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<rss xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:podcast="https://podcastindex.org/namespace/1.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" version="2.0"><channel><title>Fiabe buddiste</title><link>https://www.spreaker.com/podcast/fiabe-buddiste--5734766</link><description><![CDATA[Attraverso queste fiabe e parabole vengono messi in evidenza i profondi principi del Buddismo. Esse ci offrono la possibilità di ascoltare col cuore poiché toccano il nostro sentire emotivo ed emozionale. Un tentativo di far riemergere da un sapere antico la conoscenza necessaria al funzionamento della vita in maniera che ognuno di noi possa trarre una nuova ed utile consapevolezza.]]></description><atom:link href="https://www.spreaker.com/show/5734766/episodes/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><language>it</language><category>Buddhism</category><copyright>Copyright Paola Camiciottoli</copyright><image><url>https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/942d8ec90eac3f4449b1f879066f4876.jpg</url><title>Fiabe buddiste</title><link>https://www.spreaker.com/podcast/fiabe-buddiste--5734766</link></image><lastBuildDate>Fri, 15 Sep 2023 12:25:05 +0000</lastBuildDate><itunes:author>Paola Camiciottoli</itunes:author><itunes:owner><itunes:name>Paola Camiciottoli</itunes:name><itunes:email>poesidee@gmail.com</itunes:email></itunes:owner><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/942d8ec90eac3f4449b1f879066f4876.jpg"/><itunes:subtitle>Attraverso queste fiabe e parabole vengono messi in evidenza i profondi principi del Buddismo. 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Ognuno era così convinto di essere dalla parte della ragione che neanche ascoltava quello che l’altro aveva da dire e appena si accorgeva che voleva dire qualcosa di diverso lo offendeva dicendo: «È giusto come la penso io, la tua idea è sbagliata». E l’altro lo stesso: «Ma che dici? La mia è l’idea giusta, è la tua che è sbagliata». E litigavano ancora. Per lo più litigavano per un fatto: che uno diceva che l’universo è grande grande grande, così grande che praticamente non ha né una fine e né un inizio. Praticamente: l’universo è infinito. Ma l’altro non era d’accordo perché diceva che invece il mondo è finito e faceva un disegno del villaggio in cui vivevano per dimostrarlo. Ma non litigavano solo per questo. C’era chi diceva che gli animali hanno un’anima e chi diceva di no. Uno che il tempo non ha né un inizio e né una fine – come quell’altro aveva detto dell’universo – e l’altro santone si stropicciava la barba e iniziava a contare «uno due tre… mille… vedi che si può contare il tempo? Quindi se si può contare con i numeri a un certo punto finirà!» Nonostante fossero tutte persone molto colte e istruite ognuno però usava la sua sapienza per offendere con le parole l’altro. Uno diceva: «Sei uno stupido. La terra gira, altro che ferma». E l’altro: «Se gira allora tutto dovrebbe cambiare sempre». Poi si davano dello sciocco perché per uno la terra era rotonda e per un altro piatta. Insomma in questa città, che si chiamava Savatthi, regnava una grande confusione. Ma per fortuna tra tutti i saggi ce n’era uno di gran lunga più saggio. Tanto saggio da non cadere nei facili tranelli delle discussioni, da vivere in disparte e con modestia ma sempre disposto ad accettare l’idea espressa da un’altra persona. Questa sua serenità lo rendeva ancora più saggio ed era da tutti riconosciuto come un saggio dei saggi. Anzi diciamo pure il saggio per eccellenza. Ma il nostro dotto amico, saputo di quello strano conflitto, si era molto contrariato perché pensava che era buffo che persone così intelligenti e profonde non riuscissero a trovare un accordo sulla loro ricerca di verità e che fossero convinte che la loro verità fosse così giusta da offendere quella dell’altro. Avrebbe potuto intervenire anche lui cercando di capire cosa diceva uno e cosa l’altro, ma rendendosi conto che non sarebbe servito a nulla entrare nella discussione decise di raccontare una storia che li aiutasse a capire. La storia che gli raccontò era quella di un gruppo di ciechi e di un elefante. E la storia diceva così. Cari monaci, un re in un tempo molto antico, in questa stessa città mandò a chiamare tutti coloro che erano nati ciechi. Dopo che questi si furono raccolti in una piazza mandò a chiamare il proprietario di un elefante a cui fece portare in piazza l’animale. Poi chiamando a uno a uno i ciechi diceva loro: questo è un elefante, secondo te a cosa somiglia? E uno diceva una caldaia, un altro un mantice a seconda della parte dell’animale che gli era stata fatta toccare. Un altro toccava la proboscide e diceva il ramo di un albero. Per uno le zanne erano un aratro. Per un altro il ventre era un granaio. Chi aveva toccato le zampe le aveva scambiate per le colonne di un tempio, chi aveva toccato la coda aveva detto la fune di una barca, chi aveva messo la mano sull’orecchio aveva detto un tappeto. Quando ognuno incontrò l’altro dicendo quello a cui secondo lui somigliava l’animale discutevano animatamente perché ognuno era convinto assolutamente di quello che aveva toccato. Perciò se gli chiedevano a cosa somigliasse un elefante diceva l’oggetto che gli era sembrato di toccare. Naturalmente se uno diceva un mantice e l’altro una caldaia volavano gli insulti perché nessuno metteva in dubbio quello che aveva sentito toccando la parte del corpo dell’elefante. Il re vedendoli così convinti della loro sicurezza e litigiosi si divertiva un mondo. Ma alla fine decise di aiutarli a capire, e a due a due li invitava a toccare quello che aveva toccato l’altro e a chiedergli a cosa somigliasse. Così tutti dicevano quello che sosteneva l’altro e si invertivano i ruoli. Come se fosse stato un gioco li invitò a parlare tra di loro e alla fine tutti si formarono l’idea di come in realtà l’elefante fosse. Tutti furono d’accordo che era un mantice con un ramo di un albero nel mezzo e a lato un aratro con due tappeti sopra un granaio sostenuto da colonne e tirato da una fune di barca.<br />Dopo che il saggio Maestro ebbe finito di raccontare questa storia disse: «Miei saggi discepoli voi fate la stessa cosa. Non sapete ciò che è giusto e ciò che è sbagliato né ciò che è bene e ciò che è male e per questo litigate, vi accapigliate e vi insultate. Se ognuno di voi parlasse e ascoltasse l’altro contemporaneamente la verità vi apparirebbe come una anche se ha molte forme».<br /><br />Questa parabola è tratta dagli Udana.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52064906</guid><pubDate>Sat, 03 Dec 2022 16:28:20 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52064906/i_ciechi_e_l_elefante_1.mp3" length="6622929" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Paola Camiciottoli</itunes:author><itunes:subtitle>Successe in India. Tanto tempo fa. Una volta nel parco di Anatapindika, nella città di Jetavana presso Savatthi, religiosi, dotti e scienziati litigavano furiosamente, si accapigliavano, si offendevano. Ognuno pensava di dire ciò che era giusto e ciò...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Successe in India. Tanto tempo fa. Una volta nel parco di Anatapindika, nella città di Jetavana presso Savatthi, religiosi, dotti e scienziati litigavano furiosamente, si accapigliavano, si offendevano. Ognuno pensava di dire ciò che era giusto e ciò che era sbagliato e ognuno aveva l’idea che era giusto ciò che diceva lui e sbagliato quello che diceva un altro. Ognuno era così convinto di essere dalla parte della ragione che neanche ascoltava quello che l’altro aveva da dire e appena si accorgeva che voleva dire qualcosa di diverso lo offendeva dicendo: «È giusto come la penso io, la tua idea è sbagliata». E l’altro lo stesso: «Ma che dici? La mia è l’idea giusta, è la tua che è sbagliata». E litigavano ancora. Per lo più litigavano per un fatto: che uno diceva che l’universo è grande grande grande, così grande che praticamente non ha né una fine e né un inizio. Praticamente: l’universo è infinito. Ma l’altro non era d’accordo perché diceva che invece il mondo è finito e faceva un disegno del villaggio in cui vivevano per dimostrarlo. Ma non litigavano solo per questo. C’era chi diceva che gli animali hanno un’anima e chi diceva di no. Uno che il tempo non ha né un inizio e né una fine – come quell’altro aveva detto dell’universo – e l’altro santone si stropicciava la barba e iniziava a contare «uno due tre… mille… vedi che si può contare il tempo? Quindi se si può contare con i numeri a un certo punto finirà!» Nonostante fossero tutte persone molto colte e istruite ognuno però usava la sua sapienza per offendere con le parole l’altro. Uno diceva: «Sei uno stupido. La terra gira, altro che ferma». E l’altro: «Se gira allora tutto dovrebbe cambiare sempre». Poi si davano dello sciocco perché per uno la terra era rotonda e per un altro piatta. Insomma in questa città, che si chiamava Savatthi, regnava una grande confusione. Ma per fortuna tra tutti i saggi ce n’era uno di gran lunga più saggio. Tanto saggio da non cadere nei facili tranelli delle discussioni, da vivere in disparte e con modestia ma sempre disposto ad accettare l’idea espressa da un’altra persona. Questa sua serenità lo rendeva ancora più saggio ed era da tutti riconosciuto come un saggio dei saggi. Anzi diciamo pure il saggio per eccellenza. Ma il nostro dotto amico, saputo di quello strano conflitto, si era molto contrariato perché pensava che era buffo che persone così intelligenti e profonde non riuscissero a trovare un accordo sulla loro ricerca di verità e che fossero convinte che la loro verità fosse così giusta da offendere quella dell’altro. Avrebbe potuto intervenire anche lui cercando di capire cosa diceva uno e cosa l’altro, ma rendendosi conto che non sarebbe servito a nulla entrare nella discussione decise di raccontare una storia che li aiutasse a capire. La storia che gli raccontò era quella di un gruppo di ciechi e di un elefante. E la storia diceva così. Cari monaci, un re in un tempo molto antico, in questa stessa città mandò a chiamare tutti coloro che erano nati ciechi. Dopo che questi si furono raccolti in una piazza mandò a chiamare il proprietario di un elefante a cui fece portare in piazza l’animale. Poi chiamando a uno a uno i ciechi diceva loro: questo è un elefante, secondo te a cosa somiglia? E uno diceva una caldaia, un altro un mantice a seconda della parte dell’animale che gli era stata fatta toccare. Un altro toccava la proboscide e diceva il ramo di un albero. Per uno le zanne erano un aratro. Per un altro il ventre era un granaio. Chi aveva toccato le zampe le aveva scambiate per le colonne di un tempio, chi aveva toccato la coda aveva detto la fune di una barca, chi aveva messo la mano sull’orecchio aveva detto un tappeto. Quando ognuno incontrò l’altro dicendo quello a cui secondo lui somigliava l’animale discutevano animatamente perché ognuno era convinto assolutamente di quello che aveva toccato. Perciò se gli chiedevano a cosa somigliasse un elefante diceva l’oggetto che gli era sembrato di toccare. Naturalmente se uno...]]></itunes:summary><itunes:duration>414</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/942d8ec90eac3f4449b1f879066f4876.jpg"/><itunes:episode>10</itunes:episode><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La lampada della povera donna</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-lampada-della-povera-donna--52064926</link><description><![CDATA[Nell’antica India, al tempo del Budda Shakyamuni, esisteva uno stato chiamato Magadha. La capitale del regno era la città di Rajagriha. Alla periferia della città abitava un’anziana donna che ammirava e seguiva con devozione il Budda. Era una donna umile, e aveva un cuore semplice e pulito. Avrebbe da sempre voluto fare un’offerta a Shakyamuni, com’era consuetudine per i credenti di quell’epoca, ma era così povera che spesso non aveva neanche i soldi per mangiare. Un giorno, mentre era seduta ai bordi della strada a mendicare arrivò in paese una grandiosa carovana di carri scintillanti, addobbati con drappi lussuosi e trainati da splendidi destrieri. Venne a sapere che i carri trasportavano cinquemila barili d’olio di lino che il re della nazione Ajatashatru voleva donare al Budda. Profondamente colpita da quanto aveva visto, la donna sentì ancora più forte il desiderio di fare un’offerta a Shakyamuni. Ma non aveva assolutamente denaro. Allora decise di tagliare e vendere i suoi lunghi capelli neri, l’unica cosa preziosa che possedeva. Riuscì in questo modo a comprare una piccola quantità d’olio di lino.<br />Mentre si recava a fare la sua offerta la donna pensò: «Questo poco olio potrà bruciare soltanto metà di una notte. Ma se il Budda si accorgerà della mia sincerità e della mia fede, grazie alla sua infinita compassione, allora la lampada brucerà tutta la notte».<br />Proprio mentre il sole calava dietro l’orizzonte, la povera donna accese la sua piccola lampada accanto alle grandi e sfarzose luci offerte dal re della nazione.<br />Subito dopo il tramonto cominciò ad avvenire qualcosa di strano: un vento proveniente dal monte Sumeru cominciò a soffiare sempre più forte investendo il paese di un’atmosfera magica. Una a una, le lussuose lampade del re Ajatashatru cominciarono a spegnersi. Solo la lampada della povera donna continuava a brillare emanando una luce così vivace da illuminare quasi il mondo intero.<br />Il re della nazione, appresa la notizia, andò su tutte le furie: «Com’è possibile?! Ho fatto comprare il miglior olio e le più costose lampade del paese, ma tutti i miei lumi si sono spenti. Come può una piccola lampada di una povera suddita rimanere accesa?».<br />Il mattino seguente gli abitanti e i discepoli del Budda cercarono in ogni modo di spegnere la lampada, ma ogni tentativo falliva miseramente. Il Budda vedendo i vani tentativi dei suoi discepoli intervenne: «Fermatevi! Questa donna ha fatto offerte, nelle sue precedenti esistenze, a diciotto milioni di Budda e nella vita passata ha ricevuto dal Budda la profezia che avrebbe ottenuto la Buddità. Questa nobile donna diventerà un Budda e avrà come nome “Luce della Lampada Sumeru”».<br />Il re Ajatashatru invece, benché avesse offerto una quantità d’olio infinitamente più grande, avendo dimostrato un atteggiamento arrogante e non possedendo la stessa sincerità della povera donna, non ricevette alcuna profezia d’Illuminazione.<br /><br />Questa parabola è raccontata nel sutra<br />Ajaseo Juketsu.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52064926</guid><pubDate>Sat, 03 Dec 2022 16:28:15 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52064926/la_lampada_della_povera_donna.mp3" length="4046628" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Paola Camiciottoli</itunes:author><itunes:subtitle>Nell’antica India, al tempo del Budda Shakyamuni, esisteva uno stato chiamato Magadha. La capitale del regno era la città di Rajagriha. Alla periferia della città abitava un’anziana donna che ammirava e seguiva con devozione il Budda. 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Ma non aveva assolutamente denaro. Allora decise di tagliare e vendere i suoi lunghi capelli neri, l’unica cosa preziosa che possedeva. Riuscì in questo modo a comprare una piccola quantità d’olio di lino.<br />Mentre si recava a fare la sua offerta la donna pensò: «Questo poco olio potrà bruciare soltanto metà di una notte. Ma se il Budda si accorgerà della mia sincerità e della mia fede, grazie alla sua infinita compassione, allora la lampada brucerà tutta la notte».<br />Proprio mentre il sole calava dietro l’orizzonte, la povera donna accese la sua piccola lampada accanto alle grandi e sfarzose luci offerte dal re della nazione.<br />Subito dopo il tramonto cominciò ad avvenire qualcosa di strano: un vento proveniente dal monte Sumeru cominciò a soffiare sempre più forte investendo il paese di un’atmosfera magica. Una a una, le lussuose lampade del re Ajatashatru cominciarono a spegnersi. Solo la lampada della povera donna continuava a brillare emanando una luce così vivace da illuminare quasi il mondo intero.<br />Il re della nazione, appresa la notizia, andò su tutte le furie: «Com’è possibile?! Ho fatto comprare il miglior olio e le più costose lampade del paese, ma tutti i miei lumi si sono spenti. Come può una piccola lampada di una povera suddita rimanere accesa?».<br />Il mattino seguente gli abitanti e i discepoli del Budda cercarono in ogni modo di spegnere la lampada, ma ogni tentativo falliva miseramente. Il Budda vedendo i vani tentativi dei suoi discepoli intervenne: «Fermatevi! Questa donna ha fatto offerte, nelle sue precedenti esistenze, a diciotto milioni di Budda e nella vita passata ha ricevuto dal Budda la profezia che avrebbe ottenuto la Buddità. Questa nobile donna diventerà un Budda e avrà come nome “Luce della Lampada Sumeru”».<br />Il re Ajatashatru invece, benché avesse offerto una quantità d’olio infinitamente più grande, avendo dimostrato un atteggiamento arrogante e non possedendo la stessa sincerità della povera donna, non ricevette alcuna profezia d’Illuminazione.<br /><br />Questa parabola è raccontata nel sutra<br />Ajaseo Juketsu.]]></itunes:summary><itunes:duration>253</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/942d8ec90eac3f4449b1f879066f4876.jpg"/><itunes:episode>8</itunes:episode><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Ryunio, figlia del Re Drago</title><link>https://www.spreaker.com/episode/ryunio-figlia-del-re-drago--52064943</link><description><![CDATA[Ryunio è una bambina che ha appena compiuto otto anni.<br />È una che capisce subito le cose, anche quelle che non si vedono. Lei, ad esempio, è capace di guardare un paio di scarpe e di capire tutti i viaggi che hanno fatto, lei è capace solo guardando gli occhi delle persone di capire chi sono i loro amici, quali sono i loro dolori, come sarà il loro futuro. Conosce un sacco di cose anche molto difficili, e certe volte si mette tutta seria seria a chiedersi il perché della vita, e i pensieri che fa e le parole con cui li dice sono meravigliosi. E poi, anche se è così piccina, soffre e gioisce per gli altri come fossero tutti figli e figlie sue. È gentile, benevola, dolce, con un carattere sensibile e forte allo stesso tempo. Insomma è davvero magica ed è difficile crederci perché tutti lì dicono che è impossibile essere così saggi quando si è così piccoli e così femmine. Perché le femmine, dicono, non possono diventare così sagge in così poco tempo. Quasi neanche i maschi lo possono, figurati le femmine, dicono (tanto tanto tempo fa c’erano credenze del genere). Tant’è che un giorno il signor Accumulo di Saggezza (si chiama proprio così perché sa praticamente tutto), che stava discutendo di cose molto profonde con altri saggi, dice: «Per essere magici lo sappiamo ci vogliono kalpa e kalpa (è così che loro chiamano gli anni), ci vogliono kalpa e kalpa di esercizi difficilissimi senza mai riposare. Solo dopo aver fatto tutto questo ce la si può fare. Non ci posso credere che questa bambina ce l’abbia fatta in così poco tempo».<br />Insieme a lui c’era Manjushri (avevano questi nomi strani a quel tempo e in quel paese). Manjushri era un saggio che l’aveva conosciuta bene per essere stato tanto tempo nel regno del padre di Ryunio, il famoso Re Drago.<br />E poi c’era Shariputra, un saggio conosciuto da tutti perché aveva letto tutti i libri del mondo e conosceva milioni di milioni di parole. E c’era soprattutto Shakyamuni, un saggio saggissimo perché era quello che sapeva guardare meglio nel cuore delle persone e che loro, per questo, chiamavano Budda (Budda è una parola che vuol dire all’incirca “persona che sente il cuore degli altri, desidera la loro felicità e capisce il senso della vita”).<br />Mentre questi signori saggi stavano discutendo sulle capacità di questa bambina, eccola là che appare improvvisamente: Ryunio era proprio piccola come se la ricordava Manjushri.<br />Lei avanza verso di loro e arrivata lì davanti china il capo in segno di rispetto. Allora Shariputra le dice: «Tu presumi di avere raggiunto la conoscenza profonda della vita in così breve tempo ma questo è davvero difficile da credere. Solo dopo aver trascorso tanto tempo e aver fatto tanti esercizi e prove difficilissime alla fine si può ottenere questa conoscenza profonda. E le donne non possono farcela. Figurati le bambine. Come hai fatto?»<br />Allora Ryunio si toglie dalla tasca un gioiello che aveva con lei, prezioso come milioni di mondi, lo porge al Budda Shakyamuni e il Budda lo accetta immediatamente. E poi lei dice, rivolta ad Accumulo di Saggezza e a Shariputra: «Io ho offerto questo gioiello e il Budda l’ha accettato, non è accaduto forse in un attimo?»<br />«Sì», rispondono loro un po’ stupiti. «Allora – riprende Ryunio – ora osservatemi bene e guardate cosa so fare in modo ancora più veloce».<br />E lì successe qualcosa di straordinario: tutti videro la bambina trasformarsi in un istante in un uomo. (Per loro, infatti, solo un uomo poteva essere veramente saggio e capire il senso della vita). Insomma tutti la videro predicare la Legge agli dèi e agli esseri viventi di quel tempo. I cuori di tutte le persone del mondo si riempirono di gioia. Tanti, tantissimi, ascoltandola, riuscirono a capire il senso della vita e come la vita funziona e diventarono felici.<br />Il mondo si scosse e tremò in sei modi diversi.<br />Poi la bimba tornò se stessa, alta poco più di un metro e saggia quanto tutti i mondi. Più alta e saggia di quando per convincerli aveva usato lo stratagemma della trasformazione.<br />Accumulo di Saggezza e Shariputra e tutti gli altri che erano lì capirono. E non se lo scordarono più.<br />Questo racconto è contenuto nel Sutra del Loto. E serve a insegnarci che la comprensione profonda della vita è una capacità che non si guadagna con lo studio o con l’età. La saggezza è una cosa che abbiamo dentro di noi. Che non si ottiene studiando o facendo fatiche grandissime ma andando al cuore delle cose.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52064943</guid><pubDate>Sat, 03 Dec 2022 16:28:10 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52064943/ryunio_figlia_del_re_drago.mp3" length="5591824" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Paola Camiciottoli</itunes:author><itunes:subtitle>Ryunio è una bambina che ha appena compiuto otto anni.&#13;
È una che capisce subito le cose, anche quelle che non si vedono. Lei, ad esempio, è capace di guardare un paio di scarpe e di capire tutti i viaggi che hanno fatto, lei è capace solo guardando...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ryunio è una bambina che ha appena compiuto otto anni.<br />È una che capisce subito le cose, anche quelle che non si vedono. Lei, ad esempio, è capace di guardare un paio di scarpe e di capire tutti i viaggi che hanno fatto, lei è capace solo guardando gli occhi delle persone di capire chi sono i loro amici, quali sono i loro dolori, come sarà il loro futuro. Conosce un sacco di cose anche molto difficili, e certe volte si mette tutta seria seria a chiedersi il perché della vita, e i pensieri che fa e le parole con cui li dice sono meravigliosi. E poi, anche se è così piccina, soffre e gioisce per gli altri come fossero tutti figli e figlie sue. È gentile, benevola, dolce, con un carattere sensibile e forte allo stesso tempo. Insomma è davvero magica ed è difficile crederci perché tutti lì dicono che è impossibile essere così saggi quando si è così piccoli e così femmine. Perché le femmine, dicono, non possono diventare così sagge in così poco tempo. Quasi neanche i maschi lo possono, figurati le femmine, dicono (tanto tanto tempo fa c’erano credenze del genere). Tant’è che un giorno il signor Accumulo di Saggezza (si chiama proprio così perché sa praticamente tutto), che stava discutendo di cose molto profonde con altri saggi, dice: «Per essere magici lo sappiamo ci vogliono kalpa e kalpa (è così che loro chiamano gli anni), ci vogliono kalpa e kalpa di esercizi difficilissimi senza mai riposare. Solo dopo aver fatto tutto questo ce la si può fare. Non ci posso credere che questa bambina ce l’abbia fatta in così poco tempo».<br />Insieme a lui c’era Manjushri (avevano questi nomi strani a quel tempo e in quel paese). Manjushri era un saggio che l’aveva conosciuta bene per essere stato tanto tempo nel regno del padre di Ryunio, il famoso Re Drago.<br />E poi c’era Shariputra, un saggio conosciuto da tutti perché aveva letto tutti i libri del mondo e conosceva milioni di milioni di parole. E c’era soprattutto Shakyamuni, un saggio saggissimo perché era quello che sapeva guardare meglio nel cuore delle persone e che loro, per questo, chiamavano Budda (Budda è una parola che vuol dire all’incirca “persona che sente il cuore degli altri, desidera la loro felicità e capisce il senso della vita”).<br />Mentre questi signori saggi stavano discutendo sulle capacità di questa bambina, eccola là che appare improvvisamente: Ryunio era proprio piccola come se la ricordava Manjushri.<br />Lei avanza verso di loro e arrivata lì davanti china il capo in segno di rispetto. Allora Shariputra le dice: «Tu presumi di avere raggiunto la conoscenza profonda della vita in così breve tempo ma questo è davvero difficile da credere. Solo dopo aver trascorso tanto tempo e aver fatto tanti esercizi e prove difficilissime alla fine si può ottenere questa conoscenza profonda. E le donne non possono farcela. Figurati le bambine. Come hai fatto?»<br />Allora Ryunio si toglie dalla tasca un gioiello che aveva con lei, prezioso come milioni di mondi, lo porge al Budda Shakyamuni e il Budda lo accetta immediatamente. E poi lei dice, rivolta ad Accumulo di Saggezza e a Shariputra: «Io ho offerto questo gioiello e il Budda l’ha accettato, non è accaduto forse in un attimo?»<br />«Sì», rispondono loro un po’ stupiti. «Allora – riprende Ryunio – ora osservatemi bene e guardate cosa so fare in modo ancora più veloce».<br />E lì successe qualcosa di straordinario: tutti videro la bambina trasformarsi in un istante in un uomo. (Per loro, infatti, solo un uomo poteva essere veramente saggio e capire il senso della vita). Insomma tutti la videro predicare la Legge agli dèi e agli esseri viventi di quel tempo. I cuori di tutte le persone del mondo si riempirono di gioia. Tanti, tantissimi, ascoltandola, riuscirono a capire il senso della vita e come la vita funziona e diventarono felici.<br />Il mondo si scosse e tremò in sei modi diversi.<br />Poi la bimba tornò se stessa, alta poco più di un metro e saggia quanto tutti i mondi. Più alta e saggia di quando per...]]></itunes:summary><itunes:duration>350</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/942d8ec90eac3f4449b1f879066f4876.jpg"/><itunes:episode>6</itunes:episode><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L’uccello Kankucho</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-uccello-kankucho--52064976</link><description><![CDATA[Sulle Montagne Nevose vive un uccello chiamato Kankucho, che la notte si lamenta torturato dal freddo pungente e decide che la mattina seguente si costruirà il nido. Ma quando si fa giorno, se ne dimentica e dorme riscaldato dai tiepidi raggi del sole del mattino. Così, senza costruirsi il nido, continua a lamentarsi vanamente per tutta la vita». (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, p. 243).<br /><br />Nonna gabbiana abbassò di nuovo i suoi occhialetti sottili, lasciandoli penzolare sulle piume del petto, per poter guardare meglio le espressioni di chi l’aveva ascoltata. In tanti erano venuti a festeggiarla, per il suo novantesimo compleanno, e a sentirla leggere le sue storie.<br />Nonna gabbiana di storie ne conosceva a bizzeffe, della Cina e dell’India, del Giappone e dell’Uruguay. Parlavano di principi e dinastie, di castelli sommersi dagli oceani, di viaggi intorno al mondo. Eppure, non poteva farci niente: quella dell’uccello Kankucho era la sua preferita.<br />Lo capiva bene, lei, l’uccello Kankucho, anche se era una gabbiana nata in quest’isola in mezzo all’oceano e in teoria non doveva avere niente a che vedere con un uccello delle Montagne Nevose. Eppure ci si riconosceva alla perfezione. Riconosceva soprattutto quella sua antica indolenza di giovane gabbianella, quando le ore più calde del giorno, invece che ad allenarsi a inseguire le sardine – come le aveva insegnato sua madre – le passava a giocare con le scaglie di luce sul mare, immaginando che fossero pesci fantasma, che scomparivano non appena lei provava a prenderli con il becco. Poi però immancabilmente, al momento di andare a tavola, quando le sue sorelle, i fratelli e tutti i cugini mettevano sullo scoglio comune i pesci pescati per il pranzo, lei non aveva niente da offrire e ci rimaneva sempre molto male. E così ogni volta si riprometteva che il giorno successivo non avrebbe giocato tutto il tempo, e avrebbe pescato qualcosa di buono per i suoi amici. Ma immancabilmente al mattino, quando doveva concentrarsi per scovare sotto la superficie del mare blu scuro la sagoma della piccola sardina, preferiva volare in velocità col vento a favore, e tuffarsi a capofitto per prendere di sorpresa una scaglia di sole abbagliante… E già… Quanto tempo è passato…<br />Nonna gabbiana smise di ricordare, distolse lo sguardo dall’orizzonte e si concentrò sugli occhi dei suoi invitati: erano in tanti e tutti assorti. C’erano tartarughe marine, pinguini, pellicani, altri uccelli acquatici di varia foggia, qualche capra, due muli e diversi granchi che avevano smesso di rincorrersi sul bagnasciuga. Nonna gabbiana ci avrebbe giurato: quasi tutti, dopo aver ascoltato la sua storia, stavano adesso pensando a qualcosa di loro che li faceva assomigliare all’uccello Kankucho. Ma siccome voleva sapere se la sua impressione era giusta, si rivolse a un pinguino maschio che, avendo incrociato il suo sguardo, aveva infilato velocemente le ali nei taschini del gilet, con aria indifferente. «Forse sì… qualche volta… quando faccio tanta fatica a sentire la sveglia di mattina, mi riprometto di andare a letto più presto. Ma ogni sera me ne scordo, e resto a guardare la TV fino a notte fonda…».<br />Nonna gabbiana sorrideva strizzando i suoi lunghi occhi grigi. Apprezzava la sincerità del giovanotto. E così, come d’incanto, tutti i presenti cominciarono a prendere la parola, per dire di quella parte di sé che li faceva pensare all’uccello Kankucho. Anche il piccolo pellicano, che doveva essere nato con l’ultima schiusa, si fece coraggio e cominciò a raccontare di tutte le volte che il cuore gli sobbalzava in gola all’interrogazione della maestra, di come ogni volta pensasse: «Accidenti no! Proprio oggi che non ho studiato bene», e di come decidesse ogni volta di cominciare i compiti di pomeriggio e non dopo cena quando la luce stava per finire.<br />Nonna gabbiana era soddisfatta. La sua festa stava prendendo la piega che lei aveva desiderato. Ogni invitato era a suo agio, parlava di sé e aveva voglia di ascoltare chi gli stava vicino. «Sapete perché questa storia mi piace?» esclamò d’improvviso, zittendo tutti gli altri con un tono acuto e forte. «Perché fa capire che non bisogna vergognarsi di essere pigri e negligenti, perché ogni animale è anche un po’ un uccello Kankucho». «E poi – aggiunse sottovoce con l’aria divertita – fa capire anche un’altra cosa». Tutti la guardavano in silenzio aspettando di sapere.<br />«Fa capire che tutto dipende da noi. Una mia amica mi ha raccontato una volta – non so se scherzasse, ma vi assicuro che di lei ci si può fidare – di aver incontrato, sulle Montagne Nevose, un uccello grande, colorato di verde e di blu, un po’ spennacchiato e dal becco giallo e forte.<br />Tutti lo chiamano Kankucho. Vive sul ramo più alto di un grosso albero, di fronte alla grande vallata, in un nido spazioso, ben fatto, riscaldato, con tanto di scaletta e di veranda esposta a sud. Di mattina si sveglia presto per andare a raccogliere la colazione per tutti i suoi ospiti: diversi uccelli del suo stesso colore, qualche fringuello, un aquilotto, addirittura tre scoiattoli delle nevi.<br />In paese raccontano che un lontano mattino, dopo essere quasi morto di freddo durante l’ennesima notte passata all’addiaccio, aveva incontrato un gruppo di giovani uccelli stranieri, persi nel bosco e quasi assiderati. Quello stesso giorno venne visto intento a intrecciare rametti e pagliuzze, per ore e ore, fino a quando non ebbe compiuto la sua opera. Un bel nido robusto, che chiamò “casa Kankucho”, e che diventò il nido più grande, più allegro – e più caldo – di tutto il paese, sempre aperto agli animali di passaggio.<br />Questo, per lo meno, è quanto si dice in paese.<br />Ma di un fatto si può essere certi – concluse nonna gabbiana ripetendo esattamente le parole della sua amica viaggiatrice – È che in una zona di montagna molto lontana da qui un certo uccello che si fa chiamare Kankucho è stato visto prendere il sole sulla veranda del suo bel nido, e godersi da vero intenditore i tiepidi raggi insieme agli amici o da solo, per riposarsi tra un lavoretto e l’altro».]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52064976</guid><pubDate>Sat, 03 Dec 2022 16:28:05 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52064976/l_uccello_kankucho.mp3" length="7227716" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Paola Camiciottoli</itunes:author><itunes:subtitle>Sulle Montagne Nevose vive un uccello chiamato Kankucho, che la notte si lamenta torturato dal freddo pungente e decide che la mattina seguente si costruirà il nido. Ma quando si fa giorno, se ne dimentica e dorme riscaldato dai tiepidi raggi del sole...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Sulle Montagne Nevose vive un uccello chiamato Kankucho, che la notte si lamenta torturato dal freddo pungente e decide che la mattina seguente si costruirà il nido. Ma quando si fa giorno, se ne dimentica e dorme riscaldato dai tiepidi raggi del sole del mattino. Così, senza costruirsi il nido, continua a lamentarsi vanamente per tutta la vita». (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, p. 243).<br /><br />Nonna gabbiana abbassò di nuovo i suoi occhialetti sottili, lasciandoli penzolare sulle piume del petto, per poter guardare meglio le espressioni di chi l’aveva ascoltata. In tanti erano venuti a festeggiarla, per il suo novantesimo compleanno, e a sentirla leggere le sue storie.<br />Nonna gabbiana di storie ne conosceva a bizzeffe, della Cina e dell’India, del Giappone e dell’Uruguay. Parlavano di principi e dinastie, di castelli sommersi dagli oceani, di viaggi intorno al mondo. Eppure, non poteva farci niente: quella dell’uccello Kankucho era la sua preferita.<br />Lo capiva bene, lei, l’uccello Kankucho, anche se era una gabbiana nata in quest’isola in mezzo all’oceano e in teoria non doveva avere niente a che vedere con un uccello delle Montagne Nevose. Eppure ci si riconosceva alla perfezione. Riconosceva soprattutto quella sua antica indolenza di giovane gabbianella, quando le ore più calde del giorno, invece che ad allenarsi a inseguire le sardine – come le aveva insegnato sua madre – le passava a giocare con le scaglie di luce sul mare, immaginando che fossero pesci fantasma, che scomparivano non appena lei provava a prenderli con il becco. Poi però immancabilmente, al momento di andare a tavola, quando le sue sorelle, i fratelli e tutti i cugini mettevano sullo scoglio comune i pesci pescati per il pranzo, lei non aveva niente da offrire e ci rimaneva sempre molto male. E così ogni volta si riprometteva che il giorno successivo non avrebbe giocato tutto il tempo, e avrebbe pescato qualcosa di buono per i suoi amici. Ma immancabilmente al mattino, quando doveva concentrarsi per scovare sotto la superficie del mare blu scuro la sagoma della piccola sardina, preferiva volare in velocità col vento a favore, e tuffarsi a capofitto per prendere di sorpresa una scaglia di sole abbagliante… E già… Quanto tempo è passato…<br />Nonna gabbiana smise di ricordare, distolse lo sguardo dall’orizzonte e si concentrò sugli occhi dei suoi invitati: erano in tanti e tutti assorti. C’erano tartarughe marine, pinguini, pellicani, altri uccelli acquatici di varia foggia, qualche capra, due muli e diversi granchi che avevano smesso di rincorrersi sul bagnasciuga. Nonna gabbiana ci avrebbe giurato: quasi tutti, dopo aver ascoltato la sua storia, stavano adesso pensando a qualcosa di loro che li faceva assomigliare all’uccello Kankucho. Ma siccome voleva sapere se la sua impressione era giusta, si rivolse a un pinguino maschio che, avendo incrociato il suo sguardo, aveva infilato velocemente le ali nei taschini del gilet, con aria indifferente. «Forse sì… qualche volta… quando faccio tanta fatica a sentire la sveglia di mattina, mi riprometto di andare a letto più presto. Ma ogni sera me ne scordo, e resto a guardare la TV fino a notte fonda…».<br />Nonna gabbiana sorrideva strizzando i suoi lunghi occhi grigi. Apprezzava la sincerità del giovanotto. E così, come d’incanto, tutti i presenti cominciarono a prendere la parola, per dire di quella parte di sé che li faceva pensare all’uccello Kankucho. Anche il piccolo pellicano, che doveva essere nato con l’ultima schiusa, si fece coraggio e cominciò a raccontare di tutte le volte che il cuore gli sobbalzava in gola all’interrogazione della maestra, di come ogni volta pensasse: «Accidenti no! Proprio oggi che non ho studiato bene», e di come decidesse ogni volta di cominciare i compiti di pomeriggio e non dopo cena quando la luce stava per finire.<br />Nonna gabbiana era soddisfatta. La sua festa stava prendendo la piega che lei aveva desiderato. 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La sua fama di arciere superava quella dei più grandi guerrieri del passato e si era sparsa fin negli angoli più remoti del Giappone. Il giorno seguente sarebbe partito per la capitale; i servi e gli stallieri stavano caricando i cavalli con un gran numero di magnifici doni per l’imperatore e Li Kuang sorrideva al tramonto ringraziando gli dèi per gli onori e la gloria che le sue imprese coraggiose avevano assicurato al paese e alla sua famiglia. Un improvviso vociare e lo scalpitio di un cavallo interruppero la serenità della sera. Un uomo trafelato si inginocchiò posando ai suoi piedi una sciarpa insanguinata: «Signore, una terribile disgrazia… la grande tigre, Shramana…» Li Kuang riconobbe il velo color del sole che sua madre portava sul capo. Fece un gesto e l’uomo proseguì: «La signora del castello era sul fiume, con le sacerdotesse, per le offerte agli dèi, quando è apparsa la grande tigre: con un balzo è piombata su di lei, divorandola, con un altro balzo è di nuovo sparita nel bosco». Li Kuang sentì il cuore trafitto da mille pugnali, ma gli occhi rimasero di ghiaccio: «Presto, le mie armi, il cavallo e dodici cavalieri!» In pochi istanti il gruppo di arcieri si slanciò giù per la collina, verso il bosco, mentre il sole calante tingeva di rosso il fiume e la pianura. «Shramana, mostro assassino, non sfuggirai alla mia vendetta» pensava Li Kuang; sentiva che stava andando incontro alla battaglia più difficile della sua vita, doveva affrontare faccia a faccia il demone del male che aveva distrutto la sua famiglia, mentre nella sua mente si affacciavano i volti delle donne e degli uomini che negli ultimi mesi erano stati uccisi dalla grande tigre. Sentì che tutto il coraggio che lo aveva reso vittorioso contro gli eserciti nemici questa volta non sarebbe bastato; cercò dentro di sé una forza più profonda e la trovò. Non si era mai sentito così determinato, cavalcava verso il folto del bosco come se conoscesse il punto esatto in cui i suoi occhi e quelli di Shramana si sarebbero incontrati. E all’improvviso, nel mezzo di una radura, la vide, accucciata immobile nella penombra. Con gesti silenziosi e veloci Li Kuang tese l’arco e scagliò una freccia, sentì un sibilo e la vide penetrare nel cuore della tigre. Un grido di vittoria uscì dalle labbra dei suoi uomini, ma quando tutti si avvicinarono al corpo inerte, si accorsero con grande meraviglia che la freccia era penetrata interamente in una grande pietra che avevano scambiato per la tigre. Li Kuang, incredulo, si allontanò dalla roccia e scagliò un’altra freccia, un’altra e un’altra ancora, ma le punte rimbalzarono e le aste si ruppero. «Tanta era la tua fede, Signore! – mormorò un cavaliere – Lo stesso accadde all’Imperatore di Han, il quale credette senza alcun dubbio alle parole del suo servitore, tanto che il fiume gelò ed egli potè portare in salvo il suo esercito». Li Kuang si sedette ai piedi della pietra e le lacrime cominciarono a scendere dai suoi occhi. Si narra che la caccia riprese: la tigre fu raggiunta e uccisa e Li Kuang divenne noto come il Generale Tigre di Pietra.<br /><br />Questa storia è raccontata nel Konjaku monogatari shu.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52064992</guid><pubDate>Sat, 03 Dec 2022 16:27:59 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52064992/tigre_di_pietra.mp3" length="5069656" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Paola Camiciottoli</itunes:author><itunes:subtitle>Il generale Li Kuang osservava l’ampia vallata dall’alto della collina dove sorgeva la ricca dimora della sua famiglia. Le sue proprietà si stendevano al di là dell’orizzonte, oltre i grandi boschi, oltre il corso serpeggiante del fiume, oltre la...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il generale Li Kuang osservava l’ampia vallata dall’alto della collina dove sorgeva la ricca dimora della sua famiglia. Le sue proprietà si stendevano al di là dell’orizzonte, oltre i grandi boschi, oltre il corso serpeggiante del fiume, oltre la pianura che si scorgeva in lontananza. L’imperatore Wu, dopo l’ultima vittoria contro l’esercito nemico, gli aveva concesso il feudo più grande di tutto l’impero e la carica di Gran Guardiano della Corona. La sua fama di arciere superava quella dei più grandi guerrieri del passato e si era sparsa fin negli angoli più remoti del Giappone. Il giorno seguente sarebbe partito per la capitale; i servi e gli stallieri stavano caricando i cavalli con un gran numero di magnifici doni per l’imperatore e Li Kuang sorrideva al tramonto ringraziando gli dèi per gli onori e la gloria che le sue imprese coraggiose avevano assicurato al paese e alla sua famiglia. Un improvviso vociare e lo scalpitio di un cavallo interruppero la serenità della sera. Un uomo trafelato si inginocchiò posando ai suoi piedi una sciarpa insanguinata: «Signore, una terribile disgrazia… la grande tigre, Shramana…» Li Kuang riconobbe il velo color del sole che sua madre portava sul capo. Fece un gesto e l’uomo proseguì: «La signora del castello era sul fiume, con le sacerdotesse, per le offerte agli dèi, quando è apparsa la grande tigre: con un balzo è piombata su di lei, divorandola, con un altro balzo è di nuovo sparita nel bosco». Li Kuang sentì il cuore trafitto da mille pugnali, ma gli occhi rimasero di ghiaccio: «Presto, le mie armi, il cavallo e dodici cavalieri!» In pochi istanti il gruppo di arcieri si slanciò giù per la collina, verso il bosco, mentre il sole calante tingeva di rosso il fiume e la pianura. «Shramana, mostro assassino, non sfuggirai alla mia vendetta» pensava Li Kuang; sentiva che stava andando incontro alla battaglia più difficile della sua vita, doveva affrontare faccia a faccia il demone del male che aveva distrutto la sua famiglia, mentre nella sua mente si affacciavano i volti delle donne e degli uomini che negli ultimi mesi erano stati uccisi dalla grande tigre. Sentì che tutto il coraggio che lo aveva reso vittorioso contro gli eserciti nemici questa volta non sarebbe bastato; cercò dentro di sé una forza più profonda e la trovò. Non si era mai sentito così determinato, cavalcava verso il folto del bosco come se conoscesse il punto esatto in cui i suoi occhi e quelli di Shramana si sarebbero incontrati. E all’improvviso, nel mezzo di una radura, la vide, accucciata immobile nella penombra. Con gesti silenziosi e veloci Li Kuang tese l’arco e scagliò una freccia, sentì un sibilo e la vide penetrare nel cuore della tigre. Un grido di vittoria uscì dalle labbra dei suoi uomini, ma quando tutti si avvicinarono al corpo inerte, si accorsero con grande meraviglia che la freccia era penetrata interamente in una grande pietra che avevano scambiato per la tigre. Li Kuang, incredulo, si allontanò dalla roccia e scagliò un’altra freccia, un’altra e un’altra ancora, ma le punte rimbalzarono e le aste si ruppero. «Tanta era la tua fede, Signore! – mormorò un cavaliere – Lo stesso accadde all’Imperatore di Han, il quale credette senza alcun dubbio alle parole del suo servitore, tanto che il fiume gelò ed egli potè portare in salvo il suo esercito». Li Kuang si sedette ai piedi della pietra e le lacrime cominciarono a scendere dai suoi occhi. 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Di’ la verità… guarda che se hai preso un brutto voto non fa nulla?! Capito?»<br />«No, non è questo…»<br />«E allora che c’è… avanti dillo a mamma tua».<br />«Oggi a scuola la maestra ci ha parlato dell’inferno… e mi ha fatto paura».<br />«Perché, cosa vi ha detto?»<br />«Ha detto che è tutto pieno di fiamme e la gente brucia».<br />«Ma guarda che questo è un modo di dire… un modo per dire che si sta male… Devi sapere che in un paese lontano lontano, a destra di tutte le cartine geografiche, si racconta la storia di un uomo che aveva visto l’inferno e il paradiso e quando gli chiesero cosa avesse visto raccontò che tutti, all’inferno come in paradiso, avevano la stessa tavola imbandita con ogni prelibatezza ma all’inferno erano tutti tristi e sconsolati perché le posate erano delle lunghissime bacchette, con le quali era impossibile portare il cibo alla bocca ed erano tutti magri magri e tristi. Nel paradiso non è che mangiassero nulla di diverso né che avessero bacchette più corte ma… ascolta bene… erano tutti allegri e sazi perché si imboccavano l’un l’altro».<br />Palì era più sereno e disse: «È proprio come la storia che mi ha raccontato papà!»<br />E la mamma: «Quale?»<br />Così, una storia per uno, anche Palì raccontò la sua.<br />Ed era la storia del paese di Braccioteso dove tutti gli abitanti non avevano i gomiti, così non potevano piegare le braccia. C’erano due famiglie: la famiglia Tuttomio e la famiglia Pensoatté.<br />A casa Tuttomio, nonostante le prelibatezze che cucinava la mamma, nessuno mangiava, erano tutti affamati, arrabbiati e nervosi. Li si sentiva litigare, dire parolacce e nel tempo erano diventati magri quasi come grissini. Perché? Perché chiaramente non riuscivano a mettersi in bocca tutte quelle prelibatezze.<br />Appena di fronte abitavano quelli della famiglia Pensoatté. Erano conosciuti come le persone più gentili, allegre e giocherellone del paese. Godevano di ottima salute e di certo non sembrava che morissero di fame.<br />Un giorno, all’ora di pranzo, spinto dalla curiosità e dall’invidia Martino Tuttomio andò a spiare dalla finestra la famiglia Pensoatté e vide una cosa inaudita.<br />Cosa aveva scoperto?<br />Stavano tutti seduti attorno a una tavola rettangolare e a due a due si imboccavano l’uno con l’altro.<br />Una scoperta sensazionale. Martino, entusiasta, corse a dirlo a tutto il paese. Da allora tutti seguirono l’esempio della famiglia Pensoatté e vissero felici, contenti e ben sazi.<br />«Vedi – gli disse la mamma – il paradiso e l’inferno sono nel cuore delle persone, nei loro comportamenti, e quindi è come se esistessero dentro di noi quando ci comportiamo bene o male con le persone o le cose».<br />Palì era davvero più contento ora. Come se fosse in paradiso.<br /><br />Da un antico racconto cinese.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52064920</guid><pubDate>Sat, 03 Dec 2022 16:27:47 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52064920/nel_paese_di_braccioteso.mp3" length="4287236" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Paola Camiciottoli</itunes:author><itunes:subtitle>Era tornato tutto triste da scuola Palì. Tutto triste davvero. E la mamma se ne era accorta: le mamme se ne accorgono sempre quando sei triste.&#13;
«Che c’è Palì? Dillo a mamma! Perché sei triste?»&#13;
Lui, il piccolo Palì, niente. Muto, non diceva nulla....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Era tornato tutto triste da scuola Palì. Tutto triste davvero. E la mamma se ne era accorta: le mamme se ne accorgono sempre quando sei triste.<br />«Che c’è Palì? Dillo a mamma! Perché sei triste?»<br />Lui, il piccolo Palì, niente. Muto, non diceva nulla. Ma la mamma che sapeva come prenderlo chiese: «Problemi a scuola? Di’ la verità… guarda che se hai preso un brutto voto non fa nulla?! Capito?»<br />«No, non è questo…»<br />«E allora che c’è… avanti dillo a mamma tua».<br />«Oggi a scuola la maestra ci ha parlato dell’inferno… e mi ha fatto paura».<br />«Perché, cosa vi ha detto?»<br />«Ha detto che è tutto pieno di fiamme e la gente brucia».<br />«Ma guarda che questo è un modo di dire… un modo per dire che si sta male… Devi sapere che in un paese lontano lontano, a destra di tutte le cartine geografiche, si racconta la storia di un uomo che aveva visto l’inferno e il paradiso e quando gli chiesero cosa avesse visto raccontò che tutti, all’inferno come in paradiso, avevano la stessa tavola imbandita con ogni prelibatezza ma all’inferno erano tutti tristi e sconsolati perché le posate erano delle lunghissime bacchette, con le quali era impossibile portare il cibo alla bocca ed erano tutti magri magri e tristi. Nel paradiso non è che mangiassero nulla di diverso né che avessero bacchette più corte ma… ascolta bene… erano tutti allegri e sazi perché si imboccavano l’un l’altro».<br />Palì era più sereno e disse: «È proprio come la storia che mi ha raccontato papà!»<br />E la mamma: «Quale?»<br />Così, una storia per uno, anche Palì raccontò la sua.<br />Ed era la storia del paese di Braccioteso dove tutti gli abitanti non avevano i gomiti, così non potevano piegare le braccia. C’erano due famiglie: la famiglia Tuttomio e la famiglia Pensoatté.<br />A casa Tuttomio, nonostante le prelibatezze che cucinava la mamma, nessuno mangiava, erano tutti affamati, arrabbiati e nervosi. Li si sentiva litigare, dire parolacce e nel tempo erano diventati magri quasi come grissini. Perché? Perché chiaramente non riuscivano a mettersi in bocca tutte quelle prelibatezze.<br />Appena di fronte abitavano quelli della famiglia Pensoatté. Erano conosciuti come le persone più gentili, allegre e giocherellone del paese. Godevano di ottima salute e di certo non sembrava che morissero di fame.<br />Un giorno, all’ora di pranzo, spinto dalla curiosità e dall’invidia Martino Tuttomio andò a spiare dalla finestra la famiglia Pensoatté e vide una cosa inaudita.<br />Cosa aveva scoperto?<br />Stavano tutti seduti attorno a una tavola rettangolare e a due a due si imboccavano l’uno con l’altro.<br />Una scoperta sensazionale. Martino, entusiasta, corse a dirlo a tutto il paese. Da allora tutti seguirono l’esempio della famiglia Pensoatté e vissero felici, contenti e ben sazi.<br />«Vedi – gli disse la mamma – il paradiso e l’inferno sono nel cuore delle persone, nei loro comportamenti, e quindi è come se esistessero dentro di noi quando ci comportiamo bene o male con le persone o le cose».<br />Palì era davvero più contento ora. Come se fosse in paradiso.<br /><br />Da un antico racconto cinese.]]></itunes:summary><itunes:duration>268</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/942d8ec90eac3f4449b1f879066f4876.jpg"/><itunes:episode>9</itunes:episode><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il falco e il piccione</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-falco-e-il-piccione--52064933</link><description><![CDATA[Tantissimo tempo fa, nell’antica India, viveva una divinità chiamata Indra. Era il dio del cielo e aveva poteri illimitati, governava il bello e il brutto tempo, il cielo azzurro e le tempeste, i lampi, i tuoni e i venti.<br />Indra era anche un dio a cui stavano a cuore gli esseri viventi. Grazie al sole e alla pioggia nutriva le piante e le faceva crescere, procurando cibo abbondante per gli animali e per le comunità umane. Egli era sempre alla ricerca di uomini, donne o dèi che avessero una saggezza tanto vasta e profonda da riuscire a comprendere e penetrare l’infinito significato della vita di tutti gli esseri. Quando, osservando la vita della gente, scorgeva un pensiero, una parola o un gesto d’amore per gli altri, il suo cuore gioiva, e il tempo in quella regione manifestava la stessa sua serenità: un tiepido sole scaldava la terra, oppure una pioggia sottile e abbondante nutriva i raccolti. La vista della malvagità e dell’ipocrisia rendevano invece il suo cuore buio e tempestoso e riempiva i suoi occhi di lacrime, tanto da scatenare tempeste, tifoni e terremoti.<br />Un giorno Indra era in preda alla tristezza, perché sembrava che nel mondo degli esseri umani prevalessero soltanto l’egoismo e la violenza. Chiese allora al dio Visvakarma se conosceva qualcuno la cui saggezza e compassione fossero virtù autentiche e non soltanto apparenza. Visvakarma raccontò allora di aver sentito parlare, in una locanda del regno degli esseri umani, di un re, chiamato Sibi, che governava la regione di Kushinagara, il cui comportamento compassionevole rispecchiava la sua saggezza profonda. Pur essendo re egli non esercitava il suo potere per favorire se stesso o alcuni a scapito di altri, ma si considerava al servizio del popolo intero. Non viveva nel lusso, in quanto aveva compreso che possedere ciò di cui gli altri hanno bisogno era anch’essa una forma di violenza. Viveva semplicemente e, attraverso lo sforzo costante, ricercava il miglioramento personale e del suo popolo, e il bene di tutti gli esseri viventi.<br />Indra decise allora di conoscerlo, nella speranza che il re Sibi avrebbe in futuro ottenuto il risveglio e fosse divenuto un Budda. Indra sapeva bene che fra tanti pesci piccoli pochi divengono grandi, e che fra tanti frutti di mango acerbi pochi divengono maturi. Tuttavia decise di non abbandonare la speranza. Si trasformò allora in falco, e chiese a Visvakarma di trasformarsi in un piccione dal corpo azzurro come il cielo e gli occhi rossi come rubini, per mettere alla prova la saggezza del re.<br />Scesero dal cielo come un arcobaleno, e il piccione, inseguito dal falco, si rifugiò sotto il trono del re che riceveva in udienza per risolvere le questioni del suo popolo. I volti delle persone si riempirono di stupore nel vedere come persino gli animali cercassero l’aiuto del loro re.<br />Il falcone allora disse: «O re, dammi il piccione che è la mia preda». Ma Sibi, guardando gli occhi pieni di paura della bestia rannicchiata sotto il trono, rispose al falco: «Questo piccione che tu hai inseguito, pieno di paura, è volato fino a me affinché io proteggessi la sua vita. Io sono il re Sibi, e da molti anni ho deciso di proteggere e sostenere la vita di tutti gli esseri viventi. Piuttosto che darti il piccione e permettere in tal modo la sua morte, sono disposto a sacrificare la mia stessa vita». Il falco rispose: «O re, quel piccione è il cibo per me e i miei piccoli. Se è vero che hai promesso di sostenere la vita di tutti gli esseri viventi, non puoi permettere che io e la mia famiglia moriamo di fame. Rendimi il mio cibo». Sibi replicò: «Non hai altro cibo per sostenere la tua vita?». «No – disse il falco – io mi nutro di carne e sangue». Il re disse: «La mia carne sarebbe cibo buono per te?». «Certamente – rispose il falco – se mi darai una quantità della tua carne equivalente al peso del piccione io potrò sfamare me e la mia prole e me ne andrò via lasciando quel piccione in pace». A quelle parole il re provò una gioia profonda, e pensò: «Oggi è veramente un giorno fortunato. Da molti anni mi sforzo di proteggere e fare il bene degli altri. Oggi posso mettere alla prova la mia compassione, e grazie al mio stesso sacrificio sarò in grado di salvare una vita e di provare la giustezza di ciò che sento nel cuore».<br />Chiese allora a un servitore di portare una bilancia e un coltello affilato. Poi si denudò una coscia e gli ordinò di tagliare un pezzo della sua carne. Ma il servitore, terrorizzato, balbettò: «Come posso io tagliare la carne di un re così saggio e buono che tanto ha fatto per me e la mia famiglia? Piuttosto sacrificherei la mia stessa vita per evitarvi un così grande dolore!». Il re allora prese il coltello e, incurante della sofferenza, tagliò egli stesso dalla sua coscia un pezzo di carne grande come il piccione.<br />Pose quindi l’uccello su un piatto della bilancia e la sua carne sull’altro, ma il piccione pesava di più. Indra gli disse allora: «O re, hai sofferto abbastanza. Dammi il piccione e io volerò via contento». Ma il re rispose: «Oramai ho preso la mia decisione, e grazie a essa anche il dolore che provo nel tagliare la mia carne è inferiore alla gioia che provo nel salvare una vita». E così dicendo tagliò un altro pezzo, ma il piccione pesava sempre di più. Il re continuò a tagliare fino a che rimasero di lui solo le bianche ossa, ma la bilancia non si muoveva.<br />All’improvviso il re comprese ciò che non aveva ancora mai compreso: che il valore di una vita poteva essere eguagliato solo da un’altra vita. Salì allora egli stesso sul piatto della bilancia, la quale immediatamente fu in equilibrio. In quel momento la terra tremò e il cielo risuonò di commozione. Il falco si trasformò nel dio Indra, e il piccione nel dio Visvakarma, che si inchinarono di fronte a Sibi, il futuro Budda, e gli donarono all’istante un corpo nuovo e meraviglioso.<br /><br />Questa favola è stata tratta dal Sutralankara di Asvagosha.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52064933</guid><pubDate>Sat, 03 Dec 2022 16:27:36 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52064933/il_falco_e_il_piccione.mp3" length="7154573" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Paola Camiciottoli</itunes:author><itunes:subtitle>Tantissimo tempo fa, nell’antica India, viveva una divinità chiamata Indra. Era il dio del cielo e aveva poteri illimitati, governava il bello e il brutto tempo, il cielo azzurro e le tempeste, i lampi, i tuoni e i venti.&#13;
Indra era anche un dio a cui...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Tantissimo tempo fa, nell’antica India, viveva una divinità chiamata Indra. Era il dio del cielo e aveva poteri illimitati, governava il bello e il brutto tempo, il cielo azzurro e le tempeste, i lampi, i tuoni e i venti.<br />Indra era anche un dio a cui stavano a cuore gli esseri viventi. Grazie al sole e alla pioggia nutriva le piante e le faceva crescere, procurando cibo abbondante per gli animali e per le comunità umane. Egli era sempre alla ricerca di uomini, donne o dèi che avessero una saggezza tanto vasta e profonda da riuscire a comprendere e penetrare l’infinito significato della vita di tutti gli esseri. Quando, osservando la vita della gente, scorgeva un pensiero, una parola o un gesto d’amore per gli altri, il suo cuore gioiva, e il tempo in quella regione manifestava la stessa sua serenità: un tiepido sole scaldava la terra, oppure una pioggia sottile e abbondante nutriva i raccolti. La vista della malvagità e dell’ipocrisia rendevano invece il suo cuore buio e tempestoso e riempiva i suoi occhi di lacrime, tanto da scatenare tempeste, tifoni e terremoti.<br />Un giorno Indra era in preda alla tristezza, perché sembrava che nel mondo degli esseri umani prevalessero soltanto l’egoismo e la violenza. Chiese allora al dio Visvakarma se conosceva qualcuno la cui saggezza e compassione fossero virtù autentiche e non soltanto apparenza. Visvakarma raccontò allora di aver sentito parlare, in una locanda del regno degli esseri umani, di un re, chiamato Sibi, che governava la regione di Kushinagara, il cui comportamento compassionevole rispecchiava la sua saggezza profonda. Pur essendo re egli non esercitava il suo potere per favorire se stesso o alcuni a scapito di altri, ma si considerava al servizio del popolo intero. Non viveva nel lusso, in quanto aveva compreso che possedere ciò di cui gli altri hanno bisogno era anch’essa una forma di violenza. Viveva semplicemente e, attraverso lo sforzo costante, ricercava il miglioramento personale e del suo popolo, e il bene di tutti gli esseri viventi.<br />Indra decise allora di conoscerlo, nella speranza che il re Sibi avrebbe in futuro ottenuto il risveglio e fosse divenuto un Budda. Indra sapeva bene che fra tanti pesci piccoli pochi divengono grandi, e che fra tanti frutti di mango acerbi pochi divengono maturi. Tuttavia decise di non abbandonare la speranza. Si trasformò allora in falco, e chiese a Visvakarma di trasformarsi in un piccione dal corpo azzurro come il cielo e gli occhi rossi come rubini, per mettere alla prova la saggezza del re.<br />Scesero dal cielo come un arcobaleno, e il piccione, inseguito dal falco, si rifugiò sotto il trono del re che riceveva in udienza per risolvere le questioni del suo popolo. I volti delle persone si riempirono di stupore nel vedere come persino gli animali cercassero l’aiuto del loro re.<br />Il falcone allora disse: «O re, dammi il piccione che è la mia preda». Ma Sibi, guardando gli occhi pieni di paura della bestia rannicchiata sotto il trono, rispose al falco: «Questo piccione che tu hai inseguito, pieno di paura, è volato fino a me affinché io proteggessi la sua vita. Io sono il re Sibi, e da molti anni ho deciso di proteggere e sostenere la vita di tutti gli esseri viventi. Piuttosto che darti il piccione e permettere in tal modo la sua morte, sono disposto a sacrificare la mia stessa vita». Il falco rispose: «O re, quel piccione è il cibo per me e i miei piccoli. Se è vero che hai promesso di sostenere la vita di tutti gli esseri viventi, non puoi permettere che io e la mia famiglia moriamo di fame. Rendimi il mio cibo». Sibi replicò: «Non hai altro cibo per sostenere la tua vita?». «No – disse il falco – io mi nutro di carne e sangue». Il re disse: «La mia carne sarebbe cibo buono per te?». «Certamente – rispose il falco – se mi darai una quantità della tua carne equivalente al peso del piccione io potrò sfamare me e la mia prole e me ne andrò via lasciando quel piccione in pace». A quelle parole il re provò una...]]></itunes:summary><itunes:duration>448</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/942d8ec90eac3f4449b1f879066f4876.jpg"/><itunes:episode>7</itunes:episode><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sessen Doji</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sessen-doji--52064953</link><description><![CDATA[Nell’antico oriente, quando c’erano tante foreste e non avevano ancora inventato né i libri né le scuole, i giovani che volevano diventare saggi andavano a vivere nei boschi per conoscere la natura e scoprire come funziona la vita. Questa storia racconta di un giovane chiamato Sessen Doji che viveva sulle Montagne Nevose, si cibava di frutti e di felci e si vestiva con una pelle di cervo.<br />Osservando attentamente il mondo, il ragazzo comprese che tutto ciò che nasce è destinato a morire. Tutto appare e scompare così velocemente come la luce di un lampo – pensava – come la rugiada che si scioglie al sole del mattino, come la lampada che è spenta facilmente dal vento. Nulla può sfuggire alla morte: alla fine tutti faremo il viaggio alle “sorgenti gialle” (il regno dell’oltretomba secondo gli antichi orientali).<br />Sessen Doji voleva capire il perché di tutto questo: si ritirò allora sulla montagna per riflettere e meditare.<br />Guardando dall’alto del cielo, un dio di nome Taishaku lo vide e pensò: «Benché nascano molti pesciolini, sono pochi quelli che diventano pesci adulti; benché i fiori del mango siano molti, sono pochi quelli che danno frutti. Lo stesso avviene per gli esseri umani: molti desiderano ottenere risposte alle loro domande, ma pochi ci riescono. La strada è piena di ostacoli e pochi riescono a perseverare e ad arrivare fino in fondo. Voglio mettere alla prova Sessen Doji». Così pensando, Taishaku prese l’aspetto di un mostro e si materializzò a fianco del giovane.<br />Sessen Doji non era riuscito ancora a scoprire nulla. A un tratto udì una vocina che diceva: «Tutto si trasforma, niente rimane uguale a se stesso. Questa è la legge di nascita e morte». Sorpreso, il giovane pensò: «Fantastico! è proprio quello che ho capito anch’io. Ma certamente chi ha parlato avrà ancora qualcosa da dire».<br />Si guardò intorno, ma non vide nessuno tranne un orribile mostro. Il suo aspetto era terrificante, i capelli erano come delle fiamme, i denti sporgevano dalla bocca come spade e i suoi occhi fissavano ferocemente Sessen Doji. Vedendolo, il giovane si fece coraggio e gli chiese: «Hai pronunciato tu quelle parole?». Il mostro rispose: «Non parlarmi! Non mangio nulla da vari giorni, sono affamato, esausto, sono fuori di me. Avrò detto qualche stupidaggine, ma nel mio intontimento non so nemmeno io cosa ho detto». «Ti prego – disse il giovane – finisci quello che volevi dire. Per me udire metà di un verso è come vedere solo metà della luna o ottenere mezzo gioiello». Rispose il mostro: «Io ora sto morendo di fame e non ho la forza di parlare. Non dirmi più niente!».<br />Il giovane propose: «Potresti insegnarmelo se avessi qualcosa da mangiare?». Il mostro rispose di sì. Esultante di gioia il giovane chiese: «Cosa vorresti mangiare?». «Non me lo chiedere – urlò il mostro – se te lo dicessi, sicuramente rimarresti terrorizzato. Inoltre tu non potresti darmelo».<br />Ma il giovane insistette ancora: «Dimmi cosa vuoi, e io cercherò di procurartelo».<br />Il mostro rispose: «Io mangio soltanto carne umana».<br />Sessen Doji disse: «Non preoccuparti. Il tuo cibo è qui, non devi cercarlo altrove. Ti prego di insegnarmi l’altro verso e io ti offrirò il mio corpo». Il mostro si infuriò e chiese: «Chi potrebbe credere che tu dici la verità? Dopo aver udito il verso, chi mi garantisce che non scapperai?».<br />Sessen Doji rispose: «Questo mio corpo alla fine deve morire: lo dono con gioia per sapere la verità. È come scambiare sassi con oro. Chiamo a testimoni tutti gli dèi e tutti i Budda dell’universo: non potrei ingannarti».<br />A queste parole il mostro si persuase e disse: «Se quel che dici è vero, ti insegnerò il verso». Felicissimo, Sessen Doji si inchinò, giunse le mani e con profondo e sincero rispetto si preparò ad ascoltare.<br />Il mostro parlò: «Soltanto vincendo la paura della morte si può essere veramente felici».<br />Appena udite queste parole Sessen Doji provò una gioia senza limiti. Per ricordarle anche nelle vite successive, le ripeté più volte incidendole profondamente nel suo cuore. Poi scrisse questi versi sulle pietre, sulla superficie delle rocce, sugli alberi lungo la strada, sperando che altre persone li leggessero e comprendessero la verità.<br />Quindi salì su un albero e si gettò davanti al mostro per farsi mangiare. Ma prima che toccasse il suolo, il mostro riprese istantaneamente l’aspetto del dio Taishaku, afferrò al volo il suo corpo, lo depose delicatamente a terra e inchinandosi rispettosamente disse: «Per mettere alla prova il tuo coraggio e il tuo desiderio di scoprire la verità io ho taciuto per un poco un sacro insegnamento del Buddismo e ho fatto soffrire un giovane saggio e buono. Ti prego di perdonarmi».<br />Tutti gli esseri celesti si adunarono e lodarono Sessen Doji: «Ben fatto, ben fatto!».<br />Avendo avuto il coraggio di donare il suo corpo per ascoltare la verità, Sessen Doji visse felice e senza paura per secoli e secoli.<br /><br />Questa storia è raccontata nel sutra del Nirvana.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52064953</guid><pubDate>Sat, 03 Dec 2022 16:27:30 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52064953/sessen_doji.mp3" length="6083344" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Paola Camiciottoli</itunes:author><itunes:subtitle>Nell’antico oriente, quando c’erano tante foreste e non avevano ancora inventato né i libri né le scuole, i giovani che volevano diventare saggi andavano a vivere nei boschi per conoscere la natura e scoprire come funziona la vita. Questa storia...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nell’antico oriente, quando c’erano tante foreste e non avevano ancora inventato né i libri né le scuole, i giovani che volevano diventare saggi andavano a vivere nei boschi per conoscere la natura e scoprire come funziona la vita. Questa storia racconta di un giovane chiamato Sessen Doji che viveva sulle Montagne Nevose, si cibava di frutti e di felci e si vestiva con una pelle di cervo.<br />Osservando attentamente il mondo, il ragazzo comprese che tutto ciò che nasce è destinato a morire. Tutto appare e scompare così velocemente come la luce di un lampo – pensava – come la rugiada che si scioglie al sole del mattino, come la lampada che è spenta facilmente dal vento. Nulla può sfuggire alla morte: alla fine tutti faremo il viaggio alle “sorgenti gialle” (il regno dell’oltretomba secondo gli antichi orientali).<br />Sessen Doji voleva capire il perché di tutto questo: si ritirò allora sulla montagna per riflettere e meditare.<br />Guardando dall’alto del cielo, un dio di nome Taishaku lo vide e pensò: «Benché nascano molti pesciolini, sono pochi quelli che diventano pesci adulti; benché i fiori del mango siano molti, sono pochi quelli che danno frutti. Lo stesso avviene per gli esseri umani: molti desiderano ottenere risposte alle loro domande, ma pochi ci riescono. La strada è piena di ostacoli e pochi riescono a perseverare e ad arrivare fino in fondo. Voglio mettere alla prova Sessen Doji». Così pensando, Taishaku prese l’aspetto di un mostro e si materializzò a fianco del giovane.<br />Sessen Doji non era riuscito ancora a scoprire nulla. A un tratto udì una vocina che diceva: «Tutto si trasforma, niente rimane uguale a se stesso. Questa è la legge di nascita e morte». Sorpreso, il giovane pensò: «Fantastico! è proprio quello che ho capito anch’io. Ma certamente chi ha parlato avrà ancora qualcosa da dire».<br />Si guardò intorno, ma non vide nessuno tranne un orribile mostro. Il suo aspetto era terrificante, i capelli erano come delle fiamme, i denti sporgevano dalla bocca come spade e i suoi occhi fissavano ferocemente Sessen Doji. Vedendolo, il giovane si fece coraggio e gli chiese: «Hai pronunciato tu quelle parole?». Il mostro rispose: «Non parlarmi! Non mangio nulla da vari giorni, sono affamato, esausto, sono fuori di me. Avrò detto qualche stupidaggine, ma nel mio intontimento non so nemmeno io cosa ho detto». «Ti prego – disse il giovane – finisci quello che volevi dire. Per me udire metà di un verso è come vedere solo metà della luna o ottenere mezzo gioiello». Rispose il mostro: «Io ora sto morendo di fame e non ho la forza di parlare. Non dirmi più niente!».<br />Il giovane propose: «Potresti insegnarmelo se avessi qualcosa da mangiare?». Il mostro rispose di sì. Esultante di gioia il giovane chiese: «Cosa vorresti mangiare?». «Non me lo chiedere – urlò il mostro – se te lo dicessi, sicuramente rimarresti terrorizzato. Inoltre tu non potresti darmelo».<br />Ma il giovane insistette ancora: «Dimmi cosa vuoi, e io cercherò di procurartelo».<br />Il mostro rispose: «Io mangio soltanto carne umana».<br />Sessen Doji disse: «Non preoccuparti. Il tuo cibo è qui, non devi cercarlo altrove. Ti prego di insegnarmi l’altro verso e io ti offrirò il mio corpo». Il mostro si infuriò e chiese: «Chi potrebbe credere che tu dici la verità? Dopo aver udito il verso, chi mi garantisce che non scapperai?».<br />Sessen Doji rispose: «Questo mio corpo alla fine deve morire: lo dono con gioia per sapere la verità. È come scambiare sassi con oro. Chiamo a testimoni tutti gli dèi e tutti i Budda dell’universo: non potrei ingannarti».<br />A queste parole il mostro si persuase e disse: «Se quel che dici è vero, ti insegnerò il verso». Felicissimo, Sessen Doji si inchinò, giunse le mani e con profondo e sincero rispetto si preparò ad ascoltare.<br />Il mostro parlò: «Soltanto vincendo la paura della morte si può essere veramente felici».<br />Appena udite queste parole Sessen Doji provò una gioia senza limiti. 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Diventerà famoso per le sue gesta con le cinque armi».<br />Il re e la regina, sentendo questa predizione, decisero di chiamarlo Cinquearmi.<br />Il bambino crebbe sano, forte, bello e straordinariamente intelligente.<br />Quando ebbe sedici anni il re lo chiamò e disse: «Figlio mio caro, adesso dovrai apprendere le arti e le scienze». «Da quale maestro dovrò impararle?» chiese Cinquearmi. «Andrai nella città di Takkasila, nel regno del Gandhara – rispose il re – lì troverai il più grande di tutti i maestri».<br />Detto ciò gli consegnò una borsa con mille talenti dicendo: «Questo è il compenso che dovrai dargli». Poi Brahmadatta e la regina lo abbracciarono commossi e lo lasciarono andare.<br />Il giovane principe partì e raggiunse il suo maestro. Per mesi, mesi e mesi imparò tutte le arti e tutte le scienze e, giunto il tempo di tornare dai suoi genitori, si inchinò davanti al saggio precettore per ringraziarlo. Il vecchio lo salutò con affetto e gli fece dono di cinque meravigliose armi.<br />Orgoglioso del regalo, il futuro re di Benares si mise in cammino verso la casa dei suoi genitori. Era allegro e le sue mani carezzavano spesso le armi che brillavano lucenti quando i raggi del sole le colpivano.<br />Camminò per giorni e giorni a passo veloce, attraversando fiumi limpidi, montagne, selve e foreste meravigliose, finché non giunse in un villaggio al confine con un bosco nero e fitto.<br />«Non entrare in quel bosco giovane guerriero – implorarono gli abitanti del villaggio – per favore non farlo: lì abita un orco tremendo chiamato Corazza di Peli. Un essere immondo che ti mangerà sicuramente».<br />«Io non ho paura di nessuno – gridò Cinquearmi – e neanche di quest’orco». Il giovane era coraggioso come un leone e aveva assoluta fiducia in se stesso.<br />Malgrado le preghiere di tutti, si addentrò di slancio nel buio della selva: camminò in mezzo a piante così alte e impenetrabili che nemmeno i raggi del sole riuscivano a bucarne il tetto di foglie.<br />All’improvviso, preceduto da un rumore assordante di rami e tronchi schiacciati, apparve l’orco. Era alto come il più alto degli alberi, la testa enorme come la chioma di un cocco e gli occhi grandi come scodelle. Un becco a uncino pendeva al posto della bocca con due zanne lunghe lunghe che uscivano ai suoi lati. Il ventre era pieno di bitorzoli puzzolenti. Le palme delle mani e dei piedi erano completamente nere come il carbone. Il corpo spropositato era ricoperto da uno strato di pelacci folti e duri come liane. «Dove vai giovinetto? – gridò l’orrido essere – Fermati perché ti devo mangiare». «Orco, io sapevo quel che facevo quando sono entrato in questa foresta – gli rispose il futuro Budda senza paura – Bada a quel che fai assalendomi perché io ti ucciderò con una freccia avvelenata».<br />Il giovane principe prese l’arco e scagliò una freccia, ma questa si impigliò nei peli del mostro. Allora ne scagliò una seconda, una terza, una quarta e così via fino a tirarle tutte e cinquanta: niente da fare, ognuna si fermava nella corazza di peli. L’orco si scrollò facendo risuonare tutti gli alberi della selva e le frecce caddero ai suoi piedi. Fece due passi avanti verso il giovane che prese la spada lunga trentatré pollici e lo colpì: anche questa non gli fece neanche il solletico perché fu bloccata dal pelame. Allora impugnò la lancia lunga e potente e la diresse con forza verso il petto dell’orco: niente da fare ancora, la corazza villosa fermò anche la lancia.<br />Il giovane non si perse d’animo: «Signor Orco – disse – tu non hai mai sentito parlare di me prima d’ora: io sono il principe Cinquearmi. Quando sono entrato in questa tua foresta non ho fatto affidamento sull’arco, sulla spada e sulle frecce: mi sono affidato solo a me stesso. Ora ti ridurrò in polvere e fango». Detto questo gli affibbiò un pugno poderoso, ma la mano destra rimase impigliata nel pelo. Gliene tirò un altro con la sinistra: anche questa rimase bloccata allo stesso modo. Allora gli tirò un calcio prima col piede destro, che rimase aggrovigliato nelle setole, e poi con il sinistro che fece la stessa identica fine.<br />Il principe combatteva coraggiosamente: ormai gli era rimasta libera solo la testa: «Ti batterò ugualmente con la mia testa – gli urlò con voce ferma e risonante – e ti ridurrò in polvere e fango». Così dicendo gli diede un colpo terrificante con il capo, ma anche questo – purtroppo – rimase impigliato nella corazza pelosa.<br />Il futuro Budda, avviluppato cinque volte, attaccato in cinque punti, si dibatteva a più non posso sul corpo immane dell’orco: era imprigionato, ma nonostante tutto rimaneva impavido e indomito. Allora il mostro col becco e le zanne pensò: «Questo è un leone di uomo, è una grande persona, non è un semplice individuo: infatti – malgrado sia ormai mia preda – non ha paura di me e non trema di terrore. In tutti questi anni in cui ho terrorizzato il territorio intorno al villaggio non ho mai incontrato uno come lui: ma perché non ha paura di me?». L’orco più pensava in questo modo e più si riempiva di dubbi e perciò non osava divorarlo.<br />Pieno di incertezza si rivolse al principe e gli chiese: «Perché non hai paura di me? Perché non sei terrorizzato dal timore della morte che sto per darti?».<br />Cinquearmi – pur bloccato mani, piedi e testa nei peli – continuava a dibattersi: «Orco perché dovrei aver paura? – rispose – La morte è sicuro che arriverà prima o poi per ogni essere vivente, ma io ho dentro di me una spada di durissimo diamante che tu non potrai mai digerire e che ti taglierà tutte le viscere. Per questo non ti temo». Dicendo così il principe indicava l’arma della saggezza che egli aveva dentro di sé.<br />L’orco ascoltò con attenzione e pensò: «Ogni parola di questo eroe è verità. Del corpo di questo leone di uomo io non potrò digerire neanche un pezzetto di carne della grandezza di un pisello. Lo lascerò andare». Terrorizzato dalla paura della morte, liberò Cinquearmi e gli disse: «Principe, tu sei più coraggioso del re degli animali! Io non ti mangerò. Adesso tu sei libero da me come la luna si libera dalle fauci dell’eclisse. Ritorna felice dai tuoi genitori e dai tuoi amici».<br />Allora il futuro Budda si rivolse all’orco in questo modo: «Io me ne andrò subito, ma voglio dirti una cosa: tu, in una vita precedente, hai commesso tante azioni brutte e malvage, per questo motivo sei rinato come mostro crudele e sanguinario che si nutre della carne e del sangue degli altri esseri. Se anche in questa esistenza presente continuerai a fare così, passerai tutte le tue vite future soffrendo allo stesso modo. Però, oggi, dal momento che mi hai visto, non ti è stato più possibile fare cattive azioni».<br />Il principe spiegò bene alla creatura malvagia l’effetto terribile delle sue cattive azioni e gli insegnò a essere buono, a rispettare gli altri esponendogli il grande beneficio di tale comportamento.<br />L’orco lo ascoltò con grandissima attenzione e si trasformò in un genio della foresta: un essere che proteggeva tutte le persone e che era degno di ricevere offerte da tutti.<br />Il giovane riprese le sue cinque armi, salutò calorosamente il nuovo genio protettore Corazza di pelo, andò nel villaggio e raccontò tutto agli abitanti che furono felicissimi di conoscere la grande trasformazione dell’orco. Poi si diresse col cuore leggero verso Benares da suo padre e sua madre.<br />Dopo qualche anno il vecchio re Brahmadatta morì e Cinquearmi prese il suo posto: visse da grande saggio aiutando tutti e preoccupandosi solo della felicità dei suoi sudditi. Grazie a questa vita così bella e altruista, dopo qualche esistenza rinacque come Budda Shakyamuni.<br /><br />Questa favola è tratta dal Jataka]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52064983</guid><pubDate>Sat, 03 Dec 2022 16:27:23 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52064983/il_principe_e_l_orco.mp3" length="10259592" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Paola Camiciottoli</itunes:author><itunes:subtitle>In tempi molto molto antichi, Shakyamuni – prima di diventare un Budda – era nato come figlio di Brahmadatta, il re di Benares.&#13;
Il giorno in cui doveva essergli dato il nome, il re invitò ottocento saggi per un grande consulto.&#13;
Gli anziani presero...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[In tempi molto molto antichi, Shakyamuni – prima di diventare un Budda – era nato come figlio di Brahmadatta, il re di Benares.<br />Il giorno in cui doveva essergli dato il nome, il re invitò ottocento saggi per un grande consulto.<br />Gli anziani presero il bambino, lo osservarono attentamente e dissero: «Sommo re, tuo figlio possiede tutti i segni di un grande uomo e, quando tu sarai morto, egli diventerà sovrano. Sarà il più eminente uomo della terra della Melarosa. Diventerà famoso per le sue gesta con le cinque armi».<br />Il re e la regina, sentendo questa predizione, decisero di chiamarlo Cinquearmi.<br />Il bambino crebbe sano, forte, bello e straordinariamente intelligente.<br />Quando ebbe sedici anni il re lo chiamò e disse: «Figlio mio caro, adesso dovrai apprendere le arti e le scienze». «Da quale maestro dovrò impararle?» chiese Cinquearmi. «Andrai nella città di Takkasila, nel regno del Gandhara – rispose il re – lì troverai il più grande di tutti i maestri».<br />Detto ciò gli consegnò una borsa con mille talenti dicendo: «Questo è il compenso che dovrai dargli». Poi Brahmadatta e la regina lo abbracciarono commossi e lo lasciarono andare.<br />Il giovane principe partì e raggiunse il suo maestro. Per mesi, mesi e mesi imparò tutte le arti e tutte le scienze e, giunto il tempo di tornare dai suoi genitori, si inchinò davanti al saggio precettore per ringraziarlo. Il vecchio lo salutò con affetto e gli fece dono di cinque meravigliose armi.<br />Orgoglioso del regalo, il futuro re di Benares si mise in cammino verso la casa dei suoi genitori. Era allegro e le sue mani carezzavano spesso le armi che brillavano lucenti quando i raggi del sole le colpivano.<br />Camminò per giorni e giorni a passo veloce, attraversando fiumi limpidi, montagne, selve e foreste meravigliose, finché non giunse in un villaggio al confine con un bosco nero e fitto.<br />«Non entrare in quel bosco giovane guerriero – implorarono gli abitanti del villaggio – per favore non farlo: lì abita un orco tremendo chiamato Corazza di Peli. Un essere immondo che ti mangerà sicuramente».<br />«Io non ho paura di nessuno – gridò Cinquearmi – e neanche di quest’orco». Il giovane era coraggioso come un leone e aveva assoluta fiducia in se stesso.<br />Malgrado le preghiere di tutti, si addentrò di slancio nel buio della selva: camminò in mezzo a piante così alte e impenetrabili che nemmeno i raggi del sole riuscivano a bucarne il tetto di foglie.<br />All’improvviso, preceduto da un rumore assordante di rami e tronchi schiacciati, apparve l’orco. Era alto come il più alto degli alberi, la testa enorme come la chioma di un cocco e gli occhi grandi come scodelle. Un becco a uncino pendeva al posto della bocca con due zanne lunghe lunghe che uscivano ai suoi lati. Il ventre era pieno di bitorzoli puzzolenti. Le palme delle mani e dei piedi erano completamente nere come il carbone. Il corpo spropositato era ricoperto da uno strato di pelacci folti e duri come liane. «Dove vai giovinetto? – gridò l’orrido essere – Fermati perché ti devo mangiare». «Orco, io sapevo quel che facevo quando sono entrato in questa foresta – gli rispose il futuro Budda senza paura – Bada a quel che fai assalendomi perché io ti ucciderò con una freccia avvelenata».<br />Il giovane principe prese l’arco e scagliò una freccia, ma questa si impigliò nei peli del mostro. Allora ne scagliò una seconda, una terza, una quarta e così via fino a tirarle tutte e cinquanta: niente da fare, ognuna si fermava nella corazza di peli. L’orco si scrollò facendo risuonare tutti gli alberi della selva e le frecce caddero ai suoi piedi. Fece due passi avanti verso il giovane che prese la spada lunga trentatré pollici e lo colpì: anche questa non gli fece neanche il solletico perché fu bloccata dal pelame. Allora impugnò la lancia lunga e potente e la diresse con forza verso il petto dell’orco: niente da fare ancora, la corazza villosa fermò anche la lancia.<br />Il giovane non si perse d’animo:...]]></itunes:summary><itunes:duration>642</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/942d8ec90eac3f4449b1f879066f4876.jpg"/><itunes:episode>3</itunes:episode><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La gemma nel vestito</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-gemma-nel-vestito--52064999</link><description><![CDATA[C’era una volta l’India, un paese lontano lontano, dove le strade erano piene di polvere e chi era ricco era ricco sul serio e chi era povero era povero veramente: possedeva solo le vesti che indossava e girava il paese cercando fortuna ed elemosinando del cibo. Un giorno un uomo, pieno di polvere e di fatica e tanto povero da non ricordare più il sapore del vino e del cibo, giunse alla casa di un vecchio amico.<br />L’amico lo fece accomodare, gli fece stendere le gambe e riposare le membra, gli fece adagiare le braccia su morbidi cuscini; gli offrì piatti raffinati, insaporiti e arricchiti dai mille profumi e sapori di tante spezie, specialità di quel paese lontano. E gli versò del vino che scese nella sua gola come un nettare divino, come ambra, come un magico liquido celeste. L’uomo povero si ubriacò e subito si addormentò. L’amico lo guardava dormire, provando pena per lui; decise di aiutarlo.<br />Ma in quel mentre giunse, accaldato per la corsa e per l’affanno, un messaggero del maharajà, che gli riferì che lo si richiedeva per importanti affari in una città lontana. L’amico, però, prima di andare via si avvicinò all’uomo ubriaco e addormentato e cucì nella sua veste un gioiello di rara bellezza e forma e di grande valore, certo che al suo risveglio l’uomo lo avrebbe trovato e che avrebbe così iniziato una vita diversa, fatta di vesti nuove e cibo e bevande tutti i giorni e la certezza di poter dormire in un giaciglio comodo e caldo. E di poter abbracciare, la notte, l’amore; di poter infine eccellere in un campo, come è dato a ogni uomo e a ogni donna che viva nel benessere. L’uomo però al suo risveglio non si accorse di nulla: si mise in viaggio per altre regioni del suo grande paese senza sospettare di essere ricco, con le sue vesti logore, e come unica proprietà un recipiente di latta.<br />Giunse in una città e incontrò un bambino magro magro, con gli occhi grandi e il corpo scheletrico: avrebbe voluto aiutarlo, avrebbe voluto regalargli del latte, scaldarlo con dei panni caldi, ma non poteva fare niente: si sentiva le mani vuote e il cuore gonfio di pena. Lo guardò andare via, sulle sue gambine malferme, mentre lo salutava con i suoi occhi grandi e gentili. Giunse in un’altra città dove rimase a lungo: in quel paese nessuno dava l’elemosina, non c’erano monasteri o luoghi di ricovero per i poveri e l’uomo era talmente debole che non riusciva ad andare via, ad affrontare la strada per trovare un posto migliore. Si nutriva di bacche ed erba, ma più spesso assaggiava la polvere della strada. Proprio qui lo incontrò il suo antico amico che gli disse: «Che cosa assurda, vecchio mio! Come mai ti sei ridotto così per procurarti da mangiare e vestire?». Gli porse il braccio e lo aiutò ad alzarsi; lo accompagnò al suo serraglio dove lo attendevano servitori, e cibo fresco e vesti pulite. Allora, dopo che l’uomo si fu rifocillato, ebbe mangiato a volontà e bevuto, dopo che si fu lavato e cambiato, l’amico prese la vecchia veste dell’uomo e gli mostrò, ancora là dove lui stesso l’aveva cucito, il gioiello di inestimabile valore, di grande purezza e bellezza. «È sempre stato qui e tu non lo sapevi, amico mio», gli disse. «Eri ricco e lo sei anche adesso».<br />L’uomo povero non credeva ai propri occhi: il gioiello riluceva tra le sue mani e in un attimo vide tutto ciò che avrebbe potuto essere: del cibo caldo per il bambino dagli occhi grandi e gentili; vesti per tutti i poveri della città; banchetti sontuosi nei quartieri più poveri; e poi canti, danze, letture, poesie, tutto ciò che rende la vita più bella quando il cibo e le vesti non mancano. E lui aveva avuto con sé da tanto tempo questa fonte inesauribile di benefici senza accorgersene.<br />«Che stupido sono stato! – esclamò abbracciando l’amico – Ero così abituato alla mia misera condizione che non cercavo in alcun modo di trasformarla. Adesso capisco che la ricchezza e la felicità non stanno in un qualche posto lontano e irraggiungibile ma fanno parte della vita. Basta solo scoprirle».<br /><br />Questa parabola è raccontata nel Sutra del Loto.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52064999</guid><pubDate>Sat, 03 Dec 2022 16:27:15 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52064999/la_gemma_nel_vestito.mp3" length="5236421" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Paola Camiciottoli</itunes:author><itunes:subtitle>C’era una volta l’India, un paese lontano lontano, dove le strade erano piene di polvere e chi era ricco era ricco sul serio e chi era povero era povero veramente: possedeva solo le vesti che indossava e girava il paese cercando fortuna ed...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[C’era una volta l’India, un paese lontano lontano, dove le strade erano piene di polvere e chi era ricco era ricco sul serio e chi era povero era povero veramente: possedeva solo le vesti che indossava e girava il paese cercando fortuna ed elemosinando del cibo. Un giorno un uomo, pieno di polvere e di fatica e tanto povero da non ricordare più il sapore del vino e del cibo, giunse alla casa di un vecchio amico.<br />L’amico lo fece accomodare, gli fece stendere le gambe e riposare le membra, gli fece adagiare le braccia su morbidi cuscini; gli offrì piatti raffinati, insaporiti e arricchiti dai mille profumi e sapori di tante spezie, specialità di quel paese lontano. E gli versò del vino che scese nella sua gola come un nettare divino, come ambra, come un magico liquido celeste. L’uomo povero si ubriacò e subito si addormentò. L’amico lo guardava dormire, provando pena per lui; decise di aiutarlo.<br />Ma in quel mentre giunse, accaldato per la corsa e per l’affanno, un messaggero del maharajà, che gli riferì che lo si richiedeva per importanti affari in una città lontana. L’amico, però, prima di andare via si avvicinò all’uomo ubriaco e addormentato e cucì nella sua veste un gioiello di rara bellezza e forma e di grande valore, certo che al suo risveglio l’uomo lo avrebbe trovato e che avrebbe così iniziato una vita diversa, fatta di vesti nuove e cibo e bevande tutti i giorni e la certezza di poter dormire in un giaciglio comodo e caldo. E di poter abbracciare, la notte, l’amore; di poter infine eccellere in un campo, come è dato a ogni uomo e a ogni donna che viva nel benessere. L’uomo però al suo risveglio non si accorse di nulla: si mise in viaggio per altre regioni del suo grande paese senza sospettare di essere ricco, con le sue vesti logore, e come unica proprietà un recipiente di latta.<br />Giunse in una città e incontrò un bambino magro magro, con gli occhi grandi e il corpo scheletrico: avrebbe voluto aiutarlo, avrebbe voluto regalargli del latte, scaldarlo con dei panni caldi, ma non poteva fare niente: si sentiva le mani vuote e il cuore gonfio di pena. Lo guardò andare via, sulle sue gambine malferme, mentre lo salutava con i suoi occhi grandi e gentili. Giunse in un’altra città dove rimase a lungo: in quel paese nessuno dava l’elemosina, non c’erano monasteri o luoghi di ricovero per i poveri e l’uomo era talmente debole che non riusciva ad andare via, ad affrontare la strada per trovare un posto migliore. Si nutriva di bacche ed erba, ma più spesso assaggiava la polvere della strada. Proprio qui lo incontrò il suo antico amico che gli disse: «Che cosa assurda, vecchio mio! Come mai ti sei ridotto così per procurarti da mangiare e vestire?». Gli porse il braccio e lo aiutò ad alzarsi; lo accompagnò al suo serraglio dove lo attendevano servitori, e cibo fresco e vesti pulite. Allora, dopo che l’uomo si fu rifocillato, ebbe mangiato a volontà e bevuto, dopo che si fu lavato e cambiato, l’amico prese la vecchia veste dell’uomo e gli mostrò, ancora là dove lui stesso l’aveva cucito, il gioiello di inestimabile valore, di grande purezza e bellezza. «È sempre stato qui e tu non lo sapevi, amico mio», gli disse. «Eri ricco e lo sei anche adesso».<br />L’uomo povero non credeva ai propri occhi: il gioiello riluceva tra le sue mani e in un attimo vide tutto ciò che avrebbe potuto essere: del cibo caldo per il bambino dagli occhi grandi e gentili; vesti per tutti i poveri della città; banchetti sontuosi nei quartieri più poveri; e poi canti, danze, letture, poesie, tutto ciò che rende la vita più bella quando il cibo e le vesti non mancano. E lui aveva avuto con sé da tanto tempo questa fonte inesauribile di benefici senza accorgersene.<br />«Che stupido sono stato! – esclamò abbracciando l’amico – Ero così abituato alla mia misera condizione che non cercavo in alcun modo di trasformarla. Adesso capisco che la ricchezza e la felicità non stanno in un qualche posto lontano e irraggiungibile ma fanno parte della vita....]]></itunes:summary><itunes:duration>328</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/942d8ec90eac3f4449b1f879066f4876.jpg"/><itunes:episode>1</itunes:episode><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item></channel></rss>
