con il bambino piccolo. Si intuisce che è stata sempre vicina a Gesù, in un dialogo costante, anche quando lo ritrova già grande a Gerusalemme. Ha la responsabilità di aiutarlo a entrare nella sua condizione di re, una regalità particolare, non di dominio ma di offerta della vita.<br /><br /> Maria maestra di regalità nell’umiltà<br /><br /> Maria insegna a Gesù giorno dopo giorno questa regalità fatta di amore e sacrificio. Anche se Gesù è Figlio di Dio e sa tutto, nell’umanità concreta del quotidiano apprende nel dialogo, nel rapporto con i fratelli. Nel Vangelo di Giovanni vediamo i fratelli di Gesù che non credono in lui e lo spingono a farsi vedere, a mostrarsi. Maria, invece, lo accompagna con pazienza. Questo ruolo materno è fondamentale: le madri influenzano il carattere e il modo di affrontare la vita. Maria è diventata regina fin da subito custodendo il re eterno e insegnandogli a diventare re d’amore, re sulla croce.<br /><br /> La profezia di Isaia: gioia in tempi difficili<br /><br /> La prima lettura, dal profeta Isaia, parla di gioia in un momento di tenebra e oppressione. Si annuncia un bambino che porta luce e consolida il trono con diritto e giustizia. Questa lettura, tipica della notte di Natale, ricorda che la regalità di Dio non è un’utopia bucolica ma un impegno concreto per la giustizia, la difesa dei poveri e degli oppressi. È una missione che richiede la vita donata.<br /><br /> Regalità, pace e responsabilità personale<br /><br /> Affidiamoci a Maria in questa giornata di preghiera per la pace. La regalità secondo il Vangelo è la luce che attraversa tutte le guerre: in Europa, in Medio Oriente, a Gaza, nei territori di Gerusalemme e in tutti i paesi. Ma questa pace comporta una responsabilità: se non la viviamo tra di noi, sarà difficile chiederla come dono. Dobbiamo imparare da Maria e concretizzare la pace nei gesti quotidiani: con i vicini di casa, con figli lontani, attraverso piccoli gesti concreti e anche il digiuno, come consiglia Papa Leone. Tutto affidandoci alla misericordia di Dio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67476710</guid><pubDate>Fri, 22 Aug 2025 10:27:43 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67476710/imported_1755857624641443_audio.mp3" length="6329155" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Dalle parole dell’angelo colpisce il saluto a Maria e l’annuncio del figlio: «Sarà grande, sarà chiamato figlio dell’Altissimo, il Signore gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe». Fin dalle prime frasi, Maria...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Dalle parole dell’angelo colpisce il saluto a Maria e l’annuncio del figlio: «Sarà grande, sarà chiamato figlio dell’Altissimo, il Signore gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe». Fin dalle prime frasi, Maria comprende che il bambino che riceverà come dono sarà un re, un re per il Signore. Questa consapevolezza non è astratta: Maria inizia a preparare il figlio fin dai primi giorni della sua vita, immaginandola come una madre che accompagna piano piano il bambino verso ciò che dovrà vivere.<br /><br /> L’inizio del suo compito: servizio e maternità concreta<br /><br /> La maternità di Maria non si limita al momento dell’annunciazione: lì comincia il suo compito. Lo dimostra subito andando da Elisabetta per offrirsi nel servizio e nella carità. Da giovane donna, con poche indicazioni ricevute dall’angelo, Maria si mette a disposizione con il bambino piccolo. Si intuisce che è stata sempre vicina a Gesù, in un dialogo costante, anche quando lo ritrova già grande a Gerusalemme. Ha la responsabilità di aiutarlo a entrare nella sua condizione di re, una regalità particolare, non di dominio ma di offerta della vita.<br /><br /> Maria maestra di regalità nell’umiltà<br /><br /> Maria insegna a Gesù giorno dopo giorno questa regalità fatta di amore e sacrificio. Anche se Gesù è Figlio di Dio e sa tutto, nell’umanità concreta del quotidiano apprende nel dialogo, nel rapporto con i fratelli. Nel Vangelo di Giovanni vediamo i fratelli di Gesù che non credono in lui e lo spingono a farsi vedere, a mostrarsi. Maria, invece, lo accompagna con pazienza. Questo ruolo materno è fondamentale: le madri influenzano il carattere e il modo di affrontare la vita. Maria è diventata regina fin da subito custodendo il re eterno e insegnandogli a diventare re d’amore, re sulla croce.<br /><br /> La profezia di Isaia: gioia in tempi difficili<br /><br /> La prima lettura, dal profeta Isaia, parla di gioia in un momento di tenebra e oppressione. Si annuncia un bambino che porta luce e consolida il trono con diritto e giustizia. Questa lettura, tipica della notte di Natale, ricorda che la regalità di Dio non è un’utopia bucolica ma un impegno concreto per la giustizia, la difesa dei poveri e degli oppressi. È una missione che richiede la vita donata.<br /><br /> Regalità, pace e responsabilità personale<br /><br /> Affidiamoci a Maria in questa giornata di preghiera per la pace. La regalità secondo il Vangelo è la luce che attraversa tutte le guerre: in Europa, in Medio Oriente, a Gaza, nei territori di Gerusalemme e in tutti i paesi. Ma questa pace comporta una responsabilità: se non la viviamo tra di noi, sarà difficile chiederla come dono. Dobbiamo imparare da Maria e concretizzare la pace nei gesti quotidiani: con i vicini di casa, con figli lontani, attraverso piccoli gesti concreti e anche il digiuno, come consiglia Papa Leone. Tutto affidandoci alla misericordia di Dio.]]></itunes:summary><itunes:duration>396</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia mercoledì XX sett TO C S.Andrea 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-mercoledi-xx-sett-to-c-s-andrea-18-30--67460640</link><description><![CDATA[Oggi mi ha colpito la questione del re, che ritorna sia nella prima lettura che nel Vangelo. È un tema affascinante, soprattutto per l’immagine che Iotam utilizza per spiegare la situazione. Abimelek, figlio di Gedeone – che abbiamo sentito ieri – vuole diventare re a tutti i costi, arrivando addirittura a sterminare tutti i suoi fratelli, tranne uno: Jotam, il più giovane, che racconta questa bella parabola degli alberi.<br /><br /> Gli alberi cercano un re e vanno dall’ulivo, ma questo risponde: «Rinuncerò al mio olio, grazie al quale si onorano Dio e gli uomini, per andare a primeggiare sugli alberi?». Poi si rivolgono al fico, che dice: «Rinuncerò alla mia dolcezza e al mio frutto squisito?». Infine alla vite, che risponde: «Rinuncerò al mio mosto, che allieta Dio e gli uomini?».<br /><br /> Il significato della rinuncia e il pericolo del potere<br /><br /> Questa immagine è davvero forte: per esercitare il potere, per “liberarsi sugli alberi”, bisogna rinunciare a ciò che si ha di più bello e caratteristico. L’ulivo deve lasciare l’olio, il fico la dolcezza, la vite il vino. Il potere, per come lo intende Abimelek, non solo implica violenza, ma comporta anche una perdita di identità e di ricchezza interiore.<br /><br /> E chi finisce per governare? Il rovo, l’albero più spinoso e inutile, simbolo di ciò che non ha nulla di buono. Così diventa re Abimelek, ma durerà poco. Questo è un avvertimento anche per noi: ogni volta che agiamo con dinamiche “regali” nel senso umano – prevaricando, volendo primeggiare – non solo facciamo del male agli altri, ma perdiamo anche noi stessi, la nostra bellezza, la nostra dolcezza, ciò che ci rende unici. Primeggiare ci rovina.<br /><br /> Il modo di essere re secondo Gesù<br /><br /> Gesù, invece, ci ha insegnato un modo di essere re completamente diverso: non è un re che domina, ma un re che dà la vita, che si offre per gli altri. Lui è re sulla croce, proprio nel momento in cui sembra sconfitto. Il processo lo dice chiaramente: «Se sei re dei Giudei…», e alla fine lo crocifiggono. Ma lì, sul legno della croce, Gesù regna davvero, donando la vita per amore.<br /><br /> La parabola degli operai nella vigna <br /><br /> Il Vangelo di oggi ci propone anche la parabola della vigna. Non abbiamo il tempo di soffermarci molto, ma è una storia che rovescia la nostra logica. Il bello non è quanto denaro si riceve, ma il fatto di poter stare nella vigna, di lavorare con il Signore. Che tu sia arrivato la mattina, a mezzogiorno, alle tre o alle cinque, la vera ricompensa è la presenza di Dio, non il salario.<br /><br /> Bellissimo quando il padrone chiede: «Perché state tutto il giorno qui senza far niente?» e loro rispondono: «Nessuno ci ha chiamato». Che tristezza non essere chiamati da nessuno, sentirsi inutili. E invece il Signore chiama tutti, dà un posto a ciascuno nella sua vigna. Nessuno resta senza ricompensa. Gli ultimi come i primi.<br /><br /> Siamo noi che roviniamo tutto con le nostre lamentele, con la nostra “giustizia da quattro soldi”, facendo confronti e mormorando. Chiediamo al Signore di imparare da Lui: a non perdere i grandi tesori che ci ha dato, ma a spenderli bene, con equilibrio e amore verso gli altri.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67460640</guid><pubDate>Wed, 20 Aug 2025 21:39:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67460640/imported_1755720840266941_audio.mp3" length="5170991" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi mi ha colpito la questione del re, che ritorna sia nella prima lettura che nel Vangelo. È un tema affascinante, soprattutto per l’immagine che Iotam utilizza per spiegare la situazione. Abimelek, figlio di Gedeone – che abbiamo sentito ieri –...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Oggi mi ha colpito la questione del re, che ritorna sia nella prima lettura che nel Vangelo. È un tema affascinante, soprattutto per l’immagine che Iotam utilizza per spiegare la situazione. Abimelek, figlio di Gedeone – che abbiamo sentito ieri – vuole diventare re a tutti i costi, arrivando addirittura a sterminare tutti i suoi fratelli, tranne uno: Jotam, il più giovane, che racconta questa bella parabola degli alberi.<br /><br /> Gli alberi cercano un re e vanno dall’ulivo, ma questo risponde: «Rinuncerò al mio olio, grazie al quale si onorano Dio e gli uomini, per andare a primeggiare sugli alberi?». Poi si rivolgono al fico, che dice: «Rinuncerò alla mia dolcezza e al mio frutto squisito?». Infine alla vite, che risponde: «Rinuncerò al mio mosto, che allieta Dio e gli uomini?».<br /><br /> Il significato della rinuncia e il pericolo del potere<br /><br /> Questa immagine è davvero forte: per esercitare il potere, per “liberarsi sugli alberi”, bisogna rinunciare a ciò che si ha di più bello e caratteristico. L’ulivo deve lasciare l’olio, il fico la dolcezza, la vite il vino. Il potere, per come lo intende Abimelek, non solo implica violenza, ma comporta anche una perdita di identità e di ricchezza interiore.<br /><br /> E chi finisce per governare? Il rovo, l’albero più spinoso e inutile, simbolo di ciò che non ha nulla di buono. Così diventa re Abimelek, ma durerà poco. Questo è un avvertimento anche per noi: ogni volta che agiamo con dinamiche “regali” nel senso umano – prevaricando, volendo primeggiare – non solo facciamo del male agli altri, ma perdiamo anche noi stessi, la nostra bellezza, la nostra dolcezza, ciò che ci rende unici. Primeggiare ci rovina.<br /><br /> Il modo di essere re secondo Gesù<br /><br /> Gesù, invece, ci ha insegnato un modo di essere re completamente diverso: non è un re che domina, ma un re che dà la vita, che si offre per gli altri. Lui è re sulla croce, proprio nel momento in cui sembra sconfitto. Il processo lo dice chiaramente: «Se sei re dei Giudei…», e alla fine lo crocifiggono. Ma lì, sul legno della croce, Gesù regna davvero, donando la vita per amore.<br /><br /> La parabola degli operai nella vigna <br /><br /> Il Vangelo di oggi ci propone anche la parabola della vigna. Non abbiamo il tempo di soffermarci molto, ma è una storia che rovescia la nostra logica. Il bello non è quanto denaro si riceve, ma il fatto di poter stare nella vigna, di lavorare con il Signore. Che tu sia arrivato la mattina, a mezzogiorno, alle tre o alle cinque, la vera ricompensa è la presenza di Dio, non il salario.<br /><br /> Bellissimo quando il padrone chiede: «Perché state tutto il giorno qui senza far niente?» e loro rispondono: «Nessuno ci ha chiamato». Che tristezza non essere chiamati da nessuno, sentirsi inutili. E invece il Signore chiama tutti, dà un posto a ciascuno nella sua vigna. Nessuno resta senza ricompensa. Gli ultimi come i primi.<br /><br /> Siamo noi che roviniamo tutto con le nostre lamentele, con la nostra “giustizia da quattro soldi”, facendo confronti e mormorando. Chiediamo al Signore di imparare da Lui: a non perdere i grandi tesori che ci ha dato, ma a spenderli bene, con equilibrio e amore verso gli altri.]]></itunes:summary><itunes:duration>324</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia Tiziano Alpi mercoledì XX sett TO C BVI 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-tiziano-alpi-mercoledi-xx-sett-to-c-bvi-8-30--67452570</link><description><![CDATA[Le letture di oggi ci aiutano a vivere con attenzione anche un momento così difficile come questa messa in cui salutiamo Tiziano, a cui volevamo tanto bene. Purtroppo, ultimamente capita spesso di celebrare funerali di ragazzi, e ogni volta torniamo sugli stessi sentimenti: il grande amore e il privilegio di averli conosciuti.<br /><br /> Il re nella Scrittura e il “re” nella nostra liturgia<br /><br /> Le letture parlano del re, una figura problematica ai tempi del popolo di Israele: chi deve fare il re? Serve il re? Non serve il re? Il re è il Signore? Una questione difficile. Ma oggi, per noi, è chiaro che in questa liturgia il re è Tiziano. Perché il Signore considera ciascuno di noi talmente importante da trattarci come re, soprattutto coloro che gli sono più cari.<br /><br /> Il salmo e il dono della vita eterna<br /><br /> Il salmo dice: “Signore, vieni incontro al tuo re con larghe benedizioni, gli poni sul capo una corona di oro fino. Il re ti ha chiesto vita, a lui l’hai concessa lunghi giorni in eterno senza fine”. Questa è la vita eterna che il Signore oggi dona a Tiziano. Una vita che qui era già piena di benedizioni, ma che ora diventa ingresso nella gioia definitiva.<br /><br /> La prima lettura: la parabola degli alberi e il significato per Tiziano<br /><br /> La prima lettura ci regala un’immagine simpatica: per parlare del re che doveva essere scelto, usa gli alberi della foresta. Allora chiedono all’ulivo: “Vuoi fare il re?” Ma lui risponde che dovrebbe rinunciare al suo olio prezioso, e non accetta. Lo stesso il fico, che non vuole rinunciare alla sua dolcezza e al suo frutto squisito. Poi la vite, che non vuole perdere il suo mosto che allieta uomini e dèi.<br /><br /> Alla fine, chi accetta di fare il re? Il rovo, quello delle spine, che dice: “Venite alla mia ombra, altrimenti mando un fuoco che vi brucia”. Questa immagine ci parla anche di Tiziano: lui aveva le sue esigenze, una certa severità, ma non voleva mai rinunciare alla sua dolcezza, agli appuntamenti, alle persone care. Non gli interessava fare il re sugli altri. Questo è un bellissimo esempio per noi.<br /><br /> La parabola della vigna e il vero privilegio<br /><br /> Anche il Vangelo ci offre un’immagine potente: la parabola della vigna. Il padrone non sembra interessato tanto al denaro, ma a far sì che nella sua vigna entrino tante persone. Esce dalla mattina alla sera per invitare operai. Il vero privilegio non è la paga alla fine, ma il fatto di stare nella vigna, di partecipare alla vita del Signore. Che uno sia entrato all’alba o all’ultimo momento, ciò che conta è esserci.<br /><br /> E questa è la bellezza del regno di Dio: la familiarità, lo stare insieme non da re, ma da fratelli, ognuno con le proprie caratteristiche, volendo bene ed essendo voluto bene.<br /><br /> Il privilegio della comunità e l’eredità di Tiziano<br /><br /> Questa familiarità è il segreto delle nostre comunità, delle tante realtà belle che abbiamo in città, che permettono a persone come Tiziano di vivere bene, aiutandosi e condividendo. È un grande privilegio avere tante “vigne” in cui stare insieme.<br /><br /> Oggi ringraziamo il Signore perché Tiziano entra nella vigna definitiva, quella in cui non ci sono più fatiche, ma solo gioia: la gioia di stare con il Signore e con tutti quelli che hanno già raggiunto la pace in cielo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67452570</guid><pubDate>Wed, 20 Aug 2025 11:00:01 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67452570/imported_1755687265917126_audio.mp3" length="7070615" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Le letture di oggi ci aiutano a vivere con attenzione anche un momento così difficile come questa messa in cui salutiamo Tiziano, a cui volevamo tanto bene. 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Perché il Signore considera ciascuno di noi talmente importante da trattarci come re, soprattutto coloro che gli sono più cari.<br /><br /> Il salmo e il dono della vita eterna<br /><br /> Il salmo dice: “Signore, vieni incontro al tuo re con larghe benedizioni, gli poni sul capo una corona di oro fino. Il re ti ha chiesto vita, a lui l’hai concessa lunghi giorni in eterno senza fine”. Questa è la vita eterna che il Signore oggi dona a Tiziano. Una vita che qui era già piena di benedizioni, ma che ora diventa ingresso nella gioia definitiva.<br /><br /> La prima lettura: la parabola degli alberi e il significato per Tiziano<br /><br /> La prima lettura ci regala un’immagine simpatica: per parlare del re che doveva essere scelto, usa gli alberi della foresta. Allora chiedono all’ulivo: “Vuoi fare il re?” Ma lui risponde che dovrebbe rinunciare al suo olio prezioso, e non accetta. Lo stesso il fico, che non vuole rinunciare alla sua dolcezza e al suo frutto squisito. Poi la vite, che non vuole perdere il suo mosto che allieta uomini e dèi.<br /><br /> Alla fine, chi accetta di fare il re? Il rovo, quello delle spine, che dice: “Venite alla mia ombra, altrimenti mando un fuoco che vi brucia”. Questa immagine ci parla anche di Tiziano: lui aveva le sue esigenze, una certa severità, ma non voleva mai rinunciare alla sua dolcezza, agli appuntamenti, alle persone care. Non gli interessava fare il re sugli altri. Questo è un bellissimo esempio per noi.<br /><br /> La parabola della vigna e il vero privilegio<br /><br /> Anche il Vangelo ci offre un’immagine potente: la parabola della vigna. Il padrone non sembra interessato tanto al denaro, ma a far sì che nella sua vigna entrino tante persone. Esce dalla mattina alla sera per invitare operai. Il vero privilegio non è la paga alla fine, ma il fatto di stare nella vigna, di partecipare alla vita del Signore. Che uno sia entrato all’alba o all’ultimo momento, ciò che conta è esserci.<br /><br /> E questa è la bellezza del regno di Dio: la familiarità, lo stare insieme non da re, ma da fratelli, ognuno con le proprie caratteristiche, volendo bene ed essendo voluto bene.<br /><br /> Il privilegio della comunità e l’eredità di Tiziano<br /><br /> Questa familiarità è il segreto delle nostre comunità, delle tante realtà belle che abbiamo in città, che permettono a persone come Tiziano di vivere bene, aiutandosi e condividendo. È un grande privilegio avere tante “vigne” in cui stare insieme.<br /><br /> Oggi ringraziamo il Signore perché Tiziano entra nella vigna definitiva, quella in cui non ci sono più fatiche, ma solo gioia: la gioia di stare con il Signore e con tutti quelli che hanno già raggiunto la pace in cielo.]]></itunes:summary><itunes:duration>442</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/716367fca0485146b5871a1d0556a776.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia martedì XX sett TO C BVI 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-martedi-xx-sett-to-c-bvi-8-30--67433358</link><description><![CDATA[Mi ha colpito molto la risposta di Gedeone quando l’angelo lo saluta con queste parole: “Il Signore è con te, uomo forte e valoroso.” È un saluto bellissimo che richiama subito un’altra espressione: a chi è stato detto “Il Signore è con te”? Alla Madonna. A lei l’angelo dice: “Hai trovato grazia presso il Signore.”<br /> Anche a Gedeone viene rivolto un saluto molto personale, ma la sua reazione è sorprendente. Non lo prende per sé, non dice “grazie”, non si sente uomo forte e valoroso. Anzi, protesta: “Perdona mio Signore, ma se il Signore è con noi, perché ci è capitato tutto questo? Dove sono i prodigi che i nostri padri ci hanno raccontato, quando il Signore ci ha fatto salire dall’Egitto?”<br /> Questa risposta è interessante: Gedeone non pensa a sé come individuo, ma si sente parte di un popolo e porta il peso della sofferenza collettiva. <br /><br /> La protesta e la chiamata alla missione<br /><br /> Gedeone non si ferma: “Se il Signore è con noi, perché ci sta succedendo tutto questo?” È una protesta vera e propria. I madianiti opprimono il popolo, rubano il grano, e lui si chiede dove sia finito quel Dio dei prodigi. E non possiamo non sentirci un po’ come lui: guardiamo guerre, crisi, ingiustizie… e ci chiediamo: “Dov’è il Signore?”<br /> Ma Gedeone dimentica (o non dice) quello che abbiamo letto ieri nel Libro dei Giudici: il popolo era infedele, non ascoltava il Signore, voleva persino un re. Insomma, era un popolo che rifiutava la grazia.<br /> L’angelo però non si arrende. Non dice “Non hai capito niente, me ne vado.” Anzi, insiste: “Va’ con questa tua forza e salva Israele.” Ha fiducia in lui.<br /> A questo punto Gedeone obietta: “Come farò a salvare Israele? La mia famiglia è la più povera di tutta la tribù di Manasse, e io sono il più piccolo della mia casa!” Si sente impotente, senza mezzi. Ma il Signore lo rassicura: “Io sarò con te.”<br /> Ecco il punto centrale: quella forza di Gedeone è vera solo perché unita alla presenza del Signore. Lo stesso saluto a Maria vale anche per lui: “Il Signore è con te.”<br /> Questo non significa che Dio è stato con noi in passato e basta: continua ad esserlo, sempre. Anche noi dobbiamo riconoscere la nostra piccolezza, senza cadere nella vanità: “Io sono la più piccola, ma il Signore è con me.” Solo così possiamo affrontare grandi imprese, come Gedeone che salverà il popolo dall’oppressione.<br /> Questa parola oggi è rivolta a ciascuno di noi e alla nostra comunità: “Il Signore è con te.” Ci sentiamo piccoli, impotenti, ma questa promessa ci dà forza.<br /><br /> Il Vangelo e la ricchezza<br /><br /> Non possiamo soffermarci troppo sul Vangelo, ma c’è un collegamento. Non è questione di ricchezza: non è il ricco che entra nel Regno dei Cieli. Anzi, i pesi dei beni sono un ostacolo. Chi pensa di entrare per meriti, per bravura, per osservanza della legge, sbaglia. Non basta avere una famiglia del "Mulino Bianco” per essere a posto davanti a Dio.<br /><br /> Lasciare tutto per seguire il Signore<br /><br /> Pietro dice: “Noi abbiamo lasciato tutto per seguirti.” È vero: non hanno fatto calcoli o bilanci, hanno semplicemente scelto di seguirlo. E il Signore promette: “Cento volte tanto.”<br /> Seguire il Signore significa stare con Lui: “Io sarò con te, ma anch’io voglio essere con Te.” Questo comporta povertà, perché bisogna lasciare tutto ciò che ci appesantisce.<br /><br /> Cento volte tanto nella sequela<br /><br /> Eppure, nel lasciar tutto, riceviamo cento volte tanto. Non in soldi o beni materiali, ma in relazioni: fratelli, sorelle, madri, figli, case, campi… una vita piena. Perché stare con Lui significa che tutto è nostro, perché è Suo.<br /> Concludo con una preghiera: ringraziamo il Signore e con umiltà rinnoviamo il desiderio di seguirlo, di stare con Lui, nonostante le nostre debolezze.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67433358</guid><pubDate>Tue, 19 Aug 2025 10:01:58 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67433358/imported_1755597392852778_audio.mp3" length="7338109" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mi ha colpito molto la risposta di Gedeone quando l’angelo lo saluta con queste parole: “Il Signore è con te, uomo forte e valoroso.” È un saluto bellissimo che richiama subito un’altra espressione: a chi è stato detto “Il Signore è con te”? 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Dove sono i prodigi che i nostri padri ci hanno raccontato, quando il Signore ci ha fatto salire dall’Egitto?”<br /> Questa risposta è interessante: Gedeone non pensa a sé come individuo, ma si sente parte di un popolo e porta il peso della sofferenza collettiva. <br /><br /> La protesta e la chiamata alla missione<br /><br /> Gedeone non si ferma: “Se il Signore è con noi, perché ci sta succedendo tutto questo?” È una protesta vera e propria. I madianiti opprimono il popolo, rubano il grano, e lui si chiede dove sia finito quel Dio dei prodigi. E non possiamo non sentirci un po’ come lui: guardiamo guerre, crisi, ingiustizie… e ci chiediamo: “Dov’è il Signore?”<br /> Ma Gedeone dimentica (o non dice) quello che abbiamo letto ieri nel Libro dei Giudici: il popolo era infedele, non ascoltava il Signore, voleva persino un re. Insomma, era un popolo che rifiutava la grazia.<br /> L’angelo però non si arrende. Non dice “Non hai capito niente, me ne vado.” Anzi, insiste: “Va’ con questa tua forza e salva Israele.” Ha fiducia in lui.<br /> A questo punto Gedeone obietta: “Come farò a salvare Israele? La mia famiglia è la più povera di tutta la tribù di Manasse, e io sono il più piccolo della mia casa!” Si sente impotente, senza mezzi. Ma il Signore lo rassicura: “Io sarò con te.”<br /> Ecco il punto centrale: quella forza di Gedeone è vera solo perché unita alla presenza del Signore. Lo stesso saluto a Maria vale anche per lui: “Il Signore è con te.”<br /> Questo non significa che Dio è stato con noi in passato e basta: continua ad esserlo, sempre. Anche noi dobbiamo riconoscere la nostra piccolezza, senza cadere nella vanità: “Io sono la più piccola, ma il Signore è con me.” Solo così possiamo affrontare grandi imprese, come Gedeone che salverà il popolo dall’oppressione.<br /> Questa parola oggi è rivolta a ciascuno di noi e alla nostra comunità: “Il Signore è con te.” Ci sentiamo piccoli, impotenti, ma questa promessa ci dà forza.<br /><br /> Il Vangelo e la ricchezza<br /><br /> Non possiamo soffermarci troppo sul Vangelo, ma c’è un collegamento. Non è questione di ricchezza: non è il ricco che entra nel Regno dei Cieli. Anzi, i pesi dei beni sono un ostacolo. Chi pensa di entrare per meriti, per bravura, per osservanza della legge, sbaglia. Non basta avere una famiglia del "Mulino Bianco” per essere a posto davanti a Dio.<br /><br /> Lasciare tutto per seguire il Signore<br /><br /> Pietro dice: “Noi abbiamo lasciato tutto per seguirti.” È vero: non hanno fatto calcoli o bilanci, hanno semplicemente scelto di seguirlo. E il Signore promette: “Cento volte tanto.”<br /> Seguire il Signore significa stare con Lui: “Io sarò con te, ma anch’io voglio essere con Te.” Questo comporta povertà, perché bisogna lasciare tutto ciò che ci appesantisce.<br /><br /> Cento volte tanto nella sequela<br /><br /> Eppure, nel lasciar tutto, riceviamo cento volte tanto. Non in soldi o beni materiali, ma in relazioni: fratelli, sorelle, madri, figli, case, campi… una vita piena. Perché stare con Lui significa che tutto è nostro, perché è Suo.<br /> Concludo con una preghiera: ringraziamo il Signore e con umiltà rinnoviamo il desiderio di seguirlo, di stare con Lui, nonostante le nostre debolezze.]]></itunes:summary><itunes:duration>459</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia XX domenica TO C a Sammartini</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-xx-domenica-to-c-a-sammartini--67401154</link><description><![CDATA[Tre immagini per comprendere il Vangelo: fango, fuoco e nuvola<br /><br /> Oggi mi hanno colpito tre elementi molto concreti che emergono dalle letture: il fango, di cui parla il libro di Geremia; il fuoco, che Gesù dice di essere venuto a portare sulla terra; e la nuvola, quella moltitudine di testimoni evocata nella Lettera agli Ebrei. A partire da queste immagini voglio raccogliere qualche riflessione, perché ci aiutano a leggere il Vangelo e la nostra vita.<br /><br /> Il fango: ciò che blocca e fa morire<br /><br /> Il fango è la sorte di Geremia, gettato in una cisterna senz’acqua per zittirlo. La sua parola era scomoda: diceva a Gerusalemme di arrendersi invece di combattere, e per questo viene considerato un profeta di sventura, uno che porta il male anziché la pace. Lo mettono nel fango per farlo tacere.<br /><br /> Il fango è immagine di ciò che ci blocca, che ci imprigiona, che ci toglie vita. Mi impressiona il comportamento del re Sedecia: avrebbe il potere di fare giustizia, e invece si lava le mani, lasciando che Geremia muoia di fame. È un’immagine forte di impotenza e indifferenza.<br /><br /> In mezzo a questa situazione emerge Ebedmelec, un servo, uno che apparentemente conta poco, ma che si accorge del pericolo di Geremia e interviene per salvarlo. Questo mi fa pensare a quanto oggi ci sia tanto fango nel mondo: guerre che soffocano, fame che uccide, ingiustizie che immobilizzano. E spesso anche noi ci sentiamo impotenti, ma possiamo almeno alzare la voce, richiamare l’attenzione, come ha fatto Ebedmelec.<br /><br /> Il fuoco: energia e vita che costano il dono totale<br /><br /> Gesù dice: “Sono venuto a portare fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso”. Parole forti, che suonano quasi violente, soprattutto quando aggiunge che non porta pace ma divisione. Che cosa significa questo fuoco?<br /><br /> Non è un fuoco che distrugge, ma che dà energia, luce, calore. È la vita nuova che nasce dalla sua morte e risurrezione. Quando Gesù parla del “battesimo” a cui deve sottoporsi, parla proprio della sua croce: per accendere questo fuoco deve passare attraverso la morte. È il prezzo del dono totale di sé.<br /><br /> Questo crea divisione perché scandalizza: il pensiero che per amare fino in fondo occorra dare la vita è duro da accettare, anche per i discepoli. Eppure Gesù ce lo mostra con la sua testimonianza: il fuoco della fede, della carità, della speranza si accende solo attraverso il dono completo, senza riserve. Questo fuoco è la forza che trasforma il mondo.<br /><br /> La nuvola: la comunione dei testimoni che ci sostiene<br /><br /> Il terzo elemento è la nuvola di testimoni di cui parla la Lettera agli Ebrei: una moltitudine che ci circonda e ci incoraggia nella corsa della vita. Non siamo soli: davanti a noi c’è Gesù, e attorno a noi ci sono uomini e donne che hanno vissuto la fede, anche senza vedere subito il compimento delle promesse.<br /><br /> Questa immagine è bellissima: siamo una comunità in cammino, una folla che si avvicina al Signore per ricevere il dono più grande, la vita eterna. Come dice il Vangelo di Giovanni, Gesù accoglie tutti, non respinge nessuno, e a tutti offre la risurrezione.<br /><br /> Pensare a questa nuvola mi consola: non corro da solo, ma insieme a tanti testimoni – anche quelli più piccoli, quelli che sanno amare con semplicità, senza pesi inutili. Sono loro che ci insegnano a vivere liberi per donare la vita, proprio come Gesù.<br /><br /> Conclusione: Ringraziamo per il fuoco che dà vita<br /><br /> In questa domenica di agosto ringrazio il Signore per questi tre segni: il fango che mi ricorda le prigioni e le immobilità da superare; il fuoco che lui accende nel cuore, fuoco di carità, di vita, di relazioni nuove; la nuvola di testimoni che mi accompagna nella corsa.<br /><br /> Siamo qui non per il caldo del sole, ma per accendere dentro di noi il fuoco dell’Eucaristia, della Parola, del Pane e del Vino che sono il corpo e il sangue del Signore. Che lui ci dia forza per deporre i pesi e correre con libertà verso la sua Pasqua.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67401154</guid><pubDate>Sun, 17 Aug 2025 12:01:10 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67401154/imported_175543188996137_audio.mp3" length="10658377" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Tre immagini per comprendere il Vangelo: fango, fuoco e nuvola

Oggi mi hanno colpito tre elementi molto concreti che emergono dalle letture: il fango, di cui parla il libro di Geremia; il fuoco, che Gesù dice di essere venuto a portare sulla terra; e...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Tre immagini per comprendere il Vangelo: fango, fuoco e nuvola<br /><br /> Oggi mi hanno colpito tre elementi molto concreti che emergono dalle letture: il fango, di cui parla il libro di Geremia; il fuoco, che Gesù dice di essere venuto a portare sulla terra; e la nuvola, quella moltitudine di testimoni evocata nella Lettera agli Ebrei. A partire da queste immagini voglio raccogliere qualche riflessione, perché ci aiutano a leggere il Vangelo e la nostra vita.<br /><br /> Il fango: ciò che blocca e fa morire<br /><br /> Il fango è la sorte di Geremia, gettato in una cisterna senz’acqua per zittirlo. La sua parola era scomoda: diceva a Gerusalemme di arrendersi invece di combattere, e per questo viene considerato un profeta di sventura, uno che porta il male anziché la pace. Lo mettono nel fango per farlo tacere.<br /><br /> Il fango è immagine di ciò che ci blocca, che ci imprigiona, che ci toglie vita. Mi impressiona il comportamento del re Sedecia: avrebbe il potere di fare giustizia, e invece si lava le mani, lasciando che Geremia muoia di fame. È un’immagine forte di impotenza e indifferenza.<br /><br /> In mezzo a questa situazione emerge Ebedmelec, un servo, uno che apparentemente conta poco, ma che si accorge del pericolo di Geremia e interviene per salvarlo. Questo mi fa pensare a quanto oggi ci sia tanto fango nel mondo: guerre che soffocano, fame che uccide, ingiustizie che immobilizzano. E spesso anche noi ci sentiamo impotenti, ma possiamo almeno alzare la voce, richiamare l’attenzione, come ha fatto Ebedmelec.<br /><br /> Il fuoco: energia e vita che costano il dono totale<br /><br /> Gesù dice: “Sono venuto a portare fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso”. Parole forti, che suonano quasi violente, soprattutto quando aggiunge che non porta pace ma divisione. Che cosa significa questo fuoco?<br /><br /> Non è un fuoco che distrugge, ma che dà energia, luce, calore. È la vita nuova che nasce dalla sua morte e risurrezione. Quando Gesù parla del “battesimo” a cui deve sottoporsi, parla proprio della sua croce: per accendere questo fuoco deve passare attraverso la morte. È il prezzo del dono totale di sé.<br /><br /> Questo crea divisione perché scandalizza: il pensiero che per amare fino in fondo occorra dare la vita è duro da accettare, anche per i discepoli. Eppure Gesù ce lo mostra con la sua testimonianza: il fuoco della fede, della carità, della speranza si accende solo attraverso il dono completo, senza riserve. Questo fuoco è la forza che trasforma il mondo.<br /><br /> La nuvola: la comunione dei testimoni che ci sostiene<br /><br /> Il terzo elemento è la nuvola di testimoni di cui parla la Lettera agli Ebrei: una moltitudine che ci circonda e ci incoraggia nella corsa della vita. Non siamo soli: davanti a noi c’è Gesù, e attorno a noi ci sono uomini e donne che hanno vissuto la fede, anche senza vedere subito il compimento delle promesse.<br /><br /> Questa immagine è bellissima: siamo una comunità in cammino, una folla che si avvicina al Signore per ricevere il dono più grande, la vita eterna. Come dice il Vangelo di Giovanni, Gesù accoglie tutti, non respinge nessuno, e a tutti offre la risurrezione.<br /><br /> Pensare a questa nuvola mi consola: non corro da solo, ma insieme a tanti testimoni – anche quelli più piccoli, quelli che sanno amare con semplicità, senza pesi inutili. Sono loro che ci insegnano a vivere liberi per donare la vita, proprio come Gesù.<br /><br /> Conclusione: Ringraziamo per il fuoco che dà vita<br /><br /> In questa domenica di agosto ringrazio il Signore per questi tre segni: il fango che mi ricorda le prigioni e le immobilità da superare; il fuoco che lui accende nel cuore, fuoco di carità, di vita, di relazioni nuove; la nuvola di testimoni che mi accompagna nella corsa.<br /><br /> Siamo qui non per il caldo del sole, ma per accendere dentro di noi il fuoco dell’Eucaristia, della Parola, del Pane e del Vino che sono il corpo e il sangue del Signore. Che...]]></itunes:summary><itunes:duration>667</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia XIX domenica TO C S. Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-xix-domenica-to-c-s-andrea-ore-11--67319755</link><description><![CDATA[Questa domenica, meditando sulla lettera agli Ebrei, mi ha colpito profondamente un versetto: “Nella fede morirono tutti costoro, senza avere ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano.” È una frase che mi ha fatto riflettere: queste persone hanno vissuto nella fede, pur senza toccare con mano ciò che Dio aveva promesso loro. Pensiamo ad Abramo: lasciò Ur dei Caldei, affrontò un lungo viaggio, si fidò di Dio e delle sue promesse. Quella parola accese in lui una speranza che lo sostenne per tutta la vita. Lo stesso accadde al popolo di Israele, oppresso in Egitto, a cui Dio promise una terra dove scorrono latte e miele. Anche se quasi nessuno di quelli partiti arrivò alla meta, la loro vita cambiò: furono liberati e guidati da una luce.<br /><br /> Camminare nella speranza<br /><br /> Questa esperienza l’ho sentita vicina nei giorni scorsi camminando con alcuni detenuti. Come Israele nel deserto, anche loro vivono una condizione di prigionia. Abbiamo percorso tanti chilometri insieme, e anche se alla fine hanno dovuto fare ritorno al carcere di Venezia, durante il cammino è nata in loro una luce nuova. Ci hanno testimoniato una gioia sincera, una speranza che ha cambiato il loro sguardo. Penso alla Trasfigurazione che abbiamo celebrato da poco: Gesù mostra la sua gloria ai discepoli, donando una luce che li accompagnerà anche nei momenti bui. Questa luce è ciò che oggi il Signore ci vuole ricordare.<br /><br /> Piccolo gregge, grande dono<br /><br /> Viviamo in tempi di tenebra: prigionie interiori, solitudini, errori, delusioni. Eppure il Vangelo ci dice: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.” È un dono immenso, una speranza che non si corrompe come i tesori materiali. Non è un regalo individuale, ma comunitario: il Regno ci viene dato come famiglia di credenti. Questo dono ci trasforma, ci invita a vivere insieme, a custodirci a vicenda.<br /><br /> L’attesa che cambia la vita<br /><br /> Il Vangelo ci parla di servi che attendono il padrone. Non lo aspettano con paura, ma con gioia, perché torna da un banchetto di nozze. L’attesa li rende responsabili: devono dare nutrimento al tempo opportuno, prendersi cura delle persone affidate loro. È un’attesa che illumina anche la vita ordinaria: chi con un marito difficile, chi con figli complicati, chi con le fatiche quotidiane. La promessa della terra lontana, come per i patriarchi e Israele, resta davanti a noi. La piena realizzazione avverrà nell’incontro con il Signore, che – sorprendentemente – si metterà a servirci. Già ora, però, siamo beati se viviamo con questo desiderio vivo nel cuore.<br /><br /> Un segno di speranza<br /><br /> Alla fine del cammino con i detenuti, abbiamo avuto la grazia di incontrare il Papa. Quando ci ha visti, ha ringraziato i tre camminatori del carcere lperché erano segno di speranza. Ha detto che il loro mettersi in cammino era un segno di costruzione e di fiducia per il futuro. Mi ha colpito che persino il Papa riceva speranza da noi, poveri pellegrini. Questa è la missione: vivere ogni giorno nella luce della fede, in attesa dell’incontro con Lui. Non importa se siamo carcerati, preti o genitori: tutti siamo chiamati a questo dono nuovo di Dio. <br /><br /> Lo 9E oggi mi chiedo: com’è cambiata la mia vita con questa luce? Voglio impegnarmi a vivere “da risorto”, con le lampade accese e i fianchi cinti, pronto ad accoglierlo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67319755</guid><pubDate>Sun, 10 Aug 2025 12:33:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67319755/imported_1754828866613662_audio.mp3" length="11281972" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Questa domenica, meditando sulla lettera agli Ebrei, mi ha colpito profondamente un versetto: “Nella fede morirono tutti costoro, senza avere ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano.” È una frase che mi ha fatto...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Questa domenica, meditando sulla lettera agli Ebrei, mi ha colpito profondamente un versetto: “Nella fede morirono tutti costoro, senza avere ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano.” È una frase che mi ha fatto riflettere: queste persone hanno vissuto nella fede, pur senza toccare con mano ciò che Dio aveva promesso loro. Pensiamo ad Abramo: lasciò Ur dei Caldei, affrontò un lungo viaggio, si fidò di Dio e delle sue promesse. Quella parola accese in lui una speranza che lo sostenne per tutta la vita. Lo stesso accadde al popolo di Israele, oppresso in Egitto, a cui Dio promise una terra dove scorrono latte e miele. Anche se quasi nessuno di quelli partiti arrivò alla meta, la loro vita cambiò: furono liberati e guidati da una luce.<br /><br /> Camminare nella speranza<br /><br /> Questa esperienza l’ho sentita vicina nei giorni scorsi camminando con alcuni detenuti. Come Israele nel deserto, anche loro vivono una condizione di prigionia. Abbiamo percorso tanti chilometri insieme, e anche se alla fine hanno dovuto fare ritorno al carcere di Venezia, durante il cammino è nata in loro una luce nuova. Ci hanno testimoniato una gioia sincera, una speranza che ha cambiato il loro sguardo. Penso alla Trasfigurazione che abbiamo celebrato da poco: Gesù mostra la sua gloria ai discepoli, donando una luce che li accompagnerà anche nei momenti bui. Questa luce è ciò che oggi il Signore ci vuole ricordare.<br /><br /> Piccolo gregge, grande dono<br /><br /> Viviamo in tempi di tenebra: prigionie interiori, solitudini, errori, delusioni. Eppure il Vangelo ci dice: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.” È un dono immenso, una speranza che non si corrompe come i tesori materiali. Non è un regalo individuale, ma comunitario: il Regno ci viene dato come famiglia di credenti. Questo dono ci trasforma, ci invita a vivere insieme, a custodirci a vicenda.<br /><br /> L’attesa che cambia la vita<br /><br /> Il Vangelo ci parla di servi che attendono il padrone. Non lo aspettano con paura, ma con gioia, perché torna da un banchetto di nozze. L’attesa li rende responsabili: devono dare nutrimento al tempo opportuno, prendersi cura delle persone affidate loro. È un’attesa che illumina anche la vita ordinaria: chi con un marito difficile, chi con figli complicati, chi con le fatiche quotidiane. La promessa della terra lontana, come per i patriarchi e Israele, resta davanti a noi. La piena realizzazione avverrà nell’incontro con il Signore, che – sorprendentemente – si metterà a servirci. Già ora, però, siamo beati se viviamo con questo desiderio vivo nel cuore.<br /><br /> Un segno di speranza<br /><br /> Alla fine del cammino con i detenuti, abbiamo avuto la grazia di incontrare il Papa. Quando ci ha visti, ha ringraziato i tre camminatori del carcere lperché erano segno di speranza. Ha detto che il loro mettersi in cammino era un segno di costruzione e di fiducia per il futuro. Mi ha colpito che persino il Papa riceva speranza da noi, poveri pellegrini. Questa è la missione: vivere ogni giorno nella luce della fede, in attesa dell’incontro con Lui. Non importa se siamo carcerati, preti o genitori: tutti siamo chiamati a questo dono nuovo di Dio. <br /><br /> Lo 9E oggi mi chiedo: com’è cambiata la mia vita con questa luce? Voglio impegnarmi a vivere “da risorto”, con le lampade accese e i fianchi cinti, pronto ad accoglierlo.]]></itunes:summary><itunes:duration>706</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia mercoledì XVII sett TO ad Assisi</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-mercoledi-xvii-sett-to-ad-assisi--67186402</link><description><![CDATA[Riflettendo sulle letture di oggi, mi colpisce l’immagine del volto di Mosè che cambia quando parla con Dio. È un volto che si illumina, che diventa raggiante, tanto che spaventa persino gli israeliti, al punto che Mosè deve coprirsi con un velo. Questa trasformazione è bellissima: è il frutto della sua conversazione intima con il Signore. È una scena che mi emoziona perché mostra quanto sia potente e trasformante il dialogo con Dio.<br /><br /> E la cosa ancora più bella è che oggi questa possibilità non è più riservata solo a Mosè, ma è data a tutti noi. Possiamo anche noi parlare con il Signore, ascoltarlo, metterci in relazione con Lui, specialmente attraverso la Parola, la preghiera, le liturgie. In questi giorni di cammino condiviso, ho potuto sperimentarlo: ascoltare la Parola in gruppo, pregare insieme, lasciarmi ispirare dalla natura, dalla figura di San Francesco, e anche dalle persone che camminano con me. Mi accorgo che a volte basta guardare un volto sereno e mi viene da pensare: "Ma guarda com’è contento, chissà che cosa ha incontrato..."<br /><br /> Il tesoro e la perla preziosa<br /><br /> Nel Vangelo, ritrovo lo stesso tema sotto forma di parabola. Gesù ci dice che il Regno dei Cieli è come un tesoro nascosto, qualcosa di grande, di meraviglioso. Quando qualcuno lo trova, lo nasconde, poi pieno di gioia vende tutto quello che ha e compra quel campo. Mi colpisce questa gioia, così forte da spingere qualcuno a vendere tutto. È una scelta radicale, quasi folle. Ma l’immagine si ripete: anche il mercante che cerca perle preziose, quando ne trova una di grande valore, vende tutto per averla.<br /><br /> Questo mi fa pensare che la vita cristiana non è un’etichetta, non è un’identità che riceviamo e basta. È una ricerca. È una sete. È un cammino. Il rapporto con il Signore è qualcosa di tanto prezioso che vale la pena lasciare ogni cosa pur di custodirlo. Non è automatico, va cercato e curato ogni giorno.<br /><br /> La Samaritana: una storia che ci riguarda<br /><br /> In questi giorni stiamo riflettendo sulla figura della Samaritana. Anche lei, una donna della Samaria, con un passato difficile — cinque mariti, una vita complicata — eppure è proprio a lei che Gesù si rivela: “Sono io, il Messia, che parlo con te.” Immagino la sua reazione simile a quella di Mosè: una gioia che le illumina il volto, un desiderio immediato di andare a raccontare tutto a chi conosce, ai suoi compaesani, ai familiari.<br /><br /> Prego anche io perché il Signore si faccia vicino alla mia vita, come ha fatto con lei. Perché mi faccia capire quanto è prezioso il suo Regno. E perché, come la Samaritana, come Mosè, possa anch’io vivere questa gioia e condividerla, donare la mia vita per Lui, con entusiasmo e gratitudine.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67186402</guid><pubDate>Wed, 30 Jul 2025 08:26:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67186402/imported_1753863960801989_audio.mp3" length="3344509" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Riflettendo sulle letture di oggi, mi colpisce l’immagine del volto di Mosè che cambia quando parla con Dio. È un volto che si illumina, che diventa raggiante, tanto che spaventa persino gli israeliti, al punto che Mosè deve coprirsi con un velo....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Riflettendo sulle letture di oggi, mi colpisce l’immagine del volto di Mosè che cambia quando parla con Dio. È un volto che si illumina, che diventa raggiante, tanto che spaventa persino gli israeliti, al punto che Mosè deve coprirsi con un velo. Questa trasformazione è bellissima: è il frutto della sua conversazione intima con il Signore. È una scena che mi emoziona perché mostra quanto sia potente e trasformante il dialogo con Dio.<br /><br /> E la cosa ancora più bella è che oggi questa possibilità non è più riservata solo a Mosè, ma è data a tutti noi. Possiamo anche noi parlare con il Signore, ascoltarlo, metterci in relazione con Lui, specialmente attraverso la Parola, la preghiera, le liturgie. In questi giorni di cammino condiviso, ho potuto sperimentarlo: ascoltare la Parola in gruppo, pregare insieme, lasciarmi ispirare dalla natura, dalla figura di San Francesco, e anche dalle persone che camminano con me. Mi accorgo che a volte basta guardare un volto sereno e mi viene da pensare: "Ma guarda com’è contento, chissà che cosa ha incontrato..."<br /><br /> Il tesoro e la perla preziosa<br /><br /> Nel Vangelo, ritrovo lo stesso tema sotto forma di parabola. Gesù ci dice che il Regno dei Cieli è come un tesoro nascosto, qualcosa di grande, di meraviglioso. Quando qualcuno lo trova, lo nasconde, poi pieno di gioia vende tutto quello che ha e compra quel campo. Mi colpisce questa gioia, così forte da spingere qualcuno a vendere tutto. È una scelta radicale, quasi folle. Ma l’immagine si ripete: anche il mercante che cerca perle preziose, quando ne trova una di grande valore, vende tutto per averla.<br /><br /> Questo mi fa pensare che la vita cristiana non è un’etichetta, non è un’identità che riceviamo e basta. È una ricerca. È una sete. È un cammino. Il rapporto con il Signore è qualcosa di tanto prezioso che vale la pena lasciare ogni cosa pur di custodirlo. Non è automatico, va cercato e curato ogni giorno.<br /><br /> La Samaritana: una storia che ci riguarda<br /><br /> In questi giorni stiamo riflettendo sulla figura della Samaritana. Anche lei, una donna della Samaria, con un passato difficile — cinque mariti, una vita complicata — eppure è proprio a lei che Gesù si rivela: “Sono io, il Messia, che parlo con te.” Immagino la sua reazione simile a quella di Mosè: una gioia che le illumina il volto, un desiderio immediato di andare a raccontare tutto a chi conosce, ai suoi compaesani, ai familiari.<br /><br /> Prego anche io perché il Signore si faccia vicino alla mia vita, come ha fatto con lei. Perché mi faccia capire quanto è prezioso il suo Regno. 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Oggi celebriamo la loro memoria, e ogni volta che penso a loro, li immagino come persone che hanno conosciuto il Signore da vicino, che gli hanno parlato, che hanno condiviso con Lui momenti semplici e intensi.<br /><br /> Nel Vangelo di oggi si percepisce chiaramente la bellezza della fede di Marta. Anche nel suo dolore, quando afferma: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”, c’è una fede profonda, un dialogo schietto con Gesù. E questo mi colpisce, perché descrive bene anche la nostra vita: il nostro desiderio che Dio intervenga, che cambi le cose, che ci risparmi certe sofferenze. Ma Gesù, anche in quell’occasione, non arriva subito. Aspetta. E questo attendere ha un senso: vuole dare qualcosa di più grande.<br /><br /> La Vita e la Risurrezione<br /><br /> Quando Gesù dice a Marta: “Io sono la Risurrezione e la Vita”, non sta parlando solo di un evento miracoloso o di un ritorno alla salute fisica. No, sta indicando se stesso come la sorgente di una vita piena, di una risurrezione che riguarda tutto l’essere. La risurrezione non è solo la vittoria sulla morte biologica, ma è vivere in relazione con Lui, in un legame d’amore che attraversa ogni tipo di morte.<br /><br /> In questi giorni sto meditando il Vangelo di Giovanni, e mi torna alla mente il dialogo tra Gesù e la Samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio…”. Anche Marta, Maria e Lazzaro devono scoprire questo dono. Gesù continua dicendo: “Chi crede in me, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.” Per me, questo è il cuore del Vangelo di oggi.<br /><br /> Vivere in Lui<br /><br /> Ma cosa significa davvero “vivere e credere in Lui”? Non è una frase astratta. È un’esperienza concreta, quotidiana. Vuol dire vivere con Lui, di Lui, in Lui. Per Marta, Maria e Lazzaro questo era già realtà, ma c’era bisogno di un passaggio ulteriore, che contemplasse anche il dolore della perdita del fratello. Un dolore attraversato dalla presenza di Gesù, che non è mai assente, neppure nei momenti più duri.<br /><br /> Quando Gesù chiede a Marta: “Credi tu questo?”, lei risponde con una delle più belle confessioni di fede del Vangelo: “Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo.” Anche noi siamo chiamati ogni giorno a rinnovare questa professione, a viverla nel concreto, nelle relazioni, nelle difficoltà, nella fraternità.<br /><br /> L’amore che rende vivi<br /><br /> Vivere e credere in Gesù significa mettere al centro l’amore. La prima lettura lo dice con forza: “Se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.” Vivere in Gesù è amare: amare Lui, amare i fratelli, amarci tra di noi. È il segno distintivo del discepolo. Certo, siamo anche capaci di farci del male, ma volerci bene è la cosa più bella che possiamo fare. È ciò che ci rende felici, in pace, profondamente uniti a Dio.<br /><br /> Ringrazio il Signore, perché ogni volta che riscopro quanto sia bello vivere e credere in Lui, sento che non morirò. Neppure nelle notti più buie, nelle prove più dure. Perché Gesù non ha paura di visitarci, neanche quando attraversiamo la morte, la sofferenza, lo sconforto. In quelle ore, Lui è lì. E noi non siamo mai abbandonati.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67171131</guid><pubDate>Tue, 29 Jul 2025 08:07:37 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67171131/imported_1753776416224614_audio.mp3" length="5805871" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Betania è un villaggio speciale. Lo sento come una casa che Gesù amava profondamente. Tornava spesso lì, in quella dimora che apparteneva a tre fratelli: Marta, Maria e Lazzaro. Oggi celebriamo la loro memoria, e ogni volta che penso a loro, li...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Betania è un villaggio speciale. Lo sento come una casa che Gesù amava profondamente. Tornava spesso lì, in quella dimora che apparteneva a tre fratelli: Marta, Maria e Lazzaro. Oggi celebriamo la loro memoria, e ogni volta che penso a loro, li immagino come persone che hanno conosciuto il Signore da vicino, che gli hanno parlato, che hanno condiviso con Lui momenti semplici e intensi.<br /><br /> Nel Vangelo di oggi si percepisce chiaramente la bellezza della fede di Marta. Anche nel suo dolore, quando afferma: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”, c’è una fede profonda, un dialogo schietto con Gesù. E questo mi colpisce, perché descrive bene anche la nostra vita: il nostro desiderio che Dio intervenga, che cambi le cose, che ci risparmi certe sofferenze. Ma Gesù, anche in quell’occasione, non arriva subito. Aspetta. E questo attendere ha un senso: vuole dare qualcosa di più grande.<br /><br /> La Vita e la Risurrezione<br /><br /> Quando Gesù dice a Marta: “Io sono la Risurrezione e la Vita”, non sta parlando solo di un evento miracoloso o di un ritorno alla salute fisica. No, sta indicando se stesso come la sorgente di una vita piena, di una risurrezione che riguarda tutto l’essere. La risurrezione non è solo la vittoria sulla morte biologica, ma è vivere in relazione con Lui, in un legame d’amore che attraversa ogni tipo di morte.<br /><br /> In questi giorni sto meditando il Vangelo di Giovanni, e mi torna alla mente il dialogo tra Gesù e la Samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio…”. Anche Marta, Maria e Lazzaro devono scoprire questo dono. Gesù continua dicendo: “Chi crede in me, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.” Per me, questo è il cuore del Vangelo di oggi.<br /><br /> Vivere in Lui<br /><br /> Ma cosa significa davvero “vivere e credere in Lui”? Non è una frase astratta. È un’esperienza concreta, quotidiana. Vuol dire vivere con Lui, di Lui, in Lui. Per Marta, Maria e Lazzaro questo era già realtà, ma c’era bisogno di un passaggio ulteriore, che contemplasse anche il dolore della perdita del fratello. Un dolore attraversato dalla presenza di Gesù, che non è mai assente, neppure nei momenti più duri.<br /><br /> Quando Gesù chiede a Marta: “Credi tu questo?”, lei risponde con una delle più belle confessioni di fede del Vangelo: “Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo.” Anche noi siamo chiamati ogni giorno a rinnovare questa professione, a viverla nel concreto, nelle relazioni, nelle difficoltà, nella fraternità.<br /><br /> L’amore che rende vivi<br /><br /> Vivere e credere in Gesù significa mettere al centro l’amore. La prima lettura lo dice con forza: “Se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.” Vivere in Gesù è amare: amare Lui, amare i fratelli, amarci tra di noi. È il segno distintivo del discepolo. Certo, siamo anche capaci di farci del male, ma volerci bene è la cosa più bella che possiamo fare. È ciò che ci rende felici, in pace, profondamente uniti a Dio.<br /><br /> Ringrazio il Signore, perché ogni volta che riscopro quanto sia bello vivere e credere in Lui, sento che non morirò. Neppure nelle notti più buie, nelle prove più dure. Perché Gesù non ha paura di visitarci, neanche quando attraversiamo la morte, la sofferenza, lo sconforto. In quelle ore, Lui è lì. E noi non siamo mai abbandonati.]]></itunes:summary><itunes:duration>363</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia matrimonio di Alessandro Pepe e Gerarda Fundarò domenica XVII TO anno C S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-matrimonio-di-alessandro-pepe-e-gerarda-fundaro-domenica-xvii-to-anno-c-s-andrea--67141861</link><description><![CDATA[Nei giorni scorsi, mentre da Napoli mi preparavo a venire per celebrare questo matrimonio, ho percepito qualcosa di molto bello: il legame profondo tra il matrimonio di oggi e la preghiera, come ci suggeriscono le letture della liturgia. <br /><br /> Oggi vorrei soffermarmi sulla piccola parabola che Gesù racconta subito dopo, e che aiuta a comprenderlo meglio.<br /><br /> Questa parabola ci presenta un uomo che, nel cuore della notte, riceve una visita inaspettata e si trova senza nulla da offrire. Allora va da un amico e bussa, chiedendo del pane. L’amico si giustifica, è tardi, i figli dormono, ma l’altro non molla, continua a bussare, insiste. Gesù dice che, anche se non glielo darà per amicizia, alla fine glielo darà per l’insistenza.<br /><br /> Il matrimonio come gesto audace di chi non ha nulla da offrire<br /><br /> Questa parabola ci insegna qualcosa di importante: nella preghiera – e quindi anche nel matrimonio – ci troviamo spesso nella condizione di chi non ha nulla da offrire. In un mondo che ci chiede di avere tutto sotto controllo, di essere autosufficienti, il matrimonio è un salto nel vuoto, una dichiarazione di dipendenza. Potremmo domandarci: “Ma cosa venite a sposarvi a fare, se avete già tutto?” Eppure è proprio lì la bellezza: nel voler donare, anche se si è consapevoli di non avere abbastanza. Il Signore allora entra nella nostra vita e ci aiuta a dare anche quello che ci manca. È Lui che ci sostiene, che ci completa.<br /><br /> La preghiera del Padre Nostro è allora un atto di umiltà: ci mette di fronte al fatto che da soli non ce la facciamo, che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio per poter amare, per poter costruire qualcosa di duraturo. È un pensiero che va controcorrente, perché oggi siamo educati a bastare a noi stessi, a vivere in autonomia. Ma il Vangelo ci dice: no, ci sarà sempre un amico che arriverà inaspettatamente, e dovrai bussare per ricevere pane.<br /><br /> Insistere, cercare, bussare: il cuore della fede<br /><br /> Questo atteggiamento dell’insistenza – del chiedere, cercare, bussare – è profondamente cristiano. È lo stile di chi riconosce il proprio bisogno e non si arrende. È l’immagine della nostra amica Gerarda, che tutti conosciamo: insistente, sì, ma anche profondamente generosa. E in fondo la fede è proprio questo: non tanto l’avere già tutto, ma il continuare a cercare. La preghiera del Padre Nostro ci guida proprio in questa direzione, e oggi acquista per voi due un significato tutto speciale.<br /><br /> Quando Gesù dice: “Quando pregate, dite Padre”, ci invita a rivolgerci a Dio con la confidenza di un figlio. I padri amano i figli, a volte sgridano, ma alla fine li accolgono sempre. È questo il volto del nostro Dio: non un giudice, ma un Padre, che accoglie e che regna con amore.<br /><br /> Il matrimonio come testimonianza del Regno di Dio<br /><br /> Il vostro matrimonio è un segno di questa fede. Avreste potuto accontentarvi di un matrimonio civile, di un patto formale, ma avete voluto qualcosa di più: santificare il Signore attraverso la vostra unione. Il vostro amore, nella semplicità e bellezza del quotidiano, diventa testimonianza del Regno di Dio.<br /><br /> Nel modo in cui vi vorrete bene, nella vostra casa, nel rapporto con i figli e con gli amici, si vedrà qualcosa del volto di Dio. E quando, nella preghiera, direte “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, saprete che quel pane è ciò che vi nutre davvero: la capacità di amarvi ogni giorno, di rinnovare il sì, di restare fedeli anche nella fatica.<br /><br /> Il perdono: la radice dell’amore duraturo<br /><br /> Tra le parole più forti della preghiera c’è: “perdona i nostri peccati”. Il perdono è il cuore dell’amore. Non si tratta solo di vivere tra fiorellini e dolci parole, ma di attraversare le prove, i litigi, le incomprensioni. Ed è lì che si misura la profondità di un legame: nella capacità di perdonarsi. Anche voi, come dice la preghiera, sarete chiamati a perdonare i vostri debitori, perché tutti sbagliamo, tutti siamo in cammino.<br /><br /> Non abbandonarci: la supplica continua<br /><br /> Infine, “non abbandonarci alla tentazione”. Che bella questa invocazione! È il grido di chi chiede protezione, di chi desidera non cadere, non smarrirsi. “Tienimi una mano sulla testa, Signore”, diciamo col cuore. Perché la tentazione, la fatica, i momenti di crisi ci saranno. Ma se Lui resta con noi, non saremo mai soli.<br /><br /> Una preghiera per tutti noi<br /><br /> Allora questa preghiera non è solo per voi sposi, ma per tutti noi. Ogni volta che direte il Padre Nostro, ricordate che lì c’è il fondamento del vostro amore. Ma vale anche per noi, per ogni uomo e donna che si scopre senza nulla da offrire. E proprio allora possiamo dire: “Signore, dammelo tu”.<br /><br /> Con gratitudine, in un momento di silenzio, preghiamo per voi, per il vostro amore, e anche per noi stessi, figli amati del Padre.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67141861</guid><pubDate>Sun, 27 Jul 2025 12:25:38 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67141861/imported_1753617884958657_audio.mp3" length="7498187" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nei giorni scorsi, mentre da Napoli mi preparavo a venire per celebrare questo matrimonio, ho percepito qualcosa di molto bello: il legame profondo tra il matrimonio di oggi e la preghiera, come ci suggeriscono le letture della liturgia. 

Oggi vorrei...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nei giorni scorsi, mentre da Napoli mi preparavo a venire per celebrare questo matrimonio, ho percepito qualcosa di molto bello: il legame profondo tra il matrimonio di oggi e la preghiera, come ci suggeriscono le letture della liturgia. <br /><br /> Oggi vorrei soffermarmi sulla piccola parabola che Gesù racconta subito dopo, e che aiuta a comprenderlo meglio.<br /><br /> Questa parabola ci presenta un uomo che, nel cuore della notte, riceve una visita inaspettata e si trova senza nulla da offrire. Allora va da un amico e bussa, chiedendo del pane. L’amico si giustifica, è tardi, i figli dormono, ma l’altro non molla, continua a bussare, insiste. Gesù dice che, anche se non glielo darà per amicizia, alla fine glielo darà per l’insistenza.<br /><br /> Il matrimonio come gesto audace di chi non ha nulla da offrire<br /><br /> Questa parabola ci insegna qualcosa di importante: nella preghiera – e quindi anche nel matrimonio – ci troviamo spesso nella condizione di chi non ha nulla da offrire. In un mondo che ci chiede di avere tutto sotto controllo, di essere autosufficienti, il matrimonio è un salto nel vuoto, una dichiarazione di dipendenza. Potremmo domandarci: “Ma cosa venite a sposarvi a fare, se avete già tutto?” Eppure è proprio lì la bellezza: nel voler donare, anche se si è consapevoli di non avere abbastanza. Il Signore allora entra nella nostra vita e ci aiuta a dare anche quello che ci manca. È Lui che ci sostiene, che ci completa.<br /><br /> La preghiera del Padre Nostro è allora un atto di umiltà: ci mette di fronte al fatto che da soli non ce la facciamo, che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio per poter amare, per poter costruire qualcosa di duraturo. È un pensiero che va controcorrente, perché oggi siamo educati a bastare a noi stessi, a vivere in autonomia. Ma il Vangelo ci dice: no, ci sarà sempre un amico che arriverà inaspettatamente, e dovrai bussare per ricevere pane.<br /><br /> Insistere, cercare, bussare: il cuore della fede<br /><br /> Questo atteggiamento dell’insistenza – del chiedere, cercare, bussare – è profondamente cristiano. È lo stile di chi riconosce il proprio bisogno e non si arrende. È l’immagine della nostra amica Gerarda, che tutti conosciamo: insistente, sì, ma anche profondamente generosa. E in fondo la fede è proprio questo: non tanto l’avere già tutto, ma il continuare a cercare. La preghiera del Padre Nostro ci guida proprio in questa direzione, e oggi acquista per voi due un significato tutto speciale.<br /><br /> Quando Gesù dice: “Quando pregate, dite Padre”, ci invita a rivolgerci a Dio con la confidenza di un figlio. I padri amano i figli, a volte sgridano, ma alla fine li accolgono sempre. È questo il volto del nostro Dio: non un giudice, ma un Padre, che accoglie e che regna con amore.<br /><br /> Il matrimonio come testimonianza del Regno di Dio<br /><br /> Il vostro matrimonio è un segno di questa fede. Avreste potuto accontentarvi di un matrimonio civile, di un patto formale, ma avete voluto qualcosa di più: santificare il Signore attraverso la vostra unione. Il vostro amore, nella semplicità e bellezza del quotidiano, diventa testimonianza del Regno di Dio.<br /><br /> Nel modo in cui vi vorrete bene, nella vostra casa, nel rapporto con i figli e con gli amici, si vedrà qualcosa del volto di Dio. E quando, nella preghiera, direte “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, saprete che quel pane è ciò che vi nutre davvero: la capacità di amarvi ogni giorno, di rinnovare il sì, di restare fedeli anche nella fatica.<br /><br /> Il perdono: la radice dell’amore duraturo<br /><br /> Tra le parole più forti della preghiera c’è: “perdona i nostri peccati”. Il perdono è il cuore dell’amore. Non si tratta solo di vivere tra fiorellini e dolci parole, ma di attraversare le prove, i litigi, le incomprensioni. Ed è lì che si misura la profondità di un legame: nella capacità di perdonarsi. Anche voi, come dice la preghiera, sarete chiamati a perdonare i vostri debitori, perché tutti...]]></itunes:summary><itunes:duration>469</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/83746abbb390433a473fd04c46bc2a81.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia domenica XVII TO anno C BVI ore 9.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-domenica-xvii-to-anno-c-bvi-ore-9-30--67141849</link><description><![CDATA[Mi ha colpito la piccola parabola che Gesù racconta subito dopo aver insegnato il Padre Nostro. Racconta di un uomo che, nel cuore della notte, si ritrova a dover accogliere un amico ma non ha nulla da offrirgli. “Non ho nulla da offrire”: questa frase mi risuona dentro con forza. È un’affermazione che esprime povertà, bisogno, impossibilità. Ma non è un bisogno per sé: è un’urgenza per l’altro. È l’esperienza che spesso viviamo anche noi, quando qualcuno – un figlio, un parente, un amico – ci chiede qualcosa e noi ci sentiamo svuotati, incapaci, inadeguati.<br /><br /> La preghiera nasce dal bisogno<br /><br /> La preghiera del Padre Nostro non nasce in chi ha tutto, in chi si sente autosufficiente. Nasce invece proprio da quella coscienza di povertà, da quel senso di bisogno che ci spinge a chiedere. Ma quanto è difficile chiedere aiuto! A volte nemmeno con le persone più vicine – il coniuge, i figli – riusciamo a essere così trasparenti da manifestare il nostro bisogno. Gesù ci insegna che la preghiera è fatta di gesti semplici e coraggiosi: chiedere, bussare, cercare. Significa importunare Dio non per interesse personale, ma per poter offrire qualcosa a nostra volta. Solo così possiamo accogliere e donare.<br /><br /> Gesù, il Figlio che prega<br /><br /> È toccante notare come Gesù, il Figlio di Dio, non si sottragga mai alla preghiera. Nel Vangelo di Luca, è evidente che nei momenti cruciali della sua vita – la scelta dei discepoli, il battesimo, la trasfigurazione, il Getsemani – Egli prega. Non attende passivamente, ma cerca attivamente la relazione con il Padre. Ed è proprio vedendo Gesù pregare che i discepoli chiedono: “Insegnaci a pregare”. Questo ci interroga: quali sono i nostri esempi di preghiera? Che testimonianza diamo noi? È solo un insieme di parole meccaniche, o nasce da una vera invocazione del cuore?<br /><br /> La preghiera dei figli<br /><br /> Nella versione lucana, il Padre Nostro è ancora più essenziale. Gesù non dice “Padre nostro”, ma semplicemente “Padre”. È un invito a vivere un rapporto intimo, diretto, filiale. Chiamarlo Padre significa riconoscere in Lui un amore che protegge, che si dona, che ci accompagna. La prima richiesta – “sia santificato il tuo nome” – ci coinvolge profondamente: è attraverso le nostre azioni, il nostro vivere quotidiano, che possiamo rendere santo il nome di Dio. E poi: “Venga il tuo Regno”. Questo Regno non è lontano. Io stesso l’ho visto, l’ho respirato recentemente a Napoli, nel Rione Sanità, tra progetti, accoglienza, custodia e fraternità: lì il Regno c’è, vivo e reale.<br /><br /> Il pane quotidiano e il perdono<br /><br /> “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”: è una richiesta che ci ricorda la nostra continua necessità di nutrimento. Non solo fisico, ma spirituale, umano, relazionale. Siamo affamati d’amore, di senso, di verità. E il Vangelo ci invita anche al perdono: “Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo ai nostri debitori”. Questo passaggio è ancora più chiaro nella versione di Luca rispetto a quella di Matteo. Prima perdoniamo noi, poi possiamo chiedere perdono. È un movimento reciproco, dinamico, che spezza la catena del male.<br /><br /> La prima lettura, con l’intercessione di Abramo, ci mostra un Dio disposto al dialogo, alla pazienza, al compromesso pur di salvare. Anche quando ci sembra di non avere nulla da offrire, c’è una cosa che possiamo sempre dare: il perdono. E questo è gratuito, è sempre possibile.<br /><br /> Non abbandonarci<br /><br /> L’ultima invocazione – “non abbandonarci alla tentazione” – è una richiesta di presenza continua. Siamo stati sepolti con Cristo, risorti con Lui, e con Lui vogliamo vivere. È un desiderio profondo di restare in comunione con Lui, di essere accompagnati ogni giorno, in ogni circostanza.<br /><br /> Il dono più grande: lo Spirito Santo<br /><br /> Alla fine della parabola, Gesù ci dice che il Padre non si limita a darci ciò che chiediamo – pane, uova, pesci – ma ci dona qualcosa di ancora più grande: lo Spirito Santo. Ecco il dono supremo: Dio ci dà Se stesso. Ci dà il suo Spirito perché possiamo vivere con il suo stesso amore, la sua accoglienza, la sua forza, la sua gratuità.<br /><br /> Allora sì, ringraziamolo con tutto il cuore. E nei prossimi giorni, proviamo a rivolgerci al Signore con la semplicità e la verità che Gesù ci ha insegnato. Anche se ci sembra di non avere nulla da offrire, abbiamo sempre la possibilità di amare, di chiedere, di perdonare, di pregare. Come figli.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67141849</guid><pubDate>Sun, 27 Jul 2025 12:20:23 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67141849/imported_1753617889626887_audio.mp3" length="11565766" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mi ha colpito la piccola parabola che Gesù racconta subito dopo aver insegnato il Padre Nostro. Racconta di un uomo che, nel cuore della notte, si ritrova a dover accogliere un amico ma non ha nulla da offrirgli. “Non ho nulla da offrire”: questa...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mi ha colpito la piccola parabola che Gesù racconta subito dopo aver insegnato il Padre Nostro. Racconta di un uomo che, nel cuore della notte, si ritrova a dover accogliere un amico ma non ha nulla da offrirgli. “Non ho nulla da offrire”: questa frase mi risuona dentro con forza. È un’affermazione che esprime povertà, bisogno, impossibilità. Ma non è un bisogno per sé: è un’urgenza per l’altro. È l’esperienza che spesso viviamo anche noi, quando qualcuno – un figlio, un parente, un amico – ci chiede qualcosa e noi ci sentiamo svuotati, incapaci, inadeguati.<br /><br /> La preghiera nasce dal bisogno<br /><br /> La preghiera del Padre Nostro non nasce in chi ha tutto, in chi si sente autosufficiente. Nasce invece proprio da quella coscienza di povertà, da quel senso di bisogno che ci spinge a chiedere. Ma quanto è difficile chiedere aiuto! A volte nemmeno con le persone più vicine – il coniuge, i figli – riusciamo a essere così trasparenti da manifestare il nostro bisogno. Gesù ci insegna che la preghiera è fatta di gesti semplici e coraggiosi: chiedere, bussare, cercare. Significa importunare Dio non per interesse personale, ma per poter offrire qualcosa a nostra volta. Solo così possiamo accogliere e donare.<br /><br /> Gesù, il Figlio che prega<br /><br /> È toccante notare come Gesù, il Figlio di Dio, non si sottragga mai alla preghiera. Nel Vangelo di Luca, è evidente che nei momenti cruciali della sua vita – la scelta dei discepoli, il battesimo, la trasfigurazione, il Getsemani – Egli prega. Non attende passivamente, ma cerca attivamente la relazione con il Padre. Ed è proprio vedendo Gesù pregare che i discepoli chiedono: “Insegnaci a pregare”. Questo ci interroga: quali sono i nostri esempi di preghiera? Che testimonianza diamo noi? È solo un insieme di parole meccaniche, o nasce da una vera invocazione del cuore?<br /><br /> La preghiera dei figli<br /><br /> Nella versione lucana, il Padre Nostro è ancora più essenziale. Gesù non dice “Padre nostro”, ma semplicemente “Padre”. È un invito a vivere un rapporto intimo, diretto, filiale. Chiamarlo Padre significa riconoscere in Lui un amore che protegge, che si dona, che ci accompagna. La prima richiesta – “sia santificato il tuo nome” – ci coinvolge profondamente: è attraverso le nostre azioni, il nostro vivere quotidiano, che possiamo rendere santo il nome di Dio. E poi: “Venga il tuo Regno”. Questo Regno non è lontano. Io stesso l’ho visto, l’ho respirato recentemente a Napoli, nel Rione Sanità, tra progetti, accoglienza, custodia e fraternità: lì il Regno c’è, vivo e reale.<br /><br /> Il pane quotidiano e il perdono<br /><br /> “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”: è una richiesta che ci ricorda la nostra continua necessità di nutrimento. Non solo fisico, ma spirituale, umano, relazionale. Siamo affamati d’amore, di senso, di verità. E il Vangelo ci invita anche al perdono: “Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo ai nostri debitori”. Questo passaggio è ancora più chiaro nella versione di Luca rispetto a quella di Matteo. Prima perdoniamo noi, poi possiamo chiedere perdono. È un movimento reciproco, dinamico, che spezza la catena del male.<br /><br /> La prima lettura, con l’intercessione di Abramo, ci mostra un Dio disposto al dialogo, alla pazienza, al compromesso pur di salvare. Anche quando ci sembra di non avere nulla da offrire, c’è una cosa che possiamo sempre dare: il perdono. E questo è gratuito, è sempre possibile.<br /><br /> Non abbandonarci<br /><br /> L’ultima invocazione – “non abbandonarci alla tentazione” – è una richiesta di presenza continua. Siamo stati sepolti con Cristo, risorti con Lui, e con Lui vogliamo vivere. È un desiderio profondo di restare in comunione con Lui, di essere accompagnati ogni giorno, in ogni circostanza.<br /><br /> Il dono più grande: lo Spirito Santo<br /><br /> Alla fine della parabola, Gesù ci dice che il Padre non si limita a darci ciò che chiediamo – pane, uova, pesci – ma ci dona qualcosa...]]></itunes:summary><itunes:duration>723</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia a Napoli sabato della XVI sett TO</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-a-napoli-sabato-della-xvi-sett-to--67134949</link><description><![CDATA[Mi sono chiesto: cos'è davvero la zizzania? È una pianta infestante, qualcosa che rovina il campo. Ma il cuore della parabola non è solo una lezione agricola: è un messaggio profondo che Gesù vuole trasmetterci. Una delle domande centrali che ci viene posta è: da dove viene il male? La parabola è molto chiara nel dirci che il male, quella zizzania che vediamo nel nostro campo, non nasce da noi. Viene da una fonte esterna, e questa fonte ha un nome: il nemico.<br /><br /> Questo è già un punto fondamentale. È confortante, in un certo senso, sapere che quel male che a volte ci soffoca o ci intralcia non è necessariamente frutto della nostra volontà. Certo, possiamo avere delle responsabilità nel modo in cui lo affrontiamo o reagiamo, ma la sua origine, ci dice Gesù, è esterna.<br /><br /> Il Rischio di Estirpare il Male Troppo Presto<br /><br /> La seconda domanda che emerge è: si può togliere il male dal campo? La risposta della parabola è sorprendente. Non bisogna intervenire subito. Marco ce lo ricorda: bisogna aspettare che cresca. Perché? Perché se si tenta di togliere la zizzania subito, si rischia di strappare anche il grano buono.<br /><br /> Questo è davvero illuminante. Siamo abituati a voler “pulire” subito tutto, a togliere ciò che è sbagliato o storto. Ma il rischio è enorme: nel nostro desiderio di purificare, possiamo danneggiare anche ciò che è prezioso. Così, zizzania e grano devono crescere insieme per un tempo. Solo in seguito, si potrà fare la distinzione.<br /><br /> Il Male Si Rende Visibile Solo Col Tempo<br /><br /> Un altro punto importante è che ci si accorge della zizzania solo quando le piante crescono, anzi, quando fanno frutto. Questo significa che il male si manifesta chiaramente solo più avanti, non subito. E questo lo rende difficile da riconoscere e da gestire.<br /><br /> Il padrone del campo dice chiaramente: “Lasciate che l'una e l'altra crescano insieme”. È un’indicazione che va contro il nostro istinto. Noi vorremmo eliminare subito ciò che non va, ma la logica del Regno di Dio è diversa. Questo approccio mi ha fatto pensare a quello che ci raccontava Salvatore riguardo al rione Sanità: “È tutto buono”. Ma davvero tutto è buono? No, c’è ancora tanto da fare, ci sono ancora problemi, “zizzania” appunto.<br /><br /> Un Cammino Lento ma Fiducioso<br /><br /> E allora come si affronta tutto questo? Come si lavora in un luogo dove bene e male convivono? La risposta non è la scorciatoia. Salvatore ci ha detto che si va avanti piano piano, e questa è la strada giusta. Non bisogna avere fretta, ma continuare a coltivare il bene, perché, crescendo, sarà il bene a prevalere. Quando il grano sarà abbondante, la zizzania non avrà più la forza di rovinare tutto.<br /><br /> Alla fine, la mietitura farà giustizia: prima verrà raccolta e bruciata la zizzania, poi il grano sarà custodito. Questa è un'immagine potente che sento vicina anche ai nostri giorni. Nulla del bene andrà perduto, niente sarà sprecato. È un messaggio di speranza, di fiducia nella forza del bene.<br /><br /> La Forza del Bene nel Nostro Campo<br /><br /> Anche nella mia vita personale, mi rendo conto che spesso mi trovo a convivere con situazioni difficili, con ostacoli, con “nemici” che non dipendono da me. Sono situazioni che fanno soffrire, che sembrano rubarmi il respiro. Ma questa parabola mi invita a non temere. A lasciare che le cose crescano insieme, a proteggere e coltivare il bene che c’è in me e attorno a me.<br /><br /> Il bene, mi dice Gesù, è più forte. Ma fine, sarà quello a restare. E ci sarà un giudizio positivo che non lascerà disperdere nulla di ciò che è buono nel mio campo. Questo mi dà speranza, e mi invita a guardare la mia vita e il mondo con pazienza, fiducia e amore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67134949</guid><pubDate>Sat, 26 Jul 2025 21:32:14 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67134949/imported_1753558694530158_audio.mp3" length="5663347" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mi sono chiesto: cos'è davvero la zizzania? È una pianta infestante, qualcosa che rovina il campo. Ma il cuore della parabola non è solo una lezione agricola: è un messaggio profondo che Gesù vuole trasmetterci. Una delle domande centrali che ci viene...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mi sono chiesto: cos'è davvero la zizzania? È una pianta infestante, qualcosa che rovina il campo. Ma il cuore della parabola non è solo una lezione agricola: è un messaggio profondo che Gesù vuole trasmetterci. Una delle domande centrali che ci viene posta è: da dove viene il male? La parabola è molto chiara nel dirci che il male, quella zizzania che vediamo nel nostro campo, non nasce da noi. Viene da una fonte esterna, e questa fonte ha un nome: il nemico.<br /><br /> Questo è già un punto fondamentale. È confortante, in un certo senso, sapere che quel male che a volte ci soffoca o ci intralcia non è necessariamente frutto della nostra volontà. Certo, possiamo avere delle responsabilità nel modo in cui lo affrontiamo o reagiamo, ma la sua origine, ci dice Gesù, è esterna.<br /><br /> Il Rischio di Estirpare il Male Troppo Presto<br /><br /> La seconda domanda che emerge è: si può togliere il male dal campo? La risposta della parabola è sorprendente. Non bisogna intervenire subito. Marco ce lo ricorda: bisogna aspettare che cresca. Perché? Perché se si tenta di togliere la zizzania subito, si rischia di strappare anche il grano buono.<br /><br /> Questo è davvero illuminante. Siamo abituati a voler “pulire” subito tutto, a togliere ciò che è sbagliato o storto. Ma il rischio è enorme: nel nostro desiderio di purificare, possiamo danneggiare anche ciò che è prezioso. Così, zizzania e grano devono crescere insieme per un tempo. Solo in seguito, si potrà fare la distinzione.<br /><br /> Il Male Si Rende Visibile Solo Col Tempo<br /><br /> Un altro punto importante è che ci si accorge della zizzania solo quando le piante crescono, anzi, quando fanno frutto. Questo significa che il male si manifesta chiaramente solo più avanti, non subito. E questo lo rende difficile da riconoscere e da gestire.<br /><br /> Il padrone del campo dice chiaramente: “Lasciate che l'una e l'altra crescano insieme”. È un’indicazione che va contro il nostro istinto. Noi vorremmo eliminare subito ciò che non va, ma la logica del Regno di Dio è diversa. Questo approccio mi ha fatto pensare a quello che ci raccontava Salvatore riguardo al rione Sanità: “È tutto buono”. Ma davvero tutto è buono? No, c’è ancora tanto da fare, ci sono ancora problemi, “zizzania” appunto.<br /><br /> Un Cammino Lento ma Fiducioso<br /><br /> E allora come si affronta tutto questo? Come si lavora in un luogo dove bene e male convivono? La risposta non è la scorciatoia. Salvatore ci ha detto che si va avanti piano piano, e questa è la strada giusta. Non bisogna avere fretta, ma continuare a coltivare il bene, perché, crescendo, sarà il bene a prevalere. Quando il grano sarà abbondante, la zizzania non avrà più la forza di rovinare tutto.<br /><br /> Alla fine, la mietitura farà giustizia: prima verrà raccolta e bruciata la zizzania, poi il grano sarà custodito. Questa è un'immagine potente che sento vicina anche ai nostri giorni. Nulla del bene andrà perduto, niente sarà sprecato. È un messaggio di speranza, di fiducia nella forza del bene.<br /><br /> La Forza del Bene nel Nostro Campo<br /><br /> Anche nella mia vita personale, mi rendo conto che spesso mi trovo a convivere con situazioni difficili, con ostacoli, con “nemici” che non dipendono da me. Sono situazioni che fanno soffrire, che sembrano rubarmi il respiro. Ma questa parabola mi invita a non temere. A lasciare che le cose crescano insieme, a proteggere e coltivare il bene che c’è in me e attorno a me.<br /><br /> Il bene, mi dice Gesù, è più forte. Ma fine, sarà quello a restare. E ci sarà un giudizio positivo che non lascerà disperdere nulla di ciò che è buono nel mio campo. 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In fondo, però, è comprensibile: ogni madre desidera il meglio per i propri figli.<br /><br /> Questa scena ci mette davanti a una logica molto diffusa: quella della ricerca del privilegio, del merito, della scorciatoia. E forse è per questo che ci infastidisce. Perché, se siamo onesti, anche noi siamo spesso immersi in questo stesso sistema, in cui contano le spinte, i riconoscimenti, le posizioni di prestigio.<br /><br /> Gesù propone un'altra via<br /><br /> Ma Gesù, con semplicità e fermezza, ci spiazza completamente: «Tra voi non sia così», dice. Nella comunità dei suoi discepoli le relazioni non si fondano sul potere o sul prestigio, ma su qualcosa di molto diverso. Gesù, che pure è il Figlio di Dio, colui che avrebbe tutto il diritto di farsi servire, si presenta come colui che serve. E invita i suoi discepoli – noi – a fare lo stesso.<br /><br /> «Chi vuole diventare grande sarà vostro servitore». È un’affermazione che ribalta le logiche mondane e che ci propone una strada che all’apparenza può sembrare perdente. Eppure è la strada del Vangelo: quella che rende davvero grandi agli occhi di Dio.<br /><br /> Il servizio come forma di vita<br /><br /> Questa parola, “servizio”, mi risuona dentro con forza. Non l’abbiamo forse sentita anche in questi giorni, a Napoli, attraverso tante testimonianze? Persone che, senza proclami, ci hanno mostrato che servire è davvero il modo più bello e autentico di vivere, di lavorare, di amare.<br /><br /> Gesù ci propone un servizio che arriva fino al dono della vita. Quando dice ai due fratelli: «Potete bere il calice che io bevo?», ci invita a condividere con lui non un onore, ma un cammino difficile, fatto di sacrificio, di fedeltà, di dono totale. È il calice della Pasqua, lo stesso che anche noi riceveremo nell’Eucaristia.<br /><br /> La grandezza nascosta del discepolo<br /><br /> Forse Giacomo e Giovanni non capiscono subito cosa stanno dicendo, ma rispondono: «Sì, possiamo». E in effetti, Giacomo sarà il primo degli Apostoli a dare la vita per il Vangelo: verrà decapitato da Erode, come raccontano gli Atti degli Apostoli. La sua morte, all’apparenza inutile, è invece la conferma che aveva davvero bevuto il calice di Cristo.<br /><br /> Questa è la vera grandezza, quella nascosta, silenziosa, fatta di amore che si dona, fino alla fine. E anche noi, nelle nostre vite quotidiane, possiamo orientarci su questa strada. Non siamo chiamati necessariamente al martirio, ma possiamo scegliere, giorno per giorno, di vivere nel servizio.<br /><br /> Un momento per dire il nostro sì<br /><br /> Ora, in un attimo di silenzio, voglio ringraziare il Signore e pregarlo nel mio intimo. Gli chiedo la forza di accogliere il suo Vangelo, di dire il mio “sì” al servizio. Di scegliere, ogni giorno, la via che Lui ha scelto per noi. Perché solo questa via ci rende davvero grandi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67110942</guid><pubDate>Fri, 25 Jul 2025 12:24:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67110942/imported_1753446083573922_audio.mp3" length="3965178" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Durante l’ascolto del Vangelo di oggi, mi ha colpito un episodio un po’ scomodo, quasi antipatico: la madre di Giacomo e Giovanni si presenta a Gesù con una richiesta che ha il sapore della raccomandazione. Chiede per i suoi figli i posti d’onore,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Durante l’ascolto del Vangelo di oggi, mi ha colpito un episodio un po’ scomodo, quasi antipatico: la madre di Giacomo e Giovanni si presenta a Gesù con una richiesta che ha il sapore della raccomandazione. Chiede per i suoi figli i posti d’onore, alla destra e alla sinistra del Signore. È una richiesta che fa quasi arrossire, tanto che anche gli altri discepoli si indignano. In fondo, però, è comprensibile: ogni madre desidera il meglio per i propri figli.<br /><br /> Questa scena ci mette davanti a una logica molto diffusa: quella della ricerca del privilegio, del merito, della scorciatoia. E forse è per questo che ci infastidisce. Perché, se siamo onesti, anche noi siamo spesso immersi in questo stesso sistema, in cui contano le spinte, i riconoscimenti, le posizioni di prestigio.<br /><br /> Gesù propone un'altra via<br /><br /> Ma Gesù, con semplicità e fermezza, ci spiazza completamente: «Tra voi non sia così», dice. Nella comunità dei suoi discepoli le relazioni non si fondano sul potere o sul prestigio, ma su qualcosa di molto diverso. Gesù, che pure è il Figlio di Dio, colui che avrebbe tutto il diritto di farsi servire, si presenta come colui che serve. E invita i suoi discepoli – noi – a fare lo stesso.<br /><br /> «Chi vuole diventare grande sarà vostro servitore». È un’affermazione che ribalta le logiche mondane e che ci propone una strada che all’apparenza può sembrare perdente. Eppure è la strada del Vangelo: quella che rende davvero grandi agli occhi di Dio.<br /><br /> Il servizio come forma di vita<br /><br /> Questa parola, “servizio”, mi risuona dentro con forza. Non l’abbiamo forse sentita anche in questi giorni, a Napoli, attraverso tante testimonianze? Persone che, senza proclami, ci hanno mostrato che servire è davvero il modo più bello e autentico di vivere, di lavorare, di amare.<br /><br /> Gesù ci propone un servizio che arriva fino al dono della vita. Quando dice ai due fratelli: «Potete bere il calice che io bevo?», ci invita a condividere con lui non un onore, ma un cammino difficile, fatto di sacrificio, di fedeltà, di dono totale. È il calice della Pasqua, lo stesso che anche noi riceveremo nell’Eucaristia.<br /><br /> La grandezza nascosta del discepolo<br /><br /> Forse Giacomo e Giovanni non capiscono subito cosa stanno dicendo, ma rispondono: «Sì, possiamo». E in effetti, Giacomo sarà il primo degli Apostoli a dare la vita per il Vangelo: verrà decapitato da Erode, come raccontano gli Atti degli Apostoli. La sua morte, all’apparenza inutile, è invece la conferma che aveva davvero bevuto il calice di Cristo.<br /><br /> Questa è la vera grandezza, quella nascosta, silenziosa, fatta di amore che si dona, fino alla fine. E anche noi, nelle nostre vite quotidiane, possiamo orientarci su questa strada. Non siamo chiamati necessariamente al martirio, ma possiamo scegliere, giorno per giorno, di vivere nel servizio.<br /><br /> Un momento per dire il nostro sì<br /><br /> Ora, in un attimo di silenzio, voglio ringraziare il Signore e pregarlo nel mio intimo. Gli chiedo la forza di accogliere il suo Vangelo, di dire il mio “sì” al servizio. Di scegliere, ogni giorno, la via che Lui ha scelto per noi. Perché solo questa via ci rende davvero grandi.]]></itunes:summary><itunes:duration>248</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia a Scampia (Na) mercoledì XVI sett TO</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-a-scampia-na-mercoledi-xvi-sett-to--67108615</link><description><![CDATA[Durante i giorni vissuti a Napoli, tra incontri, sorrisi e accoglienza, riscopriamo la forza di un legame che ci unisce profondamente: quello con Cristo, la vite alla quale siamo tutti tralci.<br /><br /> Un legame che stiamo vivendo<br /><br /> Questi giorni a Napoli sono stati illuminanti. Mentre attraversiamo i quartieri, ci lasciamo affascinare dalle meraviglie, dall’umanità viva, dal canto gioioso, dai sorrisi sinceri e dall’accoglienza calorosa. Ma tutto questo non è solo esperienza umana: sento che è il segno concreto di un legame vitale che ci tiene uniti. Il Vangelo di oggi lo dice con un’immagine potente: noi siamo i tralci, uniti alla stessa vite che è Cristo.<br /><br /> Tra tralci e frutti<br /><br /> A volte, almeno io, ma credo anche molti altri, ci sentiamo un po’ vite e un po’ tralci. Pensiamo che i bei frutti della nostra vita — le relazioni, i nostri cari, le nostre opere — siano nostri. E in parte è vero, li sentiamo come parte di noi e li vogliamo custodire. Ma c'è qualcosa di più profondo: il tralcio vive perché unito alla vite. E quella vite è Gesù. È lui la sorgente della nostra vita. È un legame che va oltre noi stessi e che ci lega anche gli uni agli altri: tra noi di Bologna e voi di Napoli, ad esempio, esiste una connessione sotterranea, viva e vitale.<br /><br /> Il tempo della potatura<br /><br /> Il Vangelo ci parla anche della potatura. Ci sono momenti nella vita in cui qualcosa va tagliato, lasciato andare, magari addirittura bruciato. Non tutto porta frutto. Ma anche questi momenti fanno parte del cammino della vita, e sono possibili proprio perché c'è una radice, un legame solido e vitale. In questi giorni, ne abbiamo viste tante di situazioni di rinascita: segni che la vita può ricominciare, può rifiorire. E può farlo perché resta quel legame con il Signore, profondo e unico, che spesso scopriamo solo in momenti precisi della vita.<br /><br /> Un legame d’amore<br /><br /> E quando lo scopriamo, ci rendiamo conto di quanto sia bello. Non è solo un legame storico, culturale, religioso. È un legame d’amore. Lo dice bene Paolo nella prima lettura: “Questa vita che io vivo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me.” Gesù ha dato la sua vita per me. Non è solo una verità da sapere, è un amore da sentire. E questo amore, questa linfa che ci attraversa, ci unisce profondamente. Anche i frutti che diamo, per quanto diversi, hanno un sapore comune: perché nascono dalla stessa vita, dalla stessa linfa, che è Cristo.<br /><br /> Custodire e riscoprire<br /><br /> E allora sento che questo legame va custodito, va continuamente riscoperto. A volte significa anche fare spazio, tagliare ciò che non porta frutto, ciò che ci blocca o ci isola. Ma mai tagliare quel legame che ci unisce alla vite. Perché da soli non possiamo vivere. Non possiamo — e non vogliamo — staccarci da Lui. Gesù è la nostra linfa, la nostra vita, la nostra forza. E questo legame, lo ringraziamo, perché ci rende fratelli, ci fa nuovi, ci fa vivi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67108615</guid><pubDate>Fri, 25 Jul 2025 07:24:33 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67108615/imported_1753372822305442_audio.mp3" length="3779604" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Durante i giorni vissuti a Napoli, tra incontri, sorrisi e accoglienza, riscopriamo la forza di un legame che ci unisce profondamente: quello con Cristo, la vite alla quale siamo tutti tralci.

Un legame che stiamo vivendo

Questi giorni a Napoli sono...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Durante i giorni vissuti a Napoli, tra incontri, sorrisi e accoglienza, riscopriamo la forza di un legame che ci unisce profondamente: quello con Cristo, la vite alla quale siamo tutti tralci.<br /><br /> Un legame che stiamo vivendo<br /><br /> Questi giorni a Napoli sono stati illuminanti. Mentre attraversiamo i quartieri, ci lasciamo affascinare dalle meraviglie, dall’umanità viva, dal canto gioioso, dai sorrisi sinceri e dall’accoglienza calorosa. Ma tutto questo non è solo esperienza umana: sento che è il segno concreto di un legame vitale che ci tiene uniti. Il Vangelo di oggi lo dice con un’immagine potente: noi siamo i tralci, uniti alla stessa vite che è Cristo.<br /><br /> Tra tralci e frutti<br /><br /> A volte, almeno io, ma credo anche molti altri, ci sentiamo un po’ vite e un po’ tralci. Pensiamo che i bei frutti della nostra vita — le relazioni, i nostri cari, le nostre opere — siano nostri. E in parte è vero, li sentiamo come parte di noi e li vogliamo custodire. Ma c'è qualcosa di più profondo: il tralcio vive perché unito alla vite. E quella vite è Gesù. È lui la sorgente della nostra vita. È un legame che va oltre noi stessi e che ci lega anche gli uni agli altri: tra noi di Bologna e voi di Napoli, ad esempio, esiste una connessione sotterranea, viva e vitale.<br /><br /> Il tempo della potatura<br /><br /> Il Vangelo ci parla anche della potatura. Ci sono momenti nella vita in cui qualcosa va tagliato, lasciato andare, magari addirittura bruciato. Non tutto porta frutto. Ma anche questi momenti fanno parte del cammino della vita, e sono possibili proprio perché c'è una radice, un legame solido e vitale. In questi giorni, ne abbiamo viste tante di situazioni di rinascita: segni che la vita può ricominciare, può rifiorire. E può farlo perché resta quel legame con il Signore, profondo e unico, che spesso scopriamo solo in momenti precisi della vita.<br /><br /> Un legame d’amore<br /><br /> E quando lo scopriamo, ci rendiamo conto di quanto sia bello. Non è solo un legame storico, culturale, religioso. È un legame d’amore. Lo dice bene Paolo nella prima lettura: “Questa vita che io vivo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me.” Gesù ha dato la sua vita per me. Non è solo una verità da sapere, è un amore da sentire. E questo amore, questa linfa che ci attraversa, ci unisce profondamente. Anche i frutti che diamo, per quanto diversi, hanno un sapore comune: perché nascono dalla stessa vita, dalla stessa linfa, che è Cristo.<br /><br /> Custodire e riscoprire<br /><br /> E allora sento che questo legame va custodito, va continuamente riscoperto. A volte significa anche fare spazio, tagliare ciò che non porta frutto, ciò che ci blocca o ci isola. Ma mai tagliare quel legame che ci unisce alla vite. Perché da soli non possiamo vivere. Non possiamo — e non vogliamo — staccarci da Lui. Gesù è la nostra linfa, la nostra vita, la nostra forza. E questo legame, lo ringraziamo, perché ci rende fratelli, ci fa nuovi, ci fa vivi.]]></itunes:summary><itunes:duration>237</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia a Napoli martedi 22 luglio S. Maria Maddalena</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-a-napoli-martedi-22-luglio-s-maria-maddalena--67108599</link><description><![CDATA[Stavo riflettendo sulla bellezza della scena evangelica in cui Maria di Magdala cerca Gesù, e l’ho trovata davvero toccante. Colpisce quella sua insistenza: “Hanno portato via il mio Signore”, dice. Lo sentiva profondamente suo. Ma quando si risolve la sua angoscia? Quando avviene la svolta? Quando Gesù la chiama per nome. È in quel momento che lei lo riconosce. Non lo aveva riconosciuto prima: né dalla sua figura né dalla sua voce generica. Solo quando Lui dice: “Maria”, allora capisce che è Lui. Questo è un passaggio potentissimo.<br /><br /> Il nome è qualcosa di profondamente personale. Anche per me è così: non mi piace essere chiamato “donna”, perché non è il mio nome. È come un’etichetta, un ruolo, e mi fa sentire distante. Il mio nome è Andrea, ed è così che mi sento riconosciuto davvero.<br /><br /> Chiamarci per nome: un gesto d’amore<br /><br /> Riflettendo su questo, penso a quanto sarebbe bello se ci chiamassimo più spesso per nome. Oggi usiamo spesso soprannomi, abbreviazioni, ma il nome proprio ha un valore speciale. Quando qualcuno ci chiama per nome in un modo che ci tocca, è un momento importante, raro. Di solito accade quando c’è amicizia vera, una storia condivisa, oppure quando ci si innamora. Il nostro nome custodisce in sé l’identità più profonda, e il Signore ci riconosce proprio così: chiamandoci per nome.<br /><br /> Il Battesimo: la prima chiamata<br /><br /> Il momento più importante in cui riceviamo il nostro nome è alla nascita, ma ancora di più al battesimo. È lì che, liturgicamente, il nostro nome viene consacrato. È quello il nome con cui Dio ci chiamerà per sempre, il nome con cui siamo scritti nel suo cuore.<br /><br /> Vi siete mai chiesti qual è la data del vostro battesimo? Sarebbe bello conoscerla, tenerla a mente come facciamo con il compleanno. Perché lì siamo stati chiamati per nome da Dio. E sembra che anche alla fine dei tempi, nella risurrezione, saremo chiamati per nome: e solo così risorgeremo.<br /><br /> L’esempio di Maria Maddalena<br /><br /> Maria Maddalena è per me un’immagine bellissima della risposta alla chiamata. Appena sente il suo nome, il suo pianto si ferma. Non riesce nemmeno a toccare Gesù, perché Lui le dice di non trattenerlo, e subito corre ad annunciare. Quel momento brevissimo con Gesù la riempie di una forza nuova: si sente riconosciuta, amata, confermata. Ecco perché ci affidiamo a lei, perché ci insegna che basta una chiamata vera, col nostro nome, per farci rinascere.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67108599</guid><pubDate>Fri, 25 Jul 2025 07:22:23 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67108599/imported_1753372811610744_audio.mp3" length="3667173" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Stavo riflettendo sulla bellezza della scena evangelica in cui Maria di Magdala cerca Gesù, e l’ho trovata davvero toccante. Colpisce quella sua insistenza: “Hanno portato via il mio Signore”, dice. Lo sentiva profondamente suo. Ma quando si risolve...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Stavo riflettendo sulla bellezza della scena evangelica in cui Maria di Magdala cerca Gesù, e l’ho trovata davvero toccante. Colpisce quella sua insistenza: “Hanno portato via il mio Signore”, dice. Lo sentiva profondamente suo. Ma quando si risolve la sua angoscia? Quando avviene la svolta? Quando Gesù la chiama per nome. È in quel momento che lei lo riconosce. Non lo aveva riconosciuto prima: né dalla sua figura né dalla sua voce generica. Solo quando Lui dice: “Maria”, allora capisce che è Lui. Questo è un passaggio potentissimo.<br /><br /> Il nome è qualcosa di profondamente personale. Anche per me è così: non mi piace essere chiamato “donna”, perché non è il mio nome. È come un’etichetta, un ruolo, e mi fa sentire distante. Il mio nome è Andrea, ed è così che mi sento riconosciuto davvero.<br /><br /> Chiamarci per nome: un gesto d’amore<br /><br /> Riflettendo su questo, penso a quanto sarebbe bello se ci chiamassimo più spesso per nome. Oggi usiamo spesso soprannomi, abbreviazioni, ma il nome proprio ha un valore speciale. Quando qualcuno ci chiama per nome in un modo che ci tocca, è un momento importante, raro. Di solito accade quando c’è amicizia vera, una storia condivisa, oppure quando ci si innamora. Il nostro nome custodisce in sé l’identità più profonda, e il Signore ci riconosce proprio così: chiamandoci per nome.<br /><br /> Il Battesimo: la prima chiamata<br /><br /> Il momento più importante in cui riceviamo il nostro nome è alla nascita, ma ancora di più al battesimo. È lì che, liturgicamente, il nostro nome viene consacrato. È quello il nome con cui Dio ci chiamerà per sempre, il nome con cui siamo scritti nel suo cuore.<br /><br /> Vi siete mai chiesti qual è la data del vostro battesimo? Sarebbe bello conoscerla, tenerla a mente come facciamo con il compleanno. Perché lì siamo stati chiamati per nome da Dio. E sembra che anche alla fine dei tempi, nella risurrezione, saremo chiamati per nome: e solo così risorgeremo.<br /><br /> L’esempio di Maria Maddalena<br /><br /> Maria Maddalena è per me un’immagine bellissima della risposta alla chiamata. Appena sente il suo nome, il suo pianto si ferma. Non riesce nemmeno a toccare Gesù, perché Lui le dice di non trattenerlo, e subito corre ad annunciare. Quel momento brevissimo con Gesù la riempie di una forza nuova: si sente riconosciuta, amata, confermata. Ecco perché ci affidiamo a lei, perché ci insegna che basta una chiamata vera, col nostro nome, per farci rinascere.]]></itunes:summary><itunes:duration>230</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia a Napoli lunedì XVI sett TO.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-a-napoli-lunedi-xvi-sett-to-m4a--67058519</link><description><![CDATA[Durante questo campo a Napoli, con il gruppo con cui sto camminando, abbiamo riflettuto sul significato del luogo da cui proveniamo. È un’esperienza particolare quella di allontanarsi fisicamente dalla propria casa per comprendere meglio se essa sia davvero un luogo di benessere o, talvolta, una prigione silenziosa. Proprio questo è il messaggio della prima lettura: il racconto dell'uscita del popolo d’Israele dall’Egitto.<br /><br /> Per secoli — circa quattrocento anni — gli israeliti avevano vissuto lì, ed erano ormai nati e cresciuti in terra egiziana. Ma nonostante tutto, quella terra non era casa: era un luogo di schiavitù, di ingiustizia, di fatica e oppressione. L’Egitto era divenuto sinonimo di sofferenza, anche se ormai parte della loro storia più antica. Tuttavia, la liberazione non è semplice: il cammino verso la libertà inizia con una fuga che ha subito il sapore della minaccia, dell’inseguimento, della paura.<br /><br /> Paura della libertà: quando il passato ci sembra migliore<br /><br /> Non è strano che il popolo, pur soffrendo, fatichi a staccarsi da quella terra. Una volta iniziato il cammino, nel deserto, ecco l’incertezza: “Perché ci hai portati via? Non stavamo poi così male...”. La fame, la fatica, il timore di essere raggiunti e uccisi dal potente esercito egiziano rendono opaco il ricordo della schiavitù. A volte, pur di non affrontare l’ignoto, siamo disposti a tornare indietro, anche in luoghi dove si soffriva.<br /><br /> Ma qui interviene la voce di Mosè, e quella del Signore: “Non abbiate paura”. Davanti al popolo in fuga c’è un esercito con cavalli e carri, e loro sono solo a piedi. Eppure il Signore promette che sarà Lui a combattere. Ci chiede solo di continuare a camminare. Questo ci tocca profondamente: la libertà non è facile, comporta delle lotte interiori ed esteriori, ma è Dio che le rende possibili, se noi restiamo in cammino.<br /><br /> Profeti strani e messaggi di salvezza<br /><br /> Il Vangelo di oggi ci parla di Giona: un profeta riluttante, che non voleva seguire la volontà di Dio. Eppure, proprio lui, mandato in una città nemica di Israele, ottiene ascolto. È accolto come portatore di un messaggio vero, di conversione e di vita. Questo ci fa pensare a quante volte anche nella nostra vita arrivano “profeti strani”, magari non facilmente catalogabili o inquadrabili, che però portano parole di speranza, che ci aprono gli occhi su un’altra possibilità di vita.<br /><br /> Sono queste le figure che Dio ci manda per aiutarci a uscire dalle nostre schiavitù quotidiane. Sono voci che ci dicono che un cammino nuovo è possibile, una vita nuova, non più da schiavi, ma da figli.<br /><br /> Il cammino di Gesù: dalla croce alla libertà<br /><br /> Il cammino della libertà, il vero esodo dalle nostre schiavitù interiori, ci è stato mostrato in pienezza da Gesù. È Lui che ha dato la vita per noi, per renderci davvero liberi. Non ha combattuto con carri e cavalli, ma con l’amore e il dono di sé. La sua morte e risurrezione sono per noi la strada aperta verso la terra promessa.<br /><br /> Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, rinnoviamo questo dono. È un’occasione concreta per dire grazie e per ritrovare la forza di non tornare indietro, di non cedere alla paura, di continuare a camminare, giorno dopo giorno, verso quella terra buona dove non saremo più schiavi, ma liberi figli amati.<br /><br /> Grazie, Signore, per ogni passo che ci permetti di fare fuori dall’Egitto. Grazie per la libertà che ci offri, anche se ci fa paura. Resta con noi nel cammino.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67058519</guid><pubDate>Mon, 21 Jul 2025 18:14:02 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67058519/imported_1753121436713848_audio.mp3" length="4067578" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Durante questo campo a Napoli, con il gruppo con cui sto camminando, abbiamo riflettuto sul significato del luogo da cui proveniamo. È un’esperienza particolare quella di allontanarsi fisicamente dalla propria casa per comprendere meglio se essa sia...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Durante questo campo a Napoli, con il gruppo con cui sto camminando, abbiamo riflettuto sul significato del luogo da cui proveniamo. È un’esperienza particolare quella di allontanarsi fisicamente dalla propria casa per comprendere meglio se essa sia davvero un luogo di benessere o, talvolta, una prigione silenziosa. Proprio questo è il messaggio della prima lettura: il racconto dell'uscita del popolo d’Israele dall’Egitto.<br /><br /> Per secoli — circa quattrocento anni — gli israeliti avevano vissuto lì, ed erano ormai nati e cresciuti in terra egiziana. Ma nonostante tutto, quella terra non era casa: era un luogo di schiavitù, di ingiustizia, di fatica e oppressione. L’Egitto era divenuto sinonimo di sofferenza, anche se ormai parte della loro storia più antica. Tuttavia, la liberazione non è semplice: il cammino verso la libertà inizia con una fuga che ha subito il sapore della minaccia, dell’inseguimento, della paura.<br /><br /> Paura della libertà: quando il passato ci sembra migliore<br /><br /> Non è strano che il popolo, pur soffrendo, fatichi a staccarsi da quella terra. Una volta iniziato il cammino, nel deserto, ecco l’incertezza: “Perché ci hai portati via? Non stavamo poi così male...”. La fame, la fatica, il timore di essere raggiunti e uccisi dal potente esercito egiziano rendono opaco il ricordo della schiavitù. A volte, pur di non affrontare l’ignoto, siamo disposti a tornare indietro, anche in luoghi dove si soffriva.<br /><br /> Ma qui interviene la voce di Mosè, e quella del Signore: “Non abbiate paura”. Davanti al popolo in fuga c’è un esercito con cavalli e carri, e loro sono solo a piedi. Eppure il Signore promette che sarà Lui a combattere. Ci chiede solo di continuare a camminare. Questo ci tocca profondamente: la libertà non è facile, comporta delle lotte interiori ed esteriori, ma è Dio che le rende possibili, se noi restiamo in cammino.<br /><br /> Profeti strani e messaggi di salvezza<br /><br /> Il Vangelo di oggi ci parla di Giona: un profeta riluttante, che non voleva seguire la volontà di Dio. Eppure, proprio lui, mandato in una città nemica di Israele, ottiene ascolto. È accolto come portatore di un messaggio vero, di conversione e di vita. Questo ci fa pensare a quante volte anche nella nostra vita arrivano “profeti strani”, magari non facilmente catalogabili o inquadrabili, che però portano parole di speranza, che ci aprono gli occhi su un’altra possibilità di vita.<br /><br /> Sono queste le figure che Dio ci manda per aiutarci a uscire dalle nostre schiavitù quotidiane. Sono voci che ci dicono che un cammino nuovo è possibile, una vita nuova, non più da schiavi, ma da figli.<br /><br /> Il cammino di Gesù: dalla croce alla libertà<br /><br /> Il cammino della libertà, il vero esodo dalle nostre schiavitù interiori, ci è stato mostrato in pienezza da Gesù. È Lui che ha dato la vita per noi, per renderci davvero liberi. Non ha combattuto con carri e cavalli, ma con l’amore e il dono di sé. La sua morte e risurrezione sono per noi la strada aperta verso la terra promessa.<br /><br /> Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, rinnoviamo questo dono. È un’occasione concreta per dire grazie e per ritrovare la forza di non tornare indietro, di non cedere alla paura, di continuare a camminare, giorno dopo giorno, verso quella terra buona dove non saremo più schiavi, ma liberi figli amati.<br /><br /> Grazie, Signore, per ogni passo che ci permetti di fare fuori dall’Egitto. Grazie per la libertà che ci offri, anche se ci fa paura. Resta con noi nel cammino.]]></itunes:summary><itunes:duration>255</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia XVI domenica TO C BVI ore 9.30.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-xvi-domenica-to-c-bvi-ore-9-30-m4a--67046026</link><description><![CDATA[Questa domenica ho sentito che le letture ci spingono a rovesciare il nostro modo consueto di vivere il rapporto con il Signore. Non è solo questione di “aspettare” Dio, ma di accorgerci che Lui passa, viene vicino, si ferma. Come accade ad Abramo quando, in un’ora calda e immobile, alza gli occhi e vede arrivare tre uomini. È attento, nonostante tutto: corre loro incontro con gioia, con desiderio di accoglienza.<br /><br /> Il Signore viene prima del nostro “essere pronti”<br /><br /> Abramo non sa chi siano quei tre uomini, non sa che è Dio stesso. Eppure li accoglie con cura. Questo è un dettaglio potente: il Signore viene anche se non lo riconosciamo subito, anche se non siamo “pronti”. Se fosse rimasto lontano, Abramo non avrebbe avuto l’occasione di fare quell’incontro. È lo stesso atteggiamento di Gesù nel Vangelo, che entra in un villaggio e viene accolto da Marta.<br /><br /> Gesù ama camminare, visitare, non restare fermo. Passa, entra nelle nostre case, anche se sono in disordine, anche se non siamo “a posto”. Come con Zaccheo: "oggi devo fermarmi a casa tua", anche se sei peccatore, anche se tutti ti giudicano. Questo dice molto del cuore di Dio.<br /><br /> Come rispondiamo al passaggio del Signore?<br /><br /> La seconda domanda che mi sono posto è: come accogliamo il Signore? Abramo lo fa con uno spirito semplice, umile, coinvolgendo anche Sara. Si dona completamente, con quel che ha di meglio. Marta, invece, nella sua generosa accoglienza, cade in una trappola: si distrae, si preoccupa, finisce per lamentarsi di Maria e addirittura di Gesù. Gli dice: "non ti importa nulla?" Quante volte lo facciamo anche noi nella preghiera? Ci sentiamo dimenticati, abbandonati. L'accoglienza, dunque, non è una cosa scontata. Richiede attenzione, consapevolezza.<br /><br /> Accogliere oggi: non solo parole<br /><br /> Mi sono chiesto: accogliamo davvero il Signore anche come comunità? La risposta non è teorica. Oggi nel nostro salone parrocchiale pranziamo con le famiglie di Gaza che Bologna ha accolto dal 7 ottobre per motivi di salute. La comunità musulmana ha organizzato tutto, e a noi è stato chiesto solo uno spazio. Ma come le abbiamo accolte, queste famiglie? Come cristiani, come cittadini?<br /><br /> Accogliere è un atto concreto, e a volte il Signore ci passa accanto con volti nuovi, sconosciuti. Non possiamo fermarci all’idea che "dobbiamo essere accoglienti". Il Vangelo ci chiede un passo in più.<br /><br /> Il dono del Signore: la sua Parola<br /><br /> Quando il Signore entra nelle nostre case, porta un dono. È il centro del Vangelo di oggi: Maria si mette ad ascoltare. Le sue parole sono vita, consolazione, insegnamento. Sono pace. E questo ascolto non è una condizione da avere prima: è proprio ascoltando che troviamo pace, che entriamo in una stabilità profonda. Gesù dice che è “la cosa necessaria”, quella che nessuno potrà toglierci.<br /><br /> Quante cose possono crollare nella nostra vita, ma la Parola di Dio, se la accogliamo, rimane. È un tesoro che cambia il nostro modo di vivere.<br /><br /> L’ascolto diventa annuncio<br /><br /> Penso anche a san Paolo. Lui ha vissuto tutto questo fino in fondo: ha sofferto, ha viaggiato, ha dato tutto per annunciare quella Parola, quel mistero: “Cristo in voi, speranza della gloria”. Che bello! Cristo è in noi, ci abita, è la nostra speranza. Paolo lo gridava con la vita, non solo con le parole.<br /><br /> Anche noi, oggi, siamo chiamati non solo ad accogliere e ascoltare, ma a portare questo dono agli altri. Non si tratta di fare prediche, ma di vivere in modo rinnovato, così che la nostra vita stessa diventi testimonianza. Come lo raccontiamo ai nostri figli, ai nostri nipoti, che Cristo abita in noi?<br /><br /> Conclusione: Cristo in noi, speranza della gloria<br /><br /> In questa domenica ho davvero ringraziato il Signore. Perché passa ancora, si lascia accogliere, ci parla, ci consola, ci dona fecondità anche dove pensavamo che la vita fosse spenta. E ci dà la forza dello Spirito per portarlo agli altri.<br /><br /> Cristo in noi, speranza della gloria: è la verità che mi porto nel cuore oggi. E voglio viverla ogni giorno, con semplicità e gratitudine.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67046026</guid><pubDate>Sun, 20 Jul 2025 14:47:21 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67046026/imported_1753022135176530_audio.mp3" length="13074599" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Questa domenica ho sentito che le letture ci spingono a rovesciare il nostro modo consueto di vivere il rapporto con il Signore. Non è solo questione di “aspettare” Dio, ma di accorgerci che Lui passa, viene vicino, si ferma. Come accade ad Abramo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Questa domenica ho sentito che le letture ci spingono a rovesciare il nostro modo consueto di vivere il rapporto con il Signore. Non è solo questione di “aspettare” Dio, ma di accorgerci che Lui passa, viene vicino, si ferma. Come accade ad Abramo quando, in un’ora calda e immobile, alza gli occhi e vede arrivare tre uomini. È attento, nonostante tutto: corre loro incontro con gioia, con desiderio di accoglienza.<br /><br /> Il Signore viene prima del nostro “essere pronti”<br /><br /> Abramo non sa chi siano quei tre uomini, non sa che è Dio stesso. Eppure li accoglie con cura. Questo è un dettaglio potente: il Signore viene anche se non lo riconosciamo subito, anche se non siamo “pronti”. Se fosse rimasto lontano, Abramo non avrebbe avuto l’occasione di fare quell’incontro. È lo stesso atteggiamento di Gesù nel Vangelo, che entra in un villaggio e viene accolto da Marta.<br /><br /> Gesù ama camminare, visitare, non restare fermo. Passa, entra nelle nostre case, anche se sono in disordine, anche se non siamo “a posto”. Come con Zaccheo: "oggi devo fermarmi a casa tua", anche se sei peccatore, anche se tutti ti giudicano. Questo dice molto del cuore di Dio.<br /><br /> Come rispondiamo al passaggio del Signore?<br /><br /> La seconda domanda che mi sono posto è: come accogliamo il Signore? Abramo lo fa con uno spirito semplice, umile, coinvolgendo anche Sara. Si dona completamente, con quel che ha di meglio. Marta, invece, nella sua generosa accoglienza, cade in una trappola: si distrae, si preoccupa, finisce per lamentarsi di Maria e addirittura di Gesù. Gli dice: "non ti importa nulla?" Quante volte lo facciamo anche noi nella preghiera? Ci sentiamo dimenticati, abbandonati. L'accoglienza, dunque, non è una cosa scontata. Richiede attenzione, consapevolezza.<br /><br /> Accogliere oggi: non solo parole<br /><br /> Mi sono chiesto: accogliamo davvero il Signore anche come comunità? La risposta non è teorica. Oggi nel nostro salone parrocchiale pranziamo con le famiglie di Gaza che Bologna ha accolto dal 7 ottobre per motivi di salute. La comunità musulmana ha organizzato tutto, e a noi è stato chiesto solo uno spazio. Ma come le abbiamo accolte, queste famiglie? Come cristiani, come cittadini?<br /><br /> Accogliere è un atto concreto, e a volte il Signore ci passa accanto con volti nuovi, sconosciuti. Non possiamo fermarci all’idea che "dobbiamo essere accoglienti". Il Vangelo ci chiede un passo in più.<br /><br /> Il dono del Signore: la sua Parola<br /><br /> Quando il Signore entra nelle nostre case, porta un dono. È il centro del Vangelo di oggi: Maria si mette ad ascoltare. Le sue parole sono vita, consolazione, insegnamento. Sono pace. E questo ascolto non è una condizione da avere prima: è proprio ascoltando che troviamo pace, che entriamo in una stabilità profonda. Gesù dice che è “la cosa necessaria”, quella che nessuno potrà toglierci.<br /><br /> Quante cose possono crollare nella nostra vita, ma la Parola di Dio, se la accogliamo, rimane. È un tesoro che cambia il nostro modo di vivere.<br /><br /> L’ascolto diventa annuncio<br /><br /> Penso anche a san Paolo. Lui ha vissuto tutto questo fino in fondo: ha sofferto, ha viaggiato, ha dato tutto per annunciare quella Parola, quel mistero: “Cristo in voi, speranza della gloria”. Che bello! Cristo è in noi, ci abita, è la nostra speranza. Paolo lo gridava con la vita, non solo con le parole.<br /><br /> Anche noi, oggi, siamo chiamati non solo ad accogliere e ascoltare, ma a portare questo dono agli altri. Non si tratta di fare prediche, ma di vivere in modo rinnovato, così che la nostra vita stessa diventi testimonianza. Come lo raccontiamo ai nostri figli, ai nostri nipoti, che Cristo abita in noi?<br /><br /> Conclusione: Cristo in noi, speranza della gloria<br /><br /> In questa domenica ho davvero ringraziato il Signore. Perché passa ancora, si lascia accogliere, ci parla, ci consola, ci dona fecondità anche dove pensavamo che la vita fosse spenta. 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Hanno vissuto storie lontane l’una dall’altra, avevano caratteri, cammini e ruoli diversi. Eppure, entrambi sono stati decisivi per la Chiesa, ieri come oggi.<br /><br /> Così mi sono chiesto: cosa li unisce? Cosa possiamo raccogliere da loro? E ho trovato tre tratti comuni, che parlano anche alla mia vita, alla nostra vita.<br /><br /> Il dono della rivelazione<br /><br /> Il primo punto che mi colpisce è che per entrambi l’incontro con il Signore è stato una rivelazione, non un ragionamento. Pietro, quando risponde alla domanda di Gesù – “Voi, chi dite che io sia?” – lo fa con parole forti: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Ma Gesù subito chiarisce: non è frutto della sua intelligenza, ma una rivelazione del Padre.<br /><br /> E Paolo? Anche lui non arriva alla fede per logica o studio. Anzi, la sua logica lo aveva portato a perseguitare i cristiani! Ma sulla via di Damasco gli si manifesta una luce, una presenza, una voce. E nella Messa prefestiva abbiamo letto: “Dio si compiacque di rivelare in me suo Figlio”. Anche lui ha ricevuto un dono, inatteso e gratuito.<br /><br /> Questo mi fa riflettere molto: la fede è un regalo, non è un traguardo che si conquista. A volte ci chiediamo con ansia come trasmetterla ai nostri figli o ai nostri ragazzi che non frequentano più. Ma non è qualcosa che si impone. È Dio stesso che la mette nel cuore. L’unica cosa che possiamo fare è aprire il cuore all’incontro.<br /><br /> Una missione umanamente impossibile<br /><br /> Il secondo tratto che unisce Pietro e Paolo è che ricevono una missione impossibile. Gesù affida a Pietro un compito immenso: “Pasci le mie pecorelle”, “Su di te edificherò la mia Chiesa”. A un pescatore! Paolo, invece, parte per portare il Vangelo in tutto il Mediterraneo, a piedi o su piccole barche, attraversando terre sconosciute, villaggi sperduti, fatiche senza fine.<br /><br /> Mi è tornato in mente un viaggio fatto due anni fa, seguendo le orme di Paolo. Quando siamo arrivati ad Antiochia, davanti al mare, mi sono detto: “Da qui è partito per annunciare Cristo a tutto il mondo conosciuto”. Un’impresa gigantesca. Quando poi siamo giunti in Turchia, davanti ai monti, mi è sembrato davvero incredibile pensare che Paolo li abbia affrontati tutti, passo dopo passo, con una fede incrollabile.<br /><br /> Anche la nostra missione sembra impossibile<br /><br /> E oggi, ascoltando Paolo che dice: “Il Signore mi è stato vicino perché portassi a compimento l’annuncio del Vangelo”, mi viene da pensare: anche a noi sono affidate missioni impossibili. Crescere dei figli, affrontare una malattia, superare un lutto, vivere la fedeltà nel matrimonio, servire nella parrocchia, trovare senso e forza nel lavoro. Quante volte tutto ci sembra troppo per noi!<br /><br /> Ma Pietro e Paolo mi insegnano che non devo avere paura. Erano uomini semplici, eppure Dio ha fatto grandi cose attraverso di loro. Non erano supereroi. Erano riempiti dello Spirito, e questo ha fatto la differenza. Per questo anche la mia “missione impossibile” può diventare possibile, se mi affido al Signore.<br /><br /> La forza nella fragilità<br /><br /> Il terzo tratto che li accomuna è la fragilità. Pietro viene arrestato da Erode dopo la morte di Giacomo, rinchiuso in carcere sotto una sorveglianza impressionante. Una situazione senza uscita. Mi viene in mente il carcere vicino a casa mia, con quei blocchi di cemento, le finestrine piccole, il caldo soffocante. Così immagino anche Pietro, chiuso, bloccato, impotente.<br /><br /> E Paolo? Sempre in pericolo. Processi, fustigazioni, minacce. Oggi dice: “Fui liberato dalla bocca del leone”. E nei versetti che non abbiamo letto, confessa di essere stato abbandonato da tutti. Parla anche di Alessandro il fabbro, un uomo pericoloso. E poi c’è quel celebre passo in cui racconta della spina nella carne, quella debolezza da cui chiede a Dio di essere liberato. Ma la risposta è: “Ti basta la mia grazia”.<br /><br /> Mi fa bene sapere che anche loro erano fragili. E che proprio nella debolezza si rivela la potenza del Vangelo. Pietro viene liberato miracolosamente dal carcere: sembra un sogno, tanto che nessuno ci crede. Ecco, quando Dio entra nella mia vita fragile, in mezzo alle catene, alle mie prigioni, allora sento che qualcosa cambia. Mi sento liberato.<br /><br /> E mi chiedo: qual è la mia fragilità? Da quale catena penso di non poter uscire? E mi risuona forte quella frase: “Il Signore mi è stato sempre vicino”. È così anche per me?<br /><br /> Un’eredità da raccogliere<br /><br /> Alla fine, questi tre tratti mi rimangono impressi nel cuore:<br /><br /> La fede come dono del Padre;<br /><br /> La missione impossibile da accogliere con fiducia;<br /><br /> La fragilità come luogo della grazia.<br /><br /> E poi mi colpisce molto come Paolo conclude il suo cammino: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. È la testimonianza di una vita spesa fino in fondo. Dice che gli resta solo la corona di giustizia.<br /><br /> Ma poi continua, come se non fosse davvero finita. Chiede di portargli le pergamene, il mantello… continua a pensare agli altri. Questo mi dà forza: anche se mi sento all’inizio o alla fine del mio percorso, ho una testimonianza da dare, un Vangelo da annunciare, una gioia da vivere.<br /><br /> E allora mi affido. Voglio anche io, nella mia vita concreta, testimoniare con gioia, senza paura, il Signore che mi ha chiamato, così come ha chiamato Pietro e Paolo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66797928</guid><pubDate>Sun, 29 Jun 2025 21:24:38 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66797928/imported_1751231787113602_audio.mp3" length="10453159" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Pietro e Paolo: due grandi, un'unica festa

Mi colpisce sempre che la Chiesa celebri insieme, nello stesso giorno, due figure enormi come Pietro e Paolo. E quest’anno, che la solennità cade pure di domenica, questo fatto risalta ancora di più. Mi...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Pietro e Paolo: due grandi, un'unica festa<br /><br /> Mi colpisce sempre che la Chiesa celebri insieme, nello stesso giorno, due figure enormi come Pietro e Paolo. E quest’anno, che la solennità cade pure di domenica, questo fatto risalta ancora di più. Mi viene quasi da pensare che sia “troppo” per un solo giorno, tanta è la ricchezza delle loro vite e della loro testimonianza. Anche perché erano così diversi! Hanno vissuto storie lontane l’una dall’altra, avevano caratteri, cammini e ruoli diversi. Eppure, entrambi sono stati decisivi per la Chiesa, ieri come oggi.<br /><br /> Così mi sono chiesto: cosa li unisce? Cosa possiamo raccogliere da loro? E ho trovato tre tratti comuni, che parlano anche alla mia vita, alla nostra vita.<br /><br /> Il dono della rivelazione<br /><br /> Il primo punto che mi colpisce è che per entrambi l’incontro con il Signore è stato una rivelazione, non un ragionamento. Pietro, quando risponde alla domanda di Gesù – “Voi, chi dite che io sia?” – lo fa con parole forti: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Ma Gesù subito chiarisce: non è frutto della sua intelligenza, ma una rivelazione del Padre.<br /><br /> E Paolo? Anche lui non arriva alla fede per logica o studio. Anzi, la sua logica lo aveva portato a perseguitare i cristiani! Ma sulla via di Damasco gli si manifesta una luce, una presenza, una voce. E nella Messa prefestiva abbiamo letto: “Dio si compiacque di rivelare in me suo Figlio”. Anche lui ha ricevuto un dono, inatteso e gratuito.<br /><br /> Questo mi fa riflettere molto: la fede è un regalo, non è un traguardo che si conquista. A volte ci chiediamo con ansia come trasmetterla ai nostri figli o ai nostri ragazzi che non frequentano più. Ma non è qualcosa che si impone. È Dio stesso che la mette nel cuore. L’unica cosa che possiamo fare è aprire il cuore all’incontro.<br /><br /> Una missione umanamente impossibile<br /><br /> Il secondo tratto che unisce Pietro e Paolo è che ricevono una missione impossibile. Gesù affida a Pietro un compito immenso: “Pasci le mie pecorelle”, “Su di te edificherò la mia Chiesa”. A un pescatore! Paolo, invece, parte per portare il Vangelo in tutto il Mediterraneo, a piedi o su piccole barche, attraversando terre sconosciute, villaggi sperduti, fatiche senza fine.<br /><br /> Mi è tornato in mente un viaggio fatto due anni fa, seguendo le orme di Paolo. Quando siamo arrivati ad Antiochia, davanti al mare, mi sono detto: “Da qui è partito per annunciare Cristo a tutto il mondo conosciuto”. Un’impresa gigantesca. Quando poi siamo giunti in Turchia, davanti ai monti, mi è sembrato davvero incredibile pensare che Paolo li abbia affrontati tutti, passo dopo passo, con una fede incrollabile.<br /><br /> Anche la nostra missione sembra impossibile<br /><br /> E oggi, ascoltando Paolo che dice: “Il Signore mi è stato vicino perché portassi a compimento l’annuncio del Vangelo”, mi viene da pensare: anche a noi sono affidate missioni impossibili. Crescere dei figli, affrontare una malattia, superare un lutto, vivere la fedeltà nel matrimonio, servire nella parrocchia, trovare senso e forza nel lavoro. Quante volte tutto ci sembra troppo per noi!<br /><br /> Ma Pietro e Paolo mi insegnano che non devo avere paura. Erano uomini semplici, eppure Dio ha fatto grandi cose attraverso di loro. Non erano supereroi. Erano riempiti dello Spirito, e questo ha fatto la differenza. Per questo anche la mia “missione impossibile” può diventare possibile, se mi affido al Signore.<br /><br /> La forza nella fragilità<br /><br /> Il terzo tratto che li accomuna è la fragilità. Pietro viene arrestato da Erode dopo la morte di Giacomo, rinchiuso in carcere sotto una sorveglianza impressionante. Una situazione senza uscita. Mi viene in mente il carcere vicino a casa mia, con quei blocchi di cemento, le finestrine piccole, il caldo soffocante. Così immagino anche Pietro, chiuso, bloccato, impotente.<br /><br /> E Paolo? Sempre in pericolo. 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Non si limita a delegare, ma si mette personalmente in cammino, si prende cura delle sue pecore con tenerezza e determinazione.<br /><br /> Quando l’Amore si fa iniziativa<br /><br /> Questo non è solo un gesto di ruolo, un compito che Dio assume per dovere. È qualcosa di molto più profondo. È l’amore a muoverlo. Lo comprendo pensando a quando tengo davvero a qualcuno – ai miei figli, per esempio. Non riesco a restare passivo, non riesco a lasciar fare ad altri: “ci penso io”. Così è Dio. Quando vede che una sola pecora si perde, lascia le altre e va a cercarla.<br /><br /> Essere dentro questo Amore<br /><br /> Ma io, come vivo questa realtà? Mi sento dentro questa cura, dentro questo amore? O mi percepisco solo, smarrito, dimenticato? Ci sono tanti segni che il Buon Pastore ci dà ogni giorno, per mostrarci la sua vicinanza e attenzione. Gesù, ci ricorda il Vangelo, è il Buon Pastore che non solo si prende cura delle sue pecore, ma dà la vita per loro. Questo amore è totale, senza riserve, pronto a mettersi in mezzo tra noi e il pericolo.<br /><br /> Un Amore che cura, sempre<br /><br /> Quello che Dio ci mostra è un amore senza limiti, che non si stanca. Ezechiele descrive questo amore in modo concreto: il Pastore fascia le pecore ferite, cura quelle malate. Anche quando siamo noi stessi, con le nostre scelte sbagliate, a procurarci ferite, Dio non ci abbandona. Nonostante la nostra testardaggine, la nostra poca fede, Lui ritorna sempre a prenderci e a guarirci. È una dolcezza grandissima.<br /><br /> Il miglior pascolo per le sue pecore<br /><br /> E poi c’è un dettaglio meraviglioso: Dio non ci fa pascolare nel primo prato che trova. No, dice Ezechiele, “le farò pascolare sui monti alti di Israele”. Cerca per noi il meglio: pascoli abbondanti, freschi, rigogliosi. Vuole per noi il top. E a volte mi fermo e mi stupisco: “Guarda dove mi hai portato, Signore. Guarda che riposo posso godere qui”. È questa la bellezza del suo amore.<br /><br /> Un cuore che contagia il nostro<br /><br /> Questo amore di Dio, così totale e ardente, genera in noi una responsabilità. Se lo viviamo davvero, è inevitabile che susciti in noi lo stesso desiderio di amare. Penso ai bambini, alle persone che ci sono affidate. Qual è il nostro cuore verso di loro? È un cuore avaro? Limitato a certi momenti, a certe condizioni economiche o emotive? Oppure è un cuore che si lascia contagiare dal Cuore di Gesù?<br /><br /> Una festa che ci trasforma<br /><br /> Per questo la festa del Sacratissimo Cuore è tanto coinvolgente. Ci sentiamo custoditi, protetti, amati in un modo così profondo da voler rispondere con lo stesso amore. Come dice San Paolo, ci ritroviamo in unione di spirito, di cuore, a vivere la carità che è di Cristo stesso. E allora io non posso fare altro che ringraziare. Mi sento una pecora fortunata, privilegiata, amata da un Pastore che dà la vita per me.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66760987</guid><pubDate>Thu, 26 Jun 2025 17:41:13 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66760987/imported_1750959383644780_audio.mp3" length="6325394" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>In questa solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, la liturgia ci propone l’immagine del pastore: una figura che parla con efficacia dell’amore ardente e sollecito di Dio per ciascuno di noi. Mi colpisce profondamente il protagonismo di Dio nella...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[In questa solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, la liturgia ci propone l’immagine del pastore: una figura che parla con efficacia dell’amore ardente e sollecito di Dio per ciascuno di noi. Mi colpisce profondamente il protagonismo di Dio nella prima lettura dal libro del profeta Ezechiele. Dopo aver constatato i disastri provocati dai pastori umani, Dio prende l’iniziativa: “ci penso io”, dice. Non si limita a delegare, ma si mette personalmente in cammino, si prende cura delle sue pecore con tenerezza e determinazione.<br /><br /> Quando l’Amore si fa iniziativa<br /><br /> Questo non è solo un gesto di ruolo, un compito che Dio assume per dovere. È qualcosa di molto più profondo. È l’amore a muoverlo. Lo comprendo pensando a quando tengo davvero a qualcuno – ai miei figli, per esempio. Non riesco a restare passivo, non riesco a lasciar fare ad altri: “ci penso io”. Così è Dio. Quando vede che una sola pecora si perde, lascia le altre e va a cercarla.<br /><br /> Essere dentro questo Amore<br /><br /> Ma io, come vivo questa realtà? Mi sento dentro questa cura, dentro questo amore? O mi percepisco solo, smarrito, dimenticato? Ci sono tanti segni che il Buon Pastore ci dà ogni giorno, per mostrarci la sua vicinanza e attenzione. Gesù, ci ricorda il Vangelo, è il Buon Pastore che non solo si prende cura delle sue pecore, ma dà la vita per loro. Questo amore è totale, senza riserve, pronto a mettersi in mezzo tra noi e il pericolo.<br /><br /> Un Amore che cura, sempre<br /><br /> Quello che Dio ci mostra è un amore senza limiti, che non si stanca. Ezechiele descrive questo amore in modo concreto: il Pastore fascia le pecore ferite, cura quelle malate. Anche quando siamo noi stessi, con le nostre scelte sbagliate, a procurarci ferite, Dio non ci abbandona. Nonostante la nostra testardaggine, la nostra poca fede, Lui ritorna sempre a prenderci e a guarirci. È una dolcezza grandissima.<br /><br /> Il miglior pascolo per le sue pecore<br /><br /> E poi c’è un dettaglio meraviglioso: Dio non ci fa pascolare nel primo prato che trova. No, dice Ezechiele, “le farò pascolare sui monti alti di Israele”. Cerca per noi il meglio: pascoli abbondanti, freschi, rigogliosi. Vuole per noi il top. E a volte mi fermo e mi stupisco: “Guarda dove mi hai portato, Signore. Guarda che riposo posso godere qui”. È questa la bellezza del suo amore.<br /><br /> Un cuore che contagia il nostro<br /><br /> Questo amore di Dio, così totale e ardente, genera in noi una responsabilità. Se lo viviamo davvero, è inevitabile che susciti in noi lo stesso desiderio di amare. Penso ai bambini, alle persone che ci sono affidate. Qual è il nostro cuore verso di loro? È un cuore avaro? Limitato a certi momenti, a certe condizioni economiche o emotive? Oppure è un cuore che si lascia contagiare dal Cuore di Gesù?<br /><br /> Una festa che ci trasforma<br /><br /> Per questo la festa del Sacratissimo Cuore è tanto coinvolgente. Ci sentiamo custoditi, protetti, amati in un modo così profondo da voler rispondere con lo stesso amore. 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È un incontro notturno, quasi un combattimento interiore, dove Dio si rivolge a lui con parole piene di tenerezza e protezione: “Non temere, Abram, io sono il tuo scudo, la tua ricompensa”. È un'immagine che mi consola. Dopo le fatiche appena vissute da Abramo — la liberazione di Lot, l’incontro con Melchisedec — il Signore lo raggiunge nella vulnerabilità, lo rassicura e lo protegge.<br /><br /> Eppure, Abramo non tace. Pone una domanda che mi risuona nel cuore: “Signore, che cosa mi darai?” È una domanda vera, forse un po’ stanca, forse figlia della disillusione, ma anche profondamente umana. Abramo non ha ancora visto realizzarsi la promessa della discendenza. E Dio non lo rimprovera. Al contrario, lo invita a uscire dalla tenda, a guardare il cielo stellato, a contemplare una promessa grande come quelle stelle. “Tale sarà la tua discendenza”. E Abramo ci crede. Non vede ancora nulla, non ha ancora quel figlio, ma ci crede. Questo suo atto di fiducia è ciò che mi interpella oggi.<br /><br /> La chiamata a uscire dalla nostra tenda<br /><br /> Il gesto di Abramo — uscire dalla tenda, alzare gli occhi e fidarsi — è un invito anche per me. Spesso resto chiuso nella mia zona di conforto, nei miei limiti, nelle mie logiche ristrette. Ma Dio mi chiama a uno sguardo nuovo, a un’apertura, a un fidarmi di Lui anche quando non ho ancora visto nulla realizzarsi. Non si tratta di chiudere gli occhi alla realtà, ma di aprirli a una prospettiva diversa: quella della promessa di Dio. Questo atto di fede, questo movimento interiore verso la fiducia, è il cuore della nostra relazione con il Signore.<br /><br /> La notte oscura: luogo di alleanza<br /><br /> Ma la notte di Abramo non è finita con lo sguardo alle stelle. Il testo prosegue raccontando una lotta interiore, un terrore profondo che si impadronisce di lui. In quel buio, Dio entra ancora più profondamente. Passa in mezzo al sacrificio, segno visibile della Sua alleanza, e si lega ad Abramo con un patto nuovo. È proprio nei momenti più oscuri, in cui ci sentiamo persi, che Dio non si ritira. Si fa presente, si impegna con noi. Non ci lascia soli.<br /><br /> Questa immagine mi commuove. Il Signore non solo parla nella luce, ma visita anche le nostre oscurità. E lo fa con una fedeltà disarmante. Mi rinnova le Sue promesse: “Questa terra sarà tua”, “Io sono con te”, “Non temere”. Non si spaventa delle mie domande, delle mie paure. Entra, invece, nel mio dubbio e lo trasforma in alleanza.<br /><br /> Fede come consegna e fiducia radicale<br /><br /> Allora oggi, con Abramo, mi sento chiamato a consegnare tutto a Dio: la mia vita, la mia speranza, le mie attese. A dire: “Signore, io credo in te. Continua ad assistermi”. Questo è il senso profondo della fede: non un vago ottimismo, ma una fiducia che si consegna totalmente, anche quando non vede nulla, anche quando la notte sembra non finire.<br /><br /> Questa storia di fiducia comincia con Abramo, ma trova il suo compimento supremo in Gesù, nel suo atto d’amore sulla croce. Ed è proprio quel filo rosso che attraversa la storia della salvezza, passando da Abramo, arrivando fino a me, oggi, in questa assemblea. E questo filo mi dà forza, mi incoraggia a entrare anch’io in quella dinamica di alleanza e fiducia, che è la vera via del discepolo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66747505</guid><pubDate>Wed, 25 Jun 2025 17:39:04 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66747505/imported_1750872701496055_audio.mp3" length="5611937" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mi ha colpito profondamente l’incontro tra Dio e Abramo, o meglio Abram, come viene ancora chiamato al capitolo 15 della Genesi. È un incontro notturno, quasi un combattimento interiore, dove Dio si rivolge a lui con parole piene di tenerezza e...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mi ha colpito profondamente l’incontro tra Dio e Abramo, o meglio Abram, come viene ancora chiamato al capitolo 15 della Genesi. È un incontro notturno, quasi un combattimento interiore, dove Dio si rivolge a lui con parole piene di tenerezza e protezione: “Non temere, Abram, io sono il tuo scudo, la tua ricompensa”. È un'immagine che mi consola. Dopo le fatiche appena vissute da Abramo — la liberazione di Lot, l’incontro con Melchisedec — il Signore lo raggiunge nella vulnerabilità, lo rassicura e lo protegge.<br /><br /> Eppure, Abramo non tace. Pone una domanda che mi risuona nel cuore: “Signore, che cosa mi darai?” È una domanda vera, forse un po’ stanca, forse figlia della disillusione, ma anche profondamente umana. Abramo non ha ancora visto realizzarsi la promessa della discendenza. E Dio non lo rimprovera. Al contrario, lo invita a uscire dalla tenda, a guardare il cielo stellato, a contemplare una promessa grande come quelle stelle. “Tale sarà la tua discendenza”. E Abramo ci crede. Non vede ancora nulla, non ha ancora quel figlio, ma ci crede. Questo suo atto di fiducia è ciò che mi interpella oggi.<br /><br /> La chiamata a uscire dalla nostra tenda<br /><br /> Il gesto di Abramo — uscire dalla tenda, alzare gli occhi e fidarsi — è un invito anche per me. Spesso resto chiuso nella mia zona di conforto, nei miei limiti, nelle mie logiche ristrette. Ma Dio mi chiama a uno sguardo nuovo, a un’apertura, a un fidarmi di Lui anche quando non ho ancora visto nulla realizzarsi. Non si tratta di chiudere gli occhi alla realtà, ma di aprirli a una prospettiva diversa: quella della promessa di Dio. Questo atto di fede, questo movimento interiore verso la fiducia, è il cuore della nostra relazione con il Signore.<br /><br /> La notte oscura: luogo di alleanza<br /><br /> Ma la notte di Abramo non è finita con lo sguardo alle stelle. Il testo prosegue raccontando una lotta interiore, un terrore profondo che si impadronisce di lui. In quel buio, Dio entra ancora più profondamente. Passa in mezzo al sacrificio, segno visibile della Sua alleanza, e si lega ad Abramo con un patto nuovo. È proprio nei momenti più oscuri, in cui ci sentiamo persi, che Dio non si ritira. Si fa presente, si impegna con noi. Non ci lascia soli.<br /><br /> Questa immagine mi commuove. Il Signore non solo parla nella luce, ma visita anche le nostre oscurità. E lo fa con una fedeltà disarmante. Mi rinnova le Sue promesse: “Questa terra sarà tua”, “Io sono con te”, “Non temere”. Non si spaventa delle mie domande, delle mie paure. Entra, invece, nel mio dubbio e lo trasforma in alleanza.<br /><br /> Fede come consegna e fiducia radicale<br /><br /> Allora oggi, con Abramo, mi sento chiamato a consegnare tutto a Dio: la mia vita, la mia speranza, le mie attese. A dire: “Signore, io credo in te. Continua ad assistermi”. Questo è il senso profondo della fede: non un vago ottimismo, ma una fiducia che si consegna totalmente, anche quando non vede nulla, anche quando la notte sembra non finire.<br /><br /> Questa storia di fiducia comincia con Abramo, ma trova il suo compimento supremo in Gesù, nel suo atto d’amore sulla croce. Ed è proprio quel filo rosso che attraversa la storia della salvezza, passando da Abramo, arrivando fino a me, oggi, in questa assemblea. E questo filo mi dà forza, mi incoraggia a entrare anch’io in quella dinamica di alleanza e fiducia, che è la vera via del discepolo.]]></itunes:summary><itunes:duration>351</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia Natività di Giovanni Battista vespertina messa a casa Castellani</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-nativita-di-giovanni-battista-vespertina-messa-a-casa-castellani--66710692</link><description><![CDATA[Ci troviamo in una vera festa di casa. Le letture di oggi ci parlano di grembo, di origine, di vocazione. Nel Vangelo abbiamo ascoltato l’annuncio dell’angelo a Zaccaria riguardo alla nascita di Giovanni Battista. E nella prima lettura, il profeta Geremia sente Dio dirgli: “Prima di formarti nel grembo materno ti ho conosciuto”. È un’espressione che mi ha colpito profondamente.<br /><br /> È davvero impressionante pensare che Dio ci conosce prima ancora che siamo formati nel grembo materno. Questo non vale solo per Giovanni Battista o per Geremia, ma per ciascuno di noi. Le nostre vite non sono frutto del caso. Sono volute, pensate, amate da Dio fin dall’inizio dei tempi. A volte ci sentiamo piccoli, irrilevanti nel tempo e nello spazio – in mezzo a miliardi di persone e migliaia di anni di storia – eppure ciascuno di noi è nel cuore di Dio da sempre.<br /><br /> E non solo voluti: siamo amati e accompagnati, con una missione precisa. Siamo continuamente rigenerati quando torniamo all’abbraccio del Signore. È come una rinascita ogni volta. La sua benevolenza ci accoglie, ci protegge, ci guida. È una relazione familiare, piena di affetto, un legame che si rinnova ogni giorno.<br /><br /> Un amore che precede la visione: credere senza vedere<br /><br /> Anche la seconda lettura, dalla Prima lettera di Pietro, parla con forza alla nostra esperienza: “Voi amate Gesù Cristo pur senza averlo visto”. Mi ha fatto sorridere pensare: qui tra voi in famiglia, qualcuno ha mai visto Gesù? Eppure lo amate, ci credete. Questo è il mistero grande della fede: un amore che nasce prima ancora della vista. Lo sentiamo dentro di noi, ci abita, e a un certo punto ci fa dire: “Signore, ti amo. Signore, credo in Te. Signore, Tu sei il mio sostegno”.<br /><br /> È un legame d’amore profondo, misterioso, che ci lega al Signore fin dall’inizio, e che ci sostiene ogni giorno. Come per Giovanni Battista, anche per ciascuno di noi questo amore si traduce in una predilezione concreta, in una chiamata.<br /><br /> Una chiamata personale: qual è la mia missione?<br /><br /> L’annuncio dell’angelo a Zaccaria non è solo un lieto evento familiare: è anche una dichiarazione di missione. Giovanni sarà il precursore del Messia, preparerà i cuori. Ma questa logica vale anche per noi. Amati da sempre, generati per amore, ciascuno ha una missione, una strada unica per testimoniare l’amore di Dio.<br /><br /> Allora mi chiedo: qual è la mia missione? In che modo io rendo concreta questa fede? Anche questa celebrazione, qui nella vostra casa, è un’occasione per dire grazie. Perché da queste mura – che cambiano col tempo, tre anni, diciassette, sessantadue – nasce e cresce una missione. Quante vite sono passate da qui, quanti figli, quanti cammini differenti!<br /><br /> E ora anche una nipotina è in arrivo. Chissà quale missione il Signore ha pensato per lei! Per ciascuno c’è un modo unico in cui la fede si fa vita, relazione, presenza concreta nel mondo.<br /><br /> Uniti nell’amore di Dio: una comunità di vocazioni<br /><br /> Mi riempie il cuore vedere quanto vi volete bene, come tra vicini vi aiutate. Siete diversi, anche nel colore della pelle, ma uniti da un amore più profondo: quello di Dio che ci ha voluti da sempre.<br /><br /> Questa è la bellezza della comunità: la diversità che si fa comunione, grazie all’unico amore di Dio che ci tiene insieme. Perciò oggi, insieme, possiamo ringraziare il Signore per le nostre vite, per le nostre famiglie. Possiamo rinnovare il nostro “sì” alla missione che ci affida, proprio come ha fatto Zaccaria.<br /><br /> Siamo giovani, maturi, anziani… ognuno ha il suo modo per esprimere l’amore di Dio. Penso a Giovanni, il nostro patriarca qui, che ha a cuore le persone che lo aiutano e gli stanno vicino. È un dono grande. Anche questo è un modo per vivere e testimoniare la vocazione che ci è stata data.<br /><br /> Un silenzio di gratitudine<br /><br /> Ora, in un momento di silenzio, vogliamo dire grazie. Ringraziare il Signore per la vita, per la chiamata, per il suo amore fedele. E affidargli con fiducia tutto ciò che siamo: le nostre fatiche e le nostre gioie, le nostre domande e i nostri “sì”. Perché Lui, che ci conosce da sempre, continua a camminare con noi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66710692</guid><pubDate>Mon, 23 Jun 2025 18:47:28 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66710692/imported_1750704349422142_audio.mp3" length="6635937" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Ci troviamo in una vera festa di casa. Le letture di oggi ci parlano di grembo, di origine, di vocazione. 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A volte ci sentiamo piccoli, irrilevanti nel tempo e nello spazio – in mezzo a miliardi di persone e migliaia di anni di storia – eppure ciascuno di noi è nel cuore di Dio da sempre.<br /><br /> E non solo voluti: siamo amati e accompagnati, con una missione precisa. Siamo continuamente rigenerati quando torniamo all’abbraccio del Signore. È come una rinascita ogni volta. La sua benevolenza ci accoglie, ci protegge, ci guida. È una relazione familiare, piena di affetto, un legame che si rinnova ogni giorno.<br /><br /> Un amore che precede la visione: credere senza vedere<br /><br /> Anche la seconda lettura, dalla Prima lettera di Pietro, parla con forza alla nostra esperienza: “Voi amate Gesù Cristo pur senza averlo visto”. Mi ha fatto sorridere pensare: qui tra voi in famiglia, qualcuno ha mai visto Gesù? Eppure lo amate, ci credete. Questo è il mistero grande della fede: un amore che nasce prima ancora della vista. Lo sentiamo dentro di noi, ci abita, e a un certo punto ci fa dire: “Signore, ti amo. Signore, credo in Te. Signore, Tu sei il mio sostegno”.<br /><br /> È un legame d’amore profondo, misterioso, che ci lega al Signore fin dall’inizio, e che ci sostiene ogni giorno. Come per Giovanni Battista, anche per ciascuno di noi questo amore si traduce in una predilezione concreta, in una chiamata.<br /><br /> Una chiamata personale: qual è la mia missione?<br /><br /> L’annuncio dell’angelo a Zaccaria non è solo un lieto evento familiare: è anche una dichiarazione di missione. Giovanni sarà il precursore del Messia, preparerà i cuori. Ma questa logica vale anche per noi. Amati da sempre, generati per amore, ciascuno ha una missione, una strada unica per testimoniare l’amore di Dio.<br /><br /> Allora mi chiedo: qual è la mia missione? In che modo io rendo concreta questa fede? Anche questa celebrazione, qui nella vostra casa, è un’occasione per dire grazie. Perché da queste mura – che cambiano col tempo, tre anni, diciassette, sessantadue – nasce e cresce una missione. Quante vite sono passate da qui, quanti figli, quanti cammini differenti!<br /><br /> E ora anche una nipotina è in arrivo. Chissà quale missione il Signore ha pensato per lei! Per ciascuno c’è un modo unico in cui la fede si fa vita, relazione, presenza concreta nel mondo.<br /><br /> Uniti nell’amore di Dio: una comunità di vocazioni<br /><br /> Mi riempie il cuore vedere quanto vi volete bene, come tra vicini vi aiutate. Siete diversi, anche nel colore della pelle, ma uniti da un amore più profondo: quello di Dio che ci ha voluti da sempre.<br /><br /> Questa è la bellezza della comunità: la diversità che si fa comunione, grazie all’unico amore di Dio che ci tiene insieme. Perciò oggi, insieme, possiamo ringraziare il Signore per le nostre vite, per le nostre famiglie. Possiamo rinnovare il nostro “sì” alla missione che ci affida, proprio come ha fatto Zaccaria.<br /><br /> Siamo giovani, maturi, anziani… ognuno ha il suo modo per esprimere l’amore di Dio. Penso a Giovanni, il nostro patriarca qui, che ha a cuore le persone che lo aiutano e gli stanno vicino. È un dono grande. Anche questo è un modo per vivere e testimoniare la vocazione che ci è stata data.<br /><br /> Un silenzio di gratitudine<br /><br /> Ora, in un momento di silenzio, vogliamo dire grazie. 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È un’occasione per mettere davvero al centro Gesù, l’Eucaristia, il Sacramento.<br /><br /> Mi sono soffermato su due aspetti importanti delle letture di oggi, che mi hanno toccato pensando al mio rapporto personale con il Corpo e il Sangue del Signore.<br /><br /> Il primo aspetto: il bisogno umano<br /><br /> Il primo aspetto è il bisogno. Tutta quella gente nel Vangelo si raduna intorno a Gesù perché ha bisogno: di parole, di guarigione, di consolazione. Sono lì assetati di qualcosa che dia senso, luce, sollievo. E non hanno cibo. I discepoli se ne accorgono e propongono a Gesù di congedare la folla. In realtà, l’intero episodio, riportato ben cinque volte nei Vangeli, è centrato su questo: l’umanità è fragile, povera, affamata.<br /><br /> Penso anche a me stesso: sono appena uscito da qualche giorno in ospedale, niente di grave, ma quanto basta per farmi sentire il mio bisogno. E oggi, qui a Messa, mi chiedo: con che bisogno sono venuto? Di che cosa ho fame oggi? Riposo? Pace? Forse un po’ di luce. Ognuno di noi si avvicina al Signore con una propria fame, e proprio quel bisogno è il luogo dell’incontro con Lui.<br /><br /> San Paolo, proprio ieri, ci diceva che si vanta non delle sue forze ma delle sue debolezze, perché è lì che la grazia si manifesta con potenza. La fragilità non va evitata o nascosta: è il terreno della grazia. Le persone più preziose nella nostra vita sono spesso quelle che ci chiedono qualcosa, che ci costringono ad amare, ad andare oltre. Sono come spugne di bisogno e d’amore.<br /><br /> Il secondo aspetto: il poco condiviso<br /><br /> Il secondo aspetto che mi ha colpito è questo: che cosa dà Gesù alla folla? Cinque pani e due pesci. Nulla in confronto al bisogno di cinquemila persone. Eppure, parte da quel poco. E non dice: «Andate via, arrangiatevi». Anzi, li fa sedere a gruppi di cinquanta. Li raduna. Li invita a restare. E in quel gesto, non solo li nutre, ma crea relazione. Forse parlano, si scambiano le storie, i dolori, le speranze.<br /><br /> Gesù prende quel poco, lo benedice, lo spezza e lo dona. Come Melchisedek nella prima lettura, che ringrazia e benedice dopo una vittoria difficile. Anche Gesù ringrazia il Padre e condivide ciò che ha. È un gesto eucaristico: ricevere, benedire, spezzare e donare.<br /><br /> E non si parla mai di “moltiplicazione” del pane nei Vangeli. Il testo dice solo che li spezza e li distribuisce. È quel gesto di spezzare che diventa distintivo di Gesù: è così che i discepoli di Emmaus lo riconoscono. E anche le prime comunità cristiane si riunivano proprio per “spezzare il pane”.<br /><br /> Il dono totale del corpo e del sangue<br /><br /> Da qui il passo ulteriore: quel pane e quei pesci, così semplici, diventano per Gesù segno del dono totale di sé. “Questo è il mio corpo per voi”, dirà poi. Quel poco diventa tutto. Gesù non dà solo qualcosa, dà se stesso. Fino alla croce. Con tutto il peso, le ferite, la sofferenza del suo corpo.<br /><br /> Il corpo di Gesù non è un simbolo qualsiasi: è il luogo del dono d’amore. Ci mette tutto, non solo la faccia. E ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, siamo invitati a questo: ad avvicinarci con il nostro bisogno, ma anche a offrire qualcosa di noi. Sull’altare non c’è solo il corpo di Cristo: c’è anche la nostra vita, la nostra offerta, insieme alla sua.<br /><br /> Vivere eucaristicamente ogni giorno<br /><br /> In questo senso, l’Eucaristia è uno stile di vita. Nella comunità, nella famiglia, nel quotidiano, possiamo vivere eucaristicamente: coniugando il nostro bisogno con la nostra disponibilità a donarci. In ogni istante possiamo essere “pane spezzato” per gli altri, come Gesù lo è per noi.<br /><br /> È questo, allora, che oggi celebriamo, adoriamo e riceviamo: il mistero del suo corpo e del suo sangue. E lo ringraziamo. Perché anche noi, nelle nostre vite semplici e fragili, possiamo diventare partecipi del suo dono, del suo amore, della sua vita.<br /><br /> E, in Lui, ricevere la vita eterna.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66695142</guid><pubDate>Sun, 22 Jun 2025 16:22:23 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66695142/imported_1750593391214791_audio.mp3" length="11273195" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il Vangelo di oggi mi ha aiutato molto ad entrare nel significato profondo della festa del Corpo e Sangue di Gesù Cristo. Una celebrazione che rischia, a volte, di essere vissuta in modo un po' distante, magari solo con qualche processione, come...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il Vangelo di oggi mi ha aiutato molto ad entrare nel significato profondo della festa del Corpo e Sangue di Gesù Cristo. Una celebrazione che rischia, a volte, di essere vissuta in modo un po' distante, magari solo con qualche processione, come quella di giovedì scorso a Bologna, con pochi partecipanti e un centro città semivuoto. Ma è una festa che vale la pena riscoprire. È un’occasione per mettere davvero al centro Gesù, l’Eucaristia, il Sacramento.<br /><br /> Mi sono soffermato su due aspetti importanti delle letture di oggi, che mi hanno toccato pensando al mio rapporto personale con il Corpo e il Sangue del Signore.<br /><br /> Il primo aspetto: il bisogno umano<br /><br /> Il primo aspetto è il bisogno. Tutta quella gente nel Vangelo si raduna intorno a Gesù perché ha bisogno: di parole, di guarigione, di consolazione. Sono lì assetati di qualcosa che dia senso, luce, sollievo. E non hanno cibo. I discepoli se ne accorgono e propongono a Gesù di congedare la folla. In realtà, l’intero episodio, riportato ben cinque volte nei Vangeli, è centrato su questo: l’umanità è fragile, povera, affamata.<br /><br /> Penso anche a me stesso: sono appena uscito da qualche giorno in ospedale, niente di grave, ma quanto basta per farmi sentire il mio bisogno. E oggi, qui a Messa, mi chiedo: con che bisogno sono venuto? Di che cosa ho fame oggi? Riposo? Pace? Forse un po’ di luce. Ognuno di noi si avvicina al Signore con una propria fame, e proprio quel bisogno è il luogo dell’incontro con Lui.<br /><br /> San Paolo, proprio ieri, ci diceva che si vanta non delle sue forze ma delle sue debolezze, perché è lì che la grazia si manifesta con potenza. La fragilità non va evitata o nascosta: è il terreno della grazia. Le persone più preziose nella nostra vita sono spesso quelle che ci chiedono qualcosa, che ci costringono ad amare, ad andare oltre. Sono come spugne di bisogno e d’amore.<br /><br /> Il secondo aspetto: il poco condiviso<br /><br /> Il secondo aspetto che mi ha colpito è questo: che cosa dà Gesù alla folla? Cinque pani e due pesci. Nulla in confronto al bisogno di cinquemila persone. Eppure, parte da quel poco. E non dice: «Andate via, arrangiatevi». Anzi, li fa sedere a gruppi di cinquanta. Li raduna. Li invita a restare. E in quel gesto, non solo li nutre, ma crea relazione. Forse parlano, si scambiano le storie, i dolori, le speranze.<br /><br /> Gesù prende quel poco, lo benedice, lo spezza e lo dona. Come Melchisedek nella prima lettura, che ringrazia e benedice dopo una vittoria difficile. Anche Gesù ringrazia il Padre e condivide ciò che ha. È un gesto eucaristico: ricevere, benedire, spezzare e donare.<br /><br /> E non si parla mai di “moltiplicazione” del pane nei Vangeli. Il testo dice solo che li spezza e li distribuisce. È quel gesto di spezzare che diventa distintivo di Gesù: è così che i discepoli di Emmaus lo riconoscono. E anche le prime comunità cristiane si riunivano proprio per “spezzare il pane”.<br /><br /> Il dono totale del corpo e del sangue<br /><br /> Da qui il passo ulteriore: quel pane e quei pesci, così semplici, diventano per Gesù segno del dono totale di sé. “Questo è il mio corpo per voi”, dirà poi. Quel poco diventa tutto. Gesù non dà solo qualcosa, dà se stesso. Fino alla croce. Con tutto il peso, le ferite, la sofferenza del suo corpo.<br /><br /> Il corpo di Gesù non è un simbolo qualsiasi: è il luogo del dono d’amore. Ci mette tutto, non solo la faccia. E ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, siamo invitati a questo: ad avvicinarci con il nostro bisogno, ma anche a offrire qualcosa di noi. 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Andrea ore 8.30.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-sabato-xi-sett-to-a-s-andrea-ore-8-30-m4a--66668672</link><description><![CDATA[Mi sono fermato a riflettere sulle parole del Vangelo e su come queste preoccupazioni di cui si parla — cosa mangeremo, come ci vestiremo, cosa ci riserva il futuro — nascano da dentro di noi, dal cuore, potremmo dire con San Paolo, dalle nostre debolezze. Tutti noi le abbiamo: fisiche, psichiche, caratteriali, legate alla salute o a esperienze di angoscia, persecuzione, umiliazione. Tutto ciò che ci fa sentire non all’altezza, fragili, deboli.<br /><br /> La domanda che mi sono posto è: che rapporto ho con le mie debolezze? Spesso cerchiamo di nasconderle, di superarle, di esorcizzarle. Le viviamo come qualcosa da cancellare, come se dovessero sparire perché ci fanno apparire vulnerabili. Ma è davvero questo il modo giusto di affrontarle?<br /><br /> Paolo ci sorprende: si vanta delle sue debolezze<br /><br /> In Paolo ho trovato uno sguardo completamente diverso. Mi colpisce la sua libertà: non solo non nasconde le sue debolezze, ma se ne vanta. Vantarsi significa metterle davanti, non tenerle nascoste. Invece di vantarsi dei suoi successi, delle sue forze, lui sceglie le sue fragilità come motivo di gloria.<br /><br /> Perché lo fa? Perché nella debolezza, dice Paolo, si manifesta la potenza di Cristo. È lì, quando non ce la facciamo da soli, che la grazia del Signore trova spazio per agire. Se invece siamo pieni di noi, forti, autonomi, capaci, allora facciamo fatica ad accorgerci della grazia, e forse Dio trova meno spazio nel nostro cuore.<br /><br /> Una spina nella carne e un dono di grazia<br /><br /> Paolo parla anche di una “spina nella carne” — non sappiamo esattamente cosa fosse, forse una malattia o un limite che lo bloccava, persino nel suo desiderio di annunciare il Vangelo. E lui prega, chiede che venga tolta. Ma Dio gli risponde: “Ti basta la mia grazia”.<br /><br /> Questa risposta mi ha fatto capire che non sempre dobbiamo chiedere che la nostra debolezza sparisca. A volte quella spina, quel limite, è l’occasione per fare spazio a Dio. È lì che possiamo incontrarlo, affidarci a Lui, lasciarlo regnare nella nostra fragilità. Proprio lì, nella nostra piccolezza, si manifesta il Regno di Dio. È in quel momento che diventiamo davvero Suoi servi, non schiavi della ricchezza, del potere o del controllo.<br /><br /> Il Signore si prende cura di noi<br /><br /> Ecco allora che il Vangelo ci invita a non preoccuparci, perché il Signore si prende cura di noi. Se si occupa dei fiori del campo, dei gigli e dei fiorellini che spuntano nei prati, quanto più si prenderà cura di ciascuno di noi. Ma serve fidarci, chiedere il Suo aiuto, lasciarci incontrare nella debolezza. È proprio lì, nel momento di fragilità, che si apre la possibilità di una relazione vera con Lui.<br /><br /> Preparandoci alla domenica: la fame della folla e il miracolo della condivisione<br /><br /> Guardando a domani, alla domenica che ci attende, ci sarà un’altra pagina forte del Vangelo: la folla che ha fame e i discepoli che non hanno nulla. Anche qui, la debolezza è protagonista. Ma da quella fragilità nasce un miracolo: tutti vengono nutriti.<br /><br /> È proprio questo che desidero custodire nel cuore: ringraziare il Signore per le mie debolezze, non vergognarmene. Perché lì Lui si fa vicino, mi accompagna, mi trasforma. Allora posso davvero dire, con Paolo: mi vanterò volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66668672</guid><pubDate>Sat, 21 Jun 2025 07:43:12 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66668672/imported_175049159956392_audio.mp3" length="4763480" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mi sono fermato a riflettere sulle parole del Vangelo e su come queste preoccupazioni di cui si parla — cosa mangeremo, come ci vestiremo, cosa ci riserva il futuro — nascano da dentro di noi, dal cuore, potremmo dire con San Paolo, dalle nostre...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mi sono fermato a riflettere sulle parole del Vangelo e su come queste preoccupazioni di cui si parla — cosa mangeremo, come ci vestiremo, cosa ci riserva il futuro — nascano da dentro di noi, dal cuore, potremmo dire con San Paolo, dalle nostre debolezze. Tutti noi le abbiamo: fisiche, psichiche, caratteriali, legate alla salute o a esperienze di angoscia, persecuzione, umiliazione. Tutto ciò che ci fa sentire non all’altezza, fragili, deboli.<br /><br /> La domanda che mi sono posto è: che rapporto ho con le mie debolezze? Spesso cerchiamo di nasconderle, di superarle, di esorcizzarle. Le viviamo come qualcosa da cancellare, come se dovessero sparire perché ci fanno apparire vulnerabili. Ma è davvero questo il modo giusto di affrontarle?<br /><br /> Paolo ci sorprende: si vanta delle sue debolezze<br /><br /> In Paolo ho trovato uno sguardo completamente diverso. Mi colpisce la sua libertà: non solo non nasconde le sue debolezze, ma se ne vanta. Vantarsi significa metterle davanti, non tenerle nascoste. Invece di vantarsi dei suoi successi, delle sue forze, lui sceglie le sue fragilità come motivo di gloria.<br /><br /> Perché lo fa? Perché nella debolezza, dice Paolo, si manifesta la potenza di Cristo. È lì, quando non ce la facciamo da soli, che la grazia del Signore trova spazio per agire. Se invece siamo pieni di noi, forti, autonomi, capaci, allora facciamo fatica ad accorgerci della grazia, e forse Dio trova meno spazio nel nostro cuore.<br /><br /> Una spina nella carne e un dono di grazia<br /><br /> Paolo parla anche di una “spina nella carne” — non sappiamo esattamente cosa fosse, forse una malattia o un limite che lo bloccava, persino nel suo desiderio di annunciare il Vangelo. E lui prega, chiede che venga tolta. Ma Dio gli risponde: “Ti basta la mia grazia”.<br /><br /> Questa risposta mi ha fatto capire che non sempre dobbiamo chiedere che la nostra debolezza sparisca. A volte quella spina, quel limite, è l’occasione per fare spazio a Dio. È lì che possiamo incontrarlo, affidarci a Lui, lasciarlo regnare nella nostra fragilità. Proprio lì, nella nostra piccolezza, si manifesta il Regno di Dio. È in quel momento che diventiamo davvero Suoi servi, non schiavi della ricchezza, del potere o del controllo.<br /><br /> Il Signore si prende cura di noi<br /><br /> Ecco allora che il Vangelo ci invita a non preoccuparci, perché il Signore si prende cura di noi. Se si occupa dei fiori del campo, dei gigli e dei fiorellini che spuntano nei prati, quanto più si prenderà cura di ciascuno di noi. Ma serve fidarci, chiedere il Suo aiuto, lasciarci incontrare nella debolezza. È proprio lì, nel momento di fragilità, che si apre la possibilità di una relazione vera con Lui.<br /><br /> Preparandoci alla domenica: la fame della folla e il miracolo della condivisione<br /><br /> Guardando a domani, alla domenica che ci attende, ci sarà un’altra pagina forte del Vangelo: la folla che ha fame e i discepoli che non hanno nulla. Anche qui, la debolezza è protagonista. Ma da quella fragilità nasce un miracolo: tutti vengono nutriti.<br /><br /> È proprio questo che desidero custodire nel cuore: ringraziare il Signore per le mie debolezze, non vergognarmene. Perché lì Lui si fa vicino, mi accompagna, mi trasforma. Allora posso davvero dire, con Paolo: mi vanterò volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.]]></itunes:summary><itunes:duration>298</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia mercoledì XI TO 18 giugno.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-mercoledi-xi-to-18-giugno-m4a--66609780</link><description><![CDATA[Quando ho ascoltato questa parola, seminare, mi ha colpito per la sua bellezza e forza. È un verbo che oggi usiamo poco: chi di noi semina? Eppure è proprio da qui che voglio partire, perché questo verbo, così concreto, racchiude tutto ciò che facciamo nella nostra vita: il lavoro, la carità, il volontariato, la cura dei nostri cari, il nostro servizio quotidiano. Tutto può essere riassunto così: seminare.<br /><br /> E se torniamo alla sua immagine originaria, pensiamo al contadino che sparge i semi a mano, in modo abbondante, senza calcoli, quasi “sprecando”. Non come le seminatrici moderne che distribuiscono ogni seme con precisione. No, Dio è un seminatore sprecone. È questo che ci mostra Paolo, citando quel salmo: “ha allargheggiato, ha dato ai poveri”. Ha sparso, ha disperso, potremmo dire. E noi siamo chiamati a fare lo stesso.<br /><br /> La qualità del dono conta più della quantità<br /><br /> Dio non guarda alla quantità, ma al modo in cui seminiamo. E allora la domanda è: come semino io? Lo faccio con calcolo, per ricevere qualcosa in cambio? Lo faccio controvoglia, o costretto da doveri sociali o religiosi? Oppure lo faccio con gioia, nella libertà, come Dio? Il Vangelo ci mette in guardia da una religiosità ipocrita, che esibisce il digiuno, che ostenta la carità.<br /><br /> Dio, invece, dà ai poveri, cioè a coloro che non possono ricambiare. Questo è il cuore della vera generosità: donare senza aspettarsi nulla, donare da un cuore libero. È l’amore che non fa conti, non misura, non aspetta riconoscimenti. E questa è la bellezza della fede: ci permette di amare in modo “sprecone”, come fa il Padre.<br /><br /> Il seme non è nostro: è di Dio<br /><br /> Una cosa meravigliosa che Paolo ci ricorda è che il seme non è neppure nostro. È Dio che ci dà la semente. È Dio che ci dà la forza, la capacità di amare. Noi siamo seminatori di un seme che ci è stato affidato. Allora non ci perdiamo nulla, non stiamo sprecando, perché quello che riceviamo, lo restituiamo.<br /><br /> E questo dà senso anche ai nostri piccoli gesti quotidiani: nelle relazioni con i colleghi, con i figli, con il marito o la moglie, nella comunità. Anche quando ci sembra che nessuno dica “grazie”, noi vogliamo seguire lo stile di Dio. Uno stile che dona, perché attinge a una sorgente inesauribile: l’amore di Dio.<br /><br /> Un’amore senza calcoli, una vita offerta<br /><br /> L’unico vero problema, ci dice Paolo, non è la scarsità di seme, ma la povertà di seminatori generosi. Dio ha seme in abbondanza, ma spesso noi abbiamo il “braccino corto”. Ecco perché la generosità non è solo una virtù personale, ma è ciò che rende viva la comunità. È la generosità che fa salire a Dio il ringraziamento autentico.<br /><br /> Quando viviamo così, la nostra vita diventa un’offerta. Non è solo una serie di azioni buone, ma è un modo di essere, una spiritualità concreta. È quello che ha fatto Gesù, che ha seminato fino a dare tutto se stesso, fino alla croce. Anche Lui ha sprecato la sua vita, ma per amore. Anche noi vogliamo camminare su quella via.<br /><br /> Conclusione: seminatori secondo il Cuore di Dio<br /><br /> E allora, oggi più che mai, voglio imparare ad essere un seminatore secondo il cuore di Dio. Voglio vivere la mia fede non con calcolo o paura, ma con larghezza, con gioia. Voglio donare anche quando non ricevo, voglio servire anche quando non mi si riconosce. Perché il seme che ho in mano non è mio, è Suo. E Lui mi chiama a spargerlo con abbondanza, a perdere per amore, per trovare la vita vera.<br /><br /> Ringrazio il Signore perché ci dà sempre di più di quanto osiamo chiedere. Ci dà da seminare e ci accompagna nella semina. Che la nostra comunità possa essere conosciuta per la sua generosità e che in tutto questo, Dio sia lodato.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66609780</guid><pubDate>Wed, 18 Jun 2025 20:01:33 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66609780/imported_1750276627699111_audio.mp3" length="5206517" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Quando ho ascoltato questa parola, seminare, mi ha colpito per la sua bellezza e forza. È un verbo che oggi usiamo poco: chi di noi semina? Eppure è proprio da qui che voglio partire, perché questo verbo, così concreto, racchiude tutto ciò che...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Quando ho ascoltato questa parola, seminare, mi ha colpito per la sua bellezza e forza. È un verbo che oggi usiamo poco: chi di noi semina? Eppure è proprio da qui che voglio partire, perché questo verbo, così concreto, racchiude tutto ciò che facciamo nella nostra vita: il lavoro, la carità, il volontariato, la cura dei nostri cari, il nostro servizio quotidiano. Tutto può essere riassunto così: seminare.<br /><br /> E se torniamo alla sua immagine originaria, pensiamo al contadino che sparge i semi a mano, in modo abbondante, senza calcoli, quasi “sprecando”. Non come le seminatrici moderne che distribuiscono ogni seme con precisione. No, Dio è un seminatore sprecone. È questo che ci mostra Paolo, citando quel salmo: “ha allargheggiato, ha dato ai poveri”. Ha sparso, ha disperso, potremmo dire. E noi siamo chiamati a fare lo stesso.<br /><br /> La qualità del dono conta più della quantità<br /><br /> Dio non guarda alla quantità, ma al modo in cui seminiamo. E allora la domanda è: come semino io? Lo faccio con calcolo, per ricevere qualcosa in cambio? Lo faccio controvoglia, o costretto da doveri sociali o religiosi? Oppure lo faccio con gioia, nella libertà, come Dio? Il Vangelo ci mette in guardia da una religiosità ipocrita, che esibisce il digiuno, che ostenta la carità.<br /><br /> Dio, invece, dà ai poveri, cioè a coloro che non possono ricambiare. Questo è il cuore della vera generosità: donare senza aspettarsi nulla, donare da un cuore libero. È l’amore che non fa conti, non misura, non aspetta riconoscimenti. E questa è la bellezza della fede: ci permette di amare in modo “sprecone”, come fa il Padre.<br /><br /> Il seme non è nostro: è di Dio<br /><br /> Una cosa meravigliosa che Paolo ci ricorda è che il seme non è neppure nostro. È Dio che ci dà la semente. È Dio che ci dà la forza, la capacità di amare. Noi siamo seminatori di un seme che ci è stato affidato. Allora non ci perdiamo nulla, non stiamo sprecando, perché quello che riceviamo, lo restituiamo.<br /><br /> E questo dà senso anche ai nostri piccoli gesti quotidiani: nelle relazioni con i colleghi, con i figli, con il marito o la moglie, nella comunità. Anche quando ci sembra che nessuno dica “grazie”, noi vogliamo seguire lo stile di Dio. Uno stile che dona, perché attinge a una sorgente inesauribile: l’amore di Dio.<br /><br /> Un’amore senza calcoli, una vita offerta<br /><br /> L’unico vero problema, ci dice Paolo, non è la scarsità di seme, ma la povertà di seminatori generosi. Dio ha seme in abbondanza, ma spesso noi abbiamo il “braccino corto”. Ecco perché la generosità non è solo una virtù personale, ma è ciò che rende viva la comunità. È la generosità che fa salire a Dio il ringraziamento autentico.<br /><br /> Quando viviamo così, la nostra vita diventa un’offerta. Non è solo una serie di azioni buone, ma è un modo di essere, una spiritualità concreta. È quello che ha fatto Gesù, che ha seminato fino a dare tutto se stesso, fino alla croce. Anche Lui ha sprecato la sua vita, ma per amore. Anche noi vogliamo camminare su quella via.<br /><br /> Conclusione: seminatori secondo il Cuore di Dio<br /><br /> E allora, oggi più che mai, voglio imparare ad essere un seminatore secondo il cuore di Dio. Voglio vivere la mia fede non con calcolo o paura, ma con larghezza, con gioia. Voglio donare anche quando non ricevo, voglio servire anche quando non mi si riconosce. Perché il seme che ho in mano non è mio, è Suo. E Lui mi chiama a spargerlo con abbondanza, a perdere per amore, per trovare la vita vera.<br /><br /> Ringrazio il Signore perché ci dà sempre di più di quanto osiamo chiedere. Ci dà da seminare e ci accompagna nella semina. Che la nostra comunità possa essere conosciuta per la sua generosità e che in tutto questo, Dio sia lodato.]]></itunes:summary><itunes:duration>326</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Pensieri sparsi sulla Trinità 2025</title><link>https://www.spreaker.com/episode/pensieri-sparsi-sulla-trinita-2025--66567408</link><description><![CDATA[Questa domenica, in cui celebriamo la festa della Santa Trinità, per me è stata un po’ particolare: non ho presieduto la Messa e quindi non ho tenuto un’omelia. Però sento comunque il desiderio di condividere alcuni pensieri che mi sono nati meditando sulle letture di oggi. Riflettere sulla Trinità mi porta spontaneamente a interrogarmi sul mio rapporto personale con Dio, su come Lui si relaziona con me e con ciascuno di noi.<br /><br /> La Sapienza che gioca davanti a Dio<br /><br /> La prima lettura, tratta dal libro dei Proverbi, mi ha colpito molto. Lì si dice che la Sapienza giocava davanti a Dio e si deliziava tra i figli dell’uomo. Mi ha affascinato questo verbo, “giocare”. Pensare che Dio, attraverso la Sapienza e lo Spirito, con noi ha un rapporto che contiene anche il gioco, la leggerezza, la dimensione ludica. Ho ascoltato l’omelia del Papa e anche lui ha richiamato questo aspetto: non si tratta solo di un divertimento fine a sé stesso, ma del fatto che a Dio piace stare con noi, gli fa bene e fa bene anche a noi.<br /><br /> Mi sono tornate in mente le mie difficoltà personali a lasciarmi andare al gioco, soprattutto con i bambini. Ma poi, quando ci riesco, mi accorgo che resta nel cuore l’affetto, il sorriso, la bellezza della relazione che si crea. Che meraviglia pensare che Dio faccia proprio così con noi: gioca, sta con noi, si rallegra della nostra compagnia.<br /><br /> La pace e la grazia che ci dà forza nelle tribolazioni<br /><br /> San Paolo, nella lettera ai Romani, dice che siamo in pace con Dio grazie a Gesù Cristo. Questo stare in pace significa star bene con Dio, proprio perché abbiamo accesso alla grazia. È una grazia quella della fede e della sua presenza nella nostra vita: il saperLo riconoscere, il saperLo apprezzare, il sentirLo vicino.<br /><br /> Paolo ci ricorda come questa presenza sia preziosa soprattutto nelle tribolazioni. La tribolazione vissuta con il Signore produce pazienza; la pazienza genera una virtù provata e questa virtù a sua volta alimenta la speranza. In questi giorni anche io ho avuto piccole tribolazioni, un po’ di problemi di salute, nulla di grave, ma abbastanza da farmi riflettere. Vivere questi momenti con la consapevolezza della vicinanza del Signore mi ha aiutato a viverli con pazienza, con resilienza, con forza e quindi con speranza. Perché, come dice Paolo, l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo.<br /><br /> Dio che gioca e ci sorprende<br /><br /> Pensare a questo Dio che gioca e si rallegra con noi mi ha fatto venire in mente anche Sara. Quando sente nella tenda che avrà un figlio, lei ride. È come se dicesse: “Ma guarda che scherzo che mi fa Dio!”. Sì, Dio ama sorprenderci, a volte sembra proprio che ci faccia degli scherzi, che ci stupisca con la sua fantasia e la sua bontà.<br /><br /> Lo Spirito che ci guida e ci annuncia la verità<br /><br /> Infine, nel Vangelo di oggi, ho colto la forza del verbo “annunciare”. Lo Spirito Santo ci guida alla verità, ci dice tutto ciò che ha udito da Gesù e ci annuncia le cose future. Ci annuncia quello che è di Cristo, lo prende da Lui e ce lo comunica. È bello pensare che il nostro rapporto con il Signore sia un continuo ricevere annunci, buone notizie. Ogni parola del Signore è un annuncio che consola, che apre cammini nuovi, che avvia processi, che ci spalanca a una novità di vita, a un futuro che forse non ci aspettiamo. Ecco perché questa festa della Trinità oggi mi dà tanta carica e forza interiore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66567408</guid><pubDate>Sun, 15 Jun 2025 19:02:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66567408/imported_1750010083409582_audio.mp3" length="4463386" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Questa domenica, in cui celebriamo la festa della Santa Trinità, per me è stata un po’ particolare: non ho presieduto la Messa e quindi non ho tenuto un’omelia. Però sento comunque il desiderio di condividere alcuni pensieri che mi sono nati meditando...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Questa domenica, in cui celebriamo la festa della Santa Trinità, per me è stata un po’ particolare: non ho presieduto la Messa e quindi non ho tenuto un’omelia. Però sento comunque il desiderio di condividere alcuni pensieri che mi sono nati meditando sulle letture di oggi. Riflettere sulla Trinità mi porta spontaneamente a interrogarmi sul mio rapporto personale con Dio, su come Lui si relaziona con me e con ciascuno di noi.<br /><br /> La Sapienza che gioca davanti a Dio<br /><br /> La prima lettura, tratta dal libro dei Proverbi, mi ha colpito molto. Lì si dice che la Sapienza giocava davanti a Dio e si deliziava tra i figli dell’uomo. Mi ha affascinato questo verbo, “giocare”. Pensare che Dio, attraverso la Sapienza e lo Spirito, con noi ha un rapporto che contiene anche il gioco, la leggerezza, la dimensione ludica. Ho ascoltato l’omelia del Papa e anche lui ha richiamato questo aspetto: non si tratta solo di un divertimento fine a sé stesso, ma del fatto che a Dio piace stare con noi, gli fa bene e fa bene anche a noi.<br /><br /> Mi sono tornate in mente le mie difficoltà personali a lasciarmi andare al gioco, soprattutto con i bambini. Ma poi, quando ci riesco, mi accorgo che resta nel cuore l’affetto, il sorriso, la bellezza della relazione che si crea. Che meraviglia pensare che Dio faccia proprio così con noi: gioca, sta con noi, si rallegra della nostra compagnia.<br /><br /> La pace e la grazia che ci dà forza nelle tribolazioni<br /><br /> San Paolo, nella lettera ai Romani, dice che siamo in pace con Dio grazie a Gesù Cristo. Questo stare in pace significa star bene con Dio, proprio perché abbiamo accesso alla grazia. È una grazia quella della fede e della sua presenza nella nostra vita: il saperLo riconoscere, il saperLo apprezzare, il sentirLo vicino.<br /><br /> Paolo ci ricorda come questa presenza sia preziosa soprattutto nelle tribolazioni. La tribolazione vissuta con il Signore produce pazienza; la pazienza genera una virtù provata e questa virtù a sua volta alimenta la speranza. In questi giorni anche io ho avuto piccole tribolazioni, un po’ di problemi di salute, nulla di grave, ma abbastanza da farmi riflettere. Vivere questi momenti con la consapevolezza della vicinanza del Signore mi ha aiutato a viverli con pazienza, con resilienza, con forza e quindi con speranza. Perché, come dice Paolo, l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo.<br /><br /> Dio che gioca e ci sorprende<br /><br /> Pensare a questo Dio che gioca e si rallegra con noi mi ha fatto venire in mente anche Sara. Quando sente nella tenda che avrà un figlio, lei ride. È come se dicesse: “Ma guarda che scherzo che mi fa Dio!”. Sì, Dio ama sorprenderci, a volte sembra proprio che ci faccia degli scherzi, che ci stupisca con la sua fantasia e la sua bontà.<br /><br /> Lo Spirito che ci guida e ci annuncia la verità<br /><br /> Infine, nel Vangelo di oggi, ho colto la forza del verbo “annunciare”. Lo Spirito Santo ci guida alla verità, ci dice tutto ciò che ha udito da Gesù e ci annuncia le cose future. Ci annuncia quello che è di Cristo, lo prende da Lui e ce lo comunica. È bello pensare che il nostro rapporto con il Signore sia un continuo ricevere annunci, buone notizie. Ogni parola del Signore è un annuncio che consola, che apre cammini nuovi, che avvia processi, che ci spalanca a una novità di vita, a un futuro che forse non ci aspettiamo. Ecco perché questa festa della Trinità oggi mi dà tanta carica e forza interiore.]]></itunes:summary><itunes:duration>279</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia Pentecoste anno C 2025 BVI ore 9.30.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-pentecoste-anno-c-2025-bvi-ore-9-30-m4a--66460603</link><description><![CDATA[C’è un’espressione che mi ha profondamente colpito nella liturgia della Pentecoste: lo Spirito di Dio abita in voi. Sia San Paolo che San Giovanni la utilizzano. È un’espressione che mi ha lavorato nel cuore, perché abitare vuol dire stare con noi, vivere nella nostra casa.<br /><br /> Mi sono chiesto: se lo Spirito fosse davvero un ospite nella mia casa, che stanza gli darei? Dove lo farei sedere a tavola? Lo tratterei come qualcuno da ascoltare continuamente o come una presenza a cui dare attenzione solo a fine giornata? La sua presenza è potente e reale.<br /><br /> E questa casa non è solo la nostra abitazione fisica. È anche la famiglia, la comunità. Lo Spirito abita in mezzo a noi, in ogni luogo che viviamo, anche se siamo sempre in movimento. La liturgia ci ricorda che Egli è il Paraclito, colui che sta vicino, che consola, sostiene, consiglia. Gesù stesso lo aveva promesso: Il Padre vi darà un altro Paraclito. Il primo è Lui, il Figlio.<br /><br /> Il dono della Pasqua: lo Spirito Santo<br /><br /> La Pentecoste è il coronamento di una lunga attesa: Gesù aveva promesso il dono dello Spirito per quando sarebbe tornato al Padre. Ed eccolo, finalmente, donato ai discepoli, e a noi. È il frutto più bello della Pasqua.<br /><br /> Dopo la sua incarnazione, il suo insegnamento, i miracoli, le parabole e soprattutto la sua morte e risurrezione, Gesù ci ha lasciato qualcosa che rimane per sempre: il suo Spirito. È una presenza viva, che continua a guidarci nella nostra storia quotidiana.<br /><br /> San Paolo ci dice che siamo sotto il dominio dello Spirito. Ma non è un dominio di schiavitù: è una guida amorevole, che si contrappone al dominio della carne, cioè a tutte quelle dinamiche egoistiche e autoreferenziali che ci isolano. Quante volte, nella paura, preferiamo fare di testa nostra piuttosto che fidarci di Dio?<br /><br /> Morti al peccato, vivi nello Spirito<br /><br /> La presenza dello Spirito in noi è talmente potente che, dice Paolo, ci rende morti al peccato. Questo significa che il peccato non ha più il potere di dominarci. Possiamo scegliere di non fare quelle cose che ci fanno male. Possiamo lasciarci guidare dallo Spirito.<br /><br /> E se questo Spirito ha risuscitato Gesù dai morti, come non darà anche a noi vita nuova? Risuscita anche le nostre piccole morti quotidiane. È lo Spirito che dà vita ai nostri corpi mortali, ci rende vivi davvero.<br /><br /> Inoltre, ci rende figli adottivi. Lo Spirito ci mette in una relazione filiale con Dio, possiamo chiamarlo Padre. La casa in cui Egli abita è una casa dove Dio è Padre, Gesù è il Figlio e nostro fratello. È una casa di amore, una famiglia di fratelli. E diventiamo eredi: eredi di tutto ciò che il Figlio ha ricevuto, partecipando anche alle sue sofferenze per condividere la sua gloria.<br /><br /> Lo Spirito ci fa annunciatori<br /><br /> Lo Spirito che abita in noi ci dà la capacità di esprimerci in modo nuovo. Come gli apostoli nel giorno di Pentecoste, diventiamo annunciatori del Vangelo, della comunione. Dopo aver ricevuto lo Spirito, quelle fiammelle che si sono posate su ciascuno, ogni apostolo è diventato testimone.<br /><br /> Tutti i presenti a Gerusalemme, provenienti da ogni parte del mondo, sentivano parlare nella propria lingua delle meraviglie di Dio. È un prodigio che continua anche oggi, nella nostra comunità. Lo Spirito ci rende capaci di annunciare il Vangelo, di proclamare la risurrezione.<br /><br /> Lo Spirito è maestro e memoria viva<br /><br /> Il Vangelo di Giovanni ci dice che lo Spirito è anche maestro. E come sarebbe bello averlo come insegnante agli esami! Perché ci insegna ogni cosa, ci educa alla vita vera: all’amore reciproco, al perdono, al dono di sé, al servizio nella famiglia e nella comunità.<br /><br /> Non ci insegna solo nozioni astratte, ma ci fa comprendere che le grandi verità di fede sono vere per ciascuno di noi. Cristo è risorto per me, per Andrea, per Paola, per Silvana… Dio mi ama. Questa non è solo una frase bella da scrivere, ma una realtà da sentire nel cuore.<br /><br /> Lo Spirito ci ricorda tutto ciò che Gesù ha detto. In un dialogo continuo, ci tiene connessi alla Parola, ce la fa ricordare, interiorizzare, vivere.<br /><br /> Un dono discreto ma trasformante<br /><br /> Per tutto questo dobbiamo ringraziare. Il dono dello Spirito che celebriamo ogni anno nella Pentecoste non è qualcosa di lontano o simbolico. È una presenza concreta, da accogliere.<br /><br /> Dobbiamo fargli spazio, ascoltarlo. Non è invadente, ma rischiamo di trascurarlo. Invochiamolo. Egli è già presso di noi, ma possiamo imparare a godere più pienamente della sua azione benefica.<br /><br /> Grazie, Signore, perché nel tuo Spirito vieni ad abitare nella mia vita, nella mia comunità, nella mia famiglia. Continua a prendermi per mano, ad illuminare il mio cammino.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66460603</guid><pubDate>Sun, 08 Jun 2025 09:47:25 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66460603/imported_1749375964972706_audio.mp3" length="10178977" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>C’è un’espressione che mi ha profondamente colpito nella liturgia della Pentecoste: lo Spirito di Dio abita in voi. Sia San Paolo che San Giovanni la utilizzano. È un’espressione che mi ha lavorato nel cuore, perché abitare vuol dire stare con noi,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[C’è un’espressione che mi ha profondamente colpito nella liturgia della Pentecoste: lo Spirito di Dio abita in voi. Sia San Paolo che San Giovanni la utilizzano. È un’espressione che mi ha lavorato nel cuore, perché abitare vuol dire stare con noi, vivere nella nostra casa.<br /><br /> Mi sono chiesto: se lo Spirito fosse davvero un ospite nella mia casa, che stanza gli darei? Dove lo farei sedere a tavola? Lo tratterei come qualcuno da ascoltare continuamente o come una presenza a cui dare attenzione solo a fine giornata? La sua presenza è potente e reale.<br /><br /> E questa casa non è solo la nostra abitazione fisica. È anche la famiglia, la comunità. Lo Spirito abita in mezzo a noi, in ogni luogo che viviamo, anche se siamo sempre in movimento. La liturgia ci ricorda che Egli è il Paraclito, colui che sta vicino, che consola, sostiene, consiglia. Gesù stesso lo aveva promesso: Il Padre vi darà un altro Paraclito. Il primo è Lui, il Figlio.<br /><br /> Il dono della Pasqua: lo Spirito Santo<br /><br /> La Pentecoste è il coronamento di una lunga attesa: Gesù aveva promesso il dono dello Spirito per quando sarebbe tornato al Padre. Ed eccolo, finalmente, donato ai discepoli, e a noi. È il frutto più bello della Pasqua.<br /><br /> Dopo la sua incarnazione, il suo insegnamento, i miracoli, le parabole e soprattutto la sua morte e risurrezione, Gesù ci ha lasciato qualcosa che rimane per sempre: il suo Spirito. È una presenza viva, che continua a guidarci nella nostra storia quotidiana.<br /><br /> San Paolo ci dice che siamo sotto il dominio dello Spirito. Ma non è un dominio di schiavitù: è una guida amorevole, che si contrappone al dominio della carne, cioè a tutte quelle dinamiche egoistiche e autoreferenziali che ci isolano. Quante volte, nella paura, preferiamo fare di testa nostra piuttosto che fidarci di Dio?<br /><br /> Morti al peccato, vivi nello Spirito<br /><br /> La presenza dello Spirito in noi è talmente potente che, dice Paolo, ci rende morti al peccato. Questo significa che il peccato non ha più il potere di dominarci. Possiamo scegliere di non fare quelle cose che ci fanno male. Possiamo lasciarci guidare dallo Spirito.<br /><br /> E se questo Spirito ha risuscitato Gesù dai morti, come non darà anche a noi vita nuova? Risuscita anche le nostre piccole morti quotidiane. È lo Spirito che dà vita ai nostri corpi mortali, ci rende vivi davvero.<br /><br /> Inoltre, ci rende figli adottivi. Lo Spirito ci mette in una relazione filiale con Dio, possiamo chiamarlo Padre. La casa in cui Egli abita è una casa dove Dio è Padre, Gesù è il Figlio e nostro fratello. È una casa di amore, una famiglia di fratelli. E diventiamo eredi: eredi di tutto ciò che il Figlio ha ricevuto, partecipando anche alle sue sofferenze per condividere la sua gloria.<br /><br /> Lo Spirito ci fa annunciatori<br /><br /> Lo Spirito che abita in noi ci dà la capacità di esprimerci in modo nuovo. Come gli apostoli nel giorno di Pentecoste, diventiamo annunciatori del Vangelo, della comunione. Dopo aver ricevuto lo Spirito, quelle fiammelle che si sono posate su ciascuno, ogni apostolo è diventato testimone.<br /><br /> Tutti i presenti a Gerusalemme, provenienti da ogni parte del mondo, sentivano parlare nella propria lingua delle meraviglie di Dio. È un prodigio che continua anche oggi, nella nostra comunità. Lo Spirito ci rende capaci di annunciare il Vangelo, di proclamare la risurrezione.<br /><br /> Lo Spirito è maestro e memoria viva<br /><br /> Il Vangelo di Giovanni ci dice che lo Spirito è anche maestro. E come sarebbe bello averlo come insegnante agli esami! Perché ci insegna ogni cosa, ci educa alla vita vera: all’amore reciproco, al perdono, al dono di sé, al servizio nella famiglia e nella comunità.<br /><br /> Non ci insegna solo nozioni astratte, ma ci fa comprendere che le grandi verità di fede sono vere per ciascuno di noi. Cristo è risorto per me, per Andrea, per Paola, per Silvana… Dio mi ama. Questa non è solo una frase...]]></itunes:summary><itunes:duration>637</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Matrimonio Roberta e Marco in BVI 7 giugno</title><link>https://www.spreaker.com/episode/matrimonio-roberta-e-marco-in-bvi-7-giugno--66448149</link><description><![CDATA[Carissimi Roberta e Marco, oggi, mentre vi accompagniamo in questo momento tanto importante, mi lascio guidare dalla bellezza delle letture che avete scelto. Nel Cantico dei Cantici risuona forte il desiderio di relazione: l’amato balza tra i monti, cerca l’amata, la invita ad uscire dal suo nascondiglio. È una chiamata dolce ma decisa: "Alzati, amica mia, vieni!".<br /><br /> Mi colpisce il desiderio profondo di dialogo, di intimità, di vicinanza: "Fammi sentire la tua voce, fammi vedere il tuo viso". E poi quella frase meravigliosa: "Mettimi come sigillo sul tuo cuore". Il sigillo, un segno d’unione che non è possesso, ma appartenenza. Non chiusura, ma custodia. Non prigione, ma fioritura.<br /><br /> Voi oggi non vi dite semplicemente “sei una parte importante della mia vita”, ma qualcosa di più profondo: “tu sei la mia vita, con tutto ciò che sei, con tutto il tuo esserci”. È questa la promessa: un amore che si concretizza nella fedeltà quotidiana, nella continua ricerca l’uno dell’altra. Un amore che non si accontenta di parole, ma si fa carne ogni giorno, in gesti, attenzioni, perdono, cura.<br /><br /> L’amore come offerta totale<br /><br /> San Paolo ci offre parole preziose per comprendere cosa significhi vivere questo amore. Ci invita a offrire non solo il nostro tempo o la nostra attenzione, ma i nostri corpi come sacrificio vivente. È un’offerta totale, concreta, quotidiana.<br /><br /> E poi ci regala quattro perle sull’amore autentico: amatevi con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda, siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione. Quanto è bella l’idea di una “gara nella stima”! Quasi un gioco santo: chi oggi saprà dire più parole di stima all’altro? Chi saprà valorizzare di più l’altro?<br /><br /> L’amore fraterno che Paolo ci propone non sminuisce l’amore sponsale, ma lo radica nella realtà concreta dell’amicizia, del rispetto, dell’ascolto. È un invito a proteggersi, a sostenersi, a non dare mai per scontato l’altro.<br /><br /> Vivere la gioia e il dolore insieme<br /><br /> Nel cammino che oggi inizia per voi, ci sarà letizia, ma anche tribolazione. E allora, dice ancora San Paolo, siate lieti nella speranza, quella speranza che dà senso anche ai giorni più difficili. E quando arriveranno i momenti oscuri – perché la vita li porta inevitabilmente – siate costanti nella tribolazione, cioè restatevi accanto, sorreggetevi a vicenda.<br /><br /> E ancora: rallegratevi con chi è nella gioia, piangete con chi è nel pianto. Questo è il cuore della compassione: saper condividere le emozioni dell’altro, non solo tra voi, ma anche con gli amici, con le vostre famiglie, con la comunità. La vostra unione diventa così un seme di pace.<br /><br /> Vivete in pace con tutti, dice Paolo. Ma quella pace parte da dentro, dalla vostra relazione. È una pace fatta di perdono reciproco, di riconciliazione, di piccoli gesti quotidiani che dicono “sono con te, anche oggi”.<br /><br /> Non servi, ma amici: l’amore ricevuto che diventa dono<br /><br /> Il Vangelo ci regala parole profonde: "Non vi chiamo più servi, ma amici". L’amore che vi unisce oggi non è fatto di obblighi, ma di amicizia profonda, di libertà, di scelta. Gesù ci comanda di amarci come Lui ci ha amati. E da dove viene questa capacità di amare? Dall’amore ricevuto.<br /><br /> Voi avete imparato ad amare perché siete stati amati: dai vostri genitori, dalle vostre famiglie, dagli amici, da chi vi ha accompagnato. È da questo amore “immeritato” che scaturisce la capacità di amarvi tra voi. Come mai Roberta trova bello Marco? Perché lui le vuole bene. Ma perché le vuole bene? Non lo so, direste voi. Eppure è così: vi volete bene perché siete fatti l’uno per l’altra.<br /><br /> Scegliersi ogni giorno, portare frutto insieme<br /><br /> Gesù dice: "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi". Questa scelta è fondamento, ma è anche compito. Ogni giorno dovrete sceglierci di nuovo: nei momenti di gioia e in quelli di stanchezza, quando la vita cambia, quando cambiate voi.<br /><br /> In ogni decisione importante – il lavoro, la casa, la famiglia – dovrete sempre tornare lì: alla scelta reciproca. Perché è nel scegliersi ogni giorno che si porta frutto. Un frutto che rimane.<br /><br /> Il frutto della vostra unione non si misura solo nei figli, nel successo, ma in una fecondità più grande, spirituale, comunitaria. Una vita condivisa porta un frutto più grande di ciò che si potrebbe fare da soli. Ed è questo che oggi testimoniate a noi: che l’amore condiviso è più fecondo, più pieno, più eterno.<br /><br /> Una testimonianza che ci tocca e ci guida<br /><br /> Grazie, Roberta e Marco. Grazie perché con la vostra scelta ci permettete di toccare con mano quanto possa essere bella una vita donata. La vostra testimonianza oggi è luminosa – nei vostri abiti, nella vostra eleganza, ma soprattutto nel vostro “sì”.<br /><br /> È un dono grande per le nostre famiglie e per la nostra comunità. Siete segno vivo di ciò che la Scrittura ci ha raccontato oggi. Adesso, in silenzio, preghiamo per voi, per affidarvi alla grazia del Signore, perché vi accompagni ogni giorno in questa scelta di amore, di fedeltà e di pace.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66448149</guid><pubDate>Sat, 07 Jun 2025 21:51:25 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66448149/imported_1749333025873863_audio.mp3" length="10430589" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Carissimi Roberta e Marco, oggi, mentre vi accompagniamo in questo momento tanto importante, mi lascio guidare dalla bellezza delle letture che avete scelto. Nel Cantico dei Cantici risuona forte il desiderio di relazione: l’amato balza tra i monti,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Carissimi Roberta e Marco, oggi, mentre vi accompagniamo in questo momento tanto importante, mi lascio guidare dalla bellezza delle letture che avete scelto. Nel Cantico dei Cantici risuona forte il desiderio di relazione: l’amato balza tra i monti, cerca l’amata, la invita ad uscire dal suo nascondiglio. È una chiamata dolce ma decisa: "Alzati, amica mia, vieni!".<br /><br /> Mi colpisce il desiderio profondo di dialogo, di intimità, di vicinanza: "Fammi sentire la tua voce, fammi vedere il tuo viso". E poi quella frase meravigliosa: "Mettimi come sigillo sul tuo cuore". Il sigillo, un segno d’unione che non è possesso, ma appartenenza. Non chiusura, ma custodia. Non prigione, ma fioritura.<br /><br /> Voi oggi non vi dite semplicemente “sei una parte importante della mia vita”, ma qualcosa di più profondo: “tu sei la mia vita, con tutto ciò che sei, con tutto il tuo esserci”. È questa la promessa: un amore che si concretizza nella fedeltà quotidiana, nella continua ricerca l’uno dell’altra. Un amore che non si accontenta di parole, ma si fa carne ogni giorno, in gesti, attenzioni, perdono, cura.<br /><br /> L’amore come offerta totale<br /><br /> San Paolo ci offre parole preziose per comprendere cosa significhi vivere questo amore. Ci invita a offrire non solo il nostro tempo o la nostra attenzione, ma i nostri corpi come sacrificio vivente. È un’offerta totale, concreta, quotidiana.<br /><br /> E poi ci regala quattro perle sull’amore autentico: amatevi con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda, siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione. Quanto è bella l’idea di una “gara nella stima”! Quasi un gioco santo: chi oggi saprà dire più parole di stima all’altro? Chi saprà valorizzare di più l’altro?<br /><br /> L’amore fraterno che Paolo ci propone non sminuisce l’amore sponsale, ma lo radica nella realtà concreta dell’amicizia, del rispetto, dell’ascolto. È un invito a proteggersi, a sostenersi, a non dare mai per scontato l’altro.<br /><br /> Vivere la gioia e il dolore insieme<br /><br /> Nel cammino che oggi inizia per voi, ci sarà letizia, ma anche tribolazione. E allora, dice ancora San Paolo, siate lieti nella speranza, quella speranza che dà senso anche ai giorni più difficili. E quando arriveranno i momenti oscuri – perché la vita li porta inevitabilmente – siate costanti nella tribolazione, cioè restatevi accanto, sorreggetevi a vicenda.<br /><br /> E ancora: rallegratevi con chi è nella gioia, piangete con chi è nel pianto. Questo è il cuore della compassione: saper condividere le emozioni dell’altro, non solo tra voi, ma anche con gli amici, con le vostre famiglie, con la comunità. La vostra unione diventa così un seme di pace.<br /><br /> Vivete in pace con tutti, dice Paolo. Ma quella pace parte da dentro, dalla vostra relazione. È una pace fatta di perdono reciproco, di riconciliazione, di piccoli gesti quotidiani che dicono “sono con te, anche oggi”.<br /><br /> Non servi, ma amici: l’amore ricevuto che diventa dono<br /><br /> Il Vangelo ci regala parole profonde: "Non vi chiamo più servi, ma amici". L’amore che vi unisce oggi non è fatto di obblighi, ma di amicizia profonda, di libertà, di scelta. Gesù ci comanda di amarci come Lui ci ha amati. E da dove viene questa capacità di amare? Dall’amore ricevuto.<br /><br /> Voi avete imparato ad amare perché siete stati amati: dai vostri genitori, dalle vostre famiglie, dagli amici, da chi vi ha accompagnato. È da questo amore “immeritato” che scaturisce la capacità di amarvi tra voi. Come mai Roberta trova bello Marco? Perché lui le vuole bene. Ma perché le vuole bene? Non lo so, direste voi. Eppure è così: vi volete bene perché siete fatti l’uno per l’altra.<br /><br /> Scegliersi ogni giorno, portare frutto insieme<br /><br /> Gesù dice: "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi". Questa scelta è fondamento, ma è anche compito. Ogni giorno dovrete sceglierci di nuovo: nei momenti di gioia e in quelli di stanchezza, quando la...]]></itunes:summary><itunes:duration>652</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ade176059f9137910af02e6a9d507584.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia matrimonio Valentina Facchini Saverio Risol.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-matrimonio-valentina-facchini-saverio-risol-m4a--66372098</link><description><![CDATA[Mi ha colpito, cari Valentina e Saverio, che nelle letture che avete scelto per la vostra celebrazione, il vero protagonista sia Dio. È curioso, perché nel matrimonio, di solito, gli occhi sono tutti su di voi — ed è giusto così. Siete voi a essere al centro, a esservi preparati, a compiere un passo importante. Eppure, le letture ci spingono a guardare oltre, a vedere come dietro ogni passo umano ci sia un filo profondo, invisibile, che è l’azione di Dio.<br /><br /> Un amore che precede il nostro<br /><br /> La Scrittura ce lo dice chiaramente: “Se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.” C'è un amore che viene prima del nostro, che ci precede, ci ispira, ci sostiene. Un amore che agisce fin dalla creazione, come ci racconta il libro della Genesi. Dio vede che l’uomo, pur essendo la sua creatura più bella e significativa, è solo. E allora si impegna a trovare per lui un aiuto che gli corrisponda.<br /><br /> Dio prova a creare ogni sorta di animale, gli uccelli del cielo... ma nessuno basta. Finché, finalmente, crea la donna, tratta dall’uomo, e allora l’uomo riconosce in lei una parte di sé: osso delle sue ossa. Un aiuto vero, un alleato, qualcuno con cui entrare in sintonia profonda.<br /><br /> Gesù e il disegno originario<br /><br /> Anche nel Vangelo, ci troviamo davanti a una domanda spiazzante dei farisei: “È lecito ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?” È una domanda che scandalizza, già solo per il verbo usato: “ripudiare”. Eppure Gesù, davanti a questa provocazione, non si limita a una risposta giuridica, ma va alla radice, al principio.<br /><br /> Ricorda che “da principio Dio li creò maschio e femmina”. Due realtà simili ma diverse, che si attraggono e si completano. Ecco perché, dice ancora Gesù, “l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie”. Non ci spiega il “come”, ma ci mostra che c’è un mistero profondo inscritto nella creazione: il desiderio di unità.<br /><br /> Uniti sotto lo stesso giogo<br /><br /> E c'è un’altra parola, fortissima, che Gesù aggiunge: “L’uomo non divida ciò che Dio ha congiunto.” È Dio che unisce. Non è solo una scelta umana, un progetto personale. E il verbo originale ci dice qualcosa in più: Dio “ha posto sotto lo stesso giogo” i due sposi.<br /><br /> È un’immagine forte, quella del giogo — lo so — che richiama il cammino degli animali da lavoro, dei buoi o degli asini. Ma è anche un’immagine preziosa: due esseri che camminano fianco a fianco, conoscendo bene la fatica dell’altro, i suoi limiti e le sue potenzialità. Uniti non per competere, ma per camminare insieme, al medesimo passo.<br /><br /> Un’unione che fa fiorire<br /><br /> Ed è proprio questo che celebriamo oggi: un’opera di Dio. Voi due vi siete conosciuti, avete imparato a volervi bene, avete cominciato a vivere insieme. E avete scoperto che quell’unione vi faceva fiorire, dava profondità, senso e bellezza a ciò che eravate. Ma io oggi voglio dire con forza che in tutto questo c’è un’opera più profonda, invisibile ma reale: è Dio che ha agito, che vi ha guidati fin qui.<br /><br /> La promessa: risposta a un dono<br /><br /> E oggi, davanti a Dio e alla comunità, testimoniate proprio questo: che avete riconosciuto la sua opera nella vostra storia, e che a questa opera rispondete con una promessa. La promessa dell’amore per sempre. È un amore che non nasce solo da voi, ma che si radica in Dio, nella sua logica, nel suo modo di amare.<br /><br /> Come ci ricorda ancora san Giovanni: “In questo sta l’amore, non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio.” Questo è il cuore: Dio ci ha amati per primo, ha messo la sua mano sulla nostra vita, ha fatto germogliare qualcosa di nuovo.<br /><br /> La nostra capacità di amare viene da Lui<br /><br /> E allora possiamo smettere di chiederci se ne siamo davvero capaci. Perché forse da soli non lo saremmo. Ma se attingiamo all’amore di Dio, che ha fatto tutto per noi, allora possiamo anche noi amarci in modo profondo, vero, costante. Non solo nei momenti solenni, ma nella quotidianità: nel venirsi incontro, nel proteggersi, nel fidarsi, nell’accogliersi, nell’organizzare una vacanza, nello scegliere insieme.<br /><br /> Tutto diventa espressione di quell’amore che Dio ha messo tra di voi. Perché, dice ancora Giovanni, “se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi, e l’amore di Dio è perfetto.”<br /><br /> Il vostro amore: via di salvezza<br /><br /> Il vostro volervi bene non inizia oggi. Ma da oggi, con questo rito, acquista una nuova consapevolezza: quella della presenza viva di Dio nel vostro amore. Il fatto stesso che siete insieme, che siete giunti qui, è segno della sua opera. Siete stati congiunti, soggiogati, uniti da Lui per poter celebrare il vostro amore come una vocazione e come una salvezza.<br /><br /> È qui che la vostra vita battesimale fiorisce. È qui che porterete frutto, giorno per giorno, in una fecondità che non si misura solo nei figli, ma anche nella gioia profonda che solo un amore donato e ricevuto può generare.<br /><br /> Lode a Dio, che è amore<br /><br /> E allora, oggi non possiamo fare altro che ringraziare il Signore per voi. Ci uniamo alla vostra preghiera, alla vostra lode, perché la vostra storia testimonia che Dio è amore. E che dove c’è amore vero, Dio rimane.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66372098</guid><pubDate>Mon, 02 Jun 2025 19:06:51 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66372098/imported_1748891044161854_audio.mp3" length="10093714" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mi ha colpito, cari Valentina e Saverio, che nelle letture che avete scelto per la vostra celebrazione, il vero protagonista sia Dio. È curioso, perché nel matrimonio, di solito, gli occhi sono tutti su di voi — ed è giusto così. Siete voi a essere al...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mi ha colpito, cari Valentina e Saverio, che nelle letture che avete scelto per la vostra celebrazione, il vero protagonista sia Dio. È curioso, perché nel matrimonio, di solito, gli occhi sono tutti su di voi — ed è giusto così. Siete voi a essere al centro, a esservi preparati, a compiere un passo importante. Eppure, le letture ci spingono a guardare oltre, a vedere come dietro ogni passo umano ci sia un filo profondo, invisibile, che è l’azione di Dio.<br /><br /> Un amore che precede il nostro<br /><br /> La Scrittura ce lo dice chiaramente: “Se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.” C'è un amore che viene prima del nostro, che ci precede, ci ispira, ci sostiene. Un amore che agisce fin dalla creazione, come ci racconta il libro della Genesi. Dio vede che l’uomo, pur essendo la sua creatura più bella e significativa, è solo. E allora si impegna a trovare per lui un aiuto che gli corrisponda.<br /><br /> Dio prova a creare ogni sorta di animale, gli uccelli del cielo... ma nessuno basta. Finché, finalmente, crea la donna, tratta dall’uomo, e allora l’uomo riconosce in lei una parte di sé: osso delle sue ossa. Un aiuto vero, un alleato, qualcuno con cui entrare in sintonia profonda.<br /><br /> Gesù e il disegno originario<br /><br /> Anche nel Vangelo, ci troviamo davanti a una domanda spiazzante dei farisei: “È lecito ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?” È una domanda che scandalizza, già solo per il verbo usato: “ripudiare”. Eppure Gesù, davanti a questa provocazione, non si limita a una risposta giuridica, ma va alla radice, al principio.<br /><br /> Ricorda che “da principio Dio li creò maschio e femmina”. Due realtà simili ma diverse, che si attraggono e si completano. Ecco perché, dice ancora Gesù, “l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie”. Non ci spiega il “come”, ma ci mostra che c’è un mistero profondo inscritto nella creazione: il desiderio di unità.<br /><br /> Uniti sotto lo stesso giogo<br /><br /> E c'è un’altra parola, fortissima, che Gesù aggiunge: “L’uomo non divida ciò che Dio ha congiunto.” È Dio che unisce. Non è solo una scelta umana, un progetto personale. E il verbo originale ci dice qualcosa in più: Dio “ha posto sotto lo stesso giogo” i due sposi.<br /><br /> È un’immagine forte, quella del giogo — lo so — che richiama il cammino degli animali da lavoro, dei buoi o degli asini. Ma è anche un’immagine preziosa: due esseri che camminano fianco a fianco, conoscendo bene la fatica dell’altro, i suoi limiti e le sue potenzialità. Uniti non per competere, ma per camminare insieme, al medesimo passo.<br /><br /> Un’unione che fa fiorire<br /><br /> Ed è proprio questo che celebriamo oggi: un’opera di Dio. Voi due vi siete conosciuti, avete imparato a volervi bene, avete cominciato a vivere insieme. E avete scoperto che quell’unione vi faceva fiorire, dava profondità, senso e bellezza a ciò che eravate. Ma io oggi voglio dire con forza che in tutto questo c’è un’opera più profonda, invisibile ma reale: è Dio che ha agito, che vi ha guidati fin qui.<br /><br /> La promessa: risposta a un dono<br /><br /> E oggi, davanti a Dio e alla comunità, testimoniate proprio questo: che avete riconosciuto la sua opera nella vostra storia, e che a questa opera rispondete con una promessa. La promessa dell’amore per sempre. È un amore che non nasce solo da voi, ma che si radica in Dio, nella sua logica, nel suo modo di amare.<br /><br /> Come ci ricorda ancora san Giovanni: “In questo sta l’amore, non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio.” Questo è il cuore: Dio ci ha amati per primo, ha messo la sua mano sulla nostra vita, ha fatto germogliare qualcosa di nuovo.<br /><br /> La nostra capacità di amare viene da Lui<br /><br /> E allora possiamo smettere di chiederci se ne siamo davvero capaci. Perché forse da soli non lo saremmo. 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A un certo punto ho alzato gli occhi al cielo, mi sono distratto, e mi è venuto spontaneo chiedermi: “Signore, sei salito al cielo… ma dove sei andato?”. Mi sono immaginato di usare Google Maps per cercarti: allargo l’orizzonte… e dov’è finito il Signore? Perché davvero, il Vangelo ci dice che Gesù è salito al cielo con il suo corpo, e i discepoli sono rimasti lì, imbambolati, come un po’ lo eravamo anche noi.<br /><br /> L’Ascensione: una festa che ci interroga<br /><br /> Dopo quaranta giorni straordinari in cui Gesù si è mostrato risorto ai discepoli, con i segni della croce ancora visibili, si apre questo mistero: perché è dovuto salire al cielo? Non ci ha forse abbandonati? Ha detto “Io ho fatto la mia parte, ora arrangiatevi”? È lì, seduto alla destra del Padre a guardarci dall’alto?<br /><br /> E allora ho abbassato lo sguardo e ho guardato l’assemblea: c’era di tutto — vecchi, giovani, malati, sani, vescovi, diaconi, bambini, musicisti… un bel popolo, come quello che ho davanti oggi. E mi sono detto: “Ecco, forse questa è la Tua presenza, Signore. Sei in mezzo a noi così, attraverso questa umanità viva”.<br /><br /> Un’umanità nuova accanto al Padre<br /><br /> L’Ascensione ci dice che Gesù è salito al cielo con la nostra carne, con la nostra umanità. Quando è sceso sulla terra, era già presso il Padre, ma è venuto a prendere su di sé la nostra condizione. Ora, quando ritorna, non è più lo stesso: ci torna con le ferite, con l’esperienza della vita vissuta tra noi.<br /><br /> La liturgia lo dice chiaramente: ha innalzato la nostra umanità accanto al Padre. La Lettera agli Ebrei ci parla del cielo come del santuario vero, in cui Gesù entra per comparire davanti a Dio in nostro favore. Non lo fa per sé, lo fa per noi. E questa è una notizia meravigliosa: adesso c’è un legame diretto, vivo, forte tra noi e Dio.<br /><br /> Lui è con noi, in ogni persona<br /><br /> Ma non finisce qui. Prima di salire al cielo, Gesù ha detto: “Io sono con voi. Rimango con voi.” Ma come? Attraverso di noi. Ogni uomo, ogni donna, ogni bambino è la Sua presenza nel mondo. Noi siamo le Sue membra, e Lui è il capo.<br /><br /> I padri della Chiesa ci ricordano quell’episodio con Paolo: “Perché mi perseguiti?” — Gesù si identifica con i Suoi. E anche quando dice: “Ero malato e mi avete visitato”… Lui è lì, nella nostra carne, non solo come spirito, ma concretamente nelle persone.<br /><br /> Vederlo nei bambini è più semplice, con la loro purezza, la bellezza, le famiglie meravigliose che li accolgono con amore. E io ringrazio di cuore tutte le famiglie. So che non è facile, ma state facendo la cosa più bella che si possa fare: crescere dei figli nell’amore. Ci date un grande esempio e dovremmo davvero starvi più vicini.<br /><br /> L’umanità ferita e dimenticata<br /><br /> Ma non possiamo fermarci qui. Gesù è presente in ogni uomo e in ogni donna, anche in chi soffre, in chi è scartato, nei malati, nei poveri, nei dimenticati. Dobbiamo allargare l’orizzonte, vedere tutta l’umanità.<br /><br /> E oggi vediamo troppa sofferenza. La guerra, i bambini martoriati, la fame… è uno scandalo. È una vergogna per noi. Perché se Cristo è presente in ogni essere umano, allora è Cristo che oggi è affamato, è colpito, è abbandonato. E noi, che spesso trascuriamo questa carne, la lasciamo sola.<br /><br /> Ma proprio lì, nel patire, c’è la Sua presenza. Il Vangelo lo dice: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà.” In quel “patirà” c’è il dolore di tutta l’umanità.<br /><br /> Una missione affidata a noi<br /><br /> E poi Gesù affida ai Suoi discepoli — e anche a noi — una missione: andare in tutto il mondo, predicare la conversione e la salvezza. Perché la Sua carne, che oggi è il mondo, aspetta l’annuncio della vita e della speranza.<br /><br /> Non basta dire “siamo membra di Cristo”: queste membra vanno evangelizzate, curate, custodite, amate. E per questo ci promette lo Spirito Santo.<br /><br /> Una vita abitata da Dio<br /><br /> Gesù dice: “Rimanete in città. Riceverete ciò che il Padre ha promesso.” Domenica prossima sarà Pentecoste, e lo Spirito verrà a prendere dimora in noi. “Io e il Padre verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.” Ogni persona diventa abitazione di Dio.<br /><br /> Quindi, da una parte Gesù torna al Padre con la nostra carne; dall’altra ci lascia il dono dello Spirito per rendere divina la nostra vita. Ci dà la possibilità di vivere nella carità, nella speranza, nella comunione.<br /><br /> Una gioia che ci accompagna<br /><br /> Alla fine del Vangelo si dice che i discepoli, dopo l’Ascensione, si prostrano, tornano a Gerusalemme con grande gioia e stanno sempre nel Tempio lodando Dio. Ecco la gioia che voglio portarmi a casa oggi, e che invito anche voi a custodire.<br /><br /> Non è una gioia di evasione, non è per fuggire dalla realtà, ma è il desiderio profondo di vivere pienamente l’umanità di Gesù che siamo noi, visitata dallo Spirito e illuminata dal Suo amore.<br /><br /> Questi bambini che vedo davanti a me sono un esempio meraviglioso, ma da lì dobbiamo imparare a vedere Cristo in ogni uomo e in ogni donna, soprattutto nei più fragili. Restiamo anche noi nella gioia di Gerusalemme, lodando il Signore e aspettando con fiducia il dono dello Spirito, per vivere in pienezza la Sua presenza in mezzo a noi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66355511</guid><pubDate>Sun, 01 Jun 2025 11:30:09 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66355511/imported_17487772446760_audio.mp3" length="11188767" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Ieri sera, insieme ad alcuni di voi, ero alla Casa della Carità di Borgo Panigale per la festa della Visitazione. È sempre un momento molto bello, una serata splendida, resa ancora più intensa dalla presenza del Cardinale. Ero pieno di emozioni, anche...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ieri sera, insieme ad alcuni di voi, ero alla Casa della Carità di Borgo Panigale per la festa della Visitazione. È sempre un momento molto bello, una serata splendida, resa ancora più intensa dalla presenza del Cardinale. Ero pieno di emozioni, anche perché nel pomeriggio avevamo celebrato insieme alla mia famiglia di San Martino e della Dozza.<br /><br /> Durante la messa prefestiva dell’Ascensione, eravamo nel parco. A un certo punto ho alzato gli occhi al cielo, mi sono distratto, e mi è venuto spontaneo chiedermi: “Signore, sei salito al cielo… ma dove sei andato?”. Mi sono immaginato di usare Google Maps per cercarti: allargo l’orizzonte… e dov’è finito il Signore? Perché davvero, il Vangelo ci dice che Gesù è salito al cielo con il suo corpo, e i discepoli sono rimasti lì, imbambolati, come un po’ lo eravamo anche noi.<br /><br /> L’Ascensione: una festa che ci interroga<br /><br /> Dopo quaranta giorni straordinari in cui Gesù si è mostrato risorto ai discepoli, con i segni della croce ancora visibili, si apre questo mistero: perché è dovuto salire al cielo? Non ci ha forse abbandonati? Ha detto “Io ho fatto la mia parte, ora arrangiatevi”? È lì, seduto alla destra del Padre a guardarci dall’alto?<br /><br /> E allora ho abbassato lo sguardo e ho guardato l’assemblea: c’era di tutto — vecchi, giovani, malati, sani, vescovi, diaconi, bambini, musicisti… un bel popolo, come quello che ho davanti oggi. E mi sono detto: “Ecco, forse questa è la Tua presenza, Signore. Sei in mezzo a noi così, attraverso questa umanità viva”.<br /><br /> Un’umanità nuova accanto al Padre<br /><br /> L’Ascensione ci dice che Gesù è salito al cielo con la nostra carne, con la nostra umanità. Quando è sceso sulla terra, era già presso il Padre, ma è venuto a prendere su di sé la nostra condizione. Ora, quando ritorna, non è più lo stesso: ci torna con le ferite, con l’esperienza della vita vissuta tra noi.<br /><br /> La liturgia lo dice chiaramente: ha innalzato la nostra umanità accanto al Padre. La Lettera agli Ebrei ci parla del cielo come del santuario vero, in cui Gesù entra per comparire davanti a Dio in nostro favore. Non lo fa per sé, lo fa per noi. E questa è una notizia meravigliosa: adesso c’è un legame diretto, vivo, forte tra noi e Dio.<br /><br /> Lui è con noi, in ogni persona<br /><br /> Ma non finisce qui. Prima di salire al cielo, Gesù ha detto: “Io sono con voi. Rimango con voi.” Ma come? Attraverso di noi. Ogni uomo, ogni donna, ogni bambino è la Sua presenza nel mondo. Noi siamo le Sue membra, e Lui è il capo.<br /><br /> I padri della Chiesa ci ricordano quell’episodio con Paolo: “Perché mi perseguiti?” — Gesù si identifica con i Suoi. E anche quando dice: “Ero malato e mi avete visitato”… Lui è lì, nella nostra carne, non solo come spirito, ma concretamente nelle persone.<br /><br /> Vederlo nei bambini è più semplice, con la loro purezza, la bellezza, le famiglie meravigliose che li accolgono con amore. E io ringrazio di cuore tutte le famiglie. So che non è facile, ma state facendo la cosa più bella che si possa fare: crescere dei figli nell’amore. Ci date un grande esempio e dovremmo davvero starvi più vicini.<br /><br /> L’umanità ferita e dimenticata<br /><br /> Ma non possiamo fermarci qui. Gesù è presente in ogni uomo e in ogni donna, anche in chi soffre, in chi è scartato, nei malati, nei poveri, nei dimenticati. Dobbiamo allargare l’orizzonte, vedere tutta l’umanità.<br /><br /> E oggi vediamo troppa sofferenza. La guerra, i bambini martoriati, la fame… è uno scandalo. È una vergogna per noi. Perché se Cristo è presente in ogni essere umano, allora è Cristo che oggi è affamato, è colpito, è abbandonato. E noi, che spesso trascuriamo questa carne, la lasciamo sola.<br /><br /> Ma proprio lì, nel patire, c’è la Sua presenza. Il Vangelo lo dice: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà.” In quel “patirà” c’è il dolore di tutta l’umanità.<br /><br /> Una missione affidata a noi<br /><br /> E poi Gesù...]]></itunes:summary><itunes:duration>700</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/31afd6d156c8a7f9be8f46b25ed8d6be.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia 6a domenica di Pasqua C 2025 BVI ore 18</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-6a-domenica-di-pasqua-c-2025-bvi-ore-18--66278236</link><description><![CDATA[Oggi, leggendo le Scritture, ciò che mi colpisce è il tema del timore, del turbamento, della paura. Gesù, poco prima della sua Passione, incoraggia i suoi discepoli con parole che sanno di consolazione: “Non sia turbato il vostro cuore”. Sta per lasciarli, ma promette che tornerà. In quel momento, però, per loro prevale la paura dell’addio, del sentirsi abbandonati. Anche negli Atti degli Apostoli si respira un clima difficile, di tensione, ad Antiochia di Siria, dove la comunità cristiana si apre ai pagani. Sorge allora la domanda: questi nuovi credenti devono seguire la legge di Mosè? Devono essere circoncisi?<br /><br /> Il turbamento causato da un insegnamento escludente<br /><br /> Alcuni venuti dalla Giudea si recano ad Antiochia e portano un messaggio forte: “Se non vi fate circoncidere, non potete essere salvati”. Questo crea scompiglio, turbamento nella comunità. “Ma come?”, si chiedono i nuovi cristiani, “ci avevano detto che eravamo salvi, ora ci dicono il contrario?” È un momento di grande confusione. Questa questione, così spinosa, viene affrontata nel capitolo 15 degli Atti, a cui sono particolarmente affezionato. Quando ero a Gerusalemme, avevo dipinto proprio un’icona che rappresentava il concilio di Gerusalemme. Spero che potremo andarci insieme, magari dopo Natale, in pellegrinaggio.<br /><br /> Da Antiochia, dunque, inviano Paolo e Barnaba a Gerusalemme per affrontare la questione con gli Apostoli. Ne nasce un dialogo sincero, una ricerca di verità che porta al desiderio di includere, non di escludere. Questo tema mi sembra molto attuale: anche nella Chiesa di oggi ci si chiede se davvero ci sentiamo tutti accolti, anche quando siamo un po’ “pagani”, un po’ borderline.<br /><br /> Noi, oggi come allora, viviamo timori simili. Paure per la solitudine, per il futuro incerto, per le guerre nel mondo che bussano anche alle porte dell’Europa. Ma anche paure più quotidiane, nei nostri quartieri, nelle nostre famiglie: figli in difficoltà, matrimoni in crisi, malattie. La lista sarebbe lunga. Siamo fragili, e questa fragilità genera paura. Abbiamo bisogno di consolazione, di essere incoraggiati.<br /><br /> Prima risposta: la prossimità fraterna<br /><br /> Dalle Scritture di oggi emergono due piste di riflessione. La prima ce la offrono gli Atti degli Apostoli: in un momento di divisione e difficoltà, la comunità non si chiude, ma invia delle persone, oltre a Paolo e Barnaba, per portare vicinanza, per incoraggiare. Non inviano solo una lettera, ma persone che “hanno rischiato la vita”, testimoni del Vangelo. È un gesto bellissimo di prossimità concreta: vi mandiamo i nostri migliori per dirvi che vi portiamo nel cuore.<br /><br /> Anche noi possiamo fare tesoro di questo. In parrocchia abbiamo vissuto momenti belli in questi giorni: la festa di maggio, la tombola, la salsiccia, gli spettacoli. Momenti di comunità, dove sentirsi vicini, sostenuti. Anche con le benedizioni, con l’estate ragazzi che verrà. Stare insieme ci consola, ci dà forza, ci fa sentire meno soli nelle nostre fragilità.<br /><br /> Seconda risposta: la dimora di Dio in noi<br /><br /> La seconda pista è quella che ci offre il Vangelo. Gesù dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Che promessa meravigliosa. Osservare la parola non vuol dire solo obbedire ai comandamenti, ma ascoltarla, custodirla, lasciarsi illuminare. È una relazione viva, d’amore.<br /><br /> E se lo facciamo, Dio viene a noi, prende dimora in noi. Fa casa con noi. È una presenza che consola, che protegge. Il Paraclito, lo Spirito Santo, è proprio questo: colui che sta vicino per aiutare. Vi insegnerà ogni cosa, vi ricorderà ciò che Gesù ha detto. C’è una grande sollecitudine da parte di Dio. Tutto nasce da questo amore: “Se uno mi ama…”.<br /><br /> E noi? Amiamo davvero il Signore? Glielo diciamo? Ricordo quel dialogo di Gesù con Pietro: “Mi vuoi bene?” Tre volte. Anche noi dobbiamo dirglielo, con sincerità. Lì nasce la pace, la Sua pace, quella che il mondo non può dare. Una pace che nasce dal sentirsi amati, visitati da Dio.<br /><br /> Questa presenza di Dio nella nostra vita non elimina tutte le paure, ma le consola, le sostiene. “Non sia turbato il vostro cuore”. Ringraziamo il Signore per questo incoraggiamento forte, che ci dona proprio in vista del suo ritorno al Padre.<br /><br /> Maria, esempio di vicinanza e accoglienza<br /><br /> In questi giorni celebriamo anche la presenza dell’immagine della Madonna di San Luca in città, che ci ricorda la bellezza della sua vicinanza. Dodici porte, sembra proprio l’Apocalisse: una presenza viva in mezzo a noi. Ieri ero a Rimini, alla parrocchia di Maria Ausiliatrice, e riflettevamo proprio su questo: Maria ha vissuto entrambe le dimensioni di cui abbiamo parlato. È andata subito da Elisabetta, portando vicinanza, e ha accolto in sé il Signore. Dio ha preso dimora in lei.<br /><br /> Lasciamoci prendere per mano da Maria. Lei ci insegna ad amare il Figlio, ad essere discepoli autentici. Apriamo il nostro cuore al Signore e accogliamo la grande pace che ci vuole donare.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66278236</guid><pubDate>Mon, 26 May 2025 06:39:53 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66278236/imported_1748241115778529_audio.mp3" length="11042899" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi, leggendo le Scritture, ciò che mi colpisce è il tema del timore, del turbamento, della paura. Gesù, poco prima della sua Passione, incoraggia i suoi discepoli con parole che sanno di consolazione: “Non sia turbato il vostro cuore”. 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Questo crea scompiglio, turbamento nella comunità. “Ma come?”, si chiedono i nuovi cristiani, “ci avevano detto che eravamo salvi, ora ci dicono il contrario?” È un momento di grande confusione. Questa questione, così spinosa, viene affrontata nel capitolo 15 degli Atti, a cui sono particolarmente affezionato. Quando ero a Gerusalemme, avevo dipinto proprio un’icona che rappresentava il concilio di Gerusalemme. Spero che potremo andarci insieme, magari dopo Natale, in pellegrinaggio.<br /><br /> Da Antiochia, dunque, inviano Paolo e Barnaba a Gerusalemme per affrontare la questione con gli Apostoli. Ne nasce un dialogo sincero, una ricerca di verità che porta al desiderio di includere, non di escludere. Questo tema mi sembra molto attuale: anche nella Chiesa di oggi ci si chiede se davvero ci sentiamo tutti accolti, anche quando siamo un po’ “pagani”, un po’ borderline.<br /><br /> Noi, oggi come allora, viviamo timori simili. Paure per la solitudine, per il futuro incerto, per le guerre nel mondo che bussano anche alle porte dell’Europa. Ma anche paure più quotidiane, nei nostri quartieri, nelle nostre famiglie: figli in difficoltà, matrimoni in crisi, malattie. La lista sarebbe lunga. Siamo fragili, e questa fragilità genera paura. Abbiamo bisogno di consolazione, di essere incoraggiati.<br /><br /> Prima risposta: la prossimità fraterna<br /><br /> Dalle Scritture di oggi emergono due piste di riflessione. La prima ce la offrono gli Atti degli Apostoli: in un momento di divisione e difficoltà, la comunità non si chiude, ma invia delle persone, oltre a Paolo e Barnaba, per portare vicinanza, per incoraggiare. Non inviano solo una lettera, ma persone che “hanno rischiato la vita”, testimoni del Vangelo. È un gesto bellissimo di prossimità concreta: vi mandiamo i nostri migliori per dirvi che vi portiamo nel cuore.<br /><br /> Anche noi possiamo fare tesoro di questo. In parrocchia abbiamo vissuto momenti belli in questi giorni: la festa di maggio, la tombola, la salsiccia, gli spettacoli. Momenti di comunità, dove sentirsi vicini, sostenuti. Anche con le benedizioni, con l’estate ragazzi che verrà. Stare insieme ci consola, ci dà forza, ci fa sentire meno soli nelle nostre fragilità.<br /><br /> Seconda risposta: la dimora di Dio in noi<br /><br /> La seconda pista è quella che ci offre il Vangelo. Gesù dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Che promessa meravigliosa. Osservare la parola non vuol dire solo obbedire ai comandamenti, ma ascoltarla, custodirla, lasciarsi illuminare. È una relazione viva, d’amore.<br /><br /> E se lo facciamo, Dio viene a noi, prende dimora in noi. Fa casa con noi. È una presenza che consola, che protegge. Il Paraclito, lo Spirito Santo, è proprio questo: colui che sta vicino per aiutare. Vi insegnerà ogni cosa, vi ricorderà ciò che Gesù ha detto. C’è una grande sollecitudine da parte di Dio. Tutto nasce da questo amore: “Se uno mi ama…”.<br /><br /> E noi? Amiamo davvero il Signore? Glielo diciamo? Ricordo quel dialogo di Gesù con Pietro: “Mi vuoi bene?” Tre volte. Anche noi dobbiamo...]]></itunes:summary><itunes:duration>691</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Meditazione su Rm 5,10-11 ai primi Vespri 6a domenica di Pasqua</title><link>https://www.spreaker.com/episode/meditazione-su-rm-5-10-11-ai-primi-vespri-6a-domenica-di-pasqua--66258003</link><description><![CDATA[Quando ho ascoltato questo passo della Lettera ai Romani, mi sono subito fermato su una parola forte: “nemici”. San Paolo dice che quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte di suo Figlio. Questo ci fa fare un primo grande passaggio: dal conflitto alla pace, dalla distanza alla comunione.<br /><br /> Essere “nemici” di Dio può sembrare estremo, ma in realtà parla di quella distanza che spesso sentiamo: opposizione, solitudine, incomprensione. In fondo, ciascuno di noi ha fatto esperienza, in momenti diversi, di questa condizione. Eppure, proprio in quella condizione, Dio ha agito: ci ha riconciliati.<br /><br /> Questa riconciliazione è qualcosa di profondo: significa ritrovare la pace, l’amicizia, la bellezza dello stare insieme. Non è qualcosa che ci guadagniamo da soli: è un dono. È un’opera di Dio che passa attraverso la morte del Figlio. La croce non è stata un gesto condizionato dalle nostre buone intenzioni. Cristo ha donato la vita gratuitamente, prima ancora che noi potessimo meritare qualcosa.<br /><br /> La potenza della vita risorta: da riconciliati a salvati<br /><br /> Ma San Paolo non si ferma qui. Fa un secondo passaggio, ancora più bello: “molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita”. Non è solo che siamo stati riappacificati, ma ora siamo salvati, cioè inseriti nella vita piena e risorta di Cristo.<br /><br /> Questa salvezza è più della riconciliazione: è vita nuova, è forza, è amore attivo. La morte ci ha portato alla pace, ma è la vita risorta di Gesù che ci salva davvero, che ci fa entrare in una dimensione eterna. È un dono ancora più grande, che ci fa vivere in pienezza, già adesso, questa promessa.<br /><br /> Essere salvati è vivere nella luce di Dio, respirare la sua vita, lasciarsi sostenere dalla forza del suo amore risorto.<br /><br /> Ci gloriamo in Dio: la gioia della speranza<br /><br /> C’è poi un terzo passaggio: ci gloriamo in Dio. All’inizio mi sembrava una parola strana. “Gloriarsi” suona un po’ come vantarsi, ma nel contesto di questo capitolo dei Romani, assume un significato diverso. Significa partecipare alla gloria di Dio, vivere saldi nella speranza della sua presenza.<br /><br /> San Paolo dice che, grazie a Gesù Cristo, abbiamo avuto accesso a una grazia in cui ci troviamo saldi, fermi, con la certezza della gloria che ci attende. È una gloria divina, non qualcosa di nostro, ma un dono che ci riempie di forza, di gioia, di bellezza. Ed è una gloria che non rimane lontana: entra nella nostra vita quotidiana, nella nostra casa, nel nostro lavoro, nelle nostre relazioni.<br /><br /> Una Gerusalemme celeste che abita in mezzo a noi<br /><br /> Mi è venuto in mente anche un passaggio dell’Apocalisse, che leggeremo domani. Si parla di una Gerusalemme celeste, che scende dal cielo e non ha più bisogno di un tempio, perché Dio stesso abita in mezzo al suo popolo. L’agnello è la lampada di quella città. La sua presenza è luce.<br /><br /> Questo è il compimento della riconciliazione e della salvezza: una comunione piena con Dio che non è più circoscritta a un luogo sacro, ma è ovunque, illumina tutto. E questa presenza si realizza nell’amore. Come dice il Vangelo: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola… e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. È l’amore che rende visibile la gloria.<br /><br /> La presenza di Dio si manifesta nell’amore<br /><br /> Allora possiamo dire che la speranza nasce dal godere di questa presenza forte di Dio. Una presenza che ci salva, ci riconcilia, ci unisce, che ci apre a una comunione tra di noi così profonda che ci fa sentire Dio stesso presente.<br /><br /> Questa presenza passa attraverso l’amore, e l’amore è ciò che possiamo vivere insieme, tra noi. La fede ce lo fa conoscere, ma è la vita condivisa – la preghiera, il gioco, l’ascolto, la convivenza – che ce lo fa assaporare. E così, diventiamo segni di speranza e luce nei luoghi dove viviamo.<br /><br /> Non perché siamo bravi, ma perché riceviamo tutto da Lui.<br /><br /> Il coraggio della testimonianza<br /><br /> So che non è facile parlarne. Quando usciamo da questi momenti forti e ci ritroviamo nella quotidianità, spesso ci manca il coraggio di testimoniare. Anche dire semplicemente: “Vieni a messa” sembra difficile. E allora forse possiamo iniziare dicendo: “Vieni a mangiare le crescentine, vieni a godere della nostra compagnia”. L’amore si mostra prima di tutto così, con la condivisione semplice, l’accoglienza.<br /><br /> Forse ce l’abbiamo questo coraggio, anche se non sempre lo riconosciamo. Ma dobbiamo provarci, perché questa gioia, questa luce, non sono da tenere per noi soli.<br /><br /> Maria, icona della grazia che si diffonde<br /><br /> Chiediamo al Signore, nel canto del Magnificat, che ci doni un cuore come quello di Maria, pieno di grazia. Una vita piccola, umile, che si riempie dell’amore di Dio e lo diffonde a tutti quelli che incontra. Perché lei è il segno più grande di ciò che anche noi possiamo vivere: essere pieni della sua grazia, per donarla al mondo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66258003</guid><pubDate>Sat, 24 May 2025 21:38:55 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66258003/imported_1748115296675190_audio.mp3" length="10947604" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Quando ho ascoltato questo passo della Lettera ai Romani, mi sono subito fermato su una parola forte: “nemici”. San Paolo dice che quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte di suo Figlio. Questo ci fa fare un primo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Quando ho ascoltato questo passo della Lettera ai Romani, mi sono subito fermato su una parola forte: “nemici”. San Paolo dice che quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte di suo Figlio. Questo ci fa fare un primo grande passaggio: dal conflitto alla pace, dalla distanza alla comunione.<br /><br /> Essere “nemici” di Dio può sembrare estremo, ma in realtà parla di quella distanza che spesso sentiamo: opposizione, solitudine, incomprensione. In fondo, ciascuno di noi ha fatto esperienza, in momenti diversi, di questa condizione. Eppure, proprio in quella condizione, Dio ha agito: ci ha riconciliati.<br /><br /> Questa riconciliazione è qualcosa di profondo: significa ritrovare la pace, l’amicizia, la bellezza dello stare insieme. Non è qualcosa che ci guadagniamo da soli: è un dono. È un’opera di Dio che passa attraverso la morte del Figlio. La croce non è stata un gesto condizionato dalle nostre buone intenzioni. Cristo ha donato la vita gratuitamente, prima ancora che noi potessimo meritare qualcosa.<br /><br /> La potenza della vita risorta: da riconciliati a salvati<br /><br /> Ma San Paolo non si ferma qui. Fa un secondo passaggio, ancora più bello: “molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita”. Non è solo che siamo stati riappacificati, ma ora siamo salvati, cioè inseriti nella vita piena e risorta di Cristo.<br /><br /> Questa salvezza è più della riconciliazione: è vita nuova, è forza, è amore attivo. La morte ci ha portato alla pace, ma è la vita risorta di Gesù che ci salva davvero, che ci fa entrare in una dimensione eterna. È un dono ancora più grande, che ci fa vivere in pienezza, già adesso, questa promessa.<br /><br /> Essere salvati è vivere nella luce di Dio, respirare la sua vita, lasciarsi sostenere dalla forza del suo amore risorto.<br /><br /> Ci gloriamo in Dio: la gioia della speranza<br /><br /> C’è poi un terzo passaggio: ci gloriamo in Dio. All’inizio mi sembrava una parola strana. “Gloriarsi” suona un po’ come vantarsi, ma nel contesto di questo capitolo dei Romani, assume un significato diverso. Significa partecipare alla gloria di Dio, vivere saldi nella speranza della sua presenza.<br /><br /> San Paolo dice che, grazie a Gesù Cristo, abbiamo avuto accesso a una grazia in cui ci troviamo saldi, fermi, con la certezza della gloria che ci attende. È una gloria divina, non qualcosa di nostro, ma un dono che ci riempie di forza, di gioia, di bellezza. Ed è una gloria che non rimane lontana: entra nella nostra vita quotidiana, nella nostra casa, nel nostro lavoro, nelle nostre relazioni.<br /><br /> Una Gerusalemme celeste che abita in mezzo a noi<br /><br /> Mi è venuto in mente anche un passaggio dell’Apocalisse, che leggeremo domani. Si parla di una Gerusalemme celeste, che scende dal cielo e non ha più bisogno di un tempio, perché Dio stesso abita in mezzo al suo popolo. L’agnello è la lampada di quella città. La sua presenza è luce.<br /><br /> Questo è il compimento della riconciliazione e della salvezza: una comunione piena con Dio che non è più circoscritta a un luogo sacro, ma è ovunque, illumina tutto. E questa presenza si realizza nell’amore. Come dice il Vangelo: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola… e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. È l’amore che rende visibile la gloria.<br /><br /> La presenza di Dio si manifesta nell’amore<br /><br /> Allora possiamo dire che la speranza nasce dal godere di questa presenza forte di Dio. Una presenza che ci salva, ci riconcilia, ci unisce, che ci apre a una comunione tra di noi così profonda che ci fa sentire Dio stesso presente.<br /><br /> Questa presenza passa attraverso l’amore, e l’amore è ciò che possiamo vivere insieme, tra noi. La fede ce lo fa conoscere, ma è la vita condivisa – la preghiera, il gioco, l’ascolto, la convivenza – che ce lo fa assaporare. 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In questi giorni abbiamo riflettuto su una questione importante: i pagani che si convertono devono osservare tutta la legge mosaica, inclusa la circoncisione, oppure possono entrare subito nella comunità cristiana e godere della salvezza?<br /><br /> Proprio per questo, Paolo e Barnaba intraprendono un viaggio a Gerusalemme, dove si svolge il confronto tra gli Apostoli. Io stesso, quando mi trovavo a Gerusalemme, ho scritto e dipinto un’icona di questa assemblea. Ricordo ancora San Giacomo al centro, con una citazione significativa. Questo momento non è solo un dibattito teologico, ma è fondato sui fatti: come dice Pietro, è Dio stesso che ha dato testimonianza, offrendo ai pagani il dono dello Spirito Santo, lo stesso dono che ha fatto anche a noi.<br /><br /> Il dono dello Spirito anche ai pagani<br /><br /> Pietro si riferisce a Cornelio, un pagano che ha ricevuto lo Spirito Santo: anche lui è stato illuminato, riempito della stessa gioia della salvezza. Dio non ha fatto preferenze, non ha imposto condizioni. Lo stesso racconto lo fanno Paolo e Barnaba, descrivendo il loro lungo viaggio missionario, che li ha portati fino ad Erbe, passando da Antiochia di Pisidia, affrontando molte difficoltà.<br /><br /> Una salvezza gratuita e universale<br /><br /> La salvezza è un dono gratuito di Dio, una grazia che supera ogni legge, barriera o discriminazione. È in questo senso che oggi, nel celebrare la memoria di Santa Rita, vediamo una testimonianza vivente di questa salvezza universale. La sua vita, segnata da dolore, perdita e preghiera, è diventata una manifestazione concreta della salvezza per tutti. Nessuno è escluso.<br /><br /> Nel Vangelo, Gesù dice: "Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi". Queste parole mi colpiscono profondamente. L’amore che il Padre ha per il Figlio è lo stesso amore che il Figlio ha per noi. È uno slancio d’amore che ci invita a rimanere in Lui, per poter partecipare alla sua gioia piena.<br /><br /> Una tenda per tutti: la Chiesa<br /><br /> Questo amore è ciò che anche gli Apostoli hanno sperimentato nel loro annuncio, anche verso i pagani. È bellissimo quello che dice Giacomo: ripercorre la storia della salvezza e parla della "tenda di Davide" che Dio ha ricostruito. Una tenda, immagine di una casa, un luogo di protezione e accoglienza. Questa è la Chiesa.<br /><br /> Giacomo, con la sua autorità, sancisce questa apertura: tutti possono trovare il Signore, tutti possono essere accolti. Questo è il senso profondo della nostra missione: testimoniare l’amore che abbiamo ricevuto e non considerare nessuno escluso. La Chiesa è quella tenda che accoglie, quella comunità che protegge e annuncia la salvezza a tutti.<br /><br /> Affidiamoci a Santa Rita<br /><br /> E allora, in questa giornata particolare, invochiamo Santa Rita. A lei affidiamo quei casi difficili, dolorosi, quasi impossibili. Preghiamo per la sua intercessione e misericordia, affinché anche grazie a lei possiamo diventare testimoni del miracolo di una Chiesa che accoglie tutti e che fa sentire ciascuno parte di una salvezza profondamente voluta da Dio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66217641</guid><pubDate>Fri, 23 May 2025 04:06:59 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66217641/imported_1747973073766579_audio.mp3" length="6578259" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Ho un legame molto personale con questa pagina degli Atti degli Apostoli, quella che racconta il cosiddetto Concilio di Gerusalemme, il primo concilio della Chiesa. In questi giorni abbiamo riflettuto su una questione importante: i pagani che si...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ho un legame molto personale con questa pagina degli Atti degli Apostoli, quella che racconta il cosiddetto Concilio di Gerusalemme, il primo concilio della Chiesa. In questi giorni abbiamo riflettuto su una questione importante: i pagani che si convertono devono osservare tutta la legge mosaica, inclusa la circoncisione, oppure possono entrare subito nella comunità cristiana e godere della salvezza?<br /><br /> Proprio per questo, Paolo e Barnaba intraprendono un viaggio a Gerusalemme, dove si svolge il confronto tra gli Apostoli. Io stesso, quando mi trovavo a Gerusalemme, ho scritto e dipinto un’icona di questa assemblea. Ricordo ancora San Giacomo al centro, con una citazione significativa. Questo momento non è solo un dibattito teologico, ma è fondato sui fatti: come dice Pietro, è Dio stesso che ha dato testimonianza, offrendo ai pagani il dono dello Spirito Santo, lo stesso dono che ha fatto anche a noi.<br /><br /> Il dono dello Spirito anche ai pagani<br /><br /> Pietro si riferisce a Cornelio, un pagano che ha ricevuto lo Spirito Santo: anche lui è stato illuminato, riempito della stessa gioia della salvezza. Dio non ha fatto preferenze, non ha imposto condizioni. Lo stesso racconto lo fanno Paolo e Barnaba, descrivendo il loro lungo viaggio missionario, che li ha portati fino ad Erbe, passando da Antiochia di Pisidia, affrontando molte difficoltà.<br /><br /> Una salvezza gratuita e universale<br /><br /> La salvezza è un dono gratuito di Dio, una grazia che supera ogni legge, barriera o discriminazione. È in questo senso che oggi, nel celebrare la memoria di Santa Rita, vediamo una testimonianza vivente di questa salvezza universale. La sua vita, segnata da dolore, perdita e preghiera, è diventata una manifestazione concreta della salvezza per tutti. Nessuno è escluso.<br /><br /> Nel Vangelo, Gesù dice: "Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi". Queste parole mi colpiscono profondamente. L’amore che il Padre ha per il Figlio è lo stesso amore che il Figlio ha per noi. È uno slancio d’amore che ci invita a rimanere in Lui, per poter partecipare alla sua gioia piena.<br /><br /> Una tenda per tutti: la Chiesa<br /><br /> Questo amore è ciò che anche gli Apostoli hanno sperimentato nel loro annuncio, anche verso i pagani. È bellissimo quello che dice Giacomo: ripercorre la storia della salvezza e parla della "tenda di Davide" che Dio ha ricostruito. Una tenda, immagine di una casa, un luogo di protezione e accoglienza. Questa è la Chiesa.<br /><br /> Giacomo, con la sua autorità, sancisce questa apertura: tutti possono trovare il Signore, tutti possono essere accolti. Questo è il senso profondo della nostra missione: testimoniare l’amore che abbiamo ricevuto e non considerare nessuno escluso. La Chiesa è quella tenda che accoglie, quella comunità che protegge e annuncia la salvezza a tutti.<br /><br /> Affidiamoci a Santa Rita<br /><br /> E allora, in questa giornata particolare, invochiamo Santa Rita. A lei affidiamo quei casi difficili, dolorosi, quasi impossibili. Preghiamo per la sua intercessione e misericordia, affinché anche grazie a lei possiamo diventare testimoni del miracolo di una Chiesa che accoglie tutti e che fa sentire ciascuno parte di una salvezza profondamente voluta da Dio.]]></itunes:summary><itunes:duration>412</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/deab8139a4aea5960fc70e6aa9659c9f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di mercoledì V settimana di Pasqua 2025</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-mercoledi-v-settimana-di-pasqua-2025--66189010</link><description><![CDATA[L’immagine così bella del Vangelo di oggi, “Rimanete in me e io in voi”, ci parla della nostra relazione profonda con il Signore. È un’immagine forte, che si illumina grazie anche alla pagina degli Atti degli Apostoli che stiamo leggendo in questi giorni, in particolare quella ambientata ad Antiochia di Siria. Là c’è una comunità mista, formata da giudei cristiani e da pagani convertiti. E proprio in quel contesto nasce un problema: alcuni venuti dalla Giudea iniziano a insegnare che, se non ci si fa circoncidere secondo la legge di Mosè, non si può essere salvati.<br /><br /> Questi uomini arrivano da Gerusalemme, cioè dal centro del culto e dell’autorità religiosa, e portano un messaggio che, più che unire, divide. È come se dicessero: “Se non diventate come noi, non potete far parte della comunità”. È una logica che possiamo ritrovare anche oggi, quando qualcuno si erge a detentore della verità, dicendo: “Io so come si fanno le cose, io vengo dalla parrocchia, io ho la dottrina corretta”. Sono atteggiamenti che possono lacerare, che giudicano e pongono condizioni per l’appartenenza. Diventano pretesto per farsi maestri e per escludere.<br /><br /> Ma a questa rigidità si oppongono Paolo e Barnaba, i nostri compagni di viaggio in questi giorni. Discutono animatamente, dissentono, non accettano questa chiusura. E trovo bellissimo che nella Chiesa ci sia spazio per il confronto, per il dissenso sincero. Non tutto è pacificato, eppure si sceglie di camminare insieme, di non rimanere fermi nel conflitto. Così Paolo e Barnaba decidono di salire a Gerusalemme per sottoporre la questione agli apostoli e alla comunità.<br /><br /> Durante il viaggio, non fanno propaganda o polemica. Invece di fomentare divisioni, raccontano ciò che hanno vissuto: la conversione dei pagani, le meraviglie del primo viaggio missionario. Questa testimonianza suscita gioia e gratitudine nelle piccole comunità che incontrano. Non alimentano lo scontro, ma seminano speranza.<br /><br /> E proprio qui ritorna in maniera più viva l’immagine della vite: Cristo è la vite, noi siamo i tralci. È un’immagine plurale, di comunione. Ogni tralcio ha valore solo se porta frutto, e per farlo deve rimanere unito alla vite. Ma anche la vite ha bisogno dei tralci per produrre uva. È un’immagine che ci dice che siamo legati, uniti gli uni agli altri, e che anche la potatura – quel taglio che purifica – può essere vista come un momento di discernimento, di confronto fraterno. Una potatura che avviene non per escludere, ma per aiutare ciascuno a portare frutto.<br /><br /> Il vero problema, infatti, non è il conflitto o la discussione, ma il rimanere sterili, senza frutti. Senza Cristo, non possiamo fare nulla. Il Signore desidera la nostra comunione con Lui, e anche tra di noi. La vite senza tralci perde senso. I frutti passano attraverso di noi, attraverso la nostra unità. Per questo vogliamo accettare il dialogo, il confronto, anche il conflitto, ma sempre in uno spirito di accoglienza e di ascolto reciproco, per camminare insieme e glorificare Dio con la nostra unità.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66189010</guid><pubDate>Wed, 21 May 2025 18:27:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66189010/imported_1747851771362080_audio.mp3" length="6003983" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>L’immagine così bella del Vangelo di oggi, “Rimanete in me e io in voi”, ci parla della nostra relazione profonda con il Signore. È un’immagine forte, che si illumina grazie anche alla pagina degli Atti degli Apostoli che stiamo leggendo in questi...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L’immagine così bella del Vangelo di oggi, “Rimanete in me e io in voi”, ci parla della nostra relazione profonda con il Signore. È un’immagine forte, che si illumina grazie anche alla pagina degli Atti degli Apostoli che stiamo leggendo in questi giorni, in particolare quella ambientata ad Antiochia di Siria. Là c’è una comunità mista, formata da giudei cristiani e da pagani convertiti. E proprio in quel contesto nasce un problema: alcuni venuti dalla Giudea iniziano a insegnare che, se non ci si fa circoncidere secondo la legge di Mosè, non si può essere salvati.<br /><br /> Questi uomini arrivano da Gerusalemme, cioè dal centro del culto e dell’autorità religiosa, e portano un messaggio che, più che unire, divide. È come se dicessero: “Se non diventate come noi, non potete far parte della comunità”. È una logica che possiamo ritrovare anche oggi, quando qualcuno si erge a detentore della verità, dicendo: “Io so come si fanno le cose, io vengo dalla parrocchia, io ho la dottrina corretta”. Sono atteggiamenti che possono lacerare, che giudicano e pongono condizioni per l’appartenenza. Diventano pretesto per farsi maestri e per escludere.<br /><br /> Ma a questa rigidità si oppongono Paolo e Barnaba, i nostri compagni di viaggio in questi giorni. Discutono animatamente, dissentono, non accettano questa chiusura. E trovo bellissimo che nella Chiesa ci sia spazio per il confronto, per il dissenso sincero. Non tutto è pacificato, eppure si sceglie di camminare insieme, di non rimanere fermi nel conflitto. Così Paolo e Barnaba decidono di salire a Gerusalemme per sottoporre la questione agli apostoli e alla comunità.<br /><br /> Durante il viaggio, non fanno propaganda o polemica. Invece di fomentare divisioni, raccontano ciò che hanno vissuto: la conversione dei pagani, le meraviglie del primo viaggio missionario. Questa testimonianza suscita gioia e gratitudine nelle piccole comunità che incontrano. Non alimentano lo scontro, ma seminano speranza.<br /><br /> E proprio qui ritorna in maniera più viva l’immagine della vite: Cristo è la vite, noi siamo i tralci. È un’immagine plurale, di comunione. Ogni tralcio ha valore solo se porta frutto, e per farlo deve rimanere unito alla vite. Ma anche la vite ha bisogno dei tralci per produrre uva. È un’immagine che ci dice che siamo legati, uniti gli uni agli altri, e che anche la potatura – quel taglio che purifica – può essere vista come un momento di discernimento, di confronto fraterno. Una potatura che avviene non per escludere, ma per aiutare ciascuno a portare frutto.<br /><br /> Il vero problema, infatti, non è il conflitto o la discussione, ma il rimanere sterili, senza frutti. Senza Cristo, non possiamo fare nulla. Il Signore desidera la nostra comunione con Lui, e anche tra di noi. La vite senza tralci perde senso. I frutti passano attraverso di noi, attraverso la nostra unità. Per questo vogliamo accettare il dialogo, il confronto, anche il conflitto, ma sempre in uno spirito di accoglienza e di ascolto reciproco, per camminare insieme e glorificare Dio con la nostra unità.]]></itunes:summary><itunes:duration>376</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia V domenica di Pasqua C 2025 BVI.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-v-domenica-di-pasqua-c-2025-bvi-m4a--66140138</link><description><![CDATA[Oggi mi ha colpito il viaggio di ritorno di Paolo e Barnaba raccontato negli Atti degli Apostoli. Un viaggio che parte da Antiochia di Siria, attraversa l’Asia Minore fino a Erbe – un posto che, ammetto, non conoscevo e che ho dovuto cercare sulla cartina biblica (consiglio anche a voi di farlo!). È affascinante vedere quanto sia stato impegnativo questo cammino: hanno attraversato territori ostili, piccoli paesi dove non sempre sono stati accolti bene, eppure non si sono tirati indietro dall’annunciare il Vangelo.<br /><br /> Quello che mi colpisce è che, al ritorno, scelgono di ripassare dagli stessi luoghi, per rivedere quelle persone che per prime avevano incontrato. Il testo dice che per i pagani si era aperta “la porta della fede”: persone che non c’entravano nulla, ma che si sono trovate coinvolte, attratte da questo annuncio di salvezza offerta a tutti, anche ai più lontani, anche ai più peccatori. E la risposta è stata gioiosa, profonda.<br /><br /> Confermare, Esortare, Affidare: Una Comunità che Cresce<br /><br /> Il ritorno di Paolo e Barnaba non è solo un gesto affettivo, ma ha uno scopo preciso: confermare i discepoli, esortarli a rimanere saldi nella fede, perché – lo dice chiaramente il testo – per entrare nel Regno di Dio bisogna passare attraverso molte tribolazioni. Non è un cammino facile, serve resistenza, consolazione, fede forte.<br /><br /> Loro fanno anche un gesto importante: affidano la custodia delle comunità a degli anziani. Non restano, non trattengono. Ripartono, perché le comunità devono imparare a camminare con le proprie gambe. Questo mi fa riflettere molto su cosa significa davvero annunciare il Vangelo. Non trattenere, ma accompagnare e poi lasciare spazio.<br /><br /> Una Comunità Aperta e Missionaria<br /><br /> Quel viaggio, così lungo e faticoso – attraversando il Mediterraneo, Cipro, le alture dell’Anatolia – mi fa pensare alla nostra comunità. Siamo capaci anche noi di essere missionari? Di fare chilometri, simbolici e reali, per annunciare che la porta della fede è aperta a tutti? La bellezza della missione non sta tanto nei risultati immediati, ma nell’essere strumenti dell’annuncio.<br /><br /> E in questi giorni lo abbiamo sperimentato con la celebrazione delle Prime Comunioni: una messa bellissima, raccolta, piena di volti nuovi, di famiglie che magari non si conoscono tra loro ma che si sono ritrovate insieme. È qui che nasce la domanda: cosa portano questi Apostoli? Cosa possiamo portare noi?<br /><br /> Il Comandamento Nuovo: L’Amore come Segno Distintivo<br /><br /> La risposta la troviamo nel Vangelo di Giovanni. Gesù, nel Cenacolo, dopo aver lavato i piedi ai discepoli, dice: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. E aggiunge: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli”. È un passaggio essenziale.<br /><br /> Quel momento è drammatico: Giuda è appena uscito per tradirlo, Pietro sta per rinnegarlo. Eppure Gesù, proprio lì, nel momento di massimo turbamento e dolore, consegna il suo testamento d’amore. È lì che si capisce che è la cosa più importante: non un’idea, non un codice morale, ma l’amore concreto.<br /><br /> L’Amore di Dio Reso Visibile tra di Noi<br /><br /> L’amore di cui parla Gesù non è astratto. È un amore che si riconosce nella concretezza dei rapporti umani. Dice: “Amatevi come io vi ho amato”. Non solo "come te stesso", ma come Lui, che ha dato la vita. È un amore che perdona, che non fa preferenze, che si dona senza aspettarsi nulla in cambio.<br /><br /> E questo amore lo sentiamo solo se lo riceviamo dagli altri. L’amore di Dio passa attraverso l’amore delle persone accanto a noi: genitori, amici, sposi, figli. Anche quando non è evidente, quando va cercato in profondità. Ma è lì che Dio si fa vicino.<br /><br /> La Gerusalemme Celeste e la Perge di Oggi<br /><br /> Infine, l’Apocalisse ci offre un’immagine potente: la Gerusalemme Celeste che scende come una sposa adorna, pronta per il suo sposo. È Dio che abita con noi, che asciuga ogni lacrima. E questo è ciò che portavano Paolo e Barnaba nei loro villaggi: la possibilità reale di un amore vissuto, non ideale, possibile grazie al sacrificio di Gesù.<br /><br /> Anche noi oggi abbiamo un viaggio da fare. Dove si trova la nostra Perge? Dove siamo chiamati a tornare per portare conforto, incoraggiamento, gioia? Forse nella nostra famiglia, sul posto di lavoro, nel nostro condominio. Ogni occasione è buona per testimoniare questo amore, per dire che la porta della fede è aperta. E Dio confida in noi, come ha fatto con Paolo e Barnaba. Con tutti i nostri limiti. Ma anche con tutta la forza del suo amore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66140138</guid><pubDate>Sun, 18 May 2025 16:45:59 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66140138/imported_1747585620889301_audio.mp3" length="10307291" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi mi ha colpito il viaggio di ritorno di Paolo e Barnaba raccontato negli Atti degli Apostoli. Un viaggio che parte da Antiochia di Siria, attraversa l’Asia Minore fino a Erbe – un posto che, ammetto, non conoscevo e che ho dovuto cercare sulla...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Oggi mi ha colpito il viaggio di ritorno di Paolo e Barnaba raccontato negli Atti degli Apostoli. Un viaggio che parte da Antiochia di Siria, attraversa l’Asia Minore fino a Erbe – un posto che, ammetto, non conoscevo e che ho dovuto cercare sulla cartina biblica (consiglio anche a voi di farlo!). È affascinante vedere quanto sia stato impegnativo questo cammino: hanno attraversato territori ostili, piccoli paesi dove non sempre sono stati accolti bene, eppure non si sono tirati indietro dall’annunciare il Vangelo.<br /><br /> Quello che mi colpisce è che, al ritorno, scelgono di ripassare dagli stessi luoghi, per rivedere quelle persone che per prime avevano incontrato. Il testo dice che per i pagani si era aperta “la porta della fede”: persone che non c’entravano nulla, ma che si sono trovate coinvolte, attratte da questo annuncio di salvezza offerta a tutti, anche ai più lontani, anche ai più peccatori. E la risposta è stata gioiosa, profonda.<br /><br /> Confermare, Esortare, Affidare: Una Comunità che Cresce<br /><br /> Il ritorno di Paolo e Barnaba non è solo un gesto affettivo, ma ha uno scopo preciso: confermare i discepoli, esortarli a rimanere saldi nella fede, perché – lo dice chiaramente il testo – per entrare nel Regno di Dio bisogna passare attraverso molte tribolazioni. Non è un cammino facile, serve resistenza, consolazione, fede forte.<br /><br /> Loro fanno anche un gesto importante: affidano la custodia delle comunità a degli anziani. Non restano, non trattengono. Ripartono, perché le comunità devono imparare a camminare con le proprie gambe. Questo mi fa riflettere molto su cosa significa davvero annunciare il Vangelo. Non trattenere, ma accompagnare e poi lasciare spazio.<br /><br /> Una Comunità Aperta e Missionaria<br /><br /> Quel viaggio, così lungo e faticoso – attraversando il Mediterraneo, Cipro, le alture dell’Anatolia – mi fa pensare alla nostra comunità. Siamo capaci anche noi di essere missionari? Di fare chilometri, simbolici e reali, per annunciare che la porta della fede è aperta a tutti? La bellezza della missione non sta tanto nei risultati immediati, ma nell’essere strumenti dell’annuncio.<br /><br /> E in questi giorni lo abbiamo sperimentato con la celebrazione delle Prime Comunioni: una messa bellissima, raccolta, piena di volti nuovi, di famiglie che magari non si conoscono tra loro ma che si sono ritrovate insieme. È qui che nasce la domanda: cosa portano questi Apostoli? Cosa possiamo portare noi?<br /><br /> Il Comandamento Nuovo: L’Amore come Segno Distintivo<br /><br /> La risposta la troviamo nel Vangelo di Giovanni. Gesù, nel Cenacolo, dopo aver lavato i piedi ai discepoli, dice: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. E aggiunge: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli”. È un passaggio essenziale.<br /><br /> Quel momento è drammatico: Giuda è appena uscito per tradirlo, Pietro sta per rinnegarlo. Eppure Gesù, proprio lì, nel momento di massimo turbamento e dolore, consegna il suo testamento d’amore. È lì che si capisce che è la cosa più importante: non un’idea, non un codice morale, ma l’amore concreto.<br /><br /> L’Amore di Dio Reso Visibile tra di Noi<br /><br /> L’amore di cui parla Gesù non è astratto. È un amore che si riconosce nella concretezza dei rapporti umani. Dice: “Amatevi come io vi ho amato”. Non solo "come te stesso", ma come Lui, che ha dato la vita. È un amore che perdona, che non fa preferenze, che si dona senza aspettarsi nulla in cambio.<br /><br /> E questo amore lo sentiamo solo se lo riceviamo dagli altri. L’amore di Dio passa attraverso l’amore delle persone accanto a noi: genitori, amici, sposi, figli. Anche quando non è evidente, quando va cercato in profondità. Ma è lì che Dio si fa vicino.<br /><br /> La Gerusalemme Celeste e la Perge di Oggi<br /><br /> Infine, l’Apocalisse ci offre un’immagine potente: la Gerusalemme Celeste che scende come una sposa adorna, pronta per il suo sposo. È...]]></itunes:summary><itunes:duration>645</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Anniversari Omelia V domenica di Pasqua C 2025 BVI.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/anniversari-omelia-v-domenica-di-pasqua-c-2025-bvi-m4a--66140088</link><description><![CDATA[Oggi mi sento chiamato in modo speciale da queste parole del Vangelo: «Vi do un comandamento nuovo». È singolare ascoltare questo annuncio proprio mentre celebriamo anniversari importanti di matrimonio. Come se Gesù stesso ci stesse dicendo: “Questo comandamento è per voi, oggi”. Ed è davvero così. Il Signore ci fa un dono prezioso: ci chiede di amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amati.<br /><br /> Questo amore è qualcosa di unico, nuovo, decisivo. È la chiave della nostra vita di discepoli, della nostra vita di coppia. È un amore che va rinnovato ogni giorno, perché anche noi cambiamo nel tempo. Non siamo più quelli di venticinque, trenta, sessant'anni fa. Siamo diversi, ma l'amore – sebbene più essenziale, più semplice – rimane da vivere, ricevere e donare ogni giorno.<br /><br /> Un Comandamento Donato nel Dolore<br /><br /> Quello che mi colpisce profondamente è il contesto in cui Gesù pronuncia questo comandamento. Non è un momento trionfale, non è la gloria della Risurrezione. È durante la lavanda dei piedi, nel Cenacolo, nel capitolo tredici del Vangelo di Giovanni. Gesù, inchinandosi come un servo, lava i piedi ai discepoli, li purifica, li accoglie.<br /><br /> E tra quei discepoli c’era anche Giuda. Sì, proprio lui, il traditore. Eppure, anche a lui Gesù ha lavato i piedi. Lo ha amato. Quando poi Giuda esce dal Cenacolo, Gesù è turbato, addolorato. Sta per essere tradito. Eppure, in quel momento Gesù non si chiude, non si difende. Dà ai suoi discepoli – a me, a noi – il comandamento più prezioso: «Amatevi come io vi ho amati».<br /><br /> Un Amore che Va Oltre il Tradimento<br /><br /> Gesù conosce il cuore dei suoi amici. Sa che Giuda lo tradirà, sa che Pietro lo rinnegherà. Sa che gli altri fuggiranno. Ma questo non lo ferma. Lui dona lo stesso un amore totale, un amore che perdona, che si china, che lava. È questo amore che mi chiede di vivere.<br /><br /> E questo è un passo oltre il grande comandamento antico – amare Dio e il prossimo come se stessi. Qui c’è di più: amare come Cristo ci ha amati. Un amore che accoglie l’inadeguatezza, che non si spaventa della nostra fragilità, che non chiede perfezione ma disponibilità.<br /><br /> La Gloria di Dio Attraverso l’Amore<br /><br /> E capisco allora che questo amore non è per la mia gloria, per dire quanto siamo stati bravi a rimanere insieme tanti anni. È per la gloria di Dio. Gesù dice: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato». Il suo amore donato fino alla croce è ciò che rende gloria al Padre.<br /><br /> Allora anche il nostro amore – quello quotidiano, imperfetto ma sincero – può glorificare Dio. Ogni gesto di cura, di perdono, di attenzione reciproca, è una lode a Dio. E non è poco: è la cosa più bella che possiamo fare per Lui.<br /><br /> Un Amore Visibile, Concreto, Presente<br /><br /> Gesù aggiunge: «Da questo sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri». È così che il mondo riconosce i discepoli di Gesù: dall’amore visibile, concreto. Nei nostri gesti quotidiani – uno sguardo, una mano tesa, una parola gentile – si manifesta la presenza del Signore.<br /><br /> E non è un amore da rimandare: è un amore da vivere ora. Ora che il tempo si fa breve, ora che ogni istante può essere occasione di incontro, di dono. È attraverso questo amore reciproco che Dio continua ad amare il mondo. Come dice Santa Teresina: è tramite l’amore delle persone che Dio ci ama.<br /><br /> Un Amore Che Apre Le Porte<br /><br /> Questo amore non resta chiuso nella coppia o nella famiglia. È un amore che apre le porte, che spalanca la fede agli altri. Come Paolo e Barnaba che attraversano villaggi e città per annunciare il Vangelo, anche noi possiamo aprire porte – verso Dio, verso la speranza – ai nostri figli, ai colleghi, ai vicini di casa.<br /><br /> Ogni gesto d’amore è una porta aperta sul mistero di Dio. È una possibilità offerta a chi ci incontra di intravedere un orizzonte più grande, un significato più profondo della vita.<br /><br /> Un Anticipo della Gerusalemme Celeste<br /><br /> Infine, questo amore è profezia del futuro. Come ci dice l’Apocalisse, la Gerusalemme celeste è come una sposa pronta per il suo sposo. È Dio che abita in mezzo a noi. Ogni coppia che si ama, ogni comunità che vive questo comandamento, diventa segno di questa presenza eterna.<br /><br /> È meraviglioso pensare che il nostro volerci bene è già parte della pienezza futura, è un anticipo di quel tempo in cui «non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno». Vivere il comandamento dell’amore oggi significa già abitare, in parte, quella promessa.<br /><br /> Conclusione: Grazie, Signore, per l’Amore<br /><br /> Allora oggi voglio ringraziare il Signore per questo comandamento nuovo. Perché me lo ha consegnato. Perché mi dà la possibilità di viverlo ogni giorno. Voglio ringraziare per tutti gli anni passati insieme e per quelli che ancora ci donerà.<br /><br /> Non voglio indietreggiare su questo cammino. Voglio mettere tutte le mie energie – come ha fatto Gesù sulla croce – per amare, per servire, per donarmi. Perché solo così posso dire di essere suo discepolo.<br /><br /> «Un comandamento nuovo do a voi: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati». Questo è il cuore di tutto. E oggi lo voglio accogliere, custodire e vivere.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66140088</guid><pubDate>Sun, 18 May 2025 16:37:52 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66140088/imported_174758564121525_audio.mp3" length="12414641" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi mi sento chiamato in modo speciale da queste parole del Vangelo: «Vi do un comandamento nuovo». È singolare ascoltare questo annuncio proprio mentre celebriamo anniversari importanti di matrimonio. Come se Gesù stesso ci stesse dicendo: “Questo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Oggi mi sento chiamato in modo speciale da queste parole del Vangelo: «Vi do un comandamento nuovo». È singolare ascoltare questo annuncio proprio mentre celebriamo anniversari importanti di matrimonio. Come se Gesù stesso ci stesse dicendo: “Questo comandamento è per voi, oggi”. Ed è davvero così. Il Signore ci fa un dono prezioso: ci chiede di amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amati.<br /><br /> Questo amore è qualcosa di unico, nuovo, decisivo. È la chiave della nostra vita di discepoli, della nostra vita di coppia. È un amore che va rinnovato ogni giorno, perché anche noi cambiamo nel tempo. Non siamo più quelli di venticinque, trenta, sessant'anni fa. Siamo diversi, ma l'amore – sebbene più essenziale, più semplice – rimane da vivere, ricevere e donare ogni giorno.<br /><br /> Un Comandamento Donato nel Dolore<br /><br /> Quello che mi colpisce profondamente è il contesto in cui Gesù pronuncia questo comandamento. Non è un momento trionfale, non è la gloria della Risurrezione. È durante la lavanda dei piedi, nel Cenacolo, nel capitolo tredici del Vangelo di Giovanni. Gesù, inchinandosi come un servo, lava i piedi ai discepoli, li purifica, li accoglie.<br /><br /> E tra quei discepoli c’era anche Giuda. Sì, proprio lui, il traditore. Eppure, anche a lui Gesù ha lavato i piedi. Lo ha amato. Quando poi Giuda esce dal Cenacolo, Gesù è turbato, addolorato. Sta per essere tradito. Eppure, in quel momento Gesù non si chiude, non si difende. Dà ai suoi discepoli – a me, a noi – il comandamento più prezioso: «Amatevi come io vi ho amati».<br /><br /> Un Amore che Va Oltre il Tradimento<br /><br /> Gesù conosce il cuore dei suoi amici. Sa che Giuda lo tradirà, sa che Pietro lo rinnegherà. Sa che gli altri fuggiranno. Ma questo non lo ferma. Lui dona lo stesso un amore totale, un amore che perdona, che si china, che lava. È questo amore che mi chiede di vivere.<br /><br /> E questo è un passo oltre il grande comandamento antico – amare Dio e il prossimo come se stessi. Qui c’è di più: amare come Cristo ci ha amati. Un amore che accoglie l’inadeguatezza, che non si spaventa della nostra fragilità, che non chiede perfezione ma disponibilità.<br /><br /> La Gloria di Dio Attraverso l’Amore<br /><br /> E capisco allora che questo amore non è per la mia gloria, per dire quanto siamo stati bravi a rimanere insieme tanti anni. È per la gloria di Dio. Gesù dice: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato». Il suo amore donato fino alla croce è ciò che rende gloria al Padre.<br /><br /> Allora anche il nostro amore – quello quotidiano, imperfetto ma sincero – può glorificare Dio. Ogni gesto di cura, di perdono, di attenzione reciproca, è una lode a Dio. E non è poco: è la cosa più bella che possiamo fare per Lui.<br /><br /> Un Amore Visibile, Concreto, Presente<br /><br /> Gesù aggiunge: «Da questo sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri». È così che il mondo riconosce i discepoli di Gesù: dall’amore visibile, concreto. Nei nostri gesti quotidiani – uno sguardo, una mano tesa, una parola gentile – si manifesta la presenza del Signore.<br /><br /> E non è un amore da rimandare: è un amore da vivere ora. Ora che il tempo si fa breve, ora che ogni istante può essere occasione di incontro, di dono. È attraverso questo amore reciproco che Dio continua ad amare il mondo. Come dice Santa Teresina: è tramite l’amore delle persone che Dio ci ama.<br /><br /> Un Amore Che Apre Le Porte<br /><br /> Questo amore non resta chiuso nella coppia o nella famiglia. È un amore che apre le porte, che spalanca la fede agli altri. Come Paolo e Barnaba che attraversano villaggi e città per annunciare il Vangelo, anche noi possiamo aprire porte – verso Dio, verso la speranza – ai nostri figli, ai colleghi, ai vicini di casa.<br /><br /> Ogni gesto d’amore è una porta aperta sul mistero di Dio. È una possibilità offerta a chi ci incontra di intravedere un orizzonte più grande, un significato più profondo della vita.<br...]]></itunes:summary><itunes:duration>776</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Prime comunioni S. Andrea V Pasqua.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/prime-comunioni-s-andrea-v-pasqua-m4a--66140055</link><description><![CDATA[Mentre ascoltavo il Vangelo di Giovanni, mi sono subito fermato su un dettaglio importante: dove si svolge questa scena? Siamo nel Cenacolo. È lì che tutto accade.<br /><br /> Il Cenacolo: luogo di gesti indimenticabili<br /><br /> Il Cenacolo è un luogo speciale. È lì che, nel capitolo 13 del Vangelo di Giovanni – quello del Giovedì Santo – Gesù lava i piedi ai suoi discepoli. Un gesto potente, di amore profondo e umiltà estrema, compiuto la notte prima della sua morte. Ma non solo: sempre lì Gesù celebra l’Ultima Cena, che oggi riviviamo insieme, specialmente con voi che partecipate per la prima volta in modo diretto.<br /><br /> “Prendete e mangiatene tutti”: un dono per ciascuno<br /><br /> Quel gesto della Cena è il cuore della nostra Eucaristia. Gesù prende il pane, lo spezza, lo dona, e dice: “Prendete e mangiatene tutti”. Mi colpisce sempre quel tutti. Nessuno è escluso. Anche Giuda, il traditore, era lì, ha partecipato. E oggi, anche voi siete qui per lo stesso motivo: ricevere quel dono. Gesù si dona completamente: “Questo è il mio corpo per voi”.<br /><br /> Il calice del sangue: un’alleanza per sempre<br /><br /> Poi Gesù prende il calice e ripete: “Prendete e bevetene tutti”. Anche in questo gesto, quel tutti risuona fortissimo. È il calice della nuova ed eterna alleanza. Noi facciamo la comunione anche sotto le due specie – pane e vino – proprio perché Lui ha detto così. Ci sta dicendo chiaramente: “Questo è per voi”. È il dono della sua vita, un’offerta volontaria e piena d’amore.<br /><br /> Un amore che si fa comandamento nuovo<br /><br /> Attraverso questi segni – pane e vino – Gesù ci spiega cosa sta accadendo sulla croce: non è solo una morte, è un dono d’amore. E dopo che Giuda se ne va per tradirlo, Gesù ci lascia un comandamento nuovo. Quale? “Amatevi gli uni gli altri”. Ma non in qualsiasi modo: “Come io ho amato voi”. È questo che lo rende nuovo.<br /><br /> Amare come Gesù: un amore esigente e concreto<br /><br /> All’apparenza può sembrare facile: voler bene agli altri. Ma Gesù ci chiede di amarci come Lui ci ha amato. Non poco, non superficialmente. Lui ha dato tutto, non ha fatto “regalini”: ha donato se stesso. Non ci ha regalato un cavallo, ma il suo corpo, la sua vita intera. Questo ci mette un po’ in crisi, perché amarci così davvero non è semplice. Richiede impegno, pazienza, perdono.<br /><br /> Sentirci amati per imparare ad amare<br /><br /> Gesù ha tanta fiducia in noi. Dice: “Io vi ho amato”. Se partiamo da qui – dal sentirci davvero amati – allora possiamo davvero amare anche noi. Io vedo già in voi questa capacità: nelle cose piccole, nei gesti semplici, si vede che avete imparato ad amare perché siete stati amati. Forse, anzi sicuramente, abbiamo tutti ancora da imparare. Ma questo è il cammino. E magari – come ho detto con un sorriso – soprattutto i mariti devono imparare!<br /><br /> Il segno del discepolo: l’amore vissuto<br /><br /> C’è una cosa che Gesù dice che mi tocca sempre molto: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate”. Non serve una croce al collo, un vestito bianco o aver fatto la Cresima. Il vero segno che ci rende riconoscibili come discepoli di Gesù è l’amore. Quando ci si vuole bene davvero, tutti – anche chi non è della Chiesa – lo capiscono subito. Non c’è bisogno di parole.<br /><br /> Un amore che si fa missione<br /><br /> Il volerci bene non è solo un sentimento: è una missione. Gesù, dopo averci donato il suo corpo e il suo sangue nel Cenacolo, ci dice: “Adesso andate, fate vedere a tutti quanto vi volete bene”. È da lì che nasce tutto. La comunione ci riempie di gioia e di grazia proprio per questo: per poter portare l’amore ovunque andiamo – a casa, a scuola, nello sport.<br /><br /> Non c’è gioia più grande dell’amore<br /><br /> Alla fine, è questo che ci caratterizza davvero: l’amore. Se non ci vogliamo bene, riceviamo la comunione invano. Ma se ci vogliamo bene, allora viviamo la cosa più bella e più gioiosa che ci sia: essere amati e amare. E allora, con il cuore pieno di gratitudine, ringraziamo insieme il Signore per la sua Parola. E facciamo un momento di silenzio per custodirla nel cuore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66140055</guid><pubDate>Sun, 18 May 2025 16:34:06 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66140055/imported_1747585599240576_audio.mp3" length="9714625" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mentre ascoltavo il Vangelo di Giovanni, mi sono subito fermato su un dettaglio importante: dove si svolge questa scena? Siamo nel Cenacolo. È lì che tutto accade.

Il Cenacolo: luogo di gesti indimenticabili

Il Cenacolo è un luogo speciale. È lì...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mentre ascoltavo il Vangelo di Giovanni, mi sono subito fermato su un dettaglio importante: dove si svolge questa scena? Siamo nel Cenacolo. È lì che tutto accade.<br /><br /> Il Cenacolo: luogo di gesti indimenticabili<br /><br /> Il Cenacolo è un luogo speciale. È lì che, nel capitolo 13 del Vangelo di Giovanni – quello del Giovedì Santo – Gesù lava i piedi ai suoi discepoli. Un gesto potente, di amore profondo e umiltà estrema, compiuto la notte prima della sua morte. Ma non solo: sempre lì Gesù celebra l’Ultima Cena, che oggi riviviamo insieme, specialmente con voi che partecipate per la prima volta in modo diretto.<br /><br /> “Prendete e mangiatene tutti”: un dono per ciascuno<br /><br /> Quel gesto della Cena è il cuore della nostra Eucaristia. Gesù prende il pane, lo spezza, lo dona, e dice: “Prendete e mangiatene tutti”. Mi colpisce sempre quel tutti. Nessuno è escluso. Anche Giuda, il traditore, era lì, ha partecipato. E oggi, anche voi siete qui per lo stesso motivo: ricevere quel dono. Gesù si dona completamente: “Questo è il mio corpo per voi”.<br /><br /> Il calice del sangue: un’alleanza per sempre<br /><br /> Poi Gesù prende il calice e ripete: “Prendete e bevetene tutti”. Anche in questo gesto, quel tutti risuona fortissimo. È il calice della nuova ed eterna alleanza. Noi facciamo la comunione anche sotto le due specie – pane e vino – proprio perché Lui ha detto così. Ci sta dicendo chiaramente: “Questo è per voi”. È il dono della sua vita, un’offerta volontaria e piena d’amore.<br /><br /> Un amore che si fa comandamento nuovo<br /><br /> Attraverso questi segni – pane e vino – Gesù ci spiega cosa sta accadendo sulla croce: non è solo una morte, è un dono d’amore. E dopo che Giuda se ne va per tradirlo, Gesù ci lascia un comandamento nuovo. Quale? “Amatevi gli uni gli altri”. Ma non in qualsiasi modo: “Come io ho amato voi”. È questo che lo rende nuovo.<br /><br /> Amare come Gesù: un amore esigente e concreto<br /><br /> All’apparenza può sembrare facile: voler bene agli altri. Ma Gesù ci chiede di amarci come Lui ci ha amato. Non poco, non superficialmente. Lui ha dato tutto, non ha fatto “regalini”: ha donato se stesso. Non ci ha regalato un cavallo, ma il suo corpo, la sua vita intera. Questo ci mette un po’ in crisi, perché amarci così davvero non è semplice. Richiede impegno, pazienza, perdono.<br /><br /> Sentirci amati per imparare ad amare<br /><br /> Gesù ha tanta fiducia in noi. Dice: “Io vi ho amato”. Se partiamo da qui – dal sentirci davvero amati – allora possiamo davvero amare anche noi. Io vedo già in voi questa capacità: nelle cose piccole, nei gesti semplici, si vede che avete imparato ad amare perché siete stati amati. Forse, anzi sicuramente, abbiamo tutti ancora da imparare. Ma questo è il cammino. E magari – come ho detto con un sorriso – soprattutto i mariti devono imparare!<br /><br /> Il segno del discepolo: l’amore vissuto<br /><br /> C’è una cosa che Gesù dice che mi tocca sempre molto: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate”. Non serve una croce al collo, un vestito bianco o aver fatto la Cresima. Il vero segno che ci rende riconoscibili come discepoli di Gesù è l’amore. Quando ci si vuole bene davvero, tutti – anche chi non è della Chiesa – lo capiscono subito. Non c’è bisogno di parole.<br /><br /> Un amore che si fa missione<br /><br /> Il volerci bene non è solo un sentimento: è una missione. Gesù, dopo averci donato il suo corpo e il suo sangue nel Cenacolo, ci dice: “Adesso andate, fate vedere a tutti quanto vi volete bene”. È da lì che nasce tutto. La comunione ci riempie di gioia e di grazia proprio per questo: per poter portare l’amore ovunque andiamo – a casa, a scuola, nello sport.<br /><br /> Non c’è gioia più grande dell’amore<br /><br /> Alla fine, è questo che ci caratterizza davvero: l’amore. Se non ci vogliamo bene, riceviamo la comunione invano. Ma se ci vogliamo bene, allora viviamo la cosa più bella e più gioiosa che ci sia: essere...]]></itunes:summary><itunes:duration>608</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia IV domenica di Pasqua C 2025 BVI ore 9.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-iv-domenica-di-pasqua-c-2025-bvi-ore-9-30--66041637</link><description><![CDATA[Questa domenica, le letture ci hanno guidato dentro il cuore della nostra relazione con il Signore, il nostro Pastore. Ho voluto soffermarmi su tre aspetti che mi sembrano fondamentali per comprendere questo legame: la sua sostanza profonda, le sue difficoltà, e la prospettiva eterna che ci apre alla speranza. È un rapporto che ci definisce, ci mette alla prova e ci orienta verso la pienezza.<br /><br /> La sostanza: ascoltare, essere conosciuti, seguire<br /><br /> Nel Vangelo di Giovanni, poche parole tracciano il cuore di ciò che siamo: «Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono». Questo è il nostro rapporto con Gesù: ascolto, riconoscimento, sequela. Ho provato a immaginare cosa significhi davvero essere “pecore”. Non è un’immagine solo bucolica: significa riconoscere una voce che ci parla con verità, sapere che siamo conosciuti per nome, e scegliere, giorno dopo giorno, di seguire.<br /><br /> Anche durante l’omelia – sì, con i bambini in chiesa che magari fanno confusione – mi accorgo di quanto questo ascolto richieda concentrazione. Ma è bello, perché ci aiuta a entrare ancora di più nel mistero. Gesù non ci conosce genericamente: sa davvero tutto di noi. E noi possiamo sentirci al sicuro, custoditi. Nessuno ci strapperà dalla sua mano.<br /><br /> Le difficoltà: la voce del Pastore è sempre la stessa, ma cambia volto<br /><br /> Ma allora – mi chiedo – dove la sentiamo, questa voce? Come si manifesta nella nostra vita? Ecco la bellezza (e anche la fatica): la voce del Pastore è sempre quella di Cristo, ma ci arriva attraverso voci sempre diverse. I Papi cambiano – prima Francesco, ora Leone – ma è sempre Gesù che ci parla. Così anche i sacerdoti, i catechisti, i predicatori: cambiano i volti, ma se parlano nel suo nome, è la sua voce che ci guida.<br /><br /> Negli Atti degli Apostoli, ho voluto far notare la figura di Paolo e Barnaba. Due stranieri, ad Antiochia di Pisidia, che entrano in una sinagoga e vengono invitati a parlare. Paolo fa un discorso meraviglioso – invito chi mi ascolta a leggerlo tutto, anche i versetti saltati dal lezionario – e la gente resta colpita. Alcuni li seguono, vogliono saperne di più. E loro si trattengono, dialogano, cercano di “persuaderli a rimanere nella grazia di Dio”.<br /><br /> Questo mi ha fatto pensare: quanti di noi sanno riconoscere quando la voce di Dio ci raggiunge, anche se arriva da qualcuno che non ci aspettiamo? Paolo e Barnaba non erano “dei loro”, eppure erano inviati da Dio. Eppure, accanto all’ascolto sincero, c’è anche l’altra faccia: il rifiuto. Il sabato dopo, la gelosia esplode. Li cacciano via. Alcuni non si ritengono degni della vita eterna. Questa resistenza la conosco, la vedo anche nelle nostre comunità, nelle nostre famiglie, a volte nel nostro cuore.<br /><br /> La prospettiva: un Pastore che ci guida fino alla vita eterna<br /><br /> La terza lettura, tratta dall’Apocalisse, ci regala un’immagine straordinaria: una moltitudine immensa, di ogni popolo, lingua, nazione, che sta davanti all’Agnello. Questo Agnello – che è Gesù – è anche il loro Pastore. Li guida alle fonti delle acque della vita. È una liturgia di lode eterna. Ed è lì che siamo chiamati anche noi. Non è solo un’utopia: è una promessa.<br /><br /> Ci viene detto che non ci sarà più fame, né sete, né arsura. E ogni lacrima sarà asciugata. È questa la fine del nostro cammino, e allo stesso tempo il suo compimento. Ma il cammino comincia ora, qui, nella nostra Antiochia di Pisidia che è Bologna, o il nostro paese, o la nostra parrocchia.<br /><br /> Ascoltare oggi, perseverare ogni giorno<br /><br /> Oggi, nella Domenica del Buon Pastore, preghiamo anche per le vocazioni. Perché ci siano sempre annunciatori della Parola: sacerdoti, religiosi, laici, uomini e donne capaci di far risuonare quella voce che è di Cristo. Ma ognuno di noi è chiamato a fare spazio a questa voce. A non respingerla. A non dire “non è per me”. A non cercare solo la tranquillità, come quelle donne pie che preferivano allontanare Paolo e Barnaba pur di non essere disturbate.<br /><br /> Io ho sentito forte questo invito a perseverare nella grazia. A restare, a custodire la Parola che abbiamo ascoltato, a farla risuonare nel cuore, anche quando non è comoda, anche quando ci chiede di cambiare.<br /><br /> Sì, lasciamoci guidare. Rallegriamoci come quei pagani che glorificavano Dio, pur non essendo i “primi scelti”. Dedichiamo tempo all’ascolto, soprattutto ora, nel tempo pasquale. È un tempo di gioia, di luce, in cui la Parola ci parla in modo ancora più forte.<br /><br /> Alla fine, tutto questo – l’ascolto, la fatica, la fedeltà – ci conduce là dove l’Agnello è il nostro Pastore. Non è un’immagine lontana. È la direzione della nostra vita. E io, come voi, voglio camminare in quella direzione, lasciandomi guidare da Lui, con fiducia, con cuore aperto, insieme alla moltitudine dei salvati.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66041637</guid><pubDate>Sun, 11 May 2025 17:37:12 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66041637/imported_1746984422421644_audio.mp3" length="10986057" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Questa domenica, le letture ci hanno guidato dentro il cuore della nostra relazione con il Signore, il nostro Pastore. Ho voluto soffermarmi su tre aspetti che mi sembrano fondamentali per comprendere questo legame: la sua sostanza profonda, le sue...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Questa domenica, le letture ci hanno guidato dentro il cuore della nostra relazione con il Signore, il nostro Pastore. Ho voluto soffermarmi su tre aspetti che mi sembrano fondamentali per comprendere questo legame: la sua sostanza profonda, le sue difficoltà, e la prospettiva eterna che ci apre alla speranza. È un rapporto che ci definisce, ci mette alla prova e ci orienta verso la pienezza.<br /><br /> La sostanza: ascoltare, essere conosciuti, seguire<br /><br /> Nel Vangelo di Giovanni, poche parole tracciano il cuore di ciò che siamo: «Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono». Questo è il nostro rapporto con Gesù: ascolto, riconoscimento, sequela. Ho provato a immaginare cosa significhi davvero essere “pecore”. Non è un’immagine solo bucolica: significa riconoscere una voce che ci parla con verità, sapere che siamo conosciuti per nome, e scegliere, giorno dopo giorno, di seguire.<br /><br /> Anche durante l’omelia – sì, con i bambini in chiesa che magari fanno confusione – mi accorgo di quanto questo ascolto richieda concentrazione. Ma è bello, perché ci aiuta a entrare ancora di più nel mistero. Gesù non ci conosce genericamente: sa davvero tutto di noi. E noi possiamo sentirci al sicuro, custoditi. Nessuno ci strapperà dalla sua mano.<br /><br /> Le difficoltà: la voce del Pastore è sempre la stessa, ma cambia volto<br /><br /> Ma allora – mi chiedo – dove la sentiamo, questa voce? Come si manifesta nella nostra vita? Ecco la bellezza (e anche la fatica): la voce del Pastore è sempre quella di Cristo, ma ci arriva attraverso voci sempre diverse. I Papi cambiano – prima Francesco, ora Leone – ma è sempre Gesù che ci parla. Così anche i sacerdoti, i catechisti, i predicatori: cambiano i volti, ma se parlano nel suo nome, è la sua voce che ci guida.<br /><br /> Negli Atti degli Apostoli, ho voluto far notare la figura di Paolo e Barnaba. Due stranieri, ad Antiochia di Pisidia, che entrano in una sinagoga e vengono invitati a parlare. Paolo fa un discorso meraviglioso – invito chi mi ascolta a leggerlo tutto, anche i versetti saltati dal lezionario – e la gente resta colpita. Alcuni li seguono, vogliono saperne di più. E loro si trattengono, dialogano, cercano di “persuaderli a rimanere nella grazia di Dio”.<br /><br /> Questo mi ha fatto pensare: quanti di noi sanno riconoscere quando la voce di Dio ci raggiunge, anche se arriva da qualcuno che non ci aspettiamo? Paolo e Barnaba non erano “dei loro”, eppure erano inviati da Dio. Eppure, accanto all’ascolto sincero, c’è anche l’altra faccia: il rifiuto. Il sabato dopo, la gelosia esplode. Li cacciano via. Alcuni non si ritengono degni della vita eterna. Questa resistenza la conosco, la vedo anche nelle nostre comunità, nelle nostre famiglie, a volte nel nostro cuore.<br /><br /> La prospettiva: un Pastore che ci guida fino alla vita eterna<br /><br /> La terza lettura, tratta dall’Apocalisse, ci regala un’immagine straordinaria: una moltitudine immensa, di ogni popolo, lingua, nazione, che sta davanti all’Agnello. Questo Agnello – che è Gesù – è anche il loro Pastore. Li guida alle fonti delle acque della vita. È una liturgia di lode eterna. Ed è lì che siamo chiamati anche noi. Non è solo un’utopia: è una promessa.<br /><br /> Ci viene detto che non ci sarà più fame, né sete, né arsura. E ogni lacrima sarà asciugata. È questa la fine del nostro cammino, e allo stesso tempo il suo compimento. Ma il cammino comincia ora, qui, nella nostra Antiochia di Pisidia che è Bologna, o il nostro paese, o la nostra parrocchia.<br /><br /> Ascoltare oggi, perseverare ogni giorno<br /><br /> Oggi, nella Domenica del Buon Pastore, preghiamo anche per le vocazioni. Perché ci siano sempre annunciatori della Parola: sacerdoti, religiosi, laici, uomini e donne capaci di far risuonare quella voce che è di Cristo. Ma ognuno di noi è chiamato a fare spazio a questa voce. A non respingerla. A non dire “non è per me”. A non cercare solo la tranquillità, come...]]></itunes:summary><itunes:duration>687</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia sabato III di Pasqua S. Andrea ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-sabato-iii-di-pasqua-s-andrea-ore-8-30--66025852</link><description><![CDATA[Gesù pone una domanda forte e diretta: “Volete andarvene anche voi?” È un’interrogazione che oggi tocca profondamente il cuore, soprattutto nel contesto di un Vangelo in cui molti discepoli si tirano indietro, non seguono più il Maestro. Le ragioni di questo abbandono sono molteplici: parole considerate troppo dure, come quelle sul pane di vita ascoltate nei giorni precedenti, o lo scandalo causato da affermazioni che spostano il senso dal materiale allo spirituale, come quando Gesù dice che è lo spirito a dare la vita, mentre la carne non giova a nulla.<br /><br /> Le parole di Gesù sono spirito e vita, ma per comprenderle serve la fede. Egli conosce i cuori di tutti, anche di chi lo avrebbe tradito. Questo lascia spazio a una riflessione personale: anche noi, nelle nostre vite, vediamo persone allontanarsi dalla fede – familiari, amici, o noi stessi nei momenti di dubbio, crisi, difficoltà relazionali.<br /><br /> In questo clima di incertezza, risuona con forza la risposta di Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.” Una risposta che non nasce da una logica razionale, ma da un’esperienza profonda. Pietro ha ascoltato e vissuto la parola di Gesù, è stato attratto da essa. Anche se il cammino è segnato da alti e bassi – come mostra il Vangelo di domenica scorsa, in cui Gesù chiede: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?” – ciò che conta è il desiderio di seguire Gesù, perché è il Padre stesso che attira verso il Figlio.<br /><br /> La parola che seduce il cuore<br /><br /> La parola di Gesù è lo strumento principale con cui il cuore del discepolo viene attratto. L'affermazione di Pietro non è un atto isolato: è la conseguenza dell’ascolto di parole che danno vita. Ma questo ascolto è vivo in noi oggi? La tentazione di andarsene, o una fede che si affievolisce, può derivare proprio da un rapporto debole con la Parola di Dio.<br /><br /> Quando la mia preghiera si fa distratta, stanca o viene sostituita da altro, viene meno il dialogo con Dio. Ed è allora che l’allontanamento si fa più vicino. L’esperienza della Chiesa, come descritta negli Atti degli Apostoli, offre un’immagine diversa e luminosa: una comunità che cammina nel timore del Signore e cresce con il conforto dello Spirito Santo.<br /><br /> In questo cammino, la parola ha un potere concreto e trasformante: Pietro dice ad Aenea “Gesù Cristo ti guarisce”, e a Tabità “alzati”. La parola del Signore guarisce, ridona vita anche nelle nostre morti interiori.<br /><br /> Restare con Lui, atto d’amore e di fede<br /><br /> Nel cuore del messaggio si trova il dono più grande che Gesù ci consegna: il tesoro del suo amore. Non vogliamo andarcene, vogliamo restare con Lui. La domanda di Gesù e la risposta di Pietro ci guidano a rinnovare il nostro atto di fede e d’amore in questa Eucaristia. Da chi andremo? Solo Lui ha parole di vita eterna.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66025852</guid><pubDate>Sat, 10 May 2025 08:20:40 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66025852/imported_1746865095794788_audio.mp3" length="4986671" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Gesù pone una domanda forte e diretta: “Volete andarvene anche voi?” È un’interrogazione che oggi tocca profondamente il cuore, soprattutto nel contesto di un Vangelo in cui molti discepoli si tirano indietro, non seguono più il Maestro. Le ragioni di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Gesù pone una domanda forte e diretta: “Volete andarvene anche voi?” È un’interrogazione che oggi tocca profondamente il cuore, soprattutto nel contesto di un Vangelo in cui molti discepoli si tirano indietro, non seguono più il Maestro. Le ragioni di questo abbandono sono molteplici: parole considerate troppo dure, come quelle sul pane di vita ascoltate nei giorni precedenti, o lo scandalo causato da affermazioni che spostano il senso dal materiale allo spirituale, come quando Gesù dice che è lo spirito a dare la vita, mentre la carne non giova a nulla.<br /><br /> Le parole di Gesù sono spirito e vita, ma per comprenderle serve la fede. Egli conosce i cuori di tutti, anche di chi lo avrebbe tradito. Questo lascia spazio a una riflessione personale: anche noi, nelle nostre vite, vediamo persone allontanarsi dalla fede – familiari, amici, o noi stessi nei momenti di dubbio, crisi, difficoltà relazionali.<br /><br /> In questo clima di incertezza, risuona con forza la risposta di Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.” Una risposta che non nasce da una logica razionale, ma da un’esperienza profonda. Pietro ha ascoltato e vissuto la parola di Gesù, è stato attratto da essa. Anche se il cammino è segnato da alti e bassi – come mostra il Vangelo di domenica scorsa, in cui Gesù chiede: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?” – ciò che conta è il desiderio di seguire Gesù, perché è il Padre stesso che attira verso il Figlio.<br /><br /> La parola che seduce il cuore<br /><br /> La parola di Gesù è lo strumento principale con cui il cuore del discepolo viene attratto. L'affermazione di Pietro non è un atto isolato: è la conseguenza dell’ascolto di parole che danno vita. Ma questo ascolto è vivo in noi oggi? La tentazione di andarsene, o una fede che si affievolisce, può derivare proprio da un rapporto debole con la Parola di Dio.<br /><br /> Quando la mia preghiera si fa distratta, stanca o viene sostituita da altro, viene meno il dialogo con Dio. Ed è allora che l’allontanamento si fa più vicino. L’esperienza della Chiesa, come descritta negli Atti degli Apostoli, offre un’immagine diversa e luminosa: una comunità che cammina nel timore del Signore e cresce con il conforto dello Spirito Santo.<br /><br /> In questo cammino, la parola ha un potere concreto e trasformante: Pietro dice ad Aenea “Gesù Cristo ti guarisce”, e a Tabità “alzati”. La parola del Signore guarisce, ridona vita anche nelle nostre morti interiori.<br /><br /> Restare con Lui, atto d’amore e di fede<br /><br /> Nel cuore del messaggio si trova il dono più grande che Gesù ci consegna: il tesoro del suo amore. Non vogliamo andarcene, vogliamo restare con Lui. La domanda di Gesù e la risposta di Pietro ci guidano a rinnovare il nostro atto di fede e d’amore in questa Eucaristia. Da chi andremo? Solo Lui ha parole di vita eterna.]]></itunes:summary><itunes:duration>312</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia mercoledì III di Pasqua BVI esequie Orazio</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-mercoledi-iii-di-pasqua-bvi-esequie-orazio--65976954</link><description><![CDATA[Oggi le letture ci offrono spunti molto particolari, e sento che ci stanno prendendo per mano per accompagnare Orazio nel suo passaggio. Gli Atti degli Apostoli ci riportano a un momento tragico della Chiesa delle origini: la persecuzione, la dispersione dei discepoli, e soprattutto la morte di Stefano. È come se si fosse toccato il culmine della crisi. Ma proprio mentre la comunità vive il lutto, qualcosa di nuovo fiorisce: i discepoli, pur dispersi, cominciano ad annunciare la Parola in luoghi dove ancora non era arrivata.<br /><br /> Questa immagine mi ha fatto pensare immediatamente a Orazio. Daniele, il figlio, mi raccontava di come, con la sua vita, abbia saputo rimettersi in cammino, raggiungendo anche posti nuovi – come l'OPIMM e altri – diventando, pur nel suo modo semplice e professionale, un vero portatore del Vangelo. Non predicava con le parole, ma con la presenza: con affetto, con vicinanza, con semplicità. Così come i discepoli, anche lui portava gioia.<br /><br /> Fecondità nei Tempi di Passaggio<br /><br /> Credo profondamente che momenti di crisi, come la pensione o il lutto, possano trasformarsi in tempi fecondi, se vissuti con spirito di affidamento e con il desiderio sincero di rimettersi in gioco. Il Salmo di oggi ci invita proprio a questo: ad acclamare Dio anche nel dolore. “Venite e vedete le opere di Dio” – e io penso che queste opere si manifestino spesso nelle persone che ci stanno accanto.<br /><br /> Persone come Orazio, che con la loro presenza ci mostrano qualcosa della vicinanza di Dio. Non con i grandi gesti, ma con l'affetto semplice e concreto delle relazioni quotidiane. Sono queste le opere di Dio che possiamo davvero vedere e toccare.<br /><br /> Un Vangelo di Consolazione e Misericordia<br /><br /> Anche il Vangelo di oggi ci dà un'immagine profondamente consolante di Gesù. “Chi viene a me non avrà fame, chi crede in me non avrà sete, mai.” Quanta misericordia c’è in queste parole! Gesù ci rivela la volontà del Padre: che nessuno venga perduto. Nessuno viene cacciato, nessuno è escluso. Non ci sono categorie di persone indegne: il Vangelo è per tutti, e tutti possono essere accolti.<br /><br /> E questo è il segreto profondo della misericordia evangelica, che arriva fino alla morte. La morte non è l’ultima parola, perché la volontà del Padre è che anche nella morte nessuno venga perduto, ma che tutti possano essere risuscitati nell’ultimo giorno. È questo il dono della vita eterna che ci viene promesso.<br /><br /> Il Testimone Silenzioso della Presenza di Dio<br /><br /> Orazio, con la sua lunga vita, ce lo ha insegnato. Non con i discorsi, ma con la testimonianza di una presenza fedele. Qualcuno mi raccontava della sua costanza, anche semplicemente qui sotto il portico – ed era proprio lì, nel suo stare, che si faceva segno della presenza di Dio. Una presenza amica, silenziosa, ma profondamente eloquente.<br /><br /> Allora grazie, Signore, per questo nostro fratello. Accoglilo nella Tua pace e nella Tua luce, e preparaci un posto accanto a lui. Donaci la forza di vivere anche noi il Vangelo della vicinanza, specialmente nei momenti difficili, e di essere, l’uno per l’altro, segni di quella misericordia che è il desiderio più profondo del Tuo cuore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65976954</guid><pubDate>Wed, 07 May 2025 17:04:59 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65976954/imported_1746637217699540_audio.mp3" length="5219892" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi le letture ci offrono spunti molto particolari, e sento che ci stanno prendendo per mano per accompagnare Orazio nel suo passaggio. Gli Atti degli Apostoli ci riportano a un momento tragico della Chiesa delle origini: la persecuzione, la...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Oggi le letture ci offrono spunti molto particolari, e sento che ci stanno prendendo per mano per accompagnare Orazio nel suo passaggio. Gli Atti degli Apostoli ci riportano a un momento tragico della Chiesa delle origini: la persecuzione, la dispersione dei discepoli, e soprattutto la morte di Stefano. È come se si fosse toccato il culmine della crisi. Ma proprio mentre la comunità vive il lutto, qualcosa di nuovo fiorisce: i discepoli, pur dispersi, cominciano ad annunciare la Parola in luoghi dove ancora non era arrivata.<br /><br /> Questa immagine mi ha fatto pensare immediatamente a Orazio. Daniele, il figlio, mi raccontava di come, con la sua vita, abbia saputo rimettersi in cammino, raggiungendo anche posti nuovi – come l'OPIMM e altri – diventando, pur nel suo modo semplice e professionale, un vero portatore del Vangelo. Non predicava con le parole, ma con la presenza: con affetto, con vicinanza, con semplicità. Così come i discepoli, anche lui portava gioia.<br /><br /> Fecondità nei Tempi di Passaggio<br /><br /> Credo profondamente che momenti di crisi, come la pensione o il lutto, possano trasformarsi in tempi fecondi, se vissuti con spirito di affidamento e con il desiderio sincero di rimettersi in gioco. Il Salmo di oggi ci invita proprio a questo: ad acclamare Dio anche nel dolore. “Venite e vedete le opere di Dio” – e io penso che queste opere si manifestino spesso nelle persone che ci stanno accanto.<br /><br /> Persone come Orazio, che con la loro presenza ci mostrano qualcosa della vicinanza di Dio. Non con i grandi gesti, ma con l'affetto semplice e concreto delle relazioni quotidiane. Sono queste le opere di Dio che possiamo davvero vedere e toccare.<br /><br /> Un Vangelo di Consolazione e Misericordia<br /><br /> Anche il Vangelo di oggi ci dà un'immagine profondamente consolante di Gesù. “Chi viene a me non avrà fame, chi crede in me non avrà sete, mai.” Quanta misericordia c’è in queste parole! Gesù ci rivela la volontà del Padre: che nessuno venga perduto. Nessuno viene cacciato, nessuno è escluso. Non ci sono categorie di persone indegne: il Vangelo è per tutti, e tutti possono essere accolti.<br /><br /> E questo è il segreto profondo della misericordia evangelica, che arriva fino alla morte. La morte non è l’ultima parola, perché la volontà del Padre è che anche nella morte nessuno venga perduto, ma che tutti possano essere risuscitati nell’ultimo giorno. È questo il dono della vita eterna che ci viene promesso.<br /><br /> Il Testimone Silenzioso della Presenza di Dio<br /><br /> Orazio, con la sua lunga vita, ce lo ha insegnato. Non con i discorsi, ma con la testimonianza di una presenza fedele. Qualcuno mi raccontava della sua costanza, anche semplicemente qui sotto il portico – ed era proprio lì, nel suo stare, che si faceva segno della presenza di Dio. Una presenza amica, silenziosa, ma profondamente eloquente.<br /><br /> Allora grazie, Signore, per questo nostro fratello. Accoglilo nella Tua pace e nella Tua luce, e preparaci un posto accanto a lui. Donaci la forza di vivere anche noi il Vangelo della vicinanza, specialmente nei momenti difficili, e di essere, l’uno per l’altro, segni di quella misericordia che è il desiderio più profondo del Tuo cuore.]]></itunes:summary><itunes:duration>327</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia martedì III di Pasqua BVI condominio via Alberotti</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-martedi-iii-di-pasqua-bvi-condominio-via-alberotti--65947431</link><description><![CDATA[Oggi abbiamo vissuto qualcosa di speciale: celebrare la Messa in casa, in un clima davvero familiare. E proprio in questa atmosfera semplice e intima, mi è venuta l’idea che la prossima volta potremmo fare l’omelia insieme, come un vero scambio sulla Parola di Dio. È bello, tra famiglie, bambini, anziani, fermarsi e riflettere insieme. Per ora, però, condivido due pensieri che mi hanno colpito molto dalle letture di oggi.<br /><br /> Stefano: Una Testimonianza Forte e Serena<br /><br /> La prima riflessione nasce dalla figura di Stefano. Che testimonianza impressionante! Mi ha colpito il modo in cui affronta l’odio, la violenza, l’ostilità che lo circondano. Lui non si lascia ferire nell’animo, non si lascia trascinare nella rabbia o nella vendetta. Continua a parlare con la libertà dei profeti, richiamando tutti all’essenziale della nostra fede.<br /><br /> Nel momento più difficile, non si ribella, ma guarda il cielo. È qualcosa di profondamente commovente: proprio lì, nel mezzo dell’accusa e della sofferenza, Stefano vede il cielo aperto. Consegna il suo spirito al Signore, con fiducia: “Signore, accogli il mio spirito”. E piegando le ginocchia, grida con tutto sé stesso: “Signore, non imputare loro questo peccato”.<br /><br /> Mi fa pensare al nostro rapporto con la morte. Alcuni di noi, specie tra gli anziani, sentono che questo momento si avvicina. Eppure, che bello sarebbe vivere questo passaggio con quella stessa fiducia: “Accogli il mio spirito”. Una morte vissuta come un affidarsi, non come una fine. E ancora più bello è quel gesto di perdono: nonostante tutto, Stefano perdona. Forse è proprio questo il gesto più importante.<br /><br /> Il Perdono nelle Relazioni Quotidiane<br /><br /> Questa testimonianza mi interroga. Perché, diciamolo, anche nelle nostre case, nei nostri condomini, magari ci vogliamo bene, ma i piccoli contrasti non mancano. A volte basta una parola di troppo, una delusione, e si smette di parlarsi. Tra marito e moglie, genitori e figli... può diventare difficile volersi bene davvero.<br /><br /> E invece proprio lì dobbiamo vigilare. Perché il messaggio di Stefano è chiaro: l’amore e il perdono sono ciò che conta di più. Dobbiamo tornare all’essenziale, non lasciarci bloccare dalle piccole ferite, ma ritrovare ogni giorno la forza di volerci bene.<br /><br /> Il Pane della Vita: Gesù in Mezzo a Noi<br /><br /> Il secondo pensiero viene dal Vangelo. Si parla del pane, del nutrimento. Mosè aveva dato il pane dal cielo, ma Gesù ci ricorda che c’è un pane che dura per sempre: Lui stesso. Gesù è il pane della vita, quello che davvero nutre. E cosa ci porta Gesù? La Parola, certo, ma soprattutto l’amore. Un amore da accogliere, ascoltare, condividere.<br /><br /> Gesù è il nutrimento che ci sostiene anche nelle fatiche, nelle solitudini, nei nostri acciacchi. E noi ne abbiamo bisogno. Certo, anche un piatto di tortellini fa piacere – e sono sicuro che qui sapete farli benissimo! – ma c’è un pane ancora più prezioso: il pane dell’amore, che è Gesù.<br /><br /> Che bello, allora, essere qui insieme in salotto, come attorno a una tavola, per ricevere Gesù nella nostra vita. Perché davvero possiamo imparare a vivere questo amore tra di noi.<br /><br /> Una Preghiera per le Nostre Famiglie<br /><br /> Alla fine, davanti a questa Parola, mi sento di pregare così:<br /> Signore, donaci una fede forte come quella di Stefano, una fede che non si arrende, che sa perdonare, che si affida completamente a Te. Donaci il pane di vita, il Tuo amore, che non ci manchi mai. Rendici capaci di creare famiglie e case – anche questo condominio – dove ci si ascolta, ci si aiuta, si cammina insieme, con pazienza, prendendosi per mano.<br /><br /> E ora, facciamo un momento di silenzio. Affidiamo al Signore le nostre famiglie, le nostre relazioni, le nostre case. Che siano segni viventi della fede e dell’amore che Dio ha seminato in mezzo a noi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65947431</guid><pubDate>Tue, 06 May 2025 18:27:42 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65947431/imported_1746555567950928_audio.mp3" length="5167647" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi abbiamo vissuto qualcosa di speciale: celebrare la Messa in casa, in un clima davvero familiare. E proprio in questa atmosfera semplice e intima, mi è venuta l’idea che la prossima volta potremmo fare l’omelia insieme, come un vero scambio sulla...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Oggi abbiamo vissuto qualcosa di speciale: celebrare la Messa in casa, in un clima davvero familiare. E proprio in questa atmosfera semplice e intima, mi è venuta l’idea che la prossima volta potremmo fare l’omelia insieme, come un vero scambio sulla Parola di Dio. È bello, tra famiglie, bambini, anziani, fermarsi e riflettere insieme. Per ora, però, condivido due pensieri che mi hanno colpito molto dalle letture di oggi.<br /><br /> Stefano: Una Testimonianza Forte e Serena<br /><br /> La prima riflessione nasce dalla figura di Stefano. Che testimonianza impressionante! Mi ha colpito il modo in cui affronta l’odio, la violenza, l’ostilità che lo circondano. Lui non si lascia ferire nell’animo, non si lascia trascinare nella rabbia o nella vendetta. Continua a parlare con la libertà dei profeti, richiamando tutti all’essenziale della nostra fede.<br /><br /> Nel momento più difficile, non si ribella, ma guarda il cielo. È qualcosa di profondamente commovente: proprio lì, nel mezzo dell’accusa e della sofferenza, Stefano vede il cielo aperto. Consegna il suo spirito al Signore, con fiducia: “Signore, accogli il mio spirito”. E piegando le ginocchia, grida con tutto sé stesso: “Signore, non imputare loro questo peccato”.<br /><br /> Mi fa pensare al nostro rapporto con la morte. Alcuni di noi, specie tra gli anziani, sentono che questo momento si avvicina. Eppure, che bello sarebbe vivere questo passaggio con quella stessa fiducia: “Accogli il mio spirito”. Una morte vissuta come un affidarsi, non come una fine. E ancora più bello è quel gesto di perdono: nonostante tutto, Stefano perdona. Forse è proprio questo il gesto più importante.<br /><br /> Il Perdono nelle Relazioni Quotidiane<br /><br /> Questa testimonianza mi interroga. Perché, diciamolo, anche nelle nostre case, nei nostri condomini, magari ci vogliamo bene, ma i piccoli contrasti non mancano. A volte basta una parola di troppo, una delusione, e si smette di parlarsi. Tra marito e moglie, genitori e figli... può diventare difficile volersi bene davvero.<br /><br /> E invece proprio lì dobbiamo vigilare. Perché il messaggio di Stefano è chiaro: l’amore e il perdono sono ciò che conta di più. Dobbiamo tornare all’essenziale, non lasciarci bloccare dalle piccole ferite, ma ritrovare ogni giorno la forza di volerci bene.<br /><br /> Il Pane della Vita: Gesù in Mezzo a Noi<br /><br /> Il secondo pensiero viene dal Vangelo. Si parla del pane, del nutrimento. Mosè aveva dato il pane dal cielo, ma Gesù ci ricorda che c’è un pane che dura per sempre: Lui stesso. Gesù è il pane della vita, quello che davvero nutre. E cosa ci porta Gesù? La Parola, certo, ma soprattutto l’amore. Un amore da accogliere, ascoltare, condividere.<br /><br /> Gesù è il nutrimento che ci sostiene anche nelle fatiche, nelle solitudini, nei nostri acciacchi. E noi ne abbiamo bisogno. 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Lo vogliamo davvero per chi è o solo perché ci ha saziati?<br /><br /> Il vero significato del segno<br /><br /> Gesù stesso ci mette davanti alla verità: “Mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché vi siete saziati.” Quel miracolo non era fine a se stesso, non era solo per riempire lo stomaco, ma per portarci oltre, per rivelare qualcosa. L’abbondanza era il segno della sua presenza, ma ciò che conta è la fame, la fame autentica di Lui. Non possiamo ridurre Gesù a un mezzo per ottenere qualcosa: il segno ci chiama a guardare più in alto.<br /><br /> Cosa cerchiamo da Gesù?<br /><br /> Mi interrogo: quando non trovo più Gesù dove pensavo di trovarlo, perché continuo a cercarlo? Cerco consolazione? Un'altra sazietà? Spesso lo cerchiamo come vogliamo noi, secondo le nostre misure. Ma Lui è sempre in movimento. Sembra scomparire, si muove tra le barche e i discepoli, ma poi si fa trovare. È un invito a una relazione viva, non a una fede comoda o automatica.<br /><br /> L’unica vera opera: credere<br /><br /> Gesù ci dice quale sia l’opera che conta davvero: “Credere in colui che Dio ha mandato.” Non è tanto il pane che ci serve, ma la fede in Lui, nel suo essere il Figlio di Dio, il Salvatore. Seguirlo, come ha detto a Pietro: “Mi ami più di costoro? Seguimi.” Seguirlo non per ottenere qualcosa, ma per amore, per vivere un rapporto profondo con Lui. In questo c'è tutto: anche la consolazione, anche la sazietà.<br /><br /> Stefano: forza nella debolezza<br /><br /> Stefano per me è un esempio potente. È piccolo, davanti ai potenti che vogliono schiacciarlo, ma ha dentro una forza e una grazia che nessuno può contrastare. Perché ha un rapporto profondo con il Signore. È pieno di Spirito, e nel suo volto si vede: è come un angelo. Vorrei anch’io un rapporto così, così intenso da trasparire fuori, anche nel momento della prova.<br /><br /> Delizia nella Parola e affidamento a Maria<br /><br /> Il Salmo dice: “Anche se i potenti mi calunniano, io medito i tuoi decreti.” Ecco la chiave: anche se fuori c’è ostilità, io trovo gioia nella tua Parola, Signore. I tuoi insegnamenti sono la mia delizia. In questo si gioca il rapporto con Dio: amore, ascolto, meditazione. Per questo mi affido a Maria, la Vergine del Soccorso che oggi ricordiamo. Lei aveva un rapporto profondo con Gesù, non solo come madre, ma come vera discepola. Vorrei affidarmi a Lui come ha fatto Lei, sempre.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65933163</guid><pubDate>Tue, 06 May 2025 04:27:30 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65933163/imported_1746460190273389_audio.mp3" length="5082801" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Mi ha colpito il fatto che Gesù non fosse più lì dove aveva moltiplicato i pani e i pesci. La gente, che aveva ricevuto quel pane benedetto, torna nel luogo del miracolo. A prima vista potrebbe sembrare una cosa positiva: ho ricevuto tanto lì, allora...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Mi ha colpito il fatto che Gesù non fosse più lì dove aveva moltiplicato i pani e i pesci. La gente, che aveva ricevuto quel pane benedetto, torna nel luogo del miracolo. A prima vista potrebbe sembrare una cosa positiva: ho ricevuto tanto lì, allora torno lì. Ma Gesù non è più in quel posto. E questa assenza apre una domanda: perché lo cerchiamo? Lo vogliamo davvero per chi è o solo perché ci ha saziati?<br /><br /> Il vero significato del segno<br /><br /> Gesù stesso ci mette davanti alla verità: “Mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché vi siete saziati.” Quel miracolo non era fine a se stesso, non era solo per riempire lo stomaco, ma per portarci oltre, per rivelare qualcosa. L’abbondanza era il segno della sua presenza, ma ciò che conta è la fame, la fame autentica di Lui. Non possiamo ridurre Gesù a un mezzo per ottenere qualcosa: il segno ci chiama a guardare più in alto.<br /><br /> Cosa cerchiamo da Gesù?<br /><br /> Mi interrogo: quando non trovo più Gesù dove pensavo di trovarlo, perché continuo a cercarlo? Cerco consolazione? Un'altra sazietà? Spesso lo cerchiamo come vogliamo noi, secondo le nostre misure. Ma Lui è sempre in movimento. Sembra scomparire, si muove tra le barche e i discepoli, ma poi si fa trovare. È un invito a una relazione viva, non a una fede comoda o automatica.<br /><br /> L’unica vera opera: credere<br /><br /> Gesù ci dice quale sia l’opera che conta davvero: “Credere in colui che Dio ha mandato.” Non è tanto il pane che ci serve, ma la fede in Lui, nel suo essere il Figlio di Dio, il Salvatore. Seguirlo, come ha detto a Pietro: “Mi ami più di costoro? Seguimi.” Seguirlo non per ottenere qualcosa, ma per amore, per vivere un rapporto profondo con Lui. In questo c'è tutto: anche la consolazione, anche la sazietà.<br /><br /> Stefano: forza nella debolezza<br /><br /> Stefano per me è un esempio potente. È piccolo, davanti ai potenti che vogliono schiacciarlo, ma ha dentro una forza e una grazia che nessuno può contrastare. Perché ha un rapporto profondo con il Signore. È pieno di Spirito, e nel suo volto si vede: è come un angelo. Vorrei anch’io un rapporto così, così intenso da trasparire fuori, anche nel momento della prova.<br /><br /> Delizia nella Parola e affidamento a Maria<br /><br /> Il Salmo dice: “Anche se i potenti mi calunniano, io medito i tuoi decreti.” Ecco la chiave: anche se fuori c’è ostilità, io trovo gioia nella tua Parola, Signore. I tuoi insegnamenti sono la mia delizia. In questo si gioca il rapporto con Dio: amore, ascolto, meditazione. Per questo mi affido a Maria, la Vergine del Soccorso che oggi ricordiamo. Lei aveva un rapporto profondo con Gesù, non solo come madre, ma come vera discepola. 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È un percorso che si fa sempre più profondo e bello, tappa dopo tappa.<br /><br /> “Io vado a pescare”: il ritorno alla normalità<br /><br /> Il primo passaggio è quello di Pietro che dice: “Io vado a pescare.” Gesù era già risorto, eppure i discepoli sono tornati al lago di Tiberiade, al loro luogo di lavoro e di vita. È sorprendente: sembra che la resurrezione non abbia avuto un grande impatto, almeno apparentemente. Pietro torna a una vita ordinaria, quotidiana.<br /><br /> Quel “vado a pescare” suona quasi come un gesto automatico, senza un vero progetto. Solo sette discepoli lo seguono, quindi nemmeno tutti gli Apostoli. E non pescano nulla, nonostante la notte intera trascorsa sul lago. Questa è la fotografia della loro vita in quel momento: fatica, buio, e infine la fame.<br /><br /> Ma questa fame non è solo mancanza di cibo. È il vuoto, l’insoddisfazione, l’assenza di qualcosa che davvero nutra la vita. Mentre preparavo l’omelia, ho letto la notizia di un bambino morto di fame a Gaza. È la cinquantasettesima persona che muore così. Quella domanda di Gesù, “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”, è commovente. Parla ai discepoli, ma anche a noi e a tutti i poveri del mondo.<br /><br /> Gettate la rete dalla parte destra<br /><br /> Il secondo passaggio avviene quando Gesù, ancora non riconosciuto, chiede di gettare la rete dalla parte destra. È un’azione simile a quella che avevano fatto tutta la notte, ma con una novità: l’obbedienza. I discepoli si fidano di quella voce sconosciuta sulla riva.<br /><br /> Il risultato è abbondanza: una rete talmente piena da non riuscire quasi a tirarla su. Ed è in quel momento che il discepolo amato lo riconosce: “È il Signore.” Non lo riconosce con gli occhi, ma dall’abbondanza, dal dono inaspettato e generoso. Quando Gesù entra nella nostra fame, porta ricchezza e sorpresa.<br /><br /> Pietro è travolto dall’entusiasmo: si tuffa, poi torna, trascina la rete. È un uomo vivo, attivo, trasformato.<br /><br /> “Venite a mangiare”: l’invito alla comunione<br /><br /> Il terzo passaggio è l’invito: “Venite a mangiare.” Gesù ha già preparato tutto: pesce, pane. Ma chiede anche di portare ciò che hanno pescato, in un gesto di condivisione. Che bello accettare questo invito, essere accolti da Lui che ha già pensato a tutto.<br /><br /> E qui c’è uno squilibrio evidente: Gesù fa tutto, i discepoli quasi nulla. È un dono puro, gratuito. E proprio in questo contesto inizia il dialogo più profondo con Pietro.<br /><br /> “Mi ami tu più di costoro?”: il cuore dell’incontro<br /><br /> Gesù chiama Pietro con il suo nome originario: “Simone, figlio di Giovanni.” È un richiamo alla sua identità più profonda. La domanda è diretta e commovente: “Mi ami tu più di costoro?” Non si tratta di giudicare chi ama di più, ma di tirare fuori da Pietro il suo amore.<br /><br /> Gesù glielo chiede tre volte, e Pietro si addolora. Non capisce subito perché, ma Gesù vuole che lui lo dica, che lo confessi: “Ti voglio bene.” Tutto il resto, la pesca, la resurrezione, la missione, viene dopo. Quello che conta davvero è l’amore. Mi sono chiesto anche io: glielo dico mai al Signore che gli voglio bene?<br /><br /> Pasci le mie pecore<br /><br /> Dopo ogni dichiarazione d’amore, Gesù affida a Pietro un compito: “Pasci i miei agnelli”, “pasci le mie pecore.” Dare concretezza a quel “ti voglio bene” significa occuparsi degli altri, nutrirli, guidarli, proteggerli.<br /><br /> Il nostro amore per il Signore non è mai astratto, ma si incarna nel prendersi cura delle “pecore” che ci affida: la nostra famiglia, la nostra comunità, i nostri colleghi. Ogni volta che ci domandiamo se stiamo compiendo bene la nostra missione, possiamo tornare a quella domanda di Gesù: “Mi vuoi bene tu?”<br /><br /> Quando sarai vecchio<br /><br /> Infine, l’ultimo passaggio: Gesù annuncia a Pietro come sarà la sua vecchiaia, come morirà. Gli dice che un altro lo vestirà e lo porterà dove non vuole. È un’immagine che parla della sua morte, ma anche della pienezza dell’amore.<br /><br /> Nella vecchiaia, nella spogliazione, Pietro sarà più vicino che mai a Gesù, che ha steso le mani sulla croce. Quando non avremo più nulla da dare, né forza né autonomia, quello sarà il momento in cui saremo più simili a Lui. Non inutili, ma pienamente suoi.<br /><br /> “Seguimi”: il ricominciare di ogni giorno<br /><br /> E poi Gesù conclude con una parola che ci emoziona: “Seguimi.” Dopo avergli mostrato tutta la vita, è come se dicesse: ricominciamo da qui. È una nuova chiamata, una nuova partenza.<br /><br /> Questa pagina del Vangelo ci invita a collocarci, a chiederci: dove siamo noi nel nostro cammino con il Signore? Prendiamoci tempo questa settimana per rileggere questa Parola, per lasciarla lavorare dentro di noi. E per dirgli anche noi, personalmente: ti voglio bene, ti voglio seguire, voglio pascere le tue pecore.<br /><br /> Ringraziamo il Signore che ci dà una prospettiva così ricca e profonda, molto diversa da quel semplice “vado a pescare”.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65886031</guid><pubDate>Sat, 03 May 2025 19:28:02 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65886031/imported_1746297566880344_audio.mp3" length="12349440" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Questa pagina del Vangelo è una delle più belle e ricche e trovare parole adeguate per commentarla è davvero difficile. Mi colpisce in particolare il cammino che Gesù fa fare ai discepoli, soprattutto a Pietro, protagonista dall’inizio alla fine. È un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Questa pagina del Vangelo è una delle più belle e ricche e trovare parole adeguate per commentarla è davvero difficile. Mi colpisce in particolare il cammino che Gesù fa fare ai discepoli, soprattutto a Pietro, protagonista dall’inizio alla fine. È un percorso che si fa sempre più profondo e bello, tappa dopo tappa.<br /><br /> “Io vado a pescare”: il ritorno alla normalità<br /><br /> Il primo passaggio è quello di Pietro che dice: “Io vado a pescare.” Gesù era già risorto, eppure i discepoli sono tornati al lago di Tiberiade, al loro luogo di lavoro e di vita. È sorprendente: sembra che la resurrezione non abbia avuto un grande impatto, almeno apparentemente. Pietro torna a una vita ordinaria, quotidiana.<br /><br /> Quel “vado a pescare” suona quasi come un gesto automatico, senza un vero progetto. Solo sette discepoli lo seguono, quindi nemmeno tutti gli Apostoli. E non pescano nulla, nonostante la notte intera trascorsa sul lago. Questa è la fotografia della loro vita in quel momento: fatica, buio, e infine la fame.<br /><br /> Ma questa fame non è solo mancanza di cibo. È il vuoto, l’insoddisfazione, l’assenza di qualcosa che davvero nutra la vita. Mentre preparavo l’omelia, ho letto la notizia di un bambino morto di fame a Gaza. È la cinquantasettesima persona che muore così. Quella domanda di Gesù, “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”, è commovente. Parla ai discepoli, ma anche a noi e a tutti i poveri del mondo.<br /><br /> Gettate la rete dalla parte destra<br /><br /> Il secondo passaggio avviene quando Gesù, ancora non riconosciuto, chiede di gettare la rete dalla parte destra. È un’azione simile a quella che avevano fatto tutta la notte, ma con una novità: l’obbedienza. I discepoli si fidano di quella voce sconosciuta sulla riva.<br /><br /> Il risultato è abbondanza: una rete talmente piena da non riuscire quasi a tirarla su. Ed è in quel momento che il discepolo amato lo riconosce: “È il Signore.” Non lo riconosce con gli occhi, ma dall’abbondanza, dal dono inaspettato e generoso. Quando Gesù entra nella nostra fame, porta ricchezza e sorpresa.<br /><br /> Pietro è travolto dall’entusiasmo: si tuffa, poi torna, trascina la rete. È un uomo vivo, attivo, trasformato.<br /><br /> “Venite a mangiare”: l’invito alla comunione<br /><br /> Il terzo passaggio è l’invito: “Venite a mangiare.” Gesù ha già preparato tutto: pesce, pane. Ma chiede anche di portare ciò che hanno pescato, in un gesto di condivisione. Che bello accettare questo invito, essere accolti da Lui che ha già pensato a tutto.<br /><br /> E qui c’è uno squilibrio evidente: Gesù fa tutto, i discepoli quasi nulla. È un dono puro, gratuito. E proprio in questo contesto inizia il dialogo più profondo con Pietro.<br /><br /> “Mi ami tu più di costoro?”: il cuore dell’incontro<br /><br /> Gesù chiama Pietro con il suo nome originario: “Simone, figlio di Giovanni.” È un richiamo alla sua identità più profonda. La domanda è diretta e commovente: “Mi ami tu più di costoro?” Non si tratta di giudicare chi ama di più, ma di tirare fuori da Pietro il suo amore.<br /><br /> Gesù glielo chiede tre volte, e Pietro si addolora. Non capisce subito perché, ma Gesù vuole che lui lo dica, che lo confessi: “Ti voglio bene.” Tutto il resto, la pesca, la resurrezione, la missione, viene dopo. Quello che conta davvero è l’amore. Mi sono chiesto anche io: glielo dico mai al Signore che gli voglio bene?<br /><br /> Pasci le mie pecore<br /><br /> Dopo ogni dichiarazione d’amore, Gesù affida a Pietro un compito: “Pasci i miei agnelli”, “pasci le mie pecore.” Dare concretezza a quel “ti voglio bene” significa occuparsi degli altri, nutrirli, guidarli, proteggerli.<br /><br /> Il nostro amore per il Signore non è mai astratto, ma si incarna nel prendersi cura delle “pecore” che ci affida: la nostra famiglia, la nostra comunità, i nostri colleghi. Ogni volta che ci domandiamo se stiamo compiendo bene la nostra missione, possiamo tornare a quella domanda di Gesù: “Mi vuoi...]]></itunes:summary><itunes:duration>772</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia Santi Filippo e Giacomo S. Andrea 8.30.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-santi-filippo-e-giacomo-s-andrea-8-30-m4a--65879577</link><description><![CDATA[L’angelo di oggi mi ha lasciato una domanda nel cuore: voglio davvero vedere il Padre? Me lo chiedo con sincerità. Sì, lo desidero. Desidero vedere il Figlio, conoscerlo, andare a Lui. Ma lo voglio fare con calma, senza fretta. <br /><br /> E a volte mi domando se, in fondo, questa cosa mi interessi davvero oppure no. Forse sì, mi interessa, ma non è tra le priorità della mia vita. Mi ha colpito molto la frase di Filippo nel Vangelo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta.” Come a dire: se ce lo fai vedere, per noi va bene così.<br /><br /> Un Cammino più Complesso<br /><br /> Ma non è così semplice. In realtà, è una questione molto più profonda e complessa. Gesù, nel capitolo 14 del Vangelo di Giovanni, sta dicendo chiaramente: “Adesso vado al Padre.” E Tommaso, confuso, gli chiede: “Dove stai andando?” Gesù risponde che sta andando a prepararci un posto. È Lui stesso a metterci in questa tensione: la sua vita è un cammino verso il Padre. Tutto in Lui parla del Padre, lo mostra, ce lo fa conoscere. Il Padre è il centro di tutto.<br /><br /> Gesù, Via al Padre<br /><br /> Le parole di Gesù risuonano fortissime: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.” Non si tratta di vedere il Padre con una visione mistica, come se qualcuno sotto un treno dicesse di averlo visto. Non sappiamo se funziona così. Ma una cosa è certa: al Padre si va. È un cammino, e questo cammino è Gesù stesso. Stando con Lui, ascoltando la sua Parola, vedendo le sue opere — che sono le opere del Padre — possiamo incamminarci verso il Padre. “Se non altro, credete per le opere che compio,” ci dice. E così ci accompagna.<br /><br /> La Via Concreta del Vangelo<br /><br /> E allora non è tanto una questione di visione, ma di vita. Non vogliamo solo “vedere” il Padre, ma “andare” a Lui con la nostra vita concreta. Le opere che Gesù ci invita a compiere sono quelle dell’amore: voler bene, dare la nostra vita nella quotidianità delle nostre famiglie, relazioni, nella nostra realtà. Dobbiamo dare tutto noi stessi. Questa è la vita nel Vangelo, che è Gesù stesso.<br /><br /> Nella prima lettura si dice chiaramente: Gesù è morto per i nostri peccati, è stato sepolto ed è risorto il terzo giorno. Questa è la Pasqua. Questo è il cuore del Vangelo. E noi dobbiamo restarci dentro, rimanere nella Parola, nel Vangelo annunciato da Gesù, come dice Paolo: “Rimanete nel mio Vangelo.” Non serve altro. Non servono deviazioni o orpelli. Basta questo Vangelo essenziale, vissuto con sincerità.<br /><br /> Testimoni del Padre<br /><br /> Capisco allora che è molto più bello e profondo che una semplice visione del Padre. Non cerchiamo un’apparizione o un santino. Cerchiamo di vivere il Vangelo nella nostra vita. Questa è la strada. E questa via ce l’ha tracciata Gesù, ce l’hanno mostrata gli Apostoli, e tutti quelli che dopo di loro hanno vissuto il Vangelo nella concretezza della loro vita. In loro abbiamo visto il Padre, il Signore.<br /><br /> Gratitudine per i Testimoni<br /><br /> E allora, oggi, nella festa di questi due straordinari Apostoli, li ringraziamo. Perché ci hanno mostrato, con la loro vita, il cammino verso il Padre.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65879577</guid><pubDate>Sat, 03 May 2025 11:32:56 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65879577/imported_1746271609433263_audio.mp3" length="4774765" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>L’angelo di oggi mi ha lasciato una domanda nel cuore: voglio davvero vedere il Padre? Me lo chiedo con sincerità. Sì, lo desidero. Desidero vedere il Figlio, conoscerlo, andare a Lui. Ma lo voglio fare con calma, senza fretta. 

E a volte mi domando...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L’angelo di oggi mi ha lasciato una domanda nel cuore: voglio davvero vedere il Padre? Me lo chiedo con sincerità. Sì, lo desidero. Desidero vedere il Figlio, conoscerlo, andare a Lui. Ma lo voglio fare con calma, senza fretta. <br /><br /> E a volte mi domando se, in fondo, questa cosa mi interessi davvero oppure no. Forse sì, mi interessa, ma non è tra le priorità della mia vita. Mi ha colpito molto la frase di Filippo nel Vangelo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta.” Come a dire: se ce lo fai vedere, per noi va bene così.<br /><br /> Un Cammino più Complesso<br /><br /> Ma non è così semplice. In realtà, è una questione molto più profonda e complessa. Gesù, nel capitolo 14 del Vangelo di Giovanni, sta dicendo chiaramente: “Adesso vado al Padre.” E Tommaso, confuso, gli chiede: “Dove stai andando?” Gesù risponde che sta andando a prepararci un posto. È Lui stesso a metterci in questa tensione: la sua vita è un cammino verso il Padre. Tutto in Lui parla del Padre, lo mostra, ce lo fa conoscere. Il Padre è il centro di tutto.<br /><br /> Gesù, Via al Padre<br /><br /> Le parole di Gesù risuonano fortissime: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.” Non si tratta di vedere il Padre con una visione mistica, come se qualcuno sotto un treno dicesse di averlo visto. Non sappiamo se funziona così. Ma una cosa è certa: al Padre si va. È un cammino, e questo cammino è Gesù stesso. Stando con Lui, ascoltando la sua Parola, vedendo le sue opere — che sono le opere del Padre — possiamo incamminarci verso il Padre. “Se non altro, credete per le opere che compio,” ci dice. E così ci accompagna.<br /><br /> La Via Concreta del Vangelo<br /><br /> E allora non è tanto una questione di visione, ma di vita. Non vogliamo solo “vedere” il Padre, ma “andare” a Lui con la nostra vita concreta. Le opere che Gesù ci invita a compiere sono quelle dell’amore: voler bene, dare la nostra vita nella quotidianità delle nostre famiglie, relazioni, nella nostra realtà. Dobbiamo dare tutto noi stessi. Questa è la vita nel Vangelo, che è Gesù stesso.<br /><br /> Nella prima lettura si dice chiaramente: Gesù è morto per i nostri peccati, è stato sepolto ed è risorto il terzo giorno. Questa è la Pasqua. Questo è il cuore del Vangelo. E noi dobbiamo restarci dentro, rimanere nella Parola, nel Vangelo annunciato da Gesù, come dice Paolo: “Rimanete nel mio Vangelo.” Non serve altro. Non servono deviazioni o orpelli. Basta questo Vangelo essenziale, vissuto con sincerità.<br /><br /> Testimoni del Padre<br /><br /> Capisco allora che è molto più bello e profondo che una semplice visione del Padre. Non cerchiamo un’apparizione o un santino. Cerchiamo di vivere il Vangelo nella nostra vita. Questa è la strada. E questa via ce l’ha tracciata Gesù, ce l’hanno mostrata gli Apostoli, e tutti quelli che dopo di loro hanno vissuto il Vangelo nella concretezza della loro vita. In loro abbiamo visto il Padre, il Signore.<br /><br /> Gratitudine per i Testimoni<br /><br /> E allora, oggi, nella festa di questi due straordinari Apostoli, li ringraziamo. Perché ci hanno mostrato, con la loro vita, il cammino verso il Padre.]]></itunes:summary><itunes:duration>299</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia venerdi II Pasqua BVI 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-venerdi-ii-pasqua-bvi-8-30--65853331</link><description><![CDATA[Ieri ho riflettuto sull’obbedienza a Dio come una scelta radicale, profonda, che dà senso alla vita. Oggi invece vedo il suo contrario: l’opposizione, la ribellione, il combattere contro Dio. È un contrasto netto, e mi colpisce come questa opposizione si possa manifestare anche nelle nostre azioni quotidiane, in quelle piccole mancanze di carità che sembrano insignificanti, ma che in realtà contribuiscono a una sorta di “distruzione” lenta degli altri.<br /><br /> La responsabilità verso gli altri<br /><br /> Mi interrogo su quanto siamo consapevoli del valore delle persone che ci sono affidate. Mi torna in mente quella frase pronunciata nei matrimoni: “Non osi l’uomo separare ciò che Dio ha unito”. Mi rendo conto che le nostre mancanze — la poca attenzione, la scarsa cura, il non rispetto — rischiano di separare e perfino distruggere ciò che Dio ha voluto unire. Eppure, anche in mezzo a questa fragilità, l’opera del Signore resta più grande, più forte. C’è speranza, allora, se ci lasciamo prendere per mano dagli apostoli.<br /><br /> La letizia degli apostoli<br /><br /> Mi emoziona vedere come gli apostoli, rimessi in libertà, escano lieti. Lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù. Ma da dove nasce questa letizia? Dal fatto che ciò che fanno non è più solo loro, ma è l’opera stessa di Gesù risorto, che li ha inviati ad annunciare il Vangelo. E loro lo fanno, ogni giorno, instancabilmente, nel tempio e nelle case, casa per casa. Non si fermano. Questo mi insegna che la vera gioia nasce dall’obbedienza all’amore ricevuto dal Signore, dall’annuncio fatto con umiltà, anche quando siamo senza mezzi.<br /><br /> Cinque pani e due pesci<br /><br /> Mi sento provocato da quella scena in cui Gesù sfida i discepoli a sfamare la folla. Andrea trova un ragazzino con cinque pani e due pesci, ma sembra nulla di fronte a così tante persone. Eppure, quel poco, messo nelle mani di Gesù, diventa abbondanza. Anche noi, spesso, ci sentiamo piccoli, inadeguati, poveri di risorse. Ma abbiamo qualcosa da dare, sempre. Quel poco che abbiamo, se condiviso, genera gioia.<br /><br /> La gioia del dare<br /><br /> Scopro che la vera letizia non sta nell’avere, ma nel condividere. Non solo beni materiali, ma anche tempo, energie, ascolto. Interpretare la vita come un’offerta è ciò che la rende piena. È proprio nel dare che riceviamo, che ci sentiamo sazi, come quella folla che alla fine raccolse molte ceste piene di avanzi. Se guardassi le mie giornate con questa chiave, mi accorgerei che i momenti in cui ho dato senza pretese sono quelli in cui mi sono sentito più felice, più umano, più vivo.<br /><br /> Un'obbedienza lieta<br /><br /> E allora oggi voglio ringraziare il Signore, voglio aprire il cuore a un’obbedienza che sia lieta, silenziosa, prudente ma profonda. Un’obbedienza che mi spinga a prendermi cura degli altri, consapevole di essere un discepolo di Gesù. Non un eroe, non un perfetto, ma un discepolo che si lascia guidare, benedire e spezzare per diventare pane condiviso per gli altri.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65853331</guid><pubDate>Fri, 02 May 2025 10:37:44 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65853331/imported_1746181996531511_audio.mp3" length="5162213" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Ieri ho riflettuto sull’obbedienza a Dio come una scelta radicale, profonda, che dà senso alla vita. Oggi invece vedo il suo contrario: l’opposizione, la ribellione, il combattere contro Dio. È un contrasto netto, e mi colpisce come questa opposizione...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ieri ho riflettuto sull’obbedienza a Dio come una scelta radicale, profonda, che dà senso alla vita. Oggi invece vedo il suo contrario: l’opposizione, la ribellione, il combattere contro Dio. 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Lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù. Ma da dove nasce questa letizia? Dal fatto che ciò che fanno non è più solo loro, ma è l’opera stessa di Gesù risorto, che li ha inviati ad annunciare il Vangelo. E loro lo fanno, ogni giorno, instancabilmente, nel tempio e nelle case, casa per casa. Non si fermano. Questo mi insegna che la vera gioia nasce dall’obbedienza all’amore ricevuto dal Signore, dall’annuncio fatto con umiltà, anche quando siamo senza mezzi.<br /><br /> Cinque pani e due pesci<br /><br /> Mi sento provocato da quella scena in cui Gesù sfida i discepoli a sfamare la folla. Andrea trova un ragazzino con cinque pani e due pesci, ma sembra nulla di fronte a così tante persone. Eppure, quel poco, messo nelle mani di Gesù, diventa abbondanza. Anche noi, spesso, ci sentiamo piccoli, inadeguati, poveri di risorse. Ma abbiamo qualcosa da dare, sempre. Quel poco che abbiamo, se condiviso, genera gioia.<br /><br /> La gioia del dare<br /><br /> Scopro che la vera letizia non sta nell’avere, ma nel condividere. Non solo beni materiali, ma anche tempo, energie, ascolto. Interpretare la vita come un’offerta è ciò che la rende piena. È proprio nel dare che riceviamo, che ci sentiamo sazi, come quella folla che alla fine raccolse molte ceste piene di avanzi. Se guardassi le mie giornate con questa chiave, mi accorgerei che i momenti in cui ho dato senza pretese sono quelli in cui mi sono sentito più felice, più umano, più vivo.<br /><br /> Un'obbedienza lieta<br /><br /> E allora oggi voglio ringraziare il Signore, voglio aprire il cuore a un’obbedienza che sia lieta, silenziosa, prudente ma profonda. Un’obbedienza che mi spinga a prendermi cura degli altri, consapevole di essere un discepolo di Gesù. Non un eroe, non un perfetto, ma un discepolo che si lascia guidare, benedire e spezzare per diventare pane condiviso per gli altri.]]></itunes:summary><itunes:duration>323</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia giovedì II Pasqua S. Andrea ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-giovedi-ii-pasqua-s-andrea-ore-18-30--65829195</link><description><![CDATA[Oggi la Parola ci propone una scelta coraggiosa, assoluta, radicale: obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Questa è la posizione che Pietro prende davanti al Sinedrio, che gli aveva vietato di annunciare il Vangelo. <br /><br /> In questi giorni stiamo seguendo negli Atti degli Apostoli proprio questo percorso: Pietro e gli altri Apostoli non possono trattenersi dall’annunciare la vita nuova, perché Cristo è risorto, è il Signore, è il Messia.<br /><br /> Gli Apostoli si espongono, mettono la faccia, rispondono all'invito dell’angelo che aveva detto loro: “Uscite e andate nel Tempio ad annunciare.” Obbediscono con prontezza. Che bello questo verbo “obbedire”, così centrale nella Parola di oggi, nel Vangelo e anche nella figura di san Giuseppe. L’obbedienza non è un atto di debolezza o ribellione, ma qualcosa di molto più profondo.<br /><br /> L'obbedienza come fedeltà<br /><br /> A prima vista, potrebbe sembrare che Pietro si ribelli al Sinedrio, ma in realtà è l’opposto: sta vivendo un atto di fedeltà. È fedele alla chiamata ricevuta, fedele alla vita nuova che ha sperimentato. La sua obbedienza è una risposta al dono ricevuto: non può fare altro che testimoniare la Risurrezione.<br /><br /> E dice qualcosa di bellissimo: di questi fatti – della Risurrezione di Gesù – siamo testimoni noi e lo Spirito Santo. C’è una collaborazione viva con lo Spirito. Lo Spirito accompagna questa obbedienza, la sostiene. È Dio stesso, attraverso lo Spirito, a muovere Pietro e i suoi compagni, a dar loro voce.<br /><br /> Anche Giuseppe, fin dall'inizio, è mosso dallo Spirito. Dal sogno in cui riceve la parola di Dio, lui si lascia guidare. Sente nel cuore la presenza viva di Dio che lo spinge ad agire, ad obbedire. E in questo tempo pensiamo anche a Papa Francesco e a tante altre persone che, apparentemente “fuori dagli schemi”, vivono un’obbedienza profonda alla Parola. Chiediamoci: siamo disposti anche noi a lasciarci guidare dallo Spirito?<br /><br /> L’urgenza dell’obbedienza secondo il Vangelo<br /><br /> Il Vangelo di Giovanni oggi ribadisce in modo chiaro: chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita. È una parola forte, decisa. Il Figlio viene dall’alto, viene dal cielo, dice le parole di Dio. E chi non lo ascolta, non vedrà la vita.<br /><br /> Ma c’è anche un messaggio di speranza. Questo Figlio dà lo Spirito senza misura. A volte l’obbedienza può sembrare difficile, anche perché pensiamo alle situazioni concrete e quotidiane: nel lavoro, in famiglia, nelle piccole cose di ogni giorno. Ci sembrano magari obbedienze banali, più faticose, ma in realtà sono parte della stessa obbedienza al Vangelo. Non sono meno importanti. E che dono sapere che lo Spirito ci viene dato senza misura per sostenerci!<br /><br /> Modelli di obbedienza: Giuseppe e Maria<br /><br /> Oggi, primo maggio, iniziamo il mese dedicato a Maria, e celebriamo anche san Giuseppe lavoratore. Che splendide figure di obbedienza semplice e piena di Spirito Santo! Entrambi hanno vissuto con umiltà questa vicinanza con Dio. Hanno sentito il Signore vicino, l’hanno ascoltato, seguito, accolto.<br /><br /> Il Salmo di oggi ci rassicura: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, salva gli spiriti affranti, da tutti i mali libera.” È bello sapere che possiamo invocare questa vicinanza del Signore, attraverso l’intercessione di Giuseppe e Maria. E così anche noi possiamo essere liberati dalle nostre paure, pigrizie, affanni. Per avere quella stessa forza e gioia degli Apostoli, quella energia dell’obbedienza che è anche energia di annuncio e di testimonianza viva della Risurrezione.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65829195</guid><pubDate>Thu, 01 May 2025 17:37:57 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65829195/imported_1746119707280796_audio.mp3" length="5659585" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi la Parola ci propone una scelta coraggiosa, assoluta, radicale: obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Questa è la posizione che Pietro prende davanti al Sinedrio, che gli aveva vietato di annunciare il Vangelo. 

In questi giorni stiamo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Oggi la Parola ci propone una scelta coraggiosa, assoluta, radicale: obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Questa è la posizione che Pietro prende davanti al Sinedrio, che gli aveva vietato di annunciare il Vangelo. <br /><br /> In questi giorni stiamo seguendo negli Atti degli Apostoli proprio questo percorso: Pietro e gli altri Apostoli non possono trattenersi dall’annunciare la vita nuova, perché Cristo è risorto, è il Signore, è il Messia.<br /><br /> Gli Apostoli si espongono, mettono la faccia, rispondono all'invito dell’angelo che aveva detto loro: “Uscite e andate nel Tempio ad annunciare.” Obbediscono con prontezza. Che bello questo verbo “obbedire”, così centrale nella Parola di oggi, nel Vangelo e anche nella figura di san Giuseppe. L’obbedienza non è un atto di debolezza o ribellione, ma qualcosa di molto più profondo.<br /><br /> L'obbedienza come fedeltà<br /><br /> A prima vista, potrebbe sembrare che Pietro si ribelli al Sinedrio, ma in realtà è l’opposto: sta vivendo un atto di fedeltà. È fedele alla chiamata ricevuta, fedele alla vita nuova che ha sperimentato. La sua obbedienza è una risposta al dono ricevuto: non può fare altro che testimoniare la Risurrezione.<br /><br /> E dice qualcosa di bellissimo: di questi fatti – della Risurrezione di Gesù – siamo testimoni noi e lo Spirito Santo. C’è una collaborazione viva con lo Spirito. Lo Spirito accompagna questa obbedienza, la sostiene. È Dio stesso, attraverso lo Spirito, a muovere Pietro e i suoi compagni, a dar loro voce.<br /><br /> Anche Giuseppe, fin dall'inizio, è mosso dallo Spirito. Dal sogno in cui riceve la parola di Dio, lui si lascia guidare. Sente nel cuore la presenza viva di Dio che lo spinge ad agire, ad obbedire. E in questo tempo pensiamo anche a Papa Francesco e a tante altre persone che, apparentemente “fuori dagli schemi”, vivono un’obbedienza profonda alla Parola. Chiediamoci: siamo disposti anche noi a lasciarci guidare dallo Spirito?<br /><br /> L’urgenza dell’obbedienza secondo il Vangelo<br /><br /> Il Vangelo di Giovanni oggi ribadisce in modo chiaro: chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita. È una parola forte, decisa. Il Figlio viene dall’alto, viene dal cielo, dice le parole di Dio. E chi non lo ascolta, non vedrà la vita.<br /><br /> Ma c’è anche un messaggio di speranza. Questo Figlio dà lo Spirito senza misura. A volte l’obbedienza può sembrare difficile, anche perché pensiamo alle situazioni concrete e quotidiane: nel lavoro, in famiglia, nelle piccole cose di ogni giorno. Ci sembrano magari obbedienze banali, più faticose, ma in realtà sono parte della stessa obbedienza al Vangelo. Non sono meno importanti. E che dono sapere che lo Spirito ci viene dato senza misura per sostenerci!<br /><br /> Modelli di obbedienza: Giuseppe e Maria<br /><br /> Oggi, primo maggio, iniziamo il mese dedicato a Maria, e celebriamo anche san Giuseppe lavoratore. Che splendide figure di obbedienza semplice e piena di Spirito Santo! Entrambi hanno vissuto con umiltà questa vicinanza con Dio. Hanno sentito il Signore vicino, l’hanno ascoltato, seguito, accolto.<br /><br /> Il Salmo di oggi ci rassicura: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, salva gli spiriti affranti, da tutti i mali libera.” È bello sapere che possiamo invocare questa vicinanza del Signore, attraverso l’intercessione di Giuseppe e Maria. E così anche noi possiamo essere liberati dalle nostre paure, pigrizie, affanni. Per avere quella stessa forza e gioia degli Apostoli, quella energia dell’obbedienza che è anche energia di annuncio e di testimonianza viva della Risurrezione.]]></itunes:summary><itunes:duration>354</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia mercoledì II Pasqua S. Andrea ore 18.30.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-mercoledi-ii-pasqua-s-andrea-ore-18-30-m4a--65815274</link><description><![CDATA[Il Salmo 33 dice: “L'angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li libera.” È un’immagine bellissima. Sento che Dio non è lontano, ma si accampa, si avvicina, si fa presenza viva per proteggermi. Non solo visita, ma si accampa: resta, sta con me, mi circonda come una protezione concreta.<br /><br /> Mi viene subito in mente l'angelo degli Atti degli Apostoli: non solo libera gli Apostoli dalla prigione, ma gli dà un comando che, umanamente, appare quasi assurdo. Li rimanda proprio lì dove erano stati arrestati: “Andate a proclamare al popolo, nel Tempio, tutte queste parole di vita.” È incredibile. Non li invita a nascondersi o a tacere, ma li rimanda nel cuore della città, là dove tutti possono vederli e sentirli.<br /><br /> Una testimonianza senza paura<br /><br /> Gli Apostoli non esitano: obbediscono con prontezza, con gioia. E non lo fanno di nascosto, ma pubblicamente. Non si chiudono nei vicoli, non scelgono la sicurezza delle periferie: tornano nel Tempio. A parlare di Gesù. A dire tutto, a condividere “queste parole di vita”.<br /><br /> Mi interroga questa scelta: quanto spesso io, invece, tendo a nascondermi? Quanto spesso scelgo la prudenza, il compromesso? Eppure il comando è chiaro: testimoniare nel luogo pubblico, senza paura.<br /><br /> Non una fuga, ma una missione<br /><br /> La liberazione che ci viene da Dio non è mai evasione, non è mai una scorciatoia magica. Non è una fuga dalla realtà. Quando Dio ci libera, lo fa per rimetterci in cammino. Perché possiamo tornare a vivere con forza, per testimoniare la luce che abbiamo incontrato.<br /><br /> Le nostre prigionie – che possono essere tante: paure, mediocrità, isolamento, pigrizia – non vengono cancellate con un colpo di bacchetta magica. Ma Dio ci tira fuori, ci libera, perché possiamo portare quella luce proprio là dove c'è buio. E non è una luce sempre comoda. Spesso la luce ci infastidisce, ci disturba. La fuggiamo. Eppure ne abbiamo bisogno. Ne ho bisogno io, ne ha bisogno il mondo.<br /><br /> Un amore che non si impone<br /><br /> Il Vangelo ce lo dice con chiarezza, con parole che conosco bene e che ogni volta mi emozionano: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito.” Quel “tanto” è la misura dell’amore di Dio. Un amore che non si risparmia. Che non trattiene nulla. Che dona il meglio: il Figlio. E lo dona per tutti, per il mondo intero.<br /><br /> Dio non obbliga. Non impone. Offre. Il suo amore è come quello di un padre, come quello di una madre. È un amore libero, che chiede solo di essere accolto. E io? Sono pronto ad accoglierlo davvero?<br /><br /> Una vita da annunciare<br /><br /> Allora mi rendo conto: non posso tenere per me questa luce. Non posso nascondere questa liberazione. Devo testimoniarla. Non con parole vuote, non con discorsi stanchi, ma a partire dalla mia stessa esperienza. Dalla mia vita. Da ciò che Dio ha fatto in me.<br /><br /> Annunciare la vita significa portare quella luce prima di tutto dove io stesso sono stato liberato. E poi, al popolo, nel Tempio – nei miei ambienti di vita, con i miei amici, con la mia famiglia, soprattutto con chi vive situazioni di difficoltà.<br /><br /> È una missione. Una chiamata. Un invito a uscire da me stesso, a testimoniare senza paura, con verità, con amore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65815274</guid><pubDate>Wed, 30 Apr 2025 20:22:42 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65815274/imported_1746034941615884_audio.mp3" length="5171826" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il Salmo 33 dice: “L'angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li libera.” È un’immagine bellissima. Sento che Dio non è lontano, ma si accampa, si avvicina, si fa presenza viva per proteggermi. 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Non si chiudono nei vicoli, non scelgono la sicurezza delle periferie: tornano nel Tempio. A parlare di Gesù. A dire tutto, a condividere “queste parole di vita”.<br /><br /> Mi interroga questa scelta: quanto spesso io, invece, tendo a nascondermi? Quanto spesso scelgo la prudenza, il compromesso? Eppure il comando è chiaro: testimoniare nel luogo pubblico, senza paura.<br /><br /> Non una fuga, ma una missione<br /><br /> La liberazione che ci viene da Dio non è mai evasione, non è mai una scorciatoia magica. Non è una fuga dalla realtà. Quando Dio ci libera, lo fa per rimetterci in cammino. Perché possiamo tornare a vivere con forza, per testimoniare la luce che abbiamo incontrato.<br /><br /> Le nostre prigionie – che possono essere tante: paure, mediocrità, isolamento, pigrizia – non vengono cancellate con un colpo di bacchetta magica. Ma Dio ci tira fuori, ci libera, perché possiamo portare quella luce proprio là dove c'è buio. E non è una luce sempre comoda. Spesso la luce ci infastidisce, ci disturba. La fuggiamo. Eppure ne abbiamo bisogno. Ne ho bisogno io, ne ha bisogno il mondo.<br /><br /> Un amore che non si impone<br /><br /> Il Vangelo ce lo dice con chiarezza, con parole che conosco bene e che ogni volta mi emozionano: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito.” Quel “tanto” è la misura dell’amore di Dio. Un amore che non si risparmia. Che non trattiene nulla. Che dona il meglio: il Figlio. E lo dona per tutti, per il mondo intero.<br /><br /> Dio non obbliga. Non impone. Offre. Il suo amore è come quello di un padre, come quello di una madre. È un amore libero, che chiede solo di essere accolto. E io? Sono pronto ad accoglierlo davvero?<br /><br /> Una vita da annunciare<br /><br /> Allora mi rendo conto: non posso tenere per me questa luce. Non posso nascondere questa liberazione. Devo testimoniarla. Non con parole vuote, non con discorsi stanchi, ma a partire dalla mia stessa esperienza. Dalla mia vita. Da ciò che Dio ha fatto in me.<br /><br /> Annunciare la vita significa portare quella luce prima di tutto dove io stesso sono stato liberato. E poi, al popolo, nel Tempio – nei miei ambienti di vita, con i miei amici, con la mia famiglia, soprattutto con chi vive situazioni di difficoltà.<br /><br /> È una missione. Una chiamata. 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Essere nella luce ha a che fare con la comunione con Dio, ed è su questa relazione che mi sento chiamato a riflettere.<br /><br /> Le tenebre e l’illusione di essere senza peccato<br /><br /> Giovanni mette in contrasto due realtà che riconosco nella mia vita: da un lato, il camminare nelle tenebre, e dall’altro il pretendere di essere senza peccato. Camminare nelle tenebre significa procedere senza luce, senza una direzione chiara, con un senso di tristezza, di cinismo, di disperazione. È vivere senza speranza.<br /><br /> Il secondo pericolo è ancora più sottile: dire di non avere peccato, vivere come se fossimo esenti da ogni colpa. È una trappola in cui spesso cado. Certo, facciamo buoni propositi, ma poi, se ci chiedono quali peccati abbiamo, ci difendiamo dicendo: “Non ho ucciso nessuno”. Ma la verità è che non serve aver commesso grandi crimini per riconoscere il proprio peccato: basta uno sguardo illuminato per vedere quanto siamo lontani dal Vangelo.<br /><br /> Il bisogno di luce e comunione<br /><br /> Camminare nella luce è esprimere un bisogno: ho bisogno di luce, ho bisogno di essere illuminato. Giovanni scrive una frase meravigliosa: “Se camminiamo nella luce, come Egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri”. E il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato.<br /><br /> La comunione con Dio non si vive in modo astratto: camminare nella luce significa entrare in comunione con gli altri. È questo il segno concreto che la nostra vita è nella luce.<br /><br /> Perdono e purificazione<br /><br /> Camminare nella luce è ricevere il perdono. È essere purificati da Gesù Cristo, che si è offerto come vittima di espiazione per i nostri peccati. E non solo per i nostri, ma per quelli di tutto il mondo. Questo ci collega profondamente con il dolore e le colpe dell’umanità intera.<br /><br /> Siamo spesso pronti a giudicare i peccati del mondo, ma camminare nella luce ci chiede qualcosa di diverso: ci invita a vivere da peccatori perdonati, in una comunione reale con gli altri e con Dio.<br /><br /> La luce come riposo dell’anima<br /><br /> Vivere da peccatori perdonati è il vero riposo. È ciò che il Vangelo di oggi chiama “ristoro”: sapere che possiamo appoggiarci, lasciarci illuminare. Se pensassimo di essere già pieni di luce, non sentiremmo il bisogno di quella del Signore. Ma così facendo vivremmo solo in comunione con noi stessi, una vita solitaria e autosufficiente. La luce vera nasce dalla comunione con gli altri e dal perdono ricevuto.<br /><br /> L’esempio di Santa Caterina<br /><br /> Questo è ciò che ha vissuto Santa Caterina da Siena, una donna straordinaria. La sua vita era un continuo costruire comunione: scriveva lettere, si faceva vicina ai malati della sua città senza paura. E, allo stesso tempo, si relazionava con i grandi della terra. Viveva nella comunione con Cristo crocifisso, nutrendosi del perdono che sgorga dal suo sangue.<br /><br /> La mia preghiera<br /><br /> Tutto questo lo viviamo e lo celebriamo nell’Eucaristia. E con il cuore pieno di riconoscenza, chiedo: Signore, fa’ che oggi possa camminare nella luce.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65791790</guid><pubDate>Tue, 29 Apr 2025 11:30:59 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65791790/imported_174592609922498_audio.mp3" length="5379552" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Cammino nella luce?

La prima lettura, dalla prima lettera di Giovanni, mi interpella profondamente: sto camminando nella luce? È una domanda che risuona in me in modo personale: Andrea, oggi, cammini nella luce? Essere nella luce ha a che fare con la...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Cammino nella luce?<br /><br /> La prima lettura, dalla prima lettera di Giovanni, mi interpella profondamente: sto camminando nella luce? È una domanda che risuona in me in modo personale: Andrea, oggi, cammini nella luce? Essere nella luce ha a che fare con la comunione con Dio, ed è su questa relazione che mi sento chiamato a riflettere.<br /><br /> Le tenebre e l’illusione di essere senza peccato<br /><br /> Giovanni mette in contrasto due realtà che riconosco nella mia vita: da un lato, il camminare nelle tenebre, e dall’altro il pretendere di essere senza peccato. Camminare nelle tenebre significa procedere senza luce, senza una direzione chiara, con un senso di tristezza, di cinismo, di disperazione. È vivere senza speranza.<br /><br /> Il secondo pericolo è ancora più sottile: dire di non avere peccato, vivere come se fossimo esenti da ogni colpa. È una trappola in cui spesso cado. Certo, facciamo buoni propositi, ma poi, se ci chiedono quali peccati abbiamo, ci difendiamo dicendo: “Non ho ucciso nessuno”. Ma la verità è che non serve aver commesso grandi crimini per riconoscere il proprio peccato: basta uno sguardo illuminato per vedere quanto siamo lontani dal Vangelo.<br /><br /> Il bisogno di luce e comunione<br /><br /> Camminare nella luce è esprimere un bisogno: ho bisogno di luce, ho bisogno di essere illuminato. Giovanni scrive una frase meravigliosa: “Se camminiamo nella luce, come Egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri”. E il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato.<br /><br /> La comunione con Dio non si vive in modo astratto: camminare nella luce significa entrare in comunione con gli altri. È questo il segno concreto che la nostra vita è nella luce.<br /><br /> Perdono e purificazione<br /><br /> Camminare nella luce è ricevere il perdono. È essere purificati da Gesù Cristo, che si è offerto come vittima di espiazione per i nostri peccati. E non solo per i nostri, ma per quelli di tutto il mondo. Questo ci collega profondamente con il dolore e le colpe dell’umanità intera.<br /><br /> Siamo spesso pronti a giudicare i peccati del mondo, ma camminare nella luce ci chiede qualcosa di diverso: ci invita a vivere da peccatori perdonati, in una comunione reale con gli altri e con Dio.<br /><br /> La luce come riposo dell’anima<br /><br /> Vivere da peccatori perdonati è il vero riposo. È ciò che il Vangelo di oggi chiama “ristoro”: sapere che possiamo appoggiarci, lasciarci illuminare. Se pensassimo di essere già pieni di luce, non sentiremmo il bisogno di quella del Signore. Ma così facendo vivremmo solo in comunione con noi stessi, una vita solitaria e autosufficiente. La luce vera nasce dalla comunione con gli altri e dal perdono ricevuto.<br /><br /> L’esempio di Santa Caterina<br /><br /> Questo è ciò che ha vissuto Santa Caterina da Siena, una donna straordinaria. La sua vita era un continuo costruire comunione: scriveva lettere, si faceva vicina ai malati della sua città senza paura. E, allo stesso tempo, si relazionava con i grandi della terra. Viveva nella comunione con Cristo crocifisso, nutrendosi del perdono che sgorga dal suo sangue.<br /><br /> La mia preghiera<br /><br /> Tutto questo lo viviamo e lo celebriamo nell’Eucaristia. E con il cuore pieno di riconoscenza, chiedo: Signore, fa’ che oggi possa camminare nella luce.]]></itunes:summary><itunes:duration>337</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia lunedì II Pasqua BVI 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-lunedi-ii-pasqua-bvi-8-30--65779814</link><description><![CDATA[Dopo essere stati rimessi in libertà, Pietro e Giovanni tornano "dai loro", nella loro comunità di fratelli e amici. Questo ritorno è un segno bellissimo di comunione: dopo aver subito l'arresto e vissuto esperienze difficili, la prima cosa che fanno è ritrovare il calore del loro gruppo, la forza della loro amicizia nella fede.<br /><br /> Il Racconto e la Preghiera Comune<br /><br /> Una volta riuniti ai loro, Pietro e Giovanni raccontano tutto ciò che è successo. E da questa condivisione nasce spontaneamente una preghiera comunitaria. Non è solo una preghiera dei due, ma diventa la preghiera di tutti. Mi colpisce molto il modo in cui la comunità si muove: c'è una dinamica viva che coinvolge tutti, e che è interessante anche per noi oggi, per le nostre comunità.<br /><br /> Rivolgersi a Dio Creatore<br /><br /> Nella preghiera si rivolgono a Dio innanzitutto come creatore del mondo e come regista della storia. È molto bello come la loro esperienza personale si leghi profondamente alla Parola di Dio: citano il Salmo 2, che abbiamo pregato anche noi come salmo responsoriale. Riconoscono che davvero i re della Terra si sono alleati contro il Signore e contro il suo Cristo. Questa capacità di leggere la propria vita alla luce della Scrittura è un dono prezioso.<br /><br /> Il Salmo che Parla della Vita<br /><br /> Riflettendo ancora sul Salmo, mi emoziona vedere come il testo sacro, ispirato dallo Spirito Santo, parli direttamente ai fratelli di ciò che hanno vissuto. I nostri salmi, che recitiamo anche nelle Lodi, sono veramente un canto che abbraccia tutta la vita: la sofferenza, la lode, il riconoscimento dei grandi movimenti della storia. Sento quanto sia importante porsi in ascolto di queste parole, masticarle, farle diventare nostre.<br /><br /> La Richiesta di Franchezza<br /><br /> La comunità non chiede la liberazione dagli oppressori né la morte dei persecutori. Chiedono piuttosto che Dio conceda ai suoi servi di proclamare la Sua parola con franchezza. È una richiesta bellissima: non fuggire dalle difficoltà, ma ricevere il coraggio di testimoniare con libertà, accompagnati da guarigioni e prodigi che rendano credibile l'annuncio.<br /><br /> In Continuità con Gesù<br /><br /> Questa richiesta si inserisce nel solco della testimonianza di Gesù: una continuità profonda fatta di parresia, franchezza e coraggio. È questo spirito che smuove i cuori, che riporta tante persone al Signore. E infatti il racconto si conclude quasi con una nuova Pentecoste: tutti sono riempiti di Spirito Santo e proclamano con franchezza la parola di Dio, in un annuncio reciproco che rafforza e conferma la verità di ciò che vivono.<br /><br /> Una Preghiera da Vivere Oggi<br /><br /> Che bello sarebbe se anche la nostra preghiera diventasse sempre di più così: radicata nella Parola conosciuta, masticata, vissuta insieme. Penso che potremmo approfittare di questo tempo di Pasqua – tempo che spesso viviamo meno intensamente della Quaresima – per leggere con più attenzione e profondità la Scrittura. Potremmo seguirne il ritmo giorno per giorno, specialmente leggendo gli Atti degli Apostoli e il Vangelo di Giovanni, anche le parti che solitamente si saltano.<br /><br /> Rinascere dall'Acqua e dallo Spirito<br /><br /> Per rinascere davvero dall'acqua e dallo Spirito, sento che è necessario questo contatto profondo con la Parola di Dio. E allora voglio ringraziare il Signore: grazie perché ci chiami a Te, nostro Dio e nostro Signore. Ti chiediamo oggi di darci la forza di proclamare con franchezza la Tua parola, di viverla nella nostra quotidianità. Vogliamo intercedere per le nostre famiglie, per la nostra comunità che attraversa momenti difficili, e anche per la Chiesa intera in questo suo tempo di passaggio. Vogliamo lodarti, ringraziarti e testimoniare con semplicità ma con profondità la bellezza della Tua Parola.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65779814</guid><pubDate>Mon, 28 Apr 2025 12:54:24 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65779814/imported_1745844810736659_audio.mp3" length="5668780" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Dopo essere stati rimessi in libertà, Pietro e Giovanni tornano "dai loro", nella loro comunità di fratelli e amici. Questo ritorno è un segno bellissimo di comunione: dopo aver subito l'arresto e vissuto esperienze difficili, la prima cosa che fanno...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Dopo essere stati rimessi in libertà, Pietro e Giovanni tornano "dai loro", nella loro comunità di fratelli e amici. Questo ritorno è un segno bellissimo di comunione: dopo aver subito l'arresto e vissuto esperienze difficili, la prima cosa che fanno è ritrovare il calore del loro gruppo, la forza della loro amicizia nella fede.<br /><br /> Il Racconto e la Preghiera Comune<br /><br /> Una volta riuniti ai loro, Pietro e Giovanni raccontano tutto ciò che è successo. E da questa condivisione nasce spontaneamente una preghiera comunitaria. Non è solo una preghiera dei due, ma diventa la preghiera di tutti. Mi colpisce molto il modo in cui la comunità si muove: c'è una dinamica viva che coinvolge tutti, e che è interessante anche per noi oggi, per le nostre comunità.<br /><br /> Rivolgersi a Dio Creatore<br /><br /> Nella preghiera si rivolgono a Dio innanzitutto come creatore del mondo e come regista della storia. È molto bello come la loro esperienza personale si leghi profondamente alla Parola di Dio: citano il Salmo 2, che abbiamo pregato anche noi come salmo responsoriale. Riconoscono che davvero i re della Terra si sono alleati contro il Signore e contro il suo Cristo. Questa capacità di leggere la propria vita alla luce della Scrittura è un dono prezioso.<br /><br /> Il Salmo che Parla della Vita<br /><br /> Riflettendo ancora sul Salmo, mi emoziona vedere come il testo sacro, ispirato dallo Spirito Santo, parli direttamente ai fratelli di ciò che hanno vissuto. I nostri salmi, che recitiamo anche nelle Lodi, sono veramente un canto che abbraccia tutta la vita: la sofferenza, la lode, il riconoscimento dei grandi movimenti della storia. Sento quanto sia importante porsi in ascolto di queste parole, masticarle, farle diventare nostre.<br /><br /> La Richiesta di Franchezza<br /><br /> La comunità non chiede la liberazione dagli oppressori né la morte dei persecutori. Chiedono piuttosto che Dio conceda ai suoi servi di proclamare la Sua parola con franchezza. È una richiesta bellissima: non fuggire dalle difficoltà, ma ricevere il coraggio di testimoniare con libertà, accompagnati da guarigioni e prodigi che rendano credibile l'annuncio.<br /><br /> In Continuità con Gesù<br /><br /> Questa richiesta si inserisce nel solco della testimonianza di Gesù: una continuità profonda fatta di parresia, franchezza e coraggio. È questo spirito che smuove i cuori, che riporta tante persone al Signore. E infatti il racconto si conclude quasi con una nuova Pentecoste: tutti sono riempiti di Spirito Santo e proclamano con franchezza la parola di Dio, in un annuncio reciproco che rafforza e conferma la verità di ciò che vivono.<br /><br /> Una Preghiera da Vivere Oggi<br /><br /> Che bello sarebbe se anche la nostra preghiera diventasse sempre di più così: radicata nella Parola conosciuta, masticata, vissuta insieme. Penso che potremmo approfittare di questo tempo di Pasqua – tempo che spesso viviamo meno intensamente della Quaresima – per leggere con più attenzione e profondità la Scrittura. Potremmo seguirne il ritmo giorno per giorno, specialmente leggendo gli Atti degli Apostoli e il Vangelo di Giovanni, anche le parti che solitamente si saltano.<br /><br /> Rinascere dall'Acqua e dallo Spirito<br /><br /> Per rinascere davvero dall'acqua e dallo Spirito, sento che è necessario questo contatto profondo con la Parola di Dio. E allora voglio ringraziare il Signore: grazie perché ci chiami a Te, nostro Dio e nostro Signore. Ti chiediamo oggi di darci la forza di proclamare con franchezza la Tua parola, di viverla nella nostra quotidianità. Vogliamo intercedere per le nostre famiglie, per la nostra comunità che attraversa momenti difficili, e anche per la Chiesa intera in questo suo tempo di passaggio. Vogliamo lodarti, ringraziarti e testimoniare con semplicità ma con profondità la bellezza della Tua Parola.]]></itunes:summary><itunes:duration>355</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia prime comunioni II domenica di Pasqua BVI</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-prime-comunioni-ii-domenica-di-pasqua-bvi--65770272</link><description><![CDATA[Oggi il Vangelo ci aiuta a capire e a vivere il sacramento della Comunione, che oggi celebriamo tutti, ma in modo speciale voi che lo ricevete per la prima volta. La Comunione è un incontro con il Signore che avviene in segni semplici e ordinari come il pane e il vino, ma che portano con sé una profondità straordinaria.<br /><br /> Il Vangelo racconta di una visita: Gesù risorto va a trovare i suoi discepoli. Li trova chiusi in casa per paura, perché il loro Maestro era stato crocifisso da poco e temevano per la loro vita. Questa paura dei discepoli rappresenta bene anche le nostre paure, grandi e piccole: paure familiari, scolastiche, la perdita di una persona cara, la paura della morte, dell’incertezza del futuro.<br /><br /> Ma cosa fa Gesù? Viene in mezzo a loro. Le porte sono chiuse, ma lui riesce a superare ogni barriera e si mette in mezzo a loro, in mezzo a noi, in mezzo alle nostre famiglie. La sua presenza porta già di per sé un grande dono: la pace. Tre volte Gesù dice: "Pace a voi."<br /><br /> I doni della Pace e della Gioia<br /><br /> Gesù porta innanzitutto la pace. Una pace che significa serenità, tranquillità, speranza, gioia, pienezza di vita. È il primo grande dono che il Signore risorto fa ai suoi amici, ed è il dono che fa anche a noi oggi.<br /><br /> Subito dopo Gesù mostra le mani e il fianco: segni della sua crocifissione. I discepoli riconoscono che è proprio lui, il loro Signore, quello stesso Gesù che avevano visto morire sulla croce. Vederlo vivo suscita in loro una gioia immensa.<br /><br /> Questi due doni, la pace e la gioia, sono anche per voi, che oggi ricevete Gesù nella vostra vita, anche se a volte ci sono paure e preoccupazioni. La sua venuta è una visita di gioia, una visita di pace.<br /><br /> Ma non finisce qui. Gesù, come sempre, rilancia: soffia su di loro lo Spirito Santo e dà un comando importante.<br /><br /> Mandati a Voler Bene e a Perdonare<br /><br /> Gesù invia i suoi discepoli nel mondo: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi." Il loro compito? Perdonare. Portare il perdono di Dio a tutti. Un mandato meraviglioso: quello di volersi bene.<br /><br /> Voler bene è facile con le persone che amiamo di più – genitori, fratelli, sorelle, nonni, amici – ma il Signore ci chiama a voler bene anche quando è difficile, anche quando abbiamo subito un torto. E non dobbiamo aver paura di non riuscirci, perché Gesù ci dona il suo Spirito per aiutarci. Non c'è nessuna situazione che non possa essere trasformata dall’amore.<br /><br /> Poi arriva Tommaso, il "regalone" del Vangelo di oggi. Tommaso non era presente quando Gesù era apparso. Quando gli raccontano, non riesce a credere: il dolore era stato troppo grande. Dice che ha bisogno di vedere, di toccare.<br /><br /> E Gesù torna, solo per lui. Torna una settimana dopo, quando i discepoli sono di nuovo riuniti. Anche questo è un grande segno di consolazione: il Signore torna sempre, non si stanca mai di cercarci, soprattutto quando siamo in difficoltà o quando ci sentiamo soli. E torna non individualmente, ma nel gruppo, nella comunità. La vita cristiana è una vita insieme, in comunione.<br /><br /> Anche a Tommaso Gesù ripete: "Pace a voi." Anche a lui, il ritardatario, quello dalla fede incerta. Questo Vangelo ci invita a fidarci, ad accogliere i doni che il Signore vuole farci: la pace, la gioia, lo Spirito che ci rende capaci di amarci e perdonarci.<br /><br /> Concludiamo ringraziando il Signore: grazie per questa festa, per questa Comunione vissuta insieme, per la fede che hai suscitato nei nostri cuori, per la pace che ci porti, per la gioia che irradi nei nostri cuori e per il Tuo Spirito che ci dà la forza di volerci bene e perdonarci. <br /><br /> Ora, in un momento di silenzio, ognuno di noi ti ringrazia personalmente.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65770272</guid><pubDate>Sun, 27 Apr 2025 20:33:09 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65770272/imported_1745785702779735_audio.mp3" length="8901276" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi il Vangelo ci aiuta a capire e a vivere il sacramento della Comunione, che oggi celebriamo tutti, ma in modo speciale voi che lo ricevete per la prima volta. La Comunione è un incontro con il Signore che avviene in segni semplici e ordinari come...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Oggi il Vangelo ci aiuta a capire e a vivere il sacramento della Comunione, che oggi celebriamo tutti, ma in modo speciale voi che lo ricevete per la prima volta. La Comunione è un incontro con il Signore che avviene in segni semplici e ordinari come il pane e il vino, ma che portano con sé una profondità straordinaria.<br /><br /> Il Vangelo racconta di una visita: Gesù risorto va a trovare i suoi discepoli. Li trova chiusi in casa per paura, perché il loro Maestro era stato crocifisso da poco e temevano per la loro vita. Questa paura dei discepoli rappresenta bene anche le nostre paure, grandi e piccole: paure familiari, scolastiche, la perdita di una persona cara, la paura della morte, dell’incertezza del futuro.<br /><br /> Ma cosa fa Gesù? Viene in mezzo a loro. Le porte sono chiuse, ma lui riesce a superare ogni barriera e si mette in mezzo a loro, in mezzo a noi, in mezzo alle nostre famiglie. La sua presenza porta già di per sé un grande dono: la pace. Tre volte Gesù dice: "Pace a voi."<br /><br /> I doni della Pace e della Gioia<br /><br /> Gesù porta innanzitutto la pace. Una pace che significa serenità, tranquillità, speranza, gioia, pienezza di vita. È il primo grande dono che il Signore risorto fa ai suoi amici, ed è il dono che fa anche a noi oggi.<br /><br /> Subito dopo Gesù mostra le mani e il fianco: segni della sua crocifissione. I discepoli riconoscono che è proprio lui, il loro Signore, quello stesso Gesù che avevano visto morire sulla croce. Vederlo vivo suscita in loro una gioia immensa.<br /><br /> Questi due doni, la pace e la gioia, sono anche per voi, che oggi ricevete Gesù nella vostra vita, anche se a volte ci sono paure e preoccupazioni. La sua venuta è una visita di gioia, una visita di pace.<br /><br /> Ma non finisce qui. Gesù, come sempre, rilancia: soffia su di loro lo Spirito Santo e dà un comando importante.<br /><br /> Mandati a Voler Bene e a Perdonare<br /><br /> Gesù invia i suoi discepoli nel mondo: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi." Il loro compito? Perdonare. Portare il perdono di Dio a tutti. Un mandato meraviglioso: quello di volersi bene.<br /><br /> Voler bene è facile con le persone che amiamo di più – genitori, fratelli, sorelle, nonni, amici – ma il Signore ci chiama a voler bene anche quando è difficile, anche quando abbiamo subito un torto. E non dobbiamo aver paura di non riuscirci, perché Gesù ci dona il suo Spirito per aiutarci. Non c'è nessuna situazione che non possa essere trasformata dall’amore.<br /><br /> Poi arriva Tommaso, il "regalone" del Vangelo di oggi. Tommaso non era presente quando Gesù era apparso. Quando gli raccontano, non riesce a credere: il dolore era stato troppo grande. Dice che ha bisogno di vedere, di toccare.<br /><br /> E Gesù torna, solo per lui. Torna una settimana dopo, quando i discepoli sono di nuovo riuniti. Anche questo è un grande segno di consolazione: il Signore torna sempre, non si stanca mai di cercarci, soprattutto quando siamo in difficoltà o quando ci sentiamo soli. E torna non individualmente, ma nel gruppo, nella comunità. La vita cristiana è una vita insieme, in comunione.<br /><br /> Anche a Tommaso Gesù ripete: "Pace a voi." Anche a lui, il ritardatario, quello dalla fede incerta. Questo Vangelo ci invita a fidarci, ad accogliere i doni che il Signore vuole farci: la pace, la gioia, lo Spirito che ci rende capaci di amarci e perdonarci.<br /><br /> Concludiamo ringraziando il Signore: grazie per questa festa, per questa Comunione vissuta insieme, per la fede che hai suscitato nei nostri cuori, per la pace che ci porti, per la gioia che irradi nei nostri cuori e per il Tuo Spirito che ci dà la forza di volerci bene e perdonarci. <br /><br /> Ora, in un momento di silenzio, ognuno di noi ti ringrazia personalmente.]]></itunes:summary><itunes:duration>557</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia II domenica di Pasqua C 2025 BVI prefestiva</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-ii-domenica-di-pasqua-c-2025-bvi-prefestiva--65758840</link><description><![CDATA[Riflettendo su Tommaso, comprendo quanto sia stato difficile per lui credere nella risurrezione. Le ferite di Gesù, i segni dei chiodi nelle mani e nel fianco, sono per lui un ostacolo. Vedere il proprio Maestro crocifisso, così vulnerabile e distrutto fino alla morte, lo ha profondamente segnato. Quando gli altri discepoli gli raccontano di aver visto Gesù, lui non riesce a crederci: ha bisogno di toccare con mano quelle ferite, perché non riesce a conciliare la gloria di Gesù con il dolore della sua passione.<br /><br /> Gesù conosce le nostre ferite<br /><br /> Gesù lo sa bene. Quando appare ai discepoli chiusi per paura, la prima cosa che fa è mostrare loro proprio le mani e il fianco. Quei segni sono fondamentali anche per gli altri discepoli per poterlo riconoscere. Questo mi fa capire quanto sia difficile anche per noi accettare che la vita nuova passi attraverso le ferite. Gli Atti degli Apostoli raccontano della folla che corre dagli Apostoli portando i malati: sono segni visibili della fede, perché portano le loro sofferenze a chi può riconoscere in esse il Signore risorto.<br /><br /> Portiamo a Gesù le nostre ferite<br /><br /> Mi colpisce molto pensare che, anche oggi, noi facciamo la stessa cosa: portiamo a Gesù i nostri genitori anziani, i figli con difficoltà, gli amici malati. Non ci basta una favoletta sulla risurrezione, abbiamo bisogno di vedere i segni, di toccare le ferite. È lì che nasce la vera fede. Quando i malati arrivano dagli Apostoli, si crea una grande accoglienza, una comunione. Si uniscono, si sentono parte di una famiglia.<br /><br /> L'esempio di Papa Francesco<br /><br /> In questi giorni ho pensato molto a Papa Francesco, che abbiamo accompagnato nella preghiera. Rivedendo le sue immagini, il suo modo di avvicinarsi ai fragili – ai bambini, agli anziani, ai disabili – mi commuove profondamente. Con uno sguardo pieno di protezione e amore, con un abbraccio, li faceva sentire accolti. Era un segno vivo della comunione con il Signore, rendendo visibile l'amore che nasce dall'incontro con Gesù risorto.<br /><br /> Gesù non abbandona Tommaso<br /><br /> Gesù non lascia perdere Tommaso. Torna da lui dopo otto giorni, sempre con quel saluto di pace e mostrando le ferite. È come se volesse dirgli che la fede nel Risorto nasce proprio lì, dove le ferite non sono più l’ultima parola. Gesù, pur portando ancora i segni della passione, è trasfigurato. È risorto, è vivo. E così anche noi, guardando i nostri cari che vivono la sofferenza con fede, vediamo il volto di Cristo.<br /><br /> Fratelli e compagni nella tribolazione<br /><br /> Giovanni, nell’Apocalisse, si definisce fratello e compagno nella tribolazione. Questo mi fa pensare a quanto la fede si radichi nella condivisione del dolore. Quando i nostri cari accolgono la sofferenza come un’offerta di fiducia, ci mostrano il Signore. È lì che nasce la nostra fede nel Risorto.<br /><br /> Due doni: stare insieme e perdonare<br /><br /> Gesù dona ai discepoli due piste fondamentali: lo stare insieme e il perdonare. La fede nella risurrezione si vive nella comunità, non isolati sul divano di casa. È nel camminare insieme, nel sostenerci con tutte le nostre fragilità, che sperimentiamo la vita nuova. E poi c’è il dono, difficile ma essenziale, del perdono.<br /><br /> La forza del perdono<br /><br /> Ricevendo lo Spirito Santo, i discepoli ricevono il mandato di perdonare. Perdono che non è facile, soprattutto di fronte a tradimenti, ingiustizie familiari, abbandoni. Ognuno di noi potrebbe portare esempi personali. Ma è proprio lì che il Signore ci invita: a sciogliere il male, a non lasciarlo condizionarci, a liberare il cuore attraverso il perdono. Questo è un altro segno della risurrezione.<br /><br /> Vivere da risorti nelle ferite<br /><br /> Il Signore affida ai suoi discepoli questo ministero: essere strumenti della Sua misericordia. Così, anche noi, oggi, possiamo accogliere la visita del Risorto nelle nostre case, famiglie e vite. Possiamo imparare da Lui come vivere le nostre ferite, le nostre malattie, nella luce della risurrezione.<br /><br /> Una vita di accoglienza e perdono<br /><br /> La vita cristiana è vita di accoglienza e di perdono. È una vita da risorti che non ignora la sofferenza ma la abbraccia e la trasforma. Possiamo anche noi mostrarci le mani e il fianco tra di noi, senza paura, fidandoci dell'accoglienza fraterna. Perché solo così riconosciamo davvero il Signore risorto in mezzo a noi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65758840</guid><pubDate>Sun, 27 Apr 2025 06:21:21 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65758840/imported_1745734521606779_audio.mp3" length="10845204" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Riflettendo su Tommaso, comprendo quanto sia stato difficile per lui credere nella risurrezione. Le ferite di Gesù, i segni dei chiodi nelle mani e nel fianco, sono per lui un ostacolo. Vedere il proprio Maestro crocifisso, così vulnerabile e...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Riflettendo su Tommaso, comprendo quanto sia stato difficile per lui credere nella risurrezione. Le ferite di Gesù, i segni dei chiodi nelle mani e nel fianco, sono per lui un ostacolo. Vedere il proprio Maestro crocifisso, così vulnerabile e distrutto fino alla morte, lo ha profondamente segnato. Quando gli altri discepoli gli raccontano di aver visto Gesù, lui non riesce a crederci: ha bisogno di toccare con mano quelle ferite, perché non riesce a conciliare la gloria di Gesù con il dolore della sua passione.<br /><br /> Gesù conosce le nostre ferite<br /><br /> Gesù lo sa bene. Quando appare ai discepoli chiusi per paura, la prima cosa che fa è mostrare loro proprio le mani e il fianco. Quei segni sono fondamentali anche per gli altri discepoli per poterlo riconoscere. Questo mi fa capire quanto sia difficile anche per noi accettare che la vita nuova passi attraverso le ferite. Gli Atti degli Apostoli raccontano della folla che corre dagli Apostoli portando i malati: sono segni visibili della fede, perché portano le loro sofferenze a chi può riconoscere in esse il Signore risorto.<br /><br /> Portiamo a Gesù le nostre ferite<br /><br /> Mi colpisce molto pensare che, anche oggi, noi facciamo la stessa cosa: portiamo a Gesù i nostri genitori anziani, i figli con difficoltà, gli amici malati. Non ci basta una favoletta sulla risurrezione, abbiamo bisogno di vedere i segni, di toccare le ferite. È lì che nasce la vera fede. Quando i malati arrivano dagli Apostoli, si crea una grande accoglienza, una comunione. Si uniscono, si sentono parte di una famiglia.<br /><br /> L'esempio di Papa Francesco<br /><br /> In questi giorni ho pensato molto a Papa Francesco, che abbiamo accompagnato nella preghiera. Rivedendo le sue immagini, il suo modo di avvicinarsi ai fragili – ai bambini, agli anziani, ai disabili – mi commuove profondamente. Con uno sguardo pieno di protezione e amore, con un abbraccio, li faceva sentire accolti. Era un segno vivo della comunione con il Signore, rendendo visibile l'amore che nasce dall'incontro con Gesù risorto.<br /><br /> Gesù non abbandona Tommaso<br /><br /> Gesù non lascia perdere Tommaso. Torna da lui dopo otto giorni, sempre con quel saluto di pace e mostrando le ferite. È come se volesse dirgli che la fede nel Risorto nasce proprio lì, dove le ferite non sono più l’ultima parola. Gesù, pur portando ancora i segni della passione, è trasfigurato. È risorto, è vivo. E così anche noi, guardando i nostri cari che vivono la sofferenza con fede, vediamo il volto di Cristo.<br /><br /> Fratelli e compagni nella tribolazione<br /><br /> Giovanni, nell’Apocalisse, si definisce fratello e compagno nella tribolazione. Questo mi fa pensare a quanto la fede si radichi nella condivisione del dolore. Quando i nostri cari accolgono la sofferenza come un’offerta di fiducia, ci mostrano il Signore. È lì che nasce la nostra fede nel Risorto.<br /><br /> Due doni: stare insieme e perdonare<br /><br /> Gesù dona ai discepoli due piste fondamentali: lo stare insieme e il perdonare. La fede nella risurrezione si vive nella comunità, non isolati sul divano di casa. È nel camminare insieme, nel sostenerci con tutte le nostre fragilità, che sperimentiamo la vita nuova. E poi c’è il dono, difficile ma essenziale, del perdono.<br /><br /> La forza del perdono<br /><br /> Ricevendo lo Spirito Santo, i discepoli ricevono il mandato di perdonare. Perdono che non è facile, soprattutto di fronte a tradimenti, ingiustizie familiari, abbandoni. Ognuno di noi potrebbe portare esempi personali. Ma è proprio lì che il Signore ci invita: a sciogliere il male, a non lasciarlo condizionarci, a liberare il cuore attraverso il perdono. Questo è un altro segno della risurrezione.<br /><br /> Vivere da risorti nelle ferite<br /><br /> Il Signore affida ai suoi discepoli questo ministero: essere strumenti della Sua misericordia. Così, anche noi, oggi, possiamo accogliere la visita del Risorto nelle nostre case, famiglie e vite. Possiamo...]]></itunes:summary><itunes:duration>678</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di sabato di Pasqua 2025 alla Dozza</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-sabato-di-pasqua-2025-alla-dozza--65744080</link><description><![CDATA[Riflettendo sulle persone che hanno visto il Signore Risorto e gli hanno creduto, mi è sembrato chiaro che ci fossero due caratteristiche principali che le accomunavano. Da una parte, la loro piccolezza, marginalità e semplicità. Erano persone senza istruzione, provenienti dalle periferie della società. Penso a Maria di Magdala, dalla quale Gesù aveva scacciato sette demoni, o ai due discepoli che andavano verso la campagna, che ricordano quelli di Emmaus. Anche gli stessi Apostoli erano uomini semplici, senza particolari titoli o cultura.<br /><br /> Questa realtà metteva in difficoltà i potenti del tempo, come i membri del Sinedrio. Nei versetti che abbiamo ascoltato, appare evidente che la piccolezza non rappresenta un ostacolo, ma al contrario diventa un terreno privilegiato per l'annuncio della Risurrezione. Mi colpisce molto questa logica di Dio, così diversa dalla nostra. Noi, infatti, tendiamo a considerare la semplicità, il peccato o la lontananza come impedimenti alla nostra relazione con Lui. Invece, Dio sembra proprio cercare questi cuori semplici.<br /><br /> Il Coraggio dell’Annuncio<br /><br /> L'altra caratteristica che emerge fortemente è la franchezza e il coraggio nell'annunciare l'incontro con il Risorto. Maria di Magdala, ad esempio, non si tiene la notizia per sé, ma corre subito ad annunciarla a chi era nel lutto e nel pianto. Anche i due che andavano in campagna tornano indietro per raccontare quello che avevano vissuto.<br /><br /> Gesù stesso, rivolgendosi agli Undici, dopo averli rimproverati per la loro incredulità e durezza di cuore, li invia a proclamare il Vangelo a ogni creatura. L'espressione è fortissima e ci fa capire che la piccolezza e l'annuncio vanno di pari passo: è come se, avendo incontrato il Risorto, non si potesse più tacere. Non possono nemmeno disobbedire a Dio, dice la Prima Lettura.<br /><br /> Una Forza Nuova che Cambia la Vita<br /><br /> Questa forza dell'annuncio è impressionante. Ricevuta la salvezza, i discepoli sperimentano una potenza di bene che si manifesta in modi concreti: scacciare demoni, parlare lingue nuove, prendere in mano serpenti senza subirne danno, resistere persino al veleno. È una forza bellissima, che non cancella la loro semplicità, ma la trasfigura, rendendoli coraggiosi e franchi.<br /><br /> La salvezza passa proprio attraverso questi annunciatori così particolari. Persone che restano semplici ma sono profondamente cambiate dalla vita nuova ricevuta dal Risorto.<br /><br /> Il Canto di Ringraziamento<br /><br /> Il Salmo di oggi sembra sintetizzare perfettamente tutto questo: "Mia forza e mio canto è il Signore, Egli è stato la mia salvezza." Nella prima strofa, si parla di grida di giubilo, di vittoria e di salvezza nelle tende dei giusti. È come se, partendo da una condizione di piccolezza, lontananza o persino di buio e malattia, ricevuta la notizia della Risurrezione, si venisse trasformati in persone incapaci di tacere, spinte a cantare un inno di gioia.<br /><br /> L’Esempio di Papa Francesco<br /><br /> In questi giorni, pensando a Papa Francesco, ritrovo conferma di tutto questo. Anche lui, in molti aspetti, è una persona franca e semplice. Eppure ha toccato il cuore di tante persone che si sono sentite raggiunte dalla sua parola e, a loro volta, sono diventate annunciatori.<br /><br /> Ringraziamo allora il Signore per questa comunione che si crea tra tutti coloro che hanno incontrato il Risorto. Una comunione che diventa un grande canto di ringraziamento, dove ognuno si fa dono e testimonianza per l'altro, perché in fondo siamo tutti nella stessa condizione.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65744080</guid><pubDate>Sat, 26 Apr 2025 14:34:09 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65744080/imported_1745677366395627_audio.mp3" length="6082977" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Riflettendo sulle persone che hanno visto il Signore Risorto e gli hanno creduto, mi è sembrato chiaro che ci fossero due caratteristiche principali che le accomunavano. Da una parte, la loro piccolezza, marginalità e semplicità. Erano persone senza...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Riflettendo sulle persone che hanno visto il Signore Risorto e gli hanno creduto, mi è sembrato chiaro che ci fossero due caratteristiche principali che le accomunavano. Da una parte, la loro piccolezza, marginalità e semplicità. Erano persone senza istruzione, provenienti dalle periferie della società. Penso a Maria di Magdala, dalla quale Gesù aveva scacciato sette demoni, o ai due discepoli che andavano verso la campagna, che ricordano quelli di Emmaus. Anche gli stessi Apostoli erano uomini semplici, senza particolari titoli o cultura.<br /><br /> Questa realtà metteva in difficoltà i potenti del tempo, come i membri del Sinedrio. Nei versetti che abbiamo ascoltato, appare evidente che la piccolezza non rappresenta un ostacolo, ma al contrario diventa un terreno privilegiato per l'annuncio della Risurrezione. Mi colpisce molto questa logica di Dio, così diversa dalla nostra. Noi, infatti, tendiamo a considerare la semplicità, il peccato o la lontananza come impedimenti alla nostra relazione con Lui. Invece, Dio sembra proprio cercare questi cuori semplici.<br /><br /> Il Coraggio dell’Annuncio<br /><br /> L'altra caratteristica che emerge fortemente è la franchezza e il coraggio nell'annunciare l'incontro con il Risorto. Maria di Magdala, ad esempio, non si tiene la notizia per sé, ma corre subito ad annunciarla a chi era nel lutto e nel pianto. Anche i due che andavano in campagna tornano indietro per raccontare quello che avevano vissuto.<br /><br /> Gesù stesso, rivolgendosi agli Undici, dopo averli rimproverati per la loro incredulità e durezza di cuore, li invia a proclamare il Vangelo a ogni creatura. L'espressione è fortissima e ci fa capire che la piccolezza e l'annuncio vanno di pari passo: è come se, avendo incontrato il Risorto, non si potesse più tacere. Non possono nemmeno disobbedire a Dio, dice la Prima Lettura.<br /><br /> Una Forza Nuova che Cambia la Vita<br /><br /> Questa forza dell'annuncio è impressionante. Ricevuta la salvezza, i discepoli sperimentano una potenza di bene che si manifesta in modi concreti: scacciare demoni, parlare lingue nuove, prendere in mano serpenti senza subirne danno, resistere persino al veleno. È una forza bellissima, che non cancella la loro semplicità, ma la trasfigura, rendendoli coraggiosi e franchi.<br /><br /> La salvezza passa proprio attraverso questi annunciatori così particolari. Persone che restano semplici ma sono profondamente cambiate dalla vita nuova ricevuta dal Risorto.<br /><br /> Il Canto di Ringraziamento<br /><br /> Il Salmo di oggi sembra sintetizzare perfettamente tutto questo: "Mia forza e mio canto è il Signore, Egli è stato la mia salvezza." Nella prima strofa, si parla di grida di giubilo, di vittoria e di salvezza nelle tende dei giusti. È come se, partendo da una condizione di piccolezza, lontananza o persino di buio e malattia, ricevuta la notizia della Risurrezione, si venisse trasformati in persone incapaci di tacere, spinte a cantare un inno di gioia.<br /><br /> L’Esempio di Papa Francesco<br /><br /> In questi giorni, pensando a Papa Francesco, ritrovo conferma di tutto questo. Anche lui, in molti aspetti, è una persona franca e semplice. Eppure ha toccato il cuore di tante persone che si sono sentite raggiunte dalla sua parola e, a loro volta, sono diventate annunciatori.<br /><br /> Ringraziamo allora il Signore per questa comunione che si crea tra tutti coloro che hanno incontrato il Risorto. Una comunione che diventa un grande canto di ringraziamento, dove ognuno si fa dono e testimonianza per l'altro, perché in fondo siamo tutti nella stessa condizione.]]></itunes:summary><itunes:duration>381</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia venerdi di Pasqua 2025 Dozza</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-venerdi-di-pasqua-2025-dozza--65722467</link><description><![CDATA[L’annuncio della risurrezione dei morti in Gesù, proclamato da Pietro e Giovanni, si rivela un messaggio di portata vastissima. Non si rivolge soltanto al paralitico guarito, che incarna il bisogno più evidente e urgente, ma anche a una folla numerosa: ben 5.000 persone ascoltano e credono alla parola. Ciò testimonia un desiderio profondo e diffuso di salvezza, un bisogno collettivo che attraversa tutte le categorie, persino i capi religiosi che, pur irritati, sono anch’essi bisognosi di essere salvati, anche se forse non ne sono consapevoli.<br /><br /> Il bisogno si manifesta in forme diverse, con differenti livelli di consapevolezza. Anche i discepoli, che dovrebbero essere già "dentro" la storia della salvezza, mostrano segni di disorientamento e fragilità. L’episodio del ritorno alla pesca da parte di Pietro, seguito spontaneamente dagli altri, rivela un senso di vuoto, forse di fame fisica ma soprattutto spirituale: un bisogno di nutrimento, di luce, di consolazione. La notte trascorsa senza prendere nulla diventa così un'immagine eloquente di questo bisogno profondo.<br /><br /> La sorpresa dell’abbondanza e il riconoscimento del Risorto<br /><br /> La situazione cambia improvvisamente con una pesca abbondante, resa possibile grazie all’indicazione del discepolo amato, che riconosce in colui che è sulla riva il Signore. È il Signore! È un’esclamazione piena di luce, che rompe la notte del fallimento e della fame. Pietro, sempre protagonista, agisce con impeto e si getta in acqua per raggiungere Gesù, a testimonianza del desiderio profondo di incontrarlo.<br /><br /> Ma ciò che sorprende maggiormente è che Gesù ha già preparato tutto: delle braci, del pesce, del pane. Avrebbe potuto semplicemente invitarli da lontano, ma preferisce valorizzare il loro contributo, la loro fatica. Anche la pesca fallita e poi riuscita ha un ruolo: Gesù coinvolge i discepoli nel gesto della salvezza, nella pienezza dell’incontro, nella partecipazione alla sua opera. È un Dio che non solo salva, ma coinvolge, valorizza, rende partecipi.<br /><br /> Un invito dolce e riposante alla comunione con il Risorto<br /><br /> Il momento culminante è l’invito di Gesù: "Venite a mangiare". È un gesto carico di dolcezza, di pace, di riposo. La presenza del Risorto non genera turbamento, ma calma ogni domanda. Nessuno osa chiedere chi sia, perché tutti lo riconoscono. Gesù prende il pane e lo dona, così anche il pesce: un gesto che richiama l’Eucaristia, la comunione, la relazione viva con lui.<br /><br /> Questo episodio sul lago è una manifestazione profonda del Risorto, che incontra i bisogni più disparati — espliciti o nascosti — e li colma con la sua presenza. Il fatto che i discepoli siano insieme, che le cose pescate (grazie al suo consiglio) e le cose già preparate (grazie al suo amore) si uniscano, ci dice che Gesù è colui che nutre, che unisce, che salva.<br /><br /> La salvezza non è solo eterna, ma anche quotidiana. Ogni giorno, nella Messa, attraverso la sua Parola e il suo dono, Gesù ci invita, ci nutre, ci consola. Ed è questa relazione viva con il Risorto — una relazione fondata sul suo nome, sempre più forte, affidata e grata — che costituisce la nostra vera vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65722467</guid><pubDate>Fri, 25 Apr 2025 09:33:03 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65722467/imported_1745573459482573_audio.mp3" length="5927915" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>L’annuncio della risurrezione dei morti in Gesù, proclamato da Pietro e Giovanni, si rivela un messaggio di portata vastissima. 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L’episodio del ritorno alla pesca da parte di Pietro, seguito spontaneamente dagli altri, rivela un senso di vuoto, forse di fame fisica ma soprattutto spirituale: un bisogno di nutrimento, di luce, di consolazione. La notte trascorsa senza prendere nulla diventa così un'immagine eloquente di questo bisogno profondo.<br /><br /> La sorpresa dell’abbondanza e il riconoscimento del Risorto<br /><br /> La situazione cambia improvvisamente con una pesca abbondante, resa possibile grazie all’indicazione del discepolo amato, che riconosce in colui che è sulla riva il Signore. È il Signore! È un’esclamazione piena di luce, che rompe la notte del fallimento e della fame. Pietro, sempre protagonista, agisce con impeto e si getta in acqua per raggiungere Gesù, a testimonianza del desiderio profondo di incontrarlo.<br /><br /> Ma ciò che sorprende maggiormente è che Gesù ha già preparato tutto: delle braci, del pesce, del pane. Avrebbe potuto semplicemente invitarli da lontano, ma preferisce valorizzare il loro contributo, la loro fatica. Anche la pesca fallita e poi riuscita ha un ruolo: Gesù coinvolge i discepoli nel gesto della salvezza, nella pienezza dell’incontro, nella partecipazione alla sua opera. È un Dio che non solo salva, ma coinvolge, valorizza, rende partecipi.<br /><br /> Un invito dolce e riposante alla comunione con il Risorto<br /><br /> Il momento culminante è l’invito di Gesù: "Venite a mangiare". È un gesto carico di dolcezza, di pace, di riposo. La presenza del Risorto non genera turbamento, ma calma ogni domanda. Nessuno osa chiedere chi sia, perché tutti lo riconoscono. Gesù prende il pane e lo dona, così anche il pesce: un gesto che richiama l’Eucaristia, la comunione, la relazione viva con lui.<br /><br /> Questo episodio sul lago è una manifestazione profonda del Risorto, che incontra i bisogni più disparati — espliciti o nascosti — e li colma con la sua presenza. Il fatto che i discepoli siano insieme, che le cose pescate (grazie al suo consiglio) e le cose già preparate (grazie al suo amore) si uniscano, ci dice che Gesù è colui che nutre, che unisce, che salva.<br /><br /> La salvezza non è solo eterna, ma anche quotidiana. Ogni giorno, nella Messa, attraverso la sua Parola e il suo dono, Gesù ci invita, ci nutre, ci consola. Ed è questa relazione viva con il Risorto — una relazione fondata sul suo nome, sempre più forte, affidata e grata — che costituisce la nostra vera vita.]]></itunes:summary><itunes:duration>371</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di giovedì di Pasqua 2025 a S. Andrea in suffragio di Papa Francesco</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-giovedi-di-pasqua-2025-a-s-andrea-in-suffragio-di-papa-francesco--65708188</link><description><![CDATA[Oggi le Scritture parlano di stupore, di meraviglia. È lo stesso stupore che provarono i discepoli nel vedere Gesù vivo in mezzo a loro. Un'emozione talmente forte che, per la gioia, quasi non riuscivano a crederci. E mi colpisce che questo stupore non sia solo loro: anche la gente di Gerusalemme, davanti allo storpio guarito da Pietro e Giovanni, è piena di meraviglia. Era un uomo semplice, storpio dalla nascita, probabilmente mai entrato nel Tempio. E ora è lì, guarito. È un'immagine potente.<br /><br /> Un incontro tra lo storpio e Papa Francesco<br /><br /> Pensando a questa Eucaristia in memoria del nostro carissimo Papa Francesco, sento che anche in me c’è uno stupore profondo. Uno stupore per la sua persona, per il suo ministero. In questi giorni ripenso spesso ai primi momenti dopo la sua elezione: la semplicità dei gesti, la forza delle parole, la sua umanità. Ma mi chiedo: qual è la radice di tutto questo?<br /><br /> Mi viene in mente la figura dello storpio. Non per fare paragoni irriverenti, ma perché vedo in lui un'immagine che può affiancarsi a Papa Francesco. Pietro lo dice chiaramente: non è per nostro potere o religiosità che quest’uomo è stato guarito, ma per la fede nel nome di Gesù. È questa fede che gli ha dato vigore. E così anche Francesco: la sua forza non veniva da cariche o titoli, ma dalla fede nel nome di Gesù. Una fede che traspariva in ogni sua omelia, in ogni discorso, anche quando si trovava davanti ai potenti della terra.<br /><br /> Io lo ricordo in particolare quando venne in Terra Santa, un anno dopo l’inizio del suo pontificato. In quell’occasione celebrò la Messa al Cenacolo. Era un luogo dove non si poteva celebrare, e io ero lì, occupandomi di comunicazione. Riuscii a infilarmi tra i fotografi, ma a un certo punto misi via la macchina fotografica. Volevo solo vivere quel momento. Il Papa al Cenacolo, con il Patriarca, tutta la Chiesa di Gerusalemme… e il suo modo di celebrare, così essenziale, così radicato nel Vangelo, mi colpì profondamente.<br /><br /> Penso poi a un secondo aspetto che lo accomuna a quello storpio: la piccolezza. Anche Francesco era un uomo tra la gente, che sapeva guardare negli occhi, che incontrava l’altro con affetto, con uno sguardo paterno. Ed è questo che commuoveva: la sua semplicità, la sua umanità. Anche nella malattia, nella vecchiaia, nella voce che si spegneva, in quella fragilità estrema che è la morte, in lui brillava la potenza della grazia di Dio.<br /><br /> Come lo storpio, anche Francesco si aggrappava – alla fede, al Vangelo. E come Pietro e Giovanni, anche noi siamo chiamati a fare un passo. Pietro parlava alla gente di Gerusalemme, li invitava a convertirsi, a cambiare vita. Anche noi abbiamo una responsabilità. Davanti a figure così belle, così forti, non possiamo restare spettatori. Siamo chiamati anche noi alla conversione, a prendere sul serio il Vangelo.<br /><br /> La Parola come guida, la testimonianza come missione<br /><br /> Gesù lo dice chiaramente: dobbiamo tornare alla Parola. Solo lì troviamo la luce che ci guida, come i discepoli di Emmaus. Ma non basta ascoltare. Siamo chiamati a essere testimoni. Nonostante i nostri limiti, le nostre fragilità. Gesù ha affidato l’annuncio del Vangelo a uomini imperfetti. E lo fa anche con noi.<br /><br /> Mi sento chiamato in prima persona a testimoniare il Vangelo. Anche parlando di Papa Francesco. Ma soprattutto vivendo come lui ci ha insegnato: con semplicità, con fede, con la vita donata. Anche noi, come diceva Pietro, siamo profeti. Non per il potere, non per ottenere qualcosa, ma per vivere il Vangelo nella nostra piccolezza quotidiana.<br /><br /> Questa testimonianza è richiesta qui, adesso, dove siamo: nel nostro lavoro, tra i nostri familiari, con i figli e i nipoti che magari non vengono più a Messa. Eppure la nostra testimonianza può accendere qualcosa. Non dobbiamo preoccuparci dei risultati. Lo stupore che ha toccato i discepoli e la gente di Gerusalemme può toccare anche chi ci sta vicino.<br /><br /> E allora ringrazio il Signore per Papa Francesco, per quello che ci ha mostrato. E prego di avere anch’io un po’ della sua forza, della sua fede, per testimoniare Gesù nella mia vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65708188</guid><pubDate>Thu, 24 Apr 2025 18:36:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65708188/imported_1745518804223745_audio.mp3" length="12471902" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi le Scritture parlano di stupore, di meraviglia. È lo stesso stupore che provarono i discepoli nel vedere Gesù vivo in mezzo a loro. Un'emozione talmente forte che, per la gioia, quasi non riuscivano a crederci. E mi colpisce che questo stupore...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Oggi le Scritture parlano di stupore, di meraviglia. È lo stesso stupore che provarono i discepoli nel vedere Gesù vivo in mezzo a loro. Un'emozione talmente forte che, per la gioia, quasi non riuscivano a crederci. E mi colpisce che questo stupore non sia solo loro: anche la gente di Gerusalemme, davanti allo storpio guarito da Pietro e Giovanni, è piena di meraviglia. Era un uomo semplice, storpio dalla nascita, probabilmente mai entrato nel Tempio. E ora è lì, guarito. È un'immagine potente.<br /><br /> Un incontro tra lo storpio e Papa Francesco<br /><br /> Pensando a questa Eucaristia in memoria del nostro carissimo Papa Francesco, sento che anche in me c’è uno stupore profondo. Uno stupore per la sua persona, per il suo ministero. In questi giorni ripenso spesso ai primi momenti dopo la sua elezione: la semplicità dei gesti, la forza delle parole, la sua umanità. Ma mi chiedo: qual è la radice di tutto questo?<br /><br /> Mi viene in mente la figura dello storpio. Non per fare paragoni irriverenti, ma perché vedo in lui un'immagine che può affiancarsi a Papa Francesco. Pietro lo dice chiaramente: non è per nostro potere o religiosità che quest’uomo è stato guarito, ma per la fede nel nome di Gesù. È questa fede che gli ha dato vigore. E così anche Francesco: la sua forza non veniva da cariche o titoli, ma dalla fede nel nome di Gesù. Una fede che traspariva in ogni sua omelia, in ogni discorso, anche quando si trovava davanti ai potenti della terra.<br /><br /> Io lo ricordo in particolare quando venne in Terra Santa, un anno dopo l’inizio del suo pontificato. In quell’occasione celebrò la Messa al Cenacolo. Era un luogo dove non si poteva celebrare, e io ero lì, occupandomi di comunicazione. Riuscii a infilarmi tra i fotografi, ma a un certo punto misi via la macchina fotografica. Volevo solo vivere quel momento. Il Papa al Cenacolo, con il Patriarca, tutta la Chiesa di Gerusalemme… e il suo modo di celebrare, così essenziale, così radicato nel Vangelo, mi colpì profondamente.<br /><br /> Penso poi a un secondo aspetto che lo accomuna a quello storpio: la piccolezza. Anche Francesco era un uomo tra la gente, che sapeva guardare negli occhi, che incontrava l’altro con affetto, con uno sguardo paterno. Ed è questo che commuoveva: la sua semplicità, la sua umanità. Anche nella malattia, nella vecchiaia, nella voce che si spegneva, in quella fragilità estrema che è la morte, in lui brillava la potenza della grazia di Dio.<br /><br /> Come lo storpio, anche Francesco si aggrappava – alla fede, al Vangelo. E come Pietro e Giovanni, anche noi siamo chiamati a fare un passo. Pietro parlava alla gente di Gerusalemme, li invitava a convertirsi, a cambiare vita. Anche noi abbiamo una responsabilità. Davanti a figure così belle, così forti, non possiamo restare spettatori. Siamo chiamati anche noi alla conversione, a prendere sul serio il Vangelo.<br /><br /> La Parola come guida, la testimonianza come missione<br /><br /> Gesù lo dice chiaramente: dobbiamo tornare alla Parola. Solo lì troviamo la luce che ci guida, come i discepoli di Emmaus. Ma non basta ascoltare. Siamo chiamati a essere testimoni. Nonostante i nostri limiti, le nostre fragilità. Gesù ha affidato l’annuncio del Vangelo a uomini imperfetti. E lo fa anche con noi.<br /><br /> Mi sento chiamato in prima persona a testimoniare il Vangelo. Anche parlando di Papa Francesco. Ma soprattutto vivendo come lui ci ha insegnato: con semplicità, con fede, con la vita donata. Anche noi, come diceva Pietro, siamo profeti. Non per il potere, non per ottenere qualcosa, ma per vivere il Vangelo nella nostra piccolezza quotidiana.<br /><br /> Questa testimonianza è richiesta qui, adesso, dove siamo: nel nostro lavoro, tra i nostri familiari, con i figli e i nipoti che magari non vengono più a Messa. 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Anche Maria Maddalena, nel racconto evangelico, è fuori dal sepolcro, simbolicamente lontana, immersa nel dolore e nell’assenza.<br /><br /> Questo essere “fuori” rappresenta ogni forma di separazione dal Signore: la distanza fisica, emotiva, spirituale, e anche la condizione del peccato.<br /><br /> La lontananza più grande: il peccato e il rinnegamento<br /><br /> Pietro, nel suo discorso alla casa di Israele, afferma con forza che “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”. Questo riconoscimento fa nascere un senso di colpa profondo, un “trafiggere il cuore”. È una presa di coscienza dolorosa: essere corresponsabili della morte del Messia.<br /><br /> Questa è presentata come la condizione di lontananza più grande: rendersi conto del proprio peccato, del proprio contributo – diretto o indiretto – a quell’evento tragico. È una distanza interiore, radicale.<br /><br /> La promessa della vicinanza attraverso lo Spirito<br /><br /> Nonostante questa colpa, la promessa rimane valida: “riceverete il dono dello Spirito Santo”. È per voi, per i vostri figli, per chi è lontano. Anche la lettera agli Efesini lo afferma chiaramente: “voi che eravate lontani, siete divenuti vicini per mezzo del sangue di Cristo”.<br /><br /> Questa è una notizia da accogliere, anche quando ci si sente distratti, indifferenti, trascurati nel rapporto con Dio. Il dono dello Spirito Santo non è riservato a pochi perfetti, ma è offerto a tutti, anche – e soprattutto – ai lontani.<br /><br /> L’esempio di Maria Maddalena: lontananza subita e vicinanza donata<br /><br /> Maria Maddalena rappresenta un’altra forma di lontananza: quella del lutto, della perdita, della confusione. Non è colpa sua se il corpo del Signore non c’è più. È un’assenza che non si riesce a spiegare, che la getta nella disperazione.<br /><br /> Eppure Gesù le si fa vicino, la chiama per nome, la cerca. È un gesto di intimità profonda: il Signore conosce la sua sofferenza e vuole consolarla. Il riconoscimento della voce amata – come nel Cantico dei Cantici – fa scaturire in lei una gioia immensa. Lo chiama “Maestro”, segno di una relazione ritrovata.<br /><br /> Anche Pietro: da lontano a testimone<br /><br /> Pietro stesso, che ora parla con autorità alla casa di Israele, è stato lontano. Lo ha rinnegato, lo ha seguito da lontano, come racconta il Vangelo di Giovanni. Anche lui ha conosciuto il peso della distanza, nonostante fosse uno dei più vicini.<br /><br /> Eppure proprio lui, da quella lontananza del rinnegamento, è diventato annunciatore della vicinanza del Signore risorto. Un segno che nessuna distanza è definitiva.<br /><br /> La risurrezione: la distanza è colmata<br /><br /> Con la risurrezione di Gesù, la distanza viene colmata definitivamente. Egli non può più essere trattenuto, imprigionato, ma il suo salire al Padre assicura che la separazione non ci sarà più. Dice “Padre mio e Padre vostro”, stabilendo una comunione nuova, profonda, inclusiva.<br /><br /> È un cammino che coinvolge tutti: Maria, i discepoli, chi ascolta Pietro, chi si sente lontano oggi. Tutti sono chiamati a partecipare a questa relazione di amore.<br /><br /> Una chiamata universale: nessuno escluso<br /><br /> Il messaggio è chiaro e potente: nessuno è escluso. La relazione con il Signore è una strada di avvicinamento, una camminata insieme. È motivo di grande gioia, di annuncio. Non esistono “lontani” destinati a restare tali.<br /><br /> In questo orizzonte, l’omaggio a Papa Francesco è spontaneo: ha speso la vita per far sentire vicini al Signore tutti, specialmente quelli che si sentivano esclusi. La sua testimonianza ha aperto molte strade di incontro.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65661820</guid><pubDate>Tue, 22 Apr 2025 08:48:35 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65661820/imported_174531147014974_audio.mp3" length="8209972" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il tema centrale dei testi di oggi è la lontananza, l’essere fuori, separati, esclusi. 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Anche Maria Maddalena, nel racconto evangelico, è fuori dal sepolcro, simbolicamente lontana, immersa nel dolore e nell’assenza.<br /><br /> Questo essere “fuori” rappresenta ogni forma di separazione dal Signore: la distanza fisica, emotiva, spirituale, e anche la condizione del peccato.<br /><br /> La lontananza più grande: il peccato e il rinnegamento<br /><br /> Pietro, nel suo discorso alla casa di Israele, afferma con forza che “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”. Questo riconoscimento fa nascere un senso di colpa profondo, un “trafiggere il cuore”. È una presa di coscienza dolorosa: essere corresponsabili della morte del Messia.<br /><br /> Questa è presentata come la condizione di lontananza più grande: rendersi conto del proprio peccato, del proprio contributo – diretto o indiretto – a quell’evento tragico. È una distanza interiore, radicale.<br /><br /> La promessa della vicinanza attraverso lo Spirito<br /><br /> Nonostante questa colpa, la promessa rimane valida: “riceverete il dono dello Spirito Santo”. È per voi, per i vostri figli, per chi è lontano. Anche la lettera agli Efesini lo afferma chiaramente: “voi che eravate lontani, siete divenuti vicini per mezzo del sangue di Cristo”.<br /><br /> Questa è una notizia da accogliere, anche quando ci si sente distratti, indifferenti, trascurati nel rapporto con Dio. Il dono dello Spirito Santo non è riservato a pochi perfetti, ma è offerto a tutti, anche – e soprattutto – ai lontani.<br /><br /> L’esempio di Maria Maddalena: lontananza subita e vicinanza donata<br /><br /> Maria Maddalena rappresenta un’altra forma di lontananza: quella del lutto, della perdita, della confusione. Non è colpa sua se il corpo del Signore non c’è più. È un’assenza che non si riesce a spiegare, che la getta nella disperazione.<br /><br /> Eppure Gesù le si fa vicino, la chiama per nome, la cerca. È un gesto di intimità profonda: il Signore conosce la sua sofferenza e vuole consolarla. Il riconoscimento della voce amata – come nel Cantico dei Cantici – fa scaturire in lei una gioia immensa. Lo chiama “Maestro”, segno di una relazione ritrovata.<br /><br /> Anche Pietro: da lontano a testimone<br /><br /> Pietro stesso, che ora parla con autorità alla casa di Israele, è stato lontano. Lo ha rinnegato, lo ha seguito da lontano, come racconta il Vangelo di Giovanni. Anche lui ha conosciuto il peso della distanza, nonostante fosse uno dei più vicini.<br /><br /> Eppure proprio lui, da quella lontananza del rinnegamento, è diventato annunciatore della vicinanza del Signore risorto. Un segno che nessuna distanza è definitiva.<br /><br /> La risurrezione: la distanza è colmata<br /><br /> Con la risurrezione di Gesù, la distanza viene colmata definitivamente. Egli non può più essere trattenuto, imprigionato, ma il suo salire al Padre assicura che la separazione non ci sarà più. Dice “Padre mio e Padre vostro”, stabilendo una comunione nuova, profonda, inclusiva.<br /><br /> È un cammino che coinvolge tutti: Maria, i discepoli, chi ascolta Pietro, chi si sente lontano oggi. Tutti sono chiamati a partecipare a questa relazione di amore.<br /><br /> Una chiamata universale: nessuno escluso<br /><br /> Il messaggio è chiaro e potente: nessuno è escluso. La relazione con il Signore è una strada di avvicinamento, una camminata insieme. È motivo di grande gioia, di annuncio. Non esistono “lontani” destinati a restare tali.<br /><br /> In questo orizzonte, l’omaggio a Papa Francesco è spontaneo: ha speso la vita per far sentire vicini al Signore tutti, specialmente quelli che si sentivano esclusi. La sua testimonianza ha aperto molte strade di incontro.]]></itunes:summary><itunes:duration>514</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia lunedi nell'ottava di Pasqua 2025 alla Dozza</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-lunedi-nell-ottava-di-pasqua-2025-alla-dozza--65648466</link><description><![CDATA[Nel Vangelo viene sottolineato un elemento inaspettato: le donne, appena lasciato il sepolcro, sono prese da un duplice sentimento, il timore e la gioia grande. Questo abbinamento colpisce perché il timore deriva dalla paura vissuta davanti all’apparizione dell’angelo, che secondo Matteo scende dal cielo e rassicura le donne. È interessante il contrasto tra le guardie, che dalla paura rimasero come morte, e le donne, che invece ricevono subito un messaggio di rassicurazione: “Voi non abbiate paura”.<br /><br /> Anche Gesù, quando appare loro subito dopo, ripete lo stesso invito: “Non temete”. Il timore, pur presente, viene quindi accompagnato da una gioia intensa, che sembra unica nel racconto evangelico di Matteo.<br /><br /> La Gioia Grande delle Donne: Unica nel Racconto di Matteo<br /><br /> La gioia delle donne è legata non solo alla notizia straordinaria della risurrezione, ma anche alla missione che viene loro affidata: correre a dare l’annuncio ai discepoli. Questa gioia, definita “grande”, pare essere una caratteristica esclusiva del Vangelo secondo Matteo. Le donne sono le prime testimoni della risurrezione e ricevono la possibilità concreta di diventare annunciatrici della Buona Notizia.<br /><br /> L’Incontro Inatteso con Gesù Risorto<br /><br /> Un aspetto straordinario del racconto di Matteo, che non si trova negli altri Vangeli, è che Gesù stesso va incontro alle donne appena esse abbandonano il sepolcro. Questo momento è segnato da un saluto molto significativo: “Rallegratevi”, che richiama quello dell’angelo a Maria nell’annunciazione. È come se Gesù stesso volesse condividere e rafforzare la loro gioia, partecipando attivamente a quell’emozione intensa e luminosa.<br /><br /> Una Gioia Condivisa e Concreta<br /><br /> Il Salmo della prima lettura aggiunge un’ulteriore dimensione alla gioia: “Per questo si rallegrò il mio cuore… mi colmerai di gioia con la tua presenza”. Questa gioia, che appartiene a Gesù stesso per non essere stato abbandonato agli inferi, è ora condivisa con le donne. Gesù riconosce la gioia nei loro cuori e la rende piena nel loro incontro.<br /><br /> Le donne, in risposta, si avvicinano, gli abbracciano i piedi e lo adorano. È un gesto molto concreto, affettuoso e carico di significato. Questo momento suggella l’esperienza profonda e autentica del Risorto, non solo come figura spirituale ma come presenza reale e tangibile.<br /><br /> La Missione Affidata alle Donne e il Loro Nuovo Ruolo<br /><br /> Gesù ripete alle donne lo stesso messaggio dell’angelo: “Non temete, andate ad annunciare ai miei fratelli”. È significativo l’uso dell’espressione “miei fratelli” per indicare i discepoli, un linguaggio che rafforza il legame di comunione e affetto. L’invito ad andare in Galilea segna il punto di partenza per un nuovo cammino.<br /><br /> Questo dono inaspettato – l’incontro diretto con il Risorto – è accompagnato da un sentimento che, sebbene inizialmente ambivalente (timore e gioia), si orienta verso la liberazione e la missione.<br /><br /> Le Guardie: Un Annuncio Vuoto, Privo di Gioia<br /><br /> In netto contrasto con le donne, le guardie non vengono liberate dalla paura. Al contrario, rimangono sconvolte, “come morte”, e una volta rialzatesi vanno in città per raccontare l’accaduto ai capi dei sacerdoti. Tuttavia, il loro racconto appare piatto, privo di vitalità e forza. Non solo manca di gioia, ma viene anche manipolato e insabbiato attraverso la corruzione economica. È un annuncio che si spegne, che non vuole essere accolto ma nascosto, e che tuttavia si diffonde “fino ad oggi” su binari paralleli e opposti a quelli del Vangelo.<br /><br /> Vivere Oggi l’Incontro con il Risorto<br /><br /> Il messaggio finale della riflessione è un invito a vivere anche oggi questo incontro con il Signore risorto, specialmente nell’Eucaristia. Nei giorni di Pasqua possiamo assaporare, come le donne, quella combinazione di timore e gioia che si affolla nel cuore umano. Ma soprattutto possiamo incontrare il Risorto che ci apre a una vita nuova.<br /><br /> Come Pietro, anche noi siamo chiamati a non avere paura delle sfide, dei potenti, delle complessità della vita quotidiana. L’incontro con il Risorto ci rende capaci di affrontare tutto questo con coraggio e rinnovata speranza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65648466</guid><pubDate>Mon, 21 Apr 2025 08:01:55 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65648466/imported_1745222351633477_audio.mp3" length="7287118" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nel Vangelo viene sottolineato un elemento inaspettato: le donne, appena lasciato il sepolcro, sono prese da un duplice sentimento, il timore e la gioia grande. Questo abbinamento colpisce perché il timore deriva dalla paura vissuta davanti...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nel Vangelo viene sottolineato un elemento inaspettato: le donne, appena lasciato il sepolcro, sono prese da un duplice sentimento, il timore e la gioia grande. Questo abbinamento colpisce perché il timore deriva dalla paura vissuta davanti all’apparizione dell’angelo, che secondo Matteo scende dal cielo e rassicura le donne. È interessante il contrasto tra le guardie, che dalla paura rimasero come morte, e le donne, che invece ricevono subito un messaggio di rassicurazione: “Voi non abbiate paura”.<br /><br /> Anche Gesù, quando appare loro subito dopo, ripete lo stesso invito: “Non temete”. Il timore, pur presente, viene quindi accompagnato da una gioia intensa, che sembra unica nel racconto evangelico di Matteo.<br /><br /> La Gioia Grande delle Donne: Unica nel Racconto di Matteo<br /><br /> La gioia delle donne è legata non solo alla notizia straordinaria della risurrezione, ma anche alla missione che viene loro affidata: correre a dare l’annuncio ai discepoli. Questa gioia, definita “grande”, pare essere una caratteristica esclusiva del Vangelo secondo Matteo. Le donne sono le prime testimoni della risurrezione e ricevono la possibilità concreta di diventare annunciatrici della Buona Notizia.<br /><br /> L’Incontro Inatteso con Gesù Risorto<br /><br /> Un aspetto straordinario del racconto di Matteo, che non si trova negli altri Vangeli, è che Gesù stesso va incontro alle donne appena esse abbandonano il sepolcro. Questo momento è segnato da un saluto molto significativo: “Rallegratevi”, che richiama quello dell’angelo a Maria nell’annunciazione. È come se Gesù stesso volesse condividere e rafforzare la loro gioia, partecipando attivamente a quell’emozione intensa e luminosa.<br /><br /> Una Gioia Condivisa e Concreta<br /><br /> Il Salmo della prima lettura aggiunge un’ulteriore dimensione alla gioia: “Per questo si rallegrò il mio cuore… mi colmerai di gioia con la tua presenza”. Questa gioia, che appartiene a Gesù stesso per non essere stato abbandonato agli inferi, è ora condivisa con le donne. Gesù riconosce la gioia nei loro cuori e la rende piena nel loro incontro.<br /><br /> Le donne, in risposta, si avvicinano, gli abbracciano i piedi e lo adorano. È un gesto molto concreto, affettuoso e carico di significato. Questo momento suggella l’esperienza profonda e autentica del Risorto, non solo come figura spirituale ma come presenza reale e tangibile.<br /><br /> La Missione Affidata alle Donne e il Loro Nuovo Ruolo<br /><br /> Gesù ripete alle donne lo stesso messaggio dell’angelo: “Non temete, andate ad annunciare ai miei fratelli”. È significativo l’uso dell’espressione “miei fratelli” per indicare i discepoli, un linguaggio che rafforza il legame di comunione e affetto. L’invito ad andare in Galilea segna il punto di partenza per un nuovo cammino.<br /><br /> Questo dono inaspettato – l’incontro diretto con il Risorto – è accompagnato da un sentimento che, sebbene inizialmente ambivalente (timore e gioia), si orienta verso la liberazione e la missione.<br /><br /> Le Guardie: Un Annuncio Vuoto, Privo di Gioia<br /><br /> In netto contrasto con le donne, le guardie non vengono liberate dalla paura. Al contrario, rimangono sconvolte, “come morte”, e una volta rialzatesi vanno in città per raccontare l’accaduto ai capi dei sacerdoti. Tuttavia, il loro racconto appare piatto, privo di vitalità e forza. Non solo manca di gioia, ma viene anche manipolato e insabbiato attraverso la corruzione economica. È un annuncio che si spegne, che non vuole essere accolto ma nascosto, e che tuttavia si diffonde “fino ad oggi” su binari paralleli e opposti a quelli del Vangelo.<br /><br /> Vivere Oggi l’Incontro con il Risorto<br /><br /> Il messaggio finale della riflessione è un invito a vivere anche oggi questo incontro con il Signore risorto, specialmente nell’Eucaristia. Nei giorni di Pasqua possiamo assaporare, come le donne, quella combinazione di timore e gioia che si affolla nel cuore umano. Ma soprattutto possiamo...]]></itunes:summary><itunes:duration>456</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del giorno di Pasqua 2025</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-giorno-di-pasqua-2025--65644221</link><description><![CDATA[Parto da un versetto della Lettera ai Colossesi che sento molto forte: "Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù". In queste parole ritrovo un legame profondo tra due dinamiche fondamentali: la ricerca del Signore e la fede nella sua risurrezione. Sono due movimenti che si alimentano a vicenda. Se non mi metto in cammino, se non desidero e cerco attivamente il Signore, allora anche l’annuncio della sua risurrezione rimane vago, non incide nella mia vita, non trasforma il mio cuore.<br /><br /> Le donne al sepolcro: maestre di ricerca<br /><br /> Nel Vangelo di Luca ieri notte abbiamo ritrovato un gruppo di donne straordinarie. Le ho viste come autentiche ricercatrici del Signore. Lo avevano seguito fin dalla Galilea, avevano ascoltato il suo insegnamento, lo avevano accompagnato nella Passione e osservato con attenzione dove e come veniva deposto il suo corpo. Si erano preparate con gli aromi per onorarlo: tutta la loro vita era diventata una ricerca. Ma al sepolcro ricevono una domanda che colpisce: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo?". Il Signore non è lì, perché è il Vivente. Queste parole mi interrogano: dove cerco io il Signore? Lo cerco davvero nella vita?<br /><br /> Dio cerca me per primo<br /><br /> Durante la veglia pasquale ho sottolineato che non sono solo io a cercare Dio, ma è Lui il primo che viene a cercarmi. La storia della salvezza è la storia di un Dio che entra nelle nostre situazioni di caos, prigionia, esilio e infedeltà. Quando mi sento immerso in situazioni di morte — fatica, peccato, scoraggiamento — è lì che Lui viene. E allora, la mia ricerca si intreccia con la Sua. È un incontro. Come nella Genesi, nell’Esodo, nei profeti: Dio non smette mai di venire a cercarci, ovunque noi siamo!<br /><br /> Maria di Magdala: la forza di una ricerca che non si arrende<br /><br /> In Maria di Magdala, nel Vangelo di Giovanni, vedo la forza e la solitudine della ricerca. È lei che si muove per prima, all’alba, da sola. Trova la pietra rotolata e si spaventa, pensa subito che abbiano portato via il corpo di Gesù. E corre — sì, condivide il suo smarrimento con Pietro e l’altro discepolo. Non si chiude nel suo dolore, ma cerca aiuto, cerca conferma. Questo mi insegna che anche la ricerca del Risorto non è mai isolata: ho bisogno di altri per portarla avanti.<br /><br /> La corsa di Pietro e del discepolo amato<br /><br /> Che bella immagine quella dei due discepoli che corrono insieme al sepolcro. Il discepolo amato corre più veloce, si ferma, si china e osserva. Poi arriva Pietro, entra e vede i teli, il sudario piegato con cura. Infine entra anche il discepolo amato: vede e crede. Questo mi colpisce: dal semplice vedere passa al credere. La ricerca lo ha trasformato, la corsa lo ha reso pronto. Gli mancava un tassello: non avevano ancora compreso la Scrittura. È come se, nel mettersi in moto, nella condivisione, nei dettagli osservati, nascesse una fede nuova.<br /><br /> Il pericolo della staticità<br /><br /> Mi fa riflettere l’atteggiamento degli altri discepoli: non credono al racconto delle donne, pensano che siano parole insensate. Perché? Perché rimangono fermi. Solo Pietro si alza e va a vedere. Allora mi domando: quante volte anch’io rischio di restare seduto, bloccato, aspettando prove evidenti? Ma la fede pasquale non arriva così. Cristo risorto si lascia trovare da chi si mette in cammino, da chi cerca insieme, da chi non si accontenta della superficie. La fede nasce nel movimento, nella disponibilità a lasciarsi sorprendere.<br /><br /> La risurrezione cambia tutto<br /><br /> Se Cristo è davvero risorto, allora tutto cambia. Non è solo una bella notizia: è una trasformazione radicale della vita. Per Maria, per il discepolo amato, per gli apostoli. Anche per me. Se io sono risorto con Cristo, allora anche la mia esistenza si riempie di luce. Gli occhi si aprono, le prospettive cambiano. Il cero pasquale che ho acceso nella veglia è il segno visibile di questa nuova visione: la risurrezione trasfigura la realtà.<br /><br /> Pietro in missione: una corsa che continua<br /><br /> L’esempio di Pietro negli Atti degli Apostoli è eloquente. Non rimane seduto a contemplare, ma si mette in cammino verso Cesarea, dove lo attende Cornelio, un pagano. Pietro cambia anche mentalmente: comprende che l’annuncio della risurrezione è per tutti, non solo per gli ebrei. Deve lasciarsi cambiare interiormente. È testimone di qualcosa di grande: ha mangiato e bevuto con il Risorto, e ora è chiamato ad annunciarlo come giudice dei vivi e dei morti, colui che offre il perdono dei peccati a chiunque crede.<br /><br /> Vivere da risorto, ogni giorno<br /><br /> Anche per me, la risurrezione inizia già oggi. Non è solo una speranza futura, ma una realtà presente. Paolo dice che "la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio". In questi giorni di Pasqua sono chiamato a vivere da risorto, a cercare le cose di lassù. Nella festa, nei pranzi in famiglia, nel perdono reciproco, nella visita ai sofferenti, nei gesti quotidiani: tutto può diventare segno di risurrezione. Se accolgo questa luce, la mia vita cambia davvero.<br /><br /> Una ricerca che continua<br /><br /> Questa ricerca non si esaurisce oggi, né con questa liturgia. Continua — anzi, si intensifica — durante tutto il tempo di Pasqua e oltre. So che Cristo si farà vedere, poi si nasconderà, poi tornerà a sorprendermi. Sarà una dinamica viva, non statica. Ogni giorno porterà con sé nuove sfaccettature del suo volto risorto. Voglio accogliere questa notizia con cuore aperto, e vivere veramente da risorto, cercando con tutto me stesso le cose di lassù.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65644221</guid><pubDate>Sun, 20 Apr 2025 20:21:21 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65644221/imported_1745180331394106_audio.mp3" length="11439542" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Parto da un versetto della Lettera ai Colossesi che sento molto forte: "Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù". In queste parole ritrovo un legame profondo tra due dinamiche fondamentali: la ricerca del Signore e la fede nella sua...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Parto da un versetto della Lettera ai Colossesi che sento molto forte: "Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù". In queste parole ritrovo un legame profondo tra due dinamiche fondamentali: la ricerca del Signore e la fede nella sua risurrezione. Sono due movimenti che si alimentano a vicenda. Se non mi metto in cammino, se non desidero e cerco attivamente il Signore, allora anche l’annuncio della sua risurrezione rimane vago, non incide nella mia vita, non trasforma il mio cuore.<br /><br /> Le donne al sepolcro: maestre di ricerca<br /><br /> Nel Vangelo di Luca ieri notte abbiamo ritrovato un gruppo di donne straordinarie. Le ho viste come autentiche ricercatrici del Signore. Lo avevano seguito fin dalla Galilea, avevano ascoltato il suo insegnamento, lo avevano accompagnato nella Passione e osservato con attenzione dove e come veniva deposto il suo corpo. Si erano preparate con gli aromi per onorarlo: tutta la loro vita era diventata una ricerca. Ma al sepolcro ricevono una domanda che colpisce: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo?". Il Signore non è lì, perché è il Vivente. Queste parole mi interrogano: dove cerco io il Signore? Lo cerco davvero nella vita?<br /><br /> Dio cerca me per primo<br /><br /> Durante la veglia pasquale ho sottolineato che non sono solo io a cercare Dio, ma è Lui il primo che viene a cercarmi. La storia della salvezza è la storia di un Dio che entra nelle nostre situazioni di caos, prigionia, esilio e infedeltà. Quando mi sento immerso in situazioni di morte — fatica, peccato, scoraggiamento — è lì che Lui viene. E allora, la mia ricerca si intreccia con la Sua. È un incontro. Come nella Genesi, nell’Esodo, nei profeti: Dio non smette mai di venire a cercarci, ovunque noi siamo!<br /><br /> Maria di Magdala: la forza di una ricerca che non si arrende<br /><br /> In Maria di Magdala, nel Vangelo di Giovanni, vedo la forza e la solitudine della ricerca. È lei che si muove per prima, all’alba, da sola. Trova la pietra rotolata e si spaventa, pensa subito che abbiano portato via il corpo di Gesù. E corre — sì, condivide il suo smarrimento con Pietro e l’altro discepolo. Non si chiude nel suo dolore, ma cerca aiuto, cerca conferma. Questo mi insegna che anche la ricerca del Risorto non è mai isolata: ho bisogno di altri per portarla avanti.<br /><br /> La corsa di Pietro e del discepolo amato<br /><br /> Che bella immagine quella dei due discepoli che corrono insieme al sepolcro. Il discepolo amato corre più veloce, si ferma, si china e osserva. Poi arriva Pietro, entra e vede i teli, il sudario piegato con cura. Infine entra anche il discepolo amato: vede e crede. Questo mi colpisce: dal semplice vedere passa al credere. La ricerca lo ha trasformato, la corsa lo ha reso pronto. Gli mancava un tassello: non avevano ancora compreso la Scrittura. È come se, nel mettersi in moto, nella condivisione, nei dettagli osservati, nascesse una fede nuova.<br /><br /> Il pericolo della staticità<br /><br /> Mi fa riflettere l’atteggiamento degli altri discepoli: non credono al racconto delle donne, pensano che siano parole insensate. Perché? Perché rimangono fermi. Solo Pietro si alza e va a vedere. Allora mi domando: quante volte anch’io rischio di restare seduto, bloccato, aspettando prove evidenti? Ma la fede pasquale non arriva così. Cristo risorto si lascia trovare da chi si mette in cammino, da chi cerca insieme, da chi non si accontenta della superficie. La fede nasce nel movimento, nella disponibilità a lasciarsi sorprendere.<br /><br /> La risurrezione cambia tutto<br /><br /> Se Cristo è davvero risorto, allora tutto cambia. Non è solo una bella notizia: è una trasformazione radicale della vita. Per Maria, per il discepolo amato, per gli apostoli. Anche per me. Se io sono risorto con Cristo, allora anche la mia esistenza si riempie di luce. Gli occhi si aprono, le prospettive cambiano. Il cero pasquale che ho acceso nella veglia è il segno visibile di questa nuova visione: la...]]></itunes:summary><itunes:duration>715</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia della Veglia di Pasqua 2025 C S. Andrea.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-della-veglia-di-pasqua-2025-c-s-andrea-m4a--65644073</link><description><![CDATA[Nel Vangelo di Luca, protagoniste della scena sono delle donne straordinarie, discepole appassionate, attente, che hanno seguito Gesù fin dalla Galilea. Queste donne avevano anche accompagnato Giuseppe d'Arimatea nella sepoltura del corpo di Gesù, osservando attentamente ogni dettaglio. Dopo aver preparato aromi e oli profumati per la sepoltura, si erano fermate per il riposo sabbatico, come prescritto. Questo momento di pausa le porta – come anche noi oggi in questo sabato santo – a rievocare gli eventi vissuti, spesso traumatici, ma anche le parole ascoltate durante la Settimana Santa.<br /><br /> Quando, all’alba, si recano al sepolcro, trovano la pietra rimossa ma non trovano il corpo di Gesù. Il Vangelo sottolinea questo verbo – "trovano" e "non trovano" – per indicare la loro attitudine di ricercatrici. Sono donne concentrate, riflessive, che hanno intrapreso un lungo percorso di sequela e di osservazione.<br /><br /> Dalla ricerca alla memoria: l’annuncio della vita<br /><br /> La ricerca delle donne non si ferma di fronte alla mancanza del corpo: esse si pongono domande, riflettono, cercano di comprendere. Questo le avvicina a ciò che Gesù aveva chiesto nel Giovedì Santo: “capito quello che ho fatto per voi?”. Sono, dunque, persone che pensano, riflettono, cercano un senso.<br /><br /> In questo contesto, appaiono due figure misteriose che pongono una domanda centrale: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo?" Non si tratta di abbandonare la ricerca, ma di orientarla in modo diverso: cercare Gesù come vivente, non come morto. I due invitano le donne a ricordare le parole dette da Gesù quando era ancora in Galilea, dando loro un altro strumento fondamentale: la memoria.<br /><br /> La memoria delle parole di Gesù, ma anche delle azioni di Dio lungo la storia, si rivela decisiva. Durante la Veglia, anche noi abbiamo ripercorso le grandi tappe della salvezza: dalla creazione nella Genesi (cap.1-2) – in cui Dio porta ordine nel caos e dona, crea la vita – fino alla chiamata di Abramo (Gen 22), provato nella fede con il sacrificio del figlio Isacco.<br /><br /> Dio è il grande ricercatore di vita nelle situazioni di morte. Lo vediamo nella liberazione dall’Egitto (Es 14), simbolo di tutte le schiavitù moderne: nel lavoro, nella povertà, nella prostituzione. Lo vediamo nella fedeltà nonostante il tradimento, come nel caso della donna infedele ma ancora amata (Is 54). Lo vediamo nel popolo in esilio (Is 55), affamato e assetato, oggi riflesso nei popoli devastati dalla guerra, come in Ucraina e a Gaza.<br /><br /> Dio cerca ancora oggi, vuole ancora portare vita. Cerca dove porre la sua sapienza, dove far dimorare la sua legge in mezzo all’ignoranza e alla durezza del cuore (Bar 3-4). Cerca i figli dispersi, come dice il profeta Ezechiele (cap. 36), per donarci un cuore nuovo e uno spirito nuovo.<br /><br /> La Lettera ai Romani (cap.6) ci ricorda che Dio viene a cercare noi peccatori, per immergerci nel battesimo e donarci la vita in Cristo. <br /><br /> È una ricerca che commuove, che ci fa sentire cercati con amore. Le donne fanno da specchio a questa ricerca divina: anche loro cercano, ma è Dio il primo a mettersi in movimento verso di noi.<br /><br /> Le donne ricordano una parola centrale detta da Gesù: "Bisogna che il Figlio dell'uomo sia consegnato, crocifisso e risorga il terzo giorno." Questo “bisogna” indica un passaggio necessario: solo attraverso la croce si arriva alla risurrezione. Ed è proprio questa nuova vita il cuore della speranza cristiana.<br /><br /> Il Cero pasquale, acceso durante la liturgia, simboleggia questa luce che entra nella nostra tenebra. Non siamo più morti, ma viventi. La seconda lettura di domani ce lo ricorderà: "Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù."<br /><br /> Dalle ricercatrici alle annunciatrici: un movimento da non fermare<br /><br /> Le donne, dopo aver ricevuto l’annuncio, non si fermano. Diventano annunciatrici. Vanno dagli Apostoli e raccontano quanto hanno visto e ricordato. I nomi citati – Maria di Magdala, Giovanna, Maria madre di Giacomo, e tante altre – compongono un “gruppone” di ricercatrici che si trasformano in missionarie. Il loro movimento deve diventare anche il nostro. <br /><br /> Gli Apostoli, però, inizialmente non credono: le parole delle donne sembrano loro dei vaneggiamenti perché non si sono mossi, non hanno iniziato la ricerca. Solo Pietro si muove, andando al sepolcro.<br /><br /> Anche per lui, e per ciascuno di noi, ci vorrà tempo per credere davvero. La fede richiede una ricerca personale, fatta di ascolto, memoria e fiducia.<br /><br /> Non avremo forse una risposta chiara e immediata, ma possiamo – come le donne – metterci in cammino. La Pasqua è il tempo della ricerca del Vivente, del Risorto.<br /><br /> È tempo di ascoltare di nuovo le sue parole, di ricordare l’opera di Dio e di lasciarci raggiungere dalla sua vita nuova.<br /><br /> In questa Pasqua, che si apre con una liturgia ricca di segni e di luce, siamo invitati anche noi a non fermarci, a cercare il Risorto, il vivente che ci dà la vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65644073</guid><pubDate>Sun, 20 Apr 2025 19:57:15 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65644073/imported_1745178889238640_audio.mp3" length="11430765" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nel Vangelo di Luca, protagoniste della scena sono delle donne straordinarie, discepole appassionate, attente, che hanno seguito Gesù fin dalla Galilea. 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Sono donne concentrate, riflessive, che hanno intrapreso un lungo percorso di sequela e di osservazione.<br /><br /> Dalla ricerca alla memoria: l’annuncio della vita<br /><br /> La ricerca delle donne non si ferma di fronte alla mancanza del corpo: esse si pongono domande, riflettono, cercano di comprendere. Questo le avvicina a ciò che Gesù aveva chiesto nel Giovedì Santo: “capito quello che ho fatto per voi?”. Sono, dunque, persone che pensano, riflettono, cercano un senso.<br /><br /> In questo contesto, appaiono due figure misteriose che pongono una domanda centrale: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo?" Non si tratta di abbandonare la ricerca, ma di orientarla in modo diverso: cercare Gesù come vivente, non come morto. I due invitano le donne a ricordare le parole dette da Gesù quando era ancora in Galilea, dando loro un altro strumento fondamentale: la memoria.<br /><br /> La memoria delle parole di Gesù, ma anche delle azioni di Dio lungo la storia, si rivela decisiva. Durante la Veglia, anche noi abbiamo ripercorso le grandi tappe della salvezza: dalla creazione nella Genesi (cap.1-2) – in cui Dio porta ordine nel caos e dona, crea la vita – fino alla chiamata di Abramo (Gen 22), provato nella fede con il sacrificio del figlio Isacco.<br /><br /> Dio è il grande ricercatore di vita nelle situazioni di morte. Lo vediamo nella liberazione dall’Egitto (Es 14), simbolo di tutte le schiavitù moderne: nel lavoro, nella povertà, nella prostituzione. Lo vediamo nella fedeltà nonostante il tradimento, come nel caso della donna infedele ma ancora amata (Is 54). Lo vediamo nel popolo in esilio (Is 55), affamato e assetato, oggi riflesso nei popoli devastati dalla guerra, come in Ucraina e a Gaza.<br /><br /> Dio cerca ancora oggi, vuole ancora portare vita. Cerca dove porre la sua sapienza, dove far dimorare la sua legge in mezzo all’ignoranza e alla durezza del cuore (Bar 3-4). Cerca i figli dispersi, come dice il profeta Ezechiele (cap. 36), per donarci un cuore nuovo e uno spirito nuovo.<br /><br /> La Lettera ai Romani (cap.6) ci ricorda che Dio viene a cercare noi peccatori, per immergerci nel battesimo e donarci la vita in Cristo. <br /><br /> È una ricerca che commuove, che ci fa sentire cercati con amore. Le donne fanno da specchio a questa ricerca divina: anche loro cercano, ma è Dio il primo a mettersi in movimento verso di noi.<br /><br /> Le donne ricordano una parola centrale detta da Gesù: "Bisogna che il Figlio dell'uomo sia consegnato, crocifisso e risorga il terzo giorno." Questo “bisogna” indica un passaggio necessario: solo attraverso la croce si arriva alla risurrezione. Ed è proprio questa nuova vita il cuore della speranza cristiana.<br /><br /> Il Cero pasquale, acceso durante la liturgia, simboleggia questa luce che entra nella nostra tenebra. Non siamo più morti, ma viventi. La seconda lettura di domani ce lo ricorderà: "Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù."<br /><br /> Dalle ricercatrici alle annunciatrici: un movimento da non fermare<br /><br /> Le donne, dopo aver ricevuto l’annuncio, non si fermano. Diventano annunciatrici. Vanno dagli Apostoli e raccontano quanto...]]></itunes:summary><itunes:duration>715</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia giovedì Santo 2025 S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-giovedi-santo-2025-s-andrea--65615490</link><description><![CDATA[«Capite quello che ho fatto per voi?» È una domanda che ci fa riflettere. È Gesù stesso che ce la pone, perché desidera che ci fermiamo un attimo a meditare. Non è sempre facile capire il Signore: i Suoi gesti, le Sue parole… Alcuni Suoi discorsi, alcune Sue azioni si capiscono solo dopo tanto tempo, magari alla luce di altri eventi. Lo dice anche a Pietro: «Tu ora non lo capisci, lo capirai più tardi.» E se ci pensate, anche nella nostra vita, quanti passaggi restano misteriosi.<br /><br /> Una serata piena di misteri<br /> Ma stasera il Signore ci invita proprio a capire. È il Giovedì Santo, una celebrazione che racchiude tanti misteri: l’istituzione dell’Eucaristia, la carità, il sacerdozio. Tante cose da comprendere. Ma Gesù si riferisce a qualcosa di preciso: ha fatto qualcosa per loro. E non dice semplicemente: «Capite quello che ho fatto?» Ma: «Capite quello che ho fatto per voi.»<br /><br /> Perché ha fatto qualcosa per loro, per i discepoli… e per noi. Stasera, non siamo solo spettatori. Ricordate la Domenica delle Palme? Eravamo in mezzo alla folla, a cantare, a riconoscerlo come re… E poi davanti a Pilato, a Erode, sulla croce. Ma stasera è diverso: Gesù fa qualcosa di concreto per ciascuno di noi.<br /><br /> Ha lavato i piedi. Un gesto profetico, fatto prima di Pasqua. Un’azione concreta, un atto d’amore. Il Vangelo ci dice: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.» Questa espressione è potente. Gesù ama i suoi – non genericamente tutti, ma i suoi discepoli, i suoi prediletti, i suoi chiamati.<br /><br /> E dove sono? Nel mondo. E che mondo è questo? Un mondo violento, buio, solitario, pieno di guerra, di prigionia, di morte. Un mondo dove il diavolo può mettere nel cuore delle persone il desiderio di tradire, di uccidere, di separare. Ed è proprio lì, in quel mondo, che Gesù ama i suoi fino alla fine.<br /><br /> E noi? Siamo tra questi. Ci sentiamo suoi, ci sentiamo nel mondo, ma amati. Consolati, purificati. Eppure, quel “fino alla fine” dice qualcosa di più. È un amore totale, che dà tutto, che va oltre ogni limite. È un amore esagerato, quasi inimmaginabile.<br /><br /> E allora Gesù vuole che lo capiamo. Come ce lo fa capire? Con dei gesti concreti. Si alza da tavola, depone le vesti, prende l’asciugamano, versa l’acqua, e inizia a lavare i piedi con le sue mani. Le mani nelle quali Dio ha messo tutto.<br /><br /> Un amore che si fa piccolo<br /> È un gesto concreto, preciso. Perché il Vangelo ci racconta tutti questi dettagli? Per farci capire davvero cosa sta facendo Gesù. Si mette ai nostri piedi, si abbassa, si fa servo. È una posizione talmente bassa che può dar fastidio, può scandalizzare. Lo vediamo con Pietro: «Tu lavi i piedi a me?» È sconvolto. Non vuole che il Maestro si abbassi così.<br /><br /> E forse anche noi, nella nostra vita, l’abbiamo trovato lì, chinato in una nostra situazione difficile, umiliante, nel nostro peccato. E Lui non si è tirato indietro. Ha lavato i nostri piedi sporchi, ha visitato la durezza del nostro cuore, non ha avuto paura della nostra piccolezza.<br /><br /> Quando Pietro capisce che se non accetta questo gesto non avrà parte con Gesù, cambia subito: «Allora non solo i piedi, ma anche le mani, il capo!» Ma basta, gli dice Gesù, bastano i piedi.<br /><br /> È una relazione d’amore, familiare, intima. Come quella dell’agnello nella casa degli ebrei prigionieri in Egitto. Doveva stare con loro quattro giorni prima del sacrificio. Un piccolo agnello, che vive con la famiglia. Ecco, quella è la presenza del Signore. Umile, semplice. E il suo sangue salva la famiglia.<br /><br /> Anche Paolo ci parla così. Dice: «Vi trasmetto quello che ho ricevuto: questo è il mio corpo per voi.» Parole semplici, ma potentissime. Gesù ci dice: «Questo corpo è per voi. Queste mani, questo corpo, questa vita, sono per voi.» E lo dice prima di andare sulla croce, dove darà tutto.<br /><br /> Il suo corpo, ferito, morente, sarà per noi. Questo è il suo amore. Questo è il calice della nuova alleanza nel suo sangue. Un mistero di amore profondo. E Gesù vuole farcelo capire.<br /><br /> E allora conclude: «Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono. Ma se io ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavarveli gli uni gli altri.» Ci dà un esempio concreto. E ci rimette in cammino.<br /><br /> Un comando che ci coinvolge<br /> Da questo momento in poi, non è più solo qualcosa che Lui fa per noi. È qualcosa che ci coinvolge. Anche noi dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri. Dobbiamo compiere gesti d’amore semplici, belli, umili. Gesti che colpiscono, che scandalizzano per quanto sono gratuiti, che non chiedono nulla in cambio.<br /><br /> Siamo capaci di questi atti d’amore? Dobbiamo esserlo, perché è questo che ci comanda. «Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.»<br /><br /> Nel concreto, nelle nostre famiglie, ma anche oltre. È una chiamata che passa attraverso l’obbedienza al suo comando. Ricevere la grazia della sua Pasqua significa diventare capaci di compassione. E forse sì, dobbiamo dirlo: ci costringe ad amare come Lui. Altrimenti ci sentiamo esclusi. Come Giuda, che riceve il gesto del lavaggio dei piedi, ma poi se ne va. Non riesce a mettere in pratica quel comandamento. Forse gli rimarrà nelle orecchie…<br /><br /> Allora ringraziamolo. Perché se torniamo a quella domanda – “Capite quello che ho fatto per voi?” – ecco che ci commuove. Ci spinge a fare lo stesso. È questa la strada per diventare un popolo sacerdotale. Servi dell’amore. E il triduo pasquale, che inizia proprio con questa celebrazione, ci porterà alla risurrezione. Alla possibilità, anche per ciascuno di noi, di dare la vita come ha fatto Lui.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65615490</guid><pubDate>Thu, 17 Apr 2025 19:24:13 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65615490/imported_1744917756497697_audio.mp3" length="12532088" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>«Capite quello che ho fatto per voi?» È una domanda che ci fa riflettere. È Gesù stesso che ce la pone, perché desidera che ci fermiamo un attimo a meditare. Non è sempre facile capire il Signore: i Suoi gesti, le Sue parole… Alcuni Suoi discorsi,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[«Capite quello che ho fatto per voi?» È una domanda che ci fa riflettere. È Gesù stesso che ce la pone, perché desidera che ci fermiamo un attimo a meditare. Non è sempre facile capire il Signore: i Suoi gesti, le Sue parole… Alcuni Suoi discorsi, alcune Sue azioni si capiscono solo dopo tanto tempo, magari alla luce di altri eventi. Lo dice anche a Pietro: «Tu ora non lo capisci, lo capirai più tardi.» E se ci pensate, anche nella nostra vita, quanti passaggi restano misteriosi.<br /><br /> Una serata piena di misteri<br /> Ma stasera il Signore ci invita proprio a capire. È il Giovedì Santo, una celebrazione che racchiude tanti misteri: l’istituzione dell’Eucaristia, la carità, il sacerdozio. Tante cose da comprendere. Ma Gesù si riferisce a qualcosa di preciso: ha fatto qualcosa per loro. E non dice semplicemente: «Capite quello che ho fatto?» Ma: «Capite quello che ho fatto per voi.»<br /><br /> Perché ha fatto qualcosa per loro, per i discepoli… e per noi. Stasera, non siamo solo spettatori. Ricordate la Domenica delle Palme? Eravamo in mezzo alla folla, a cantare, a riconoscerlo come re… E poi davanti a Pilato, a Erode, sulla croce. Ma stasera è diverso: Gesù fa qualcosa di concreto per ciascuno di noi.<br /><br /> Ha lavato i piedi. Un gesto profetico, fatto prima di Pasqua. Un’azione concreta, un atto d’amore. Il Vangelo ci dice: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.» Questa espressione è potente. Gesù ama i suoi – non genericamente tutti, ma i suoi discepoli, i suoi prediletti, i suoi chiamati.<br /><br /> E dove sono? Nel mondo. E che mondo è questo? Un mondo violento, buio, solitario, pieno di guerra, di prigionia, di morte. Un mondo dove il diavolo può mettere nel cuore delle persone il desiderio di tradire, di uccidere, di separare. Ed è proprio lì, in quel mondo, che Gesù ama i suoi fino alla fine.<br /><br /> E noi? Siamo tra questi. Ci sentiamo suoi, ci sentiamo nel mondo, ma amati. Consolati, purificati. Eppure, quel “fino alla fine” dice qualcosa di più. È un amore totale, che dà tutto, che va oltre ogni limite. È un amore esagerato, quasi inimmaginabile.<br /><br /> E allora Gesù vuole che lo capiamo. Come ce lo fa capire? Con dei gesti concreti. Si alza da tavola, depone le vesti, prende l’asciugamano, versa l’acqua, e inizia a lavare i piedi con le sue mani. Le mani nelle quali Dio ha messo tutto.<br /><br /> Un amore che si fa piccolo<br /> È un gesto concreto, preciso. Perché il Vangelo ci racconta tutti questi dettagli? Per farci capire davvero cosa sta facendo Gesù. Si mette ai nostri piedi, si abbassa, si fa servo. È una posizione talmente bassa che può dar fastidio, può scandalizzare. Lo vediamo con Pietro: «Tu lavi i piedi a me?» È sconvolto. Non vuole che il Maestro si abbassi così.<br /><br /> E forse anche noi, nella nostra vita, l’abbiamo trovato lì, chinato in una nostra situazione difficile, umiliante, nel nostro peccato. E Lui non si è tirato indietro. Ha lavato i nostri piedi sporchi, ha visitato la durezza del nostro cuore, non ha avuto paura della nostra piccolezza.<br /><br /> Quando Pietro capisce che se non accetta questo gesto non avrà parte con Gesù, cambia subito: «Allora non solo i piedi, ma anche le mani, il capo!» Ma basta, gli dice Gesù, bastano i piedi.<br /><br /> È una relazione d’amore, familiare, intima. Come quella dell’agnello nella casa degli ebrei prigionieri in Egitto. Doveva stare con loro quattro giorni prima del sacrificio. Un piccolo agnello, che vive con la famiglia. Ecco, quella è la presenza del Signore. Umile, semplice. E il suo sangue salva la famiglia.<br /><br /> Anche Paolo ci parla così. Dice: «Vi trasmetto quello che ho ricevuto: questo è il mio corpo per voi.» Parole semplici, ma potentissime. Gesù ci dice: «Questo corpo è per voi. Queste mani, questo corpo, questa vita, sono per voi.» E lo dice prima di andare sulla croce, dove darà tutto.<br /><br /> Il suo corpo, ferito, morente, sarà per noi. Questo è il suo amore....]]></itunes:summary><itunes:duration>784</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica delle Palme anno C 2025 S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-delle-palme-anno-c-2025-s-andrea--65558689</link><description><![CDATA[1) Acclamare Gesù come Re<br /> All’inizio della celebrazione, la folla acclama Gesù come re durante la processione, riprendendo le parole del Vangelo di Luca: “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore”. È una folla di discepoli che lo riconosce "re" per i miracoli e i prodigi che ha compiuto. Il Vangelo di Luca ci racconta in altri passi che il loro riconoscimento è parziale e incerto: comprendono i segni, ma faticano a credere pienamente che sia il Messia. Gesù stesso piange su Gerusalemme perché non ha riconosciuto “il giorno della grazia”. Come loro, anche noi possiamo avere momenti di entusiasmo e altri di dubbio nella nostra relazione con Cristo. Lo acclamiamo, lo ringraziano per le cose belle che ha fatto e fa per noi. <br /><br /> 2)Gesù Re nell’Ultima Cena<br /> Un momento cruciale in cui Gesù viene riconosciuto come re è durante l’Ultima Cena. In quel contesto, egli spezza il pane e offre il calice del suo sangue come nuova alleanza, un gesto che prefigura il dono totale di sé. Solo nel Vangelo di Luca, Gesù aggiunge: “Non mangerò più del frutto della vite finché non venga il Regno di Dio”, indicando che la piena realizzazione del Regno è ancora da venire. L’Eucaristia, quindi, è un’anticipazione della comunione piena con Lui che avverrà alla fine dei tempi. Inoltre, Gesù insegna che nel suo Regno non c’è spazio per la logica del potere terreno: “Chi è il più grande si faccia il più giovane, il servitore”. È un Regno di servizio, non di dominio.<br /><br /> 3) La Regalità davanti alle Autorità<br /> Nel racconto della Passione, Gesù è accusato di essere “Cristo Re” e di sobillare il popolo. Ma né Pilato né Erode lo considerano un pericolo reale: non vedono in lui un rivale politico, bensì un innocente. La sua regalità non somiglia in nulla a quella dei re della terra. Anche quando Pilato interroga Gesù, questi risponde: “Il mio regno non è di questo mondo”. Questo ci invita a riflettere su come spesso noi stessi possiamo esercitare un potere terreno, mentre il Regno di Gesù si manifesta in modo completamente diverso, privo di forza coercitiva e pieno di umiltà.<br /><br /> 4) Gesù Re sulla Croce<br /> Il momento più profondo e autentico del riconoscimento della regalità di Cristo è sotto la croce. Qui si delineano due atteggiamenti: quello dei soldati e della folla, che lo scherniscono dicendo “Salva te stesso, se sei il re”, e quello del ladrone crocifisso con Lui. Quest’ultimo, pur nella sua condizione di peccatore e condannato, riconosce Gesù come Re e gli dice: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. È un gesto di fede pura, priva di interesse, che riceve una risposta immediata: “Oggi sarai con me in paradiso”. Il Regno di Gesù è qui e ora, in quella comunione profonda che nasce dalla condivisione della sofferenza e dell’amore.<br /><br /> Il Testimone Silenzioso: Giuseppe d’Arimatea<br /> Infine, l’ultimo personaggio che riconosce la regalità di Gesù è Giuseppe d’Arimatea. Uomo ricco e membro del Sinedrio, va con coraggio a chiedere il corpo di Gesù e lo depone nel sepolcro nuovo. Il Vangelo dice di lui che “aspettava il Regno di Dio”. In lui si sintetizzano tutti i modi di riconoscere la regalità di Cristo: con coraggio, con speranza, con attesa attiva. È una figura a cui guardare in questa Settimana Santa: come lui, anche noi siamo chiamati ad aspettare e desiderare il Regno, celebrandolo con gioia nell’Eucaristia, riconoscendolo nel contrasto con i regni terreni e, soprattutto, nella nostra personale croce.<br /><br /> Attendere il Regno con Intimità<br /><br /> In questa Settimana Santa siamo invitati a metterci alla scuola di Giuseppe d’Arimatea, diventando “aspettatori del Regno”. Lo celebriamo nella liturgia, lo riconosciamo nella fragilità, lo invochiamo nei momenti di sofferenza, lo desideriamo nelle nostre preghiere. Cristo Re non impone il suo dominio, ma chiede di essere accolto con umiltà e semplicità, nella profondità della nostra vita quotidiana. In ogni gesto, in ogni Eucaristia, in ogni dolore vissuto con fede, possiamo ripetere: “Gesù, ricordati di me nel tuo regno”.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65558689</guid><pubDate>Sun, 13 Apr 2025 17:59:35 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65558689/imported_1744566783483141_audio.mp3" length="12569704" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>1) Acclamare Gesù come Re
All’inizio della celebrazione, la folla acclama Gesù come re durante la processione, riprendendo le parole del Vangelo di Luca: “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore”. È una folla di discepoli che lo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[1) Acclamare Gesù come Re<br /> All’inizio della celebrazione, la folla acclama Gesù come re durante la processione, riprendendo le parole del Vangelo di Luca: “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore”. È una folla di discepoli che lo riconosce "re" per i miracoli e i prodigi che ha compiuto. Il Vangelo di Luca ci racconta in altri passi che il loro riconoscimento è parziale e incerto: comprendono i segni, ma faticano a credere pienamente che sia il Messia. Gesù stesso piange su Gerusalemme perché non ha riconosciuto “il giorno della grazia”. Come loro, anche noi possiamo avere momenti di entusiasmo e altri di dubbio nella nostra relazione con Cristo. Lo acclamiamo, lo ringraziano per le cose belle che ha fatto e fa per noi. <br /><br /> 2)Gesù Re nell’Ultima Cena<br /> Un momento cruciale in cui Gesù viene riconosciuto come re è durante l’Ultima Cena. In quel contesto, egli spezza il pane e offre il calice del suo sangue come nuova alleanza, un gesto che prefigura il dono totale di sé. Solo nel Vangelo di Luca, Gesù aggiunge: “Non mangerò più del frutto della vite finché non venga il Regno di Dio”, indicando che la piena realizzazione del Regno è ancora da venire. L’Eucaristia, quindi, è un’anticipazione della comunione piena con Lui che avverrà alla fine dei tempi. Inoltre, Gesù insegna che nel suo Regno non c’è spazio per la logica del potere terreno: “Chi è il più grande si faccia il più giovane, il servitore”. È un Regno di servizio, non di dominio.<br /><br /> 3) La Regalità davanti alle Autorità<br /> Nel racconto della Passione, Gesù è accusato di essere “Cristo Re” e di sobillare il popolo. Ma né Pilato né Erode lo considerano un pericolo reale: non vedono in lui un rivale politico, bensì un innocente. La sua regalità non somiglia in nulla a quella dei re della terra. Anche quando Pilato interroga Gesù, questi risponde: “Il mio regno non è di questo mondo”. Questo ci invita a riflettere su come spesso noi stessi possiamo esercitare un potere terreno, mentre il Regno di Gesù si manifesta in modo completamente diverso, privo di forza coercitiva e pieno di umiltà.<br /><br /> 4) Gesù Re sulla Croce<br /> Il momento più profondo e autentico del riconoscimento della regalità di Cristo è sotto la croce. Qui si delineano due atteggiamenti: quello dei soldati e della folla, che lo scherniscono dicendo “Salva te stesso, se sei il re”, e quello del ladrone crocifisso con Lui. Quest’ultimo, pur nella sua condizione di peccatore e condannato, riconosce Gesù come Re e gli dice: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. È un gesto di fede pura, priva di interesse, che riceve una risposta immediata: “Oggi sarai con me in paradiso”. Il Regno di Gesù è qui e ora, in quella comunione profonda che nasce dalla condivisione della sofferenza e dell’amore.<br /><br /> Il Testimone Silenzioso: Giuseppe d’Arimatea<br /> Infine, l’ultimo personaggio che riconosce la regalità di Gesù è Giuseppe d’Arimatea. Uomo ricco e membro del Sinedrio, va con coraggio a chiedere il corpo di Gesù e lo depone nel sepolcro nuovo. Il Vangelo dice di lui che “aspettava il Regno di Dio”. In lui si sintetizzano tutti i modi di riconoscere la regalità di Cristo: con coraggio, con speranza, con attesa attiva. È una figura a cui guardare in questa Settimana Santa: come lui, anche noi siamo chiamati ad aspettare e desiderare il Regno, celebrandolo con gioia nell’Eucaristia, riconoscendolo nel contrasto con i regni terreni e, soprattutto, nella nostra personale croce.<br /><br /> Attendere il Regno con Intimità<br /><br /> In questa Settimana Santa siamo invitati a metterci alla scuola di Giuseppe d’Arimatea, diventando “aspettatori del Regno”. Lo celebriamo nella liturgia, lo riconosciamo nella fragilità, lo invochiamo nei momenti di sofferenza, lo desideriamo nelle nostre preghiere. Cristo Re non impone il suo dominio, ma chiede di essere accolto con umiltà e semplicità, nella profondità della nostra vita quotidiana. 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Quante volte, senza nemmeno rendercene conto, anche noi cadiamo nell’accusa, nel sottolineare gli sbagli degli altri, nel puntare il dito. A volte lo facciamo in gruppo, alleandoci contro qualcuno, magari attraverso una chiacchiera che sembra innocua, ma che presto diventa un giudizio pesante.<br /><br /> L’accusa non è mai costruttiva. È sempre per distruggere, per umiliare, per annientare. Anche quando non lo facciamo con parole dirette, portiamo avanti accuse sottili, magari raccolte alle spalle, che feriscono profondamente. Spesso sono accuse segrete, vigliacche. E sapete una cosa? Anche il diavolo ha proprio questo nome: accusatore. L’Apocalisse lo chiama così, colui che accusa i fratelli giorno e notte davanti al Signore.<br /><br /> Ma davanti a tutto questo, come reagisce Gesù? In silenzio. Non dice nulla, non risponde, si mette a scrivere per terra. Tace. E quel silenzio è già una risposta profonda. Quando poi insistono, Gesù pronuncia una frase che spiazza tutti: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra.”<br /><br /> È una frase che costringe ciascuno a guardarsi dentro. Quegli sguardi puntati addosso alla donna ora si rivolgono al cuore di chi accusa. Ed è proprio questo il miglior antidoto al giudizio: la verità su noi stessi. Gesù non nega che la donna abbia sbagliato, ma mette in evidenza che anche gli accusatori hanno peccato. È un modo bellissimo di riportare tutti alla verità senza alzare la voce, senza accusare.<br /><br /> “Io faccio una cosa nuova” – Quando Dio trasforma il deserto<br /><br /> La seconda cosa su cui voglio riflettere oggi è esattamente l’opposto dell’accusa: la novità che Dio vuole fare nella nostra vita. Lo dice chiaramente la prima lettura: “Io faccio una cosa nuova. Proprio ora germoglia.” È una promessa straordinaria.<br /><br /> Dio non si limita a darci strumenti per sopravvivere nel deserto, come borracce o cappelli da escursionisti. Lui fa molto di più: trasforma il deserto stesso. Fa scorrere fiumi, fa nascere vita dove c’era solo aridità. E questa novità è talmente bella che anche gli animali più improbabili – gli struzzi, gli sciacalli – danzano e ringraziano. È la gioia di una creazione rinnovata.<br /><br /> Una strada nuova nel cuore dell’esilio<br /><br /> Quando il popolo di Israele torna dall’esilio, si dice: “Ci sembrava di sognare…”. È la meraviglia di una salvezza che non sembrava possibile. È così che agisce Dio: apre strade dove non pensavamo potessero esserci.<br /><br /> “Neanch’io ti condanno” – Il miracolo del perdono<br /><br /> Ecco allora che ritorniamo alla donna del Vangelo. Gesù le dice: “Donna, nessuno ti ha condannata?” – “Nessuno, Signore.” – “Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più.”<br /><br /> È meraviglioso. In un solo istante, tutte le accuse e il senso di colpa vengono sciolti dalla misericordia. Gesù le apre una strada nuova, una possibilità di ricominciare. È proprio come quel deserto che fiorisce. La donna, grazie all’incontro con Gesù, trova il coraggio di vivere una vita nuova.<br /><br /> E ciascuno di noi può riconoscersi in lei. Abbiamo tutti le nostre fatiche, le nostre prigionie interiori, i nostri peccati. Come si fa a cambiare? Non da soli. È il Signore che entra nella nostra storia, non per condannare, ma per liberarci.<br /><br /> Pensate a San Paolo. Anche lui era un grande accusatore, un fariseo che conosceva la legge a memoria e perseguitava la Chiesa. Ma poi, sulla via di Damasco, ha incontrato Gesù. E quell’incontro ha cambiato tutto. È passato dall’essere un accusatore a essere un “germogliatore” di vita nuova. Paolo stesso dice: “Sono stato conquistato da Cristo.”<br /><br /> E aggiunge qualcosa di ancora più bello: “Dimentico ciò che è dietro e mi protendo verso ciò che mi sta davanti.” Corre, con il cuore pieno di desiderio, per conoscere sempre più Gesù, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze. Non perché la sofferenza sia sparita, ma perché ora è abitata da Gesù.<br /><br /> Un cammino che parte dal perdono<br /><br /> Oggi pomeriggio celebreremo la confessione. Ed è proprio questo: un incontro con il Signore che ci perdona, che ci rimette in piedi, che ci permette di guardare avanti.<br /><br /> Come quella donna, anche noi possiamo passare dall’accusa alla libertà, dalla colpa alla speranza. Possiamo lasciare che il Signore trasformi il nostro deserto in un giardino. Possiamo diventare come quegli struzzi: non più tristi e assetati, ma saltellanti di gioia per quello che abbiamo ricevuto.<br /><br /> Ecco il senso profondo di questa Quinta Domenica di Quaresima: lasciarci incontrare da Gesù, per passare dall’accusa alla vita nuova. È un sogno che il Signore vuole rendere realtà per ciascuno di noi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65381904</guid><pubDate>Sun, 06 Apr 2025 20:50:26 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65381904/imported_1743972515149131_audio.mp3" length="12737724" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi voglio soffermarmi soprattutto su due aspetti. Il primo è una parola che nel Vangelo risuona con forza: accusare. Gli scribi e i farisei conducono davanti a Gesù una donna sorpresa in adulterio. Era stata colta sul fatto, non c’erano dubbi. 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Anche quando non lo facciamo con parole dirette, portiamo avanti accuse sottili, magari raccolte alle spalle, che feriscono profondamente. Spesso sono accuse segrete, vigliacche. E sapete una cosa? Anche il diavolo ha proprio questo nome: accusatore. L’Apocalisse lo chiama così, colui che accusa i fratelli giorno e notte davanti al Signore.<br /><br /> Ma davanti a tutto questo, come reagisce Gesù? In silenzio. Non dice nulla, non risponde, si mette a scrivere per terra. Tace. E quel silenzio è già una risposta profonda. Quando poi insistono, Gesù pronuncia una frase che spiazza tutti: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra.”<br /><br /> È una frase che costringe ciascuno a guardarsi dentro. Quegli sguardi puntati addosso alla donna ora si rivolgono al cuore di chi accusa. Ed è proprio questo il miglior antidoto al giudizio: la verità su noi stessi. Gesù non nega che la donna abbia sbagliato, ma mette in evidenza che anche gli accusatori hanno peccato. È un modo bellissimo di riportare tutti alla verità senza alzare la voce, senza accusare.<br /><br /> “Io faccio una cosa nuova” – Quando Dio trasforma il deserto<br /><br /> La seconda cosa su cui voglio riflettere oggi è esattamente l’opposto dell’accusa: la novità che Dio vuole fare nella nostra vita. Lo dice chiaramente la prima lettura: “Io faccio una cosa nuova. Proprio ora germoglia.” È una promessa straordinaria.<br /><br /> Dio non si limita a darci strumenti per sopravvivere nel deserto, come borracce o cappelli da escursionisti. Lui fa molto di più: trasforma il deserto stesso. Fa scorrere fiumi, fa nascere vita dove c’era solo aridità. E questa novità è talmente bella che anche gli animali più improbabili – gli struzzi, gli sciacalli – danzano e ringraziano. È la gioia di una creazione rinnovata.<br /><br /> Una strada nuova nel cuore dell’esilio<br /><br /> Quando il popolo di Israele torna dall’esilio, si dice: “Ci sembrava di sognare…”. È la meraviglia di una salvezza che non sembrava possibile. È così che agisce Dio: apre strade dove non pensavamo potessero esserci.<br /><br /> “Neanch’io ti condanno” – Il miracolo del perdono<br /><br /> Ecco allora che ritorniamo alla donna del Vangelo. Gesù le dice: “Donna, nessuno ti ha condannata?” – “Nessuno, Signore.” – “Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più.”<br /><br /> È meraviglioso. In un solo istante, tutte le accuse e il senso di colpa vengono sciolti dalla misericordia. Gesù le apre una strada nuova, una possibilità di ricominciare. È proprio come quel deserto che fiorisce. La donna, grazie all’incontro con Gesù, trova il coraggio di vivere una vita nuova.<br /><br /> E ciascuno di noi può riconoscersi in lei. Abbiamo tutti le nostre fatiche, le nostre prigionie interiori, i nostri peccati. Come si fa a cambiare? Non da soli. È il Signore che entra nella nostra storia, non per condannare, ma per liberarci.<br /><br /> Pensate a San Paolo. Anche lui era un grande accusatore, un fariseo che conosceva la legge a memoria e perseguitava la Chiesa. Ma poi, sulla via di Damasco, ha incontrato Gesù. E quell’incontro ha cambiato tutto. È...]]></itunes:summary><itunes:duration>797</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia sabato IV settimana di quaresima S.Andrea ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-sabato-iv-settimana-di-quaresima-s-andrea-ore-8-30--65366505</link><description><![CDATA[Nel Vangelo si evidenzia una grande varietà di opinioni su Gesù: alcuni lo considerano un profeta, altri il Cristo, ma nel complesso non c'è unanimità tra la gente. L'evangelista Giovanni parla esplicitamente di un dissenso, una divisione, quasi uno scisma tra coloro che lo ascoltano. Questo mostra come la figura di Gesù generi un impatto potente, capace di smuovere coscienze e opinioni contrastanti.<br /><br /> L'ascolto autentico delle guardie<br /><br /> Particolarmente toccante è la reazione delle guardie mandate ad arrestarlo. Queste, probabilmente guardie del Tempio, non eseguono l’ordine ricevuto: ascoltano Gesù e rimangono profondamente colpite, tanto da dire: "Mai un uomo ha parlato così." La loro apertura all'ascolto, nonostante il compito che avevano ricevuto, le rende più sensibili e ricettive rispetto a molti altri. Il loro esempio è un invito a lasciarsi toccare davvero dalle parole del Signore, più che ad aderire ciecamente a giudizi o imposizioni.<br /><br /> Nicodemo e il desiderio di verità<br /><br /> Anche Nicodemo dimostra un atteggiamento di ricerca autentica. Ricorda che la legge non può giudicare un uomo senza prima averlo ascoltato e aver visto ciò che fa. Questo stesso Nicodemo era andato da Gesù di notte per porgli domande sincere, come quella famosa: "Può un uomo rinascere dall’alto?" Il suo cammino spirituale è mosso dal desiderio di capire, di ascoltare in profondità, un desiderio che dovrebbe abitare anche il cuore di ogni credente.<br /><br /> Geremia: il profeta che cerca chiarezza da Dio<br /><br /> Il discorso si sposta poi sul profeta Geremia, che si accorge di essere circondato da inganni e tradimenti. Anche lui, come le guardie e Nicodemo, sente il bisogno di sapere, di comprendere cosa stia succedendo. Dice a Dio: "Fammi sapere cosa succede, mostramelo." Geremia si affida completamente al Signore, ma non per questo rinuncia al desiderio di verità e chiarezza. Questo lo rende simile a ogni discepolo autentico, che non ha bisogno di segreti nel proprio rapporto con Dio.<br /><br /> La rivelazione piena di Dio e la fiducia nella sua giustizia<br /><br /> Il Signore, infatti, non tiene nulla nascosto a chi si immerge nella sua Parola, nell’Eucaristia e nella preghiera quotidiana. La vita cristiana, pur con le sue prove, è illuminata da una strada già tracciata: il dono di sé, la Croce, la Pasqua. Anche Geremia, pur nella sofferenza, non cerca vendetta, ma affida il giudizio a Dio. Dice: "Signore degli eserciti, giusto giudice, possa io vedere la Tua vendetta su di loro?" È un affidamento che ricorda le parole del Salmo: "Signore mio Dio, in Te mi sono rifugiato."<br /><br /> Un invito all’ascolto e alla speranza<br /><br /> Il messaggio conclusivo è un’esortazione a rifugiarsi nel Signore, ad ascoltarlo con il cuore aperto come le guardie, come Nicodemo, come Geremia. È nell’ascolto che nasce un rapporto profondo e autentico con Dio, che dona luce anche nelle prove e rafforza la speranza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65366505</guid><pubDate>Sat, 05 Apr 2025 07:58:37 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65366505/imported_1743839743535058_audio.mp3" length="5509537" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Nel Vangelo si evidenzia una grande varietà di opinioni su Gesù: alcuni lo considerano un profeta, altri il Cristo, ma nel complesso non c'è unanimità tra la gente. L'evangelista Giovanni parla esplicitamente di un dissenso, una divisione, quasi uno...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nel Vangelo si evidenzia una grande varietà di opinioni su Gesù: alcuni lo considerano un profeta, altri il Cristo, ma nel complesso non c'è unanimità tra la gente. L'evangelista Giovanni parla esplicitamente di un dissenso, una divisione, quasi uno scisma tra coloro che lo ascoltano. Questo mostra come la figura di Gesù generi un impatto potente, capace di smuovere coscienze e opinioni contrastanti.<br /><br /> L'ascolto autentico delle guardie<br /><br /> Particolarmente toccante è la reazione delle guardie mandate ad arrestarlo. Queste, probabilmente guardie del Tempio, non eseguono l’ordine ricevuto: ascoltano Gesù e rimangono profondamente colpite, tanto da dire: "Mai un uomo ha parlato così." La loro apertura all'ascolto, nonostante il compito che avevano ricevuto, le rende più sensibili e ricettive rispetto a molti altri. Il loro esempio è un invito a lasciarsi toccare davvero dalle parole del Signore, più che ad aderire ciecamente a giudizi o imposizioni.<br /><br /> Nicodemo e il desiderio di verità<br /><br /> Anche Nicodemo dimostra un atteggiamento di ricerca autentica. Ricorda che la legge non può giudicare un uomo senza prima averlo ascoltato e aver visto ciò che fa. Questo stesso Nicodemo era andato da Gesù di notte per porgli domande sincere, come quella famosa: "Può un uomo rinascere dall’alto?" Il suo cammino spirituale è mosso dal desiderio di capire, di ascoltare in profondità, un desiderio che dovrebbe abitare anche il cuore di ogni credente.<br /><br /> Geremia: il profeta che cerca chiarezza da Dio<br /><br /> Il discorso si sposta poi sul profeta Geremia, che si accorge di essere circondato da inganni e tradimenti. Anche lui, come le guardie e Nicodemo, sente il bisogno di sapere, di comprendere cosa stia succedendo. Dice a Dio: "Fammi sapere cosa succede, mostramelo." Geremia si affida completamente al Signore, ma non per questo rinuncia al desiderio di verità e chiarezza. Questo lo rende simile a ogni discepolo autentico, che non ha bisogno di segreti nel proprio rapporto con Dio.<br /><br /> La rivelazione piena di Dio e la fiducia nella sua giustizia<br /><br /> Il Signore, infatti, non tiene nulla nascosto a chi si immerge nella sua Parola, nell’Eucaristia e nella preghiera quotidiana. La vita cristiana, pur con le sue prove, è illuminata da una strada già tracciata: il dono di sé, la Croce, la Pasqua. Anche Geremia, pur nella sofferenza, non cerca vendetta, ma affida il giudizio a Dio. Dice: "Signore degli eserciti, giusto giudice, possa io vedere la Tua vendetta su di loro?" È un affidamento che ricorda le parole del Salmo: "Signore mio Dio, in Te mi sono rifugiato."<br /><br /> Un invito all’ascolto e alla speranza<br /><br /> Il messaggio conclusivo è un’esortazione a rifugiarsi nel Signore, ad ascoltarlo con il cuore aperto come le guardie, come Nicodemo, come Geremia. È nell’ascolto che nasce un rapporto profondo e autentico con Dio, che dona luce anche nelle prove e rafforza la speranza.]]></itunes:summary><itunes:duration>345</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia giovedì IV settimana di quaresima S.Andrea ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-giovedi-iv-settimana-di-quaresima-s-andrea-ore-18-30--65343483</link><description><![CDATA[ll brano del Vangelo di Giovanni ci presenta un giudizio severo di Gesù: "Come potete credere voi che ricevete gloria gli uni dagli altri?". Gesù denuncia la durezza del cuore dei giudei, ma non solo: questo Vangelo parla anche a noi, oggi. Di fronte alle tante testimonianze di Dio, siamo spesso sordi, distratti o indifferenti. La lista delle accuse che Gesù pronuncia è lunga e toccante: non si tratta solo di un problema dei contemporanei di Gesù, ma anche della nostra vita spirituale.<br /><br /> Le Testimonianze Inascoltate<br /><br /> Gesù ricorda alcune testimonianze che avrebbero dovuto aprire i cuori: la luce di Giovanni Battista, che però è stata accolta solo per un momento, senza una vera conversione; le opere di Gesù stesso, opere buone, belle, di guarigione, che però non hanno portato ad ascoltare veramente la voce di Dio. Gesù constata: "Non avete mai ascoltato la sua voce, non avete mai visto il suo volto, la sua parola non rimane in voi". Il problema è profondo: non si tratta solo di non aver capito, ma di non avere in sé l’amore di Dio.<br /><br /> La Ricerca della Gloria: Umana o Divina?<br /><br /> Il cuore della denuncia di Gesù si concentra su questa domanda: In che cosa cerchiamo gloria? Siamo portati a cercare la gloria che viene dagli altri, il riconoscimento umano, piuttosto che quella che viene dall’unico Dio. Cercare la gloria di Dio significa riconoscerlo come Salvatore, Creatore e Padre. Eppure, anche in questa denuncia severa, Gesù aggiunge: "Non sarò io ad accusarvi". La Sua missione non è accusare, ma salvare.<br /><br /> Il Dio Misericordioso<br /><br /> Il Dio che ci presenta Gesù è misericordioso, non accusatore. Ce lo ricorda anche la pagina dell’Esodo: il popolo, liberato dall’Egitto, si costruisce un vitello d’oro e lo adora. Appena iniziato il cammino nel deserto, Dio si trova già di fronte all'infedeltà. Ma nonostante tutto, Dio sceglie la misericordia. Prende per mano il popolo, lo accompagna, lo perdona continuamente, affrontando la sua "dura servizia".<br /><br /> Mosè, Figura di Intercessore<br /><br /> Mosè diventa l’intercessore, colui che, pur non avendo colpe, chiede a Dio di non abbandonare il popolo: "Non sterminarlo, hai promesso, tu sei misericordia". Questo dialogo tra Dio e Mosè illumina il cuore della fede: Dio rimane fedele anche quando noi siamo infedeli. Dio non si stanca mai di ricominciare con il suo popolo.<br /><br /> La Luce che Illumina la Durezza del Cuore<br /><br /> Questa è la buona notizia che ci riguarda oggi. Anche quando ci chiudiamo, quando cerchiamo gloria solo dagli altri, quando non ascoltiamo la voce di Dio, la Sua Parola continua a raggiungerci, ad avvolgerci, a riempirci. Gesù ci invita a fare un passo di umiltà: aprire il cuore, desiderare la sua presenza, accoglierlo come Salvatore.<br /><br /> Verso la Vita Nuova<br /><br /> Accogliere questa misericordia è il cammino che la Quaresima ci propone. Presto incontreremo, nella liturgia, la donna adultera, colta in flagrante peccato: solo l’incontro con Gesù le darà la forza di non peccare più e di iniziare una vita nuova. Lo stesso desiderio è anche il nostro: lasciarci abbracciare da Cristo e ricevere da Lui la possibilità di una vita rinnovata, di una gioia piena.<br /><br /> Il Senso della Messa<br /><br /> Veniamo alla Messa proprio per questo: per ricevere misericordia, sentirci figli perdonati, abbracciare la vita nuova che solo Dio ci può donare. Ogni Eucaristia è l’occasione per dire: "Signore, ti desidero, voglio accoglierti nel mio cuore, voglio che Tu prenda posto nella mia vita". Così, anche noi possiamo passare dalla durezza del cuore alla dolcezza della misericordia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65343483</guid><pubDate>Fri, 04 Apr 2025 04:04:02 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65343483/imported_1743739309479362_audio.mp3" length="6305750" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>ll brano del Vangelo di Giovanni ci presenta un giudizio severo di Gesù: "Come potete credere voi che ricevete gloria gli uni dagli altri?". Gesù denuncia la durezza del cuore dei giudei, ma non solo: questo Vangelo parla anche a noi, oggi. Di fronte...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[ll brano del Vangelo di Giovanni ci presenta un giudizio severo di Gesù: "Come potete credere voi che ricevete gloria gli uni dagli altri?". Gesù denuncia la durezza del cuore dei giudei, ma non solo: questo Vangelo parla anche a noi, oggi. Di fronte alle tante testimonianze di Dio, siamo spesso sordi, distratti o indifferenti. La lista delle accuse che Gesù pronuncia è lunga e toccante: non si tratta solo di un problema dei contemporanei di Gesù, ma anche della nostra vita spirituale.<br /><br /> Le Testimonianze Inascoltate<br /><br /> Gesù ricorda alcune testimonianze che avrebbero dovuto aprire i cuori: la luce di Giovanni Battista, che però è stata accolta solo per un momento, senza una vera conversione; le opere di Gesù stesso, opere buone, belle, di guarigione, che però non hanno portato ad ascoltare veramente la voce di Dio. Gesù constata: "Non avete mai ascoltato la sua voce, non avete mai visto il suo volto, la sua parola non rimane in voi". Il problema è profondo: non si tratta solo di non aver capito, ma di non avere in sé l’amore di Dio.<br /><br /> La Ricerca della Gloria: Umana o Divina?<br /><br /> Il cuore della denuncia di Gesù si concentra su questa domanda: In che cosa cerchiamo gloria? Siamo portati a cercare la gloria che viene dagli altri, il riconoscimento umano, piuttosto che quella che viene dall’unico Dio. Cercare la gloria di Dio significa riconoscerlo come Salvatore, Creatore e Padre. Eppure, anche in questa denuncia severa, Gesù aggiunge: "Non sarò io ad accusarvi". La Sua missione non è accusare, ma salvare.<br /><br /> Il Dio Misericordioso<br /><br /> Il Dio che ci presenta Gesù è misericordioso, non accusatore. Ce lo ricorda anche la pagina dell’Esodo: il popolo, liberato dall’Egitto, si costruisce un vitello d’oro e lo adora. Appena iniziato il cammino nel deserto, Dio si trova già di fronte all'infedeltà. Ma nonostante tutto, Dio sceglie la misericordia. Prende per mano il popolo, lo accompagna, lo perdona continuamente, affrontando la sua "dura servizia".<br /><br /> Mosè, Figura di Intercessore<br /><br /> Mosè diventa l’intercessore, colui che, pur non avendo colpe, chiede a Dio di non abbandonare il popolo: "Non sterminarlo, hai promesso, tu sei misericordia". Questo dialogo tra Dio e Mosè illumina il cuore della fede: Dio rimane fedele anche quando noi siamo infedeli. Dio non si stanca mai di ricominciare con il suo popolo.<br /><br /> La Luce che Illumina la Durezza del Cuore<br /><br /> Questa è la buona notizia che ci riguarda oggi. Anche quando ci chiudiamo, quando cerchiamo gloria solo dagli altri, quando non ascoltiamo la voce di Dio, la Sua Parola continua a raggiungerci, ad avvolgerci, a riempirci. Gesù ci invita a fare un passo di umiltà: aprire il cuore, desiderare la sua presenza, accoglierlo come Salvatore.<br /><br /> Verso la Vita Nuova<br /><br /> Accogliere questa misericordia è il cammino che la Quaresima ci propone. Presto incontreremo, nella liturgia, la donna adultera, colta in flagrante peccato: solo l’incontro con Gesù le darà la forza di non peccare più e di iniziare una vita nuova. Lo stesso desiderio è anche il nostro: lasciarci abbracciare da Cristo e ricevere da Lui la possibilità di una vita rinnovata, di una gioia piena.<br /><br /> Il Senso della Messa<br /><br /> Veniamo alla Messa proprio per questo: per ricevere misericordia, sentirci figli perdonati, abbracciare la vita nuova che solo Dio ci può donare. Ogni Eucaristia è l’occasione per dire: "Signore, ti desidero, voglio accoglierti nel mio cuore, voglio che Tu prenda posto nella mia vita". 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Questa esperienza è illuminata dalle letture del giorno, in particolare dal versetto di Isaia: "Colui che ha misericordia di loro li guiderà, li condurrà alle sorgenti d'acqua" (Is 49,10).<br /><br /> Dio è il motore della nostra speranza, colui che ci prende per mano con la sua misericordia e ci conduce alle sorgenti d'acqua viva. Isaia descrive un popolo in cammino da ogni direzione, afflitto dalla fame e dalla sete, ma che trova ristoro e gioia grazie alla guida del Signore. Questo cammino non è solo geografico, ma anche esistenziale: siamo chiamati a uscire da ogni prigionia, da ogni sofferenza, per abbandonarci alla consolazione divina. Dio non abbandona mai il suo popolo, proprio come una madre non può dimenticare il proprio bambino. Anche nei momenti più difficili, tutto trova il suo posto nella grande regia della misericordia divina.<br /><br /> Dalla morte alla vita: un cammino di speranza<br /><br /> La misericordia di Dio è la sua essenza più profonda, il suo amore viscerale per l’umanità, come ci ricorda il Salmo: "Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all'ira e grande nell'amore" (Sal 144,8). L’Apostolo Giovanni nel Vangelo sottolinea che ascoltare e seguire questa guida è un passaggio dalla morte alla vita: "Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna" (Gv 5,24).<br /><br /> Tornare a casa dopo un pellegrinaggio significa portare con sé questa speranza, perché Dio dona la vita, la luce e la consolazione. Il cammino non è sempre facile, ma Dio è sempre presente. Come San Pietro, che inizialmente si allontanava dalla città per poi tornare a offrire la propria vita, anche noi siamo chiamati a vivere il dono della nostra esistenza in piena adesione alla volontà del Padre. In questo si trova il segreto della vera gioia e della felicità autentica.<br /><br /> Gesù ci mostra che il suo agire è strettamente legato a quello del Padre: "Il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre" (Gv 5,19). Accettare questa verità significa abbandonarsi con fiducia alla volontà divina, certi che in essa troviamo la vita piena.<br /><br /> Infine, il pellegrinaggio si conclude con un ringraziamento sincero al Signore e con l’invito ad affidarci alla sua guida misericordiosa, lasciandoci prendere per mano con fiducia e speranza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65319967</guid><pubDate>Wed, 02 Apr 2025 18:50:57 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65319967/imported_1743619448751530_audio.mp3" length="3562684" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Partecipare a un pellegrinaggio nella Chiesa universale suscita un profondo senso di appartenenza. Il cammino verso la tomba dell'Apostolo Pietro, insieme a una moltitudine di fedeli, richiama l'immagine di un popolo immenso in marcia. 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Dio non abbandona mai il suo popolo, proprio come una madre non può dimenticare il proprio bambino. Anche nei momenti più difficili, tutto trova il suo posto nella grande regia della misericordia divina.<br /><br /> Dalla morte alla vita: un cammino di speranza<br /><br /> La misericordia di Dio è la sua essenza più profonda, il suo amore viscerale per l’umanità, come ci ricorda il Salmo: "Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all'ira e grande nell'amore" (Sal 144,8). L’Apostolo Giovanni nel Vangelo sottolinea che ascoltare e seguire questa guida è un passaggio dalla morte alla vita: "Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna" (Gv 5,24).<br /><br /> Tornare a casa dopo un pellegrinaggio significa portare con sé questa speranza, perché Dio dona la vita, la luce e la consolazione. Il cammino non è sempre facile, ma Dio è sempre presente. Come San Pietro, che inizialmente si allontanava dalla città per poi tornare a offrire la propria vita, anche noi siamo chiamati a vivere il dono della nostra esistenza in piena adesione alla volontà del Padre. In questo si trova il segreto della vera gioia e della felicità autentica.<br /><br /> Gesù ci mostra che il suo agire è strettamente legato a quello del Padre: "Il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre" (Gv 5,19). Accettare questa verità significa abbandonarsi con fiducia alla volontà divina, certi che in essa troviamo la vita piena.<br /><br /> Infine, il pellegrinaggio si conclude con un ringraziamento sincero al Signore e con l’invito ad affidarci alla sua guida misericordiosa, lasciandoci prendere per mano con fiducia e speranza.]]></itunes:summary><itunes:duration>223</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia lunedì IV settimana di quaresima Tre Fontane a Roma</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-lunedi-iv-settimana-di-quaresima-tre-fontane-a-roma--65258688</link><description><![CDATA[Il brano evangelico di oggi, tratto dal Vangelo di Giovanni (4,43-54), ci presenta la toccante supplica di un funzionario del re, che a Cana di Galilea implora Gesù: "Signore, scendi, prima che il mio bambino muoia".<br /><br /> Questa richiesta accorata risuona nella Basilica delle Tre Fontane, luogo dove san Paolo ha donato la sua vita. C'è un parallelismo tra il mistero della pienezza vissuto da Paolo e la situazione di questo padre disperato, che ancora non vede la speranza nel destino del figlio. La preghiera di un genitore per la vita del proprio figlio è forse una delle più drammatiche e profonde, e la risposta di Gesù – "Va', tuo figlio vive" – richiede un atto di fede assoluta.<br /><br /> Credere alla parola del Signore<br /><br /> Il Vangelo sottolinea un elemento fondamentale: "Quell'uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino". Egli non chiede segni o prodigi, ma si affida pienamente alla parola di Cristo. Solo in seguito, quando verifica l'ora in cui il figlio ha iniziato a stare meglio, realizza il compimento della promessa divina.<br /><br /> Questa fiducia è la stessa che ha animato san Paolo, che ha vissuto la sua missione fondandosi sulla Parola ricevuta direttamente dal Signore, in perfetta armonia con la rivelazione antica. La fede di Paolo lo ha condotto non solo alla Croce, ma soprattutto alla certezza della Risurrezione, cuore del messaggio cristiano.<br /><br /> Una nuova creazione: la speranza della vita rinnovata<br /><br /> La prima lettura, tratta dal profeta Isaìa (65,17-21), annuncia la creazione di "un cielo nuovo e una terra nuova", un messaggio di speranza per il popolo deportato. Dio dichiara: "Creo Gerusalemme per la gioia e il suo popolo per il gaudio".<br /><br /> Questo annuncio di redenzione si manifesta in una promessa di vita nuova così forte che il passato non verrà più ricordato. Il popolo di Israele, tornato a Gerusalemme, è chiamato a una relazione rinnovata con Dio, così come quel bambino guarito si apre a un nuovo futuro. Isaìa descrive questa pienezza con parole potenti: "Non ci sarà più un bambino che viva solo pochi giorni, o un vecchio che non raggiunga la pienezza della sua vita".<br /><br /> Un cammino di fede e fiducia<br /><br /> Anche per noi questo passo del Vangelo e la profezia di Isaìa sono un invito a fidarci di Dio. Come il padre del bambino malato, possiamo portare davanti a Lui le nostre richieste, i nostri pesi, le relazioni difficili, le oscurità che ci opprimono.<br /><br /> La fede ci chiede di guardare avanti, di non restare ancorati al passato e alle sue difficoltà, ma di aprirci al dono di Dio. Questa novità è la vita eterna, che non è solo una promessa futura, ma un anticipo di redenzione, gioia e riconciliazione già qui e ora.<br /><br /> Conclusione: un atto di fiducia umile ma sicuro<br /><br /> Siamo chiamati, con umiltà e fiducia, a sperare in questa vita nuova che solo Dio può donarci. Come il padre del bambino, crediamo alla Sua parola e mettiamoci in cammino verso la pienezza della vita che il Signore ci ha promesso.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65258688</guid><pubDate>Mon, 31 Mar 2025 16:51:07 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65258688/imported_1743439803743736_audio.mp3" length="5896568" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il brano evangelico di oggi, tratto dal Vangelo di Giovanni (4,43-54), ci presenta la toccante supplica di un funzionario del re, che a Cana di Galilea implora Gesù: "Signore, scendi, prima che il mio bambino muoia".

Questa richiesta accorata risuona...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il brano evangelico di oggi, tratto dal Vangelo di Giovanni (4,43-54), ci presenta la toccante supplica di un funzionario del re, che a Cana di Galilea implora Gesù: "Signore, scendi, prima che il mio bambino muoia".<br /><br /> Questa richiesta accorata risuona nella Basilica delle Tre Fontane, luogo dove san Paolo ha donato la sua vita. C'è un parallelismo tra il mistero della pienezza vissuto da Paolo e la situazione di questo padre disperato, che ancora non vede la speranza nel destino del figlio. La preghiera di un genitore per la vita del proprio figlio è forse una delle più drammatiche e profonde, e la risposta di Gesù – "Va', tuo figlio vive" – richiede un atto di fede assoluta.<br /><br /> Credere alla parola del Signore<br /><br /> Il Vangelo sottolinea un elemento fondamentale: "Quell'uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino". Egli non chiede segni o prodigi, ma si affida pienamente alla parola di Cristo. Solo in seguito, quando verifica l'ora in cui il figlio ha iniziato a stare meglio, realizza il compimento della promessa divina.<br /><br /> Questa fiducia è la stessa che ha animato san Paolo, che ha vissuto la sua missione fondandosi sulla Parola ricevuta direttamente dal Signore, in perfetta armonia con la rivelazione antica. La fede di Paolo lo ha condotto non solo alla Croce, ma soprattutto alla certezza della Risurrezione, cuore del messaggio cristiano.<br /><br /> Una nuova creazione: la speranza della vita rinnovata<br /><br /> La prima lettura, tratta dal profeta Isaìa (65,17-21), annuncia la creazione di "un cielo nuovo e una terra nuova", un messaggio di speranza per il popolo deportato. Dio dichiara: "Creo Gerusalemme per la gioia e il suo popolo per il gaudio".<br /><br /> Questo annuncio di redenzione si manifesta in una promessa di vita nuova così forte che il passato non verrà più ricordato. Il popolo di Israele, tornato a Gerusalemme, è chiamato a una relazione rinnovata con Dio, così come quel bambino guarito si apre a un nuovo futuro. Isaìa descrive questa pienezza con parole potenti: "Non ci sarà più un bambino che viva solo pochi giorni, o un vecchio che non raggiunga la pienezza della sua vita".<br /><br /> Un cammino di fede e fiducia<br /><br /> Anche per noi questo passo del Vangelo e la profezia di Isaìa sono un invito a fidarci di Dio. Come il padre del bambino malato, possiamo portare davanti a Lui le nostre richieste, i nostri pesi, le relazioni difficili, le oscurità che ci opprimono.<br /><br /> La fede ci chiede di guardare avanti, di non restare ancorati al passato e alle sue difficoltà, ma di aprirci al dono di Dio. Questa novità è la vita eterna, che non è solo una promessa futura, ma un anticipo di redenzione, gioia e riconciliazione già qui e ora.<br /><br /> Conclusione: un atto di fiducia umile ma sicuro<br /><br /> Siamo chiamati, con umiltà e fiducia, a sperare in questa vita nuova che solo Dio può donarci. Come il padre del bambino, crediamo alla Sua parola e mettiamoci in cammino verso la pienezza della vita che il Signore ci ha promesso.]]></itunes:summary><itunes:duration>369</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia IV domenica quaresima C 30 marzo 2025 S. Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-iv-domenica-quaresima-c-30-marzo-2025-s-andrea-ore-11--65237705</link><description><![CDATA[La riflessione di questa domenica ruota attorno a una domanda cruciale: come ci rapportiamo al Dio misericordioso? Il Salmo invita a "gustare e vedere" la bontà del Signore, ma la sua misericordia può risultare scandalosa e difficile da accettare. La parabola del figliol prodigo, raccontata da Gesù ai farisei e agli scribi, evidenzia proprio questa difficoltà.<br /><br /> Il figlio maggiore si rifiuta di entrare alla festa organizzata dal padre per il fratello ritornato, scandalizzato dall’accoglienza che riceve. Anche i farisei e gli scribi faticano ad accettare che Gesù accolga peccatori senza chiedere loro un previo cambiamento di vita. Il cuore della questione è questo: siamo davvero pronti ad accogliere un Dio che è puro amore e misericordia?<br /><br /> Le Quattro Possibili Reazioni alla Misericordia<br /><br /> 1. Il Figlio Minore: Il Ritorno per Necessità<br /><br /> Il figlio minore rappresenta la prima reazione possibile alla misericordia divina. Dopo aver sperperato tutto e ritrovandosi nella fame e nella solitudine, si ricorda della generosità del padre e decide di tornare, più per necessità che per pentimento. Ma l’amore del padre travolge ogni suo calcolo: corre incontro al figlio, lo abbraccia, lo riveste e organizza una festa.<br /><br /> Chi si avvicina a Dio da una condizione di disperazione e fame spirituale, trovando in Lui un rifugio, può sperimentare questa gioia del ritorno. È un’esperienza che si rinnova in ogni conversione sincera, in ogni abbraccio ricevuto da Dio.<br /><br /> 2. Il Figlio Maggiore: Il Rifiuto della Festa<br /><br /> Il figlio maggiore rappresenta un’altra possibilità: rimanere distanti dalla gioia della misericordia. Il suo rapporto con il padre è rigido e formale, basato su un'obbedienza priva di amore. La sua amarezza lo porta a non riconoscere più il fratello come tale e a rifiutare la festa.<br /><br /> Questa attitudine può riflettersi in chi vede Dio come un padrone severo e non riesce a gioire della sua misericordia, vivendo la fede con cinismo e amarezza.<br /><br /> 3. Il Popolo d’Israele: Il Ringraziamento per la Salvezza<br /><br /> La terza reazione è rappresentata dal popolo d’Israele nel libro di Giosuè. Dopo 40 anni di cammino nel deserto, segnati da tradimenti e infedeltà, Israele giunge finalmente alla terra promessa. Qui, celebra la Pasqua, rendendo grazie per la bontà di Dio.<br /><br /> Questa è la risposta di chi, dopo un lungo percorso spirituale, riconosce i segni della misericordia e risponde con gratitudine, festeggiando e benedicendo il Signore.<br /><br /> 4. La Missione di Paolo: Essere Ambasciatori di Misericordia<br /><br /> L’ultima possibilità è offerta da San Paolo, che ci invita a diventare “ambasciatori di misericordia”. Chi ha sperimentato l’amore di Dio è chiamato a testimoniarlo, portandolo agli altri senza condizioni o calcoli.<br /><br /> Accogliere la misericordia significa non solo riceverla, ma anche offrirla: a un figlio ribelle, a un fratello distante, a chiunque ne abbia bisogno. La nostra missione è quella di rendere visibile l’abbraccio di Dio nel mondo.<br /><br /> Concludere nella Gioia e nella Missione<br /><br /> Questa Domenica della Letizia ci invita a riflettere su come accogliamo la misericordia di Dio. Possiamo essere il figlio che ritorna e si gode l’abbraccio del Padre, il fratello maggiore che fatica ad accettare l’amore gratuito, il popolo che celebra con gratitudine, o gli ambasciatori che portano a tutti la gioia della riconciliazione.<br /><br /> Uscendo da questa celebrazione, siamo chiamati a portare nel mondo l’annuncio di un Dio che accoglie, perdona e ama senza misura.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65237705</guid><pubDate>Sun, 30 Mar 2025 17:43:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65237705/imported_17433564397079_audio.mp3" length="11625116" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La riflessione di questa domenica ruota attorno a una domanda cruciale: come ci rapportiamo al Dio misericordioso? Il Salmo invita a "gustare e vedere" la bontà del Signore, ma la sua misericordia può risultare scandalosa e difficile da accettare. La...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La riflessione di questa domenica ruota attorno a una domanda cruciale: come ci rapportiamo al Dio misericordioso? Il Salmo invita a "gustare e vedere" la bontà del Signore, ma la sua misericordia può risultare scandalosa e difficile da accettare. La parabola del figliol prodigo, raccontata da Gesù ai farisei e agli scribi, evidenzia proprio questa difficoltà.<br /><br /> Il figlio maggiore si rifiuta di entrare alla festa organizzata dal padre per il fratello ritornato, scandalizzato dall’accoglienza che riceve. Anche i farisei e gli scribi faticano ad accettare che Gesù accolga peccatori senza chiedere loro un previo cambiamento di vita. Il cuore della questione è questo: siamo davvero pronti ad accogliere un Dio che è puro amore e misericordia?<br /><br /> Le Quattro Possibili Reazioni alla Misericordia<br /><br /> 1. Il Figlio Minore: Il Ritorno per Necessità<br /><br /> Il figlio minore rappresenta la prima reazione possibile alla misericordia divina. Dopo aver sperperato tutto e ritrovandosi nella fame e nella solitudine, si ricorda della generosità del padre e decide di tornare, più per necessità che per pentimento. Ma l’amore del padre travolge ogni suo calcolo: corre incontro al figlio, lo abbraccia, lo riveste e organizza una festa.<br /><br /> Chi si avvicina a Dio da una condizione di disperazione e fame spirituale, trovando in Lui un rifugio, può sperimentare questa gioia del ritorno. È un’esperienza che si rinnova in ogni conversione sincera, in ogni abbraccio ricevuto da Dio.<br /><br /> 2. Il Figlio Maggiore: Il Rifiuto della Festa<br /><br /> Il figlio maggiore rappresenta un’altra possibilità: rimanere distanti dalla gioia della misericordia. Il suo rapporto con il padre è rigido e formale, basato su un'obbedienza priva di amore. La sua amarezza lo porta a non riconoscere più il fratello come tale e a rifiutare la festa.<br /><br /> Questa attitudine può riflettersi in chi vede Dio come un padrone severo e non riesce a gioire della sua misericordia, vivendo la fede con cinismo e amarezza.<br /><br /> 3. Il Popolo d’Israele: Il Ringraziamento per la Salvezza<br /><br /> La terza reazione è rappresentata dal popolo d’Israele nel libro di Giosuè. Dopo 40 anni di cammino nel deserto, segnati da tradimenti e infedeltà, Israele giunge finalmente alla terra promessa. Qui, celebra la Pasqua, rendendo grazie per la bontà di Dio.<br /><br /> Questa è la risposta di chi, dopo un lungo percorso spirituale, riconosce i segni della misericordia e risponde con gratitudine, festeggiando e benedicendo il Signore.<br /><br /> 4. La Missione di Paolo: Essere Ambasciatori di Misericordia<br /><br /> L’ultima possibilità è offerta da San Paolo, che ci invita a diventare “ambasciatori di misericordia”. Chi ha sperimentato l’amore di Dio è chiamato a testimoniarlo, portandolo agli altri senza condizioni o calcoli.<br /><br /> Accogliere la misericordia significa non solo riceverla, ma anche offrirla: a un figlio ribelle, a un fratello distante, a chiunque ne abbia bisogno. La nostra missione è quella di rendere visibile l’abbraccio di Dio nel mondo.<br /><br /> Concludere nella Gioia e nella Missione<br /><br /> Questa Domenica della Letizia ci invita a riflettere su come accogliamo la misericordia di Dio. Possiamo essere il figlio che ritorna e si gode l’abbraccio del Padre, il fratello maggiore che fatica ad accettare l’amore gratuito, il popolo che celebra con gratitudine, o gli ambasciatori che portano a tutti la gioia della riconciliazione.<br /><br /> Uscendo da questa celebrazione, siamo chiamati a portare nel mondo l’annuncio di un Dio che accoglie, perdona e ama senza misura.]]></itunes:summary><itunes:duration>727</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia della Annunciazione alla Dozza ore 6.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-della-annunciazione-alla-dozza-ore-6-30--65096311</link><description><![CDATA[La stanchezza di Dio: un interrogativo provocatorio <br /> Don Andrea inizia la sua omelia soffermandosi su un tema provocatorio tratto dalla prima lettura: “Non vi basta stancare gli uomini perché ora vogliate stancare anche il mio Dio?”. Si chiede se sia possibile stancare Dio con le azioni negative e la durezza del popolo. Richiama il Vangelo della domenica precedente, dove Dio si trova di fronte a un fico sterile e ha la tentazione di tagliarlo. Questo porta alla riflessione sulla pazienza divina e sulla sua eventuale fine.<br /><br /> L'azione di Dio nella storia: tra giudizio e misericordia <br /> Proseguendo, don Andrea collega questa tematica con il profeta Geremia, il quale narra del popolo condotto in esilio come conseguenza delle sue colpe. Si chiede se questo possa essere un segno della stanchezza di Dio o della fine della sua misericordia. Tuttavia, conclude che Dio non si stanca mai davvero, ma anzi rinnova continuamente la sua relazione con il popolo, trovando nuove strade per salvarlo. Il segno più grande di questa volontà di salvezza è proprio quello che celebriamo nella festa dell'Annunciazione: la Vergine concepirà un figlio, chiamato Emanuele, ossia “Dio con noi”.<br /><br /> La scelta di Dio: la dinamica madre-figlio<br /> Dio sceglie di rinnovare la sua alleanza con gli uomini attraverso la dinamica della nascita, la generazione della vita. Don Andrea sottolinea che questa è la più grande sorpresa della misericordia divina. Tuttavia, nel caso di Maria, la nascita non è solo un evento naturale: il bambino, concepito dagli Spirito Santo, che nasce è Dio stesso, che sceglie di farsi uomo e di condividere pienamente l'esperienza del popolo.<br /><br /> L'incarnazione: Dio diventa parte del suo popolo <br /> L'incarnazione segna un punto di svolta nella relazione tra Dio e l'umanità: il Verbo si fa carne e diventa il Figlio dell'Altissimo. Dio non è più un osservatore distante, ma si inserisce nella storia umana fino a offrirsi completamente per la redenzione del mondo. Tuttavia, questa dinamica della vita generata e della salvezza è costantemente minacciata. Don Andrea richiama un evento di attualità: la strage di bambini a Gaza dopo la fine della tregua, la giornata con più morti infantili dall'inizio del conflitto. Questo dramma evidenzia la fragilità della vita e della speranza nel mondo.<br /><br /> La fragilità della strada di Dio <br /> Dio insiste nel donare la vita e nel non stancarsi dell'umanità, ma questa strada è fragile. L'Annunciazione ci ricorda che Dio stesso si fa bambino e viene in mezzo a noi. Non sarà preservato dalla sofferenza e dalla morte, ma continuerà ad essere “Dio con noi”, accompagnando l'umanità nelle sue difficoltà.<br /><br /> Il Sì di Maria e la nostra risposta <br /> Tutto questo è reso possibile dal Sì di Maria, che accoglie il mistero di Dio con piena libertà. Don Andrea si interroga, in modo provocatorio e scherzoso, se altre donne prima di lei avessero detto di no. Don Giuseppe Ponzoni gli ha detoo che questa ipotesi non ha senso teologicamente: l'Immacolata è unica! Alla fine, però, l'omelia si chiude con un invito: anche noi siamo chiamati a dire il nostro Sì. Se ci apriamo con gioia all'accoglienza di Dio, non lo stancheremo, ma entreremo nella dinamica della vita nuova che Lui ci dona.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65096311</guid><pubDate>Tue, 25 Mar 2025 07:40:39 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65096311/imported_1742887687971215_audio.mp3" length="7114083" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La stanchezza di Dio: un interrogativo provocatorio 
Don Andrea inizia la sua omelia soffermandosi su un tema provocatorio tratto dalla prima lettura: “Non vi basta stancare gli uomini perché ora vogliate stancare anche il mio Dio?”. Si chiede se sia...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La stanchezza di Dio: un interrogativo provocatorio <br /> Don Andrea inizia la sua omelia soffermandosi su un tema provocatorio tratto dalla prima lettura: “Non vi basta stancare gli uomini perché ora vogliate stancare anche il mio Dio?”. Si chiede se sia possibile stancare Dio con le azioni negative e la durezza del popolo. Richiama il Vangelo della domenica precedente, dove Dio si trova di fronte a un fico sterile e ha la tentazione di tagliarlo. Questo porta alla riflessione sulla pazienza divina e sulla sua eventuale fine.<br /><br /> L'azione di Dio nella storia: tra giudizio e misericordia <br /> Proseguendo, don Andrea collega questa tematica con il profeta Geremia, il quale narra del popolo condotto in esilio come conseguenza delle sue colpe. Si chiede se questo possa essere un segno della stanchezza di Dio o della fine della sua misericordia. Tuttavia, conclude che Dio non si stanca mai davvero, ma anzi rinnova continuamente la sua relazione con il popolo, trovando nuove strade per salvarlo. Il segno più grande di questa volontà di salvezza è proprio quello che celebriamo nella festa dell'Annunciazione: la Vergine concepirà un figlio, chiamato Emanuele, ossia “Dio con noi”.<br /><br /> La scelta di Dio: la dinamica madre-figlio<br /> Dio sceglie di rinnovare la sua alleanza con gli uomini attraverso la dinamica della nascita, la generazione della vita. Don Andrea sottolinea che questa è la più grande sorpresa della misericordia divina. Tuttavia, nel caso di Maria, la nascita non è solo un evento naturale: il bambino, concepito dagli Spirito Santo, che nasce è Dio stesso, che sceglie di farsi uomo e di condividere pienamente l'esperienza del popolo.<br /><br /> L'incarnazione: Dio diventa parte del suo popolo <br /> L'incarnazione segna un punto di svolta nella relazione tra Dio e l'umanità: il Verbo si fa carne e diventa il Figlio dell'Altissimo. Dio non è più un osservatore distante, ma si inserisce nella storia umana fino a offrirsi completamente per la redenzione del mondo. Tuttavia, questa dinamica della vita generata e della salvezza è costantemente minacciata. Don Andrea richiama un evento di attualità: la strage di bambini a Gaza dopo la fine della tregua, la giornata con più morti infantili dall'inizio del conflitto. Questo dramma evidenzia la fragilità della vita e della speranza nel mondo.<br /><br /> La fragilità della strada di Dio <br /> Dio insiste nel donare la vita e nel non stancarsi dell'umanità, ma questa strada è fragile. L'Annunciazione ci ricorda che Dio stesso si fa bambino e viene in mezzo a noi. Non sarà preservato dalla sofferenza e dalla morte, ma continuerà ad essere “Dio con noi”, accompagnando l'umanità nelle sue difficoltà.<br /><br /> Il Sì di Maria e la nostra risposta <br /> Tutto questo è reso possibile dal Sì di Maria, che accoglie il mistero di Dio con piena libertà. Don Andrea si interroga, in modo provocatorio e scherzoso, se altre donne prima di lei avessero detto di no. Don Giuseppe Ponzoni gli ha detoo che questa ipotesi non ha senso teologicamente: l'Immacolata è unica! Alla fine, però, l'omelia si chiude con un invito: anche noi siamo chiamati a dire il nostro Sì. Se ci apriamo con gioia all'accoglienza di Dio, non lo stancheremo, ma entreremo nella dinamica della vita nuova che Lui ci dona.]]></itunes:summary><itunes:duration>445</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia della III domenica di quaresima anno C - 23 marzo 2025 S. Andrea ore 11.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-della-iii-domenica-di-quaresima-anno-c-23-marzo-2025-s-andrea-ore-11-m4a--65052420</link><description><![CDATA[Il Vangelo del Fico Sterile: un Richiamo alla Conversione<br /><br /> Don Andres Bergamini inizia la sua omelia riflettendo sul Vangelo del giorno, che presenta l'immagine del fico sterile. Durante un pellegrinaggio verso la Basilica di San Pietro, ha pensato a questa parabola e alla sua durezza: un albero che per tre anni non dà frutti viene condannato al taglio. Questo lo porta a interrogarsi su se stesso: "E se fossi io quell'albero?". La parabola ci mette di fronte alla responsabilità della nostra fecondità spirituale. Tuttavia, la figura del vignaiolo introduce un elemento di speranza: chiede al padrone di attendere ancora un anno, di concedere un'ulteriore opportunità. Questo rappresenta l'azione di Gesù, che si fa intercessore per noi, lavorando il terreno della nostra vita affinché possiamo portare frutto.<br /><br /> Il Roveto Ardente: Il Fuoco della Presenza di Dio<br /><br /> Per comprendere meglio come possiamo portare frutti, don Andres si richiama alla prima lettura, in cui appare il roveto ardente. Questa immagine è significativa: il roveto brucia ma non si consuma, simbolo della presenza divina. Dio è un fuoco che illumina senza distruggere, che arde senza consumare. Mosè scopre che Dio è vicino, conosce la sofferenza del suo popolo e desidera salvarlo. Anche nella nostra vita, abbiamo bisogno di questo fuoco per risvegliarci dalla nostra aridità e diventare capaci di generare frutti di bene.<br /><br /> Il Fuoco della Comunione e dell'Amore<br /><br /> Don Andres sottolinea che questo fuoco non è astratto, ma si manifesta concretamente nella comunione e nell'amore. Celebrare l'amore reciproco è ciò che ci mette in movimento. Ricorda la testimonianza degli anziani e dei nonni presenti alla celebrazione, così come dei pellegrini che hanno affrontato il viaggio a Roma nonostante la pioggia: persone che mostrano un fuoco interiore, che non si spegne e non si consuma, ma si rinnova continuamente.<br /><br /> L'Esempio dell'Africa: Una Fede Viva e Ardente<br /><br /> L'omelia si sposta poi sul legame con la diocesi di Mafinga in Tanzania, una terra che, nonostante le difficoltà materiali, possiede un fuoco interiore straordinario. Don Andres condivide la sua esperienza in Africa, un luogo che ha segnato profondamente il suo cammino di fede. La semplicità e la gioia delle persone, pur nelle privazioni, testimoniano una fede autentica e appassionata. Le liturgie animate dai canti e dalla vitalità della comunità sono un esempio di come la presenza di Dio possa essere ardente e feconda.<br /><br /> L'Importanza della Missione e il Futuro della Chiesa di Mapanda<br /><br /> In questo contesto, la Chiesa di Bologna sta valutando il futuro della missione a Mapanda. La costruzione della chiesa è un progetto importante, ma la domanda da porsi è: come continuare questa comunione? L'esperienza missionaria ha portato frutti preziosi e non deve essere interrotta. Forse è necessario riorganizzarsi, ma il contatto con questa realtà rimane fondamentale per attingere a quel fuoco che dona vita e speranza.<br /><br /> Prepararsi alla Pasqua: Risvegliare il Fuoco della Fede<br /><br /> Don Andres conclude l'omelia invitando ognuno a interrogarsi su come risvegliare il fuoco della propria fede. La Quaresima è un tempo di preparazione alla Pasqua, che celebra il trionfo della vita sulla morte. Attraverso la conversione e il rinnovamento interiore, possiamo passare da una condizione di "fichi fermi" a persone capaci di portare frutto. La strada è indicata anche dai bambini che oggi hanno ricevuto la Prima Comunione: accogliere e donare la vita gli uni agli altri con amore e generosità.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65052420</guid><pubDate>Sun, 23 Mar 2025 21:32:32 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65052420/imported_1742765463886320_audio.mp3" length="11084695" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il Vangelo del Fico Sterile: un Richiamo alla Conversione

Don Andres Bergamini inizia la sua omelia riflettendo sul Vangelo del giorno, che presenta l'immagine del fico sterile. Durante un pellegrinaggio verso la Basilica di San Pietro, ha pensato a...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il Vangelo del Fico Sterile: un Richiamo alla Conversione<br /><br /> Don Andres Bergamini inizia la sua omelia riflettendo sul Vangelo del giorno, che presenta l'immagine del fico sterile. Durante un pellegrinaggio verso la Basilica di San Pietro, ha pensato a questa parabola e alla sua durezza: un albero che per tre anni non dà frutti viene condannato al taglio. Questo lo porta a interrogarsi su se stesso: "E se fossi io quell'albero?". La parabola ci mette di fronte alla responsabilità della nostra fecondità spirituale. Tuttavia, la figura del vignaiolo introduce un elemento di speranza: chiede al padrone di attendere ancora un anno, di concedere un'ulteriore opportunità. Questo rappresenta l'azione di Gesù, che si fa intercessore per noi, lavorando il terreno della nostra vita affinché possiamo portare frutto.<br /><br /> Il Roveto Ardente: Il Fuoco della Presenza di Dio<br /><br /> Per comprendere meglio come possiamo portare frutti, don Andres si richiama alla prima lettura, in cui appare il roveto ardente. Questa immagine è significativa: il roveto brucia ma non si consuma, simbolo della presenza divina. Dio è un fuoco che illumina senza distruggere, che arde senza consumare. Mosè scopre che Dio è vicino, conosce la sofferenza del suo popolo e desidera salvarlo. Anche nella nostra vita, abbiamo bisogno di questo fuoco per risvegliarci dalla nostra aridità e diventare capaci di generare frutti di bene.<br /><br /> Il Fuoco della Comunione e dell'Amore<br /><br /> Don Andres sottolinea che questo fuoco non è astratto, ma si manifesta concretamente nella comunione e nell'amore. Celebrare l'amore reciproco è ciò che ci mette in movimento. Ricorda la testimonianza degli anziani e dei nonni presenti alla celebrazione, così come dei pellegrini che hanno affrontato il viaggio a Roma nonostante la pioggia: persone che mostrano un fuoco interiore, che non si spegne e non si consuma, ma si rinnova continuamente.<br /><br /> L'Esempio dell'Africa: Una Fede Viva e Ardente<br /><br /> L'omelia si sposta poi sul legame con la diocesi di Mafinga in Tanzania, una terra che, nonostante le difficoltà materiali, possiede un fuoco interiore straordinario. Don Andres condivide la sua esperienza in Africa, un luogo che ha segnato profondamente il suo cammino di fede. La semplicità e la gioia delle persone, pur nelle privazioni, testimoniano una fede autentica e appassionata. Le liturgie animate dai canti e dalla vitalità della comunità sono un esempio di come la presenza di Dio possa essere ardente e feconda.<br /><br /> L'Importanza della Missione e il Futuro della Chiesa di Mapanda<br /><br /> In questo contesto, la Chiesa di Bologna sta valutando il futuro della missione a Mapanda. La costruzione della chiesa è un progetto importante, ma la domanda da porsi è: come continuare questa comunione? L'esperienza missionaria ha portato frutti preziosi e non deve essere interrotta. Forse è necessario riorganizzarsi, ma il contatto con questa realtà rimane fondamentale per attingere a quel fuoco che dona vita e speranza.<br /><br /> Prepararsi alla Pasqua: Risvegliare il Fuoco della Fede<br /><br /> Don Andres conclude l'omelia invitando ognuno a interrogarsi su come risvegliare il fuoco della propria fede. La Quaresima è un tempo di preparazione alla Pasqua, che celebra il trionfo della vita sulla morte. Attraverso la conversione e il rinnovamento interiore, possiamo passare da una condizione di "fichi fermi" a persone capaci di portare frutto. La strada è indicata anche dai bambini che oggi hanno ricevuto la Prima Comunione: accogliere e donare la vita gli uni agli altri con amore e generosità.]]></itunes:summary><itunes:duration>693</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia della II domenica di quaresima C 16 marzo 2025 S. Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-della-ii-domenica-di-quaresima-c-16-marzo-2025-s-andrea-ore-11--64915660</link><description><![CDATA[L’importanza dell’imitazione nella vita cristiana<br /><br /> Don Andres inizia l’omelia riflettendo su un invito di San Paolo: “Fatevi miei imitatori”. Questo tema dell’imitazione è centrale nella vita cristiana, perché seguire l’esempio di chi vive autenticamente il Vangelo aiuta a crescere nella fede. Egli stesso si interroga su chi siano per lui i modelli di riferimento e cita i suoi genitori, i suoi fratelli e i confratelli sacerdoti come esempi di vita evangelica.<br /><br /> Racconta poi di alcune persone incontrate durante le sue visite pastorali: una donna anziana che, nonostante la sua età avanzata, continua a studiare la Bibbia e a vivere la fede con intensità; famiglie che affrontano con coraggio e semplicità le difficoltà della vita, come la malattia e la disabilità; commercianti che raccontano la loro storia fatta di sacrificio e dedizione.<br /><br /> San Paolo invita a imitare chi vive il Vangelo anche perché è preoccupato per coloro che si comportano da nemici della Croce di Cristo. La Croce, infatti, può apparire come un ostacolo nel cammino della fede. Per questo Gesù prende con sé tre discepoli e li conduce sul monte per mostrare loro la sua gloria nella Trasfigurazione.<br /><br /> L’incontro con la Croce e la necessità di fidarsi di Dio<br /><br /> Accettare la Croce non è mai facile. Don Andres racconta l’esperienza di una madre che ha perso un figlio e il cui marito è gravemente malato. Nel suo dolore, si sente arrabbiata con Dio, un sentimento umano e comprensibile. Questa reazione rispecchia l’inimicizia verso la Croce di cui parla San Paolo, un atteggiamento che tutti possono sperimentare di fronte alla sofferenza.<br /><br /> Gesù, però, non lascia soli i suoi discepoli nella prova. Li conduce sul monte per pregare, e mentre prega, il suo volto cambia d’aspetto, le sue vesti diventano splendenti e Mosè ed Elia compaiono accanto a lui per parlargli del suo esodo verso Gerusalemme. Questo momento è fondamentale perché mostra che alla Croce è sempre unita la gloria della Resurrezione. Mosè ed Elia rappresentano la Legge e i Profeti, testimoni della fatica dell’obbedienza a Dio.<br /><br /> I discepoli vedono la gloria di Cristo, ma il loro cammino di comprensione sarà lungo. Anche Abramo, pur anziano e senza figli, si fida della promessa di Dio quando gli viene mostrato il cielo stellato come simbolo della sua discendenza.<br /><br /> San Paolo offre una chiave di lettura per conciliare Croce e gloria: “La nostra cittadinanza è nei cieli”. Siamo chiamati a vivere nel mondo con le sue difficoltà, ma con lo sguardo rivolto alla meta finale, che è la vita eterna. Anche se il nostro corpo è fragile e destinato alla morte, siamo già partecipi della gloria di Cristo.<br /><br /> La nube che avvolge i discepoli durante la Trasfigurazione simboleggia il mistero di Dio: inizialmente genera paura, ma è proprio in quel momento che si sente la voce del Padre che dice “Questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo”. Questo invito è rivolto a tutti i credenti: imitare Cristo, seguirlo anche senza comprendere tutto, e camminare insieme come comunità di amici della Croce verso la gloria della Resurrezione.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64915660</guid><pubDate>Sun, 16 Mar 2025 12:09:25 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64915660/imported_1742126757297938_audio.mp3" length="11167869" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>L’importanza dell’imitazione nella vita cristiana

Don Andres inizia l’omelia riflettendo su un invito di San Paolo: “Fatevi miei imitatori”. Questo tema dell’imitazione è centrale nella vita cristiana, perché seguire l’esempio di chi vive...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L’importanza dell’imitazione nella vita cristiana<br /><br /> Don Andres inizia l’omelia riflettendo su un invito di San Paolo: “Fatevi miei imitatori”. Questo tema dell’imitazione è centrale nella vita cristiana, perché seguire l’esempio di chi vive autenticamente il Vangelo aiuta a crescere nella fede. Egli stesso si interroga su chi siano per lui i modelli di riferimento e cita i suoi genitori, i suoi fratelli e i confratelli sacerdoti come esempi di vita evangelica.<br /><br /> Racconta poi di alcune persone incontrate durante le sue visite pastorali: una donna anziana che, nonostante la sua età avanzata, continua a studiare la Bibbia e a vivere la fede con intensità; famiglie che affrontano con coraggio e semplicità le difficoltà della vita, come la malattia e la disabilità; commercianti che raccontano la loro storia fatta di sacrificio e dedizione.<br /><br /> San Paolo invita a imitare chi vive il Vangelo anche perché è preoccupato per coloro che si comportano da nemici della Croce di Cristo. La Croce, infatti, può apparire come un ostacolo nel cammino della fede. Per questo Gesù prende con sé tre discepoli e li conduce sul monte per mostrare loro la sua gloria nella Trasfigurazione.<br /><br /> L’incontro con la Croce e la necessità di fidarsi di Dio<br /><br /> Accettare la Croce non è mai facile. Don Andres racconta l’esperienza di una madre che ha perso un figlio e il cui marito è gravemente malato. Nel suo dolore, si sente arrabbiata con Dio, un sentimento umano e comprensibile. Questa reazione rispecchia l’inimicizia verso la Croce di cui parla San Paolo, un atteggiamento che tutti possono sperimentare di fronte alla sofferenza.<br /><br /> Gesù, però, non lascia soli i suoi discepoli nella prova. Li conduce sul monte per pregare, e mentre prega, il suo volto cambia d’aspetto, le sue vesti diventano splendenti e Mosè ed Elia compaiono accanto a lui per parlargli del suo esodo verso Gerusalemme. Questo momento è fondamentale perché mostra che alla Croce è sempre unita la gloria della Resurrezione. Mosè ed Elia rappresentano la Legge e i Profeti, testimoni della fatica dell’obbedienza a Dio.<br /><br /> I discepoli vedono la gloria di Cristo, ma il loro cammino di comprensione sarà lungo. Anche Abramo, pur anziano e senza figli, si fida della promessa di Dio quando gli viene mostrato il cielo stellato come simbolo della sua discendenza.<br /><br /> San Paolo offre una chiave di lettura per conciliare Croce e gloria: “La nostra cittadinanza è nei cieli”. Siamo chiamati a vivere nel mondo con le sue difficoltà, ma con lo sguardo rivolto alla meta finale, che è la vita eterna. Anche se il nostro corpo è fragile e destinato alla morte, siamo già partecipi della gloria di Cristo.<br /><br /> La nube che avvolge i discepoli durante la Trasfigurazione simboleggia il mistero di Dio: inizialmente genera paura, ma è proprio in quel momento che si sente la voce del Padre che dice “Questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo”. Questo invito è rivolto a tutti i credenti: imitare Cristo, seguirlo anche senza comprendere tutto, e camminare insieme come comunità di amici della Croce verso la gloria della Resurrezione.]]></itunes:summary><itunes:duration>698</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di giovedì I quaresima, 13 marzo BVI ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-giovedi-i-quaresima-13-marzo-bvi-ore-18-30--64876299</link><description><![CDATA[Il Vangelo e la Promessa della Preghiera Esaudita<br /><br /> Il Vangelo che abbiamo ascoltato oggi trasmette un messaggio rassicurante: "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto". Questo invito sembra universale e certo, ma nella realtà quotidiana non sempre appare così automatico. Spesso ci troviamo a chiedere senza ricevere una risposta immediata, e ci interroghiamo sul significato di questa promessa. La regina Esther ci aiuta a comprendere meglio questa dinamica attraverso la sua esperienza concreta.<br /><br /> Esther: Una Regina di Fronte al Pericolo<br /><br /> Esther era una regina potente, ma si trovava in una situazione estremamente difficile. Il suo popolo era in pericolo e, nonostante la sua posizione privilegiata, si sentiva sola e senza vie d'uscita. L'angoscia che la pervade era mortale: sapeva di non poter contare su se stessa e per questo cercava rifugio nel Signore.<br /><br /> Mardoccheo, suo parente, le aveva ricordato la sua responsabilità: non poteva pensare di salvarsi da sola, il suo popolo dipendeva anche da lei. Questo le fece comprendere il peso della sua missione e la spinse a rivolgersi a Dio con tutto il cuore, riconoscendo di non avere altro soccorso al di fuori di Lui.<br /><br /> La Solitudine e la Fiducia in Dio<br /><br /> Esther si sentiva profondamente sola: non aveva più padre né madre, e in questa condizione di orfana trovava un'immagine della nostra stessa fragilità. Anche noi, nei momenti più difficili della vita, possiamo sentirci come lei, privi di appigli e completamente dipendenti dall'aiuto divino. La sua preghiera nasce da questa consapevolezza: non era un semplice chiedere, ma un vero e proprio affidarsi a Dio come Padre.<br /><br /> Pregare Come Figli: Il Salto di Qualità nella Fede<br /><br /> L'insegnamento centrale di questa riflessione è che la preghiera diventa autentica quando ci rivolgiamo a Dio non solo come un'entità superiore, ma come un Padre buono e attento. La fiducia è il fulcro di questa relazione: Dio non dà serpenti o scorpioni ai suoi figli, ma li ascolta con amore. Nei momenti di vero bisogno, quando non abbiamo alternative, pregare diventa un "salto nel buio", un atto di fede assoluto.<br /><br /> La Risposta di Dio: Un'Assicurazione di Presenza e Amore<br /><br /> Il Vangelo di oggi ci assicura che una preghiera fatta con questa fiducia viene esaudita subito. Dio non rimanda, ma risponde nel giorno stesso, facendosi sentire attraverso la sua presenza, il suo calore e la sua paternità liberante. Questo non significa necessariamente che otterremo esattamente ciò che chiediamo, ma che il Signore ci sosterrà e ci guiderà nel nostro cammino.<br /><br /> Vivere la Fraternità e l'Amore per gli Altri<br /><br /> Infine, il Vangelo ci invita a tradurre questa relazione con Dio in un atteggiamento concreto verso il prossimo. "Quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro": questo principio fondamentale della legge e dei profeti ci chiama a essere attenti e generosi, a superare la semplice richiesta e ad anticipare i bisogni degli altri con una presenza fraterna e cristiana.<br /><br /> Conclusione<br /><br /> Chiediamo al Signore la grazia di pregare con la stessa intensità di Esther, di rivolgerci a Lui con il cuore di orfani che cercano un Padre amorevole. Solo così potremo sperimentare la profondità della sua paternità e tradurre la nostra fede in un amore concreto per gli altri.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64876299</guid><pubDate>Fri, 14 Mar 2025 07:49:24 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64876299/imported_1741938476806274_audio.mp3" length="6400626" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il Vangelo e la Promessa della Preghiera Esaudita

Il Vangelo che abbiamo ascoltato oggi trasmette un messaggio rassicurante: "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto". Questo invito sembra universale e certo, ma nella...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il Vangelo e la Promessa della Preghiera Esaudita<br /><br /> Il Vangelo che abbiamo ascoltato oggi trasmette un messaggio rassicurante: "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto". Questo invito sembra universale e certo, ma nella realtà quotidiana non sempre appare così automatico. Spesso ci troviamo a chiedere senza ricevere una risposta immediata, e ci interroghiamo sul significato di questa promessa. La regina Esther ci aiuta a comprendere meglio questa dinamica attraverso la sua esperienza concreta.<br /><br /> Esther: Una Regina di Fronte al Pericolo<br /><br /> Esther era una regina potente, ma si trovava in una situazione estremamente difficile. Il suo popolo era in pericolo e, nonostante la sua posizione privilegiata, si sentiva sola e senza vie d'uscita. L'angoscia che la pervade era mortale: sapeva di non poter contare su se stessa e per questo cercava rifugio nel Signore.<br /><br /> Mardoccheo, suo parente, le aveva ricordato la sua responsabilità: non poteva pensare di salvarsi da sola, il suo popolo dipendeva anche da lei. Questo le fece comprendere il peso della sua missione e la spinse a rivolgersi a Dio con tutto il cuore, riconoscendo di non avere altro soccorso al di fuori di Lui.<br /><br /> La Solitudine e la Fiducia in Dio<br /><br /> Esther si sentiva profondamente sola: non aveva più padre né madre, e in questa condizione di orfana trovava un'immagine della nostra stessa fragilità. Anche noi, nei momenti più difficili della vita, possiamo sentirci come lei, privi di appigli e completamente dipendenti dall'aiuto divino. La sua preghiera nasce da questa consapevolezza: non era un semplice chiedere, ma un vero e proprio affidarsi a Dio come Padre.<br /><br /> Pregare Come Figli: Il Salto di Qualità nella Fede<br /><br /> L'insegnamento centrale di questa riflessione è che la preghiera diventa autentica quando ci rivolgiamo a Dio non solo come un'entità superiore, ma come un Padre buono e attento. La fiducia è il fulcro di questa relazione: Dio non dà serpenti o scorpioni ai suoi figli, ma li ascolta con amore. Nei momenti di vero bisogno, quando non abbiamo alternative, pregare diventa un "salto nel buio", un atto di fede assoluto.<br /><br /> La Risposta di Dio: Un'Assicurazione di Presenza e Amore<br /><br /> Il Vangelo di oggi ci assicura che una preghiera fatta con questa fiducia viene esaudita subito. Dio non rimanda, ma risponde nel giorno stesso, facendosi sentire attraverso la sua presenza, il suo calore e la sua paternità liberante. Questo non significa necessariamente che otterremo esattamente ciò che chiediamo, ma che il Signore ci sosterrà e ci guiderà nel nostro cammino.<br /><br /> Vivere la Fraternità e l'Amore per gli Altri<br /><br /> Infine, il Vangelo ci invita a tradurre questa relazione con Dio in un atteggiamento concreto verso il prossimo. "Quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro": questo principio fondamentale della legge e dei profeti ci chiama a essere attenti e generosi, a superare la semplice richiesta e ad anticipare i bisogni degli altri con una presenza fraterna e cristiana.<br /><br /> Conclusione<br /><br /> Chiediamo al Signore la grazia di pregare con la stessa intensità di Esther, di rivolgerci a Lui con il cuore di orfani che cercano un Padre amorevole. Solo così potremo sperimentare la profondità della sua paternità e tradurre la nostra fede in un amore concreto per gli altri.]]></itunes:summary><itunes:duration>401</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia I domenica di quaresima C - 9 marzo 2025 in BVI ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-i-domenica-di-quaresima-c-9-marzo-2025-in-bvi-ore-11--64777903</link><description><![CDATA[La Tentazione di Gesù: Riscoprire la Nostra Identità di Figli di Dio<br /><br />L’identità di Gesù e la sua prova nel deserto<br /><br />Nel Vangelo di questa prima domenica di Quaresima, il diavolo tenta Gesù proprio sul punto centrale della sua identità: essere il Figlio di Dio. Questo aspetto è fondamentale non solo per Gesù, ma anche per noi. Pochi versetti prima, nel battesimo di Gesù, il Padre aveva dichiarato: "Tu sei il mio Figlio". E di nuovo, nella Trasfigurazione che ascolteremo domenica prossima, si sentirà la voce del Padre confermare questa verità.<br /><br />Se questa è la cosa più importante per Gesù, perché il diavolo lo tenta proprio su questo punto? Le tentazioni nel deserto rispecchiano in modo impressionante le parole che Gesù sentirà sulla croce: "Se sei il Cristo, scendi ora dalla croce". Il tentatore cerca di indurre Gesù a usare la sua identità per scopi egoistici, ma lui rimane saldo nella sua missione.<br /><br />La prima tentazione: il pane e il vero nutrimento<br /><br />La prima tentazione riguarda il bisogno fisico di Gesù: il diavolo gli dice di trasformare le pietre in pane. Dopo quaranta giorni di digiuno, Gesù ha fame, e il diavolo lo spinge a usare il suo potere divino per sfamarsi. Ma Gesù risponde con una frase chiave: "Non di solo pane vive l'uomo".<br /><br />Questa risposta è illuminante per noi. Certo, abbiamo bisogno del pane, ma non è l’unica necessità della vita. Se ci concentriamo solo sui bisogni materiali, rischiamo di perdere di vista le altre cose essenziali, come l’amore, la fiducia, il legame con Dio e con gli altri. Essere figli significa anche sapere che la nostra vita è sostenuta dal Padre in molti modi, non solo con il cibo.<br /><br />La seconda tentazione: il potere e la gloria terrena<br /><br />La seconda tentazione è quella del potere. Il diavolo offre a Gesù il dominio su tutti i regni della terra, a condizione che si prostri davanti a lui. Anche questa è una tentazione molto reale per noi: il desiderio di dominare sugli altri, di imporre la nostra volontà, di sentirci superiori.<br /><br />Gesù rifiuta categoricamente: "Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai". Lui non è venuto per essere un dominatore terreno, ma per servire e donarsi. Questa è una grande lezione anche per noi: quando cerchiamo di imporre il nostro potere sugli altri, ci allontaniamo dal vero spirito della figliolanza divina. Dobbiamo invece riconoscere che il vero Signore è Dio, e che la nostra vocazione è quella di essere suoi figli, non di cercare il potere sugli altri.<br /><br />La terza tentazione: la prova estrema e la fiducia in Dio<br /><br />L’ultima tentazione riguarda la fiducia in Dio. Il diavolo sfida Gesù a buttarsi giù dal tempio, perché Dio lo salverà, come dice il Salmo: "Egli darà ordine ai suoi angeli per proteggerti". Ma Gesù risponde: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo".<br /><br />Anche noi, a volte, mettiamo alla prova Dio, aspettandoci segni e conferme, o addirittura facendogli ricatti spirituali. Ma Gesù ci insegna che la vera fiducia in Dio non ha bisogno di prove straordinarie: è un abbandono sereno alla sua volontà, sapendo che Egli provvede sempre a noi nel modo migliore.<br /><br />La lezione per noi: vivere da figli di Dio<br /><br />Alla fine di questo Vangelo, la Quaresima ci invita a riscoprire la bellezza e la libertà di essere figli di Dio. San Paolo oggi ci ricorda: "Non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, perché il Signore è il Signore di tutti, ricco verso quelli che lo invocano".<br /><br />Dio non fa distinzioni: siamo tutti suoi figli, preziosi ai suoi occhi. E se riscopriamo la nostra identità di figli, possiamo anche vivere meglio da fratelli, accogliendoci nella nostra diversità e amandoci gli uni gli altri.<br /><br />Questa è la grande chiamata della Quaresima: custodire il dono dell’essere figli di Dio, perché in esso troviamo la vera gioia e la salvezza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64777903</guid><pubDate>Sun, 09 Mar 2025 18:24:02 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64777903/imported_1741544591438552_audio.mp3" length="11051258" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La Tentazione di Gesù: Riscoprire la Nostra Identità di Figli di Dio

L’identità di Gesù e la sua prova nel deserto

Nel Vangelo di questa prima domenica di Quaresima, il diavolo tenta Gesù proprio sul punto centrale della sua identità: essere il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La Tentazione di Gesù: Riscoprire la Nostra Identità di Figli di Dio<br /><br />L’identità di Gesù e la sua prova nel deserto<br /><br />Nel Vangelo di questa prima domenica di Quaresima, il diavolo tenta Gesù proprio sul punto centrale della sua identità: essere il Figlio di Dio. Questo aspetto è fondamentale non solo per Gesù, ma anche per noi. Pochi versetti prima, nel battesimo di Gesù, il Padre aveva dichiarato: "Tu sei il mio Figlio". E di nuovo, nella Trasfigurazione che ascolteremo domenica prossima, si sentirà la voce del Padre confermare questa verità.<br /><br />Se questa è la cosa più importante per Gesù, perché il diavolo lo tenta proprio su questo punto? Le tentazioni nel deserto rispecchiano in modo impressionante le parole che Gesù sentirà sulla croce: "Se sei il Cristo, scendi ora dalla croce". Il tentatore cerca di indurre Gesù a usare la sua identità per scopi egoistici, ma lui rimane saldo nella sua missione.<br /><br />La prima tentazione: il pane e il vero nutrimento<br /><br />La prima tentazione riguarda il bisogno fisico di Gesù: il diavolo gli dice di trasformare le pietre in pane. Dopo quaranta giorni di digiuno, Gesù ha fame, e il diavolo lo spinge a usare il suo potere divino per sfamarsi. Ma Gesù risponde con una frase chiave: "Non di solo pane vive l'uomo".<br /><br />Questa risposta è illuminante per noi. Certo, abbiamo bisogno del pane, ma non è l’unica necessità della vita. Se ci concentriamo solo sui bisogni materiali, rischiamo di perdere di vista le altre cose essenziali, come l’amore, la fiducia, il legame con Dio e con gli altri. Essere figli significa anche sapere che la nostra vita è sostenuta dal Padre in molti modi, non solo con il cibo.<br /><br />La seconda tentazione: il potere e la gloria terrena<br /><br />La seconda tentazione è quella del potere. Il diavolo offre a Gesù il dominio su tutti i regni della terra, a condizione che si prostri davanti a lui. Anche questa è una tentazione molto reale per noi: il desiderio di dominare sugli altri, di imporre la nostra volontà, di sentirci superiori.<br /><br />Gesù rifiuta categoricamente: "Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai". Lui non è venuto per essere un dominatore terreno, ma per servire e donarsi. Questa è una grande lezione anche per noi: quando cerchiamo di imporre il nostro potere sugli altri, ci allontaniamo dal vero spirito della figliolanza divina. Dobbiamo invece riconoscere che il vero Signore è Dio, e che la nostra vocazione è quella di essere suoi figli, non di cercare il potere sugli altri.<br /><br />La terza tentazione: la prova estrema e la fiducia in Dio<br /><br />L’ultima tentazione riguarda la fiducia in Dio. Il diavolo sfida Gesù a buttarsi giù dal tempio, perché Dio lo salverà, come dice il Salmo: "Egli darà ordine ai suoi angeli per proteggerti". Ma Gesù risponde: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo".<br /><br />Anche noi, a volte, mettiamo alla prova Dio, aspettandoci segni e conferme, o addirittura facendogli ricatti spirituali. Ma Gesù ci insegna che la vera fiducia in Dio non ha bisogno di prove straordinarie: è un abbandono sereno alla sua volontà, sapendo che Egli provvede sempre a noi nel modo migliore.<br /><br />La lezione per noi: vivere da figli di Dio<br /><br />Alla fine di questo Vangelo, la Quaresima ci invita a riscoprire la bellezza e la libertà di essere figli di Dio. San Paolo oggi ci ricorda: "Non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, perché il Signore è il Signore di tutti, ricco verso quelli che lo invocano".<br /><br />Dio non fa distinzioni: siamo tutti suoi figli, preziosi ai suoi occhi. E se riscopriamo la nostra identità di figli, possiamo anche vivere meglio da fratelli, accogliendoci nella nostra diversità e amandoci gli uni gli altri.<br /><br />Questa è la grande chiamata della Quaresima: custodire il dono dell’essere figli di Dio, perché in esso troviamo la vera gioia e la salvezza.]]></itunes:summary><itunes:duration>691</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di sabato 8 marzo a S. Andrea ore 8.30.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-sabato-8-marzo-a-s-andrea-ore-8-30-m4a--64762632</link><description><![CDATA[Sabato dopo le ceneri<br /> Is 58,9b-14; Sal 85; Lc 5,27-32 <br /><br /> Il profeta Isaia invita il popolo a considerare il sabato come una delizia e a trovare la propria gioia nel Signore. Questo concetto si lega all’idea di dedicarsi agli altri: se si offre la propria vita per aiutare chi è affamato e afflitto, allora la luce brillerà tra le tenebre. Il profeta sottolinea un principio fondamentale: la vera trasformazione interiore avviene quando ci si dedica con amore agli altri.<br /><br /> La Situazione di Distruzione e l’Invito alla Carità<br /><br /> Isaia si rivolge agli esiliati che, tornati a casa, trovano solo rovine e brecce. Questa condizione di desolazione simboleggia anche la fragilità dell’essere umano, che spesso si sente smarrito e privo di guida. La risposta a questa condizione non è la disperazione, ma la carità: dare la propria vita per gli altri, smettere di giudicare, e osservare il sabato come momento di riposo e gioia.<br /><br /> Obbedienza e Benedizione<br /><br /> L’osservanza dei comandamenti di Dio non è un peso, ma una fonte di bellezza e riposo. Nell’umiltà e nella fedeltà alla parola divina si trova la vera gioia. Il Signore promette di guidare sempre chi segue questa via, di saziarlo e di renderlo come un giardino irrigato. Coloro che vivono nella carità vengono chiamati “riparatori di brecce” e “restauratori di strade”, non per meriti propri, ma perché, attraverso l’obbedienza e l’amore, ricevono la grazia di Dio.<br /><br /> Il Cammino della Quaresima<br /><br /> Questo percorso si inserisce perfettamente nel cammino penitenziale della Quaresima, che richiama alla preghiera, alla carità e alla cura degli altri. È un cammino di obbedienza sincera e silenziosa, nel quale si trova la luce nelle proprie tenebre. Anche il Salmo ribadisce questa verità: il Signore ascolta i poveri e gli infelici che si affidano a Lui con fedeltà.<br /><br /> L’Eucaristia e la Consapevolezza del Bisogno di Dio<br /><br /> Come Levi nel Vangelo, anche noi siamo chiamati a preparare un banchetto per il Signore, accogliendolo nella nostra vita attraverso l’Eucaristia. Siamo peccatori e bisognosi di guarigione, ma aprendo il cuore alla sua presenza possiamo ricevere la luce di cui abbiamo bisogno. Vivere le beatitudini significa riconoscere la propria povertà e, al tempo stesso, donare agli altri ciò che abbiamo ricevuto.<br /><br /> Conclusione: La Strada della Conversione<br /><br /> Il messaggio finale è chiaro: questa è la strada della conversione e della salvezza. Solo attraverso la carità, l’obbedienza e l’affidamento a Dio possiamo trovare la vera luce nelle nostre vite e trasformare la nostra esistenza in una delizia nel Signore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64762632</guid><pubDate>Sat, 08 Mar 2025 11:25:17 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64762632/imported_1741432910191764_audio.mp3" length="4647706" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Sabato dopo le ceneri
Is 58,9b-14; Sal 85; Lc 5,27-32 

Il profeta Isaia invita il popolo a considerare il sabato come una delizia e a trovare la propria gioia nel Signore. Questo concetto si lega all’idea di dedicarsi agli altri: se si offre la...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Sabato dopo le ceneri<br /> Is 58,9b-14; Sal 85; Lc 5,27-32 <br /><br /> Il profeta Isaia invita il popolo a considerare il sabato come una delizia e a trovare la propria gioia nel Signore. Questo concetto si lega all’idea di dedicarsi agli altri: se si offre la propria vita per aiutare chi è affamato e afflitto, allora la luce brillerà tra le tenebre. Il profeta sottolinea un principio fondamentale: la vera trasformazione interiore avviene quando ci si dedica con amore agli altri.<br /><br /> La Situazione di Distruzione e l’Invito alla Carità<br /><br /> Isaia si rivolge agli esiliati che, tornati a casa, trovano solo rovine e brecce. Questa condizione di desolazione simboleggia anche la fragilità dell’essere umano, che spesso si sente smarrito e privo di guida. La risposta a questa condizione non è la disperazione, ma la carità: dare la propria vita per gli altri, smettere di giudicare, e osservare il sabato come momento di riposo e gioia.<br /><br /> Obbedienza e Benedizione<br /><br /> L’osservanza dei comandamenti di Dio non è un peso, ma una fonte di bellezza e riposo. Nell’umiltà e nella fedeltà alla parola divina si trova la vera gioia. Il Signore promette di guidare sempre chi segue questa via, di saziarlo e di renderlo come un giardino irrigato. Coloro che vivono nella carità vengono chiamati “riparatori di brecce” e “restauratori di strade”, non per meriti propri, ma perché, attraverso l’obbedienza e l’amore, ricevono la grazia di Dio.<br /><br /> Il Cammino della Quaresima<br /><br /> Questo percorso si inserisce perfettamente nel cammino penitenziale della Quaresima, che richiama alla preghiera, alla carità e alla cura degli altri. È un cammino di obbedienza sincera e silenziosa, nel quale si trova la luce nelle proprie tenebre. Anche il Salmo ribadisce questa verità: il Signore ascolta i poveri e gli infelici che si affidano a Lui con fedeltà.<br /><br /> L’Eucaristia e la Consapevolezza del Bisogno di Dio<br /><br /> Come Levi nel Vangelo, anche noi siamo chiamati a preparare un banchetto per il Signore, accogliendolo nella nostra vita attraverso l’Eucaristia. Siamo peccatori e bisognosi di guarigione, ma aprendo il cuore alla sua presenza possiamo ricevere la luce di cui abbiamo bisogno. Vivere le beatitudini significa riconoscere la propria povertà e, al tempo stesso, donare agli altri ciò che abbiamo ricevuto.<br /><br /> Conclusione: La Strada della Conversione<br /><br /> Il messaggio finale è chiaro: questa è la strada della conversione e della salvezza. Solo attraverso la carità, l’obbedienza e l’affidamento a Dio possiamo trovare la vera luce nelle nostre vite e trasformare la nostra esistenza in una delizia nel Signore.]]></itunes:summary><itunes:duration>291</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia mercoledì delle ceneri 2025 a Sant'Andrea.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-mercoledi-delle-ceneri-2025-a-sant-andrea-m4a--64716424</link><description><![CDATA[Ritornare a Dio con tutto il cuore<br /><br /> Don Andres inizia l’omelia soffermandosi sulle parole del profeta Gioele: "Anche ora, ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, pianti e lamenti". Questo versetto racchiude il senso dell’intero cammino quaresimale. L’invito di Dio è chiaro e immediato: tornare a Lui, perché ci siamo allontanati. La distanza può essere dovuta all’indifferenza, alla tiepidezza o al peccato, ma il Signore ci chiama a riavvicinarci con urgenza e profondità.<br /><br /> La conversione non è un percorso individuale, ma comunitario. Non si tratta di un semplice invito personale, ma di un appello rivolto a tutti. Ritornare a Dio è un'esperienza che si vive insieme, attraverso la liturgia e il cammino quaresimale condiviso.<br /><br /> Il coinvolgimento del cuore: una conversione autentica<br /><br /> Il ritorno a Dio deve essere sincero e totale: "con tutto il cuore". È un’esortazione a esaminare la nostra relazione con Lui, a chiederci dove sia il nostro cuore e con quali sentimenti ci rivolgiamo a Dio. La preghiera non deve essere occasionale o superficiale, ma un’esperienza autentica di incontro con il Signore.<br /><br /> Il profeta parla di un ritorno a Dio accompagnato da digiuni, pianti e lamenti. Questi segni indicano che la conversione non è solo un atto razionale, ma un movimento interiore profondo che coinvolge le emozioni. Il pianto esprime sentimenti intensi, sia di dolore che di gioia. Tornare a Dio significa lasciarsi toccare nel profondo, aprire il cuore, riconoscere il proprio bisogno di Lui.<br /><br /> Don Andres ricorda una Messa recente, celebrata per i genitori che hanno perso un figlio. In quel contesto di dolore, il richiamo a "ritornare a Dio" assume un significato speciale: accogliere la consolazione e l’abbraccio del Signore. Anche chi sente il cuore indurito è invitato a lasciarsi trasformare, chiedendo a Dio di rinnovarlo. Il Salmo responsoriale lo esprime chiaramente: "Crea in me, Signore, un cuore puro".<br /><br /> Lacerare il cuore, non le vesti: una conversione profonda<br /><br /> Il profeta Gioele esorta a "lacerare il cuore, non le vesti". Questo significa che la conversione non è un atto esteriore, ma interiore. Non basta compiere gesti visibili, è necessario aprire il cuore e lasciar emergere ciò che vi è dentro.<br /><br /> A questo scopo, il Vangelo offre tre strumenti fondamentali per sciogliere la durezza del cuore:<br /><br /> 1) L’elemosina: il dono gratuito agli altri, fatto con sincerità e senza ostentazione. Può essere un aiuto concreto, ma anche il dono del proprio tempo, dell’attenzione, dell’ascolto.<br /><br /> 2) La preghiera: un mezzo per entrare in intimità con Dio, allontanando le preoccupazioni che appesantiscono il cuore. Il Vangelo invita a pregare nel segreto, per instaurare un rapporto autentico con il Padre.<br /><br /> 3) Il digiuno: non è solo l’astensione dal cibo, ma una rinuncia che ci aiuta a riscoprire l’essenziale. Il digiuno educa il cuore, lo rende più sensibile e disponibile verso Dio e gli altri.<br /><br /> Le ceneri: un segno di conversione<br /><br /> Il rito delle Ceneri che chiude la celebrazione rappresenta un segno visibile della conversione. Ricevendole, accogliamo l’invito a cambiare vita, a ritornare a Dio con tutto il cuore. Le parole che accompagnano il gesto, "Convertitevi e credete al Vangelo", ci ricordano che la Quaresima è un tempo di grazia, in cui possiamo rispondere all’appello di Dio con autenticità e profondità.<br /><br /> Accogliendo questi strumenti – elemosina, preghiera e digiuno – e lasciandoci trasformare dal Signore, possiamo vivere un cammino quaresimale vero, orientato a un ritorno sincero e totale a Dio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64716424</guid><pubDate>Wed, 05 Mar 2025 19:59:07 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64716424/imported_1741204598671249_audio.mp3" length="9146618" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Ritornare a Dio con tutto il cuore

Don Andres inizia l’omelia soffermandosi sulle parole del profeta Gioele: "Anche ora, ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, pianti e lamenti". Questo versetto racchiude il senso dell’intero cammino...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ritornare a Dio con tutto il cuore<br /><br /> Don Andres inizia l’omelia soffermandosi sulle parole del profeta Gioele: "Anche ora, ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, pianti e lamenti". Questo versetto racchiude il senso dell’intero cammino quaresimale. L’invito di Dio è chiaro e immediato: tornare a Lui, perché ci siamo allontanati. La distanza può essere dovuta all’indifferenza, alla tiepidezza o al peccato, ma il Signore ci chiama a riavvicinarci con urgenza e profondità.<br /><br /> La conversione non è un percorso individuale, ma comunitario. Non si tratta di un semplice invito personale, ma di un appello rivolto a tutti. Ritornare a Dio è un'esperienza che si vive insieme, attraverso la liturgia e il cammino quaresimale condiviso.<br /><br /> Il coinvolgimento del cuore: una conversione autentica<br /><br /> Il ritorno a Dio deve essere sincero e totale: "con tutto il cuore". È un’esortazione a esaminare la nostra relazione con Lui, a chiederci dove sia il nostro cuore e con quali sentimenti ci rivolgiamo a Dio. La preghiera non deve essere occasionale o superficiale, ma un’esperienza autentica di incontro con il Signore.<br /><br /> Il profeta parla di un ritorno a Dio accompagnato da digiuni, pianti e lamenti. Questi segni indicano che la conversione non è solo un atto razionale, ma un movimento interiore profondo che coinvolge le emozioni. Il pianto esprime sentimenti intensi, sia di dolore che di gioia. Tornare a Dio significa lasciarsi toccare nel profondo, aprire il cuore, riconoscere il proprio bisogno di Lui.<br /><br /> Don Andres ricorda una Messa recente, celebrata per i genitori che hanno perso un figlio. In quel contesto di dolore, il richiamo a "ritornare a Dio" assume un significato speciale: accogliere la consolazione e l’abbraccio del Signore. Anche chi sente il cuore indurito è invitato a lasciarsi trasformare, chiedendo a Dio di rinnovarlo. Il Salmo responsoriale lo esprime chiaramente: "Crea in me, Signore, un cuore puro".<br /><br /> Lacerare il cuore, non le vesti: una conversione profonda<br /><br /> Il profeta Gioele esorta a "lacerare il cuore, non le vesti". Questo significa che la conversione non è un atto esteriore, ma interiore. Non basta compiere gesti visibili, è necessario aprire il cuore e lasciar emergere ciò che vi è dentro.<br /><br /> A questo scopo, il Vangelo offre tre strumenti fondamentali per sciogliere la durezza del cuore:<br /><br /> 1) L’elemosina: il dono gratuito agli altri, fatto con sincerità e senza ostentazione. Può essere un aiuto concreto, ma anche il dono del proprio tempo, dell’attenzione, dell’ascolto.<br /><br /> 2) La preghiera: un mezzo per entrare in intimità con Dio, allontanando le preoccupazioni che appesantiscono il cuore. Il Vangelo invita a pregare nel segreto, per instaurare un rapporto autentico con il Padre.<br /><br /> 3) Il digiuno: non è solo l’astensione dal cibo, ma una rinuncia che ci aiuta a riscoprire l’essenziale. Il digiuno educa il cuore, lo rende più sensibile e disponibile verso Dio e gli altri.<br /><br /> Le ceneri: un segno di conversione<br /><br /> Il rito delle Ceneri che chiude la celebrazione rappresenta un segno visibile della conversione. Ricevendole, accogliamo l’invito a cambiare vita, a ritornare a Dio con tutto il cuore. Le parole che accompagnano il gesto, "Convertitevi e credete al Vangelo", ci ricordano che la Quaresima è un tempo di grazia, in cui possiamo rispondere all’appello di Dio con autenticità e profondità.<br /><br /> Accogliendo questi strumenti – elemosina, preghiera e digiuno – e lasciandoci trasformare dal Signore, possiamo vivere un cammino quaresimale vero, orientato a un ritorno sincero e totale a Dio.]]></itunes:summary><itunes:duration>572</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 2 marzo a Sant'Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-2-marzo-a-sant-andrea-ore-11--64658369</link><description><![CDATA[L’Illusione di Essere Maestri<br /><br /> Don Andres inizia la sua riflessione con un’autocritica sincera: il Vangelo di questa domenica smaschera il suo atteggiamento ipocrita, il desiderio di essere un maestro, una guida. Il Vangelo di Luca è chiaro e radicale: nessun uomo può essere veramente maestro. Gesù utilizza immagini forti per far comprendere questa realtà: può un cieco guidare un altro cieco? Se nell’occhio abbiamo una trave, come possiamo aiutare il fratello a togliere la pagliuzza dal suo?<br /><br /> Letture come il Siracide ribadiscono il concetto: scuotendo un setaccio, ciò che resta sono i rifiuti, il marcio. Questo si applica a chi vuole essere maestro senza rendersi conto della propria condizione di fragilità. Anche San Paolo parla del pungolo della legge, un richiamo che non porta luce ma solo morte. La conclusione è inevitabile: essere maestri, nel senso umano del termine, è impossibile e dannoso.<br /><br /> Un Invito a Essere Discepoli<br /><br /> L’invito del Vangelo non è quello di elevarsi a maestri, ma di diventare discepoli. Il discepolo è colui che riconosce la propria cecità e chiede aiuto: “Sono cieco, aiutami tu, prendimi per mano”. Essere discepoli significa ascoltare invece di parlare, cercare la luce invece di credersi già illuminati.<br /><br /> Don Andres richiama le domeniche precedenti: chi vuole essere maestro è come i ricchi del Vangelo delle beatitudini, che credono di avere già tutto. È come chi non riesce ad amare i nemici perché è prigioniero del giudizio. Invece, il discepolo è umile, ha bisogno di aiuto e trova gioia nel ricevere la grazia del Signore.<br /><br /> L’Uomo Buono e il Buon Tesoro<br /><br /> La frase che più ha colpito Don Andres nel Vangelo è quella dell’uomo buono che trae il bene dal suo buon tesoro. Ma come può essere buono un uomo che è cieco, fragile, pieno di difetti? La risposta è nella grazia di Dio: il discepolo non è buono per merito proprio, ma perché è stato reso buono da Dio. San Paolo parla di essere “rivestiti di immortalità e incorruttibilità”.<br /><br /> Don Andres porta l’esempio della piccola Ginevra, una bambina rivestita di bianco nel giorno del suo Battesimo. Anche se ha già le sue piccole imperfezioni, è buona perché è amata e perdonata. Così è per tutti noi: la nostra bontà non è un risultato, ma un dono ricevuto dalla misericordia di Dio.<br /><br /> Il buon tesoro di cui parla Gesù è ciò che Dio ci ha donato: la capacità di amare, di essere misericordiosi, di perdonare. Questi doni sono spesso nascosti, ma reali. Il compito del discepolo è attingere a questo tesoro e far emergere il bene.<br /><br /> Dalla Cecità alla Luce<br /><br /> Non basta riconoscere il tesoro nel nostro cuore: dobbiamo tirarlo fuori, viverlo, donarlo. Don Andres si interroga: “Oggi in che cosa spendo le mie energie? Nel cercare le pagliuzze negli altri o nel tirare fuori il bene che ho ricevuto?”.<br /><br /> Se cominciamo questo lavoro dentro di noi, anche il nostro sguardo sugli altri cambierà. Non saremo più maestri giudicanti, ma persone che vedono il bene anche nei fratelli più difficili. Non perché siamo ingenui, ma perché abbiamo fatto esperienza del perdono e vogliamo guardare gli altri con la stessa misericordia.<br /><br /> Essere Alberi Buoni e Portare Frutto<br /><br /> Gesù conclude il Vangelo con un’altra immagine potente: l’albero buono porta frutti buoni. Don Andres invita tutti a portare a casa questa rivelazione: siamo alberi buoni. Non perché perfetti, ma perché radicati nell’amore di Dio.<br /><br /> San Paolo ci esorta a essere saldi e irremovibili in questa fatica, ad abbondare sempre nell’opera del Signore. Non si tratta di un impegno occasionale o avaro, ma di un cammino costante. Solo così possiamo lasciare il desiderio sterile di essere maestri e abbracciare la gioia di essere discepoli.<br /><br /> Verso la Quaresima: Un Cammino di Conversione<br /><br /> Concludendo, Don Andres richiama la bellezza della Quaresima che sta per iniziare. È il tempo favorevole per crescere nell’umiltà e nel desiderio di essere guidati dal Signore. Un tempo per lasciarsi prendere per mano e per portare frutto nella vita quotidiana.<br /><br /> Ringraziamo Dio per questa Parola che ci apre il cuore e ci rende pronti a vivere la conversione con gioia e fiducia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64658369</guid><pubDate>Sun, 02 Mar 2025 15:26:56 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64658369/imported_1740928837850486_audio.mp3" length="9417874" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>L’Illusione di Essere Maestri

Don Andres inizia la sua riflessione con un’autocritica sincera: il Vangelo di questa domenica smaschera il suo atteggiamento ipocrita, il desiderio di essere un maestro, una guida. Il Vangelo di Luca è chiaro e...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L’Illusione di Essere Maestri<br /><br /> Don Andres inizia la sua riflessione con un’autocritica sincera: il Vangelo di questa domenica smaschera il suo atteggiamento ipocrita, il desiderio di essere un maestro, una guida. Il Vangelo di Luca è chiaro e radicale: nessun uomo può essere veramente maestro. Gesù utilizza immagini forti per far comprendere questa realtà: può un cieco guidare un altro cieco? Se nell’occhio abbiamo una trave, come possiamo aiutare il fratello a togliere la pagliuzza dal suo?<br /><br /> Letture come il Siracide ribadiscono il concetto: scuotendo un setaccio, ciò che resta sono i rifiuti, il marcio. Questo si applica a chi vuole essere maestro senza rendersi conto della propria condizione di fragilità. Anche San Paolo parla del pungolo della legge, un richiamo che non porta luce ma solo morte. La conclusione è inevitabile: essere maestri, nel senso umano del termine, è impossibile e dannoso.<br /><br /> Un Invito a Essere Discepoli<br /><br /> L’invito del Vangelo non è quello di elevarsi a maestri, ma di diventare discepoli. Il discepolo è colui che riconosce la propria cecità e chiede aiuto: “Sono cieco, aiutami tu, prendimi per mano”. Essere discepoli significa ascoltare invece di parlare, cercare la luce invece di credersi già illuminati.<br /><br /> Don Andres richiama le domeniche precedenti: chi vuole essere maestro è come i ricchi del Vangelo delle beatitudini, che credono di avere già tutto. È come chi non riesce ad amare i nemici perché è prigioniero del giudizio. Invece, il discepolo è umile, ha bisogno di aiuto e trova gioia nel ricevere la grazia del Signore.<br /><br /> L’Uomo Buono e il Buon Tesoro<br /><br /> La frase che più ha colpito Don Andres nel Vangelo è quella dell’uomo buono che trae il bene dal suo buon tesoro. Ma come può essere buono un uomo che è cieco, fragile, pieno di difetti? La risposta è nella grazia di Dio: il discepolo non è buono per merito proprio, ma perché è stato reso buono da Dio. San Paolo parla di essere “rivestiti di immortalità e incorruttibilità”.<br /><br /> Don Andres porta l’esempio della piccola Ginevra, una bambina rivestita di bianco nel giorno del suo Battesimo. Anche se ha già le sue piccole imperfezioni, è buona perché è amata e perdonata. Così è per tutti noi: la nostra bontà non è un risultato, ma un dono ricevuto dalla misericordia di Dio.<br /><br /> Il buon tesoro di cui parla Gesù è ciò che Dio ci ha donato: la capacità di amare, di essere misericordiosi, di perdonare. Questi doni sono spesso nascosti, ma reali. Il compito del discepolo è attingere a questo tesoro e far emergere il bene.<br /><br /> Dalla Cecità alla Luce<br /><br /> Non basta riconoscere il tesoro nel nostro cuore: dobbiamo tirarlo fuori, viverlo, donarlo. Don Andres si interroga: “Oggi in che cosa spendo le mie energie? Nel cercare le pagliuzze negli altri o nel tirare fuori il bene che ho ricevuto?”.<br /><br /> Se cominciamo questo lavoro dentro di noi, anche il nostro sguardo sugli altri cambierà. Non saremo più maestri giudicanti, ma persone che vedono il bene anche nei fratelli più difficili. Non perché siamo ingenui, ma perché abbiamo fatto esperienza del perdono e vogliamo guardare gli altri con la stessa misericordia.<br /><br /> Essere Alberi Buoni e Portare Frutto<br /><br /> Gesù conclude il Vangelo con un’altra immagine potente: l’albero buono porta frutti buoni. Don Andres invita tutti a portare a casa questa rivelazione: siamo alberi buoni. Non perché perfetti, ma perché radicati nell’amore di Dio.<br /><br /> San Paolo ci esorta a essere saldi e irremovibili in questa fatica, ad abbondare sempre nell’opera del Signore. Non si tratta di un impegno occasionale o avaro, ma di un cammino costante. Solo così possiamo lasciare il desiderio sterile di essere maestri e abbracciare la gioia di essere discepoli.<br /><br /> Verso la Quaresima: Un Cammino di Conversione<br /><br /> Concludendo, Don Andres richiama la bellezza della Quaresima che sta per...]]></itunes:summary><itunes:duration>589</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di sabato 1 marzo S. Andrea 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-sabato-1-marzo-s-andrea-8-30--64641605</link><description><![CDATA[Lo Sguardo di Dio e la Cura del Prossimo<br /><br /> Riassunto dell’omelia di don Andrea – Sabato 1 marzo, Chiesa di S. Andrea<br /><br /> 1. La Creazione dell’Uomo secondo il Siracide<br /><br /> Don Andrea ha iniziato la sua riflessione commentando il capitolo 17 del libro del Siracide, che descrive la creazione dell’uomo e il potere che Dio gli ha donato. L’essere umano è stato creato a immagine di Dio e rivestito della sua forza. Questo ci dà un senso di grandezza, ma anche di responsabilità, perché siamo chiamati a esercitare questa forza nel modo giusto.<br /><br /> Un aspetto che colpisce è l’elenco degli strumenti che Dio ha donato all’uomo: discernimento, lingua, occhi, orecchie e cuore, e tutti questi non sono solo per l’uso pratico, ma per pensare e comprendere. Inoltre, il testo originale greco del Siracide sottolinea che Dio ha “posto il suo sguardo nei loro cuori”, più che il timore di Lui. Questo significa che, oltre a essere fatti a sua immagine e avere la sua forza, portiamo dentro di noi il suo sguardo, che ci permette di vedere il mondo come lo vede Lui.<br /><br /> Dio ci ha anche dato il dono della legge, che ci aiuta a discernere il bene dal male e a esercitare la giustizia. Questo ci spinge a interrogarci: qual è lo sguardo di Dio sulle nostre vite, sulle nostre famiglie, sulle difficoltà che affrontiamo? Come vede Dio le situazioni che viviamo quotidianamente? La risposta la troviamo nel versetto finale del passo del Siracide: Dio ha ordinato a ciascuno di prendersi cura del prossimo. Lo sguardo di Dio è sempre uno sguardo d’amore e misericordia.<br /><br /> 2. La Cura di Dio per Noi nel Salmo 102<br /><br /> Il Salmo 102, che accompagna la lettura del Siracide, rafforza questa visione di Dio come Padre amorevole e misericordioso. Il Signore conosce bene la nostra fragilità e si prende cura di noi con la stessa tenerezza con cui un padre si prende cura dei suoi figli. Egli ricorda che siamo polvere, eppure il suo amore è eterno e fedele.<br /><br /> L’insegnamento che ne deriva è semplice ma essenziale: dobbiamo cercare di avere lo sguardo di Dio in ogni situazione della nostra vita. Guardare le persone e il mondo con il suo sguardo d’amore cambia radicalmente il nostro modo di vivere.<br /><br /> 3. L’Evoluzione dello Sguardo di Dio nel Vangelo di Marco<br /><br /> Nel Vangelo del giorno (Marco 10,13-16), Gesù invita i discepoli a lasciare che i bambini vengano a Lui, perché “a chi è come loro appartiene il Regno di Dio”. I bambini hanno uno sguardo puro, pieno di stupore, e sanno amare senza riserve. Questo sguardo è quello che siamo chiamati a recuperare nella nostra vita di fede.<br /><br /> Don Andrea ha poi ampliato questa riflessione includendo anche gli anziani, il cui sguardo, dopo una lunga vita di esperienze, diventa simile a quello di Dio. Essi comprendono che la cosa più importante non è esercitare il potere, ma prendersi cura degli altri.<br /><br /> 4. Un Potere da Esercitare nell’Amore<br /><br /> Purtroppo, spesso nel mondo vediamo un uso sbagliato del potere, guidato dall’egoismo e dalla ricerca di dominio sugli altri. Ma Dio non ci ha dato la sua immagine e la sua forza per questo. Egli ci ha donato il suo sguardo affinché possiamo prenderci cura gli uni degli altri.<br /><br /> Gesù stesso ci ha mostrato il vero significato di questo sguardo: è lo sguardo di Colui che ha dato la sua vita per noi. Se impariamo a vedere con gli occhi di Dio, il nostro modo di vivere cambierà, e diventeremo strumenti del suo amore nel mondo.<br /><br /> Conclusione<br /><br /> L’omelia di don Andrea ci invita a riflettere sul dono dello sguardo di Dio che portiamo dentro di noi. Siamo chiamati a vedere il mondo con occhi di misericordia, a prenderci cura del prossimo e a vivere con la semplicità e la purezza di cuore dei bambini. Questo è il vero potere che Dio ci ha affidato: non quello del dominio, ma quello dell’amore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64641605</guid><pubDate>Sat, 01 Mar 2025 08:35:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64641605/imported_1740818099318104_audio.mp3" length="5776613" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Lo Sguardo di Dio e la Cura del Prossimo

Riassunto dell’omelia di don Andrea – Sabato 1 marzo, Chiesa di S. Andrea

1. La Creazione dell’Uomo secondo il Siracide

Don Andrea ha iniziato la sua riflessione commentando il capitolo 17 del libro del...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Lo Sguardo di Dio e la Cura del Prossimo<br /><br /> Riassunto dell’omelia di don Andrea – Sabato 1 marzo, Chiesa di S. Andrea<br /><br /> 1. La Creazione dell’Uomo secondo il Siracide<br /><br /> Don Andrea ha iniziato la sua riflessione commentando il capitolo 17 del libro del Siracide, che descrive la creazione dell’uomo e il potere che Dio gli ha donato. L’essere umano è stato creato a immagine di Dio e rivestito della sua forza. Questo ci dà un senso di grandezza, ma anche di responsabilità, perché siamo chiamati a esercitare questa forza nel modo giusto.<br /><br /> Un aspetto che colpisce è l’elenco degli strumenti che Dio ha donato all’uomo: discernimento, lingua, occhi, orecchie e cuore, e tutti questi non sono solo per l’uso pratico, ma per pensare e comprendere. Inoltre, il testo originale greco del Siracide sottolinea che Dio ha “posto il suo sguardo nei loro cuori”, più che il timore di Lui. Questo significa che, oltre a essere fatti a sua immagine e avere la sua forza, portiamo dentro di noi il suo sguardo, che ci permette di vedere il mondo come lo vede Lui.<br /><br /> Dio ci ha anche dato il dono della legge, che ci aiuta a discernere il bene dal male e a esercitare la giustizia. Questo ci spinge a interrogarci: qual è lo sguardo di Dio sulle nostre vite, sulle nostre famiglie, sulle difficoltà che affrontiamo? Come vede Dio le situazioni che viviamo quotidianamente? La risposta la troviamo nel versetto finale del passo del Siracide: Dio ha ordinato a ciascuno di prendersi cura del prossimo. Lo sguardo di Dio è sempre uno sguardo d’amore e misericordia.<br /><br /> 2. La Cura di Dio per Noi nel Salmo 102<br /><br /> Il Salmo 102, che accompagna la lettura del Siracide, rafforza questa visione di Dio come Padre amorevole e misericordioso. Il Signore conosce bene la nostra fragilità e si prende cura di noi con la stessa tenerezza con cui un padre si prende cura dei suoi figli. Egli ricorda che siamo polvere, eppure il suo amore è eterno e fedele.<br /><br /> L’insegnamento che ne deriva è semplice ma essenziale: dobbiamo cercare di avere lo sguardo di Dio in ogni situazione della nostra vita. Guardare le persone e il mondo con il suo sguardo d’amore cambia radicalmente il nostro modo di vivere.<br /><br /> 3. L’Evoluzione dello Sguardo di Dio nel Vangelo di Marco<br /><br /> Nel Vangelo del giorno (Marco 10,13-16), Gesù invita i discepoli a lasciare che i bambini vengano a Lui, perché “a chi è come loro appartiene il Regno di Dio”. I bambini hanno uno sguardo puro, pieno di stupore, e sanno amare senza riserve. Questo sguardo è quello che siamo chiamati a recuperare nella nostra vita di fede.<br /><br /> Don Andrea ha poi ampliato questa riflessione includendo anche gli anziani, il cui sguardo, dopo una lunga vita di esperienze, diventa simile a quello di Dio. Essi comprendono che la cosa più importante non è esercitare il potere, ma prendersi cura degli altri.<br /><br /> 4. Un Potere da Esercitare nell’Amore<br /><br /> Purtroppo, spesso nel mondo vediamo un uso sbagliato del potere, guidato dall’egoismo e dalla ricerca di dominio sugli altri. Ma Dio non ci ha dato la sua immagine e la sua forza per questo. Egli ci ha donato il suo sguardo affinché possiamo prenderci cura gli uni degli altri.<br /><br /> Gesù stesso ci ha mostrato il vero significato di questo sguardo: è lo sguardo di Colui che ha dato la sua vita per noi. Se impariamo a vedere con gli occhi di Dio, il nostro modo di vivere cambierà, e diventeremo strumenti del suo amore nel mondo.<br /><br /> Conclusione<br /><br /> L’omelia di don Andrea ci invita a riflettere sul dono dello sguardo di Dio che portiamo dentro di noi. Siamo chiamati a vedere il mondo con occhi di misericordia, a prenderci cura del prossimo e a vivere con la semplicità e la purezza di cuore dei bambini. 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L’unione matrimoniale è vista come un vincolo forte, sancito da Dio, ma che può incontrare anche delle difficoltà.<br /><br /> Parallelamente al matrimonio, l’amicizia viene presentata come una relazione di grande valore, a volte sottovalutata o poco approfondita. L’amicizia non è solo una semplice buona relazione con le persone, ma qualcosa di più profondo, un legame basato sulla fiducia e sulla fedeltà reciproca.<br /><br /> Le tre caratteristiche fondamentali dell’amicizia<br /><br /> Il testo individua tre qualità essenziali di un vero amico:<br /><br /> Fiducia e fedeltà – Un amico è qualcuno di cui ci si può fidare completamente, una persona che resta accanto nei momenti difficili, senza essere condizionata da convenienze o situazioni esterne. La vera amicizia non è opportunistica, ma duratura e resistente alle prove della vita.<br /><br /> Somiglianza e corrispondenza – L’amico è come te, condivide un’affinità di pensiero e valori. Questo non significa che sia identico a noi, ma che vi è una profonda intesa e comprensione reciproca. L’amico può parlare liberamente con noi e con i nostri familiari, dimostrando un senso di appartenenza alla nostra vita.<br /><br /> Protezione e rifugio sicuro – L’amicizia è un sostegno nei momenti difficili, un riparo dalle tempeste della vita. Un amico autentico è come un abbraccio che offre protezione e sicurezza, aiutandoci a superare le avversità.<br /><br /> Amicizia e matrimonio: un confronto possibile<br /><br /> Queste caratteristiche dell’amicizia possono essere ritrovate anche nella relazione coniugale. Il marito o la moglie sono persone di cui fidarsi, che offrono protezione e condividono la vita in modo profondo. Tuttavia, il testo evidenzia che tali qualità possono essere presenti anche in altre relazioni, non solo nel matrimonio.<br /><br /> L’amicizia, in questo senso, è un dono prezioso, paragonabile a un tesoro di grande valore. Ma chi può trovare un amico così? La risposta è nel testo: chi teme il Signore sa scegliere gli amici. L’amicizia autentica è un dono divino, qualcosa che nasce dalla nostra relazione con Dio e dalla nostra capacità di fidarci di Lui.<br /><br /> L’amicizia come dono di Dio<br /><br /> L’amico è visto come un compagno di viaggio che Dio mette sul nostro cammino. A volte, gli amici ci accompagnano solo per una parte della nostra vita, poi le strade si separano, ma il legame profondo rimane. L’amicizia ha anche una dimensione di fraternità, diventando quasi una familiarità profonda.<br /><br /> Chi ha fratelli e sorelle nella propria famiglia può riflettere sulla qualità del proprio rapporto con loro: è un rapporto di vera amicizia, di sostegno reciproco? L’amicizia, infatti, non riguarda solo chi scegliamo, ma anche coloro che ci sono dati dalla vita.<br /><br /> Aprirsi all’amicizia con umiltà<br /><br /> Spesso si sente dire: “Non ho amici, non ne voglio, non ne ho bisogno.” Ma il discorso invita a riflettere sul fatto che abbiamo bisogno degli altri. L’amicizia è un dono che Dio ci offre per non farci sentire soli, per darci forza nei momenti difficili.<br /><br /> L’amicizia cristiana è caratterizzata da protezione, fedeltà e reciprocità, e può manifestarsi anche in persone molto diverse da noi. È una grazia da chiedere per noi stessi e per tutti coloro che camminano nella fede.<br /><br /> Conclusione<br /><br /> L’amicizia e le relazioni umane sono parte essenziale della nostra vita e del nostro percorso spirituale. Sia il matrimonio che l’amicizia autentica sono doni preziosi, strumenti attraverso cui Dio ci accompagna. Aprirci con umiltà a queste relazioni profonde significa riconoscere il valore della fiducia, della fedeltà e della protezione reciproca, elementi fondamentali per un cammino di vita sereno e arricchente.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64620983</guid><pubDate>Fri, 28 Feb 2025 08:43:42 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64620983/imported_1740731573377375_audio.mp3" length="6961110" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>L'importanza delle relazioni nella nostra vita

Il discorso inizia sottolineando l'importanza delle relazioni umane, in particolare quelle fondamentali come l’amicizia e il matrimonio. Il Vangelo offre un’immagine potente della relazione tra uomo e...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L'importanza delle relazioni nella nostra vita<br /><br /> Il discorso inizia sottolineando l'importanza delle relazioni umane, in particolare quelle fondamentali come l’amicizia e il matrimonio. Il Vangelo offre un’immagine potente della relazione tra uomo e donna, creati nella loro diversità per unirsi e formare una famiglia feconda. L’unione matrimoniale è vista come un vincolo forte, sancito da Dio, ma che può incontrare anche delle difficoltà.<br /><br /> Parallelamente al matrimonio, l’amicizia viene presentata come una relazione di grande valore, a volte sottovalutata o poco approfondita. L’amicizia non è solo una semplice buona relazione con le persone, ma qualcosa di più profondo, un legame basato sulla fiducia e sulla fedeltà reciproca.<br /><br /> Le tre caratteristiche fondamentali dell’amicizia<br /><br /> Il testo individua tre qualità essenziali di un vero amico:<br /><br /> Fiducia e fedeltà – Un amico è qualcuno di cui ci si può fidare completamente, una persona che resta accanto nei momenti difficili, senza essere condizionata da convenienze o situazioni esterne. La vera amicizia non è opportunistica, ma duratura e resistente alle prove della vita.<br /><br /> Somiglianza e corrispondenza – L’amico è come te, condivide un’affinità di pensiero e valori. Questo non significa che sia identico a noi, ma che vi è una profonda intesa e comprensione reciproca. L’amico può parlare liberamente con noi e con i nostri familiari, dimostrando un senso di appartenenza alla nostra vita.<br /><br /> Protezione e rifugio sicuro – L’amicizia è un sostegno nei momenti difficili, un riparo dalle tempeste della vita. Un amico autentico è come un abbraccio che offre protezione e sicurezza, aiutandoci a superare le avversità.<br /><br /> Amicizia e matrimonio: un confronto possibile<br /><br /> Queste caratteristiche dell’amicizia possono essere ritrovate anche nella relazione coniugale. Il marito o la moglie sono persone di cui fidarsi, che offrono protezione e condividono la vita in modo profondo. Tuttavia, il testo evidenzia che tali qualità possono essere presenti anche in altre relazioni, non solo nel matrimonio.<br /><br /> L’amicizia, in questo senso, è un dono prezioso, paragonabile a un tesoro di grande valore. Ma chi può trovare un amico così? La risposta è nel testo: chi teme il Signore sa scegliere gli amici. L’amicizia autentica è un dono divino, qualcosa che nasce dalla nostra relazione con Dio e dalla nostra capacità di fidarci di Lui.<br /><br /> L’amicizia come dono di Dio<br /><br /> L’amico è visto come un compagno di viaggio che Dio mette sul nostro cammino. A volte, gli amici ci accompagnano solo per una parte della nostra vita, poi le strade si separano, ma il legame profondo rimane. L’amicizia ha anche una dimensione di fraternità, diventando quasi una familiarità profonda.<br /><br /> Chi ha fratelli e sorelle nella propria famiglia può riflettere sulla qualità del proprio rapporto con loro: è un rapporto di vera amicizia, di sostegno reciproco? L’amicizia, infatti, non riguarda solo chi scegliamo, ma anche coloro che ci sono dati dalla vita.<br /><br /> Aprirsi all’amicizia con umiltà<br /><br /> Spesso si sente dire: “Non ho amici, non ne voglio, non ne ho bisogno.” Ma il discorso invita a riflettere sul fatto che abbiamo bisogno degli altri. L’amicizia è un dono che Dio ci offre per non farci sentire soli, per darci forza nei momenti difficili.<br /><br /> L’amicizia cristiana è caratterizzata da protezione, fedeltà e reciprocità, e può manifestarsi anche in persone molto diverse da noi. È una grazia da chiedere per noi stessi e per tutti coloro che camminano nella fede.<br /><br /> Conclusione<br /><br /> L’amicizia e le relazioni umane sono parte essenziale della nostra vita e del nostro percorso spirituale. Sia il matrimonio che l’amicizia autentica sono doni preziosi, strumenti attraverso cui Dio ci accompagna. 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Questa attitudine può avere una sua validità, ma se portata all'estremo diventa un problema.<br /><br /> L’istinto di autodeterminazione<br /><br /> Un altro aspetto della nostra natura è il desiderio di seguire la nostra volontà, senza lasciarci dominare da nessuno, nemmeno da Dio. Questo atteggiamento riflette un forte senso di autonomia, ma rischia di allontanarci da un cammino di vera libertà interiore.<br /><br /> La consapevolezza del peccato e il rischio della procrastinazione<br /><br /> Anche quando pecchiamo, c’è un aspetto interessante: riconoscere il proprio errore è già un passo importante, ma spesso fatichiamo a chiamare le cose con il loro vero nome. Inoltre, la consapevolezza della misericordia di Dio a volte ci porta a rimandare la nostra conversione, confidando nel Suo perdono senza compiere un vero cambiamento.<br /><br /> Non rimandare la conversione<br /><br /> Il Siracide ci mette in guardia dal pericolo di procrastinare la nostra conversione. Noi tendiamo a rimandare il cambiamento, pensando che ci sarà sempre un domani, un altro momento più adatto. Ma questo atteggiamento è ingannevole e rischioso.<br /><br /> Due indicazioni per il cambiamento<br /><br /> Come possiamo allora uscire da questa trappola? Il Vangelo ci offre due indicazioni semplici ma molto forti. Esse sono strumenti concreti per cambiare atteggiamento e aprire il nostro cuore alla presenza di Dio.<br /><br /> Accorgersi dei doni ricevuti<br /><br /> La prima indicazione è quella di riconoscere i piccoli gesti di aiuto che riceviamo dagli altri, come un bicchiere d'acqua offerto nel momento del bisogno. Spesso ci convinciamo di poter fare tutto da soli, ma quando qualcuno ci aiuta, ci rendiamo conto di quanto sia prezioso ricevere.<br /><br /> Aprirsi alla relazione e superare la solitudine<br /><br /> Non avere sempre la propria “borraccia” per dissetarsi è un'opportunità per accogliere l’altro. Questo gesto ci aiuta a rompere la barriera dell'autosufficienza e della solitudine che a volte ci costruiamo intorno.<br /><br /> La necessità di un taglio radicale<br /><br /> La seconda indicazione evangelica è più drastica: tagliare ciò che ci fa male. Se qualcosa diventa motivo di scandalo o di inciampo, bisogna avere il coraggio di eliminarlo, anche se doloroso.<br /><br /> Liberarsi da ciò che imprigiona<br /><br /> Ci sono situazioni nella nostra vita che ci rendono prigionieri. Il Vangelo ci invita a non cercare soluzioni di compromesso, ma a prendere decisioni radicali per liberarci da ciò che ci blocca e ci allontana dal bene.<br /><br /> La difficoltà e il valore del sacrificio<br /><br /> Tagliare qualcosa di nocivo è difficile, perché spesso ciò che ci fa male è anche qualcosa a cui siamo legati. Eppure, riconoscere il danno e rinunciare è un atto di grande maturità e libertà. Le dipendenze, come il vino nel caso classico, mostrano quanto sia difficile ma necessario fare questo passo.<br /><br /> La possibilità di un cambiamento vero<br /><br /> Il Vangelo ci dice che questa rinuncia è possibile. Non siamo soli: Dio ci aiuta e ci sostiene. E la libertà che ne deriva è un grande dono, perché ci rende più semplici, più sereni e più affidati a Lui.<br /><br /> Riconoscere i doni di Dio<br /><br /> Dobbiamo imparare a ringraziare il Signore per tutti i piccoli aiuti che ci offre lungo il cammino. Questi “bicchieri d’acqua” spezzano la nostra illusione di autosufficienza e ci aprono alla relazione con Lui e con gli altri.<br /><br /> Il rischio dell'isolamento<br /><br /> L’autosufficienza spinta all’estremo diventa una forma di isolamento. Il tamerisco nella steppa è l'immagine di chi si concentra solo su sé stesso, senza accorgersi del bene che lo circonda.<br /><br /> Un atto di fiducia in Dio<br /><br /> Infine, riconosciamo che la vera libertà non sta nell'essere indipendenti da tutto e da tutti, ma nel dipendere da Dio, confidando nella Sua misericordia e nel Suo amore che ci sostiene.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64613544</guid><pubDate>Thu, 27 Feb 2025 23:12:07 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64613544/imported_1740697567411527_audio.mp3" length="5290527" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>L’illusione dell’autosufficienza

Il libro del Siracide descrive con grande chiarezza il modo in cui ragioniamo e ciò che guida le nostre azioni. Esprime un concetto molto forte: l'essere umano cerca di bastare a sé stesso, di essere autosufficiente,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L’illusione dell’autosufficienza<br /><br /> Il libro del Siracide descrive con grande chiarezza il modo in cui ragioniamo e ciò che guida le nostre azioni. Esprime un concetto molto forte: l'essere umano cerca di bastare a sé stesso, di essere autosufficiente, indipendente e libero da qualsiasi bisogno. Questa attitudine può avere una sua validità, ma se portata all'estremo diventa un problema.<br /><br /> L’istinto di autodeterminazione<br /><br /> Un altro aspetto della nostra natura è il desiderio di seguire la nostra volontà, senza lasciarci dominare da nessuno, nemmeno da Dio. Questo atteggiamento riflette un forte senso di autonomia, ma rischia di allontanarci da un cammino di vera libertà interiore.<br /><br /> La consapevolezza del peccato e il rischio della procrastinazione<br /><br /> Anche quando pecchiamo, c’è un aspetto interessante: riconoscere il proprio errore è già un passo importante, ma spesso fatichiamo a chiamare le cose con il loro vero nome. Inoltre, la consapevolezza della misericordia di Dio a volte ci porta a rimandare la nostra conversione, confidando nel Suo perdono senza compiere un vero cambiamento.<br /><br /> Non rimandare la conversione<br /><br /> Il Siracide ci mette in guardia dal pericolo di procrastinare la nostra conversione. Noi tendiamo a rimandare il cambiamento, pensando che ci sarà sempre un domani, un altro momento più adatto. Ma questo atteggiamento è ingannevole e rischioso.<br /><br /> Due indicazioni per il cambiamento<br /><br /> Come possiamo allora uscire da questa trappola? Il Vangelo ci offre due indicazioni semplici ma molto forti. Esse sono strumenti concreti per cambiare atteggiamento e aprire il nostro cuore alla presenza di Dio.<br /><br /> Accorgersi dei doni ricevuti<br /><br /> La prima indicazione è quella di riconoscere i piccoli gesti di aiuto che riceviamo dagli altri, come un bicchiere d'acqua offerto nel momento del bisogno. Spesso ci convinciamo di poter fare tutto da soli, ma quando qualcuno ci aiuta, ci rendiamo conto di quanto sia prezioso ricevere.<br /><br /> Aprirsi alla relazione e superare la solitudine<br /><br /> Non avere sempre la propria “borraccia” per dissetarsi è un'opportunità per accogliere l’altro. Questo gesto ci aiuta a rompere la barriera dell'autosufficienza e della solitudine che a volte ci costruiamo intorno.<br /><br /> La necessità di un taglio radicale<br /><br /> La seconda indicazione evangelica è più drastica: tagliare ciò che ci fa male. Se qualcosa diventa motivo di scandalo o di inciampo, bisogna avere il coraggio di eliminarlo, anche se doloroso.<br /><br /> Liberarsi da ciò che imprigiona<br /><br /> Ci sono situazioni nella nostra vita che ci rendono prigionieri. Il Vangelo ci invita a non cercare soluzioni di compromesso, ma a prendere decisioni radicali per liberarci da ciò che ci blocca e ci allontana dal bene.<br /><br /> La difficoltà e il valore del sacrificio<br /><br /> Tagliare qualcosa di nocivo è difficile, perché spesso ciò che ci fa male è anche qualcosa a cui siamo legati. Eppure, riconoscere il danno e rinunciare è un atto di grande maturità e libertà. Le dipendenze, come il vino nel caso classico, mostrano quanto sia difficile ma necessario fare questo passo.<br /><br /> La possibilità di un cambiamento vero<br /><br /> Il Vangelo ci dice che questa rinuncia è possibile. Non siamo soli: Dio ci aiuta e ci sostiene. E la libertà che ne deriva è un grande dono, perché ci rende più semplici, più sereni e più affidati a Lui.<br /><br /> Riconoscere i doni di Dio<br /><br /> Dobbiamo imparare a ringraziare il Signore per tutti i piccoli aiuti che ci offre lungo il cammino. Questi “bicchieri d’acqua” spezzano la nostra illusione di autosufficienza e ci aprono alla relazione con Lui e con gli altri.<br /><br /> Il rischio dell'isolamento<br /><br /> L’autosufficienza spinta all’estremo diventa una forma di isolamento. 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È un concetto che tutti conosciamo, ma che fatichiamo ad applicare nella vita quotidiana.<br /><br /> La domanda sorge spontanea: come possiamo amare chi ci ha ferito, chi si è posto contro di noi?<br /><br /> La risposta, sorprendentemente, inizia con una riflessione personale: il primo ad avere bisogno di amore siamo noi stessi. Ognuno di noi desidera essere amato, ascoltato, accolto, e lo comprendiamo ancor di più nei momenti di difficoltà, quando ci accorgiamo dei nostri limiti, delle nostre fragilità e delle nostre cadute nel giudicare o nel rispondere con durezza agli altri.<br /><br /> Il Bisogno di Amore e la Misericordia di Dio<br /><br /> Quando riconosciamo la nostra cattiveria, il nostro egoismo e le nostre debolezze, possiamo renderci conto di quanto sia grande la misericordia di Dio. Il Salmo 102-103 ce lo ricorda con parole toccanti: "Egli perdona tutte le nostre colpe, guarisce tutte le malattie, salva dalla fossa la nostra vita, ci circonda di bontà e di misericordia."<br /><br /> È proprio da questa esperienza personale di misericordia che possiamo iniziare a comprendere il comando di Gesù: amare chi ci è nemico. Se Dio è così sorprendentemente buono con noi, se ci offre sempre una seconda possibilità, allora anche noi siamo chiamati a fare lo stesso con gli altri.<br /><br /> Davide e Saul: Un Insegnamento di Amore e Saggezza<br /><br /> La prima lettura ci offre un esempio concreto: Davide e il re Saul. Saul considera Davide un nemico e lo perseguita, ma Davide, invece di approfittare dell'occasione per ucciderlo, compie un gesto simbolico: prende la sua lancia e la brocca d'acqua. Poi, a distanza di sicurezza, gli mostra ciò che ha fatto e gli dimostra di aver scelto la via della misericordia anziché quella della vendetta.<br /><br /> Il risultato? Saul riconosce il valore di Davide e cambia atteggiamento nei suoi confronti. Questo è il potere del perdono e del non rispondere al male con il male: apre un dialogo, scioglie l'ostilità, trasforma i cuori.<br /><br /> L'Amore Senza Confini<br /><br /> Gesù ci invita a superare i limiti del nostro amore: non possiamo limitarci ad amare solo coloro che ci sono simpatici o che ci trattano bene. Dobbiamo amare tutti, senza paletti o condizioni. Anzi, il Vangelo sottolinea che è proprio verso coloro che ci odiano, ci maltrattano e ci feriscono che dobbiamo esercitare un amore più grande.<br /><br /> Ma come possiamo riuscirci? Non è un cammino facile, ma il Vangelo ci offre alcuni suggerimenti pratici:<br /><br /> Non rispondere subito al male con il male: come Davide, invece di reagire con rabbia, possiamo trovare un modo per trasformare il conflitto in un'opportunità di riconciliazione.<br /><br /> Porgere l'altra guancia: non significa essere deboli, ma scegliere un atteggiamento di apertura, di dialogo, di comprensione.<br /><br /> Pregare per chi ci fa del male: la preghiera ha il potere di cambiare noi stessi e gli altri.<br /><br /> Vedere nell'altro una persona preziosa: anche chi ci ferisce è un figlio di Dio e ha bisogno di amore.<br /><br /> Diventare Datore di Vita<br /><br /> San Paolo ci offre un'immagine forte: Adamo era un essere vivente, ma Cristo è diventato un datore di vita. Anche noi siamo chiamati a compiere questo passaggio: da persone che semplicemente esistono, a persone che donano vita, amore e misericordia agli altri.<br /><br /> Ciò è più facile per i piccoli, per i semplici, per chi non ha filtri e ama senza riserve. Noi, invece, spesso ci mettiamo barriere e condizioni. Ma è proprio per questo che dobbiamo ripartire dall’esperienza della misericordia di Dio su di noi: se l’abbiamo ricevuta, non possiamo far altro che donarla.<br /><br /> Conclusione<br /><br /> Amare i nemici non è una scelta opzionale per il cristiano: è il cuore del Vangelo. È un cammino impegnativo, ma possibile se partiamo dalla consapevolezza del nostro bisogno di amore e della misericordia che Dio ci dona.<br /><br /> Solo allora potremo vivere un amore senza confini, senza condizioni, capace di trasformare anche l’inimicizia in un’opportunità di crescita e di pace.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64526907</guid><pubDate>Sun, 23 Feb 2025 15:42:15 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64526907/imported_1740325011398605_audio.mp3" length="10642495" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>L'Amore per i Nemici: Una Proposta Provocatoria

Il Vangelo di oggi ci propone un messaggio che, a prima vista, sembra quasi impossibile da accettare: "Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono." È...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L'Amore per i Nemici: Una Proposta Provocatoria<br /><br /> Il Vangelo di oggi ci propone un messaggio che, a prima vista, sembra quasi impossibile da accettare: "Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono." È un concetto che tutti conosciamo, ma che fatichiamo ad applicare nella vita quotidiana.<br /><br /> La domanda sorge spontanea: come possiamo amare chi ci ha ferito, chi si è posto contro di noi?<br /><br /> La risposta, sorprendentemente, inizia con una riflessione personale: il primo ad avere bisogno di amore siamo noi stessi. Ognuno di noi desidera essere amato, ascoltato, accolto, e lo comprendiamo ancor di più nei momenti di difficoltà, quando ci accorgiamo dei nostri limiti, delle nostre fragilità e delle nostre cadute nel giudicare o nel rispondere con durezza agli altri.<br /><br /> Il Bisogno di Amore e la Misericordia di Dio<br /><br /> Quando riconosciamo la nostra cattiveria, il nostro egoismo e le nostre debolezze, possiamo renderci conto di quanto sia grande la misericordia di Dio. Il Salmo 102-103 ce lo ricorda con parole toccanti: "Egli perdona tutte le nostre colpe, guarisce tutte le malattie, salva dalla fossa la nostra vita, ci circonda di bontà e di misericordia."<br /><br /> È proprio da questa esperienza personale di misericordia che possiamo iniziare a comprendere il comando di Gesù: amare chi ci è nemico. Se Dio è così sorprendentemente buono con noi, se ci offre sempre una seconda possibilità, allora anche noi siamo chiamati a fare lo stesso con gli altri.<br /><br /> Davide e Saul: Un Insegnamento di Amore e Saggezza<br /><br /> La prima lettura ci offre un esempio concreto: Davide e il re Saul. Saul considera Davide un nemico e lo perseguita, ma Davide, invece di approfittare dell'occasione per ucciderlo, compie un gesto simbolico: prende la sua lancia e la brocca d'acqua. Poi, a distanza di sicurezza, gli mostra ciò che ha fatto e gli dimostra di aver scelto la via della misericordia anziché quella della vendetta.<br /><br /> Il risultato? Saul riconosce il valore di Davide e cambia atteggiamento nei suoi confronti. Questo è il potere del perdono e del non rispondere al male con il male: apre un dialogo, scioglie l'ostilità, trasforma i cuori.<br /><br /> L'Amore Senza Confini<br /><br /> Gesù ci invita a superare i limiti del nostro amore: non possiamo limitarci ad amare solo coloro che ci sono simpatici o che ci trattano bene. Dobbiamo amare tutti, senza paletti o condizioni. Anzi, il Vangelo sottolinea che è proprio verso coloro che ci odiano, ci maltrattano e ci feriscono che dobbiamo esercitare un amore più grande.<br /><br /> Ma come possiamo riuscirci? Non è un cammino facile, ma il Vangelo ci offre alcuni suggerimenti pratici:<br /><br /> Non rispondere subito al male con il male: come Davide, invece di reagire con rabbia, possiamo trovare un modo per trasformare il conflitto in un'opportunità di riconciliazione.<br /><br /> Porgere l'altra guancia: non significa essere deboli, ma scegliere un atteggiamento di apertura, di dialogo, di comprensione.<br /><br /> Pregare per chi ci fa del male: la preghiera ha il potere di cambiare noi stessi e gli altri.<br /><br /> Vedere nell'altro una persona preziosa: anche chi ci ferisce è un figlio di Dio e ha bisogno di amore.<br /><br /> Diventare Datore di Vita<br /><br /> San Paolo ci offre un'immagine forte: Adamo era un essere vivente, ma Cristo è diventato un datore di vita. Anche noi siamo chiamati a compiere questo passaggio: da persone che semplicemente esistono, a persone che donano vita, amore e misericordia agli altri.<br /><br /> Ciò è più facile per i piccoli, per i semplici, per chi non ha filtri e ama senza riserve. Noi, invece, spesso ci mettiamo barriere e condizioni. Ma è proprio per questo che dobbiamo ripartire dall’esperienza della misericordia di Dio su di noi: se l’abbiamo ricevuta, non possiamo far altro che donarla.<br /><br /> Conclusione<br /><br /> Amare i nemici...]]></itunes:summary><itunes:duration>666</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia della Messa a casa Nicolini a Mantova 21 febbraio 2025</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-della-messa-a-casa-nicolini-a-mantova-21-febbraio-2025--64502390</link><description><![CDATA[L'importanza dell'accordo e della progettualità<br /><br /> L'omelia si apre con una riflessione sulla prima lettura dal libro della Genesi, che narra la costruzione della torre di Babele. Questo episodio sottolinea il potenziale umano quando c'è unità di intenti: l'essere umano, con il dono della progettualità e della collaborazione, può compiere grandi imprese. "Costruiamoci una città e una torre la cui cima tocchi il cielo" esprime il desiderio di stabilità e di grandezza, ma anche il rischio dell'autosufficienza che esclude Dio.<br /><br /> La confusione delle lingue e la crisi della comunicazione<br /><br /> Tuttavia, Dio interviene confondendo le lingue, mettendo in crisi un progetto che rischiava di diventare un simbolo di orgoglio umano senza riferimento al Signore. Questo ci insegna che la vera forza non sta solo nell'efficacia dell'organizzazione, ma nella comunione autentica, che si fonda sulla verità e sull'amore. La perdita di un linguaggio comune non è solo un fenomeno storico, ma qualcosa che sperimentiamo nelle nostre vite: nei rapporti interpersonali, nelle famiglie, nelle comunità e persino nelle nazioni.<br /><br /> L'incomunicabilità nelle relazioni<br /><br /> Quando manca la comprensione reciproca, anche le relazioni più solide possono incrinarsi. La difficoltà di comunicare bisogni, sentimenti e difficoltà crea divisioni e solitudini. Durante un incontro con alcuni sacerdoti, è emersa con forza questa realtà: la necessità di un dialogo sincero e aperto per evitare che le incomprensioni si trasformino in distanze insanabili. Lo stesso vale per le famiglie e le amicizie.<br /><br /> La crisi della comunicazione nel mondo contemporaneo<br /><br /> Viviamo in un'epoca di grande connessione tecnologica, ma spesso la vera comunicazione è fragile. L'omelia cita come esempio l'uso di linguaggi divisivi e aggressivi nel panorama politico internazionale, sottolineando come certe retoriche possano aumentare le tensioni e portare a conflitti. Quando si perde la capacità di ascoltare e comprendere l'altro, si rischia di arrivare perfino alla violenza.<br /><br /> L'esistenza di un linguaggio universale<br /><br /> A fronte di questa crisi comunicativa, ci si chiede: esiste un linguaggio che unisca invece di dividere? La risposta viene dal Vangelo del giorno: Gesù ci offre un linguaggio universale, valido per ogni tempo e cultura. "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua". Il linguaggio dell'amore e del dono di sé è quello che davvero costruisce e unisce.<br /><br /> Il sacrificio come linguaggio di unione<br /><br /> Gesù ha vissuto questo linguaggio fino in fondo, donando la sua vita sulla croce. Questo non è solo un messaggio spirituale, ma un principio concreto di vita: perdere la propria vita per amore significa donarsi nelle relazioni quotidiane, nel matrimonio, nella famiglia, nelle amicizie. "Chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà" non riguarda solo i martiri, ma chiunque scelga di amare senza riserve.<br /><br /> Testimonianze di amore e dedizione<br /><br /> L'omelia ricorda come nelle nostre famiglie abbiamo spesso esempi luminosi di chi ha vissuto questo stile di vita con semplicità e gioia. Il rischio è di considerarlo qualcosa di troppo piccolo o ingenuo, quasi imbarazzante in un mondo che premia il successo e l'autonomia. Invece, dovremmo avere il coraggio di vivere con fierezza questa via dell'amore gratuito.<br /><br /> Il riconoscimento nella gloria di Dio<br /><br /> Gesù ci assicura che il Padre riconoscerà e accoglierà chi ha scelto questa strada. L'omelia si conclude con un invito a rinnovare nella celebrazione eucaristica il desiderio di imparare sempre più dal Vangelo, seguendo Cristo nel linguaggio dell'amore. Anche chi vive situazioni di sofferenza, malattia o anzianità può essere testimone di questo linguaggio con la pazienza, la fiducia e la gioia, diventando un maestro per tutti noi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64502390</guid><pubDate>Fri, 21 Feb 2025 22:20:18 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64502390/imported_1740176331994030_audio.mp3" length="7723467" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>L'importanza dell'accordo e della progettualità

L'omelia si apre con una riflessione sulla prima lettura dal libro della Genesi, che narra la costruzione della torre di Babele. Questo episodio sottolinea il potenziale umano quando c'è unità di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[L'importanza dell'accordo e della progettualità<br /><br /> L'omelia si apre con una riflessione sulla prima lettura dal libro della Genesi, che narra la costruzione della torre di Babele. Questo episodio sottolinea il potenziale umano quando c'è unità di intenti: l'essere umano, con il dono della progettualità e della collaborazione, può compiere grandi imprese. "Costruiamoci una città e una torre la cui cima tocchi il cielo" esprime il desiderio di stabilità e di grandezza, ma anche il rischio dell'autosufficienza che esclude Dio.<br /><br /> La confusione delle lingue e la crisi della comunicazione<br /><br /> Tuttavia, Dio interviene confondendo le lingue, mettendo in crisi un progetto che rischiava di diventare un simbolo di orgoglio umano senza riferimento al Signore. Questo ci insegna che la vera forza non sta solo nell'efficacia dell'organizzazione, ma nella comunione autentica, che si fonda sulla verità e sull'amore. La perdita di un linguaggio comune non è solo un fenomeno storico, ma qualcosa che sperimentiamo nelle nostre vite: nei rapporti interpersonali, nelle famiglie, nelle comunità e persino nelle nazioni.<br /><br /> L'incomunicabilità nelle relazioni<br /><br /> Quando manca la comprensione reciproca, anche le relazioni più solide possono incrinarsi. La difficoltà di comunicare bisogni, sentimenti e difficoltà crea divisioni e solitudini. Durante un incontro con alcuni sacerdoti, è emersa con forza questa realtà: la necessità di un dialogo sincero e aperto per evitare che le incomprensioni si trasformino in distanze insanabili. Lo stesso vale per le famiglie e le amicizie.<br /><br /> La crisi della comunicazione nel mondo contemporaneo<br /><br /> Viviamo in un'epoca di grande connessione tecnologica, ma spesso la vera comunicazione è fragile. L'omelia cita come esempio l'uso di linguaggi divisivi e aggressivi nel panorama politico internazionale, sottolineando come certe retoriche possano aumentare le tensioni e portare a conflitti. Quando si perde la capacità di ascoltare e comprendere l'altro, si rischia di arrivare perfino alla violenza.<br /><br /> L'esistenza di un linguaggio universale<br /><br /> A fronte di questa crisi comunicativa, ci si chiede: esiste un linguaggio che unisca invece di dividere? La risposta viene dal Vangelo del giorno: Gesù ci offre un linguaggio universale, valido per ogni tempo e cultura. "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua". Il linguaggio dell'amore e del dono di sé è quello che davvero costruisce e unisce.<br /><br /> Il sacrificio come linguaggio di unione<br /><br /> Gesù ha vissuto questo linguaggio fino in fondo, donando la sua vita sulla croce. Questo non è solo un messaggio spirituale, ma un principio concreto di vita: perdere la propria vita per amore significa donarsi nelle relazioni quotidiane, nel matrimonio, nella famiglia, nelle amicizie. "Chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà" non riguarda solo i martiri, ma chiunque scelga di amare senza riserve.<br /><br /> Testimonianze di amore e dedizione<br /><br /> L'omelia ricorda come nelle nostre famiglie abbiamo spesso esempi luminosi di chi ha vissuto questo stile di vita con semplicità e gioia. Il rischio è di considerarlo qualcosa di troppo piccolo o ingenuo, quasi imbarazzante in un mondo che premia il successo e l'autonomia. Invece, dovremmo avere il coraggio di vivere con fierezza questa via dell'amore gratuito.<br /><br /> Il riconoscimento nella gloria di Dio<br /><br /> Gesù ci assicura che il Padre riconoscerà e accoglierà chi ha scelto questa strada. L'omelia si conclude con un invito a rinnovare nella celebrazione eucaristica il desiderio di imparare sempre più dal Vangelo, seguendo Cristo nel linguaggio dell'amore. Anche chi vive situazioni di sofferenza, malattia o anzianità può essere testimone di questo linguaggio con la pazienza, la fiducia e la gioia, diventando un maestro per tutti noi.]]></itunes:summary><itunes:duration>483</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3ada6a8f0553f80b1ee3a065774b0559.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 16 febbraio a Sant'Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-16-febbraio-a-sant-andrea-ore-11--64405771</link><description><![CDATA[Le Beatitudini: Una Rivelazione di Gioia e Speranza<br /><br />Introduzione<br /><br />Le Beatitudini, tratte dal Vangelo, ci pongono sempre davanti a un mistero profondo. Comprenderle fino in fondo non è semplice, e spiegarle risulta ancora più difficile. Forse anche Gesù non ha voluto spiegarle, ma semplicemente dichiararle. Le Beatitudini non sono concetti da analizzare, ma verità da vivere e testimoniare.<br /><br />Il Contesto delle Beatitudini<br /><br />Gesù proclama le Beatitudini di fronte a una grande folla, composta dai dodici apostoli appena scelti, altri discepoli e molte persone giunte per ascoltarlo e per essere guarite. A loro Gesù dice: "Beati voi".<br /><br />A differenza della versione del Vangelo di Matteo, in cui il discorso è più generico, qui Gesù si rivolge direttamente a loro. "Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio", "Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati", "Beati voi che ora piangete".<br /><br />Non si tratta di una condizione futura, ma di un'elezione attuale: ora, nel momento della difficoltà, si è beati. La beatitudine non è solo promessa, ma è già una realtà, una condizione di gioia profonda e di dignità.<br /><br />Il Paradosso della Beatitudine<br /><br />Gesù affianca alle Beatitudini i "guai": "Guai a voi che ora siete sazi", "Guai a voi ricchi", "Guai a voi che ora ridete".<br /><br />Non perché la sazietà, la ricchezza o la felicità siano un male in sé, ma perché rischiano di farci vivere in una falsa sicurezza. Quello che possediamo ora è temporaneo e non ci garantisce la vera beatitudine. Solo la relazione con Dio e con gli altri può donarci una gioia autentica e duratura.<br /><br />Testimonianze di Beatitudine<br /><br />Le Beatitudini non si spiegano, si testimoniano. Durante una recente celebrazione, diverse persone hanno condiviso esperienze che incarnano queste parole di Gesù:<br /><ul><li>Due detenute hanno raccontato la loro gioia nel prendersi cura di una donna malata. Nonostante la solitudine e il senso di colpa, hanno trovato un senso nella relazione d'aiuto.</li><li>Una geriatra ha dichiarato che il suo lavoro accanto agli anziani è fonte di grande soddisfazione e bellezza.</li><li>Una dipendente di una casa di riposo ha parlato dell'importanza di rendere le giornate degli ospiti piacevoli attraverso piccole attenzioni come parrucchiere, giochi e attività ricreative. (<a href="https://zpbarca.chiesadibologna.it/la-voce-della-fragilita-per-vivere-con-occhi-nuovi-le-esperienze-ordinarie/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">vedi il video della lectio pauperum</a>)</li><li>Durante un funerale, amici e colleghi di un giovane improvvisamente scomparso hanno trovato conforto nella condivisione del dolore e nell'affetto reciproco.</li><li>Le coppie che celebravano anniversari di matrimonio hanno testimoniato che la vera gioia non è data da beni materiali, ma dalla presenza di una persona accanto con cui affrontare le difficoltà della vita.</li></ul>Un Bambino Testimone di Gioia<br /><br />Un'altra storia commovente è quella di Alberto <a href="https://youtu.be/E1KZDo1nXxE?si=Wz4krdhSzlwdd17R" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(vedi il video</a>), un bambino malato terminale di Torino. Nonostante la sua condizione, accoglieva tutti con un sorriso. Suo padre, inizialmente distante dalla fede, ha trovato in lui la testimonianza più forte della presenza di Dio.<br /><br />Questo dimostra che la beatitudine non dipende dalle circostanze esteriori, ma dalla fiducia in Dio e dalla capacità di donarsi agli altri.<br /><br />L'Immagine dei Due Alberi<br /><br />Il profeta Geremia usa la metafora di due alberi per descrivere due atteggiamenti di vita:<br /><ul><li>Il Tamerisco, che cresce nel deserto, isolato e resistente, ma incapace di vedere il bene che lo circonda.</li><li>L'albero piantato vicino all'acqua, che estende le sue radici verso la fonte e non teme il caldo.</li></ul><br />Il Tamerisco rappresenta chi confida solo in se stesso, mentre l'altro albero è l'immagine di chi confida nel Signore. Nelle difficoltà della vita, siamo chiamati ad attingere alla sorgente viva che è Dio.<br /><br />Conclusione: Vivere le Beatitudini<br /><br />Le Beatitudini non sono solo un insegnamento, ma una realtà vissuta da tante persone che con la loro testimonianza ci mostrano la vera gioia.<br /><br />Gesù non è rimasto sul monte, ma è sceso in mezzo a noi per rivelarci questa gioia. Oggi siamo chiamati a essere alberi piantati vicino alla fonte, a vivere le Beatitudini non solo come parole, ma come esperienza quotidiana di fiducia, amore e speranza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64405771</guid><pubDate>Sun, 16 Feb 2025 15:32:59 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64405771/imported_1739719841330261_audio.mp3" length="12252891" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Le Beatitudini: Una Rivelazione di Gioia e Speranza

Introduzione

Le Beatitudini, tratte dal Vangelo, ci pongono sempre davanti a un mistero profondo. Comprenderle fino in fondo non è semplice, e spiegarle risulta ancora più difficile. Forse anche...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Le Beatitudini: Una Rivelazione di Gioia e Speranza<br /><br />Introduzione<br /><br />Le Beatitudini, tratte dal Vangelo, ci pongono sempre davanti a un mistero profondo. Comprenderle fino in fondo non è semplice, e spiegarle risulta ancora più difficile. Forse anche Gesù non ha voluto spiegarle, ma semplicemente dichiararle. Le Beatitudini non sono concetti da analizzare, ma verità da vivere e testimoniare.<br /><br />Il Contesto delle Beatitudini<br /><br />Gesù proclama le Beatitudini di fronte a una grande folla, composta dai dodici apostoli appena scelti, altri discepoli e molte persone giunte per ascoltarlo e per essere guarite. A loro Gesù dice: "Beati voi".<br /><br />A differenza della versione del Vangelo di Matteo, in cui il discorso è più generico, qui Gesù si rivolge direttamente a loro. "Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio", "Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati", "Beati voi che ora piangete".<br /><br />Non si tratta di una condizione futura, ma di un'elezione attuale: ora, nel momento della difficoltà, si è beati. La beatitudine non è solo promessa, ma è già una realtà, una condizione di gioia profonda e di dignità.<br /><br />Il Paradosso della Beatitudine<br /><br />Gesù affianca alle Beatitudini i "guai": "Guai a voi che ora siete sazi", "Guai a voi ricchi", "Guai a voi che ora ridete".<br /><br />Non perché la sazietà, la ricchezza o la felicità siano un male in sé, ma perché rischiano di farci vivere in una falsa sicurezza. Quello che possediamo ora è temporaneo e non ci garantisce la vera beatitudine. Solo la relazione con Dio e con gli altri può donarci una gioia autentica e duratura.<br /><br />Testimonianze di Beatitudine<br /><br />Le Beatitudini non si spiegano, si testimoniano. Durante una recente celebrazione, diverse persone hanno condiviso esperienze che incarnano queste parole di Gesù:<br /><ul><li>Due detenute hanno raccontato la loro gioia nel prendersi cura di una donna malata. Nonostante la solitudine e il senso di colpa, hanno trovato un senso nella relazione d'aiuto.</li><li>Una geriatra ha dichiarato che il suo lavoro accanto agli anziani è fonte di grande soddisfazione e bellezza.</li><li>Una dipendente di una casa di riposo ha parlato dell'importanza di rendere le giornate degli ospiti piacevoli attraverso piccole attenzioni come parrucchiere, giochi e attività ricreative. (<a href="https://zpbarca.chiesadibologna.it/la-voce-della-fragilita-per-vivere-con-occhi-nuovi-le-esperienze-ordinarie/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">vedi il video della lectio pauperum</a>)</li><li>Durante un funerale, amici e colleghi di un giovane improvvisamente scomparso hanno trovato conforto nella condivisione del dolore e nell'affetto reciproco.</li><li>Le coppie che celebravano anniversari di matrimonio hanno testimoniato che la vera gioia non è data da beni materiali, ma dalla presenza di una persona accanto con cui affrontare le difficoltà della vita.</li></ul>Un Bambino Testimone di Gioia<br /><br />Un'altra storia commovente è quella di Alberto <a href="https://youtu.be/E1KZDo1nXxE?si=Wz4krdhSzlwdd17R" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(vedi il video</a>), un bambino malato terminale di Torino. Nonostante la sua condizione, accoglieva tutti con un sorriso. Suo padre, inizialmente distante dalla fede, ha trovato in lui la testimonianza più forte della presenza di Dio.<br /><br />Questo dimostra che la beatitudine non dipende dalle circostanze esteriori, ma dalla fiducia in Dio e dalla capacità di donarsi agli altri.<br /><br />L'Immagine dei Due Alberi<br /><br />Il profeta Geremia usa la metafora di due alberi per descrivere due atteggiamenti di vita:<br /><ul><li>Il Tamerisco, che cresce nel deserto, isolato e resistente, ma incapace di vedere il bene che lo circonda.</li><li>L'albero piantato vicino all'acqua, che estende le sue radici verso la fonte e non teme il caldo.</li></ul><br />Il Tamerisco rappresenta chi confida solo in se stesso, mentre...]]></itunes:summary><itunes:duration>766</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Santi Cirillo e Metodio - Omelia 14 febbraio alla Beata Vergine Immacolata ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/santi-cirillo-e-metodio-omelia-14-febbraio-alla-beata-vergine-immacolata-ore-8-30--64372996</link><description><![CDATA[La Festa di Cirillo e Metodio: Un Invito alla Missione Cristiana<br /><br /> La celebrazione della festa dei Santi Cirillo e Metodio ci apre a un orizzonte vasto, come quello descritto nel Vangelo di oggi. Gesù scompiglia le carte, aveva appena scelto i dodici apostoli e subito dopo ne designa altri 72. Non conosciamo i loro nomi, ma sappiamo che sono molti. Questo numero rappresenta simbolicamente tutte le popolazioni e indica l'universalità della missione cristiana.<br /><br /> Un Mandato Divino: "Andate, ecco vi mando"<br /><br /> Il primo punto da sottolineare è il comando di Gesù: "Andate, ecco vi mando". Questo invio non è frutto di un'iniziativa personale, ma deriva direttamente dal Signore. Infatti, Gesù stesso dice: "Pregate il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe". La missione è quindi un'opera divina, e ciascuno di noi è chiamato a rispondere a questa vocazione.<br /><br /> Inoltre, Gesù specifica che questo andare avviene "come agnelli in mezzo ai lupi", in una condizione di fragilità, semplicità e persino pericolo. L'invio avviene senza borsa, senza sacca, senza sandali: è un andare povero, essenziale, che esprime fiducia totale nella provvidenza divina. C'è anche un'indicazione pratica: "Non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada". Questo non significa essere scortesi, ma indica l'urgenza della missione, la necessità di non disperdere le energie in cose secondarie, mantenendo sempre chiaro l'obiettivo.<br /><br /> La Ricerca dei Figli della Pace<br /><br /> Un altro aspetto centrale del Vangelo di oggi riguarda l'accoglienza. Gesù dice: "Quando entrate in una casa, dite: 'Pace a questa casa'. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui". Questo ci fa comprendere che i discepoli non solo portano la pace, ma devono anche trovarla. La missione non è una comunicazione unilaterale, ma un incontro con chi è pronto ad accogliere il messaggio evangelico.<br /><br /> C'è un'indicazione molto chiara: "Rimanete in quella casa". Non si tratta di un'azione frenetica, ma di un'opera paziente, che richiede ascolto e condivisione. Il missionario stesso riceve qualcosa da coloro che accolgono il Vangelo. Questo atteggiamento di calma e stabilità permette alla Parola di mettere radici profonde nei cuori delle persone.<br /><br /> L'Allargamento della Parola: La Reazione dei Pagani<br /><br /> Un terzo punto significativo emerge dalla prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli. A Antiochia di Pisidia, di fronte al rifiuto di alcuni, la Parola si allarga ai pagani. Questo passaggio è fondamentale: coloro che inizialmente non erano considerati i primi destinatari del Vangelo si sentono chiamati e reagiscono con entusiasmo.<br /><br /> "I pagani si rallegravano, glorificavano la parola del Signore e credettero". Qui troviamo tre doni preziosi: la gioia, la gloria della Parola e la fede. Questa reazione mostra che la salvezza non ha confini e che la risposta alla chiamata di Dio può venire da chiunque, anche da coloro che non ci aspetteremmo.<br /><br /> Vivere la Missione Oggi<br /><br /> Questo messaggio evangelico ci interpella direttamente. Anche nelle piccole azioni quotidiane possiamo sentirci inviati dal Signore. Ad esempio, stamattina, nonostante la pioggia, inizierò le benedizioni pasquali nei negozi di Via Battindarno. Non sarò solo, saremo in due. Questo semplice gesto vuole essere un segno concreto della missione cristiana: portare la pace e condividere la gioia della fede.<br /><br /> Ognuno di noi è chiamato a essere portatore della pace di Cristo, a diffondere il Vangelo non solo con le parole, ma con la vita stessa. Accogliamo dunque con gratitudine questa dinamica divina, certi che il Signore cammina con noi e che la sua Parola continua a toccare i cuori di tanti.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64372996</guid><pubDate>Fri, 14 Feb 2025 08:26:49 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64372996/imported_1739521555336114_audio.mp3" length="6082977" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La Festa di Cirillo e Metodio: Un Invito alla Missione Cristiana

La celebrazione della festa dei Santi Cirillo e Metodio ci apre a un orizzonte vasto, come quello descritto nel Vangelo di oggi. Gesù scompiglia le carte, aveva appena scelto i dodici...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La Festa di Cirillo e Metodio: Un Invito alla Missione Cristiana<br /><br /> La celebrazione della festa dei Santi Cirillo e Metodio ci apre a un orizzonte vasto, come quello descritto nel Vangelo di oggi. Gesù scompiglia le carte, aveva appena scelto i dodici apostoli e subito dopo ne designa altri 72. Non conosciamo i loro nomi, ma sappiamo che sono molti. Questo numero rappresenta simbolicamente tutte le popolazioni e indica l'universalità della missione cristiana.<br /><br /> Un Mandato Divino: "Andate, ecco vi mando"<br /><br /> Il primo punto da sottolineare è il comando di Gesù: "Andate, ecco vi mando". Questo invio non è frutto di un'iniziativa personale, ma deriva direttamente dal Signore. Infatti, Gesù stesso dice: "Pregate il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe". La missione è quindi un'opera divina, e ciascuno di noi è chiamato a rispondere a questa vocazione.<br /><br /> Inoltre, Gesù specifica che questo andare avviene "come agnelli in mezzo ai lupi", in una condizione di fragilità, semplicità e persino pericolo. L'invio avviene senza borsa, senza sacca, senza sandali: è un andare povero, essenziale, che esprime fiducia totale nella provvidenza divina. C'è anche un'indicazione pratica: "Non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada". Questo non significa essere scortesi, ma indica l'urgenza della missione, la necessità di non disperdere le energie in cose secondarie, mantenendo sempre chiaro l'obiettivo.<br /><br /> La Ricerca dei Figli della Pace<br /><br /> Un altro aspetto centrale del Vangelo di oggi riguarda l'accoglienza. Gesù dice: "Quando entrate in una casa, dite: 'Pace a questa casa'. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui". Questo ci fa comprendere che i discepoli non solo portano la pace, ma devono anche trovarla. La missione non è una comunicazione unilaterale, ma un incontro con chi è pronto ad accogliere il messaggio evangelico.<br /><br /> C'è un'indicazione molto chiara: "Rimanete in quella casa". Non si tratta di un'azione frenetica, ma di un'opera paziente, che richiede ascolto e condivisione. Il missionario stesso riceve qualcosa da coloro che accolgono il Vangelo. Questo atteggiamento di calma e stabilità permette alla Parola di mettere radici profonde nei cuori delle persone.<br /><br /> L'Allargamento della Parola: La Reazione dei Pagani<br /><br /> Un terzo punto significativo emerge dalla prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli. A Antiochia di Pisidia, di fronte al rifiuto di alcuni, la Parola si allarga ai pagani. Questo passaggio è fondamentale: coloro che inizialmente non erano considerati i primi destinatari del Vangelo si sentono chiamati e reagiscono con entusiasmo.<br /><br /> "I pagani si rallegravano, glorificavano la parola del Signore e credettero". Qui troviamo tre doni preziosi: la gioia, la gloria della Parola e la fede. Questa reazione mostra che la salvezza non ha confini e che la risposta alla chiamata di Dio può venire da chiunque, anche da coloro che non ci aspetteremmo.<br /><br /> Vivere la Missione Oggi<br /><br /> Questo messaggio evangelico ci interpella direttamente. Anche nelle piccole azioni quotidiane possiamo sentirci inviati dal Signore. Ad esempio, stamattina, nonostante la pioggia, inizierò le benedizioni pasquali nei negozi di Via Battindarno. Non sarò solo, saremo in due. Questo semplice gesto vuole essere un segno concreto della missione cristiana: portare la pace e condividere la gioia della fede.<br /><br /> Ognuno di noi è chiamato a essere portatore della pace di Cristo, a diffondere il Vangelo non solo con le parole, ma con la vita stessa. Accogliamo dunque con gratitudine questa dinamica divina, certi che il Signore cammina con noi e che la sua Parola continua a toccare i cuori di tanti.]]></itunes:summary><itunes:duration>381</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di giovedì 13 febbraio a Sant'Andrea ore 18:30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-giovedi-13-febbraio-a-sant-andrea-ore-18-30--64365039</link><description><![CDATA[Gesù e la Fede della Donna Sirofenicia: Una Riflessione sulla Cura, la Relazione e l'Apertura<br /><br /> L'Incontro con la Donna Sirofenicia: Una Prospettiva di Cura e Fede<br /><br /> Nel Vangelo, Gesù pronuncia una parola forte e apparentemente dura: "Lascia che si sazino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini". Questa frase sembra mettere in evidenza una gerarchia di prioritaria attenzione verso i figli, rispetto ad altri bisogni. Tuttavia, il vero intento di Gesù non sembra essere un'esclusione, ma piuttosto un invito a riflettere sulle relazioni e sulle priorità.<br /><br /> La donna sirofenicia, protagonista di questo episodio, non appartiene al popolo di Israele. Eppure, nonostante le barriere culturali e religiose, ella si avvicina a Gesù con una richiesta disperata: la guarigione della figlia. La sua determinazione e fede la spingono a superare ogni ostacolo, fino ad accettare anche le "briciole" di grazia pur di ottenere la guarigione per la sua bambina. La risposta di Gesù alla sua insistenza è illuminante: "Per questa tua parola, va': il demonio è uscito da tua figlia".<br /><br /> Il Rapporto Padre-Figlio e il Valore della Relazione<br /><br /> Questo episodio evangelico tocca un tema centrale nella nostra vita: il rapporto padre-figlio e, più in generale, il valore delle relazioni umane. La donna sirofenicia dimostra una fede così grande da spingere Gesù a riconoscerla e ad ammirarla. In un certo senso, ella chiede a Gesù di ampliare la sua missione, di uscire dagli schemi e di estendere la sua misericordia anche ai non appartenenti al popolo d'Israele.<br /><br /> Anche la prima lettura ci richiama all'importanza di una relazione autentica: Adamo, pur circondato da ogni genere di creature, non trova nessun aiuto che gli sia pari finché non incontra la donna. Ciò sottolinea che l'essere umano ha bisogno di una relazione con un suo simile, con qualcuno che condivida la sua stessa origine e umanità. Non si tratta di un legame basato sulla dipendenza, ma su una comunione profonda e reciproca.<br /><br /> La Fecondità delle Relazioni e l'Apertura al Prossimo<br /><br /> Il Vangelo non parla solo di rapporti familiari, ma ci invita a riflettere su tutte le relazioni significative nella nostra vita. Non tutti sono sposati o hanno figli, ma ognuno di noi ha persone con cui condivide il cammino, che rappresentano un sostegno, una guida, una luce nei momenti di difficoltà. Questa unione non è solo un legame affettivo, ma diventa una fonte di fecondità: le relazioni autentiche generano vita, non solo biologicamente, ma anche spiritualmente e comunitariamente.<br /><br /> Le "briciole" di cui parla la donna sirofenicia sono il segno che da una relazione forte e stabile possono derivare benefici per molti. Non dobbiamo vedere la famiglia o le relazioni come un recinto chiuso, ma come un centro da cui si irradia un bene più grande.<br /><br /> L'Importanza della Condivisione e dell'Accoglienza<br /><br /> Questo principio si applica non solo alle relazioni personali, ma anche alla comunità cristiana. Come comunità di fede, siamo chiamati a non chiudere le nostre porte, ma a condividere ciò che abbiamo, anche se può sembrare poco. Le "briciole" che possiamo offrire agli altri spesso si trasformano in un nutrimento essenziale per chi è nel bisogno.<br /><br /> Gesù stesso si trova fuori dai confini tradizionali di Israele, in una terra straniera, cercando nuovi figli da raccogliere e salvare. Questo ci insegna che la nostra fede non può restare confinata in cerchie ristrette, ma deve essere aperta, inclusiva, pronta a riconoscere la dignità di ogni persona come figlio di Dio.<br /><br /> Conclusione<br /><br /> L'incontro tra Gesù e la donna sirofenicia ci lascia una grande lezione di fede, perseveranza e apertura. Ci insegna che non esistono confini invalicabili per l'amore di Dio, che la vera fecondità nasce dalle relazioni autentiche e che anche le "briciole" possono essere sufficienti per trasformare la vita di una persona. Apriamo il nostro cuore, dunque, sia per ricevere che per donare, consapevoli che ogni piccolo gesto di amore e accoglienza può avere un impatto immenso nella vita di chi ci circonda.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64365039</guid><pubDate>Thu, 13 Feb 2025 21:05:24 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64365039/draft_1739468330809962_audio.mp3" length="7861812" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Gesù e la Fede della Donna Sirofenicia: Una Riflessione sulla Cura, la Relazione e l'Apertura

L'Incontro con la Donna Sirofenicia: Una Prospettiva di Cura e Fede

Nel Vangelo, Gesù pronuncia una parola forte e apparentemente dura: "Lascia che si...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Gesù e la Fede della Donna Sirofenicia: Una Riflessione sulla Cura, la Relazione e l'Apertura<br /><br /> L'Incontro con la Donna Sirofenicia: Una Prospettiva di Cura e Fede<br /><br /> Nel Vangelo, Gesù pronuncia una parola forte e apparentemente dura: "Lascia che si sazino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini". Questa frase sembra mettere in evidenza una gerarchia di prioritaria attenzione verso i figli, rispetto ad altri bisogni. Tuttavia, il vero intento di Gesù non sembra essere un'esclusione, ma piuttosto un invito a riflettere sulle relazioni e sulle priorità.<br /><br /> La donna sirofenicia, protagonista di questo episodio, non appartiene al popolo di Israele. Eppure, nonostante le barriere culturali e religiose, ella si avvicina a Gesù con una richiesta disperata: la guarigione della figlia. La sua determinazione e fede la spingono a superare ogni ostacolo, fino ad accettare anche le "briciole" di grazia pur di ottenere la guarigione per la sua bambina. La risposta di Gesù alla sua insistenza è illuminante: "Per questa tua parola, va': il demonio è uscito da tua figlia".<br /><br /> Il Rapporto Padre-Figlio e il Valore della Relazione<br /><br /> Questo episodio evangelico tocca un tema centrale nella nostra vita: il rapporto padre-figlio e, più in generale, il valore delle relazioni umane. La donna sirofenicia dimostra una fede così grande da spingere Gesù a riconoscerla e ad ammirarla. In un certo senso, ella chiede a Gesù di ampliare la sua missione, di uscire dagli schemi e di estendere la sua misericordia anche ai non appartenenti al popolo d'Israele.<br /><br /> Anche la prima lettura ci richiama all'importanza di una relazione autentica: Adamo, pur circondato da ogni genere di creature, non trova nessun aiuto che gli sia pari finché non incontra la donna. Ciò sottolinea che l'essere umano ha bisogno di una relazione con un suo simile, con qualcuno che condivida la sua stessa origine e umanità. Non si tratta di un legame basato sulla dipendenza, ma su una comunione profonda e reciproca.<br /><br /> La Fecondità delle Relazioni e l'Apertura al Prossimo<br /><br /> Il Vangelo non parla solo di rapporti familiari, ma ci invita a riflettere su tutte le relazioni significative nella nostra vita. Non tutti sono sposati o hanno figli, ma ognuno di noi ha persone con cui condivide il cammino, che rappresentano un sostegno, una guida, una luce nei momenti di difficoltà. Questa unione non è solo un legame affettivo, ma diventa una fonte di fecondità: le relazioni autentiche generano vita, non solo biologicamente, ma anche spiritualmente e comunitariamente.<br /><br /> Le "briciole" di cui parla la donna sirofenicia sono il segno che da una relazione forte e stabile possono derivare benefici per molti. Non dobbiamo vedere la famiglia o le relazioni come un recinto chiuso, ma come un centro da cui si irradia un bene più grande.<br /><br /> L'Importanza della Condivisione e dell'Accoglienza<br /><br /> Questo principio si applica non solo alle relazioni personali, ma anche alla comunità cristiana. Come comunità di fede, siamo chiamati a non chiudere le nostre porte, ma a condividere ciò che abbiamo, anche se può sembrare poco. Le "briciole" che possiamo offrire agli altri spesso si trasformano in un nutrimento essenziale per chi è nel bisogno.<br /><br /> Gesù stesso si trova fuori dai confini tradizionali di Israele, in una terra straniera, cercando nuovi figli da raccogliere e salvare. Questo ci insegna che la nostra fede non può restare confinata in cerchie ristrette, ma deve essere aperta, inclusiva, pronta a riconoscere la dignità di ogni persona come figlio di Dio.<br /><br /> Conclusione<br /><br /> L'incontro tra Gesù e la donna sirofenicia ci lascia una grande lezione di fede, perseveranza e apertura. 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Dio gli presenta diverse creature, ma nessuna di esse sembra corrispondergli completamente. Questo brano ci ricorda una verità fondamentale: "Non è bene che l’uomo sia solo".<br /><br /> Pietro ci ha testimoniato con la sua vita quanto sia essenziale la vicinanza degli altri. Per lui non si trattava del matrimonio, ma dell’importanza di avere accanto persone che lo sostenessero e lo comprendessero. Questa necessità di compagnia non è esclusiva di una relazione coniugale, ma si manifesta in ogni forma di legame umano: amicizia, solidarietà, aiuto reciproco. La varietà delle persone che oggi lo ricordano dimostra proprio come la vicinanza e il sostegno possano assumere molteplici forme.<br /><br /> Aiutarsi è un’esperienza reciproca: a volte siamo noi a tendere una mano, altre volte riceviamo aiuto dagli altri. Non è necessario essere campioni in qualcosa per essere di supporto: la consolazione, l’affetto e la semplicità sono doni inestimabili. Pietro, con la sua vita, ci ha mostrato quanto sia importante offrire speranza e forza agli altri, e questo è un dono prezioso.<br /><br /> Il Valore delle Briciole<br /><br /> Un secondo spunto significativo emerge dal Vangelo e dalla figura della donna Siro-Fenicia. Questa donna, pagana e dunque estranea alla comunità di Israele, si rivolge con fede incrollabile a Gesù per chiedere la guarigione della figlia. La risposta iniziale di Cristo sembra dura e spiazzante: "Non è bene prendere il pane e gettarlo ai cagnolini". Ma la donna, con astuzia e umiltà, risponde: "Anche ai cagnolini bastano le briciole che cadono dalla tavola dei figli".<br /><br /> Qui sta il cuore della riflessione: il valore delle briciole. Tutti noi, in fondo, siamo piccoli e bisognosi, ma quelle briciole d’amore, di attenzione e di affetto sono sufficienti a nutrirci. Non abbiamo bisogno di grandi ricchezze o privilegi, ma della semplice condivisione del bene. Pietro, con la sua esistenza semplice e autentica, ci ha insegnato proprio questo: il valore dello scambio di piccoli gesti, di affetto sincero e di presenza costante.<br /><br /> Il Comando dell’Amore e la Condivisione<br /><br /> Gesù stesso ha incarnato questa logica dello scambio e della condivisione. Pur essendo Figlio di Dio, non ha scelto di vivere in una condizione di privilegio, ma si è fatto uomo per essere in mezzo a noi. Ha donato tutto ciò che aveva, fino alla sua stessa vita, per amore.<br /><br /> E ci ha lasciato un comando chiaro: "Come ho fatto io, adesso fate anche voi. Vi ho dato l’esempio, perché così come vi ho amato, vi amiate gli uni gli altri". Questo è il messaggio centrale della vita cristiana: amare, sostenere e condividere, perché solo così possiamo veramente arricchirci. E le briciole condivise diventano un pane abbondante, capace di sfamare tutti.<br /><br /> Un Ringraziamento a Pietro e un Invito alla Riflessione<br /><br /> Oggi, ricordando Pietro, rendiamo grazie per la sua testimonianza di vita. Le letture ci illuminano su ciò che è davvero fondamentale: l’amore reciproco e la capacità di donarsi agli altri, anche con poco. Le briciole che possiamo offrire e ricevere non sono mai insignificanti, ma possono diventare un nutrimento prezioso per l’anima.<br /><br /> Manteniamo il cuore attento, affinché ciascuno possa essere nutrito, curato e custodito da questi piccoli gesti di amore. Che la memoria di Pietro ci ispiri a continuare su questo cammino di condivisione e vicinanza, perché nella comunione del bene risiede il segreto della vita eterna.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64365022</guid><pubDate>Thu, 13 Feb 2025 21:04:03 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64365022/draft_1739452322560865_audio.mp3" length="7121606" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il Bisogno di Vicinanza e di Aiuto Reciproco

Nella prima lettura, tratta dal Libro della Genesi, troviamo un passaggio spesso associato ai matrimoni: l’uomo è alla ricerca di un aiuto che gli sia simile. Dio gli presenta diverse creature, ma nessuna...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il Bisogno di Vicinanza e di Aiuto Reciproco<br /><br /> Nella prima lettura, tratta dal Libro della Genesi, troviamo un passaggio spesso associato ai matrimoni: l’uomo è alla ricerca di un aiuto che gli sia simile. Dio gli presenta diverse creature, ma nessuna di esse sembra corrispondergli completamente. Questo brano ci ricorda una verità fondamentale: "Non è bene che l’uomo sia solo".<br /><br /> Pietro ci ha testimoniato con la sua vita quanto sia essenziale la vicinanza degli altri. Per lui non si trattava del matrimonio, ma dell’importanza di avere accanto persone che lo sostenessero e lo comprendessero. Questa necessità di compagnia non è esclusiva di una relazione coniugale, ma si manifesta in ogni forma di legame umano: amicizia, solidarietà, aiuto reciproco. La varietà delle persone che oggi lo ricordano dimostra proprio come la vicinanza e il sostegno possano assumere molteplici forme.<br /><br /> Aiutarsi è un’esperienza reciproca: a volte siamo noi a tendere una mano, altre volte riceviamo aiuto dagli altri. Non è necessario essere campioni in qualcosa per essere di supporto: la consolazione, l’affetto e la semplicità sono doni inestimabili. Pietro, con la sua vita, ci ha mostrato quanto sia importante offrire speranza e forza agli altri, e questo è un dono prezioso.<br /><br /> Il Valore delle Briciole<br /><br /> Un secondo spunto significativo emerge dal Vangelo e dalla figura della donna Siro-Fenicia. Questa donna, pagana e dunque estranea alla comunità di Israele, si rivolge con fede incrollabile a Gesù per chiedere la guarigione della figlia. La risposta iniziale di Cristo sembra dura e spiazzante: "Non è bene prendere il pane e gettarlo ai cagnolini". Ma la donna, con astuzia e umiltà, risponde: "Anche ai cagnolini bastano le briciole che cadono dalla tavola dei figli".<br /><br /> Qui sta il cuore della riflessione: il valore delle briciole. Tutti noi, in fondo, siamo piccoli e bisognosi, ma quelle briciole d’amore, di attenzione e di affetto sono sufficienti a nutrirci. Non abbiamo bisogno di grandi ricchezze o privilegi, ma della semplice condivisione del bene. Pietro, con la sua esistenza semplice e autentica, ci ha insegnato proprio questo: il valore dello scambio di piccoli gesti, di affetto sincero e di presenza costante.<br /><br /> Il Comando dell’Amore e la Condivisione<br /><br /> Gesù stesso ha incarnato questa logica dello scambio e della condivisione. Pur essendo Figlio di Dio, non ha scelto di vivere in una condizione di privilegio, ma si è fatto uomo per essere in mezzo a noi. Ha donato tutto ciò che aveva, fino alla sua stessa vita, per amore.<br /><br /> E ci ha lasciato un comando chiaro: "Come ho fatto io, adesso fate anche voi. Vi ho dato l’esempio, perché così come vi ho amato, vi amiate gli uni gli altri". Questo è il messaggio centrale della vita cristiana: amare, sostenere e condividere, perché solo così possiamo veramente arricchirci. E le briciole condivise diventano un pane abbondante, capace di sfamare tutti.<br /><br /> Un Ringraziamento a Pietro e un Invito alla Riflessione<br /><br /> Oggi, ricordando Pietro, rendiamo grazie per la sua testimonianza di vita. Le letture ci illuminano su ciò che è davvero fondamentale: l’amore reciproco e la capacità di donarsi agli altri, anche con poco. Le briciole che possiamo offrire e ricevere non sono mai insignificanti, ma possono diventare un nutrimento prezioso per l’anima.<br /><br /> Manteniamo il cuore attento, affinché ciascuno possa essere nutrito, curato e custodito da questi piccoli gesti di amore. Che la memoria di Pietro ci ispiri a continuare su questo cammino di condivisione e vicinanza, perché nella comunione del bene risiede il segreto della vita eterna.]]></itunes:summary><itunes:duration>446</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/82397a7a91f3cb51cb4326d28516a572.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di mercoledì 12 febbraio ore 18:30 a Sant'Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-mercoledi-12-febbraio-ore-18-30-a-sant-andrea--64346009</link><description><![CDATA[La Creazione e il Cuore dell'Uomo: Un Cammino di Purificazione<br /><br /> Il Dono della Creazione<br /><br /> Il contrasto tra le letture bibliche che abbiamo ascoltato ci porta a riflettere su una realtà profonda e inaspettata. Nel libro della Genesi troviamo il racconto della creazione: un inizio meraviglioso, un atto d’amore in cui Dio plasma la terra e, da essa, forma l’uomo. L’immagine è potente: l’essere umano nasce dalla polvere, ma è il soffio divino a renderlo vivo.<br /><br /> Non siamo semplicemente materia, ma riceviamo da Dio lo spirito vitale, l’anima, il cuore. Siamo esseri viventi nel senso più profondo, partecipi di una creazione che è stata pensata come un dono per noi. L’Eden non è solo un luogo fisico, ma un segno dell’amore di Dio, che ci ha affidato la bellezza della natura con un compito preciso: coltivarla e custodirla.<br /><br /> Questa visione ci richiama alla consapevolezza della grandezza del dono ricevuto. La creazione è un regalo immenso, non solo per la nostra esistenza, ma anche per il luogo in cui Dio ci ha collocati. È un invito a riconoscere il valore di ciò che ci circonda e a prendercene cura con gratitudine.<br /><br /> Il Male che Esce dal Cuore<br /><br /> Ma poi il Vangelo ci mette di fronte a una realtà ben diversa: nonostante il dono ricevuto, dal nostro cuore possono uscire pensieri e intenzioni malvagie. È un elenco duro quello che troviamo nelle parole di Gesù: impurità, furti, omicidi, adulterio, avidità. Siamo portati a pensare che questi peccati riguardino solo casi estremi, ma in realtà si manifestano in modi sottili e quotidiani.<br /><br /> Chi di noi può dire di non aver mai ferito qualcuno, anche solo con le parole? Chi può affermare di essere sempre stato fedele, non solo nel matrimonio, ma anche nelle relazioni di amicizia e di lavoro? Il male non è solo nelle grandi azioni criminali, ma nelle piccole infedeltà quotidiane, nelle mancanze di amore, nei pensieri egoisti.<br /><br /> Gesù ci mette di fronte alla nostra responsabilità: il male non viene dall’esterno, ma nasce dentro di noi. C’è una forza negativa che opera nel nostro cuore, qualcosa che non possiamo combattere con le sole nostre forze. Per questo è necessario fermarsi, riflettere e riconoscere la nostra fragilità.<br /><br /> La Via della Salvezza<br /><br /> Se il nostro cuore è sempre esposto alla tentazione, quale via ci indica la Scrittura per essere salvati? La risposta la troviamo nelle parole del profeta Geremia:<br /><br /> "Non c’è niente di più infido del cuore".<br /><br /> L’uomo che confida solo in sé stesso è come un arbusto arido nel deserto, senza nutrimento, senza forza. Ma c’è una soluzione: chiedere aiuto. Non possiamo salvarci da soli, abbiamo bisogno di attingere a una sorgente di vita che ci purifica e ci sostiene.<br /><br /> La Genesi ci ricorda che Dio ci ha dato il soffio vitale, che ci ha collocati in un giardino di abbondanza. Questo significa che ogni giorno dobbiamo tornare a Lui per ricevere la vita di cui abbiamo bisogno. Qual è il nutrimento di cui il nostro cuore ha bisogno oggi? Qual è la grazia che ci serve per essere purificati e salvati?<br /><br /> Il profeta Geremia prega così:<br /><br /> "Salvami, Signore, e sarò salvato. Guariscimi e sarò guarito."<br /><br /> Questa preghiera è anche la nostra. Il Signore è l’unico che può riempire il nostro cuore e trasformarlo.<br /><br /> Il Sacrificio di Cristo e la Nuova Vita<br /><br /> Gesù è morto proprio per questo: per salvarci. Nell’Eucaristia, Egli continua a donarsi a noi, per purificarci e restituirci quell’armonia interiore che da soli non riusciamo a custodire.<br /><br /> Dal suo fianco trafitto sgorga l’acqua della purificazione, il segno del Battesimo che ci lava e ci riconcilia con Dio. Non troveremo questa pace in nessun altro luogo: solo Lui può offrirci la vera salvezza. Tutto il resto sono solo surrogati, illusioni di pace e di bene.<br /><br /> Con fiducia e fede, quindi, affidiamoci al Signore. Riconosciamo il nostro bisogno di Lui e lasciamoci trasformare dal Suo amore. Solo così il nostro cuore, purificato, potrà tornare a essere quello che era fin dall’inizio: un luogo abitato dallo Spirito, una dimora della vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64346009</guid><pubDate>Wed, 12 Feb 2025 20:00:06 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64346009/imported_1739390269442249_audio.mp3" length="5853936" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>La Creazione e il Cuore dell'Uomo: Un Cammino di Purificazione

Il Dono della Creazione

Il contrasto tra le letture bibliche che abbiamo ascoltato ci porta a riflettere su una realtà profonda e inaspettata. Nel libro della Genesi troviamo il racconto...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La Creazione e il Cuore dell'Uomo: Un Cammino di Purificazione<br /><br /> Il Dono della Creazione<br /><br /> Il contrasto tra le letture bibliche che abbiamo ascoltato ci porta a riflettere su una realtà profonda e inaspettata. Nel libro della Genesi troviamo il racconto della creazione: un inizio meraviglioso, un atto d’amore in cui Dio plasma la terra e, da essa, forma l’uomo. L’immagine è potente: l’essere umano nasce dalla polvere, ma è il soffio divino a renderlo vivo.<br /><br /> Non siamo semplicemente materia, ma riceviamo da Dio lo spirito vitale, l’anima, il cuore. Siamo esseri viventi nel senso più profondo, partecipi di una creazione che è stata pensata come un dono per noi. L’Eden non è solo un luogo fisico, ma un segno dell’amore di Dio, che ci ha affidato la bellezza della natura con un compito preciso: coltivarla e custodirla.<br /><br /> Questa visione ci richiama alla consapevolezza della grandezza del dono ricevuto. La creazione è un regalo immenso, non solo per la nostra esistenza, ma anche per il luogo in cui Dio ci ha collocati. È un invito a riconoscere il valore di ciò che ci circonda e a prendercene cura con gratitudine.<br /><br /> Il Male che Esce dal Cuore<br /><br /> Ma poi il Vangelo ci mette di fronte a una realtà ben diversa: nonostante il dono ricevuto, dal nostro cuore possono uscire pensieri e intenzioni malvagie. È un elenco duro quello che troviamo nelle parole di Gesù: impurità, furti, omicidi, adulterio, avidità. Siamo portati a pensare che questi peccati riguardino solo casi estremi, ma in realtà si manifestano in modi sottili e quotidiani.<br /><br /> Chi di noi può dire di non aver mai ferito qualcuno, anche solo con le parole? Chi può affermare di essere sempre stato fedele, non solo nel matrimonio, ma anche nelle relazioni di amicizia e di lavoro? Il male non è solo nelle grandi azioni criminali, ma nelle piccole infedeltà quotidiane, nelle mancanze di amore, nei pensieri egoisti.<br /><br /> Gesù ci mette di fronte alla nostra responsabilità: il male non viene dall’esterno, ma nasce dentro di noi. C’è una forza negativa che opera nel nostro cuore, qualcosa che non possiamo combattere con le sole nostre forze. Per questo è necessario fermarsi, riflettere e riconoscere la nostra fragilità.<br /><br /> La Via della Salvezza<br /><br /> Se il nostro cuore è sempre esposto alla tentazione, quale via ci indica la Scrittura per essere salvati? La risposta la troviamo nelle parole del profeta Geremia:<br /><br /> "Non c’è niente di più infido del cuore".<br /><br /> L’uomo che confida solo in sé stesso è come un arbusto arido nel deserto, senza nutrimento, senza forza. Ma c’è una soluzione: chiedere aiuto. Non possiamo salvarci da soli, abbiamo bisogno di attingere a una sorgente di vita che ci purifica e ci sostiene.<br /><br /> La Genesi ci ricorda che Dio ci ha dato il soffio vitale, che ci ha collocati in un giardino di abbondanza. Questo significa che ogni giorno dobbiamo tornare a Lui per ricevere la vita di cui abbiamo bisogno. Qual è il nutrimento di cui il nostro cuore ha bisogno oggi? Qual è la grazia che ci serve per essere purificati e salvati?<br /><br /> Il profeta Geremia prega così:<br /><br /> "Salvami, Signore, e sarò salvato. Guariscimi e sarò guarito."<br /><br /> Questa preghiera è anche la nostra. Il Signore è l’unico che può riempire il nostro cuore e trasformarlo.<br /><br /> Il Sacrificio di Cristo e la Nuova Vita<br /><br /> Gesù è morto proprio per questo: per salvarci. Nell’Eucaristia, Egli continua a donarsi a noi, per purificarci e restituirci quell’armonia interiore che da soli non riusciamo a custodire.<br /><br /> Dal suo fianco trafitto sgorga l’acqua della purificazione, il segno del Battesimo che ci lava e ci riconcilia con Dio. Non troveremo questa pace in nessun altro luogo: solo Lui può offrirci la vera salvezza. 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Questi movimenti, se osservati con attenzione, riflettono il percorso di fede che ogni credente è chiamato a fare nella propria vita.<br /><br /> Un Inizio Inaspettato: Gesù Sale sulla Barca<br /><br /> Il primo movimento inizia con un gesto quasi invadente da parte di Gesù: sale sulla barca di Pietro mentre quest’ultimo sta pulendo le reti dopo una notte di pesca infruttuosa. Non è Pietro a cercare Gesù, ma è Gesù che entra nella sua vita, chiedendogli di allontanarsi un poco dalla riva. Questo distacco iniziale, anche se minimo, segna un primo passo: Pietro è chiamato a interrompere la sua routine, a fermarsi e ad ascoltare il Maestro.<br /><br /> È un momento di pausa, di sospensione dal quotidiano, che permette a Pietro di entrare in una nuova prospettiva. Forse inizialmente si sente costretto, ma è proprio in questo ascolto forzato che comincia a scoprire la grandezza delle parole di Gesù. Lo stesso accade a noi quando, anche controvoglia, siamo spinti a fermarci, ad ascoltare e a lasciare che Dio entri nella nostra quotidianità.<br /><br /> Andare al Largo: La Fiducia nella Parola di Gesù<br /><br /> Il secondo movimento è più radicale: Gesù chiede a Pietro di spingersi più in profondità, di andare al largo e di gettare nuovamente le reti. Pietro è un pescatore esperto e sa che le condizioni non sono favorevoli. Ha già provato tutta la notte senza successo, eppure, nonostante il suo scetticismo, risponde con fiducia:<br /><br /> "Sulla tua parola getterò le reti."<br /><br /> Qui si manifesta una dinamica fondamentale della fede: l’obbedienza fiduciosa alla Parola di Dio, anche quando sembra andare contro la logica umana. Ed è proprio in questo atto di fiducia che avviene il miracolo: una pesca straordinaria, così abbondante che le reti si spezzano.<br /><br /> Questo episodio ci ricorda che la nostra vita è piena di momenti in cui ci sentiamo vuoti, incapaci di raccogliere frutti nonostante il nostro impegno. Ma quando ci affidiamo alla Parola di Dio, anche le nostre notti di fatica possono trasformarsi in giorni di grazia inattesa.<br /><br /> La Presa di Coscienza: Il Peccato e la Chiamata<br /><br /> Dopo il miracolo della pesca, Pietro ha una reazione sorprendente: invece di esultare, si getta ai piedi di Gesù e gli dice:<br /><br /> "Allontanati da me, Signore, perché sono un peccatore!"<br /><br /> È il momento della consapevolezza. Pietro si rende conto della sua piccolezza davanti alla grandezza di Dio. Non è un semplice esame di coscienza, ma un’esperienza profonda della santità divina che mette in luce la nostra fragilità. Questo accade spesso nella Bibbia: Isaia nel Tempio esclama di avere labbra impure, Paolo si riconosce come persecutore indegno di essere apostolo, Maria si domanda come possa essere madre del Signore.<br /><br /> Gesù, però, non si allontana da Pietro. Anzi, lo rassicura: "Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini." Qui avviene il terzo e definitivo movimento: Pietro lascia tutto e segue Gesù per sempre.<br /><br /> Un cammino che continua<br /><br /> I tre movimenti che Pietro compie non sono solo episodi isolati, ma tappe di un cammino che continua per tutta la vita. Anche noi possiamo chiederci: in quale di questi passaggi ci troviamo oggi? Siamo ancora sulla riva, esitanti, ascoltando senza troppo coinvolgimento? Oppure stiamo già andando al largo, fidandoci della Parola di Dio? O, forse, ci troviamo nel momento della presa di coscienza, sentendoci piccoli e indegni davanti alla grandezza del Suo amore?<br /><br /> Qualunque sia la nostra posizione, sappiamo che il cammino con Cristo è un percorso continuo. Lui ci chiama sempre a nuove profondità, a una fiducia più grande, a una missione più ampia. Non si tratta di un evento unico, ma di un invito che si rinnova ogni giorno.<br /><br /> Come Pietro, anche noi siamo chiamati a fidarci, a gettare le reti ancora una volta, a lasciare tutto e a seguire Gesù con gioia. E questa chiamata non è solo personale: è una chiamata a condividere la fede, a essere testimoni di quel miracolo che accade ogni volta che ci affidiamo alla Sua Parola.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64284370</guid><pubDate>Sun, 09 Feb 2025 16:25:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64284370/imported_1739118040717772_audio.mp3" length="12067317" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Il Cammino della Fede: Tre Movimenti nella Vita di Pietro e Nella Nostra

Nel Vangelo di oggi troviamo un racconto straordinario che ci parla della chiamata di Pietro e dei tre movimenti che Gesù gli fa compiere. Questi movimenti, se osservati con...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il Cammino della Fede: Tre Movimenti nella Vita di Pietro e Nella Nostra<br /><br /> Nel Vangelo di oggi troviamo un racconto straordinario che ci parla della chiamata di Pietro e dei tre movimenti che Gesù gli fa compiere. Questi movimenti, se osservati con attenzione, riflettono il percorso di fede che ogni credente è chiamato a fare nella propria vita.<br /><br /> Un Inizio Inaspettato: Gesù Sale sulla Barca<br /><br /> Il primo movimento inizia con un gesto quasi invadente da parte di Gesù: sale sulla barca di Pietro mentre quest’ultimo sta pulendo le reti dopo una notte di pesca infruttuosa. Non è Pietro a cercare Gesù, ma è Gesù che entra nella sua vita, chiedendogli di allontanarsi un poco dalla riva. Questo distacco iniziale, anche se minimo, segna un primo passo: Pietro è chiamato a interrompere la sua routine, a fermarsi e ad ascoltare il Maestro.<br /><br /> È un momento di pausa, di sospensione dal quotidiano, che permette a Pietro di entrare in una nuova prospettiva. Forse inizialmente si sente costretto, ma è proprio in questo ascolto forzato che comincia a scoprire la grandezza delle parole di Gesù. Lo stesso accade a noi quando, anche controvoglia, siamo spinti a fermarci, ad ascoltare e a lasciare che Dio entri nella nostra quotidianità.<br /><br /> Andare al Largo: La Fiducia nella Parola di Gesù<br /><br /> Il secondo movimento è più radicale: Gesù chiede a Pietro di spingersi più in profondità, di andare al largo e di gettare nuovamente le reti. Pietro è un pescatore esperto e sa che le condizioni non sono favorevoli. Ha già provato tutta la notte senza successo, eppure, nonostante il suo scetticismo, risponde con fiducia:<br /><br /> "Sulla tua parola getterò le reti."<br /><br /> Qui si manifesta una dinamica fondamentale della fede: l’obbedienza fiduciosa alla Parola di Dio, anche quando sembra andare contro la logica umana. Ed è proprio in questo atto di fiducia che avviene il miracolo: una pesca straordinaria, così abbondante che le reti si spezzano.<br /><br /> Questo episodio ci ricorda che la nostra vita è piena di momenti in cui ci sentiamo vuoti, incapaci di raccogliere frutti nonostante il nostro impegno. Ma quando ci affidiamo alla Parola di Dio, anche le nostre notti di fatica possono trasformarsi in giorni di grazia inattesa.<br /><br /> La Presa di Coscienza: Il Peccato e la Chiamata<br /><br /> Dopo il miracolo della pesca, Pietro ha una reazione sorprendente: invece di esultare, si getta ai piedi di Gesù e gli dice:<br /><br /> "Allontanati da me, Signore, perché sono un peccatore!"<br /><br /> È il momento della consapevolezza. Pietro si rende conto della sua piccolezza davanti alla grandezza di Dio. Non è un semplice esame di coscienza, ma un’esperienza profonda della santità divina che mette in luce la nostra fragilità. Questo accade spesso nella Bibbia: Isaia nel Tempio esclama di avere labbra impure, Paolo si riconosce come persecutore indegno di essere apostolo, Maria si domanda come possa essere madre del Signore.<br /><br /> Gesù, però, non si allontana da Pietro. Anzi, lo rassicura: "Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini." Qui avviene il terzo e definitivo movimento: Pietro lascia tutto e segue Gesù per sempre.<br /><br /> Un cammino che continua<br /><br /> I tre movimenti che Pietro compie non sono solo episodi isolati, ma tappe di un cammino che continua per tutta la vita. Anche noi possiamo chiederci: in quale di questi passaggi ci troviamo oggi? Siamo ancora sulla riva, esitanti, ascoltando senza troppo coinvolgimento? Oppure stiamo già andando al largo, fidandoci della Parola di Dio? O, forse, ci troviamo nel momento della presa di coscienza, sentendoci piccoli e indegni davanti alla grandezza del Suo amore?<br /><br /> Qualunque sia la nostra posizione, sappiamo che il cammino con Cristo è un percorso continuo. Lui ci chiama sempre a nuove profondità, a una fiducia più grande, a una missione più ampia. 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Tuttavia, il Vangelo ci mostra un altro aspetto fondamentale: Gesù chiama i Dodici a sé e poi li manda tra la gente, poveri e disarmati, per annunciare il Regno. Anche noi siamo inviati a incontrare gli altri con semplicità, senza paura, perché la fede non è solo un’esperienza personale, ma un dono da condividere. Il nostro avvicinarci a Dio ha sempre due dimensioni: quella della preghiera e quella del servizio concreto verso gli altri. Cristo stesso si avvicina a noi nell’Eucaristia, e noi siamo chiamati ad aprire il cuore per accoglierlo con umiltà e gioia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64234112</guid><pubDate>Thu, 06 Feb 2025 19:29:17 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64234112/draft_1738863599789194_audio.mp3" length="5650808" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Oggi mi soffermo sull'importanza di avvicinarci a Dio. 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Esistono due modi di vivere questa fase: con cinismo, ritenendo tutto vano, oppure con intensità, vedendola come un'opportunità per continuare a donare. L'omelia di Don Giovanni Nicolini del 2017, ha offerto una chiave di lettura preziosa: la paura della morte si supera concependo la vita come un’offerta. In questa prospettiva, la morte diventa un’amica da accogliere con serenità.<br /><br /> L'offerta di Maria e Giuseppe: la presentazione di Gesù al Tempio<br /><br /> Maria e Giuseppe, seguendo la legge mosaica, portano Gesù al Tempio dopo 40 giorni dalla nascita per offrirlo a Dio, in quanto primogenito. La pratica deriva dall’Esodo, quando Dio dichiarò che ogni primogenito era Suo, ricordando la notte della Pasqua ebraica. Per riscattare Gesù, Maria e Giuseppe offrono due tortore o due giovani colombe, sottolineando che tutto ciò che è prezioso, persino un figlio, appartiene a Dio. Questo gesto invita ogni credente a considerare ciò che possiede, inclusi i figli, come un dono da restituire al Signore.<br /><br /> Simeone e Anna: esempio di vita consacrata<br /><br /> Simeone e Anna, due anziani che hanno dedicato la loro vita a Dio, sono illuminati dallo Spirito Santo. Simeone, un servo fedele, aveva ricevuto la promessa di vedere il Messia prima di morire. Quando finalmente prende Gesù tra le braccia, pronuncia il "Nunc dimittis", la preghiera che la Chiesa ripete ogni sera. Anna, una profetessa di 84 anni, ha trascorso la sua vita tra digiuni e preghiere nel Tempio. La loro testimonianza mostra che la consacrazione a Dio non è solo per monaci e suore, ma è una chiamata universale a vivere ogni aspetto della vita come un’offerta a Lui.<br /><br /> L'offerta come dimensione universale della fede<br /><br /> Il profeta Malachia annuncia che l’offerta del popolo sarà gradita a Dio grazie alla purificazione portata dall’Angelo. La vita di ogni credente può essere un’offerta al Signore, non solo attraverso la preghiera, ma anche tramite azioni concrete di carità e dedizione. Anna, per esempio, non si limita a ricevere il dono dell'incontro con Gesù, ma lo annuncia con gioia, invitando tutti a riconoscerlo.<br /><br /> Gesù, l'offerta perfetta per la salvezza dell’umanità<br /><br /> La vita di Gesù infine è un’offerta totale, dal momento della sua presentazione al Tempio fino alla croce. La Lettera agli Ebrei sottolinea come, attraverso la sua morte, Egli abbia sconfitto colui che ha il potere della morte, il diavolo, liberando l’umanità dal peccato. Gesù è sacerdote misericordioso e sacrificio vivente, che porta luce e salvezza a tutte le genti.<br /><br /> L’Eucaristia e la vita quotidiana come offerta<br /><br /> La celebrazione dell’Eucaristia è il momento in cui ogni credente è chiamato ad associare la propria vita al sacrificio di Cristo. Al pane e il vino, trasformati nel corpo e sangue di Gesù, assiociamo l’offerta della nostra esistenza. Ogni gesto di carità, cura e attenzione verso gli altri diventa un atto di donazione a Dio. Questa consapevolezza permette di superare la paura della morte e di vivere ogni istante con pienezza. L’offerta è la via della pace per tutti, giovani, anziani, malati e sofferenti.<br /><br /> Ringraziamo Maria, Giuseppe, Simeone, Anna e soprattutto Gesù per averci mostrato questa strada di dono e pienezza di vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64143861</guid><pubDate>Sun, 02 Feb 2025 10:36:30 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64143861/draft_1738486232654509_audio.mp3" length="11045825" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Riassunto dell'omelia  

L'interpretazione dell'età avanzata e della morte

Un recente incontro con un gruppo di adulti e anziani ha portato a una riflessione sull'età avanzata e sulla morte, partendo dal libro del Qoèlet. Esistono due modi di vivere...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Riassunto dell'omelia  <br /><br /> L'interpretazione dell'età avanzata e della morte<br /><br /> Un recente incontro con un gruppo di adulti e anziani ha portato a una riflessione sull'età avanzata e sulla morte, partendo dal libro del Qoèlet. Esistono due modi di vivere questa fase: con cinismo, ritenendo tutto vano, oppure con intensità, vedendola come un'opportunità per continuare a donare. L'omelia di Don Giovanni Nicolini del 2017, ha offerto una chiave di lettura preziosa: la paura della morte si supera concependo la vita come un’offerta. In questa prospettiva, la morte diventa un’amica da accogliere con serenità.<br /><br /> L'offerta di Maria e Giuseppe: la presentazione di Gesù al Tempio<br /><br /> Maria e Giuseppe, seguendo la legge mosaica, portano Gesù al Tempio dopo 40 giorni dalla nascita per offrirlo a Dio, in quanto primogenito. La pratica deriva dall’Esodo, quando Dio dichiarò che ogni primogenito era Suo, ricordando la notte della Pasqua ebraica. Per riscattare Gesù, Maria e Giuseppe offrono due tortore o due giovani colombe, sottolineando che tutto ciò che è prezioso, persino un figlio, appartiene a Dio. Questo gesto invita ogni credente a considerare ciò che possiede, inclusi i figli, come un dono da restituire al Signore.<br /><br /> Simeone e Anna: esempio di vita consacrata<br /><br /> Simeone e Anna, due anziani che hanno dedicato la loro vita a Dio, sono illuminati dallo Spirito Santo. Simeone, un servo fedele, aveva ricevuto la promessa di vedere il Messia prima di morire. Quando finalmente prende Gesù tra le braccia, pronuncia il "Nunc dimittis", la preghiera che la Chiesa ripete ogni sera. Anna, una profetessa di 84 anni, ha trascorso la sua vita tra digiuni e preghiere nel Tempio. La loro testimonianza mostra che la consacrazione a Dio non è solo per monaci e suore, ma è una chiamata universale a vivere ogni aspetto della vita come un’offerta a Lui.<br /><br /> L'offerta come dimensione universale della fede<br /><br /> Il profeta Malachia annuncia che l’offerta del popolo sarà gradita a Dio grazie alla purificazione portata dall’Angelo. La vita di ogni credente può essere un’offerta al Signore, non solo attraverso la preghiera, ma anche tramite azioni concrete di carità e dedizione. Anna, per esempio, non si limita a ricevere il dono dell'incontro con Gesù, ma lo annuncia con gioia, invitando tutti a riconoscerlo.<br /><br /> Gesù, l'offerta perfetta per la salvezza dell’umanità<br /><br /> La vita di Gesù infine è un’offerta totale, dal momento della sua presentazione al Tempio fino alla croce. La Lettera agli Ebrei sottolinea come, attraverso la sua morte, Egli abbia sconfitto colui che ha il potere della morte, il diavolo, liberando l’umanità dal peccato. Gesù è sacerdote misericordioso e sacrificio vivente, che porta luce e salvezza a tutte le genti.<br /><br /> L’Eucaristia e la vita quotidiana come offerta<br /><br /> La celebrazione dell’Eucaristia è il momento in cui ogni credente è chiamato ad associare la propria vita al sacrificio di Cristo. Al pane e il vino, trasformati nel corpo e sangue di Gesù, assiociamo l’offerta della nostra esistenza. Ogni gesto di carità, cura e attenzione verso gli altri diventa un atto di donazione a Dio. Questa consapevolezza permette di superare la paura della morte e di vivere ogni istante con pienezza. L’offerta è la via della pace per tutti, giovani, anziani, malati e sofferenti.<br /><br /> Ringraziamo Maria, Giuseppe, Simeone, Anna e soprattutto Gesù per averci mostrato questa strada di dono e pienezza di vita.]]></itunes:summary><itunes:duration>691</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 26 gennaio a S. Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-26-gennaio-a-s-andrea-ore-11--63913545</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63913545</guid><pubDate>Sun, 26 Jan 2025 16:17:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63913545/draft_1737886907341117_audio.mp3" length="10509165" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>657</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di venerdì 24 gennaio alla Casa della Salute Porto Saragozza</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-venerdi-24-gennaio-alla-casa-della-salute-porto-saragozza--63871845</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63871845</guid><pubDate>Fri, 24 Jan 2025 09:49:06 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63871845/draft_1737710048320866_audio.mp3" length="2832509" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>178</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di giovedì 23 gennaio ore 18:30 messa di zona a Cristo Re</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-giovedi-23-gennaio-ore-18-30-messa-di-zona-a-cristo-re--63867427</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63867427</guid><pubDate>Fri, 24 Jan 2025 05:18:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63867427/draft_1737653980397023_audio.mp3" length="4226821" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>265</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 19 gennaio ore 11:00 a Sant'Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-19-gennaio-ore-11-00-a-sant-andrea--63758530</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63758530</guid><pubDate>Mon, 20 Jan 2025 07:25:55 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63758530/draft_1737282253784603_audio2.mp3" length="4333399" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>542</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Battesimo di Elia, omelia di domenica 12 gennaio a A. Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/battesimo-di-elia-omelia-di-domenica-12-gennaio-a-a-andrea-ore-11--63664228</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63664228</guid><pubDate>Sun, 12 Jan 2025 14:33:04 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63664228/draft_1736677275799373_audio.mp3" length="10072816" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>630</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 12 gennaio alla BVI ore 9.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-12-gennaio-alla-bvi-ore-9-30--63664192</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63664192</guid><pubDate>Sun, 12 Jan 2025 14:28:15 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63664192/draft_173667162016689_audio.mp3" length="13176581" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>824</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di sabato 11 gennaio ore 10:30 alla Vergine Immacolata funerale di Angelo</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-sabato-11-gennaio-ore-10-30-alla-vergine-immacolata-funerale-di-angelo--63655734</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63655734</guid><pubDate>Sat, 11 Jan 2025 15:01:14 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63655734/draft_173658872465470_audio.mp3" length="7068943" 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ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-29-dicembre-festa-della-santa-famiglia-a-sammartini-ore-11--63508099</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63508099</guid><pubDate>Sun, 29 Dec 2024 17:53:56 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63508099/omelia_del_29_dicembre_festa_della_santa_famiglia_a_sammartini_ore_11.mp3" length="15054470" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>941</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del giorno di Natale</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-giorno-di-natale--63468981</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63468981</guid><pubDate>Wed, 25 Dec 2024 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di domenica 15 dicembre terza di Avvento a Sant'Andrea ore 11:00</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-15-dicembre-terza-di-avvento-a-sant-andrea-ore-11-00--63327330</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63327330</guid><pubDate>Sun, 15 Dec 2024 14:46:39 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63327330/draft_1734257971774166_audio.mp3" length="9562906" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>598</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di giovedì 12 dicembre alla Beata Vergine Immacolata ore 18:30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-giovedi-12-dicembre-alla-beata-vergine-immacolata-ore-18-30--63288197</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63288197</guid><pubDate>Thu, 12 Dec 2024 18:29:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63288197/draft_1734025135826765_audio.mp3" length="5660839" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>354</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di mercoledì 11 dicembre a Sant'Andrea ore 18:30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-mercoledi-11-dicembre-a-sant-andrea-ore-18-30--63280302</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63280302</guid><pubDate>Thu, 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Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-1-dicembre-2024-1a-di-avvento-anno-c-a-s-andrea-ore-11--63095093</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63095093</guid><pubDate>Sun, 01 Dec 2024 17:42:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63095093/imported_1733074931609851_audio.mp3" length="10845204" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>678</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>"Chiunque crede non verrà deluso": omelia ai Vespri di Sant'Andrea a Sant'Andrea ore 18:00</title><link>https://www.spreaker.com/episode/chiunque-crede-non-verra-deluso-omelia-ai-vespri-di-sant-andrea-a-sant-andrea-ore-18-00--63080366</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63080366</guid><pubDate>Sat, 30 Nov 2024 21:39:11 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63080366/draft_1732987096525386_audio.mp3" length="7557120" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>473</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di sabato 30 novembre Festa di Sant'Andrea a Sant'Andrea ore 8:30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-sabato-30-novembre-festa-di-sant-andrea-a-sant-andrea-ore-8-30--63070462</link><guid 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Sant'Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-3-novembre-a-sant-andrea-ore-11--62596213</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62596213</guid><pubDate>Sun, 03 Nov 2024 14:05:55 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/62596213/draft_1730629020255950_audio.mp3" length="10416796" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>652</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia per la commemorazione di tutti i defunti messa alla Certosa ore 9</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-per-la-commemorazione-di-tutti-i-defunti-messa-alla-certosa-ore-9--62588865</link><guid 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Sant'Andrea ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-mercoledi-23-ottobre-a-sant-andrea-ore-18-30--62477581</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62477581</guid><pubDate>Wed, 23 Oct 2024 18:31:45 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/62477581/draft_1729701715627676_audio.mp3" length="4710400" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>295</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 20 ottobre messa prefestiva alla BVI ore 18</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-20-ottobre-messa-prefestiva-alla-bvi-ore-18--62423270</link><guid 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Sant'Andrea ore 18.30 Sant'Abramo</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-mercoledi-9-ottobre-a-sant-andrea-ore-18-30-sant-abramo--62303524</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62303524</guid><pubDate>Wed, 09 Oct 2024 19:19:37 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/62303524/draft_1728491815789310_audio.mp3" length="8938057" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>559</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 6 ottobre ore 11 a Sant'Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-6-ottobre-ore-11-a-sant-andrea--62256509</link><guid 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Andrea ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-sabato-5-ottobre-san-francesco-a-s-andrea-ore-8-30--62247631</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62247631</guid><pubDate>Sat, 05 Oct 2024 07:29:37 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/62247631/draft_1728110721236908_audio.mp3" length="5975144" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>374</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del 3 ottobre liturgia esequiale Baiesi Marisa</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-3-ottobre-liturgia-esequiale-baiesi-marisa--62247626</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62247626</guid><pubDate>Sat, 05 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Benedetti, dominatori, santi e immacolati... avendo sempre il Signore Gesù invitato e attivo alle loro nozze.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/61611030</guid><pubDate>Sat, 14 Sep 2024 14:13:57 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/61611030/draft_1726305693756666_audio.mp3" length="10768300" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Elia e Caterina oggi sposi a San Lazzaro! Benedetti, dominatori, santi e immacolati... avendo sempre il Signore Gesù invitato e attivo alle loro nozze.</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Elia e Caterina oggi sposi a San Lazzaro! 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a Sant'Andrea ore 18:00</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-martedi-20-agosto-a-sant-andrea-ore-18-00--61093737</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/61093737</guid><pubDate>Tue, 20 Aug 2024 16:03:37 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/61093737/draft_1724168206569407_audio.mp3" length="4241867" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>266</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 18 agosto alla Beata Vergine Immacolata ore 9:30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-18-agosto-alla-beata-vergine-immacolata-ore-9-30--61068120</link><guid 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Sant'Andrea ore 8:30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-venerdi-2-agosto-a-sant-andrea-ore-8-30--60896599</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60896599</guid><pubDate>Fri, 02 Aug 2024 09:58:20 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60896599/draft_1722581086231415_audio.mp3" length="3281815" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>206</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di giovedì 1 agosto alla Beata Vergine Immacolata ore 18:30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-giovedi-1-agosto-alla-beata-vergine-immacolata-ore-18-30--60892833</link><guid 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Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-28-luglio-2024-a-s-andrea-ore-11--60835787</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60835787</guid><pubDate>Sun, 28 Jul 2024 10:50:26 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60835787/draft_1722158218225872_audio.mp3" length="11900133" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>744</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 21 luglio 2004 alla Beata Vergine Immacolata ore 9:30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-21-luglio-2004-alla-beata-vergine-immacolata-ore-9-30--60756283</link><guid 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Benedetto alla BVI ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-per-la-festa-di-san-benedetto-alla-bvi-ore-18-30--60669977</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60669977</guid><pubDate>Fri, 12 Jul 2024 04:42:07 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60669977/draft_1720715968113066_audio.mp3" length="5980995" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>374</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia dialogata Pescoluse domenica 30-06-2024.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-dialogata-pescoluse-domenica-30-06-2024-m4a--60562465</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60562465</guid><pubDate>Mon, 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Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-matrimonio-di-luigia-e-federico-a-s-andrea--60549217</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60549217</guid><pubDate>Sat, 29 Jun 2024 16:47:24 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60549217/draft_1719674932910116_audio.mp3" length="8615392" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>539</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/985213c1a0b9c52d389073312b54ea1c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia SS Pietro e Paolo 29 giugno alla Dozza</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-ss-pietro-e-paolo-29-giugno-alla-dozza--60544811</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60544811</guid><pubDate>Sat, 29 Jun 2024 05:00:06 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60544811/draft_1719636910612742_audio.mp3" length="2679954" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>168</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/5a6942df96c914e03290b797bb8a4ae6.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 23 giugno 2024 ore 11 a Sant'Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-23-giugno-2024-ore-11-a-sant-andrea--60479327</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60479327</guid><pubDate>Sun, 23 Jun 2024 13:11:39 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60479327/draft_1719134286281124_audio.mp3" length="12486112" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>781</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di giovedì 20 giugno ore 18:30 alla Beata Vergine Immacolata</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-giovedi-20-giugno-ore-18-30-alla-beata-vergine-immacolata--60452996</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60452996</guid><pubDate>Thu, 20 Jun 2024 17:48:56 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60452996/draft_1718901652982268_audio.mp3" length="5035990" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>315</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 9 giugno 2024 a S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-9-giugno-2024-a-s-andrea--60327615</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60327615</guid><pubDate>Sun, 09 Jun 2024 10:34:58 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60327615/draft_1717924650196981_audio.mp3" length="11169541" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>699</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 2 Giugno Corpus Domini e degli anniversari BVI ore 18</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-2-giugno-corpus-domini-e-degli-anniversari-bvi-ore-18--60266873</link><guid 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scheda Andreini</title><link>https://www.spreaker.com/episode/21-bizzeti-in-viaggio-vs-mileto-scheda-andreini--60210315</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60210315</guid><pubDate>Wed, 29 May 2024 15:07:24 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60210315/imported_1716995075435334_audio.mp3" length="3932995" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>246</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/23f9cd6515f9e030fccebcee6159d6b2.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>20 Bizzeti omelia della messa alla casa di Maria</title><link>https://www.spreaker.com/episode/20-bizzeti-omelia-della-messa-alla-casa-di-maria--60200988</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60200988</guid><pubDate>Tue, 28 May 2024 18:27:40 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Bizzeti domenica Ss Trinità.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/16-omelia-bizzeti-domenica-ss-trinita-m4a--60180959</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60180959</guid><pubDate>Sun, 26 May 2024 20:01:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60180959/imported_1716753673285853_audio.mp3" length="13714494" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>858</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a3a2f1677a9915e2ba86d78242c1260b.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>15 Bizzeti Introduzione a Laodicea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/15-bizzeti-introduzione-a-laodicea--60178715</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60178715</guid><pubDate>Sun, 26 May 2024 15:45:25 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Bizzeti interpreta Paolo e i Pellegrini fanno domande...]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60169523</guid><pubDate>Sat, 25 May 2024 09:46:39 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60169523/imported_1716580586106846_audio.mp3" length="45762351" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Gioco di ruolo. Bizzeti interpreta Paolo e i Pellegrini fanno domande...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Gioco di ruolo. Bizzeti interpreta Paolo e i Pellegrini fanno domande...]]></itunes:summary><itunes:duration>2861</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0efecaf8bfe141f30441b6aa016dedd2.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>10 Bizzeti Antiochia di Pisidia Atti 13</title><link>https://www.spreaker.com/episode/10-bizzeti-antiochia-di-pisidia-atti-13--60169510</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60169510</guid><pubDate>Sat, 25 May 2024 09:44:40 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60169510/imported_1716580525192258_audio.mp3" length="74828068" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>4677</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/7763e650353c5538bff3f24f5f65c07c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>08 Maria Grazia Z. Konya</title><link>https://www.spreaker.com/episode/08-maria-grazia-z-konya--60157202</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60157202</guid><pubDate>Fri, 24 May 2024 04:24:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60157202/imported_1716490341136101_audio.mp3" length="86885773" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>5431</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/aa765d6c3b82b739abf8cf1a5b75b46d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>09 Omelia di Bizzeti a Iconio Atti 14,1ss.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/09-omelia-di-bizzeti-a-iconio-atti-14-1ss-m4a--60155729</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60155729</guid><pubDate>Thu, 23 May 2024 23:14:33 +0000</pubDate><enclosure 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Antiochia Turchia.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/00-bizzeti-introduzione-a-antiochia-turchia-m4a--60125062</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60125062</guid><pubDate>Wed, 22 May 2024 04:01:33 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60125062/imported_1716350401432454_audio.mp3" length="50853093" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>3179</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8f61d42a111962032710e35b5d519702.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>03 Bizzeti introduzione At e At 13-14 a Seleucia Pieria Turchia.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/03-bizzeti-introduzione-at-e-at-13-14-a-seleucia-pieria-turchia-m4a--60124971</link><guid 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del 16 maggio alla BVI ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-16-maggio-alla-bvi-ore-18-30--60062533</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60062533</guid><pubDate>Thu, 16 May 2024 18:24:21 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60062533/draft_1715877860299374_audio.mp3" length="6961946" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>436</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di mercoledì 15 maggio a Sant'Andrea ore 18:30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-mercoledi-15-maggio-a-sant-andrea-ore-18-30--60051751</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60051751</guid><pubDate>Wed, 15 May 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Sant'Andrea ore 18:30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-mercoledi-8-maggio-a-sant-andrea-ore-18-30--59929535</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59929535</guid><pubDate>Wed, 08 May 2024 18:39:55 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59929535/draft_1715186409147722_audio.mp3" length="6199588" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>388</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di martedì 7 maggio alla casa Lercaro ore 16</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-martedi-7-maggio-alla-casa-lercaro-ore-16--59900422</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59900422</guid><pubDate>Tue, 07 May 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Luca</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-alla-messa-del-6-maggio-davanti-all-immagine-della-madonna-di-s-luca--59877860</link><description><![CDATA[Letture della messa di lunedì 6 maggio davanti all’immagine della Madonna di San Luca<br /><br /> At 1,6-14<br /> 6 Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». 7 Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, 8 ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra».<br /> 9 Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. 10 Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro 11 e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».<br /> 12 Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. 13 Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. 14 Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui. <br /><br /> Lc 8,19-21<br /> 19 E andarono da lui la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. 20Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti». 21 Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59877860</guid><pubDate>Mon, 06 May 2024 18:19:03 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59877860/draft_1715015689839488_audio.mp3" length="6966962" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Letture della messa di lunedì 6 maggio davanti all’immagine della Madonna di San Luca
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At 1,6-14&#13;
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Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».<br /> 12 Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. 13 Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. 14 Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui. <br /><br /> Lc 8,19-21<br /> 19 E andarono da lui la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. 20Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti». 21 Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».]]></itunes:summary><itunes:duration>436</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 5 maggio alla BVI ore 10:30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-5-maggio-alla-bvi-ore-10-30--59841803</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59841803</guid><pubDate>Sun, 05 May 2024 09:54:32 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59841803/draft_1714898577352838_audio.mp3" length="13019010" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>814</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di sabato 4 maggio in BVI ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-sabato-4-maggio-in-bvi-ore-11--59813604</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59813604</guid><pubDate>Sat, 04 May 2024 10:14:45 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59813604/draft_1714813673268948_audio.mp3" length="7427134" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>465</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del 3 maggio a S. Andrea ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-3-maggio-a-s-andrea-ore-18-30--59797870</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59797870</guid><pubDate>Fri, 03 May 2024 17:20:35 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59797870/draft_1714754545307784_audio.mp3" length="7032999" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>440</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del 1 maggio a. S. Andrea ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-1-maggio-a-s-andrea-ore-18-30--59751833</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59751833</guid><pubDate>Wed, 01 May 2024 17:11:30 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59751833/draft_1714581609513834_audio.mp3" length="6999562" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>438</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del 30 aprile a Sant'Andrea ore 18</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-30-aprile-a-sant-andrea-ore-18--59739878</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59739878</guid><pubDate>Tue, 30 Apr 2024 20:52:31 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Sant'Andrea ore 18:30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-venerdi-26-aprile-a-sant-andrea-ore-18-30--59667951</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59667951</guid><pubDate>Fri, 26 Apr 2024 17:10:56 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59667951/draft_1714149356654343_audio.mp3" length="6119340" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>383</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di martedì 23 aprile a Sant'Andrea ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-martedi-23-aprile-a-sant-andrea-ore-18-30--59622788</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59622788</guid><pubDate>Tue, 23 Apr 2024 22:04:12 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59622788/draft_1713890366952215_audio.mp3" length="5731892" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>359</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di lunedì 22 aprile a S. Andrea ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-lunedi-22-aprile-a-s-andrea-ore-8-30--59579855</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59579855</guid><pubDate>Mon, 22 Apr 2024 07:12:34 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59579855/draft_1713767944731964_audio.mp3" length="4648542" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>291</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 21 aprile alla Beata Vergine Immacolata ore 10:30 prime comunioni</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-21-aprile-alla-beata-vergine-immacolata-ore-10-30-prime-comunioni--59572520</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59572520</guid><pubDate>Sun, 21 Apr 2024 10:06:42 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59572520/draft_1713688977401932_audio.mp3" length="9512751" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>595</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di giovedì 18 aprile BVI ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-giovedi-18-aprile-bvi-ore-18-30--59564399</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59564399</guid><pubDate>Sat, 20 Apr 2024 06:48:09 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59564399/draft_1713458579583624_audio.mp3" length="7415431" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>464</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di sabato 20 aprile a Camposampiero PD</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-sabato-20-aprile-a-camposampiero-pd--59564394</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59564394</guid><pubDate>Sat, 20 Apr 2024 06:46:51 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59564394/draft_1713591980649135_audio.mp3" length="4781035" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>299</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di mercoledì 17 aprile a Sant'Andrea ore 18:30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-mercoledi-17-aprile-a-sant-andrea-ore-18-30--59508731</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59508731</guid><pubDate>Wed, 17 Apr 2024 18:09:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59508731/draft_1713372009517718_audio.mp3" length="4762644" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>298</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di lunedì 15 aprile a S. Andrea ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-lunedi-15-aprile-a-s-andrea-ore-8-30--59481626</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59481626</guid><pubDate>Tue, 16 Apr 2024 02:08:43 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59481626/draft_171316363644251_audio.mp3" length="4458370" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>279</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 14 aprile BVI ore 18</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-14-aprile-bvi-ore-18--59460740</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59460740</guid><pubDate>Sun, 14 Apr 2024 20:09:55 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59460740/draft_1713111110851175_audio.mp3" length="10732355" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>671</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di mercoledì 10 aprile a S. Andrea ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-mercoledi-10-aprile-a-s-andrea-ore-18-30--59398076</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59398076</guid><pubDate>Wed, 10 Apr 2024 17:17:03 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59398076/draft_1712767136784780_audio.mp3" length="4758047" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>298</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia della Annunciazione 8 aprile 2024 S. Andrea 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-della-annunciazione-8-aprile-2024-s-andrea-8-30--59341544</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59341544</guid><pubDate>Mon, 08 Apr 2024 10:39:08 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59341544/draft_171255891136691_audio.mp3" length="5543810" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>347</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 7 aprile a Sant'Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-7-aprile-a-sant-andrea-ore-11--59330767</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59330767</guid><pubDate>Sun, 07 Apr 2024 16:26:18 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59330767/draft_17124816674625_audio.mp3" length="13889619" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>869</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del giorno di Pasqua a Sant'Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-giorno-di-pasqua-a-sant-andrea-ore-11--59238184</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59238184</guid><pubDate>Sun, 31 Mar 2024 11:35:25 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59238184/draft_1711876646731139_audio.mp3" length="12254145" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>766</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia della veglia pasquale in BVI 2024</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-della-veglia-pasquale-in-bvi-2024--59237184</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59237184</guid><pubDate>Sun, 31 Mar 2024 06:26:44 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59237184/draft_1711835861982743_audio.mp3" length="11915180" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>745</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sabato Santo - omelia all'ufficio delle letture a S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sabato-santo-omelia-all-ufficio-delle-letture-a-s-andrea--59228657</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59228657</guid><pubDate>Sat, 30 Mar 2024 11:32:39 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59228657/draft_171178742276401_audio.mp3" length="4284917" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>268</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del venerdì santo 2024 a S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-venerdi-santo-2024-a-s-andrea--59223644</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59223644</guid><pubDate>Fri, 29 Mar 2024 21:03:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59223644/draft_1711735365225618_audio.mp3" length="7194331" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>450</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del giovedì Santo 28 marzo BVI</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-giovedi-santo-28-marzo-bvi--59211679</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59211679</guid><pubDate>Thu, 28 Mar 2024 19:34:02 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59211679/draft_1711650105421796_audio.mp3" length="11160346" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>698</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di martedì santo, 26 marzo alla BVI ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-martedi-santo-26-marzo-alla-bvi-ore-8-30--59177581</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59177581</guid><pubDate>Tue, 26 Mar 2024 08:28:15 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59177581/draft_1711439186738748_audio.mp3" length="7718870" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>483</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del 25 marzo a S. Andrea per Mauro</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-25-marzo-a-s-andrea-per-mauro--59165824</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59165824</guid><pubDate>Mon, 25 Mar 2024 15:35:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59165824/draft_1711378851862292_audio.mp3" length="8287712" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>518</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 24 marzo 2024, Palme a S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-24-marzo-2024-palme-a-s-andrea--59153796</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59153796</guid><pubDate>Sun, 24 Mar 2024 12:49:23 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59153796/draft_1711275436974586_audio.mp3" length="9608881" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>601</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia sabato 23 marzo a Sant'Andrea ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-sabato-23-marzo-a-sant-andrea-ore-8-30--59146854</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59146854</guid><pubDate>Sat, 23 Mar 2024 13:23:52 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59146854/draft_1711179729181725_audio.mp3" length="4577906" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>287</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del 22 marzo a S. Andrea ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-22-marzo-a-s-andrea-ore-18-30--59141042</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59141042</guid><pubDate>Fri, 22 Mar 2024 18:30:27 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59141042/draft_1711129611312021_audio.mp3" length="6638863" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>415</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di martedì 21 marzo S. Andrea fun Fiorina</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-martedi-21-marzo-s-andrea-fun-fiorina--59128679</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59128679</guid><pubDate>Thu, 21 Mar 2024 17:29:18 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59128679/draft_1711015803285658_audio.mp3" length="8131395" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>509</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del 19 marzo S. Giuseppe alla casa di riposo Lercaro</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-19-marzo-s-giuseppe-alla-casa-di-riposo-lercaro--59103523</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59103523</guid><pubDate>Tue, 19 Mar 2024 17:50:34 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59103523/draft_1710861026351736_audio.mp3" length="5497417" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>344</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 17 Marzo IV quaresima BVI ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-17-marzo-iv-quaresima-bvi-ore-8-30--59076551</link><guid 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ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-martedi-5-marzo-a-sant-andrea-ore-18-30--58934821</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58934821</guid><pubDate>Tue, 05 Mar 2024 18:18:16 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58934821/draft_1709660430844412_audio.mp3" length="5057306" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>317</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 3 marzo alla BVI ore 10.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-3-marzo-alla-bvi-ore-10-30--58908507</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58908507</guid><pubDate>Sun, 03 Mar 2024 18:22:42 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Andrea ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-sabato-2-marzo-a-s-andrea-ore-8-30--58897001</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58897001</guid><pubDate>Sat, 02 Mar 2024 08:34:05 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58897001/draft_1709365592848334_audio.mp3" length="4027036" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>252</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di venerdì 1 marzo a S. Andrea ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-venerdi-1-marzo-a-s-andrea-ore-18-30--58891795</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58891795</guid><pubDate>Fri, 01 Mar 2024 18:45:21 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58891795/draft_1709314991212684_audio.mp3" length="5588950" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>350</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del 27 febbraio Ez 34 alla Dozza</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-27-febbraio-ez-34-alla-dozza--58854872</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58854872</guid><pubDate>Tue, 27 Feb 2024 18:49:47 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58854872/draft_1709056275592052_audio.mp3" length="9722984" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>608</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 25 febbraio II Quaresima a S. Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-25-febbraio-ii-quaresima-a-s-andrea-ore-11--58814816</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58814816</guid><pubDate>Sun, 25 Feb 2024 11:56:16 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58814816/draft_170885643057014_audio.mp3" length="13302386" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>832</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di giovedì 22 febbraio alla BVI ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-giovedi-22-febbraio-alla-bvi-ore-18-30--58790036</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58790036</guid><pubDate>Thu, 22 Feb 2024 21:50:13 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58790036/draft_1708623659994662_audio.mp3" length="5244133" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>328</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia della 1a domenica di quaresima a S. Andrea ore 9 - 18 febbraio 24</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-della-1a-domenica-di-quaresima-a-s-andrea-ore-9-18-febbraio-24--58721105</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58721105</guid><pubDate>Sun, 18 Feb 2024 09:09:47 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58721105/draft_1708244125169747_audio.mp3" length="11001521" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>688</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di sabato dopo le ceneri 17/2/24 a S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-sabato-dopo-le-ceneri-17-2-24-a-s-andrea--58717852</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58717852</guid><pubDate>Sat, 17 Feb 2024 18:30:40 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58717852/draft_1708155847858167_audio.mp3" length="2959986" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>185</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del mercoledì delle ceneri 2024 a S. Andrea ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-mercoledi-delle-ceneri-2024-a-s-andrea-ore-18-30--58688457</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58688457</guid><pubDate>Wed, 14 Feb 2024 20:01:11 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58688457/draft_1707932976570698_audio.mp3" length="8143516" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>509</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 11 febbraio S. Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-11-febbraio-s-andrea-ore-11--58647237</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58647237</guid><pubDate>Sun, 11 Feb 2024 15:16:47 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58647237/draft_1707646688516358_audio.mp3" length="11305377" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>707</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del 10 febbraio Certosa funerale Elena P.</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-10-febbraio-certosa-funerale-elena-p--58633492</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58633492</guid><pubDate>Sat, 10 Feb 2024 11:03:49 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8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-mercoledi-7-febbraio-alla-bvi-ore-8-30--58599027</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58599027</guid><pubDate>Wed, 07 Feb 2024 15:29:49 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58599027/draft_1707291659396007_audio.mp3" length="3775007" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>236</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di lunedì 5 febbraio BVI ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-lunedi-5-febbraio-bvi-ore-18-30--58578016</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58578016</guid><pubDate>Mon, 05 Feb 2024 18:25:48 +0000</pubDate><enclosure 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Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-della-presentazione-di-gesu-al-tempio-2-febbraio-s-andrea--58547604</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58547604</guid><pubDate>Fri, 02 Feb 2024 18:45:44 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58547604/draft_1706896227770693_audio.mp3" length="8841090" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>553</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del 1 febbraio alla BVI ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-1-febbraio-alla-bvi-ore-18-30--58540067</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58540067</guid><pubDate>Fri, 02 Feb 2024 05:06:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58540067/draft_1706809135244078_audio.mp3" length="4655647" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>291</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di mercoledì 31 gennaio a S. Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-mercoledi-31-gennaio-a-s-andrea--58525050</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58525050</guid><pubDate>Wed, 31 Jan 2024 21:47:21 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58525050/draft_1706722860748345_audio.mp3" length="6220904" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>389</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 28 gennaio alla BVI ore 10.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-28-gennaio-alla-bvi-ore-10-30--58478106</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58478106</guid><pubDate>Sun, 28 Jan 2024 10:51:04 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58478106/draft_1706434989747523_audio.mp3" length="13044088" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>816</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di mercoledì 24 gennaio S. Andrea ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-mercoledi-24-gennaio-s-andrea-ore-18-30--58435708</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58435708</guid><pubDate>Wed, 24 Jan 2024 18:16:03 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58435708/draft_1706118089605150_audio.mp3" length="4701622" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>294</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 21 gennaio 2024 a S.Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-21-gennaio-2024-a-s-andrea-ore-11--58391977</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58391977</guid><pubDate>Sun, 21 Jan 2024 11:52:28 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58391977/draft_1705832488806556_audio.mp3" length="12453512" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>779</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del 19 gennaio BVI ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-19-gennaio-bvi-ore-8-30--58363141</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58363141</guid><pubDate>Fri, 19 Jan 2024 08:32:56 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58363141/draft_1705650059321183_audio.mp3" length="4748434" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>297</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia 18 gennaio alla BVI ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-18-gennaio-alla-bvi-ore-18-30--58352686</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58352686</guid><pubDate>Thu, 18 Jan 2024 18:13:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58352686/draft_1705599704901927_audio.mp3" length="5586024" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>350</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di lunedì 15 gennaio a Sant'Andrea ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-lunedi-15-gennaio-a-sant-andrea-ore-8-30--58304259</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58304259</guid><pubDate>Mon, 15 Jan 2024 10:49:44 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58304259/draft_170530277452634_audio.mp3" length="3959327" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>248</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 14 gennaio IITO B alla Bvi ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-14-gennaio-iito-b-alla-bvi-ore-8-30--58296369</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58296369</guid><pubDate>Sun, 14 Jan 2024 12:54:36 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58296369/draft_1705218194164475_audio.mp3" length="10006778" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>626</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia 12 gennaio a S. Andrea ore 18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-12-gennaio-a-s-andrea-ore-18-30--58279798</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58279798</guid><pubDate>Fri, 12 Jan 2024 18:10:26 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58279798/draft_1705081303284556_audio.mp3" length="6182452" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>387</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia della festa del Battesimo del Signore a S. Andrea ore 9</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-della-festa-del-battesimo-del-signore-a-s-andrea-ore-9--58222403</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58222403</guid><pubDate>Sun, 07 Jan 2024 09:41:27 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58222403/draft_1704615670908690_audio.mp3" length="11053767" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>691</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del giorno dell'Epifania a S. Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-giorno-dell-epifania-a-s-andrea-ore-11--58217827</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58217827</guid><pubDate>Sat, 06 Jan 2024 14:55:44 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58217827/draft_1704536504726146_audio.mp3" length="12253309" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>766</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia messa vespertina dell'Epifania alla BVI ore 18</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-messa-vespertina-dell-epifania-alla-bvi-ore-18--58215814</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58215814</guid><pubDate>Sat, 06 Jan 2024 08:16:39 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58215814/draft_1704475109200124_audio.mp3" length="8132232" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>509</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del 3 gennaio alla BVI 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-3-gennaio-alla-bvi-8-30--58183953</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58183953</guid><pubDate>Wed, 03 Jan 2024 12:06:37 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58183953/draft_1704267816601524_audio.mp3" length="4852088" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>304</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del 2 gennaio a Sant'Andrea ore 18.40</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-2-gennaio-a-sant-andrea-ore-18-40--58175224</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58175224</guid><pubDate>Tue, 02 Jan 2024 19:41:34 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58175224/draft_1704217230373120_audio.mp3" length="7590556" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>475</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia 1 gennaio Maria SS Madre di Dio S. Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-1-gennaio-maria-ss-madre-di-dio-s-andrea-ore-11--58165142</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58165142</guid><pubDate>Mon, 01 Jan 2024 11:47:28 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58165142/draft_1704104110370377_audio.mp3" length="13378873" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>837</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 31 dicembre S. Famiglia, alla BVI ore 10.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-31-dicembre-s-famiglia-alla-bvi-ore-10-30--58159966</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58159966</guid><pubDate>Sun, 31 Dec 2023 11:31:50 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58159966/draft_1704015984972310_audio.mp3" length="12325198" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>771</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del giorno di Natale 2023 S. Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-giorno-di-natale-2023-s-andrea-ore-11--58114821</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58114821</guid><pubDate>Mon, 25 Dec 2023 11:35:55 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58114821/draft_1703499579839167_audio.mp3" length="9105658" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>570</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia della notte di Natale 2024 alla BVI</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-della-notte-di-natale-2024-alla-bvi--58112283</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58112283</guid><pubDate>Sun, 24 Dec 2023 23:36:15 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18.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-19-dicembre-a-sant-andrea-ore-18-30--58063212</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58063212</guid><pubDate>Tue, 19 Dec 2023 19:56:35 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58063212/draft_1703007729904265_audio.mp3" length="7102380" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>444</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Ritiro per gli operatori Caritas su Lc 1,39-56 A Sant'Andrea.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/ritiro-per-gli-operatori-caritas-su-lc-1-39-56-a-sant-andrea-m4a--58049564</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58049564</guid><pubDate>Mon, 18 Dec 2023 18:07:17 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58049564/imported_1702922043942812_audio.mp3" length="43932943" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>2746</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia III domenica di Avvento 17 dicembre BVI</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-iii-domenica-di-avvento-17-dicembre-bvi--58035211</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58035211</guid><pubDate>Sun, 17 Dec 2023 11:48:46 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58035211/draft_1702806348776780_audio.mp3" length="10914586" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres 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defunto Domenico</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-6-dicembre-a-sant-andrea-defunto-domenico--57932359</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/57932359</guid><pubDate>Wed, 06 Dec 2023 19:38:30 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/57932359/draft_1701872145462836_audio.mp3" length="7032163" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>440</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Ritiro di Avvento su Giuditta Cap. 8 2023.m4a</title><link>https://www.spreaker.com/episode/ritiro-di-avvento-su-giuditta-cap-8-2023-m4a--57915399</link><description><![CDATA[Dopo una breve introduzione sul tempo liturgico dell’Avvento e sul libro di Giuditta mi sono soffermato sul discorso della protagonista nel capitolo 8. La meditazione sè stata divisa in quattro parti, intervallate dai canti e da momenti di silenzio.<br /><br /> Il testo distribuito con Giuditta 8]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/57915399</guid><pubDate>Tue, 05 Dec 2023 08:21:10 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/57915399/imported_1701764205311490_audio.mp3" length="42625985" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:subtitle>Dopo una breve introduzione sul tempo liturgico dell’Avvento e sul libro di Giuditta mi sono soffermato sul discorso della protagonista nel capitolo 8. La meditazione sè stata divisa in quattro parti, intervallate dai canti e da momenti di silenzio....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Dopo una breve introduzione sul tempo liturgico dell’Avvento e sul libro di Giuditta mi sono soffermato sul discorso della protagonista nel capitolo 8. La meditazione sè stata divisa in quattro parti, intervallate dai canti e da momenti di silenzio.<br /><br /> Il testo distribuito con Giuditta 8]]></itunes:summary><itunes:duration>2665</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/6ff67073e229711ae5cc326e756ed9ea.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia domenica 3 dicembre I avvento BVI ore 18</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-domenica-3-dicembre-i-avvento-bvi-ore-18--57896525</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/57896525</guid><pubDate>Sun, 03 Dec 2023 18:35:51 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/57896525/draft_1701623551847777_audio.mp3" length="9139931" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>572</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di venerdì 1 dicembre a Nonantola</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-venerdi-1-dicembre-a-nonantola--57880649</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/57880649</guid><pubDate>Fri, 01 Dec 2023 19:35:24 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/57880649/draft_1701445944803284_audio.mp3" length="2992170" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>188</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia festa di S. Andrea 30 novembre 2023</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-festa-di-s-andrea-30-novembre-2023--57869437</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/57869437</guid><pubDate>Thu, 30 Nov 2023 21:00:30 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/57869437/draft_1701368090947940_audio.mp3" length="9331357" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>584</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia di domenica 26 novembre, Cristo Re, a Sant'Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-di-domenica-26-novembre-cristo-re-a-sant-andrea--57811029</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/57811029</guid><pubDate>Sun, 26 Nov 2023 16:04:16 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/57811029/draft_1700994094610634_audio.mp3" length="11896373" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>744</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sabato 25 novembre messa a Sant'Andrea ore 11</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sabato-25-novembre-messa-a-sant-andrea-ore-11--57807139</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/57807139</guid><pubDate>Sat, 25 Nov 2023 22:02:51 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/57807139/draft_1700907534393778_audio.mp3" length="6498847" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres 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Sant'Andrea</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-18-novembre-a-sant-andrea--57695955</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/57695955</guid><pubDate>Sat, 18 Nov 2023 10:17:54 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/57695955/draft_1700291626206103_audio.mp3" length="4719595" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Andres Bergamini</itunes:author><itunes:duration>295</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/393ebd7e90109437dea72dbd6b39e3a4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Omelia del 17 novembre BVI ore 8.30</title><link>https://www.spreaker.com/episode/omelia-del-17-novembre-bvi-ore-8-30--57676030</link><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/57676030</guid><pubDate>Fri, 17 Nov 2023 08:31:29 +0000</pubDate><enclosure 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