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<rss xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:podcast="https://podcastindex.org/namespace/1.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" version="2.0"><channel><title>Mafia</title><link>https://www.spreaker.com/podcast/mafia--5869609</link><description><![CDATA[Mafia è un termine che indica un tipo di organizzazione criminale retta da violenza, omertà, riti d'iniziazione e miti fondativi. Oggi parleremo di un ragazzo di nome Michele Fazio ucciso a 16 anni dalla mafia. Faceva caldo, la sera del 12 luglio 2001 a Bari. La gente della città vecchia aveva spalancato le porte di casa e si era riversata fuori, prendendo posto sulle sedie per chiacchierare con i vicini e cercare un refolo d'aria fra i vicoli. Michele Fazio si trovava sul lungomare con gli amici, ma non avrebbe tardato a tornare a casa: papà Pinuccio lo aspettava, era lì a Bari ancora per qualche giorno e poi - finite le ferie - sarebbe tornato a Milano, dove lavorava come ferroviere. Era una serata speciale, quella: Pinuccio aveva ordinato le pizze per tutti, in famiglia, e Michele si sarebbe riscaldato la sua in forno una volta rientrato. Aveva 15 anni, Michele, e un telefonino. Gliel'aveva regalato proprio suo padre, pagandolo a rate, "perché lo desiderava tanto". Il figlio lo usava per chiamare casa, e lo fece anche quella sera. Giusto per dire che di lì a poco sarebbe tornato da loro, e aveva telefonato come sempre quando era già a pochi passi dal portone, al posto di annunciarsi più semplicemente al citofono. Aveva quell'abitudine, "lo faceva per dimostrare alla gente cattiva che anche un pezzente poteva avere un telefonino", dice oggi Pinuccio. Quella sera gli aveva risposto la sorella Rachele, 13 anni. Mancavano venti minuti alle 23. Poi, gli spari. Le finestre di casa Fazio erano chiuse: si usava così in largo Amendoni, una zona "abitata da famiglie brutte, salvo qualcuna", ricorda mamma Lella. Non si affacciarono per capire cosa fosse successo, in quelle situazioni era sempre meglio non muoversi, far finta di nulla, aspettare che passasse. Fu Rachele a sbirciare da una finestra mentre andava in bagno e a vedere quello che mai avrebbe immaginato: il corpo di suo fratello Michele riverso per terra, proprio lì sotto casa, sotto le loro finestre sbarrate. Cominciò a urlare il suo nome ai genitori, le finestre si aprirono e Pinuccio rimase inebetito, Lella si precipitò giù per vederlo. Quelle strade fino a pochi minuti prima affollate di residenti e bambini che giocavano festosi si erano all'improvviso svuotate. Chiedevo aiuto, e nessuno rispondeva - continua Lella Fazio - ero impazzita". La seconda telefonata che quella sera animò casa Fazio, dopo quella ricevuta da Michele che annunciava il suo rientro, fu di Lella alle forze dell'ordine. Nel frattempo il ragazzo era stato portato in ospedale dallo zio che abitava lì vicino, e una volta arrivati i carabinieri Lella scese di nuovo giù. Stavolta qualcuno ad assistere c'era: "Vidi le donne dei mafiosi, che erano tutte bionde, e gridai: "Se mi muore mio figlio vi prendo uno a uno". Qualcuno mi toccava la bocca per impormi di non parlare". Sapeva a chi si stava rivolgendo in quel momento, la madre di Michele: alle orecchie di quanti si erano trincerati velocemente in casa, ai malavitosi e alle loro famiglie che popolavano la zona, a chi magari aveva visto e faceva finta di non essere mai stato lì in quei secondi cruciali. Michele Fazio morì poco dopo. Aveva 15 anni, a togliergli la vita fu un colpo alla nuca. Vittima innocente di mafia, si sarebbe detto poi. Perché Michele con quel mondo non c'entrava niente, come non c'entravano i suoi genitori. Voleva fare il carabiniere, lui, ma era un ragazzo dai grandi sogni "e cambiava idea ogni volta che si svegliava al mattino - ricorda Pinuccio - un giorno voleva diventare giudice, il giorno dopo avvocato, ma il sogno del carabiniere l'ha sempre avuto". Studiava la sera all'istituto Vivante, di giorno lavorava in un bar in via Andrea da Bari e al bancone serviva spesso il caffè a poliziotti e autorità, persone del Comune e della squadra antiscippo. "Si sentiva importante, e forse con il suo metro e novanta centimetri di altezza chissà, sarebbe davvero diventato un carabiniere". La notte del 12 luglio, mentre i suoi genitori erano stati portati in caserma e la casa veniva perquisita, non passò molto tempo prima che le forze dell'ordine si accorgessero che qualcuno aveva colpito Michele per sbaglio. Eppure c'era chi lo aveva detto immediatamente e ad alta voce, dopo l'agguato: "Abbiamo ucciso un bravo ragazzo", si sentiva ripetere nei vicoli in dialetto stretto, "nu uagnon bun".<br /><br />Erano i killer di Michele Fazio a ulularlo al cielo, ma perché la giustizia gli facesse terra bruciata attorno e li arrestasse passarono alcuni anni. Le indagini sul caso Fazio erano state archiviate nel 2003, e dalla sera della morte del figlio Pinuccio e Lella avevano assunto un altro compito, assistiti dall'avvocato Michele Laforgia: insistere perché si facesse verità, e perché Michele Fazio diventasse un emblema di legalità a Bari, un nome conosciuto da tutti. Pinuccio fu instancabile nel continuare a chiedere alle autorità di non abbandonare suo figlio e la sua memoria: "Fate finta che sia vostro figlio", ripeteva a Luigi Liguori (capo della Squadra mobile) e a Desirèe Digeronimo (pm antimafia a Bari dal 2003 al 2013).<br />Le indagini furono riaperte, il puzzle di intercettazioni che venne fuori dalle 40 cimici piazzate nel borgo antico e dalle parole di 57 nuovi testimoni dette i suoi frutti.<br /><br />Nel maggio del 2005 gli assassini di Michele vennero arrestati. Erano in quattro, ed erano ragazzi come lui: a sparare a Michele era stato Leonardo Ungredda (ucciso in un agguato il 19 agosto 2003), il commando si completava con il diciottenne Raffaele Capriati, il diciannovenne Francesco Annoscia e il sedicenne Michele Portoghese.<br /><br />Quella sera avevano assunto droga e alcol, ed erano armati. Si erano mossi in sella a due motorini per le strette strade di Bari vecchia, poi le avevano lasciate e proseguito a piedi. L'obiettivo era vendicare la morte di Francesco Capriati, ucciso dai rivali del clan Strisciuglio pochi giorni prima, il 29 giugno: avrebbero dovuto colpire il suo assassino Marino Catacchio, ma non trovandolo in casa avevano ripiegato su Vito De Felice. Ungredda lo vide seduto sull'uscio di casa, lo inseguì non appena quello si alzò per scappare, e sparò. Non una, ma più volte, e un proiettile finì nella nuca di Michele Fazio, il bravo ragazzo. "Anche i sassi sapevano, a Bari vecchia", scrisse il giudice per le indagini preliminari al momento degli arresti. "Avevano visto tutti, e nessuno ha parlato - commenta a distanza di 19 anni Pinuccio - È il muro di omertà che abbiamo qui, e che oggi credo sia un po' caduto". La fine assurda di un onesto ragazzo di 15 anni diventò ancora più paradossale considerando l'età dei suoi assassini. Si conoscevano, come si conoscono i coetanei che condividono spazi e passioni, strade, scuola e calcio: "Uno dei killer aveva la sua età, avevano fatto l'asilo insieme, come le elementari, la Comunione e la Cresima - dice mamma Lella - Ecco perché dopo l'agguato dissero di aver ucciso un bravo ragazzo. Se ne accorsero subito. Michele lo era davvero, era uno che aiutava quando poteva, magari anche regalando una merendina a un conoscente. I suoi amici mi hanno detto in seguito che spesso Michele dava loro consigli, e che se qualcuno rideva di una ragazzina dicendole che era brutta lui li rimproverava con: "Se fosse tua sorella rideresti lo stesso?". Michele sapeva da che parte stare". E ora è la sù con nostro Dio.]]></description><atom:link href="https://www.spreaker.com/show/5869609/episodes/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><language>it</language><category>Drama</category><copyright>Copyright francesco lanotte</copyright><image><url>https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/b4c530f729996a181c623af7d42afc38.jpg</url><title>Mafia</title><link>https://www.spreaker.com/podcast/mafia--5869609</link></image><lastBuildDate>Tue, 23 May 2023 14:05:52 +0000</lastBuildDate><itunes:author>francesco lanotte</itunes:author><itunes:owner><itunes:name>francesco lanotte</itunes:name><itunes:email>feeds@spreaker.com</itunes:email></itunes:owner><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/b4c530f729996a181c623af7d42afc38.jpg"/><itunes:subtitle>Mafia è un termine che indica un tipo di organizzazione criminale retta da violenza, omertà, riti d'iniziazione e miti fondativi. 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Era una serata speciale, quella: Pinuccio aveva ordinato le pizze per tutti, in famiglia, e Michele si sarebbe riscaldato la sua in forno una volta rientrato. Aveva 15 anni, Michele, e un telefonino. Gliel'aveva regalato proprio suo padre, pagandolo a rate, "perché lo desiderava tanto". Il figlio lo usava per chiamare casa, e lo fece anche quella sera. Giusto per dire che di lì a poco sarebbe tornato da loro, e aveva telefonato come sempre quando era già a pochi passi dal portone, al posto di annunciarsi più semplicemente al citofono. Aveva quell'abitudine, "lo faceva per dimostrare alla gente cattiva che anche un pezzente poteva avere un telefonino", dice oggi Pinuccio. Quella sera gli aveva risposto la sorella Rachele, 13 anni. Mancavano venti minuti alle 23. Poi, gli spari. Le finestre di casa Fazio erano chiuse: si usava così in largo Amendoni, una zona "abitata da famiglie brutte, salvo qualcuna", ricorda mamma Lella. Non si affacciarono per capire cosa fosse successo, in quelle situazioni era sempre meglio non muoversi, far finta di nulla, aspettare che passasse. Fu Rachele a sbirciare da una finestra mentre andava in bagno e a vedere quello che mai avrebbe immaginato: il corpo di suo fratello Michele riverso per terra, proprio lì sotto casa, sotto le loro finestre sbarrate. Cominciò a urlare il suo nome ai genitori, le finestre si aprirono e Pinuccio rimase inebetito, Lella si precipitò giù per vederlo. Quelle strade fino a pochi minuti prima affollate di residenti e bambini che giocavano festosi si erano all'improvviso svuotate. Chiedevo aiuto, e nessuno rispondeva - continua Lella Fazio - ero impazzita". La seconda telefonata che quella sera animò casa Fazio, dopo quella ricevuta da Michele che annunciava il suo rientro, fu di Lella alle forze dell'ordine. Nel frattempo il ragazzo era stato portato in ospedale dallo zio che abitava lì vicino, e una volta arrivati i carabinieri Lella scese di nuovo giù. Stavolta qualcuno ad assistere c'era: "Vidi le donne dei mafiosi, che erano tutte bionde, e gridai: "Se mi muore mio figlio vi prendo uno a uno". Qualcuno mi toccava la bocca per impormi di non parlare". Sapeva a chi si stava rivolgendo in quel momento, la madre di Michele: alle orecchie di quanti si erano trincerati velocemente in casa, ai malavitosi e alle loro famiglie che popolavano la zona, a chi magari aveva visto e faceva finta di non essere mai stato lì in quei secondi cruciali. Michele Fazio morì poco dopo. Aveva 15 anni, a togliergli la vita fu un colpo alla nuca. Vittima innocente di mafia, si sarebbe detto poi. Perché Michele con quel mondo non c'entrava niente, come non c'entravano i suoi genitori. Voleva fare il carabiniere, lui, ma era un ragazzo dai grandi sogni "e cambiava idea ogni volta che si svegliava al mattino - ricorda Pinuccio - un giorno voleva diventare giudice, il giorno dopo avvocato, ma il sogno del carabiniere l'ha sempre avuto". Studiava la sera all'istituto Vivante, di giorno lavorava in un bar in via Andrea da Bari e al bancone serviva spesso il caffè a poliziotti e autorità, persone del Comune e della squadra antiscippo. "Si sentiva importante, e forse con il suo metro e novanta centimetri di altezza chissà, sarebbe davvero diventato un carabiniere". La notte del 12 luglio, mentre i suoi genitori erano stati portati in caserma e la casa veniva perquisita, non passò molto tempo prima che le forze dell'ordine si accorgessero che qualcuno aveva colpito Michele per sbaglio. Eppure c'era chi lo aveva detto immediatamente e ad alta voce, dopo l'agguato: "Abbiamo ucciso un bravo ragazzo", si sentiva ripetere nei vicoli in dialetto stretto, "nu uagnon bun".<br /><br />Erano i killer di Michele Fazio a ulularlo al cielo, ma perché la giustizia gli facesse terra bruciata attorno e li arrestasse passarono alcuni anni. Le indagini sul caso Fazio erano state archiviate nel 2003, e dalla sera della morte del figlio Pinuccio e Lella avevano assunto un altro compito, assistiti dall'avvocato Michele Laforgia: insistere perché si facesse verità, e perché Michele Fazio diventasse un emblema di legalità a Bari, un nome conosciuto da tutti. Pinuccio fu instancabile nel continuare a chiedere alle autorità di non abbandonare suo figlio e la sua memoria: "Fate finta che sia vostro figlio", ripeteva a Luigi Liguori (capo della Squadra mobile) e a Desirèe Digeronimo (pm antimafia a Bari dal 2003 al 2013).<br />Le indagini furono riaperte, il puzzle di intercettazioni che venne fuori dalle 40 cimici piazzate nel borgo antico e dalle parole di 57 nuovi testimoni dette i suoi frutti.<br /><br />Nel maggio del 2005 gli assassini di Michele vennero arrestati. Erano in quattro, ed erano ragazzi come lui: a sparare a Michele era stato Leonardo Ungredda (ucciso in un agguato il 19 agosto 2003), il commando si completava con il diciottenne Raffaele Capriati, il diciannovenne Francesco Annoscia e il sedicenne Michele Portoghese.<br /><br />Quella sera avevano assunto droga e alcol, ed erano armati. Si erano mossi in sella a due motorini per le strette strade di Bari vecchia, poi le avevano lasciate e proseguito a piedi. L'obiettivo era vendicare la morte di Francesco Capriati, ucciso dai rivali del clan Strisciuglio pochi giorni prima, il 29 giugno: avrebbero dovuto colpire il suo assassino Marino Catacchio, ma non trovandolo in casa avevano ripiegato su Vito De Felice. Ungredda lo vide seduto sull'uscio di casa, lo inseguì non appena quello si alzò per scappare, e sparò. Non una, ma più volte, e un proiettile finì nella nuca di Michele Fazio, il bravo ragazzo. "Anche i sassi sapevano, a Bari vecchia", scrisse il giudice per le indagini preliminari al momento degli arresti. "Avevano visto tutti, e nessuno ha parlato - commenta a distanza di 19 anni Pinuccio - È il muro di omertà che abbiamo qui, e che oggi credo sia un po' caduto". La fine assurda di un onesto ragazzo di 15 anni diventò ancora più paradossale considerando l'età dei suoi assassini. Si conoscevano, come si conoscono i coetanei che condividono spazi e passioni, strade, scuola e calcio: "Uno dei killer aveva la sua età, avevano fatto l'asilo insieme, come le elementari, la Comunione e la Cresima - dice mamma Lella - Ecco perché dopo l'agguato dissero di aver ucciso un bravo ragazzo. Se ne accorsero subito. Michele lo era davvero, era uno che aiutava quando poteva, magari anche regalando una merendina a un conoscente. I suoi amici mi hanno detto in seguito che spesso Michele dava loro consigli, e che se qualcuno rideva di una ragazzina dicendole che era brutta lui li rimproverava con: "Se fosse tua sorella rideresti lo stesso?". Michele sapeva da che parte stare". 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