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<rss xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:podcast="https://podcastindex.org/namespace/1.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" version="2.0"><channel><title>Africa scossa da fremiti</title><link>https://www.spreaker.com/podcast/africa-scossa-da-fremiti--4728898</link><description><![CDATA[Il 14 gennaio 2021 si svolgono elezioni in Uganda, dopo 35 anni Museveni rischia di perdere un sistema di potere consolidato che sottrae risorse al paese, non ha ormai alcun rapporto con i cittadini di una nazione che attrae immigrati perché nell'area consente una sopravvivenza dignitosa, ma i bisogni sono ancora molti e gli ugandesi sono attrezzati culturalmente e ormai preparati a prendere il loro futuro in mano; sobillati da Bobi Wine, un rasta venuto dal ghetto e determinato a trascinarseli dietro tutti a valanga per travolgere il potere di Museveni a suon di musica e di verità negate che riaffiorano in parole e musica, in dimostrazioni e botte, in rivendicazioni e repressione... a cui la piazza risponde "People power, our power", come conclude la sua intervista Alex Kamukama, un sostenitore di Bobi Wine intervistato da Joe Harris il 17 dicembre 2020, che sta preparando un doc sull'Uganda e le sue elezioni.]]></description><atom:link href="https://www.spreaker.com/show/4728898/episodes/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><language>en</language><category>News Commentary</category><copyright>Copyright I Bastioni di Orione</copyright><image><url>https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c8b6c53b9a39795ab8d2528a273b809f.jpg</url><title>Africa scossa da fremiti</title><link>https://www.spreaker.com/podcast/africa-scossa-da-fremiti--4728898</link></image><lastBuildDate>Fri, 19 Jun 2026 21:03:32 +0000</lastBuildDate><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:owner><itunes:name>I Bastioni di Orione</itunes:name><itunes:email>info@ogzero.org</itunes:email></itunes:owner><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c8b6c53b9a39795ab8d2528a273b809f.jpg"/><itunes:subtitle>Il 14 gennaio 2021 si svolgono elezioni in Uganda, dopo 35 anni Museveni rischia di perdere un sistema di potere consolidato che sottrae risorse al paese, non ha ormai alcun rapporto con i cittadini di una nazione che attrae immigrati perché nell'area...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il 14 gennaio 2021 si svolgono elezioni in Uganda, dopo 35 anni Museveni rischia di perdere un sistema di potere consolidato che sottrae risorse al paese, non ha ormai alcun rapporto con i cittadini di una nazione che attrae immigrati perché nell'area consente una sopravvivenza dignitosa, ma i bisogni sono ancora molti e gli ugandesi sono attrezzati culturalmente e ormai preparati a prendere il loro futuro in mano; sobillati da Bobi Wine, un rasta venuto dal ghetto e determinato a trascinarseli dietro tutti a valanga per travolgere il potere di Museveni a suon di musica e di verità negate che riaffiorano in parole e musica, in dimostrazioni e botte, in rivendicazioni e repressione... a cui la piazza risponde "People power, our power", come conclude la sua intervista Alex Kamukama, un sostenitore di Bobi Wine intervistato da Joe Harris il 17 dicembre 2020, che sta preparando un doc sull'Uganda e le sue elezioni.]]></itunes:summary><itunes:category text="News"><itunes:category text="News Commentary"/></itunes:category><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:type>episodic</itunes:type><item><title>Il Corno d'Africa al centro della contesa per il controllo delle risorse</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-corno-d-africa-al-centro-della-contesa-per-il-controllo-delle-risorse--72604722</link><description><![CDATA[Nel corno d’Africa si accumulano le tensioni dovute alla contesa per il controllo di un’area strategica fondamentale per le rotte commerciali e ricca di materie prime .Le crisi che si susseguono sfociano in conflitti sanguinosi che travolgono milioni di persone come in Sudan ,o in guerre fratricide come è avvenuto in Etiopia .Proprio dalle elezioni in <b>Etiopia</b> partiamo con <b>Matteo Palamidesse</b> giornalista ,impegnato nel corno d’Africa dal 2004 ,curatore di HoA sulla piattaforma substack ,che cura informazioni su Etiopia, Eritrea, Sudan e Somalia. In Etiopia si è votato il primo di giugno ma in molte circoscrizioni elettorali non si è potuto votare a causa di problemi di sicurezza. Nonostante gli accordi di Pretoria che hanno formalmente fermato i combattimenti , nel Tigray ,in Oromia ed in altre zone continuano gli scontri e le tensioni con le truppe federali e guerriglieri . Numerosi esponenti dell’opposizione hanno denunciato un crescente restringimento degli spazi politici, con arresti ed intimidazioni, si percepisce una grande disillusione rispetto all’esito scontato e alle possibilità del Prosperity Party del presidente Ahmed di cambiare la situazione sociale e politica. Ahmed era stato visto come un elemento di cambiamento poiché non apparteneva ai vertici del partito tigrino che aveva governato fino ad allora, ha aperto alle relazioni con l’Eritrea, rivale storico ,ha messo in moto l’economia con tassi di crescita rilevanti . Ma lo scoppio della guerra con il TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray ) tigrino , nel novembre 2020 con oltre 600.000 morti e immani devastazioni sopratutto nel Tigray ,la torsione autoritaria del regime, la politica accentratricedi Ahmed che metteva in discussione l’impianto federale dello stato etiopico , hanno spento le speranze di cambiamento. Le pressioni etiopi per l’accesso allo sbocco al mare e le conseguenze della costruzione della diga del Gerd hanno messo sull’avviso Eritrea ed Egitto innestando tensioni ai confini con l’Eritrea. Alle rinnovate tensioni tra Eritrea ed Etiopia si aggiunge il precipitare della situazione in<b> Somalia</b> dove a causa delle divergenze tra il presidente uscente Hassan Sheikh Mohamud e l’opposizione, Mogadiscio è stata teatro di scontri armati fra le varie milizie. Il presidente somalo ha cercato d’introdurre una riforma che consentisse il voto diretto per le elezioni dei legislatori , mentre ora votano i rappresentanti dei clan ,e al contempo ha prolungato il suo mandato già scaduto di un anno .Questa manovra è stata interpretata dalle opposizioni come un tentativo di rimanere aggrappato al potere ,scatenando gli scontri tra le milizie fedeli al presidente e quelle del primo ministro, tutto questo in un paese lacerato dall’insorgenza degli Al Shabaab ,legati ad Al Qaeda ,che controllano ampie porzioni del territorio nel sud del paese e dalle pulsioni indipendentiste del Somaliland, incoraggiate dal governo israeliano . In Sudan continua senza fine la guerra con l’uso spregiudicato di droni ed armi pesanti , le Forze di Supporto Rapido si stanno ammassando intorno a El Obeid, intensificando gli attacchi di droni e i bombardamenti di artiglieria . Una eventuale offensiva porterebbe ad ulteriori crimini contro la popolazione civile già assediata. El Obeid è la capitale dello stato del Nord Kordofan in Sudan, e i suoi abitanti già hanno subito un assedio seguito a massacri indiscriminati 18 mesi fa ,il tutto nel silenzio assordante del resto del mondo che si disinteressa della sorte dei civili mentre continuano, a dispetto dei vari embarghi solo sulla carta, le vendite di armi ad entrambi i contendenti.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72604722</guid><pubDate>Fri, 19 Jun 2026 21:02:15 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72604722/bastioni_18062026_palamidesse.mp3" length="31863621" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Nel corno d’Africa si accumulano le tensioni dovute alla contesa per il controllo di un’area strategica fondamentale per le rotte commerciali e ricca di materie prime .Le crisi che si susseguono sfociano in conflitti sanguinosi che travolgono milioni...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nel corno d’Africa si accumulano le tensioni dovute alla contesa per il controllo di un’area strategica fondamentale per le rotte commerciali e ricca di materie prime .Le crisi che si susseguono sfociano in conflitti sanguinosi che travolgono milioni di persone come in Sudan ,o in guerre fratricide come è avvenuto in Etiopia .Proprio dalle elezioni in <b>Etiopia</b> partiamo con <b>Matteo Palamidesse</b> giornalista ,impegnato nel corno d’Africa dal 2004 ,curatore di HoA sulla piattaforma substack ,che cura informazioni su Etiopia, Eritrea, Sudan e Somalia. In Etiopia si è votato il primo di giugno ma in molte circoscrizioni elettorali non si è potuto votare a causa di problemi di sicurezza. Nonostante gli accordi di Pretoria che hanno formalmente fermato i combattimenti , nel Tigray ,in Oromia ed in altre zone continuano gli scontri e le tensioni con le truppe federali e guerriglieri . Numerosi esponenti dell’opposizione hanno denunciato un crescente restringimento degli spazi politici, con arresti ed intimidazioni, si percepisce una grande disillusione rispetto all’esito scontato e alle possibilità del Prosperity Party del presidente Ahmed di cambiare la situazione sociale e politica. Ahmed era stato visto come un elemento di cambiamento poiché non apparteneva ai vertici del partito tigrino che aveva governato fino ad allora, ha aperto alle relazioni con l’Eritrea, rivale storico ,ha messo in moto l’economia con tassi di crescita rilevanti . Ma lo scoppio della guerra con il TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray ) tigrino , nel novembre 2020 con oltre 600.000 morti e immani devastazioni sopratutto nel Tigray ,la torsione autoritaria del regime, la politica accentratricedi Ahmed che metteva in discussione l’impianto federale dello stato etiopico , hanno spento le speranze di cambiamento. Le pressioni etiopi per l’accesso allo sbocco al mare e le conseguenze della costruzione della diga del Gerd hanno messo sull’avviso Eritrea ed Egitto innestando tensioni ai confini con l’Eritrea. Alle rinnovate tensioni tra Eritrea ed Etiopia si aggiunge il precipitare della situazione in<b> Somalia</b> dove a causa delle divergenze tra il presidente uscente Hassan Sheikh Mohamud e l’opposizione, Mogadiscio è stata teatro di scontri armati fra le varie milizie. 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Come scrive Freddie nel suo <a href="https://www.malindikenya.net/it/articoli/notizie/ultime-notizie/cosa-lascia-all-africa-il-summit-di-nairobi-.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Malindikenya.net</a>: «Secondo Ruto, il problema dell’Africa non è la mancanza di liquidità globale. I soldi nel mondo ci sono. Il problema è “l’architettura del rischio”. Tradotto dal linguaggio economico: il continente continua a essere valutato dalle agenzie di rating e dai grandi finanziatori internazionali come se fosse un posto eternamente instabile, ingestibile e prossimo al fallimento. Risultato: prestiti più costosi, investimenti frenati, sviluppo rallentato». Queste le storture da aggiustare.<br />Infatti con Freddie si è analizzata anche la non facile situazione del Congo K, assente perché la scelta di campo è stata quella di affidarsi all'altra grande potenza antagonista della Cina regalando le Terre rare a Trump (ottenendo la ritirata dell'M23 dal Sud Kivu, ma l'avanzata del jihadismo); mentre la Nigeria è parte integrante della partita e la Tanzania deve risolvere le tensioni interne. Polemici gli stati del Sahel, anch'essi però alle prese con il terrorismo e l'arretramento della capacità di protezione della Russia.<br />Insoma il Forum si inserisce in un momento in cui l'inserimento della iniziativa europea può incunearsi tra l'atteggiamento "predatore" (come Macron ha definito la prassi cinese) e quello americano, sprezzante di tutte le regole.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72011942</guid><pubDate>Fri, 15 May 2026 14:15:34 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72011942/africaforward_freddie.mp3" length="30700352" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Non Aid Africa, ma reciproca convenienza e tecnologia

Per un paio di giorni Nairobi è diventata la capitale diplomatica e finanziaria non solo per il Continente, ospitando i vertici politico-finanziari mondiali nell'occasione di un Forum per lo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<b>Non Aid Africa, ma reciproca convenienza e tecnologia</b><br /><br />Per un paio di giorni Nairobi è diventata la capitale diplomatica e finanziaria non solo per il Continente, ospitando i vertici politico-finanziari mondiali nell'occasione di un Forum per lo sviluppo dotato in partenza di più di 20 miliardi di investimenti, assicurati dalla presenza di António Guterres (che ha sottolineato l'ingiustizia del sistema creditizio nei confronti dei paesi africani) e Macron, che cacciato dalla Françafrique atlantica, sposta lo sguardo speranzoso del suo fine mandato verso l'Oceano Indiano.<br />Presente al Forum era anche Freddie Del Curatolo, che ci ha restituito non solo testimonianza dei meme che hanno stigmatizzato gli atteggiamenti paternalistici di Macron (difficile uscire dai panni plurisecolari dellla grandeur coloniale), ma anzi ha illustrato i molti aspetti positivi del Forum panafricano, che ha visto Ruto nei panni di leader potenzialmente in grado di aggregare le istanze e i bisogni delle economie di scala non solo regionale, candidandosi al seggio promesso da Macron al continente presso i G8. Come scrive Freddie nel suo <a href="https://www.malindikenya.net/it/articoli/notizie/ultime-notizie/cosa-lascia-all-africa-il-summit-di-nairobi-.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Malindikenya.net</a>: «Secondo Ruto, il problema dell’Africa non è la mancanza di liquidità globale. I soldi nel mondo ci sono. Il problema è “l’architettura del rischio”. Tradotto dal linguaggio economico: il continente continua a essere valutato dalle agenzie di rating e dai grandi finanziatori internazionali come se fosse un posto eternamente instabile, ingestibile e prossimo al fallimento. Risultato: prestiti più costosi, investimenti frenati, sviluppo rallentato». Queste le storture da aggiustare.<br />Infatti con Freddie si è analizzata anche la non facile situazione del Congo K, assente perché la scelta di campo è stata quella di affidarsi all'altra grande potenza antagonista della Cina regalando le Terre rare a Trump (ottenendo la ritirata dell'M23 dal Sud Kivu, ma l'avanzata del jihadismo); mentre la Nigeria è parte integrante della partita e la Tanzania deve risolvere le tensioni interne. Polemici gli stati del Sahel, anch'essi però alle prese con il terrorismo e l'arretramento della capacità di protezione della Russia.<br />Insoma il Forum si inserisce in un momento in cui l'inserimento della iniziativa europea può incunearsi tra l'atteggiamento "predatore" (come Macron ha definito la prassi cinese) e quello americano, sprezzante di tutte le regole.]]></itunes:summary><itunes:duration>1919</itunes:duration><itunes:keywords>africabusiness,africaforward,afrisetup,diomaye.faye,françafrique,investment.africa,kenya,kenyasummit,macron,nairobi,nairobifocus,williamsruto</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0dc4c318082507aa83acd12c944b412e.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Mali sotto attacco dell'insorgenza jihadista e dell'indipendentismo tuareg</title><link>https://www.spreaker.com/episode/mali-sotto-attacco-dell-insorgenza-jihadista-e-dell-indipendentismo-tuareg--71955461</link><description><![CDATA[In Mali l’attacco coordinato e in profondità sferrato il 25 aprile scorso dall’inedita alleanza tra i jihadisti di JNIM, Il Gruppo di Sostegno all'Islam e ai musulmani e il FLA il fronte di liberazione dell’Azawad ha scosso la giunta di Bamako e i loro alleati dell’Africa Corps russa. Il fronte dell’attacco si è esteso per migliaia di chilometri dal nord fino alla capitale nel centro del potere militare nella base di Kati dove è stato ucciso da un autobomba il ministro della difesa Sadio Camara. Kidal ,capoluogo del nord,è caduta in mano alle milizie e i russi sono stati evacuati dopo aver contrattato la resa attraverso la mediazione algerina , la città era stata ripresa dalla giunta e dalla Wagner nel novembre del 2023 . Il leader della giunta Assimi Goita è stato esfiltrato probabilmente all’estero da mercenari turchi ed è riapparso dopo tre giorni di silenzio, mentre la catena di comando delle forze armate maliane era stata disarticolata non solo dalla morte del ministro della difesa ma anche dal ferimento del capo dell’intelligence. La situazione rimane estremamente fluida mentre il Jnim ha annunciato un blocco delle merci in entrata ed uscita dalla capitale Bamako ,già provata dal precedente blocco del carburante nei mesi scorsi, intanto si percepiscono malumori in crescita all’interno dell’esercito verso la presenza dei russi e la gestione del conflitto. Successivamente agli attacchi ci sono stati degli arresti fra ambienti militari e dell’opposizione vicino all’imam Ibrahim Dicko, figura che gode di un certo seguito e che fu promotore delle manifestazioni di protesta che precedettero il golpe del 2020, si parla di lui come possibile mediatore tra JNIM e la giunta, ma l’arresto di un suo stretto collaboratore fa dubitare delle intenzioni diplomatiche di Goita. Gli eventi del 25 aprile hanno innestato delle conseguenze a catena ridefinendo le dinamiche del conflitto nel Sahel ; innanzi tutto hanno evidenziato le fragilità della giunta al potere a Bamako, l’incapacità di prevedere un attacco di questa portata fa supporre un deficit organizzativo dell’intelligence o complicità all’interno degli apparati militari. I mercenari russi non sono stati in grado di mutare i rapporti di forza sul terreno, anzi si sono accordati per un riposizionamento ,in gioco è la credibilità della Russia come partner militare ed alleato credibile in Africa. JNIM e FLA hanno dimostrato l’efficacia della loro alleanza per ora tattica ,nonostante le due organizzazioni perseguano formalmente obiettivi differenti (Gli uni vogliono instaurare la sharia ,gli altri reclamano l’indipendenza dell’Azawad). La competenza militare ed efficacia dimostrata dagli insorti ha fatto pensare ad un sostegno esterno come accadde con il precedente della battaglia di Tinzaouaten nel luglio del 2024 in cui morirono decine di russi , in cui gioco’ un ruolo fondamentale il sostegno ucraino. Attori esterni possono essere anche i francesi che cacciati dalla giunta Goita aspirano a riconquistare posizioni nel Sahel e guardano con benevolenza un nord del Mali ,ricco di materie prime, indipendente da Bamako inoltre sul fuoco soffia anche l’Algeria da sempre sostenitrice delle rivendicazioni indipendentiste tuareg . E’ mancato l’intervento dell’ AES ,l’alleanza degli stati del Sahel costituita da Mali ,Burkina Faso e Niger ,che avrebbe uno scopo difensivo a sostegno di ciascuno dei paesi firmatari dell’accordo in caso di attacco militare .Non solo non sono intervenuti militarmente ma dai paesi dell’ AES è arrivato solo un flebile sostegno diplomatico alla giunta maliana . I corridoi che attraversano quei territori sono canali di trasporto di merci di varia natura dalle armi alla droga, ai migranti , gestiti da organizzazioni illegali che spesso si interfacciano e condividono interessi con miliziani insorgenti, militari, trafficanti ,emissari di multinazionali interessate allo sfruttamento minerario di questi territori , mercanti d’armi ,una pletora di attori che condizionano le condizioni di vita della popolazione e “la destinazione d’uso” di questi territori . L’ipotesi del collasso della giunta di Bamako e la tracimazione dell’insorgenza jihadista alleata con l’indipendentismo tuareg verso il Golfo di Guinea e verso il Niger costituirebbe uno scenario d’instabilità strutturale in un area strategicamente decisiva per gli equilibri del continente, prefigurando un arco di crisi che rischia di collegarsi con l’instabilità del Corno d’Africa e la guerra sudanese.<br /><br />Ne parliamo con <b>Alessio Iocchi studioso di storia e sistemi politici africani contemporane .</b><br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71955461</guid><pubDate>Mon, 11 May 2026 11:23:59 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71955461/bastioni_7052026_iocchi.mp3" length="35664119" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>In Mali l’attacco coordinato e in profondità sferrato il 25 aprile scorso dall’inedita alleanza tra i jihadisti di JNIM, Il Gruppo di Sostegno all'Islam e ai musulmani e il FLA il fronte di liberazione dell’Azawad ha scosso la giunta di Bamako e i...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[In Mali l’attacco coordinato e in profondità sferrato il 25 aprile scorso dall’inedita alleanza tra i jihadisti di JNIM, Il Gruppo di Sostegno all'Islam e ai musulmani e il FLA il fronte di liberazione dell’Azawad ha scosso la giunta di Bamako e i loro alleati dell’Africa Corps russa. 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La competenza militare ed efficacia dimostrata dagli insorti ha fatto pensare ad un sostegno esterno come accadde con il precedente della battaglia di Tinzaouaten nel luglio del 2024 in cui morirono decine di russi , in cui gioco’ un ruolo fondamentale il sostegno ucraino. Attori esterni possono essere anche i francesi che cacciati dalla giunta Goita aspirano a riconquistare posizioni nel Sahel e guardano con benevolenza un nord del Mali ,ricco di materie prime, indipendente da Bamako inoltre sul fuoco soffia anche l’Algeria da sempre sostenitrice delle rivendicazioni indipendentiste tuareg . E’ mancato l’intervento dell’ AES ,l’alleanza degli stati del Sahel costituita da Mali ,Burkina Faso e Niger ,che avrebbe uno scopo difensivo a sostegno di ciascuno dei paesi firmatari dell’accordo in caso di attacco militare .Non solo non sono intervenuti militarmente ma dai paesi dell’ AES è arrivato solo un flebile sostegno diplomatico alla giunta maliana . 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Dopo le rivolte popolari del 2018 che hanno abbattuto il regime di Al Bashir il colpo di stato del 2021 e lo scontro di potere fra il capo dell'esercito Al Bhuran e il leader delle Forze di Supporto Rapido (RSF) Hemmetti nel 2023 hanno innescato l'escalation bellica che ha condotto il paese alla rovina . Il conflitto sudanese è ormai strettamente intrecciato con le dinamiche geopolitiche del Mar Rosso e del Corno d’Africa. Ci sono attori regionali e internazionali, tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, ma anche Russia, Cina e Turchia, che influenzano l’andamento della guerra attraverso forniture militari, sostegno finanziario e copertura diplomatica. Questo coinvolgimento ha trasformato il conflitto in una sorta di guerra per procura, rendendo più difficile qualsiasi soluzione negoziata. La guerra di logoramento in cui i nessuno dei  contendenti può prevalere ha portato alla progressiva stabilizazione di due entità parallele ,due governi contrapposti con strutture amministrative, fiscali e di sicurezza separate. In questo quadro, il Sudan rischia di trasformarsi in uno Stato simile alla Libia,in una condizione d' instabilità permanente preda d'influenze straniere e signori della guerra.<br />Fondamentale è divenuto il ruolo delle reti finanziarie e logistiche transnazionali, che permettono alle parti in guerra di sostenere le operazioni militari nonostante i vari embarghi e l’isolamento internazionale. Il flusso di oro verso i mercati globali, in particolare attraverso hub come Dubai, rappresenta una fonte cruciale di finanziamento per le Rsf,il mercato parallello della gomma arabica, di cui il Sudan è il primo produttore mondiale ,finanzia entrambi i contendenti . <br />In questi tre anni la guerra ha provocato una catastrofe con un numero imprecisato di morti, tra i 150.000 e i 200.000, secondo le stime. In Sudan quasi 14 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case, di questi, circa 10 milioni sono sfollati interni, mentre 4 milioni sono fuggiti verso paesi vicini come Ciad e Sud Sudan. Tra chi è rimasto, 28,9 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare ,mentre le Ong umanitarie denunciano l'odiosa pratica degli stupri etnici come arma di guerra .<br />I gruppi della società civile sudanese che rappresentano centinaia di organizzazioni, hanno evidenziato la catastrofe umanitaria del Sudan come la questione centrale della guerra e hanno chiesto un maggiore accesso agli aiuti. Hanno anche respinto le affermazioni secondo cui i civili sono troppo divisi per impegnarsi in modo efficace,criticando i tentantivi di mediazione in corso finora falliti, che continuano a dare priorità agli attori armati nonostante il consenso sul fatto che non esiste una soluzione militare. <br />La difficoltà nel trovare una soluzione negoziata risiede fra le altre cose nel fatto che la guerra sudanese è parte di un più grande sistema di instabilità che va dal Sahel al Corno d’Africa fino all’Asia sudoccidentale. La competizione per le risorse come oro, acqua, petrolio, gomma arabica di cui il Sudan è il maggior produttore al mondo e terre fertili si somma alla volontà di controllare corridoi fondamentali come il Mar Rosso.<br /><br />Ne parliamo con <b>Matteo Palamidesse</b> giornalista esperto del Corno d'Africa .]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71440257</guid><pubDate>Sat, 18 Apr 2026 17:54:20 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71440257/bastioni_16042025_sudan.mp3" length="23783222" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Il 15 aprile ricorre l’anniversario dell’inizio della guerra in Sudan che entra nel quarto anno : una guerra controrivoluzionaria, una guerra per il potere, una guerra che s’inserisce di un quadro regionale di instabilità crescente che alimenta il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il 15 aprile ricorre l’anniversario dell’inizio della guerra in Sudan che entra nel quarto anno : una guerra controrivoluzionaria, una guerra per il potere, una guerra che s’inserisce di un quadro regionale di instabilità crescente che alimenta il conflitto . Dopo le rivolte popolari del 2018 che hanno abbattuto il regime di Al Bashir il colpo di stato del 2021 e lo scontro di potere fra il capo dell'esercito Al Bhuran e il leader delle Forze di Supporto Rapido (RSF) Hemmetti nel 2023 hanno innescato l'escalation bellica che ha condotto il paese alla rovina . Il conflitto sudanese è ormai strettamente intrecciato con le dinamiche geopolitiche del Mar Rosso e del Corno d’Africa. Ci sono attori regionali e internazionali, tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, ma anche Russia, Cina e Turchia, che influenzano l’andamento della guerra attraverso forniture militari, sostegno finanziario e copertura diplomatica. Questo coinvolgimento ha trasformato il conflitto in una sorta di guerra per procura, rendendo più difficile qualsiasi soluzione negoziata. La guerra di logoramento in cui i nessuno dei  contendenti può prevalere ha portato alla progressiva stabilizazione di due entità parallele ,due governi contrapposti con strutture amministrative, fiscali e di sicurezza separate. In questo quadro, il Sudan rischia di trasformarsi in uno Stato simile alla Libia,in una condizione d' instabilità permanente preda d'influenze straniere e signori della guerra.<br />Fondamentale è divenuto il ruolo delle reti finanziarie e logistiche transnazionali, che permettono alle parti in guerra di sostenere le operazioni militari nonostante i vari embarghi e l’isolamento internazionale. Il flusso di oro verso i mercati globali, in particolare attraverso hub come Dubai, rappresenta una fonte cruciale di finanziamento per le Rsf,il mercato parallello della gomma arabica, di cui il Sudan è il primo produttore mondiale ,finanzia entrambi i contendenti . <br />In questi tre anni la guerra ha provocato una catastrofe con un numero imprecisato di morti, tra i 150.000 e i 200.000, secondo le stime. In Sudan quasi 14 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case, di questi, circa 10 milioni sono sfollati interni, mentre 4 milioni sono fuggiti verso paesi vicini come Ciad e Sud Sudan. Tra chi è rimasto, 28,9 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare ,mentre le Ong umanitarie denunciano l'odiosa pratica degli stupri etnici come arma di guerra .<br />I gruppi della società civile sudanese che rappresentano centinaia di organizzazioni, hanno evidenziato la catastrofe umanitaria del Sudan come la questione centrale della guerra e hanno chiesto un maggiore accesso agli aiuti. Hanno anche respinto le affermazioni secondo cui i civili sono troppo divisi per impegnarsi in modo efficace,criticando i tentantivi di mediazione in corso finora falliti, che continuano a dare priorità agli attori armati nonostante il consenso sul fatto che non esiste una soluzione militare. <br />La difficoltà nel trovare una soluzione negoziata risiede fra le altre cose nel fatto che la guerra sudanese è parte di un più grande sistema di instabilità che va dal Sahel al Corno d’Africa fino all’Asia sudoccidentale. La competizione per le risorse come oro, acqua, petrolio, gomma arabica di cui il Sudan è il maggior produttore al mondo e terre fertili si somma alla volontà di controllare corridoi fondamentali come il Mar Rosso.<br /><br />Ne parliamo con <b>Matteo Palamidesse</b> giornalista esperto del Corno d'Africa .]]></itunes:summary><itunes:duration>1487</itunes:duration><itunes:keywords>albhuran,guerra,hemmetti,khartoum,profughi,sudan</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/bb6aef01d7e908378a1ef2e0d3c25cd8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sudan, guerra senza fine</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sudan-guerra-senza-fine--70183179</link><description><![CDATA[La guerra in Sudan si fa sempre più sanguinosa si susseguono gli attacchi contro civili con l'utilizzo  di micidiali droni che vengono adattati con ordigni letali mentre una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha denunciato il 19 febbraio “atti di genocidio” ad Al Fashir, il capoluogo dello stato sudanese del Darfur Settentrionale, conquistato nell’ottobre scorso dai paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf). Aumenta il coinvolgimento di  attori esterni nel sostegno ai due contendenti da una parte l'esercito sudanese e dall'altro le forze di supporto rapido RSF, l' agenzia Reuters ha riferito che l'Etiopia ospita un campo di addestramento segreto per le forze paramilitari sudanesi che combattono l'esercito sudanese da quasi tre anni. Secondo l'agenzia, una decina di fonti, tra cui una all'interno del governo etiope, hanno confermato l'esistenza del campo di addestramento e hanno affermato che gli Emirati Arabi Uniti ne hanno finanziato la costruzione, fornito istruttori militari e offerto supporto logistico. il Sudanese Emergency Lawyers ha esortato sia le Forze armate sudanesi sia le Forze di supporto rapido (Rapid Support Forces, Rsf) a cessare gli attacchi con droni, a evitare obiettivi civili e a rispettare il diritto internazionale umanitario. L'appello si inserisce in un contesto di intensificazione degli attacchi con droni nelle regioni del Kordofan e del Darfur, dove proseguono i combattimenti tra l’esercito regolare e le Rsf. Organizzazioni umanitarie hanno più volte denunciato il deterioramento della situazione sul terreno e un crescente numero di raid contro aree densamente popolate.<br />La situazione umanitaria è devastante mancando l'accesso al cibo e alle cure in quanto il sistema sanitario è collassato ,la crisi del Sudan è diventata la più grande emergenza al mondo in termini di sfollamento e protezione: 12 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, molte delle quali vivono in rifugi di fortuna, senza sicurezza e senza speranza.<br />Durante la guerra civile del Sudan, scoppiata nell’aprile 2023, entrambe le parti si sono sempre più affidate ai droni, e i civili hanno sopportato il peso della carneficina.Il terreno pianeggiante del Sudan e la copertura limitata lo rendono adatto agli attacchi e alla sorveglianza dei droni. La maggior parte dei droni in Sudan sono contrabbandati da una rete di sostenitori stranieri via terra, mare e aria, aggirando gli embarghi ufficiali, mentre gli stati stranieri sfruttano la situazione a loro vantaggio.<br /><br />Della situazione in Sudan ne parliamo con <b>Marco Trovato direttore di Africa rivista.</b> ]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70183179</guid><pubDate>Fri, 20 Feb 2026 23:24:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70183179/sudan_trovato.mp3" length="37397681" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>La guerra in Sudan si fa sempre più sanguinosa si susseguono gli attacchi contro civili con l'utilizzo  di micidiali droni che vengono adattati con ordigni letali mentre una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha denunciato il 19 febbraio “atti...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La guerra in Sudan si fa sempre più sanguinosa si susseguono gli attacchi contro civili con l'utilizzo  di micidiali droni che vengono adattati con ordigni letali mentre una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha denunciato il 19 febbraio “atti di genocidio” ad Al Fashir, il capoluogo dello stato sudanese del Darfur Settentrionale, conquistato nell’ottobre scorso dai paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf). Aumenta il coinvolgimento di  attori esterni nel sostegno ai due contendenti da una parte l'esercito sudanese e dall'altro le forze di supporto rapido RSF, l' agenzia Reuters ha riferito che l'Etiopia ospita un campo di addestramento segreto per le forze paramilitari sudanesi che combattono l'esercito sudanese da quasi tre anni. Secondo l'agenzia, una decina di fonti, tra cui una all'interno del governo etiope, hanno confermato l'esistenza del campo di addestramento e hanno affermato che gli Emirati Arabi Uniti ne hanno finanziato la costruzione, fornito istruttori militari e offerto supporto logistico. il Sudanese Emergency Lawyers ha esortato sia le Forze armate sudanesi sia le Forze di supporto rapido (Rapid Support Forces, Rsf) a cessare gli attacchi con droni, a evitare obiettivi civili e a rispettare il diritto internazionale umanitario. L'appello si inserisce in un contesto di intensificazione degli attacchi con droni nelle regioni del Kordofan e del Darfur, dove proseguono i combattimenti tra l’esercito regolare e le Rsf. Organizzazioni umanitarie hanno più volte denunciato il deterioramento della situazione sul terreno e un crescente numero di raid contro aree densamente popolate.<br />La situazione umanitaria è devastante mancando l'accesso al cibo e alle cure in quanto il sistema sanitario è collassato ,la crisi del Sudan è diventata la più grande emergenza al mondo in termini di sfollamento e protezione: 12 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, molte delle quali vivono in rifugi di fortuna, senza sicurezza e senza speranza.<br />Durante la guerra civile del Sudan, scoppiata nell’aprile 2023, entrambe le parti si sono sempre più affidate ai droni, e i civili hanno sopportato il peso della carneficina.Il terreno pianeggiante del Sudan e la copertura limitata lo rendono adatto agli attacchi e alla sorveglianza dei droni. La maggior parte dei droni in Sudan sono contrabbandati da una rete di sostenitori stranieri via terra, mare e aria, aggirando gli embarghi ufficiali, mentre gli stati stranieri sfruttano la situazione a loro vantaggio.<br /><br />Della situazione in Sudan ne parliamo con <b>Marco Trovato direttore di Africa rivista.</b> ]]></itunes:summary><itunes:duration>2338</itunes:duration><itunes:keywords>albhuran,droni,fascher,guerra,khartoum,rsf,sudan</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/fc1fbaf138d1887201b028b5225bef69.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Yekatit 12: I silenzi intollerabili sui crimini italiani nell’Africa occupata</title><link>https://www.spreaker.com/episode/yekatit-12-i-silenzi-intollerabili-sui-crimini-italiani-nell-africa-occupata--70163869</link><description><![CDATA[<b>Blocchi ideologici impediscono serie riflessioni sull’ignobile avventura italiana in Etiopia</b><br /><br />Il momento per gli studi storici non potrebbe essere più difficile: gli archivi sono artatamente chiusi, il revisionismo occupa tutti i canali, la sordina è applicata ancora di più alla ricerca scientifica – le viene preferita la sottile arte della vacuità da influencer di politici superficiali e populisti. Così a fronte di una strage fascista, rivendicata, istigata, organizzata dal regime mussoliniano, tutte le attenzioni vengono spostate su episodi ininfluenti, già registrati e collocati negli ultimi 80 anni nella loro collocazione storica finché la voglia di vendetta di una Destra portata al potere dal venir meno della vigilanza antifascista da parte delle forze progressiste, complici e corree nella scelta omertosa di non consegnare i criminali italiani, la cancellazione di tracce (la filiera dei gas usati e su cui tutti tacquero).<br />Perciò ci siamo rivolti a uno storico che da vari decenni si occupa dei misfatti del ventennio fascista in particolare nel Corno d’Africa: Matteo Dominioni cerca di ricondurci a termini, parole, testimonianze, analisi, dati e documenti scientifici, attraverso i quali poter ricondurre a una ricostruzione il più possibile veritiera e al conseguente giudizio sulla invasione, occupazione e poi la postura coloniale, che coinvolse un milione di italiani. Su tutti spicca il criminale di guerra Graziani.<br /><br />Lo abbiamo interpellato il 19 febbraio, cioè “Yekatit 12”, come gli etiopi chiamano il loro giorno della memoria, di quel 1937 in cui sono stati uccisi tra 4 e 20 mila abitanti del Corno d’Africa per mano degli occupanti italiani aizzati dagli alti ranghi militari, da Graziani e da Mussolini stesso che ordinavano: «Si uccide troppo poco!». Una enorme caccia all’uomo nero scatenata a casa sua da invasori e occupanti feroci; qualcosa di peggio di colonizzatori, piuttosto brutali assassini razzisti che hanno ordito una strage, giorni di orrore e terrore per tutti quelli con la pelle sbagliata. E gli eredi di quella parte già giudicata dalla Storia fanno carte false, fabbricando una storia revisionata e miope.<br />Complessa anche la memoria etiope, parcellizzata e utilizzata da identità diverse: divisioni tra appartenenze diverse e opportunismi collegati dalla ricostruzione storica tra collaborazionisti e partigiani, tra oromo e amhara, tra eritrei ed etiopi, ascari e resistenti. Il risultato è un modo diverso di partecipare al ricordo dello Yekatit 12.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70163869</guid><pubDate>Fri, 20 Feb 2026 10:02:26 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70163869/yekatit12dominioni.mp3" length="28374026" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Blocchi ideologici impediscono serie riflessioni sull’ignobile avventura italiana in Etiopia

Il momento per gli studi storici non potrebbe essere più difficile: gli archivi sono artatamente chiusi, il revisionismo occupa tutti i canali, la sordina è...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<b>Blocchi ideologici impediscono serie riflessioni sull’ignobile avventura italiana in Etiopia</b><br /><br />Il momento per gli studi storici non potrebbe essere più difficile: gli archivi sono artatamente chiusi, il revisionismo occupa tutti i canali, la sordina è applicata ancora di più alla ricerca scientifica – le viene preferita la sottile arte della vacuità da influencer di politici superficiali e populisti. Così a fronte di una strage fascista, rivendicata, istigata, organizzata dal regime mussoliniano, tutte le attenzioni vengono spostate su episodi ininfluenti, già registrati e collocati negli ultimi 80 anni nella loro collocazione storica finché la voglia di vendetta di una Destra portata al potere dal venir meno della vigilanza antifascista da parte delle forze progressiste, complici e corree nella scelta omertosa di non consegnare i criminali italiani, la cancellazione di tracce (la filiera dei gas usati e su cui tutti tacquero).<br />Perciò ci siamo rivolti a uno storico che da vari decenni si occupa dei misfatti del ventennio fascista in particolare nel Corno d’Africa: Matteo Dominioni cerca di ricondurci a termini, parole, testimonianze, analisi, dati e documenti scientifici, attraverso i quali poter ricondurre a una ricostruzione il più possibile veritiera e al conseguente giudizio sulla invasione, occupazione e poi la postura coloniale, che coinvolse un milione di italiani. Su tutti spicca il criminale di guerra Graziani.<br /><br />Lo abbiamo interpellato il 19 febbraio, cioè “Yekatit 12”, come gli etiopi chiamano il loro giorno della memoria, di quel 1937 in cui sono stati uccisi tra 4 e 20 mila abitanti del Corno d’Africa per mano degli occupanti italiani aizzati dagli alti ranghi militari, da Graziani e da Mussolini stesso che ordinavano: «Si uccide troppo poco!». Una enorme caccia all’uomo nero scatenata a casa sua da invasori e occupanti feroci; qualcosa di peggio di colonizzatori, piuttosto brutali assassini razzisti che hanno ordito una strage, giorni di orrore e terrore per tutti quelli con la pelle sbagliata. E gli eredi di quella parte già giudicata dalla Storia fanno carte false, fabbricando una storia revisionata e miope.<br />Complessa anche la memoria etiope, parcellizzata e utilizzata da identità diverse: divisioni tra appartenenze diverse e opportunismi collegati dalla ricostruzione storica tra collaborazionisti e partigiani, tra oromo e amhara, tra eritrei ed etiopi, ascari e resistenti. Il risultato è un modo diverso di partecipare al ricordo dello Yekatit 12.]]></itunes:summary><itunes:duration>1774</itunes:duration><itunes:keywords>colonialismo,debrelibanos,etiopi,etiopia,graziani,occupazione.italiana,razzismo,stragi.coloniali,yekatit12</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/92310500664721c295f0e2ca4d562645.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il Sahel nella tempesta dal Niger al Burkina Faso tensioni e fratture</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-sahel-nella-tempesta-dal-niger-al-burkina-faso-tensioni-e-fratture--70095773</link><description><![CDATA[La regione del Sahel continua a essere uno dei teatri più instabili del continente africano.  Le principali cause della cosiddetta “crisi saheliana” non sembrano infatti essere state risolte. Gli avvenimenti degli ultimi mesi hanno confermato una generalizzata instabilità politica e istituzionale, economie fragili aggravate da insicurezza alimentare e cambiamenti climatici, insufficiente contrasto regionale alla proliferazione di gruppi armati jihadisti. Questi fattori s'intrecciano con profonde tensioni sociali,perdurando lo scontro tra i cascami delle vecchie élite legate agli interessi francesi e le giunte sovraniste al potere.<br />In Burkina Faso la giunta Traorè ha messo fuori legge i partiti, scioglimento che è stato formalizzato con un decreto del Capo dello Stato. L'argomentazione del governo secondo cui la politica di parte ha contribuito alla disgregazione del tessuto sociale trova un pubblico ricettivo tra la popolazione in generale e le élite che, per un certo periodo, sono rimaste ai margini del potere senza la possibilità di partecipare . Ma lo scioglimento dei partiti politici non significa necessariamente la loro scomparsa , ma apre le porte a una ricomposizione e a un rinnovamento forzato della classe politica nei prossimi anni. I tre regimi militari (Burkina Faso, Mali e Niger) che si sono ritirati dalla CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell'Africa Occidentale) per costituire un'organizzazione regionale alternativa  l'Alleanza degli Stati del Sahel (AES), hanno tutti deciso di sciogliere i partiti e le organizzazioni politiche nei rispettivi paesi.<br />Intanto in Niger un attacco su larga scala ha colpito l'aeroporto della capitale danneggiando  strutture miitari e civili .La giunta di Tiani ha accusato la Francia e i suoi alleati Costa D'avorio e Benin mentre l'attacco è stato  rivendicato dagli insorti jiadhisti . <br /><br />Per comprendere le complesse dinamiche saheliani abbiamo parlato con<b> Alessio Iocchi studioso di storia e sistemi politici africani contemporanei,</b>]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70095773</guid><pubDate>Tue, 17 Feb 2026 10:46:46 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70095773/bastioni_12022026_iocchi.mp3" length="19312720" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>La regione del Sahel continua a essere uno dei teatri più instabili del continente africano.  Le principali cause della cosiddetta “crisi saheliana” non sembrano infatti essere state risolte. 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L'argomentazione del governo secondo cui la politica di parte ha contribuito alla disgregazione del tessuto sociale trova un pubblico ricettivo tra la popolazione in generale e le élite che, per un certo periodo, sono rimaste ai margini del potere senza la possibilità di partecipare . Ma lo scioglimento dei partiti politici non significa necessariamente la loro scomparsa , ma apre le porte a una ricomposizione e a un rinnovamento forzato della classe politica nei prossimi anni. I tre regimi militari (Burkina Faso, Mali e Niger) che si sono ritirati dalla CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell'Africa Occidentale) per costituire un'organizzazione regionale alternativa  l'Alleanza degli Stati del Sahel (AES), hanno tutti deciso di sciogliere i partiti e le organizzazioni politiche nei rispettivi paesi.<br />Intanto in Niger un attacco su larga scala ha colpito l'aeroporto della capitale danneggiando  strutture miitari e civili .La giunta di Tiani ha accusato la Francia e i suoi alleati Costa D'avorio e Benin mentre l'attacco è stato  rivendicato dagli insorti jiadhisti . <br /><br />Per comprendere le complesse dinamiche saheliani abbiamo parlato con<b> Alessio Iocchi studioso di storia e sistemi politici africani contemporanei,</b>]]></itunes:summary><itunes:duration>1208</itunes:duration><itunes:keywords>burkinafaso,insurrezionejihadista,niger,sahel,traorè,uranio</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/58c29b22b25fe2ec302e350e40604571.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Testimonianza dalla Tanzania scossa dalla repressione della presidente Samia Hassan</title><link>https://www.spreaker.com/episode/testimonianza-dalla-tanzania-scossa-dalla-repressione-della-presidente-samia-hassan--69011261</link><description><![CDATA[Il 9 dicembre è stato il 64esimo anniversario dell’indipendenza del paese dall’Inghilterra, ma il governo di Samia Suluhu Hassan ha cancellato tutte le cerimonie ufficiali e imposto il divieto assoluto di qualunque tipo di manifestazione pacifica. In strada non ci sono state bandiere nè manifestanti , ma l’esercito armato. Non solo, attraverso avvisi sms di massa inviati alla popolazione la polizia ha chiesto a chiunque di segnalare eventuali possibili attivisti sospetti .Il 29 ottobre scorso, è stato il giorno delle elezioni in cui Samia Hassan ha ottenuto il 98% dei voti; un risultato non attendibile anche perchè sono stati esclusi in anticipo i principali candidati dell’opposizione, tra cui Tundu Lissu di Chadema, arrestato ad aprile. Di fronte alle proteste seguite alla proclamazione dei risultati si è scatenata una repressione sanguinosa un vero e prorio massacro: si parla di oltre 2.000 morti, mentre il governo non ha ancora fornito cifre ufficiali. Sebbene le autorità tanzaniane abbiano bloccato internet per cinque giorni per tentare di impedire la pubblicazione di foto e video delle vittime, queste immagini hanno iniziato ad apparire sui social media pubblicate da attivisti che si trovano all'estero. Arrivano in misura crescente anche segnalazioni di passanti o civili uccisi nelle loro case, quando non rappresentavano alcuna minaccia. <br />Il movimento Jumuiya Ni Yetu (La comunità è nostra, in kiswahili) ha  accusato il governo di una campagna deliberata per cancellare le prove delle uccisioni. Ha affermato che gli ospedali sono stati sottoposti a misure di sicurezza rigorose, con le famiglie delle vittime e degli scomparsi "molestate, intimidite e arrestate" per aver cercato informazioni. "Medici e infermieri hanno ricevuto l'ordine di 'malizare' (finire ) coloro che erano in terapia intensiva a causa di ferite da arma da fuoco. Gli attivisti ritengono che almeno 2.000 corpi scomparsi segnalati dalle famiglie siano tra quelli sepolti in fosse comuni.<br />Il silenzio della cosiddetta comunità internazionale di fronte al massacro è stato assordante ,si vuole salvaguardare il flusso di denaro che arriva dai vari progetti infrastrutturali che sono in corso  in Tanzania ,dal porto di Daar es Salam controllato dagli  emiratini alla ferrovia Tazara costruita dai  cinesi alle intersezioni con il corridoio di Lobito.<br />Ne parliamo con una ragazza italiana di cui preserviamo l'anonimato , rientrata da poco dalla Tanzania dopo un soggiorno di lavoro, testimone degli avvenimenti . ]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69011261</guid><pubDate>Fri, 12 Dec 2025 19:14:29 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69011261/ragazza_tanzania.mp3" length="34802251" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Il 9 dicembre è stato il 64esimo anniversario dell’indipendenza del paese dall’Inghilterra, ma il governo di Samia Suluhu Hassan ha cancellato tutte le cerimonie ufficiali e imposto il divieto assoluto di qualunque tipo di manifestazione pacifica. 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Di fronte alle proteste seguite alla proclamazione dei risultati si è scatenata una repressione sanguinosa un vero e prorio massacro: si parla di oltre 2.000 morti, mentre il governo non ha ancora fornito cifre ufficiali. Sebbene le autorità tanzaniane abbiano bloccato internet per cinque giorni per tentare di impedire la pubblicazione di foto e video delle vittime, queste immagini hanno iniziato ad apparire sui social media pubblicate da attivisti che si trovano all'estero. Arrivano in misura crescente anche segnalazioni di passanti o civili uccisi nelle loro case, quando non rappresentavano alcuna minaccia. <br />Il movimento Jumuiya Ni Yetu (La comunità è nostra, in kiswahili) ha  accusato il governo di una campagna deliberata per cancellare le prove delle uccisioni. Ha affermato che gli ospedali sono stati sottoposti a misure di sicurezza rigorose, con le famiglie delle vittime e degli scomparsi "molestate, intimidite e arrestate" per aver cercato informazioni. "Medici e infermieri hanno ricevuto l'ordine di 'malizare' (finire ) coloro che erano in terapia intensiva a causa di ferite da arma da fuoco. Gli attivisti ritengono che almeno 2.000 corpi scomparsi segnalati dalle famiglie siano tra quelli sepolti in fosse comuni.<br />Il silenzio della cosiddetta comunità internazionale di fronte al massacro è stato assordante ,si vuole salvaguardare il flusso di denaro che arriva dai vari progetti infrastrutturali che sono in corso  in Tanzania ,dal porto di Daar es Salam controllato dagli  emiratini alla ferrovia Tazara costruita dai  cinesi alle intersezioni con il corridoio di Lobito.<br />Ne parliamo con una ragazza italiana di cui preserviamo l'anonimato , rientrata da poco dalla Tanzania dopo un soggiorno di lavoro, testimone degli avvenimenti . ]]></itunes:summary><itunes:duration>2176</itunes:duration><itunes:keywords>daressalaam,elezioni,hassan,proteste,repressione,samiasuhulu,tanzania,tazara</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/cedd827a04296a8c9e2805064e89a80d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Guinea Bissau golpe o regolamento di conti fra narcotrafficanti ?</title><link>https://www.spreaker.com/episode/guinea-bissau-golpe-o-regolamento-di-conti-fra-narcotrafficanti--68920673</link><description><![CDATA[Il piccolo paese da 2 milioni di abitanti era andato alle urne domenica 23 novembre per scegliere il nuovo presidente. I contendenti principali erano due. Il presidente uscente Umaro Sissoco Embaló e il rappresentante dell’opposizione Fernando Dias, scelto all’ultimo come sostituto del vero leader dell’opposizione Domingos Simões Pereira, che era stato escluso per via giudiziaria. <br />La Guinea Bissau è un paese povero ma strategicamente rilevante e quindi al centro delle rotte dei  trafficanti di cocaina colombiani verso l'Europa e gli Stati Uniti . L'esercito e la politica sono infiltrati dal narcotraffico che determina e condiziona le scelte politiche del paese che fu liberato dalla dominazione portoghese da Amilcar Cabral. Enormi disuguaglianze, repressione verso gli oppositori, ingombrante presenza dell'esercito non nuovo a colpi di stato, condizionamento dei signori della droga fanno della Guinea Bissau un narcostato senza infrastrutture e con deboili istituzioni.<br />Con il golpe è stato deposto il presidente uscente Umaro Sissoco Embaló, sostituito da un generale dell’esercito. Fin da subito però l’opposizione aveva accusato Embaló di aver orchestrato tutto per non perdere il potere.L'esito delle elezioni del 23 novembre non potrà essere conosciuto a causa della distruzione delle schede elettorali da parte dei militari,forse per impedire una potenziale vittoria dell'opposizione .<br /><br />Ne parliamo con <b>Andrea Spinelli Barrile</b>  giornalista esperto di Afriche.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68920673</guid><pubDate>Sat, 06 Dec 2025 18:12:07 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68920673/bastioni_04122025_spinelli_barrile.mp3" length="24890813" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Il piccolo paese da 2 milioni di abitanti era andato alle urne domenica 23 novembre per scegliere il nuovo presidente. 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Enormi disuguaglianze, repressione verso gli oppositori, ingombrante presenza dell'esercito non nuovo a colpi di stato, condizionamento dei signori della droga fanno della Guinea Bissau un narcostato senza infrastrutture e con deboili istituzioni.<br />Con il golpe è stato deposto il presidente uscente Umaro Sissoco Embaló, sostituito da un generale dell’esercito. Fin da subito però l’opposizione aveva accusato Embaló di aver orchestrato tutto per non perdere il potere.L'esito delle elezioni del 23 novembre non potrà essere conosciuto a causa della distruzione delle schede elettorali da parte dei militari,forse per impedire una potenziale vittoria dell'opposizione .<br /><br />Ne parliamo con <b>Andrea Spinelli Barrile</b>  giornalista esperto di Afriche.]]></itunes:summary><itunes:duration>1556</itunes:duration><itunes:keywords>elezioniguineabissau,embalo,golfodiguinea,golpe,guineabissau,narcostato,paigc</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/321e96e704c49132346a89dbfc71ecf4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Elezioni africane, presidenti dinosauri e  retaggio della Françafrique</title><link>https://www.spreaker.com/episode/elezioni-africane-presidenti-dinosauri-e-retaggio-della-francafrique--68569982</link><description><![CDATA[Partendo dalle elezioni in Costa d'Avorio che hanno riconfermato il modello autocratico del terzo mandato con l'elezione di Ouattara, legato mani e piedi agli interessi economici e strategici di una Francia in ritirata dallo scenario saheliano, proviamo con <b>Roberto Valussi </b>che scrive per la rivista Nigrizia a decrittare il risultato dei queste elezioni allargando lo sguardo ad altre aree del continente africano.<br />La serie di colpi di stato che ha cambiato gli equilibri in Mali, Burkina Faso e Niger e la creazione dell' Alleanza del Sahel (AES) ha spostato il baricentro degli interessi francesi verso la Costa D'Avorio che si consolida come pivot del residuo sistema di potere della Francia in Africa, pur aprendosi anche ad altri interlocutori come gli Stati Uniti e la Cina. Ouattara dopo aver impedito ai potenziali contendenti, Thiam e Gbabo, di presentarsi alle elezioni con artifici legali poco attendibili, ha vinto nonostante le proteste contro il suo ennesimo mandato sulla falsariga di un altro dinosauro africano, Paul Biya, che in Camerun alla tenera età di 92 anni continua a governare dal 1982 .<br />Si definiscono in questa fase di mutamenti e fratture sociali tre modelli, quello dei colpi di stato militari che con tutti i loro limiti, interpretano il sentimento antifrancese che alberga nella maggioranza demografica dei giovani insofferenti, la continuità delle finte democrazie autocratiche che con la repressione e i brogli danno continuità ad un sistema di potere in agonia e la soluzione elettorale alla senegalese forse non esportabile per le caratteristiche proprie della storia senegalese che incanala il dissenso e la protesta verso un progetto di cambiamento.   ]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68569982</guid><pubDate>Fri, 14 Nov 2025 18:20:38 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68569982/valussi.mp3" length="35674950" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Partendo dalle elezioni in Costa d'Avorio che hanno riconfermato il modello autocratico del terzo mandato con l'elezione di Ouattara, legato mani e piedi agli interessi economici e strategici di una Francia in ritirata dallo scenario saheliano,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Partendo dalle elezioni in Costa d'Avorio che hanno riconfermato il modello autocratico del terzo mandato con l'elezione di Ouattara, legato mani e piedi agli interessi economici e strategici di una Francia in ritirata dallo scenario saheliano, proviamo con <b>Roberto Valussi </b>che scrive per la rivista Nigrizia a decrittare il risultato dei queste elezioni allargando lo sguardo ad altre aree del continente africano.<br />La serie di colpi di stato che ha cambiato gli equilibri in Mali, Burkina Faso e Niger e la creazione dell' Alleanza del Sahel (AES) ha spostato il baricentro degli interessi francesi verso la Costa D'Avorio che si consolida come pivot del residuo sistema di potere della Francia in Africa, pur aprendosi anche ad altri interlocutori come gli Stati Uniti e la Cina. Ouattara dopo aver impedito ai potenziali contendenti, Thiam e Gbabo, di presentarsi alle elezioni con artifici legali poco attendibili, ha vinto nonostante le proteste contro il suo ennesimo mandato sulla falsariga di un altro dinosauro africano, Paul Biya, che in Camerun alla tenera età di 92 anni continua a governare dal 1982 .<br />Si definiscono in questa fase di mutamenti e fratture sociali tre modelli, quello dei colpi di stato militari che con tutti i loro limiti, interpretano il sentimento antifrancese che alberga nella maggioranza demografica dei giovani insofferenti, la continuità delle finte democrazie autocratiche che con la repressione e i brogli danno continuità ad un sistema di potere in agonia e la soluzione elettorale alla senegalese forse non esportabile per le caratteristiche proprie della storia senegalese che incanala il dissenso e la protesta verso un progetto di cambiamento.   ]]></itunes:summary><itunes:duration>2230</itunes:duration><itunes:keywords>aes,costad'avorio,dinosauriafricani,elezioni,elezioniafricane,ouattara,proteste,sahel</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/98fe6406ec301522fd6cebf889529e79.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Infrastrutture e progetti internazionali legittimano il sangue a Dar es Salaam?</title><link>https://www.spreaker.com/episode/infrastrutture-e-progetti-internazionali-legittimano-il-sangue-a-dar-es-salaam--68488816</link><description><![CDATA[<br /><br />Abbiamo sentito Elio Brando, perché ci eravamo lasciati il <a href="https://www.spreaker.com/episode/la-gen-z-arriva-ad-antananarivo-e-viene-giu-la-francafrique--68191380" target="_blank" rel="noreferrer noopener">18 ottobre</a> con Freddie del Curatolo reduce dall’aver appena insufflato il dubbio ad alti funzionari governativi in una Dar es Salaam blindata che i giovani potessero assumere come modello la Generazione Z dei paesi limitrofi, ottenendo una risposta che non ammetteva repliche: «Qui non ne hanno bisogno». Avevamo immaginato alludessero al fatto che la Tanzania è un paese in pieno sviluppo, grazie alla collocazione strategica delle sue infrastrutture e dei suoi porti; probabilmente era invece una risposta minacciosa, che alludeva all’apparato repressivo connaturato al regime che Samia Suluhu Hassan ha ereditato dal sanguinario Magufuli, di cui era vicepresidente.<br />E infatti già il 21 ottobre stesso si sono sollevate proteste con urne ancora aperte e dichiarazione di elezione della presidente, fino a una insurrezione stroncata con centinaia di morti, la cifra esatta delle cataste di cadaveri non è ancora chiara e forse non si saprà mai, ma si parla di più di 700 morti.<br />Abbiamo preso spunto dalle violenze postelettorali in Tanzania per aprire una finestra sulla regione e per cogliere se l'establishment avesse compreso quanto una società in evoluzione rapida potesse ancora accettare dei giochetti della vecchia politica e quanto conta la generazione Z negli equilibri dei paesi africani più in sviluppo. Qui si innesca un'analisi dei movimenti di contestazione diversi che si sono affacciati nella regione, a cominciare dal Kenya per arrivare al Madagascar e ora in Tanzania, comparando le differenze tra le istanze e le forme di lotta e la composizione sociale dei "ribelli" e invece la composizione del dissenso e dell'opposizione nei paesi che compongono la regione africana che si affaccia sull'Oceano indiano. E poi le modalità della collaborazione tra i governi nella repressione in opposizione ai rapporti tra contestatori. Allargando un po’ lo sguardo Elio Brando ci ha aiutato da un lato a descrivere le compromissioni di potenze locali (Turchia, Sauditi, Emirates... Israele), che occupano direttamente o sovvenzionano proxy war o gruppi jihadisti e poi il coinvolgimento delle grandi potenze (Cina, Usa, Russia… India) per lo più relativo a infrastrutture e sfruttamento di risorse attraverso corridoi comunicativi e porti; dall’altro l'importanza per l'economia mondiale di siti come i porti tanzaniani – Dar es Salaam in primis –, di infrastrutture come il corridoio di Lobito, ferrovie e infrastrutture in generale. Dove il colonialismo parla più cinese.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68488816</guid><pubDate>Mon, 10 Nov 2025 06:25:07 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68488816/tanzania_tra_rivolte_e_infrastrutture.mp3" length="20758781" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Abbiamo sentito Elio Brando, perché ci eravamo lasciati il https://www.spreaker.com/episode/la-gen-z-arriva-ad-antananarivo-e-viene-giu-la-francafrique--68191380 con Freddie del Curatolo reduce dall’aver appena insufflato il dubbio ad alti funzionari...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<br /><br />Abbiamo sentito Elio Brando, perché ci eravamo lasciati il <a href="https://www.spreaker.com/episode/la-gen-z-arriva-ad-antananarivo-e-viene-giu-la-francafrique--68191380" target="_blank" rel="noreferrer noopener">18 ottobre</a> con Freddie del Curatolo reduce dall’aver appena insufflato il dubbio ad alti funzionari governativi in una Dar es Salaam blindata che i giovani potessero assumere come modello la Generazione Z dei paesi limitrofi, ottenendo una risposta che non ammetteva repliche: «Qui non ne hanno bisogno». Avevamo immaginato alludessero al fatto che la Tanzania è un paese in pieno sviluppo, grazie alla collocazione strategica delle sue infrastrutture e dei suoi porti; probabilmente era invece una risposta minacciosa, che alludeva all’apparato repressivo connaturato al regime che Samia Suluhu Hassan ha ereditato dal sanguinario Magufuli, di cui era vicepresidente.<br />E infatti già il 21 ottobre stesso si sono sollevate proteste con urne ancora aperte e dichiarazione di elezione della presidente, fino a una insurrezione stroncata con centinaia di morti, la cifra esatta delle cataste di cadaveri non è ancora chiara e forse non si saprà mai, ma si parla di più di 700 morti.<br />Abbiamo preso spunto dalle violenze postelettorali in Tanzania per aprire una finestra sulla regione e per cogliere se l'establishment avesse compreso quanto una società in evoluzione rapida potesse ancora accettare dei giochetti della vecchia politica e quanto conta la generazione Z negli equilibri dei paesi africani più in sviluppo. Qui si innesca un'analisi dei movimenti di contestazione diversi che si sono affacciati nella regione, a cominciare dal Kenya per arrivare al Madagascar e ora in Tanzania, comparando le differenze tra le istanze e le forme di lotta e la composizione sociale dei "ribelli" e invece la composizione del dissenso e dell'opposizione nei paesi che compongono la regione africana che si affaccia sull'Oceano indiano. E poi le modalità della collaborazione tra i governi nella repressione in opposizione ai rapporti tra contestatori. Allargando un po’ lo sguardo Elio Brando ci ha aiutato da un lato a descrivere le compromissioni di potenze locali (Turchia, Sauditi, Emirates... Israele), che occupano direttamente o sovvenzionano proxy war o gruppi jihadisti e poi il coinvolgimento delle grandi potenze (Cina, Usa, Russia… India) per lo più relativo a infrastrutture e sfruttamento di risorse attraverso corridoi comunicativi e porti; dall’altro l'importanza per l'economia mondiale di siti come i porti tanzaniani – Dar es Salaam in primis –, di infrastrutture come il corridoio di Lobito, ferrovie e infrastrutture in generale. Dove il colonialismo parla più cinese.]]></itunes:summary><itunes:duration>1298</itunes:duration><itunes:keywords>changenow,freetanzania,freeuganda,globalgateway,kenya,lobito,prayfortanzania,samia,samiasuluhu,tanzania,tanzaniaprotests,uganda</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ff398e258f0f89cbe13174608d44a7ce.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La spartizione nella proxy war sudanese non basta ai due generali</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-spartizione-nella-proxy-war-sudanese-non-basta-ai-due-generali--68376972</link><description><![CDATA[Moltiplicatori di terrore dopo la caduta di Al-Fasher <br /><br />El Fasher è un’altra tappa della corsa verso l’abisso intrapresa dall’ordine mondiale dopo che si è sdoganata l’impunità per i più efferati genocidi attizzati da rivalità interne e interessi stranieri, sempre ai danni degli abitanti dei territori contesi.<br />Quello sudanese è attualmente il conflitto più atroce e spietato per i modi in cui è sparso il terrore e per il ripetersi delle stragi, per l’allargamento della zona investita dalla furia, per la quantità di morti e sfollati, per le condizioni in cui si tenta di sopravvivere agli inseguimenti, torture, stupri ed esecuzioni sommarie. Matteo Palamidesse a fatica tenta di superare l'orrore delle testimonianze, senz ariuscirci, e ci riporta dati e analisi di questo massacro genocidario.<br />Gli ultimi 18 mesi dell’assedio all’antica capitale del Darfur – non a caso la furia dei janjiaweed si è scatenata in particolare su questa città simbolica degli autoctoni Fur – hanno trovato il loro epilogo in una mattanza a cui il mondo assiste attonito, con le potenze coinvolte che registrano la spartizione tra Hemmedti (sostenuto da Emirates, Abiy Ahmed, Haftar, Israele) e Buhrani, il fantoccio di Turchia Iran e Qatar. In mezzo una popolazione affamata, terrorizzata, stuprata, annientata, i cui corpi vengono gettati in quello stesso fossato costruito dalle Rsf per isolare la città nell’assedio di 550 giorni che ha affamato gli 800mila abitanti a cui si sommavano 200mila profughi.<br />Il risultato della disumanizzazione del nemico, ormai un presupposto di ogni conflitto da Grozny a Gaza, si coglie in quei video diffusi dai carnefici che si sono accaniti sui 250mila civili rimasti intrappolati dopo la ritirata dell’esercito di Khartoum:  le stesse milizie di Dagalo hanno riempito i social con centinaia di video della loro pulizia etnica, dei loro crimini contro l’umanità, per spargere ulteriore terrore e mostrare cosa aspetta i civili laddove si allargherà lo smembramento del Sudan. E la spartizione sembra non accontentare nessuno, quindi il massacro è destinato ad allargarsi ulteriormente.  ]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68376972</guid><pubDate>Sat, 01 Nov 2025 12:48:49 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68376972/el_fasher_la_malebolgia_del_darfur_esibita_dai_carnefici.mp3" length="13007266" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Moltiplicatori di terrore dopo la caduta di Al-Fasher 

El Fasher è un’altra tappa della corsa verso l’abisso intrapresa dall’ordine mondiale dopo che si è sdoganata l’impunità per i più efferati genocidi attizzati da rivalità interne e interessi...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Moltiplicatori di terrore dopo la caduta di Al-Fasher <br /><br />El Fasher è un’altra tappa della corsa verso l’abisso intrapresa dall’ordine mondiale dopo che si è sdoganata l’impunità per i più efferati genocidi attizzati da rivalità interne e interessi stranieri, sempre ai danni degli abitanti dei territori contesi.<br />Quello sudanese è attualmente il conflitto più atroce e spietato per i modi in cui è sparso il terrore e per il ripetersi delle stragi, per l’allargamento della zona investita dalla furia, per la quantità di morti e sfollati, per le condizioni in cui si tenta di sopravvivere agli inseguimenti, torture, stupri ed esecuzioni sommarie. Matteo Palamidesse a fatica tenta di superare l'orrore delle testimonianze, senz ariuscirci, e ci riporta dati e analisi di questo massacro genocidario.<br />Gli ultimi 18 mesi dell’assedio all’antica capitale del Darfur – non a caso la furia dei janjiaweed si è scatenata in particolare su questa città simbolica degli autoctoni Fur – hanno trovato il loro epilogo in una mattanza a cui il mondo assiste attonito, con le potenze coinvolte che registrano la spartizione tra Hemmedti (sostenuto da Emirates, Abiy Ahmed, Haftar, Israele) e Buhrani, il fantoccio di Turchia Iran e Qatar. In mezzo una popolazione affamata, terrorizzata, stuprata, annientata, i cui corpi vengono gettati in quello stesso fossato costruito dalle Rsf per isolare la città nell’assedio di 550 giorni che ha affamato gli 800mila abitanti a cui si sommavano 200mila profughi.<br />Il risultato della disumanizzazione del nemico, ormai un presupposto di ogni conflitto da Grozny a Gaza, si coglie in quei video diffusi dai carnefici che si sono accaniti sui 250mila civili rimasti intrappolati dopo la ritirata dell’esercito di Khartoum:  le stesse milizie di Dagalo hanno riempito i social con centinaia di video della loro pulizia etnica, dei loro crimini contro l’umanità, per spargere ulteriore terrore e mostrare cosa aspetta i civili laddove si allargherà lo smembramento del Sudan. 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Non pensano sia logico che il movimento sfoci in un partito, anche se vedono delle significative personalità tra loro. L’impegno è finalizzato al movimento e si limita alle richieste di una piazza che ci tiene a mantenere la mobilitazione per la mobilitazione stessa e trova i suoi limiti all’interno delle rivendicazioni. Non gli interessa parlare di rovesciamento del potere, o del sistema; le richieste riguardano pragmaticamente ciò che manca e nel mirino sono essenzialmente le oligarchie corrotte e nepotiste.<br />Ma quanto ci si può fidare dei cinquantenni del Capsat, la forza d’élite dell’esercito di Antananarivo che ha deposto Rajoelina, unendosi ai manifestanti ma anche dichiarando la presa del potere e Randrianirina si è dichiarato presidente, mescolando la rivolta giovanile con la bandiera di One Piece e un golpe militare assimilabile a quelli del Sahel? Quanto si rischia di intravedere l’ombra lunga di Mosca anche a quelle latitudini nell’Oceano Indiano? Quali differenze si possono riscontrare con la rivolta della Gen Z keniana del giugno 2024?<br /><br /><b>Soprattutto, è ancora una rivolta della Gen Z, o è un golpe militare del Capsat?</b><br />Potrebbe essere entrambi, nel senso che i ragazzi si sentono ancora mobilitati e in grado di infiammare ancora le piazze e i militari li hanno ringraziati, prendendo però il potere, benché a parole per gestire la transizione (un po' lunga, però: 24 mesi per arrivare a organizzare elezioni).<br />Freddie Del Curatolo mette sull’avviso del fatto che il livore antifrancese che, grazie all’insipienza di Macron – ma anche all’implosione del controllo postcoloniale francese sui passati protettorati –, il vuoto permetta a potenze come Cina, Russia e Turchia di prendere il posto di Parigi, ma forse questo è endemico in ogni caso di entropia di una supremazia.<br />Certo il controllo del Madagascar significa piazzarsi in mezzo alle rotte commerciali più importanti attualmente (comprese le costruzioni di ferrovie di collegamento come Lobito), ma le indagini di Freddie nella vicina Tanzania hanno ricevuto soltanto enigmatiche risposte da parte del potere di Dar es Salaam: «I giovani tanzaniani non hanno bisogno di rivolte; stanno bene così»; sarà, ma libertà di stampa e diritti civili sono stati soppressi e alle prossime elezioni del 29 ottobre sono stati squalificati gli oppositori al regime del Ccm di Samia Suluhu Hassan. Un partito al potere dal 1961. Sembra quasi che Uganda, Ruanda, Tanzania guidino le dittature africane che convivono con i paesi in rivolta, in mezzo enormi paesi come Nigeria, Senegal e il Kenya che piange Odinga, un vecchio ammirato per una vita di promesse.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68191380</guid><pubDate>Sat, 18 Oct 2025 16:25:07 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68191380/genz_panafricanismo_digitale_senza_leader.mp3" length="30358868" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Opposte emozioni africane: Gen Z ad Antananarivo, Odinga a Nairobi, Kagame a Kigali, Samia Suluhu Hassan a Dar es Salaam

Dal Madagscar al Marocco, dal Kenya al Senegal, dall’Uganda al Sahel quell’80% della popolazione nata nel nuovo millennio sta...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Opposte emozioni africane: Gen Z ad Antananarivo, Odinga a Nairobi, Kagame a Kigali, Samia Suluhu Hassan a Dar es Salaam<br /><br />Dal Madagscar al Marocco, dal Kenya al Senegal, dall’Uganda al Sahel quell’80% della popolazione nata nel nuovo millennio sta creando il cambiamento e con Freddie Del Curatolo, che dalla sua Nairobi si è spostato a Dar es Salaam per seguire le elezioni, abbiamo messo in relazione le istanze portate dalla Gen Z con l’elefantismo di certi apparati di potere arroccati dietro a irremovibili ultraottantenni emanazioni di famiglie e clan che controllano paesi postcoloniali dall’ondata di indipendentismo degli anni Sessanta.<br />I ragazzi malgasci parlano di movimento di cittadinanza e popolare, lontano da partiti, contro la corruzione del nepotismo; ai francesi chiedono di non intromettersi né parteggiare per uno o per l’altro. Non pensano sia logico che il movimento sfoci in un partito, anche se vedono delle significative personalità tra loro. L’impegno è finalizzato al movimento e si limita alle richieste di una piazza che ci tiene a mantenere la mobilitazione per la mobilitazione stessa e trova i suoi limiti all’interno delle rivendicazioni. Non gli interessa parlare di rovesciamento del potere, o del sistema; le richieste riguardano pragmaticamente ciò che manca e nel mirino sono essenzialmente le oligarchie corrotte e nepotiste.<br />Ma quanto ci si può fidare dei cinquantenni del Capsat, la forza d’élite dell’esercito di Antananarivo che ha deposto Rajoelina, unendosi ai manifestanti ma anche dichiarando la presa del potere e Randrianirina si è dichiarato presidente, mescolando la rivolta giovanile con la bandiera di One Piece e un golpe militare assimilabile a quelli del Sahel? Quanto si rischia di intravedere l’ombra lunga di Mosca anche a quelle latitudini nell’Oceano Indiano? Quali differenze si possono riscontrare con la rivolta della Gen Z keniana del giugno 2024?<br /><br /><b>Soprattutto, è ancora una rivolta della Gen Z, o è un golpe militare del Capsat?</b><br />Potrebbe essere entrambi, nel senso che i ragazzi si sentono ancora mobilitati e in grado di infiammare ancora le piazze e i militari li hanno ringraziati, prendendo però il potere, benché a parole per gestire la transizione (un po' lunga, però: 24 mesi per arrivare a organizzare elezioni).<br />Freddie Del Curatolo mette sull’avviso del fatto che il livore antifrancese che, grazie all’insipienza di Macron – ma anche all’implosione del controllo postcoloniale francese sui passati protettorati –, il vuoto permetta a potenze come Cina, Russia e Turchia di prendere il posto di Parigi, ma forse questo è endemico in ogni caso di entropia di una supremazia.<br />Certo il controllo del Madagascar significa piazzarsi in mezzo alle rotte commerciali più importanti attualmente (comprese le costruzioni di ferrovie di collegamento come Lobito), ma le indagini di Freddie nella vicina Tanzania hanno ricevuto soltanto enigmatiche risposte da parte del potere di Dar es Salaam: «I giovani tanzaniani non hanno bisogno di rivolte; stanno bene così»; sarà, ma libertà di stampa e diritti civili sono stati soppressi e alle prossime elezioni del 29 ottobre sono stati squalificati gli oppositori al regime del Ccm di Samia Suluhu Hassan. Un partito al potere dal 1961. Sembra quasi che Uganda, Ruanda, Tanzania guidino le dittature africane che convivono con i paesi in rivolta, in mezzo enormi paesi come Nigeria, Senegal e il Kenya che piange Odinga, un vecchio ammirato per una vita di promesse.]]></itunes:summary><itunes:duration>1898</itunes:duration><itunes:keywords>aes,antananarivo,capsat,ccm,genz,junte,kagame,kenya,madagascar,odinga,rajoelina,randrianirina,sahel,tanzania</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/80a0381002e702e3ae40ea91372bac4f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Gen Z: Madagascar e Marocco tra rivolta generazionale e lotta di classe</title><link>https://www.spreaker.com/episode/gen-z-madagascar-e-marocco-tra-rivolta-generazionale-e-lotta-di-classe--68013009</link><description><![CDATA[Iniziarono i nigeriani di <a href="https://ogzero.org/africa-teatro-della-storia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lagos</a>, poi l’altra megalopoli africana del colonialismo britannico: <a href="https://www.spreaker.com/episode/genz-wish-rutomustgo--60537178" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nairobi</a>; per non parlare ancora prima di <a href="https://www.spreaker.com/episode/le-senegal-dit-a-la-france-degage--43800734" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Dakar</a>. intanto la <a href="https://www.spreaker.com/episode/move-forward-e-una-vera-rivoluzione-del-costume-thai--53908400" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Milk Tea Revolution</a> si aggirava per la Thailandia e il Myanmar dopo il golpe. Il virus delle bandiere prestate dal manga <i>One Piece</i>, dove – non a caso – un gruppo di giovani si ribella a una società distopica e oppressiva, si è diffuso in Sudest asiatico per approdare in <a href="https://open.spotify.com/episode/7EMncVrBZLbmVdIIAzByAG" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bangla Desh</a>, <a href="https://open.spotify.com/episode/4ZXikzr1ZPxa1fxsLKmTaY" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nepal e Indonesia</a>, finendo per tornare nel continente africano. Nessun leader, nessuna faccia da esporre, piuttosto appunto la bandiera comune in tutto il mondo, che trova una comunanza anche nella comunicazione mediatica.<br />Con <b>Mauro Indelicato</b> tentiamo di analizzare similitudini e differenze tra il contemporaneo insorgere di giovani in rivolta (à la Camus) sia in Marocco che in Madagascar. Si sottolinea il forte peso della generazione Z, che in Africa si distacca enormemente dai genitori, perché urbanizzati, iperscolarizzati e con grande dimestichezza con le tecnologie digitali e un forte distacco dalle tradizioni etniche e le sue divisioni; la differenza con i grandi rivoluzionari degli anni Sessanta è che il superamento delle divisioni tribali non è indotto ideologicamente ma fa parte della prassi quotidiana di condivisione dei medesimi disagi per esempio negli slum che ospitano indiscriminatamente tutti, con gli stessi problemi – in Madagascar per esempio la mancanza d’acqua e di energia elettrica han fatto da detonatore alla rivolta – e parlando la stessa lingua. Invece i repressori governativi hanno imparato dalle gendarmerie della madre patria e a quei metodi si attengono.<br />Il muro che viene picconato ora è quello tra la Generazione Z vicino alla globalizzazione, rispetto alle abitudini culturali dei genitori, immaginando un’Africa finalmente indipendente davvero. Il divario tra speranza digitale e cruda realtà rende l’espressione del malcontento attraverso il sarcasmo e la satira digitali un mezzo naturale per sfogarsi e chiedere un cambiamento. I giovani hanno risposto a questa contraddizione con un sarcasmo tagliente online <br />La molla delle rivolte è comunque legata ai bisogni e quindi si può definire come una lotta di classe che si va a sovrapporre a quella intergenerazionale di superamento di prassi tradizionali che vengono travolte dalle richieste che animano la protesta di cancellare le disparità e l’ingiustizia: una crisi che si estende oltre l’istruzione e la sanità, fino all’intera struttura della giustizia sociale.<br />La Generazione Z ha deciso di testare per la prima volta la capacità della mobilitazione digitale di trasformarsi in protesta collettiva, segnando un nuovo percorso nel rapporto tra giovani e stato, un potere in mano a un’élite di vecchi corrotta, che vive nell’opulenza, in un contesto di corruzione e repressione generalizzata … ma ancora per poco.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68013009</guid><pubDate>Sat, 04 Oct 2025 15:07:24 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68013009/generazione_z_in_rivolta_planetaria.mp3" length="31622787" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Iniziarono i nigeriani di https://ogzero.org/africa-teatro-della-storia/, poi l’altra megalopoli africana del colonialismo britannico: https://www.spreaker.com/episode/genz-wish-rutomustgo--60537178; per non parlare ancora prima di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Iniziarono i nigeriani di <a href="https://ogzero.org/africa-teatro-della-storia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lagos</a>, poi l’altra megalopoli africana del colonialismo britannico: <a href="https://www.spreaker.com/episode/genz-wish-rutomustgo--60537178" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nairobi</a>; per non parlare ancora prima di <a href="https://www.spreaker.com/episode/le-senegal-dit-a-la-france-degage--43800734" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Dakar</a>. intanto la <a href="https://www.spreaker.com/episode/move-forward-e-una-vera-rivoluzione-del-costume-thai--53908400" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Milk Tea Revolution</a> si aggirava per la Thailandia e il Myanmar dopo il golpe. 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Si sottolinea il forte peso della generazione Z, che in Africa si distacca enormemente dai genitori, perché urbanizzati, iperscolarizzati e con grande dimestichezza con le tecnologie digitali e un forte distacco dalle tradizioni etniche e le sue divisioni; la differenza con i grandi rivoluzionari degli anni Sessanta è che il superamento delle divisioni tribali non è indotto ideologicamente ma fa parte della prassi quotidiana di condivisione dei medesimi disagi per esempio negli slum che ospitano indiscriminatamente tutti, con gli stessi problemi – in Madagascar per esempio la mancanza d’acqua e di energia elettrica han fatto da detonatore alla rivolta – e parlando la stessa lingua. Invece i repressori governativi hanno imparato dalle gendarmerie della madre patria e a quei metodi si attengono.<br />Il muro che viene picconato ora è quello tra la Generazione Z vicino alla globalizzazione, rispetto alle abitudini culturali dei genitori, immaginando un’Africa finalmente indipendente davvero. Il divario tra speranza digitale e cruda realtà rende l’espressione del malcontento attraverso il sarcasmo e la satira digitali un mezzo naturale per sfogarsi e chiedere un cambiamento. I giovani hanno risposto a questa contraddizione con un sarcasmo tagliente online <br />La molla delle rivolte è comunque legata ai bisogni e quindi si può definire come una lotta di classe che si va a sovrapporre a quella intergenerazionale di superamento di prassi tradizionali che vengono travolte dalle richieste che animano la protesta di cancellare le disparità e l’ingiustizia: una crisi che si estende oltre l’istruzione e la sanità, fino all’intera struttura della giustizia sociale.<br />La Generazione Z ha deciso di testare per la prima volta la capacità della mobilitazione digitale di trasformarsi in protesta collettiva, segnando un nuovo percorso nel rapporto tra giovani e stato, un potere in mano a un’élite di vecchi corrotta, che vive nell’opulenza, in un contesto di corruzione e repressione generalizzata … ma ancora per poco.]]></itunes:summary><itunes:duration>1977</itunes:duration><itunes:keywords>akhannouch,antananarivo,casablanca,discord,genz,genz212,gsis,madagascar,marocco,moroccoprotests,rabat,rajoelina,ravelonarivo</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/fe51c029ba1c2c29e9004cb3a361c8d6.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Dalla Diga sul Nilo all'assedio di Al Fashir. Conflitti in Africa orientale</title><link>https://www.spreaker.com/episode/dalla-diga-sul-nilo-all-assedio-di-al-fashir-conflitti-in-africa-orientale--67835929</link><description><![CDATA[La regione delle infinite guerre dimenticate<br /><br />Finalmente a inizio settembre si è inaugurata Gerd, la grande diga sul Nilo Azzurro voluta da Abiy Ahmed e che non solo approvvigionerebbe Etiopia, Sudan, Kenya e Gibuti di energia elettrica, ma coprirebbe il 20% dei consumi dell’Africa orientale. In questo anno in cui il bacino idrico si è andato riempiendo i dati dimostrano che questo non è avvenuto a detrimento dei paesi a valle, eppure i motivi di attrito con l’Egitto non scemano e anzi si dispiegano truppe del Cairo in Somalia, evidenziando alleanze e divisioni legate ad altri dossier, quali lo sbocco al mare in Somaliland (proprio la regione che per essere riconosciuta da Usa e Israele è disposta a ospitare i gazawi deportati) per Addis Abeba, o gli scontri interetnici sia a Nord in Puntland, che nel Jubbaland a Sud. Matteo Palamidesse ci aiuta a districarci ancora una volta in mezzo a queste dispute, ma ci apre anche una finestra sull’orrore attorno ad Al Fashir, città nel Sudan occidentale con 300.000 abitanti assediati dalle milizie delle Forze di intervento rapido di Hemmedti; le sue parole a questo proposito vengono registrate qualche ora prima che un attacco contro una moschea proprio nei dintorni della città del Darfur ai confini con il Ciad il 19 settembre producesse 75 morti. Le efferratezze perpetrate in Sudan. sono superiori di quelle documentate in Ucraina sommate al genocidio di Gaza.<br />Non poteva mancare poi anche uno sguardo al Sud Sudan nel giorno in cui è stato reso noto il rapporto della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani in Sud Sudan, frutto di due anni di indagini e analisi indipendenti che hanno evidenziato il <i>Saccheggio di una nazione</i>, come riporta il titolo del dossier stesso.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67835929</guid><pubDate>Sun, 21 Sep 2025 08:06:47 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67835929/infiniti_squilibri_distopici_in_africa_orientale.mp3" length="25631287" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>La regione delle infinite guerre dimenticate

Finalmente a inizio settembre si è inaugurata Gerd, la grande diga sul Nilo Azzurro voluta da Abiy Ahmed e che non solo approvvigionerebbe Etiopia, Sudan, Kenya e Gibuti di energia elettrica, ma coprirebbe...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La regione delle infinite guerre dimenticate<br /><br />Finalmente a inizio settembre si è inaugurata Gerd, la grande diga sul Nilo Azzurro voluta da Abiy Ahmed e che non solo approvvigionerebbe Etiopia, Sudan, Kenya e Gibuti di energia elettrica, ma coprirebbe il 20% dei consumi dell’Africa orientale. In questo anno in cui il bacino idrico si è andato riempiendo i dati dimostrano che questo non è avvenuto a detrimento dei paesi a valle, eppure i motivi di attrito con l’Egitto non scemano e anzi si dispiegano truppe del Cairo in Somalia, evidenziando alleanze e divisioni legate ad altri dossier, quali lo sbocco al mare in Somaliland (proprio la regione che per essere riconosciuta da Usa e Israele è disposta a ospitare i gazawi deportati) per Addis Abeba, o gli scontri interetnici sia a Nord in Puntland, che nel Jubbaland a Sud. Matteo Palamidesse ci aiuta a districarci ancora una volta in mezzo a queste dispute, ma ci apre anche una finestra sull’orrore attorno ad Al Fashir, città nel Sudan occidentale con 300.000 abitanti assediati dalle milizie delle Forze di intervento rapido di Hemmedti; le sue parole a questo proposito vengono registrate qualche ora prima che un attacco contro una moschea proprio nei dintorni della città del Darfur ai confini con il Ciad il 19 settembre producesse 75 morti. Le efferratezze perpetrate in Sudan. sono superiori di quelle documentate in Ucraina sommate al genocidio di Gaza.<br />Non poteva mancare poi anche uno sguardo al Sud Sudan nel giorno in cui è stato reso noto il rapporto della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani in Sud Sudan, frutto di due anni di indagini e analisi indipendenti che hanno evidenziato il <i>Saccheggio di una nazione</i>, come riporta il titolo del dossier stesso.]]></itunes:summary><itunes:duration>1602</itunes:duration><itunes:keywords>abiy,darfur,egitto,eritrea,etiopia,fashir,gerd,hemedti,kiir,mohamud,nilo,puntland,redsea,rsf,saf,somalia,somaliland,sudan</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ba81dbb2246ee56403cd0c9a9b25100a.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Business Summit. Il mercato africano apprezza le trattative senza “condizioni” etico-politiche di Trump</title><link>https://www.spreaker.com/episode/business-summit-il-mercato-africano-apprezza-le-trattative-senza-condizioni-etico-politiche-di-trump--66772324</link><description><![CDATA[Con Massimo Zaurrini, direttore di “Africa&amp;Affari”, affrontiamo lo spostamento dell’asse commerciale dell’Africa centrale in seguito al nuovo interesse statunitense per le risorse africane in funzione anticinese.<br />In questo quadro si inserisce l’ennesima sceneggiata dell’amministrazione Trump che pretende di imporre una pace nel Nordest del Congo su basi e impegni uguali a quelli che da 20 anni sono divenuti carta straccia nel breve volgere di tempo, l’unica differenza è che Tshisekedi – molto legato alla finanza israeliana – ha “svenduto” il controllo delle risorse del territorio dei Grandi Laghi agli Usa in cambio della risoluzione della guerra con l’M23 e l’Alleanza del Fiume Congo, emanazione del Ruanda, alleato e partner degli anglo-americani. Quindi agli americani interessa in particolare poter sfruttare le miniere in qualche modo e dunque hanno scelto di mettere in sicurezza… i loro investimenti nella regione. Il Qatar è l'hub di arrivo delle merci e degli investimenti e per questo è coinvolto in questo quadro di tregua, essendo ormai Doha la capitale di qualunque accordo internazionale da quello siglato dal Trump.01 con i talebani.<br />Attorno alla Repubblica democratica del Congo e alle sue ricchezze si sviluppano nuove infrastrutture utili alle nazioni africane che stano tentando di innescare uno sviluppo pieno di promesse e anche pericoli innanzitutto ambientali, ma quanto è l’interesse per gli affari occidentali? Salta all’occhio quel corridoio che, adoperando come terminal il porto angolano di Lobito, ambisce a tracciare supply chain che uniscono Oceano Indiano e Atlantico, fulcro della disputa Cina/Usa sulle merci africane, che il 26 giugno ha appena ricevuto 250 milioni ulteriori per la sua creazione da parte della UE, dopo il mezzo miliardo stanziato da Biden nel suo ultimo viaggio da presidente. Il corridoio di Lobito è bloccato dalla disputa nel Kivu migliaia di chilometri a nord del confine congoloese con lo Zambia, per cui si è operata una variante al progetto iniziale che coinvolgeva il Katanga.<br />Della strategia fa parte anche il taglio agli USAid, alla Banca africana di sviluppo… il tutto per incentivare gli accordi bilaterali in cui Trump, il mercante, può ricattare, strappare il miglior prezzo, taglieggiare, smaramaldeggiare… gettare fumo negli occhi con la promessa di sviluppo attraverso la Dfc (U.S. Development Finance Corporation); e se si dovesse finalmente spuntare la possibilità di lavorare in loco i materiali grezzi, la devastazione ambientale sarebbe inevitabile.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66772324</guid><pubDate>Fri, 27 Jun 2025 16:00:53 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66772324/lobito_katanga_corridoi_infrastrutturali_spostano_assi_regionali.mp3" length="22043153" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Con Massimo Zaurrini, direttore di “Africa&amp;amp;Affari”, affrontiamo lo spostamento dell’asse commerciale dell’Africa centrale in seguito al nuovo interesse statunitense per le risorse africane in funzione anticinese.
In questo quadro si inserisce...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Con Massimo Zaurrini, direttore di “Africa&amp;Affari”, affrontiamo lo spostamento dell’asse commerciale dell’Africa centrale in seguito al nuovo interesse statunitense per le risorse africane in funzione anticinese.<br />In questo quadro si inserisce l’ennesima sceneggiata dell’amministrazione Trump che pretende di imporre una pace nel Nordest del Congo su basi e impegni uguali a quelli che da 20 anni sono divenuti carta straccia nel breve volgere di tempo, l’unica differenza è che Tshisekedi – molto legato alla finanza israeliana – ha “svenduto” il controllo delle risorse del territorio dei Grandi Laghi agli Usa in cambio della risoluzione della guerra con l’M23 e l’Alleanza del Fiume Congo, emanazione del Ruanda, alleato e partner degli anglo-americani. Quindi agli americani interessa in particolare poter sfruttare le miniere in qualche modo e dunque hanno scelto di mettere in sicurezza… i loro investimenti nella regione. Il Qatar è l'hub di arrivo delle merci e degli investimenti e per questo è coinvolto in questo quadro di tregua, essendo ormai Doha la capitale di qualunque accordo internazionale da quello siglato dal Trump.01 con i talebani.<br />Attorno alla Repubblica democratica del Congo e alle sue ricchezze si sviluppano nuove infrastrutture utili alle nazioni africane che stano tentando di innescare uno sviluppo pieno di promesse e anche pericoli innanzitutto ambientali, ma quanto è l’interesse per gli affari occidentali? Salta all’occhio quel corridoio che, adoperando come terminal il porto angolano di Lobito, ambisce a tracciare supply chain che uniscono Oceano Indiano e Atlantico, fulcro della disputa Cina/Usa sulle merci africane, che il 26 giugno ha appena ricevuto 250 milioni ulteriori per la sua creazione da parte della UE, dopo il mezzo miliardo stanziato da Biden nel suo ultimo viaggio da presidente. Il corridoio di Lobito è bloccato dalla disputa nel Kivu migliaia di chilometri a nord del confine congoloese con lo Zambia, per cui si è operata una variante al progetto iniziale che coinvolgeva il Katanga.<br />Della strategia fa parte anche il taglio agli USAid, alla Banca africana di sviluppo… il tutto per incentivare gli accordi bilaterali in cui Trump, il mercante, può ricattare, strappare il miglior prezzo, taglieggiare, smaramaldeggiare… gettare fumo negli occhi con la promessa di sviluppo attraverso la Dfc (U.S. Development Finance Corporation); e se si dovesse finalmente spuntare la possibilità di lavorare in loco i materiali grezzi, la devastazione ambientale sarebbe inevitabile.]]></itunes:summary><itunes:duration>1378</itunes:duration><itunes:keywords>bukavu,congo,felixtshisekedi,katanga,kibera,kivu,lobitocorridor,m23,paulkagame,qatar,rareearths,rdc,ruanda,terrerare,tshisekedi,usafricabizsummit2025</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/5ee6690337744890f6b81774d8745b4a.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Priorità, intensità, traguardi diversi nei paesi della Russiafrique con capitale Dubai</title><link>https://www.spreaker.com/episode/priorita-intensita-traguardi-diversi-nei-paesi-della-russiafrique-con-capitale-dubai--66583778</link><description><![CDATA[Alessio Iocchi si è prestato per questa lunga chiacchierata per andare a scovare quali temi stiano realmente alla base dei rivolgimenti geostrategici nel Sahel e in particolare nei tre neoalleati che ultimamente hanno visto nascere regimi simili di matrice militare. E nemmeno quella sorta di unione in realtà si è verificata, sicuramente né economicamente, né nelle infrastrutture si è assistito a una forma di unificazione.<br />Sankarismo da operetta a Ouaga, e contrasto a stragi jihadiste con sfondo etnico contro i nomadi peul e tuareg; autoritarsismo tradizionale a Niamey, dove il contrasto alle milizie è gestito ambiguamente con russi e italiani soffiando sul fuoco del razzismo verso migranti e lavoratori cinesi, senza recidere del tutto i legami con il vecchio colonialismo europeo; partiti al bando e media imbavagliati a Bamako, dove i paramilitari russi torturano i civili nella lotta al terrorismo di marca ucraina (secondo la giunta).<br /><br /><br />Traoré, buffo vestito da militare al Cremlino, dopo l’attentato vive in una bolla di propaganda distaccato dalla realtà, che è fatta di soldatini e cadetti inviati a farsi ammazzare con scarse munizioni dai gruppi terroristici del deserto e compratori di oro sotto varie bandiere di racket, che trasferiscono il raccolto nel paradiso fiscale di Dubai (la vera capitale del Sahel): le miniere più o meno legali monopolizzano l’attenzione sulla zona e la manipolazione dei vari regimi, compreso quello ciadiano, gestito dall’esercito in combutta con i Janjaweed (il che getta un ponte sul vero conflitto sanguinoso del pianeta che si sta combattendo in Sudan, sempre con i soldi del Golfo e gli interessi di Mosca).<br />Il caso del Niger di Tchiani è forse il più complicato dei tre stati che hanno dato luogo alla rivolta dei quadri militari contro l’ingerenza francese, che stanno da due anni tenendo in ostaggio un presidente eletto: a Niamey si direbbe che ci siano fazioni contrapposte che mirano a eliminare presenze straniere contrapposte a quelle che le singole fazioni prediligono a livello di intelligence, ma in particolare il nucleo golpista si è liberato dei generali tuareg e arabi del Nord, istituendo il più classico governo militare nazionalista ispirato a Kountché e Tandja (presidenti fino al 2010); questo non significa dividere in razze guerriere e razze commercianti, che sono categorie coloniali e neocoloniali. Poi ci sono i molteplici affari, che vanno dal petrolio e uranio al comparto migranti con fulcro ad Agadez, allo sfruttamento in miniera, oltre alla manipolazione dei gruppi terroristici, sia in senso attivo che passivo. Una colossale confusione, volutamente rinfocolata. Forse per nascondere il nulla che viene fatto, persino nel Senegal che doveva fare le vere riforme di Sonko, che non sta facendo; nemmeno nella diplomazia tra Cedeao e Aes.<br />L’Africom si sta concentrando altrove e viene ridotta anche e soprattutto operativamente: il controllo si affievolisce e nel Nord del Niger in particolare aumenta il controllo di gruppi di predoni, reti di bande che si sostituiscono nello stesso tipo di pratiche ai gruppi “terroristici” degli altri paesi. Comunque sempre tutto riconducibile alle consuete prassi tradizionali, come se le forme di controllo del territorio risorgessero dalle proprie ceneri, come fenici del Sahel.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66583778</guid><pubDate>Mon, 16 Jun 2025 23:04:05 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66583778/onesudanesealwaysinsahelbusiness.mp3" length="44156957" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Alessio Iocchi si è prestato per questa lunga chiacchierata per andare a scovare quali temi stiano realmente alla base dei rivolgimenti geostrategici nel Sahel e in particolare nei tre neoalleati che ultimamente hanno visto nascere regimi simili di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Alessio Iocchi si è prestato per questa lunga chiacchierata per andare a scovare quali temi stiano realmente alla base dei rivolgimenti geostrategici nel Sahel e in particolare nei tre neoalleati che ultimamente hanno visto nascere regimi simili di matrice militare. E nemmeno quella sorta di unione in realtà si è verificata, sicuramente né economicamente, né nelle infrastrutture si è assistito a una forma di unificazione.<br />Sankarismo da operetta a Ouaga, e contrasto a stragi jihadiste con sfondo etnico contro i nomadi peul e tuareg; autoritarsismo tradizionale a Niamey, dove il contrasto alle milizie è gestito ambiguamente con russi e italiani soffiando sul fuoco del razzismo verso migranti e lavoratori cinesi, senza recidere del tutto i legami con il vecchio colonialismo europeo; partiti al bando e media imbavagliati a Bamako, dove i paramilitari russi torturano i civili nella lotta al terrorismo di marca ucraina (secondo la giunta).<br /><br /><br />Traoré, buffo vestito da militare al Cremlino, dopo l’attentato vive in una bolla di propaganda distaccato dalla realtà, che è fatta di soldatini e cadetti inviati a farsi ammazzare con scarse munizioni dai gruppi terroristici del deserto e compratori di oro sotto varie bandiere di racket, che trasferiscono il raccolto nel paradiso fiscale di Dubai (la vera capitale del Sahel): le miniere più o meno legali monopolizzano l’attenzione sulla zona e la manipolazione dei vari regimi, compreso quello ciadiano, gestito dall’esercito in combutta con i Janjaweed (il che getta un ponte sul vero conflitto sanguinoso del pianeta che si sta combattendo in Sudan, sempre con i soldi del Golfo e gli interessi di Mosca).<br />Il caso del Niger di Tchiani è forse il più complicato dei tre stati che hanno dato luogo alla rivolta dei quadri militari contro l’ingerenza francese, che stanno da due anni tenendo in ostaggio un presidente eletto: a Niamey si direbbe che ci siano fazioni contrapposte che mirano a eliminare presenze straniere contrapposte a quelle che le singole fazioni prediligono a livello di intelligence, ma in particolare il nucleo golpista si è liberato dei generali tuareg e arabi del Nord, istituendo il più classico governo militare nazionalista ispirato a Kountché e Tandja (presidenti fino al 2010); questo non significa dividere in razze guerriere e razze commercianti, che sono categorie coloniali e neocoloniali. Poi ci sono i molteplici affari, che vanno dal petrolio e uranio al comparto migranti con fulcro ad Agadez, allo sfruttamento in miniera, oltre alla manipolazione dei gruppi terroristici, sia in senso attivo che passivo. Una colossale confusione, volutamente rinfocolata. Forse per nascondere il nulla che viene fatto, persino nel Senegal che doveva fare le vere riforme di Sonko, che non sta facendo; nemmeno nella diplomazia tra Cedeao e Aes.<br />L’Africom si sta concentrando altrove e viene ridotta anche e soprattutto operativamente: il controllo si affievolisce e nel Nord del Niger in particolare aumenta il controllo di gruppi di predoni, reti di bande che si sostituiscono nello stesso tipo di pratiche ai gruppi “terroristici” degli altri paesi. Comunque sempre tutto riconducibile alle consuete prassi tradizionali, come se le forme di controllo del territorio risorgessero dalle proprie ceneri, come fenici del Sahel.]]></itunes:summary><itunes:duration>2760</itunes:duration><itunes:keywords>aes,azawad,bamako,burkina,cedeao,goita,mali,niger,ouaga,russiafrique,sahel,sankara,tchiani,traoré,tuareg</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d915a85ba61660c22f0c4072c610f5a6.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La sempre più ampia estensione del Grande conflitto in Corno d’Africa</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-sempre-piu-ampia-estensione-del-grande-conflitto-in-corno-d-africa--65217953</link><description><![CDATA[Come con Matteo Palamidesse si era già immaginato in precedenti appuntamenti radiofonici, la situazione in Sudan si va delineando in una spartizione del territorio tra Hemmedti e le sue forze di supporto rapido a controllare il Darfur e il Sud del paese, per conto degli Emirates, e al-Burhan e le forze governative dal loro feudo di Port Sudan che han ripreso Khartoum (aeroporto, palazzo e intero territorio), portando in dotazione a Russia ed Egitto la capitale e il Mar Rosso. Con tutte le risorse che queste zone comportano.<br />Ma non è una spartizione strategica e il conflitto non si sopisce e anzi si registrano bombardamenti efferati contro un mercato per esempio, che ha causato 300 morti. Eppure rimane vivace la lotta popolare che mantiene l’intento di smantellare i gruppi paramilitari e il controllo militare, che passa attraverso i comitati di resistenza e i consigli di quartiere del Movimento che ha rovesciato nel 2019 al-Bashir, riaffermando la gestione sulle proprie terre e sul proprio sistema alimentare, contrastando la vendita di risorse sudanesi da parte dei due contendenti Fas e Fsr.<br />E poi, come avviene sempre in queste situazioni, semplicemente si sposta, allargando l’ambito coinvolto: anche il Ciad si sente provocato e lascia intendere di potersi impegnare. Ma soprattutto la Guerra Civile in Sud Sudan sta scaldando i motori con l’incarcerazione di Riech Machar, vicepresidente e annoso rivale del presidente Salva Kiir. L’arresto fa saltare l’accordo di pace e di condivisione del potere<b> </b>che nel 2018 aveva posto fine a una guerra civile durata cinque anni e costata la vita a circa mezzo milione di persone. La destabilizzazione del Darfur e di Juba potrebbero far deflagrare l’intera area, creando l’escalation che travolgerebbe l’intero Corno d’Africa ben peggiore delle guerre già sanguinose attualmente in corso nel silenzio del resto del mondo.<br />Uno di questi teatri di guerra in cui i trattati di pace (Accordi di Pretoria) sono appesi a un filo è il Tigray, reduce dalla feroce guerra che ha ridimensionato il Tplf a livello nazionale, coinvolgendo nel conflitto molte etnie limitrofe e anche l’Eritrea che ancora ne occupa parte del territorio (in zona afar e irob). Adesso si registrano tensioni e scontri nella regione amhara, collegando tutto come spiega nella sua testimonianza Matteo Palamidesse, da cui emerge il dubbio centrale sulla figura controversa di Abiy Ahmed, le sue promesse di sviluppo, gli abbandoni di imprese come l’accesso al mare del Somaliland e progetti quali la gentrificazione di Addis Abeba… fino al faraonico ampliamento dell’aeroporto di Bole che ha trasformato Bishoftu, inquadrandosi in una gigantesca operazione di “riqualificazione” urbanistica della capitale.<br /><b><i>Rimane solo la divisione interna al paese.</i></b>]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65217953</guid><pubDate>Sun, 30 Mar 2025 00:29:39 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65217953/tensione_in_tigray_nuovo_fronte_in_amhara.mp3" length="28489664" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Come con Matteo Palamidesse si era già immaginato in precedenti appuntamenti radiofonici, la situazione in Sudan si va delineando in una spartizione del territorio tra Hemmedti e le sue forze di supporto rapido a controllare il Darfur e il Sud del...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Come con Matteo Palamidesse si era già immaginato in precedenti appuntamenti radiofonici, la situazione in Sudan si va delineando in una spartizione del territorio tra Hemmedti e le sue forze di supporto rapido a controllare il Darfur e il Sud del paese, per conto degli Emirates, e al-Burhan e le forze governative dal loro feudo di Port Sudan che han ripreso Khartoum (aeroporto, palazzo e intero territorio), portando in dotazione a Russia ed Egitto la capitale e il Mar Rosso. Con tutte le risorse che queste zone comportano.<br />Ma non è una spartizione strategica e il conflitto non si sopisce e anzi si registrano bombardamenti efferati contro un mercato per esempio, che ha causato 300 morti. Eppure rimane vivace la lotta popolare che mantiene l’intento di smantellare i gruppi paramilitari e il controllo militare, che passa attraverso i comitati di resistenza e i consigli di quartiere del Movimento che ha rovesciato nel 2019 al-Bashir, riaffermando la gestione sulle proprie terre e sul proprio sistema alimentare, contrastando la vendita di risorse sudanesi da parte dei due contendenti Fas e Fsr.<br />E poi, come avviene sempre in queste situazioni, semplicemente si sposta, allargando l’ambito coinvolto: anche il Ciad si sente provocato e lascia intendere di potersi impegnare. Ma soprattutto la Guerra Civile in Sud Sudan sta scaldando i motori con l’incarcerazione di Riech Machar, vicepresidente e annoso rivale del presidente Salva Kiir. L’arresto fa saltare l’accordo di pace e di condivisione del potere<b> </b>che nel 2018 aveva posto fine a una guerra civile durata cinque anni e costata la vita a circa mezzo milione di persone. La destabilizzazione del Darfur e di Juba potrebbero far deflagrare l’intera area, creando l’escalation che travolgerebbe l’intero Corno d’Africa ben peggiore delle guerre già sanguinose attualmente in corso nel silenzio del resto del mondo.<br />Uno di questi teatri di guerra in cui i trattati di pace (Accordi di Pretoria) sono appesi a un filo è il Tigray, reduce dalla feroce guerra che ha ridimensionato il Tplf a livello nazionale, coinvolgendo nel conflitto molte etnie limitrofe e anche l’Eritrea che ancora ne occupa parte del territorio (in zona afar e irob). Adesso si registrano tensioni e scontri nella regione amhara, collegando tutto come spiega nella sua testimonianza Matteo Palamidesse, da cui emerge il dubbio centrale sulla figura controversa di Abiy Ahmed, le sue promesse di sviluppo, gli abbandoni di imprese come l’accesso al mare del Somaliland e progetti quali la gentrificazione di Addis Abeba… fino al faraonico ampliamento dell’aeroporto di Bole che ha trasformato Bishoftu, inquadrandosi in una gigantesca operazione di “riqualificazione” urbanistica della capitale.<br /><b><i>Rimane solo la divisione interna al paese.</i></b>]]></itunes:summary><itunes:duration>1781</itunes:duration><itunes:keywords>abiyahmed,amhara,burhan,eritrea,ethiopia,juba,keepeyesonsudan,khartoum,kiir,riek_machar,rsf,saf,sudan,tigray,tplf</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/88b98802255dd3558e3a963a946f56bd.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Fotografie on e off-shore dal Mozambico: oleodotti neocoloniali dall'Indiano all'Atlantico</title><link>https://www.spreaker.com/episode/fotografie-on-e-off-shore-dal-mozambico-oleodotti-neocoloniali-dall-indiano-all-atlantico--62414950</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/tag/mozambico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/tag/mozambico/</a><br /><br />«Il clima politico è incerto e teso in Mozambico dopo <a href="https://www.africarivista.it/mozambico-urne-aperte-per-le-elezioni-presidenziali/236518/?srsltid=AfmBOopcyYdxoHBpmIfmUr72_s2PSqPF27TpZb2bukgVSYUFpZ-WAPzO" target="_blank" rel="noreferrer noopener">le elezioni presidenziali di mercoledì scorso</a>. Il partito al potere, Frelimo, sembra essere in vantaggio, ma le accuse di frode elettorale, i risultati contestati e una bassa affluenza alle urne mettono in discussione la legittimità del processo elettorale», così scriveva "AfricaRivista" giorni fa; oggi, 18 ottobre si comincia a sapere come sia finita (spari sui manifestanti contro i brogli che assicurano la maggioranza dei seggi a Chapo), ma era scontato: avevamo sentito Federico Monica, africanista e urbanista, appena rientrato da Cabo Delgado, la regione del petrolio gestito da Total-Eni... e il Frelimo, partito al governo da 50 anni, salvaguarda gli interessi delle compagnie petrolifere, dunque se avesse ufficialmente perso, sarebbero saltati interessi globali intoccabili.<br /><br />«Uomini e donne mozambicani, lunedì prossimo, 29 ottobre, scenderemo tutti in piazza per contestare questi risultati fraudolenti. Questo Paese è nostro, salviamo il Mozambico. Tutti i conteggi danno un vantaggio significativo a Podemos e Venâncio Mondlane, i numeri pubblicati sono completamente falsi», ha dichiarato il candidato dell’opposizione citato dai media locali.<br />L’ufficio del procuratore generale del Mozambico (Pgr) ha convocato nei giorni scorsi il candidato indipendente alle presidenziali Venancio Mondlane, accusato di aver violato la Costituzione e il codice elettorale annunciando risultati elettorali non verificati. Ma prima hanno fatto uccidere il suo avvocato.<br /><br /><a href="https://www.africarivista.it/mozambico-candidato-dellopposizione-indice-una-manifestazione-nazionale/238581/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.africarivista.it/mozambico-candidato-dellopposizione-indice-una-manifestazione-nazionale/238581/</a><br /><br /><a href="https://www.nigrizia.it/notizia/africa-oggi-podcast-elezioni-mozambico-mondlane-in-testa" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nigrizia.it/notizia/africa-oggi-podcast-elezioni-mozambico-mondlane-in-testa</a><br /><a href="https://www.africarivista.it/mozambico-tra-accuse-di-frode-elettorali-e-cambio-di-scena-politica/237662/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.africarivista.it/mozambico-tra-accuse-di-frode-elettorali-e-cambio-di-scena-politica/237662/</a><br /><br />Così abbiamo chiesto a Federico cartoline dal paese che diano un'idea delle persone che lo abitano, i loro desideri e interessi, le formule economiche e culturali... e il petrolio. Infatti si è inquadrato Cabo Delgado e pure a chi serve il jihad e quali differenze ci siano con al-Shabab somalo; Federico ci ha tracciato un quadro completo della società e degli umori del paese lusofono che si affaccia sull'Oceano indiano e ci ha spinto a richiedere un intervento a Simone Ogno, attivista di ReCommon, professionista impegnato in cooperazione internazionale decentrata, con cui a partire dal progetto targato Total-Eni-Exxon, proprio nei bacini petroliferi di Cabo Delgado, abbiamo toccato un po' tutti i più importanti e nocivi luoghi di estrazione di gas e petrolio in particolare in Mozambico, ma anche in Nigeria e Congo Brazzaville... arrivando fino al Brasile di Lula.<br />L’analisi dal vivo, precisa e disincantata, di Federico sul paese e i suoi più consapevoli cittadini ci ha stimolati ad approfondire meglio la fonte economica su cui basa la propria esistenza il Mozambico. Lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi di Cabo Delgado è uno specchio solo minimamente deformato rispetto alle modalità di saccheggio perpetrato dalle grandi potenze petrolifere anche nel resto dell'Africa e non solo e per questo è risultata preziosa la lucida esposizione di Simone Ogno di ReCommon che ci ha portato attraverso lotte, campagne, denunce; progetti, corruzione, sfruttamento; sondaggi on e off shore, oleodotti e trivellazioni. Uccisioni e stragi, jihadismo e finanza.   <br /><a href="https://www.recommon.org/campagna/no-al-gas-in-mozambico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.recommon.org/campagna/no-al-gas-in-mozambico/</a>  <br /><a href="https://www.recommon.org/la-francese-total-era-a-conoscenza-di-potenziali-crimini-di-guerra-in-mozambico-il-suo-megaprogetto-di-gas-garantito-dallitaliana-sace/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.recommon.org/la-francese-total-era-a-conoscenza-di-potenziali-crimini-di-guerra-in-mozambico-il-suo-megaprogetto-di-gas-garantito-dallitaliana-sace/</a><br /><a href="https://www.atlanteguerre.it/la-sporca-storia-del-petrolio-nigeriano/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.atlanteguerre.it/la-sporca-storia-del-petrolio-nigeriano/</a><a href="https://www.nigrizia.it/notizia/africa-oggi-podcast-elezioni-mozambico-mondlane-in-testa" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a><a href="https://www.africarivista.it/mozambico-tra-accuse-di-frode-elettorali-e-cambio-di-scena-politica/237662/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a><br /><a href="https://www.mediapart.fr/journal/ecologie/290924/au-nigeria-voyage-dans-le-feu-de-l-enfer-provoque-par-totalenergies-et-eni" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.mediapart.fr/journal/ecologie/290924/au-nigeria-voyage-dans-le-feu-de-l-enfer-provoque-par-totalenergies-et-eni</a>  <br /><a href="https://www.editorialedomani.it/ambiente/gas-flaring-congo-eni-total-effetti-piogge-acide-problemi-respiratori-inchiesta-burning-skies-w69bnu00" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.editorialedomani.it/ambiente/gas-flaring-congo-eni-total-effetti-piogge-acide-problemi-respiratori-inchiesta-burning-skies-w69bnu00</a><br /><a href="https://www.mediapart.fr/journal/ecologie/300924/un-rapport-interne-prouve-les-ravages-de-totalenergies-au-congo-brazzaville" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.mediapart.fr/journal/ecologie/300924/un-rapport-interne-prouve-les-ravages-de-totalenergies-au-congo-brazzaville</a>  <br /><a href="https://www.notiziegeopolitiche.net/congo-brazzaville-riprende-la-costruzione-delloleodotto-russo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.notiziegeopolitiche.net/congo-brazzaville-riprende-la-costruzione-delloleodotto-russo/</a><br /><a href="https://www.notiziegeopolitiche.net/congo-brazzaville-riprende-la-costruzione-delloleodotto-russo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.notiziegeopolitiche.net/congo-brazzaville-riprende-la-costruzione-delloleodotto-russo/</a><br /><br /><br /><br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62414950</guid><pubDate>Fri, 18 Oct 2024 21:56:05 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/62414950/mozambico_altro_colonialismo_jihad_idrocarburi.mp3" length="66488522" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/tag/mozambico/

«Il clima politico è incerto e teso in Mozambico dopo https://www.africarivista.it/mozambico-urne-aperte-per-le-elezioni-presidenziali/236518/?srsltid=AfmBOopcyYdxoHBpmIfmUr72_s2PSqPF27TpZb2bukgVSYUFpZ-WAPzO. Il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/tag/mozambico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/tag/mozambico/</a><br /><br />«Il clima politico è incerto e teso in Mozambico dopo <a href="https://www.africarivista.it/mozambico-urne-aperte-per-le-elezioni-presidenziali/236518/?srsltid=AfmBOopcyYdxoHBpmIfmUr72_s2PSqPF27TpZb2bukgVSYUFpZ-WAPzO" target="_blank" rel="noreferrer noopener">le elezioni presidenziali di mercoledì scorso</a>. Il partito al potere, Frelimo, sembra essere in vantaggio, ma le accuse di frode elettorale, i risultati contestati e una bassa affluenza alle urne mettono in discussione la legittimità del processo elettorale», così scriveva "AfricaRivista" giorni fa; oggi, 18 ottobre si comincia a sapere come sia finita (spari sui manifestanti contro i brogli che assicurano la maggioranza dei seggi a Chapo), ma era scontato: avevamo sentito Federico Monica, africanista e urbanista, appena rientrato da Cabo Delgado, la regione del petrolio gestito da Total-Eni... e il Frelimo, partito al governo da 50 anni, salvaguarda gli interessi delle compagnie petrolifere, dunque se avesse ufficialmente perso, sarebbero saltati interessi globali intoccabili.<br /><br />«Uomini e donne mozambicani, lunedì prossimo, 29 ottobre, scenderemo tutti in piazza per contestare questi risultati fraudolenti. Questo Paese è nostro, salviamo il Mozambico. Tutti i conteggi danno un vantaggio significativo a Podemos e Venâncio Mondlane, i numeri pubblicati sono completamente falsi», ha dichiarato il candidato dell’opposizione citato dai media locali.<br />L’ufficio del procuratore generale del Mozambico (Pgr) ha convocato nei giorni scorsi il candidato indipendente alle presidenziali Venancio Mondlane, accusato di aver violato la Costituzione e il codice elettorale annunciando risultati elettorali non verificati. Ma prima hanno fatto uccidere il suo avvocato.<br /><br /><a href="https://www.africarivista.it/mozambico-candidato-dellopposizione-indice-una-manifestazione-nazionale/238581/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.africarivista.it/mozambico-candidato-dellopposizione-indice-una-manifestazione-nazionale/238581/</a><br /><br /><a href="https://www.nigrizia.it/notizia/africa-oggi-podcast-elezioni-mozambico-mondlane-in-testa" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nigrizia.it/notizia/africa-oggi-podcast-elezioni-mozambico-mondlane-in-testa</a><br /><a href="https://www.africarivista.it/mozambico-tra-accuse-di-frode-elettorali-e-cambio-di-scena-politica/237662/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.africarivista.it/mozambico-tra-accuse-di-frode-elettorali-e-cambio-di-scena-politica/237662/</a><br /><br />Così abbiamo chiesto a Federico cartoline dal paese che diano un'idea delle persone che lo abitano, i loro desideri e interessi, le formule economiche e culturali... e il petrolio. Infatti si è inquadrato Cabo Delgado e pure a chi serve il jihad e quali differenze ci siano con al-Shabab somalo; Federico ci ha tracciato un quadro completo della società e degli umori del paese lusofono che si affaccia sull'Oceano indiano e ci ha spinto a richiedere un intervento a Simone Ogno, attivista di ReCommon, professionista impegnato in cooperazione internazionale decentrata, con cui a partire dal progetto targato Total-Eni-Exxon, proprio nei bacini petroliferi di Cabo Delgado, abbiamo toccato un po' tutti i più importanti e nocivi luoghi di estrazione di gas e petrolio in particolare in Mozambico, ma anche in Nigeria e Congo Brazzaville... arrivando fino al Brasile di Lula.<br />L’analisi dal vivo, precisa e disincantata, di Federico sul paese e i suoi più consapevoli cittadini ci ha stimolati ad approfondire meglio la fonte economica su cui basa la propria esistenza il Mozambico. 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Comincia dalla guerra atroce tenuta sullo sfondo dall’evidenza delle altre due, ma non meno efferata, l’intervento di Matteo Palamidesse.<br />Mentre la crisi si intensifica sulle sponde del Nilo nella capitale, il fronte più caldo della guerra distrugge la città di Al Fasher, nel Darfur settentrionale. Le Rsf di Hemedti spingono per conquistare l'ultimo centro urbano ancora in mano all'esercito regolare sudanese nella regione. E in Darfur si torna a parlare di genocidio.<br />Viene dunque sancita sempre di più la ulteriore divisione del paese, con le milizie Rsf, ex janjawid, a occupare – anche etnicamente imponendo l’arabizzazione – il Darfur e il governo a controllare il resto del paese; entrambi i contendenti impegnati a fare affari anche con gli stessi interlocutori, come l’accordo siglato per l’esplorazione e l’estrazione dell’oro tra il ministero dei minerali del Sudan e la società russa Zarubezhgeologiya. Oro e costruzione di porti in cambio di armi.<br />L’altra crisi che affligge l’area è la disputa che oppone Etiopia e Somalia in seguito al riconoscimento del Somaliland da parte di Addis Abeba in cambio del porto di Berbera; lo scontro si allarga, perché l’Egitto in contrasto con l’Etiopia per la Diga della rinascita, appoggia la Somalia, che già da decenni è terreno di rapina e di utilizzo da parte della Turchia e questo crea una serie di alleanze e scontri che finiranno con divenire teatri di molti focolai di guerra interna al Corno d’Africa, perché lo scontro diretto tra il potente esercito egiziano, che considera lo spazio tra Suez e Aden come propria zona d’influenza,  e la potenza etiope dominante nella regione sarebbe troppo esiziale per tutti.<br />Su tutto questo aleggia un ulteriore sanguinoso conflitto quello dei jihadisti di al-Shabaab in contrasto anche con la potente sede dell’Isis stanziata in Puntiland.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62176868</guid><pubDate>Tue, 01 Oct 2024 22:57:24 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/62176868/palamidesse_fromthedamtothesea.mp3" length="31664518" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/regione/corno-dafrica/

  La battaglia di Khartoum è in corso perché il governo di al-Burhan vuole riprendere la capitale dopo 9 milioni di sfollati, 150.000 vittime. 2,5 milioni di persone a rischio di morte per fame e colera: la...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<br /><a href="https://ogzero.org/regione/corno-dafrica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/regione/corno-dafrica/</a><br /><br />  La battaglia di Khartoum è in corso perché il governo di al-Burhan vuole riprendere la capitale dopo 9 milioni di sfollati, 150.000 vittime. 2,5 milioni di persone a rischio di morte per fame e colera: la «peggiore crisi umanitaria al mondo», dice l’ipocrisia diplomatica dell’Onu, espressa da Linda Thomas-Greenfield, ambasciatrice statunitense. Comincia dalla guerra atroce tenuta sullo sfondo dall’evidenza delle altre due, ma non meno efferata, l’intervento di Matteo Palamidesse.<br />Mentre la crisi si intensifica sulle sponde del Nilo nella capitale, il fronte più caldo della guerra distrugge la città di Al Fasher, nel Darfur settentrionale. Le Rsf di Hemedti spingono per conquistare l'ultimo centro urbano ancora in mano all'esercito regolare sudanese nella regione. E in Darfur si torna a parlare di genocidio.<br />Viene dunque sancita sempre di più la ulteriore divisione del paese, con le milizie Rsf, ex janjawid, a occupare – anche etnicamente imponendo l’arabizzazione – il Darfur e il governo a controllare il resto del paese; entrambi i contendenti impegnati a fare affari anche con gli stessi interlocutori, come l’accordo siglato per l’esplorazione e l’estrazione dell’oro tra il ministero dei minerali del Sudan e la società russa Zarubezhgeologiya. Oro e costruzione di porti in cambio di armi.<br />L’altra crisi che affligge l’area è la disputa che oppone Etiopia e Somalia in seguito al riconoscimento del Somaliland da parte di Addis Abeba in cambio del porto di Berbera; lo scontro si allarga, perché l’Egitto in contrasto con l’Etiopia per la Diga della rinascita, appoggia la Somalia, che già da decenni è terreno di rapina e di utilizzo da parte della Turchia e questo crea una serie di alleanze e scontri che finiranno con divenire teatri di molti focolai di guerra interna al Corno d’Africa, perché lo scontro diretto tra il potente esercito egiziano, che considera lo spazio tra Suez e Aden come propria zona d’influenza,  e la potenza etiope dominante nella regione sarebbe troppo esiziale per tutti.<br />Su tutto questo aleggia un ulteriore sanguinoso conflitto quello dei jihadisti di al-Shabaab in contrasto anche con la potente sede dell’Isis stanziata in Puntiland.]]></itunes:summary><itunes:duration>1979</itunes:duration><itunes:keywords>burhan,darfour,egitto,eritrea,ethiopia,etiopia,hemedti,keepeyesonsudan,khartoum,mogadishu,puntland,redsea,somalia,somaliland,sudan,sudanwar,tigray,tplf,turchia,turksom</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/91ae3cdb9b36c9b51282923b55f3383b.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>GenZ wish #RutoMustGo</title><link>https://www.spreaker.com/episode/genz-wish-rutomustgo--60537178</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/studium/nairobi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/studium/nairobi/</a><br /><br />La fragranza del cambiamento passa attraverso l’effluvio dei lacrimogeni, l’acre odore del sangue, l’amaro delle lacrime per i reali più di 50 morti; ma tutto questo corollario fa da sfondo terribile a una ribellione massiccia della giovane popolazione keniana, confluita in piazza attraverso Tik-Tok, mobilitandosi contro una legge finanziaria ispirata dal Fmi per l’emissione di obbligazioni che ripianino il debito di uno dei pochi paesi dell’Africa orientale ancora in area occidentale. E Ruto si era illuso di spalmarlo sui ceti più poveri aumentando tasse su pane, pannolini, carburante… generi di prima necessità pagati da tutti – d’altronde lo avevano votato i ceti più poveri, ma il suo sponsor principale era la lobby mafiosa della finanza del Monte Kenya –, gli slum lo avevano votato perché non affiliato ai partiti storici, non appartenente a etnie da sempre al potere, come la dinastia Kenyatta, o quella dell’ottuagenario Odinga. La Generazione Z, preparata, colta e determinata, si è stufata e anche il dietro-front di Ruto, che ha ritirato la legge che era stata votata proprio il giorno in cui i ragazzi hanno preso d’assalto il parlamento e i senatori hanno dovuto fuggire dai sotterranei; il giorno in cui la feroce polizia keniota sparava proiettili veri ad altezza d’uomo e la sera faceva retate preventive, Ruto fuggiva in elicotero e ritirava la legge, ma riprendendo comunque il dialogo con il Fmi per riformularla in modo diverso. E allora i keniani sono rimasti in piazza e hanno continuato a chiedere le sue dimissioni… Freddie del Curatolo vive e lavora nel paese da molti anni e in questi giorni ha seguito le proteste da molto vicino: lo abbiamo sentito reduce dalle manifestazioni e ci ha potuto fare un quadro preciso delle molte sfaccettature del movimento e delle sue istanze.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60537178</guid><pubDate>Fri, 28 Jun 2024 11:25:50 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60537178/il_kenya_giovane_si_ribella_senza_capi.mp3" length="23686102" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/studium/nairobi/

La fragranza del cambiamento passa attraverso l’effluvio dei lacrimogeni, l’acre odore del sangue, l’amaro delle lacrime per i reali più di 50 morti; ma tutto questo corollario fa da sfondo terribile a una...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/studium/nairobi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/studium/nairobi/</a><br /><br />La fragranza del cambiamento passa attraverso l’effluvio dei lacrimogeni, l’acre odore del sangue, l’amaro delle lacrime per i reali più di 50 morti; ma tutto questo corollario fa da sfondo terribile a una ribellione massiccia della giovane popolazione keniana, confluita in piazza attraverso Tik-Tok, mobilitandosi contro una legge finanziaria ispirata dal Fmi per l’emissione di obbligazioni che ripianino il debito di uno dei pochi paesi dell’Africa orientale ancora in area occidentale. E Ruto si era illuso di spalmarlo sui ceti più poveri aumentando tasse su pane, pannolini, carburante… generi di prima necessità pagati da tutti – d’altronde lo avevano votato i ceti più poveri, ma il suo sponsor principale era la lobby mafiosa della finanza del Monte Kenya –, gli slum lo avevano votato perché non affiliato ai partiti storici, non appartenente a etnie da sempre al potere, come la dinastia Kenyatta, o quella dell’ottuagenario Odinga. La Generazione Z, preparata, colta e determinata, si è stufata e anche il dietro-front di Ruto, che ha ritirato la legge che era stata votata proprio il giorno in cui i ragazzi hanno preso d’assalto il parlamento e i senatori hanno dovuto fuggire dai sotterranei; il giorno in cui la feroce polizia keniota sparava proiettili veri ad altezza d’uomo e la sera faceva retate preventive, Ruto fuggiva in elicotero e ritirava la legge, ma riprendendo comunque il dialogo con il Fmi per riformularla in modo diverso. E allora i keniani sono rimasti in piazza e hanno continuato a chiedere le sue dimissioni… Freddie del Curatolo vive e lavora nel paese da molti anni e in questi giorni ha seguito le proteste da molto vicino: lo abbiamo sentito reduce dalle manifestazioni e ci ha potuto fare un quadro preciso delle molte sfaccettature del movimento e delle sue istanze.]]></itunes:summary><itunes:duration>1481</itunes:duration><itunes:keywords>genz,kenya,nairobi,occupmombasa,recallkenyanmps,rejectfinancebill2024,roadtostatehouse,ruto,rutomustfall,rutomustgo,thebutcherofsugoi</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/b54a12f4716c13d85f193829129bc002.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La via saheliana per affrancarsi dai soliti padroni nel multipolarismo</title><link>https://ogzero.org/</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/sahel/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/regione/sahel/</a>  <br /><br />Il diversificante riposizionamento della disincantata regione subsahariana  <br />Ormai da qualche anno la centralità del Sahel nei giochi geopolitici segna scosse recepite in Occidente soprattutto perché si registra un ricambio multipolare del vecchio colonialismo e un rivolgimento del neocolonialismo successivo all’indipendenza dei primi anni Sessanta nei singoli paesi. Di qui deriva il preoccupato interesse delle potenze mosso dal bisogno di spartirsi le ricchezze del territorio.<br />Abbiamo chiesto a Edoardo Baldaro di aiutarci a fare il punto nel momento in cui gli attuali vertici militari di un paese come il Niger che è stato per decenni partner fedele per francesi e americani nel controllo del territorio, ha invitato i loro eserciti a portare via truppe e mezzi (lasciando che il contingente italiano prosegua il suo lavoro di addestramento all’interno della missione Misin, percepito come diversamente pervasivo della autonomia militare rispetto alla potenza coloniale principale – la Francia – o l’egemone statunitense e il suo approccio di War on Terror in seguito all’Undici Settembre), l’appoggio esterno alla lotta al jihadismo abbiamo visto già altre volte che è stato affidato a quella che era la Wagner e ora è l’Africa Corp russo. Contemporaneamente si affaccia l’interesse dell’Iran per l’uranio prima appannaggio di canadesi e francesi, delineando il quadro dei diversi schieramenti. Ma se si analizza utilizzando occhiali africani quella stessa scena appare diversa: il transito di truppe o gli accordi stracciati e stipulati a Niamey – ma vale anche per Bamako, Ouagadougou, N’Djamena – sono questioni riguardanti il confronto tra potenze straniere, che poco interessano al nuovo approccio delle attuali élites governative del Sahel, che vanno estendendo la loro influenza anche nei paesi limitrofi, cominciando a delineare una sorta di evoluzione di carattere decolonialista “disincantato”, dove il panafricanismo è macchiato di sovranismo: infatti si riscontra soltanto nel fatto che è comune a tutti la pulsione ad affrancarsi dall’influenza globalizzante considerando ininfluente quale potenza straniera si consideri preminente nella regione, ma il percorso è identitario per ogni singola nazione e si esprime con caratteristiche diverse in ciascun paese, benché si assista ad alleanze e resistenza comune tra Burkina, Mali, Niger e vedremo con la tornata elettorale odierna – con candidati fintamente rivali – se anche il Ciad completerà la svolta della regione, caratterizzata comunque da una continuità interna ai paesi di perseguire ciascuno i propri interessi e i propri traffici con le potenze multilaterali. <br />Una di questi corsi e ricorsi è quello dei flussi migratori che vede dalla notte dei tempi Agadez come snodo essenziale di traffici di droghe, merci e esseri umani e la cancellazione a novembre della legge del 2015 che impediva la gestione del mercato migratorio, riavvia una sorta di economia essenziale per il paese. Ed è proprio il tema che interessa al governo Meloni e al suo Piano Mattei. Intanto Usa e Francia si stanno ridislocando con maggiore presenza nei paesi costieri (Costa d’Avorio, Togo, Benin, Ghana), dove si sta allargando la rivolta jihadista. Mentre il Senegal si può ergere a modello di istituzioni e Costituzione che reggono democraticamente e fanno argine agli uomini forti grazie alla mobilitazione della società civile (e a un esercito non versato a sostenere golpisti).]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59846150</guid><pubDate>Mon, 06 May 2024 05:35:02 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59846150/avvicendamenti_nel_territorio_disincantato_del_sahel.mp3" length="28282436" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/regione/sahel/  

Il diversificante riposizionamento della disincantata regione subsahariana  
Ormai da qualche anno la centralità del Sahel nei giochi geopolitici segna scosse recepite in Occidente soprattutto perché si registra un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/sahel/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/regione/sahel/</a>  <br /><br />Il diversificante riposizionamento della disincantata regione subsahariana  <br />Ormai da qualche anno la centralità del Sahel nei giochi geopolitici segna scosse recepite in Occidente soprattutto perché si registra un ricambio multipolare del vecchio colonialismo e un rivolgimento del neocolonialismo successivo all’indipendenza dei primi anni Sessanta nei singoli paesi. Di qui deriva il preoccupato interesse delle potenze mosso dal bisogno di spartirsi le ricchezze del territorio.<br />Abbiamo chiesto a Edoardo Baldaro di aiutarci a fare il punto nel momento in cui gli attuali vertici militari di un paese come il Niger che è stato per decenni partner fedele per francesi e americani nel controllo del territorio, ha invitato i loro eserciti a portare via truppe e mezzi (lasciando che il contingente italiano prosegua il suo lavoro di addestramento all’interno della missione Misin, percepito come diversamente pervasivo della autonomia militare rispetto alla potenza coloniale principale – la Francia – o l’egemone statunitense e il suo approccio di War on Terror in seguito all’Undici Settembre), l’appoggio esterno alla lotta al jihadismo abbiamo visto già altre volte che è stato affidato a quella che era la Wagner e ora è l’Africa Corp russo. Contemporaneamente si affaccia l’interesse dell’Iran per l’uranio prima appannaggio di canadesi e francesi, delineando il quadro dei diversi schieramenti. Ma se si analizza utilizzando occhiali africani quella stessa scena appare diversa: il transito di truppe o gli accordi stracciati e stipulati a Niamey – ma vale anche per Bamako, Ouagadougou, N’Djamena – sono questioni riguardanti il confronto tra potenze straniere, che poco interessano al nuovo approccio delle attuali élites governative del Sahel, che vanno estendendo la loro influenza anche nei paesi limitrofi, cominciando a delineare una sorta di evoluzione di carattere decolonialista “disincantato”, dove il panafricanismo è macchiato di sovranismo: infatti si riscontra soltanto nel fatto che è comune a tutti la pulsione ad affrancarsi dall’influenza globalizzante considerando ininfluente quale potenza straniera si consideri preminente nella regione, ma il percorso è identitario per ogni singola nazione e si esprime con caratteristiche diverse in ciascun paese, benché si assista ad alleanze e resistenza comune tra Burkina, Mali, Niger e vedremo con la tornata elettorale odierna – con candidati fintamente rivali – se anche il Ciad completerà la svolta della regione, caratterizzata comunque da una continuità interna ai paesi di perseguire ciascuno i propri interessi e i propri traffici con le potenze multilaterali. <br />Una di questi corsi e ricorsi è quello dei flussi migratori che vede dalla notte dei tempi Agadez come snodo essenziale di traffici di droghe, merci e esseri umani e la cancellazione a novembre della legge del 2015 che impediva la gestione del mercato migratorio, riavvia una sorta di economia essenziale per il paese. Ed è proprio il tema che interessa al governo Meloni e al suo Piano Mattei. Intanto Usa e Francia si stanno ridislocando con maggiore presenza nei paesi costieri (Costa d’Avorio, Togo, Benin, Ghana), dove si sta allargando la rivolta jihadista. Mentre il Senegal si può ergere a modello di istituzioni e Costituzione che reggono democraticamente e fanno argine agli uomini forti grazie alla mobilitazione della società civile (e a un esercito non versato a sostenere golpisti).]]></itunes:summary><itunes:duration>1768</itunes:duration><itunes:keywords>agadez,airbase101,burkina,ciad,colonialism,goviex,jihad,mali,niamey,niger,panafrican,sahel,uranio,westafrica</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3173a3c614e0734e6d54579644612112.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Un Corno d'Africa infilzato da milizie feroci e tensioni secessioniste</title><link>https://www.spreaker.com/episode/un-corno-d-africa-infilzato-da-milizie-feroci-e-tensioni-secessioniste--59436365</link><description><![CDATA[Il 15 aprile la Guerra in Sudan compie un anno di indifferenza internazionale.<br />L’angoscia nella voce di Matteo Palamidesse, che ci raggiunge nell'anniversario dell'esplosione della guerra in Sudan tra l'esercito di Abdel Fattah al Buhran e le Forze di supporto rapido di Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemetti, dà la cifra dell’emergenza umanitaria che attanaglia il paese nel disinteresse della diplomazia internazionale e nell’assenza di immagini mediatiche riservate agli altri conflitti in corso, che coinvolgono maggiormente i bianchi caucasici abitanti di zone protette preoccupati del proprio benessere: Francia, Gran Bretagna, Usa e UE hanno appena sancito a Oslo che «non esiste una soluzione militare al conflitto», ma si sono guardati bene dal frapporsi e l'Onu ha preso una sola risoluzione in tutto l'anno di stragi, stupri, milioni di profughi, devastazioni e distruzioni. Lunedì 15 aprile è convocata a Parigi una conferenza internazionale per discutere delal crisi umanitaria, ma il processo di democratizzazione che si era avviato prima del golpe dopo la cacciata di al-Bashir non potrà riprendere per lungo tempo. E i sudanesi sono stremati, con problemi legati alla sopravvivenza e impossibilitati a liberarsi della cruenta disputa del potere dei due contendenti e dei loro clan.<br />E mentre il Sudan si avvita in una spirale di violenza e di alleanze straniere, che riforniscono di armi, si confrontano su terreno africano (ucraini con Buhran e russi con Hemetti), si prenotano per il saccheggio e l'occupazione di porti sul mar Rosso, la Somalia si trova di fronte a sfide, provocazioni, velleità di secessione: sia con la concessione locale del Somaliland – da decenni in lotta con Mogadiscio – di porti all'Etiopia, sia nelle richieste di indipendenza della regione più ricca e meglio organizzata: il Puntland, che richiede almeno una costituzione condivisa. Con Matteo cominciamo da qui per allargare il grandangolo a tutto il Corno d’Africa, cercando speranze di umanità in situazioni diversamente disperate.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59436365</guid><pubDate>Fri, 12 Apr 2024 23:58:54 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59436365/implosione_somala_incubo_a_khartum.mp3" length="31565076" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Il 15 aprile la Guerra in Sudan compie un anno di indifferenza internazionale.
L’angoscia nella voce di Matteo Palamidesse, che ci raggiunge nell'anniversario dell'esplosione della guerra in Sudan tra l'esercito di Abdel Fattah al Buhran e le Forze di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il 15 aprile la Guerra in Sudan compie un anno di indifferenza internazionale.<br />L’angoscia nella voce di Matteo Palamidesse, che ci raggiunge nell'anniversario dell'esplosione della guerra in Sudan tra l'esercito di Abdel Fattah al Buhran e le Forze di supporto rapido di Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemetti, dà la cifra dell’emergenza umanitaria che attanaglia il paese nel disinteresse della diplomazia internazionale e nell’assenza di immagini mediatiche riservate agli altri conflitti in corso, che coinvolgono maggiormente i bianchi caucasici abitanti di zone protette preoccupati del proprio benessere: Francia, Gran Bretagna, Usa e UE hanno appena sancito a Oslo che «non esiste una soluzione militare al conflitto», ma si sono guardati bene dal frapporsi e l'Onu ha preso una sola risoluzione in tutto l'anno di stragi, stupri, milioni di profughi, devastazioni e distruzioni. Lunedì 15 aprile è convocata a Parigi una conferenza internazionale per discutere delal crisi umanitaria, ma il processo di democratizzazione che si era avviato prima del golpe dopo la cacciata di al-Bashir non potrà riprendere per lungo tempo. E i sudanesi sono stremati, con problemi legati alla sopravvivenza e impossibilitati a liberarsi della cruenta disputa del potere dei due contendenti e dei loro clan.<br />E mentre il Sudan si avvita in una spirale di violenza e di alleanze straniere, che riforniscono di armi, si confrontano su terreno africano (ucraini con Buhran e russi con Hemetti), si prenotano per il saccheggio e l'occupazione di porti sul mar Rosso, la Somalia si trova di fronte a sfide, provocazioni, velleità di secessione: sia con la concessione locale del Somaliland – da decenni in lotta con Mogadiscio – di porti all'Etiopia, sia nelle richieste di indipendenza della regione più ricca e meglio organizzata: il Puntland, che richiede almeno una costituzione condivisa. Con Matteo cominciamo da qui per allargare il grandangolo a tutto il Corno d’Africa, cercando speranze di umanità in situazioni diversamente disperate.]]></itunes:summary><itunes:duration>1973</itunes:duration><itunes:keywords>alburhan,garowe,hargeisa,hemetti,khartoum,marrosso,mogadishu,puntland,rsf,saf,somalia,somaliland,sudan</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/09cdb5c849780adfa60a9070da3f21c7.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Tasselli postafricanisti di Sahel e Senegal</title><link>https://www.spreaker.com/episode/tasselli-postafricanisti-di-sahel-e-senegal--59148934</link><description><![CDATA[Il mosaico nordafricano rimodulato dal vento del Sahel<br />  <a href="https://ogzero.org/regione/sahel/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/regione/sahel/</a><br /><br />Non solo gli interessi coloniali rendono geopoliticamente sensibile il sistema africano, ma è la società stessa che – come sessant’anni fa avvertì i venti di emancipazione, trasformandoli in indipendenza – anticipa e fa da laboratorio per i rivolgimenti globali di questo scorcio di millennio, portando a compimento prima che altrove le rivoluzioni epocali prodotte dai conflitti in corso a diversi livelli di intensità.<br />La domanda, che ci siamo posti e prontamente girato ad Alessio Iocchi, è se quanto sta succedendo negli ultimi mesi in Sahel, con l’ultimo colpo di teatro operato da Niamey ai danni del contingente militare americano nello snodo strategico di Agadez, faccia parte di quella svolta storica che pare innescata dalla defrancesizzazione dello stesso Niger, oltre a Burkina e Mali; e se sia estendibile a tutti gli interessi del campo occidentale: sullo sfondo l’uranio appetibile dall’Iran, i massacri etnici nascosti dietro le manovre antijihadiste, l’Afrika Korps al posto di Wagner e Barkhane.<br />Altra questione è se il Senegal potrebbe essere contagiato dopo il confronto elettorale così controverso del 24 marzo – e il contenzioso sul quale ha dimostrato come quella senegalese sia ancora una società in grado di difendersi dai tentativi di svolte autoritarie –, oppure è più facile che avvenga in un paese anglofono ed estesissimo, diviso confessionalmente e tribalmente, come la Nigeria con periodiche emersioni di Boko Haram. Le figure di Macky Sall e Ousmane Sonko appaiono stagliate sullo sfondo di una retorica non completamente descrivibile nei suoi contorni se si deve trovare una mediazione nel paese e quanto ancora della retorica panafricanista entra nel dibattito elettorale.<br />Inoltre ci è parso interessante cercare di comprendere il ruolo dei militari nella regione saheliana e la differenza tra quelli degli anni Sessanta postcoloniali e l’attuale funzione dell’esercito e a chi rispondono; questo consente di cogliere i rivolgimenti di alleanze esterne al continente e anche le rese dei conti all’interno dei singoli paesi. Sottolineavamo anglofono, perché nel discorso si innesta anche il discorso sulla vernacolarizzazione della comunicazione che tralascia sempre più le lingue coloniali, regionalizzando sempre più gli sviluppi di eventi correlati, cercando di superare la riproposta delle elite coloniali in tempi postcoloniali.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59148934</guid><pubDate>Sat, 23 Mar 2024 21:41:52 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59148934/sahel_e_senegal_laboratori_e_retorica_postcoloniali.mp3" length="41330695" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Il mosaico nordafricano rimodulato dal vento del Sahel
  https://ogzero.org/regione/sahel/

Non solo gli interessi coloniali rendono geopoliticamente sensibile il sistema africano, ma è la società stessa che – come sessant’anni fa avvertì i venti di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il mosaico nordafricano rimodulato dal vento del Sahel<br />  <a href="https://ogzero.org/regione/sahel/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/regione/sahel/</a><br /><br />Non solo gli interessi coloniali rendono geopoliticamente sensibile il sistema africano, ma è la società stessa che – come sessant’anni fa avvertì i venti di emancipazione, trasformandoli in indipendenza – anticipa e fa da laboratorio per i rivolgimenti globali di questo scorcio di millennio, portando a compimento prima che altrove le rivoluzioni epocali prodotte dai conflitti in corso a diversi livelli di intensità.<br />La domanda, che ci siamo posti e prontamente girato ad Alessio Iocchi, è se quanto sta succedendo negli ultimi mesi in Sahel, con l’ultimo colpo di teatro operato da Niamey ai danni del contingente militare americano nello snodo strategico di Agadez, faccia parte di quella svolta storica che pare innescata dalla defrancesizzazione dello stesso Niger, oltre a Burkina e Mali; e se sia estendibile a tutti gli interessi del campo occidentale: sullo sfondo l’uranio appetibile dall’Iran, i massacri etnici nascosti dietro le manovre antijihadiste, l’Afrika Korps al posto di Wagner e Barkhane.<br />Altra questione è se il Senegal potrebbe essere contagiato dopo il confronto elettorale così controverso del 24 marzo – e il contenzioso sul quale ha dimostrato come quella senegalese sia ancora una società in grado di difendersi dai tentativi di svolte autoritarie –, oppure è più facile che avvenga in un paese anglofono ed estesissimo, diviso confessionalmente e tribalmente, come la Nigeria con periodiche emersioni di Boko Haram. Le figure di Macky Sall e Ousmane Sonko appaiono stagliate sullo sfondo di una retorica non completamente descrivibile nei suoi contorni se si deve trovare una mediazione nel paese e quanto ancora della retorica panafricanista entra nel dibattito elettorale.<br />Inoltre ci è parso interessante cercare di comprendere il ruolo dei militari nella regione saheliana e la differenza tra quelli degli anni Sessanta postcoloniali e l’attuale funzione dell’esercito e a chi rispondono; questo consente di cogliere i rivolgimenti di alleanze esterne al continente e anche le rese dei conti all’interno dei singoli paesi. Sottolineavamo anglofono, perché nel discorso si innesta anche il discorso sulla vernacolarizzazione della comunicazione che tralascia sempre più le lingue coloniali, regionalizzando sempre più gli sviluppi di eventi correlati, cercando di superare la riproposta delle elite coloniali in tempi postcoloniali.]]></itunes:summary><itunes:duration>2584</itunes:duration><itunes:keywords>amadouba,burkinafaso,cedeao,diomaye2024,ecowas,freesenegal,karimwade,mackydegage,mackysall,mali,niamey.agadez,niger,ousmane_sonko,sahel,senegal,senegalvote,sonko</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/62da1a141ef1b29c9203d4fbb0502bf0.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Disinteresse per il conflitto nel Kivu?</title><link>https://www.spreaker.com/episode/disinteresse-per-il-conflitto-nel-kivu--58894904</link><description><![CDATA[<br /><br />  <a href="https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/</a>  <br /><br />Un’altra delle guerre private dell’attenzione delle coscienze coloniali – sviate da minacce nucleari zariste, un genocidio perpetrato dall’unica democrazia mediorientale, rotte commerciali in mano a pirati alieni – si sta nuovamente svolgendo in Congo, alla sua periferia più ricca: nella zona dei Grandi Laghi, e in particolare si va estendendo nel Kivu e Ituri. E poi anche nel resto del corpaccione congolese? Non avendo superato dopo trent’anni il dramma delle stragi contro i tutsi, ma, accorpandola e incancrenendola, si ripropone.<br />Giovanni Marco Carbone ci ha aiutato a sbrogliare l’intreccio della matassa dei rapporti tra Ruanda e Congo sullo sfondo della predazione delle risorse congolesi da parte dei tutsi del Ruanda a trent’anni dal genocidio; e questo va collocato in un’area dove la presenza di decine di milizie armate nasce dal senso di minaccia avvertito dal regime di Kagame per le presenze nella provincia di Goma di profughi e responsabili delle stragi del 1994 e contemporaneamente dei focolai di resistenza dal basso di villaggi, abbandonati dal potere centrale di Kinshasa a migliaia di chilometri e messi sotto dall’M23, la milizia filoruandese, potentissima.<br />Il tutto nell’assoluta inefficienza e disinteresse del resto del mondo, con Minusco che sta ammainando bandiere e abbandona il campo, portando via i suoi 15.000 uomini. Anche l’espressione del dissenso è conculcata dal potere centrale di Tsishekedi (che si sforza di reintegrare la regione nel paese) e dalla guerra, che vede la partecipazione di molti protagonisti continentali… e alla finestra gli altri. Si rischia di assistere a una Terza guerra mondiale africana? Carbone ritiene che guerre tra nazioni africane sono sporadiche, più spesso l’escalation stessa risucchia gli stati a farsi guerra su uno stesso territorio e sempre congolese.<br />Le multinazionali fanno comunque affari con chiunque, ma è complesso e tutti i protagonisti in qualche modo mettono le mani sulle risorse, ma prediligono sicurezza e stabilità e quindi non sguazzano nelle situazioni di conflitto, perché rendono difficili procurarsi forza lavoro, assicurare sicurezza alle maestranze, poter usufruire di infrastrutture funzionanti, dunque difficilmente proviene dal capitalismo e dallo sfruttamento predatorio la necessità di accendere il conflitto.<br />Carbone ci richiama anche a guardare sì allo spostamento verso i porti dell’Atlantico l’attenzione, ma senza dimenticare che Kinshasa è entrata negli organismi che regolano l’Africa orientale, guardando alla regione dell’East African Community, che vede scambi proprio con l’area del Kivu (ottenendo supporto per la sicurezza, che poi è risultato irrisorio e perciò sono entrati in campo i sudafricani).<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58894904</guid><pubDate>Sat, 02 Mar 2024 08:05:01 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58894904/conflitto_di_tenebra.mp3" length="26981718" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/  

Un’altra delle guerre private dell’attenzione delle coscienze coloniali – sviate da minacce nucleari zariste, un genocidio perpetrato dall’unica democrazia mediorientale, rotte commerciali in mano a...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<br /><br />  <a href="https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/</a>  <br /><br />Un’altra delle guerre private dell’attenzione delle coscienze coloniali – sviate da minacce nucleari zariste, un genocidio perpetrato dall’unica democrazia mediorientale, rotte commerciali in mano a pirati alieni – si sta nuovamente svolgendo in Congo, alla sua periferia più ricca: nella zona dei Grandi Laghi, e in particolare si va estendendo nel Kivu e Ituri. E poi anche nel resto del corpaccione congolese? Non avendo superato dopo trent’anni il dramma delle stragi contro i tutsi, ma, accorpandola e incancrenendola, si ripropone.<br />Giovanni Marco Carbone ci ha aiutato a sbrogliare l’intreccio della matassa dei rapporti tra Ruanda e Congo sullo sfondo della predazione delle risorse congolesi da parte dei tutsi del Ruanda a trent’anni dal genocidio; e questo va collocato in un’area dove la presenza di decine di milizie armate nasce dal senso di minaccia avvertito dal regime di Kagame per le presenze nella provincia di Goma di profughi e responsabili delle stragi del 1994 e contemporaneamente dei focolai di resistenza dal basso di villaggi, abbandonati dal potere centrale di Kinshasa a migliaia di chilometri e messi sotto dall’M23, la milizia filoruandese, potentissima.<br />Il tutto nell’assoluta inefficienza e disinteresse del resto del mondo, con Minusco che sta ammainando bandiere e abbandona il campo, portando via i suoi 15.000 uomini. Anche l’espressione del dissenso è conculcata dal potere centrale di Tsishekedi (che si sforza di reintegrare la regione nel paese) e dalla guerra, che vede la partecipazione di molti protagonisti continentali… e alla finestra gli altri. Si rischia di assistere a una Terza guerra mondiale africana? Carbone ritiene che guerre tra nazioni africane sono sporadiche, più spesso l’escalation stessa risucchia gli stati a farsi guerra su uno stesso territorio e sempre congolese.<br />Le multinazionali fanno comunque affari con chiunque, ma è complesso e tutti i protagonisti in qualche modo mettono le mani sulle risorse, ma prediligono sicurezza e stabilità e quindi non sguazzano nelle situazioni di conflitto, perché rendono difficili procurarsi forza lavoro, assicurare sicurezza alle maestranze, poter usufruire di infrastrutture funzionanti, dunque difficilmente proviene dal capitalismo e dallo sfruttamento predatorio la necessità di accendere il conflitto.<br />Carbone ci richiama anche a guardare sì allo spostamento verso i porti dell’Atlantico l’attenzione, ma senza dimenticare che Kinshasa è entrata negli organismi che regolano l’Africa orientale, guardando alla regione dell’East African Community, che vede scambi proprio con l’area del Kivu (ottenendo supporto per la sicurezza, che poi è risultato irrisorio e perciò sono entrati in campo i sudafricani).<br />]]></itunes:summary><itunes:duration>1687</itunes:duration><itunes:keywords>congo,freecongo,genocost,goma,kagame,kigali,kinshasa,kivu,m23,monusco,rdc,ruanda,rwandaiskilling,tsishekedi,uganda</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/21bc3e39cd5ff7854b50304b01eaac60.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il cavallo di Mayotte. La via per l'Eliseo di Darmanin</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-cavallo-di-mayotte-la-via-per-l-eliseo-di-darmanin--58701830</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/temi/governance/colonialismo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/temi/governance/colonialismo/</a> <br /><br />Quella gettata dall'ambizione presidenziale di Darmanin è una bomba ad orologeria che scaricata su Mayotte (l'isola delle Comore dove il referendum indipendentista aveva visto gli autoctoni pretendere di rimanere francesi) può scoppiare sull'Esagono e creare molti problemi ai migranti francofoni.<br />Tutto sta a vedere se il grimaldello a 8000 chilometri spazzerà via un "droit du sol" (ius solis in latinorum) in vigore dal 1515, istituito da un altro Francesco I (de Valois). Darmanin nasce sarkozysta e cerca di ripercorrere i suoi passi, facendosi traghettare da ministro degli Interni all'Eliseo, risultando di destra con i contenuti di Le Pen.<br />Abbiamo chiesto a Giovanni Gugg, che ha seguito per “<a href="https://www.focusonafrica.info/mayotte-francia-il-governo-vuole-abolire-lo-jus-soli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Africa on Focus</a>” la vicenda fin dal precedente episodio di repressione poliziesca con sgomberi e abbattimento di baracche di lamiera con lo scopo – tutto mediatico – di contrastare l'immigrazione illegale... stavolta si tratta di impedire a poche donne (rispetto alla quantità di perpere già stanziali a Mayotte da più di 2 anni) di dare alla luce "francesi" perfetti e finiti, seppure non originati da lombi pallidamente gallici. Un modo palesemente pretestuoso di individuare un'eventuale breccia nel sistema di diritti che dall'altro lato sostenevano l'idea di impero con i Territori d'Oltremare a tutti gli effetti territori del colonialismo francese... e rinunciarvi è anche un po' riconoscere che esce dalla presidenza Macron un po' ammaccata, tanto vale ottenere la distruzione dei diritti della Révolution Française.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58701830</guid><pubDate>Sat, 17 Feb 2024 08:00:02 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58701830/il_cavallo_di_mayotte.mp3" length="14161651" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/temi/governance/colonialismo/ 

Quella gettata dall'ambizione presidenziale di Darmanin è una bomba ad orologeria che scaricata su Mayotte (l'isola delle Comore dove il referendum indipendentista aveva visto gli autoctoni pretendere...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/temi/governance/colonialismo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/temi/governance/colonialismo/</a> <br /><br />Quella gettata dall'ambizione presidenziale di Darmanin è una bomba ad orologeria che scaricata su Mayotte (l'isola delle Comore dove il referendum indipendentista aveva visto gli autoctoni pretendere di rimanere francesi) può scoppiare sull'Esagono e creare molti problemi ai migranti francofoni.<br />Tutto sta a vedere se il grimaldello a 8000 chilometri spazzerà via un "droit du sol" (ius solis in latinorum) in vigore dal 1515, istituito da un altro Francesco I (de Valois). Darmanin nasce sarkozysta e cerca di ripercorrere i suoi passi, facendosi traghettare da ministro degli Interni all'Eliseo, risultando di destra con i contenuti di Le Pen.<br />Abbiamo chiesto a Giovanni Gugg, che ha seguito per “<a href="https://www.focusonafrica.info/mayotte-francia-il-governo-vuole-abolire-lo-jus-soli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Africa on Focus</a>” la vicenda fin dal precedente episodio di repressione poliziesca con sgomberi e abbattimento di baracche di lamiera con lo scopo – tutto mediatico – di contrastare l'immigrazione illegale... stavolta si tratta di impedire a poche donne (rispetto alla quantità di perpere già stanziali a Mayotte da più di 2 anni) di dare alla luce "francesi" perfetti e finiti, seppure non originati da lombi pallidamente gallici. Un modo palesemente pretestuoso di individuare un'eventuale breccia nel sistema di diritti che dall'altro lato sostenevano l'idea di impero con i Territori d'Oltremare a tutti gli effetti territori del colonialismo francese... e rinunciarvi è anche un po' riconoscere che esce dalla presidenza Macron un po' ammaccata, tanto vale ottenere la distruzione dei diritti della Révolution Française.]]></itunes:summary><itunes:duration>886</itunes:duration><itunes:keywords>asylum,comores,droitdusol,france,iussoli,loidarmanin,loiimmigration,macron,mayotte,migrationpact,outremer,razzismo,wuambushu</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/132f87f7b2f48958712071fb03995d7f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Goodbye Ecowas; bonjour jeune Afrique</title><link>https://www.spreaker.com/episode/goodbye-ecowas-bonjour-jeune-afrique--58592818</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/sahel/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/regione/sahel/</a> <br /><br />Quali progetti politicoi-economici in Africa occidentale? <br /><br />Afrika Corps è evocativo di Rommel, un’altra volpe del deserto di cui è stata presa la pelliccia; il Franc Cfa sempre meno scambiato, con i Brics che aspettano il cadavere della valuta; sgretolamento della Françafrique, che continua strenuamente a tentare di mantenere avamposti in Africa occidentale… ma due eventi stanno cambiando in una sorta di sfida che può cambiare riferimenti globali nell’area del Golfo di Guinea e del Sahel, e quindi anche interessi tutelati e sistemi politici. Da un lato si è parlato qui – giovedì 1° febbraio 2024 – con Edoardo Baldaro dell’uscita dei tre paesi ribelli dell’Ecowas (o meglio Cedeao), immaginando che il prossimo momento di confronto tra i paesi della regione che fanno parte dell’organismo africano che sta compiendo il mezzo secolo fosse uno dei due paesi più consistenti del Cedeao: le elezioni in Senegal che dovevano tenersi in questo mese e invece Macky Sall ha spostato a dicembre, dopo aver incarcerato tutti gli oppositori in un golpe parlamentare. A posteriori, dopo aver registrato l’intervento di Edoardo Baldaro ci chiediamo se l’uscita di Mali, Burkina e Niger dal Cedeao non abbiamo accelerato le operazioni del fantoccio di Parigi a Dakar per anticipare una solta nelle urne che poteva pesare sugli equilibri già così precari dell’Africa occidentale. Sappiamo che Edoardo ribadirà come ha fatto in questo podcast che non si può prescindere nel giudizio dalla considerazione dei potentati locali e di quale scelta operano in questo momento di riposizionamento e che vede i tre regimi militari lanciare segnali (di af”franca”mento) ai vicini. Bisogna però considerare ancora l’impatto sulle popolazioni: sia dell’effetto dello sfilamento dalla Cedeao a Bamako, Niamey, Ouagadougou sulle migrazioni e i movimenti transfrontalieri e sui traffici delle risorse saheliane; sia della svolta pushiste a Dakar, che forse ha avuto timore che le figure che evocano Sankara in Burkina possano trovare in Sonko un emulo, e queste figure trovano riscontro soprattutto tra i giovani di tutta la vasta area transnazionele compressa anche dal potere decennale detenuto dalle corrotte e tiranniche generazioni precedenti, compromesse con le “democrazie” occidentali, il loro orientalismo e il loro monetarismo vs. dipendenze da altri.<br />Approfondiremo presto quello che sta avvenendo in Senegal.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58592818</guid><pubDate>Wed, 07 Feb 2024 07:30:02 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58592818/svoltewestafricane.mp3" length="27487039" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/regione/sahel/ 

Quali progetti politicoi-economici in Africa occidentale? 

Afrika Corps è evocativo di Rommel, un’altra volpe del deserto di cui è stata presa la pelliccia; il Franc Cfa sempre meno scambiato, con i Brics che...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/sahel/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/regione/sahel/</a> <br /><br />Quali progetti politicoi-economici in Africa occidentale? <br /><br />Afrika Corps è evocativo di Rommel, un’altra volpe del deserto di cui è stata presa la pelliccia; il Franc Cfa sempre meno scambiato, con i Brics che aspettano il cadavere della valuta; sgretolamento della Françafrique, che continua strenuamente a tentare di mantenere avamposti in Africa occidentale… ma due eventi stanno cambiando in una sorta di sfida che può cambiare riferimenti globali nell’area del Golfo di Guinea e del Sahel, e quindi anche interessi tutelati e sistemi politici. Da un lato si è parlato qui – giovedì 1° febbraio 2024 – con Edoardo Baldaro dell’uscita dei tre paesi ribelli dell’Ecowas (o meglio Cedeao), immaginando che il prossimo momento di confronto tra i paesi della regione che fanno parte dell’organismo africano che sta compiendo il mezzo secolo fosse uno dei due paesi più consistenti del Cedeao: le elezioni in Senegal che dovevano tenersi in questo mese e invece Macky Sall ha spostato a dicembre, dopo aver incarcerato tutti gli oppositori in un golpe parlamentare. A posteriori, dopo aver registrato l’intervento di Edoardo Baldaro ci chiediamo se l’uscita di Mali, Burkina e Niger dal Cedeao non abbiamo accelerato le operazioni del fantoccio di Parigi a Dakar per anticipare una solta nelle urne che poteva pesare sugli equilibri già così precari dell’Africa occidentale. Sappiamo che Edoardo ribadirà come ha fatto in questo podcast che non si può prescindere nel giudizio dalla considerazione dei potentati locali e di quale scelta operano in questo momento di riposizionamento e che vede i tre regimi militari lanciare segnali (di af”franca”mento) ai vicini. Bisogna però considerare ancora l’impatto sulle popolazioni: sia dell’effetto dello sfilamento dalla Cedeao a Bamako, Niamey, Ouagadougou sulle migrazioni e i movimenti transfrontalieri e sui traffici delle risorse saheliane; sia della svolta pushiste a Dakar, che forse ha avuto timore che le figure che evocano Sankara in Burkina possano trovare in Sonko un emulo, e queste figure trovano riscontro soprattutto tra i giovani di tutta la vasta area transnazionele compressa anche dal potere decennale detenuto dalle corrotte e tiranniche generazioni precedenti, compromesse con le “democrazie” occidentali, il loro orientalismo e il loro monetarismo vs. dipendenze da altri.<br />Approfondiremo presto quello che sta avvenendo in Senegal.]]></itunes:summary><itunes:duration>1718</itunes:duration><itunes:keywords>aes,bamako,burkina,cedeao,colonialismo,ecowas,françafrique,freesenegal,goita,mali,niamey,niger,ouagadougou,ousmane.sonko,panafricanism,sahel,sall,traore</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/5e07c4e05fe21b3be6c1c8bdcab07d8f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Un voto che non si conclude, come l’ebollizione congolese</title><link>https://www.spreaker.com/episode/un-voto-che-non-si-conclude-come-l-ebollizione-congolese--58134480</link><description><![CDATA[<br />https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/ <br /><br />Una settimana fa si sono svolte le elezioni e il giorno in cui chiudevano forse tutte le urne – e alcune erano state devastate prima dell'apertura – abbiamo registrato questo preciso e informato parere di Giovanni Gugg... eppure non si sa ancora nulla di preciso, se non alcune reazioni esasperate per i consueti brogli, le violenze della polizia... un 27 dicembre non di tutto riposo per i giochi di potere se si approfondisce il dato sugli scontri del 27.<br />Le elezioni congolesi 2023 sono interessanti non tanto per il risultato scontato e che ancora a una settimana dall'apertura delle urne non si conosce, quanto perché contribuiscono a fornire il quadro delle pulsioni e delle divisioni interne ed esterne all'enorme territorio difficilmente controllabile da Kinshasa; i molti candidati sono eterogenei, ma non riescono a coagulare attorno a loro un consenso generale da intaccare il sistema di potere di Tsisekedi. Tranne a posteriori, unanimi a condannare i brogli e la organizzazione delle votazioni; questo già prima era uno dei motivi del contendere, tanto che alcuni comitati elettorali trovavano sede fuori dai confini congolesi, a dimostrazione di come attorno al corpaccio nazionale gli interessi dei vicini (Uganda, Ruanda, Kenya...) sono così invasivi da dare ospitalità a un candidato legato all'M23... Le difficoltà sono enormi e la disorganizzazione ha dato luogo a vandalismo in certe zone che sono estromesse dalla partecipazione (Ituri e Kivu, tutta la zona nordorientale con le tensioni rinfocolate da Ruanda e Uganda). E va considerato anche il ruolo regionale della Tanzania, che ha sbocchi e aperture autonome verso l'Asia che conta efunge da contraltare positivo alle difficoltà del Congo, che ha più chance scegliendo la costa atlantica, attraverso l'Angola.<br />Bisogna considerare le centinaia di milizie, ma anche le intromissioni dei paesi vicini, però queste tensioni esterne si riverberano nella società interna, nella frammentazione religiosa, nel rifuggire da schieramenti dei musicisti di riferimento.<br />I candidati erano 24, apparentemente grande fermento, ma senza reale entusiasmo, se non per quello che rappresenta il dietro le quinte che è il vero paese, che in un gioco di specchi restituisce una rappresentanza attraverso questi 22+2(uccisi). Compresi i gruppi alternativi de la Lucha a Goma che rappresentano davvero istanze condivise, ma distanti dalla possibilità di entrare nei giochi di potere (per fortuna, forse).]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58134480</guid><pubDate>Thu, 28 Dec 2023 00:46:55 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58134480/kinshasapoll2023.mp3" length="21078863" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/ 

Una settimana fa si sono svolte le elezioni e il giorno in cui chiudevano forse tutte le urne – e alcune erano state devastate prima dell'apertura – abbiamo registrato questo preciso e informato...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<br />https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/ <br /><br />Una settimana fa si sono svolte le elezioni e il giorno in cui chiudevano forse tutte le urne – e alcune erano state devastate prima dell'apertura – abbiamo registrato questo preciso e informato parere di Giovanni Gugg... eppure non si sa ancora nulla di preciso, se non alcune reazioni esasperate per i consueti brogli, le violenze della polizia... un 27 dicembre non di tutto riposo per i giochi di potere se si approfondisce il dato sugli scontri del 27.<br />Le elezioni congolesi 2023 sono interessanti non tanto per il risultato scontato e che ancora a una settimana dall'apertura delle urne non si conosce, quanto perché contribuiscono a fornire il quadro delle pulsioni e delle divisioni interne ed esterne all'enorme territorio difficilmente controllabile da Kinshasa; i molti candidati sono eterogenei, ma non riescono a coagulare attorno a loro un consenso generale da intaccare il sistema di potere di Tsisekedi. Tranne a posteriori, unanimi a condannare i brogli e la organizzazione delle votazioni; questo già prima era uno dei motivi del contendere, tanto che alcuni comitati elettorali trovavano sede fuori dai confini congolesi, a dimostrazione di come attorno al corpaccio nazionale gli interessi dei vicini (Uganda, Ruanda, Kenya...) sono così invasivi da dare ospitalità a un candidato legato all'M23... Le difficoltà sono enormi e la disorganizzazione ha dato luogo a vandalismo in certe zone che sono estromesse dalla partecipazione (Ituri e Kivu, tutta la zona nordorientale con le tensioni rinfocolate da Ruanda e Uganda). E va considerato anche il ruolo regionale della Tanzania, che ha sbocchi e aperture autonome verso l'Asia che conta efunge da contraltare positivo alle difficoltà del Congo, che ha più chance scegliendo la costa atlantica, attraverso l'Angola.<br />Bisogna considerare le centinaia di milizie, ma anche le intromissioni dei paesi vicini, però queste tensioni esterne si riverberano nella società interna, nella frammentazione religiosa, nel rifuggire da schieramenti dei musicisti di riferimento.<br />I candidati erano 24, apparentemente grande fermento, ma senza reale entusiasmo, se non per quello che rappresenta il dietro le quinte che è il vero paese, che in un gioco di specchi restituisce una rappresentanza attraverso questi 22+2(uccisi). Compresi i gruppi alternativi de la Lucha a Goma che rappresentano davvero istanze condivise, ma distanti dalla possibilità di entrare nei giochi di potere (per fortuna, forse).]]></itunes:summary><itunes:duration>1318</itunes:duration><itunes:keywords>congo,fdlr,katanga,kinshasa,kivu,rdc,tshisekedi</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ee113e78416cd476fd22064d2bdb603c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Contenziosi non ripianabili: Mar Rosso libicizzato</title><link>https://www.spreaker.com/episode/contenziosi-non-ripianabili-mar-rosso-libicizzato--57910554</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/tag/sudan/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/tag/sudan/</a><br /><br />“Sudan Tribune”, 27 novembre 2023: «Circa 7600 bambini in Sudan fuggono ogni giorno dalle loro case, sette mesi dopo lo scoppio del conflitto nel paese, secondo un’analisi di un’agenzia umanitaria. Il conflitto, ha affermato Save the Children, ha causato lo sfollamento di un ottavo dei bambini nel Sudan devastato dalla guerra. Secondo l’agenzia, dozzine di bambini sfollati hanno cercato cure urgenti a causa delle orribili violenze sessuali, delle ferite che hanno cambiato la loro vita e del grave disagio psicologico dovuto alla guerra». Questo l’incipit di un articolo che Eric Salerno ha pubblicato su “La Voce di New York”; Eric prosegue poi ricordando il suo primo viaggio in Sudan nel 1971, già devastato da una guerra civile che divideva animisti-cristiani del Sud con pulsioni secessioniste dal Nord arabofono musulmano: il suo reportage si incentrava attorno a Juba, attuale capitale del Sud Sudan, dove gli istruttori militari del Mossad che spiegavano ai giovani neri del Sud (divenuto Sud Sudan esattamente 40 anni dopo) come dovevano essere usate le armi appena consegnate per colpire gli arabi del Nord e indebolire il mondo musulmano all’epoca abbastanza coeso nella sua lotta contro Israele. Ora Israele ha stipulato gli Abrahams Accord con il Sudan e quindi è alleato di al Burhan in questa proxy war che vede contrapposto il mondo sul terreno sudanese, che va producendo una nuova libicizzazione tra un esercito che ha l’aviazione e una potenza di fuoco unica e un esercito che ha il potere sul terreno che conosce meglio.<br />Il contributo di <a href="https://www.focusonafrica.info/sudan-lesercito-accusa-gli-emirati-arabi-uniti-di-armare-le-rsf/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Matteo Palamidesse</a> risulta indispensabile per dirimere la matassa delle strategie e delle spinte e alleanze che danno forma al disastro bellico in corso. La militarizzazione della società sudanese sta rendendo sempre più evidente la frammentazione tra etnie che compongono il paese: uno scenario libico dove le Forze di supporto rapido di Hemmedti controllano il Sudovest del Sudan e buona parte della capitale (il Darfur era già un territorio pieno di risorse minerarie da loro controllato, con l’appoggio di emiratini e russi, oltre alle triangolazioni di armi attraverso il confine poroso con il Ciad), l’esercito regolare controlla il Mar Rosso da Port Sudan e la parte orientale del paese.<br />Lo sbocco al Mar Rosso è al centro anche di rivendicazioni etiopi (di nuovo sostenuti da Mosca) che rischiano di nuovo di innescare tensioni con l’Eritrea e le Somalie.<br />Come se tutte le proxy war possibili ritrovino inneschi dispersi nei decenni tutte contemporaneamente, a costituire quella Guerra mondiale a rate, che trova i singoli pretesti in contenziosi mai sopiti: micce da accendere per creare un conflitto permanente e via via globalizzato.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/57910554</guid><pubDate>Tue, 05 Dec 2023 07:25:01 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/57910554/sudan_etiopia_proxy_micce_di_guerra_mondiale.mp3" length="25777210" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/tag/sudan/

“Sudan Tribune”, 27 novembre 2023: «Circa 7600 bambini in Sudan fuggono ogni giorno dalle loro case, sette mesi dopo lo scoppio del conflitto nel paese, secondo un’analisi di un’agenzia umanitaria. Il conflitto, ha...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/tag/sudan/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/tag/sudan/</a><br /><br />“Sudan Tribune”, 27 novembre 2023: «Circa 7600 bambini in Sudan fuggono ogni giorno dalle loro case, sette mesi dopo lo scoppio del conflitto nel paese, secondo un’analisi di un’agenzia umanitaria. Il conflitto, ha affermato Save the Children, ha causato lo sfollamento di un ottavo dei bambini nel Sudan devastato dalla guerra. Secondo l’agenzia, dozzine di bambini sfollati hanno cercato cure urgenti a causa delle orribili violenze sessuali, delle ferite che hanno cambiato la loro vita e del grave disagio psicologico dovuto alla guerra». Questo l’incipit di un articolo che Eric Salerno ha pubblicato su “La Voce di New York”; Eric prosegue poi ricordando il suo primo viaggio in Sudan nel 1971, già devastato da una guerra civile che divideva animisti-cristiani del Sud con pulsioni secessioniste dal Nord arabofono musulmano: il suo reportage si incentrava attorno a Juba, attuale capitale del Sud Sudan, dove gli istruttori militari del Mossad che spiegavano ai giovani neri del Sud (divenuto Sud Sudan esattamente 40 anni dopo) come dovevano essere usate le armi appena consegnate per colpire gli arabi del Nord e indebolire il mondo musulmano all’epoca abbastanza coeso nella sua lotta contro Israele. Ora Israele ha stipulato gli Abrahams Accord con il Sudan e quindi è alleato di al Burhan in questa proxy war che vede contrapposto il mondo sul terreno sudanese, che va producendo una nuova libicizzazione tra un esercito che ha l’aviazione e una potenza di fuoco unica e un esercito che ha il potere sul terreno che conosce meglio.<br />Il contributo di <a href="https://www.focusonafrica.info/sudan-lesercito-accusa-gli-emirati-arabi-uniti-di-armare-le-rsf/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Matteo Palamidesse</a> risulta indispensabile per dirimere la matassa delle strategie e delle spinte e alleanze che danno forma al disastro bellico in corso. La militarizzazione della società sudanese sta rendendo sempre più evidente la frammentazione tra etnie che compongono il paese: uno scenario libico dove le Forze di supporto rapido di Hemmedti controllano il Sudovest del Sudan e buona parte della capitale (il Darfur era già un territorio pieno di risorse minerarie da loro controllato, con l’appoggio di emiratini e russi, oltre alle triangolazioni di armi attraverso il confine poroso con il Ciad), l’esercito regolare controlla il Mar Rosso da Port Sudan e la parte orientale del paese.<br />Lo sbocco al Mar Rosso è al centro anche di rivendicazioni etiopi (di nuovo sostenuti da Mosca) che rischiano di nuovo di innescare tensioni con l’Eritrea e le Somalie.<br />Come se tutte le proxy war possibili ritrovino inneschi dispersi nei decenni tutte contemporaneamente, a costituire quella Guerra mondiale a rate, che trova i singoli pretesti in contenziosi mai sopiti: micce da accendere per creare un conflitto permanente e via via globalizzato.]]></itunes:summary><itunes:duration>1612</itunes:duration><itunes:keywords>abiy,amhara,burhan,dagalo,darfur,etiopia,hemeti,marrosso,oromo,redsea,rsf,sudan,sudanese,sudanuprising,tigray</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3ab98a8004d3b38e3cddcffb4a44ba49.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il colonialismo debellato dalle mangrovie</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-colonialismo-debellato-dalle-mangrovie--56035802</link><description><![CDATA[Metafora di un continente, pars pro toto: la salvaguardia delle piante consente una piccola economia di ostrica e manioca, producendo così una rete di microeconomie positive. Superando in questo modo gli stereotipi dischiusi e smontati durante l'intervista a Angelo Ferrari effettuata da Ugo Barbara e Giampaolo Roidi per l'Agi, agenzia giornalistica e che si può trovare registrata qui: https://www.agi.it/estero/podcast/2023-07-07/africa-oltre-emergenze-racconto-angelo-ferrari-22152742/.<br /><br />Lo spunto è dato dalla “notiziabilità” dell'Africa secondo Amref: guerra e terrorismo... e comunque persino meno spazio negli ultimi mesi rispetto agli anni precedenti – già residuale – è stato dedicato al continente dai media mainstream, perché in realtà bisognerebbe andare a incontrare le storie per accorgersi che sono straordinarie. Ma è innanzitutto l'atteggiamento buonista che si deve mutare, in quanto è cambiato dall'altro lato l'atteggiamento africano nei confronti con l'esterno e in particolare contro il colonialismo classico – in particolare il sentimento più diffuso è astiosamente (e con ragione) antifrancese. I russi sono percepiti come non colonizzatori (come i cinesi), ma se si approfondisce la narrazione, non è la realtà; solo una forma diversa di saccheggio. Gli italiani, persino in Corno d'Africa, sono percepiti come quelli che prestano attenzione ai bisogni prima di imporre (all'americana) le presunte risposte ai problemi, nella visione occidentale, ma ultimamente l'approccio italico appare distratto nelle prassi possibili. per le carenze a livello di semplice diplomazia e scarsa conoscenza del mondo africano – proprio per questo il libro di Angelo (“Non so come andrà a finire") al centro dell'intervista è un modello di come ci si dovrebbe accostare.<br />Esiste invece una sudditanza psicologica delle genti africane verso ciò che proviene da fuori? Si può parlare di tentativi di affrancamento dall’assoggettamento a potenze extracontinentali? Angelo ritiene che si possano registrare realtà che cercano di autonomizzarsi – valorizzando prodotti locali (senza farseli saccheggiare) –, superando l'atteggiamento dei bianchi che intendono imporre il loro punto di vista: a questo allude il titolo di questo podcast, ascoltatelo per capire a cosa Angelo allude...]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56035802</guid><pubDate>Sat, 08 Jul 2023 20:35:11 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56035802/salvaguardare_le_mangrovie.mp3" length="17038034" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Metafora di un continente, pars pro toto: la salvaguardia delle piante consente una piccola economia di ostrica e manioca, producendo così una rete di microeconomie positive. Superando in questo modo gli stereotipi dischiusi e smontati durante...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Metafora di un continente, pars pro toto: la salvaguardia delle piante consente una piccola economia di ostrica e manioca, producendo così una rete di microeconomie positive. Superando in questo modo gli stereotipi dischiusi e smontati durante l'intervista a Angelo Ferrari effettuata da Ugo Barbara e Giampaolo Roidi per l'Agi, agenzia giornalistica e che si può trovare registrata qui: https://www.agi.it/estero/podcast/2023-07-07/africa-oltre-emergenze-racconto-angelo-ferrari-22152742/.<br /><br />Lo spunto è dato dalla “notiziabilità” dell'Africa secondo Amref: guerra e terrorismo... e comunque persino meno spazio negli ultimi mesi rispetto agli anni precedenti – già residuale – è stato dedicato al continente dai media mainstream, perché in realtà bisognerebbe andare a incontrare le storie per accorgersi che sono straordinarie. Ma è innanzitutto l'atteggiamento buonista che si deve mutare, in quanto è cambiato dall'altro lato l'atteggiamento africano nei confronti con l'esterno e in particolare contro il colonialismo classico – in particolare il sentimento più diffuso è astiosamente (e con ragione) antifrancese. I russi sono percepiti come non colonizzatori (come i cinesi), ma se si approfondisce la narrazione, non è la realtà; solo una forma diversa di saccheggio. Gli italiani, persino in Corno d'Africa, sono percepiti come quelli che prestano attenzione ai bisogni prima di imporre (all'americana) le presunte risposte ai problemi, nella visione occidentale, ma ultimamente l'approccio italico appare distratto nelle prassi possibili. per le carenze a livello di semplice diplomazia e scarsa conoscenza del mondo africano – proprio per questo il libro di Angelo (“Non so come andrà a finire") al centro dell'intervista è un modello di come ci si dovrebbe accostare.<br />Esiste invece una sudditanza psicologica delle genti africane verso ciò che proviene da fuori? Si può parlare di tentativi di affrancamento dall’assoggettamento a potenze extracontinentali? Angelo ritiene che si possano registrare realtà che cercano di autonomizzarsi – valorizzando prodotti locali (senza farseli saccheggiare) –, superando l'atteggiamento dei bianchi che intendono imporre il loro punto di vista: a questo allude il titolo di questo podcast, ascoltatelo per capire a cosa Angelo allude...]]></itunes:summary><itunes:duration>1065</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8d59b43be2f5e85275362579fc44dbeb.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Esperienze viste e vissute di un giornalista "africano"</title><link>https://www.spreaker.com/episode/esperienze-viste-e-vissute-di-un-giornalista-africano--55671892</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/progetti/#nonsocomeandraafinire" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/progetti/#nonsocomeandraafinire</a> <br /><br />Angelo Ferrari è innanzitutto un uomo empatico. E poi è un giornalista, un inviato che si immerge nel territorio che deve raccontare. E da cui è conglobato, perché la sua provenienza da una famiglia della Milano popolare gli consente di comprendere il mondo con cui ha a che fare, che narra e che probabilmente a sua volta lo racconta... i ragazzi di strada, le giovani che si vendono per fame, ma poi ci sono anche i tanti incontri con l'Africa e gli africani; le tante possibilità di cui il continente è depredato e l'indignazione per questo saccheggio coloniale a cui è sottoposto, ma pure le tante possibilità di scambio culturale.<br />In questa intervista con Federica Margaritora nella trasmissione "Buona la prima" di Radioinblu si percepisce bene la passione e la voglia di raccontare il suo rapporto con l'“africanità” e che ha trasposto nel libro "Non so come andrà a finire" intonro al quale è imbastita la trasmisisone.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/55671892</guid><pubDate>Sat, 01 Jul 2023 08:56:28 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/55671892/storie_viste_e_vissute_buona_la_prima.mp3" length="8591059" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/progetti/#nonsocomeandraafinire 

Angelo Ferrari è innanzitutto un uomo empatico. E poi è un giornalista, un inviato che si immerge nel territorio che deve raccontare. E da cui è conglobato, perché la sua provenienza da una famiglia...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/progetti/#nonsocomeandraafinire" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/progetti/#nonsocomeandraafinire</a> <br /><br />Angelo Ferrari è innanzitutto un uomo empatico. E poi è un giornalista, un inviato che si immerge nel territorio che deve raccontare. E da cui è conglobato, perché la sua provenienza da una famiglia della Milano popolare gli consente di comprendere il mondo con cui ha a che fare, che narra e che probabilmente a sua volta lo racconta... i ragazzi di strada, le giovani che si vendono per fame, ma poi ci sono anche i tanti incontri con l'Africa e gli africani; le tante possibilità di cui il continente è depredato e l'indignazione per questo saccheggio coloniale a cui è sottoposto, ma pure le tante possibilità di scambio culturale.<br />In questa intervista con Federica Margaritora nella trasmissione "Buona la prima" di Radioinblu si percepisce bene la passione e la voglia di raccontare il suo rapporto con l'“africanità” e che ha trasposto nel libro "Non so come andrà a finire" intonro al quale è imbastita la trasmisisone.]]></itunes:summary><itunes:duration>537</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/73a8d9144689d7e247d4eeafcb92329f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Neocolonialismo africano: la trappola dietro allo sforzo di affrancamento</title><link>https://www.spreaker.com/episode/neocolonialismo-africano-la-trappola-dietro-allo-sforzo-di-affrancamento--54842623</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/africa-day-le-sfide-anticoloniali-sono-sempre-attuali/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/africa-day-le-sfide-anticoloniali-sono-sempre-attuali/</a> <br /><br />Se l’Africa ha bisogno della Cina, la Russia ha bisogno dell’Africa. E la Russia in Africa si chiama Wagner<br />Volontà di affrancarsi dal colonialismo, ma senza la forza di evitare il neocolonialismo: questa un po’ la sintesi del motivo per cui si è inscenata la spedizione interafricana sul palcoscenico della diplomazia di guerra sulle sponde del Dnepr.<br /><br />La delegazione di presidenti africani organizzata con l’appoggio di Macron fin dal novembre 2022 raccoglie la crema dei più rappresentativi oligarchi e corrotti, oppressori dei loro sudditi – tutti più giovani dell’oligarchia – e impossibili da destituire, emanazioni dei governi africani, in qualche modo dipendenti da differenti potenze straniere. Questa manica di malfattori ha avuto la possibilità di incontrare i due presidenti protagonisti delle feroci offensive e controffensive della guerra sarmatica, perché sostanzialmente neutrali (più sensibili ai molti conflitti in corso nel loro continente e preoccupati da quello ucraino essenzialmente per le forniture alimentari ai paesi africani); ma fin dall’inizio – allo scalo polacco – i segnali da parte della Nato sono stati di sospetto che la cricca potesse fare da sponda alla narrazione del Cremlino. Tutto ciò è emerso con molto altro, affrontando l’argomento con Angelo Ferrari, perché attraverso un commento a quella situazione si è aperta una prateria di discorsi collegati al neocolonialismo (russo, cinese, ma anche americano, europeo… australiano!). A partire dal fatto che questa missione sembra preparatoria all’incontro al vertice tra Russia e Africa previsto a Sochi alla fine di luglio: il discorso corre subito in Mali – lo scambio tra miniere e lotta al jihad con la Wagner –, ancora più eclatante il micidiale conflitto misconosciuto in Sudan – il legame di Hemedti con la milizia di Prigozhyn (e sua cassaforte che gli consente di sfidare il Cremlino e imporre l'avvicendamento dei vertici militari). Ma poi esemplificativa del saccheggio diventa la produzione del Congo a partire dagli anni Ottanta del Diciannovesimo secolo: ogni decennio vede posto al centro un prodotto essenziale per la produzione del periodo e depredato dall’Occidente.<br />Affrontando poi la questione della fine dei sussidi in Angola, Nigeria, Senegal contemporaneamente si è addivenuti alla insostenibilità economica dei sistemi-stato – e di nuovo si affaccia la ricattabilità dell’indipendenza dei paesi africani in seguito all’indotto squilibrio economico che li contraddistingue –, per poi dedicarci all’altro aspetto correlato: la demografia e una delle soluzioni proposte di nuovo dal colonialismo. Le nuove capitali edificate e progettate dal nulla; di nuovo altre capitali che non si radicano su nulla, se non su progetti che rispondono a esigenze extrafricane, come gli investimenti della Temasek di Singapore per costruire 123 nuove città in Africa.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/54842623</guid><pubDate>Sat, 24 Jun 2023 20:20:27 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/54842623/ferrari_e_il_ruolo_dell_africa_nelle_guerre.mp3" length="34947975" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/africa-day-le-sfide-anticoloniali-sono-sempre-attuali/ 

Se l’Africa ha bisogno della Cina, la Russia ha bisogno dell’Africa. E la Russia in Africa si chiama Wagner
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E la Russia in Africa si chiama Wagner<br />Volontà di affrancarsi dal colonialismo, ma senza la forza di evitare il neocolonialismo: questa un po’ la sintesi del motivo per cui si è inscenata la spedizione interafricana sul palcoscenico della diplomazia di guerra sulle sponde del Dnepr.<br /><br />La delegazione di presidenti africani organizzata con l’appoggio di Macron fin dal novembre 2022 raccoglie la crema dei più rappresentativi oligarchi e corrotti, oppressori dei loro sudditi – tutti più giovani dell’oligarchia – e impossibili da destituire, emanazioni dei governi africani, in qualche modo dipendenti da differenti potenze straniere. Questa manica di malfattori ha avuto la possibilità di incontrare i due presidenti protagonisti delle feroci offensive e controffensive della guerra sarmatica, perché sostanzialmente neutrali (più sensibili ai molti conflitti in corso nel loro continente e preoccupati da quello ucraino essenzialmente per le forniture alimentari ai paesi africani); ma fin dall’inizio – allo scalo polacco – i segnali da parte della Nato sono stati di sospetto che la cricca potesse fare da sponda alla narrazione del Cremlino. Tutto ciò è emerso con molto altro, affrontando l’argomento con Angelo Ferrari, perché attraverso un commento a quella situazione si è aperta una prateria di discorsi collegati al neocolonialismo (russo, cinese, ma anche americano, europeo… australiano!). A partire dal fatto che questa missione sembra preparatoria all’incontro al vertice tra Russia e Africa previsto a Sochi alla fine di luglio: il discorso corre subito in Mali – lo scambio tra miniere e lotta al jihad con la Wagner –, ancora più eclatante il micidiale conflitto misconosciuto in Sudan – il legame di Hemedti con la milizia di Prigozhyn (e sua cassaforte che gli consente di sfidare il Cremlino e imporre l'avvicendamento dei vertici militari). Ma poi esemplificativa del saccheggio diventa la produzione del Congo a partire dagli anni Ottanta del Diciannovesimo secolo: ogni decennio vede posto al centro un prodotto essenziale per la produzione del periodo e depredato dall’Occidente.<br />Affrontando poi la questione della fine dei sussidi in Angola, Nigeria, Senegal contemporaneamente si è addivenuti alla insostenibilità economica dei sistemi-stato – e di nuovo si affaccia la ricattabilità dell’indipendenza dei paesi africani in seguito all’indotto squilibrio economico che li contraddistingue –, per poi dedicarci all’altro aspetto correlato: la demografia e una delle soluzioni proposte di nuovo dal colonialismo. Le nuove capitali edificate e progettate dal nulla; di nuovo altre capitali che non si radicano su nulla, se non su progetti che rispondono a esigenze extrafricane, come gli investimenti della Temasek di Singapore per costruire 123 nuove città in Africa.]]></itunes:summary><itunes:duration>2185</itunes:duration><itunes:keywords>africa,decolonization,guerraucraina,macky_sall,macron,neocolonialism,prigozhin,prigozhinvsputin,putin,ramaphosa,ucraina,unioneafricana,wagner,zelenskiy</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/afbfa3bc53216cd6325ed3ef74b77cd5.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Mayottignon: l'isola della repressione d'oltremare</title><link>https://www.spreaker.com/episode/mayottignon-l-isola-della-repressione-d-oltremare--53777243</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/temi/governance/neocolonialismo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/temi/governance/neocolonialismo/</a><br /><br />Una formula speciale di colonialismo à la francese è quello sottilmente divisivo a cui si assiste sull’isola di Mayotte nell’arcipelago delle Comore. L’unica isola che rifiutò l’indipendenza con referendum e così è il Dipartimento francese più povero, quello d’oltremare che si trova così a essere territorio europeo nel canale del Madagascar… dunque terra promessa per l’intera Africa orientale e in particolare per i connazionali in cerca di riscatto e futuro. Lo scontro nasce qui: i mayottini salvaguardano il loro “benessere” di riflesso europeo, che in cambio manda oltremare i Crs a pestare come se fossero a una manifestazione per le pensioni e spianare baracche ai poveri disperati; per il tripudio degli “autoctoni”, che denunciano come banali leghisti nostrani l’importazione di delinquenza e sottrazione di spazi. Solita guerra tra poveri, sfruttata da Darmanin.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/53777243</guid><pubDate>Sat, 13 May 2023 14:18:12 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/53777243/mayottignonwambushu.mp3" length="39014746" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/temi/governance/neocolonialismo/

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Lo scontro nasce qui: i mayottini salvaguardano il loro “benessere” di riflesso europeo, che in cambio manda oltremare i Crs a pestare come se fossero a una manifestazione per le pensioni e spianare baracche ai poveri disperati; per il tripudio degli “autoctoni”, che denunciano come banali leghisti nostrani l’importazione di delinquenza e sottrazione di spazi. 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Quegli stessi uomini e donne che hanno animato la protesta la protesta a Khartoum in questi ultimi 5<b> </b>anni, morendo a centinaia macchiando di rosso sangue le acque del Nilo Bianco e Azzurro e, già decimati dai golpisti, ora muoiono sotto le bombe dell’aviazione.<br />Tutte le nazioni si candidano a dimostrare la propria forza geopolitica attraverso il successo nel comporre uno scontro tra lobbies giocato in Sudan, una proxy-war, di cui è facile ricostruire la divisione sulla scacchiera. Però il gioco è innanzitutto interno ai confini – che subito vengono messi in discussione dalle potenze locali vicine (visto che si tratta di territori in cui le nazioni e i loro limes sono stati imposti da una cultura esterna) –, questo è l’epilogo del movimento di liberazione, i cui componenti sono stati in larga parte decimati, mentre gli esponenti del regime sono fuggiti dai luoghi di contenzione dopo lo scoppio delle ostilità tra due contendenti al <i>redde rationem</i> in un contesto che mette il Sudan al centro e dunque i progetti, le contrapposizioni in un’atmosfera locale che strategicamente è così fondamentale da mettere in campo tutte le potenze locali. Ma è anche un territorio dove si sta rinnovando il modello, sempre più diffuso, di militarizzazione della società, ma nel caso di Khartoum è palese con i due militari golpisti che sono giunti a contendersi definitivamente il potere, concludendo la parabola iniziata il 25 ottobre 2021, quando si è smantellato il consiglio sovrano che doveva terminare la transizione dopo al-Bashir. Ognuno dei due vecchi amici – complici stragisti in Darfur – vuole la fetta di torta più grande… che poi ci siano interessi auriferi della Wagner da un lato, o gli interessi egiziani dall’altro che evidenziano l’importanza strategica della regione, è palese; come se ne avvantaggia probabilmente l’Etiopia che probabilmente vede indebolita l’opposizione alla Diga della Rinascita da parte delle nazioni a valle del Nilo.<br />Lo scacchiere però è fondamentale a livello globale: infatti c’è la polarizzazione tra grandi potenze, ma si affacciano gli interessi di tutte le potenze locali; su cui si innestano i tribalismi interni al Sudan, che vedono contrapposti i clan palesemente distinti e schierati in blocco nei due campi; peraltro le zone suddivise dalla colonizzazione in nazioni differenti rendono a macchia di leopardo le presenze di comunità affini in stati diversi, rischiando la regionalizzazione del conflitto, estendendosi alle zone ahmara, o verso il lago Ciad, ma soprattutto con il coinvolgimento delle basi egiziane – alleati di Burahn – e degli Emirati, che si erano molto impegnati a sostenere i golpisti.<br />Sta di fatto che il controllo dell’oro direttamente dipendente da Hemmedti – che è il vero interesse della Wagner in Sudan – è dove va ricercata la causa di questo scontro finale; ma sono innumerevoli i materiali preziosi, le connessioni territoriali, gli intrecci geopolitici legati all’importanza del Mar Rosso.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/53681056</guid><pubDate>Fri, 28 Apr 2023 21:18:42 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/53681056/guerra_civile_infine_potenze_dentro_e_fuori.mp3" length="22511216" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/tag/sudan/   La prima vittima della militarizzazione dell’economia sudanese è la transizione democratica nella nazione più politicamente attiva e consapevole del continente. Quegli stessi uomini e donne che hanno animato la protesta...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/tag/sudan/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/tag/sudan/</a>   La prima vittima della militarizzazione dell’economia sudanese è la transizione democratica nella nazione più politicamente attiva e consapevole del continente. Quegli stessi uomini e donne che hanno animato la protesta la protesta a Khartoum in questi ultimi 5<b> </b>anni, morendo a centinaia macchiando di rosso sangue le acque del Nilo Bianco e Azzurro e, già decimati dai golpisti, ora muoiono sotto le bombe dell’aviazione.<br />Tutte le nazioni si candidano a dimostrare la propria forza geopolitica attraverso il successo nel comporre uno scontro tra lobbies giocato in Sudan, una proxy-war, di cui è facile ricostruire la divisione sulla scacchiera. Però il gioco è innanzitutto interno ai confini – che subito vengono messi in discussione dalle potenze locali vicine (visto che si tratta di territori in cui le nazioni e i loro limes sono stati imposti da una cultura esterna) –, questo è l’epilogo del movimento di liberazione, i cui componenti sono stati in larga parte decimati, mentre gli esponenti del regime sono fuggiti dai luoghi di contenzione dopo lo scoppio delle ostilità tra due contendenti al <i>redde rationem</i> in un contesto che mette il Sudan al centro e dunque i progetti, le contrapposizioni in un’atmosfera locale che strategicamente è così fondamentale da mettere in campo tutte le potenze locali. Ma è anche un territorio dove si sta rinnovando il modello, sempre più diffuso, di militarizzazione della società, ma nel caso di Khartoum è palese con i due militari golpisti che sono giunti a contendersi definitivamente il potere, concludendo la parabola iniziata il 25 ottobre 2021, quando si è smantellato il consiglio sovrano che doveva terminare la transizione dopo al-Bashir. Ognuno dei due vecchi amici – complici stragisti in Darfur – vuole la fetta di torta più grande… che poi ci siano interessi auriferi della Wagner da un lato, o gli interessi egiziani dall’altro che evidenziano l’importanza strategica della regione, è palese; come se ne avvantaggia probabilmente l’Etiopia che probabilmente vede indebolita l’opposizione alla Diga della Rinascita da parte delle nazioni a valle del Nilo.<br />Lo scacchiere però è fondamentale a livello globale: infatti c’è la polarizzazione tra grandi potenze, ma si affacciano gli interessi di tutte le potenze locali; su cui si innestano i tribalismi interni al Sudan, che vedono contrapposti i clan palesemente distinti e schierati in blocco nei due campi; peraltro le zone suddivise dalla colonizzazione in nazioni differenti rendono a macchia di leopardo le presenze di comunità affini in stati diversi, rischiando la regionalizzazione del conflitto, estendendosi alle zone ahmara, o verso il lago Ciad, ma soprattutto con il coinvolgimento delle basi egiziane – alleati di Burahn – e degli Emirati, che si erano molto impegnati a sostenere i golpisti.<br />Sta di fatto che il controllo dell’oro direttamente dipendente da Hemmedti – che è il vero interesse della Wagner in Sudan – è dove va ricercata la causa di questo scontro finale; ma sono innumerevoli i materiali preziosi, le connessioni territoriali, gli intrecci geopolitici legati all’importanza del Mar Rosso.]]></itunes:summary><itunes:duration>1407</itunes:duration><itunes:keywords>burhan,hemedti,himedti,keepeyesonsudan,khartoum,sudan,sudancoup,sudan_update,sudan_updates</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3ac203f7e74e10f877f4b95e94a74888.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Oscillazioni tra sviluppo e neocolonialismo in Africa orientale</title><link>https://www.spreaker.com/episode/oscillazioni-tra-sviluppo-e-neocolonialismo-in-africa-orientale--53338059</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/rift-valley/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/regione/rift-valley/</a> <br /><br />Con Massimo Zaurrini direttore di “Africa e affari” facciamo un giro d’orizzonte in particolare sull’area compresa tra Kenya, Tanzania, Uganda e Congo, valutando le potenzialità economiche della Tanzania, l’influenza cinese e la storica presenza russa nel paese retaggio del regime di Nyerere, la legge contro gli omosessuali approvata dal parlamento ugandese e la pervicace resistenza dell’attitudine omofoba, frutto di un vero e proprio tabù diffuso anche fra gli strati popolari, gli effetti dello sblocco dei lavori per le dighe dopo il viaggio di Mattarella in Kenya – progetto che era stato bloccato in seguito a elargizioni poco chiare di denaro; la situazione in Congo dove si sono dispiegati anche i soldati angolani, con un rischio sempre più alto di ripetizione di uno scenario drammatico che il Nord del Congo ha già vissuto con le due Guerre mondiali africane.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/53338059</guid><pubDate>Mon, 27 Mar 2023 09:50:01 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/53338059/africanenviroment_massimozaurrini.mp3" length="36345249" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/regione/rift-valley/ 

Con Massimo Zaurrini direttore di “Africa e affari” facciamo un giro d’orizzonte in particolare sull’area compresa tra Kenya, Tanzania, Uganda e Congo, valutando le potenzialità economiche della Tanzania,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/rift-valley/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ogzero.org/regione/rift-valley/</a> <br /><br />Con Massimo Zaurrini direttore di “Africa e affari” facciamo un giro d’orizzonte in particolare sull’area compresa tra Kenya, Tanzania, Uganda e Congo, valutando le potenzialità economiche della Tanzania, l’influenza cinese e la storica presenza russa nel paese retaggio del regime di Nyerere, la legge contro gli omosessuali approvata dal parlamento ugandese e la pervicace resistenza dell’attitudine omofoba, frutto di un vero e proprio tabù diffuso anche fra gli strati popolari, gli effetti dello sblocco dei lavori per le dighe dopo il viaggio di Mattarella in Kenya – progetto che era stato bloccato in seguito a elargizioni poco chiare di denaro; la situazione in Congo dove si sono dispiegati anche i soldati angolani, con un rischio sempre più alto di ripetizione di uno scenario drammatico che il Nord del Congo ha già vissuto con le due Guerre mondiali africane.]]></itunes:summary><itunes:duration>2272</itunes:duration><itunes:keywords>cobalt,congo,goma,itare,kenya,kerio,kinshasa,kivu,museveni,nakuru,rdc,tanzania,tshisekedi,uganda</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/da3ace7f99960de923380b783329ddb8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Qual è l’affare migliore per gli africani?</title><link>https://ogzero.org/tag/nigeria/</link><description><![CDATA[https://ogzero.org/litio-legno-e-tamponare-lemorragia-africana/   Buhari se ne va lasciando un paese alla canna del gas, che sta per implodere, e senza aver adempiuto a nessuna delle promesse fatte nel 2019. Non è un caso che l’astensionismo sia previsto dilagante, nonostante le speranze che si concentrano su un candidato seminuovo: quel Peter Obi laico e laburista che può incarnare una discontinuità rispetto alla tradizionale alternanza dello “zoning”. Parlando con Angelo Ferrari di questo enorme gigante petrolifero e non solo, la nazione più popolosa d’Africa alle prese con violenza diffusa sia dal lato musulmano ancora alle prese con il jihadismo, sia nel Sud, cristiano, dove la pecunia non olet, ma crea enormi differenze (e rivolte); così Angelo ci fa un ritratto della situazione attuale un paio di giorni prima della tornata elettorale. Il paese è importante, come anche la sua musica e su quella melodia afrobeats ci spostiamo in Sahel a incrociare poco a nord il Mali, che con il Burkina e la Guinea equatoriale rimane estromesso dalla Unione Africana per la loro instabilità affidata ai contractor russi, in sostituzione del tradizionale colonialismo francese, dimostrando una volta di più di non riuscire a conseguire una autentica indipendenza. In questo senso l’esempio più eclatante viene da Bangui: in questi giorni sotto traccia è trapelata la notizia – solo presso gli analisti più attenti della situazione africana – che l’amministrazione Biden sancisce la nuova decisione di tornare a contare nel continente. Washington ha dato tempo un anno alla Repubblica Centrafricana per disfarsi della ingombrante presenza feroce della Wagner e al saccheggio delle ricchezze del paese, promettendo che gli Usa sarebbero tornati ad assicurare la sicurezza. Un’evidente rivalità nei confronti di Mosca che rievoca una situazione di 40 anni fa. Ma il vero antagonismo insito nella mossa è quello che cerca di contrastare e contenere il colonialismo economico-finanziario cinese: l’Africa è il terreno su cui il braccio di ferro per ottenere il controllo e le alleanze tra blocchi contrapposti si va facendo sempre più centrale nello scacchiere mondiale che va preparando il conflitto globale, che potrà essere militare, ma sicuramente è già giocato sulle sfere di influenza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52838686</guid><pubDate>Fri, 24 Feb 2023 15:08:42 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52838686/nigeria2023_angelo_ferrari.mp3" length="18929705" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/litio-legno-e-tamponare-lemorragia-africana/   Buhari se ne va lasciando un paese alla canna del gas, che sta per implodere, e senza aver adempiuto a nessuna delle promesse fatte nel 2019. 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Il paese è importante, come anche la sua musica e su quella melodia afrobeats ci spostiamo in Sahel a incrociare poco a nord il Mali, che con il Burkina e la Guinea equatoriale rimane estromesso dalla Unione Africana per la loro instabilità affidata ai contractor russi, in sostituzione del tradizionale colonialismo francese, dimostrando una volta di più di non riuscire a conseguire una autentica indipendenza. In questo senso l’esempio più eclatante viene da Bangui: in questi giorni sotto traccia è trapelata la notizia – solo presso gli analisti più attenti della situazione africana – che l’amministrazione Biden sancisce la nuova decisione di tornare a contare nel continente. Washington ha dato tempo un anno alla Repubblica Centrafricana per disfarsi della ingombrante presenza feroce della Wagner e al saccheggio delle ricchezze del paese, promettendo che gli Usa sarebbero tornati ad assicurare la sicurezza. Un’evidente rivalità nei confronti di Mosca che rievoca una situazione di 40 anni fa. Ma il vero antagonismo insito nella mossa è quello che cerca di contrastare e contenere il colonialismo economico-finanziario cinese: l’Africa è il terreno su cui il braccio di ferro per ottenere il controllo e le alleanze tra blocchi contrapposti si va facendo sempre più centrale nello scacchiere mondiale che va preparando il conflitto globale, che potrà essere militare, ma sicuramente è già giocato sulle sfere di influenza.]]></itunes:summary><itunes:duration>1184</itunes:duration><itunes:keywords>atiku,bangui,burkina,centrafrique,centralafricanrepublic,endsars,endsarsprotest,guinée,mali,nigeriadecides2023,nigeriadecides2023.polls,nigeriaelections2023,peterobi2023,sanctions,ua,wagnergroup</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/46dddb423fa841c506705f034e6dc629.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Terre rare nella polveriera Africa</title><link>https://ogzero.org/tag/terre-rare/</link><description><![CDATA[https://ogzero.org/tag/terre-rare/<br /><br /><br />Ituri, Kivu... Kagame non vuol più accettare i profughi provenienti da quelle zone ricche di risorse e di scontri per il loro controllo tra i ribelli tutsi dell’M23 – finanziati dal Ruanda – ed esercito congolese. Proprio il rapporto con il governo di Kigali da parte dei ribelli è stato sancito dagli organismi internazionali ufficialmente e questo ha indispettito il presidente ruandese. Il rischio di estensione del conflitto anche ad altri paesi, come già si era cominciato ad analizzare nell'incontro che Bastioni di Orione ha avuto il 17 novembre con Massimo Zaurrini, si è accentuato e sembra anche che mosse di questo tipo non facciano che gettare benzina sul fuoco... intanto in fuga sono già stati contati 76.000 profughi congolesi.<br />Il direttore di "Africa&amp;Affari" è cauto a distribuire colpe della situazione: la sua impressione è che sia dal lato di Kinshasa che da quello di Kigali ci sia la volontà di aumentare la tensione (da parte di Tshisekedi per uso elettorale). Ma sono soprattutto le risorse quelle che determinano i conflitti in loco; e qui si apre un mondo di terre rare che in Africa si trovano in particolare in Zimbabwe (che tende ad arrivare al 10% della produzione mondiale), da dove sono trapelate notizie sul tentativo di arginare il saccheggio straniero ma ancora aggirato variamente. "GreenReport" spiega in modo particolareggiato: «Il maggior produttore di litio africano cerca di prevenire le perdite dovute all'estrazione illegale per sostenere la sua economia in bancarotta. Dal 21 dicembre, con l’adozione del “<a href="https://www.thezimbabwemail.com/business/zimbabwean-lithium-ban-now-in-force/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><b>Base Minerals Export Control</b></a> (Unbeneficiated Lithium Bearing Ores) Order, 2022”, il governo dello Zimbabwe ha imposto pesanti restrizioni all’esportazione di litio grezzo, per frenare le vendite sul mercato nero e impedire che miliardi di dollari di proventi minerari vadano a compagnie straniere. Ma secondo quanto scrive la <i>Reuters</i>, tre importanti compagnie minerarie cinesi, che nell’ultimo anno hanno investito 678 milioni di dollari in miniere di litio e impianti di lavorazione in Zimbabwe, saranno esentate dal divieto».<br />Ma le realtà che riescono già a produrre terre rare sfruttabili in Africa è tutto in fieri, per mancanza di strutture e potenzialità di strutture produttive, tanto che Tesla ha in progetto di andarsi a produrre ciò di cui ha bisogno in loco con sue manifatture. Per fortuna esiste un documento di cui ci parla Zaurrini redatto dalla Banca Africana che prevede i vari livelli di raffinazione e i prodotti finiti; poi staremo a vedere se riusciranno a realizzarlo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52443711</guid><pubDate>Sun, 15 Jan 2023 11:18:04 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52443711/la_polveriera_kivu_e_le_terre_rare.mp3" length="14618435" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/tag/terre-rare/


Ituri, Kivu... Kagame non vuol più accettare i profughi provenienti da quelle zone ricche di risorse e di scontri per il loro controllo tra i ribelli tutsi dell’M23 – finanziati dal Ruanda – ed esercito congolese....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[https://ogzero.org/tag/terre-rare/<br /><br /><br />Ituri, Kivu... Kagame non vuol più accettare i profughi provenienti da quelle zone ricche di risorse e di scontri per il loro controllo tra i ribelli tutsi dell’M23 – finanziati dal Ruanda – ed esercito congolese. Proprio il rapporto con il governo di Kigali da parte dei ribelli è stato sancito dagli organismi internazionali ufficialmente e questo ha indispettito il presidente ruandese. Il rischio di estensione del conflitto anche ad altri paesi, come già si era cominciato ad analizzare nell'incontro che Bastioni di Orione ha avuto il 17 novembre con Massimo Zaurrini, si è accentuato e sembra anche che mosse di questo tipo non facciano che gettare benzina sul fuoco... intanto in fuga sono già stati contati 76.000 profughi congolesi.<br />Il direttore di "Africa&amp;Affari" è cauto a distribuire colpe della situazione: la sua impressione è che sia dal lato di Kinshasa che da quello di Kigali ci sia la volontà di aumentare la tensione (da parte di Tshisekedi per uso elettorale). Ma sono soprattutto le risorse quelle che determinano i conflitti in loco; e qui si apre un mondo di terre rare che in Africa si trovano in particolare in Zimbabwe (che tende ad arrivare al 10% della produzione mondiale), da dove sono trapelate notizie sul tentativo di arginare il saccheggio straniero ma ancora aggirato variamente. "GreenReport" spiega in modo particolareggiato: «Il maggior produttore di litio africano cerca di prevenire le perdite dovute all'estrazione illegale per sostenere la sua economia in bancarotta. Dal 21 dicembre, con l’adozione del “<a href="https://www.thezimbabwemail.com/business/zimbabwean-lithium-ban-now-in-force/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><b>Base Minerals Export Control</b></a> (Unbeneficiated Lithium Bearing Ores) Order, 2022”, il governo dello Zimbabwe ha imposto pesanti restrizioni all’esportazione di litio grezzo, per frenare le vendite sul mercato nero e impedire che miliardi di dollari di proventi minerari vadano a compagnie straniere. Ma secondo quanto scrive la <i>Reuters</i>, tre importanti compagnie minerarie cinesi, che nell’ultimo anno hanno investito 678 milioni di dollari in miniere di litio e impianti di lavorazione in Zimbabwe, saranno esentate dal divieto».<br />Ma le realtà che riescono già a produrre terre rare sfruttabili in Africa è tutto in fieri, per mancanza di strutture e potenzialità di strutture produttive, tanto che Tesla ha in progetto di andarsi a produrre ciò di cui ha bisogno in loco con sue manifatture. Per fortuna esiste un documento di cui ci parla Zaurrini redatto dalla Banca Africana che prevede i vari livelli di raffinazione e i prodotti finiti; poi staremo a vedere se riusciranno a realizzarlo.]]></itunes:summary><itunes:duration>914</itunes:duration><itunes:keywords>balkanisation,banyamulenge,battery,eac,electionsrdc2023,fdlr,goma,ituri,kagame,kivu,litio,m23,monusco,rdc,ruanda,terre.rare,tshisekedi,zimbabwe</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/371a88e7f86d67d78af3688b4b32698d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>In Oromia la tensione non si vede, si colgono narrazioni di guerra</title><link>https://ogzero.org/le-nubi-etiopi-si-sono-spostate-in-oromia/</link><description><![CDATA[Conflitti mai sopiti coinvolgono l'intera Etiopia, dispute dimenticate dal mondo ma che emergono ora in una regione, ora in un'altra, attirando come un magnete alleanze e contrasti che rendono esplosivo un motivo del contendere incancrenito che coinvolge l'intera federazione etiope. Quello in corso in Oromia è un confronto considerato dall'Occidente come una frattura locale, del tutto interna alla federazione etiope. Ma in realtà mette a rischio l'architrave stessa della nazione. Parallela al lento ritorno a una tregua permanente in Tigray, si va surriscaldando la situazione in Oromia, la regione più estesa e abitata da molte etnie, tra cui gli oromo di Abiy Ahmed (che controlla la polizia locale), e gli ahmara, la comunità più numerosa e che può contare sulle milizie meglio armate (coinvolte anche nella crisi tigrina). E comprende la capitale Addis Abeba. Le rivendicazioni dell'Oromia Liberation Army sono solo le ultime di una lunga serie e nascono da un territorio conteso tra due etnie che vivono nella medesima regione da sempre e due etnie che si sono schierate su fronti contrapposti nelle dispute esplose per esempio in Tigray, dove l'Ola aveva intrapreso accordi con il Tplf. Interessante l'aspetto toccato da Matteo Palamidesse quando affronta la narrazione della guerra a riguardo delle armi utilizzate nei conflitti, che si fondano solo su racconti di riporto – perlopiù di funzionari locali di enti pubblici – senza sostegno di prove, testimonianze attestate, presenze di giornalisti: un puzzle impossibile da ricostruire. Certo, anche qui è stato rilevato da più parti l'uso dei droni turchi – i Bayraktar sono i droni più economici tra quelli di buona qualità e duttili, ottimali per questo tipo di guerre; anche se è stata rilevata la presenza di quelli iraniani, più economici e meno precisi. Le istanze relative al territorio sono rimaste inevase anche dopo le speranze sorte all'avvento di Abiy Ahmed, sia quelle di parte oromo, sia quelle dei potenti ahmara.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52384060</guid><pubDate>Sun, 08 Jan 2023 18:08:45 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52384060/palamidesse_oromia_2022_12_22.mp3" length="15252929" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Conflitti mai sopiti coinvolgono l'intera Etiopia, dispute dimenticate dal mondo ma che emergono ora in una regione, ora in un'altra, attirando come un magnete alleanze e contrasti che rendono esplosivo un motivo del contendere incancrenito che...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Conflitti mai sopiti coinvolgono l'intera Etiopia, dispute dimenticate dal mondo ma che emergono ora in una regione, ora in un'altra, attirando come un magnete alleanze e contrasti che rendono esplosivo un motivo del contendere incancrenito che coinvolge l'intera federazione etiope. Quello in corso in Oromia è un confronto considerato dall'Occidente come una frattura locale, del tutto interna alla federazione etiope. Ma in realtà mette a rischio l'architrave stessa della nazione. Parallela al lento ritorno a una tregua permanente in Tigray, si va surriscaldando la situazione in Oromia, la regione più estesa e abitata da molte etnie, tra cui gli oromo di Abiy Ahmed (che controlla la polizia locale), e gli ahmara, la comunità più numerosa e che può contare sulle milizie meglio armate (coinvolte anche nella crisi tigrina). E comprende la capitale Addis Abeba. Le rivendicazioni dell'Oromia Liberation Army sono solo le ultime di una lunga serie e nascono da un territorio conteso tra due etnie che vivono nella medesima regione da sempre e due etnie che si sono schierate su fronti contrapposti nelle dispute esplose per esempio in Tigray, dove l'Ola aveva intrapreso accordi con il Tplf. Interessante l'aspetto toccato da Matteo Palamidesse quando affronta la narrazione della guerra a riguardo delle armi utilizzate nei conflitti, che si fondano solo su racconti di riporto – perlopiù di funzionari locali di enti pubblici – senza sostegno di prove, testimonianze attestate, presenze di giornalisti: un puzzle impossibile da ricostruire. Certo, anche qui è stato rilevato da più parti l'uso dei droni turchi – i Bayraktar sono i droni più economici tra quelli di buona qualità e duttili, ottimali per questo tipo di guerre; anche se è stata rilevata la presenza di quelli iraniani, più economici e meno precisi. 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La situazione si ripete seguendo il solito canovaccio e perseguendo gli stessi saccheggi di sempre. Si sono susseguiti serie di accordi, stragi, alleanze e sostegni da parte straniera. L'ultima a intervenire è l’esercito keniota, in precedenza per difendersi dai filoruandesi M23 era stato chiamato l'Uganda... Kinshasa non riesce a controllare il territorio più pericoloso e nei fatti autonomo.<br />In questi pochi giorni la situazione è precipitata nella direzione paventata dal nostro interlocutore, come si legge dal riassunto di "Africana-l'Internazionale", che alleghiamo per completare con i fatti le analisi di Massimo Zaurrini:<br />«Sono in corso duri combattimenti nell’est della Repubblica Democratica del Congo tra i ribelli del Movimento 23 marzo (M23) e le forze armate congolesi, supportate dalle truppe arrivate dall’estero. L’ultimo contingente straniero a essere dispiegato nel paese è quello keniano, i cui soldati (che diventeranno in tutto 900) sono arrivati a Goma, il capoluogo della provincia del Nord Kivu, il 12 novembre. I combattenti dell’M23 sembravano essere stati sconfitti una decina di anni fa, ma alla fine del 2021 hanno ripreso le armi e ricominciato a minacciare le città di questa parte del paese, una regione nota per la presenza di più di un centinaio di gruppi armati, oltre che per le notevoli ricchezze minerarie (oro, coltan). Come racconta un articolo della giornalista belga Colette Braeckman, grande specialista di quest’area, sarebbero state ancora una volta le rivalità di natura commerciale e la competizione per l’accaparramento dei minerali a riaccendere il conflitto. L’anno scorso il governo del presidente congolese Félix Tshisekedi aveva autorizzato l’Uganda a mandare i suoi militari in territorio congolese per dare la caccia ai ribelli delle Forze alleate democratiche (Adf) e ad aprire una strada per collegare le località di Beni e Butembo a Kasindi, sul confine tra i due paesi. Presumibilmente queste concessioni hanno indispettito il vicino Ruanda, che è altrettanto coinvolto nel traffico di minerali e, secondo più fonti, sarebbe il vero finanziatore dei ribelli dell’M23. In questi giorni i ribelli sono fermi a una ventina di chilometri da Goma. Dal 20 ottobre, con la loro avanzata, hanno costretto 188mila persone ad abbandonare le loro case. Una nuova crisi umanitaria incombe sul Nord Kivu. Intanto, il 21 novembre sono previsti del colloqui tra governo e ribelli a Nairobi, in Kenya, promossi della Comunità del’Africa orientale».<br />La preoccupazione per una nuova guerra si trova anche nelle pagine di "Deutsche Welle": «Disordini per le strade di Goma, la capitale della provincia del Nord Kivu della Repubblica Democratica del Congo” stiano alimentando il conflitto: “gli abitanti sono furiosi per una guerra che dicono essere stata iniziata dai ribelli del Movimento del 23 marzo (M23), uno degli oltre 120 gruppi armati che operano nella regione, che confina con il Ruanda e l’Uganda nell’est della RDC. Hanno testimoniato gli abitanti in fuga dall’area: “per diversi giorni, non ci sono stati contatti diretti tra Goma e Rutshuru, il che ha comportato un’impennata dei prezzi dei generi alimentari. Il prezzo del pesce è raddoppiato, quello dei fagioli e di altri beni che provengono da Rutshuru è triplicato. La vita è diventata così difficile e non sappiamo come uscirne”».]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/51926595</guid><pubDate>Thu, 17 Nov 2022 17:55:01 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/51926595/nuovo_conflitto_esteso_in_kivu_massimo_zaurrini_2022_11_10.mp3" length="24431288" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/&#13;
Avevamo sentito Massimo Zaurrini, direttore di "Africa&amp;Affari"esperto di Africa centrale, per cominciare a riaccendere qualche riflettore sul Nord Kivu. La situazione si ripete seguendo il solito...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/</a><br />Avevamo sentito Massimo Zaurrini, direttore di "Africa&Affari"esperto di Africa centrale, per cominciare a riaccendere qualche riflettore sul Nord Kivu. La situazione si ripete seguendo il solito canovaccio e perseguendo gli stessi saccheggi di sempre. Si sono susseguiti serie di accordi, stragi, alleanze e sostegni da parte straniera. L'ultima a intervenire è l’esercito keniota, in precedenza per difendersi dai filoruandesi M23 era stato chiamato l'Uganda... Kinshasa non riesce a controllare il territorio più pericoloso e nei fatti autonomo.<br />In questi pochi giorni la situazione è precipitata nella direzione paventata dal nostro interlocutore, come si legge dal riassunto di "Africana-l'Internazionale", che alleghiamo per completare con i fatti le analisi di Massimo Zaurrini:<br />«Sono in corso duri combattimenti nell’est della Repubblica Democratica del Congo tra i ribelli del Movimento 23 marzo (M23) e le forze armate congolesi, supportate dalle truppe arrivate dall’estero. L’ultimo contingente straniero a essere dispiegato nel paese è quello keniano, i cui soldati (che diventeranno in tutto 900) sono arrivati a Goma, il capoluogo della provincia del Nord Kivu, il 12 novembre. I combattenti dell’M23 sembravano essere stati sconfitti una decina di anni fa, ma alla fine del 2021 hanno ripreso le armi e ricominciato a minacciare le città di questa parte del paese, una regione nota per la presenza di più di un centinaio di gruppi armati, oltre che per le notevoli ricchezze minerarie (oro, coltan). Come racconta un articolo della giornalista belga Colette Braeckman, grande specialista di quest’area, sarebbero state ancora una volta le rivalità di natura commerciale e la competizione per l’accaparramento dei minerali a riaccendere il conflitto. L’anno scorso il governo del presidente congolese Félix Tshisekedi aveva autorizzato l’Uganda a mandare i suoi militari in territorio congolese per dare la caccia ai ribelli delle Forze alleate democratiche (Adf) e ad aprire una strada per collegare le località di Beni e Butembo a Kasindi, sul confine tra i due paesi. Presumibilmente queste concessioni hanno indispettito il vicino Ruanda, che è altrettanto coinvolto nel traffico di minerali e, secondo più fonti, sarebbe il vero finanziatore dei ribelli dell’M23. In questi giorni i ribelli sono fermi a una ventina di chilometri da Goma. Dal 20 ottobre, con la loro avanzata, hanno costretto 188mila persone ad abbandonare le loro case. Una nuova crisi umanitaria incombe sul Nord Kivu. Intanto, il 21 novembre sono previsti del colloqui tra governo e ribelli a Nairobi, in Kenya, promossi della Comunità del’Africa orientale».<br />La preoccupazione per una nuova guerra si trova anche nelle pagine di "Deutsche Welle": «Disordini per le strade di Goma, la capitale della provincia del Nord Kivu della Repubblica Democratica del Congo” stiano alimentando il conflitto: “gli abitanti sono furiosi per una guerra che dicono essere stata iniziata dai ribelli del Movimento del 23 marzo (M23), uno degli oltre 120 gruppi armati che operano nella regione, che confina con il Ruanda e l’Uganda nell’est della RDC. Hanno testimoniato gli abitanti in fuga dall’area: “per diversi giorni, non ci sono stati contatti diretti tra Goma e Rutshuru, il che ha comportato un’impennata dei prezzi dei generi alimentari. Il prezzo del pesce è raddoppiato, quello dei fagioli e di altri beni che provengono da Rutshuru è triplicato. La vita è diventata così difficile e non sappiamo come uscirne”».]]></itunes:summary><itunes:duration>1527</itunes:duration><itunes:keywords>congo,crisekivu,drcongo,fardc,kagame,kigali,kivurepublic,m23,rwanda,tshisekedi,@zaurrinimassimo</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ddba1c001b0a5a42d206708f52b74c7d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Stragi e golpe: governi forti e delegittimati in Sahel</title><link>https://www.spreaker.com/episode/stragi-e-golpe-governi-forti-e-delegittimati-in-sahel--51803550</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/sahel/" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/sahel/</a> <br />Dove prospera lo strapotere economico-militare pur delegittimato. <br />Su questa base abbiamo chiesto a Edoardo Baldaro di aggiornarci nel groviglio di massacri jihadisti incontenibili da qualsiasi “esercito”, golpe sovrapposti, nuove colonizzazioni e poteri forti locali. <br />Poteri tutti, anche militari e non solo coloniali, delegittimati in Sahel: crisi securitaria per l’insorgenza jihadista che ha la meglio sui regimi che si presentano come securitari, fondandosi su eserciti che hanno dinamiche interne rispondenti a sociologie particolarmente complesse (Traoré è un capitano come Sankara quando fu ucciso); e questi fenomeni, emersi nella contingenza e in parte di lungo periodo, sono un po’ comuni in Burkina, in Mali e con sfumature diverse anche in Ciad (e stanno per attecchire anche nei paesi limitrofi), dove la delegittimazione del potere sostenuto dalla invadente presenza francese proviene proprio dal fatto che la potenza coloniale – da 40 anni (La Baule mitterandiana) legata al Ciad per la posizione militarmente strategica – e l’Unione africana hanno permesso la transizione dinastica del potere dei Déby avvenuta in concomitanza con gli altri golpe dell’area saheliana, invece maltollerati per l’intrusività russa.<br />Infatti il Ciad è sempre stato centrale in ogni crisi regionale: quelle libiche; confina con il Sudan ,e dunque è stato coinvolto con il problema del Darfur; e anche nei rivolgimenti del Centrafrica e quelli jihadisti e climatici del lago Ciad; N’djamena è interessata pure dal Niger con i suoi traffici, fino alla Nigeria e all’esportazione di Boko Haram… sempre importante gendarme sia di Parigi che dell’Unione Africana, che non possono più fare a meno dell’esercito dei Déby, che può così impunemente massacrare i dimostranti esasperati per il mancato compimento della transizione promessa e invece sistematicamente procrastinata.<br />E non si tratta solo di possesso di armi, ma anche di sostanze economiche e i gruppi di potere connessi con le forze armate hanno potuto in questi decenni di connivenza coloniale – e con le istituzioni internazionali (Numisma in testa)  – occupare tutti i gangli del potere; chi ci guadagna? Edoardo Baldaro prova (con successo) ad analizzare come funzionano ora i rapporti di forza e sfruttamento.<br />Divisioni e frammentazioni impediscono poi un’opposizione efficace: sono 52 i gruppi armati ribelli in Sudan e poi ci sono le contrapposizioni interne al gruppo di potere militare con Hemeti che costituisce un deep state parallelo, che svolge anche funzioni di politica estera e accordi con i peggiori ceffi internazionali: legami con Egitto, Sauditi – in Yemen – e Wagner (rapporti opachi documentati da “AgenziaNova” il 3 novembre dove pass, intelligence, oro… armi e basi navali s’intrecciano pericolosamente: <a href="https://www.agenzianova.com/news/un-rapporto-denuncia-affari-opachi-tra-il-gruppo-wagner-e-lintelligence-militare-del-sudan/)" rel="noopener">https://www.agenzianova.com/news/un-rapporto-denuncia-affari-opachi-tra-il-gruppo-wagner-e-lintelligence-militare-del-sudan/)</a>.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/51803550</guid><pubDate>Sun, 06 Nov 2022 21:11:26 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/51803550/baldaro_sahel_legittimazione_del_potere.mp3" length="29374519" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/regione/sahel/ &#13;
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Su questa base abbiamo chiesto a Edoardo Baldaro di aggiornarci nel groviglio di massacri jihadisti incontenibili da qualsiasi “esercito”, golpe...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/sahel/" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/sahel/</a> <br />Dove prospera lo strapotere economico-militare pur delegittimato. <br />Su questa base abbiamo chiesto a Edoardo Baldaro di aggiornarci nel groviglio di massacri jihadisti incontenibili da qualsiasi “esercito”, golpe sovrapposti, nuove colonizzazioni e poteri forti locali. <br />Poteri tutti, anche militari e non solo coloniali, delegittimati in Sahel: crisi securitaria per l’insorgenza jihadista che ha la meglio sui regimi che si presentano come securitari, fondandosi su eserciti che hanno dinamiche interne rispondenti a sociologie particolarmente complesse (Traoré è un capitano come Sankara quando fu ucciso); e questi fenomeni, emersi nella contingenza e in parte di lungo periodo, sono un po’ comuni in Burkina, in Mali e con sfumature diverse anche in Ciad (e stanno per attecchire anche nei paesi limitrofi), dove la delegittimazione del potere sostenuto dalla invadente presenza francese proviene proprio dal fatto che la potenza coloniale – da 40 anni (La Baule mitterandiana) legata al Ciad per la posizione militarmente strategica – e l’Unione africana hanno permesso la transizione dinastica del potere dei Déby avvenuta in concomitanza con gli altri golpe dell’area saheliana, invece maltollerati per l’intrusività russa.<br />Infatti il Ciad è sempre stato centrale in ogni crisi regionale: quelle libiche; confina con il Sudan ,e dunque è stato coinvolto con il problema del Darfur; e anche nei rivolgimenti del Centrafrica e quelli jihadisti e climatici del lago Ciad; N’djamena è interessata pure dal Niger con i suoi traffici, fino alla Nigeria e all’esportazione di Boko Haram… sempre importante gendarme sia di Parigi che dell’Unione Africana, che non possono più fare a meno dell’esercito dei Déby, che può così impunemente massacrare i dimostranti esasperati per il mancato compimento della transizione promessa e invece sistematicamente procrastinata.<br />E non si tratta solo di possesso di armi, ma anche di sostanze economiche e i gruppi di potere connessi con le forze armate hanno potuto in questi decenni di connivenza coloniale – e con le istituzioni internazionali (Numisma in testa)  – occupare tutti i gangli del potere; chi ci guadagna? Edoardo Baldaro prova (con successo) ad analizzare come funzionano ora i rapporti di forza e sfruttamento.<br />Divisioni e frammentazioni impediscono poi un’opposizione efficace: sono 52 i gruppi armati ribelli in Sudan e poi ci sono le contrapposizioni interne al gruppo di potere militare con Hemeti che costituisce un deep state parallelo, che svolge anche funzioni di politica estera e accordi con i peggiori ceffi internazionali: legami con Egitto, Sauditi – in Yemen – e Wagner (rapporti opachi documentati da “AgenziaNova” il 3 novembre dove pass, intelligence, oro… armi e basi navali s’intrecciano pericolosamente: <a href="https://www.agenzianova.com/news/un-rapporto-denuncia-affari-opachi-tra-il-gruppo-wagner-e-lintelligence-militare-del-sudan/)" rel="noopener">https://www.agenzianova.com/news/un-rapporto-denuncia-affari-opachi-tra-il-gruppo-wagner-e-lintelligence-militare-del-sudan/)</a>.]]></itunes:summary><itunes:duration>1836</itunes:duration><itunes:keywords>barkhane,burkina,ciad,déby,djibo,goïta,hemeti,juntefrançaise,mahamatdéby,mali,ndjamena,niger,ouagadougou,sudan,tchad,tschad,wagner</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/e834728a7cabb87acedc9fe179a45566.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La periodica collera non è un rito di piazza in Tunisia</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-periodica-collera-non-e-un-rito-di-piazza-in-tunisia--51652934</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/maghreb/" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/maghreb/</a><br />Di fatto il movimento si è radicalizzato in questi undici anni, parallelamente alla mancanza di risposte e alla disillusione e depressione susseguita alla rivoluzione del 2011 che non ha sortito l’effetto immaginato da chi l’aveva fatta. <br />Sull’orlo della libanizzazione di uno stato centralizzato sempre più – nonostante le richieste pressanti di regionalizzazione – e non si prospetta alcuna soluzione, perciò abbiamo chiamato Arianna Poletti per avere una fotografia precisa e molte interpretazioni da condividere sulla valanga di conseguenze di ogni misura presa per tamponare le difficoltà. E l’esasperazione che produce.<br />Penuria di generi di prima necessità, dal pane alla benzina; rischio di strozzamento ulteriore da parte del Fondo monetario a cui è stata rivolta una richiesta di aiuto di quasi 2 miliardi di dollari, che comporterà il taglio di servizi ed eliminazione di prezzi calmierati (in particolare sul pane, che quindi potrebbe subire ulteriori incrementi); per far passare tutto questo, Saied deve scatenare una repressione ancora più soffocante sui moti di piazza prontamente scattati nella effervescente società tunisina. E cominciano a esserci le prime vittime della brutalità poliziesca. Ma non è il presidente il problema centrale della Tunisia, nonostante la sua deriva autoritaria: il problema è l’assenza di alternative a Saied. E la sparizione dei fondi internazionali inghiottiti dal clientelismo e dalla corruzione (Hennada in particolare ne è responsabile).<br />Su questo panorama fosco si innescano i naufragi di migranti che si sospetta siano stati inumati segretamente dal potere di Tunisi, compresi cittadini di Zarzis, per cui ci sono state altre manifestazioni determinatissime a ottenere dignità per le spoglie di questi sventurati.<br />Ma la situazione è ancora più complessa: la rivolta non è solo del pane, ma innesca anche quella dei panettieri.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/51652934</guid><pubDate>Sat, 22 Oct 2022 14:29:30 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/51652934/tunisiaprotestesenzafuturo20221020ariannapoletti.mp3" length="21813607" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/regione/maghreb/&#13;
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E l’esasperazione che produce.<br />Penuria di generi di prima necessità, dal pane alla benzina; rischio di strozzamento ulteriore da parte del Fondo monetario a cui è stata rivolta una richiesta di aiuto di quasi 2 miliardi di dollari, che comporterà il taglio di servizi ed eliminazione di prezzi calmierati (in particolare sul pane, che quindi potrebbe subire ulteriori incrementi); per far passare tutto questo, Saied deve scatenare una repressione ancora più soffocante sui moti di piazza prontamente scattati nella effervescente società tunisina. E cominciano a esserci le prime vittime della brutalità poliziesca. Ma non è il presidente il problema centrale della Tunisia, nonostante la sua deriva autoritaria: il problema è l’assenza di alternative a Saied. E la sparizione dei fondi internazionali inghiottiti dal clientelismo e dalla corruzione (Hennada in particolare ne è responsabile).<br />Su questo panorama fosco si innescano i naufragi di migranti che si sospetta siano stati inumati segretamente dal potere di Tunisi, compresi cittadini di Zarzis, per cui ci sono state altre manifestazioni determinatissime a ottenere dignità per le spoglie di questi sventurati.<br />Ma la situazione è ancora più complessa: la rivolta non è solo del pane, ma innesca anche quella dei panettieri.]]></itunes:summary><itunes:duration>1364</itunes:duration><itunes:keywords>@ariannapoletti,en_clair,fmi.tunisie,grève,kaiessaied,migrants.tunisien,tunisia,tunisie,zarzis</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/fbce7f9b4793c6484b9fddf16959c087.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il genocidio atroce e diffuso nel Corno d’Africa</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-genocidio-atroce-e-diffuso-nel-corno-d-africa--51437094</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/corno-dafrica/" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/corno-dafrica/</a><br />Cinquecentomila morti in pochi mesi, lo scontro tra mondi diversi in un’area limitata, soprattutto massacri per l’annientamento dell’Altro perpetrati e ricercati dai leader, bombardamenti e stragi di civili, stupri e distruzioni nei campi profughi… l’orrore nel silenzio del mondo distratto si sente nella voce rotta di Matteo Palamidessa, appena raggiunto da notizie sconfortanti dal Corno d’Africa, dove nessuno aveva davvero creduto alla tregua apparente di agosto. In realtà non ricercata da nessuna delle parti in causa, non più di nuove alleanze per proseguire il conflitto senza esclusione di colpi. Oromo e tigrini da un lato, Asmara e Addis Abeba dall’altro. <br />Il piano prettamente economico e commerciale si incentra su Gibuti, che assume un’attenzione particolare in questo momento perché con il conflitto sono scomparse alcune vie e quindi aumenta la centralità della città ipermilitarizzata, ma solo per salvaguardia dei commerci mondiali; si tratta di un lembo di Corno d’Africa non intaccato dal conflitto, benché protagonisti dello stesso vadano ad assicurarsi uno sbocco al mare con accordi (ultimo il Sud Sudan, ma anche l’Etiopia ha firmato un memorandum per l’esportazione di bestiame etiope in paesi arabi) per l’approvvigionamento di quei beni primari che scarseggiano nelle vicine zone di guerra. Gibuti rappresenta un escamotage per arginare i danni che l’escalation militare sta producendo nel resto della regione. Gibuti con la sua stabilità svolgerebbe questa funzione rispetto ai suoi confinanti.<br />Dal 26 agosto droni, aviazione e artiglieria hanno cancellato le speranze della mediazione dell’Anione africana in Kenya… poi il baratro di orrore autentico, al di fuori di ogni retorica… una testimonianza diretta e un’analisi accorata e lucida.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/51437094</guid><pubDate>Sat, 01 Oct 2022 15:24:06 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/51437094/matteopalamidessa_cornoafrica2022_09_29.mp3" length="10465601" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/regione/corno-dafrica/&#13;
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Oromo e tigrini da un lato, Asmara e Addis Abeba dall’altro. <br />Il piano prettamente economico e commerciale si incentra su Gibuti, che assume un’attenzione particolare in questo momento perché con il conflitto sono scomparse alcune vie e quindi aumenta la centralità della città ipermilitarizzata, ma solo per salvaguardia dei commerci mondiali; si tratta di un lembo di Corno d’Africa non intaccato dal conflitto, benché protagonisti dello stesso vadano ad assicurarsi uno sbocco al mare con accordi (ultimo il Sud Sudan, ma anche l’Etiopia ha firmato un memorandum per l’esportazione di bestiame etiope in paesi arabi) per l’approvvigionamento di quei beni primari che scarseggiano nelle vicine zone di guerra. Gibuti rappresenta un escamotage per arginare i danni che l’escalation militare sta producendo nel resto della regione. Gibuti con la sua stabilità svolgerebbe questa funzione rispetto ai suoi confinanti.<br />Dal 26 agosto droni, aviazione e artiglieria hanno cancellato le speranze della mediazione dell’Anione africana in Kenya… poi il baratro di orrore autentico, al di fuori di ogni retorica… una testimonianza diretta e un’analisi accorata e lucida.]]></itunes:summary><itunes:duration>655</itunes:duration><itunes:keywords>abiyahmed,adidaero,afar,amhara,dedebit,djibouti,eritreans,ethiopian,isaiasafeworki,mekelle,somali,tigray,tigraygenocide,tigrayunderattack,tigraywar,tplf</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0364203b5cb1feee51e49cd468f49b2f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sierra Leone. Memorie di guerra, disperate ribellioni e devastazioni ambientali</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sierra-leone-memorie-di-guerra-disperate-ribellioni-e-devastazioni-ambientali--51326230</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/golfo-di-guinea/" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/golfo-di-guinea/</a><br />In agosto ci sono stati scontri a Freetown e in tutta la Sierra Leone per le condizioni di vita (inflazione al 30%, salari già inadeguati non pagati, o con forti ritardi, da cui le proteste di medici, insegnanti), questo all’inizio del mese, che poi si è concluso con forti inondazioni, che sono endemiche. Nelle parole di Federico Monica – architetto fondatore di Taxibrousse, specializzato in consulenze per la collaborazione – che conosce bene la storia e le condizioni di vita attuali di Freetown, bisogna considerare che prima ancora dell’epidemia di covid il paese ha dovuto affrontare quella di ebola e nel momento in cui stava riprendendo la normalità la guerra in Ucraina ha prodotto conseguenze sull’approvvigionamento alimentare (riso e olio di palma hanno raggiunto prezzi proibitivi) e poi anche sui maggiori costi dell’energia e dei trasporti, rendendo la sopravvivenza molto difficile. Il muro eretto dal governo, che sospettava aria di golpe, ha innescato la polveriera delle proteste, che hanno prodotto almeno una trentina di vittime. Il problema che si evidenzia è l’origine militare del potere, che ha immediatamente bloccato la rete Internet, indetto il coprifuoco e represso il movimento che si era creato attorno The Grassroots Women of Salone. Ora la calma è apparente.<br />L’altro aspetto in seno al potere autocratico di Bio è dato dalle risorse minerarie, sia metalli tradizionalmente preziosi (la guerra civile è tramandata come la Guerra dei diamanti), sia terre rare, la ricerca dei quali ha devastato il territorio. E Bio rischia di perdere le elezioni, visto il malcontento che è subentrato all’entusiasmo che aveva suscitato con il suo programma di svincolarsi dall’abbraccio cinese (l’intervento di Pechino ha costruito l’autostrada a pagamento che è poi unico accesso alla città) e combattere la corruzione; nonostante qualche progresso come il superamento della pena di morte e la discussione – non ancora deliberata – su una legge proabortista, il malcontento si è diffuso con il ridimensionamento della figura di Bio, apprezzato durante la guerra civile.<br />E poi sono venute le piogge consuete in fine estate sulla penisola sempre più affollata dall’inurbamento feroce, battendo i terrazzamenti sgomberati dagli alberi e quindi favorendo le frane. A cui si aggiunge la pessima gestione dei rifiuti, provocando intasamento. Nonostante gli sforzi di Yvonne Sawyer, la sindaca molto attiva di Freetown.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/51326230</guid><pubDate>Tue, 20 Sep 2022 22:51:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/51326230/freetownfedericomonica2022sept15.mp3" length="22191492" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/regione/golfo-di-guinea/&#13;
In agosto ci sono stati scontri a Freetown e in tutta la Sierra Leone per le condizioni di vita (inflazione al 30%, salari già inadeguati non pagati, o con forti ritardi, da cui le proteste di medici,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/golfo-di-guinea/" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/golfo-di-guinea/</a><br />In agosto ci sono stati scontri a Freetown e in tutta la Sierra Leone per le condizioni di vita (inflazione al 30%, salari già inadeguati non pagati, o con forti ritardi, da cui le proteste di medici, insegnanti), questo all’inizio del mese, che poi si è concluso con forti inondazioni, che sono endemiche. Nelle parole di Federico Monica – architetto fondatore di Taxibrousse, specializzato in consulenze per la collaborazione – che conosce bene la storia e le condizioni di vita attuali di Freetown, bisogna considerare che prima ancora dell’epidemia di covid il paese ha dovuto affrontare quella di ebola e nel momento in cui stava riprendendo la normalità la guerra in Ucraina ha prodotto conseguenze sull’approvvigionamento alimentare (riso e olio di palma hanno raggiunto prezzi proibitivi) e poi anche sui maggiori costi dell’energia e dei trasporti, rendendo la sopravvivenza molto difficile. Il muro eretto dal governo, che sospettava aria di golpe, ha innescato la polveriera delle proteste, che hanno prodotto almeno una trentina di vittime. Il problema che si evidenzia è l’origine militare del potere, che ha immediatamente bloccato la rete Internet, indetto il coprifuoco e represso il movimento che si era creato attorno The Grassroots Women of Salone. Ora la calma è apparente.<br />L’altro aspetto in seno al potere autocratico di Bio è dato dalle risorse minerarie, sia metalli tradizionalmente preziosi (la guerra civile è tramandata come la Guerra dei diamanti), sia terre rare, la ricerca dei quali ha devastato il territorio. E Bio rischia di perdere le elezioni, visto il malcontento che è subentrato all’entusiasmo che aveva suscitato con il suo programma di svincolarsi dall’abbraccio cinese (l’intervento di Pechino ha costruito l’autostrada a pagamento che è poi unico accesso alla città) e combattere la corruzione; nonostante qualche progresso come il superamento della pena di morte e la discussione – non ancora deliberata – su una legge proabortista, il malcontento si è diffuso con il ridimensionamento della figura di Bio, apprezzato durante la guerra civile.<br />E poi sono venute le piogge consuete in fine estate sulla penisola sempre più affollata dall’inurbamento feroce, battendo i terrazzamenti sgomberati dagli alberi e quindi favorendo le frane. A cui si aggiunge la pessima gestione dei rifiuti, provocando intasamento. Nonostante gli sforzi di Yvonne Sawyer, la sindaca molto attiva di Freetown.]]></itunes:summary><itunes:duration>1387</itunes:duration><itunes:keywords>africanistpress,ecsalone,freetown,salonetwitter,seagrassrulez,sierraleone,sierraleonedecides,transformfreetown,treeplanting,voters,westafrica</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/97ea6bb70a0b929451b27bf261cbc208.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>«Abbiamo cacciato Wade, cacceremo anche Macky Sall»</title><link>https://www.spreaker.com/episode/abbiamo-cacciato-wade-cacceremo-anche-macky-sall--50754388</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/golfo-di-guinea/" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/golfo-di-guinea/</a><br /><br />La curiosità riguardo alle elezioni in Senegal del 31 luglio è quella relativa al destino di Macky Sall: se forzerà la costituzione con il famigerato terzo mandato a seguito di una eventuale sconfitta in questa tornata elettorale che funge da conferma di quale sia il gradimento per l'operato del presidente in questi 10 anni, spesso punteggiati da proteste anche soffocate con feroce e sanguinosa repressione, come abbiamo avuto modo di documentare nel marzo 2021 (<a href="https://ogzero.org/conflitti-e-instabilita-in-senegal-causa-di-migrazione-forzata/)" rel="noopener">https://ogzero.org/conflitti-e-instabilita-in-senegal-causa-di-migrazione-forzata/)</a>. E ancora la popolarità di Sonko è elevata presso i giovani, come ci racconta Viviana da Gorée, parlando di una campagna elettorale condotta porta-a-porta; infatti se non ci fossero brogli, la coalizione Yewwi Askan Wi che comprende anche il Pastef di Sonko – non candidato – vincerebbe facilmente. Invece Macky Sall ha puntato tutto sulla soddisfazione per quello che ha fatto (magari contando sulla onda lunga della vittoria alla Coppa d'Africa di calcio), mentre lo sfidante al contrario fonda sulla contestazione di ogni provvedimento del presidente in carica, che ha sperperato miliardi in opere pubbliche (per esempio lo stadio, appunto) fondate sulla corruzione e la svendita del paese ai francesi; delle promesse di prodotti calmierati fatta 10 anni fa non c'è più traccia, soppiantate dalla preminenza della classe dirigente e dallo strapotere dei marabutti, che però sono delegittimati dal fatto che non ci sono scontri di piazza su cui fare il loro sporco lavoro di pompieraggio. Piuttosto può avere un ruolo l'assegnazione dei seggi secondo una legge elettorale che sembra fatta su misura, come quella italiana.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/50754388</guid><pubDate>Sat, 30 Jul 2022 07:59:49 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/50754388/viviana_2022_07_28_elezioni_in_senegal.mp3" length="10929070" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/regione/golfo-di-guinea/&#13;
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La curiosità riguardo alle elezioni in Senegal del 31 luglio è quella relativa al destino di Macky Sall: se forzerà la costituzione con il famigerato terzo mandato a seguito di una eventuale sconfitta in...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/golfo-di-guinea/" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/golfo-di-guinea/</a><br /><br />La curiosità riguardo alle elezioni in Senegal del 31 luglio è quella relativa al destino di Macky Sall: se forzerà la costituzione con il famigerato terzo mandato a seguito di una eventuale sconfitta in questa tornata elettorale che funge da conferma di quale sia il gradimento per l'operato del presidente in questi 10 anni, spesso punteggiati da proteste anche soffocate con feroce e sanguinosa repressione, come abbiamo avuto modo di documentare nel marzo 2021 (<a href="https://ogzero.org/conflitti-e-instabilita-in-senegal-causa-di-migrazione-forzata/)" rel="noopener">https://ogzero.org/conflitti-e-instabilita-in-senegal-causa-di-migrazione-forzata/)</a>. E ancora la popolarità di Sonko è elevata presso i giovani, come ci racconta Viviana da Gorée, parlando di una campagna elettorale condotta porta-a-porta; infatti se non ci fossero brogli, la coalizione Yewwi Askan Wi che comprende anche il Pastef di Sonko – non candidato – vincerebbe facilmente. Invece Macky Sall ha puntato tutto sulla soddisfazione per quello che ha fatto (magari contando sulla onda lunga della vittoria alla Coppa d'Africa di calcio), mentre lo sfidante al contrario fonda sulla contestazione di ogni provvedimento del presidente in carica, che ha sperperato miliardi in opere pubbliche (per esempio lo stadio, appunto) fondate sulla corruzione e la svendita del paese ai francesi; delle promesse di prodotti calmierati fatta 10 anni fa non c'è più traccia, soppiantate dalla preminenza della classe dirigente e dallo strapotere dei marabutti, che però sono delegittimati dal fatto che non ci sono scontri di piazza su cui fare il loro sporco lavoro di pompieraggio. Piuttosto può avere un ruolo l'assegnazione dei seggi secondo una legge elettorale che sembra fatta su misura, come quella italiana.]]></itunes:summary><itunes:duration>684</itunes:duration><itunes:keywords>dakar,freesenegal,mackysall,mackytravaille,ousmanesonko,sénégal,senegal.élections,senegalvote,wallu,yewwi,yewwiaskanwi</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/047f8727e9a6f158f786829977da284f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Percentuali di tribalità e affarismo sulla bilancia elettorale keniota</title><link>https://www.spreaker.com/episode/percentuali-di-tribalita-e-affarismo-sulla-bilancia-elettorale-keniota--50750021</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/rift-valley/" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/rift-valley/</a><br /><br />Sempre gli stessi nomi di eminenti "famiglie" (in realtà si tratta della tribù Kikuyu, del presidente Kenyatta, e Luo a cui appartiene Odinga) si rincorrono da una competizione elettorale all'altra in Kenya: Odinga (di tribù luo) e Kenyatta (Ruto, di tribù kalenjin, era considerato affiliato alla famiglia del presidente, ora in rotta di collisione ufficialmente con la famiglia) sono i centri di potere che utilizzano i due brand che si spartiscono il potere dall'indipendenza (1963) in avanti con sondaggi mutanti in base all'istituto e al committente; il rischio è il solito di scontri etnici, mentre il bisogno del paese è quello di proseguire lo sviluppo in corso nel tentativo di cancellare le sacche di povertà e fame aggravata da siccità e guerra in Ucraina. Negli auspici di Angelo Ferrari e dalla corrispondenza di Freddie Del Curatolo per ora non ci sarebbero i prodromi per scontri legati alle urne, ma si vedrà dopo; quello che si registra è una diffusa ed endemica propensione al banditismo e alla sottrazione di terre da parte di allevatori... e la bizzarra proposta dell'improbabile candidato George Wajackoyah di liberalizzare la cannabis (e i serpenti) da esportazione per risollevare le casse dello stato; come la proposta di Martha Karua (emanazione della lobby del Monte Kenya) come vice di Odinga ha potuto portare un minimo di effervescenza, perché rappresenta le contee del core business ma anche della imprenditorialità ufficiale, alla quale Ruto contrappone come vice un rampante uomo d'affari le cui attività sono al limite del lecito (tanto da essere condannato per corruzione), Rigathi Gachagua]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/50750021</guid><pubDate>Fri, 29 Jul 2022 21:30:58 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/50750021/kenya_freddie_del_curatolo_angelo_ferrari_rbo_2022_07_28.mp3" length="16364283" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/regione/rift-valley/&#13;
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Al di fuori dei circuiti africanisti, e magari tra questi anche solo quelli particolarmente dediti alla zona dei Grandi Laghi perché collegati alla cooperazione di quella zona, ben pochi erano a...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/</a><br /><br />Al di fuori dei circuiti africanisti, e magari tra questi anche solo quelli particolarmente dediti alla zona dei Grandi Laghi perché collegati alla cooperazione di quella zona, ben pochi erano a conoscenza che si era riacceso un conflitto attorno alle miniere del Nord Kivu. E che era stato riesumato l’M23, il movimento tutsi che pare ora abbia cominciato ad agire autonomamente da Kigali. <br />Abbiamo voluto dedicarvi parte dell’appuntamento settimanale su Radio Blackout di Bastioni di Orione proprio per affrontare tutti gli aspetti che in questo quarto di secolo hanno rappresentato lo scontro di interessi di stati, centinaia di milizie, saccheggi inter e extrafricani con Angelo Ferrari che ha percorso quelle strade e si è sempre occupato di raccogliere e diffondere notizie relative.<br />Ovviamente dopo aver schiettamente spiegato le differenti e innumerevoli motivazioni e i rapporti di forze nel campo del Congo nordorientale, i coinvolgimenti e a che titolo di Ruanda e Uganda… si è spostata l’attenzione anche a un’altra area critica africana: il Sahel aggredito da cambi epocali di controllo coloniale e teatro di improponibili incontri tra ex dittatori ergastolani in esilio e golpisti attuali, convocati a Ouagadougou insieme agli altri presidenti succedutisi in Burkina Faso. Un altro esempio di terre saccheggiate e vita di civili sconvolta dalle milizie]]></itunes:summary><itunes:duration>1769</itunes:duration><itunes:keywords>africa,burkina,compaoré,damiba,goma,isaac_zida,ituri,kagame,kivu,m23,mali,monusco,northkivu,rdcongo,rwanda,thomassankara #burkinafaso,tsishekedi,uganda,wagnergroup</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8491f4eb5f0b2671ea56bf430c4b358f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La televisione, l'oppio dell'Africa per sognare sviluppo infrastrutturale</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-televisione-l-oppio-dell-africa-per-sognare-sviluppo-infrastrutturale--50224672</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/autore/angelo-ferrari/" rel="noopener">https://ogzero.org/autore/angelo-ferrari/</a><br />Il colonialismo di una volta era più semplice: nell'intervista di Angelo Ferrari per “Il Vaso di Pandora” su radio Capodistria con Stefano Lusa si affronta innanzitutto l'espansione nel continente di Monarchie del Golfo e sauditi, ma anche la penetrazione della Cina economicamente e, militarmente, della Russia, della Turchia che le rappresenta entrambe (a cui si possono aggiungere il soft-power della religione sunnita e le soap televisive); tutto questo su uno sfondo di presenze ancora risalenti ai vecchi imperialismi europei.<br />In Africa le modalità di penetrazione culturale si affidano a prodotti televisivi popolari: sia i cinesi, oltre ai già citati turchi, sia Canal+ francese si affidano alla presa dei racconti televisivi per incidere con l'influenza culturale e linguistica per controllare aree territoriali (e quindi mercati) immense. A cui si associa il landgrabbing anche nippo-coreano, che innesca spirali poco virtuose nella produzione alimentare e nella sua distribuzione. <br />Il paradosso di cacciare un colonialismo abbracciandone un altro (come in Mali: <a href="https://ogzero.org/tag/mali/)" rel="noopener">https://ogzero.org/tag/mali/)</a>.<br />Televisione e religione vanno a braccetto e questo assegna uno score alle madrase wahaabite di Riad, ai fratelli musulmani di Ankara e al regno alawide di Rabat, scatenando elementi divisivi che possono sfociare nel jihadismo di Boko Haram in Nigeria, o di al-Shabaab in Somalia. Eppure la filosofia antica africana più volte richiamata nel libro “Africa Bazaar”  di Angelo Ferrari e Raffaele Masto edito da Rosenberg & Sellier (<a href="http://www.rosenbergesellier.it/ita/scheda-libro?aaref=1531" rel="noopener">http://www.rosenbergesellier.it/ita/scheda-libro?aaref=1531</a>) è quell'Ubuntu che era nelle corde di Nelson "Madiba" Mandela che prevede l'interconnessione e il valore del singolo solo in relazione al valore degli altri.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/50224672</guid><pubDate>Thu, 16 Jun 2022 23:41:35 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/50224672/colonialismo_sviluppo_e_religione_in_africa.mp3" length="20718113" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/autore/angelo-ferrari/&#13;
Il colonialismo di una volta era più semplice: nell'intervista di Angelo Ferrari per “Il Vaso di Pandora” su radio Capodistria con Stefano Lusa si affronta innanzitutto l'espansione nel continente di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/autore/angelo-ferrari/" rel="noopener">https://ogzero.org/autore/angelo-ferrari/</a><br />Il colonialismo di una volta era più semplice: nell'intervista di Angelo Ferrari per “Il Vaso di Pandora” su radio Capodistria con Stefano Lusa si affronta innanzitutto l'espansione nel continente di Monarchie del Golfo e sauditi, ma anche la penetrazione della Cina economicamente e, militarmente, della Russia, della Turchia che le rappresenta entrambe (a cui si possono aggiungere il soft-power della religione sunnita e le soap televisive); tutto questo su uno sfondo di presenze ancora risalenti ai vecchi imperialismi europei.<br />In Africa le modalità di penetrazione culturale si affidano a prodotti televisivi popolari: sia i cinesi, oltre ai già citati turchi, sia Canal+ francese si affidano alla presa dei racconti televisivi per incidere con l'influenza culturale e linguistica per controllare aree territoriali (e quindi mercati) immense. A cui si associa il landgrabbing anche nippo-coreano, che innesca spirali poco virtuose nella produzione alimentare e nella sua distribuzione. <br />Il paradosso di cacciare un colonialismo abbracciandone un altro (come in Mali: <a href="https://ogzero.org/tag/mali/)" rel="noopener">https://ogzero.org/tag/mali/)</a>.<br />Televisione e religione vanno a braccetto e questo assegna uno score alle madrase wahaabite di Riad, ai fratelli musulmani di Ankara e al regno alawide di Rabat, scatenando elementi divisivi che possono sfociare nel jihadismo di Boko Haram in Nigeria, o di al-Shabaab in Somalia. Eppure la filosofia antica africana più volte richiamata nel libro “Africa Bazaar”  di Angelo Ferrari e Raffaele Masto edito da Rosenberg & Sellier (<a href="http://www.rosenbergesellier.it/ita/scheda-libro?aaref=1531" rel="noopener">http://www.rosenbergesellier.it/ita/scheda-libro?aaref=1531</a>) è quell'Ubuntu che era nelle corde di Nelson "Madiba" Mandela che prevede l'interconnessione e il valore del singolo solo in relazione al valore degli altri.]]></itunes:summary><itunes:duration>1295</itunes:duration><itunes:keywords>@africarivista,landgrabbing.africa,mali,russia,sauditi,soap.africa,somalia,turchia,ubuntu</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/4e4108af52b4ca3032eabf6d16bdf855.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Congo orientale: unicità, differenze e omogeneità africane</title><link>https://www.spreaker.com/episode/congo-orientale-unicita-differenze-e-omogeneita-africane--50133286</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/</a><br />Innumerevoli tensioni all’interno delle innumerevoli fazioni mai composte fin dalla Prima guerra mondiale africana di 30 anni fa, ma emergono soprattutto le tensioni tra stati quando in quel triangolo di risorse e commodities di Kivu, Ituri, Uganda, Ruanda – bande rivali, eserciti ufficiali, alleanze e “diplomazia”… infrastrutture – creano disequilibri che producono rivolgimenti che poi si ripercuotono a livello globale… ma a quel punto l’Occidente ha perso riferimenti e volontà di orizzontarsi nei sistemi, nelle narrazioni e nelle relazioni che regolano il continente e i suoi rapporti interni. O forse non ha mai avuto quei riferimenti fin dalla corona belga, o dall’assassinio di Lumumba, o dai diversi nazionalismi di un territorio sterminato.<br />Ora la complessità è data dal fatto che Tshisekedi ha intavolato negoziati di pace elettorale con decine di gruppi diversi di milizie e contemporaneamente si sta alzando localmente la tensione a livello internazionale per la spartizione dei soliti giacimenti. Un discorso a parte è quello del jihadismo subentrato al nazionalismo per contrastare la presenza predatoria straniera extracontinentale: ribellioni molto anomale rispetto al resto del continente in nome tutte dell’etnicità… poi riconducibili alla “tavola degli elementi”, come dice Daniele Bellocchio, ovvero a quelle terre rare invece diffuse nei territori congolesi. Dove però si possono acquisire con profitto storie, detti, wiz… griot e saggezza millenaria che nulla è riuscito a soffocare, neppure la ferocia coloniale di cui Filippo, testa coronata belga, si limita a rammaricarsi del fatto che tutti gli umani congolesi erano di proprietà del suo antenato… e anche le opere d’arte, cioè l’anima di una comunità.<br />Con Daniele Bellocchio abbiamo anche cominciato ad analizzare i nazionalismi nelle varie epoche, le teorie di emancipazione e le lotte anticoloniali nei diversi contesti; in particolare in quelli congolesi dove il sostrato islamico che fa da corollario a ruppi jihadisti non si è mai formato e questo lo configura come paese anomalo rispetto ad alcuni territori saheliani o il Niger, e alcuni paesi del Golfo di Guinea.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/50133286</guid><pubDate>Thu, 09 Jun 2022 06:26:27 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/50133286/congo_daniele_bellocchio_2022_06_08.mp3" length="30383872" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/&#13;
Innumerevoli tensioni all’interno delle innumerevoli fazioni mai composte fin dalla Prima guerra mondiale africana di 30 anni fa, ma emergono soprattutto le tensioni tra stati quando in quel triangolo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/</a><br />Innumerevoli tensioni all’interno delle innumerevoli fazioni mai composte fin dalla Prima guerra mondiale africana di 30 anni fa, ma emergono soprattutto le tensioni tra stati quando in quel triangolo di risorse e commodities di Kivu, Ituri, Uganda, Ruanda – bande rivali, eserciti ufficiali, alleanze e “diplomazia”… infrastrutture – creano disequilibri che producono rivolgimenti che poi si ripercuotono a livello globale… ma a quel punto l’Occidente ha perso riferimenti e volontà di orizzontarsi nei sistemi, nelle narrazioni e nelle relazioni che regolano il continente e i suoi rapporti interni. O forse non ha mai avuto quei riferimenti fin dalla corona belga, o dall’assassinio di Lumumba, o dai diversi nazionalismi di un territorio sterminato.<br />Ora la complessità è data dal fatto che Tshisekedi ha intavolato negoziati di pace elettorale con decine di gruppi diversi di milizie e contemporaneamente si sta alzando localmente la tensione a livello internazionale per la spartizione dei soliti giacimenti. Un discorso a parte è quello del jihadismo subentrato al nazionalismo per contrastare la presenza predatoria straniera extracontinentale: ribellioni molto anomale rispetto al resto del continente in nome tutte dell’etnicità… poi riconducibili alla “tavola degli elementi”, come dice Daniele Bellocchio, ovvero a quelle terre rare invece diffuse nei territori congolesi. Dove però si possono acquisire con profitto storie, detti, wiz… griot e saggezza millenaria che nulla è riuscito a soffocare, neppure la ferocia coloniale di cui Filippo, testa coronata belga, si limita a rammaricarsi del fatto che tutti gli umani congolesi erano di proprietà del suo antenato… e anche le opere d’arte, cioè l’anima di una comunità.<br />Con Daniele Bellocchio abbiamo anche cominciato ad analizzare i nazionalismi nelle varie epoche, le teorie di emancipazione e le lotte anticoloniali nei diversi contesti; in particolare in quelli congolesi dove il sostrato islamico che fa da corollario a ruppi jihadisti non si è mai formato e questo lo configura come paese anomalo rispetto ad alcuni territori saheliani o il Niger, e alcuni paesi del Golfo di Guinea.]]></itunes:summary><itunes:duration>1899</itunes:duration><itunes:keywords>adf,beni,burundi,fardc,felixtshisekedi,ituri,kagame,kinshasa,kivu,m23,monusco,nordkivu,philippemathildeenrdc,pnc,rdc,rdcongo,rdf,rwanda,uganda,updf</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/58c7b92ee366bfe4e45bd56db1869893.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Moura, Mali: il metodico terrore plurisperimentato</title><link>https://www.spreaker.com/episode/moura-mali-il-metodico-terrore-plurisperimentato--49493361</link><description><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/sahel/" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/sahel/</a> Fine di un sistema e di un equilibrio regionale?<br />Il massacro di Moura, vicino a Mopti, un paese abitato da peule, allevatori (considerati collaborazionisti della Katiba Macina); da sempre in contrasto con le milizie dogon, già protagoniste di massacri negli anni scorsi. Non è un caso che l'esercito Fama, a cui si sono aggiunte presenze di uomini caucasici che parlavano una lingua "strana" non francese (probabilmente affiliati alla Wagner), abbiano scelto il venerdì di mercato bovino per effettuare la strage.<br />Con il golpe filorusso e l'uscita di scena dell'esercito francese, il governo maliano sta adottando un modus operandi sbrigativo, incentrato sul terrore pianificato (e tutto il pregresso con la cacciata di Onu e francesi; l'attenzione a fare terra bruciata dimostra l'adozione dello stampo algerino anni Novanta), per dimostrare che è in grado di smantellare le centrali jihadste nel Centronord del paese, laddove ha fallito la forza coloniale. Quei metodi sono gli stessi adottati nella più famosa e contemporanea strage di civili di Bucha, penetrata dalle stese menti malate della Wagner (con cui non a caso è stato stipulato un contratto, che prevede proprio quel tipo di professionalità), già testato in Siria, come ci ha sottolineato in questa interessante analisi Edoardo Baldaro, ricercatore e analista esperto di Sahel, che da poco per il Mulino ha pubblicato con Luca Raineri Jihad in Africa. Terrorismo e controterrorismo nel Sahelst.<br /><br />Oltre al Mali ci sono i paesi limitrofi che potrebbero essere interessati a fenomeni jihadisti e con @EdoardoBaldaro si è parlato anche di questo allargamento sia a sud in Benin e Togo, sia negli altri paesi del golfo di Guinea, dove c'è un contesto fertile. Andrà verificato che i poteri forti locali non si siano indeboliti (come l'imam Dicko, ma soprattutto dopo la morte di Sumeilu Bubei Maiga sono venute meno le reti dei suoi contatti), soprattutto quelli maliani che hanno in qualche modo appoggiato il governo di transizione e ora sono un po' bruciati dal pragmatismo della giunta.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/49493361</guid><pubDate>Wed, 20 Apr 2022 16:39:06 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/49493361/edoardo_baldaro_moura_2022_04_14.mp3" length="22180971" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>https://ogzero.org/regione/sahel/ Fine di un sistema e di un equilibrio regionale?&#13;
Il massacro di Moura, vicino a Mopti, un paese abitato da peule, allevatori (considerati collaborazionisti della Katiba Macina); da sempre in contrasto con le milizie...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://ogzero.org/regione/sahel/" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/sahel/</a> Fine di un sistema e di un equilibrio regionale?<br />Il massacro di Moura, vicino a Mopti, un paese abitato da peule, allevatori (considerati collaborazionisti della Katiba Macina); da sempre in contrasto con le milizie dogon, già protagoniste di massacri negli anni scorsi. Non è un caso che l'esercito Fama, a cui si sono aggiunte presenze di uomini caucasici che parlavano una lingua "strana" non francese (probabilmente affiliati alla Wagner), abbiano scelto il venerdì di mercato bovino per effettuare la strage.<br />Con il golpe filorusso e l'uscita di scena dell'esercito francese, il governo maliano sta adottando un modus operandi sbrigativo, incentrato sul terrore pianificato (e tutto il pregresso con la cacciata di Onu e francesi; l'attenzione a fare terra bruciata dimostra l'adozione dello stampo algerino anni Novanta), per dimostrare che è in grado di smantellare le centrali jihadste nel Centronord del paese, laddove ha fallito la forza coloniale. Quei metodi sono gli stessi adottati nella più famosa e contemporanea strage di civili di Bucha, penetrata dalle stese menti malate della Wagner (con cui non a caso è stato stipulato un contratto, che prevede proprio quel tipo di professionalità), già testato in Siria, come ci ha sottolineato in questa interessante analisi Edoardo Baldaro, ricercatore e analista esperto di Sahel, che da poco per il Mulino ha pubblicato con Luca Raineri Jihad in Africa. Terrorismo e controterrorismo nel Sahelst.<br /><br />Oltre al Mali ci sono i paesi limitrofi che potrebbero essere interessati a fenomeni jihadisti e con @EdoardoBaldaro si è parlato anche di questo allargamento sia a sud in Benin e Togo, sia negli altri paesi del golfo di Guinea, dove c'è un contesto fertile. Andrà verificato che i poteri forti locali non si siano indeboliti (come l'imam Dicko, ma soprattutto dopo la morte di Sumeilu Bubei Maiga sono venute meno le reti dei suoi contatti), soprattutto quelli maliani che hanno in qualche modo appoggiato il governo di transizione e ora sono un po' bruciati dal pragmatismo della giunta.]]></itunes:summary><itunes:duration>1387</itunes:duration><itunes:keywords>dicko,dogon,@edoardobaldaro,fama,katibamacina,mali,massacred,massina,mercenaries,mopti,moura,peule,russian,sahel,sahelistan,wagnergroup</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ceb9972bd23f99801a77769fe15f6c9c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il senso di Wagner per le crepe: le interconnessioni con le giunte del Sahel?</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-senso-di-wagner-per-le-crepe-le-interconnessioni-con-le-giunte-del-sahel--48870728</link><description><![CDATA[Il disimpegno francese nella Françafrique è sicuramente un evento epocale e anche se non si tratta di un ritiro definitivo e uguale in ogni territorio ha una valenza quasi rivoluzionaria per modalità di sgombero, per le motivazioni che spingono le realtà locali a chiedere la "liberazione" e per il pronto rimpiazzo di potenze di riferimento (e di sfruttamento). Appuntando l'attenzione sul Sahel si assiste al riempimento del vuoto lasciato dall'Armée con l’agenzia di sicurezza russa Wagner, ma in realtà a un primo sguardo già si colgono infinite sfumature di spinta alla defrancesizzazione (Mali e, diversamente,  Burkina), fino all'atteggiamento opposto (Niger e, diversamente, Ciad), sempre sullo sfondo di una maggiore o minore permeabilità del jihadismo (che si sta allargando anche a Benin, Togo... persino in Costa d'Avorio). E proprio da questo si comincia ad affrontare l'argomento da parte di @EdoardoBaldaro, che ricorda come il concetto di Sahel nasce come secondo fronte africano della War on Terror; un argomento che s'intreccia con l'analisi di Stefano Ruzza (@Twai_Torino) imperniato su come le agenzie di sicurezza rispondano alle esigenze che gli eserciti statali tradizionali faticano a risolvere<br />Tra le domande cui si è cercato di rispondere nel dibattito radiofonico riprodotto in questo podcast forniamo un elenco, che funge da indice degli argomenti trattati:<br />_ La giunta maliana è effettivamente l'espressione di una volontà popolare di emancipazione dall'egida francese su quel territorio, o è invece il cambio di strategia di un gruppo di potere? e quanto incidono le punzecchiature del soft power sulle scelte antioccidentali?<br />_ Il Niger si direbbe ambisca a mantenere il ruolo di interlocutore privilegiato di Parigi, rastrellando tutte le risorse a disposizione, ma quanto può essere disturbato dalle proteste interne?<br />_ Quale terreno privilegia la Wagner e in che ambito dimostra una maggiore efficacia tra le varie realtà africane? L'impiego di Wagner nel continente cosa può raccontare della politica estera russa? E quali entità finanziarie (nel caso di Evgenij Prigožin si può parlare di società matrioska) sono alle spalle dei contractors e possono permettersi investimenti sull'agenzia di sicurezza che poi assicuri ritorni derivanti dallo sfruttamento delle risorse?<br />_ L'indipendentismo di varia forgia e natura dell'intero immenso territorio è stato assimilato dalla War on Terror al jihadismo, ma sono tali le sfumature che, dopo la presa di distanza degli azawad dal fondamentalismo, anche Barkhane collaborava con i tuareg: le accuse di collusione provenienti dalle giunte filorusse affonda in questo sostrato di legami ibridi (e con addentellati che affondano nel colonialismo classico) come la guerra che si sta combattendo. Quale futuro è prevedibile nell'immediato per il rischio di "contagio" jihadista anche verso i paesi costieri (Togo, Benin, Costa d'Avorio)? e di conseguenza quanto la competenza e la "professionalità" di Wagner riesce ad adattare in un contesto simile la propria "esperienza" conseguita? quali altre agenzie sono più proattive dell’agenzia russa?<br />_ Cosa muove le giunte ribelli del Sahel e cosa le agenzie di sicurezza come Wagner: si tratta di scelta politica di emancipazione e non allineamento per gli uni, e di affrancamento dal cappello francese per gli altri; o gli uni sono nuovi oligarchi corrotti sostituti dei vecchi gruppi di potere (che per la prima volta sono stati perseguiti per corruzione), e per gli altri la scoperta di nuovi alleati che assicurino la permanenza al potere? A questo dilemma però non si hanno ancora elementi sufficienti per dare una risposta certa... anche se un'idea comincia a farsi strada.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/48870728</guid><pubDate>Fri, 25 Feb 2022 15:33:36 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/48870728/2022_02_24_baldaro_ruzza_sahel.mp3" length="37326613" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Il disimpegno francese nella Françafrique è sicuramente un evento epocale e anche se non si tratta di un ritiro definitivo e uguale in ogni territorio ha una valenza quasi rivoluzionaria per modalità di sgombero, per le motivazioni che spingono le...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Il disimpegno francese nella Françafrique è sicuramente un evento epocale e anche se non si tratta di un ritiro definitivo e uguale in ogni territorio ha una valenza quasi rivoluzionaria per modalità di sgombero, per le motivazioni che spingono le realtà locali a chiedere la "liberazione" e per il pronto rimpiazzo di potenze di riferimento (e di sfruttamento). Appuntando l'attenzione sul Sahel si assiste al riempimento del vuoto lasciato dall'Armée con l’agenzia di sicurezza russa Wagner, ma in realtà a un primo sguardo già si colgono infinite sfumature di spinta alla defrancesizzazione (Mali e, diversamente,  Burkina), fino all'atteggiamento opposto (Niger e, diversamente, Ciad), sempre sullo sfondo di una maggiore o minore permeabilità del jihadismo (che si sta allargando anche a Benin, Togo... persino in Costa d'Avorio). E proprio da questo si comincia ad affrontare l'argomento da parte di @EdoardoBaldaro, che ricorda come il concetto di Sahel nasce come secondo fronte africano della War on Terror; un argomento che s'intreccia con l'analisi di Stefano Ruzza (@Twai_Torino) imperniato su come le agenzie di sicurezza rispondano alle esigenze che gli eserciti statali tradizionali faticano a risolvere<br />Tra le domande cui si è cercato di rispondere nel dibattito radiofonico riprodotto in questo podcast forniamo un elenco, che funge da indice degli argomenti trattati:<br />_ La giunta maliana è effettivamente l'espressione di una volontà popolare di emancipazione dall'egida francese su quel territorio, o è invece il cambio di strategia di un gruppo di potere? e quanto incidono le punzecchiature del soft power sulle scelte antioccidentali?<br />_ Il Niger si direbbe ambisca a mantenere il ruolo di interlocutore privilegiato di Parigi, rastrellando tutte le risorse a disposizione, ma quanto può essere disturbato dalle proteste interne?<br />_ Quale terreno privilegia la Wagner e in che ambito dimostra una maggiore efficacia tra le varie realtà africane? L'impiego di Wagner nel continente cosa può raccontare della politica estera russa? E quali entità finanziarie (nel caso di Evgenij Prigožin si può parlare di società matrioska) sono alle spalle dei contractors e possono permettersi investimenti sull'agenzia di sicurezza che poi assicuri ritorni derivanti dallo sfruttamento delle risorse?<br />_ L'indipendentismo di varia forgia e natura dell'intero immenso territorio è stato assimilato dalla War on Terror al jihadismo, ma sono tali le sfumature che, dopo la presa di distanza degli azawad dal fondamentalismo, anche Barkhane collaborava con i tuareg: le accuse di collusione provenienti dalle giunte filorusse affonda in questo sostrato di legami ibridi (e con addentellati che affondano nel colonialismo classico) come la guerra che si sta combattendo. Quale futuro è prevedibile nell'immediato per il rischio di "contagio" jihadista anche verso i paesi costieri (Togo, Benin, Costa d'Avorio)? e di conseguenza quanto la competenza e la "professionalità" di Wagner riesce ad adattare in un contesto simile la propria "esperienza" conseguita? quali altre agenzie sono più proattive dell’agenzia russa?<br />_ Cosa muove le giunte ribelli del Sahel e cosa le agenzie di sicurezza come Wagner: si tratta di scelta politica di emancipazione e non allineamento per gli uni, e di affrancamento dal cappello francese per gli altri; o gli uni sono nuovi oligarchi corrotti sostituti dei vecchi gruppi di potere (che per la prima volta sono stati perseguiti per corruzione), e per gli altri la scoperta di nuovi alleati che assicurino la permanenza al potere? 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E nel momento in cui viene sciolto il Consiglio superiore della Magistratura emerge però il dubbio, anche suggerito dalla simbologia delle date scelte (a partire dal ricordo di Chokri Belaid per intesserlo con quello di Mohamed Bouazizi, il fruttivendolo immolatosi dando il via alla rivoluzione dei gelsomini) dalla figura di Kais Saied – come si sente nelle parole di Arianna Poletti –, che il disegno politico del presidente sia di creare un nuovo modello più adeguato alla struttura clanica tunisina. Ma da dove trae ancora l'indubbia legittimità della sua azione Saied, sicuramente più popolare dell'oligarchia partitica che ha retto il periodo successivo alla fuga di Ben Ali? Non è da tralasciare anche la capacità di districarsi tra effendi, affaristi, società produttiva, lobbies potenti, contrapponendosi a realtà invece in fase implosiva, come Ennahda.<br />Per riuscire a comprendere meglio quali siano i protagonisti di questi piani e quali strategie si nascondano a Tunisi, abbiamo attraversato il Canale di Sicilia interpellando @AriannaPoletti, che vive nella capitale maghrebina e ci ha dischiuso un quadro molto meno banale della vulgata mediologica che applica categorie occidentali a una realtà diversamente in evoluzione]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/48700114</guid><pubDate>Sat, 12 Feb 2022 10:16:29 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/48700114/arianna_poletti_tunisia_clanica_di_saied_2022_02_10.mp3" length="18133422" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>La nazione tradizionalmente più irrequieta del Nordafrica, pronta a cogliere istanze embrionali di rivolta tanto da dare il là alle primavere arabe, si trova dal 25 luglio in una condizione particolare, con una figura di presidente che sta avocando a...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La nazione tradizionalmente più irrequieta del Nordafrica, pronta a cogliere istanze embrionali di rivolta tanto da dare il là alle primavere arabe, si trova dal 25 luglio in una condizione particolare, con una figura di presidente che sta avocando a sé ogni altro potere (legislativo, esecutivo, giudiziario), che sarebbe indispensabile distribuire nel modello delle democrazie liberali di stampo occidentale per equilibrare la concentrazione di potere. E nel momento in cui viene sciolto il Consiglio superiore della Magistratura emerge però il dubbio, anche suggerito dalla simbologia delle date scelte (a partire dal ricordo di Chokri Belaid per intesserlo con quello di Mohamed Bouazizi, il fruttivendolo immolatosi dando il via alla rivoluzione dei gelsomini) dalla figura di Kais Saied – come si sente nelle parole di Arianna Poletti –, che il disegno politico del presidente sia di creare un nuovo modello più adeguato alla struttura clanica tunisina. Ma da dove trae ancora l'indubbia legittimità della sua azione Saied, sicuramente più popolare dell'oligarchia partitica che ha retto il periodo successivo alla fuga di Ben Ali? Non è da tralasciare anche la capacità di districarsi tra effendi, affaristi, società produttiva, lobbies potenti, contrapponendosi a realtà invece in fase implosiva, come Ennahda.<br />Per riuscire a comprendere meglio quali siano i protagonisti di questi piani e quali strategie si nascondano a Tunisi, abbiamo attraversato il Canale di Sicilia interpellando @AriannaPoletti, che vive nella capitale maghrebina e ci ha dischiuso un quadro molto meno banale della vulgata mediologica che applica categorie occidentali a una realtà diversamente in evoluzione]]></itunes:summary><itunes:duration>1134</itunes:duration><itunes:keywords>@ariannapoletti,belaid,benali,chokribelaid,ennahdha,ghannouchi,imarabic,kaissaied,mohamedbouazizi,mohamedbrahmi,primaverearabe,tunisia,tunisie</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/42aa64867820ce89f75bdaa316e6711e.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Ridimensionamento della Françafrique e multilateralismo neocoloniale</title><link>https://www.spreaker.com/episode/ridimensionamento-della-francafrique-e-multilateralismo-neocoloniale--48495987</link><description><![CDATA[La destituzione di Kaboré dà un ulteriore segnale che l'area del Sahel (<a href="https://ogzero.org/regione/sahel/)" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/sahel/)</a> ha imboccato la strada della soluzione militare di fronte alle crisi economico-securitarie, di corruzione delle oligarchie e dell'avanzamento della proposta jihadista (nonostante il decennale impegno di Barkhane in primis), portando alle estreme conseguenze la reazione al neocolonialismo francese: infatti si trovano le bandiere russe sventolate dalla piazza che appoggia i golpe in Mali come in Burkina-Faso, dove da qualche tempo ci si poteva aspettare un'insurrezione popolare e i militari hanno interpretato questo disagio, che da almeno due anni serpeggia nelle nazioni subsahariane, anche se chiaramente tendono poi a conservare il potere in ogni caso. Poi lo sguardo occidentale legge come restaurazione i gesti con cui esordisce la giunta golpista a Ouagadougou, in realtà forse avvengono perché quelle comunità assorbono gli eventi, riconducendoli agli interessi delle élite locali "globalizzate"... per capire di cosa si compongono questi interessi e come si collegano alle forme di collaborazione che provengono dall'esterno (una nuova forma di neocolonialismo multilaterale, a cui si affacciano Turchia e Cina con modalità diverse da quelle della Wagner, emanazione di Mosca) ci siamo rivolti a @EdoardoBaldaro, ricercatore alla Scuola Sant'Anna di Pisa e collaboratore dell'Ispi proprio per quest'area, che ci ha permesso di districarci tra queste molteplici dinamiche interne di potere civile e militare e dinamiche di area locale e globale, quindi inforchiamo lenti multifocali e prepariamoci a guardare al Sahel un po' inforcando il teleobiettivo sui singoli eventi e un po' allargando con un ampio grandangolo lo sguardo su questo catino pieno di oro, uranio, litio, rame.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/48495987</guid><pubDate>Sat, 29 Jan 2022 15:00:44 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/48495987/cambio_epocale_in_sahel_edoardo_baldaro_2022_01_27.mp3" length="26391930" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>La destituzione di Kaboré dà un ulteriore segnale che l'area del Sahel (https://ogzero.org/regione/sahel/) ha imboccato la strada della soluzione militare di fronte alle crisi economico-securitarie, di corruzione delle oligarchie e dell'avanzamento...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La destituzione di Kaboré dà un ulteriore segnale che l'area del Sahel (<a href="https://ogzero.org/regione/sahel/)" rel="noopener">https://ogzero.org/regione/sahel/)</a> ha imboccato la strada della soluzione militare di fronte alle crisi economico-securitarie, di corruzione delle oligarchie e dell'avanzamento della proposta jihadista (nonostante il decennale impegno di Barkhane in primis), portando alle estreme conseguenze la reazione al neocolonialismo francese: infatti si trovano le bandiere russe sventolate dalla piazza che appoggia i golpe in Mali come in Burkina-Faso, dove da qualche tempo ci si poteva aspettare un'insurrezione popolare e i militari hanno interpretato questo disagio, che da almeno due anni serpeggia nelle nazioni subsahariane, anche se chiaramente tendono poi a conservare il potere in ogni caso. Poi lo sguardo occidentale legge come restaurazione i gesti con cui esordisce la giunta golpista a Ouagadougou, in realtà forse avvengono perché quelle comunità assorbono gli eventi, riconducendoli agli interessi delle élite locali "globalizzate"... per capire di cosa si compongono questi interessi e come si collegano alle forme di collaborazione che provengono dall'esterno (una nuova forma di neocolonialismo multilaterale, a cui si affacciano Turchia e Cina con modalità diverse da quelle della Wagner, emanazione di Mosca) ci siamo rivolti a @EdoardoBaldaro, ricercatore alla Scuola Sant'Anna di Pisa e collaboratore dell'Ispi proprio per quest'area, che ci ha permesso di districarci tra queste molteplici dinamiche interne di potere civile e militare e dinamiche di area locale e globale, quindi inforchiamo lenti multifocali e prepariamoci a guardare al Sahel un po' inforcando il teleobiettivo sui singoli eventi e un po' allargando con un ampio grandangolo lo sguardo su questo catino pieno di oro, uranio, litio, rame.]]></itunes:summary><itunes:duration>1650</itunes:duration><itunes:keywords>barkhane,burkina,cedeao,centrafrique,damiba,danemark,@edoardobaldaro,francafrique,g5sahel,guinea,kaboré,keità,mali,@rbo10525,sahel,takuba,wagnergroup</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ee3e8c5638b7e2bcb0faf9f334affa2a.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L'ingarbugliato sfondo di una guerra di posizione che nessuno vuole concludere</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-ingarbugliato-sfondo-di-una-guerra-di-posizione-che-nessuno-vuole-concludere--48317229</link><description><![CDATA[Con Matteo Palamidesse giornalista freelance abbiamo parlato dei bombardamenti sulla popolazione civile , lo stallo della guerra ,  il tentativo di annientamento del Tplf, il coinvolgimento degli attori internazionali fra cui L’Eritrea (e forse questa recrudescenza di guerra per l'annullamento della tribù avversa probabilmente nasce con gli accordi tra Abiy Ahmed e Afewerki, che sfociarono nel Nobel) e la Turchia (che vende i droni all'Etiopia, quelli che stanno bombardando i campi di civili, ma che fanno la differenza come in Nagorno), il tour strategico di Erdoğan in Africa, il disinteresse della cosiddetta comunità internazionale riguardo ad una tregua nel conflitto (un buffetto proviene dalla Commissione per il Nobel, nulla più), la crisi umanitaria devastante, il posizionamento degli Usa e quello della Somalia, il ruolo strategico  di Gibuti. Questo lo sfondo su cui si è spaziato per comprendere meglio lo Zeitgeist attuale nell'area del Corno d'Africa]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/48317229</guid><pubDate>Sun, 16 Jan 2022 10:42:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/48317229/2022_01_13_etiopia_eritrea_somalia_tigray_matteo_palamidesse.mp3" length="15835100" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Con Matteo Palamidesse giornalista freelance abbiamo parlato dei bombardamenti sulla popolazione civile , lo stallo della guerra ,  il tentativo di annientamento del Tplf, il coinvolgimento degli attori internazionali fra cui L’Eritrea (e forse questa...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Con Matteo Palamidesse giornalista freelance abbiamo parlato dei bombardamenti sulla popolazione civile , lo stallo della guerra ,  il tentativo di annientamento del Tplf, il coinvolgimento degli attori internazionali fra cui L’Eritrea (e forse questa recrudescenza di guerra per l'annullamento della tribù avversa probabilmente nasce con gli accordi tra Abiy Ahmed e Afewerki, che sfociarono nel Nobel) e la Turchia (che vende i droni all'Etiopia, quelli che stanno bombardando i campi di civili, ma che fanno la differenza come in Nagorno), il tour strategico di Erdoğan in Africa, il disinteresse della cosiddetta comunità internazionale riguardo ad una tregua nel conflitto (un buffetto proviene dalla Commissione per il Nobel, nulla più), la crisi umanitaria devastante, il posizionamento degli Usa e quello della Somalia, il ruolo strategico  di Gibuti. 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Ma anche l'Europa trova rappresentati i propri interessi al di fuori della transizione democratica.<br />Ma le proteste non sono finite... e proseguono oltre la resa della controversa figura di Hamdock, escludendo di poter lasciare che i militari gestiscano il potere senza mobilitazioni molto determinate.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/48316470</guid><pubDate>Sun, 16 Jan 2022 09:23:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/48316470/2022_01_13_sudan_sara_de_simone.mp3" length="12876766" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Ponendo al centro un ritorno al militarismo e la tensione legata alla Diga della Rinascita il Sudan si trova in una sorta di cerniera tra Corno d'Africa, Sahel ed Egitto che Sara de Simone descrive nei suoi ultimi rivolgimenti, riassumendo golpe,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Ponendo al centro un ritorno al militarismo e la tensione legata alla Diga della Rinascita il Sudan si trova in una sorta di cerniera tra Corno d'Africa, Sahel ed Egitto che Sara de Simone descrive nei suoi ultimi rivolgimenti, riassumendo golpe, parentesi di Hamdock, movimenti di piazza politicamente consapevoli per tradizione.<br />I militari sono »la strada più facile per mantenere una stabilità nella regione», ci dice la ricercatrice dell'Ispi, che evoca la figura di Al-Sisi, che cerca nei generali sudanesi una sponda nella contesa sulla Diga etiopica sul Nilo. Ma anche l'Europa trova rappresentati i propri interessi al di fuori della transizione democratica.<br />Ma le proteste non sono finite... e proseguono oltre la resa della controversa figura di Hamdock, escludendo di poter lasciare che i militari gestiscano il potere senza mobilitazioni molto determinate.]]></itunes:summary><itunes:duration>805</itunes:duration><itunes:keywords>esn,ethiopia,gerd,hamdock,janjaweed,khartoum,sudan,sudanese</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a27865d3204c270bc7181d6d31d75989.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sudan di nuovo in piazza contro la restaurazione</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sudan-di-nuovo-in-piazza-contro-la-restaurazione--47332211</link><description><![CDATA[Un golpe anomalo dove il deposto primo ministro vive i primi giorni di cattività a casa del generale che lo ha defenestrato; molti aspetti sono ambigui, compreso il ruolo e la posizione attendista delle potenze straniere. Ciò che sembra evidente è che forse la comunità africana più attenta e ribelle, la nazione più politicizzata è di nuovo costretta a scendere in piazza a difendere quello che sembrava un diritto acquisito con la cacciata di al-Bashir, di cui sono stati scarcerati alcuni fedelissimi, espandendo un odore di restaurazione sull'intera operazione. La repressione è pesantissima e le attività sospese, i servizi non sono erogati per la disubbidienza civile generale. Oltre ai consueti sbarramenti in strada ripresi anche nell'immagine in copertina, il 10 novembre si prevede una One million march.<br />Abbiamo quindi chiesto ad Adam, portavoce della comunità sudanese a Roma di esporci il punto di vista di chi sta richiedendo ai militari il rispetto degli accordi e dunque che venga restituito alla società civile il potere. Il colpo di mano era nell'aria da mesi e anzi si erano verificate già delle prove generali: abbiamo chiamato Antonella Napoli (@AntonellaNapoli) per aiutarci a comprendere meglio strategie internazionali e politica interna agli stati dell'area di cui fa parte il Sudan che forse non a caso vede contemporaneamente andare in scena una sanguinosa guerra civile tra tigrini, alleati degli oromo, e ahmara, con il supporto dell'Eritrea di Afewerki, divenuto sostenitore del governo di Ahmed, il premio Nobel per la pace presidente etiope. Ci sono probabilmente molti elementi in comune tra ciò che avviene a Khartoum e ciò che sta avvenendo alle porte di Addis Abeba, e ci sono anche molte differenze, ma come ci dice Adam per gli abitanti di quelle zone sudanesi, etiopi, egiziani, eritrei sono fratelli, il resto – Diga della Rinascita compresa – sono beghe tra potenti e stati... come la spartizione del potere (si parla di un governo di tecnici, come il coniglio dal cilindro dei colloqui tra il generale golpista al-Buhran e il primo ministro deposto Hamdok) che si sta sostituendo ora dopo il colpo di stato al dettato costituzionale voluto dalla piazza insorta due ani fa, paventato dalla base del Movimento che richiedeva di non operare alcuna trattativa con i militari genocidi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/47332211</guid><pubDate>Fri, 05 Nov 2021 21:33:44 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/47332211/2021_11_04_sudan.mp3" length="23209943" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Un golpe anomalo dove il deposto primo ministro vive i primi giorni di cattività a casa del generale che lo ha defenestrato; molti aspetti sono ambigui, compreso il ruolo e la posizione attendista delle potenze straniere. 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Oltre ai consueti sbarramenti in strada ripresi anche nell'immagine in copertina, il 10 novembre si prevede una One million march.<br />Abbiamo quindi chiesto ad Adam, portavoce della comunità sudanese a Roma di esporci il punto di vista di chi sta richiedendo ai militari il rispetto degli accordi e dunque che venga restituito alla società civile il potere. Il colpo di mano era nell'aria da mesi e anzi si erano verificate già delle prove generali: abbiamo chiamato Antonella Napoli (@AntonellaNapoli) per aiutarci a comprendere meglio strategie internazionali e politica interna agli stati dell'area di cui fa parte il Sudan che forse non a caso vede contemporaneamente andare in scena una sanguinosa guerra civile tra tigrini, alleati degli oromo, e ahmara, con il supporto dell'Eritrea di Afewerki, divenuto sostenitore del governo di Ahmed, il premio Nobel per la pace presidente etiope. Ci sono probabilmente molti elementi in comune tra ciò che avviene a Khartoum e ciò che sta avvenendo alle porte di Addis Abeba, e ci sono anche molte differenze, ma come ci dice Adam per gli abitanti di quelle zone sudanesi, etiopi, egiziani, eritrei sono fratelli, il resto – Diga della Rinascita compresa – sono beghe tra potenti e stati... come la spartizione del potere (si parla di un governo di tecnici, come il coniglio dal cilindro dei colloqui tra il generale golpista al-Buhran e il primo ministro deposto Hamdok) che si sta sostituendo ora dopo il colpo di stato al dettato costituzionale voluto dalla piazza insorta due ani fa, paventato dalla base del Movimento che richiedeva di non operare alcuna trattativa con i militari genocidi.]]></itunes:summary><itunes:duration>1451</itunes:duration><itunes:keywords>burhan,darfur,golpe,hamdok,hemeti,janjaweed,khartoum,khartum,sudan,sudanblackout,sudancivildisobediance,sudancoup</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/83989e680d2e996d51a266c469bd0bb4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Quando il popolo si solleva l'imperialismo trema</title><link>https://www.spreaker.com/episode/quando-il-popolo-si-solleva-l-imperialismo-trema--47021453</link><description><![CDATA[“Parlo in nome delle madri dei nostri paesi impoveriti che vedono i loro bambini morire di malaria o di diarrea e che ignorano che esistono per salvarli dei mezzi semplici che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo piuttosto investire nei laboratori cosmetici, nella chirurgia estetica a beneficio dei capricci di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di calorie nei pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel. Parlo, anche, in nome dei bambini. Di quel figlio di poveri che ha fame e guarda furtivo l’abbondanza accumulata in una bottega dei ricchi... la politica dell’aiuto e dell’assistenza internazionale non ha prodotto altro che disorganizzazione e schiavitù permanente, e ci ha derubati del senso di responsabilità per il nostro territorio economico, politico e culturale”. [Thomas Sankara, 4 ottobre 1984]<br />Tre anni dopo il presidente altromondista che in 4 anni aveva condotto l'Alto Volta a diventare Burkina Faso fu ucciso da un complotto ordito dal colonialismo francese, tradito da Blaise Compaoré attualmente rifugiato nella repubblica ivoriana filofrancese dopo averlo sostituito nel governo a Ouagadougou per 27 anni per tutelare gli interessi dei predoni occidentali.<br />Difficile dimenticare il sogno ecologista di affrancamento degli africani – e soprattutto delle africane da qualunque patriarcato; ancora meno facile seppellirlo durante il processo a 34 anni di distanza dall'omicidio contro tutti quelli che lo perpetrarono.<br />In questo snodo di ricordi, di centralità del Sahel tra interessi, traffici e lotte locali che diventano globali tra oro e uranio, Barkhane e Wagner, jihad e azawad... era opportuno restituire la parola a chi ha conosciuto e affiancato Thomas Sankara per aggiornare le richieste sempre nel solco tracciato allora per una decolonizzazione reale: Yakouba ha raccontato ai microfoni di Radio Blackout cosa rimane del panafricanismo di Sankara e il senso di quel processo in contumacia ai mandanti di quella strage di 34 anni fa.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/47021453</guid><pubDate>Mon, 18 Oct 2021 22:27:13 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/47021453/2021_10_14_sankara_yakouba.mp3" length="15335177" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>“Parlo in nome delle madri dei nostri paesi impoveriti che vedono i loro bambini morire di malaria o di diarrea e che ignorano che esistono per salvarli dei mezzi semplici che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo piuttosto...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[“Parlo in nome delle madri dei nostri paesi impoveriti che vedono i loro bambini morire di malaria o di diarrea e che ignorano che esistono per salvarli dei mezzi semplici che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo piuttosto investire nei laboratori cosmetici, nella chirurgia estetica a beneficio dei capricci di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di calorie nei pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel. Parlo, anche, in nome dei bambini. Di quel figlio di poveri che ha fame e guarda furtivo l’abbondanza accumulata in una bottega dei ricchi... la politica dell’aiuto e dell’assistenza internazionale non ha prodotto altro che disorganizzazione e schiavitù permanente, e ci ha derubati del senso di responsabilità per il nostro territorio economico, politico e culturale”. [Thomas Sankara, 4 ottobre 1984]<br />Tre anni dopo il presidente altromondista che in 4 anni aveva condotto l'Alto Volta a diventare Burkina Faso fu ucciso da un complotto ordito dal colonialismo francese, tradito da Blaise Compaoré attualmente rifugiato nella repubblica ivoriana filofrancese dopo averlo sostituito nel governo a Ouagadougou per 27 anni per tutelare gli interessi dei predoni occidentali.<br />Difficile dimenticare il sogno ecologista di affrancamento degli africani – e soprattutto delle africane da qualunque patriarcato; ancora meno facile seppellirlo durante il processo a 34 anni di distanza dall'omicidio contro tutti quelli che lo perpetrarono.<br />In questo snodo di ricordi, di centralità del Sahel tra interessi, traffici e lotte locali che diventano globali tra oro e uranio, Barkhane e Wagner, jihad e azawad... era opportuno restituire la parola a chi ha conosciuto e affiancato Thomas Sankara per aggiornare le richieste sempre nel solco tracciato allora per una decolonizzazione reale: Yakouba ha raccontato ai microfoni di Radio Blackout cosa rimane del panafricanismo di Sankara e il senso di quel processo in contumacia ai mandanti di quella strage di 34 anni fa.]]></itunes:summary><itunes:duration>959</itunes:duration><itunes:keywords>burkina,burkinafaso,compaoré,ouaga,panafricanism,sahel,sankara,thomassankara</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/abc0ac065ba39d104f4691d1f68fd644.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Tigray nascosto: silenzioso annientamento di una comunità</title><link>https://www.spreaker.com/episode/tigray-nascosto-silenzioso-annientamento-di-una-comunita--44822949</link><description><![CDATA[Le parole ferme, lancinanti e determinate di Gloria, diciottenne afrodiscendente toscana legata al Corno d'Africa, ci hanno dischiuso – già il 6 maggio durante la trasmissione Bastioni di Orione di Radio Blackout – una delle situazioni più infernali completamente occultate dal mondo.<br />Una delle sintesi più complete proviene  ora dall'Ispi che inquadra tutti gli aspetti di un tentativo di cancellazione di un popolo: «Stupri e assedio come arma di guerra nel Nord dell’Etiopia. E il patriarca ortodosso denuncia “un genocidio” contro la popolazione tigrina, ma il conflitto resta ‘invisibile’ agli occhi della comunità internazionale».<br />Così prosegue la nota dell'Ispi di @cam_casola (Camilo Casola): «Migliaia di donne, ragazze e bambine sarebbero vittime di stupri di guerra nella regione del Tigray, in Etiopia settentrionale al confine con l’Eritrea, teatro da mesi di un conflitto che vede impegnato l’esercito di Addis Abeba, a cui si sono unite le truppe della vicina Eritrea, in lotta contro il Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf). Il conflitto ha provocato lo sfollamento interno di migliaia di persone e la fuga di oltre 63000 tigrini nelle regioni confinanti del Sudan orientale, mentre l’Onu ha confermato che i militari bloccano l’accesso alle vie di comunicazione impedendo la distribuzione di cibo e aiuti nella regione dove ormai l’80 per cento della popolazione (6 milioni di persone) rischia di morire di fame. Come se non bastasse, a denunciare il ricorso agli stupri come arma di guerra sono diverse associazioni sul territorio, mentre nella capitale proseguono gli arresti ai danni di giornalisti. Le testimonianze riferiscono di violenze sessuali “diffuse e sistematiche” perpetrate da uomini in uniforme. Nel suo briefing al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 15 aprile, Mark Lowcock, coordinatore dei soccorsi di emergenza delle Nazioni Unite, ha dichiarato che “non c'è dubbio che la violenza sessuale sia usata in questo conflitto come arma di guerra, come mezzo per umiliare, terrorizzare e traumatizzare un’intera popolazione oggi e una generazione successiva domani”. Da settimane le accuse di massacri ai danni dei civili nella regione del Tigray si moltiplicano. Appena pochi giorni fa, il patriarca della Chiesa ortodossa etiope ha accusato il governo di genocidio contro il popolo dei Tigrini. “Dio giudicherà tutto” ha detto il patriarca Abune Mathias, un tigrino, aggiungendo: “Non so perché vogliono spazzare via la gente del Tigray dalla faccia della terra”. Il primo commento pubblico dall'inizio della guerra da parte del patriarca è stato affidato a un messaggio video ripreso con il cellulare dal direttore di una ong americana nel paese. Secondo Cnn, il religioso – 80 anni, patriarca ortodosso del paese con la più antica tradizione cristiana dell’intero continente africano – avrebbe registrato di nascosto il messaggio da Addis Abeba dove sarebbe agli arresti domiciliari nella sua residenza. È in questo contesto, di sospette violazioni del diritto umanitario e crimini di guerra e contro l’umanità, che si stanno consumando stupri etnici di massa».<br />Anche la ricostruzione dell'Ispi si fonda su notizie ampiamente condivise – ma pochissime e ampiamente filtrate da tutti gli stati limitrofi al Tigray, che appaiono contribuire alla dissoluzione della nazione tigrina, che ha controllato il potere etiope per quasi un trentennio; riporta l'Ispi: «Il casus belli, fatto risalire a un attacco delle forze tigrine a una base federale, sarebbero in realtà le elezioni convocate a settembre 2020 dalle autorità tigrine in segno di sfida contro il lockdown nazionale imposto da Addis Abeba. Ma le ragioni dello scontro tra il primo ministro e l’élite tigrina hanno radici ancor più profonde e affondano in una lotta di potere e legittimità tra il governo federale e il Tplf. Il 27 novembre il capoluogo Macallè cadeva e la giunta del Tplf veniva sostituita con una amministrazione ad interim. Abiy promise che la guerra si sarebbe conclusa in poche settimane e non avrebbe sprofondato il paese nel caos. Lo scorso 26 marzo il premier Abiy ha dichiarato che le truppe eritree si erano ritirate dal Tigray, ma secondo diversi mezzi di informazione la loro presenza sarebbe ancora ben visibile sul territorio».<br />Doveva essere un Blitzkrieg, un'operazione di polizia, va avanti da 6 mesi: non è stata valutata la capacità di resistenza di Macallé (o forse non si pensava ci fosse un così forte supporto al Fronte tigrino da parte degli abitanti dell'area)? L'@ispionline si pone alcune domande condivisibili: «il blackout sui mezzi di informazione, mentre l’accesso agli operatori umanitari è arbitrario e consentito con il contagocce. Inquietanti interrogativi si moltiplicano: Addis Abeba non vuole testimoni delle massicce violazioni dei diritti umani da parte delle truppe federali? L’Eritrea sta approfittando della situazione per assestare un colpo definitivo ai tigrini, avamposto delle truppe etiopi nei lunghi anni di guerra tra i due paesi?».<br />Oltre a Gloria proseguiremo prossimamente con testimonianze provenienti dal Corno d'Africa.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/44822949</guid><pubDate>Sat, 15 May 2021 00:40:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/44822949/2021_05_06_gloria_afrodiscendente_dal_tigray.mp3" length="22164929" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Le parole ferme, lancinanti e determinate di Gloria, diciottenne afrodiscendente toscana legata al Corno d'Africa, ci hanno dischiuso – già il 6 maggio durante la trasmissione Bastioni di Orione di Radio Blackout – una delle situazioni più infernali...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Le parole ferme, lancinanti e determinate di Gloria, diciottenne afrodiscendente toscana legata al Corno d'Africa, ci hanno dischiuso – già il 6 maggio durante la trasmissione Bastioni di Orione di Radio Blackout – una delle situazioni più infernali completamente occultate dal mondo.<br />Una delle sintesi più complete proviene  ora dall'Ispi che inquadra tutti gli aspetti di un tentativo di cancellazione di un popolo: «Stupri e assedio come arma di guerra nel Nord dell’Etiopia. E il patriarca ortodosso denuncia “un genocidio” contro la popolazione tigrina, ma il conflitto resta ‘invisibile’ agli occhi della comunità internazionale».<br />Così prosegue la nota dell'Ispi di @cam_casola (Camilo Casola): «Migliaia di donne, ragazze e bambine sarebbero vittime di stupri di guerra nella regione del Tigray, in Etiopia settentrionale al confine con l’Eritrea, teatro da mesi di un conflitto che vede impegnato l’esercito di Addis Abeba, a cui si sono unite le truppe della vicina Eritrea, in lotta contro il Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf). Il conflitto ha provocato lo sfollamento interno di migliaia di persone e la fuga di oltre 63000 tigrini nelle regioni confinanti del Sudan orientale, mentre l’Onu ha confermato che i militari bloccano l’accesso alle vie di comunicazione impedendo la distribuzione di cibo e aiuti nella regione dove ormai l’80 per cento della popolazione (6 milioni di persone) rischia di morire di fame. Come se non bastasse, a denunciare il ricorso agli stupri come arma di guerra sono diverse associazioni sul territorio, mentre nella capitale proseguono gli arresti ai danni di giornalisti. Le testimonianze riferiscono di violenze sessuali “diffuse e sistematiche” perpetrate da uomini in uniforme. Nel suo briefing al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 15 aprile, Mark Lowcock, coordinatore dei soccorsi di emergenza delle Nazioni Unite, ha dichiarato che “non c'è dubbio che la violenza sessuale sia usata in questo conflitto come arma di guerra, come mezzo per umiliare, terrorizzare e traumatizzare un’intera popolazione oggi e una generazione successiva domani”. Da settimane le accuse di massacri ai danni dei civili nella regione del Tigray si moltiplicano. Appena pochi giorni fa, il patriarca della Chiesa ortodossa etiope ha accusato il governo di genocidio contro il popolo dei Tigrini. “Dio giudicherà tutto” ha detto il patriarca Abune Mathias, un tigrino, aggiungendo: “Non so perché vogliono spazzare via la gente del Tigray dalla faccia della terra”. Il primo commento pubblico dall'inizio della guerra da parte del patriarca è stato affidato a un messaggio video ripreso con il cellulare dal direttore di una ong americana nel paese. Secondo Cnn, il religioso – 80 anni, patriarca ortodosso del paese con la più antica tradizione cristiana dell’intero continente africano – avrebbe registrato di nascosto il messaggio da Addis Abeba dove sarebbe agli arresti domiciliari nella sua residenza. È in questo contesto, di sospette violazioni del diritto umanitario e crimini di guerra e contro l’umanità, che si stanno consumando stupri etnici di massa».<br />Anche la ricostruzione dell'Ispi si fonda su notizie ampiamente condivise – ma pochissime e ampiamente filtrate da tutti gli stati limitrofi al Tigray, che appaiono contribuire alla dissoluzione della nazione tigrina, che ha controllato il potere etiope per quasi un trentennio; riporta l'Ispi: «Il casus belli, fatto risalire a un attacco delle forze tigrine a una base federale, sarebbero in realtà le elezioni convocate a settembre 2020 dalle autorità tigrine in segno di sfida contro il lockdown nazionale imposto da Addis Abeba. Ma le ragioni dello scontro tra il primo ministro e l’élite tigrina hanno radici ancor più profonde e affondano in una lotta di potere e legittimità tra il governo federale e il Tplf. Il 27 novembre il capoluogo Macallè cadeva e la giunta del Tplf veniva sostituita con una amministrazione ad interim. 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Questo era vero con Habré (di etnia tebu) e ancora di più con Idriss Déby che lo aveva deposto nel 1990, mantenendo il potere per 6 mandati, l'ultimo rinnovato con l'80 per cento dei suffragi (evidenti i brogli) il 19 aprile, giorno precedente alla sua morte avvenuta nella zona del Tibesti, dove era andato di persona a contrastare la rivolta del Fact (Fronte per l'alternanza e la concordia del Ciad), tribù goriane e tebu organizzate nel Fezzan, che la situazione libica spinge fuori dai confini verso sud.<br />Déby era il perno della politica di sicurezza per l'intera area, che tutto attorno al territorio di 'Ndjamena è costituita da zone di crisi (Libia, Republica centrafricana, Sudan Darfur, lago Ciad focolaio di Boko Haram); il paese è centro nevralgico per le missioni militari (Barkhane e Takuba, cui partecipa in forze l'esercito italiano senza che siano state discusse le regole d'ingaggio, dato che in Italia nessun dibattito è stato reso pubblico). I fronti ribelli storicamente arrivano dal Fezzan e un po' paradossalmente la ricomposizione della situazione libica e lo smantellamento delle milizie ciadiane e sudanesi usate nel periodo bellico da Haftar vengono indotte a lasciare il paese.<br />Da sempre ambigua è stata la relazione di Parigi con l'autocrate Déby: all'insediamento all'Eliseo tutti s'impegnano a superare il legame della Franceafrique con gli autocrati locali e il primo a venire nominato è il Ciad, salvo poi continuare la Realpolitik dei predecessori, perché la destabilizzazione di nazioni come il Mali per esempio resero indispensabili i servigi sul campo dell'esercito ciadiano, dove il 30-40 per cento della spesa è quella militare. Uno dei tanti enigmi dell'attuale situazione è rappresentato dal mancato appoggio diretto del supporto francese nell'episodio in cui ha trovato la morte Déby, generale che proveniva dalle regioni al confine sudanese, di etnia zaghawa, cresciuto e rimasto nell'alveo dell'esercito che alla sua morte ha messo in atto un golpe che ha portato il figlio, a sua volta generale 37enne, Mahamat Idriss Déby a subentrare – e voci parlano di un tentato controgolpe che lo avrebbe ferito nelle prime ore del passaggio di poteri. <br />Gli zaghawa sono stanziali e dediti all'agricoltura, mentre il Fact è per lo più espressione di allevatori nomadi tebu, riottosi al controllo di qualunque stato, anche fieramente anarchici e consapevoli di esserlo. Nella zona da loro attraversata del Sahara e in particolare nel Tibesti si sono scoperti importanti giacimenti d'oro, che Macron (attraverso Benalla) ha contribuito a che dal 2019 venissero sfruttati dal clan di Déby – coinvolgendo banche qatariote –, consentendo anche il massacro di piccoli cercatori locali, che avevano organizzato la difesa insieme ai tebu del Fact, come si legge nell'articolo di Alessandro De Toni. Le ricchezze di quei giacimenti potevano sovvenzionare la lotta contro il potere filofrancese e perciò l'aviazione francese ha bombardato quei villaggi nel 2019 a sostegno di Déby.<br />Dal punto di vista delle risorse l'appetibilità del paese si limita all'oro, in quanto il petrolio – presente in quantità non così ingente – è difficilmente trasportabile per una nazione senza sbocco sul mare e con enormi difficoltà di comunicazione per assenza di infrastrutture. L'aspetto prezioso è la collocazione strategica che rende il Ciad un ponte naturale tra la Libia e il Centrafrica e gli interessi che stanno sorgendo da parte di medie potenze esterne come la Turchia (soprattutto presente in Niger, oltreché in Libia) o la Russia (attraverso la Wagner, che ha scalzato la Francia in Centrafrica, e appoggia una fazione libica contrapposta al cavallo turco). Anche sulle rotte migratorie Déby faceva da argine (insieme all'impervio Tibesti) al flusso di persone in fuga dal Centrafrica, come itinerario alternativo a quello che vede il Niger come principale via verso la costa libica.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/44464840</guid><pubDate>Sat, 24 Apr 2021 08:18:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/44464840/2021_04_22_luca_raineri.mp3" length="29497860" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Abbiamo interpellato Luca Raineri per immaginare attraverso la storia recente del Ciad quali scenari si dischiudono in Sahel dopo la morte di Déby.
Il Ciad è centrale per gli equilibri della regione non solo direttamente attorno alle coste del lago...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Abbiamo interpellato Luca Raineri per immaginare attraverso la storia recente del Ciad quali scenari si dischiudono in Sahel dopo la morte di Déby.<br />Il Ciad è centrale per gli equilibri della regione non solo direttamente attorno alle coste del lago omonimo: dalla decolonizzazione è stato strumento del controllo occidentale, segnatamente quello francese, per cui ha svolto compiti da gendarme sull'intero Sahel e per buona parte del Sahara meridionale. Questo era vero con Habré (di etnia tebu) e ancora di più con Idriss Déby che lo aveva deposto nel 1990, mantenendo il potere per 6 mandati, l'ultimo rinnovato con l'80 per cento dei suffragi (evidenti i brogli) il 19 aprile, giorno precedente alla sua morte avvenuta nella zona del Tibesti, dove era andato di persona a contrastare la rivolta del Fact (Fronte per l'alternanza e la concordia del Ciad), tribù goriane e tebu organizzate nel Fezzan, che la situazione libica spinge fuori dai confini verso sud.<br />Déby era il perno della politica di sicurezza per l'intera area, che tutto attorno al territorio di 'Ndjamena è costituita da zone di crisi (Libia, Republica centrafricana, Sudan Darfur, lago Ciad focolaio di Boko Haram); il paese è centro nevralgico per le missioni militari (Barkhane e Takuba, cui partecipa in forze l'esercito italiano senza che siano state discusse le regole d'ingaggio, dato che in Italia nessun dibattito è stato reso pubblico). I fronti ribelli storicamente arrivano dal Fezzan e un po' paradossalmente la ricomposizione della situazione libica e lo smantellamento delle milizie ciadiane e sudanesi usate nel periodo bellico da Haftar vengono indotte a lasciare il paese.<br />Da sempre ambigua è stata la relazione di Parigi con l'autocrate Déby: all'insediamento all'Eliseo tutti s'impegnano a superare il legame della Franceafrique con gli autocrati locali e il primo a venire nominato è il Ciad, salvo poi continuare la Realpolitik dei predecessori, perché la destabilizzazione di nazioni come il Mali per esempio resero indispensabili i servigi sul campo dell'esercito ciadiano, dove il 30-40 per cento della spesa è quella militare. Uno dei tanti enigmi dell'attuale situazione è rappresentato dal mancato appoggio diretto del supporto francese nell'episodio in cui ha trovato la morte Déby, generale che proveniva dalle regioni al confine sudanese, di etnia zaghawa, cresciuto e rimasto nell'alveo dell'esercito che alla sua morte ha messo in atto un golpe che ha portato il figlio, a sua volta generale 37enne, Mahamat Idriss Déby a subentrare – e voci parlano di un tentato controgolpe che lo avrebbe ferito nelle prime ore del passaggio di poteri. <br />Gli zaghawa sono stanziali e dediti all'agricoltura, mentre il Fact è per lo più espressione di allevatori nomadi tebu, riottosi al controllo di qualunque stato, anche fieramente anarchici e consapevoli di esserlo. Nella zona da loro attraversata del Sahara e in particolare nel Tibesti si sono scoperti importanti giacimenti d'oro, che Macron (attraverso Benalla) ha contribuito a che dal 2019 venissero sfruttati dal clan di Déby – coinvolgendo banche qatariote –, consentendo anche il massacro di piccoli cercatori locali, che avevano organizzato la difesa insieme ai tebu del Fact, come si legge nell'articolo di Alessandro De Toni. Le ricchezze di quei giacimenti potevano sovvenzionare la lotta contro il potere filofrancese e perciò l'aviazione francese ha bombardato quei villaggi nel 2019 a sostegno di Déby.<br />Dal punto di vista delle risorse l'appetibilità del paese si limita all'oro, in quanto il petrolio – presente in quantità non così ingente – è difficilmente trasportabile per una nazione senza sbocco sul mare e con enormi difficoltà di comunicazione per assenza di infrastrutture. 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Non indebolita ma sta aprendosi un nuovo capitolo, fatto di vigilanza, sit-in e marce pacifiche, anche non autorizzate, senza colpi di testa.<br />I discorsi televisivi tenuti dai due leader hanno toccato pochi punti e Sonko ha invitato a limitare la violenza, pur lanciando nuove manifestazioni pacifiche a partire da quella antimperialista del 13 marzo in omaggio ai morti di questi giorni, per cui il venerdì 12 è giornata di lutto. <br />Sall ha spiegato con la pandemia il coprifuoco (che viene ridotto negli orari), cercando di disinnescare le accuse di strette repressive, per cui ha annunciato lo sblocco di 300 miliardi Cfa per lottare contro la disoccupazione con un approccio settoriale; d'altra parte ha accennato a una transizione futura ma non sotto minaccia di colpo di stato, con manifestanti che puntano al Palazzo. <br />Tante le promesse di Sall: di elezioni libere nel 2024, di svincolare la nazione dal ruolo di paese satellite del capitalismo francese, di non correre per un terzo mandato. Ma la mobilitazione non si è indebolita: la strategia ora è di fare manifestazioni pacifiche e di vigilanza fino alle elezioni legislative del 2024, intanto si insiste a richiedere con forza elezioni amministrative per quei mandati locali – molti – ormai scaduti da tempo. <br />Per quel che riguarda le licenze di pesca "regalate" alla Unione Europea e lo sfruttamento degli ingenti giacimenti petroliferi individuati nel territorio senegalese su cui ha messo mano Total e il definitivo superamento del Franc Cfa tutto è rimandato al 2024, al programma di un nuovo governo non condizionato da Parigi. Riuscirà il movimento a resistere fino ad allora attraverso le manifestazioni settimanali indette dal Pastef?]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/43857173</guid><pubDate>Fri, 12 Mar 2021 14:06:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/43857173/2021_03_11_ndiaga_diallo.mp3" length="7488157" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>In Senegal i graffiti che sintetizzano storia politica sono tradizione, quello che illustra la corrispondenza di N'Diaga Diallo è stato cancellato in pochissime ore.

La situazione si è in generale un po' normalizzata in Senegal, ma permangono alcuni...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[In Senegal i graffiti che sintetizzano storia politica sono tradizione, quello che illustra la corrispondenza di N'Diaga Diallo è stato cancellato in pochissime ore.<br /><br />La situazione si è in generale un po' normalizzata in Senegal, ma permangono alcuni contesti in cui il grado di mobilitazione rimane elevato, in particolare dove la polizia ha identificato le persone che hanno preso di mira i luoghi simbolici del colonialismo francese (19 sono i grandi magazzini Auchan che hanno fatto le spese della loro "francesità", che avranno bisogno di 5 mesi per venire ripristinati nelle loro funzioni) e nelle zone in cui si sono registrati i morti (che sarebbero almeno 13, nonostante l'ufficialità parli di 5 morti).<br />I campus universitari sono tutt'ora chiusi, ma la mobilitazione rimane forte soprattutto in quel contesto di precariato. Non indebolita ma sta aprendosi un nuovo capitolo, fatto di vigilanza, sit-in e marce pacifiche, anche non autorizzate, senza colpi di testa.<br />I discorsi televisivi tenuti dai due leader hanno toccato pochi punti e Sonko ha invitato a limitare la violenza, pur lanciando nuove manifestazioni pacifiche a partire da quella antimperialista del 13 marzo in omaggio ai morti di questi giorni, per cui il venerdì 12 è giornata di lutto. <br />Sall ha spiegato con la pandemia il coprifuoco (che viene ridotto negli orari), cercando di disinnescare le accuse di strette repressive, per cui ha annunciato lo sblocco di 300 miliardi Cfa per lottare contro la disoccupazione con un approccio settoriale; d'altra parte ha accennato a una transizione futura ma non sotto minaccia di colpo di stato, con manifestanti che puntano al Palazzo. <br />Tante le promesse di Sall: di elezioni libere nel 2024, di svincolare la nazione dal ruolo di paese satellite del capitalismo francese, di non correre per un terzo mandato. Ma la mobilitazione non si è indebolita: la strategia ora è di fare manifestazioni pacifiche e di vigilanza fino alle elezioni legislative del 2024, intanto si insiste a richiedere con forza elezioni amministrative per quei mandati locali – molti – ormai scaduti da tempo. <br />Per quel che riguarda le licenze di pesca "regalate" alla Unione Europea e lo sfruttamento degli ingenti giacimenti petroliferi individuati nel territorio senegalese su cui ha messo mano Total e il definitivo superamento del Franc Cfa tutto è rimandato al 2024, al programma di un nuovo governo non condizionato da Parigi. 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Una generazione incazzata per le ruberie e il saccheggio neocoloniale, che giustamente attribuisce alla rapacità francese la condizione del paese, in particolare dopo la scoperta di ingenti (500 milioni di barili) giacimenti petroliferi – e di gas – a Sangomar, al largo di Dakar (e già si hanno casi di corruzione). La vicenda di Sonko che abbiamo narrato già durante l'intervento di N'Diaga Diallo [<a href="https://www.spreaker.com/user/ogzero/ndiaga-diallo" rel="noopener">https://www.spreaker.com/user/ogzero/ndiaga-diallo</a>], è un pretesto, una montatura, un'imboscata per eliminare un personaggio molto apprezzato (forse troppo, quando viene considerato “uomo della provvidenza”, che ha trovato la chiave per essere sostenuto dai senegalesi), che proviene da Casamanche, che è un outsider, distante dalla nomenclatura – voluta e legata a Parigi – e che annuncerebbe una ritrattazione di tutti gli accordi capestro imposti da Macron e dalle ditte francesi come Auchan, Total, Orange che condizionano la vita quotidiana del mondo della Françafrique e che sono state saccheggiate nelle loro filiali di tutto il paese, perché vivono alle spese dei senegalesi, mentre la Francia è palesemente in declino. Simbolico di come il panafricanismo può trovare una nuova partenza da questa esasperazione, di giovani a cui non è stata lasciata alcuna alternativa all'emigrazione clandestina e pericolosa verso le Canarie.<br />Abbiamo raccolto con Mambaye Diop, e grazie alla trasmissione Radio Kalakuta di Radio Blackout, una nuova testimonianza di questa giornata di lotta.<br />La giornata dell'8 marzo ha visto manifestazioni di festa per la liberazione di Sonko, poi di nuovo si è piombati nelle provocazioni sbirresche che hanno caricato il tentativo di comizi volanti, ma ogni notte ragazzi impegnano le guardie non lasciandole dormire. Non sono tutti militanti di Pastef, ma sono tutti determinati... i giovani uccisi sono sotto i 22 anni e sono state intimidite le famiglie, perché trattengano questa furia giovanile. Sonko dovrà presentarsi davanti al giudice ogni 15 giorni e verrà accompagnato da masse, un'occasione per monitorare il sostegno del Movimento e si potrà vedere quali anime emergeranno maggiormente: se avranno la meglio i più radicali decisi a cacciare Macky Sall, o se prevarranno i moderati, pronti a dialogare e tollerare il presidente fino alla fine del mandato. La piazza è sicuramente più radicale degli oppositori (anche condizionati dai marabutti). In serata Macky Sall ha preferito accusare l'opposizione di aver orchestrato i saccheggi e saccheggi avvenuti nei giorni scorsi, mettendo volontariamente davanti donne / bambini.<br /> Invece di ammettere che c'è un problema con la sua governance / politica economica #FreeSenegal<br />Intanto le manifestazioni sarebbero proseguite secondo modalità diversificate e al momento della registrazione ancora da definire... poi il rilascio di Sonko e il suo invito a manifestazioni pacifiche e l'intervento televisivo di Sall hanno ridotto il livello di scontro, rinviando il confronto, come ci ha raccontato N'Diana Diallo: <a href="https://www.spreaker.com/user/ogzero/2021-03-11-ndiaga-diallo" rel="noopener">https://www.spreaker.com/user/ogzero/2021-03-11-ndiaga-diallo</a>.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/43800734</guid><pubDate>Tue, 09 Mar 2021 00:56:05 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/43800734/2021_03_08_mambaye_senegal.mp3" length="40587597" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Crollo dell'economia, trappola Cfa non più tollerabile, blocco pandemico che ha cancellato ogni possibilità di sopravvivenza per la maggioranza di giovani istruiti che svolgono lavori giornalieri in un'economia informale. 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La vicenda di Sonko che abbiamo narrato già durante l'intervento di N'Diaga Diallo [<a href="https://www.spreaker.com/user/ogzero/ndiaga-diallo" rel="noopener">https://www.spreaker.com/user/ogzero/ndiaga-diallo</a>], è un pretesto, una montatura, un'imboscata per eliminare un personaggio molto apprezzato (forse troppo, quando viene considerato “uomo della provvidenza”, che ha trovato la chiave per essere sostenuto dai senegalesi), che proviene da Casamanche, che è un outsider, distante dalla nomenclatura – voluta e legata a Parigi – e che annuncerebbe una ritrattazione di tutti gli accordi capestro imposti da Macron e dalle ditte francesi come Auchan, Total, Orange che condizionano la vita quotidiana del mondo della Françafrique e che sono state saccheggiate nelle loro filiali di tutto il paese, perché vivono alle spese dei senegalesi, mentre la Francia è palesemente in declino. Simbolico di come il panafricanismo può trovare una nuova partenza da questa esasperazione, di giovani a cui non è stata lasciata alcuna alternativa all'emigrazione clandestina e pericolosa verso le Canarie.<br />Abbiamo raccolto con Mambaye Diop, e grazie alla trasmissione Radio Kalakuta di Radio Blackout, una nuova testimonianza di questa giornata di lotta.<br />La giornata dell'8 marzo ha visto manifestazioni di festa per la liberazione di Sonko, poi di nuovo si è piombati nelle provocazioni sbirresche che hanno caricato il tentativo di comizi volanti, ma ogni notte ragazzi impegnano le guardie non lasciandole dormire. Non sono tutti militanti di Pastef, ma sono tutti determinati... i giovani uccisi sono sotto i 22 anni e sono state intimidite le famiglie, perché trattengano questa furia giovanile. Sonko dovrà presentarsi davanti al giudice ogni 15 giorni e verrà accompagnato da masse, un'occasione per monitorare il sostegno del Movimento e si potrà vedere quali anime emergeranno maggiormente: se avranno la meglio i più radicali decisi a cacciare Macky Sall, o se prevarranno i moderati, pronti a dialogare e tollerare il presidente fino alla fine del mandato. La piazza è sicuramente più radicale degli oppositori (anche condizionati dai marabutti). In serata Macky Sall ha preferito accusare l'opposizione di aver orchestrato i saccheggi e saccheggi avvenuti nei giorni scorsi, mettendo volontariamente davanti donne / bambini.<br /> Invece di ammettere che c'è un problema con la sua governance / politica economica #FreeSenegal<br />Intanto le manifestazioni sarebbero proseguite secondo modalità diversificate e al momento della registrazione ancora da definire... poi il rilascio di Sonko e il suo invito a manifestazioni pacifiche e l'intervento televisivo di Sall hanno ridotto il livello di scontro, rinviando il confronto, come ci ha raccontato N'Diana Diallo: <a href="https://www.spreaker.com/user/ogzero/2021-03-11-ndiaga-diallo" rel="noopener">https://www.spreaker.com/user/ogzero/2021-03-11-ndiaga-diallo</a>.]]></itunes:summary><itunes:duration>2537</itunes:duration><itunes:keywords>auchan,casamanche,dakar,freesenegal,mackysall,orange,pastef,senegal,sonko,total,y'enamarr</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1f020c4106a6c08eeb088b062f851541.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La rabbia di Dakar e la repressione di Sall</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-rabbia-di-dakar-e-la-repressione-di-sall--43758725</link><description><![CDATA[La situazione in Senegal è degenerata il 4 marzo 2021: molte zone di Dakar sono state terreno di guerriglia urbana, ma con la capitale anche Saint Louis, Louga, tutto il paese è una polveriera. Tutto nasce dalla provocazione perpetrata dal regime di Sall quando ha arrestato platealmente Sonko, il leader dell'opposizione.<br />Ne è sorta una insurrezione in tutto il Senegal, che ci racconta in diretta attraverso WhatsApp il giornalista politico freelance, attivista membro di Énergie pour les droits humains Sénégal, N'diaga Diallo, a cui abbiamo posto alcune domande dopo il racconto iniziale sugli scontri di questi giorni<br /><br />Forti scontri con forze dell'ordine, saccheggiati diversi Auchan e distrutte stazioni Total (simboli francofoni), attaccata e data alle fiamme in serata la RFM (radio di Youssou N'Dour) e la sede del quotidiano “Soleil”; si contano già almeno 3 morti. Ieri lo Stato ha oscurato alcune emittenti indipendenti (SenTv e Walfadjiri), in serata bloccato accesso a youtube e in certe zone la possibilità di inviare video e audio su whatsapp. Si ha la chiara sensazione che si stia montando una rivolta contro il governo di Macky Sall, il fantoccio di Macron che sempre più assomiglia a un regime repressivo di stampo dittatoriale (e di nuovo con tentativi di piegare la costituzione alla perpetuazione del potere), che si avvale di una milizia: Les Marrons du Fuoco che sono affiliate alla polizia politica, reclutate come persone che offrono i loro servizi, non come militanti, pur simpatizzando per Sall. Queste manifestazioni vanno molto al di là della lotta per la liberazione di Sonko, il capo dell'opposizione (un novello Bobi Wine, il cui partito è assimilabile alla France Insoumise di Mélenchon) arrestato con procedure da stato di polizia: è stato "rapito" e dirottato mentre si dirigeva in tribunale, perché accusato pretestuosamente di stupro, chi parla di semplice querelle politica si sbaglia. Questa atmosfera sta facendo venir fuori lo spirito di un popolo, soprattutto di una gioventù ancora più colpita dal Covid, che impedisce persino le poche attività precarie ancora rimaste (per lo più di vendita di povere merci), perché chiudendo per la pandemia sono stati spinti ancora di più ad affrontare i pericoli di una migrazione clandestina di fronte alla miseria che si profila e la diffusa disoccupazione (tanto che i saccheggi sono di merci di prima necessità: cibo, dentifrici...): le manifestazioni sono numerose e partecipate da giovani e giovanissimi, che hanno accumulato nel tempo un sentimento di frustrazione ed impotenza contro l'ingiustizia che regna al potere, contro una democrazia alla deriva. Una profonda testimonianza di spaccatura nel paese in cui, soprattutto i giovani, hanno perso totalmente fiducia nella classe dirigente.<br />La risposta del potere è stata repressione, violenze, incarcerazioni, torture. Aggressioni di giornalisti non allineati, infiltrati provocatori e già si comincia a tentare di screditare il movimento definendoli terroristi antirepubblicani. Ma ci sono episodi di "fraternizzazione" tra guardie e manifestanti, che magari sono parenti che vivono insieme le stesse miserie. Alle manifestazioni partecipa la società civile, le piazze sono piene di giovani; con l'associazione Y'en a Marr e altre... proibita.<br /><br />Seguite #Y'en a Marre]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/43758725</guid><pubDate>Fri, 05 Mar 2021 21:50:19 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/43758725/ndiaga_diallo.mp3" length="17253679" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>La situazione in Senegal è degenerata il 4 marzo 2021: molte zone di Dakar sono state terreno di guerriglia urbana, ma con la capitale anche Saint Louis, Louga, tutto il paese è una polveriera. Tutto nasce dalla provocazione perpetrata dal regime di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La situazione in Senegal è degenerata il 4 marzo 2021: molte zone di Dakar sono state terreno di guerriglia urbana, ma con la capitale anche Saint Louis, Louga, tutto il paese è una polveriera. Tutto nasce dalla provocazione perpetrata dal regime di Sall quando ha arrestato platealmente Sonko, il leader dell'opposizione.<br />Ne è sorta una insurrezione in tutto il Senegal, che ci racconta in diretta attraverso WhatsApp il giornalista politico freelance, attivista membro di Énergie pour les droits humains Sénégal, N'diaga Diallo, a cui abbiamo posto alcune domande dopo il racconto iniziale sugli scontri di questi giorni<br /><br />Forti scontri con forze dell'ordine, saccheggiati diversi Auchan e distrutte stazioni Total (simboli francofoni), attaccata e data alle fiamme in serata la RFM (radio di Youssou N'Dour) e la sede del quotidiano “Soleil”; si contano già almeno 3 morti. Ieri lo Stato ha oscurato alcune emittenti indipendenti (SenTv e Walfadjiri), in serata bloccato accesso a youtube e in certe zone la possibilità di inviare video e audio su whatsapp. Si ha la chiara sensazione che si stia montando una rivolta contro il governo di Macky Sall, il fantoccio di Macron che sempre più assomiglia a un regime repressivo di stampo dittatoriale (e di nuovo con tentativi di piegare la costituzione alla perpetuazione del potere), che si avvale di una milizia: Les Marrons du Fuoco che sono affiliate alla polizia politica, reclutate come persone che offrono i loro servizi, non come militanti, pur simpatizzando per Sall. Queste manifestazioni vanno molto al di là della lotta per la liberazione di Sonko, il capo dell'opposizione (un novello Bobi Wine, il cui partito è assimilabile alla France Insoumise di Mélenchon) arrestato con procedure da stato di polizia: è stato "rapito" e dirottato mentre si dirigeva in tribunale, perché accusato pretestuosamente di stupro, chi parla di semplice querelle politica si sbaglia. Questa atmosfera sta facendo venir fuori lo spirito di un popolo, soprattutto di una gioventù ancora più colpita dal Covid, che impedisce persino le poche attività precarie ancora rimaste (per lo più di vendita di povere merci), perché chiudendo per la pandemia sono stati spinti ancora di più ad affrontare i pericoli di una migrazione clandestina di fronte alla miseria che si profila e la diffusa disoccupazione (tanto che i saccheggi sono di merci di prima necessità: cibo, dentifrici...): le manifestazioni sono numerose e partecipate da giovani e giovanissimi, che hanno accumulato nel tempo un sentimento di frustrazione ed impotenza contro l'ingiustizia che regna al potere, contro una democrazia alla deriva. Una profonda testimonianza di spaccatura nel paese in cui, soprattutto i giovani, hanno perso totalmente fiducia nella classe dirigente.<br />La risposta del potere è stata repressione, violenze, incarcerazioni, torture. Aggressioni di giornalisti non allineati, infiltrati provocatori e già si comincia a tentare di screditare il movimento definendoli terroristi antirepubblicani. Ma ci sono episodi di "fraternizzazione" tra guardie e manifestanti, che magari sono parenti che vivono insieme le stesse miserie. Alle manifestazioni partecipa la società civile, le piazze sono piene di giovani; con l'associazione Y'en a Marr e altre... proibita.<br /><br />Seguite #Y'en a Marre]]></itunes:summary><itunes:duration>1079</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ee0a7107a24ef9a7f2f6b876c59bda87.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Può nascere da Bobi Wine una leadership partecipativa?</title><link>https://www.spreaker.com/episode/puo-nascere-da-bobi-wine-una-leadership-partecipativa--42698199</link><description><![CDATA[Un reporter attualmente in Uganda in uno snodo epocale dato dalle elezioni del 14 gennaio 2021 ci ha inviato una prima intervista a un sostenitore del trascinatore Bobi Wine, con molte chance contro il potere trentennale di Museveni perché «ha dato un’unità di visione a chi aveva molti diversi problemi», soprattutto a chi proviene da quel ghetto da cui lui è uscito, dapprima con scarso impegno e poi cavalcando la richiesta sempre più impellente di cambiamento, di giustizia sociale, di soddisfazione di bisogni e verità. Nelle sue parole l’illustrazione dei sogni, delle lotte, delle botte e delle speranze riposte in un cambiamento, ma anche uno spaccato della società ugandese con dovizia di particolari, gusti, esperienze, fatiche e... rabbia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/42698199</guid><pubDate>Tue, 29 Dec 2020 10:25:06 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/42698199/alex_kamukama_interview_17_12_2020.mp3" length="101766016" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Un reporter attualmente in Uganda in uno snodo epocale dato dalle elezioni del 14 gennaio 2021 ci ha inviato una prima intervista a un sostenitore del trascinatore Bobi Wine, con molte chance contro il potere trentennale di Museveni perché «ha dato...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Un reporter attualmente in Uganda in uno snodo epocale dato dalle elezioni del 14 gennaio 2021 ci ha inviato una prima intervista a un sostenitore del trascinatore Bobi Wine, con molte chance contro il potere trentennale di Museveni perché «ha dato un’unità di visione a chi aveva molti diversi problemi», soprattutto a chi proviene da quel ghetto da cui lui è uscito, dapprima con scarso impegno e poi cavalcando la richiesta sempre più impellente di cambiamento, di giustizia sociale, di soddisfazione di bisogni e verità. Nelle sue parole l’illustrazione dei sogni, delle lotte, delle botte e delle speranze riposte in un cambiamento, ma anche uno spaccato della società ugandese con dovizia di particolari, gusti, esperienze, fatiche e... rabbia.]]></itunes:summary><itunes:duration>2545</itunes:duration><itunes:keywords>besigye,bobiwine,kampala,museveni,uganda</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c8b6c53b9a39795ab8d2528a273b809f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Etiopia meta del complesso militar-industriale italiano</title><link>https://www.spreaker.com/episode/etiopia-meta-del-complesso-militar-industriale-italiano--41984345</link><description><![CDATA[Nel 2019 il Conte1 aveva stipulato con la ministra Trenta accordi militari con il presidente-nobel_per_la_pace_Ahmed: «difesa e sicurezza, formazione e addestramento, assistenza tecnica, operazioni di supporto alla pace... trasferimento di struttura d'arma e apparecchiatura bellica... è auspicata la promozione di iniziative finalizzate a razionalizzare il controllo sui prodotti a uso militare» (<a href="https://www.africa-express.info/2020/11/07/letiopia-bombarda-il-tigray-e-e-roma-firma-un-accordo-militare-con-addis-abeba/)" rel="noopener">https://www.africa-express.info/2020/11/07/letiopia-bombarda-il-tigray-e-e-roma-firma-un-accordo-militare-con-addis-abeba/)</a>; come i precedenti governi, soprattutto di centrosinistra, avevano appoggiato la parte eritrea, ora già coinvolta con esplosioni all'Asmara, perché gli ahmara si sono schierati subito con Addis Abeba. L'Italia sta cercando di tornare a essere protagonista nel Corno d'Africa... e quindi soffierà sul fuoco della guerra in un’area popolata dagli apparati militari di tutte le potenze mondiali, che si stanno accaparrando fette di un territorio che controlla traffici, merci, risorse. Una vera operazione neocoloniale nascosta sotto  la cooperazione allo sviluppo.<br />Angelo Ferrari conclude dicendo che le nazioni sono al soldo di potenze straniere per ridisegnare la geopolitica internazionale come avvenne nel periodo coloniale classico: tutte le potenze sono intente a controllare il passaggio del Mar Rosso da Aden a Suez (infatti a Gibuti, snodo essenziale del Belt Road Initiative, sono presenti tutti i contingenti militari) e ogni mossa è un riposizionamento strategico.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/41984345</guid><pubDate>Sun, 15 Nov 2020 12:10:03 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/41984345/etiopia_meta_del_complesso_militar_industriale_italiano_04.mp3" length="7193602" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Nel 2019 il Conte1 aveva stipulato con la ministra Trenta accordi militari con il presidente-nobel_per_la_pace_Ahmed: «difesa e sicurezza, formazione e addestramento, assistenza tecnica, operazioni di supporto alla pace... trasferimento di struttura...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Nel 2019 il Conte1 aveva stipulato con la ministra Trenta accordi militari con il presidente-nobel_per_la_pace_Ahmed: «difesa e sicurezza, formazione e addestramento, assistenza tecnica, operazioni di supporto alla pace... trasferimento di struttura d'arma e apparecchiatura bellica... è auspicata la promozione di iniziative finalizzate a razionalizzare il controllo sui prodotti a uso militare» (<a href="https://www.africa-express.info/2020/11/07/letiopia-bombarda-il-tigray-e-e-roma-firma-un-accordo-militare-con-addis-abeba/)" rel="noopener">https://www.africa-express.info/2020/11/07/letiopia-bombarda-il-tigray-e-e-roma-firma-un-accordo-militare-con-addis-abeba/)</a>; come i precedenti governi, soprattutto di centrosinistra, avevano appoggiato la parte eritrea, ora già coinvolta con esplosioni all'Asmara, perché gli ahmara si sono schierati subito con Addis Abeba. L'Italia sta cercando di tornare a essere protagonista nel Corno d'Africa... e quindi soffierà sul fuoco della guerra in un’area popolata dagli apparati militari di tutte le potenze mondiali, che si stanno accaparrando fette di un territorio che controlla traffici, merci, risorse. Una vera operazione neocoloniale nascosta sotto  la cooperazione allo sviluppo.<br />Angelo Ferrari conclude dicendo che le nazioni sono al soldo di potenze straniere per ridisegnare la geopolitica internazionale come avvenne nel periodo coloniale classico: tutte le potenze sono intente a controllare il passaggio del Mar Rosso da Aden a Suez (infatti a Gibuti, snodo essenziale del Belt Road Initiative, sono presenti tutti i contingenti militari) e ogni mossa è un riposizionamento strategico.]]></itunes:summary><itunes:duration>450</itunes:duration><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d07dd377f3a096ffe649b99cd3df16e2.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Nazionalismo e svolta liberista di Ahmed</title><link>https://www.spreaker.com/episode/nazionalismo-e-svolta-liberista-di-ahmed--41984278</link><description><![CDATA[Ahmed sta producendo lo sforzo di superare l'etno-nazionalismo per arrivare a una forma di nazionalismo etiope, che la Diga della Rinascita rappresenta così unitaria (ma è divisiva – ovviamente – con gli altri paesi dell'area). Ma non può che essere a tempi lunghi, visto che persino la sua stessa etnia oromo si contrappone (molteplici sono stati gli scontri e i moti di piazza nei mesi scorsi). L'apertura liberista al capitale privato crea attriti nell’intera società, nel Tigray ancora di più; la penetrazione di militari nazionali nella regione settentrionale è quindi vista come intrusione, che ha fatto esplodere gli attacchi di Makallè. Si rischia l'esatto opposto del tentativo di unificare: la frammentazione perché ciascuno non si sente rappresentato a sufficienza. Intanto sono già 15.000 gli sfollati e innumerevoli i morti (si parla di 500 solo nel massacro del 10 novebre a Mai-Kadra, in Tigray).<br />Prosegue su questo l’incontro della redazione de I Bastioni di Orione (radio Blackout) con Angelo Ferrari]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/41984278</guid><pubDate>Sun, 15 Nov 2020 12:05:19 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/41984278/2020_11_10_nazionalismo_e_svolta_liberista_di_ahmed_03.mp3" length="4042921" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Ahmed sta producendo lo sforzo di superare l'etno-nazionalismo per arrivare a una forma di nazionalismo etiope, che la Diga della Rinascita rappresenta così unitaria (ma è divisiva – ovviamente – con gli altri paesi dell'area). 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Intanto sono già 15.000 gli sfollati e innumerevoli i morti (si parla di 500 solo nel massacro del 10 novebre a Mai-Kadra, in Tigray).<br />Prosegue su questo l’incontro della redazione de I Bastioni di Orione (radio Blackout) con Angelo Ferrari]]></itunes:summary><itunes:duration>253</itunes:duration><itunes:keywords>ahmed,elezioni,etiopia,guerra,macallè,tigray</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a0d78d959caab895a91ac3627d197aa1.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Chi sta sabotando la convivenza e l'integrazione etnica?</title><link>https://www.spreaker.com/episode/chi-sta-sabotando-la-convivenza-e-l-integrazione-etnica--41984121</link><description><![CDATA[La crisi del Tigray nasce dallo scontro politico con il Tpfl, che è stato a lungo il partito egemone in seno all'Ersdf. Il Fronte tigrino si è sentito più volte preso di mira dalle riforme del nuovo premier, che intanto ha creato una propria formazione politica, il Partito della prosperità.  <br />Nel Tigray le autorità locali hanno deciso di tenere elezioni indipendenti, quelle che sono state rinviate ad agosto con la causale (forse pretestuosa?) della epidemia di SarsCov2 e il Tpfl è stato riconfermato al governo regionale.Ora lo scontro è diventato militare, con il rischio che la rivalità politica si trasformi in conflitto interetnico. Soprattutto per l'avvicendamento di una tribù diversa (gli oromo) alla guida del paese, che sancisce il venir meno del processo di integrazione tra le molte etnie che compongono l'Etiopia; proprio quel sabotaggio del superamento delle divisioni etniche che nella testimonianza del giovane etiope si attribuiva al trentennio tigrino.<br />Mulu Nega è stato nominato da Ahmed nuovo governatore ad interim per la regione settentrionale del Tigray. Poco prima il parlamento aveva preso la risoluzione di stabilire un'amministrazione provvisoria.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/41984121</guid><pubDate>Sun, 15 Nov 2020 11:55:11 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/41984121/2020_11_10_etiopia_chi_sta_sabotando_la_convivenza_e_l_integrazione_etnica_02.mp3" length="4290372" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>La crisi del Tigray nasce dallo scontro politico con il Tpfl, che è stato a lungo il partito egemone in seno all'Ersdf. Il Fronte tigrino si è sentito più volte preso di mira dalle riforme del nuovo premier, che intanto ha creato una propria...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[La crisi del Tigray nasce dallo scontro politico con il Tpfl, che è stato a lungo il partito egemone in seno all'Ersdf. Il Fronte tigrino si è sentito più volte preso di mira dalle riforme del nuovo premier, che intanto ha creato una propria formazione politica, il Partito della prosperità.  <br />Nel Tigray le autorità locali hanno deciso di tenere elezioni indipendenti, quelle che sono state rinviate ad agosto con la causale (forse pretestuosa?) della epidemia di SarsCov2 e il Tpfl è stato riconfermato al governo regionale.Ora lo scontro è diventato militare, con il rischio che la rivalità politica si trasformi in conflitto interetnico. Soprattutto per l'avvicendamento di una tribù diversa (gli oromo) alla guida del paese, che sancisce il venir meno del processo di integrazione tra le molte etnie che compongono l'Etiopia; proprio quel sabotaggio del superamento delle divisioni etniche che nella testimonianza del giovane etiope si attribuiva al trentennio tigrino.<br />Mulu Nega è stato nominato da Ahmed nuovo governatore ad interim per la regione settentrionale del Tigray. Poco prima il parlamento aveva preso la risoluzione di stabilire un'amministrazione provvisoria.]]></itunes:summary><itunes:duration>269</itunes:duration><itunes:keywords>ahmara,ahmed,elezioni,etiopia,guerra,macallè,oromo,tigray,tigrini</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/178ce5706fdad011db4222be1f0444c8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Rivolta tigrina contro il superamento dell'etno-nazionalismo di Ahmed</title><link>https://www.spreaker.com/episode/rivolta-tigrina-contro-il-superamento-dell-etno-nazionalismo-di-ahmed--41984088</link><description><![CDATA[Abbiamo affidato la ricostruzione dei fatti a un giovane etiope che fa da portavoce di un gruppo di emigrati dal Corno d'Africa a Toriino. Scegliendo deliberatamente questo approccio sapevamo che ne sarebbe scaturita una visione parziale e divisiva che è componente essenziale del dissidio secolare tra le tribù che popolano quell'area: amhara, oromo, tigrini, borana, mursi, karo, hamar... .<br />ll primo tassello da cui partire per descrivere la situazione è l'ancora forte percezione di sé della minoranza tigrina di fronte alla spinta all'integrazione nazionale impressa da Ahmed e dalla sua esigenza di rilanciare l'economia anche con le ingenti risorse del Nord del paese, sia dopo questi ultimi decenni, successivi al crollo del regime del Derg, le innumerevoli guerre con Eritrea e Somalia, sia con la costante centralità della regione del Tigré con la sua gestione del potere nell'ultimo ventennio da parte della minoranza tigrina (6 per cento della popolazione etiope), oppressione di cui si avverte l'eco nelle parole risentite del nostro interlocutore africano, che legittimava l'intervento di Addis Abeba contro i ricchi secessionisti tigrini (cristiani), vieppiù separatisti e fomentatori delle divisioni etniche dopo aver perso il controllo del potere centrale e dell'esercito.<br />Ne abbiamo quindi discusso con Angelo Ferrari durante la trasmissione Bastioni di Orione di Radio Blackout]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/41984088</guid><pubDate>Sun, 15 Nov 2020 11:50:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/41984088/2020_11_10_fatti_narrazione_etiope_01.mp3" length="4094798" type="audio/mpeg"/><itunes:author>I Bastioni di Orione</itunes:author><itunes:subtitle>Abbiamo affidato la ricostruzione dei fatti a un giovane etiope che fa da portavoce di un gruppo di emigrati dal Corno d'Africa a Toriino. Scegliendo deliberatamente questo approccio sapevamo che ne sarebbe scaturita una visione parziale e divisiva...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Abbiamo affidato la ricostruzione dei fatti a un giovane etiope che fa da portavoce di un gruppo di emigrati dal Corno d'Africa a Toriino. Scegliendo deliberatamente questo approccio sapevamo che ne sarebbe scaturita una visione parziale e divisiva che è componente essenziale del dissidio secolare tra le tribù che popolano quell'area: amhara, oromo, tigrini, borana, mursi, karo, hamar... .<br />ll primo tassello da cui partire per descrivere la situazione è l'ancora forte percezione di sé della minoranza tigrina di fronte alla spinta all'integrazione nazionale impressa da Ahmed e dalla sua esigenza di rilanciare l'economia anche con le ingenti risorse del Nord del paese, sia dopo questi ultimi decenni, successivi al crollo del regime del Derg, le innumerevoli guerre con Eritrea e Somalia, sia con la costante centralità della regione del Tigré con la sua gestione del potere nell'ultimo ventennio da parte della minoranza tigrina (6 per cento della popolazione etiope), oppressione di cui si avverte l'eco nelle parole risentite del nostro interlocutore africano, che legittimava l'intervento di Addis Abeba contro i ricchi secessionisti tigrini (cristiani), vieppiù separatisti e fomentatori delle divisioni etniche dopo aver perso il controllo del potere centrale e dell'esercito.<br />Ne abbiamo quindi discusso con Angelo Ferrari durante la trasmissione Bastioni di Orione di Radio Blackout]]></itunes:summary><itunes:duration>256</itunes:duration><itunes:keywords>ahmed,elezioni,etiopia,guerra,macallè,mulunega,tigray,tpfl</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/97c78cffd3c39d458079129ea094f4a1.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item></channel></rss>
