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<rss xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:podcast="https://podcastindex.org/namespace/1.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" version="2.0"><channel><title>Santi e beati - BastaBugie.it</title><link>http://www.bastabugie.it/it/filtra_argomenti.php?id=29</link><description><![CDATA[Vite straordinarie di persone normali che hanno scelto di vivere la vita di tutti i giorni secondo gli insegnamenti del Vangelo]]></description><atom:link href="https://www.spreaker.com/show/3572878/episodes/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><language>it</language><category>Religion &amp; Spirituality</category><copyright>Copyright BastaBugie</copyright><image><url>https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/401e10489bf5475915819a2dfb20edfc.jpg</url><title>Santi e beati - BastaBugie.it</title><link>http://www.bastabugie.it/it/filtra_argomenti.php?id=29</link></image><lastBuildDate>Wed, 08 Jul 2026 16:26:41 +0000</lastBuildDate><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:owner><itunes:name>BastaBugie</itunes:name><itunes:email>feeds@spreaker.com</itunes:email></itunes:owner><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/401e10489bf5475915819a2dfb20edfc.jpg"/><itunes:subtitle>Vite straordinarie di persone normali che hanno scelto di vivere la vita di tutti i giorni secondo gli insegnamenti del Vangelo</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Vite straordinarie di persone normali che hanno scelto di vivere la vita di tutti i giorni secondo gli insegnamenti del Vangelo]]></itunes:summary><itunes:category text="Religion &amp; Spirituality"/><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:type>episodic</itunes:type><item><title>La bufala di Giovanna d'Arco come prima femminista della storia</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-bufala-di-giovanna-d-arco-come-prima-femminista-della-storia--72853694</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8594" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8594</a><br /><br />LA BUFALA DI GIOVANNA D'ARCO COME PRIMA FEMMINISTA DELLA STORIA<br />di Cristina Siccardi<br /> <br />L'Unione Europea e i media "griffati" invitano spesso e volentieri ad essere solleciti nel verificare le notizie per non cadere nella trappola delle fake news, quando poi sono loro stessi a propinarle in gran quantità. L'ultima, in ordine di tempo, è quella lanciata dall'Agenzia Stampa AGI con l'articolo del 28 maggio u.s. con l'articolo intitolato Giovanna d'Arco, la prima femminista della Storia. <br />Sia ben chiaro e scritto a chiare lettere: non solo nessuna santa della Chiesa Cattolica può essere etichettata come femminista, ma neppure nessuna donna, che si professa cattolica, può essere una femminista. Il modello per ogni donna credente nella Santissima Trinità ha come modello e stella polare Maria Santissima, che non può avere nulla a che vedere con una ideologia che non solo va contro le leggi di Dio, ma anche contro le leggi di natura. Il femminismo è una patologia politica e cultura iniziata sì in Francia, ma tre secoli dopo Jeanne d'Arc, sotto la Rivoluzione francese.<br />Di fronte a queste menzogne paganeggianti che strumentalizzano, per scopi ideologici, figure come quelle dei santi, non si può far altro che, con fonti storiche alla mano, ricordare chi sono state realmente. Nessuna interpretazione, ma solo fatti e date. <br />La memoria liturgica della cosiddetta Pulzella d'Orléans cade il 30 di maggio, giorno del suo dies natalis. Fin da quando aveva tredici anni fu eletta ed investita da Dio per una missione religiosa e politica di altissima responsabilità: liberare la Francia dalla prepotenza inglese in nome di Dio.<br />La Chiesa, in quel periodo, viveva la profonda crisi del grande scisma d'Occidente, durato quasi 40 anni. Quando Caterina da Siena (1347-1380) morì c'erano un Papa e un antipapa; quando Giovanna nacque, nel gennaio del 1412 (si dice il giorno dell'Epifania, ma la cronologia è incerta), c'erano un Papa e due antipapi. Insieme a questa lacerazione all'interno della Chiesa, vi erano continue lotte fratricide fra i popoli europei, la più drammatica delle quali fu la «Guerra dei cent'anni» tra Francia e Inghilterra, iniziata nel 1337 e conclusasi, con pause intermedie, nel 1453.<br />Guerre, carestie, pestilenze, eresie prostrarono l'Europa. Era il tempo degli incubi, dove nell'immaginario collettivo le autentiche manifestazioni mistiche si intrecciavano con le magie e le stregonerie, il mondo reale della sofferenza e della morte cruenta si sovrapponeva alle fantasie demoniache popolate di mostri e di balli macabri. In questo clima di sopraffazione, di congiure e di usurpatori, di confusione nella Chiesa e nelle nazioni, l'analfabeta Jeanne, nata a Domrémy (oggi Domrémy-la-Pucelle), nei Vosgi, nella regione della Lorena, scrive una lettera di fuoco e di grazia il 22 marzo 1429, martedì della Settimana Santa:<br />LA PULZELLA INVIATA DA DIO<br />«Gesù, Maria! Re d'Inghilterra e voi duca di Bedford che vi dite reggente del regno di Francia, voi Guglielmo di La Poule, conte di Suffolk, Giovanni sire di Talbot, e voi Tommaso sire di Scales, che vi dite luogotenenti del duca di Bedford, rendete giustizia al Re del cielo. Restituite alla Pulzella che qui è stata inviata da Dio, il Re del cielo, le chiavi di tutte le buone città da voi prese e violate in Francia. Ella è venuta qui da parte di Dio per implorare il sangue reale. Ella è pronta a far pace, se volete renderle giustizia, a patto che le restituiate la Francia e paghiate per averla tenuta. E fra voi, arcieri compagni di guerra e voi altri che siete sotto la città di Orléans, andatevene nel vostro paese in nome di Dio; e se non lo fate attendete notizie della Pulzella che ben presto vi vedrà in grandissime disgrazie. Re d'Inghilterra, se così non fate, io sono condottiero e in qualunque luogo attenderò in Francia le vostre genti, volenti o nolenti le caccerò via. E se non vogliono obbedire, tutte le farò uccidere; sono qui inviata da parte di Dio, Re del cielo, corpo a corpo, per espellervi da tutta quanta Francia. E se vogliono obbedire saranno nelle mie grazie. E non pensate altrimenti, perché non otterrete il regno di Francia da Dio, il Re del cielo, figlio di Santa Maria, ma l'avrà re Carlo, il vero erede, perché Dio, il Re del cielo, lo vuole [...]» (AA.VV., Storia dei Santi e della santità cristiana, a cura di André Vauchez, Università di Parigi X - Nanterre, vol. VII, p. 145).<br />Jeanne, la cui vita, consumatasi in 19 anni, fu un mistero di ineffabile gioia e di inesplicabile dolore, era la minore dei cinque figli di Jacques d'Arc e di Isabelle Romée, agiati contadini. Nell'estate del 1425, all'età di 13 anni, nel giardino di casa, sente una voce... è quella di san Michele Arcangelo, che le dice di far sua la causa della Francia. Udrà la voce ancora molte volte e ad essa si uniranno quelle delle vergini e martiri santa Margherita D'Antiochia (275 - 290) e di santa Caterina d'Alessandria (287-305). L'incalzante invito era accompagnato a quello di far consacrare Carlo di Valois (1403-1461) quale re di Francia. Ma come era possibile? Giovanna fece resistenza: era una semplice ragazza adolescente, come avrebbe potuto ottemperare a quella richiesta? Ma il Signore rende possibile l'umanamente impossibile.<br />IL VOTO DI VERGINITÀ<br />Domrémy si trovava ai confini del regno, nella valle della Mosa che divideva la Francia dall'Impero Romano-Germanico. Gli Anglo-Borgognoni nel 1428 si impadronirono di tutte le piazze della Mosa rimaste fedeli al Delfino di Francia: Domrémy fu devastata; ciò decise il capitano di Vaucouleurs, Robert de Baudricourt (ca. 1400-1454), che in un primo tempo aveva considerato Jeanne d'Arc una pazza, di inviarla alla missione da lei richiesta: salvare Orléans; far consacrare il Re; cacciare gli Inglesi dalla Francia; liberare il duca d'Orléans.<br />Jeanne, che aveva fatto voto di verginità per amore di Gesù Cristo, indossati abiti maschili e tagliati i capelli, non per farsi maschio e rivaleggiare con i maschi, ma per nascondere prudenzialmente il più possibile la sua identità femminile per non essere oggetto di interesse in mezzo a tutti quegli uomini, venne armata di tutto punto e sul suo stendardo venne dipinto Cristo Re, affiancato da due angeli, con le parole «Jesus-Maria». Nessuna spada in mano, dunque (come invece certe letture femministe farneticano), ma sempre e solo il vessillo di Fede.<br />Il nome di Gesù comparirà sempre nell'intestazione delle sue lettere, sul suo anello e morirà pronunciandolo più volte a gran voce. La Pulzella si unì ad un esercito d'appoggio che proteggeva un convoglio di approvvigionamento e riuscì ad arrivare ad Orléans dalla riva sinistra. L'8 maggio 1429 gli inglesi assedianti furono sconfitti. Da qui si susseguirono una battaglia dopo l'altra e in queste circostanze il coraggio soprannaturale della giovane santa ricorda la tempra dei condottieri dell'antico Testamento, garantiti dal Dominus Deus sabaoth (Signore Dio degli eserciti).<br />Il 17 luglio dello stesso anno, Carlo VII venne incoronato a Reims alla sua presenza. Il successo la consacrò eroina inviata dal Cielo: la gente voleva toccare i suoi abiti, il suo cavallo, l'avvicinavano per conoscere il futuro, per richiedere grazie e guarigioni...<br />Jeanne d'Arc vinse il dominio straniero per volontà di Dio e riuscì ad infondere audacia e speranza nell'esercito regio; ma gli storici oggettivi concordano anche nel riconoscerle il merito di aver allontanato con il nemico anche il Protestantesimo, che altrimenti si sarebbe innestato in Francia. Tuttavia le truppe inglesi la fecero prigioniera a Compiègne il 23 maggio 1430. Dopo due giorni dalla cattura, l'Università di Parigi chiese che l'Inquisizione la giudicasse come una strega. Questa soluzione piacque molto al duca di Bedford in quanto gli consentiva di screditare Carlo VII, che sarebbe apparso come colui che doveva la conquista del trono alle potenze infernali.<br />L'INIQUO PROCESSO DI IDOLATRIA, SCISMA E APOSTASIA<br />Il 9 gennaio 1431 il vescovo Pierre Cauchon (1371-1442) aprì il processo presso Rouen nel castello di Le Bouvreuil, fortezza di Richard Beauchamp (1382-1439) che, conte di Warwich e governatore della città dal 1427, aveva precise consegne dal sovrano Enrico VI (1421-1471). Fra gli assessori convocati, sei provenivano dall'Università di Parigi, inoltre erano presenti circa sessanta prelati ed avvocati ecclesiastici, fra cui il Vescovo di Norwich e, al di sopra del Collegio Giudicante, il Cardinale di Winchester, Henry Beaufort (ca. 1374-1447), prozio e cancelliere di Enrico VI.<br />L'iniquo processo durò dal 20 febbraio al 24 marzo 1431. L'imputata era accusata di idolatria, scisma e apostasia. Durante il processo le venne chiesto se era in grazia di Dio ed ella rispose: «Se non ci sono, voglia Dio mettermici, e se ci sono voglia Dio tenermici». I suoi interrogatori furono un capolavoro di determinazione e perseveranza nella sola fede cattolica. Fu abbandonata al braccio secolare. Il 30 maggio 1431 Giovanna venne arsa viva sulla piazza del Vieux-Marché di Rouen. Morì contemplando una grande croce astile che frate Isembard de la Pierre aveva portato per lei.<br />Nel 1456 fu solennemente proclamata la sua riabilitazione; sarà beatificata da san Pio X (1835-1914) nel 1910 e canonizzata nel 1920 da Benedetto XV (1854-1922). Una sua statua è stata posta nella cattedrale di Winchester, dinnanzi alla tomba del Cardinale Beaufort, colui che ebbe un ruolo decisivo nel tragico e infausto processo.<br />La martire francese resta personalità unica e straordinaria e rivela tangibilmente la potente presenza di Dio nella Storia; così come la sua limpida testimonianza dimostra gli errori che gl]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72853694</guid><pubDate>Tue, 07 Jul 2026 19:10:54 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72853694/la_bufala_di_giovanna.mp3" length="11540733" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8594

LA BUFALA DI GIOVANNA D'ARCO COME PRIMA FEMMINISTA DELLA STORIA
di Cristina Siccardi
 
L'Unione Europea e i media "griffati" invitano spesso e volentieri ad essere solleciti nel verificare le...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8594" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8594</a><br /><br />LA BUFALA DI GIOVANNA D'ARCO COME PRIMA FEMMINISTA DELLA STORIA<br />di Cristina Siccardi<br /> <br />L'Unione Europea e i media "griffati" invitano spesso e volentieri ad essere solleciti nel verificare le notizie per non cadere nella trappola delle fake news, quando poi sono loro stessi a propinarle in gran quantità. L'ultima, in ordine di tempo, è quella lanciata dall'Agenzia Stampa AGI con l'articolo del 28 maggio u.s. con l'articolo intitolato Giovanna d'Arco, la prima femminista della Storia. <br />Sia ben chiaro e scritto a chiare lettere: non solo nessuna santa della Chiesa Cattolica può essere etichettata come femminista, ma neppure nessuna donna, che si professa cattolica, può essere una femminista. Il modello per ogni donna credente nella Santissima Trinità ha come modello e stella polare Maria Santissima, che non può avere nulla a che vedere con una ideologia che non solo va contro le leggi di Dio, ma anche contro le leggi di natura. Il femminismo è una patologia politica e cultura iniziata sì in Francia, ma tre secoli dopo Jeanne d'Arc, sotto la Rivoluzione francese.<br />Di fronte a queste menzogne paganeggianti che strumentalizzano, per scopi ideologici, figure come quelle dei santi, non si può far altro che, con fonti storiche alla mano, ricordare chi sono state realmente. Nessuna interpretazione, ma solo fatti e date. <br />La memoria liturgica della cosiddetta Pulzella d'Orléans cade il 30 di maggio, giorno del suo dies natalis. Fin da quando aveva tredici anni fu eletta ed investita da Dio per una missione religiosa e politica di altissima responsabilità: liberare la Francia dalla prepotenza inglese in nome di Dio.<br />La Chiesa, in quel periodo, viveva la profonda crisi del grande scisma d'Occidente, durato quasi 40 anni. Quando Caterina da Siena (1347-1380) morì c'erano un Papa e un antipapa; quando Giovanna nacque, nel gennaio del 1412 (si dice il giorno dell'Epifania, ma la cronologia è incerta), c'erano un Papa e due antipapi. Insieme a questa lacerazione all'interno della Chiesa, vi erano continue lotte fratricide fra i popoli europei, la più drammatica delle quali fu la «Guerra dei cent'anni» tra Francia e Inghilterra, iniziata nel 1337 e conclusasi, con pause intermedie, nel 1453.<br />Guerre, carestie, pestilenze, eresie prostrarono l'Europa. Era il tempo degli incubi, dove nell'immaginario collettivo le autentiche manifestazioni mistiche si intrecciavano con le magie e le stregonerie, il mondo reale della sofferenza e della morte cruenta si sovrapponeva alle fantasie demoniache popolate di mostri e di balli macabri. In questo clima di sopraffazione, di congiure e di usurpatori, di confusione nella Chiesa e nelle nazioni, l'analfabeta Jeanne, nata a Domrémy (oggi Domrémy-la-Pucelle), nei Vosgi, nella regione della Lorena, scrive una lettera di fuoco e di grazia il 22 marzo 1429, martedì della Settimana Santa:<br />LA PULZELLA INVIATA DA DIO<br />«Gesù, Maria! Re d'Inghilterra e voi duca di Bedford che vi dite reggente del regno di Francia, voi Guglielmo di La Poule, conte di Suffolk, Giovanni sire di Talbot, e voi Tommaso sire di Scales, che vi dite luogotenenti del duca di Bedford, rendete giustizia al Re del cielo. Restituite alla Pulzella che qui è stata inviata da Dio, il Re del cielo, le chiavi di tutte le buone città da voi prese e violate in Francia. Ella è venuta qui da parte di Dio per implorare il sangue reale. Ella è pronta a far pace, se volete renderle giustizia, a patto che le restituiate la Francia e paghiate per averla tenuta. E fra voi, arcieri compagni di guerra e voi altri che siete sotto la città di Orléans, andatevene nel vostro paese in nome di Dio; e se non lo fate attendete notizie della Pulzella che ben presto vi vedrà in grandissime disgrazie. 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Ed infatti, pur manifestando nella sua azione di fondatrice le più belle qualità d'intelligenza e di volere, ella soffrirà con grande coraggio i dolori fisici, e soprattutto le angosce dell'anima (...). Un'ardente preghiera sgorgava allora dalle sue labbra: "Gesù mio! Tu solo mi basti. La mia vita sia crocifissa con Te"». Questo è un passaggio dell'omelia pronunciata da Pio XII il 12 giugno 1954, giorno della canonizzazione di santa Maria Crocifissa Di Rosa (6 novembre 1813 - 15 dicembre 1855), fondatrice delle Ancelle della Carità.<br />Una santa, Maria Crocifissa, che come gli altri suoi "colleghi" in Paradiso prosegue la sua missione per la salvezza delle anime. Il suo nome, infatti, non risplende solo per le virtù dimostrate in vita, ma anche per quanto lei continua a fare post mortem. Basti qui ricordare il fatto che proprio Maria Crocifissa, quasi un secolo dopo la sua morte, è stata scelta da Dio nell'ambito di una delle mariofanie più ricche dell'epoca contemporanea, quella di Maria Rosa Mistica, per fare da guida alla veggente Pierina Gilli (1911-1991), apparendole molte volte dal dicembre 1944 (quando la guarì dalla meningite) in poi, preparandola alle apparizioni della Madonna, offrendole conforto e consigli spirituali. Ricordiamo che la Chiesa non ha ancora affermato l'autenticità di questa mariofania, ma nel luglio 2024 - attraverso il dialogo tra la Diocesi di Brescia e il Dicastero per la Dottrina della Fede - ha riconosciuto l'abbondanza dei frutti spirituali e la bontà dei messaggi legati a Rosa Mistica stessa.<br />Il secondo ciclo di apparizioni (1966) di Rosa Mistica ha un focus particolare sugli ammalati. Un elemento che si lega bene alla vita terrena della santa celebrata oggi, visto che il suo istituto religioso nacque proprio a seguito della carità eroica che Paola Francesca Maria Di Rosa - questo il suo nome secolare completo - dimostrò verso gli ammalati durante l'epidemia di colera che colpì la sua città, Brescia. Correva l'anno 1836. L'epidemia mieteva molte vittime. Il lazzaretto era pieno di malati ed era difficile trovare chi fosse disposto a curarli.<br />LA CHIAMATA DA DIO<br />Paola, di famiglia nobile, si sentì chiamata da Dio ad assistere i colerosi. Si consigliò con il suo confessore, monsignor Faustino Pinzoni. E poi scrisse una lettera al padre, il cavalier Clemente Di Rosa, per chiedergli il permesso di andare nel lazzaretto a curarvi le donne contagiate. La missiva - datata 21 giugno 1836 - iniziava così: «Viva Gesù! Carissimo Papà, sono a pregarvi di una grazia. Ve la chiedo in iscritto, non per mancanza di confidenza a parlarvi; ma perché non mi si chiudan le parole fra le labbra con una vostra pronta negativa. Sì, la grazia che vorrei da voi, ve la chiedo per amor di Gesù Cristo. Deh! non me la negate. Il mio vivissimo desiderio sarebbe d'approfittare del mezzo che Iddio mi dà d'aprirmi il Paradiso col praticare l'atto di carità in assistere all'ospedale le povere colerose. Lasciate che mi dedichi al servizio di queste povere infelici. Voi, fate al Signore il sacrificio della vostra Paolina; io lo farò della mia vita». Qualche riga dopo, la santa aggiungeva: «Non consultate né la carne, né il sangue, ma la Religione sola. Non apporterò alcun danno alla famiglia, perché vi ho riflettuto, e prenderò tutte le misure che la prudenza suggerisce. Di queste ve ne parlerò a viva voce. Caro Papà, accordatemi questa licenza, che mi renderete felice. Vostra affez.ma obbl.ma figlia Paola».<br />Quale fu la risposta del genitore? Prima è opportuna una premessa. A quell'epoca il padre della santa era già vedovo e aveva già subìto la perdita di sei figli su nove (il colera gli avrebbe poi portato via un altro figlio ancora, Filippo, di 27 anni). Comprensibilmente, il cavalier Di Rosa, leggendo quella lettera, tremò. E, in attesa della sua decisione, tremarono (e piansero) non solo i familiari ma anche i domestici, che avevano una sorta di venerazione per Paolina, com'era chiamata la futura santa Maria Crocifissa. Anche il padre si consigliò con mons. Pinzoni, che lo lasciò libero di decidere in un senso o nell'altro, perché «non si tratta - gli disse il sacerdote - di un caso di coscienza, ma di un atto volontario ed eroico». Al culmine del suo dramma interiore, il padre, per amore di Dio e del prossimo, accordò il permesso alla figlia. Così, tre giorni dopo la lettera, all'età di 22 anni, Paola entrò nel lazzaretto. E vi entrò con un'altra nobile, la signora Gabriella Echenos Bornati, che accompagnerà la santa in diverse altre imprese di carità.<br />UNO SPETTACOLO TERRIBILE<br />Il colera infestava non solo Brescia, ma tutta la provincia. Nei due giorni precedenti l'arrivo di Paola al lazzaretto, i morti erano stati rispettivamente 113 (il 22 giugno) e 87 (il 23 giugno). Lo spettacolo che si presentava davanti a lei e Gabriella era terribile, per la varietà di sintomi e i dolori lancinanti causati dal morbo. Le due infermiere volontarie dovevano «asportare tutto ciò che le ammalate emettevano, pulire incessantemente corpi, letti, pavimenti, perché in quella sporcizia si nascondeva la causa del morbo, e i medici l'avevano intuito», scriveva uno dei primi biografi della santa, mons. Luigi Fossati; tra i vari altri compiti, bisognava «coprire e portare via i morti; accogliere le nuove colpite che incessantemente e, ad ondate, entravano».<br />Paola prestava la massima cura a questa opera al servizio dei corpi. Ma al contempo le premeva particolarmente dare un conforto spirituale a quelle ammalate (molte delle quali moribonde), perché voleva che tutte si salvassero l'anima. Perciò si chinava su di loro, ricordava loro - anche alle più ribelli - di essere amate da Dio, trovava parole semplici per aiutarle a morire riconciliate con il Creatore. E quasi sempre riusciva nell'intento, a volte assistendo con commozione a un semplice segno di croce, fatto con le ultime forze.<br />Nonostante il servizio svolto nel lazzaretto, né Paola né Gabriella subirono il contagio. Fin dai primi giorni, inoltre, il loro esempio attrasse altre volontarie. Un bresciano dell'epoca, citato dal Fossati, scriveva: «Ieri chiesi a un coleroso uscito dall'ospedale come fosse stato assistito da quelle pie persone, e col pianto della gratitudine negli occhi mi rispose queste precise parole: "Quelle sante persone non sono del mio mondo, ma sono angeli! Non è possibile immaginare tanta carità. Una nobile signorina di ventidue anni!"», esclamava con ammirazione, riferendosi a Paola.<br />L'esperienza al lazzaretto fu la base per la nascita delle Ancelle. Infatti, Paola iniziò a visitare assiduamente le ammalate all'ospedale di Brescia. Alcune compagne la imitarono. Dopo essersi consigliata con il proprio direttore spirituale, Paola si decise a formare un gruppo stabile di giovani di buona volontà, che affiancassero le infermiere laiche già presenti all'ospedale. Verso la fine di aprile del 1840, con la benedizione del vescovo, la nostra santa iniziò a condurre vita comune con le altre compagne: si trattava del primo nucleo della Pia Unione delle Ancelle della Carità. Il 18 maggio di quello stesso anno, dopo dieci giorni di esercizi spirituali, 32 Ancelle di diversa provenienza iniziarono ufficialmente il loro servizio presso l'ospedale di Brescia. Monsignor Pinzoni assegnò a Paola, che non aveva ancora compiuto 27 anni, l'ufficio di superiora.<br />Furono dunque questi gli inizi delle Ancelle della Carità (erette in congregazione sotto Pio IX), nate dal cuore di una donna bresciana che ha messo la gloria di Dio e i beni eterni al di sopra di tutto.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72747705</guid><pubDate>Tue, 30 Jun 2026 20:10:45 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72747705/eroismo_di_santa_maria_crocifissa.mp3" length="8664429" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8588

L'EROISMO DI SANTA MARIA CROCIFISSA IN TEMPO DI COLERA
di Ermes Dovico
 
«Supplicava che le croci non cessassero e le persecuzioni e le prove non le fossero risparmiate. Ed infatti, pur...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8588" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8588</a><br /><br />L'EROISMO DI SANTA MARIA CROCIFISSA IN TEMPO DI COLERA<br />di Ermes Dovico<br /> <br />«Supplicava che le croci non cessassero e le persecuzioni e le prove non le fossero risparmiate. Ed infatti, pur manifestando nella sua azione di fondatrice le più belle qualità d'intelligenza e di volere, ella soffrirà con grande coraggio i dolori fisici, e soprattutto le angosce dell'anima (...). Un'ardente preghiera sgorgava allora dalle sue labbra: "Gesù mio! Tu solo mi basti. La mia vita sia crocifissa con Te"». Questo è un passaggio dell'omelia pronunciata da Pio XII il 12 giugno 1954, giorno della canonizzazione di santa Maria Crocifissa Di Rosa (6 novembre 1813 - 15 dicembre 1855), fondatrice delle Ancelle della Carità.<br />Una santa, Maria Crocifissa, che come gli altri suoi "colleghi" in Paradiso prosegue la sua missione per la salvezza delle anime. Il suo nome, infatti, non risplende solo per le virtù dimostrate in vita, ma anche per quanto lei continua a fare post mortem. Basti qui ricordare il fatto che proprio Maria Crocifissa, quasi un secolo dopo la sua morte, è stata scelta da Dio nell'ambito di una delle mariofanie più ricche dell'epoca contemporanea, quella di Maria Rosa Mistica, per fare da guida alla veggente Pierina Gilli (1911-1991), apparendole molte volte dal dicembre 1944 (quando la guarì dalla meningite) in poi, preparandola alle apparizioni della Madonna, offrendole conforto e consigli spirituali. Ricordiamo che la Chiesa non ha ancora affermato l'autenticità di questa mariofania, ma nel luglio 2024 - attraverso il dialogo tra la Diocesi di Brescia e il Dicastero per la Dottrina della Fede - ha riconosciuto l'abbondanza dei frutti spirituali e la bontà dei messaggi legati a Rosa Mistica stessa.<br />Il secondo ciclo di apparizioni (1966) di Rosa Mistica ha un focus particolare sugli ammalati. Un elemento che si lega bene alla vita terrena della santa celebrata oggi, visto che il suo istituto religioso nacque proprio a seguito della carità eroica che Paola Francesca Maria Di Rosa - questo il suo nome secolare completo - dimostrò verso gli ammalati durante l'epidemia di colera che colpì la sua città, Brescia. Correva l'anno 1836. L'epidemia mieteva molte vittime. Il lazzaretto era pieno di malati ed era difficile trovare chi fosse disposto a curarli.<br />LA CHIAMATA DA DIO<br />Paola, di famiglia nobile, si sentì chiamata da Dio ad assistere i colerosi. Si consigliò con il suo confessore, monsignor Faustino Pinzoni. E poi scrisse una lettera al padre, il cavalier Clemente Di Rosa, per chiedergli il permesso di andare nel lazzaretto a curarvi le donne contagiate. La missiva - datata 21 giugno 1836 - iniziava così: «Viva Gesù! Carissimo Papà, sono a pregarvi di una grazia. Ve la chiedo in iscritto, non per mancanza di confidenza a parlarvi; ma perché non mi si chiudan le parole fra le labbra con una vostra pronta negativa. Sì, la grazia che vorrei da voi, ve la chiedo per amor di Gesù Cristo. Deh! non me la negate. Il mio vivissimo desiderio sarebbe d'approfittare del mezzo che Iddio mi dà d'aprirmi il Paradiso col praticare l'atto di carità in assistere all'ospedale le povere colerose. Lasciate che mi dedichi al servizio di queste povere infelici. Voi, fate al Signore il sacrificio della vostra Paolina; io lo farò della mia vita». Qualche riga dopo, la santa aggiungeva: «Non consultate né la carne, né il sangue, ma la Religione sola. Non apporterò alcun danno alla famiglia, perché vi ho riflettuto, e prenderò tutte le misure che la prudenza suggerisce. Di queste ve ne parlerò a viva voce. Caro Papà, accordatemi questa licenza, che mi renderete felice. Vostra affez.ma obbl.ma figlia Paola».<br />Quale fu la risposta del genitore? Prima è opportuna una premessa. A quell'epoca il padre della santa era già vedovo e aveva già subìto la perdita di sei figli su nove...]]></itunes:summary><itunes:duration>542</itunes:duration><itunes:keywords>colera,lazzaretto,paoladirosa,salvarelanima,santamariacrocifissa</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1af9ae34c44a2af5902697bf9321d866.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Cieca storpia e abbandonata dai genitori, ma scelta da Dio</title><link>https://www.spreaker.com/episode/cieca-storpia-e-abbandonata-dai-genitori-ma-scelta-da-dio--72549220</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8575" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8575</a><br /><br />CIECA, STORPIA E ABBANDONATA DAI GENITORI, MA SCELTA DA DIO<br /> <br />Il Castello della Metola, dove nacque Margherita nel 1287, era una fortezza posta sulla cresta di un'alta montagna, situata nella parte meridionale di Massa Trabaria. In quell'epoca tardo-medioevale Massa Trabaria, già possedimento dello Stato Pontificio, incuneata tra le potenti città di Firenze, Arezzo e Perugia, era stata proclamata Repubblica da Papa Innocenzo III e solidamente fortificata per la sua posizione strategica. Tutta la regione era aspramente montagnosa e coperta da fitte boscaglie; le strade erano scarse e primitive; i villaggi sorgevano isolati. Il castello della Metola dominava dall'alto tutta la zona godendo di una splendida vista sulla via maestra che univa le città di Mercatello e di Sant'Angelo in Vado; era stato costruito con un sistema tale di difesa da risultare pressoché inespugnabile.<br />Per questo, quando il padre di Margherita, Parisio, lo aveva conquistato togliendolo agli abitanti di Gubbio, aveva suscitato un tale entusiasmo per la sua valorosa impresa che gli era stata offerta la fortezza e tutto il vasto possedimento che la circondava. Lassù, Parisio aveva portato la giovane sposa Emilia ed aveva atteso con gioia la nascita di un erede che perpetuasse il suo nome. Quale nobile condottiero, ricco ed orgoglioso, pieno di sogni gloriosi per l'avvenire di quel figlio, aveva ordinato grandi festeggiamenti per il lieto evento, ma la delusione dei due sposi non poté essere più cocente quando s'accorsero che era nata una bambina cieca e deforme, destinata ad essere gobba e storpia.<br />L'orgoglio chiuse il loro cuore ai sentimenti di amore materno e paterno: decisero di nascondere a tutti la loro disgrazia affidando la bimba ad una donna di servizio e ordinandole di tenerla sempre nascosta. Nel modo più segreto possibile fu portata alla cattedrale di Mercatello per essere battezzata col nome di Margherita, soltanto perché il cappellano della fortezza lo aveva chiesto.<br />UNA CELLA VICINO ALLA CHIESA<br />Margherita, crescendo, manifestò una straordinaria intelligenza e imparò ben presto ad orientarsi girando per il castello, senza mai avvicinarsi alle stanze dei genitori che non volevano correre il rischio di incontrarla. Un giorno - Margherita aveva sei anni - vennero alla Metola alcuni visitatori e mentre la piccola si recava nella cappella a pregare, fu vista da una delle dame ospiti, che ovviamente fu incuriosita dalla presenza di quella bambina cieca e storpia.<br />Per evitare in futuro di correre ancora il rischio che quella sua figlia deforme venisse scoperta, Parisio escogitò un piano: fece costruire una cella vicino alla chiesa di Santa Maria della Fortezza, che si trovava a quattrocento metri dal castello, in piena boscaglia, e vi rinchiuse la figlia costringendola a vivere come una reclusa, con l'unica possibilità di passare il tempo a pregare, in attesa che da una finestrella le venisse porto un po' di cibo.<br />In quella gelida prigione, consapevole di essere rifiutata per il suo fisico anormale, Margherita avrebbe potuto crescere con l'odio in cuore per il trattamento subito, ma Dio vegliava su quell'anima a Lui cara e illuminò la sua intelligenza con la divina sapienza, facendole comprendere che era stata creata per amarLo e trovare così eterna e perfetta felicità. La bimba capì che per raggiungere un alto grado nell'amore di Dio, non è necessaria la vista, né un fisico perfetto, ma soltanto seguire l'esempio di Gesù Crocifisso e unire le nostre sofferenze alle sue. Nove anni rimase in quella cella, ricevendo frequenti visite dal cappellano che la istruiva nelle vie di Dio e rare visite dalla mamma.<br />Per amore di Gesù si impose dei lunghi digiuni e riuscì a procurarsi anche un cilicio. Mantenne il suo temperamento allegro e luminoso, accettando il dolore fisico e morale come una grazia speciale del Signore.<br />Fu tirata fuori da quell'orribile luogo a causa della guerra: Massa Trabaria era stata invasa dai nemici e se fossero arrivati vicini al castello, avrebbero scoperto la fanciulla prigioniera. Margherita finì in un luogo peggiore, cioè nella cantina del palazzo di suo padre a Mercatello, con un pagliericcio ed una vecchia panca per arredamento e le regole dei carcerati da osservare. Niente più conforti religiosi, come Santa Messa, Comunione, visite del cappellano, ma una tremenda solitudine e tanta angoscia per gli esiti della guerra. La fede e la fiducia in Dio l'aiutarono a superare la prova di quelle tribolazioni e a fortificarsi per il terribile cambiamento di vita che l'aspettava.<br />CITTÀ DI CASTELLO<br />Cessato il pericolo della guerra, i genitori decisero di condurla a Città di Castello, sulla tomba di Fra Giacomo, un francescano morto da poco tempo in fama di santità, nella speranza che un miracolo potesse donare la luce agli occhi spenti della loro figlia e guarirla dalla sua deformità.<br />Il viaggio attraverso gli Appennini per giungere nella valle del fiume Tevere, sulle cui sponde sorge Città di Castello, fu lungo e disagevole, né Margherita poté godere della vista del panorama; il peggio però l'attendeva proprio là dove il seme della speranza avrebbe dovuto fiorire in gioia per l'avvenire: delusi dal mancato miracolo, i nobili castellani della Metola presero la via del ritorno di nascosto, abbandonandola a se stessa per liberarsi per sempre di lei.<br />Quando la ragazza (era intorno ai quindici anni) se ne rese conto, il buio intorno a lei fu più fitto e il gelo le morse il cuore: possibile che fosse stata abbandonata in quella città del tutto sconosciuta? Eppure questa era l'amara realtà!<br />«Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» dice il salmista: fu così anche per lei. Dopo un breve tempo trascorso come mendicante, senza un tetto sotto il quale ripararsi dalle intemperie, Margherita trovò una calda accoglienza presso le famiglie povere della città che la ospitarono a turno, ammirandone la gentilezza, la pazienza e l'inalterabile serenità. Con la preghiera continua ella ricompensava i suoi benefattori, ottenendo grazie di ordine materiale e morale alle loro famiglie.<br />IL RIFIUTO DI OGNI COMPROMESSO<br />Intorno ai vent'anni fu accolta in un monastero dove, con il cuore traboccante di gioia, iniziò il suo cammino di perfezione spirituale impegnandosi ad osservare la Regola propria di quell'Ordine di cui l'antico biografo non ci rivela il nome. Purtroppo in quel monastero si era spento il primitivo fervore e le monache vivevano nella rilassatezza e nello spirito mondano; dopo un po' di mesi, la condotta di quella novizia cieca che si atteneva in fatto di silenzio, di povertà, di clausura e di raccoglimento alle prescrizioni della Regola, divenne un fattore di disagio nel convento, un tacito ma eloquente rimprovero per la comunità.<br />Poiché Margherita rifiutava ogni compromesso con la sua coscienza pur sapendo che rischiava di perdere ancora una volta la sicurezza di un tetto per l'avvenire, fu dimessa dal monastero e si ritrovò sola e abbandonata per la via. La grazia di Dio l'aiutò ancora una volta a superare il difficile momento col pensiero che anche Gesù era stato rifiutato dai suoi e che lei ora non poteva ritirare l'offerta che aveva fatto di se stessa a Dio fin da piccola.<br />Un nuovo genere di sofferenza l'attendeva: la derisione e il disprezzo pubblico di chi spargeva chiacchiere malevole sul suo conto, insultandola con frasi sprezzanti e motivando la sua cacciata dal monastero col fatto che non era stata in grado di adattarsi alla vita delle monache per mancanza di virtù.<br />Fu in questo doloroso periodo che la povera cieca incontrò nella chiesa della Carità, affidata ai Frati Domenicani, le Mantellate, laiche appartenenti all'Ordine della Penitenza di San Domenico, che vivevano in casa propria ma osservavano una Regola austera ed indossavano l'abito religioso domenicano.<br />CONTEMPLARE DIO E TRASMETTERLO CON LA PREGHIERA E LA PENITENZA<br />Margherita vi fu accolta, benché venissero ammesse soltanto donne vedove in età matura, perché ella dava prova di seria virtù e perché il suo fisico menomato la metteva al riparo da qualsiasi leggerezza di gioventù. Così la povera mendicante senza tetto divenne anche pubblicamente sposa di Cristo: quale sorte migliore poteva desiderare colei che agli occhi degli uomini pareva un brutto scherzo della natura? Come San Paolo, ella poteva proclamare: «Chi mi separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la fame... la cecità, il fisico deforme? Ma in tutte queste cose sono più che vincitrice per virtù di Colui che mi ha amata».<br />Entrando a far parte di una famiglia religiosa, Margherita trovò fratelli e sorelle ed un grande ideale per cui spendersi: contemplare Dio e trasmetterLo con la preghiera e la penitenza, poiché la cecità le impediva lo studio. Le preghiere, compresi tutti i 150 salmi, le aveva imparate a memoria. Di penitenze non era mai sazia, soprattutto dopo aver scoperto che San Domenico le praticava quale mezzo potente per ottenere la salvezza delle anime.<br />Nonostante le sue disgrazie fisiche, praticava un intenso apostolato di misericordia presso i malati e i moribondi e sollevava i cuori afflitti con una conversazione opportuna che tutto riconduceva all'Amore di Dio. Aveva una predilezione particolare per San Giuseppe e di lui parlava sempre volentieri, finché l'interlocutore era disposto ad ascoltarla!<br />Entrando nel Terz'Ordine Domenicano, cessarono per Margherita le difficoltà economiche perché fu accolta nella casa di una famiglia appartenente all'alta società, gli Offrenducci. Per un po' di anni visse co]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72549220</guid><pubDate>Tue, 16 Jun 2026 19:40:38 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72549220/cieca_storpia_e_abbandonata_dai_genitori.mp3" length="16068484" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8575

CIECA, STORPIA E ABBANDONATA DAI GENITORI, MA SCELTA DA DIO
 
Il Castello della Metola, dove nacque Margherita nel 1287, era una fortezza posta sulla cresta di un'alta montagna, situata nella parte...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8575" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8575</a><br /><br />CIECA, STORPIA E ABBANDONATA DAI GENITORI, MA SCELTA DA DIO<br /> <br />Il Castello della Metola, dove nacque Margherita nel 1287, era una fortezza posta sulla cresta di un'alta montagna, situata nella parte meridionale di Massa Trabaria. In quell'epoca tardo-medioevale Massa Trabaria, già possedimento dello Stato Pontificio, incuneata tra le potenti città di Firenze, Arezzo e Perugia, era stata proclamata Repubblica da Papa Innocenzo III e solidamente fortificata per la sua posizione strategica. Tutta la regione era aspramente montagnosa e coperta da fitte boscaglie; le strade erano scarse e primitive; i villaggi sorgevano isolati. Il castello della Metola dominava dall'alto tutta la zona godendo di una splendida vista sulla via maestra che univa le città di Mercatello e di Sant'Angelo in Vado; era stato costruito con un sistema tale di difesa da risultare pressoché inespugnabile.<br />Per questo, quando il padre di Margherita, Parisio, lo aveva conquistato togliendolo agli abitanti di Gubbio, aveva suscitato un tale entusiasmo per la sua valorosa impresa che gli era stata offerta la fortezza e tutto il vasto possedimento che la circondava. Lassù, Parisio aveva portato la giovane sposa Emilia ed aveva atteso con gioia la nascita di un erede che perpetuasse il suo nome. Quale nobile condottiero, ricco ed orgoglioso, pieno di sogni gloriosi per l'avvenire di quel figlio, aveva ordinato grandi festeggiamenti per il lieto evento, ma la delusione dei due sposi non poté essere più cocente quando s'accorsero che era nata una bambina cieca e deforme, destinata ad essere gobba e storpia.<br />L'orgoglio chiuse il loro cuore ai sentimenti di amore materno e paterno: decisero di nascondere a tutti la loro disgrazia affidando la bimba ad una donna di servizio e ordinandole di tenerla sempre nascosta. Nel modo più segreto possibile fu portata alla cattedrale di Mercatello per essere battezzata col nome di Margherita, soltanto perché il cappellano della fortezza lo aveva chiesto.<br />UNA CELLA VICINO ALLA CHIESA<br />Margherita, crescendo, manifestò una straordinaria intelligenza e imparò ben presto ad orientarsi girando per il castello, senza mai avvicinarsi alle stanze dei genitori che non volevano correre il rischio di incontrarla. Un giorno - Margherita aveva sei anni - vennero alla Metola alcuni visitatori e mentre la piccola si recava nella cappella a pregare, fu vista da una delle dame ospiti, che ovviamente fu incuriosita dalla presenza di quella bambina cieca e storpia.<br />Per evitare in futuro di correre ancora il rischio che quella sua figlia deforme venisse scoperta, Parisio escogitò un piano: fece costruire una cella vicino alla chiesa di Santa Maria della Fortezza, che si trovava a quattrocento metri dal castello, in piena boscaglia, e vi rinchiuse la figlia costringendola a vivere come una reclusa, con l'unica possibilità di passare il tempo a pregare, in attesa che da una finestrella le venisse porto un po' di cibo.<br />In quella gelida prigione, consapevole di essere rifiutata per il suo fisico anormale, Margherita avrebbe potuto crescere con l'odio in cuore per il trattamento subito, ma Dio vegliava su quell'anima a Lui cara e illuminò la sua intelligenza con la divina sapienza, facendole comprendere che era stata creata per amarLo e trovare così eterna e perfetta felicità. La bimba capì che per raggiungere un alto grado nell'amore di Dio, non è necessaria la vista, né un fisico perfetto, ma soltanto seguire l'esempio di Gesù Crocifisso e unire le nostre sofferenze alle sue. Nove anni rimase in quella cella, ricevendo frequenti visite dal cappellano che la istruiva nelle vie di Dio e rare visite dalla mamma.<br />Per amore di Gesù si impose dei lunghi digiuni e riuscì a procurarsi anche un cilicio. 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Hello scriveva il suo libro nel 1879; oggi San Giorgio non è solo dimenticato, ma nella Chiesa cattolica, dopo il Concilio Vaticano II, la sua memoria è stata addirittura retrocessa a festa liturgica facoltativa, forse perché san Giorgio è il santo guerriero per eccellenza, antitetico al modello del cattolico pacifista oggi dominante. <br />San Giorgio nacque probabilmente in Cappadocia tra il 275 e il 285, e morì martire a Nicomedia intorno al 303. I suoi genitori erano cristiani: il padre Geronzio, di origine persiana, e la madre Policromia, cappadoce. Educato nella fede, crebbe nella disciplina e nel timore di Dio. A diciassette anni abbracciò la carriera militare sotto l'imperatore Diocleziano. Si distinse per coraggio e rettitudine, divenendo tribunus militum, cioè un ufficiale di alto grado dell'esercito romano. <br />Nel 303, l'anno in cui più infuriava la persecuzione di Diocleziano, Giorgio si presentò all'imperatore e ardì rimproverarlo, confessando di essere cristiano. Fu torturato in tutti i modi possibili, ma continuò a professare la sua fede. Lo fustigarono fino a mettere le ossa allo scoperto, lo gettarono in una fossa ardente, gli applicarono stivaletti roventi ai piedi, ma Giorgio continuava a soffrire senza arrendersi. Più volte dato per morto, Giorgio risorse miracolosamente, convertendo testimoni e soldati, tra cui il comandante Anatolio. Persino l'imperatrice Alessandra, colpita dalla sua fede, abbracciò il cristianesimo e subì il martirio. Alla fine l'ufficiale cristiano chiese di essere condotto davanti al tempio dove si adoravano gli dei. Diocleziano pensò di averlo finalmente piegato. Ma Giorgio, rivolgendosi all'idolo, dopo aver fatto il segno della croce gli chiese: "Vuoi che ti faccia sacrifici come a Dio?". Allora il demonio, forzato alla confessione rispose: "Non sono Dio. Non c'è altro Dio al di fuori di quello che tu predichi". Poi gli idoli del tempio caddero in polvere. A questo punto l'imperatore ordinò di decapitare il milite cristiano. In quel tempo ciò accadde a molti martiri. Il Signore li fece sopravvivere ad inauditi tormenti, permettendo che morissero solo per mezzo della decapitazione. <br /><br />MEGALOMARTIRE<br />San Giorgio è entrato nella storia, come "Megalomartire", cioè grande testimone della fede, ed è venerato soprattutto in Oriente. Ma egli è celebre per un altro episodio, tramandatoci dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, che è una raccolta medioevale non di leggende, ma di testimonianze storiche. Nei dintorni della città di Silena, in Libia, un mostro terribile, che viveva in un lago, terrorizzava la popolazione, precipitandosi su animali o su uomini. Si cercò di placarlo dandogli ogni giorno due pecore, ma presto i greggi finirono e si consultò l'oracolo. Questi rispose che, per sfamarlo, bisognava servire al dragone, vittime umane da tirare a sorte. Questa storia non è inverosimile. Gli oracoli pagani, ispirati dal demonio, chiedevano spesso sacrifici umani per placare gli dei e solo il Cristianesimo interruppe questa pratica infernale. La sorte designò un giorno come vittima la figlia del Re. Il sovrano rifiutò di concedere la figlia, ma il popolo iniziò a rivoltarsi, circondando il palazzo e minacciando la famiglia reale. A questo punto il Re cedette e consegnò la figlia alla folla, per immolarla al drago. La giovane attendeva la sua sorte sulle rive del lago, quando le apparve un soldato cristiano, che la rassicurò, invitandola ad avere fiducia nel nome di Cristo. Quando il drago emerse, Giorgio, salito a cavallo, lo affrontò nel nome del Signore, e lo trafisse da parte a parte con la sua lancia. Poi condusse il mostro ferito fino alla città e promise di ucciderlo, a condizione della conversione del popolo. Il Re fu battezzato e ventimila uomini con lui, senza contare le donne e i bambini. Giorgio rifiutò ogni ricompensa e andò verso il suo destino, che sarebbe stato il martirio. <br />Il dato più antico e più solido della memoria cristiana di san Giorgio è la sua morte sotto Diocleziano. Eppure, l'immagine di san Giorgio che domina ovunque - dalle icone bizantine agli affreschi medievali, fino alla pittura rinascimentale - è quella del cavaliere che trafigge il drago. Questa scena, al di là della sua storicità, ha un valore simbolico. Il drago ci ricorda che esistono nemici, non solo dei singoli individui, ma delle collettività umane. Sotto le sembianze del drago potremmo raffigurare la Rivoluzione anticristiana che da secoli aggredisce la Civiltà cristiana. San Giorgio è il cristiano, o il gruppo di cristiani che, armati di fede, combattono e annientano il nemico.<br /><br />SENZA TIMORE FINO ALLA VITTORIA<br />Se la lotta di san Giorgio contro il drago può essere messa in dubbio dalla critica storica, non può esserlo un altro episodio, tramandato da testimoni. Il 15 luglio 1099, nel corso della Prima Crociata bandita dal Papa beato Urbano II, quando i crociati giunsero alle porte di Gerusalemme, san Giorgio apparve rivestito di una bianca armatura su cui risplendeva, rossa, la croce e fece segno ai combattenti di seguirlo senza timore fino alla vittoria. Lo stesso accadde nella battaglia di Antiochia. Da allora san Giorgio è il patrono non solo della lotta, ma del trionfo sul nemico, e come tale è stato invocato nei secoli. <br />Particolarmente forte fu la devozione nella Repubblica di Genova, il cui vessillo - croce rossa in campo bianco - divenne simbolo del santo. Il grido "Genova e San Giorgio!" accompagnava i combattenti in battaglia. Anche Venezia lo venerò, dopo san Marco, come suo speciale protettore. Ma nessuna provincia del mondo cattolico sorpassò l'Inghilterra nell'ossequio reso a questo santo, venerato fin dal IX e X secolo. Un concilio nazionale, tenuto ad Oxford nel 1222, ordinò che la festa del grande Martire fosse di precetto in tutta l'Inghilterra per onorarlo quale protettore del popolo inglese. In Italia, le città e i comuni di cui san Giorgio è patrono sono più di cento. Il suo cranio, portato a Roma dall'Oriente, nell'VIII secolo, è custodito a Roma nella chiesa di San Giorgio al Velabro.<br />La memoria liturgica di san Giorgio si celebra il 23 aprile, giorno della sua nascita al cielo. In Georgia, terra che porta il suo nome, il santo è venerato con particolare solennità anche il 23 novembre.<br />Oggi abbiamo bisogno della protezione di san Giorgio, e dobbiamo invocarlo perché infonda spirito combattivo e conduca alla vittoria tutti coloro che hanno la responsabilità, o la vocazione, di difendere il popolo cristiano dai suoi nemici.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72424693</guid><pubDate>Tue, 09 Jun 2026 19:18:30 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72424693/san_giorgio_non_dialoga_col_drago.mp3" length="7966764" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8569

SAN GIORGIO NON DIALOGA COL DRAGO, MA LO COMBATTE E LO UCCIDE
di Roberto de Mattei
 
Nel suo libro Fisionomie di santi, lo scrittore francese Ernest Hello dedica un profilo a San Giorgio,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8569" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8569</a><br /><br />SAN GIORGIO NON DIALOGA COL DRAGO, MA LO COMBATTE E LO UCCIDE<br />di Roberto de Mattei<br /> <br />Nel suo libro Fisionomie di santi, lo scrittore francese Ernest Hello dedica un profilo a San Giorgio, definendolo "uno dei santi più illustri e dimenticati; illustri ieri, dimenticati oggi". Hello scriveva il suo libro nel 1879; oggi San Giorgio non è solo dimenticato, ma nella Chiesa cattolica, dopo il Concilio Vaticano II, la sua memoria è stata addirittura retrocessa a festa liturgica facoltativa, forse perché san Giorgio è il santo guerriero per eccellenza, antitetico al modello del cattolico pacifista oggi dominante. <br />San Giorgio nacque probabilmente in Cappadocia tra il 275 e il 285, e morì martire a Nicomedia intorno al 303. I suoi genitori erano cristiani: il padre Geronzio, di origine persiana, e la madre Policromia, cappadoce. Educato nella fede, crebbe nella disciplina e nel timore di Dio. A diciassette anni abbracciò la carriera militare sotto l'imperatore Diocleziano. Si distinse per coraggio e rettitudine, divenendo tribunus militum, cioè un ufficiale di alto grado dell'esercito romano. <br />Nel 303, l'anno in cui più infuriava la persecuzione di Diocleziano, Giorgio si presentò all'imperatore e ardì rimproverarlo, confessando di essere cristiano. Fu torturato in tutti i modi possibili, ma continuò a professare la sua fede. Lo fustigarono fino a mettere le ossa allo scoperto, lo gettarono in una fossa ardente, gli applicarono stivaletti roventi ai piedi, ma Giorgio continuava a soffrire senza arrendersi. Più volte dato per morto, Giorgio risorse miracolosamente, convertendo testimoni e soldati, tra cui il comandante Anatolio. Persino l'imperatrice Alessandra, colpita dalla sua fede, abbracciò il cristianesimo e subì il martirio. Alla fine l'ufficiale cristiano chiese di essere condotto davanti al tempio dove si adoravano gli dei. Diocleziano pensò di averlo finalmente piegato. Ma Giorgio, rivolgendosi all'idolo, dopo aver fatto il segno della croce gli chiese: "Vuoi che ti faccia sacrifici come a Dio?". Allora il demonio, forzato alla confessione rispose: "Non sono Dio. Non c'è altro Dio al di fuori di quello che tu predichi". Poi gli idoli del tempio caddero in polvere. A questo punto l'imperatore ordinò di decapitare il milite cristiano. In quel tempo ciò accadde a molti martiri. Il Signore li fece sopravvivere ad inauditi tormenti, permettendo che morissero solo per mezzo della decapitazione. <br /><br />MEGALOMARTIRE<br />San Giorgio è entrato nella storia, come "Megalomartire", cioè grande testimone della fede, ed è venerato soprattutto in Oriente. Ma egli è celebre per un altro episodio, tramandatoci dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, che è una raccolta medioevale non di leggende, ma di testimonianze storiche. Nei dintorni della città di Silena, in Libia, un mostro terribile, che viveva in un lago, terrorizzava la popolazione, precipitandosi su animali o su uomini. Si cercò di placarlo dandogli ogni giorno due pecore, ma presto i greggi finirono e si consultò l'oracolo. Questi rispose che, per sfamarlo, bisognava servire al dragone, vittime umane da tirare a sorte. Questa storia non è inverosimile. Gli oracoli pagani, ispirati dal demonio, chiedevano spesso sacrifici umani per placare gli dei e solo il Cristianesimo interruppe questa pratica infernale. La sorte designò un giorno come vittima la figlia del Re. Il sovrano rifiutò di concedere la figlia, ma il popolo iniziò a rivoltarsi, circondando il palazzo e minacciando la famiglia reale. A questo punto il Re cedette e consegnò la figlia alla folla, per immolarla al drago. La giovane attendeva la sua sorte sulle rive del lago, quando le apparve un soldato cristiano, che la rassicurò, invitandola ad avere fiducia nel nome di Cristo. Quando il drago emerse, Giorgio, salito a cavallo, lo...]]></itunes:summary><itunes:duration>498</itunes:duration><itunes:keywords>dialogo,diocleziano,drago,megalomartire,sangiorgio</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/932caab7d6c2d3969d39bc414fe390aa.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Lorenzo da Brindisi, missionario fra gli eretici</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-lorenzo-da-brindisi-missionario-fra-gli-eretici--71326373</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8506" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8506</a><br /><br />SAN LORENZO DA BRINDISI, MISSIONARIO FRA GLI ERETICI<br />di Suor M. Simona Pia Müller<br /> <br />Una splendida figura dell'Ordine dei Cappuccini è San Lorenzo da Brindisi, missionario fra gli eretici. La Chiesa universale celebra la sua festa il 23 luglio. Più conosciuto nell'Ordine come Vicario generale, apostolo in Europa e Dottore della Chiesa, l'aspetto missionario di questo grande Santo è poco conosciuto dalla maggioranza delle persone. Esaminiamo più attentamente quest'aspetto nella speranza di essere contagiati anche noi dal suo zelo per la salvezza delle anime.<br />Il Santo nacque a Brindisi il 22 luglio 1559 da genitori di alta cultura: Guglielmo Rossi ed Elisabetta Masella. Prima della nascita del futuro missionario, i genitori si erano trasferiti da Venezia a Brindisi per motivi politici.<br />Iddio aveva benedetto Giulio Cesare (nome di Battesimo del Santo) con tante doti naturali che sotto la guida della pia mamma furono indirizzate verso il Signore. La sua capacità di parlare in pubblico e di entusiasmare le folle fu scoperta quando il bambino aveva solo 6 anni, quando ebbe l'occasione di fare in pubblico un discorso religioso che accattivò l'attenzione di tutti, facendo intravedere in lui un futuro grande predicatore.<br />Il papà di Giulio Cesare morì quando il figlio era ancora giovane. All'età di 12 anni il pio fanciullo avvertì la chiamata di consacrarsi a Dio nella vita religiosa e in modo particolare nell'Ordine francescano. Troppo giovane ancora per essere accettato come novizio tra i Frati Minori Conventuali presenti a Brindisi, venne accolto da loro solo come aspirante, dandogli così la possibilità di indossare l'abitino francescano. Contento e sereno fra le mura del convento, il fratino si dedicò allo studio, alla preghiera e alla penitenza. La pace goduta a Brindisi però era destinata a durare poco. I turchi minacciavano d'invadere le coste dell'Italia e la famiglia Rossi si trasferì di nuovo a Venezia, dove il giovane Giulio Cesare fu affidato alla cura di uno zio Sacerdote diocesano. Dovette quindi spogliarsi dell'abitino francescano per indossare la talare secolare, ma nell'anima del giovane il desiderio di appartenere all'Ordine francescano e di indossare di nuovo l'abito serafico non si spense mai. Giulio Cesare ebbe in seguito la possibilità di visitare spesso il convento de Cappuccini di Giudecca, sull'isola della laguna di Venezia. Innamoratosi sempre più della povertà estrema dei figli di San Francesco, chiese di potersi aggregare alla loro famiglia religiosa. Il 17 febbraio del 1575 entro nell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini assumendo il nome di fra Lorenzo da Brindisi.<br />PURIFICARE DAGLI ERETICI<br />Fin dall'inizio, fra Lorenzo si dedicò all'osservanza perfetta delle più piccole prescrizioni della vita conventuale, rispettoso e sottomesso ai Superiori e caritatevole verso i confratelli, diventando un modello di perfezione religiosa. Il 24 marzo 1576 si consacrò solennemente a Dio. Dopo l'emissione dei voti, fra Lorenzo andò a Padova dove studiò Filosofia, Teologia e varie lingue, fra le quali il greco, l'ebraico, il caldeo, il siriaco, il tedesco, il francese e lo spagnolo. Sembrava che il futuro apostolo e missionario avesse un dono particolare per l'apprendimento delle lingue straniere; arrivò, infatti, a una conoscenza cosi profonda delle suddette lingue che era capace di predicare in ognuna di esse. Possedeva inoltre una memoria formidabile.<br />Fra Lorenzo fu ordinato Sacerdote a Venezia il 18 dicembre 1582. Iniziò cosi l'apostolato della predicazione in varie città d'Italia, quali Padova, Vicenza, Verona, Pavia, Genova e Napoli. Già durante questo periodo, padre Lorenzo fece vari miracoli di guarigione. I Papa Clemente VIII, avendo sentito le meraviglie operate per mezzo del Santo, lo chiamò a Roma e gli affido l'incarico di predicare e di confutare gli ebrei. Con una bibbia ebraica in mano, padre Lorenzo fece a loro un corso di conferenze che convertirono varie persone alla fede cattolica. Fra il 1587 e il 1598, fu spostato in vari conventi dell'Ordine, coprendo diversi incarichi importanti.<br />Nel frattempo l'imperatore di Germania, Rodolfo II, chiese al Pontefice un gruppo di Cappuccini per purificare la terra tedesca da vari gruppi di eretici, ossia gli ussiti, i picardi, i luterani, i calvinisti, i giudei. In più, la Germania era minacciata dall'invasione dei turchi. Padre Lorenzo partì a capo di un gruppo di undici confratelli Sacerdoti e due confratelli conversi. Innumerevoli furono le fatiche e gli stenti, i pericoli e le persecuzioni sostenuti dagli intrepidi missionari. I nemici della Chiesa Cattolica, allarmati per la loro comparsa in quelle regioni, tentarono in mille modi di frustrare la loro opera. Con il sostegno dell'Imperatore, però, San Lorenzo fondò tre conventi per i suoi religiosi, uno a Praga, uno a Vienna e il terzo a Gratz. Con la loro permanenza in quelle regioni, i santi missionari continuarono a purificare la zona dagli eretici e il bene che facevano era sempre più ostacolato dai nemici del Cattolicesimo.<br />MAMMA, LI TURCHI<br />Contemporaneamente Maometto III, figlio di Amurat, invase l'Ungheria, insieme alla sua armata formidabile. L'Imperatore chiese aiuto al Papa che inviò 10.000 uomini. Le truppe Alemanne si unirono a questi uomini, con il Duca di Mercoeur al capo. Al fianco del Duca ci fu padre Lorenzo da Brindisi, che incoraggiò i soldati, tramutandoli in altrettanti eroi. Il Santo precedeva il gruppo con il crocifisso in mano ed eccitava i soldati a non avere paura, a combattere da forti, sicuri della vittoria. La battaglia contro i turchi si svolse ad Alba Reale; il combattimento durò otto giorni durante i quali i turchi perdettero 30.000 soldati, ritirandosi umiliati e vinti. Il santo Cappuccino fu valoroso in questa battaglia: sul dorso di un cavallo, sempre con il crocifisso in mano, fu visto correre da un capo all'altro del campo per incoraggiare i soldati. Dopo la battaglia, il Santo partì per la Germania, e volle portare con sé un'immagine della Madonna, rinchiusa in una cassetta insieme a fiorellini freschi e odorosi. Grazie alla presenza dell'immagine, i fiori, seppure privi di acqua e di luce, miracolosamente rimasero tali quali per vari mesi, segno dell'amore filiale e ardente verso la Mamma celeste e segreto del successo che il Santo aveva nella vita apostolica. La sua devozione alla Madonna cresceva ogni giorno di più e, grazie a uno speciale indulto, poteva celebrare la Santa Messa in suo onore quasi tutti i giorni.<br />All'età di 43 anni padre Lorenzo venne eletto Vicario generale dell'Ordine, per cui si mise a visitare a piedi le province di Milano, la Svizzera, la Germania, la Fiandra e pure la Spagna. Con la sua assenza dalla Germania i turchi molestarono di nuovo quelle regioni, compresa l'Ungheria. L'imperatore Rodolfo chiese di nuovo aiuto a padre Lorenzo per combatterli. L'uomo di Dio fece ritorno in Italia, si presentò al Pontefice Paolo V e gli propose la formazione di una Santa Lega tra il Pontefice, l'imperatore di Germania e il re di Spagna.<br />Sempre più intensa era la sua devozione alla Madonna. Un giorno, il Santo, assorto in preghiera, ebbe l'apparizione della Santa Vergine; egli allora non poté contenere la sua gioia ed esclamò: «O madre mia, o mia santa Madre, beato chi vi loda, beato chi vi porta nel proprio cuore». E il Santo cappuccino, portando la Madonna nel cuore, portò la salvezza a tante anime smarrite. Veramente era "beato" San Lorenzo da Brindisi.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71326373</guid><pubDate>Tue, 14 Apr 2026 20:08:20 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71326373/san_lorenzo_da_brindisi.mp3" length="10388419" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8506

SAN LORENZO DA BRINDISI, MISSIONARIO FRA GLI ERETICI
di Suor M. Simona Pia Müller
 
Una splendida figura dell'Ordine dei Cappuccini è San Lorenzo da Brindisi, missionario fra gli eretici. La Chiesa...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8506" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8506</a><br /><br />SAN LORENZO DA BRINDISI, MISSIONARIO FRA GLI ERETICI<br />di Suor M. Simona Pia Müller<br /> <br />Una splendida figura dell'Ordine dei Cappuccini è San Lorenzo da Brindisi, missionario fra gli eretici. La Chiesa universale celebra la sua festa il 23 luglio. Più conosciuto nell'Ordine come Vicario generale, apostolo in Europa e Dottore della Chiesa, l'aspetto missionario di questo grande Santo è poco conosciuto dalla maggioranza delle persone. Esaminiamo più attentamente quest'aspetto nella speranza di essere contagiati anche noi dal suo zelo per la salvezza delle anime.<br />Il Santo nacque a Brindisi il 22 luglio 1559 da genitori di alta cultura: Guglielmo Rossi ed Elisabetta Masella. Prima della nascita del futuro missionario, i genitori si erano trasferiti da Venezia a Brindisi per motivi politici.<br />Iddio aveva benedetto Giulio Cesare (nome di Battesimo del Santo) con tante doti naturali che sotto la guida della pia mamma furono indirizzate verso il Signore. La sua capacità di parlare in pubblico e di entusiasmare le folle fu scoperta quando il bambino aveva solo 6 anni, quando ebbe l'occasione di fare in pubblico un discorso religioso che accattivò l'attenzione di tutti, facendo intravedere in lui un futuro grande predicatore.<br />Il papà di Giulio Cesare morì quando il figlio era ancora giovane. All'età di 12 anni il pio fanciullo avvertì la chiamata di consacrarsi a Dio nella vita religiosa e in modo particolare nell'Ordine francescano. Troppo giovane ancora per essere accettato come novizio tra i Frati Minori Conventuali presenti a Brindisi, venne accolto da loro solo come aspirante, dandogli così la possibilità di indossare l'abitino francescano. Contento e sereno fra le mura del convento, il fratino si dedicò allo studio, alla preghiera e alla penitenza. La pace goduta a Brindisi però era destinata a durare poco. I turchi minacciavano d'invadere le coste dell'Italia e la famiglia Rossi si trasferì di nuovo a Venezia, dove il giovane Giulio Cesare fu affidato alla cura di uno zio Sacerdote diocesano. Dovette quindi spogliarsi dell'abitino francescano per indossare la talare secolare, ma nell'anima del giovane il desiderio di appartenere all'Ordine francescano e di indossare di nuovo l'abito serafico non si spense mai. Giulio Cesare ebbe in seguito la possibilità di visitare spesso il convento de Cappuccini di Giudecca, sull'isola della laguna di Venezia. Innamoratosi sempre più della povertà estrema dei figli di San Francesco, chiese di potersi aggregare alla loro famiglia religiosa. Il 17 febbraio del 1575 entro nell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini assumendo il nome di fra Lorenzo da Brindisi.<br />PURIFICARE DAGLI ERETICI<br />Fin dall'inizio, fra Lorenzo si dedicò all'osservanza perfetta delle più piccole prescrizioni della vita conventuale, rispettoso e sottomesso ai Superiori e caritatevole verso i confratelli, diventando un modello di perfezione religiosa. Il 24 marzo 1576 si consacrò solennemente a Dio. Dopo l'emissione dei voti, fra Lorenzo andò a Padova dove studiò Filosofia, Teologia e varie lingue, fra le quali il greco, l'ebraico, il caldeo, il siriaco, il tedesco, il francese e lo spagnolo. Sembrava che il futuro apostolo e missionario avesse un dono particolare per l'apprendimento delle lingue straniere; arrivò, infatti, a una conoscenza cosi profonda delle suddette lingue che era capace di predicare in ognuna di esse. Possedeva inoltre una memoria formidabile.<br />Fra Lorenzo fu ordinato Sacerdote a Venezia il 18 dicembre 1582. Iniziò cosi l'apostolato della predicazione in varie città d'Italia, quali Padova, Vicenza, Verona, Pavia, Genova e Napoli. Già durante questo periodo, padre Lorenzo fece vari miracoli di guarigione. 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Chi è? Sua Santità Giovanni Paolo II, l'allora Sommo Pontefice della Santa Chiesa. Questo raccoglimento sulla tomba di padre Pio deve essere un momento commovente per il Papa. Aveva conosciuto padre Pio nel lontano aprile 1948, quando era ancora giovane Sacerdote ordinato da meno di un anno; allora non poteva certamente immaginare che sarebbe stato lui a canonizzare l'umile Frate cappuccino. Desiderava incontrare padre Pio per tre motivi: vederlo, partecipare alla sua Messa e confessarsi da lui. Il giovane sacerdote Karol Wojtyla restò molto impressionato da quell'incontro e non dimentica più la figura del Frate cappuccino. Nel 1974, quando da Cardinale tornò a San Giovanni Rotondo, disse infatti di «aver ancora negli occhi, dopo tanti anni, la persona di padre Pio, la sua presenza, la Santa Messa da lui celebrata all'altare laterale, il confessionale e di sentire ancora le sue parole». Disse anche che «era impressionante, profondo, celebrare accanto alla tomba del venerato Padre, perché sempre per tutta la vita, non aveva fatto altro che predicare la passione e la morte e la resurrezione del Cristo». La Passione di Gesù, San Pio non solo la predicava, ma la viveva nel proprio corpo con le sue stimmate sempre sanguinanti. Con-crocifisso con Cristo, era anche lui vittima per i peccatori, che assolveva durante le lunghe ore trascorse nel confessionale per ridonare loro la pace e la grazia di Dio.<br />UNA CONFESSIONE INDIMENTICABILE<br />Anche San Giovanni Paolo Il si confessò da padre Pio e non lo dimenticò mai più. Mons. Paolo Carta, che era stato vescovo di Foggia, durante un incontro con il Papa disse di essere stato testimone della santità di padre Pio, e il Santo Padre rispose: «Ah, Padre Pio, che uomo di Dio. Una volta pure io sono andato da lui e mi sono confessato».<br />Giovanni Paolo II conobbe dunque personalmente padre Pio ed era convinto della sua santità, dell'azione della grazia in quell'anima benedetta. Il Santo cappuccino fu anche suo benefattore quando si trovò in difficoltà a causa della salute di una sua amica, la dottoressa Wanda Poltawska. Quella signora e la sua famiglia per il Papa erano come una seconda famiglia. Nell'ottobre 1962, iniziava il Concilio Vaticano II e Karol Woityla, diventato Arcivescovo di Cracovia, si trovava a Roma per dare il suo contributo al Concilio; fu proprio in quel periodo che venne colto dalla brutta notizia della malattia della sua amica. Senza perdere tempo, scrisse a padre Pio, perché lo sapeva uomo di Dio - ricordiamo che in quel periodo il Sant'Uffizio aveva emanato contro padre Pio provvedimenti molto severi, riservati solo a Sacerdoti ribelli e colpevoli -; voleva chiedere il suo aiuto, la sua preghiera, per «una madre di quattro figlie, di quarant'anni, di Cracovia in Polonia (durante l'ultima guerra fu per cinque anni in campo di concentramento in Germania), ora in pericolo gravissimo di salute e della vita stessa per un cancro, affinché Dio per intercessione della Beatissima Vergine mostri la sua misericordia a lei e alla sua famiglia». A chi gli consegnava questa lettera da parte dell'arcivescovo Wojtyla, padre Pio rispose: «A questo non si può dire di no». Infatti, pochi giorni dopo, il futuro Papa scriveva un'altra lettera a padre Pio per ringraziare Dio e anche lui per la guarigione ottenuta.<br />LA DEVOZIONE A MARIA SANTISSIMA<br />Devotissimo della Madonna quanto padre Pio, San Giovanni Paolo II, non poteva non invocare la "Mamma celeste" come Mediatrice della grazia da ottenere. In effetti, la devozione a Maria Santissima è un punto in comune tra queste due vite vissute interamente per Dio e per i fratelli, sotto lo sguardo materno della Madonna. Possiamo dire che tutta la vita di ambedue fu una convivenza con la Madonna. Al card. Andrea Deskur, segretario di Giovanni Paolo II, che al termine di un colloquio chiedeva a suor Lucia di Fatima se doveva «riferire qualcosa al Santo Padre» da parte della Madonna, la Venerabile rispose: «Non è necessario, perché la Madonna gli parla direttamente». Similmente padre Pio, a chi gli chiedeva se la Madonna fosse mai andata nella sua cella, rispondeva: «Di' piuttosto se qualche volta non c'è».<br />L'amore a Gesù Crocifisso e alla Madre Corredentrice unì queste due anime tanto lontane l'una dall'altra secondo la gerarchia, ma così vicine per l'ideale che le animava: la salvezza delle anime.<br />In una lettera che scrisse, in polacco e con la sua firma autografa in calce, al Padre guardiano di San Giovanni Rotondo due mesi prima di elevare all'onore degli altari il Frate tanto amato (5 aprile 2002), ricordò ancora il loro primo incontro, e soprattutto l'impressione provata nel partecipare alla sua Messa. «Ho potuto - scriveva - scambiare qualche parola con Lui, ho partecipato il giorno dopo alla Santa Messa, che è durata a lungo e durante la quale ho potuto vedere sul suo volto la sofferenza che provava. Ho visto le sue mani celebrare l'Eucaristia: i segni delle stimmate. È rimasta per me un'esperienza indimenticabile».<br />Ringraziamo Dio per aver dato alla sua Chiesa e all'umanità questi giganti di santità e chiediamo loro di intercedere ancora per la Santa Chiesa in tempi di "morta fede e di empietà trionfante" come i nostri.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71018433</guid><pubDate>Tue, 31 Mar 2026 22:13:53 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71018433/le_vite_intrecciate_di_gpii_e_padre_pio.mp3" length="6047495" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8487

LE VITE INTRECCIATE DI GIOVANNI PAOLO II E PADRE PIO
di Reine Akeke
 
Il 25 maggio del 1987 vediamo raccolto in silenziosa preghiera sulla tomba di padre Pio un illustre visitatore. Chi è? Sua...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8487" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8487</a><br /><br />LE VITE INTRECCIATE DI GIOVANNI PAOLO II E PADRE PIO<br />di Reine Akeke<br /> <br />Il 25 maggio del 1987 vediamo raccolto in silenziosa preghiera sulla tomba di padre Pio un illustre visitatore. Chi è? Sua Santità Giovanni Paolo II, l'allora Sommo Pontefice della Santa Chiesa. Questo raccoglimento sulla tomba di padre Pio deve essere un momento commovente per il Papa. Aveva conosciuto padre Pio nel lontano aprile 1948, quando era ancora giovane Sacerdote ordinato da meno di un anno; allora non poteva certamente immaginare che sarebbe stato lui a canonizzare l'umile Frate cappuccino. Desiderava incontrare padre Pio per tre motivi: vederlo, partecipare alla sua Messa e confessarsi da lui. Il giovane sacerdote Karol Wojtyla restò molto impressionato da quell'incontro e non dimentica più la figura del Frate cappuccino. Nel 1974, quando da Cardinale tornò a San Giovanni Rotondo, disse infatti di «aver ancora negli occhi, dopo tanti anni, la persona di padre Pio, la sua presenza, la Santa Messa da lui celebrata all'altare laterale, il confessionale e di sentire ancora le sue parole». Disse anche che «era impressionante, profondo, celebrare accanto alla tomba del venerato Padre, perché sempre per tutta la vita, non aveva fatto altro che predicare la passione e la morte e la resurrezione del Cristo». La Passione di Gesù, San Pio non solo la predicava, ma la viveva nel proprio corpo con le sue stimmate sempre sanguinanti. Con-crocifisso con Cristo, era anche lui vittima per i peccatori, che assolveva durante le lunghe ore trascorse nel confessionale per ridonare loro la pace e la grazia di Dio.<br />UNA CONFESSIONE INDIMENTICABILE<br />Anche San Giovanni Paolo Il si confessò da padre Pio e non lo dimenticò mai più. Mons. Paolo Carta, che era stato vescovo di Foggia, durante un incontro con il Papa disse di essere stato testimone della santità di padre Pio, e il Santo Padre rispose: «Ah, Padre Pio, che uomo di Dio. Una volta pure io sono andato da lui e mi sono confessato».<br />Giovanni Paolo II conobbe dunque personalmente padre Pio ed era convinto della sua santità, dell'azione della grazia in quell'anima benedetta. Il Santo cappuccino fu anche suo benefattore quando si trovò in difficoltà a causa della salute di una sua amica, la dottoressa Wanda Poltawska. Quella signora e la sua famiglia per il Papa erano come una seconda famiglia. Nell'ottobre 1962, iniziava il Concilio Vaticano II e Karol Woityla, diventato Arcivescovo di Cracovia, si trovava a Roma per dare il suo contributo al Concilio; fu proprio in quel periodo che venne colto dalla brutta notizia della malattia della sua amica. Senza perdere tempo, scrisse a padre Pio, perché lo sapeva uomo di Dio - ricordiamo che in quel periodo il Sant'Uffizio aveva emanato contro padre Pio provvedimenti molto severi, riservati solo a Sacerdoti ribelli e colpevoli -; voleva chiedere il suo aiuto, la sua preghiera, per «una madre di quattro figlie, di quarant'anni, di Cracovia in Polonia (durante l'ultima guerra fu per cinque anni in campo di concentramento in Germania), ora in pericolo gravissimo di salute e della vita stessa per un cancro, affinché Dio per intercessione della Beatissima Vergine mostri la sua misericordia a lei e alla sua famiglia». A chi gli consegnava questa lettera da parte dell'arcivescovo Wojtyla, padre Pio rispose: «A questo non si può dire di no». Infatti, pochi giorni dopo, il futuro Papa scriveva un'altra lettera a padre Pio per ringraziare Dio e anche lui per la guarigione ottenuta.<br />LA DEVOZIONE A MARIA SANTISSIMA<br />Devotissimo della Madonna quanto padre Pio, San Giovanni Paolo II, non poteva non invocare la "Mamma celeste" come Mediatrice della grazia da ottenere. 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San Francesco di Sales, vescovo di Ginevra-Annecy, preservò questo territorio dal calvinismo e la sua eredità spirituale, anche attraverso le Amicizie Cattoliche di Pio Brunone Lanteri, arrivò a san Giovanni Bosco, che vide nel santo savoiardo il modello per la sua opera educativa e ne fece il punto di riferimento della congregazione da lui fondata, chiamandola salesiana. <br />SAN FRANCESCO DI SALES<br />Uno dei più importanti punti che questi santi hanno in comune è anche uno dei meno conosciuti: il loro impegno nella battaglia delle idee, per difendere a viso aperto le verità della fede e della morale. Anche per questa ragione, il 26 gennaio 1923, nel terzo centenario della sua morte, san Francesco di Sales, fu proclamato da Pio XI, con l'enciclica Rerum omnium, patrono di «tutti quei cattolici, che con la pubblicazione o di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina». «Ad essi - afferma Pio XI - è necessario, nelle discussioni, imitare e mantenere quel vigore, congiunto con moderazione e carità, tutto proprio di Francesco. Egli, infatti, con il suo esempio, insegna loro chiaramente la condotta da tenere. Innanzi tutto studino con somma diligenza e giungano, per quanto possono, a possedere la dottrina cattolica; si guardino dal venir meno alla verità, né, con il pretesto di evitare l'offesa degli avversari, la attenuino o la dissimulino; abbiano cura della stessa forma ed eleganza del dire, e si studino di esprimere i pensieri con la perspicuità e l'ornamento delle parole, in maniera che i lettori si dilettino della verità. Se si presenta il caso di combattere gli avversari, sappiano, sì, confutare gli errori e resistere alla improbità dei perversi, ma in modo da dare a conoscere di essere animati da rettitudine e soprattutto mossi dalla carità».<br />DON BOSCO<br />Sullo stesso fronte fu impegnato san Giovanni Bosco. Molti, quando parlano di lui, si riferiscono quasi esclusivamente alle sue grandi realizzazioni sociali e dimenticano la sua opera di apostolo della "buona stampa cattolica" contro i nefasti effetti di quella "cattiva", veicolo di menzogne ed eresie. Nella lettera circolare ai Salesiani del 19 marzo 1885, don Bosco raccomanda caldamente la diffusione dei buoni libri come mezzo privilegiato per la gloria di Dio e la salvezza delle anime: «Io non esito a chiamare Divino questo mezzo, poiché Dio stesso se ne giovò a rigenerazione dell'uomo. Furono i libri da esso ispirati che portarono in tutto il mondo la retta dottrina». I "buoni libri" sono «tanto più necessari in quanto che l'empietà e la immoralità oggigiorno si attiene a quest'arma, per fare strage nell'ovile di Gesù Cristo, per condurre e per trascinare in perdizione gli incauti e i disobbedienti. Quindi è necessario opporre arma ad arma. Aggiungete che il libro, se da un lato non ha quella forza intrinseca della quale è fornita la parola viva, da un altro lato presenta vantaggi in certe circostanze anche maggiori. Il buon libro entra persino nelle case ove non può entrare il sacerdote, è tollerato eziandio dai cattivi come memoria o come regalo. Presentandosi non arrossisce, trascurato non s'inquieta, letto insegna verità con calma, disprezzato non si lagna e lascia il rimorso che talora accende il desiderio di conoscere la verità; mentre esso è sempre pronto ad insegnarla» (Epistolario di San Giovanni Bosco, vol. IV, LAS, Roma 1996, pp. 357-360).<br />LA BUONA STAMPA<br />La "buona stampa" non è un'attività secondaria dei Salesiani ma, scrive don Bosco, è «una fra le precipue imprese che mi affidò la Divina Provvidenza; e voi sapete come io dovetti occuparmene con instancabile lena, non ostante le mille altre mie occupazioni. L'odio rabbioso dei nemici del bene, le persecuzioni contro la mia persona dimostrarono, come l'errore vedesse in questi libri un formidabile avversario e per ragione contraria un'impresa benedetta da Dio. Infatti la mirabile diffusione di questi libri è un argomento per provare l'assistenza speciale di Dio. In meno di trent'anni sommano circa a venti milioni i fascicoli o volumi da noi sparsi tra il popolo. Se qualche libro sarà rimasto trascurato, altri avranno avuto ciascuno un centinaio di lettori, e quindi il numero di coloro, ai quali i nostri libri fecero del bene, si può credere con certezza di, gran lunga maggiore del numero dei volumi pubblicati. Questa diffusione dei buoni libri è uno dei fini principali della nostra Congregazione. L'articolo 7 del paragrafo primo delle nostre Regole dice dei Salesiani: "Si adopereranno a diffondere buoni libri nel popolo, usando" tutti quei mezzi che la carità cristiana inspira. Colle parole e con gli scritti cercheranno di porre un argine all'empietà ed all'eresia, che in tante guise tenta insinuarsi fra i rozzi e gli ignoranti. A questo scopo devono indirizzarsi le prediche le quali di tratto in tratto si tengono al popolo, i tridui, le novene e la diffusione dei buoni libri».<br />Ai nostri giorni la "buona stampa" ha assunto un'importanza molto maggiore di quanto ne avesse ai tempi di san Francesco di Sales e di san Giovanni Bosco, a causa dello sviluppo degli strumenti di comunicazione, che spesso sono anche mezzi di disinformazione: giornali digitali, siti web, video, social media. Anche oggi, dunque, la Chiesa è chiamata a "opporre arma ad arma", annunciando la verità senza attenuazioni, e combattendo inflessibilmente gli errori, ma con carità, senza quei sentimenti di rabbia, di amarezza e di sarcasmo, che sono estranei allo spirito cristiano. <br />Ma l'insegnamento di don Bosco e di san Francesco di Sales ci deve soprattutto ricordare che ogni nostra battaglia deve avere come fine e come fondamento la gloria di Dio e la salvezza delle anime. <br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70700531</guid><pubDate>Tue, 17 Mar 2026 22:42:34 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70700531/san_francesco_di_sales_e_don_bosco_maestri_della_buona_stampa.mp3" length="7328958" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8478

SAN FRANCESCO DI SALES E DON BOSCO, MAESTRI DELLA BUONA STAMPA
di Roberto de Mattei
 
Alla fine del mese di gennaio, la Chiesa cattolica ricorda, a pochi giorni di distanza, due grandi santi...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8478" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8478</a><br /><br />SAN FRANCESCO DI SALES E DON BOSCO, MAESTRI DELLA BUONA STAMPA<br />di Roberto de Mattei<br /> <br />Alla fine del mese di gennaio, la Chiesa cattolica ricorda, a pochi giorni di distanza, due grandi santi intimamente legati tra loro: san Francesco di Sales (1567-1623) e san Giovanni Bosco (1815-1888).<br />Questi due santi vissero in epoche diverse: san Francesco di Sales mori nel 1623 e san Giovanni Bosco nacque due secoli dopo, nel 1815, ma il loro apostolato si svolse in una medesima area geografica e culturale: il ducato, poi regno sabaudo, che comprendeva il Piemonte e la Savoia, con Torino come capitale. San Francesco di Sales, vescovo di Ginevra-Annecy, preservò questo territorio dal calvinismo e la sua eredità spirituale, anche attraverso le Amicizie Cattoliche di Pio Brunone Lanteri, arrivò a san Giovanni Bosco, che vide nel santo savoiardo il modello per la sua opera educativa e ne fece il punto di riferimento della congregazione da lui fondata, chiamandola salesiana. <br />SAN FRANCESCO DI SALES<br />Uno dei più importanti punti che questi santi hanno in comune è anche uno dei meno conosciuti: il loro impegno nella battaglia delle idee, per difendere a viso aperto le verità della fede e della morale. Anche per questa ragione, il 26 gennaio 1923, nel terzo centenario della sua morte, san Francesco di Sales, fu proclamato da Pio XI, con l'enciclica Rerum omnium, patrono di «tutti quei cattolici, che con la pubblicazione o di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina». «Ad essi - afferma Pio XI - è necessario, nelle discussioni, imitare e mantenere quel vigore, congiunto con moderazione e carità, tutto proprio di Francesco. Egli, infatti, con il suo esempio, insegna loro chiaramente la condotta da tenere. Innanzi tutto studino con somma diligenza e giungano, per quanto possono, a possedere la dottrina cattolica; si guardino dal venir meno alla verità, né, con il pretesto di evitare l'offesa degli avversari, la attenuino o la dissimulino; abbiano cura della stessa forma ed eleganza del dire, e si studino di esprimere i pensieri con la perspicuità e l'ornamento delle parole, in maniera che i lettori si dilettino della verità. Se si presenta il caso di combattere gli avversari, sappiano, sì, confutare gli errori e resistere alla improbità dei perversi, ma in modo da dare a conoscere di essere animati da rettitudine e soprattutto mossi dalla carità».<br />DON BOSCO<br />Sullo stesso fronte fu impegnato san Giovanni Bosco. Molti, quando parlano di lui, si riferiscono quasi esclusivamente alle sue grandi realizzazioni sociali e dimenticano la sua opera di apostolo della "buona stampa cattolica" contro i nefasti effetti di quella "cattiva", veicolo di menzogne ed eresie. Nella lettera circolare ai Salesiani del 19 marzo 1885, don Bosco raccomanda caldamente la diffusione dei buoni libri come mezzo privilegiato per la gloria di Dio e la salvezza delle anime: «Io non esito a chiamare Divino questo mezzo, poiché Dio stesso se ne giovò a rigenerazione dell'uomo. Furono i libri da esso ispirati che portarono in tutto il mondo la retta dottrina». I "buoni libri" sono «tanto più necessari in quanto che l'empietà e la immoralità oggigiorno si attiene a quest'arma, per fare strage nell'ovile di Gesù Cristo, per condurre e per trascinare in perdizione gli incauti e i disobbedienti. Quindi è necessario opporre arma ad arma. Aggiungete che il libro, se da un lato non ha quella forza intrinseca della quale è fornita la parola viva, da un altro lato presenta vantaggi in certe circostanze anche maggiori. Il buon libro entra persino nelle case ove non può entrare il sacerdote, è tollerato eziandio dai cattivi come memoria o come regalo. Presentandosi non arrossisce, trascurato non s'inquieta, letto insegna verità con calma, disprezzato non si...]]></itunes:summary><itunes:duration>459</itunes:duration><itunes:keywords>buonastampa,contrastareglierrori,custodirelafede,donbosco,maestri,salesiani,sanfrancescodisales</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1b5d10c48f6bf515ef6f1b2070f3fcf8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Tyburn, la memoria dei martiri cattolici inglesi</title><link>https://www.spreaker.com/episode/tyburn-la-memoria-dei-martiri-cattolici-inglesi--70577485</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8472" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8472</a><br /><br />TYBURN, LA MEMORIA DEI MARTIRI CATTOLICI INGLESI<br />di Roberto de Mattei<br /> <br />Tra i tanti luoghi del mondo in cui, giorno e notte, si adora il Santissimo Sacramento, ve n'è uno che possiede un significato del tutto particolare, perché richiama una pagina tragica della storia della Chiesa: il convento di Tyburn, nel centro di Londra, presso l'attuale Marble Arch.<br />Il Tyburn Tree era il nome popolare del grande patibolo che qui sorgeva. Non si trattava di un "albero" vero e proprio, ma di una robusta struttura lignea di forma triangolare: tre pali verticali sostenevano altrettante travi orizzontali. Questa particolare conformazione permetteva di eseguire più condanne contemporaneamente, facendo di Tyburn il principale luogo delle esecuzioni pubbliche inglesi fino al 1783.<br />Tra il 1535 e il 1681, quel patibolo divenne teatro della morte di oltre cento martiri cattolici, insieme a molti altri fedeli non ancora ufficialmente riconosciuti santi dalla Chiesa.<br />La persecuzione religiosa ebbe inizio nel 1534 quando, con l'Atto di Supremazia, il re Enrico VIII si proclamò capo supremo della Chiesa d'Inghilterra, rompendo con Roma dopo il rifiuto papale di dichiarare nullo il suo matrimonio con Caterina d'Aragona.<br />Chiunque non riconoscesse la nuova autorità religiosa del sovrano veniva condannato a morte per "alto tradimento". Ebbe così origine lo scisma anglicano.<br />Le prime vittime furono san Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, e il Lord Cancelliere san Tommaso Moro. Entrambi furono decapitati a Tower Hill nel 1535. Pur non essendo stati giustiziati a Tyburn, il clima persecutorio che li condannò era lo stesso che avrebbe segnato il destino di tanti martiri impiccati e squartati al Tyburn Tree.<br />Durante il regno di Elisabetta I la repressione contro i cattolici si intensificò. Tra i martiri più noti di Tyburn ricordiamo: il padre gesuita Edmund Campion, nel 1581, e i suoi confratelli Robert Southwell e Henry Walpole, nel 1595. <br />Accanto a loro, vogliamo ricordare due laici, meno conosciuti, ma meritevoli di venerazione.<br />JOHN FELTON<br />Il 25 febbraio 1570, san Pio V firmò e promulgò in concistoro la bolla Regnans in excelsis, con la quale pronunciò la sentenza di scomunica contro la regina Elisabetta I, dichiarandola decaduta dal suo preteso diritto alla corona inglese; i suoi sudditi non erano legati dal giuramento di fedeltà verso di essa e sotto pena di scomunica non potevano prestarle obbedienza. Il Papa si richiamava al Magistero dei grandi Papi del Medioevo, ma anche di Paolo III che, nel 1535, aveva dichiarato privato del regno il Re d'Inghilterra Enrico VIII, e di Clemente VIII che lo aveva scomunicato.<br />Elisabetta cercò in tutti i modi di impedire che la bolla fosse introdotta e conosciuta nel suo regno, ma la notte del 25 marzo 1570, un gentiluomo di Southwark, John Felton, affisse una copia della bolla papale sul portone della casa del vescovo scismatico di Londra, accanto alla cattedrale anglicana di San Paolo.<br />La mattina dopo la notizia si diffuse nella popolazione di Londra che si riunì eccitata presso il palazzo del vescovo. Elisabetta andò su tutte le furie, e ordinò che si facesse uso della tortura per scoprire il temerario che l'aveva affissa. Felton, invece di fuggire, rivendicò l'onore dell'impresa, e dichiarò che molti esemplari della bolla circolavano già nelle mani dei fedeli della città. Il 4 agosto Felton, condotto dinanzi al tribunale, negò pubblicamente la supremazia spirituale di Elisabetta, dichiarandosi pronto a morire per la fede cattolica. Poi, per mostrare di non nutrire nessun odio personale contro la regina, si tolse dal dito un anello, in cui era incastonato un diamante prezioso e lo fece consegnare alla sovrana. Fu impiccato e squartato l'8 agosto 1570 e, come testimonia Francesca sua figlia, mentre il carnefice già ne stringeva in mano il cuore strappatogli dal petto fu udito ancora invocare per due volte il nome di Gesù. John Felton fu beatificato da Leone XIII il 29 dicembre 1886.  Suo figlio Thomas si fece sacerdote e subì lo stesso supplizio nel 1588.<br />JOHN STOREY<br />Al suo martirio seguì quello di John Storey, un anziano giurista, professore di diritto ad Oxford, che era stato membro del Parlamento negli ultimi anni di Enrico VIII. Storey, dopo essere stato arrestato una prima volta dal 1548 al 1549, si rifugiò a Lovanio, ma all'avvento di Maria Tudor ritornò in Inghilterra, venendo nominato cancelliere delle diocesi di Oxford e Londra. Arrestato di nuovo agli inizi del regno di Elisabetta riuscì ad evadere, riparando nuovamente nelle Fiandre, dove aveva preso la cittadinanza spagnola, mettendosi sotto la protezione di Filippo II. Nell'estate del 1570 fu attirato con un tranello a bordo di un vascello inglese, incatenato e portato a Londra, dove fu rinchiuso nelle prigioni della Torre e condannato a morte. Il 26 maggio 1571 fu squartato a Tyburn. È stato beatificato da Leone XIII nel 1886.<br />Il supplizio di Storey fu analogo a quello di Felton e di tanti cattolici che sarebbero stati "impiccati, sventrati e squartati" a Tyburn. Il condannato condotto su un carretto al luogo dell'esecuzione, veniva spogliato nudo, con le mani legate e impiccato in modo che il collo non si rompesse. Prima che sopraggiungesse la morte, veniva condotto al tavolo di squartamento e orrendamente mutilato, ancora vivo e cosciente. Il carnefice stava attento a non ledere organi vitali, in modo che il condannato restasse vivo sino al termine del supplizio. Vicino al tavolo di squartamento, c'era un braciere dove veniva posto ogni pezzo di organo, per essere bruciato davanti agli occhi del suppliziato. Quando al suppliziato, ancor vivo, erano completamente strappate le viscere, il carnefice gli tagliava la testa e procedeva infine allo squartamento del corpo. Con un'ascia lo divideva in quattro parti, prima tagliandolo verticalmente poi, orizzontalmente, quindi in altre due metà. I quarti del suo corpo venivano appesi in diversi angoli della città. Così morirono molti martiri cattolici inglesi sotto Elisabetta I, la sanguinaria.<br />Oliver Plunkett, Arcivescovo di Armagh, vittima di accuse infondate, fu l'ultimo cattolico a morire a Tyburn nel 1681.<br />Nel 1901 un ordine religioso di suore benedettine esiliate dalla Francia, le Adoratrici del Sacro Cuore di Gesù di Montmartre, acquistò il terreno in cui sorgeva il patibolo di Tyburn. Nel luogo che aveva visto tanto sangue, istituirono un'Adorazione perpetua al Santissimo Sacramento, che costituisce ancora oggi il centro della Londra cattolica. Al patibolo si è sostituito un altare dove si adora Dio, verità infinita e somma giustizia.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70577485</guid><pubDate>Tue, 10 Mar 2026 21:14:09 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70577485/tyburn.mp3" length="8279908" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8472

TYBURN, LA MEMORIA DEI MARTIRI CATTOLICI INGLESI
di Roberto de Mattei
 
Tra i tanti luoghi del mondo in cui, giorno e notte, si adora il Santissimo Sacramento, ve n'è uno che possiede un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8472" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8472</a><br /><br />TYBURN, LA MEMORIA DEI MARTIRI CATTOLICI INGLESI<br />di Roberto de Mattei<br /> <br />Tra i tanti luoghi del mondo in cui, giorno e notte, si adora il Santissimo Sacramento, ve n'è uno che possiede un significato del tutto particolare, perché richiama una pagina tragica della storia della Chiesa: il convento di Tyburn, nel centro di Londra, presso l'attuale Marble Arch.<br />Il Tyburn Tree era il nome popolare del grande patibolo che qui sorgeva. Non si trattava di un "albero" vero e proprio, ma di una robusta struttura lignea di forma triangolare: tre pali verticali sostenevano altrettante travi orizzontali. Questa particolare conformazione permetteva di eseguire più condanne contemporaneamente, facendo di Tyburn il principale luogo delle esecuzioni pubbliche inglesi fino al 1783.<br />Tra il 1535 e il 1681, quel patibolo divenne teatro della morte di oltre cento martiri cattolici, insieme a molti altri fedeli non ancora ufficialmente riconosciuti santi dalla Chiesa.<br />La persecuzione religiosa ebbe inizio nel 1534 quando, con l'Atto di Supremazia, il re Enrico VIII si proclamò capo supremo della Chiesa d'Inghilterra, rompendo con Roma dopo il rifiuto papale di dichiarare nullo il suo matrimonio con Caterina d'Aragona.<br />Chiunque non riconoscesse la nuova autorità religiosa del sovrano veniva condannato a morte per "alto tradimento". Ebbe così origine lo scisma anglicano.<br />Le prime vittime furono san Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, e il Lord Cancelliere san Tommaso Moro. Entrambi furono decapitati a Tower Hill nel 1535. Pur non essendo stati giustiziati a Tyburn, il clima persecutorio che li condannò era lo stesso che avrebbe segnato il destino di tanti martiri impiccati e squartati al Tyburn Tree.<br />Durante il regno di Elisabetta I la repressione contro i cattolici si intensificò. Tra i martiri più noti di Tyburn ricordiamo: il padre gesuita Edmund Campion, nel 1581, e i suoi confratelli Robert Southwell e Henry Walpole, nel 1595. <br />Accanto a loro, vogliamo ricordare due laici, meno conosciuti, ma meritevoli di venerazione.<br />JOHN FELTON<br />Il 25 febbraio 1570, san Pio V firmò e promulgò in concistoro la bolla Regnans in excelsis, con la quale pronunciò la sentenza di scomunica contro la regina Elisabetta I, dichiarandola decaduta dal suo preteso diritto alla corona inglese; i suoi sudditi non erano legati dal giuramento di fedeltà verso di essa e sotto pena di scomunica non potevano prestarle obbedienza. Il Papa si richiamava al Magistero dei grandi Papi del Medioevo, ma anche di Paolo III che, nel 1535, aveva dichiarato privato del regno il Re d'Inghilterra Enrico VIII, e di Clemente VIII che lo aveva scomunicato.<br />Elisabetta cercò in tutti i modi di impedire che la bolla fosse introdotta e conosciuta nel suo regno, ma la notte del 25 marzo 1570, un gentiluomo di Southwark, John Felton, affisse una copia della bolla papale sul portone della casa del vescovo scismatico di Londra, accanto alla cattedrale anglicana di San Paolo.<br />La mattina dopo la notizia si diffuse nella popolazione di Londra che si riunì eccitata presso il palazzo del vescovo. Elisabetta andò su tutte le furie, e ordinò che si facesse uso della tortura per scoprire il temerario che l'aveva affissa. Felton, invece di fuggire, rivendicò l'onore dell'impresa, e dichiarò che molti esemplari della bolla circolavano già nelle mani dei fedeli della città. Il 4 agosto Felton, condotto dinanzi al tribunale, negò pubblicamente la supremazia spirituale di Elisabetta, dichiarandosi pronto a morire per la fede cattolica. Poi, per mostrare di non nutrire nessun odio personale contro la regina, si tolse dal dito un anello, in cui era incastonato un diamante prezioso e lo fece consegnare alla sovrana. Fu impiccato e squartato l'8 agosto 1570 e, come testimonia Francesca sua figlia,...]]></itunes:summary><itunes:duration>518</itunes:duration><itunes:keywords>cattoliciinglesi,coronainglese,martiri,patibolo,tyburn</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d98abb064275a099c389fb3356e2e845.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Giuseppe Allamano smaschera l'illusione di evangelizzare senza conversione</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-giuseppe-allamano-smaschera-l-illusione-di-evangelizzare-senza-conversione--70258242</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8461" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8461</a><br /><br />SAN GIUSEPPE ALLAMANO SMASCHERA L'ILLUSIONE DI EVANGELIZZARE SENZA CONVERSIONE di Roberto de Mattei<br /> <br />Il 25 gennaio, Papa Leone XIV ha pubblicato un messaggio per celebrare il centesimo anniversario della Giornata Missionaria Mondiale del 2026, che si svolgerà il prossimo 16 ottobre. Questa giornata istituita da Papa Pio XI nel 1926, ci ricorda la vocazione missionaria della Chiesa, riassunta dalle parole di Nostro Signore ai suoi discepoli: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 18-20).<br />Pochi sanno che l'istituzione di questa giornata si deve anche ad un santo che non fu mai missionario, ma che alle missioni dedicò la sua vita: san Giuseppe Allamano, la cui festa si celebra il 16 febbraio. <br />Giuseppe Allamano nacque a Castelnuovo d'Asti il 21 gennaio 1851, nella stessa terra benedetta che aveva dato i natali a san Giovanni Bosco e fu uno degli ultimi frutti di quello straordinario filone di spiritualità piemontese, costellato da nomi come quelli di san Giuseppe Cafasso, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, san Leonardo Murialdo, e, tanti altri beati e servi di Dio. <br />La spiritualità piemontese è sempre concreta, radicata nella fedeltà alle grazie ricevute ogni giorno, senza mai essere intellettuale o sentimentale. Ciò che la caratterizza è il primato della vita interiore, l'amore per la Chiesa, una profonda devozione mariana, una fiducia incrollabile nella Divina Provvidenza. <br />Ordinato sacerdote nel 1873, Giuseppe Allamano, fu presto colpito dalla sofferenza: una grave malattia lo costrinse ad abbandonare l'insegnamento, ma ciò che sembrava una sconfitta diventò, nelle mani di Dio, un seme fecondo. Nominato rettore del Santuario della Consolata di Torino, Allamano trasformò quel luogo in un centro vivo di rinnovamento sacerdotale. Davanti all'immagine della Madonna Consolata, maturò in lui una chiamata decisiva: formare missionari santi per annunciare il Vangelo fino ai confini della terra. Nel 1901 fondò l'Istituto Missioni Consolata (oggi Missionari della Consolata) e, pochi anni dopo, l'Istituto delle Missionarie della Consolata. Non partirà mai personalmente per le missioni, ma il suo cuore le abbraccerà tutte. <br />LA GIORNATA MISSIONARIA<br />Nel 1912, si rivolse direttamente a san Pio X, per cercare di sensibilizzare il clero e i fedeli sulle attività delle missioni, chiedendo anche l'istituzione di una giornata a questo dedicata. La risposta arriverà con l'istituzione della Giornata Missionaria, poco dopo la sua morte, che avvenne a Torino, il 16 febbraio 1926. Quest'anno ne celebriamo il centenario. Fu beatificato da Giovanni Paolo II e proclamato santo da papa Francesco il 20 ottobre 2024. Oggi la sua famiglia missionaria è diffusa in molti Paesi del mondo.<br />Per comprendere la profonda spiritualità missionaria di san Giuseppe Allamano sono preziosi i suoi scritti. Essa può essere riassunta nel suo celebre motto: «Prima santi, poi missionari». <br />«L'opera della missione - scrive Allamano - esige grande santità. Non basta una santità mediocre, occorrono, come missionari, santi in modo superlativo. Le anime si salvano con la santità... Certe conversioni non si ottengono che con la santità. Non dimenticate mai che la conversione dei cuori è opera della divina grazia, e solo chi ne è ripieno, opererà prodigi di conversione...<br />Prima santi e poi missionari. Non bisogna scambiare i termini. Non è affatto presunzione il voler farsi santo; è presunzione il confidare nelle proprie forze. I santi non sono nati santi, ma si sono fatti santi. Quelli che vogliono farsi veramente santi, il Signore li aiuta e li fa santi.<br />Per essere santi occorre pregare. Bisogna pregare sempre, giorno e notte senza interruzione: il che vuol dire essere come investiti dello spirito di preghiera, come l'abito riveste il corpo. Dobbiamo formarci lo spirito della preghiera, avere l'abito della preghiera, che non consiste nel pregare sempre vocalmente, dal mattino alla sera, ma nel riferire tutto al Signore. Così il nostro lavoro sarà preghiera. Si fa più in un quarto d'ora dopo aver pregato, che in due ore senza preghiera. La preghiera deve essere perseverante. Bussiamo alla porta; se non ci viene aperto, bussiamo più forte; rompiamo la porta, se occorresse. È il Signore che ci insegna a fare così. Quando non riceviamo ciò che chiediamo, pensiamo che neppure un filo, una parola della nostra preghiera è caduta nel vuoto».<br />PER MEZZO DELLA CROCE<br />Aggiunge il nostro santo: «È per mezzo della croce che ci santifichiamo, non per mezzo delle parole e neppure solo delle preghiere; queste giovano anche, ma il più importante è portare bene la croce. La spiritualità però non deve essere triste, ma profondamente serena e fiduciosa nella Provvidenza». <br />«La confidenza - sottolinea il nostro santo - è la quintessenza della speranza. Confidare è speranza robusta, viva. Nella via della perfezione essa ha una grande parte. Senza confidenza in Dio non si può far nulla; d'altra parte, facciamo torto a Dio non confidando in lui. Ci vuole una confidenza da pretendere miracoli, una confidenza tale, da essere un po' audaci, "prepotenti". Il Signore non si offende di ciò. Iddio provvede a tutto per coloro che in lui confidano».<br />La devozione alla Madonna Consolata è uno dei pilastri della spiritualità di san Giuseppe Allamano, che vede nella Consolata una Madre che guida, sostiene e corregge, e a Lei affida ogni difficoltà. «Se uno non sentisse amore verso la Madonna, lo domandi: non aver amore alla Madonna è cattivo segno. Se non avete la devozione alla Madonna, e non dico solo devozione, ma una tenera devozione - dice - non vi farete santi!»<br />L'energia è una dote caratteristica della Madonna. «Maria nei suoi dolori non si lasciava abbattere, ma aveva energia: "stava preso la croce di Gesù" (Gv 19, 25), partecipe delle sofferenze del figlio. Generosità, coraggio - esorta - ma anche allegrezza! Dio vuole anime forti e risolute, che si mettano interamente a disposizione di lui! Guai a chi mette riserve nella santificazione! Il Paradiso non è fatto per i fiacchi<br />Che cos'è la nostra vita? É un'ora. Almeno in quest'ora lavoriamo con tanta intensità, con tanto spirito, di modo che un'ora sola valga tutta la giornata. Non è tanto il cadere nella debolezza che è male, ma il non sollevarsi; invece bisogna sempre cominciare di nuovo, non stancarsi. Coraggio sempre. Avanti nel Signore».<br /><br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/70258242</guid><pubDate>Tue, 24 Feb 2026 23:32:26 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/70258242/san_giuseppe_allamano.mp3" length="9588027" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8461

SAN GIUSEPPE ALLAMANO SMASCHERA L'ILLUSIONE DI EVANGELIZZARE SENZA CONVERSIONE di Roberto de Mattei
 
Il 25 gennaio, Papa Leone XIV ha pubblicato un messaggio per celebrare il centesimo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8461" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8461</a><br /><br />SAN GIUSEPPE ALLAMANO SMASCHERA L'ILLUSIONE DI EVANGELIZZARE SENZA CONVERSIONE di Roberto de Mattei<br /> <br />Il 25 gennaio, Papa Leone XIV ha pubblicato un messaggio per celebrare il centesimo anniversario della Giornata Missionaria Mondiale del 2026, che si svolgerà il prossimo 16 ottobre. Questa giornata istituita da Papa Pio XI nel 1926, ci ricorda la vocazione missionaria della Chiesa, riassunta dalle parole di Nostro Signore ai suoi discepoli: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 18-20).<br />Pochi sanno che l'istituzione di questa giornata si deve anche ad un santo che non fu mai missionario, ma che alle missioni dedicò la sua vita: san Giuseppe Allamano, la cui festa si celebra il 16 febbraio. <br />Giuseppe Allamano nacque a Castelnuovo d'Asti il 21 gennaio 1851, nella stessa terra benedetta che aveva dato i natali a san Giovanni Bosco e fu uno degli ultimi frutti di quello straordinario filone di spiritualità piemontese, costellato da nomi come quelli di san Giuseppe Cafasso, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, san Leonardo Murialdo, e, tanti altri beati e servi di Dio. <br />La spiritualità piemontese è sempre concreta, radicata nella fedeltà alle grazie ricevute ogni giorno, senza mai essere intellettuale o sentimentale. Ciò che la caratterizza è il primato della vita interiore, l'amore per la Chiesa, una profonda devozione mariana, una fiducia incrollabile nella Divina Provvidenza. <br />Ordinato sacerdote nel 1873, Giuseppe Allamano, fu presto colpito dalla sofferenza: una grave malattia lo costrinse ad abbandonare l'insegnamento, ma ciò che sembrava una sconfitta diventò, nelle mani di Dio, un seme fecondo. Nominato rettore del Santuario della Consolata di Torino, Allamano trasformò quel luogo in un centro vivo di rinnovamento sacerdotale. Davanti all'immagine della Madonna Consolata, maturò in lui una chiamata decisiva: formare missionari santi per annunciare il Vangelo fino ai confini della terra. Nel 1901 fondò l'Istituto Missioni Consolata (oggi Missionari della Consolata) e, pochi anni dopo, l'Istituto delle Missionarie della Consolata. Non partirà mai personalmente per le missioni, ma il suo cuore le abbraccerà tutte. <br />LA GIORNATA MISSIONARIA<br />Nel 1912, si rivolse direttamente a san Pio X, per cercare di sensibilizzare il clero e i fedeli sulle attività delle missioni, chiedendo anche l'istituzione di una giornata a questo dedicata. La risposta arriverà con l'istituzione della Giornata Missionaria, poco dopo la sua morte, che avvenne a Torino, il 16 febbraio 1926. Quest'anno ne celebriamo il centenario. Fu beatificato da Giovanni Paolo II e proclamato santo da papa Francesco il 20 ottobre 2024. Oggi la sua famiglia missionaria è diffusa in molti Paesi del mondo.<br />Per comprendere la profonda spiritualità missionaria di san Giuseppe Allamano sono preziosi i suoi scritti. Essa può essere riassunta nel suo celebre motto: «Prima santi, poi missionari». <br />«L'opera della missione - scrive Allamano - esige grande santità. Non basta una santità mediocre, occorrono, come missionari, santi in modo superlativo. Le anime si salvano con la santità... Certe conversioni non si ottengono che con la santità. Non dimenticate mai che la conversione dei cuori è opera della divina grazia, e solo chi ne è ripieno, opererà prodigi di conversione...<br />Prima santi e poi missionari. Non bisogna scambiare i termini. Non è affatto presunzione il voler farsi santo; è presunzione il confidare nelle proprie forze. I santi non sono nati santi, ma si sono fatti santi. Quelli che vogliono farsi veramente santi,...]]></itunes:summary><itunes:duration>600</itunes:duration><itunes:keywords>conversione,evangelizzazione,giornatamissionaria,missioni,sangiuseppeallamano,sanpiox</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/81b0304fb0c964993307883381f9a91a.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Santa Clelia Barbieri: dal servizio in parrocchia alla fondazione di un istituto religioso</title><link>https://www.spreaker.com/episode/santa-clelia-barbieri-dal-servizio-in-parrocchia-alla-fondazione-di-un-istituto-religioso--69962984</link><description><![CDATA[VIDEO: La vita di Santa Clelia ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=8Tmsf_VqiqI&amp;list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=8Tmsf_VqiqI&amp;list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8448" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8448</a><br /><br />SANTA CLELIA BARBIERI: DAL SERVIZIO IN PARROCCHIA ALLA FONDAZIONE DI UN ISTITUTO di Gianpiero Pettiti<br /> <br />Quella di papà e mamma è una contrastata storia d'amore che fa scandalo. Lei, della famiglia più benestante del paese e nipote del medico condotto, va ad innamorarsi di un servo di campagna, di sette anni più giovane di lei. Lo sposa contro la volontà dei suoi e facendosi cacciare di casa, e va a vivere nella catapecchia dei suoceri.<br />L'anno dopo, nel 1847, in contrada Le Budrie di San Giovanni in Persiceto le nasce la prima bimba, Clelia, e tre anni dopo la seconda, Ernestina. Il suo non è stato un capriccio o una semplice infatuazione, ma l'inizio di una famiglia unita, saldamente fondata sul Vangelo. E' grazie a lei e ai suoi insegnamenti che le bimbe crescono, innamorate di Gesù.<br />Dopo appena nove anni di matrimonio papà muore, portato via dal colera, e allora la famiglia di lei si ammorbidisce nei confronti della vedova e delle piccole orfane. Clelia, soprattutto, si dimostra straordinariamente matura, a 11 anni riceve la prima comunione e da quel giorno la sua vita assume un'impronta marcatamente eucaristica. Ha la fortuna di trovare una guida impareggiabile nel giovane parroco, che le fa sentire l'importanza della catechesi, soprattutto verso le persone più semplici e meno acculturate.<br />Nella diocesi di Bologna vengono chiamati "operai della dottrina cristiana" quanti si impegnano con stabilità e continuità a fare catechismo e Clelia, a 14 anni, entra a far parte del gruppo parrocchiale. Sa leggere e scrivere a malapena e quindi viene collocata all'ultimo posto della lista, catechista "di riserva" che dovrà fare un lungo tirocinio prima di essere all'altezza della situazione. Ma Clelia brucia le tappe e diventa presto l'anima del gruppo, che proprio grazie a lei riprende vitalità.<br />Soprattutto con tre "operaie" si stabilisce un'amicizia e una comunità di intenti che le spinge a sostenersi a vicenda nel cammino della perfezione, a istruirsi ed a lavorare insieme. Le quattro amiche cominciano a pensare di vivere insieme, in una piccola comunità che si inserisca come lievito nella vita parrocchiale.<br />Nasce così la "famiglia di Clelia", perseguitata dalle autorità e dalle malelingue, che vive in povertà estrema affidandosi alla Provvidenza, che misuratamente ma costantemente non le fa mancare il necessario per la vita di ogni giorno. In parrocchia comincia a crescere l'ammirazione e la stima per Clelia, che spontaneamente viene chiamata "Madre" a dispetto dei suoi 22 anni: è un implicito riconoscimento del fascino che esercita e dell'autorità che le è riconosciuta.<br />Mentre la "famiglia" cresce, comincia a declinare la salute di Clelia, in preda alla tubercolosi. Muore il 13 luglio 1870, promettendo di essere sempre presente tra le sue "sorelle" alle quali neppure ha dato un nome. Ha 23 anni appena, è la più giovane fondatrice della Chiesa, ma "vede" e "sente" l'espandersi di quella sua piccola comunità, alla quale verrà poi dato il nome di Minime dell'Addolorata.<br />Nel primo anniversario della morte, le "sorelle" riunite nella camera in cui è spirata sentono per la prima volta la voce di Clelia che prega insieme a loro. Un fenomeno che, da allora in poi, si è ripetuto ed è stato documentato più di 150 volte, segno meraviglioso della comunione dei santi che lega quelli che sono quaggiù a quelli che già sono lassù.<br />Clelia Barbieri è stata proclamata beata da Paolo VI nel 1968 e canonizzata da Giovanni Paolo II nel 1989.<br />Nota di BastaBugie: per approfondire la vita di Santa Clelia leggiamo la sua biografia dal sito del Dicastero delle Cause dei Santi.<br />Clelia Barbieri nacque il 13 febbraio 1847 nella contrada volgarmente chiamata le "Budrie", appartenente civilmente al comune di S. Giovanni in Persiceto (BO), ecclesiasticamente alla Archidiocesi di Bologna, da Giuseppe Barbieri e Giacinta Nannetti.<br />I genitori erano di censo diverso: Giuseppe Barbieri proveniva dalla famiglia quasi più povera delle "Budrie", mentre Giacinta dalla famiglia più in vista; lui garzone dello zio di Giacinta, medico condotto del luogo, lei la figlia di Pietro Nannetti benestante.<br />Per il matrimonio contro corrente, Giacinta benestante sposò la povertà di un bracciante e da una casa agiata passò ad abitare nella umilissima casetta di Sante Barbieri, papà di Giuseppe; tuttavia si costituì una famiglia cementata sulla roccia della fede e della pratica cristiana.<br />Al battesimo amministratole lo stesso giorno della nascita, per espresso volere della mamma, la neonata ricevette i nomi di Clelia, Rachele, Maria.<br />La mamma insegnò precocemente alla piccola Clelia ad amare Dio fino a farle desiderare di essere santa. Un giorno Clelia le domandò: "Mamma, come posso essere santa?" Per tempo la Clelia imparò pure l'arte del cucire, di filare e tessere la canapa, il prodotto caratteristico della campagna persicetese.<br />All'età di 8 anni, durante l'epidemia colerica del 1855 Clelia perdette il babbo. Con la morte del babbo, per generosità dello zio medico, la mamma, Clelia e la piccola sorellina Ernestina passarono ad abitare in una casa più accogliente vicino alla chiesa parrocchiale.<br />Per Clelia le giornate divennero più santificate. Chiunque avesse voluto incontrarla poteva trovarla immancabilmente o a casa, a filare o cucire, o in chiesa a pregare.<br />Sebbene era nell'uso del tempo accostarsi per la prima volta alla Comunione quasi adulti, Clelia per la sua precoce preparazione catechistica e spirituale vi fu ammessa il 17 giugno 1858, a soli undici anni.<br />Fu un giorno decisivo per il suo futuro, perché visse la sua prima esperienza mistica: contrizione eccezionale dei peccati propri e altrui.<br />Premette su di lei l'angoscia del peccato che crocifigge Gesù e addolora la Madonna.<br />Dal giorno della prima Comunione, il Crocifisso e la Madonna Addolorata ispireranno la sua spiritualità.<br />In pari tempo ebbe una intuizione interiore del suo futuro nella duplice linea contemplativa e attiva.<br />In adorazione dinanzi al Tabernacolo appariva come una statua immobile, assorta in preghiera; a casa era la compagna maggiore delle ragazze costrette al lavoro. Con maturità precoce all'età trovava nel lavoro il suo primo modo di rapporto con le ragazze, poiché alle "Budrie" il lavorare, specialmente la canapa, era l'unica fonte per tirare avanti la vita.<br />Ma Clelia vi aggiungeva qualcosa che nell'ambiente era particolarmente suo: lavorare con gioia, con amore, pregando, pensando a Dio e addirittura parlando di Dio.<br />Clelia non è Marta che si affaccenda tutta presa dal servizio per le cose del mondo, tuttavia si prodiga compiutamente, appassionatamente al servizio delle creature più amate da Gesù, i poveri, tanto che le sue tenere mani portano i segni della più dura fatica.<br />Clelia non è Maria che tutto lascia, esclude e abbandona per immobilizzarsi estatica nel gesto di devozione e di amore. Eppure non ha altro pensiero, non ha altri affetti e si muove e cammina immersa in Lui, come una sonnambula.<br />Cammina nell'amore, si dà tutta all'Amore, senza risparmio. Dimentica il suo corpo, anzi lo ignora. È felice di appartenere al Signore e la sua felicità sta appunto nel non avere altro pensiero che Lui. Qualcosa però la spinge ad andare verso gli uomini, quelli più miseri e bisognosi, che aspettano una testimonianza di carità.<br />Una fede ardente la consuma e sente che "deve andare" dividere e distribuire se stessa alle creature del suo Signore. Adora la solitudine che le consente di concentrarsi alla ricerca del pieno possesso di Dio, ma esce dalla sua casa, si lancia nel mondo, forzata dalla carità.<br />Nella Chiesa bolognese, per combattere la noncuranza religiosa, specialmente degli uomini, vi erano gli "Operai della dottrina cristiana". Alle "Budrie" il gruppo era animato da un maestro molto anziano.<br />Clelia volle essere e fu Operaia della dottrina cristiana. Alle "Budrie" la catechesi si rinnovò col suo inserimento che trascinò pure altre compagne di uguali sentimenti.<br />Al principio Clelia fu ammessa come sottomaestra e era l'ultima ruota del carro, ma ben presto rivelò insospettate capacità tanto che gli stessi anziani si facevano suoi discepoli.<br />Respinte non poche lusinghiere proposte di matrimonio, la comitiva di ragazze che facevano capo a Clelia concepì la prima idea di un nucleo di giovinette votate alla vita contemplativa e apostolica; un servizio che doveva scaturire dall'Eucarestia, doveva consumarsi nella Comunione quotidiana e sublimarsi nella istruzione dei contadini e dei braccianti del luogo.<br />L'idea non poté realizzarsi subito per le vicende politiche dopo l'unità d'Italia del 1866-67.<br />Si poté attuare il 1° maggio 1868 allorché, sopite le questioni ambientali e burocratiche, Clelia con le sue amiche poterono ritirarsi nella casa cosiddetta del maestro, ove cioè fino allora si erano radunati gli Operai della dottrina cristiana.<br />Fu l'inizio umile della famiglia religiosa di Clelia Barbieri che i superiori in seguito chiameranno "Suore Minime dell'Addolorata".<br />Minime per la grande devozione che la Beata Clelia ebbe al santo Minimo Romito di Paola, S. Francesco, patrono e provvido protettore della nascente comunità; dell'Addolorata, perché la Madonna Addolorata era veneratissima alle "Budrie" e perché era il titolo della Madonna preferito dalla]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/69962984</guid><pubDate>Tue, 10 Feb 2026 22:32:54 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/69962984/santa_clelia_barbieri.mp3" length="15136853" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: La vita di Santa Clelia ➜ https://www.youtube.com/watch?v=8Tmsf_VqiqI&amp;amp;list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8448

SANTA CLELIA BARBIERI: DAL SERVIZIO IN PARROCCHIA ALLA FONDAZIONE DI UN...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: La vita di Santa Clelia ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=8Tmsf_VqiqI&amp;list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=8Tmsf_VqiqI&amp;list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8448" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8448</a><br /><br />SANTA CLELIA BARBIERI: DAL SERVIZIO IN PARROCCHIA ALLA FONDAZIONE DI UN ISTITUTO di Gianpiero Pettiti<br /> <br />Quella di papà e mamma è una contrastata storia d'amore che fa scandalo. Lei, della famiglia più benestante del paese e nipote del medico condotto, va ad innamorarsi di un servo di campagna, di sette anni più giovane di lei. Lo sposa contro la volontà dei suoi e facendosi cacciare di casa, e va a vivere nella catapecchia dei suoceri.<br />L'anno dopo, nel 1847, in contrada Le Budrie di San Giovanni in Persiceto le nasce la prima bimba, Clelia, e tre anni dopo la seconda, Ernestina. Il suo non è stato un capriccio o una semplice infatuazione, ma l'inizio di una famiglia unita, saldamente fondata sul Vangelo. E' grazie a lei e ai suoi insegnamenti che le bimbe crescono, innamorate di Gesù.<br />Dopo appena nove anni di matrimonio papà muore, portato via dal colera, e allora la famiglia di lei si ammorbidisce nei confronti della vedova e delle piccole orfane. Clelia, soprattutto, si dimostra straordinariamente matura, a 11 anni riceve la prima comunione e da quel giorno la sua vita assume un'impronta marcatamente eucaristica. Ha la fortuna di trovare una guida impareggiabile nel giovane parroco, che le fa sentire l'importanza della catechesi, soprattutto verso le persone più semplici e meno acculturate.<br />Nella diocesi di Bologna vengono chiamati "operai della dottrina cristiana" quanti si impegnano con stabilità e continuità a fare catechismo e Clelia, a 14 anni, entra a far parte del gruppo parrocchiale. Sa leggere e scrivere a malapena e quindi viene collocata all'ultimo posto della lista, catechista "di riserva" che dovrà fare un lungo tirocinio prima di essere all'altezza della situazione. Ma Clelia brucia le tappe e diventa presto l'anima del gruppo, che proprio grazie a lei riprende vitalità.<br />Soprattutto con tre "operaie" si stabilisce un'amicizia e una comunità di intenti che le spinge a sostenersi a vicenda nel cammino della perfezione, a istruirsi ed a lavorare insieme. Le quattro amiche cominciano a pensare di vivere insieme, in una piccola comunità che si inserisca come lievito nella vita parrocchiale.<br />Nasce così la "famiglia di Clelia", perseguitata dalle autorità e dalle malelingue, che vive in povertà estrema affidandosi alla Provvidenza, che misuratamente ma costantemente non le fa mancare il necessario per la vita di ogni giorno. In parrocchia comincia a crescere l'ammirazione e la stima per Clelia, che spontaneamente viene chiamata "Madre" a dispetto dei suoi 22 anni: è un implicito riconoscimento del fascino che esercita e dell'autorità che le è riconosciuta.<br />Mentre la "famiglia" cresce, comincia a declinare la salute di Clelia, in preda alla tubercolosi. Muore il 13 luglio 1870, promettendo di essere sempre presente tra le sue "sorelle" alle quali neppure ha dato un nome. Ha 23 anni appena, è la più giovane fondatrice della Chiesa, ma "vede" e "sente" l'espandersi di quella sua piccola comunità, alla quale verrà poi dato il nome di Minime dell'Addolorata.<br />Nel primo anniversario della morte, le "sorelle" riunite nella camera in cui è spirata sentono per la prima volta la voce di Clelia che prega insieme a loro. Un fenomeno che, da allora in poi, si è ripetuto ed è stato documentato più di 150 volte, segno meraviglioso della comunione dei santi che lega quelli che sono quaggiù a quelli che già sono lassù.<br />Clelia Barbieri è stata proclamata beata da Paolo VI nel 1968 e canonizzata da Giovanni Paolo II nel 1989.<br />Nota di BastaBugie: per...]]></itunes:summary><itunes:duration>947</itunes:duration><itunes:keywords>lapiugiovanefondatrice,lebudrie,minimedelladdolorata,santacleliabarbieri,servizioinparrocchia</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/62bfba8c0cbbafecd32ba69c7fc6fbdd.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il medico dei poveri è il primo santo del Venezuela</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-medico-dei-poveri-e-il-primo-santo-del-venezuela--68967655</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8372" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8372</a><br /><br />IL MEDICO DEI POVERI E' IL PRIMO SANTO DEL VENEZUELA di Fabio Piemonte<br /> <br />Caracas, domenica 29 giugno 1919. José Gregorio Hernández Cisneros, mentre sta recandosi ad acquistare alcune medicine per una sua anziana paziente, viene investito da un giovane neopatentato intenzionato a sorpassare un tram e muore dopo un'inutile corsa in ospedale. Il giorno successivo una folla immensa si riversa per le strade e accorre ai funerali per un ultimo saluto al 'medico dei poveri', beatificato nel 2021 e canonizzato ieri da Papa Leone XIV.<br />«Proveniva da un villaggio sperduto nelle Ande dove si è formato con disciplina, serietà e misticismo, trasmessi dai suoi genitori, dal suo maestro e dal sacerdote del villaggio. Una trilogia che ha piantato in lui una fede radicata nelle semplici circostanze della vita di un villaggio. Inviato dal padre nella capitale, divenne un grande scienziato e professore di fama nazionale e internazionale che non dimenticò né trascurò mai le sue origini. La sua dedizione ai poveri, agli indigenti, fu esercitata sempre con estremo riserbo, delicatezza e attenzione per ognuno di loro». Ne tratteggia così la figura Baltazar Cardozo, Arcivescovo emerito di Caracas, le cui parole sono riprese nella biografia fresca di stampa della giornalista Manuela Tulli, José Gregorio Hernández Cisneros. Il primo santo del Venezuela (Ares, pp. 128).<br />Docente universitario e medico, uomo di scienza e di fede profonda, Josè rinuncia al desiderio di consacrarsi a Dio anche a causa di motivi di salute per servire Cristo da laico in special modo chinandosi sulle ferite degli ammalati e correndo di casa in casa per non lasciare nessuno senza il suo supporto. «Offro la mia vita per la pace nel mondo», afferma il giorno prima di morire. E proprio quel giorno viene ratificato il Trattato di Versailles che pone fine alla Grande Guerra e gli stessi venezuelani pongono fine ai contrasti tra fazioni opposte accomunati dal dolore per la perdita del 'loro' medico.<br />LE UMILI ORIGINI<br />Josè nasce a Isnotú il 26 ottobre 1864 da una famiglia numerosa - ha infatti sei fratelli, tra i quali una sorella morta ad appena sette mesi - di umili origini che nel paesino andino ha un piccolo emporio di cosmetici, erbe medicinali e farmaci e una locanda con poche stanze. «Mia madre mi ha insegnato la virtù fin dalla culla, mi ha fatto crescere nella conoscenza di Dio e mi ha dato per guida la carità», diceva. Da adolescente si trasferisce a Caracas per frequentare dapprima il liceo, poi la facoltà di medicina. Nel 1888 si laurea con una tesi sulla febbre tifoide e si specializza in batteriologia, divenendone presto uno dei maggiori esperti nel Paese. Prosegue le sue ricerche seguendo corsi accademici anche a Parigi e Madrid. Rientrato in Venezuela, la sua cattedra di Batteriologia è la prima in America.<br />Medico sapiente, riesce con una cura adeguata a salvare dalla morte imminente anche il fratello del presidente Goméz. Ai pazienti più poveri fornisce non solo terapie e farmaci, ma offre dei soldi per le altre necessità con carità discreta. «Oltre agli studi filosofici, José Gregorio ama molto l'arte. Imparò a fare il sarto per confezionare i propri abiti, si dedicò alla pittura, studiò musica e pianoforte, amava ballare, si dedicava anche alla cucina per i pranzi di famiglia preparando soprattutto ricette della tradizione creola, e se la cavava anche nell'arte della falegnameria, forse nell'imitazione di san Giuseppe, al quale era devoto e del quale aveva un'immagine all'ingresso della sua casa», sottolinea la Tulli. Alla morte del padre fa ogni sforzo anche economico affinché i suoi fratelli e sorelle si trasferiscano con lui a Caracas per l'unità della famiglia.<br />SANTA MESSA QUOTIDIANA<br />Sul piano spirituale diventa terziario francescano e s'iscrive alla Confraternita del Carmelo. Inoltre prega ogni giorno con il Rosario e l'Angelus, partecipa spesso all'adorazione eucaristica, quotidianamente alla Santa Messa e legge frequentemente le vite dei Santi. In numerose lettere inviate principalmente ad amici e familiari effonde il suo cuore in confidenze intime, attraverso la condivisione di quanto gli accade nella vita di tutti giorni e nell'esercizio della sua missione. A tal proposito scrive a un amico: «I miei pazienti sono tutti guariti, anche se è così difficile curare la gente qui, perché bisogna combattere contro le preoccupazioni e le assurdità che sono profondamente radicate: credono nel male, nelle galline e nelle vacche nere e nei rimedi che si preparano pronunciando parole misteriose».<br />Il miracolo decisivo per la sua beatificazione è avvenuto nel 2017 e si deve alla guarigione per sua intercessione di una bambina da «un gravissimo trauma cranioencefalico con ferita craniocerebrale da colpo d'arma da fuoco», a seguito di una rapina a mano armata perpetrata mentre era in moto con il padre. «La madre ha successivamente raccontato che, quando i medici uscirono dalla stanza dopo averle comunicato la gravità della condizione della figlia, le apparve José Gregorio Hernández assicurandole: “La opererò io”», riporta ancora l'autrice della biografia del medico santo. E in effetti «non esiste alcuna spiegazione medica o scientifica del perché quella ragazza si sia ripresa in quei modi e in quei tempi», come osservato dal neurochirurgo.<br />Insomma, in special modo per l'umile fede e la copiosa carità verso gli ammalati, quale 'Moscati del Venezuela', José Gregorio Hernández Cisnero si prepara a salire agli onori degli altari come primo Santo del Paese.<br /><br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68967655</guid><pubDate>Tue, 09 Dec 2025 23:38:25 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68967655/il_medico_dei_poveri.mp3" length="6596275" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8372

IL MEDICO DEI POVERI E' IL PRIMO SANTO DEL VENEZUELA di Fabio Piemonte
 
Caracas, domenica 29 giugno 1919. José Gregorio Hernández Cisneros, mentre sta recandosi ad acquistare alcune medicine per...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8372" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8372</a><br /><br />IL MEDICO DEI POVERI E' IL PRIMO SANTO DEL VENEZUELA di Fabio Piemonte<br /> <br />Caracas, domenica 29 giugno 1919. José Gregorio Hernández Cisneros, mentre sta recandosi ad acquistare alcune medicine per una sua anziana paziente, viene investito da un giovane neopatentato intenzionato a sorpassare un tram e muore dopo un'inutile corsa in ospedale. Il giorno successivo una folla immensa si riversa per le strade e accorre ai funerali per un ultimo saluto al 'medico dei poveri', beatificato nel 2021 e canonizzato ieri da Papa Leone XIV.<br />«Proveniva da un villaggio sperduto nelle Ande dove si è formato con disciplina, serietà e misticismo, trasmessi dai suoi genitori, dal suo maestro e dal sacerdote del villaggio. Una trilogia che ha piantato in lui una fede radicata nelle semplici circostanze della vita di un villaggio. Inviato dal padre nella capitale, divenne un grande scienziato e professore di fama nazionale e internazionale che non dimenticò né trascurò mai le sue origini. La sua dedizione ai poveri, agli indigenti, fu esercitata sempre con estremo riserbo, delicatezza e attenzione per ognuno di loro». Ne tratteggia così la figura Baltazar Cardozo, Arcivescovo emerito di Caracas, le cui parole sono riprese nella biografia fresca di stampa della giornalista Manuela Tulli, José Gregorio Hernández Cisneros. Il primo santo del Venezuela (Ares, pp. 128).<br />Docente universitario e medico, uomo di scienza e di fede profonda, Josè rinuncia al desiderio di consacrarsi a Dio anche a causa di motivi di salute per servire Cristo da laico in special modo chinandosi sulle ferite degli ammalati e correndo di casa in casa per non lasciare nessuno senza il suo supporto. «Offro la mia vita per la pace nel mondo», afferma il giorno prima di morire. E proprio quel giorno viene ratificato il Trattato di Versailles che pone fine alla Grande Guerra e gli stessi venezuelani pongono fine ai contrasti tra fazioni opposte accomunati dal dolore per la perdita del 'loro' medico.<br />LE UMILI ORIGINI<br />Josè nasce a Isnotú il 26 ottobre 1864 da una famiglia numerosa - ha infatti sei fratelli, tra i quali una sorella morta ad appena sette mesi - di umili origini che nel paesino andino ha un piccolo emporio di cosmetici, erbe medicinali e farmaci e una locanda con poche stanze. «Mia madre mi ha insegnato la virtù fin dalla culla, mi ha fatto crescere nella conoscenza di Dio e mi ha dato per guida la carità», diceva. Da adolescente si trasferisce a Caracas per frequentare dapprima il liceo, poi la facoltà di medicina. Nel 1888 si laurea con una tesi sulla febbre tifoide e si specializza in batteriologia, divenendone presto uno dei maggiori esperti nel Paese. Prosegue le sue ricerche seguendo corsi accademici anche a Parigi e Madrid. Rientrato in Venezuela, la sua cattedra di Batteriologia è la prima in America.<br />Medico sapiente, riesce con una cura adeguata a salvare dalla morte imminente anche il fratello del presidente Goméz. Ai pazienti più poveri fornisce non solo terapie e farmaci, ma offre dei soldi per le altre necessità con carità discreta. «Oltre agli studi filosofici, José Gregorio ama molto l'arte. Imparò a fare il sarto per confezionare i propri abiti, si dedicò alla pittura, studiò musica e pianoforte, amava ballare, si dedicava anche alla cucina per i pranzi di famiglia preparando soprattutto ricette della tradizione creola, e se la cavava anche nell'arte della falegnameria, forse nell'imitazione di san Giuseppe, al quale era devoto e del quale aveva un'immagine all'ingresso della sua casa», sottolinea la Tulli. Alla morte del padre fa ogni sforzo anche economico affinché i suoi fratelli e sorelle si trasferiscano con lui a Caracas per l'unità della famiglia.<br />SANTA MESSA QUOTIDIANA<br />Sul piano spirituale diventa terziario francescano e s'iscrive alla Confraternita del...]]></itunes:summary><itunes:duration>413</itunes:duration><itunes:keywords>caracas,medico,poveri,santo,venezuela</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/34cee122f326d1e83ff570069eeb8d34.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il sacerdote ucciso per aver corretto un professore nazista</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-sacerdote-ucciso-per-aver-corretto-un-professore-nazista--68839602</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8366" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8366</a><br /><br />IL SACERDOTE UCCISO PER AVER CORRETTO UN PROFESSORE NAZISTA CHE IRRIDEVA CRISTO di Federica Di Vito<br /> <br />Sono molte le storie di sacerdoti giustiziati dai nazisti, tra queste oggi riportiamo quella - forse poco nota - di Heinrich Dalla Rosa, ghigliottinato all'età di 36 anni a Vienna nel gennaio 1945. Quale la sua colpa? Dire ciò che pensava difendendo la Chiesa e Cristo.<br />Heinrich Dalla Rosa prima di essere sacerdote abitava a Lana, nato da papà trentino e mamma meranese. Quando i suoi emigrarono in una zona rurale dell'Austria decise di intraprendere il percorso del sacerdozio. In seguito studiò a Vienna in un istituto della congregazione Regina degli Apostoli, fondata in quella città nel 1923 ispirato dal gesuita Antonio Maria Bodewig. Il primo superiore generale di questa congregazione, Theodor Innitzer, sarebbe stato cardinale arcivescovo di Vienna e primato d'Austria quando Hitler annesse il Paese nel 1938. Il giovane Heinrich si laureò con ottimi voti nel 1930. Ha poi studiato al seminario di Graz (Austria) fino al 1935, anno in cui è stato ordinato a 26 anni. Nel 1939, con l'Austria già completamente controllata dai nazisti, fu nominato parroco di Sankt Georgen im Schwarzwald, un piccolo villaggio di 300 abitanti a 1000 m di altezza.<br />Sono gli anni della guerra e dei nazisti e anche solo dire che mettere insieme Vangelo e propaganda, o Gesù con Hitler, era impossibile, diveniva un crimine. La decisione di ghigliottinarlo venne presa a Pasqua del 1941 quando gli eserciti nazisti celebravano l'occupazione di Salonicco e niente sembrava fermarli. Fu allora che padre Heinrich sorprese tutti affermando di non essere sicuro che la Germania avrebbe vinto la guerra. A denunciarlo al partito fu nello specifico Hladnig, un maestro di musica poi divenuto preside. Così, messo in atto un sistema di controllo del prete che aveva parlato troppo sia a scuola che in chiesa, arrivò l'arresto, la prigionia nel carcere di Leoben, le torture e la condanna.<br />Hladling era una figura controversa: aveva iniziato una carriera ecclesiastica da giovane, ma era stato in seguito attratto dal nazionalismo austriaco. Aveva iniziato a covare odio contro la Chiesa e lo avevano messo a insegnare religione. All'inizio manteneva la preghiera con i bambini in classe, ma la sospese quando il regime proibì di pregare nelle scuole. Alla fine di dicembre 1943, Hladnig, intriso di ideologia anticristiana, arrivò a proclamarla apertamente ai bambini durante la lezione di religione. Prese a farlo anche con gli adulti: tenne una conferenza sull'esercito tedesco a un gruppo di insegnanti e colse l'occasione per criticare duramente Cristo e il cristianesimo.<br />IL CANTO E LA MUSICA<br />Anche se temporalmente pochi, i dieci anni da sacerdote padre Heinrich li visse con energia e passione, lavorando molto con bambini e giovani. Trovava una connessione con i giovani attraverso il canto e la musica, incoraggiandoli a partecipare in chiesa. Amava la montagna e spesso organizzava escursioni, anche difficili, che portavano su percorsi complicati a paesaggi mozzafiato. Non sopportava la continua e costante provocazione delle camicie naziste e il loro vagabondaggio per i villaggi con l'obiettivo di controllare tutto. Temeva che facessero il lavaggio del cervello ai suoi parrocchiani, specialmente ai bambini.<br />Il sacerdote cantava canzoni d'amore e di pace con i bambini e dava loro lezioni di musica. Nella sacrestia insegnava che la religione di Cristo richiede di amare gli altri, prendersi cura dei deboli e dei bisognosi. Il Vangelo era il suo libro di riferimento, la sua lettura di ogni sera prima di andare a letto e lo contrastava con le falsità ideologiche del sistema nazista, che esaltava la forza e il disprezzo per i deboli. Va tenuto presente infatti che da un certo punto in poi, il regime nazista proibì agli insegnanti della materia di religione nelle scuole di essere sacerdoti. La materia è stata mantenuta, ma a carico di insegnanti che compiacevano il Partito. Da parte loro, i bambini continuavano ad andare nelle parrocchie per la catechesi. Spesso, lì i preti dicevano loro una cosa, e a scuola, i funzionari ideologizzati dicevano loro il contrario.<br />All'inizio della sua prigionia, il sacerdote scrisse ai suoi genitori con ottimismo considerando che tutto si basava su una questione irrilevante: «Una situazione del genere può essere molto utile per un pastore nella sua esperienza di vita. Nella cella siamo in 17 e questa è una piccola comunità dove posso continuare a svolgere i miei servizi di sacerdote». Con il passare dei giorni, meditò sul suo amore per la Chiesa, che stava crescendo: «Qui c'è un desiderio ancora più profondo di Chiesa, un'istituzione necessaria, un polo che bilancia i tempi che cambiano. Naturalmente dovrà riformarsi e adattarsi ancora molto e capire che le affermazioni teoriche non convincono le persone. Solo la partecipazione alla vita, l'ancoraggio alla terra e l'Incarnazione, creano un contatto immediato con le persone alla ricerca di questa ancora di salvezza».<br />LA CONDANNA A MORTE<br />In prigione, con la condanna a morte, scriveva ai genitori mettendosi nelle mani di Dio: «Sono orgoglioso di correre la stessa sorte di Cristo. So di essere pieno della più santa gioia. Come sacerdote, sono stato disprezzato e condannato. Niente di mondano o terreno opprime la mia mente. Sono felice di essere stato segnato come testimone di Cristo. Mi renderebbe felice dentro di me sapere che voi siete in grado di pensare all'eternità tanto quanto la penso e la immagino io». Anche tre giorni prima dell'esecuzione il cardinale Innitzer di Vienna stava cercando di chiedere la revisione del processo o un rinvio, ma senza successo. Il giorno della sua esecuzione, il 24 gennaio 1945, Heinrich scrisse a sua sorella Elizabeth: «Mi è stato detto che non avrei dovuto lasciare che tutto accadesse con tanta calma. Penso che sia anche la provvidenza di Dio. Sono totalmente soggetto all'incomprensibilità di Dio, o meglio, sono totalmente soggetto alla sua guida più misericordiosa». Dalla cella disse ai suoi compagni: «Salutate le mie montagne!» e prima che la lama cadesse, proclamò ancora ad alta voce: «Viva il vero Re, viva Cristo!». Un modo per rivendicare Cristo di fronte al falso “Reich” del nazismo.<br />Dopo la liberazione dell'Austria, un becchino aiutò a localizzare il corpo che, su richiesta della madre e del defunto, fu sepolto nel 1946 nella sua parrocchia di San Giorgio. Dal 1986, una targa commemorativa nella chiesa di San Pietro a Lana (Alto Adige) ricorda Heinrich Dalla Rosa. Nel 2010 è stata posta una lapide nell'atrio del Seminario di Graz (Austria) per ricordare i sacerdoti perseguitati e giustiziati dai nazisti. Il vescovo di Graz, Egon Kapellari, ha detto in quell'occasione a proposito dei martiri: «Non vogliamo né dobbiamo dimenticarli, ma anche la società civile dovrebbe assumersi la responsabilità della loro memoria perché hanno vissuto e sono morti per difendere valori che sono parte fondamentale di ogni società democratica: l'onestà e il coraggio».<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68839602</guid><pubDate>Tue, 02 Dec 2025 22:14:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68839602/il_sacerdote_ucciso_per_aver_corretto_un_professore_nazista.mp3" length="9220641" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8366

IL SACERDOTE UCCISO PER AVER CORRETTO UN PROFESSORE NAZISTA CHE IRRIDEVA CRISTO di Federica Di Vito
 
Sono molte le storie di sacerdoti giustiziati dai nazisti, tra queste oggi riportiamo quella -...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8366" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8366</a><br /><br />IL SACERDOTE UCCISO PER AVER CORRETTO UN PROFESSORE NAZISTA CHE IRRIDEVA CRISTO di Federica Di Vito<br /> <br />Sono molte le storie di sacerdoti giustiziati dai nazisti, tra queste oggi riportiamo quella - forse poco nota - di Heinrich Dalla Rosa, ghigliottinato all'età di 36 anni a Vienna nel gennaio 1945. Quale la sua colpa? Dire ciò che pensava difendendo la Chiesa e Cristo.<br />Heinrich Dalla Rosa prima di essere sacerdote abitava a Lana, nato da papà trentino e mamma meranese. Quando i suoi emigrarono in una zona rurale dell'Austria decise di intraprendere il percorso del sacerdozio. In seguito studiò a Vienna in un istituto della congregazione Regina degli Apostoli, fondata in quella città nel 1923 ispirato dal gesuita Antonio Maria Bodewig. Il primo superiore generale di questa congregazione, Theodor Innitzer, sarebbe stato cardinale arcivescovo di Vienna e primato d'Austria quando Hitler annesse il Paese nel 1938. Il giovane Heinrich si laureò con ottimi voti nel 1930. Ha poi studiato al seminario di Graz (Austria) fino al 1935, anno in cui è stato ordinato a 26 anni. Nel 1939, con l'Austria già completamente controllata dai nazisti, fu nominato parroco di Sankt Georgen im Schwarzwald, un piccolo villaggio di 300 abitanti a 1000 m di altezza.<br />Sono gli anni della guerra e dei nazisti e anche solo dire che mettere insieme Vangelo e propaganda, o Gesù con Hitler, era impossibile, diveniva un crimine. La decisione di ghigliottinarlo venne presa a Pasqua del 1941 quando gli eserciti nazisti celebravano l'occupazione di Salonicco e niente sembrava fermarli. Fu allora che padre Heinrich sorprese tutti affermando di non essere sicuro che la Germania avrebbe vinto la guerra. A denunciarlo al partito fu nello specifico Hladnig, un maestro di musica poi divenuto preside. Così, messo in atto un sistema di controllo del prete che aveva parlato troppo sia a scuola che in chiesa, arrivò l'arresto, la prigionia nel carcere di Leoben, le torture e la condanna.<br />Hladling era una figura controversa: aveva iniziato una carriera ecclesiastica da giovane, ma era stato in seguito attratto dal nazionalismo austriaco. Aveva iniziato a covare odio contro la Chiesa e lo avevano messo a insegnare religione. All'inizio manteneva la preghiera con i bambini in classe, ma la sospese quando il regime proibì di pregare nelle scuole. Alla fine di dicembre 1943, Hladnig, intriso di ideologia anticristiana, arrivò a proclamarla apertamente ai bambini durante la lezione di religione. Prese a farlo anche con gli adulti: tenne una conferenza sull'esercito tedesco a un gruppo di insegnanti e colse l'occasione per criticare duramente Cristo e il cristianesimo.<br />IL CANTO E LA MUSICA<br />Anche se temporalmente pochi, i dieci anni da sacerdote padre Heinrich li visse con energia e passione, lavorando molto con bambini e giovani. Trovava una connessione con i giovani attraverso il canto e la musica, incoraggiandoli a partecipare in chiesa. Amava la montagna e spesso organizzava escursioni, anche difficili, che portavano su percorsi complicati a paesaggi mozzafiato. Non sopportava la continua e costante provocazione delle camicie naziste e il loro vagabondaggio per i villaggi con l'obiettivo di controllare tutto. Temeva che facessero il lavaggio del cervello ai suoi parrocchiani, specialmente ai bambini.<br />Il sacerdote cantava canzoni d'amore e di pace con i bambini e dava loro lezioni di musica. Nella sacrestia insegnava che la religione di Cristo richiede di amare gli altri, prendersi cura dei deboli e dei bisognosi. Il Vangelo era il suo libro di riferimento, la sua lettura di ogni sera prima di andare a letto e lo contrastava con le falsità ideologiche del sistema nazista, che esaltava la forza e il disprezzo per i deboli. 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Il suo vecchio nome era Neelakandan, nato nel 1712 nel Kerala. La sua era una ricca famiglia di casta elevata, suo padre era il bramino responsabile di un tempio induista del Tamil Nadu. Istruito nel sanscrito e nello studio dei Vedanta, grazie al suo ceto gli fu permesso di entrare come paggio alla corte di Marthanda Varma, maharaja di Travancore. Una volta adulto, il Nostro divenne un altissimo funzionario di governo sotto il successivo maharaja, Ramayan Delawa. La sua conversione al cristianesimo avvenne in modo singolare. Ecco come andò. Nel 1741 si presentò al largo di Colachel, città del Travancore, una nave da guerra olandese comandata da Eustachius De Lannoy. L'aveva inviata la Compagnia olandese delle Indie orientali per cercare di fare di Colachel una base commerciale olandese.<br />UN'AMICIZIA SPECIALE<br />Solo che il maharaja di Travancore non aveva alcuna intenzione di diventare un tributario della potenza europea, così come era accaduto ad altre teste coronate indiane. Gli invasori avevano fucili e cannoni, sì, ma gli attaccati potevano contare sul numero. La battaglia si risolse a sfavore degli olandesi, i più dei quali vennero uccisi e i superstiti fatti prigionieri. Tra questi ultimi c'era il capitano De Lannoy. Per salvare la vita dei suoi uomini, l'olandese accettò di passare al servizio del maharaja e di addestrarne l'esercito alle tattiche europee nonché all'uso delle armi da fuoco. Di più: finì col trovarsi addirittura a capo dell'armata di Travancore, di cui, anzi, con molte, vittoriose battaglie riuscì ad ampliare i confini. Durante questo periodo, dovendo in qualità di generalissimo frequentare i funzionari di corte, lui e Neelakandan Pillai entrarono in confidenza e infine in amicizia. Neelakandan, che era sposato con Barghavi Ammal, donna di pari casta, era incuriosito dal quasi coetaneo europeo (erano entrambi sui trent'anni) e lo interrogava spesso sugli usi occidentali. Tra i quali c'era la religione cristiana.<br />CAMBIÒ VITA<br />Dai e dai, il Nostro, sempre più affascinato dalle spiegazioni dell'olandese e particolarmente colpito dal racconto evangelico della resurrezione di Lazzaro, volle diventare cristiano anche lui. Col nome di Devasahayam, che era in qualche modo la traduzione nella sua lingua, il tamil, del nome Lazzaro, che, a sua volta, in aramaico corrispondeva suppergiù ad "aiuto di Dio". Ricevette il Battesimo, cattolico, nella chiesa più vicina, che era quella della missione gesuita di Vadakkankulam. Non è chiaro se il rito cattolico sia stato scelto per la vicinanza territoriale o perché l'olandese improvvisatosi catechista era cattolico lui. Può darsi, dal momento che il di lui cognome era francese, De Lannoy. Niente di strano, per l'epoca, che un capitano di mare francese fosse al servizio della Compagnia delle Indie olandese. La moglie di "Lazzaro", come d'uso da quelle parti, seguì il marito nel cambio di religione e fu battezzata col nome di Teresa. Cioè Gnanapoo Ammaal, che in tamil starebbe per "fiore della conoscenza". Secondo le complicate gerarchie familiari di quella parte dell'India, anche altri parenti stretti della coppia si fecero battezzare cattolici. E, per sicurezza, andarono a vivere, con "Teresa", presso la missione dei gesuiti.<br />LA PERSECUZIONE <br />Infatti, la precauzione era necessaria, perché lasciare l'induismo, specialmente per esponenti della casta alta (ricordiamoci del mestiere del padre di "Lazzaro"), era non solo scandaloso ma quasi un reato capitale. Come si vede, l'attuale nazionalismo indù non ha fatto altro che ripristinare antiche pratiche. A farsi carico dell'accusa contro Devasahayam fu il capo dei bramini del Travancore, che ne ottenne l'esautorazione dal suo incarico ministeriale e perfino l'arresto. Il Nostro finì in carcere e ci rimase per tre anni, sempre in attesa che fosse decisa la sua esecuzione. Perché non lo giustiziarono subito? Perché De Lannoy non era rimasto inattivo e si era rivolto alle autorità olandesi chiedendone l'intervento. Il maharaja si ritrovò così tra l'incudine dei fanatici induisti e il martello degli olandesi, che non voleva più inimicarsi. Perciò, scelse una via di mezzo: l'esilio. Devasahayam, legato alla rovescia in groppa a un bufalo d'acqua, doveva essere condotto tra gli insulti e gli sputi della folla fino al fondaco di Kuzhumaikkad controllato dagli olandesi. Ma poi, per non perdere la faccia col popolo aizzato dai bramini, il bufalo fu portato in un altro luogo, dove Devasahayam venne torturato da dieci diversi carnefici, triste rituale che gli spettava in quanto di casta alta. Infine, lo lasciarono tra i monti boscosi del confine col Pandya, territorio di un rajah rivale. Per portarcelo gli fecero fare la strada più lunga, così che tutti potessero vederlo mezzo nudo e, come d'uso per i criminali, dipinto di rosso e nero.<br />I SUOI MIRACOLI<br />A ogni sosta, ottanta frustate, poi pepe sulle ferite e dentro al naso, legato a un albero sotto il sole accanto a un secchio di acqua putrida: se voleva bere, c'era quello. Abbandonato infine nella foresta, il Nostro si diede all'eremitaggio. Oggi una chiesa nei dintorni conserva ancora la roccia da cui scaturì miracolosamente acqua quando, mezzo morto di sete, si inginocchiò a pregare. Molti guarirono con le foglie di un albero a cui era stato legato. Così la gente dei dintorni, indù compresi, cominciò visitare il "santone" per chiedergli preghiere e consigli. Ma quando la cosa venne all'orecchio dei suoi vecchi nemici, questi stabilirono di toglierlo di mezzo una volta per tutte. Mandarono i loro sgherri a cercarlo e questi lo trovarono, anche perché non si nascondeva affatto. E fu allora che avvenne l'ultimo miracolo di Devasahayam. La pistola con cui cercarono di sparargli fece cilecca. Più volte. Il loro bersaglio chiese di poterla toccare. Quelli, tra lo stupito e il perplesso, concessero, tanto, non funzionava. Devasahayam prese l'arma e la benedisse, poi, tra lo stupore dei suoi persecutori, la restituì. Adesso andava. Lo uccisero con cinque colpi, poi gettarono il corpo in un dirupo. Era il 14 gennaio 1752. Alcuni devoti recuperarono il cadavere e lo portarono nella chiesa di Kottar dedicata a san Francesco Saverio. Oggi la chiesa è cattedrale e ne custodisce la reliquia. Nel 2012 papa Benedetto XVI promulgò il decreto che riconosceva il martirio di Devasahayam Pillai, primo passo verso la canonizzazione.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68746245</guid><pubDate>Tue, 25 Nov 2025 20:48:20 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68746245/il_primo_martire_laico.mp3" length="8189536" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8356

IL PRIMO MARTIRE LAICO CHE L'INDIA NON VOLEVA di Rino Cammilleri
 
Nel 2022 papa Francesco ha canonizzato Devasahayam Pillai, che diventa così il primo laico dell'India a ricevere tale onore. Il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8356" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8356</a><br /><br />IL PRIMO MARTIRE LAICO CHE L'INDIA NON VOLEVA di Rino Cammilleri<br /> <br />Nel 2022 papa Francesco ha canonizzato Devasahayam Pillai, che diventa così il primo laico dell'India a ricevere tale onore. Il suo vecchio nome era Neelakandan, nato nel 1712 nel Kerala. La sua era una ricca famiglia di casta elevata, suo padre era il bramino responsabile di un tempio induista del Tamil Nadu. Istruito nel sanscrito e nello studio dei Vedanta, grazie al suo ceto gli fu permesso di entrare come paggio alla corte di Marthanda Varma, maharaja di Travancore. Una volta adulto, il Nostro divenne un altissimo funzionario di governo sotto il successivo maharaja, Ramayan Delawa. La sua conversione al cristianesimo avvenne in modo singolare. Ecco come andò. Nel 1741 si presentò al largo di Colachel, città del Travancore, una nave da guerra olandese comandata da Eustachius De Lannoy. L'aveva inviata la Compagnia olandese delle Indie orientali per cercare di fare di Colachel una base commerciale olandese.<br />UN'AMICIZIA SPECIALE<br />Solo che il maharaja di Travancore non aveva alcuna intenzione di diventare un tributario della potenza europea, così come era accaduto ad altre teste coronate indiane. Gli invasori avevano fucili e cannoni, sì, ma gli attaccati potevano contare sul numero. La battaglia si risolse a sfavore degli olandesi, i più dei quali vennero uccisi e i superstiti fatti prigionieri. Tra questi ultimi c'era il capitano De Lannoy. Per salvare la vita dei suoi uomini, l'olandese accettò di passare al servizio del maharaja e di addestrarne l'esercito alle tattiche europee nonché all'uso delle armi da fuoco. Di più: finì col trovarsi addirittura a capo dell'armata di Travancore, di cui, anzi, con molte, vittoriose battaglie riuscì ad ampliare i confini. Durante questo periodo, dovendo in qualità di generalissimo frequentare i funzionari di corte, lui e Neelakandan Pillai entrarono in confidenza e infine in amicizia. Neelakandan, che era sposato con Barghavi Ammal, donna di pari casta, era incuriosito dal quasi coetaneo europeo (erano entrambi sui trent'anni) e lo interrogava spesso sugli usi occidentali. Tra i quali c'era la religione cristiana.<br />CAMBIÒ VITA<br />Dai e dai, il Nostro, sempre più affascinato dalle spiegazioni dell'olandese e particolarmente colpito dal racconto evangelico della resurrezione di Lazzaro, volle diventare cristiano anche lui. Col nome di Devasahayam, che era in qualche modo la traduzione nella sua lingua, il tamil, del nome Lazzaro, che, a sua volta, in aramaico corrispondeva suppergiù ad "aiuto di Dio". Ricevette il Battesimo, cattolico, nella chiesa più vicina, che era quella della missione gesuita di Vadakkankulam. Non è chiaro se il rito cattolico sia stato scelto per la vicinanza territoriale o perché l'olandese improvvisatosi catechista era cattolico lui. Può darsi, dal momento che il di lui cognome era francese, De Lannoy. Niente di strano, per l'epoca, che un capitano di mare francese fosse al servizio della Compagnia delle Indie olandese. La moglie di "Lazzaro", come d'uso da quelle parti, seguì il marito nel cambio di religione e fu battezzata col nome di Teresa. Cioè Gnanapoo Ammaal, che in tamil starebbe per "fiore della conoscenza". Secondo le complicate gerarchie familiari di quella parte dell'India, anche altri parenti stretti della coppia si fecero battezzare cattolici. E, per sicurezza, andarono a vivere, con "Teresa", presso la missione dei gesuiti.<br />LA PERSECUZIONE <br />Infatti, la precauzione era necessaria, perché lasciare l'induismo, specialmente per esponenti della casta alta (ricordiamoci del mestiere del padre di "Lazzaro"), era non solo scandaloso ma quasi un reato capitale. Come si vede, l'attuale nazionalismo indù non ha fatto altro che ripristinare antiche pratiche. 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Ha un solo desiderio in cuore, il giovanissimo Alessio: farsi sacerdote. Cresce e studia, puntando deciso alla meta: il santo altare. Nella cattedrale della sua città, nel 1936, a 24 anni, è ordinato sacerdote.<br />È un tempo terribile: Stalin sta facendo della Russia e dell'Europa orientale fino alla Siberia un'immensa prigione, dove i cattolici sono i primi a essere perseguitati, e i preti, considerati pericolosi per il regime comunista, devono essere i primi a sparire.<br />Padre Alessio è un vero innamorato di Gesù e per amore a Lui alimenta un dirompente spirito di apostolato, uno zelo instancabile per le anime, una dedizione senza limiti al suo ministero. È sempre disponibile, senza mai pensare a se stesso, con un'indole mite che avvicina tutti, una singolare comprensione per le persone: il vero stile del buon pastore.<br />Nella sua diocesi gli sono affidate alcune comunità: perseguitati sì, ma mai abbattute, animate nella fede in Gesù Crocifisso e Vivo, dall'esempio dei loro pastori e dei loro martiri. Padre Alessio si preoccupa di donare una catechesi essenziale, attingendo al Vangelo e al Magistero della Chiesa: Gesù al centro di tutto, la fedeltà a Lui, la fuga dal peccato e la vita in grazia di Dio, lo spirito di fortezza per testimoniare Gesù anche davanti alla morte, l'attesa del Paradiso.<br />Grazie a lui, i suoi fedeli si confessano almeno ogni mese e, moltissimi di loro, ricevono Gesù Eucaristico ogni giorno. La sua prima preoccupazione, pur sapendo di rischiare il carcere e la vita, è che tutti possano confessarsi e ricevere spesso l'Eucaristia. Per undici anni, così: tenuto d'occhio e braccato, quasi fosse un brigante, dalla polizia del regime comunista ateo e omicida!<br />Nel 1948, parroco in Ucraina, viene arrestato, a causa della sua fedeltà alla Chiesa Cattolica. Le autorità comuniste gli propongono di diventare vescovo ortodosso, separandosi dal Papa di Roma e così avrebbe avuto vita più facile. Padre Alessio rifiuta in modo aspro: "Separarmi dal Papa - dichiara - è tradire il Vangelo di Cristo!". Ai suoi parrocchiani, prima di avviarsi al carcere, raccomanda: "Non tradite mai la fede dei nostri padri".<br />Tutti sentono il grande vuoto da lui lasciato; come sacerdote greco-cattolico non si era limitato al rito orientale, ma per amore dei suoi fedeli cattolici-romani, aveva imparato con naturalezza anche la celebrazione della santa Messa nel rito latino. Dal carcere scrive lettere ai suoi cari e ai suoi fedeli. Al padre anziano: "Ogni giorno e ogni ora dobbiamo offrire tutto a Gesù sofferente che portò la sua croce sul Calvario per mostrarci come si arriva alla vita eterna. Prega molto. La preghiera è la nostra più grande forza". A un suo fratello sposato con figli: "Confessatevi più volte l'anno, amate il S. Sacrificio della Messa e allora avrete Dio nella vostra anima. Chi ha Dio nell'anima, ha tutto. Chi non ha Dio nella sua anima, non possiede nulla, anche se fosse padrone del mondo. Questo è il mio raggio di luce, il pensiero più alto della mia vita".<br />Quel che soffre in carcere, nelle mani di quei mostri, solo Dio lo sa: prega e soffre anche per i suoi persecutori. Un'unica certezza: "Gesù, il mio Gesù c'è, mi è vicino e mi ama". Alla morte di Stalin, nel marzo 1953, e poi nel 1956, in seguito al XX congresso del PCUS, sembra allentarsi (sembra soltanto, perché in realtà non è neppure così con Krusciov) la ferrea morsa della dittatura comunista che pretende' di annientare la Chiesa Cattolica. Padre Alessio esce di carcere e subito riprende il suo apostolato, sempre tenuto d'occhio però dalla polizia, con suo rischio enorme.<br />IL VANGELO DI DIO<br />Prima della fine del 1956, mentre Krusciov (così democratico!) fa invadere con i carri armati e schiaccia nel sangue l'Ungheria, Padre Alessio Zarytsky è costretto all'esilio a Karaganda nel Kazakistan. Da tutti è accolto come Gesù in persona e i fedeli lo chiamano presto "il vagabondo di Dio". Intraprende infatti viaggi pastorali di migliaia di chilometri attraverso il Kazakistan, grande nove volte più dell'Italia. Per far visita ai cattolici, si spinge fino in Siberia; nessuno lo ferma, né il clima micidiale né il controllo della polizia: è rotto a tutte le fatiche, a tutti i rischi, per amore del suo Gesù: "Ma mi vuoi dire, che cosa non si fa per Gesù?.<br />In segreto, nel 1957, è nominato amministratore apostolico per Kazakistan e l'Asia centrale dall'Arcivescovo metropolita ucraino Josyf Slipyi (1984), futuro Cardinale, che per 20 anni ha sofferto l'indicibile nei gulag della Siberia. Nei suoi lunghi viaggi, Padre Alessio si ferma dove sa che ci sono comunità di cattolici per amministrare i Sacramenti a diverse famiglie fino nei villaggi più sperduti. Nei medesimi anni, si reca più volte presso quei cattolici tedeschi che dalle terre del Volga e del mar Nero erano stati deportati da Stalin tra gli Urali e internati in povere baracche. Ricorda Maria Schneider, madre dell'attuale Vescovo di Karaganda, Mons. Athanasius Schneider: "Nel gennaio 1958, nella città di Krasnokamsk vicino a Perm nei monti Urali, all'improvviso arrivò Padre Alessio, proveniente dal suo esilio in Kazakistan. Si adoperava affinché il maggior numero possibile di fedeli fosse preparato per ricevere Gesù Eucarisico nella S. Comunione. Perciò si disponeva ad ascoltare le confessioni dei fedeli di giorno e di notte, senza dormine e senza mangiare. I fedeli lo sollecitavano dicendogli: "Padre, deve mangiare e dormire!". Lui rispondeva: "Non posso perché la polizia mi può arrestare da un momento all'altro, e tante persone resterebbero senza confessione, quindi senza Comunione Eucaristica". Dopo che tutti si furono confessati, Padre Alessio cominciò la S. Messa. Improvvisamente risuonò la voce: "La polizia è vicina". Quella volta, poté sfuggire alla polizia grazie, all'aiuto di Maria Schneider, la quale continua a narrare: "Dopo un anno, ritornò a Krasnokamsk. Questa volta, poté celebrare la S. Messa e dare la Comunione ai fedeli" (da Athanasius Schneider, Dominus est, Libreria Editrice Vaticana 2008, bellissimo libro da leggere e diffondere!).<br />SACERDOTE DAVVERO EUCARISTICO<br />Ancora una volta, riprende il suo apostolato di prete itinerante, senza fissa dimora, rivolgendosi soprattutto al Kazakistan. Ricorda suor Anastasia Bium: "Nel 1961, avevo 21 anni e incontrai per la prima volta Padre Alessio: il primo giovane prete che vedevo e mi impressionò per il suo aspetto gioioso, la sua indole gaia e il suo sorriso sereno. Tutto questo era nuovo per me, perché i sacerdoti che avevo conosciuto fino a allora, erano segnati dalla persecuzione e dalle sofferenze. Padre Alessio confessava fino a tarda notte e a volte, dopo la S. Messa, mia madre lo invitava a casa e noi ci confessavamo da lui nell'unica stanza che era tutta la nostra abitazione. Poi celebrava la la Messa, tutto assorto in Dio, spesso alle 4 del mattino. Riusciva a dire Verità e fatti molto seri in un modo amabile. Non parlava mai di sé, dei terribili anni passati in prigione e delle torture subite. Non si sarebbe detto che avesse subito tante sofferenze fisiche e morali e che patisse allora forti dolori allo stomaco. Era sempre spiato e perseguitato. Donava tutto ciò al Signore e incoraggiava anche noi a soffrire e unire la nostra povertà e le nostre prove alle sofferenze di Gesù. Nei suoi spostamenti, portava sempre con sé il SS.mo Sacramento per poter dare la S. Comunione ai malati e agli agonizzanti, dopo averli confessati".<br />Padre Alessio era in tutto un vero sacerdote, figli di Maria SS.ma, e con gioia predicava la vita purissima della Vergine Madre di Dio, come modello per la vita di ogni credente. Era solito dire: "Come Maria, dobbiamo essere dei gigli di amore e di purezza per Gesù. Sì, dobbiamo fiorire davanti a Gesù come dei candidi gigli, in un luminoso candore".<br />"Ho impressa nella mia mente - conclude suor Anastasia - l'ultima sua visita, durante cui egli ci disse con aspetto serio: "Oggi è l'ultima volta che sono con voi, poi mi porteranno di nuovo in prigione". Dopo la S. Messa, ricevemmo la sua benedizione, e le sue parole di addio furono come un testamento per la nostra famiglia: "Regolate la vostra vita in modo che in futuro potremo ritrovarci tutti nel Cuore di Gesù per glorificare Dio per tutta l'eternità".<br />MARTIRE CON MARIA<br />Nel mese aprile 1962, Padre Alessio viene arrestato a tradimento dalla polizia segreta e messo nel campo di concentramento di Dolinka presso Karaganda, dove tra terribili sofferenze si avvia alla fine. Una volta, alcune donne di grande fede e coraggio, avvicinatesi al filo spinato del campo, riescono a vederlo in una scena atroce. Le guardie, dopo averlo picchiato brutalmente, lo calano in una buca profonda... per tirarlo fuori con delle corde, grondante di sangue. Le donne piangono, impotenti a aiutarlo, ma lui, vedendole, esclama: "Non piangete. Questa è la via della croce, la passione di Gesù!". Un giorno può far uscire dal carcere una breve lettera su cui ha scritto ai suoi fedeli: "La Madonna mi ha fatto visita e mi ha detto: caro figlio mio, ancora un po' di sofferenza. Verrò presto a prenderti con me".<br />Dopo tanti maltrattamenti e umiliazioni, Padre Alessio ottiene la palma del martirio "ex aerumnis carceris" (= per le torture del carcere), il 13 ottobre 1963. L'indomani, vigilia della festa dei Santi, quando il becchino sta per dargli sepoltura in totale solitudine, sente dei canti bellissimi e, voltandosi, vede una "giova]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68628520</guid><pubDate>Tue, 18 Nov 2025 22:55:46 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68628520/il_sacerdote_ucraino.mp3" length="15307381" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8351

IL SACERDOTE UCRAINO IN CARCERE PER DIECI ANNI E MORTO IN UN GULAG di Paolo Risso
 
Nacque a Leopoli (Ucraina occidentale) nel 1912, figlio di cattolica famiglia. Ha un solo desiderio in cuore, il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8351" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8351</a><br /><br />IL SACERDOTE UCRAINO IN CARCERE PER DIECI ANNI E MORTO IN UN GULAG di Paolo Risso<br /> <br />Nacque a Leopoli (Ucraina occidentale) nel 1912, figlio di cattolica famiglia. Ha un solo desiderio in cuore, il giovanissimo Alessio: farsi sacerdote. Cresce e studia, puntando deciso alla meta: il santo altare. Nella cattedrale della sua città, nel 1936, a 24 anni, è ordinato sacerdote.<br />È un tempo terribile: Stalin sta facendo della Russia e dell'Europa orientale fino alla Siberia un'immensa prigione, dove i cattolici sono i primi a essere perseguitati, e i preti, considerati pericolosi per il regime comunista, devono essere i primi a sparire.<br />Padre Alessio è un vero innamorato di Gesù e per amore a Lui alimenta un dirompente spirito di apostolato, uno zelo instancabile per le anime, una dedizione senza limiti al suo ministero. È sempre disponibile, senza mai pensare a se stesso, con un'indole mite che avvicina tutti, una singolare comprensione per le persone: il vero stile del buon pastore.<br />Nella sua diocesi gli sono affidate alcune comunità: perseguitati sì, ma mai abbattute, animate nella fede in Gesù Crocifisso e Vivo, dall'esempio dei loro pastori e dei loro martiri. Padre Alessio si preoccupa di donare una catechesi essenziale, attingendo al Vangelo e al Magistero della Chiesa: Gesù al centro di tutto, la fedeltà a Lui, la fuga dal peccato e la vita in grazia di Dio, lo spirito di fortezza per testimoniare Gesù anche davanti alla morte, l'attesa del Paradiso.<br />Grazie a lui, i suoi fedeli si confessano almeno ogni mese e, moltissimi di loro, ricevono Gesù Eucaristico ogni giorno. La sua prima preoccupazione, pur sapendo di rischiare il carcere e la vita, è che tutti possano confessarsi e ricevere spesso l'Eucaristia. Per undici anni, così: tenuto d'occhio e braccato, quasi fosse un brigante, dalla polizia del regime comunista ateo e omicida!<br />Nel 1948, parroco in Ucraina, viene arrestato, a causa della sua fedeltà alla Chiesa Cattolica. Le autorità comuniste gli propongono di diventare vescovo ortodosso, separandosi dal Papa di Roma e così avrebbe avuto vita più facile. Padre Alessio rifiuta in modo aspro: "Separarmi dal Papa - dichiara - è tradire il Vangelo di Cristo!". Ai suoi parrocchiani, prima di avviarsi al carcere, raccomanda: "Non tradite mai la fede dei nostri padri".<br />Tutti sentono il grande vuoto da lui lasciato; come sacerdote greco-cattolico non si era limitato al rito orientale, ma per amore dei suoi fedeli cattolici-romani, aveva imparato con naturalezza anche la celebrazione della santa Messa nel rito latino. Dal carcere scrive lettere ai suoi cari e ai suoi fedeli. Al padre anziano: "Ogni giorno e ogni ora dobbiamo offrire tutto a Gesù sofferente che portò la sua croce sul Calvario per mostrarci come si arriva alla vita eterna. Prega molto. La preghiera è la nostra più grande forza". A un suo fratello sposato con figli: "Confessatevi più volte l'anno, amate il S. Sacrificio della Messa e allora avrete Dio nella vostra anima. Chi ha Dio nell'anima, ha tutto. Chi non ha Dio nella sua anima, non possiede nulla, anche se fosse padrone del mondo. Questo è il mio raggio di luce, il pensiero più alto della mia vita".<br />Quel che soffre in carcere, nelle mani di quei mostri, solo Dio lo sa: prega e soffre anche per i suoi persecutori. Un'unica certezza: "Gesù, il mio Gesù c'è, mi è vicino e mi ama". Alla morte di Stalin, nel marzo 1953, e poi nel 1956, in seguito al XX congresso del PCUS, sembra allentarsi (sembra soltanto, perché in realtà non è neppure così con Krusciov) la ferrea morsa della dittatura comunista che pretende' di annientare la Chiesa Cattolica. Padre Alessio esce di carcere e subito riprende il suo apostolato, sempre tenuto d'occhio però dalla polizia, con suo rischio enorme.<br />IL VANGELO DI DIO<br />Prima della fine...]]></itunes:summary><itunes:duration>957</itunes:duration><itunes:keywords>beatoalessiozaryckyj,carcere,ortodosso,regimesovietico,vittima</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/569020f0578fdc8af38fdd00123ead86.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La bambina che salvo la madre da una vita di peccato</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-bambina-che-salvo-la-madre-da-una-vita-di-peccato--68318049</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8331" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8331</a><br /><br />LA BAMBINA CHE SALVO' LA MADRE DA UNA VITA DI PECCATO di Marco e Caterina Vinciguerra<br /> <br />Laura del Carmen Vicuña Pino nacque a Santiago del Cile il 5 aprile del 1891 da José Domingo, un militare in carriera di nobile famiglia, e da Mercedes Pino, una sarta di umili origini.<br />Nell'anno della sua nascita, in Cile scoppiò una guerra civile e, a causa delle differenti idee politiche, la famiglia Vicuña fu costretta a fuggire verso il sud del paese stabilendosi nel piccolo borgo di Temuco e qui, tra tantissime difficoltà, nacque la sorellina di Laura, Giulia Amanda.<br />Tre anni dopo il papà di Laura morì e la moglie, per le gravi difficoltà economiche, come era usanza comune a quei tempi, decise di andare in Argentina "a cercare fortuna" con le due figlie di 8 e 3 anni.<br />Donna Mercedes aveva un solo desiderio: lavorare per mantenere e dare un futuro alle sue figlie. Per avere un buon tenore di vita e garantire gli studi alle figlie, accettò di convivere con il ricco imprenditore agricolo Manuel Mora. Per questo la famiglia Vicuña andò a vivere in uno dei possedimenti di Mora a Quilquihuè. Nel 1900 Donna Mercedes iscrisse le figlie a Junìn de los Andes in una missione-scuola aperta da poco delle Figlie di Maria Ausiliatrice, il ramo femminile dei Salesiani fondato da San Giovanni Bosco.<br />In collegio Laura, stando con le suore e grazie anche al suo confessore, don Augusto Crestanello, imparò come vivere con Gesù. Da subito si distinse per la volenterosa applicazione nello studio, per la bontà e la generosità nell'aiutare gli altri e per l'intensità della sua vita interiore.<br />L'UNICO SCOPO DELLA SUA VITA<br />Un giorno, ascoltando una lezione di catechismo sul sacramento del Matrimonio, Laura comprese la situazione di peccato nella quale viveva la mamma, capì anche perché durante le vacanze alla fattoria la madre non si accostava ai sacramenti e perché la facesse pregare di nascosto. Da questo momento la salvezza della mamma diventò per Laura l'unico scopo della sua vita: intensificò la preghiera, cercò tutte le occasioni per fare sacrifici a tal punto che per la mamma offrì la sua vita a Dio.<br />Non potendo essere ammessa ufficialmente come postulante delle Figlie di Maria Ausiliatrice a causa della condotta della madre, Laura, nel 1902, a soli 12 anni, fece in forma privata i voti di povertà, castità e obbedienza impegnandosi a ricevere tutti i giorni Gesù nella santa Comunione e a confessarsi frequentemente.<br />Durante le vacanze scolastiche le due sorelle tornavano a casa e Mora, invaghitosi di Laura, più volte cercò di corromperla, ma la ragazza lo respinse sempre. Per vendicarsi, Mora decise di non pagare più la retta del collegio alle due sorelle. Ciò nonostante le due ragazze, per via della loro difficile situazione familiare, furono accolte lo stesso dalla scuola, però non più come semplici scolare ma come interne addette alla casa delle suore con dei compiti da svolgere.<br />In seguito, per aver aiutato le suore a mettere in salvo le compagne di scuola in seguito a una grande inondazione, Laura si ammalò gravemente.<br />UNA VITA OFFERTA<br />Solo sul letto di morte Laura confessò alla madre di aver offerto la propria vita in cambio del suo ritorno alla fede cristiana e le fece promettere di tornare a vivere in grazia di Dio. Laura morì giovanissima il 22 gennaio 1904, non aveva ancora compiuto 13 anni! La mamma mantenne la parola data alla figlia morente: lasciò Mora, dopo essersi confessata.<br />Laura fu beatificata da Giovanni Paolo II il 3 settembre 1988 e la sua salma è venerata nella cappella delle Figlie di Maria Ausiliatrice a Bahìa Blanca in Argentina.<br />Questa ragazza soltanto in apparenza può sembrare come tante altre ragazze: la sua vita è un esempio di fede incrollabile. È determinata nel suo proposito: «O mio Dio, voglio amarti e servirti per tutta la vita; perciò ti dono la mia anima, il mio cuore, tutto il mio essere. Voglio morire piuttosto che offenderti col peccato».<br />Durante le attività ordinarie Laura diceva: «Per me pregare o lavorare è la medesima cosa; è lo stesso pregare o giocare, pregare o dormire. Facendo quello che mi viene chiesto di fare, compio quello che Dio vuole che io faccia, ed è questo che io voglio fare; questa è la mia migliore preghiera».<br />La sua testimonianza di amore e speranza mostra come la preghiera possa trasformare le difficoltà in opportunità di grazia e insegna a non arrenderci mai. La sua vita ci ricorda che ogni difficoltà può essere affrontata con la fede e che possiamo diventare strumenti di amore e di consolazione per chi ci circonda.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68318049</guid><pubDate>Tue, 28 Oct 2025 20:34:10 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68318049/la_bambina_che_salvo_la_madre_da_una_vita_di_peccato.mp3" length="5382940" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8331

LA BAMBINA CHE SALVO' LA MADRE DA UNA VITA DI PECCATO di Marco e Caterina Vinciguerra
 
Laura del Carmen Vicuña Pino nacque a Santiago del Cile il 5 aprile del 1891 da José Domingo, un militare in...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8331" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8331</a><br /><br />LA BAMBINA CHE SALVO' LA MADRE DA UNA VITA DI PECCATO di Marco e Caterina Vinciguerra<br /> <br />Laura del Carmen Vicuña Pino nacque a Santiago del Cile il 5 aprile del 1891 da José Domingo, un militare in carriera di nobile famiglia, e da Mercedes Pino, una sarta di umili origini.<br />Nell'anno della sua nascita, in Cile scoppiò una guerra civile e, a causa delle differenti idee politiche, la famiglia Vicuña fu costretta a fuggire verso il sud del paese stabilendosi nel piccolo borgo di Temuco e qui, tra tantissime difficoltà, nacque la sorellina di Laura, Giulia Amanda.<br />Tre anni dopo il papà di Laura morì e la moglie, per le gravi difficoltà economiche, come era usanza comune a quei tempi, decise di andare in Argentina "a cercare fortuna" con le due figlie di 8 e 3 anni.<br />Donna Mercedes aveva un solo desiderio: lavorare per mantenere e dare un futuro alle sue figlie. Per avere un buon tenore di vita e garantire gli studi alle figlie, accettò di convivere con il ricco imprenditore agricolo Manuel Mora. Per questo la famiglia Vicuña andò a vivere in uno dei possedimenti di Mora a Quilquihuè. Nel 1900 Donna Mercedes iscrisse le figlie a Junìn de los Andes in una missione-scuola aperta da poco delle Figlie di Maria Ausiliatrice, il ramo femminile dei Salesiani fondato da San Giovanni Bosco.<br />In collegio Laura, stando con le suore e grazie anche al suo confessore, don Augusto Crestanello, imparò come vivere con Gesù. Da subito si distinse per la volenterosa applicazione nello studio, per la bontà e la generosità nell'aiutare gli altri e per l'intensità della sua vita interiore.<br />L'UNICO SCOPO DELLA SUA VITA<br />Un giorno, ascoltando una lezione di catechismo sul sacramento del Matrimonio, Laura comprese la situazione di peccato nella quale viveva la mamma, capì anche perché durante le vacanze alla fattoria la madre non si accostava ai sacramenti e perché la facesse pregare di nascosto. Da questo momento la salvezza della mamma diventò per Laura l'unico scopo della sua vita: intensificò la preghiera, cercò tutte le occasioni per fare sacrifici a tal punto che per la mamma offrì la sua vita a Dio.<br />Non potendo essere ammessa ufficialmente come postulante delle Figlie di Maria Ausiliatrice a causa della condotta della madre, Laura, nel 1902, a soli 12 anni, fece in forma privata i voti di povertà, castità e obbedienza impegnandosi a ricevere tutti i giorni Gesù nella santa Comunione e a confessarsi frequentemente.<br />Durante le vacanze scolastiche le due sorelle tornavano a casa e Mora, invaghitosi di Laura, più volte cercò di corromperla, ma la ragazza lo respinse sempre. Per vendicarsi, Mora decise di non pagare più la retta del collegio alle due sorelle. Ciò nonostante le due ragazze, per via della loro difficile situazione familiare, furono accolte lo stesso dalla scuola, però non più come semplici scolare ma come interne addette alla casa delle suore con dei compiti da svolgere.<br />In seguito, per aver aiutato le suore a mettere in salvo le compagne di scuola in seguito a una grande inondazione, Laura si ammalò gravemente.<br />UNA VITA OFFERTA<br />Solo sul letto di morte Laura confessò alla madre di aver offerto la propria vita in cambio del suo ritorno alla fede cristiana e le fece promettere di tornare a vivere in grazia di Dio. Laura morì giovanissima il 22 gennaio 1904, non aveva ancora compiuto 13 anni! La mamma mantenne la parola data alla figlia morente: lasciò Mora, dopo essersi confessata.<br />Laura fu beatificata da Giovanni Paolo II il 3 settembre 1988 e la sua salma è venerata nella cappella delle Figlie di Maria Ausiliatrice a Bahìa Blanca in Argentina.<br />Questa ragazza soltanto in apparenza può sembrare come tante altre ragazze: la sua vita è un esempio di fede incrollabile. 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E se ne parliamo è soltanto per dire, partendo da lei e dall'inaspettato lavoro della Grazia compiuto nella sua persona, che nessuno è autorizzato a disperare, perché Dio lavora anche là dove meno te lo aspetti. Il papà di Eugenia è un valente musicista non vedente, che collabora con "La Scala" di Milano. Mamma è una cantante, la cui bravura è almeno pari alla sua frivolezza. Artisticamente parlando, forma con il marito una coppia perfetta, spesso in tournée, in Italia e all'estero; peccato che, molto più del marito, lei ami la fama, i soldi e il successo, per cui da una di queste tournées in Russia torna da sola, facendo credere a tutti che il marito è morto durante il viaggio. Nessuno della famiglia avrà più notizie di lui e solo molto più tardi si scoprirà che, abbandonato dalla moglie, il celebre musicista non aveva più avuto il coraggio di tornare ed era salpato per l'America insieme ad un'altra donna.<br />Eugenia è perennemente parcheggiata dai nonni e un bel giorno viene "rapita" da mamma e costretta ad andare a vivere a Milano, in casa del suo convivente, lo stesso per il quale aveva lasciato il marito. Cresce bella, intelligente, artisticamente dotata, con mamma che le riversa addosso tutte le frustrazioni per la propria carriera interrotta e sogna per lei un futuro da cantante lirica. Ed intanto ha il suo bel daffare per difendersi dalle continue avances del convivente della madre. Le liti in casa sono all'ordine del giorno ed Eugenia esce esasperata dal clima teso che si respira in famiglia e con il resto della parentela. Neppure nella relazione sentimentale, che intrattiene dall'età di quattordici anni, trova la necessaria serenità ed a volte, al limite della sopportazione, cerca rifugio in chiesa.<br />Un inaspettato momento di luce le arriva sui 19 anni, al culmine dell'ennesima lite familiare, in un momento di preghiera, che è quasi un grido di disperazione, davanti al quadro posto al di sopra del suo letto: quasi una lama di luce che la trapassa e le fa ardentemente desiderare la santità. La sua vita cambia radicalmente e si orienta verso la vocazione religiosa, che la madre ovviamente contrasta con tutte le sue forze: per la ragazza sono mesi di passione, nei quali, oltre alla preghiera, suoi unici appoggi sono le Suore Orsoline dell'oratorio che frequenta, e un sacerdote che queste le fanno conoscere. Se sull'autenticità della sua vocazione nessuno nutre dubbi, più incerta è la scelta della congregazione in cui attuarla. Prudentemente, le Orsoline, troppo vicine alla sua abitazione dove si continua ad avversare il suo ingresso in convento, la dirottano sull'ancor giovane congregazione delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria di Parma. È lo stesso fondatore, don Agostino Chieppi (oggi dichiarato Venerabile), ad accoglierla il 31 agosto 1887, quando lei arriva a Parma dopo essere fuggita di casa con l'aiuto dei parenti di papà.<br />Semplice, umile, fedele e generosa serve la congregazione: prima come insegnante nel Convitto, poi come maestra delle novizie, successivamente in qualità di archivista, di Segretaria generale e di Consigliera. Nel giugno 1911 viene eletta Superiora generale e rimane in carica fino alla morte. Fa voto di compiere con perfezione serena e tranquilla i suoi doveri di Superiora, e i risultati si vedono. Mentre, forse ricordando l'esperienza della sua adolescenza, si preoccupa molto per la formazione della donna e per l'inserimento delle ragazze nel mondo lavorativo, durante la Prima Guerra spalanca le porte della Congregazione per soccorrere i militari e gli orfani dei Caduti. Dalla contemplazione dell'Eucaristia nasce il programma della sua vita di religiosa: "Come Gesù ha scelto il pane, cosa tanto comune, così deve essere la mia vita, comune... accessibile a tutti e, in pari tempo, umile e nascosta, come è il pane"; tre soli i suoi propositi: "purezza per piacere a Gesù, umiltà per me, carità per gli altri". Il suo fisico è minato dalla tisi ossea, con dolori lancinanti in mezzo ai quali continua a sorridere, spiegando che "se Eucarestia significa rendimento di grazie si può ringraziare solo con il sorriso". Subisce l'amputazione di una gamba, ma continua dalla sedia a rotelle il suo generoso servizio di Superiora generale, fino alla morte, che sopraggiunge il 7 settembre 1921, ad appena 54 anni. Il 7 ottobre 2001 Giovanni Paolo II ha beatificato Madre Eugenia Picco, la ragazza che era riuscita a far della sua vita un capolavoro di santità, malgrado la sua famiglia.<br /><br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/68122196</guid><pubDate>Tue, 14 Oct 2025 21:25:26 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/68122196/la_mamma_ne_voleva_fare_una_diva.mp3" length="6974528" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8318

LA MAMMA NE VOLEVA FARE UNA DIVA, DIO NE HA FATTO UNA SANTA di Gianpiero Pettiti
 
Difficile trovare un ambiente familiare più disastrato di quello toccato ad Eugenia. E se ne parliamo è soltanto...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8318" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8318</a><br /><br />LA MAMMA NE VOLEVA FARE UNA DIVA, DIO NE HA FATTO UNA SANTA di Gianpiero Pettiti<br /> <br />Difficile trovare un ambiente familiare più disastrato di quello toccato ad Eugenia. E se ne parliamo è soltanto per dire, partendo da lei e dall'inaspettato lavoro della Grazia compiuto nella sua persona, che nessuno è autorizzato a disperare, perché Dio lavora anche là dove meno te lo aspetti. Il papà di Eugenia è un valente musicista non vedente, che collabora con "La Scala" di Milano. Mamma è una cantante, la cui bravura è almeno pari alla sua frivolezza. Artisticamente parlando, forma con il marito una coppia perfetta, spesso in tournée, in Italia e all'estero; peccato che, molto più del marito, lei ami la fama, i soldi e il successo, per cui da una di queste tournées in Russia torna da sola, facendo credere a tutti che il marito è morto durante il viaggio. Nessuno della famiglia avrà più notizie di lui e solo molto più tardi si scoprirà che, abbandonato dalla moglie, il celebre musicista non aveva più avuto il coraggio di tornare ed era salpato per l'America insieme ad un'altra donna.<br />Eugenia è perennemente parcheggiata dai nonni e un bel giorno viene "rapita" da mamma e costretta ad andare a vivere a Milano, in casa del suo convivente, lo stesso per il quale aveva lasciato il marito. Cresce bella, intelligente, artisticamente dotata, con mamma che le riversa addosso tutte le frustrazioni per la propria carriera interrotta e sogna per lei un futuro da cantante lirica. Ed intanto ha il suo bel daffare per difendersi dalle continue avances del convivente della madre. Le liti in casa sono all'ordine del giorno ed Eugenia esce esasperata dal clima teso che si respira in famiglia e con il resto della parentela. Neppure nella relazione sentimentale, che intrattiene dall'età di quattordici anni, trova la necessaria serenità ed a volte, al limite della sopportazione, cerca rifugio in chiesa.<br />Un inaspettato momento di luce le arriva sui 19 anni, al culmine dell'ennesima lite familiare, in un momento di preghiera, che è quasi un grido di disperazione, davanti al quadro posto al di sopra del suo letto: quasi una lama di luce che la trapassa e le fa ardentemente desiderare la santità. La sua vita cambia radicalmente e si orienta verso la vocazione religiosa, che la madre ovviamente contrasta con tutte le sue forze: per la ragazza sono mesi di passione, nei quali, oltre alla preghiera, suoi unici appoggi sono le Suore Orsoline dell'oratorio che frequenta, e un sacerdote che queste le fanno conoscere. Se sull'autenticità della sua vocazione nessuno nutre dubbi, più incerta è la scelta della congregazione in cui attuarla. Prudentemente, le Orsoline, troppo vicine alla sua abitazione dove si continua ad avversare il suo ingresso in convento, la dirottano sull'ancor giovane congregazione delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria di Parma. È lo stesso fondatore, don Agostino Chieppi (oggi dichiarato Venerabile), ad accoglierla il 31 agosto 1887, quando lei arriva a Parma dopo essere fuggita di casa con l'aiuto dei parenti di papà.<br />Semplice, umile, fedele e generosa serve la congregazione: prima come insegnante nel Convitto, poi come maestra delle novizie, successivamente in qualità di archivista, di Segretaria generale e di Consigliera. Nel giugno 1911 viene eletta Superiora generale e rimane in carica fino alla morte. Fa voto di compiere con perfezione serena e tranquilla i suoi doveri di Superiora, e i risultati si vedono. Mentre, forse ricordando l'esperienza della sua adolescenza, si preoccupa molto per la formazione della donna e per l'inserimento delle ragazze nel mondo lavorativo, durante la Prima Guerra spalanca le porte della Congregazione per soccorrere i militari e gli orfani dei Caduti. Dalla contemplazione dell'Eucaristia nasce il programma della sua vita...]]></itunes:summary><itunes:duration>436</itunes:duration><itunes:keywords>diva,eugenia,fama,santa,tournèe</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/e824e9b374d8fa9dc3b51cfd137c5629.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Frassati e Acutis, invito ai giovani a orientare la vita verso l'alto</title><link>https://www.spreaker.com/episode/frassati-e-acutis-invito-ai-giovani-a-orientare-la-vita-verso-l-alto--67708892</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8288" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8288</a><br /><br />FRASSATI E ACUTIS, INVITO AI GIOVANI A ORIENTARE LA VITA VERSO L'ALTO di Nico Spuntoni<br /> <br />80 mila persone, tante quanto lo stadio Olimpico di Roma pieno. Solo che ieri, nella prima domenica settembrina che però il caldo ha fatto sembrare ancora agostana, a piazza San Pietro non si giocava una partita di cartello ma si celebrava la canonizzazione di due nuovi santi.<br />Nati a 90 anni di distanza l'uno dall'altro, Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis sono stati entrambi elevati agli altari da Leone XIV che dal sagrato ha pronunciato la formula iniziante con «ad honorem Sanctæ et Individuæ Trinitatis, ad exaltationem fidei catholicæ et vitæ christianæ incrementum». Dunque «ad onore della Santissima Trinità per l'esaltazione della fede cattolica e l'incremento della fede cristiana» i due, morti giovani rispettivamente nel 1925 a 24 anni e nel 2006 a 15 anni, sono stati iscritti nell'albo dei santi.<br />Il Papa ha capito che quella di ieri sarebbe stata una giornata destinata a non essere dimenticata e prima di iniziare la Messa l'ha definita a braccio «una festa bellissima per tutta l'Italia, per tutta la Chiesa e per tutto il mondo». Poi ha ricordato che la santità non è un lusso per pochi e che «tutti voi, tutti noi, siamo chiamati anche ad essere santi». Rivolgendosi soprattutto ai numerosi giovani presenti in piazza, Prevost ha detto: «Sentiamo tutti nel cuore la stessa cosa che Pier Giorgio e Carlo hanno vissuto; questo amore per Gesù Cristo, soprattutto nell’Eucaristia, ma anche nei poveri, nei fratelli e nelle sorelle».<br />Nell'omelia il Pontefice li ha descritti come «un giovane dell’inizio del Novecento e un adolescente dei nostri giorni, tutti e due innamorati di Gesù e pronti a donare tutto per Lui». Per Leone la vita di Frassati rappresenta ancora oggi «una luce per la spiritualità laicale». Usando l'esempio del nuovo santo, il Papa è tornato a ripetere un concetto espresso recentemente nel discorso ad una delegazione di politici francesi. «Per lui - ha ricordato Prevost - la fede non è stata una devozione privata: spinto dalla forza del Vangelo e dall’appartenenza alle associazioni ecclesiali, si è impegnato generosamente nella società, ha dato il suo contributo alla vita politica, si è speso con ardore al servizio dei poveri».<br />Uno "schiaffo" a chi si vanta di relegare la propria fede ad una sfera esclusivamente privata, come ad esempio la sindaca di Genova e nuova stella del progressismo italiano Silvia Salis che proprio ieri in un'intervista a La Stampa ci ha tenuto a dichiararsi «cattolica nel privato».<br />Di Acutis, invece, il Papa ha sottolineato l'incontro con Gesù in famiglia e nei sacramenti. L'omelia papale ha ripreso abbondantemente alcune citazioni del ragazzo nato a Londra sul rapporto con l'eucarestia, con buona pace del teologo ultrà bergogliano Andrea Grillo (sconfessato pubblicamente dal suo Pontificio Ateneo Sant’Anselmo per le critiche al nuovo santo).<br />Prevost ha parlato della malattia che ha colpito i due ex beati, ricordando che «nemmeno questo li ha fermati e ha impedito loro di amare, di offrirsi a Dio, di benedirlo e di pregarlo per sé e per tutti». Per il Papa agostiniano «i santi Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis sono un invito rivolto a tutti noi, soprattutto ai giovani, a non sciupare la vita, ma a orientarla verso l’alto e a farne un capolavoro».<br />E sono anche i primi santi del suo pontificato.<br />Una canonizzazione particolare perché al rito hanno partecipato anche i genitori e i fratelli di uno dei due. La famiglia Acutis ha portato i doni dell’offertorio e il fratello Michele, nato quattro anni dopo la morte di Carlo, ha proclamato la prima lettura sul sagrato. Una circostanza che riporta alla memoria il precedente del 24 giugno 1950 quando, tra i 300mila fedeli presenti per la canonizzazione di Maria Goretti, c'erano anche la madre Assunta affacciata da una finestra e i fratelli sul sagrato. Una gioia solamente sfiorata nel Seicento da Marta Tana che poco prima di morire apprese la notizia della prossima beatificazione del figlio Luigi Gonzaga. ]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67708892</guid><pubDate>Wed, 10 Sep 2025 22:00:38 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67708892/frassati_e_acutis.mp3" length="4598472" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8288

FRASSATI E ACUTIS, INVITO AI GIOVANI A ORIENTARE LA VITA VERSO L'ALTO di Nico Spuntoni
 
80 mila persone, tante quanto lo stadio Olimpico di Roma pieno. Solo che ieri, nella prima domenica...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8288" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8288</a><br /><br />FRASSATI E ACUTIS, INVITO AI GIOVANI A ORIENTARE LA VITA VERSO L'ALTO di Nico Spuntoni<br /> <br />80 mila persone, tante quanto lo stadio Olimpico di Roma pieno. Solo che ieri, nella prima domenica settembrina che però il caldo ha fatto sembrare ancora agostana, a piazza San Pietro non si giocava una partita di cartello ma si celebrava la canonizzazione di due nuovi santi.<br />Nati a 90 anni di distanza l'uno dall'altro, Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis sono stati entrambi elevati agli altari da Leone XIV che dal sagrato ha pronunciato la formula iniziante con «ad honorem Sanctæ et Individuæ Trinitatis, ad exaltationem fidei catholicæ et vitæ christianæ incrementum». Dunque «ad onore della Santissima Trinità per l'esaltazione della fede cattolica e l'incremento della fede cristiana» i due, morti giovani rispettivamente nel 1925 a 24 anni e nel 2006 a 15 anni, sono stati iscritti nell'albo dei santi.<br />Il Papa ha capito che quella di ieri sarebbe stata una giornata destinata a non essere dimenticata e prima di iniziare la Messa l'ha definita a braccio «una festa bellissima per tutta l'Italia, per tutta la Chiesa e per tutto il mondo». Poi ha ricordato che la santità non è un lusso per pochi e che «tutti voi, tutti noi, siamo chiamati anche ad essere santi». Rivolgendosi soprattutto ai numerosi giovani presenti in piazza, Prevost ha detto: «Sentiamo tutti nel cuore la stessa cosa che Pier Giorgio e Carlo hanno vissuto; questo amore per Gesù Cristo, soprattutto nell’Eucaristia, ma anche nei poveri, nei fratelli e nelle sorelle».<br />Nell'omelia il Pontefice li ha descritti come «un giovane dell’inizio del Novecento e un adolescente dei nostri giorni, tutti e due innamorati di Gesù e pronti a donare tutto per Lui». Per Leone la vita di Frassati rappresenta ancora oggi «una luce per la spiritualità laicale». Usando l'esempio del nuovo santo, il Papa è tornato a ripetere un concetto espresso recentemente nel discorso ad una delegazione di politici francesi. «Per lui - ha ricordato Prevost - la fede non è stata una devozione privata: spinto dalla forza del Vangelo e dall’appartenenza alle associazioni ecclesiali, si è impegnato generosamente nella società, ha dato il suo contributo alla vita politica, si è speso con ardore al servizio dei poveri».<br />Uno "schiaffo" a chi si vanta di relegare la propria fede ad una sfera esclusivamente privata, come ad esempio la sindaca di Genova e nuova stella del progressismo italiano Silvia Salis che proprio ieri in un'intervista a La Stampa ci ha tenuto a dichiararsi «cattolica nel privato».<br />Di Acutis, invece, il Papa ha sottolineato l'incontro con Gesù in famiglia e nei sacramenti. L'omelia papale ha ripreso abbondantemente alcune citazioni del ragazzo nato a Londra sul rapporto con l'eucarestia, con buona pace del teologo ultrà bergogliano Andrea Grillo (sconfessato pubblicamente dal suo Pontificio Ateneo Sant’Anselmo per le critiche al nuovo santo).<br />Prevost ha parlato della malattia che ha colpito i due ex beati, ricordando che «nemmeno questo li ha fermati e ha impedito loro di amare, di offrirsi a Dio, di benedirlo e di pregarlo per sé e per tutti». Per il Papa agostiniano «i santi Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis sono un invito rivolto a tutti noi, soprattutto ai giovani, a non sciupare la vita, ma a orientarla verso l’alto e a farne un capolavoro».<br />E sono anche i primi santi del suo pontificato.<br />Una canonizzazione particolare perché al rito hanno partecipato anche i genitori e i fratelli di uno dei due. La famiglia Acutis ha portato i doni dell’offertorio e il fratello Michele, nato quattro anni dopo la morte di Carlo, ha proclamato la prima lettura sul sagrato. Una circostanza che riporta alla memoria il precedente del 24 giugno 1950 quando, tra i 300mila fedeli presenti per la canonizzazione di Maria...]]></itunes:summary><itunes:duration>288</itunes:duration><itunes:keywords>carloacutis,giovani,leonexiv,piergiorgiofrassati,santi</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/882e119cec797941d997bc3546842932.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Gregorio VII ci invita a lasciare il quieto vivere e a combattere</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-gregorio-vii-ci-invita-a-lasciare-il-quieto-vivere-e-a-combattere--67260407</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8237" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8237</a><br /><br />SAN GREGORIO VII CI INVITA A LASCIARE IL QUIETO VIVERE E A COMBATTERE di Roberto de Mattei<br /> <br />Nel maggio del 1085, 1040 anni fa, morì il Papa San Gregorio VII, Ildebrando di Soana (1030ca-1085), il più grande riformatore del suo tempo e anche uno dei più grandi Papi della storia.<br />Ildebrando, malgrado la sua riluttanza, fu eletto al soglio pontificio il 29 aprile 1073, a sessant'anni di età. Così egli si esprimeva appena eletto: "Voglio che voi sappiate fratelli carissimi che siamo stati posti in tal luogo da essere costretti, volenti o nolenti, ad annunciare la verità e la giustizia a tutte le genti, soprattutto alle genti cristiane, poiché ha detto il Signore: grida, non stancarti di gridare, leva la tua voce come una tromba e annuncia al mio popolo i suoi delitti".<br />Gregorio VII affrontò di petto i mali morali del suo tempo. Pochi mesi dopo la sua elezione, nel 1074, convocò a Roma un Concilio e vi fece approvare due importanti decreti: il primo contro i preti trasgressori della legge sul celibato, il secondo contro la simonia; inviò quindi da ogni parte legati e lettere, imponendo ai vescovi di tenere concili dove promulgassero e facessero osservare tali decreti. In un secondo concilio nel 1075 condannò l'investitura laica dei vescovi.<br />Per Gregorio esisteva uno stretto nesso tra la simonia e la politica delle investiture. I pubblici poteri (imperatore, re, duchi e conti) infatti designavano i prelati, ne imponevano la scelta e talvolta li creavano consegnando loro il pastorale o l'anello, insegna dei loro uffici religiosi. Obiettivo di Gregorio era quello di ripristinare la dignità e l'indipendenza dell'episcopato, opponendosi all'investitura laica da parte dell'imperatore o di altri poteri secolari.<br />MATILDE DI CANOSSA <br />Si ribellarono al Papa l'imperatore Enrico IV, il clero di Germania e quello di Lombardia. Gregorio citò Enrico a comparire in Roma, in un dato giorno, con minaccia di scomunica se egli avesse mancato. Allora Enrico convocò un Concilio contro Gregorio a Worms e si accordò con il prefetto di Roma, Leucio, per destituire il Papa. Leucio, nella notte di Natale del 1075, entrò con i suoi armati in Santa Maria Maggiore, dove il Pontefice celebrava una cerimonia, lo strappò dall'altare ferendolo nel capo e lo fece prigioniero. Ma il popolo poche ore dopo liberò il Papa. Gregorio adunò un nuovo Concilio (1076) nel quale solennemente scomunicò Enrico e dichiarò i sudditi di Germania e di Italia sciolti dal giuramento di fedeltà, scrivendo però ai principi tedeschi che non abusassero della scomunica contro il Re, ma cercassero di farlo ravvedere.<br />La sentenza del Papa fu un colpo terribile per la causa di Enrico in Germania. Molti dei signori a lui soggetti gli si ribellarono e convocarono una dieta per nominargli il successore. Enrico allora, visto il pericolo, scese in Italia per riconciliarsi con il Papa (1077). Gregorio, che si era mosso da Roma per recarsi in Germania per assistere alla dieta di Augusta, saputo del viaggio di Enrico in Italia, da Mantova, dove si trovava, si portò a Canossa, nel castello della contessa Matilde, a lui fedele. Era il mese di gennaio. Gregorio, all'inizio, si rifiutò di ricevere Enrico, ma questi giunse al castello di Canossa, camminando a piedi nella neve, rivestito di una tunica di lana grezza. Il Papa nutriva diffidenza verso quel pentimento così improvviso, ma la contessa Matilde e l'abate Ugo di Cluny implorarono il Pontefice di non ricusare le suppliche di un penitente. Dopo tre giorni di attesa, il 28 gennaio (1077) Enrico venne ufficialmente ammesso alla presenza del Papa, perdonato e assolto dalla scomunica.<br />Dopo circa sette secoli da che l'Imperatore Teodosio si era inginocchiato penitente di fronte al vescovo Ambrogio di Milano, un nuovo imperatore si inginocchiava di fronte all'autorità religiosa della Chiesa. Ma il pentimento di Enrico IV, a differenza di quello di Teodosio, non fu sincero. Il sovrano non rimase fedele alle sue promesse e nonostante gli fosse stata vietata dal Papa l'incoronazione come re d'Italia, si fece coronare e prese le armi contro Rodolfo di Svevia che intanto era stato eletto imperatore in sua vece dai principi tedeschi.<br />IL DICTATUS PAPAE<br />Gregorio VII reagì con fermezza rivendicando la sua autorità. Egli sintetizzò la sua posizione nel Dictatus Papae, una raccolta di sentenze che mostra le relazioni che devono esistere fra il Sacro Romano Impero e il Papato. Si aprì una guerra tra i fedeli dell'imperatore e quelli del Papa.<br />Gregorio trovò appoggio in Matilde di Canossa, una donna straordinaria, di stirpe longobarda. Suo marito era stato assassinato e Matilde era rimasta sola a governare un vasto Stato, nel centro dell'Italia, di cui, non avendo eredi, fece dono a Gregorio nel 1079, in aperta sfida con l'imperatore. Enrico IV convocò a Bressanone un Concilio, in cui fece deporre il Papa e decretò Matilde deposta e bandita dall'impero. Il sovrano tedesco scese quindi su Roma e assediò il Papa in Castel Sant'Angelo. Gregorio fu deposto e l'antipapa Clemente fu intronizzato solennemente al suo posto. Il giorno di Pasqua (31 marzo 1079) Enrico, insieme con la moglie Berta, ricevette la corona imperiale dall'antipapa. Il principe normanno Roberto il Guiscardo accorse in aiuto di Gregorio VII, ma il saccheggio della città a cui si abbandonò il suo esercito provocò la reazione del popolo che, sobillato dalla fazione contraria al Papa, si sollevò in armi.<br />Gregorio, protetto dalle armi di Roberto il Guiscardo, fu costretto a fuggire e si recò in volontario esilio a Salerno, dove rinnovò la scomunica contro Enrico e l'antipapa Clemente e poco dopo morì, il 24 maggio 1085. Fu canonizzato nel 1606 da papa Paolo V e le sue spoglie sono venerate nel Duomo di Salerno.<br />Si dice che le sue ultime parole furono: "Dilexi iustitiam, et odivi iniquitatem, propterea morivi in exilio", riecheggiando quella del salmista: "Amasti la giustizia e odiasti l'iniquità, perciò ti mosse il Signore con l'oblio della letizia dei tuoi pari" (Salmo 44, 9).<br />La vita di san Gregorio VII ci insegna molte cose. Vorrei intanto sottolinearne una. Il Papa, come Gesù Cristo di cui è Vicario, è sempre stato segno di contraddizione dentro e fuori la Chiesa. La vita di Gregorio VII fu una lotta continua. Qualcuno pensa che nel Medioevo, o in altre epoche, i cristiani potessero vivere disinteressandosi di ciò che diceva e faceva il Papa. Non è così. Nel Medioevo, come in ogni epoca storica, tutti i cristiani, anche i più semplici furono chiamati a rendersi consapevoli delle lotte che la Chiesa affrontava e a dover scegliere tra un Papa e un antipapa, tra un Papa e un imperatore, assumendosi davanti a Dio le responsabilità della propria scelta. La vita del cristiano, come quella della Chiesa, è lotta, e non ci si può sottrarre a questa lotta, limitandosi a seguire l'insegnamento e i riti della Chiesa, senza prendere parte alla battaglia che essa combatte ogni giorno contro i suoi nemici interni ed esterni.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67260407</guid><pubDate>Tue, 05 Aug 2025 17:20:18 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67260407/san_gregorio_vii.mp3" length="7354871" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8237

SAN GREGORIO VII CI INVITA A LASCIARE IL QUIETO VIVERE E A COMBATTERE di Roberto de Mattei
 
Nel maggio del 1085, 1040 anni fa, morì il Papa San Gregorio VII, Ildebrando di Soana (1030ca-1085), il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8237" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8237</a><br /><br />SAN GREGORIO VII CI INVITA A LASCIARE IL QUIETO VIVERE E A COMBATTERE di Roberto de Mattei<br /> <br />Nel maggio del 1085, 1040 anni fa, morì il Papa San Gregorio VII, Ildebrando di Soana (1030ca-1085), il più grande riformatore del suo tempo e anche uno dei più grandi Papi della storia.<br />Ildebrando, malgrado la sua riluttanza, fu eletto al soglio pontificio il 29 aprile 1073, a sessant'anni di età. Così egli si esprimeva appena eletto: "Voglio che voi sappiate fratelli carissimi che siamo stati posti in tal luogo da essere costretti, volenti o nolenti, ad annunciare la verità e la giustizia a tutte le genti, soprattutto alle genti cristiane, poiché ha detto il Signore: grida, non stancarti di gridare, leva la tua voce come una tromba e annuncia al mio popolo i suoi delitti".<br />Gregorio VII affrontò di petto i mali morali del suo tempo. Pochi mesi dopo la sua elezione, nel 1074, convocò a Roma un Concilio e vi fece approvare due importanti decreti: il primo contro i preti trasgressori della legge sul celibato, il secondo contro la simonia; inviò quindi da ogni parte legati e lettere, imponendo ai vescovi di tenere concili dove promulgassero e facessero osservare tali decreti. In un secondo concilio nel 1075 condannò l'investitura laica dei vescovi.<br />Per Gregorio esisteva uno stretto nesso tra la simonia e la politica delle investiture. I pubblici poteri (imperatore, re, duchi e conti) infatti designavano i prelati, ne imponevano la scelta e talvolta li creavano consegnando loro il pastorale o l'anello, insegna dei loro uffici religiosi. Obiettivo di Gregorio era quello di ripristinare la dignità e l'indipendenza dell'episcopato, opponendosi all'investitura laica da parte dell'imperatore o di altri poteri secolari.<br />MATILDE DI CANOSSA <br />Si ribellarono al Papa l'imperatore Enrico IV, il clero di Germania e quello di Lombardia. Gregorio citò Enrico a comparire in Roma, in un dato giorno, con minaccia di scomunica se egli avesse mancato. Allora Enrico convocò un Concilio contro Gregorio a Worms e si accordò con il prefetto di Roma, Leucio, per destituire il Papa. Leucio, nella notte di Natale del 1075, entrò con i suoi armati in Santa Maria Maggiore, dove il Pontefice celebrava una cerimonia, lo strappò dall'altare ferendolo nel capo e lo fece prigioniero. Ma il popolo poche ore dopo liberò il Papa. Gregorio adunò un nuovo Concilio (1076) nel quale solennemente scomunicò Enrico e dichiarò i sudditi di Germania e di Italia sciolti dal giuramento di fedeltà, scrivendo però ai principi tedeschi che non abusassero della scomunica contro il Re, ma cercassero di farlo ravvedere.<br />La sentenza del Papa fu un colpo terribile per la causa di Enrico in Germania. Molti dei signori a lui soggetti gli si ribellarono e convocarono una dieta per nominargli il successore. Enrico allora, visto il pericolo, scese in Italia per riconciliarsi con il Papa (1077). Gregorio, che si era mosso da Roma per recarsi in Germania per assistere alla dieta di Augusta, saputo del viaggio di Enrico in Italia, da Mantova, dove si trovava, si portò a Canossa, nel castello della contessa Matilde, a lui fedele. Era il mese di gennaio. Gregorio, all'inizio, si rifiutò di ricevere Enrico, ma questi giunse al castello di Canossa, camminando a piedi nella neve, rivestito di una tunica di lana grezza. Il Papa nutriva diffidenza verso quel pentimento così improvviso, ma la contessa Matilde e l'abate Ugo di Cluny implorarono il Pontefice di non ricusare le suppliche di un penitente. Dopo tre giorni di attesa, il 28 gennaio (1077) Enrico venne ufficialmente ammesso alla presenza del Papa, perdonato e assolto dalla scomunica.<br />Dopo circa sette secoli da che l'Imperatore Teodosio si era inginocchiato penitente di fronte al vescovo Ambrogio di Milano, un nuovo imperatore si inginocchiava di fronte...]]></itunes:summary><itunes:duration>460</itunes:duration><itunes:keywords>combattere,labuonabattaglia,quietovivere,responsabilità,sangregorio</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/82d41a1420d8031644c9583a3decac37.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Luigi Gonzaga: il mondo rideva della sua purezza... ora lui vede Dio in paradiso</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-luigi-gonzaga-il-mondo-rideva-della-sua-purezza-ora-lui-vede-dio-in-paradiso--66826138</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8213" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8213</a><br /><br />SAN LUIGI GONZAGA: IL MONDO RIDEVA DELLA SUA PUREZZA... ORA LUI VEDE DIO IN PARADISO di Roberto de Mattei<br /> <br />Il primo gesuita insignito del titolo di santo non fu sant'Ignazio di Loyola, ma un suo giovane discepolo, san Luigi Gonzaga, nato il 9 marzo 1568, e morto a ventitrè anni il 21 giugno 1591, il giorno in cui la liturgia della Chiesa lo ricorda. <br />Luigi nacque nel castello di famiglia a Castiglione delle Stiviere, sulle colline mantovane. Era il primogenito di otto figli del marchese Ferrante Gonzaga e di donna Marta Tana di Santena. Il padre era un ufficiale dell'esercito del Re di Spagna Filippo II, la madre dama di corte della regina Isabella di Spagna. Fu alla corte di Madrid che i due genitori si conobbero, prima di tornare in Italia, dove il padre fu nominato governatore del Monferrato.<br />Luigi era destinato alla carriera militare e passò i primi anni della sua vita tra le truppe che il padre comandava. La caccia, l'equitazione, la scherma, furono le prime occupazioni del ragazzo, che però fin dai sette anni aveva manifestato un'attrazione per la vita religiosa. Il marchese Gonzaga, per completare l'educazione del figlio, nel 1577 lo inviò, assieme al fratello secondogenito Rodolfo, a coltivare le buone maniere e a studiare, alla raffinata corte dei Medici, a Firenze. Gli studi e il servizio di corte non facevano però trascurare al giovane le pratiche religiose. Anzi fu a Firenze, nella Basilica della Santissima Annunziata, che Luigi fece voto di perpetua verginità, iniziando ad esercitare in grado eroico la virtù della purezza, tra l'irrisione dei compagni, che lo definivano uno squilibrato. Nel 1580 ricevette la Prima Comunione da san Carlo Borromeo, in visita nella diocesi di Brescia, della quale Castiglione faceva parte a quel tempo. Nel 1581, con il fratello Rodolfo, si recò a Madrid per due anni, come paggio d'onore del principe Diego. A Madrid Luigi studiò lettere, scienze e filosofia, ma lesse anche testi spirituali, e maturò la sua decisione di farsi gesuita. Nonostante l'opposizione del padre, fece gli Esercizi di sant'Ignazio e all'età di 17 anni, il 4 novembre 1585, dopo aver rinunziato ai suoi diritti di primogenito, entrò nel noviziato della Compagnia di Gesù a Roma. Due anni dopo fece la professione, compì gli studi di teologia, e ricevette gli Ordini Minori. Tra i suoi compagni di collegio era il giovane Abramo Giorgi, che sarebbe morto quattro anni dopo di lui, non dentro un letto però, ma decapitato dai musulmani sulla piazza di Massaua. <br />LA PESTE A ROMA<br />Tra il 1590 e il 1591 la peste uccise a Roma migliaia di persone, inclusi i papi Sisto V e Urbano VII. Luigi Gonzaga, insieme a Camillo de Lellis e ad altri apostoli, si prodigò intensamente ad assistere i più bisognosi. Un giorno, il 3 marzo 1591, trovato in strada un appestato, se lo caricò in spalla e lo portò all'ospedale della Consolazione. La sua salute era sempre stata cagionevole. La sera stessa fu colto da un febbrone e morì, all'età di soli 23 anni, nell'infermeria del Collegio Romano. Nel concistoro del 26 settembre 1605 Paolo V gli conferì il titolo di beato. Fu canonizzato il 31 dicembre 1726, insieme a un altro giovane gesuita, san Stanislao Kostka, da Benedetto XIII il quale, tre anni più tardi, lo proclamò patrono della gioventù cattolica. <br />Il suo corpo venne tumulato nella chiesa di sant'Ignazio a Roma, nello splendido altare barocco di Andrea Pozzo e Pierre Legros mentre il suo cranio è conservato nella basilica a lui intitolata a Castiglione delle Stiviere. <br />San Luigi Gonzaga è anche autore di un aureo Trattato o Meditazione degli angeli, particolarmente degli angeli custodi, pubblicato nel 1589, su richiesta di Vincenzo Bruno, rettore del Collegio romano.<br />Per diventare santi, occorre l'aiuto della Madonna e degli Angeli, ma sono necessarie anche quelle mediazioni umane che la Divina Provvidenza ci assicura. San Luigi Gonzaga ebbe la grazia di avere come direttore spirituale san Roberto Bellarmino che, grazie al suo discernimento delle anime, seppe guidarlo nella vita interiore, fino a farne un capolavoro di santità. San Roberto fu un celebre teologo e controversista, ma basterebbe l'aiuto spirituale che diede all'anima di Luigi per fargli meritare le maggiori ricompense celesti. Per la vita spirituale di san Luigi fu importante anche la madre, una donna di eminenti virtù che vide morire cinque dei suoi otto figli. Fu miracolata in vita da Luigi, che la guarì da una grave malattia ed ebbe la gioia di assistere al suo processo di beatificazione. <br />LA MORTE DI SAN LUIGI<br />Le consolazioni che Maria Gonzaga ricevette da Luigi furono più grandi dei dolori che ebbe dal secondo figlio Rodolfo, che nel 1592, fece assassinare per motivi ereditari suo zio Alfonso Gonzaga, e a sua volta venne assassinato nel 1593 con un colpo di archibugio.<br />Il 10 giugno 1591, pochi giorni prima di morire san Luigi scrisse alla madre una commovente lettera in cui le rivolgeva queste parole: "Ti confiderò, o illustrissima signora, che meditando le bontà divine, mare senza fondo e senza confini, la mia mente si smarrisce. Non riesco a capacitarmi come il Signore guardi alla mia piccola e breve fatica e mi premi con il riposo eterno e dal cielo mi inviti a quella felicità che io fino ad ora ho cercato con negligenza e offra a me, che assai poche lacrime ho sparso per esso, quel tesoro che è il coronamento di grandi fatiche e pianto.<br /> La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all'autore della nostra salvezza, godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell'anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro ed inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremo. Ho detto queste cose solo per obbedire al mio ardente desiderio che tu, o illustrissima signora e tutta la famiglia, consideriate la mia partenza come un evento gioioso. E tu continua ad assistermi con la tua materna benedizione, mentre sono in mare verso il porto di tutte le mie speranze. Ho preferito scriverti perché niente mi è rimasto con cui manifestarti in modo più chiaro l'amore ed il rispetto che, come figlio, devo alla mia madre".<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66826138</guid><pubDate>Tue, 01 Jul 2025 21:22:20 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66826138/san_luigi_gonzaga.mp3" length="7638248" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8213

SAN LUIGI GONZAGA: IL MONDO RIDEVA DELLA SUA PUREZZA... ORA LUI VEDE DIO IN PARADISO di Roberto de Mattei
 
Il primo gesuita insignito del titolo di santo non fu sant'Ignazio di Loyola, ma un suo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8213" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8213</a><br /><br />SAN LUIGI GONZAGA: IL MONDO RIDEVA DELLA SUA PUREZZA... ORA LUI VEDE DIO IN PARADISO di Roberto de Mattei<br /> <br />Il primo gesuita insignito del titolo di santo non fu sant'Ignazio di Loyola, ma un suo giovane discepolo, san Luigi Gonzaga, nato il 9 marzo 1568, e morto a ventitrè anni il 21 giugno 1591, il giorno in cui la liturgia della Chiesa lo ricorda. <br />Luigi nacque nel castello di famiglia a Castiglione delle Stiviere, sulle colline mantovane. Era il primogenito di otto figli del marchese Ferrante Gonzaga e di donna Marta Tana di Santena. Il padre era un ufficiale dell'esercito del Re di Spagna Filippo II, la madre dama di corte della regina Isabella di Spagna. Fu alla corte di Madrid che i due genitori si conobbero, prima di tornare in Italia, dove il padre fu nominato governatore del Monferrato.<br />Luigi era destinato alla carriera militare e passò i primi anni della sua vita tra le truppe che il padre comandava. La caccia, l'equitazione, la scherma, furono le prime occupazioni del ragazzo, che però fin dai sette anni aveva manifestato un'attrazione per la vita religiosa. Il marchese Gonzaga, per completare l'educazione del figlio, nel 1577 lo inviò, assieme al fratello secondogenito Rodolfo, a coltivare le buone maniere e a studiare, alla raffinata corte dei Medici, a Firenze. Gli studi e il servizio di corte non facevano però trascurare al giovane le pratiche religiose. Anzi fu a Firenze, nella Basilica della Santissima Annunziata, che Luigi fece voto di perpetua verginità, iniziando ad esercitare in grado eroico la virtù della purezza, tra l'irrisione dei compagni, che lo definivano uno squilibrato. Nel 1580 ricevette la Prima Comunione da san Carlo Borromeo, in visita nella diocesi di Brescia, della quale Castiglione faceva parte a quel tempo. Nel 1581, con il fratello Rodolfo, si recò a Madrid per due anni, come paggio d'onore del principe Diego. A Madrid Luigi studiò lettere, scienze e filosofia, ma lesse anche testi spirituali, e maturò la sua decisione di farsi gesuita. Nonostante l'opposizione del padre, fece gli Esercizi di sant'Ignazio e all'età di 17 anni, il 4 novembre 1585, dopo aver rinunziato ai suoi diritti di primogenito, entrò nel noviziato della Compagnia di Gesù a Roma. Due anni dopo fece la professione, compì gli studi di teologia, e ricevette gli Ordini Minori. Tra i suoi compagni di collegio era il giovane Abramo Giorgi, che sarebbe morto quattro anni dopo di lui, non dentro un letto però, ma decapitato dai musulmani sulla piazza di Massaua. <br />LA PESTE A ROMA<br />Tra il 1590 e il 1591 la peste uccise a Roma migliaia di persone, inclusi i papi Sisto V e Urbano VII. Luigi Gonzaga, insieme a Camillo de Lellis e ad altri apostoli, si prodigò intensamente ad assistere i più bisognosi. Un giorno, il 3 marzo 1591, trovato in strada un appestato, se lo caricò in spalla e lo portò all'ospedale della Consolazione. La sua salute era sempre stata cagionevole. La sera stessa fu colto da un febbrone e morì, all'età di soli 23 anni, nell'infermeria del Collegio Romano. Nel concistoro del 26 settembre 1605 Paolo V gli conferì il titolo di beato. Fu canonizzato il 31 dicembre 1726, insieme a un altro giovane gesuita, san Stanislao Kostka, da Benedetto XIII il quale, tre anni più tardi, lo proclamò patrono della gioventù cattolica. <br />Il suo corpo venne tumulato nella chiesa di sant'Ignazio a Roma, nello splendido altare barocco di Andrea Pozzo e Pierre Legros mentre il suo cranio è conservato nella basilica a lui intitolata a Castiglione delle Stiviere. <br />San Luigi Gonzaga è anche autore di un aureo Trattato o Meditazione degli angeli, particolarmente degli angeli custodi, pubblicato nel 1589, su richiesta di Vincenzo Bruno, rettore del Collegio romano.<br />Per diventare santi, occorre l'aiuto della Madonna e degli Angeli, ma sono...]]></itunes:summary><itunes:duration>478</itunes:duration><itunes:keywords>chiridebenerideultimo,deriso,paradiso,purezza,sanluigigonzaga</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c7efcb92b2daa523f28eefdd00d21c36.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Santa Caterina da Genova, la mistica che convertì suo marito</title><link>https://www.spreaker.com/episode/santa-caterina-da-genova-la-mistica-che-converti-suo-marito--66733043</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8195" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8195</a><br /><br />SANTA CATERINA DA GENOVA, LA MISTICA CHE CONVERTI' SUO MARITO di Roberto de Mattei<br /> <br />Santa Caterina nacque a Genova il 5 aprile 1447, ultima di cinque figli. Suo padre era Giacomo Fieschi, di un'illustre famiglia ligure, che diede alla Chiesa due Papi, Innocenzo IV e Adriano V. La profonda vita interiore di Caterina sbocciò all'età di tredici anni. Si sentiva attratta dal convento, ma obbedendo ai genitori, sposò, nel 1463, a sedici anni, Giuliano Adorno, di una famiglia che a Genova era altrettanto ricca e importante della sua. Il marito si dimostrò però un uomo dalla vita sregolata, che sperperò i beni familiari nel gioco d'azzardo e la maltrattò, rendendola infelice. Caterina abbandonò la sua vocazione e condusse per molti anni la vita di una donna che cercava rifugio alla sua amarezza nel mondo. Ernest Hello fa un'osservazione che ci fa riflettere, perché si applica alla vita di tante anime chiamate alla santità, che non devono scoraggiarsi nei momenti in cui sembrano trovarsi sull'orlo dell'abisso.: "C'è nella vita dei santi contemplativi, una serie di false partenze a noi assolutamente inintellegibili. Esitano, brancolano, si sbagliano, avanzano, indietreggiano, cambiano strada. Sembra che perdano tempo. Le vie insondabili per cui sono attratte sembrano d'infinita lunghezza. Ci si chiede perché lo Spirito che le guida non indichi loro immediatamente la strada, corta e diritta, per il traguardo. Perché? La domanda è senza risposta".<br />Dopo anni di errori, nell'anima confusa di Caterina scese un improvviso raggio di sole. Il 20 marzo 1473, recatasi alla chiesa di san Benedetto, per confessarsi, inginocchiandosi davanti al sacerdote, "ricevette - come ella stessa scrive - una ferita al cuore, d'un immenso amor di Dio", con una visione così chiara delle sue miserie e dei suoi difetti e, allo stesso tempo, della immensa bontà divina, che quasi ne svenne. Fu una di quelle numerose estasi o rapimenti mistici che si ripeteranno anche in seguito. Caterina prese la decisione che orientò tutta la sua vita, espressa nelle parole: "Non più mondo, non più peccati". Ebbe l'orrore del peccato e comprese la bellezza della grazia divina. Aveva ventisei anni, ma si abbandonò in modo così totale nelle mani del Signore da vivere, per i successivi venticinque anni - come ella scrive - "senza mezzo di alcuna creatura, dal solo Dio istruita et governata" (Libro de la Vita mirabile et dottrina santa, 117r-118r). <br />LA CONVERSIONE DEL MARITO<br />Primo effetto di questa svolta spirituale fu la conversione del marito Giuliano, che entrò nei Terziari Francescani. Non avevano figli. Di comune accordo, lasciarono la loro grande dimora e si ritirarono in una casa molto più modesta vicino all'ospedale di Pammatone, il più grande complesso ospedaliero genovese, nel quale Caterina iniziò a servire come sguattera e divenne poi direttrice, caso raro a quel tempo per una donna. La sua esistenza fu dunque totalmente attiva, nonostante le grazie mistiche che riceveva e la profondità della sua vita interiore. Attorno a lei si formò un gruppo di fedeli discepoli, tra i quali di distinse il notaio genovese Ettore Vernazza, sposato con tre figlie, ma che, come lei scelse di seguire interamente il Signore, servendo gli ammalati. Insieme fondarono a Genova, nel 1497, la Compagnia del Divino amore, prima di una rete spirituale di confraternite, che presto avrebbe coperto l'Italia. L'associazione era composta soprattutto di laici, che in segreto, si dedicavano ad un fervente apostolato nei confronti di poveri, malati e infermi, ma soprattutto a radicare nell'unione dei cuori, "il divino amore, cioè la carità". <br />Fra le prove per le quali Dio fece passare Caterina, fu quella di non trovare spesso persona che potesse comprenderla e consigliarla. Negli ultimi anni della sua vita patì una malattia straordinaria alla quale i medici non potevano trovar rimedio. Era come un martirio continuo. Nelle feste dei santi sentiva tutti i dolori che questi santi avevano sofferto. Negli ultimi tempi non poteva prendere altro cibo che la Santa Comunione, ricevuta ogni giorno, cosa allora non comune. <br />PATRONA SECONDARIA DEGLI OSPEDALI ITALIANI<br />La morte "dolce e soave e bella" arrivò il 15 settembre 1510, quando aveva 63 anni. Fu sepolta nella chiesa della Santissima Annunziata a Genova, oggi nota come chiesa di Santa Caterina da Genova. Fu proclamata beata nel 1675 da papa Clemente X e canonizzata nel 1737 da papa Clemente XII. Nel 1943, Pio XII la dichiarò patrona secondaria degli ospedali italiani.<br />La sua Vita, il Dialogo spirituale e il Trattato del purgatorio, sono le opere che ne compendiano la profonda dottrina. Parlando ai suoi figli spirituali disse: "Se parlo dell'amore mi pare di insultarlo, tanto le mie parole sono lontane dalla realtà. Sappiate solo che se una goccia di ciò che contiene il mio cuore cadesse nell'Inferno, l'inferno sarebbe cambiato in Paradiso". <br />L'influenza spirituale di santa Caterina da Genova e delle Compagnie del Divino Amore fu più profonda di quanto ella avrebbe mai potuto immaginare. Alla Compagnia del Divino Amore di Roma, appartenne e si alimentò san Gaetano di Thiene, fondatore dei Teatini, il primo istituto religioso di sacerdoti che, pur professando i voti religiosi, non facevano vita conventuale, ma svolgevano il loro apostolato nel mondo. Al loro modello di vita religiosa si ispirarono, nel XVI secolo, i Barnabiti di sant'Antonio Zaccaria, i Somaschi di san Girolamo Emiliani, e i Ministri degli Infermi di san Camillo de' Lellis, inaugurando nella Chiesa, l'esperienza dei "chierici regolari", caratterizzata dalla ricerca della perfezione evangelica nell'equilibrio tra la contemplazione e l'azione.<br />Le regole dei chierici regolari prevedevano che essi non potessero essere "questuanti", ovvero che non potessero domandare sostegno finanziario, ma dovessero vivere solo di ciò che ricevevano senza chiedere. Ciò sviluppò nella loro congregazione ed in altre, quell'abbandono alla Divina Provvidenza, che contraddistingue la spiritualità italiana. Caterina da Genova, la santa del Divino Amore, può essere considerata, all'alba del Cinquecento, la madre spirituale di una invisibile corrente di santità che salvò l'Italia dai veleni dell'umanesimo e del luteranesimo, riverberandosi nei secoli successivi fino ai nostri giorni.<br /><br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66733043</guid><pubDate>Tue, 24 Jun 2025 22:39:03 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66733043/santa_caterina_da_genova.mp3" length="6839946" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8195

SANTA CATERINA DA GENOVA, LA MISTICA CHE CONVERTI' SUO MARITO di Roberto de Mattei
 
Santa Caterina nacque a Genova il 5 aprile 1447, ultima di cinque figli. Suo padre era Giacomo Fieschi, di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8195" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8195</a><br /><br />SANTA CATERINA DA GENOVA, LA MISTICA CHE CONVERTI' SUO MARITO di Roberto de Mattei<br /> <br />Santa Caterina nacque a Genova il 5 aprile 1447, ultima di cinque figli. Suo padre era Giacomo Fieschi, di un'illustre famiglia ligure, che diede alla Chiesa due Papi, Innocenzo IV e Adriano V. La profonda vita interiore di Caterina sbocciò all'età di tredici anni. Si sentiva attratta dal convento, ma obbedendo ai genitori, sposò, nel 1463, a sedici anni, Giuliano Adorno, di una famiglia che a Genova era altrettanto ricca e importante della sua. Il marito si dimostrò però un uomo dalla vita sregolata, che sperperò i beni familiari nel gioco d'azzardo e la maltrattò, rendendola infelice. Caterina abbandonò la sua vocazione e condusse per molti anni la vita di una donna che cercava rifugio alla sua amarezza nel mondo. Ernest Hello fa un'osservazione che ci fa riflettere, perché si applica alla vita di tante anime chiamate alla santità, che non devono scoraggiarsi nei momenti in cui sembrano trovarsi sull'orlo dell'abisso.: "C'è nella vita dei santi contemplativi, una serie di false partenze a noi assolutamente inintellegibili. Esitano, brancolano, si sbagliano, avanzano, indietreggiano, cambiano strada. Sembra che perdano tempo. Le vie insondabili per cui sono attratte sembrano d'infinita lunghezza. Ci si chiede perché lo Spirito che le guida non indichi loro immediatamente la strada, corta e diritta, per il traguardo. Perché? La domanda è senza risposta".<br />Dopo anni di errori, nell'anima confusa di Caterina scese un improvviso raggio di sole. Il 20 marzo 1473, recatasi alla chiesa di san Benedetto, per confessarsi, inginocchiandosi davanti al sacerdote, "ricevette - come ella stessa scrive - una ferita al cuore, d'un immenso amor di Dio", con una visione così chiara delle sue miserie e dei suoi difetti e, allo stesso tempo, della immensa bontà divina, che quasi ne svenne. Fu una di quelle numerose estasi o rapimenti mistici che si ripeteranno anche in seguito. Caterina prese la decisione che orientò tutta la sua vita, espressa nelle parole: "Non più mondo, non più peccati". Ebbe l'orrore del peccato e comprese la bellezza della grazia divina. Aveva ventisei anni, ma si abbandonò in modo così totale nelle mani del Signore da vivere, per i successivi venticinque anni - come ella scrive - "senza mezzo di alcuna creatura, dal solo Dio istruita et governata" (Libro de la Vita mirabile et dottrina santa, 117r-118r). <br />LA CONVERSIONE DEL MARITO<br />Primo effetto di questa svolta spirituale fu la conversione del marito Giuliano, che entrò nei Terziari Francescani. Non avevano figli. Di comune accordo, lasciarono la loro grande dimora e si ritirarono in una casa molto più modesta vicino all'ospedale di Pammatone, il più grande complesso ospedaliero genovese, nel quale Caterina iniziò a servire come sguattera e divenne poi direttrice, caso raro a quel tempo per una donna. La sua esistenza fu dunque totalmente attiva, nonostante le grazie mistiche che riceveva e la profondità della sua vita interiore. Attorno a lei si formò un gruppo di fedeli discepoli, tra i quali di distinse il notaio genovese Ettore Vernazza, sposato con tre figlie, ma che, come lei scelse di seguire interamente il Signore, servendo gli ammalati. Insieme fondarono a Genova, nel 1497, la Compagnia del Divino amore, prima di una rete spirituale di confraternite, che presto avrebbe coperto l'Italia. L'associazione era composta soprattutto di laici, che in segreto, si dedicavano ad un fervente apostolato nei confronti di poveri, malati e infermi, ma soprattutto a radicare nell'unione dei cuori, "il divino amore, cioè la carità". <br />Fra le prove per le quali Dio fece passare Caterina, fu quella di non trovare spesso persona che potesse comprenderla e consigliarla. 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Chiamato non a caso «l'Apostolo delle Gallie», il santo è tra i fondatori del monachesimo in Europa, alla cui evangelizzazione ha mirabilmente contribuito. Ha diffuso la parola e l'amore di Cristo per tutti gli uomini e combattuto sia l'eresia ariana che il paganesimo.<br />Nativo della Pannonia, nel territorio dell'odierna Ungheria, lui stesso era cresciuto in una famiglia pagana: il padre, un tribuno militare, lo aveva chiamato Martino proprio in onore del dio Marte. La sua prima conversione maturò grazie all'incontro con una famiglia cristiana, che lo conquistò per il modo in cui viveva. Iniziò il catecumenato, ma a 15 anni fu obbligato da un editto imperiale ad arruolarsi nell'esercito. Fu durante una ronda notturna, nell'inverno del 335, che avvenne il celebre incontro con il mendicante a cui donò metà del suo mantello, tagliandolo con la spada. «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato. Egli mi ha vestito», si sentì dire la notte seguente da Gesù, apparsogli in sogno e circondato dagli angeli. Al risveglio, si ritrovò col mantello miracolosamente intero e di lì a breve si fece battezzare. L'ultima svolta fu il congedo militare, avvenuto intorno ai quarant'anni.<br />Nella seconda fase della sua vita Martino si impegnò nella lotta all'arianesimo, a quel tempo molto diffuso nonostante fosse già stato condannato, nel 325, dal Concilio di Nicea. Aveva trovato una guida sicura nel vescovo Ilario di Poitiers, per alcuni anni esiliato in Frigia a causa della malizia degli ariani che avevano chiesto all'imperatore Costanzo II di intervenire contro di lui. E anche Martino subì persecuzioni per la sua difesa dell'ortodossia. Egli, già dedito alla vita eremitica, raggiunse Ilario - di rientro dall'esilio - a Poitiers. Fu ordinato esorcista (da intendersi come uno degli antichi ordini minori) e per una decina d'anni si ritirò nella vicina Ligugé, dove fondò uno dei primissimi monasteri europei. Condusse con i suoi discepoli una vita in comune, fatta di preghiere e mortificazioni.<br />Nel 371 la sua fama di santità era ormai tale che i cristiani di Tours ricorsero a uno stratagemma pur di averlo come vescovo (lo invitarono ad assistere una donna malata per poi condurlo davanti alla comunità che lo acclamava). Alla fine, senza abbandonare la vita ascetica, accettò ed esercitò il ministero episcopale con grande sollecitudine. Battezzò, liberò gli ossessi, operò miracoli, predicò e si prese cura ovunque di malati, poveri e prigionieri, assistendoli nei bisogni del corpo e dell'anima. Come scrisse Sulpicio Severo (c. 360-420), uno dei suoi discepoli, «colui che tutti già reputavano santo fu così anche reputato uomo potente e veramente degno degli Apostoli».<br />A Tours fondò un altro monastero, poi noto come Marmoutier, in cui preparava i religiosi alla missione. Martino si preoccupò infatti di evangelizzare le campagne. Fece abbattere i templi e gli idoli pagani. Difese i più deboli senza temere di affrontare i potenti. Quando capì che stava per morire si fece stendere su una tavola cosparsa di cenere e attese in preghiera il ritorno alla casa del Padre, già circondato da un culto che si estese presto in tutta Europa]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66496829</guid><pubDate>Tue, 10 Jun 2025 17:16:33 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66496829/san_martino.mp3" length="3885661" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8190

SAN MARTINO NON HA SOLO DATO META' MANTELLO AL POVERO... di Ermes Dovico
 
Tanti conoscono l'episodio del mantello, ma pochi sono consapevoli dell'impronta straordinaria lasciata...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8190" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8190</a><br /><br />SAN MARTINO NON HA SOLO DATO META' MANTELLO AL POVERO... di Ermes Dovico<br /> <br />Tanti conoscono l'episodio del mantello, ma pochi sono consapevoli dell'impronta straordinaria lasciata da san Martino di Tours (316-397) nella storia della Chiesa. Chiamato non a caso «l'Apostolo delle Gallie», il santo è tra i fondatori del monachesimo in Europa, alla cui evangelizzazione ha mirabilmente contribuito. Ha diffuso la parola e l'amore di Cristo per tutti gli uomini e combattuto sia l'eresia ariana che il paganesimo.<br />Nativo della Pannonia, nel territorio dell'odierna Ungheria, lui stesso era cresciuto in una famiglia pagana: il padre, un tribuno militare, lo aveva chiamato Martino proprio in onore del dio Marte. La sua prima conversione maturò grazie all'incontro con una famiglia cristiana, che lo conquistò per il modo in cui viveva. Iniziò il catecumenato, ma a 15 anni fu obbligato da un editto imperiale ad arruolarsi nell'esercito. Fu durante una ronda notturna, nell'inverno del 335, che avvenne il celebre incontro con il mendicante a cui donò metà del suo mantello, tagliandolo con la spada. «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato. Egli mi ha vestito», si sentì dire la notte seguente da Gesù, apparsogli in sogno e circondato dagli angeli. Al risveglio, si ritrovò col mantello miracolosamente intero e di lì a breve si fece battezzare. L'ultima svolta fu il congedo militare, avvenuto intorno ai quarant'anni.<br />Nella seconda fase della sua vita Martino si impegnò nella lotta all'arianesimo, a quel tempo molto diffuso nonostante fosse già stato condannato, nel 325, dal Concilio di Nicea. Aveva trovato una guida sicura nel vescovo Ilario di Poitiers, per alcuni anni esiliato in Frigia a causa della malizia degli ariani che avevano chiesto all'imperatore Costanzo II di intervenire contro di lui. E anche Martino subì persecuzioni per la sua difesa dell'ortodossia. Egli, già dedito alla vita eremitica, raggiunse Ilario - di rientro dall'esilio - a Poitiers. Fu ordinato esorcista (da intendersi come uno degli antichi ordini minori) e per una decina d'anni si ritirò nella vicina Ligugé, dove fondò uno dei primissimi monasteri europei. Condusse con i suoi discepoli una vita in comune, fatta di preghiere e mortificazioni.<br />Nel 371 la sua fama di santità era ormai tale che i cristiani di Tours ricorsero a uno stratagemma pur di averlo come vescovo (lo invitarono ad assistere una donna malata per poi condurlo davanti alla comunità che lo acclamava). Alla fine, senza abbandonare la vita ascetica, accettò ed esercitò il ministero episcopale con grande sollecitudine. Battezzò, liberò gli ossessi, operò miracoli, predicò e si prese cura ovunque di malati, poveri e prigionieri, assistendoli nei bisogni del corpo e dell'anima. Come scrisse Sulpicio Severo (c. 360-420), uno dei suoi discepoli, «colui che tutti già reputavano santo fu così anche reputato uomo potente e veramente degno degli Apostoli».<br />A Tours fondò un altro monastero, poi noto come Marmoutier, in cui preparava i religiosi alla missione. Martino si preoccupò infatti di evangelizzare le campagne. Fece abbattere i templi e gli idoli pagani. Difese i più deboli senza temere di affrontare i potenti. Quando capì che stava per morire si fece stendere su una tavola cosparsa di cenere e attese in preghiera il ritorno alla casa del Padre, già circondato da un culto che si estese presto in tutta Europa]]></itunes:summary><itunes:duration>243</itunes:duration><itunes:keywords>conversione,eresiaariana,mantello,monasteri,sanmartinoditours,templipagani</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/960c9a6fb79a5c4b707e504a629fdbeb.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>I veri patroni d Europa</title><link>https://www.spreaker.com/episode/i-veri-patroni-d-europa--65670435</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8144" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8144</a><br /><br />I VERI PATRONI D'EUROPA, ALTRO CHE URSULA VON DER LEYEN di Cristina Siccardi<br /> <br />I patroni d'Europa non sono Ursula von der Leyen, Roberta Metsola, António Costa, Kaja Kallas e neppure Macron e Steinmeier, bensì i santi Benedetto da Norcia, Cirillo e Metodio, Brigida di Svezia, Caterina da Siena e Teresa Benedetta della Croce, sui quali il Senato della Repubblica italiana scriveva nel 2017 in una pubblicazione dal titolo Patroni d'Europa. Percorsi di unità, di pace, di cultura: «In modi speciali essi sono stati tutti profondamente europei [...]. Se pace, cultura, dialogo, difesa dei diritti umani sono oggi imperativi morali per tutti i cittadini d'Europa, e non solo per chi si professa credente, dobbiamo riconoscere il merito a straordinari precursori. La loro voce, a distanza di secoli, ancora ha molto da dirci e da insegnarci». Leggendo queste considerazioni, occorre fare alcuni doverosi distinguo. L'allora presidente del Senato, Pietro Grasso, aveva riconosciuto il patronato dell'Europa dei santi menzionati; tuttavia, ha compiuto un'operazione conforme a tutti coloro che da molti anni cercano di assorbire le figure dei santi nell'agone del liberalismo laicista politico e religioso, strumentalizzando i loro insegnamenti.<br />I santi patroni d'Europa hanno operato nella pace di Cristo e non del mondo; hanno tessuto le loro relazioni non in un vacuo dialogo, ma sulle linee costruttive del Vangelo; non hanno pensato e agito in modalità antropocentrica, ma evangelica e con spirito soprannaturale alla luce della Grazia di Dio; hanno dato priorità alla Gloria di Dio e non del mondo, concentrandosi sulla salvezza delle anime, considerando lesive le proposte e tentazioni mondane. Essi non sono stati «straordinari precursori» dell'ideologia europeista anticristiana, bensì Maestri nell'instaurare il Regno di Dio attraverso Cristo Re.<br />San Benedetto da Norcia (480-547) è stato dichiarato «Santo patrono di tutta l'Europa» da papa Paolo VI il 24 ottobre 1964 con la lettera apostolica Pacis Nuntius. Cirillo e Metodio sono stati proclamati compatroni da papa Giovanni Paolo II il 31 dicembre 1980 con la lettera apostolica Egregiae virtutis; lo stesso Papa ha inoltre proclamato compatrone d'Europa santa Brigida di Svezia, santa Caterina da Siena e santa Teresa Benedetta della Croce il 1º ottobre 1999.<br />SAN BENEDETTO, SANTI CIRILLO E METODIO<br />La statura umana e cristiana di san Benedetto resta nella Storia un luminoso punto di riferimento in un'epoca di profondi mutamenti (come la nostra), quando l'antico ordinamento romano stava ormai crollando e stava per nascere una nuova era sotto l'impulso di nuovi popoli emergenti all'orizzonte dell'Europa. Attraverso la fondazione delle abbazie e dei monasteri nel continente, san Benedetto risanò le anime, bonificò i villaggi, promuovendo la coltivazione razionale delle terre, offrendo lavoro alle famiglie che vivevano e lavoravano intorno ai centri benedettini; salvò l'antico patrimonio culturale e letterario greco-romano, influì sulla trasformazione dei costumi dei barbari. La Regola benedettina portò ordine e civilizzazione grazie a due parole profondamente applicate «Ora et labora», che instillarono il senso del dovere, stando attenti alla propria coscienza e allo sguardo di Dio (ciò implicava, conseguentemente, il rispetto per i legittimi diritti altrui) e che promossero responsabilizzazione, coraggio, determinazione, tutto ciò, disse Giovanni Paolo II durante la sua visita pastorale a Norcia il 23 marzo 1980, «sulla base e in forza di una vita spirituale di fede e di preghiera assolutamente intensa ed esemplare».<br />La missione dei fratelli Cirillo (826/827-869) e Metodio (815/825-885), evangelizzatori bizantini dei popoli slavi in Moravia e Pannonia (antica regione compresa tra i fiumi Danubio e Sava, che comprendeva la parte occidentale dell'attuale Ungheria, il Burgenland oggi Land austriaco, fino a Vienna, la parte nord della Croazia e parte della Slovenia), produsse nel IX secolo l'invenzione dell'alfabeto glagolitico, noto come «cirillico», dal nome del suo inventore e nato dal geniale sforzo di conciliare le lingue latina, greca e slava. Come san Benedetto aveva posto le basi dell'Europa latina, i due fratelli di Tessalonica innestarono nel continente la tradizione greca e bizantina, come riconobbe papa Pio XI con la Lettera Apostolica Quod Sanctum Cyrillum del 1927, definendoli «figli dell'Oriente, di patria bizantini, d'origine greci, per missione romani, per i frutti apostolici slavi».<br />Le nazioni europee, con le loro lingue, le loro culture, i loro usi e costumi furono unite sotto il Sacro Romano Impero, che si instaurò sotto l'egida e il faro del Cristianesimo, un credo non rivoluzionario, non distruttivo, ma forte nei suoi principi e nei suoi valori del Dio Uno e Trino, di patria, di famiglia e proprietà privata. È di tutta evidenza che il collante di tante diversità fu la Fede religiosa, che rispettava ogni identità, a differenza della surrettizia Unione Europea che vuole imporre, senza rispetto di quelle identità, il livellante pensiero unico alle genti europee.<br />Aver eliminato il Cristianesimo dalla linfa europea, come ben vediamo, ha trasportato il continente nel baratro del pensiero neonietzschiano, che nega verità oggettive, imponendo una pluralità di prospettive opinabili, in cui le “verità soggettive” e i presunti diritti sono legati all'ideologia schizofrenica di chi domina con politiche sovranazionali, tiranniche e schiavizzanti, che vanno contro le Leggi di Dio, ma anche contronatura, riproponendo in definitiva il «non serviam» di matrice luciferina. Se l'Europa era stata ferita e incrinata dalla rivoluzione protestante, oggi la presunta Unione Europea, claudicante e persa in un labirinto di confusione, è il frutto del suo tradimento a se stessa.<br />SANTA BRIGIDA DI SVEZIA ED EDITH STEIN<br />Santa Brigida di Svezia (1303-1373) fu sposa, madre, monaca, mistica, donna di grande carità e coordinatrice di ordine e di pace dentro e fuori la Chiesa. Si recò a Roma per celebrare l'Anno Santo del 1350 e qui trovò una situazione drammatica: il Papa si era trasferito ad Avignone e il popolo romano era come un gregge senza pastore. C'era la peste e in Europa infuriava il conflitto tra Francia e Inghilterra. Nelle stanze di Palazzo Farnese e nelle chiese romane ricevette rivelazioni divine, intanto parlava direttamente al Papa, ai cardinali, ai governanti europei, anche per intercedere per la pace in Europa al fine di porre termine alla guerra dei Cent'anni. Si prodigò per il ritorno del Pontefice a Roma, come fece anche vigorosamente la mistica domenicana e sua contemporanea santa Caterina da Siena (1347-1380), la quale, sopravvivendole, sarà testimone del ritorno definitivo a Roma di Gregorio XI nel 1377. Particolarmente devota della Passione di Cristo, giunse il tempo dei pellegrinaggi brigidini: da Assisi al Gargano, arrivando poi in Terra Santa, quando aveva quasi settant'anni.<br />Cinque santi medioevali come patroni d'Europa ed una dell'età moderna, l'ebrea Edith Stein (1891-1942), atea convertita al Cattolicesimo, che divenne carmelitana scalza. Dalla brillante intelligenza, scelse il ramo universitario della filosofia e dopo essere stata allieva di Edmund Husserl, divenne membro della facoltà di Friburgo. Un giorno rimase folgorata quando vide una donna con i sacchetti della spesa entrare in una chiesa per pregare... un atto semplicissimo, ma che a Edith rivelò che Dio può essere pregato in qualsiasi momento e quindi apprese, grazie a quella donna, che il punto centrale del Credo cristiano è lo stabilire un rapporto personale fra l'anima e il Padre Creatore. Nel 1921, durante una vacanza, lesse l'autobiografia della mistica carmelitana Teresa d'Avila e da allora abbracciò Santa Romana Chiesa, ricevendo il battesimo il 1° gennaio 1922. Dopo un periodo di discernimento spirituale, entrò nel monastero carmelitano di Colonia nel 1934, prendendo il nome di Teresa Benedetta della Croce e qui scrisse il libro metafisico Endliches und ewiges Sein (Essere finito ed Essere eterno) con l'obiettivo di conciliare le filosofie di san Tommaso d'Aquino e di Husserl.<br />Per proteggerla dalle leggi razziali, l'Ordine delle Carmelitane scalze la trasferì nei Paesi Bassi, ma non fu sufficiente: il 26 luglio 1942 entrò in vigore l'ordine di Hitler che anche gli ebrei convertiti dovevano essere catturati e internati. Fu così che Edith e sua sorella Rosa, anche lei divenuta cattolica, furono deportate nel campo di concentramento di Auschwitz, dove vennero uccise nelle camere a gas il 9 agosto 1942 e i loro corpi furono bruciati nei forni crematori.<br />ROBERTO BENIGNI ESALTA IL MANIFESTO DI VENTOTENE<br />Alcuni giorni fa Roberto Benigni ha teatralmente declamato e inneggiato con lo spettacolo intitolato «Il Sogno» il Manifesto di Ventotene per un'Europa libera e unita, manifesto che è stato protagonista di una ormai nota manifestazione progressista a Roma, ma anche di molteplici polemiche politiche e mediatiche. Nel decantare l'Europa culturale e l'indiscutibile suo primeggiare nel mondo, Benigni si è però completamente “scordato” di far presente che è stata la religione cristiana ad aver dato vita ad uno straordinario sviluppo dell'arte, della letteratura, della musica nel segno della bellezza; ma ha anche “scordato” di dire che è stato il Cristianesimo ad avviare lo studio scientifico degli esseri animati e inanimati, si pensi alle realtà monastiche che si sono occupate della catalogazione del mondo vegetale e animale, nonché dello studio medico delle erbe officinali; ma si pensi anc]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65670435</guid><pubDate>Tue, 22 Apr 2025 21:18:45 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65670435/i_veri_patroni_d_europa.mp3" length="12479051" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8144

I VERI PATRONI D'EUROPA, ALTRO CHE URSULA VON DER LEYEN di Cristina Siccardi
 
I patroni d'Europa non sono Ursula von der Leyen, Roberta Metsola, António Costa, Kaja Kallas e neppure Macron e...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8144" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8144</a><br /><br />I VERI PATRONI D'EUROPA, ALTRO CHE URSULA VON DER LEYEN di Cristina Siccardi<br /> <br />I patroni d'Europa non sono Ursula von der Leyen, Roberta Metsola, António Costa, Kaja Kallas e neppure Macron e Steinmeier, bensì i santi Benedetto da Norcia, Cirillo e Metodio, Brigida di Svezia, Caterina da Siena e Teresa Benedetta della Croce, sui quali il Senato della Repubblica italiana scriveva nel 2017 in una pubblicazione dal titolo Patroni d'Europa. Percorsi di unità, di pace, di cultura: «In modi speciali essi sono stati tutti profondamente europei [...]. Se pace, cultura, dialogo, difesa dei diritti umani sono oggi imperativi morali per tutti i cittadini d'Europa, e non solo per chi si professa credente, dobbiamo riconoscere il merito a straordinari precursori. La loro voce, a distanza di secoli, ancora ha molto da dirci e da insegnarci». Leggendo queste considerazioni, occorre fare alcuni doverosi distinguo. L'allora presidente del Senato, Pietro Grasso, aveva riconosciuto il patronato dell'Europa dei santi menzionati; tuttavia, ha compiuto un'operazione conforme a tutti coloro che da molti anni cercano di assorbire le figure dei santi nell'agone del liberalismo laicista politico e religioso, strumentalizzando i loro insegnamenti.<br />I santi patroni d'Europa hanno operato nella pace di Cristo e non del mondo; hanno tessuto le loro relazioni non in un vacuo dialogo, ma sulle linee costruttive del Vangelo; non hanno pensato e agito in modalità antropocentrica, ma evangelica e con spirito soprannaturale alla luce della Grazia di Dio; hanno dato priorità alla Gloria di Dio e non del mondo, concentrandosi sulla salvezza delle anime, considerando lesive le proposte e tentazioni mondane. Essi non sono stati «straordinari precursori» dell'ideologia europeista anticristiana, bensì Maestri nell'instaurare il Regno di Dio attraverso Cristo Re.<br />San Benedetto da Norcia (480-547) è stato dichiarato «Santo patrono di tutta l'Europa» da papa Paolo VI il 24 ottobre 1964 con la lettera apostolica Pacis Nuntius. Cirillo e Metodio sono stati proclamati compatroni da papa Giovanni Paolo II il 31 dicembre 1980 con la lettera apostolica Egregiae virtutis; lo stesso Papa ha inoltre proclamato compatrone d'Europa santa Brigida di Svezia, santa Caterina da Siena e santa Teresa Benedetta della Croce il 1º ottobre 1999.<br />SAN BENEDETTO, SANTI CIRILLO E METODIO<br />La statura umana e cristiana di san Benedetto resta nella Storia un luminoso punto di riferimento in un'epoca di profondi mutamenti (come la nostra), quando l'antico ordinamento romano stava ormai crollando e stava per nascere una nuova era sotto l'impulso di nuovi popoli emergenti all'orizzonte dell'Europa. Attraverso la fondazione delle abbazie e dei monasteri nel continente, san Benedetto risanò le anime, bonificò i villaggi, promuovendo la coltivazione razionale delle terre, offrendo lavoro alle famiglie che vivevano e lavoravano intorno ai centri benedettini; salvò l'antico patrimonio culturale e letterario greco-romano, influì sulla trasformazione dei costumi dei barbari. La Regola benedettina portò ordine e civilizzazione grazie a due parole profondamente applicate «Ora et labora», che instillarono il senso del dovere, stando attenti alla propria coscienza e allo sguardo di Dio (ciò implicava, conseguentemente, il rispetto per i legittimi diritti altrui) e che promossero responsabilizzazione, coraggio, determinazione, tutto ciò, disse Giovanni Paolo II durante la sua visita pastorale a Norcia il 23 marzo 1980, «sulla base e in forza di una vita spirituale di fede e di preghiera assolutamente intensa ed esemplare».<br />La missione dei fratelli Cirillo (826/827-869) e Metodio (815/825-885), evangelizzatori bizantini dei popoli slavi in Moravia e Pannonia (antica regione compresa tra i fiumi Danubio e Sava, che comprendeva la...]]></itunes:summary><itunes:duration>780</itunes:duration><itunes:keywords>cristore,patronideuropa,precursori,santipatroni,vonderleyen</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/aba3c3031cf4ce817060865e6114725c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Santa Maria Maddalena de' Pazzi: in paradiso non si va in carrozza</title><link>https://www.spreaker.com/episode/santa-maria-maddalena-de-pazzi-in-paradiso-non-si-va-in-carrozza--65584442</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8122" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8122</a><br /><br />SANTA MARIA MADDALENA DE' PAZZI: IN PARADISO NON SI VA IN CARROZZA di Don Stefano Bimbi<br /> <br />Come mai facciamo tanta fatica ad accettare la vita cristiana per quello che è: una via crucis che ha come obiettivo la risurrezione?<br />Santa Maria Maddalena de' Pazzi (1566-1607), al secolo Caterina, nacque a Firenze in una nobile famiglia. Fin dall'infanzia, Caterina dimostrò una profonda inclinazione spirituale e una sensibilità straordinaria verso la preghiera e la contemplazione. All'età di nove anni faceva veglie e digiuni impensabili per una bambina. Trascorreva ore in adorazione del Santissimo Sacramento ed aveva visioni celesti. Subito dopo la prima comunione fece voto di verginità.<br />A 16 anni entrò nel monastero delle Carmelitane Scalze di Santa Maria degli Angeli a Firenze, assumendo il nome di Maria Maddalena. Qui si dedicò a un'esistenza di preghiera, penitenza e servizio. La sua vita fu caratterizzata da intensi fenomeni mistici con cui Dio la preparava a soffrire per riparare l'ingratitudine degli uomini verso Gesù.<br />A diciannove anni, iniziò il suo Calvario. Il Signore le chiese di cibarsi di solo pane, di dormire solo cinque ore, di indossare la veste più povera possibile e fare a meno di scarpe e calze. In una apparizione Gesù le mise sulla testa una corona di spine che le provocò un continuo mal di testa che aumentava ogni venerdì, giorno in cui si ricorda la passione e morte di nostro Signore. Una volta rimase quaranta ore in estasi e sperimentò la presenza di Maria al sepolcro potendo tenere tra le braccia il corpo esanime di Gesù.<br />L'INFERNO<br />Dal 1585 visse l'esperienza dell'inferno per cinque anni: udiva risate sguaiate, grida e bestemmie. Aveva visioni di diavoli che le causavano una grande tristezza. Un demonio la picchiava per diverse notti e la faceva cadere spesso dalle scale. Cercava la protezione di Dio, ma ne era allontanata da una forza sovrumana. Anche la vita religiosa le era diventata noiosa e per questo sentiva la spinta ad uscire dal monastero. Tutto sembrava inutile ed ebbe la tentazione di uccidersi con un coltello. La salvò all'ultimo momento il pensiero della Madonna che veniva spesso a trovarla per darle il coraggio di affrontare queste tremende prove. Per questo Maria Maddalena riusciva con pazienza a sopportare tutto. Nel 1590 fu finalmente liberata dalle persecuzioni diaboliche. Come premio Dio le dette la speciale grazia di vedere sempre Gesù al suo fianco.<br />Grazie al suo esempio di vita riuscì a convincere tutte le consorelle del monastero a riformarlo per mirare solo alla gloria di Dio e a offrirsi eroicamente a Lui e ad amarsi le une le altre accettando qualunque sofferenza e umiliazione. La vita del monastero tornò ad essere austera come aveva insegnato santa Teresa d'Avila per la riforma dell'Ordine carmelitano.<br />Un giorno una voce le disse che le restavano pochi anni da vivere. Sapendo che in Paradiso non si soffre più, con il permesso della superiora, chiese ancora sofferenza a Gesù, come se fosse poco quello che aveva vissuto. Gesù accettò la sua richiesta. Da allora la sua anima sperimentò l'aridità e fino alla morte fu bloccata a letto provando enormi dolori fisici. Diceva spesso: "La mia anima non è capace che della sofferenza".<br />Morì il 25 maggio 1607, a soli 41 anni, lasciando un'eredità spirituale di rara profondità. Fu canonizzata nel 1669 da Papa Clemente IX, diventando testimone della spiritualità carmelitana e della devozione mistica. Le sue lettere e scritti riflettono un'intensa intimità con Dio e un amore ardente per l'umanità. È venerata come patrona delle malattie mentali e invocata per la guarigione spirituale.<br />IN PARADISO NON SI VA IN CARROZZA<br />La vita di Santa Maria Maddalena de' Pazzi non può lasciarci indifferenti e suscita delle domande importanti riguardanti la nostra fede. Per noi con il telefonino in mano è difficile accettare così tanto dolore. Ci sembra una prova tanto grande e può sembrare strano che Dio la permetta in una creatura che Egli ama. Però, a pensarci bene, lei è una santa e quindi se le nostre idee sul dolore e su Dio contrastano con la sua vita, forse dobbiamo cambiare noi le nostre idee. Non si può cambiare il fatto che la sua vita è questa e che è stata proclamata santa dalla Chiesa.<br />Con un po' di sforzo, dobbiamo abbandonare l'idea che in paradiso ci si vada in carrozza, che Dio perdoni sempre e che ci chieda soltanto di andare alla Messa, di dire qualche preghiera e di mandare i figli a catechismo. Certo sono cose buone, ma non bastano per essere cristiani. Gesù dice chiaramente nel vangelo: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23). Evidentemente per seguire Gesù dobbiamo rinnegare noi stessi e quindi non puntare a "realizzare noi stessi", ma abbandonare la nostra realizzazione come scopo di vita e rinunciare alle comodità, alla vita agiata, a soddisfare ogni nostro desiderio. Del resto tutti i santi ci insegnano che sono diventati tali con forti privazioni e scelte radicali.<br />Ma anche rinunciare a noi stessi non è sufficiente. Prendere la croce ogni giorno è necessario e comporta grandi sacrifici. Del resto se vogliamo seguire Gesù non possiamo non seguirlo nella via della croce. Se poi ci chiediamo come Dio padre possa aver permesso le grandi sofferenze di Maria Maddalena de' Pazzi, beh allora dobbiamo prima chiederci come ha potuto permettere che suo figlio morisse in croce tra atroci sofferenze come sono state ben rappresentate nel film della Passione di Mel Gibson. E poi la sofferenza di Maria in vedere così straziato il figlio? Flagellato, crocifisso e morto. Beh anche la Madonna ha sofferto tantissimo.<br />ACCETTAZIONE DELLA SOFFERENZA<br />Insomma la vita cristiana è tutto questo. E se uno dicesse «se è così, non voglio essere cristiano perché non voglio soffrire tanto», la cosa sarebbe curiosa in quanto anche i non cristiani soffrono. La differenza è che il cristiano sa perché soffre - per avere il paradiso - ed ha accanto a sé Gesù e la Madonna che lo confortano. Invece il non cristiano soffre, ma non sa il perché e non ha a chi rivolgersi... se non allo Stato per chiedere l’eutanasia.<br />Insomma la vita cristiana non è una roba per stomaci delicati, una minestrina riscaldata che non sa di nulla. Il cristianesimo è fatto per uomini (e donne, ovviamente) veri e forti. E la forza non ci viene dalla nostra buona volontà, ma dall'aiuto che Gesù ci da facendoci partecipare al suo sacrificio. In fondo la Santa Messa è proprio questo: partecipare al sacrificio di Cristo che viene attualizzato nella consacrazione del pane e del vino. Lo dice anche il sacerdote prima della consacrazione: «il mio e il vostro sacrificio sia gradito a Dio padre onnipotente». Non è riferito al sacrificio di andare alla Messa, ma il sacrificio della nostra vita unito al sacrificio di Cristo sulla croce.<br />Questo è il cristianesimo di cui ci parlano i santi. Santa Maria Maddalena è un fulgido esempio di accettazione della sofferenza per amore di Cristo. Del resto l'amore può esprimersi solo con la sofferenza per l'amato. Santa Gianna Beretta Molla che ha sacrificato la sua vita per partorire la quarta figlia (rimandando le cure per non far morire la figlia nel suo grembo) diceva: «Se amare non ci costa nulla, significa che non si ama veramente». Del resto ogni mamma che partorisce il figlio soffre per il parto, ma siccome sa perché soffre, accetta la sofferenza per amore del figlio. Insomma non c'è amore se non c'è sofferenza. Santa Maria Maddalena è un fulgido esempio di accettazione della sofferenza per amore di Cristo. Se è difficile per noi accettarlo, chiediamo a Dio la forza. Il Signore vincerà la resistenza che facciamo ad accettare l'amore come legge suprema della nostra vita.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65584442</guid><pubDate>Tue, 15 Apr 2025 19:55:27 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65584442/santa_maria_maddalena_de_pazzi.mp3" length="10848174" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8122

SANTA MARIA MADDALENA DE' PAZZI: IN PARADISO NON SI VA IN CARROZZA di Don Stefano Bimbi
 
Come mai facciamo tanta fatica ad accettare la vita cristiana per quello che è: una via crucis che ha come...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8122" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8122</a><br /><br />SANTA MARIA MADDALENA DE' PAZZI: IN PARADISO NON SI VA IN CARROZZA di Don Stefano Bimbi<br /> <br />Come mai facciamo tanta fatica ad accettare la vita cristiana per quello che è: una via crucis che ha come obiettivo la risurrezione?<br />Santa Maria Maddalena de' Pazzi (1566-1607), al secolo Caterina, nacque a Firenze in una nobile famiglia. Fin dall'infanzia, Caterina dimostrò una profonda inclinazione spirituale e una sensibilità straordinaria verso la preghiera e la contemplazione. All'età di nove anni faceva veglie e digiuni impensabili per una bambina. Trascorreva ore in adorazione del Santissimo Sacramento ed aveva visioni celesti. Subito dopo la prima comunione fece voto di verginità.<br />A 16 anni entrò nel monastero delle Carmelitane Scalze di Santa Maria degli Angeli a Firenze, assumendo il nome di Maria Maddalena. Qui si dedicò a un'esistenza di preghiera, penitenza e servizio. La sua vita fu caratterizzata da intensi fenomeni mistici con cui Dio la preparava a soffrire per riparare l'ingratitudine degli uomini verso Gesù.<br />A diciannove anni, iniziò il suo Calvario. Il Signore le chiese di cibarsi di solo pane, di dormire solo cinque ore, di indossare la veste più povera possibile e fare a meno di scarpe e calze. In una apparizione Gesù le mise sulla testa una corona di spine che le provocò un continuo mal di testa che aumentava ogni venerdì, giorno in cui si ricorda la passione e morte di nostro Signore. Una volta rimase quaranta ore in estasi e sperimentò la presenza di Maria al sepolcro potendo tenere tra le braccia il corpo esanime di Gesù.<br />L'INFERNO<br />Dal 1585 visse l'esperienza dell'inferno per cinque anni: udiva risate sguaiate, grida e bestemmie. Aveva visioni di diavoli che le causavano una grande tristezza. Un demonio la picchiava per diverse notti e la faceva cadere spesso dalle scale. Cercava la protezione di Dio, ma ne era allontanata da una forza sovrumana. Anche la vita religiosa le era diventata noiosa e per questo sentiva la spinta ad uscire dal monastero. Tutto sembrava inutile ed ebbe la tentazione di uccidersi con un coltello. La salvò all'ultimo momento il pensiero della Madonna che veniva spesso a trovarla per darle il coraggio di affrontare queste tremende prove. Per questo Maria Maddalena riusciva con pazienza a sopportare tutto. Nel 1590 fu finalmente liberata dalle persecuzioni diaboliche. Come premio Dio le dette la speciale grazia di vedere sempre Gesù al suo fianco.<br />Grazie al suo esempio di vita riuscì a convincere tutte le consorelle del monastero a riformarlo per mirare solo alla gloria di Dio e a offrirsi eroicamente a Lui e ad amarsi le une le altre accettando qualunque sofferenza e umiliazione. La vita del monastero tornò ad essere austera come aveva insegnato santa Teresa d'Avila per la riforma dell'Ordine carmelitano.<br />Un giorno una voce le disse che le restavano pochi anni da vivere. Sapendo che in Paradiso non si soffre più, con il permesso della superiora, chiese ancora sofferenza a Gesù, come se fosse poco quello che aveva vissuto. Gesù accettò la sua richiesta. Da allora la sua anima sperimentò l'aridità e fino alla morte fu bloccata a letto provando enormi dolori fisici. Diceva spesso: "La mia anima non è capace che della sofferenza".<br />Morì il 25 maggio 1607, a soli 41 anni, lasciando un'eredità spirituale di rara profondità. Fu canonizzata nel 1669 da Papa Clemente IX, diventando testimone della spiritualità carmelitana e della devozione mistica. Le sue lettere e scritti riflettono un'intensa intimità con Dio e un amore ardente per l'umanità. È venerata come patrona delle malattie mentali e invocata per la guarigione spirituale.<br />IN PARADISO NON SI VA IN CARROZZA<br />La vita di Santa Maria Maddalena de' Pazzi non può lasciarci indifferenti e suscita delle domande importanti riguardanti la...]]></itunes:summary><itunes:duration>678</itunes:duration><itunes:keywords>bestemmie,coronadispine,penitenze,santamariamaddalenadepazzi,sopportazione</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/63926ff581479fc7c1412d2a3d68d340.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Un bambino miracolato potrebbe portare il card. Pell verso gli altari</title><link>https://www.spreaker.com/episode/un-bambino-miracolato-potrebbe-portare-il-card-pell-verso-gli-altari--65446792</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8127" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8127</a><br /><br />UN BAMBINO MIRACOLATO POTREBBE PORTARE IL CARD. PELL VERSO GLI ALTARI di Nico Spuntoni<br /> <br />Un miracolo di Pell? Poco più di due anni dopo l'improvvisa morte del cardinale australiano, una straordinaria notizia arriva dall'altra parte dell'oceano. Protagonista è un bambino di un anno e sei mesi dell'Arizona che, dopo essere caduto in una piscina ed aver smesso di respirare per 52 minuti, si è improvvisamente ripreso senza alcun danno. I genitori del bambino di nome Vincent hanno confessato di aver invocato in quei drammatici momenti l'intercessione di Pell.<br />La storia è stata rivelata qualche giorno fa a Sydney dall'arcivescovo locale Anthony Colin Fisher, già ausiliare e amico del primo prefetto della Segreteria per l'economia. L'intervento del presule domenicano è avvenuto nel corso dell'evento organizzato mercoledì al Campion College Australia per presentare la biografia George Cardinal Pell Pax Invictis. A Biography scritta dalla giornalista di The Australian Tess Livingstone che conobbe molto bene il cardinale. La serata ha registrato il tutto esaurito, a dimostrazione del grande affetto che la sua arcidiocesi continua a riservare al principe della Chiesa mandato in prigione ingiustamente per 404 giorni. Alla presentazione, oltre a monsignor Fisher, hanno partecipato e parlato ben due ex primi ministri d'Australia: John Howard e Tony Abbott. I due politici avevano continuato a supportare Pell anche nei giorni più difficili e si erano pubblicamente definiti suoi amici nonostante l'iniziale verdetto di condanna per abusi. Durante la serata è stata anche svelata la targa che intitola alla memoria del cardinale la grande hall del college. A prendere la scena, in ogni caso, è stato il racconto di Fisher sul bimbo americano in pericolo di morte.<br />Nei 52 minuti di terrore i genitori hanno invocato l'intercessione di Pell che avevano conosciuto nel 2021 a Phoenix durante una presentazione del suo libro Diario di prigionia (in Italia edito da Cantagalli). Fisher ha spiegato che Vincent «è sopravvissuto e non ha riportato danni al cervello, ai polmoni o al cuore. Ora sta bene e i medici lo definiscono un miracolo». È stato dimesso dopo 10 giorni dall'ospedale e suo zio, un sacerdote cattolico, ha segnalato l'accaduto all'ex segretario particolare di Pell, padre Joseph Hamilton che ora guida la Domus Australia a Roma.<br />Durante la presentazione, Livingstone ha sollevato la possibilità che questa guarigione potrebbe essere citata un domani in una eventuale causa di beatificazione e canonizzazione. Per avviare l'istruttoria serviranno però altri 3 anni perché sono richiesti almeno 5 anni di distanza dalla morte del candidato per garantire una maggiore obiettività di valutazione. Resta il fatto che Pell già in vita veniva considerato un martire, perseguitato in odium fidei. Negli ultimi tempi romani l'anziano cardinale veniva ripetutamente fermato ed omaggiato, spesso in ginocchio, da vescovi, sacerdoti e funzionari laici vaticani che lo incontravano e che si rivolgevano a lui per avere la benedizione speciale di un martire. Persino un altissimo dignitario della Curia, accogliendolo nell'anticamera del Palazzo Apostolico per l'udienza concessagli il 12 ottobre 2020 da Francesco, si inginocchiò al suo cospetto commosso e ammirato per l'esempio offerto nel calvario giudiziario e mediatico.<br />Una riabilitazione arrivata dopo anni di maldicenze e di freddezza in Curia, con presunti retroscena che gli scaricavano addosso accuse di «spese pazze» e fatti uscire proprio nel momento in cui Pell, ingiustamente accusato, tornava in Australia ad affrontare un processo già indirizzato. Mentre dal basso mai è venuta meno la fiducia e l'affetto per quel gigante un po' burbero e ancora oggi il suo santino funebre è uno dei pochi in evidenza nei gabbiotti dei portieri dei palazzi in cui ha vissuto e lavorato.<br />Nota di BastaBugie: Nico Spuntoni nell'articolo seguente dal titolo "Morto Pell: subì la persecuzione, difese la verità" racconta la storia dell'arcivescovo di Sidney e prefetto della Segreteria per l'Economia. Subì un caso di persecuzione giudiziaria, conobbe il carcere e venne privato della possibilità di dire Messa per 400 giorni. Poi fu assolto e riabilitato.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana l'11 gennaio 2023, il giorno dopo della sua morte:<br />Dieci giorni dopo Benedetto XVI, la Chiesa perde un altro leone della fede del nostro tempo. È morto improvvisamente ieri a Roma a 81 anni il cardinale George Pell, già arcivescovo di Sidney e in seguito prefetto della Segreteria per l'Economia della Santa Sede. Sembra che il decesso sia dovuto alle complicazioni relative ad un intervento chirurgico all'anca. Nel momento in cui scriviamo, l'entourage del porporato non ha ancora notizie sul funerale e si limita a confermare la triste e inaspettata notizia. Pell, però, aveva confessato tempo fa ad alcuni amici in contatto con La Nuova Bussola Quotidiana la sua preferenza per una sepoltura all'interno della cripta della cattedrale di Santa Maria a Sidney, lì dove era stato arcivescovo per tredici anni. Il suo nome rimarrà inevitabilmente legato ad una delle pagine più nere della storia mediatico-giudiziaria del XXI secolo.<br />Di recente, nel discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Francesco aveva ricordato che la libertà religiosa e le discriminazioni contro i cristiani sono in aumento anche in quei Paesi dove, almeno sulla carta, questi sono la maggioranza. Ebbene, il quasi ottuagenario Pell dovette sopportare più di quattrocento giorni senza la possibilità di celebrare Messa nelle celle in cui era stato rinchiuso per una condanna che venne annullata dall'Alta Corte nell'aprile 2020. Non accadde in Corea del Nord, ma nell'Australia in cui il cristianesimo continua ad essere la religione più diffusa. E della cui vita pubblica George Pell fu un protagonista assoluto, non solo perché primate d'Australia in quanto arcivescovo di Sidney dal 2001 al 2014, ma perché non ebbe paura di prendere posizioni coerenti con gli insegnamenti della Chiesa e dunque scomode nelle società sempre più scristianizzate dell'età contemporanea. Schietto com'era, il porporato di Ballarat non fece mistero della convinzione maturata che a mandarlo alla sbarra fu proprio la sua difesa della visione giudaico-cristiana su famiglia, vita, sessualità.<br />Nel 2017 accettò di lasciare Roma, farsi congedare da prefetto della Segreteria per l'Economia, e tornare in Australia per affrontare un processo da cui l'opinione pubblica non si aspettava nient'altro che una sua condanna. Lui avrebbe potuto trincerarsi dietro allo status diplomatico, ma non lo fece. Finì con una condanna a sei anni e tredici mesi in carceri di massima sicurezza, senza alcun occhio di riguardo.<br />Pell venne prosciolto nell'aprile del 2020 dall'Alta Corte e rilasciato poco dopo dalla prigione in un'Australia alle prese con la pandemia. Un finale non scontato di una brutta storia mediatica e giudiziaria nella quale, però, spiccarono dimostrazioni di coraggio ed amore della verità come quella data dal giudice Mark Weinberg che pur messo in minoranza nella sentenza della Corte d'Appello produsse un corposo parere dissenziente mettendo in evidenza la debolezza dell'impianto accusatorio su cui poi la difesa riuscì ad ottenere il proscioglimento davanti all'Alta Corte.<br />Allo stesso modo, fecero un grande lavoro quegli organi di stampa di Oceania, America ed Europa che non si accodarono alla linea forcaiola della maggioranza dei media ed analizzarono i documenti del processo con obiettività in un momento in cui a difendere Pell era rimasta soltanto la sua piccola ma agguerrita cerchia di amici e collaboratori.<br />La Nuova Bussola Quotidiana fece la sua parte ed il cardinale non lo dimenticò, esprimendo la sua gratitudine personale non solo per gli articoli ma anche per le intenzioni di preghiera dei lettori. Il processo a Georg Pell resterà per sempre una macchia non nella vita di questo carismatico uomo di fede, ma del sistema giudiziario di uno dei Paesi occidentali più evoluti. Sul caso che lo aveva riguardato, diceva: «La mia opinione è che più verosimilmente la giuria mi avesse ritenuto riprovevole, meritevole di essere punito per questioni estranee al processo, e che (...) sono stato vittima della politica dell’identità: bianco, maschio, in una posizione di potere, appartenente a una Chiesa i cui membri avevano commesso atti vili e i cui leader, fino a poco tempo fa, avevano messo in atto un vero e proprio insabbiamento».<br />La sua esperienza è stata raccontata in un Diario di prigionia (edito da Cantagalli in Italia) che - ora sappiamo grazie al libro di monsignor Georg Gänswein - venne apprezzato molto da Benedetto XVI a cui venne letto nel Monastero Mater Ecclesiae. Il Papa emerito non abbandonò Pell nel momento più difficile e gli inviò una lettera in prigione rivelandogli che aveva pregato per lui e scrivendogli significativamente: «temo che adesso dovrà pagare anche per la sua incrollabile cattolicità, ma in questo modo sarà molto vicino al Signore». Nonostante ciò, il cardinale australiano a cui non faceva difetto un carattere a tratti un po' brusco, non lesinò critiche alla scelta di Ratzinger di rinunciare e poi a quella di scegliere il titolo di Papa emerito.<br />Le spigolosità di Pell lo portarono anche ad attaccare pubblicamente un suo confratello finito in disgrazia, il cardinale Angelo Becciu con il quale c'erano stati screzi ai tempi in cui entrambi lavoravano in Curia. Ma lui stesso, pur continuando a non amare l'ex sostituto, aveva espresso in colloqui privati le sue perplessità per le moda]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65446792</guid><pubDate>Tue, 08 Apr 2025 21:42:11 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65446792/un_bambino_miracolato.mp3" length="13636396" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8127

UN BAMBINO MIRACOLATO POTREBBE PORTARE IL CARD. PELL VERSO GLI ALTARI di Nico Spuntoni
 
Un miracolo di Pell? Poco più di due anni dopo l'improvvisa morte del cardinale australiano, una...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8127" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8127</a><br /><br />UN BAMBINO MIRACOLATO POTREBBE PORTARE IL CARD. PELL VERSO GLI ALTARI di Nico Spuntoni<br /> <br />Un miracolo di Pell? Poco più di due anni dopo l'improvvisa morte del cardinale australiano, una straordinaria notizia arriva dall'altra parte dell'oceano. Protagonista è un bambino di un anno e sei mesi dell'Arizona che, dopo essere caduto in una piscina ed aver smesso di respirare per 52 minuti, si è improvvisamente ripreso senza alcun danno. I genitori del bambino di nome Vincent hanno confessato di aver invocato in quei drammatici momenti l'intercessione di Pell.<br />La storia è stata rivelata qualche giorno fa a Sydney dall'arcivescovo locale Anthony Colin Fisher, già ausiliare e amico del primo prefetto della Segreteria per l'economia. L'intervento del presule domenicano è avvenuto nel corso dell'evento organizzato mercoledì al Campion College Australia per presentare la biografia George Cardinal Pell Pax Invictis. A Biography scritta dalla giornalista di The Australian Tess Livingstone che conobbe molto bene il cardinale. La serata ha registrato il tutto esaurito, a dimostrazione del grande affetto che la sua arcidiocesi continua a riservare al principe della Chiesa mandato in prigione ingiustamente per 404 giorni. Alla presentazione, oltre a monsignor Fisher, hanno partecipato e parlato ben due ex primi ministri d'Australia: John Howard e Tony Abbott. I due politici avevano continuato a supportare Pell anche nei giorni più difficili e si erano pubblicamente definiti suoi amici nonostante l'iniziale verdetto di condanna per abusi. Durante la serata è stata anche svelata la targa che intitola alla memoria del cardinale la grande hall del college. A prendere la scena, in ogni caso, è stato il racconto di Fisher sul bimbo americano in pericolo di morte.<br />Nei 52 minuti di terrore i genitori hanno invocato l'intercessione di Pell che avevano conosciuto nel 2021 a Phoenix durante una presentazione del suo libro Diario di prigionia (in Italia edito da Cantagalli). Fisher ha spiegato che Vincent «è sopravvissuto e non ha riportato danni al cervello, ai polmoni o al cuore. Ora sta bene e i medici lo definiscono un miracolo». È stato dimesso dopo 10 giorni dall'ospedale e suo zio, un sacerdote cattolico, ha segnalato l'accaduto all'ex segretario particolare di Pell, padre Joseph Hamilton che ora guida la Domus Australia a Roma.<br />Durante la presentazione, Livingstone ha sollevato la possibilità che questa guarigione potrebbe essere citata un domani in una eventuale causa di beatificazione e canonizzazione. Per avviare l'istruttoria serviranno però altri 3 anni perché sono richiesti almeno 5 anni di distanza dalla morte del candidato per garantire una maggiore obiettività di valutazione. Resta il fatto che Pell già in vita veniva considerato un martire, perseguitato in odium fidei. Negli ultimi tempi romani l'anziano cardinale veniva ripetutamente fermato ed omaggiato, spesso in ginocchio, da vescovi, sacerdoti e funzionari laici vaticani che lo incontravano e che si rivolgevano a lui per avere la benedizione speciale di un martire. Persino un altissimo dignitario della Curia, accogliendolo nell'anticamera del Palazzo Apostolico per l'udienza concessagli il 12 ottobre 2020 da Francesco, si inginocchiò al suo cospetto commosso e ammirato per l'esempio offerto nel calvario giudiziario e mediatico.<br />Una riabilitazione arrivata dopo anni di maldicenze e di freddezza in Curia, con presunti retroscena che gli scaricavano addosso accuse di «spese pazze» e fatti uscire proprio nel momento in cui Pell, ingiustamente accusato, tornava in Australia ad affrontare un processo già indirizzato. 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Un nome, il suo, che immediatamente ai più forse non dice nulla, come il numero con il quale i destinati alla soluzione finale venivano umiliati privandoli della loro identità e del loro rango di persone. Non era così agli occhi di un sacerdote - e per molti, moltissimi altri che hanno illuminato come diamanti le tenebre e l'orrore dei campi di concentramento nazisti. Per padre Massimilano Kolbe quell'uomo era tanto prezioso e meritevole di amore anche in quella condizione di sofferenza e crudeltà estreme che per lui offrì in sacrificio la propria vita e, miracolo, la sua offerta fu accolta.<br />Ne ripercorre la storia il National Catholic Register: «Il 29 luglio 1941, nel piazzale dell'appello di Auschwitz, un grido straziante squarciò la gola di Franciszek Gajowniczek: "Ho pietà di mia moglie e dei miei figli!"». L'uomo era stato scelto insieme ad altri nove, senza criterio di giustizia alcuna, per essere lasciato morire di fame: la loro sorte era nella logica del campo di sterminio una perversa riparazione per il tentativo di fuga di un altro prigioniero. «Pochi istanti dopo, accadde un evento straordinario. Dalle fila dei prigionieri uscì il francescano conventuale Padre Massimiliano Kolbe: "Sono un prete; voglio morire per lui!" La sua offerta fu accettata. Gajowniczek sopravvisse alla guerra, ma la sua vita fu segnata dal dolore e dalla sofferenza.»<br />IL GIOVANE FRANCESCANO E IL SOLDATO<br />Il sacerdote, proclamato santo il 10 ottobre del 1982 da Giovanni Paolo II, morì pronunciando come ultime parole le prime della preghiera mariana per eccellenza: "Ave Maria". La sua vita era stata tutta tesa a diffondere il Vangelo e la devozione all'Immacolata, una missione realizzata con ingegno e creatività e in nome della stessa fede che lo ha portato a compiere il sacrificio estremo come naturale compimento del suo cammino. La sua storia ha come svelato l'intreccio invisibile ma reale che lega l'uomo al suo fratello, una trama che l'Incarnazione di Cristo ha riparato ed elevato al Cielo, fino a farsi carico della tutela del bene così prezioso della vita altrui, in vista del bene ultimo della vita eterna.<br />«Gajowniczek proveniva da una povera famiglia polacca. Nacque il 15 novembre 1901 a Strachomin, un villaggio a circa 62 miglia a est di Varsavia. Attratto dall'esercito, prestò servizio nel 36° reggimento di fanteria della Legione accademica a Varsavia e fu persino ferito nel 1926 durante un colpo di stato politico in Polonia. A quel tempo, l'esercito era tutta la sua vita. Padre Maximilian Kolbe, di qualche anno più grande di Gajowniczek, nacque l'8 gennaio 1894 nella città industriale di Zduńska Wola. Iniziò il noviziato nel 1910, prendendo il nome di Maximilian. Quando si presentò l'opportunità per la Polonia di riconquistare l'indipendenza, intendeva lasciare l'ordine per combattere per una patria libera, ma la Provvidenza decise diversamente».<br />DUE STORIE DESTINATE A INTRECCIARSI<br />Quando incontrò e si innamorò di Helena il giovane Franciszek trovò nel matrimonio la forma decisiva della sua vita: ebbero due figli e godettero della dolcezza della vita familiare. Nel frattempo il giovane Kolbe stampava e distribuiva quasi un milione di copie del Cavaliere dell'Immacolata pubblicazione della Milizia Mariana, da lui fondata quando studiava a Roma. Allo scoppio del conflitto mondiale Gajowniczek era sergente e si impegnò nella difesa della prima città polacca attaccata dai tedeschi dimostrando un coraggio eccezionale.<br />«Dopo che la sua unità fu distrutta, cadde prigioniero dei tedeschi ma fuggì per unirsi alla resistenza clandestina. La Gestapo lo catturò mentre tentava di raggiungere l'Ungheria. Prima di arrivare ad Auschwitz, sopportò sette mesi di brutali interrogatori, entrando nel campo nel settembre 1940». La moglie non sapeva nulla di lui se non che era stato deportato in un campo. Sorte che toccò anche il giovane e battagliero sacerdote: la sua opera di soccorso e aiuto ai numerosi ebrei espulsi rifugiatisi nel monastero di Niepokalanów attirò le nefaste attenzioni naziste e venne arrestato. «Nel febbraio 1941, fu mandato nella prigione di Pawiak e in seguito ad Auschwitz».<br />LA PRIGIONIA AD AUSCHWITZ E IL SACRIFICIO DI SAN MASSIMILIANO KOLBE<br />In quell'inferno che fu il campo di concentramento di Auschwitz i destini dei due uomini si incontrarono. Durante l'appello durato meno di un minuto per destinare 10 prigionieri al bunker della fame san Massimiliano Kolbe levò la voce con quell'insolita offerta che lasciò nello stupore gli altri prigionieri e soprattutto ottenne il consenso dei militari impegnati nell'esecuzione. La salvezza che Kolbe ottenne per Gajowniczek lo preservò in una vita però piena di prove, pericoli mortali dai quali lui e gli altri vollero strapparlo a tutti i costi perché, dirà lo stesso Franciszek non voleva rendere vano il suo sacrificio. «La volontà di vivere di Gajowniczek era straordinaria. Sopravvisse ad Auschwitz e a Sachsenhausen, un altro campo di concentramento nazista. Sopravvisse a una marcia della morte due settimane prima della fine della guerra: 12 giorni senza cibo né acqua, sopravvivendo con erba secca e ortiche. Non sapeva ancora che una tragica notizia lo attendeva a casa».<br />Una volta tornato in Polonia si ricongiunse con la moglie e seppe della morte dei due figli. La moglie si era assentata per spedire un pacco al marito mentre i ragazzi perirono in un bombardamento dell'Armata Rossa, a guerra quasi finita. Una beffa del destino che amareggiò profondamente l'uomo che addirittura rimpianse di essere stato salvato perché se lui fosse morto sua moglie non avrebbe avuto nessuno a cui spedire provviste. Si arrese però alla imperscrutabile volontà di Dio che invece aveva disposto diversamente.<br />LA TESTIMONIANZA DI GAJOWNICZEK<br />Fino a che lo stesso Gajowniczek non mandò la sua testimonianza alla rivista della Milizia Mariana del padre di famiglia per cui Padre Kolbe si era sacrificato non si sapeva nulla: «Come il Cavaliere dell'Immacolata sia arrivato nelle mani di Gajowniczek resta un mistero. Ciò che è certo è che, nel maggio del 1946, pubblicò la sua testimonianza, "La voce del sopravvissuto". Il suo passaggio finale spicca: "Sono cresciuto in un clima religioso; ho mantenuto la mia fede nei momenti più difficili; la religione era il mio unico sostentamento e la mia unica speranza in quel momento. Il sacrificio di Padre Massimiliano Kolbe ha ulteriormente intensificato la mia religiosità e devozione alla Chiesa cattolica, che dà vita a tali eroi"». Rimasto vedovo nel 1982, morì il 13 marzo del 1995 all'età di 94 anni con a fianco la seconda moglie Janina. «Al funerale, il vescovo disse: "Era una reliquia vivente rimasta dopo Padre Massimiliano"».<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65446680</guid><pubDate>Tue, 08 Apr 2025 21:31:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65446680/la_storia_dell_uomo_risparmiato.mp3" length="8332478" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8126

LA STORIA DELL'UOMO RISPARMIATO AD AUSCHWITZ GRAZIE A PADRE KOLBE di Paola Belletti
 
Franciszek Gajowniczek, prigioniero numero 5659, è morto quasi centenario 30 anni fa. Un nome, il suo, che...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8126" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8126</a><br /><br />LA STORIA DELL'UOMO RISPARMIATO AD AUSCHWITZ GRAZIE A PADRE KOLBE di Paola Belletti<br /> <br />Franciszek Gajowniczek, prigioniero numero 5659, è morto quasi centenario 30 anni fa. Un nome, il suo, che immediatamente ai più forse non dice nulla, come il numero con il quale i destinati alla soluzione finale venivano umiliati privandoli della loro identità e del loro rango di persone. Non era così agli occhi di un sacerdote - e per molti, moltissimi altri che hanno illuminato come diamanti le tenebre e l'orrore dei campi di concentramento nazisti. Per padre Massimilano Kolbe quell'uomo era tanto prezioso e meritevole di amore anche in quella condizione di sofferenza e crudeltà estreme che per lui offrì in sacrificio la propria vita e, miracolo, la sua offerta fu accolta.<br />Ne ripercorre la storia il National Catholic Register: «Il 29 luglio 1941, nel piazzale dell'appello di Auschwitz, un grido straziante squarciò la gola di Franciszek Gajowniczek: "Ho pietà di mia moglie e dei miei figli!"». L'uomo era stato scelto insieme ad altri nove, senza criterio di giustizia alcuna, per essere lasciato morire di fame: la loro sorte era nella logica del campo di sterminio una perversa riparazione per il tentativo di fuga di un altro prigioniero. «Pochi istanti dopo, accadde un evento straordinario. Dalle fila dei prigionieri uscì il francescano conventuale Padre Massimiliano Kolbe: "Sono un prete; voglio morire per lui!" La sua offerta fu accettata. Gajowniczek sopravvisse alla guerra, ma la sua vita fu segnata dal dolore e dalla sofferenza.»<br />IL GIOVANE FRANCESCANO E IL SOLDATO<br />Il sacerdote, proclamato santo il 10 ottobre del 1982 da Giovanni Paolo II, morì pronunciando come ultime parole le prime della preghiera mariana per eccellenza: "Ave Maria". La sua vita era stata tutta tesa a diffondere il Vangelo e la devozione all'Immacolata, una missione realizzata con ingegno e creatività e in nome della stessa fede che lo ha portato a compiere il sacrificio estremo come naturale compimento del suo cammino. La sua storia ha come svelato l'intreccio invisibile ma reale che lega l'uomo al suo fratello, una trama che l'Incarnazione di Cristo ha riparato ed elevato al Cielo, fino a farsi carico della tutela del bene così prezioso della vita altrui, in vista del bene ultimo della vita eterna.<br />«Gajowniczek proveniva da una povera famiglia polacca. Nacque il 15 novembre 1901 a Strachomin, un villaggio a circa 62 miglia a est di Varsavia. Attratto dall'esercito, prestò servizio nel 36° reggimento di fanteria della Legione accademica a Varsavia e fu persino ferito nel 1926 durante un colpo di stato politico in Polonia. A quel tempo, l'esercito era tutta la sua vita. Padre Maximilian Kolbe, di qualche anno più grande di Gajowniczek, nacque l'8 gennaio 1894 nella città industriale di Zduńska Wola. Iniziò il noviziato nel 1910, prendendo il nome di Maximilian. Quando si presentò l'opportunità per la Polonia di riconquistare l'indipendenza, intendeva lasciare l'ordine per combattere per una patria libera, ma la Provvidenza decise diversamente».<br />DUE STORIE DESTINATE A INTRECCIARSI<br />Quando incontrò e si innamorò di Helena il giovane Franciszek trovò nel matrimonio la forma decisiva della sua vita: ebbero due figli e godettero della dolcezza della vita familiare. Nel frattempo il giovane Kolbe stampava e distribuiva quasi un milione di copie del Cavaliere dell'Immacolata pubblicazione della Milizia Mariana, da lui fondata quando studiava a Roma. Allo scoppio del conflitto mondiale Gajowniczek era sergente e si impegnò nella difesa della prima città polacca attaccata dai tedeschi dimostrando un coraggio eccezionale.<br />«Dopo che la sua unità fu distrutta, cadde prigioniero dei tedeschi ma fuggì per unirsi alla resistenza clandestina. La Gestapo lo catturò mentre tentava di...]]></itunes:summary><itunes:duration>521</itunes:duration><itunes:keywords>auschwitz,padredifamiglia,padrekolbe,sacrificio,sofferenza</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/eb644b89ee96ca282cefb7d93db778bf.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Giovanni di Dio, colui che rivoluzionò l'assistenza ai malati</title><link>https://www.spreaker.com/episode/giovanni-di-dio-colui-che-rivoluziono-l-assistenza-ai-malati--65292031</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8120" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8120</a><br /><br />GIOVANNI DI DIO, COLUI CHE RIVOLUZIONO' L'ASSISTENZA AI MALATI di Antonio Tarallo<br /> <br />Un folle della carità. Un amore, il suo, riflesso del grande Amore di Dio per l'umanità. Una mano aiuta un'altra mano, un cuore soffre per un altro cuore sofferente: è questa la sintesi estrema della biografia di san Giovanni di Dio, del quale oggi ricorre la memoria liturgica. La sua figura affascinerà persino Lope de Vega, il famoso drammaturgo spagnolo che scriverà un'opera in versi su di lui. Ma la follia di cui stiamo parlando denota caratteri, in senso buono, rivoluzionari. Qual è stata la "rivoluzione", la novità che san Giovanni di Dio ha portato nel mondo?<br />Fondatore dell'Ordine ospedaliero che reca il suo nome, detto anche dei Fatebenefratelli, il santo spagnolo di origini portoghesi ci ha lasciato un nuovo modello di attenzione al malato e al bisognoso. Un modello nel quale ogni uomo è accolto e assistito con amore. Un termine, soprattutto, ha fatto la differenza rispetto ad altri sistemi di accoglienza - contemporanei a san Giovanni di Dio - degli ammalati: "totalità", matrice e motore di radicali novità nel sistema assistenziale dell'epoca.<br />L'assistenza pastorale e sanitaria, per lui, partiva da Cristo, unica origine di salute e salvezza. E l'accompagnamento spirituale degli ammalati e dei bisognosi, dei loro familiari e dei collaboratori, era parte integrante della sua missione ospedaliera. Francisco de Castro, suo primo biografo, scrive che san Giovanni di Dio «si occupava tutto il giorno in diverse opere di carità, e la sera, quando tornava a casa, per quanto stanco fosse, non si ritirava mai senza aver prima visitato tutti gli infermi, uno per uno, e chiesto loro com'era andata la giornata, come stavano e di che cosa avevano bisogno, e con parole molto amorevoli li confortava spiritualmente e corporalmente». Duplice impegno, duplice visione: spiritualmente e corporalmente. Queste due parole dicono tutto della sua visione di assistenza medica.<br />GUARDARE A OGNI SINGOLA PERSONA<br />In san Giovanni di Dio, "ospitalità" non voleva dire solamente accogliere gli ammalati, ma era guardare a ogni singola persona, con il proprio bisogno: un "sistema sanitario" (così lo definiremmo oggi) attento all'individualità del singolo. Lo stile che aveva san Giovanni di Dio nella gestione delle sue opere è possibile trovarlo descritto in tante testimonianze. Come ad esempio questa: «Comprò letti ed accolse i poveri e mise infermieri che potessero accudirli e un cappellano che li confessava e amministrava i sacramenti». I confratelli che lo aiutavano nell'opera assistenziale «curavano e davano loro tutto il necessario, come medici, medicinali e tutto il necessario» (in José Sánchez Martínez O.H., Kénôsis-diakonía en el itinerario espiritual de San Juan de Dios, Fundación Juan Ciudad, Madrid, 1995).<br />Uomo soprattutto del fare, Giovanni non ci ha lasciato molti scritti se non una raccolta di sei lettere indirizzate a Luigi Battista, al nobile Gutierre Lasso e alla Duchessa di Sessa. Il santo era loro direttore spirituale. Tra confidenze personali e insegnamenti evangelici, in queste pagine dallo stile semplice e diretto, troviamo la sua visione di assistenza ai malati, moderna e pragmatica, senza mai però trascurare l'aspetto spirituale che per lui ricopriva il primo posto. Colpisce l'incipit, uguale per tutte le lettere: «Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo e di nostra Signora la Vergine Maria sempre intatta; Dio prima di tutto e sopra tutte le cose del mondo». Dio, prima di tutto, e la Sua Santa Madre, la Vergine Maria: per il santo, tutto deve iniziare da questo pensiero.<br />Altro punto in comune delle lettere, il poco tempo che san Giovanni di Dio può riservare alla scrittura di queste, perché totalmente assorbito nelle opere di carità: «Scrivo questa lettera in fretta per spedirla subito, e ho tanta premura che quasi non ho tempo di raccomandare la cosa a Dio; ed è necessario raccomandarla molto a nostro Signore Gesù Cristo e con più tempo di quanto io ne abbia». In una lettera indirizzata a Gutierre Lasso ci lascia una fotografia della sua prima casa d'accoglienza a Granada: «Essendo questa una casa per tutti, vi si ricevono indistintamente persone affette da ogni malattia e gente d'ogni tipo, sicché vi sono degli storpi, dei monchi, dei lebbrosi, dei muti, dei matti, dei paralitici, dei tignosi e altri molto vecchi e molti bambini; senza poi contare molti altri pellegrini e viandanti che vengono qui e ai quali si danno il fuoco, l'acqua, il sale e i recipienti per cucinare il cibo da mangiare. Per tutto questo non vi è rendita alcuna, ma Gesù Cristo provvede a tutto».<br />FATEBENEFRATELLI<br />Strumenti di questa Provvidenza furono molte volte proprio Lasso e la Duchessa di Sessa: il santo sa bene che per portare avanti l'opera di assistenza agli ammalati e ai bisognosi vi sono delle necessità materiali. In una lettera alla Duchessa di Sessa, ad esempio, troviamo scritto: «Gesù Cristo vi ricompensi in cielo dell'elemosina e della santa carità che sempre mi avete elargita». E ancora: «L'anello (scrive riguardo ad un anello donato dalla duchessa, ndr) è stato utilizzato così bene che, col denaro ricavato, ho vestito due poveri piagati e ho comprato anche una coperta».<br />Tutto questo lavoro per il Signore e per i bisognosi non è andato sepolto con la morte del santo spagnolo († 8 marzo 1550), che tra l'altro non lasciò nessuna Regola scritta all'Ordine ospedaliero. Ma l'organizzazione era già chiara. Ne sono testimonianza queste righe del suo primo biografo, il già citato Francisco de Castro: «In questa casa di Granata ordinariamente vi sono da diciotto a venti fratelli. Alcuni di essi lavorano nelle infermerie assistendo i poveri, altri nei vari uffici della casa. Altri, invece, vanno a chiedere elemosina per la città, ripartita in parrocchie, chiedendo ciascuno nella propria. Altri vanno fuori per le campagne e i paesi a chiedere grano, orzo, formaggio, olio, uva passa, e le altre cose necessarie alla vita».<br />Si presenta, dunque, nuovamente agli occhi di noi contemporanei un fatto preciso: l'eredità della moderna concezione ospedaliera di san Giovanni di Dio è nell'aver formato, con il suo esempio, i suoi confratelli. Un'eredità che ancora oggi perdura grazie alla presenza dei religiosi dell'Ordine e a quella degli operatori sanitari appartenenti alle strutture ospedaliere dei Fatebenefratelli che, con amore e dedizione, prestano la loro opera nel mondo.<br />Nota di BastaBugie: Ermes Dovico nell'articolo seguente dal titolo "La carità di san Giovanni di Dio verso le prostitute" ricorda che l'8 marzo è la festa del fondatore dei Fatebenefratelli. Oltre a prendersi cura di poveri e malati, liberò molte prostitute dagli sfruttatori, puntando al loro recupero integrale e quindi alla loro salvezza eterna.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana l' 8 marzo 2025:<br />Il fondatore dei Fatebenefratelli, san Giovanni di Dio (1495 - 8 marzo 1550), è conosciuto soprattutto come patrono dei malati, degli ospedali e degli infermieri. Patronati evidentemente di estrema importanza, che condivide con un altro grande santo: l'italiano Camillo de Lellis (25 maggio 1550 - 14 luglio 1614), fondatore dei Ministri degli Infermi (comunemente detti Camilliani), nato appena due mesi e mezzo dopo la morte di Giovanni, come in una singolare e provvidenziale "successione" nella Chiesa universale.<br />Non si dirà mai abbastanza della carità che san Giovanni di Dio (come anche san Camillo) esercitò verso i malati: non solo la Chiesa ma il mondo intero ha bisogno che si diffonda la conoscenza del suo esempio, tanto più in un'epoca come la nostra in cui si sta propagando una mentalità utilitaristica che dimentica che il malato è una persona umana, unione di corpo e anima. Da trattare e amare come faceva il nostro santo: come se avesse davanti Gesù in persona.<br />Ma qui vogliamo soffermarci su un altro aspetto importante, eppure poco conosciuto, della vita di san Giovanni di Dio: la sua carità verso le prostitute. Molte furono coloro che il santo strappò dalle mani del demonio, conducendole a quelle del Signore. Basti leggere quanto riferisce il suo primo biografo, Francisco de Castro, sacerdote e rettore dell'Ospedale di Granada, che scrisse la vita del santo a una trentina d'anni dalla sua morte.<br />Per amore di Gesù e della Passione che ha sofferto per noi, Giovanni - a un certo punto del suo apostolato a Granada - prese l'abitudine di andare, ogni venerdì, nei postriboli della città, con il fine di aiutare qualche prostituta a salvarsi l'anima. Abitualmente, appena entrato nel bordello, si rivolgeva alla donna che gli sembrava più lontana da Dio e le chiedeva solo di ascoltarlo, promettendole che le avrebbe dato anche più degli altri clienti. Quindi, riferisce il Castro, «la faceva sedere ed egli si inginocchiava per terra dinanzi a un piccolo crocifisso che portava con sé a tale scopo; ed ivi cominciava ad accusarsi dei propri peccati e, piangendo amaramente, ne chiedeva perdono a nostro Signore, con tanto affetto, che anche in essa suscitava contrizione e dolore delle sue colpe. E così, con questo accorgimento, attirava la sua attenzione ad ascoltarlo e cominciava a narrare la passione di nostro Signore Gesù Cristo, con tanta devozione, che la commuoveva fino a farle versare lacrime».]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65292031</guid><pubDate>Tue, 01 Apr 2025 22:17:29 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65292031/giovanni_di_dio_colui_che_rivoluziono_l_assistenza_ai_malati.mp3" length="13695335" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8120

GIOVANNI DI DIO, COLUI CHE RIVOLUZIONO' L'ASSISTENZA AI MALATI di Antonio Tarallo
 
Un folle della carità. Un amore, il suo, riflesso del grande Amore di Dio per l'umanità. Una mano aiuta un'altra...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8120" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8120</a><br /><br />GIOVANNI DI DIO, COLUI CHE RIVOLUZIONO' L'ASSISTENZA AI MALATI di Antonio Tarallo<br /> <br />Un folle della carità. Un amore, il suo, riflesso del grande Amore di Dio per l'umanità. Una mano aiuta un'altra mano, un cuore soffre per un altro cuore sofferente: è questa la sintesi estrema della biografia di san Giovanni di Dio, del quale oggi ricorre la memoria liturgica. La sua figura affascinerà persino Lope de Vega, il famoso drammaturgo spagnolo che scriverà un'opera in versi su di lui. Ma la follia di cui stiamo parlando denota caratteri, in senso buono, rivoluzionari. Qual è stata la "rivoluzione", la novità che san Giovanni di Dio ha portato nel mondo?<br />Fondatore dell'Ordine ospedaliero che reca il suo nome, detto anche dei Fatebenefratelli, il santo spagnolo di origini portoghesi ci ha lasciato un nuovo modello di attenzione al malato e al bisognoso. Un modello nel quale ogni uomo è accolto e assistito con amore. Un termine, soprattutto, ha fatto la differenza rispetto ad altri sistemi di accoglienza - contemporanei a san Giovanni di Dio - degli ammalati: "totalità", matrice e motore di radicali novità nel sistema assistenziale dell'epoca.<br />L'assistenza pastorale e sanitaria, per lui, partiva da Cristo, unica origine di salute e salvezza. E l'accompagnamento spirituale degli ammalati e dei bisognosi, dei loro familiari e dei collaboratori, era parte integrante della sua missione ospedaliera. Francisco de Castro, suo primo biografo, scrive che san Giovanni di Dio «si occupava tutto il giorno in diverse opere di carità, e la sera, quando tornava a casa, per quanto stanco fosse, non si ritirava mai senza aver prima visitato tutti gli infermi, uno per uno, e chiesto loro com'era andata la giornata, come stavano e di che cosa avevano bisogno, e con parole molto amorevoli li confortava spiritualmente e corporalmente». Duplice impegno, duplice visione: spiritualmente e corporalmente. Queste due parole dicono tutto della sua visione di assistenza medica.<br />GUARDARE A OGNI SINGOLA PERSONA<br />In san Giovanni di Dio, "ospitalità" non voleva dire solamente accogliere gli ammalati, ma era guardare a ogni singola persona, con il proprio bisogno: un "sistema sanitario" (così lo definiremmo oggi) attento all'individualità del singolo. Lo stile che aveva san Giovanni di Dio nella gestione delle sue opere è possibile trovarlo descritto in tante testimonianze. Come ad esempio questa: «Comprò letti ed accolse i poveri e mise infermieri che potessero accudirli e un cappellano che li confessava e amministrava i sacramenti». I confratelli che lo aiutavano nell'opera assistenziale «curavano e davano loro tutto il necessario, come medici, medicinali e tutto il necessario» (in José Sánchez Martínez O.H., Kénôsis-diakonía en el itinerario espiritual de San Juan de Dios, Fundación Juan Ciudad, Madrid, 1995).<br />Uomo soprattutto del fare, Giovanni non ci ha lasciato molti scritti se non una raccolta di sei lettere indirizzate a Luigi Battista, al nobile Gutierre Lasso e alla Duchessa di Sessa. Il santo era loro direttore spirituale. Tra confidenze personali e insegnamenti evangelici, in queste pagine dallo stile semplice e diretto, troviamo la sua visione di assistenza ai malati, moderna e pragmatica, senza mai però trascurare l'aspetto spirituale che per lui ricopriva il primo posto. Colpisce l'incipit, uguale per tutte le lettere: «Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo e di nostra Signora la Vergine Maria sempre intatta; Dio prima di tutto e sopra tutte le cose del mondo». Dio, prima di tutto, e la Sua Santa Madre, la Vergine Maria: per il santo, tutto deve iniziare da questo pensiero.<br />Altro punto in comune delle lettere, il poco tempo che san Giovanni di Dio può riservare alla scrittura di queste, perché totalmente assorbito nelle opere di carità: «Scrivo questa lettera in...]]></itunes:summary><itunes:duration>856</itunes:duration><itunes:keywords>amore,bisognosi,fatebenefratelli,giovannididio,malati</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d95accb156878471186b15f9f86eae8b.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Santi o mediocri? La necessità della virtù cardinale della fortezza</title><link>https://www.spreaker.com/episode/santi-o-mediocri-la-necessita-della-virtu-cardinale-della-fortezza--65291990</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8119" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8119</a><br /><br />SANTI O MEDIOCRI? LA NECESSITA' DELLA VIRTU' CARDINALE DELLA FORTEZZA<br />I Santi danno valore soprannaturale alla sofferenza, perché con essa si uniscono più intimamente a Cristo per andare in Paradiso, invece i mediocri si lamentano di essa e si chiedono perché Dio li abbia voluti punire<br />di Padre Cipriano de Amborosiis<br /> <br />"Viva Cristo Re!". Furono queste le ultime parole pronunciate dal martire messicano, il beato Miguel Pro, accusato ingiustamente e fucilato in odio alla fede il 23 novembre 1927 a soli 36 anni d'età. Nel periodo della persecuzione messicana contro la Chiesa, egli si donò completamente per sostenere i cattolici perseguitati, i poveri, i malati, i moribondi. Svolse clandestinamente il suo ministero di sacerdote, e in un giorno riuscì a distribuire anche 1500 Sante Comunioni. Questo Beato, che agli occhi di tutti sembrava essere sempre felice e ottimista, in realtà nascondeva le lacrime dietro al sorriso e passò nel crogiolo della sofferenza più acuta e della depressione a causa della persecuzione che stava patendo il suo popolo e la sua famiglia. Arrestato, quando si rese conto che gli restavano poche ore di vita, chiese di essere portato sul luogo dell'esecuzione, senza essere bendato né trascinato. Poco prima di ricevere il proiettile in petto, perdonò i suoi assassini e allargò le braccia a forma di croce, tenendo in mano il Rosario.<br />Un anno dopo la morte del Beato, san José Sanchez del Rio, ragazzo messicano di 14 anni, subiva anche lui il martirio in difesa della fede cattolica, dopo atroci torture. Prima di morire, dopo essere stato ripetutamente pugnalato, un soldato gli chiese di lasciare un messaggio per suo padre: «Ditegli che ci rivedremo in Paradiso. Viva Cristo Re! Viva la Madonna di Guadalupe!».<br />LE ALTERNATIVE SONO DUE<br />La beata Irene Stefani, missionaria in Africa, morta in Kenya nel 1930, era instancabile nel correre tra i malati, nell'amministrare ai moribondi il Battesimo (amministrò il Battesimo a circa tremila anime in punto di morte), nel catechizzare, nel sanare le piaghe dell'anima e del corpo. Tutti questi Santi (e tanti altri ancora) dove trovavano la forza spirituale (e fisica) nell'andare avanti?<br />Nelle nostre vite le sofferenze, i dolori, i travagli e le avversità sono innumerevoli, ed è impossibile che spariscano. Quello che però fa la differenza è come li affrontiamo nel tempo che ci è dato da Dio. Le alternative sono due: possiamo comportarci da eroi o da mediocri. Gli eroi, i Santi, sono coloro che danno valore soprannaturale alla sofferenza, perché vedono in essa un mezzo per unirsi più intimamente a Cristo e per andare in Paradiso; i mediocri invece si lamentano di essa, si chiedono perché Dio li abbia voluti punire mandando quei castighi, arrivano alla disperazione e alla mancanza di abbandono in Dio.<br />La fortezza è perciò quella virtù che fa affrontare senza temerità e timidezza qualunque pericolo per il servizio di Dio e del prossimo. Tra temerità e timidezza c'è una differenza grande quanto il giorno e la notte: la prima ci fa affrontare i pericoli confidando solo nelle nostre forze, la seconda invece non ci dà il coraggio di superare le difficoltà, non facendoci confidare nell'aiuto della grazia.<br />NÉ TEMERITÀ, NÉ TIMIDEZZA<br />Due eccessi a cui la virtù della fortezza sa ben rispondere in maniera equilibrata. Questa, inoltre, ci fa superare le tentazioni e le difficoltà che provengono da parte del demonio, del mondo e delle passioni. La fortezza fa vincere il rispetto umano, ci dà la forza per affrontare le derisioni, le persecuzioni, la morte e anche il martirio. Integra questa virtù la pazienza, grazie alla quale sopportiamo con animo sereno le tribolazioni permesse da Dio per la nostra santificazione.<br />Nelle Litanie lauretane invochiamo l'Immacolata sotto il titolo di Vergine potente. In effetti, non si può forse considerare la nostra Mamma celeste come l'esempio, per noi più importante, di Colei che ha vissuto integralmente e in maniera eroica la virtù della fortezza? Quante difficoltà ha dovuto affrontare nella sua vita, a partire dalla Nascita di Gesù, la fuga in Egitto, la profezia di Simeone, la Passione e la Crocifissione dell'amato Figlio? Tutto ciò che ha patito Cristo, l'ha sofferto intimamente e interiormente anche Lei. Solo l'Immacolata può veramente insegnarci come si soffra e si offra santamente. Solo Lei può insegnarci la magnanimità, che rende pronti a compiere opere eccelse per il servizio di Dio, la pazienza nel sopportare tutti i mali senza contristarsi, e la perseveranza, che fa proseguire nell'esercizio delle virtù.<br />È a Lei dunque che chiediamo la grazia dell'esercizio perfetto della virtù della fortezza, come i martiri, come i missionari, instancabili nel servizio a Dio, come tutti i Santi che hanno fatto di Dio la loro roccia, il loro sostegno, senza temere le tempeste della vita perché totalmente fidenti in Lui.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65291990</guid><pubDate>Tue, 01 Apr 2025 22:14:32 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65291990/santi_o_mediocri.mp3" length="5439782" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8119

SANTI O MEDIOCRI? LA NECESSITA' DELLA VIRTU' CARDINALE DELLA FORTEZZA
I Santi danno valore soprannaturale alla sofferenza, perché con essa si uniscono più intimamente a Cristo per andare in...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8119" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8119</a><br /><br />SANTI O MEDIOCRI? LA NECESSITA' DELLA VIRTU' CARDINALE DELLA FORTEZZA<br />I Santi danno valore soprannaturale alla sofferenza, perché con essa si uniscono più intimamente a Cristo per andare in Paradiso, invece i mediocri si lamentano di essa e si chiedono perché Dio li abbia voluti punire<br />di Padre Cipriano de Amborosiis<br /> <br />"Viva Cristo Re!". Furono queste le ultime parole pronunciate dal martire messicano, il beato Miguel Pro, accusato ingiustamente e fucilato in odio alla fede il 23 novembre 1927 a soli 36 anni d'età. Nel periodo della persecuzione messicana contro la Chiesa, egli si donò completamente per sostenere i cattolici perseguitati, i poveri, i malati, i moribondi. Svolse clandestinamente il suo ministero di sacerdote, e in un giorno riuscì a distribuire anche 1500 Sante Comunioni. Questo Beato, che agli occhi di tutti sembrava essere sempre felice e ottimista, in realtà nascondeva le lacrime dietro al sorriso e passò nel crogiolo della sofferenza più acuta e della depressione a causa della persecuzione che stava patendo il suo popolo e la sua famiglia. Arrestato, quando si rese conto che gli restavano poche ore di vita, chiese di essere portato sul luogo dell'esecuzione, senza essere bendato né trascinato. Poco prima di ricevere il proiettile in petto, perdonò i suoi assassini e allargò le braccia a forma di croce, tenendo in mano il Rosario.<br />Un anno dopo la morte del Beato, san José Sanchez del Rio, ragazzo messicano di 14 anni, subiva anche lui il martirio in difesa della fede cattolica, dopo atroci torture. Prima di morire, dopo essere stato ripetutamente pugnalato, un soldato gli chiese di lasciare un messaggio per suo padre: «Ditegli che ci rivedremo in Paradiso. Viva Cristo Re! Viva la Madonna di Guadalupe!».<br />LE ALTERNATIVE SONO DUE<br />La beata Irene Stefani, missionaria in Africa, morta in Kenya nel 1930, era instancabile nel correre tra i malati, nell'amministrare ai moribondi il Battesimo (amministrò il Battesimo a circa tremila anime in punto di morte), nel catechizzare, nel sanare le piaghe dell'anima e del corpo. Tutti questi Santi (e tanti altri ancora) dove trovavano la forza spirituale (e fisica) nell'andare avanti?<br />Nelle nostre vite le sofferenze, i dolori, i travagli e le avversità sono innumerevoli, ed è impossibile che spariscano. Quello che però fa la differenza è come li affrontiamo nel tempo che ci è dato da Dio. Le alternative sono due: possiamo comportarci da eroi o da mediocri. Gli eroi, i Santi, sono coloro che danno valore soprannaturale alla sofferenza, perché vedono in essa un mezzo per unirsi più intimamente a Cristo e per andare in Paradiso; i mediocri invece si lamentano di essa, si chiedono perché Dio li abbia voluti punire mandando quei castighi, arrivano alla disperazione e alla mancanza di abbandono in Dio.<br />La fortezza è perciò quella virtù che fa affrontare senza temerità e timidezza qualunque pericolo per il servizio di Dio e del prossimo. Tra temerità e timidezza c'è una differenza grande quanto il giorno e la notte: la prima ci fa affrontare i pericoli confidando solo nelle nostre forze, la seconda invece non ci dà il coraggio di superare le difficoltà, non facendoci confidare nell'aiuto della grazia.<br />NÉ TEMERITÀ, NÉ TIMIDEZZA<br />Due eccessi a cui la virtù della fortezza sa ben rispondere in maniera equilibrata. Questa, inoltre, ci fa superare le tentazioni e le difficoltà che provengono da parte del demonio, del mondo e delle passioni. La fortezza fa vincere il rispetto umano, ci dà la forza per affrontare le derisioni, le persecuzioni, la morte e anche il martirio. 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È la primogenita di una famiglia di nove figli. Suo padre, Rocco Morosini, rimane invalido e guadagna qualcosa facendo il guardiano notturno in uno stabilimento. Sua madre, Sara Noris, invece bada, oltre che ai figli propri, anche a quelli degli altri, solo in cambio del pane con cui riempire la bocca della sua nidiata.<br />Con simili premesse Pierina cresce, imparando da subito ad archiviare i sogni senza troppi rimpianti: deve rinunciare a studiare ed a diplomarsi maestra, anche se ne avrebbe i numeri; deve rinunciare a entrare tra le Suore delle Poverelle di Bergamo, anche se tutti trovano che la sua vocazione sia solida e ben fondata; deve rinunciare anche al sogno missionario, il cui solo pensiero le fa battere il cuore come se fosse il primo amore.<br />Il 18 marzo 1946, poco più che quindicenne, fu assunta nel Cotonificio Honegger di Albino, un'azienda di circa 1300 dipendenti. Qui cominciò a lavorare prima come addetta alle pulizie del reparto e dei telai, poi come apprendista e aiutante delle altre operaie, infine divenne operatrice ai telai. Questo stipendio è l'unica entrata fissa su cui può contare la sua famiglia. Per il primo turno deve svegliarsi alle quattro del mattino, ma invariabilmente trova ancora il tempo di prendere un "pezzo" di Messa e soprattutto di fare la Comunione, che l'accompagnerà per tutto il giorno. Pierina prega lungo la strada, prega quando è al telaio, prega quando riesce a scappare per qualche minuto in chiesa. Durante un ricovero ospedaliero dovuto a un incidente sul lavoro, conobbe padre Luciano Mologni, del Convento dei frati minori Cappuccini di Albino, che sarebbe diventato il suo padre spirituale. Pierina viene nominata dirigente parrocchiale di Azione Cattolica ed è attivissima in parrocchia, il suo specifico campo di apostolato. Trova, così, in famiglia, il convento cui ha dovuto rinunciare; nella fabbrica, la scuola in cui aveva sperato di insegnare; nella sua parrocchia, la missione in cui aveva sognato di andare.<br />PICCOLO REGOLAMENTO QUOTIDIANO<br />Si dà un regolamento di vita e soprattutto traccia per se stessa alcuni propositi che, nella loro semplicità, danno la misura di quest'anima innamorata di Dio. Tra le altre cose, si propone di «tener la pace in famiglia», di «mostrarsi sempre allegra» e di «cercare di non sapere le cose altrui». Tra i suoi appunti spicca una frase in cui è condensata tutta la sua vita: «il mio amore, un Dio Crocifisso; la mia forza, la Santa Comunione; l'ora preferita, quella della Messa; la mia divisa, essere un nulla; la mia meta, il cielo». In questo periodo manifestò alla mamma il desiderio di farsi suora ma venne distolta da questo proposito in quanto il suo lavoro e la sua presenza erano necessari alla famiglia.<br />Nel 1947 è a Roma, per la beatificazione di Maria Goretti, la piccola martire delle Paludi Pontine, che su indicazione di papa Pio XII venne proposta come modello di virtù cristiane per le nuove generazioni. Alla nuova beata e futura santa Pierina "ruba" il segreto che l'ha portata sugli altari, lasciandolo maturare lentamente in lei. L'8 dicembre, festa dell'Immacolata, professò i voti privati di castità, povertà e obbedienza. Nel 1948 approfondì il suo impegno spirituale e il suo servizio alla Chiesa. S'iscrisse all'Apostolato della Riparazione e alle Figlie di Maria. Indossò lo scapolare carmelitano e aderì al Terz'Ordine francescano. Nel 1950 provò ancora una volta a chiedere ai genitori il permesso di entrare tra le Suore delle Poverelle di Bergamo, ma anche questa volta ricevette un fermo diniego. Continuò senza soste il suo impegno in famiglia, sul lavoro e a servizio della parrocchia; diventò zelatrice dell'Opera San Gregorio Barbarigo che aiuta il seminario diocesano di Bergamo.<br />IL MARTIRIO<br />Dieci anni dopo la beatificazione di Maria Goretti confida ad uno dei suoi fratelli: «Piuttosto che commettere un peccato mi lascio ammazzare». Che questo non sia solo un pio desiderio lo dimostra appena un mese dopo aver pronunciato questa frase. Pierina, nella freschezza dei suoi 26 anni, anche se volutamente vestita in modo dimesso, non può nascondere la sua avvenenza, che accende insani desideri in una mente malata.<br />Il 4 aprile 1957, pochi minuti prima delle 15, Pierina è di ritorno dal suo turno di lavoro in fabbrica. Lungo i sentieri solitari del monte Misna, viene assalita dal violentatore nel castagneto che abitualmente, due volte al giorno, attraversa da undici anni per recarsi al lavoro. È inutile il suo tentativo di fuga, perché l'uomo le fracassa il cranio a colpi di pietra. Trasportata in ospedale a Bergamo, vi muore due giorni dopo, senza aver ripreso conoscenza.<br />È fin troppo facile, per la gente, vedere in lei una nuova Maria Goretti; ed è infatti proprio la sua gente ad impedire che Pierina resti a lungo sottoterra e che il suo omicidio venga semplicemente archiviato come un pur tragico fatto di cronaca nera.<br />Così, mentre la giustizia umana compie il suo corso nei confronti del giovane di Albino individuato come l'omicida, la Chiesa comincia invece ad interessarsi di lei. Il vescovo di Bergamo, monsignor Clemente Gaddi, l'8 dicembre 1975 avvia l'iter per la causa di beatificazione. [...] Il 3 luglio 1987 il Papa san Giovanni Paolo II ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui l'uccisione di Pierina Morosini era da considerare un autentico martirio. Lo stesso Pontefice ha celebrato la sua beatificazione il 4 ottobre 1987, durante l'assemblea del Sinodo dei Vescovi dedicata al tema «Vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo», proponendola come autentica icona di un laicato maturo e coerente, anche a costo della vita.<br />Nella diocesi di Bergamo la memoria liturgica della Beata Pierina Morosini si celebra il 6 maggio, un mese dopo la sua nascita al Cielo, perché il 6 aprile può corrispondere ai giorni della Settimana Santa o dell'Ottava di Pasqua.<br />Il 10 aprile 1983 i resti mortali di Pierina erano stati traslati dal cimitero di Fiobbio alla chiesa parrocchiale, dedicata a Sant'Antonio di Padova, e posti in un sarcofago di marmo bianco, situato vicino al banco dove solitamente lei s'inginocchiava a pregare. Dopo la beatificazione, sono stati collocati sotto l'altare maggiore della chiesa di Sant'Antonio di Padova a Fiobbio.<br />Nota di BastaBugie: negli scritti di Pierina si trovano il prezioso "Piccolo regolamento quotidiano" e "I sette propositi". Eccoli qui riportati.<br />I SETTE PROPOSITI<br />1) Mi sforzerò di tenere la pace nella famiglia.<br />2) Quando la stanchezza m'avrà vinta, mi mostrerò sempre allegra.<br />3) Avrò sommo rispetto verso la mamma, la obbedirò e non risponderò sgarbatamente.<br />4) Non prenderò nessuna golosità.<br />5) Durante la giornata mi terrò alla presenza di Dio, farò Comunioni spirituali e reciterò giaculatorie.<br />6) Non cercherò di sapere cose altrui.<br />7) Non dirò mai parola in mia lode e procurerò di star nascosta agli occhi degli uomini.<br />PICCOLO REGOLAMENTO QUOTIDIANO<br />1) Mi alzerò per tempo, senza poltrire e, vestendomi modestamente, offrirò la mia giornata a Gesù per le mani di Maria SS.<br />2) Preghiere del mattino - Santa Messa e - possibilmente, Comunione quotidiana.<br />3) Meditazione di almeno 15 minuti raccoglimento, amore, propositi pratici per il giorno.<br />4) Tornata a casa, attenderò con la massima fedeltà e serenità alle mie faccende domestiche e al mio lavoro.<br />5) Al suono di ogni ora penserò a Gesù e a Maria con una giaculatoria o uno sguardo d'amore.<br />6) Ogni mia azione la farò in unione con Maria; e nelle contrarietà mi abbandonerò, come una bambina sul suo Cuore materno, invocando il suo aiuto e quello del mio caro Angelo custode.<br />7) Dirò il S. Rosario o almeno una corona, secondo le mie possibilità.<br />8) Ogni giorno mi sforzerò di offrire a Maria Santissima qualche "fiore" profumato e nascosto una mortificazione di lingua, di occhi, di gola, soprattutto di volontà.<br />9) Non mi metterò mai a tavola senza aver fatto una piccola preghiera, né mai mi alzerò senza aver compiuto una mortificazione di gola.<br />10) Mi sforzerò di sorridere a tutti e di cedere, con amabilità, al giudizio degli altri, specialmente dei miei genitori e superiori.<br />11) Curerò sommamente la modestia nel vestito, nello star seduta e nel camminare; con nessuno mi permetterò leggerezze di parole o di mani.<br />12) Prima di coricarmi, secondo le possibilità, farò un po' di lettura spirituale e scriverò il resoconto dell'esame di coscienza; quindi, recitata la preghiera della sera mi addormenterò pensando alla Comunione dell'indomani o a qualche buona cosa.<br />N.D. Tutto questo mi propongo di metterlo in pratica fedelmente, con amore e gioia, ma senza eccessive preoccupazioni; pronta ad omettere qualche devozione o ad interromperla, quando l'ubbidienza ai superiori o ai miei doveri lo richiede, sicura che la Madonna preferisce da me, sua piccola schiava d'amore, l'offerta del mio cuore e della mia volontà in tutte le circostanze della vita.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64979855</guid><pubDate>Wed, 19 Mar 2025 18:41:27 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64979855/beata_pierina_morosini_martire_della_purezza.mp3" length="13145278" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Pierina Morosini ➜ https://www.youtube.com/watch?v=Rnj0rXeoC1E&amp;amp;list=PLolpIV2TSebVM7CoAHtiTvbPX4t2opTUU

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8103

BEATA PIERINA MOROSINI, MARTIRE DELLA PUREZZA COME SANTA MARIA...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Pierina Morosini ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Rnj0rXeoC1E&amp;list=PLolpIV2TSebVM7CoAHtiTvbPX4t2opTUU" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=Rnj0rXeoC1E&amp;list=PLolpIV2TSebVM7CoAHtiTvbPX4t2opTUU</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8103" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8103</a><br /><br />BEATA PIERINA MOROSINI, MARTIRE DELLA PUREZZA COME SANTA MARIA GORETTI<br />Primogenita di nove figli, a 16 anni partecipa a Roma alla beatificazione di Santa Maria Goretti e dieci anni dopo un giovane tenta di violentarla, ma respinto la uccide (VIDEO: Pierina Morosini)<br />di Gianpiero Pettiti ed Emilia Flocchini<br /> <br />Pierina Morosini nasce il 7 gennaio 1931 a Fiobbio di Albino, nella bergamasca; viene battezzata il giorno seguente, coi nomi di Pierina Eugenia. È la primogenita di una famiglia di nove figli. Suo padre, Rocco Morosini, rimane invalido e guadagna qualcosa facendo il guardiano notturno in uno stabilimento. Sua madre, Sara Noris, invece bada, oltre che ai figli propri, anche a quelli degli altri, solo in cambio del pane con cui riempire la bocca della sua nidiata.<br />Con simili premesse Pierina cresce, imparando da subito ad archiviare i sogni senza troppi rimpianti: deve rinunciare a studiare ed a diplomarsi maestra, anche se ne avrebbe i numeri; deve rinunciare a entrare tra le Suore delle Poverelle di Bergamo, anche se tutti trovano che la sua vocazione sia solida e ben fondata; deve rinunciare anche al sogno missionario, il cui solo pensiero le fa battere il cuore come se fosse il primo amore.<br />Il 18 marzo 1946, poco più che quindicenne, fu assunta nel Cotonificio Honegger di Albino, un'azienda di circa 1300 dipendenti. Qui cominciò a lavorare prima come addetta alle pulizie del reparto e dei telai, poi come apprendista e aiutante delle altre operaie, infine divenne operatrice ai telai. Questo stipendio è l'unica entrata fissa su cui può contare la sua famiglia. Per il primo turno deve svegliarsi alle quattro del mattino, ma invariabilmente trova ancora il tempo di prendere un "pezzo" di Messa e soprattutto di fare la Comunione, che l'accompagnerà per tutto il giorno. Pierina prega lungo la strada, prega quando è al telaio, prega quando riesce a scappare per qualche minuto in chiesa. Durante un ricovero ospedaliero dovuto a un incidente sul lavoro, conobbe padre Luciano Mologni, del Convento dei frati minori Cappuccini di Albino, che sarebbe diventato il suo padre spirituale. Pierina viene nominata dirigente parrocchiale di Azione Cattolica ed è attivissima in parrocchia, il suo specifico campo di apostolato. Trova, così, in famiglia, il convento cui ha dovuto rinunciare; nella fabbrica, la scuola in cui aveva sperato di insegnare; nella sua parrocchia, la missione in cui aveva sognato di andare.<br />PICCOLO REGOLAMENTO QUOTIDIANO<br />Si dà un regolamento di vita e soprattutto traccia per se stessa alcuni propositi che, nella loro semplicità, danno la misura di quest'anima innamorata di Dio. Tra le altre cose, si propone di «tener la pace in famiglia», di «mostrarsi sempre allegra» e di «cercare di non sapere le cose altrui». Tra i suoi appunti spicca una frase in cui è condensata tutta la sua vita: «il mio amore, un Dio Crocifisso; la mia forza, la Santa Comunione; l'ora preferita, quella della Messa; la mia divisa, essere un nulla; la mia meta, il cielo». In questo periodo manifestò alla mamma il desiderio di farsi suora ma venne distolta da questo proposito in quanto il suo lavoro e la sua presenza erano necessari alla famiglia.<br />Nel 1947 è a Roma, per la beatificazione di Maria Goretti, la piccola martire delle Paludi Pontine, che su indicazione di papa Pio XII venne proposta come modello di virtù cristiane per le nuove generazioni. Alla nuova beata e futura santa Pierina "ruba" il segreto che l'ha portata sugli altari, lasciandolo...]]></itunes:summary><itunes:duration>822</itunes:duration><itunes:keywords>beata,mariagoretti,martire,pierinamorosini,purezza</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a6aac353b813eda103f4bd045a53a1d1.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La storia di suor Clare Crockett nel libro "Sola con il solo"</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-storia-di-suor-clare-crockett-nel-libro-sola-con-il-solo--64839825</link><description><![CDATA[VIDEO: Canzone su suor Clare ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=DVtepqmqJCo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=DVtepqmqJCo</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8096" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8096</a><br /><br />LA STORIA DI SUOR CLARE CROCKETT NEL LIBRO ''SOLA CON IL SOLO'' di Valerio Pece<br /> <br />Della vulcanica e affascinante suor Clare Crockett, morta a 33 anni nel terribile terremoto che nel 2016 colpì l'Ecuador, la Nuova Bussola si era già occupata. Esattamente il 16 aprile di cinque anni fa la suora irlandese saliva al Cielo insieme a cinque candidate del Focolare della Madre e ad altri 400 ecuadoriani. In sua memoria esce oggi, nella traduzione italiana, il libro che descrive la sua figura: "Suor Clare Crockett. Sola con il Solo". Lo ha scritto suor Kristen Gardner, trentaquattrenne di Columbus, Ohio, che per via degli anni del postulandato passati insieme è stata molto vicina a suor Clare. Suor Kristen presenterà ufficialmente il libro, rispondendo alle domande del pubblico, alle ore 20 di oggi.<br />Raggiunta dalla Bussola a poche ora dalla presentazione di "Sola con il Solo", la suora americana ci racconta i singolari inizi, indiscutibilmente guidati da Dio in ogni dettaglio, di quella consorella morta in odore di santità. «Possiamo dire che il Signore si servì di un equivoco. All'invito di un'amica per "un viaggio gratis in Spagna", la giovane Clare Crockett rispose con un "sì" entusiasta. Della Spagna, però, cercava il sole e le spiagge, si ritrovò invece catapultata dentro un'intensa settimana di spiritualità in un antico monastero. L'aspirazione della giovane Clare in quel momento della sua vita era una sola: camminare sul tappeto rosso di Hollywood. Sognava di fare l'attrice e aveva tutti i numeri per farlo: voce, bellezza, personalità. Eppure, in quel Venerdì Santo del 2000, a 17 anni, mise da parte tutti i suoi sogni per un sogno più grande. Successe esattamente nell'attimo in cui incontrò da sola Cristo Crocifisso».<br />PERCHÉ CONTINUI A FERIRMI?<br />Quel passo, però, non fu semplice. Aggiunge suor Kristen: «Dopo quella forte esperienza estiva, tornata in Irlanda, Clare ricade nello stile di vita che aveva lasciato: partecipa alle riprese di un film ("Sunday", di Charles McDougall, regista di successo e autore della serie televisiva "Sex and the City", ndr) e il peccato torna a regnare nella sua anima». In una testimonianza confluita in "O tutto o niente!" - il commovente docufilm curato sempre da suor Kristen Gardner - fu la stessa suor Clare a confessarlo: «Vivevo male, in peccato mortale. Bevevo molto, iniziai a fumare droghe, continuavo a far tardi con gli amici. Ero uguale a prima, non avevo la forza di tagliare con tutto. Ovviamente non avevo questa forza solo perché non avevo chiesto aiuto al Signore». Il Signore però voleva fortissimamente il cuore di quella ragazza. Così, una notte che Clare esagerò con l'alcol, sentì Gesù che le diceva: «Perché continui a ferirmi?».<br />Suor Kristen Gardner confessa che furono due i momenti più difficili per la suora irlandese. «È vero che l'estate successiva a quella in cui partecipò alla Settimana Santa in Spagna - racconta la biografa di suor Clare alla Bussola - entrò da postulante nella nostra casa. È vero anche, però, che il suo manager la tartassava, chiamando un giorno sì e uno no per parlarle del ruolo da protagonista che avrebbe avuto in un nuovo film. Era il 2001. Non fu semplice per Clare, ma vinse l'amore per il Signore».<br />L'altro momento in cui suor Clare fu fortemente tentata fu l'anno prima di diventare suora. «Eravamo negli Stati Uniti, e il diavolo non poteva lasciarla in pace prima dell'appuntamento più importante», confida suor Kristen. «Leggendo attentamente i sei diari personali della nostra amata consorella, ci ha sorpreso un passaggio legato proprio a quel momento. Non sappiamo con quale modalità, ma suor Clare ricevette dal Signore queste precise parole: "Se tu non riuscirai a camminare, io ti prenderò in braccio ma tu non mi lasciare". Parole fortissime che lei ripeté in pubblico più volte e in tutta semplicità».<br />Le missioni a cui partecipò la suora nata a Derry nel 1982 sono state molte, faticose e multiformi. Lavorò a Belmonte, in Spagna, con le sfortunate ragazze di un collegio; quindi fu spostata a Jacksonville, in Florida, dove insegnò inglese e religione ai bambini della scuola dell'"Assunzione". Nel 2010 tornerà in Spagna, questa volta a Valencia, per assistere spiritualmente i malati in fase terminale. Un apostolato difficile. «Sicuramente arduo - ribadisce suor Kristen alla Bussola -, ma suor Clare ha sempre lavorato ovunque con la stessa gioia, qualunque opera prestasse. Era una trascinatrice infaticabile. Per capirla possiamo pensare all'immagine dell'"assegno in bianco": ogni giorno offriva al Signore un assegno in bianco affinché Egli potesse chiederle tutto ciò che voleva».<br />SOLA CON IL SOLO<br />Il titolo del libro, «Sola con il Solo», è preso dal motto che lo spagnolo Padre Rafael Alonso, settantatreenne fondatore del Focolare della Madre, diede a Clare Crockett il giorno in cui questa emise i voti perpetui. «In realtà - racconta suor Kristen - nella scelta del motto da parte del nostro fondatore, che a quella ragazza che andava a parlargli fumando ha creduto fin dal primissimo incontro, si nasconde un doppio significato. Innanzitutto, il giorno in cui prese i voti, a differenza di quanto comunemente accade, suor Clare si trovò sola. Dovevano essere in quattro suore ma tre lasciarono il Focolare poco prima. L'altro motivo è che nel già ricordato Venerdì Santo del 2000, quando Clare, mettendosi in fila con le mani in tasca, baciò la croce, si trovò sola con il Crocifisso. "Sola con il Solo", appunto. Senza, cioè, quelle maschere che facevano di lei una persona irresistibile, perennemente "contesa" ma fondamentalmente incapace di rimanere sola davanti alla sua vita».<br />In effetti quel faccia a faccia in solitaria per l'allora diciassettenne Clare - che a 15 anni già presentava programmi giovanili per Channel 4 (tra più importanti canali televisivi del Regno Unito) e che veniva corteggiata dall'emittente statunitense Nickelodeon - si rivelò una catarsi, il vero spartiacque della sua vita. A liturgia conclusa le cronache raccontano che la trovarono con le lacrime agli occhi: «È morto per me! Mi ama! Perché nessuno me l'ha detto prima?».<br />Il libro nei mesi scorsi è già uscito in inglese e spagnolo. «Ci sono arrivate moltissime mail - spiega al nostro giornale suor Kristen - e la cosa che colpisce è che i messaggi arrivano da tutte le fasce d'età: i ragazzi sono affascinati dalla prima parte della sua vita, dal salto enorme fatto da suor Clare, dal suo stile da "O tutto o niente!"; le altre persone, invece, sono impressionate dalla profondità e maturità spirituale che dimostrò dopo. In ogni caso i 33 anni di vita terrena di suor Clare, con gli innumerevoli aneddoti e gli abissi d'amore attinti dai suoi preziosi diari, contengono un messaggio speciale per ognuno e sono una chiamata alla santità per tutti».<br />Nota di BastaBugie: Ermes Dovico nell'articolo seguente dal titolo "Aperta la causa di suor Clare Crockett, nuova stella di Dio" racconta che è stata proclamata serva di Dio la religiosa nordirlandese ed ex attrice, morta a 33 anni, la cui vita sta ispirando e restituendo speranza a innumerevoli persone.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 14 gennaio 2025:<br />Domenica 12 gennaio, nella cattedrale di Alcalá de Henares (Spagna), è stata aperta solennemente la causa di beatificazione di suor Clare Crockett (14 novembre 1982 -16 aprile 2016). La giovane nordirlandese, appartenente alle Serve del Focolare della Madre e vittima del tremendo terremoto che colpì l'Ecuador il 16 aprile di nove anni fa, gode perciò adesso del titolo di serva di Dio.<br />A presiedere la cerimonia il vescovo Antonio Prieto Lucena, alla cui diocesi è stata concessa la competenza sulla causa, dopo il benestare dell'arcidiocesi ecuadoregna di Portoviejo (sul cui territorio è avvenuta la morte della religiosa) e del Dicastero per le Cause dei Santi. Come ha spiegato il vescovo di Alcalá, il tribunale eletto per studiare la causa a livello diocesano avrà adesso il compito di «indagare approfonditamente la vita, le virtù, la fama di santità e le grazie e i favori ricevuti per intercessione di suor Clare, per provare l'eroicità delle sue virtù».<br />Se le virtù eroiche saranno provate, suor Clare potrà essere proclamata venerabile, passo che precede l'eventuale beatificazione (per la quale servirà poi il riconoscimento di un miracolo per sua intercessione) e canonizzazione (per la quale è richiesto, in via ordinaria, un secondo miracolo). Queste, in breve, le tappe fondamentali prima che suor Chiara Maria della Trinità e del Cuore di Maria - secondo il suo nome in religione completo e italianizzato - possa essere dichiarata santa.<br />In attesa che la Chiesa cattolica studi la causa con la dovuta prudenza, la fama di santità di suor Clare è già diffusa in mezzo mondo. E dalle testimonianze emerge come Gesù stia continuando a servirsi di questa sua sposa come uno strumento prediletto del suo piano di salvezza. «La sua gioia traboccante ha condotto molte anime, soprattutto di giovani, a scoprire che la vera felicità si trova unicamente in Dio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64839825</guid><pubDate>Wed, 12 Mar 2025 15:28:50 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64839825/la_storia_di_suor_clare_crockett.mp3" length="14770303" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Canzone su suor Clare ➜ https://www.youtube.com/watch?v=DVtepqmqJCo

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8096

LA STORIA DI SUOR CLARE CROCKETT NEL LIBRO ''SOLA CON IL SOLO'' di Valerio Pece
 
Della vulcanica e affascinante suor...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Canzone su suor Clare ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=DVtepqmqJCo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=DVtepqmqJCo</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/8096" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8096</a><br /><br />LA STORIA DI SUOR CLARE CROCKETT NEL LIBRO ''SOLA CON IL SOLO'' di Valerio Pece<br /> <br />Della vulcanica e affascinante suor Clare Crockett, morta a 33 anni nel terribile terremoto che nel 2016 colpì l'Ecuador, la Nuova Bussola si era già occupata. Esattamente il 16 aprile di cinque anni fa la suora irlandese saliva al Cielo insieme a cinque candidate del Focolare della Madre e ad altri 400 ecuadoriani. In sua memoria esce oggi, nella traduzione italiana, il libro che descrive la sua figura: "Suor Clare Crockett. Sola con il Solo". Lo ha scritto suor Kristen Gardner, trentaquattrenne di Columbus, Ohio, che per via degli anni del postulandato passati insieme è stata molto vicina a suor Clare. Suor Kristen presenterà ufficialmente il libro, rispondendo alle domande del pubblico, alle ore 20 di oggi.<br />Raggiunta dalla Bussola a poche ora dalla presentazione di "Sola con il Solo", la suora americana ci racconta i singolari inizi, indiscutibilmente guidati da Dio in ogni dettaglio, di quella consorella morta in odore di santità. «Possiamo dire che il Signore si servì di un equivoco. All'invito di un'amica per "un viaggio gratis in Spagna", la giovane Clare Crockett rispose con un "sì" entusiasta. Della Spagna, però, cercava il sole e le spiagge, si ritrovò invece catapultata dentro un'intensa settimana di spiritualità in un antico monastero. L'aspirazione della giovane Clare in quel momento della sua vita era una sola: camminare sul tappeto rosso di Hollywood. Sognava di fare l'attrice e aveva tutti i numeri per farlo: voce, bellezza, personalità. Eppure, in quel Venerdì Santo del 2000, a 17 anni, mise da parte tutti i suoi sogni per un sogno più grande. Successe esattamente nell'attimo in cui incontrò da sola Cristo Crocifisso».<br />PERCHÉ CONTINUI A FERIRMI?<br />Quel passo, però, non fu semplice. Aggiunge suor Kristen: «Dopo quella forte esperienza estiva, tornata in Irlanda, Clare ricade nello stile di vita che aveva lasciato: partecipa alle riprese di un film ("Sunday", di Charles McDougall, regista di successo e autore della serie televisiva "Sex and the City", ndr) e il peccato torna a regnare nella sua anima». In una testimonianza confluita in "O tutto o niente!" - il commovente docufilm curato sempre da suor Kristen Gardner - fu la stessa suor Clare a confessarlo: «Vivevo male, in peccato mortale. Bevevo molto, iniziai a fumare droghe, continuavo a far tardi con gli amici. Ero uguale a prima, non avevo la forza di tagliare con tutto. Ovviamente non avevo questa forza solo perché non avevo chiesto aiuto al Signore». Il Signore però voleva fortissimamente il cuore di quella ragazza. Così, una notte che Clare esagerò con l'alcol, sentì Gesù che le diceva: «Perché continui a ferirmi?».<br />Suor Kristen Gardner confessa che furono due i momenti più difficili per la suora irlandese. «È vero che l'estate successiva a quella in cui partecipò alla Settimana Santa in Spagna - racconta la biografa di suor Clare alla Bussola - entrò da postulante nella nostra casa. È vero anche, però, che il suo manager la tartassava, chiamando un giorno sì e uno no per parlarle del ruolo da protagonista che avrebbe avuto in un nuovo film. Era il 2001. Non fu semplice per Clare, ma vinse l'amore per il Signore».<br />L'altro momento in cui suor Clare fu fortemente tentata fu l'anno prima di diventare suora. «Eravamo negli Stati Uniti, e il diavolo non poteva lasciarla in pace prima dell'appuntamento più importante», confida suor Kristen. «Leggendo attentamente i sei diari personali della nostra amata consorella, ci ha sorpreso un passaggio legato proprio a quel momento. Non sappiamo con quale modalità, ma...]]></itunes:summary><itunes:duration>924</itunes:duration><itunes:keywords>33anni,clarecrockett,nonmilasciare,servadidio,solaconilsolo,tiprenderòinbraccio</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/5b62f62efb4be4c4bd6efb6496435649.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Beata Elisabetta Sanna, la piccola sarda dalle braccia paralizzate</title><link>https://www.spreaker.com/episode/beata-elisabetta-sanna-la-piccola-sarda-dalle-braccia-paralizzate--64701068</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8090" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8090</a><br /><br />BEATA ELISABETTA SANNA, LA PICCOLA SARDA DALLE BRACCIA PARALIZZATE di Gianpiero Pettiti<br /> <br />Ha le braccia atrofizzate e paralizzate, per cui non riesce a portare il cibo alla bocca e nemmeno a fare il segno di croce: una disabile, insomma, e per questo la vorrebbero proporre come protettrice di tutti i disabili del mondo. Il suo handicap è una conseguenza del vaiolo, contratto da bambina piccolissima, e di un'operazione maldestra: le è rimasta soltanto la possibilità di muovere dita e polsi, ma per poter mangiare deve utilizzare speciali bacchette in legno, realizzate apposta per lei.<br />Malgrado questa menomazione, soprattutto perché non è tipo da piangersi addosso, riesce ad avere una vita normale e felice, anche per le condizioni discretamente agiate della sua famiglia, che nel clima di generale povertà di Codrongianos (Sassari) si distingue per il reddito garantito dei campi che lavorano onestamente.<br />In Elisabetta Sanna soltanto le braccia sono inerti, perché in lei non mancano le idee e la volontà di tradurle in pratica: a casa sua si danno appuntamento le ragazze del paese per imparare catechismo, organizzare pellegrinaggi, occupare utilmente il tempo libero. E deve pure avere un buon seguito se nel 1803, quando ha solo 15 anni, alcune mamme del paese vanno a protestare ufficialmente dai suoi genitori, perché attira troppo le ragazze in chiesa.<br />Impedita a pettinarsi, lavarsi la faccia, cambiarsi d'abito da sola, ha sviluppato tuttavia le sue capacità residue che le consentono di impastare, infornare e sfornare il pane e, nessuno mai lo potrebbe immaginare, anche allevare figli. Neanche lei, a dire il vero, perché le sembra impossibile aspirare al matrimonio nelle sue condizioni e poi perché si sente profondamente attratta dalla vita religiosa pur essa non priva di difficoltà, senonché all'improvviso saltano fuori ben tre pretendenti.<br />Mentre mamma insiste perché si sposi e lei punta i piedi perché vuole andare in convento, si accorge di averli tutti contro, confessore compreso, a caldeggiare il suo matrimonio. Finisce per arrendersi e, potendo addirittura scegliere, dice il tanto sospirato "sì" a quello dei tre che è più povero, come a dire che con il matrimonio non è in cerca di una buona sistemazione.<br />UN MATRIMONIO CHE FUNZIONA<br />Incredibile a dirsi, il suo è un matrimonio che funziona e nel 1807, cioè a 19 anni, comincia ad essere sposa felice di un marito felice, Antonio Porcu. Tra il 20 novembre 1808 e il 20 novembre 1822 nascono sette figli, cinque dei quali sopravvivono, e lei riesce ad allevarli, possiamo immaginare con quanta difficoltà. Testimonianze giurate riferiscono che in quella casa il marito non fa nulla senza prima sentire la moglie e questa non finisce mai di dire di non esser degna d'un marito così buono.<br />Peccato che quest'ultimo muoia il 25 gennaio 1825, lasciandola vedova a 37 anni con cinque figli, il più piccolo dei quali ha solo tre anni. Senza perdersi d'animo, si riorganizza la vita e la vedovanza, facendo innanzitutto voto di castità, come a ribadire di non volersi più risposare, caso mai se ne fosse ripresentata l'occasione.<br />Insieme ai suoceri, con cui vive d'amore e d'accordo, avvia poi i figli più grandi al lavoro dei campi, mentre si prende cura dei suoi più piccoli, ma anche di quelli degli altri, perché non ha perso l'abitudine di aprir le porte di casa sua per far catechismo ed insegnare ai più piccoli a cantare e pregare. Si intensifica la sua partecipazione alla vita parrocchiale, senza che per questo ne risentano né l'educazione dei figli, né i lavori di casa, che tiene pulita come uno specchio.<br />Torna, in questo periodo, il desiderio della vita religiosa, ma si sente legata ai suoi doveri di famiglia e glieli richiamano in continuazione anche i confessori. Che non riescono però a toglierle dalla testa il desiderio di fare un pellegrinaggio in Terrasanta, verso la quale si sente irresistibilmente attratta, volendo almeno una volta nella vita posare i piedi sulla stessa polvere calpestata da Gesù.<br />Organizza il suo viaggio nel 1831, con la certezza che i suoceri baderanno ai figli e il fratello prete si prenderà cura del più piccolo fino al suo ritorno e si imbarca il 25 giugno. Il viaggio, però, subito si trasforma in incubo a causa di una burrasca, che per quattro giorni tiene in balìa delle onde la povera nave, costretta il 29 giugno ad un attracco d'emergenza a Genova.<br />Sfinita al punto di non reggersi in piedi, qui Elisabetta si accorge di non avere il visto per raggiungere la Terra Santa e, dato che per ottenerlo bisogna attendere mesi, insieme ad altri pellegrini raggiunge Roma con un viaggio via terra molto faticoso.<br />MAMMA SANNA<br />"Mamma Sanna" a Roma prende provvisoriamente alloggio in una locanda, ma ben presto le viene diagnosticato un grave problema di cuore per cui il medico esclude che, almeno per il momento, sia in condizioni di proseguire il viaggio o di rientrare in Sardegna perché non sopporterebbe la traversata. Tanto vale, quindi, trovare una sistemazione meno provvisoria e soprattutto più economica, visto che le sue risorse economiche si stanno esaurendo.<br />Poiché la donna ha imparato a malapena a leggere, ma non sa scrivere, è don Vincenzo Pallotti (che sarà il suo direttore spirituale e che la Chiesa poi ha proclamato santo) a scrivere in Sardegna, al fratello prete di Elisabetta, per comunicare le sue condizioni di salute e l'impossibilità di un ritorno immediato.<br />Per di più lei parla solo il dialetto sardo e non riesce a comunicare, perché nessuno a Roma lo capisce. Trova sistemazione in una soffitta, nei pressi della basilica di San Pietro, chiaramente una soluzione di fortuna e non certo ambita da molti, vista la difficoltà per accedervi e l'obbligo di condividerla con sgradevoli ed aggressivi topi, che saranno sempre suoi coinquilini.<br />Unico pregio è la sua collocazione, a ridosso della basilica, che per lei diventa la sua collocazione abituale: chi vuole trovarla è in San Pietro che deve andare a cercarla, sprofondata in preghiera sul nudo pavimento, in un angolo buio e seminascosto.<br />Dalle prime luci dell'alba, quando la basilica apre i battenti, fino a quando li chiude, un misterioso ininterrotto colloquio si svolge tra la donna dalle braccia inerti e il suo Dio, che evidentemente non ha problemi a capirla, anche se lo prega in strettissimo dialetto sardo.<br />Come sempre accade, dall'intesa dell'uomo con Dio nasce poi quella con gli uomini, che poco a poco cominciano a capire ciò che dice quella donna, vestita in modo strano e che sembra avere "un fagotto sulla testa", che passa indenne tra gli sberleffi dei monelli, che entra quasi di soppiatto nelle case dei poveri e dei malati per curare pulire e servire con le sue braccia paralizzate, che ha imparato ad ascoltare e comprendere affanni regalando parole di consolazione e di speranza.<br />C'è uno strano andirivieni nella sua soffitta infestata dai topi: nobili e poveri, cardinali e popolane, uomini d'affari ed esponenti della curia romana. Si è infatti sparsa voce che "Mamma Sanna" legga nei cuori, scruti le coscienze, investighi il futuro e interpreti il presente alla luce di Dio.<br />Tutto questo avviene sotto gli occhi della "Virgo Potens", cioè il quadro mariano che tiene in camera, e davvero "potente" si rivela la sua intesa con la Vergine, se davanti ad esso avvengono piccoli e grandi eventi straordinari, guarigioni fisiche e conversioni, tutte rigorosamente attribuite alla Madonna, anche se agli occhi del popolo non è del tutto estranea l'intercessione di questa donna che pare abbia davvero un filo diretto con il Paradiso. [...]<br />Nota di BastaBugie: Paolo Risso nell'articolo seguente racconta gli ultimi decenni della vita della beata a Roma. Ecco l'articolo pubblicato su Santi e Beati nel 2018:<br />Nel suo pellegrinare per le chiese di Roma, assetata di preghiera, Elisabetta si incontra, in San Pietro con il Maestro dei Penitenzieri, Padre Camillo Loria, che, ascoltata la sua confessione, le ordina di tornare in Sardegna. Ella è decisa ad obbedire, ma proprio in quel periodo di dubbio e di ansia sul da farsi, incontra nella chiesa di Sant'Agostino, un santo prete romano, Don Vincenzo Pallotti, dedito ad un proficuo vasto apostolato, in cui coinvolge numerosi laici, dando vita nel 1835 alla Società dell'Apostolato Cattolico.<br />Uomo di grande influenza sui religiosi e sui laici, ricco di un fascino singolare, Don Pallotti sarà canonizzato dal Santo Padre Giovanni XXIII nel gennaio 1963. Elisabetta è compresa e rasserenata da Don Vincenzo, che illuminato da Dio, vede la singolare missione a cui ella è chiamata nell'Urbe. Dirà: «Allora, mi quietai e dopo circa cinque anni che dimoravo a Roma, ebbi una lettera da mio fratello sacerdote che la mia famiglia era veramente lo specchio del paese e tutti ne erano edificati».<br />Davvero è il caso di dire che ognuno ha da Dio la sua vocazione, anche se qualche volta, può apparire difficile da comprendere.<br />Ma i santi sanno percepire la volontà di Dio. Elisabetta si dedica al lavoro che le basta per vivere in povertà e letizia e occupa grandissima parte del suo tempo nella preghiera e nella contemplazione di Dio. Per qualche tempo, collabora nella casa di Mons. Giovanni Saglia, segretario della Congregazione dei Vescovi e futuro Cardinale. Diventa terziaria francescana e soprattutto si occupa, come prima collaboratrice, nell'unione Apostolato Cattolico, fondato da Don Pallotti. Ai suoi figli in Sardegna, fa donazione di tutto quanto possiede, lieta di vivere in perfetta povertà. Chi la avvicina, dirà di]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64701068</guid><pubDate>Tue, 04 Mar 2025 20:54:55 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64701068/beata_elisabetta_sanna.mp3" length="16528239" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8090

BEATA ELISABETTA SANNA, LA PICCOLA SARDA DALLE BRACCIA PARALIZZATE di Gianpiero Pettiti
 
Ha le braccia atrofizzate e paralizzate, per cui non riesce a portare il cibo alla bocca...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8090" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/8090</a><br /><br />BEATA ELISABETTA SANNA, LA PICCOLA SARDA DALLE BRACCIA PARALIZZATE di Gianpiero Pettiti<br /> <br />Ha le braccia atrofizzate e paralizzate, per cui non riesce a portare il cibo alla bocca e nemmeno a fare il segno di croce: una disabile, insomma, e per questo la vorrebbero proporre come protettrice di tutti i disabili del mondo. Il suo handicap è una conseguenza del vaiolo, contratto da bambina piccolissima, e di un'operazione maldestra: le è rimasta soltanto la possibilità di muovere dita e polsi, ma per poter mangiare deve utilizzare speciali bacchette in legno, realizzate apposta per lei.<br />Malgrado questa menomazione, soprattutto perché non è tipo da piangersi addosso, riesce ad avere una vita normale e felice, anche per le condizioni discretamente agiate della sua famiglia, che nel clima di generale povertà di Codrongianos (Sassari) si distingue per il reddito garantito dei campi che lavorano onestamente.<br />In Elisabetta Sanna soltanto le braccia sono inerti, perché in lei non mancano le idee e la volontà di tradurle in pratica: a casa sua si danno appuntamento le ragazze del paese per imparare catechismo, organizzare pellegrinaggi, occupare utilmente il tempo libero. E deve pure avere un buon seguito se nel 1803, quando ha solo 15 anni, alcune mamme del paese vanno a protestare ufficialmente dai suoi genitori, perché attira troppo le ragazze in chiesa.<br />Impedita a pettinarsi, lavarsi la faccia, cambiarsi d'abito da sola, ha sviluppato tuttavia le sue capacità residue che le consentono di impastare, infornare e sfornare il pane e, nessuno mai lo potrebbe immaginare, anche allevare figli. Neanche lei, a dire il vero, perché le sembra impossibile aspirare al matrimonio nelle sue condizioni e poi perché si sente profondamente attratta dalla vita religiosa pur essa non priva di difficoltà, senonché all'improvviso saltano fuori ben tre pretendenti.<br />Mentre mamma insiste perché si sposi e lei punta i piedi perché vuole andare in convento, si accorge di averli tutti contro, confessore compreso, a caldeggiare il suo matrimonio. Finisce per arrendersi e, potendo addirittura scegliere, dice il tanto sospirato "sì" a quello dei tre che è più povero, come a dire che con il matrimonio non è in cerca di una buona sistemazione.<br />UN MATRIMONIO CHE FUNZIONA<br />Incredibile a dirsi, il suo è un matrimonio che funziona e nel 1807, cioè a 19 anni, comincia ad essere sposa felice di un marito felice, Antonio Porcu. Tra il 20 novembre 1808 e il 20 novembre 1822 nascono sette figli, cinque dei quali sopravvivono, e lei riesce ad allevarli, possiamo immaginare con quanta difficoltà. Testimonianze giurate riferiscono che in quella casa il marito non fa nulla senza prima sentire la moglie e questa non finisce mai di dire di non esser degna d'un marito così buono.<br />Peccato che quest'ultimo muoia il 25 gennaio 1825, lasciandola vedova a 37 anni con cinque figli, il più piccolo dei quali ha solo tre anni. Senza perdersi d'animo, si riorganizza la vita e la vedovanza, facendo innanzitutto voto di castità, come a ribadire di non volersi più risposare, caso mai se ne fosse ripresentata l'occasione.<br />Insieme ai suoceri, con cui vive d'amore e d'accordo, avvia poi i figli più grandi al lavoro dei campi, mentre si prende cura dei suoi più piccoli, ma anche di quelli degli altri, perché non ha perso l'abitudine di aprir le porte di casa sua per far catechismo ed insegnare ai più piccoli a cantare e pregare. Si intensifica la sua partecipazione alla vita parrocchiale, senza che per questo ne risentano né l'educazione dei figli, né i lavori di casa, che tiene pulita come uno specchio.<br />Torna, in questo periodo, il desiderio della vita religiosa, ma si sente legata ai suoi doveri di famiglia e glieli richiamano in continuazione anche i confessori. 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A SUORA IN VIA DI BEATIFICAZIONE: ''A DIO TUTTO, O NIENTE!'' di Costanza Signorelli<br /> <br />Desiderare di consumarsi completamente, sino a sbiadire il proprio volto, sino a logorare mani e piedi, sino a perdere la voce. Dare tutto di sé e darlo subito, per offrire la vita intera a Dio. Un amore folle e radicale: "A Dio tutto, o niente!". Questa, in poche battute, era suor Clare Crockett.<br />È chiaro, allora, che non fu il caso a volere che questa giovane Serva del Focolare della Madre rimanesse l'unica a morire sotto le macerie del tragico terremoto del 2016 a Playa Prieta. Tra tutte le sorelle del convento missionario in Ecuador, fu scelta solo lei. "Sola con il Solo": misteriosamente, si realizzava il motto di vita stabilito proprio nel giorno della sua consacrazione e ancor più si avverava quell'insondabile piano d'Amore che lei stessa aveva profetato: "Morirò giovane, a 33 anni, come Gesù".<br />NASCERE E RINASCERE NELLO SPIRITO<br />Clare Crockett vede la luce il 14 novembre 1982 a Derry, in una famiglia dell'Irlanda del Nord duramente segnata dalle feroci lotte tra cattolici e protestanti. Lei stessa però dirà che la sua vera nascita avverrà solamente l'11 agosto 2001, data in cui la giovane fanciulla fa il suo ingresso nelle Serve del Focolare della Madre come postulante. Sarà questa, infatti, per Clare l'occasione di una vera e propria rinascita nello Spirito Santo che, corteggiandola come il più appassionato tra gli amanti, la conquisterà completamente.<br />Ma la strada che condusse Clare alla "vita nuova" fu tutt'altro che spianata. Per comprendere su quale terreno cominciò ad arare l'agricoltore e quanti rami ebbe a potare il vignaiolo, basti sapere che, quando Clare annunciò a parenti e amici il suo ingresso in convento, venne accolta con una fragorosa e corale risata. Gli stessi familiari erano convinti si trattasse di uno dei suoi colpi di testa che sarebbe durato pochi giorni, al massimo qualche settimana.<br />Del resto, quella ragazzina a dir poco esuberante era nota a tutti come la futura stella di Hollywood per via del suo straordinario talento per la recitazione. Dotata di un agente dello spettacolo sin da piccolissima, Clare aveva conquistato da subito ruoli da protagonista sul piccolo schermo e alcune pellicole al cinema. Genitori, professori, amici... tutti quanti la spingevano in questa direzione, essendo convinti che un giorno sarebbe arrivata molto lontano. Quanto al rapporto con la fede, invece, non si poteva certamente festeggiare lo stesso successo. Clare, di famiglia cattolica più per etichetta che per sostanza, aveva ricevuto i sacramenti durante l'infanzia, ma ben presto, ai locali della parrocchia, aveva preferito quelli notturni che l'avevano eccitata ai piaceri del mondo. Alcol, droga e sesso erano diventati per Clare regola e dipendenza, complice l'ambiente dello spettacolo che l'aveva stretta, ancora piccola, tra le tenaglie del peccato. Eppure, nessuno poteva immaginare che la "follia" di quella ragazzina, che la spingeva a divorare sempre più vita, fosse in verità il sigillo messo da Gesù sul cuore della sua promessa sposa e che Dio stesso sarebbe stato pronto a tutto pur di portare a termine il suo piano d'Amore su quella vittima da Lui prescelta.<br />LA "TRAPPOLA" DELLA VERGINE MARIA<br />«Un giorno - racconta Clare durante una testimonianza - la mia amica, Sharon Dougherty, mi chiamò e mi disse: "Clare, vuoi andare in Spagna? È tutto pagato". "Un viaggio gratis in Spagna! - pensai - Dieci giorni di festa in Spagna con il sole". "Certo che ci vado!". Io, sinceramente, pensavo che saremmo andate su un'isola turistica come Ibiza. Chi avrebbe potuto immaginare che invece fosse tutta una mossa della Vergine Maria per riportarmi a casa, nel Suo Focolare, in quello di Suo Figlio?».<br />Spiegarono a Clare che tutti quelli che volevano andare in Spagna si sarebbero dovuti presentare in una certa casa per ritirare il biglietto aereo. «Quando entrai nella casa - continua Clare - trovai un gruppo di 30-35 persone mature che recitavano il Rosario. Subito chiedo: "Voi andrete in Spagna?", "Sì", mi risposero con entusiasmo "ad un pellegrinaggio!"». Ovviamente Clare non ha la minima intenzione di partecipare a un ritiro spirituale, ma l'amica insiste: ormai il biglietto aereo è pagato, perciò non ci si può più tirare indietro.<br />«Così arrivai in Spagna presso il monastero del Focolare della Madre, da sola e senza nessuna voglia di fare un pellegrinaggio». Era la Settimana Santa, ma Clare logicamente non lo sapeva e nemmeno poteva sospettare di dover partecipare per cinque giorni e con molto raccoglimento alla Passione, morte e Risurrezione del Signore.<br />L'IRRESISTIBILE SPOSO CROCIFISSO<br />È Venerdì Santo e qualcuno del gruppo dice a Clare che, in quel giorno, non avrebbe potuto star fuori dalla chiesa a fumare sigarette come sempre accadeva. La giovane, perciò, quasi costretta, si unisce alla Celebrazione liturgica della Passione e morte del Signore e col solito atteggiamento strafottente - come racconta lei stessa - sceglie subito di sedersi nei banchi più in fondo. Quando però arriva il momento in cui tutti si mettono in fila per l'Adorazione della Croce, Clare d'impeto li segue.<br />«Quando toccò a me baciare la croce non mi ricordo se mi inginocchiai o se feci la genuflessione, mi ricordo solo che baciai il chiodo che era sui piedi di Gesù e sentii come uno schiaffo sul cuore. In un istante ricevetti la grazia di vedere come Egli, Dio, era morto per me sulla croce, per i miei peccati, per le mie vanità, per le mie infedeltà, per la mia impurezza... Compresi e vidi d'un tratto che io avevo inchiodato il Signore alla croce e che l'unico modo in cui io potevo consolarLo era con la mia vita. Ormai non valeva raccontare barzellette, né fare una bella rappresentazione teatrale: nulla, nulla di ciò che io potevo fare era in grado di consolare Gesù, se non dandoGli tutta la mia vita! Compresi questo in un lampo, senza avere alcuna formazione religiosa: ero pazza, andavo in discoteca, pensavo di andare a Ibiza e in quel momento, nel baciare la Croce, il Signore mi fece cadere completamente da cavallo. (...) Ebbi la certezza che il Signore era sulla croce per me e, assieme a questa convinzione, sentii un vivo dolore. Tornando al banco, iniziai a piangere, e a piangere, e a piangere... non potevo smettere. Dio mi aveva mostrato con chiarezza che era morto per me e che io dovevo dargli qualcosa, e quel qualcosa non era semplicemente un'Ave Maria, una messa o un impegno piccolo, ma era la mia vita!».<br />PERCHE' MI CONTINUI A FERIRE?<br />Nonostante le enormi grazie ricevute durante il pellegrinaggio, Clare torna a casa e precipita di nuovo nelle seduzioni del mondo. Sente con chiarezza di avere ricevuto la chiamata di Dio, ma non riesce in alcun modo ad abbandonare la vecchia vita. «"Non posso diventare suora! Non posso smettere di bere, di fumare, di andare a divertirmi e non posso rinunciare alla mia carriera, alla mia famiglia..." Mi ripetevo queste cose, tuttavia non riuscivo a fare tutto questo semplicemente perché non avevo ancora chiesto a Gesù il Suo aiuto».<br />Non appena Clare si mette in ginocchio, il Signore corre in suo soccorso dandole la certezza che, se Egli le stava chiedendo qualcosa, certamente le stava anche donando la grazia e la forza per viverlo.<br />E infatti, una notte accade qualcosa che cambierà l'esistenza di Clare per sempre: «Ero nel bagno di una discoteca, ero completamente ubriaca e stavo per vomitare, fu in quel momento che sentii con forza lo sguardo del Signore. Era così forte questo sguardo! E subito sentii dentro di me il Signore che mi diceva: "Perché Mi continui a ferire?". Sapevo che il Signore era lì e mi stava guardando. Sentire lo sguardo del Signore è qualcosa che ti lacera. Vidi che di nuovo stavo inchiodando il Signore alla croce con i miei peccati, con le mie ubriachezze. Io sentii che il mio modo di vivere e la mia mancanza di risposta a ciò che il Signore mi stava chiedendo facevano molto male a me stessa e anche a Dio».<br />Fu questo il momento decisivo in cui Clare comprende che l'Amore di Gesù l'ha vinta per sempre: «Capii in quell'istante che dovevo lasciare tutto e seguirlo. Io sapevo che il Signore mi stava chiamando ad essere Sua nelle Serve del Focolare della Madre, a dargli la mia vita affinché altri Lo potessero conoscere. Sapevo con grande chiarezza che mi chiedeva di confidare in Lui, di porre la mia vita nelle Sue mani e di avere fede». E così accade: Clare, l'11 agosto 2001, giorno di santa Chiara D'Assisi, entra in monastero; e l'11 febbraio 2006 fa i suoi primi voti scegliendo il nome religioso di suor Clare Maria della Trinità e del Cuore di Maria. L'8 settembre 2010 emette i suoi voti perpetui.<br />SERVIRE, FINO A CADERE A TERRA SFINITI<br />Dal momento della professione solenne, in un potente crescendo di intensità, inizia per Clare una corsa pazza verso il Signore. Nei cinque anni da professa, viene inviata in numerose comunità delle Serve: a Belmonte (Cuenca, Spagna), a Jacksonville (Florida, Stati Uniti), a Valencia (Spagna), a Guayaquil (Ecuador) e a Playa Prieta (Manabí, Ecuador). Di luogo in luogo, la Serva lascia dietro di sé la scia del suo bruciante amore per il Signore, che non smette di crescere e che si manifestava in un'instancabile e impressionante carità verso il prossimo.<br />Un esempio ne spiega bene la portata. Nel 2011, insieme ad altre 9 consorelle, suor Clare si trova ad accompagnare 140 ragazze alla GMG]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64329365</guid><pubDate>Tue, 11 Feb 2025 22:28:09 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64329365/da_promessa_star_di_hollywood.mp3" length="15122643" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Suor Clare, versione estesa ➜ https://www.youtube.com/watch?v=QXAryehCyR8&amp;amp;list=PLolpIV2TSebURQLIBppY4bAc0bO7DbkRT

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8078
 
DA PROMESSA STAR DI HOLLYWOOD... A SUORA IN VIA DI...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Suor Clare, versione estesa ➜ https://www.youtube.com/watch?v=QXAryehCyR8&amp;list=PLolpIV2TSebURQLIBppY4bAc0bO7DbkRT<br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8078<br /> <br />DA PROMESSA STAR DI HOLLYWOOD... A SUORA IN VIA DI BEATIFICAZIONE: ''A DIO TUTTO, O NIENTE!'' di Costanza Signorelli<br /> <br />Desiderare di consumarsi completamente, sino a sbiadire il proprio volto, sino a logorare mani e piedi, sino a perdere la voce. Dare tutto di sé e darlo subito, per offrire la vita intera a Dio. Un amore folle e radicale: "A Dio tutto, o niente!". Questa, in poche battute, era suor Clare Crockett.<br />È chiaro, allora, che non fu il caso a volere che questa giovane Serva del Focolare della Madre rimanesse l'unica a morire sotto le macerie del tragico terremoto del 2016 a Playa Prieta. Tra tutte le sorelle del convento missionario in Ecuador, fu scelta solo lei. "Sola con il Solo": misteriosamente, si realizzava il motto di vita stabilito proprio nel giorno della sua consacrazione e ancor più si avverava quell'insondabile piano d'Amore che lei stessa aveva profetato: "Morirò giovane, a 33 anni, come Gesù".<br />NASCERE E RINASCERE NELLO SPIRITO<br />Clare Crockett vede la luce il 14 novembre 1982 a Derry, in una famiglia dell'Irlanda del Nord duramente segnata dalle feroci lotte tra cattolici e protestanti. Lei stessa però dirà che la sua vera nascita avverrà solamente l'11 agosto 2001, data in cui la giovane fanciulla fa il suo ingresso nelle Serve del Focolare della Madre come postulante. Sarà questa, infatti, per Clare l'occasione di una vera e propria rinascita nello Spirito Santo che, corteggiandola come il più appassionato tra gli amanti, la conquisterà completamente.<br />Ma la strada che condusse Clare alla "vita nuova" fu tutt'altro che spianata. Per comprendere su quale terreno cominciò ad arare l'agricoltore e quanti rami ebbe a potare il vignaiolo, basti sapere che, quando Clare annunciò a parenti e amici il suo ingresso in convento, venne accolta con una fragorosa e corale risata. Gli stessi familiari erano convinti si trattasse di uno dei suoi colpi di testa che sarebbe durato pochi giorni, al massimo qualche settimana.<br />Del resto, quella ragazzina a dir poco esuberante era nota a tutti come la futura stella di Hollywood per via del suo straordinario talento per la recitazione. Dotata di un agente dello spettacolo sin da piccolissima, Clare aveva conquistato da subito ruoli da protagonista sul piccolo schermo e alcune pellicole al cinema. Genitori, professori, amici... tutti quanti la spingevano in questa direzione, essendo convinti che un giorno sarebbe arrivata molto lontano. Quanto al rapporto con la fede, invece, non si poteva certamente festeggiare lo stesso successo. Clare, di famiglia cattolica più per etichetta che per sostanza, aveva ricevuto i sacramenti durante l'infanzia, ma ben presto, ai locali della parrocchia, aveva preferito quelli notturni che l'avevano eccitata ai piaceri del mondo. Alcol, droga e sesso erano diventati per Clare regola e dipendenza, complice l'ambiente dello spettacolo che l'aveva stretta, ancora piccola, tra le tenaglie del peccato. Eppure, nessuno poteva immaginare che la "follia" di quella ragazzina, che la spingeva a divorare sempre più vita, fosse in verità il sigillo messo da Gesù sul cuore della sua promessa sposa e che Dio stesso sarebbe stato pronto a tutto pur di portare a termine il suo piano d'Amore su quella vittima da Lui prescelta.<br />LA "TRAPPOLA" DELLA VERGINE MARIA<br />«Un giorno - racconta Clare durante una testimonianza - la mia amica, Sharon Dougherty, mi chiamò e mi disse: "Clare, vuoi andare in Spagna? È tutto pagato". "Un viaggio gratis in Spagna! - pensai - Dieci giorni di festa in Spagna con il sole". "Certo che ci vado!". Io, sinceramente, pensavo che saremmo andate su un'isola turistica come Ibiza. Chi avrebbe potuto immaginare che invece fosse tutta una mossa della Vergine Maria per riportarmi a...]]></itunes:summary><itunes:duration>946</itunes:duration><itunes:keywords>clarecrockett,conversione,fama,gmg,schiaffo,soldi</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/83bc28b444b8f3a78ec4d7d04a097a1a.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La clamorosa conversione di Ratisbonne</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-clamorosa-conversione-di-ratisbonne--64005920</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8056" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8056</a><br /><br />LA CLAMOROSA CONVERSIONE DI RATISBONNE di Roberto de Mattei<br /> <br />Tutti conoscono i santuari mariani di Loreto e Pompei e, a Roma, le grandi basiliche, ma non tutti sanno che nel cuore della città eterna esiste una piccola basilica parrocchiale, Sant'Andrea delle Fratte, conosciuta anche con il nome di Santuario della Madonna del Miracolo. Qui, infatti, il 20 gennaio del 1842 la Madonna apparve all'ebreo Alfonso Ratisbonne e lo convertì istantaneamente. Una lapide posta in uno dei pilastri della cappella dell'apparizione, così ricorda l'avvenimento: "Il 20 gennaio 1842, Alfonso Ratisbonne, venne qui ebreo indurito. La Vergine gli apparve come tu la vedi. Cadde ebreo si rialzò cristiano. Straniero: porta con te questo prezioso ricordo della misericordia di Dio e del potere della SS. Vergine".<br />Alfonso Ratisbonne, nato a Strasburgo nel 1814 da una famiglia di ricchi banchieri ebrei, per migliorare il suo malfermo stato di salute aveva deciso di intraprendere un lungo viaggio che dalla Francia, avrebbe dovuto condurlo a Costantinopoli. Capitò a Roma, per un breve soggiorno il giorno dell'Epifania del 1842. Tra le persone che incontrò fu un amico, che, nel corso di un'animata discussione religiosa, lo sfidò a portare una medaglia con l'effigie dell'Immacolata, come era apparsa quattro anni prima a santa Caterina Labouré a rue du Bac e a recitare il Memorare o piissima Virgo Maria, l'antica preghiera mariana tradizionalmente attribuita a san Bernardo.<br />Ratisbonne, per mostrare la sua superiorità sulle "superstizioni" cattoliche, accettò ridendo la sfida e cinse al collo la medaglietta detta miracolosa. Ma il gruppo di amici cattolici che aveva a Roma pregava per la sua conversione. Un imprevisto aveva intanto costretto Ratisbonne a rinviare la sua partenza da Roma. Si giunse così al 20 gennaio 1842.<br />DA EBREO A SACERDOTE CATTOLICO<br />Ratisbonne, si trovò a passare davanti alla chiesa di Sant'Andrea delle Fratte, situata tra la Fontana di Trevi e piazza di Spagna, quando sentì un impulso ad entrare nella chiesa, dove si preparava il funerale per uno degli amici che pregava per lui, il conte francese de La Feronnays, morto improvvisamente il 17 gennaio: "Se in quell'istante (era mezzogiorno) un terzo interlocutore mi si fosse avvicinato, e mi avesse detto: "Alfonso, fra un quarto d'ora adorerai Gesù Cristo, tuo Dio e tuo Salvatore, sarai prosternato in una povera chiesa, ti batterai il petto dinanzi a un sacerdote, in un convento di Gesuiti dove trascorrerai il carnevale per prepararti al battesimo, pronto ad immolarti per la fede cattolica; e rinuncerai al mondo, alle sue pompe, ai suoi piaceri, alla tua fortuna, alle tue speranze, al tuo avvenire;... e non aspirerai più che a seguire Gesù Cristo e a portare la sua croce fino alla morte!...". Dico che se qualche profeta mi avesse fatto una predizione simile, avrei giudicato solo un uomo più insensato di lui: l'uomo che avesse creduto possibile una simile follia! Eppure, è proprio questa follia che costituisce oggi la mia sapienza e la mia felicità".<br />Fu infatti quello che accadde. "La chiesa di Sant'Andrea - ricorda Ratisbonne - è piccola, povera e deserta. Camminavo, meccanicamente, con lo sguardo in giro, senza soffermarmi su nessun pensiero; mi ricordo soltanto di un cane nero che saltellava e balzava dinanzi a me... Non appena scomparso il cane, la chiesa intera disparve, non vidi più nulla... o piuttosto, Dio mio, vidi una sola cosa! Come potrei parlarne? Oh! no, la parola umana non deve tentare d'esprimere l'inesprimibile; ogni descrizione, per quanto sublime possa essere, non sarebbe che una profanazione dell'ineffabile verità. Ero là, prosternato, bagnato nelle mie lacrime, col cuore fuori di me stesso. Non sapevo dove mi trovavo; non sapevo se ero Alfonso o un altro; sentivo un così totale mutamento, che mi credevo un altro me stesso... La gioia più ardente si sprigionava dal fondo della mia anima; sentivo in me qualcosa di solenne e di sacro che mi fece chiamare un sacerdote... Vi fui condotto, e solo dopo avuto l'ordine positivo ne parlai, per quanto mi era possibile, in ginocchio e col cuore tremante.<br />"Tutto ciò che posso dire è che al momento del fatto la benda mi cadde dagli occhi; non una sola, ma tutta la moltitudine di bende che mi avevano avvolto, scomparvero una dopo l'altra rapidamente, come la neve e il fango e il ghiaccio sotto l'azione di un sole cocente. Uscivo da una tomba, da un abisso di tenebre, ed ero vivo, perfettamente vivo... Ma piangevo! Vedevo nel fondo dell'abisso le miserie estreme dalle quali ero stato strappato da una misericordia infinita; rabbrividivo alla vista di tutte le mie iniquità, ed ero stupito, intenerito, sprofondato in ammirazione e riconoscenza... Oh! quanti discendono tranquillamente in questo abisso con gli occhi chiusi dall'orgoglio o dalla spensieratezza! Vi discendono, s'inabissano vivi nelle orribili tenebre!"<br />"Non posso spiegare questo cambiamento che con l'immagine di un uomo il quale si risvegliasse da un sonno profondo, o con quella di un cieco nato che vedesse la luce tutto d'un colpo; vede, ma non può definire la luce che lo illumina e nella quale contempla gli oggetti della sua ammirazione".<br />LA VERIFICA DEL PAPA<br />Quando la notizia si diffuse a Roma il Papa Gregorio XVI fece svolgere un'accurata inchiesta che confermò il fatto miracoloso. Alfonso Maria Ratisbonne fu battezzato il 31 gennaio 1842 nella chiesa del Gesù, divenne sacerdote e volle dedicare la propria vita all'apostolato tra gli ebrei.<br />A Rue du Bac, a La Salette, a Lourdes, a Fátima, la Madonna scelse anime innocenti per trasmettere i suoi messaggi al mondo. A Roma la Beata Vergine Maria apparve a un peccatore, che sembra rappresentare nella sua persona il mondo moderno, incredulo e ostinato nei suoi errori. La conversione di Ratisbonne fu perfetta e istantanea come quella di san Paolo, ma la Madonna volle che fosse accompagnata da piccoli gesti: l'accettazione della Medaglia miracolosa, la recita del Memorare, le preghiere insistenti degli amici.<br />Nulla è impossibile alla Madonna, regale dispensatrice di grazie, quando essa è invocata da cuori ardenti e devoti. Preghiamo dunque la Regina del Cielo e della terra, affinché voglia manifestare ancora la sua potenza e la sua misericordia. Allo stesso modo in cui convertì l'ebreo Ratisbonne e regnò nel suo cuore, conceda ai nostri giorni la conversione del mondo, il trionfo del Cuore immacolato, l'instaurazione del Regno di Maria sulle anime e sulla società.<br /><br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/64005920</guid><pubDate>Wed, 29 Jan 2025 18:13:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/64005920/la_clamorosa_conversione_di_ratisbonne.mp3" length="8630065" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8056

LA CLAMOROSA CONVERSIONE DI RATISBONNE di Roberto de Mattei
 
Tutti conoscono i santuari mariani di Loreto e Pompei e, a Roma, le grandi basiliche, ma non tutti sanno che nel...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8056" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8056</a><br /><br />LA CLAMOROSA CONVERSIONE DI RATISBONNE di Roberto de Mattei<br /> <br />Tutti conoscono i santuari mariani di Loreto e Pompei e, a Roma, le grandi basiliche, ma non tutti sanno che nel cuore della città eterna esiste una piccola basilica parrocchiale, Sant'Andrea delle Fratte, conosciuta anche con il nome di Santuario della Madonna del Miracolo. Qui, infatti, il 20 gennaio del 1842 la Madonna apparve all'ebreo Alfonso Ratisbonne e lo convertì istantaneamente. Una lapide posta in uno dei pilastri della cappella dell'apparizione, così ricorda l'avvenimento: "Il 20 gennaio 1842, Alfonso Ratisbonne, venne qui ebreo indurito. La Vergine gli apparve come tu la vedi. Cadde ebreo si rialzò cristiano. Straniero: porta con te questo prezioso ricordo della misericordia di Dio e del potere della SS. Vergine".<br />Alfonso Ratisbonne, nato a Strasburgo nel 1814 da una famiglia di ricchi banchieri ebrei, per migliorare il suo malfermo stato di salute aveva deciso di intraprendere un lungo viaggio che dalla Francia, avrebbe dovuto condurlo a Costantinopoli. Capitò a Roma, per un breve soggiorno il giorno dell'Epifania del 1842. Tra le persone che incontrò fu un amico, che, nel corso di un'animata discussione religiosa, lo sfidò a portare una medaglia con l'effigie dell'Immacolata, come era apparsa quattro anni prima a santa Caterina Labouré a rue du Bac e a recitare il Memorare o piissima Virgo Maria, l'antica preghiera mariana tradizionalmente attribuita a san Bernardo.<br />Ratisbonne, per mostrare la sua superiorità sulle "superstizioni" cattoliche, accettò ridendo la sfida e cinse al collo la medaglietta detta miracolosa. Ma il gruppo di amici cattolici che aveva a Roma pregava per la sua conversione. Un imprevisto aveva intanto costretto Ratisbonne a rinviare la sua partenza da Roma. Si giunse così al 20 gennaio 1842.<br />DA EBREO A SACERDOTE CATTOLICO<br />Ratisbonne, si trovò a passare davanti alla chiesa di Sant'Andrea delle Fratte, situata tra la Fontana di Trevi e piazza di Spagna, quando sentì un impulso ad entrare nella chiesa, dove si preparava il funerale per uno degli amici che pregava per lui, il conte francese de La Feronnays, morto improvvisamente il 17 gennaio: "Se in quell'istante (era mezzogiorno) un terzo interlocutore mi si fosse avvicinato, e mi avesse detto: "Alfonso, fra un quarto d'ora adorerai Gesù Cristo, tuo Dio e tuo Salvatore, sarai prosternato in una povera chiesa, ti batterai il petto dinanzi a un sacerdote, in un convento di Gesuiti dove trascorrerai il carnevale per prepararti al battesimo, pronto ad immolarti per la fede cattolica; e rinuncerai al mondo, alle sue pompe, ai suoi piaceri, alla tua fortuna, alle tue speranze, al tuo avvenire;... e non aspirerai più che a seguire Gesù Cristo e a portare la sua croce fino alla morte!...". Dico che se qualche profeta mi avesse fatto una predizione simile, avrei giudicato solo un uomo più insensato di lui: l'uomo che avesse creduto possibile una simile follia! Eppure, è proprio questa follia che costituisce oggi la mia sapienza e la mia felicità".<br />Fu infatti quello che accadde. "La chiesa di Sant'Andrea - ricorda Ratisbonne - è piccola, povera e deserta. Camminavo, meccanicamente, con lo sguardo in giro, senza soffermarmi su nessun pensiero; mi ricordo soltanto di un cane nero che saltellava e balzava dinanzi a me... Non appena scomparso il cane, la chiesa intera disparve, non vidi più nulla... o piuttosto, Dio mio, vidi una sola cosa! Come potrei parlarne? Oh! no, la parola umana non deve tentare d'esprimere l'inesprimibile; ogni descrizione, per quanto sublime possa essere, non sarebbe che una profanazione dell'ineffabile verità. Ero là, prosternato, bagnato nelle mie lacrime, col cuore fuori di me stesso. 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Perché un cognome così lungo? Perché sono due: gli spagnoli dei tempi cattolicissimi aggiungevano anche quello della madre, dimostrando alle femministe odierne di essere molto più "avanzati" di loro.<br />Diciamo subito che si tratta di uno di quei bambini malatissimi che, inspiegabilmente (a viste umane), sono tutti per Gesù. E morendo non lasciano i genitori nello strazio, come la gioia serena della madre di Carlo Acutis dimostra. Se Dio ragionasse come noi, il Cielo sarebbe pieno di soli centenari. Eppure, anche i pagani sapevano che chi muore giovane è caro agli dei. E veniamo a noi. María del Carmen, così chiamata perché alla nascita consacrata alla Madonna del Carmelo, era madrilena e figlia di nobili. Era la seconda di cinque e nacque nel 1930.<br />Dati i brutti tempi che correvano (e che di li a poco avrebbero portato alla guerra civile) si pensò di cresimarla alla svelta, cosa che fu effettuata quando lei aveva solo due anni per mano personale del nunzio apostolico Todeschini, che aveva consuetudine col cattolicissimo capofamiglia don Julio González Valerio. L'inferno scatenato dagli anarco -comunisti del Fronte popolare in quegli anni è cosa nota ai lettori del Timone (omicidi di preti, incendi di chiese, distruzione di opere d'arte religiose...), cosi saltiamo direttamente al 1936, quando la Spagna si divise in due parti, l'una contro l'altra armate. I miliziani rojos non persero tempo e scelsero proprio il giorno dell'Assunta per arrestare don Julio, che aveva il grado di capitano d'artiglieria. La colpa? Niente, semplice pulizia etnica, anzi religiosa: non era dei loro, quindi era contro di loro (diabolus simia Dei, il diavolo è la scimmia di Dio). Il carcere in cui lo rinchiusero dava sulla strada della sua casa, e la bimba poteva vedere sgomenta suo padre dietro a una finestra con le sbarre. Fino al giorno in cui non lo vide più. Alla moglie, che ne chiedeva notizie, fu risposto di andare a cercare all'obitorio.<br />MISTERI DIVINI<br />Maricarmen (così in famiglia), sebbene avesse solo sei anni sapeva che il responsabile ultimo dell'assassinio di suo padre era il premier repubblicano<br />Manuel Azaña Díaz. Ma, beata innocenza, chiedeva a sua madre se l'anima di costui si sarebbe salvata (!). La madre, trattenendo le lacrime, le rispondeva che ci volevano molti fioretti. Intanto, sistemava i figli presso vari parenti e lei si rifugiava nell'ambasciata belga. Maricarmen fu messa in un collegio di suore irlandesi (tra le poche che i rivoluzionari lasciarono in pace, non volendo complicazioni internazionali). Ed era l'unica alunna a frequentare la Messa delle suore al mattino presto.<br />Pare che durante la Settimana Santa, il Giovedì per l'esattezza, abbia offerto la sua vita a Dio in cambio dell'anima di chi l'aveva resa orfana. Qui non mi si chieda di avanzare spiegazioni, sarebbero un'arrampicata sugli specchi tanto inutile quanto fuorviante. Si tratta di mistica, della quale dichiariamo di nulla sapere e capire. Certo, sul retro di qualche santino si trova sempre il volo pindarico clericale che "spiega" l'inspiegabile. E l'inspiegabile è questo: come può venire in mente a una bambinetta di fare una cosa del genere e, per giunta, perseverarvi? Misteri divini. Sì, perché o così, o niente.<br />Solo Dio può inculcare un desiderio siffatto, che implica una certezza adamantina nella realtà della vita eterna. Puoi stringere i denti e sopportare, sì, ma quando sai che la sofferenza è a termine. Come l'evangelica donna che partorisce e alla vista del neonato dimentica di aver patito da urlare.<br />SAPEVA DI DOVER MORIRE<br />L'offerta di Maricarmen fu evidentemente accettata, infatti si prese la scarlattina. Era il 1939 e mancavano pochi mesi alla vittoria dei nazionalisti, che lei di fatto non vide mai. La scarlattina fece presto a degenerare in chissà che cosa: le si formò una specie di tumore all'orecchio, che si riempì di pus.<br />Gli antibiotici ancora non esistevano, i medici non si raccapezzavano, cercavano di curala con certe flebo che però non bastavano mai. Prima tre volte al giorno, ed era roba dolorosa quando entrava in circolo. Arrivarono a venti al giorno. E ogni volta che l'ago le entrava nel braccio quella obbligava i presenti a dire un Pater noster con lei. Dopo otto giorni gettarono la spugna e la rimandarono a casa. La casa, però, era quella della zia Sofia, sorella della madre, la quale stava ancora, per sicurezza, nell'ambasciata belga. Qui gli agi di famiglia le permisero l'assistenza di due infermiere, ma era sempre peggio. Si ridusse a un'unica piaga in tutto il corpo. La madre la invitava a chiedere a Gesù la guarigione e lei diceva di star pregando perché si facesse la di Lui volontà. Sapeva di dover morire e, anzi, disse che le sarebbe piaciuto andarsene il giorno della Madonna del Carmine. Solo che, saputo che proprio allora si sarebbe sposata sua zia, posticipò. Infatti, come da lei predetto, morì il 17 luglio 1939, alle quindici, l'ora di Cristo. Lo stesso giorno, quattro anni prima, era scoppiata la guerra civile.<br />IL PRIMO MIRACOLO<br />Azaña? Morì l'anno dopo, in esilio a Montauban, in Francia. Il vescovo di Tolosa, monsignor Theas, gli impartì gli ultimi sacramenti e testimoniò che il presidente della Seconda repubblica spagnola era morto da buon cristiano. Grazie a una bambina di nove anni che si era sacrificata per lui. Anche santa Teresina di Lisieux, prima di entrare nel Carmelo a quindici anni (con dispensa speciale), aveva pregato per un famoso delinquente senzadio che, tra le bestemmie, stava offrendo il collo alla ghigliottina.<br />E quello, un attimo prima, si era voltato verso il crocifisso che il cappellano gli tendeva e lo aveva baciato. Ma, con tutto il rispetto, santa Teresina non aveva offerto in cambio la sua vita (lo farà dopo, per i missionari), né quello le aveva ucciso il padre. La conversione di Azaña in articulo mortis fu solo il primo dei miracoli di Maricarmen, la cui efficace intercessione ha costretto i responsabili delle cliniche abortive di Madrid a chiedere l'intervento della polizia per il vistoso calo di affari.<br />Il sito armatabianca.org registra diversi miracoli della piccola madrilena, andate a vedere. Giovanni Paolo II l'ha dichiara Venerabile. Per il momento.<br />Nella sua borsetta da bimba c'era un'agendina di pelle rossa. Dentro frasi del tipo: «29 agosto. Oggi hanno ucciso mio padre», «Viva España, Viva Cristo Rey!», «6 aprile 1939. Mi sono offerta nella parrocchia del Buon Pastore». Faceva collezione di santini e giocava insegnando alle sue bambole a farsi il segno della croce. Sapeva a memoria il Rosario in latino e perfino le sterminate Litanie lauretane. Mari, prega per la nostra conversione.<br /><br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63698152</guid><pubDate>Wed, 15 Jan 2025 10:15:06 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63698152/offre_la_vita_per_salvare_l_anima_dell_assassino_di_suo_padre.mp3" length="8368004" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8045

OFFRE LA VITA PER SALVARE L'ANIMA DELL'ASSASSINO DI SUO PADRE di Rino Cammilleri
 
Si chiamava Maria del Carmen Gonzàlez Valerio y Sàenz de Heredia. Perché un cognome così lungo?...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8045" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8045</a><br /><br />OFFRE LA VITA PER SALVARE L'ANIMA DELL'ASSASSINO DI SUO PADRE di Rino Cammilleri<br /> <br />Si chiamava Maria del Carmen Gonzàlez Valerio y Sàenz de Heredia. Perché un cognome così lungo? Perché sono due: gli spagnoli dei tempi cattolicissimi aggiungevano anche quello della madre, dimostrando alle femministe odierne di essere molto più "avanzati" di loro.<br />Diciamo subito che si tratta di uno di quei bambini malatissimi che, inspiegabilmente (a viste umane), sono tutti per Gesù. E morendo non lasciano i genitori nello strazio, come la gioia serena della madre di Carlo Acutis dimostra. Se Dio ragionasse come noi, il Cielo sarebbe pieno di soli centenari. Eppure, anche i pagani sapevano che chi muore giovane è caro agli dei. E veniamo a noi. María del Carmen, così chiamata perché alla nascita consacrata alla Madonna del Carmelo, era madrilena e figlia di nobili. Era la seconda di cinque e nacque nel 1930.<br />Dati i brutti tempi che correvano (e che di li a poco avrebbero portato alla guerra civile) si pensò di cresimarla alla svelta, cosa che fu effettuata quando lei aveva solo due anni per mano personale del nunzio apostolico Todeschini, che aveva consuetudine col cattolicissimo capofamiglia don Julio González Valerio. L'inferno scatenato dagli anarco -comunisti del Fronte popolare in quegli anni è cosa nota ai lettori del Timone (omicidi di preti, incendi di chiese, distruzione di opere d'arte religiose...), cosi saltiamo direttamente al 1936, quando la Spagna si divise in due parti, l'una contro l'altra armate. I miliziani rojos non persero tempo e scelsero proprio il giorno dell'Assunta per arrestare don Julio, che aveva il grado di capitano d'artiglieria. La colpa? Niente, semplice pulizia etnica, anzi religiosa: non era dei loro, quindi era contro di loro (diabolus simia Dei, il diavolo è la scimmia di Dio). Il carcere in cui lo rinchiusero dava sulla strada della sua casa, e la bimba poteva vedere sgomenta suo padre dietro a una finestra con le sbarre. Fino al giorno in cui non lo vide più. Alla moglie, che ne chiedeva notizie, fu risposto di andare a cercare all'obitorio.<br />MISTERI DIVINI<br />Maricarmen (così in famiglia), sebbene avesse solo sei anni sapeva che il responsabile ultimo dell'assassinio di suo padre era il premier repubblicano<br />Manuel Azaña Díaz. Ma, beata innocenza, chiedeva a sua madre se l'anima di costui si sarebbe salvata (!). La madre, trattenendo le lacrime, le rispondeva che ci volevano molti fioretti. Intanto, sistemava i figli presso vari parenti e lei si rifugiava nell'ambasciata belga. Maricarmen fu messa in un collegio di suore irlandesi (tra le poche che i rivoluzionari lasciarono in pace, non volendo complicazioni internazionali). Ed era l'unica alunna a frequentare la Messa delle suore al mattino presto.<br />Pare che durante la Settimana Santa, il Giovedì per l'esattezza, abbia offerto la sua vita a Dio in cambio dell'anima di chi l'aveva resa orfana. Qui non mi si chieda di avanzare spiegazioni, sarebbero un'arrampicata sugli specchi tanto inutile quanto fuorviante. Si tratta di mistica, della quale dichiariamo di nulla sapere e capire. Certo, sul retro di qualche santino si trova sempre il volo pindarico clericale che "spiega" l'inspiegabile. E l'inspiegabile è questo: come può venire in mente a una bambinetta di fare una cosa del genere e, per giunta, perseverarvi? Misteri divini. Sì, perché o così, o niente.<br />Solo Dio può inculcare un desiderio siffatto, che implica una certezza adamantina nella realtà della vita eterna. Puoi stringere i denti e sopportare, sì, ma quando sai che la sofferenza è a termine. 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Pochi giorni fa, il 18 dicembre, le sedici martiri Carmelitane scalze, beatificate da san Pio X il 27 maggio 1906, sono state canonizzate da papa Francesco per equipollenza.<br />Lo scrittore francese Georges Bernanos (1888-1948), nella sua celebre opera letteraria Dialogues des carmélites, che può considerarsi il suo testamento, scrive: «nelle cose di questo mondo, lo sapete, quando è perduta ogni speranza di conciliazione, la forza è l’estrema risorsa. Ma la nostra saggezza non è di questo mondo. Nelle cose di Dio l’estrema risorsa è il sacrificio delle anime consacrate» (Quadro terzo, scana XII).<br />Le pagine dei Dialoghi delle Carmelitane, che invitiamo a leggere quale strenna spirituale natalizia di questo anno che volge al termine, che è stato infuocato dalla cruenta violenza nelle case e strade italiane (anche per mano di minorenni), dal terrorismo e dalle guerre a livello internazionale, sono le più affini al Diario di un curato di campagna econ La gioia formano una trilogia ideale, nella quale il motivo conduttore è il capovolgimento dei valori operato dalla Grazia divina. Nel Diario si insiste sul capovolgimento tra povertà e ricchezza, tra ingenuità fanciullesca e prudenza adulta; nei Dialoghi, come pure nelle pagine de La gioia, il capovolgimento è osservato sotto il focus del binomio forza-debolezza.<br />UCCISE IN ODIO ALLA FEDE<br />Attraverso la Grazia la debolezza umana diventa forza irresistibile nelle mani di Dio. D’altra parte, san Paolo ci rivela che il Signore gli ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12, 9), pertanto «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12, 10). È esattamente ciò che hanno sperimentato e vissuto Madre Thérèse de Saint Augustin (Marie-Madeleine-Claudine Lidoine, 41 anni), nata il 22 settembre 1752 a Parigi, e le sue 15 compagne dell’Ordine delle Carmelitane scalze di Compiègne, uccise in odio alla fede.<br />Il 15 dicembre 1789 l’Assemblea Nazionale vietò a tutti gli ordini religiosi di pronunciare nuovi voti e molti religiosi e religiose vennero dispersi, ciò avvenne anche alle sante Carmelitane di Compiègne, piccolo borgo a nord est di Parigi, alle quali venne ordinato nel 1792 di allontanarsi dal loro monastero e di togliere gli abiti religiosi. Tuttavia, le monache vollero mantenere il loro proponimento di «vivere e morire da Carmelitane» e per questa ragione, nonostante il ferreo divieto, continuarono a pregare di nascosto e in comune, quotidianamente, divise in piccoli gruppi e accolte da alcune famiglie di Compiègne vicino alla chiesa di Saint-Antoine.<br />Nel settembre 1792, quando la Madre priora, Thérèse de Saint Augustin, sentì che nelle sue figlie cresceva il desiderio di martirio, propose loro di compiere un atto di consacrazione con il quale «la comunità si offrisse in olocausto per placare l’ira di Dio e che questa pace divina, che il suo caro Figlio era venuto a portare al mondo, potesse essere restituita alla Chiesa e allo Stato». Si organizzarono in modo tale da continuare la loro vita come all’interno del convento, entrando e uscendo dalla chiesa furtivamente. Ogni giorno pronunciavano il loro voto di totale consacrazione alla volontà di Dio, pregando perché si arrivasse alla fine delle violenze e al ritorno della pace per la Chiesa e la Francia.<br />LA DECRISTIANIZZAZIONE DELLA FRANCIA<br />Nell’autunno 1793, come parte della decristianizzazione, la pratica del culto cattolico divenne sempre più perseguitato a Compiègne come in tutto il resto della nazione, precipitata sotto il Regime del Terrore. Oggigiorno si grida giustamente all’orrore per le azioni terroristiche, senza però mai puntare il dito contro il governo del Terrore della Francia rivoluzionaria, che fece scorrere fiumi di sangue (nel nefando spettacolo di inaugurazione delle Olimpiadi 2024, Maria Antonietta decapitata, affacciata e replicata alle finestre della Conciergerie, dove fu imprigionata, teneva fra le mani la propria testa e il rosso sangue dominava, fino a fuoriuscire dal Palazzo e gettarsi nella Senna), realizzando persino il primo genocidio dell’era moderna, quello in Vandea.<br />Il 10 giugno 1794 fu emanata una nuova legge repressiva, che eliminò diverse garanzie agli imputati (tra cui quelle di citare testimoni per la difesa o di nominare un difensore d’ufficio), negando la possibilità di emettere qualsiasi verdetto diverso dalla condanna a morte o dall’assoluzione. Dal 10 giugno 1794 al 28 luglio dello stesso anno ci furono tanti condannati a morte quanti nei quattordici mesi precedenti. Pierre-Gaspard Chaumette (1763-1794), tra i fautori del Regime del Terrore, uno dei maggiori organizzatori a Parigi del culto della Ragione e che sarà pure lui decapitato, definì la ghigliottina «un vulcano di lava che divora i nostri nemici».<br />Tra il 22 e il 23 giugno 1794 le Carmelitane scalze furono individuate e incarcerate nel loro ex monastero «per aver tenuto conciliaboli antirivoluzionari, mantenuto corrispondenze fanatiche e conservato scritti liberticidi». Durante le perquisizioni vennero trovate alcune lettere che contenevano critiche alla Rivoluzione in corso e ciò fu sufficiente per accusarle di complottismo, ma allo stesso tempo anche di fanatismo religioso, considerato un crimine per la società.<br />Il 12 luglio 1794, tutte quante decisero eroicamente di indossare il loro abito religioso e furono trasferite da Compiègne al Palais de la Cité di Parigi. Così, le sante monache si ritrovarono finalmente tutte insieme, potendo riprendere le ore di preghiera comunitaria. Alcuni detenuti hanno testimoniato che il giorno prima del loro martirio, il 16 luglio, celebrarono la festa liturgica di Nostra Signora del Monte Carmelo, con grande letizia.<br />Quando vennero condotte davanti al Tribunale rivoluzionario, la Madre superiora tentò vanamente di addossarsi tutte le colpe. A questo punto, le imputate furono condannate a morte e immediatamente fatte salire su di un carro, in direzione del patibolo. Accusate di «fanatismo e sediziosità», le Carmelitane furono giustiziate, come detto, il giorno 17 e per le martiri fu un giorno di festa nuziale.<br />IL MARTIRIO GLORIOSO DELLE MONACHE<br />Il corteo delle spose di Cristo venne guidato da Madre Thérèse de Saint-Augustin e lungo tutto percorso, che le conduceva al luogo dell’esecuzione, cantarono inni sacri, come il Miserere e il Salve Regina. Con i loro mantelli candidi, scesero dai carretti e, in ginocchio, intonarono il Te Deum e il l’inno liturgico gregoriano Veni Creator Spiritus; quest’ultimo, oltre che a Pentecoste, viene cantato anche in particolari momenti solenni, come durante la Santa Messa del primo giorno dell’anno, oppure durante il rito di canonizzazione o di ordinazione episcopale, in occasione di concili e sinodi, e intonato nella Cappella Sistina dai cardinali prima del conclave.<br />La più giovane, suor Constance de Jésus, era novizia e fece la genuflessione di fronte alla Madre superiora per domandarle il permesso di morire, poi, salendo gli scalini della ghigliottina, intonò il Laudate Dominum (il salmo 116). Una per una, sempre cantando, vennero ghigliottinate le altre consorelle fino ad arrivare alla penultima, suor Marie Henriette de la Providence, l’infermiera, e all’ultima, Madre Thérèse de Saint-Augustin.<br />Gli ammutoliti spettatori di quella orribile scena rimasero sbigottiti nel vedere il giubilo delle Carmelitane scalze nel dirigersi verso il boia e la ghigliottina, come se fossero andate alle loro nozze.<br />I corpi delle martiri furono gettati nella notte in una delle due fosse comuni del cimitero di Picpus. Undici giorni dopo, con un colpo di Stato parlamentare del 9 termidoro, anno II, ebbe termine il Regime del Terrore. Suor Marie dell’Incarnation, che aveva vissuto nel monastero di Compiègne, raccontò il martirio delle sue consorelle ne La Relation du Martyre des Seize Carmélites de Compiègne.<br />A suor Bianca de La Force, monaca scaturita dalla fantasia letteraria, per la quale la passione, pur con diversi gradi di consapevolezza, è itinerario di ogni anima veramente cristiana, Bernanos fa pronunciare le seguenti parole: «la preghiera è un dovere, il martirio una ricompensa. […] Non si muore mai ciascuno per sé, ma gli uni per gli altri, ed anche gli uni al posto degli altri», come insegnò il Sommo Sacrificio di Gesù Cristo, nato Bambino a Betlemme in un nido di paglia.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63615193</guid><pubDate>Wed, 08 Jan 2025 17:25:01 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63615193/canonizzate_le_martiri_di_compiegne.mp3" length="10556857" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8041

CANONIZZATE LE MARTIRI DI COMPIEGNE UCCISE DALLA RIVOLUZIONE FRANCESE di Cristina Siccardi
 
Era verso la fine del 1600 quando la carmelitana suor Elisabeth-Baptiste del...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8041" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8041</a><br /><br />CANONIZZATE LE MARTIRI DI COMPIEGNE UCCISE DALLA RIVOLUZIONE FRANCESE di Cristina Siccardi<br /> <br />Era verso la fine del 1600 quando la carmelitana suor Elisabeth-Baptiste del monastero di Compiègne, circa un secolo prima della Rivoluzione francese,  vide in sogno alcune monache del suo convento nella gloria del Cielo, vestite con manti bianchi e ciascuna con una palma in mano: si trattava della premonizione del martirio che avrebbero subito alcune sue future consorelle, ghigliottinate il 17 luglio del 1794 sulla piazza del Trono-Rovesciato, antica piazza del Trono, così rinominata nel 1792 e oggi place de la Nation. Pochi giorni fa, il 18 dicembre, le sedici martiri Carmelitane scalze, beatificate da san Pio X il 27 maggio 1906, sono state canonizzate da papa Francesco per equipollenza.<br />Lo scrittore francese Georges Bernanos (1888-1948), nella sua celebre opera letteraria Dialogues des carmélites, che può considerarsi il suo testamento, scrive: «nelle cose di questo mondo, lo sapete, quando è perduta ogni speranza di conciliazione, la forza è l’estrema risorsa. Ma la nostra saggezza non è di questo mondo. Nelle cose di Dio l’estrema risorsa è il sacrificio delle anime consacrate» (Quadro terzo, scana XII).<br />Le pagine dei Dialoghi delle Carmelitane, che invitiamo a leggere quale strenna spirituale natalizia di questo anno che volge al termine, che è stato infuocato dalla cruenta violenza nelle case e strade italiane (anche per mano di minorenni), dal terrorismo e dalle guerre a livello internazionale, sono le più affini al Diario di un curato di campagna econ La gioia formano una trilogia ideale, nella quale il motivo conduttore è il capovolgimento dei valori operato dalla Grazia divina. Nel Diario si insiste sul capovolgimento tra povertà e ricchezza, tra ingenuità fanciullesca e prudenza adulta; nei Dialoghi, come pure nelle pagine de La gioia, il capovolgimento è osservato sotto il focus del binomio forza-debolezza.<br />UCCISE IN ODIO ALLA FEDE<br />Attraverso la Grazia la debolezza umana diventa forza irresistibile nelle mani di Dio. D’altra parte, san Paolo ci rivela che il Signore gli ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12, 9), pertanto «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12, 10). È esattamente ciò che hanno sperimentato e vissuto Madre Thérèse de Saint Augustin (Marie-Madeleine-Claudine Lidoine, 41 anni), nata il 22 settembre 1752 a Parigi, e le sue 15 compagne dell’Ordine delle Carmelitane scalze di Compiègne, uccise in odio alla fede.<br />Il 15 dicembre 1789 l’Assemblea Nazionale vietò a tutti gli ordini religiosi di pronunciare nuovi voti e molti religiosi e religiose vennero dispersi, ciò avvenne anche alle sante Carmelitane di Compiègne, piccolo borgo a nord est di Parigi, alle quali venne ordinato nel 1792 di allontanarsi dal loro monastero e di togliere gli abiti religiosi. Tuttavia, le monache vollero mantenere il loro proponimento di «vivere e morire da Carmelitane» e per questa ragione, nonostante il ferreo divieto, continuarono a pregare di nascosto e in comune, quotidianamente, divise in piccoli gruppi e accolte da alcune famiglie di Compiègne vicino alla chiesa di Saint-Antoine.<br />Nel settembre 1792, quando la Madre priora, Thérèse de Saint Augustin, sentì che nelle sue figlie cresceva il desiderio di martirio, propose loro di compiere un atto di consacrazione con il quale «la comunità si offrisse in olocausto per placare l’ira di Dio e che questa pace divina, che il suo caro Figlio era venuto...]]></itunes:summary><itunes:duration>660</itunes:duration><itunes:keywords>canonizzazione,carmelitane,martiridicompiegne,rivoluzionefrancese,terrore</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/218424504959a2e5e3eb6c6738a46cb1.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La suora in purgatorio che ha lasciato la sua impronta</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-suora-in-purgatorio-che-ha-lasciato-la-sua-impronta--63259235</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8006" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8006</a><br /><br />LA SUORA IN PURGATORIO CHE HA LASCIATO LA SUA IMPRONTA di Rino Cammilleri<br /> <br />L'attivissimo don Marcello Stanzione qualche anno fa su Aleteia.org portò alla luce un caso singolare riguardante una mano impressa soprannaturalmente a fuoco su una porta, fatto appurato da un'inchiesta vescovile e ancora visibile nel convento delle terziarie francescane di Foligno.<br />La protagonista era una suora corsa, Maria Gesta, nata a Bastia nel 1797 e figlia di Domenico, un facoltoso commerciante. Già da bambina ebbe problemi: una spina di pesce che le si era conficcata nell'unghia quasi la invalidò (la ferita ci mise anni a guarire), costringendola a usare per sempre l'altra mano, la sinistra. Giunta all'età giusta il padre la fidanzò a un bravo giovine, cosa che lei accettò per obbedienza pur se già si sentiva attratta dal chiostro. Ma a un passo dalle nozze sopravvenne un male inguaribile che la ridusse in fin di vita. Tumore, dissero i medici. Sul petto. Però la medicina dell'epoca non brillava né per diagnosi che per rimedi, tanto che si pensò seriamente a un trapianto di pelle dopo l'asportazione. Per fortuna non ce ne fu bisogno: non erano riusciti ad aver ragione di una semplice lisca di pesce, figurarsi che cosa avrebbero combinato con quel tumore esterno. Chi fa da sé fa per tre, e Maria si rivolse direttamente in alto.<br />Una notte che il male non la faceva dormire fece voto alla Vergine: se fosse guarita si sarebbe consacrata in religione. L'indomani si svegliò completamente sana e subito mantenne. Due nobili umbri: Filippo e Stefano Bernabò, esiliati in Corsica per non avere voluto giurare fedeltà a Napoleone, le trovarono il posto: il convento delle terziarie francescane di Sant'Anna a Foligno. Così, nel 1825 la Nostra divenne suor Teresa Margherita e subito prese il nuovo ruolo con la massima serietà.<br />Espletava tutti i servizi più umili sempre col sorriso sulle labbra. Per sé sceglieva panni vecchi e rattoppati, vestendo di quel che le altre scartavano. Del suo corredo donò tutto alle consorelle, tenendo per sé lo strettissimo essenziale e prediligendo sempre le tele più ruvide e navigate. La sua cella rasentava lo squallido: dormiva su un saccone di paglia e non usava praticamente mobilio. Una così zelante non poteva non essere scelta per le varie cariche dopo aver espletato tutte le mansioni.<br />Gli ultimi tre anni, dei trentatré trascorsi in convento, la videro addirittura come badessa. E fu in tale veste che morì. Il 4 novembre 1859, dopo la refezione a mensa, mentre scriveva una lettera al fratello fu colpita da apoplessia e stramazzò sul pavimento. La soccorsero quando si insospettirono per la sua assenza agli atti comuni. Cioè, troppo tardi. Morì la notte stessa e fu sepolta nel cimitero del convento. Ma è adesso che comincia il bello.<br />LA VOCE DELLA MORTA<br />Dopo tre giorni dalla morte, alcune suore dissero di aver sentito come dei lamenti provenire dalla cella della defunta. Lì per lì si pensò a fantasie di donne impressionabili. Ma suor Anna Felice Meneghini da Montefalco, che era una tosta, udì proprio la voce della morta, che conosceva bene avendola avuta come compagna in diversi incarichi. Proveniva dalla stanza dei guardaroba. E lei e suor Teresa Margherita, erano state insieme come guardarobiere per anni. Vi si diresse, frugò dovunque, aprì tutti gli armadi. Niente. D'un tratto la stanza si riempì di fumo e la voce si palesò ancora, lamentandosi. La suora, fattasi forza, chiese il perché di quei lamenti. La voce rispose che era per via della povertà se si trovava in Purgatorio. Quell'altra trasecolò: la defunta aveva vissuto quasi da misera, di cosa era incolpata? La voce chiarì che, sì, lei aveva amato la povertà ma, da badessa, non aveva vigilato affinché anche le altre la osservassero a puntino. Poi aggiunse che non l'avrebbe sentita mai più ma le avrebbe lasciato una prova della sua presenza. Ci fu come un gran colpo sulla porta e suor Anna Felice vide la sagoma della defunta uscire dalla stanza. Subito il fumo scomparse e accorse tutto il convento.<br />Suor Maria Angelina Torelli e suor Maria Vittoria Vicchi dovettero sorreggere Suor Anna Felice, che era mezza tramortita. Tutte le suore avevano sentito la botta. Videro con sgomento che sulla porta si era formata l'impronta di una mano, come se fosse stata impressa a fuoco. Andarono a chiamare la badessa e anche lei costatò il segno. Intanto l'ora si era fatta tarda e, non sapendo che pesci prendere, la badessa comandò a tutte di andare a dormire. L'indomani si sarebbe visto che cosa fare.<br />NULLA È IMPOSSIBILE DIO<br />La più spaventata di tutte era colei che aveva assistito ai fenomeni, suor Anna Felice. Questa nella sua cella, prima di coricarsi si inginocchiò per recitare sette salmi espiatori per l'anima della consorella defunta. La notte stessa sognò suor Teresa Margherita tutta gioiosa. La quale la ringraziò per le preghiere che aveva recitato e che le avevano ridotto la pena in Purgatorio: doveva starci ancora un po’ per via della eccessiva indulgenza nei confronti delle suore al tempo della sua direzione, ma con qualche altra preghiera sarebbe stata finalmente ammessa alla visione beatifica. Qualche settimana dopo, suor Anna Felice, di notte mentre era a letto e recitava il Miserere, sentì la solita voce che la chiamava.<br />Si rizzò a sedere e di colpo un globo di luce comparve nella sua cella illuminandola a giorno. La voce le disse che il venerdì seguente sarebbe finalmente uscita dal purgatorio, la ringraziò e si congedò per sempre perché mai più l'avrebbe sentita. La notizia di questi fatti non tardò a valicare le mura del convento e a interessare tutta la città. Il vescovo volle vederci chiaro e, sentita la badessa, ordinò un'inchiesta. Dopo i minuziosi accertamenti e gli interrogatori si procedette alla riesumazione del corpo della defunta. Fu divelta la porta con l'impronta e fu portata accosto alla bara: la mano della morta coincideva perfettamente con quella impressa nel legno. E non ci fu altro da aggiungere.<br />Alcune notazioni. La morta a Suor Anna Felici aveva detto di essere stata condannata a quarant'anni di Purgatorio, poi ridotti a quindici grazie alle preghiere di intercessione. Ma c'è il tempo in Purgatorio? Ci sono gli anni? O è una metafora dell'anima purgante per farsi intendere?<br />Altra cosa: una suora zelantissima c'era finita non per mancanze sue, ma per non aver vigilato con la necessita severità sullo zelo altrui, di cui era responsabile. In effetti, dice il Vangelo che "a chi molto è stato affidato, molto verrà chiesto". Vien da dire, come gli Apostoli: "ma allora chi potrà salvarsi?". Gesù rispose che ciò era impossibile agli uomini ma non a Dio. Ed è questa la nostra speranza. Mah, e poi dicono che l'inferno è vuoto...<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/63259235</guid><pubDate>Tue, 10 Dec 2024 22:38:45 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/63259235/la_suora_in_purgatorio_che_ha_lasciato_la_sua_impronta.mp3" length="7510352" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8006

LA SUORA IN PURGATORIO CHE HA LASCIATO LA SUA IMPRONTA di Rino Cammilleri
 
L'attivissimo don Marcello Stanzione qualche anno fa su Aleteia.org portò alla luce un caso singolare...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8006" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8006</a><br /><br />LA SUORA IN PURGATORIO CHE HA LASCIATO LA SUA IMPRONTA di Rino Cammilleri<br /> <br />L'attivissimo don Marcello Stanzione qualche anno fa su Aleteia.org portò alla luce un caso singolare riguardante una mano impressa soprannaturalmente a fuoco su una porta, fatto appurato da un'inchiesta vescovile e ancora visibile nel convento delle terziarie francescane di Foligno.<br />La protagonista era una suora corsa, Maria Gesta, nata a Bastia nel 1797 e figlia di Domenico, un facoltoso commerciante. Già da bambina ebbe problemi: una spina di pesce che le si era conficcata nell'unghia quasi la invalidò (la ferita ci mise anni a guarire), costringendola a usare per sempre l'altra mano, la sinistra. Giunta all'età giusta il padre la fidanzò a un bravo giovine, cosa che lei accettò per obbedienza pur se già si sentiva attratta dal chiostro. Ma a un passo dalle nozze sopravvenne un male inguaribile che la ridusse in fin di vita. Tumore, dissero i medici. Sul petto. Però la medicina dell'epoca non brillava né per diagnosi che per rimedi, tanto che si pensò seriamente a un trapianto di pelle dopo l'asportazione. Per fortuna non ce ne fu bisogno: non erano riusciti ad aver ragione di una semplice lisca di pesce, figurarsi che cosa avrebbero combinato con quel tumore esterno. Chi fa da sé fa per tre, e Maria si rivolse direttamente in alto.<br />Una notte che il male non la faceva dormire fece voto alla Vergine: se fosse guarita si sarebbe consacrata in religione. L'indomani si svegliò completamente sana e subito mantenne. Due nobili umbri: Filippo e Stefano Bernabò, esiliati in Corsica per non avere voluto giurare fedeltà a Napoleone, le trovarono il posto: il convento delle terziarie francescane di Sant'Anna a Foligno. Così, nel 1825 la Nostra divenne suor Teresa Margherita e subito prese il nuovo ruolo con la massima serietà.<br />Espletava tutti i servizi più umili sempre col sorriso sulle labbra. Per sé sceglieva panni vecchi e rattoppati, vestendo di quel che le altre scartavano. Del suo corredo donò tutto alle consorelle, tenendo per sé lo strettissimo essenziale e prediligendo sempre le tele più ruvide e navigate. La sua cella rasentava lo squallido: dormiva su un saccone di paglia e non usava praticamente mobilio. Una così zelante non poteva non essere scelta per le varie cariche dopo aver espletato tutte le mansioni.<br />Gli ultimi tre anni, dei trentatré trascorsi in convento, la videro addirittura come badessa. E fu in tale veste che morì. Il 4 novembre 1859, dopo la refezione a mensa, mentre scriveva una lettera al fratello fu colpita da apoplessia e stramazzò sul pavimento. La soccorsero quando si insospettirono per la sua assenza agli atti comuni. Cioè, troppo tardi. Morì la notte stessa e fu sepolta nel cimitero del convento. Ma è adesso che comincia il bello.<br />LA VOCE DELLA MORTA<br />Dopo tre giorni dalla morte, alcune suore dissero di aver sentito come dei lamenti provenire dalla cella della defunta. Lì per lì si pensò a fantasie di donne impressionabili. Ma suor Anna Felice Meneghini da Montefalco, che era una tosta, udì proprio la voce della morta, che conosceva bene avendola avuta come compagna in diversi incarichi. Proveniva dalla stanza dei guardaroba. E lei e suor Teresa Margherita, erano state insieme come guardarobiere per anni. Vi si diresse, frugò dovunque, aprì tutti gli armadi. Niente. D'un tratto la stanza si riempì di fumo e la voce si palesò ancora, lamentandosi. La suora, fattasi forza, chiese il perché di quei lamenti. La voce rispose che era per via della povertà se si trovava in Purgatorio. Quell'altra trasecolò: la defunta aveva vissuto quasi da misera, di cosa era incolpata? 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Elena ne sceglie un terzo: si colloca nel punto di intersezione tra regno di Dio e realtà terrene», questa la sintesi della vita di santa Elena Guerra secondo il postulatore della causa di canonizzazione, Paolo Vilotta ("L'Osservatore Romano", 19 ottobre 2024, pp.14-15). Elena Guerra, apostola dello Spirito Santo, è stata proclamata santa da papa Francesco la scorsa domenica 20 ottobre.<br />Nata a Lucca il 23 giugno 1835 da nobile famiglia cattolica, dopo la Comunione ebbe il permesso di poterla ricevere ogni giorno, un uso che all'epoca, prima di san Pio X, non era ancora acconsentito. La sua tensione verso lo Spirito Santo iniziò ben presto, dopo la Cresima, che ricevette a otto anni: «Da allora», lei stessa lascia scritto, «quando mi trovavo in chiesa per la novena di Pentecoste, mi sembrava di essere in paradiso». Attraverso l'istruzione del fratello, che si preparava per diventare sacerdote, ella, di nascosto dalla madre che le permise solo di imparare musica, pittura e ricamo, imparò le lezioni a domicilio date al fratello dai professori e, studiando pure la notte, oltre al resto apprese anche il latino.<br />Nel 1956 costituì il «Giardinetto di Maria» e poi le «Amicizie spirituali», due realtà laicali femminili, dove le giovani erano chiamate ad impegnarsi a vivere integralmente la vita cristiana. Dopo aver superato un periodo di grave malattia, fece domanda per essere ammessa fra le Dame di Carità, la cui mansione era quella di visitare a domicilio poveri e malati. Quando Lucca venne colpita dal colera, Elena ebbe il permesso dai suoi familiari di assistere i colerosi, curandoli e confortandoli con la fede.<br />LO SPIRITO SANTO, IL CENACOLO, LA PENTECOSTE<br />Punto fermo della sua spiritualità furono sempre lo Spirito Santo, il Cenacolo, la Pentecoste. Era particolarmente addolorata nel constatare che la maggior parte dei cattolici, come ancora accade oggi più di ieri, trascurava la devozione al Paraclito e per questo, nel 1865, scrisse un opuscolo dal titolo «Pia Unione di preghiere allo Spirito Santo» per ottenere la conversione degli increduli, diffondendo la pratica delle sette settimane in preparazione della Pentecoste e facendo stampare, nel 1889, la novena «Nuovo Cenacolo», al fine di suscitare «un generale ritorno dei fedeli allo Spirito Santo».<br />Elena Guerra agì molto attraverso la stampa, pubblicando numerosi scritti su problemi riguardanti fidanzate, spose, domestiche, con un'attenzione speciale per l'educazione e la scuola, il tutto indirizzato a una cultura cristiana per il Regno sociale di Nostro Signore Gesù Cristo. Poliedrica e attiva, educò personalmente centinaia di ragazze, fra le quali la grande mistica santa Gemma Galgani (1878-1903).<br />Letta la biografia di sant'Angela Merici (1474-1540), decise di dedicarsi all'educazione della gioventù, insegnando ad alcune ragazze povere in casa di una Dama di Carità. Poi, con l'aiuto del parroco della cattedrale di Lucca, nel dicembre 1872, aprì una scuola privata vera e propria per le figlie della borghesia e della nobiltà lucchese. L'opera, dopo alcune difficoltà, si consolidò e con il gruppo delle compagne che si erano unite a lei, fondò l'Istituto di Santa Zita, composto da donne che inizialmente non facevano vita comunitaria, ma si dedicavano all'istruzione e formazione cristiana delle giovani. Tuttavia, ebbe molte difficoltà da superare e incomprensioni da parte di molti, compresa la sua famiglia, il clero della diocesi e lo stesso Arcivescovo Arrigoni. Determinata nel proseguire la sua chiamata, nel 1882, lasciò la casa paterna, e si insediò in un palazzo acquistato con i fondi della divisione del patrimonio familiare: nacque così la comunità delle Oblate dello Spirito Santo.<br />IL CENACOLO PERMANENTE<br />Tale fu il suo impegno di apostolato per propagare la devozione allo Spirito Santo che il suo appello giunse fino al Sommo Pontefice attraverso il vescovo ausiliare di Lucca. Esortò Leone XIII (1810-1903) a indurre vescovi, parroci e fedeli a recitare una novena per la festa di Pentecoste, novena possibilmente predicata. Il Papa comprese l'importanza fra i cattolici di meditare e pregare lo Spirito Santo, foriero di sapienza e illuminazione divina e, con un Breve del 5 maggio 1895, incitò tutti i vescovi a questo scopo con una intenzione precisa: il ritorno dei dissidenti all'unico vero Ovile, Santa Romana Chiesa.<br />L'operato di suor Elena Guerra venne dunque ascoltato e accolto da Leone XIII, nuovamente sollecitato dalla santa quando ella istituì l'associazione del «Cenacolo Permanente», tanto che promulgò l'enciclica Divinum illud Munus il 9 maggio 1897 sulla presenza e le virtù dello Spirito Santo, nella quale dichiarò che se «Cristo è il Capo della Chiesa, lo Spirito Santo ne è l'anima». Tutti i fedeli erano chiamati esplicitamente alla devozione della Terza Persona della Santissima Trinità, la cui divinità è professata nel Simbolo niceno-costantinopolitano: «Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio, e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti».<br />Madre Elena fu ricevuta in udienza privata dal Papa cinque mesi dopo l'uscita dell'enciclica. Ma notando che il clero sembrava non sufficientemente interessato ad attuare quanto Leone XIII aveva raccomandato, l'oblata dello Spirito Santo non solo moltiplicò gli opuscoli per richiamare i parroci e i fedeli a questo prezioso culto, ma finanziò anche delle missioni al popolo per propagarlo in Italia. Anche questa iniziativa fu sostenuta dal Pontefice, il quale raccomandò con forza ai parroci di celebrare la novena di Pentecoste «tutti gli anni per il ritorno all'unità di tutti i credenti».<br />Giunsero i tempi della prova e del sacrificio. Fra il 1905 e il 1906 alcune sue consorelle la accusarono di mala gestione, imputandole la dilapidazione del patrimonio dell'Istituto a causa delle sue pubblicazioni; pertanto fu obbligata dalle autorità ecclesiastiche a dimettersi da superiora e le fu impedito di pubblicare altri suoi testi. Da quelle cupe e drammatiche ore infamanti emerse una sua straordinaria e applicata considerazione: «È bello operare il bene, ma rimanere fermi per volere altrui, lasciarsi legare le mani senza ribellarsi, congiungendole in un supremo atto di adorazione e di perfetta adesione al volere di Dio, è opera ancor più sublime, è un trasformare la più umiliante situazione nell'azione più perfetta che possa fare la creatura»<br />Subì ogni cosa senza lamento, offrendo tutto, vita compresa, per il bene della Chiesa. Fra sofferenze e malattie concluse i suoi giorni l'11 aprile 1914. Era Sabato Santo e, poco prima di morire, scese dal letto, baciò per terra e ad alta voce esclamò: «Credo!».<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62726758</guid><pubDate>Wed, 13 Nov 2024 20:53:14 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/62726758/proclamata_santa_elena_guerra_apostola_dello_spirito_santo.mp3" length="9207285" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7975

PROCLAMATA SANTA ELENA GUERRA, APOSTOLA DELLO SPIRITO SANTO di Cristina Siccardi

«Elena fu contemplativa nell'azione: di fronte all'invito di Cristo seppe evitare due...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7975" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7975</a><br /><br />PROCLAMATA SANTA ELENA GUERRA, APOSTOLA DELLO SPIRITO SANTO di Cristina Siccardi<br /><br />«Elena fu contemplativa nell'azione: di fronte all'invito di Cristo seppe evitare due atteggiamenti estremi, quello dell'estraniamento, del disinteresse per le realtà temporali e quello dell'impegno totale, la riduzione della testimonianza a puro fatto civile e sociale. Elena ne sceglie un terzo: si colloca nel punto di intersezione tra regno di Dio e realtà terrene», questa la sintesi della vita di santa Elena Guerra secondo il postulatore della causa di canonizzazione, Paolo Vilotta ("L'Osservatore Romano", 19 ottobre 2024, pp.14-15). Elena Guerra, apostola dello Spirito Santo, è stata proclamata santa da papa Francesco la scorsa domenica 20 ottobre.<br />Nata a Lucca il 23 giugno 1835 da nobile famiglia cattolica, dopo la Comunione ebbe il permesso di poterla ricevere ogni giorno, un uso che all'epoca, prima di san Pio X, non era ancora acconsentito. La sua tensione verso lo Spirito Santo iniziò ben presto, dopo la Cresima, che ricevette a otto anni: «Da allora», lei stessa lascia scritto, «quando mi trovavo in chiesa per la novena di Pentecoste, mi sembrava di essere in paradiso». Attraverso l'istruzione del fratello, che si preparava per diventare sacerdote, ella, di nascosto dalla madre che le permise solo di imparare musica, pittura e ricamo, imparò le lezioni a domicilio date al fratello dai professori e, studiando pure la notte, oltre al resto apprese anche il latino.<br />Nel 1956 costituì il «Giardinetto di Maria» e poi le «Amicizie spirituali», due realtà laicali femminili, dove le giovani erano chiamate ad impegnarsi a vivere integralmente la vita cristiana. Dopo aver superato un periodo di grave malattia, fece domanda per essere ammessa fra le Dame di Carità, la cui mansione era quella di visitare a domicilio poveri e malati. Quando Lucca venne colpita dal colera, Elena ebbe il permesso dai suoi familiari di assistere i colerosi, curandoli e confortandoli con la fede.<br />LO SPIRITO SANTO, IL CENACOLO, LA PENTECOSTE<br />Punto fermo della sua spiritualità furono sempre lo Spirito Santo, il Cenacolo, la Pentecoste. Era particolarmente addolorata nel constatare che la maggior parte dei cattolici, come ancora accade oggi più di ieri, trascurava la devozione al Paraclito e per questo, nel 1865, scrisse un opuscolo dal titolo «Pia Unione di preghiere allo Spirito Santo» per ottenere la conversione degli increduli, diffondendo la pratica delle sette settimane in preparazione della Pentecoste e facendo stampare, nel 1889, la novena «Nuovo Cenacolo», al fine di suscitare «un generale ritorno dei fedeli allo Spirito Santo».<br />Elena Guerra agì molto attraverso la stampa, pubblicando numerosi scritti su problemi riguardanti fidanzate, spose, domestiche, con un'attenzione speciale per l'educazione e la scuola, il tutto indirizzato a una cultura cristiana per il Regno sociale di Nostro Signore Gesù Cristo. Poliedrica e attiva, educò personalmente centinaia di ragazze, fra le quali la grande mistica santa Gemma Galgani (1878-1903).<br />Letta la biografia di sant'Angela Merici (1474-1540), decise di dedicarsi all'educazione della gioventù, insegnando ad alcune ragazze povere in casa di una Dama di Carità. Poi, con l'aiuto del parroco della cattedrale di Lucca, nel dicembre 1872, aprì una scuola privata vera e propria per le figlie della borghesia e della nobiltà lucchese. L'opera, dopo alcune difficoltà, si consolidò e con il gruppo delle compagne che si erano unite a lei, fondò l'Istituto di Santa Zita, composto da donne che inizialmente non facevano vita comunitaria, ma si dedicavano all'istruzione e formazione cristiana delle giovani. Tuttavia, ebbe molte difficoltà da superare e incomprensioni da parte di molti, compresa la sua famiglia,...]]></itunes:summary><itunes:duration>576</itunes:duration><itunes:keywords>beata,credo,devozione,elenaguerra,malattia</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/6f0f7c1fe30992a23e10a0c5c2b4345d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Miracoli rari: i santi con i corpi incorrotti</title><link>https://www.spreaker.com/episode/miracoli-rari-i-santi-con-i-corpi-incorrotti--62629033</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7962" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7962</a><br /><br />MIRACOLI RARI: I SANTI CON I CORPI INCORROTTI di Roberto de Mattei<br /><br />Lo scorso 12 settembre 2024, al termine del Sinodo della Chiesa Armena Cattolica, è avvenuta la traslazione da Roma a Beirut, in Libano, delle spoglie mortali del Servo di Dio, cardinale Gregorio Pietro (in armeno Krikor Bedros) Agagianian, quindicesimo patriarca di quella Chiesa, morto a Roma nel 1971. Il feretro è stato accolto nella capitale libanese dal Patriarca Minassian, dal Primo ministro Najīb Mīqātī e dalle massime personalità religiose e politiche. Ciò che ha reso straordinaria questa traslazione è che il corpo del cardinale Agagianian, oltre mezzo secolo dopo la sua morte, malgrado non sia stato imbalsamato, è incorrotto, perfettamente integro. Il suo volto è tranquillo e sorridente. Sul blog di Padre Livio troverete alcune immagini veramente sorprendenti.<br />Il corpo del cardinale Agagianian, ha attraversato la città di Beirut, in un 'urna trasparente, applaudito dalla folla che lanciava petali di rose come al passaggio di un santo, fino alla cattedrale armena dei Santi Elia e Gregorio Illuminatore, dove è stato sepolto.<br />IL CARDINALE AGAGIANIAN<br />Ma chi era il cardinale Agagianian? Nato in Georgia nel 1895, Gregorio Pietro Agagianian studiò a Roma fin da giovanissimo presso il Pontificio Collegio Armeno, di cui fu in seguito sia vice-rettore che Rettore e venne ordinato sacerdote nel 1917. Nominato Vescovo  l '11 luglio 1935 da Papa Pio XI, il 30 novembre 1937 fu eletto Patriarca di Cilicia degli Armeni cattolici.<br />Il 18 febbraio 1946 Papa Pio XII lo creò cardinale assegnandogli il titolo di San Bartolomeo all 'Isola. Alla morte di Pio XII, Silvio Negro, vaticanista del "Corriere della Sera", lo indicava come favorito dai pronostici in conclave, per la sua conoscenza della curia, la sua competenza di giurista e la sua pietà esemplare. Fu eletto invece Giovanni XXIII. Il cardinale Agagianian, sostenuto dai conservatori, fu un papabile anche nel conclave del 1963 che elesse Paolo VI. Guidò in veste di prefetto, la Congregazione di Propaganda Fide dal 1958 al 1970 e partecipò al Concilio Vaticano II. Morì a Roma il 16 maggio 1971, in fama di santità. Nel 2022 è stata avviata la sua causa di beatificazione e ha quindi il titolo di Servo di Dio.<br />Nei processi di beatificazione e canonizzazione è prevista la ricognizione canonica dei resti dei candidati alla santità e quando, al momento della riesumazione, il corpo appare non decomposto, senza che vi sia stata un 'imbalsamazione, la Chiesa considera il corpo incorrotto come un segno soprannaturale. Il corpo incorrotto non è in sé stesso una prova di santità, ma ne costituisce una conferma, tanto che la Chiesa lo dichiara al momento della canonizzazione.<br />I santi con i corpi incorrotti sono comunque rari. Infatti i santi canonizzati dalla Chiesa negli ultimi cinque secoli sono stati circa 1700 e di essi poco più di un centinaio sono stati trovati incorrotti. Tra questi santa Cecilia, il cui corpo fu scoperto intatto oltre 1500 anni dopo la morte, santa Chiara da Montefalco e santa Caterina da Bologna, santa Caterina Labouré e santa Bernadette Soubirous, san Giovanni Bosco e san Luigi Orione. Nel bel libro di don Charles Murr L 'anima segreta del Vaticano (Fede e Cultura, Verona 2024), tra i numerosi episodi che Suor Pascalina racconta al giovane sacerdote americano suo amico vi è anche questo. Quando nel 1956 Pio XII volle aprire la causa di beatificazione di Pio IX e fu riesumato il suo corpo, mandò la sua collaboratrice a rivestire il corpo del Papa, dopo che monsignor Enrico Dante e la commissione ne ebbero esaminato lo stato. «Quando la bara fu aperta - ricorda suor Pascalina - non riuscivo a credere ai miei occhi. Sembrava non morto, ma addormentato! Il corpo era perfettamente intatto! Non solo, ma le dita, i polsi, le braccia erano morbidi, flessibili». Suor Pascalina dovette tagliare i capelli, radere la barba e spuntare le unghie di Pio IX, prima di rivestirlo con gli abiti pontifici.<br />Si è parlato di incorruttibilità del corpo anche per Giovanni XXIII, ma il corpo di papa Roncalli, a differenza di quello di Pio IX fu imbalsamato e quando i corpi dei Papi subiscono questo trattamento il fenomeno non può essere definito di origine soprannaturale e l 'ipotesi dell 'incorruttibilità viene esclusa.<br />IL GIUDIZIO UNIVERSALE<br />Perché il numero dei santi che sono sfuggiti al processo di decomposizione è così esiguo? La risposta sta nel dogma centrale della Chiesa cattolica, che è quello della Risurrezione dei morti. I corpi degli uomini sono destinati a decomporsi dopo la morte per poi ricongiungersi con le loro anime alla fine del mondo. La morte è la separazione dell 'anima dal corpo e quando il corpo degli uomini è privato dell 'anima, che è il suo principio unitario e vivificatore, si decompone e torna in cenere. Però, il giorno del Giudizio universale, tutte le anime si riuniranno con i loro corpi che verranno resi incorruttibili, sia quelle degli eletti che quelle dei dannati. In Paradiso e all 'Inferno si andrà con anima e corpo per l 'eternità. Tuttavia, solo i corpi di coloro che saranno in Paradiso riceveranno un corpo glorioso, spirituale, conforme a quello di Cristo risorto. Per questo san Paolo dice «E i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta d 'incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d 'immortalità» (1 Cor 15, 52-53).<br />Dio, che destina gli uomini alla corruzione dei corpi, per renderli incorruttibili quando risorgeranno, ha disposto tuttavia che alcuni di essi, eccezionalmente, sfuggano al processo di decomposizione. I loro corpi possono essere accompagnati anche da altri fenomeni soprannaturali, quali il profumo che emanano, il ringiovanimento e talora il movimento. Nel caso del cardinale Agagianian colpisce, ad esempio il ringiovanimento. Basta paragonare le immagini del suo volto riesumato e quelle delle sue ultime fotografie per rendersi conto che il corpo del cardinale dimostra molto meno dei 76 anni che aveva quando è morto. Ciò che è inspiegabile deve rimandarci all 'esistenza di Dio Creatore, che nella sua infinita Sapienza ha la capacità di modificare le leggi della natura per il bene delle anime. Per questo non dobbiamo trascurare i segni che la Divina Provvidenza mette spesso davanti ai nostri occhi. Nel caso del Servo di Dio Gregorio Pietro Agagianian fa riflettere anche il suo arrivo nella Terra dei Cedri, il Libano, proprio nel momento in cui il Medio Oriente è in fiamme, come a significare che solo la santità può spegnere quelle fiamme che rischiano di incendiare il mondo.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62629033</guid><pubDate>Tue, 05 Nov 2024 21:23:03 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/62629033/miracoli_rari_i_santi_con_i_corpi_incorrotti.mp3" length="8874590" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7962

MIRACOLI RARI: I SANTI CON I CORPI INCORROTTI di Roberto de Mattei

Lo scorso 12 settembre 2024, al termine del Sinodo della Chiesa Armena Cattolica, è avvenuta la traslazione da...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7962" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7962</a><br /><br />MIRACOLI RARI: I SANTI CON I CORPI INCORROTTI di Roberto de Mattei<br /><br />Lo scorso 12 settembre 2024, al termine del Sinodo della Chiesa Armena Cattolica, è avvenuta la traslazione da Roma a Beirut, in Libano, delle spoglie mortali del Servo di Dio, cardinale Gregorio Pietro (in armeno Krikor Bedros) Agagianian, quindicesimo patriarca di quella Chiesa, morto a Roma nel 1971. Il feretro è stato accolto nella capitale libanese dal Patriarca Minassian, dal Primo ministro Najīb Mīqātī e dalle massime personalità religiose e politiche. Ciò che ha reso straordinaria questa traslazione è che il corpo del cardinale Agagianian, oltre mezzo secolo dopo la sua morte, malgrado non sia stato imbalsamato, è incorrotto, perfettamente integro. Il suo volto è tranquillo e sorridente. Sul blog di Padre Livio troverete alcune immagini veramente sorprendenti.<br />Il corpo del cardinale Agagianian, ha attraversato la città di Beirut, in un 'urna trasparente, applaudito dalla folla che lanciava petali di rose come al passaggio di un santo, fino alla cattedrale armena dei Santi Elia e Gregorio Illuminatore, dove è stato sepolto.<br />IL CARDINALE AGAGIANIAN<br />Ma chi era il cardinale Agagianian? Nato in Georgia nel 1895, Gregorio Pietro Agagianian studiò a Roma fin da giovanissimo presso il Pontificio Collegio Armeno, di cui fu in seguito sia vice-rettore che Rettore e venne ordinato sacerdote nel 1917. Nominato Vescovo  l '11 luglio 1935 da Papa Pio XI, il 30 novembre 1937 fu eletto Patriarca di Cilicia degli Armeni cattolici.<br />Il 18 febbraio 1946 Papa Pio XII lo creò cardinale assegnandogli il titolo di San Bartolomeo all 'Isola. Alla morte di Pio XII, Silvio Negro, vaticanista del "Corriere della Sera", lo indicava come favorito dai pronostici in conclave, per la sua conoscenza della curia, la sua competenza di giurista e la sua pietà esemplare. Fu eletto invece Giovanni XXIII. Il cardinale Agagianian, sostenuto dai conservatori, fu un papabile anche nel conclave del 1963 che elesse Paolo VI. Guidò in veste di prefetto, la Congregazione di Propaganda Fide dal 1958 al 1970 e partecipò al Concilio Vaticano II. Morì a Roma il 16 maggio 1971, in fama di santità. Nel 2022 è stata avviata la sua causa di beatificazione e ha quindi il titolo di Servo di Dio.<br />Nei processi di beatificazione e canonizzazione è prevista la ricognizione canonica dei resti dei candidati alla santità e quando, al momento della riesumazione, il corpo appare non decomposto, senza che vi sia stata un 'imbalsamazione, la Chiesa considera il corpo incorrotto come un segno soprannaturale. Il corpo incorrotto non è in sé stesso una prova di santità, ma ne costituisce una conferma, tanto che la Chiesa lo dichiara al momento della canonizzazione.<br />I santi con i corpi incorrotti sono comunque rari. Infatti i santi canonizzati dalla Chiesa negli ultimi cinque secoli sono stati circa 1700 e di essi poco più di un centinaio sono stati trovati incorrotti. Tra questi santa Cecilia, il cui corpo fu scoperto intatto oltre 1500 anni dopo la morte, santa Chiara da Montefalco e santa Caterina da Bologna, santa Caterina Labouré e santa Bernadette Soubirous, san Giovanni Bosco e san Luigi Orione. Nel bel libro di don Charles Murr L 'anima segreta del Vaticano (Fede e Cultura, Verona 2024), tra i numerosi episodi che Suor Pascalina racconta al giovane sacerdote americano suo amico vi è anche questo. Quando nel 1956 Pio XII volle aprire la causa di beatificazione di Pio IX e fu riesumato il suo corpo, mandò la sua collaboratrice a rivestire il corpo del Papa, dopo che monsignor Enrico Dante e la commissione ne ebbero esaminato lo stato. «Quando la bara fu aperta - ricorda suor Pascalina - non riuscivo a credere ai miei occhi. Sembrava non morto, ma addormentato! Il corpo era perfettamente...]]></itunes:summary><itunes:duration>555</itunes:duration><itunes:keywords>agagianian,corpiincorrotti,miracolirari,sangiovannibosco,santabernadette,santacecilia</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/bb640b4a47d9d090fb4dafd7b7e2ea06.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Avviato il processo di beatificazione di re Baldovino</title><link>https://www.spreaker.com/episode/avviato-il-processo-di-beatificazione-di-re-baldovino--62559375</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7964" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7964</a><br /><br />AVVIATO IL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE DI BALDOVINO, RE DEL BELGIO di Cristina Siccardi<br /><br />«Un aborto è un omicidio, si uccide un essere umano», così ha dichiarato il Papa durante il ritorno dal suo recente viaggio apostolico in Belgio, il 46°, conclusosi il 29 settembre. Abbiamo così avuto modo di ascoltare parole di netta verità su un principio assolutamente inconfutabile e il Papa, nel farlo, ha usato parole senza pericolo di ambiguità: «i medici che si prestano a questo sono, permettetemi la parola, sicari». Quindi «su questo non si può discutere», perché «la scienza ti dice che al mese del concepimento ci sono tutti gli organi già... Si uccide un essere umano».<br />Non siamo più abituati, purtroppo, alla verità dei concetti, seppure evidenti come lo sono la cultura/politica a favore della vita e la cultura/politica a favore della morte.<br />A partire dagli ultimi decenni del XX secolo, l'assassino di una persona “in erba” è una pratica autorizzata per legge in numerosi Paesi nel mondo, soprattutto in Occidente, a discrezione della donna e nei primi mesi della gestazione. Nonostante ci sia, quindi, un'ampia diffusione di questa pratica legislativa, i dibattiti e i dubbi sulla liceità dell'aborto continuano ad essere parte integrante delle nostre società. Con l'edulcorata espressione linguistica «interruzione volontaria di gravidanza», questo tragico problema, che trafigge le coscienze, continua a circolare, e ciò avverrà fin tanto che non sarà chiara a tutti la sacro santa verità pronunciata dal Papa: «Un aborto è un omicidio, si uccide un essere umano», a cui si sono aggiunte le parole, altrettanto reali: «Le donne hanno diritto alla vita, la vita loro e la vita dei figli». Uccidere i figli significa commettere un abominio, indipendentemente da quanti mesi abbia la creatura destinata alla vita e indipendentemente dai problemi che può avere la madre. Non ha forse scandalizzato tutta quanta l'opinione pubblica l'orrenda fine dei piccoli, senza nome, che Chiara Petrolini ha sepolto in giardino a Parma? E che cosa c'è di diverso dai piccoli, senza nome, assassinati nel grembo materno?<br />Il viaggio apostolico in Belgio è stata anche occasione per annunciare una importante iniziativa del Pontefice: a conclusione della visita ha annunciato che avvierà il processo di beatificazione di Baldovino (1930-1993), re del Belgio dal 1951 al 1993, il quale, salito al trono in una fase di crisi politica, di cui peraltro fu costellato il suo lungo regno, affrontò la questione dell'aborto, manifestando la propria fede cattolica; non gestendola, quindi, come fatto religioso privato, ma come realtà pubblica che ha inciso sulle sue scelte a livello nazionale. Atteggiamento ben diverso rispetto a figure di potere che dichiarano di essere cattoliche e poi si comportano come non lo fossero, pensiamo, per esempio, a molti esponenti della vecchia Democrazia Cristiana oppure a contemporanei politici. [...]<br />Nota di BastaBugie: Anselmo Palmi nell'articolo seguente dal titolo "Re Baldovino di fronte alle legge belga sull'aborto" racconta la vita di questo sovrano rispettoso della Legge di Dio prima di quella degli uomini.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato il 3 aprile 2006:<br />Si apprestava a festeggiare i suoi 60 anni, poi i 40 anni di regno e i 30 di matrimonio, quando una crisi istituzionale ha rischiato di compromettere tutto. Stiamo parlando del re del Belgio, Baldovino, il quale nei primi giorni di aprile del 1990 si rifiuta, per ragioni di coscienza, di firmare la legge sull'aborto.<br />In un Paese diviso tra le comunità fiamminga e vallona, che oggi convivono nell'ambito di un'incerta struttura federativa, Baldovino era diventato un indispensabile elemento di unità, una sorta di cerniera fra due popoli che non ritenevano di avere un cammino comune da compiere. Nessuno l'avrebbe detto e neppure immaginato quando nel 1951, ad appena 21 anni, egli salì al trono. Il Belgio usciva allora da una grave crisi istituzionale: la guerra, l'occupazione tedesca, l'inquietudine sociale si erano scaricate su re Leopoldo III, accusato di essere stato troppo remissivo verso Hitler e di non aver seguito il governo in esilio a Londra. Nonostante un referendum gli abbia assicurato il 57% dei voti, Leopoldo nel 1950 decide di abdicare in favore del figlio, Baldovino, anche se per molto tempo continua ad esercitare il potere.<br />Baldovino, infatti, è troppo giovane e il potere non era la sua aspirazione primaria. Primogenito di Leopoldo III e di Astrid, entrambi molto amati dalla popolazione, a vent'anni Baldovino si trova praticamente imprigionato nel castello di Laeken, quando la Wehrmacht occupa il paese. Viene poi deportato in Germania con suo padre - naturalmente non come un deportato comune - verso la fine della guerra. Incoronato nel 1951, comincia una carriera politica di dignitoso mediatore tra le parti, in un clima politico reso spesso rovente dalle dispute fra le due comunità linguistiche, fiamminga e vallona.<br />Nel 1960 Baldovino si sposa con la spagnola Fabiola, una persona di profonda fede cattolica. Il cruccio principale della coppia reale sarà quello di non poter avere figli.<br />Baldovino si rivela un sovrano abile e, quando necessario, coraggioso. È lui ad annunciare nel 1959 l'indipendenza del Congo, al fine di evitare un ulteriore spargimento di sangue. È lui ancora a gestire in tutti quegli anni le aspre vicende linguistiche e nazionali che hanno sempre contrapposto fiamminghi e valloni. Grazie alla sua opera di mediazione la monarchia è tornata popolare in Belgio e il Paese ha conservato la sua unità. Tutto ciò viene però messo improvvisamente in discussione dal dibattito in merito al problema dell'aborto.<br />UN IMPEDIMENTO MORALE<br />II 29 marzo 1990 in Belgio, dopo il Senato, anche la Camera dei Deputati approva una legge, d'iniziativa socialista e liberale, che autorizza quasi senza limiti l'interruzione volontaria della gravidanza nelle prime dodici settimane. Questa legge, che depenalizza l'aborto, giunge al termine di un dibattito durato vari mesi ed è il risultato di un difficile e delicato compromesso tra i due partiti della maggioranza parlamentare che sostiene il governo: quello socialista, favorevole alla legge sull'aborto, e quello cristiano-sociale, contrario. Non rimane che la firma reale perché la legge divenga esecutiva.<br />Si tratta in apparenza di una formalità, dato che in Belgio, come in tutti i Paesi a monarchia costituzionale, il re non può far altro che approvare le decisioni del Parlamento. Infatti l'art. 69 della Costituzione belga specifica che «il re ratifica e promulga le leggi». Quando il re ratifica una legge, dimostra però anche il suo consenso al testo approvato dalle Camere. E nel nostro caso manca il consenso del re: Baldovino si rifiuta di firmare la legge sull'interruzione di gravidanza. La sua decisione non giunge del tutto inattesa, poiché già in varie occasioni il sovrano aveva fatto sapere che non era disposto a firmare una legge che riteneva lesiva della sua coscienza di cattolico. Nel suo discorso del 31 dicembre 1989 aveva, ad esempio, chiaramente affermato che il potere politico doveva fare tutto il possibile per difendere la vita, comunque.<br />Il rifiuto del re crea in Belgio una situazione eccezionale, storica. È la prima volta che un fatto del genere avviene in questo Paese. Baldovino precisa il suo pensiero in merito con una lettera che invia al capo del governo, Wilfried Martens.<br />Signor Primo Ministro,<br />in questi ultimi giorni ho potuto manifestare a numerosi esponenti politici la mia grande preoccupazione circa il progetto di legge relativo all'interruzione di gravidanza. Questo testo sta per essere votato alla Camera, dopo esserlo stato al Senato. Mi rincresce che non sia stato raggiunto un accordo fra le principali forze politiche su un argomento così fondamentale.<br />Questo progetto di legge suscita in me un grave problema di coscienza. Temo infatti che esso venga recepito da una gran parte della popolazione come un'autorizzazione ad abortire durante le prime dodici settimane dopo il concepimento.<br />Nutro anche una serie di preoccupazioni circa la disposizione secondo la quale l'aborto potrà essere praticato al di là delle dodici settimane se il nascituro è affetto "da una menomazione di particolare gravita e riconosciuta come incurabile al momento della diagnosi". Si è meditato come tale messaggio sarebbe avvertito dagli handicappati e dalle loro famiglie?<br />In sintesi, temo che questo progetto porti a una sensibile diminuzione del rispetto della vita nei confronti dei più deboli. Comprenderete, dunque, perché io non voglio essere coinvolto da questa legge. Ritengo che firmando questo progetto di legge e dimostrando nella mia qualità di terzo ramo del potere legislativo il mio accordo con questo progetto, assumerei inevitabilmente una certa corresponsabilità. E questo non posso farlo, per i motivi sopra esposti. So che agendo così non scelgo una strada facile e che rischio di non essere capito da un buon numero di concittadini. Ma è la sola via che in coscienza posso percorrere. Chiedo a quelli che si stupissero della mia decisione: "Sarebbe normale che io fossi il solo cittadino belga costretto ad agire contro la propria coscienza in una questione essenziale? La libertà di coscienza vale per tutti, salvo che per il re?".<br />Capisco peraltro molto bene che non sarebbe accettabile che, a causa della mia decisione, venisse bloccato il funzionamento delle nostre istituzioni democratiche. Per questo invito il Governo e il Parlamento a trovare una soluzione giuridica che concili]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62559375</guid><pubDate>Wed, 30 Oct 2024 18:13:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/62559375/avviato_il_processo_di_beatificazione_di_re_baldovino.mp3" length="19408814" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7964

AVVIATO IL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE DI BALDOVINO, RE DEL BELGIO di Cristina Siccardi

«Un aborto è un omicidio, si uccide un essere umano», così ha dichiarato il Papa durante...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7964" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7964</a><br /><br />AVVIATO IL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE DI BALDOVINO, RE DEL BELGIO di Cristina Siccardi<br /><br />«Un aborto è un omicidio, si uccide un essere umano», così ha dichiarato il Papa durante il ritorno dal suo recente viaggio apostolico in Belgio, il 46°, conclusosi il 29 settembre. Abbiamo così avuto modo di ascoltare parole di netta verità su un principio assolutamente inconfutabile e il Papa, nel farlo, ha usato parole senza pericolo di ambiguità: «i medici che si prestano a questo sono, permettetemi la parola, sicari». Quindi «su questo non si può discutere», perché «la scienza ti dice che al mese del concepimento ci sono tutti gli organi già... Si uccide un essere umano».<br />Non siamo più abituati, purtroppo, alla verità dei concetti, seppure evidenti come lo sono la cultura/politica a favore della vita e la cultura/politica a favore della morte.<br />A partire dagli ultimi decenni del XX secolo, l'assassino di una persona “in erba” è una pratica autorizzata per legge in numerosi Paesi nel mondo, soprattutto in Occidente, a discrezione della donna e nei primi mesi della gestazione. Nonostante ci sia, quindi, un'ampia diffusione di questa pratica legislativa, i dibattiti e i dubbi sulla liceità dell'aborto continuano ad essere parte integrante delle nostre società. Con l'edulcorata espressione linguistica «interruzione volontaria di gravidanza», questo tragico problema, che trafigge le coscienze, continua a circolare, e ciò avverrà fin tanto che non sarà chiara a tutti la sacro santa verità pronunciata dal Papa: «Un aborto è un omicidio, si uccide un essere umano», a cui si sono aggiunte le parole, altrettanto reali: «Le donne hanno diritto alla vita, la vita loro e la vita dei figli». Uccidere i figli significa commettere un abominio, indipendentemente da quanti mesi abbia la creatura destinata alla vita e indipendentemente dai problemi che può avere la madre. Non ha forse scandalizzato tutta quanta l'opinione pubblica l'orrenda fine dei piccoli, senza nome, che Chiara Petrolini ha sepolto in giardino a Parma? E che cosa c'è di diverso dai piccoli, senza nome, assassinati nel grembo materno?<br />Il viaggio apostolico in Belgio è stata anche occasione per annunciare una importante iniziativa del Pontefice: a conclusione della visita ha annunciato che avvierà il processo di beatificazione di Baldovino (1930-1993), re del Belgio dal 1951 al 1993, il quale, salito al trono in una fase di crisi politica, di cui peraltro fu costellato il suo lungo regno, affrontò la questione dell'aborto, manifestando la propria fede cattolica; non gestendola, quindi, come fatto religioso privato, ma come realtà pubblica che ha inciso sulle sue scelte a livello nazionale. Atteggiamento ben diverso rispetto a figure di potere che dichiarano di essere cattoliche e poi si comportano come non lo fossero, pensiamo, per esempio, a molti esponenti della vecchia Democrazia Cristiana oppure a contemporanei politici. [...]<br />Nota di BastaBugie: Anselmo Palmi nell'articolo seguente dal titolo "Re Baldovino di fronte alle legge belga sull'aborto" racconta la vita di questo sovrano rispettoso della Legge di Dio prima di quella degli uomini.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato il 3 aprile 2006:<br />Si apprestava a festeggiare i suoi 60 anni, poi i 40 anni di regno e i 30 di matrimonio, quando una crisi istituzionale ha rischiato di compromettere tutto. Stiamo parlando del re del Belgio, Baldovino, il quale nei primi giorni di aprile del 1990 si rifiuta, per ragioni di coscienza, di firmare la legge sull'aborto.<br />In un Paese diviso tra le comunità fiamminga e vallona, che oggi convivono nell'ambito di un'incerta struttura federativa, Baldovino era diventato un indispensabile elemento di unità, una sorta di cerniera fra due popoli che non ritenevano di avere...]]></itunes:summary><itunes:duration>1214</itunes:duration><itunes:keywords>aborto,beato,belgio,obiezionedicoscienza,rebaldovino</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/5f2c67b50dfc977cb4a8dcb111e079a6.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Tommaso, il dottore angelico in 5 punti</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-tommaso-il-dottore-angelico-in-5-punti--62465575</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7955" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7955</a><br /><br />SAN TOMMASO, IL DOTTORE ANGELICO, IN CINQUE PUNTI<br />Nel 1567 Papa san Pio V proclamò san Tommaso dottore della Chiesa (a quel tempo i dottori della Chiesa erano solo i 4 più grandi Padri della Chiesa: Ambrogio, Girolamo, Agostino e Gregorio Magno)<br />di Padre Giorgio Carbone<br />Nel 1317, cioè 43 anni dopo la morte e 6 anni prima della canonizzazione, Tommaso d'Aquino era abitualmente chiamato "communis doctor" presso l'Università di Parigi, all'epoca il più importante centro di studi di Filosofia e di Teologia. 250 anni dopo, esattamente il 15 aprile 1567, il papa san Pio V proclamò san Tommaso dottore della Chiesa. Oggi i dottori della Chiesa sono 37, ma allora erano solo 4: Ambrogio, Girolamo, Agostino e Gregorio Magno. Pertanto sia il titolo in sé sia il numero esiguo dei santi proclamati tali ci segnalano una dote singolare e rara. (...)<br />In altri termini la Chiesa segnala in Tommaso un eccellente maestro della fede cristiana e del pensiero umano, esemplare per gli scritti e per la fedeltà a Cristo Signore vissuta nella sua esistenza. (...) Se consideriamo che il Concilio Vaticano II indica solo Tommaso d'Aquino come maestro cui ispirarsi, e non altri teologi o dottori, allora questi due brani del magistero conciliare acquistano un significato peculiare per il nostro discorso. Questa presa di posizione ufficiale con grande probabilità fu ispirata da papa Paolo VI, il quale un anno prima, il 12 marzo 1964, rivolgendosi agli insegnanti e agli studenti dell'Università Gregoriana di Roma aveva detto: «I professori ascoltino con riverenza la voce dei dottori della Chiesa, tra i quali san Tommaso d'Aquino occupa un posto speciale. Infatti, la forza dell'ingegno del Dottore Angelico, il suo sincero amore per la verità e la sua sapienza nel ricercare le altissime verità, illustrarle e unirle in un nesso appropriatissimo sono talmente grandi che la sua stessa dottrina è uno strumento efficacissimo non solo per dare alla fede un solido fondamento, ma anche per sperimentare utilmente e con sicurezza i frutti di un suo sano sviluppo».<br />RAPPORTO TRA FEDE E RAGIONE<br />Giovanni Paolo II nell'enciclica Fides et Ratio dedicata al rapporto tra fede e ragione cita ripetutamente san Tommaso e dedica un intero paragrafo alla «novità perenne» del suo pensiero (nn. 43-44). (...): «(...) Pur sottolineando con forza il carattere soprannaturale della fede, il Dottore Angelico non ha dimenticato il valore della sua ragionevolezza; ha saputo, anzi, scendere in profondità e precisare il senso di tale ragionevolezza. La fede, infatti, è in qualche modo "esercizio del pensiero"; la ragione dell'uomo non si annulla né si avvilisce dando l'assenso ai contenuti di fede; questi sono in ogni caso raggiunti con scelta libera e consapevole. E per questo motivo che, giustamente, san Tommaso è sempre stato proposto dalla Chiesa come maestro di pensiero e modello del retto modo di fare teologia. (...) Tra le grandi intuizioni di san Tommaso vi è anche quella relativa al ruolo che lo Spirito Santo svolge nel far maturare in sapienza la scienza umana. Fin dalle prime pagine della sua Summa Theologiae l'Aquinate volle mostrare il primato di quella sapienza che è dono dello Spirito Santo ed introduce alla conoscenza delle realtà divine. La sua teologia permette di comprendere la peculiarità della sapienza nel suo stretto legame con la fede e la conoscenza divina. Essa conosce per connaturalità, presuppone la fede e arriva a formulare il suo retto giudizio a partire dalla verità della fede stessa: "La sapienza elencata tra i doni dello Spirito Santo è distinta da quella che è posta tra le virtù intellettuali. Infatti quest'ultima si acquista con lo studio: quella invece viene dall'alto, come si esprime san Giacomo. Così pure è distinta dalla fede. Poiché la fede accetta la verità divina così com'è, invece è proprio del dono di sapienza giudicare secondo la verità divina". La priorità riconosciuta a questa sapienza, tuttavia, non fa dimenticare al Dottore Angelico la presenza di altre due complementari forme di sapienza: quella filosofica, che si fonda sulla capacità che l'intelletto ha, entro i limiti che gli sono connaturali, di indagare la realtà; e quella teologica, che si fonda sulla Rivelazione ed esamina i contenuti della fede, raggiungendo il mistero stesso di Dio. Intimamente convinto che "omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est", san Tommaso amò in maniera disinteressata la verità. Egli la cercò dovunque essa si potesse manifestare, evidenziando al massimo la sua universalità. In lui, il Magistero della Chiesa ha visto ed apprezzato la passione per la verità; il suo pensiero, proprio perché si mantenne sempre nell'orizzonte della verità universale, oggettiva e trascendente, raggiunse "vette che l'intelligenza umana non avrebbe mai potuto pensare». Con ragione, quindi, egli può essere definito "apostolo della verità". Proprio perché alla verità mirava senza riserve, nel suo realismo egli seppe riconoscerne l'oggettività. La sua è veramente la filosofia dell'essere e non del semplice apparire».<br />SAN TOMMASO, MAESTRO PERENNE, IN CINQUE PUNTI<br />Possiamo così riassumere gli aspetti per cui san Tommaso è presentato come maestro perenne:<br />- l'amore sincero per la verità che induce a dialogare con l'altro per conoscere le sue opinioni e a cercare sempre, non il rispetto umano o il concordismo, ma l'adesione anche spregiudicata dell'intelligenza alla realtà;<br />- la fiducia nella ragione umana: questa è capace di conoscere la realtà, e quindi di approdare al vero;<br />- l'armonia e la collaborazione tra la ragione e la fede: sono due modi diversi e complementari di conoscere il reale;<br />- la capacità di esercitarsi nella speculazione delle cose conosciute per cogliere il nesso che le unisce (altrimenti il sapere è ridotto ad un'accozzaglia di nozioni) e per proporre un sistema coerente di idee;<br />- il primato dato a Dio, che creandoci ci dà oggi la vita e la capacità di agire, e quindi il primato dato alla comunione con Dio nella preghiera, nella Messa e nell'Eucaristia offerta e adorata. Tommaso era solito dire ai suoi confratelli e ai suoi studenti che aveva imparato di più pregando che studiando.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62465575</guid><pubDate>Tue, 22 Oct 2024 21:23:43 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/62465575/san_tommaso_il_dottore_angelico_in_5_punti.mp3" length="8600409" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7955

SAN TOMMASO, IL DOTTORE ANGELICO, IN CINQUE PUNTI
Nel 1567 Papa san Pio V proclamò san Tommaso dottore della Chiesa (a quel tempo i dottori della Chiesa erano solo i 4 più grandi...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7955" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7955</a><br /><br />SAN TOMMASO, IL DOTTORE ANGELICO, IN CINQUE PUNTI<br />Nel 1567 Papa san Pio V proclamò san Tommaso dottore della Chiesa (a quel tempo i dottori della Chiesa erano solo i 4 più grandi Padri della Chiesa: Ambrogio, Girolamo, Agostino e Gregorio Magno)<br />di Padre Giorgio Carbone<br />Nel 1317, cioè 43 anni dopo la morte e 6 anni prima della canonizzazione, Tommaso d'Aquino era abitualmente chiamato "communis doctor" presso l'Università di Parigi, all'epoca il più importante centro di studi di Filosofia e di Teologia. 250 anni dopo, esattamente il 15 aprile 1567, il papa san Pio V proclamò san Tommaso dottore della Chiesa. Oggi i dottori della Chiesa sono 37, ma allora erano solo 4: Ambrogio, Girolamo, Agostino e Gregorio Magno. Pertanto sia il titolo in sé sia il numero esiguo dei santi proclamati tali ci segnalano una dote singolare e rara. (...)<br />In altri termini la Chiesa segnala in Tommaso un eccellente maestro della fede cristiana e del pensiero umano, esemplare per gli scritti e per la fedeltà a Cristo Signore vissuta nella sua esistenza. (...) Se consideriamo che il Concilio Vaticano II indica solo Tommaso d'Aquino come maestro cui ispirarsi, e non altri teologi o dottori, allora questi due brani del magistero conciliare acquistano un significato peculiare per il nostro discorso. Questa presa di posizione ufficiale con grande probabilità fu ispirata da papa Paolo VI, il quale un anno prima, il 12 marzo 1964, rivolgendosi agli insegnanti e agli studenti dell'Università Gregoriana di Roma aveva detto: «I professori ascoltino con riverenza la voce dei dottori della Chiesa, tra i quali san Tommaso d'Aquino occupa un posto speciale. Infatti, la forza dell'ingegno del Dottore Angelico, il suo sincero amore per la verità e la sua sapienza nel ricercare le altissime verità, illustrarle e unirle in un nesso appropriatissimo sono talmente grandi che la sua stessa dottrina è uno strumento efficacissimo non solo per dare alla fede un solido fondamento, ma anche per sperimentare utilmente e con sicurezza i frutti di un suo sano sviluppo».<br />RAPPORTO TRA FEDE E RAGIONE<br />Giovanni Paolo II nell'enciclica Fides et Ratio dedicata al rapporto tra fede e ragione cita ripetutamente san Tommaso e dedica un intero paragrafo alla «novità perenne» del suo pensiero (nn. 43-44). (...): «(...) Pur sottolineando con forza il carattere soprannaturale della fede, il Dottore Angelico non ha dimenticato il valore della sua ragionevolezza; ha saputo, anzi, scendere in profondità e precisare il senso di tale ragionevolezza. La fede, infatti, è in qualche modo "esercizio del pensiero"; la ragione dell'uomo non si annulla né si avvilisce dando l'assenso ai contenuti di fede; questi sono in ogni caso raggiunti con scelta libera e consapevole. E per questo motivo che, giustamente, san Tommaso è sempre stato proposto dalla Chiesa come maestro di pensiero e modello del retto modo di fare teologia. (...) Tra le grandi intuizioni di san Tommaso vi è anche quella relativa al ruolo che lo Spirito Santo svolge nel far maturare in sapienza la scienza umana. Fin dalle prime pagine della sua Summa Theologiae l'Aquinate volle mostrare il primato di quella sapienza che è dono dello Spirito Santo ed introduce alla conoscenza delle realtà divine. La sua teologia permette di comprendere la peculiarità della sapienza nel suo stretto legame con la fede e la conoscenza divina. Essa conosce per connaturalità, presuppone la fede e arriva a formulare il suo retto giudizio a partire dalla verità della fede stessa: "La sapienza elencata tra i doni dello Spirito Santo è distinta da quella che è posta tra le virtù intellettuali. Infatti quest'ultima si acquista con lo studio: quella invece viene dall'alto, come si esprime san Giacomo. Così pure è distinta dalla fede. Poiché la fede...]]></itunes:summary><itunes:duration>538</itunes:duration><itunes:keywords>dialogare,dottoreangelico,santommaso,sapienza,summateologica</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/e21ce3a8f1b52b566ab298cbc74aa1d5.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Girolamo e la caduta dell'impero romano</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-girolamo-e-la-caduta-dell-impero-romano--62095778</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7932" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7932</a><br /><br />SAN GIROLAMO E LA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO di Roberto de Mattei<br />Il 30 settembre si celebra la memoria di san Girolamo (347-420) uno dei più grandi Dottori della Chiesa, che, come sant'Agostino, si trovò a vivere il dramma della caduta dell'Impero romano.<br />Girolamo nacque a Stridone, in Dalmazia, nel 347, studiò a Roma, dove ricevette il battesimo. Si recò quindi in Oriente, soggiornando soprattutto ad Antiochia. Tornato a Roma nel 382, divenne segretario di papa Damaso e indirizzò all'ideale ascetico vari nobili romani. Un gruppo di donne dell'aristocrazia si riunirono sotto la guida di Girolamo per condurre una vita più perfetta, seguendo il suo appello a una nuova nobiltà cristiana, basata sulla preghiera e sulla verginità. Tra queste ricordiamo Marcella che fece del suo palazzo sull'Aventino una sorta di convento femminile, Fabiola, Proba, Paola. Dopo la morte di san Damaso però, Girolamo fu fortemente combattuto dalla Curia romana, e venne perfino accusato della morte di una sua discepola per i suoi digiuni eccessivi. Nel 386 lasciò allora Roma e si trasferì in Palestina. Alcune discepole, tra cui Paola e la figlia Giulia Eustochio, che saranno entrambe canonizzate, per non perdere i suoi insegnamenti, lo seguirono e decisero di rimanere con lui in Terra Santa fino alla fine dei loro giorni. "Onore a queste valorose! - scrive dom Guéranger - La loro fedeltà, la loro sete di sapere, le loro pie importunità procureranno al mondo un tesoro che non ha prezzo: la traduzione autentica dei Libri santi (Conc. Trid. Sess. IV)". Infatti fu grazie alla loro collaborazione che Girolamo realizzò quella che fu la principale opera della sua vita: la traduzione della Bibbia dal greco e dall'ebraico al latino, la celebre Vulgata, che è ancora oggi il testo biblico ufficiale a cui fa riferimento la Chiesa.<br />Girolamo subì durante la sua vita attacchi e diffamazioni, anche all'interno della Chiesa. A Gerusalemme entrò in contrasto con il vescovo Giovanni, che appoggiava l'eretico Pelagio. "Forti dell'appoggio del vescovo di Gerusalemme, - scrive Dom Guéranger - i Pelagiani si armarono una notte di torcia e di spada e si gettarono all'assassinio e all'incendio sul monastero di Girolamo e sulle vergini, che dopo la morte di Paola riconoscevano per madre Eustochio. Virilmente affiancata dalla nipote, Paola la giovane, la santa raccolse le sue figliuole e riuscì ad aprirsi un passaggio in mezzo alle fiamme. Ma l'ansietà della terribile notte aveva consumate le sue forze e Girolamo la seppellì presso la mangiatoia del Dio Bambino, come la madre e, lasciando incompiuto il suo commento a Geremia, si dispose egli pure a morire".<br />LA MORTE DI SAN GIROLAMO<br />San Girolamo morì poco dopo, il 30 settembre 420. Prima di morire fu testimone nelle sue lettere degli eventi terribili che aprirono il IV secolo. Il 31 dicembre dell'anno 406 i barbari attraversarono il Reno su una spessa lastra di ghiaccio, irrompendo all'interno dei confini dell'impero. Erano Vandali, Alani, Svevi, tribù intere, con donne e bambini, carri, bestie e greggi, quelli che travolsero ogni resistenza e dilagarono in Gallia. Nulla poté più fermarli.<br />Una lettera che san Girolamo scrisse da Betlemme nel 409 ci offre un'immagine impressionante della situazione in cui allora versava l'Impero: "Se fino a questo momento alcuni di noi, per quanto rari, stiamo ancora a casa nostra, non è merito nostro ma lo dobbiamo alla misericordia di Dio. Popolazioni senza numero e ferocissime hanno occupato tutte quante le Gallie. Tutto ciò che è compreso tra le Alpi e i Pirenei, tra l'Oceano e il Reno, i Quadi, i Vandali, i Sarmati, gli Alani, i Gepidi, gli Eruli, i Sassoni, i Burgundi, gli Alemanni e - oh, Stato disgraziato! - i Pannoni, nostri nemici, tutto quanto hanno saccheggiato. Magonza, quell'illustre città d'un tempo, è stata presa e rasa al suolo; nella sua chiesa è stata fatta una carneficina di migliaia e migliaia di persone. (...). Le province dell'Aquitania, di Novempopulonia, di Lione e di Narbona sono state completamente rase al suolo (...). Non mi riesce di ricordare Tolosa senza uno scroscio di lacrime. Se finora non è stata demolita lo si deve ai meriti del suo santo vescovo Esuperio. Anche le Spagne sono lì per lì per ricevere il colpo di grazia (...). Da tempo le regioni comprese tra il Ponto Eusino e le Alpi Giulie e che appartenevano a noi, non sono più nostre; e sono ormai trent'anni che, violato il confine del Danubio, si sta combattendo in pieno territorio dell'impero romano. A forza di versar lacrime, le abbiamo perse tutte invecchiando" (Lettera 123, 15-16).<br />IL SACCO DI ROMA<br />Il peggio non era ancora venuto. San Girolamo e le sue discepole si trovavano a Betlemme quando nell'agosto del 410 un immenso esercito di Visigoti, Unni, Alani e Sciti, guidati da Alarico, giunse, senza incontrare resistenza alle porte di Roma e la invase. Rapine, incendi, stragi, desolarono una città che, da ottocento anni, non era mai stata invasa dal nemico.<br />La notizia del sacco di Roma produsse in tutto il mondo un senso di stupore e di profonda costernazione. La città sovrana, la città eterna, Roma, era stata esposta all'oltraggio dei barbari che essa aveva mille volte debellati.<br />Sono commoventi le espressioni di dolore nelle quali proruppe san Girolamo alle successive e sempre più tristi notizie della caduta della città eterna. "Stavo per tradurre Ezechiele - egli racconta - quando mi giunse in Palestina la notizia della presa di Roma per mano di Alarico e della barbarica devastazione dell'Occidente; rimasi istupidito, e nulla più feci se non piangere". "Il più risplendente lume - egli esclama - si è spento; il capo del mondo è tronco e nella rovina di una sola città è perito tutto l'impero". "La città - così egli continua - che aveva soggiogato tutti i popoli, è stata espugnata; quella che aveva raccolto e accumulato tutti i tesori della terra, è ora spoglia e ridotta ad un mucchio di rovine".<br />Eppure mentre l'astro di Roma si spegneva una nuova luce si accendeva: era la Roma cristiana, la Roma degli Apostoli Pietro e Paolo, la Roma che a differenza di quella pagana, avrebbe sfidato i secoli e i millenni.<br />La luce di questa Roma che non tramonta continua a illuminare il mondo anche quando esso, come oggi accade, sembra immerso nelle tenebre. Il mondo moderno sembra seguire il percorso autodistruttivo dell'Impero romano; la Chiesa di Roma è destinata ad affermarsi sulle rovine del mondo moderno, come già accadde dopo il V secolo.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62095778</guid><pubDate>Wed, 02 Oct 2024 08:38:42 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/62095778/san_girolamo_e_la_caduta_dell_impero_romano.mp3" length="9101124" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7932

SAN GIROLAMO E LA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO di Roberto de Mattei
Il 30 settembre si celebra la memoria di san Girolamo (347-420) uno dei più grandi Dottori della Chiesa, che,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7932" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7932</a><br /><br />SAN GIROLAMO E LA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO di Roberto de Mattei<br />Il 30 settembre si celebra la memoria di san Girolamo (347-420) uno dei più grandi Dottori della Chiesa, che, come sant'Agostino, si trovò a vivere il dramma della caduta dell'Impero romano.<br />Girolamo nacque a Stridone, in Dalmazia, nel 347, studiò a Roma, dove ricevette il battesimo. Si recò quindi in Oriente, soggiornando soprattutto ad Antiochia. Tornato a Roma nel 382, divenne segretario di papa Damaso e indirizzò all'ideale ascetico vari nobili romani. Un gruppo di donne dell'aristocrazia si riunirono sotto la guida di Girolamo per condurre una vita più perfetta, seguendo il suo appello a una nuova nobiltà cristiana, basata sulla preghiera e sulla verginità. Tra queste ricordiamo Marcella che fece del suo palazzo sull'Aventino una sorta di convento femminile, Fabiola, Proba, Paola. Dopo la morte di san Damaso però, Girolamo fu fortemente combattuto dalla Curia romana, e venne perfino accusato della morte di una sua discepola per i suoi digiuni eccessivi. Nel 386 lasciò allora Roma e si trasferì in Palestina. Alcune discepole, tra cui Paola e la figlia Giulia Eustochio, che saranno entrambe canonizzate, per non perdere i suoi insegnamenti, lo seguirono e decisero di rimanere con lui in Terra Santa fino alla fine dei loro giorni. "Onore a queste valorose! - scrive dom Guéranger - La loro fedeltà, la loro sete di sapere, le loro pie importunità procureranno al mondo un tesoro che non ha prezzo: la traduzione autentica dei Libri santi (Conc. Trid. Sess. IV)". Infatti fu grazie alla loro collaborazione che Girolamo realizzò quella che fu la principale opera della sua vita: la traduzione della Bibbia dal greco e dall'ebraico al latino, la celebre Vulgata, che è ancora oggi il testo biblico ufficiale a cui fa riferimento la Chiesa.<br />Girolamo subì durante la sua vita attacchi e diffamazioni, anche all'interno della Chiesa. A Gerusalemme entrò in contrasto con il vescovo Giovanni, che appoggiava l'eretico Pelagio. "Forti dell'appoggio del vescovo di Gerusalemme, - scrive Dom Guéranger - i Pelagiani si armarono una notte di torcia e di spada e si gettarono all'assassinio e all'incendio sul monastero di Girolamo e sulle vergini, che dopo la morte di Paola riconoscevano per madre Eustochio. Virilmente affiancata dalla nipote, Paola la giovane, la santa raccolse le sue figliuole e riuscì ad aprirsi un passaggio in mezzo alle fiamme. Ma l'ansietà della terribile notte aveva consumate le sue forze e Girolamo la seppellì presso la mangiatoia del Dio Bambino, come la madre e, lasciando incompiuto il suo commento a Geremia, si dispose egli pure a morire".<br />LA MORTE DI SAN GIROLAMO<br />San Girolamo morì poco dopo, il 30 settembre 420. Prima di morire fu testimone nelle sue lettere degli eventi terribili che aprirono il IV secolo. Il 31 dicembre dell'anno 406 i barbari attraversarono il Reno su una spessa lastra di ghiaccio, irrompendo all'interno dei confini dell'impero. Erano Vandali, Alani, Svevi, tribù intere, con donne e bambini, carri, bestie e greggi, quelli che travolsero ogni resistenza e dilagarono in Gallia. Nulla poté più fermarli.<br />Una lettera che san Girolamo scrisse da Betlemme nel 409 ci offre un'immagine impressionante della situazione in cui allora versava l'Impero: "Se fino a questo momento alcuni di noi, per quanto rari, stiamo ancora a casa nostra, non è merito nostro ma lo dobbiamo alla misericordia di Dio. Popolazioni senza numero e ferocissime hanno occupato tutte quante le Gallie. Tutto ciò che è compreso tra le Alpi e i Pirenei, tra l'Oceano e il Reno, i Quadi, i Vandali, i Sarmati, gli Alani, i Gepidi, gli Eruli, i Sassoni, i Burgundi, gli Alemanni e - oh, Stato disgraziato! - i Pannoni, nostri nemici, tutto quanto hanno saccheggiato....]]></itunes:summary><itunes:duration>569</itunes:duration><itunes:keywords>caduta,eretici,imperoromano,pelagiani,sangirolamo,vescovo,vulgata</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1134d2fe282f7534377735900108cbd9.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La clamorosa storia di santa Marta dopo l'ascensione</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-clamorosa-storia-di-santa-marta-dopo-l-ascensione--62095281</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7925" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7925</a><br /><br />LA CLAMOROSA STORIA DI SANTA MARTA DOPO L'ASCENSIONE di Pietro Romano<br /><br />Uno dei classici della letteratura cristiana è la Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, che contiene meditazioni spirituali sui tempi liturgici e molte vite di santi e martiri (per "leggenda" non si intende "fatto inventato", ma "storia da leggersi"). Tra queste meditazioni "da leggersi" (per la festa liturgica del giorno) si trova anche la vita di santa Marta. Di famiglia nobile, il padre si chiamava Syro ed era duca di Siria, mentre sua madre si chiamava Encharia. Con la morte dei genitori Marta ereditò, insieme a sua sorella Maria, il castello di Magdala, quello di Betania e Gerusalemme. Stando alla tradizione, Marta non si sposò e dedicò tutta la sua vita a servire Gesù. Dopo l'ascensione i tre fratelli Lazzaro, Marta, Maria Maddalena, insieme ad altri cristiani, perseguitati per la fede e abbandonati su una barca senza né vela n remi, né timone, né provviste, approdarono a Marsiglia, dove santa Marta convertì molti alla fede cristiana.<br />Mentre la santa si dedicava a evangelizzare la Provenza un terribile mostro chiamato Tarasca, devastava quelle terre e uccideva uomini. Quando santa Marta seppe di questa bestia feroce, si recò nei boschi dove l'animale aveva dimora, portando con sé dell'acqua benedetta e pregando intensamente. Scorse la bestia mentre stava divorando un uomo. Con coraggio virile, intinse un rametto d'issopo nell'acqua benedetta e asperse la bestia, tracciando su di essa il segno di Croce. Immediatamente il feroce animale divenne come un agnellino e si mise ai piedi di santa Marta, che lo lego con la propria cintura lo condusse in citta dove fu subito ucciso con lance e pietre. Questa città, in memoria di tale avvenimento, fu chiamata Tarascona. Qui la santa rimase, con il permesso del suo maestro e di sua sorella, vivendo in continua preghiera e digiuni. E in questo stesso luogo, dopo aver eretto un grande monastero di suore ed edificato una basilica in onore della Beata sempre vergine Maria, condusse una vita di aspra penitenza, cibandosi una sola volta al giorno e trascorrendo i giorni e le notti in ginocchio a pregare.<br />Un altro miracolo della Santa è degno di nota. Mentre un giorno predicava la Parola di Dio presso Avignone, tra la città del fiume Rodano, un giovane, che si trovava dall'altra sponda del fiume, desiderando di ascoltare le sue parole e non avendo alcuna barca, si gettò a nuoto nel fiume per raggiungere il luogo dove si trovava la Santa, ma la violenza della corrente lo travolse e il povero uomo annegò. La gente del posto ritrovò il suo corpo il giorno dopo e pensò di portarlo subito ai piedi di santa Marta perché lo resuscitasse. Ella, avendo saputo cosa fosse successo, si mise on le braccia aperte a forma di croce e pregò così il Signore: "Oh Adonay, Signore Gesù Cristo, che un giorno resuscitasti il mio amato fratello, guarda alla fede di coloro che sono qui presenti e risuscita questo giovane". Quindi, lo prese per mano, l'uomo si alzò e ricevette il battesimo.<br />Proprio a Tarascona, nel X secolo fu edificata la prima Chiesa dedicata a Santa Marta e la sua memoria si festeggia il 29 luglio con grande solennità e una tradizionale processione, nella quale viene ripresentato l'episodio in cui Santa Marta ammansisce il drago feroce.<br />Santa Marta, il cui nome in aramaico significa "padrona", è la protettrice delle casalinghe, delle domestiche, degli albergatori e dei cuochi, ma, potremmo dire, è soprattutto la patrona di tutti coloro che sono preoccupati e agitati per molte cose, e dimenticano l'unica cosa necessaria: rimanere in amorosa unione e adorazione dell'Ospite divino Gesù.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62095281</guid><pubDate>Tue, 24 Sep 2024 20:27:38 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/62095281/la_clamorosa_storia_di_santa_marta_dopo_l_ascensione.mp3" length="5326097" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7925

LA CLAMOROSA STORIA DI SANTA MARTA DOPO L'ASCENSIONE di Pietro Romano

Uno dei classici della letteratura cristiana è la Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, che contiene...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7925" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7925</a><br /><br />LA CLAMOROSA STORIA DI SANTA MARTA DOPO L'ASCENSIONE di Pietro Romano<br /><br />Uno dei classici della letteratura cristiana è la Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, che contiene meditazioni spirituali sui tempi liturgici e molte vite di santi e martiri (per "leggenda" non si intende "fatto inventato", ma "storia da leggersi"). Tra queste meditazioni "da leggersi" (per la festa liturgica del giorno) si trova anche la vita di santa Marta. Di famiglia nobile, il padre si chiamava Syro ed era duca di Siria, mentre sua madre si chiamava Encharia. Con la morte dei genitori Marta ereditò, insieme a sua sorella Maria, il castello di Magdala, quello di Betania e Gerusalemme. Stando alla tradizione, Marta non si sposò e dedicò tutta la sua vita a servire Gesù. Dopo l'ascensione i tre fratelli Lazzaro, Marta, Maria Maddalena, insieme ad altri cristiani, perseguitati per la fede e abbandonati su una barca senza né vela n remi, né timone, né provviste, approdarono a Marsiglia, dove santa Marta convertì molti alla fede cristiana.<br />Mentre la santa si dedicava a evangelizzare la Provenza un terribile mostro chiamato Tarasca, devastava quelle terre e uccideva uomini. Quando santa Marta seppe di questa bestia feroce, si recò nei boschi dove l'animale aveva dimora, portando con sé dell'acqua benedetta e pregando intensamente. Scorse la bestia mentre stava divorando un uomo. Con coraggio virile, intinse un rametto d'issopo nell'acqua benedetta e asperse la bestia, tracciando su di essa il segno di Croce. Immediatamente il feroce animale divenne come un agnellino e si mise ai piedi di santa Marta, che lo lego con la propria cintura lo condusse in citta dove fu subito ucciso con lance e pietre. Questa città, in memoria di tale avvenimento, fu chiamata Tarascona. Qui la santa rimase, con il permesso del suo maestro e di sua sorella, vivendo in continua preghiera e digiuni. E in questo stesso luogo, dopo aver eretto un grande monastero di suore ed edificato una basilica in onore della Beata sempre vergine Maria, condusse una vita di aspra penitenza, cibandosi una sola volta al giorno e trascorrendo i giorni e le notti in ginocchio a pregare.<br />Un altro miracolo della Santa è degno di nota. Mentre un giorno predicava la Parola di Dio presso Avignone, tra la città del fiume Rodano, un giovane, che si trovava dall'altra sponda del fiume, desiderando di ascoltare le sue parole e non avendo alcuna barca, si gettò a nuoto nel fiume per raggiungere il luogo dove si trovava la Santa, ma la violenza della corrente lo travolse e il povero uomo annegò. La gente del posto ritrovò il suo corpo il giorno dopo e pensò di portarlo subito ai piedi di santa Marta perché lo resuscitasse. Ella, avendo saputo cosa fosse successo, si mise on le braccia aperte a forma di croce e pregò così il Signore: "Oh Adonay, Signore Gesù Cristo, che un giorno resuscitasti il mio amato fratello, guarda alla fede di coloro che sono qui presenti e risuscita questo giovane". Quindi, lo prese per mano, l'uomo si alzò e ricevette il battesimo.<br />Proprio a Tarascona, nel X secolo fu edificata la prima Chiesa dedicata a Santa Marta e la sua memoria si festeggia il 29 luglio con grande solennità e una tradizionale processione, nella quale viene ripresentato l'episodio in cui Santa Marta ammansisce il drago feroce.<br />Santa Marta, il cui nome in aramaico significa "padrona", è la protettrice delle casalinghe, delle domestiche, degli albergatori e dei cuochi, ma, potremmo dire, è soprattutto la patrona di tutti coloro che sono preoccupati e agitati per molte cose, e dimenticano l'unica cosa necessaria: rimanere in amorosa unione e adorazione dell'Ospite divino Gesù.]]></itunes:summary><itunes:duration>333</itunes:duration><itunes:keywords>drago,mariamaddalena,miracoli,sanlazzaro,santamarta</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c9614c22f332f26e5a87e7cd6286db25.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il beato Schuster</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-beato-schuster--62015932</link><description><![CDATA[<a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7924" target="_blank" rel="noreferrer noopener">TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7924</a><br /><br />IL BEATO SCHUSTER, ARCIVESCOVO DI MILANO<br />di Roberto de Mattei<br /><br />Il 30 agosto sono ricorsi i 70 anni dalla morte del beato cardinale Ildefonso Schuster, monaco benedettino, cardinale di Santa Romana Chiesa e arcivescovo di Milano.<br />Fu battezzato con il nome di Alfredo Ludovico a Roma, dove nacque il 18 gennaio 1880, primogenito di Giovanni, zuavo pontificio di origine bavarese, e della sua terza moglie, Maria Anna Tutzer di Bolzano. A nove anni, perse il padre e per interessamento del barone Pfiffer d'Altishofen, colonnello delle guardie svizzere, venne mandato a studiare presso i benedettini del monastero romano di S. Paolo fuori le Mura. Qui ebbe come maestro il beato Placido Riccardi (1844-1915), rettore dell'abbazia di Farfa, che lo aiuto a discernere la vocazione religiosa. Entrato come novizio nell'ordine benedettino col nome di Ildefonso prese i voti nel 1899, si laureò in filosofia al Collegio di S. Anselmo e nel 1904 divenne sacerdote.<br />Mostrò, fin da giovanissimo, grandi qualità di studioso, nei campi della storia, dell'archeologia, della liturgia, della musica sacra, ma soprattutto si distinse per una grande pietà ed esattezza nell'osservanza della disciplina monastica. Gli vennero perciò affidati importanti incarichi, come il rettorato del Pontificio istituto Orientale e la missione di visitatore apostolico in Lombardia, Campania e Calabria. Il 26 marzo 1918, a soli 38 anni, fu eletto abate del monastero romano di S. Paolo fuori le Mura, incarico che mantenne fino a quando, nel 1929, Pio XI lo scelse come arcivescovo di Milano, creandolo cardinale. Fu il primo vescovo a prestare giuramento di fedeltà davanti a Vittorio Emanuele III, come prevedevano i Patti Lateranensi appena firmati tra Italia e Santa Sede l'11 febbraio dello stesso anno.<br />Il cardinale Schuster osservò una posizione di lealismo nei confronti delle legittime autorità politiche, che in quel momento erano rappresentate dal sovrano sabaudo e dal Duce del fascismo Benito Mussolini. Ciò non gli impedì di resistere ai tentativi di ingerenza del regime fascista nella vita della sua diocesi e di denunciare il razzismo hitleriano come "un'eresia", in una celebre predica dal pulpito del Duomo, il 13 novembre 1938, che suscitò la protesta del regime (Angelo Majo, Schuster, una vita per Milano, NED, Milano 1994, pp. 64-65).<br />UN PASTORE ESEMPLARE<br />Fu un pastore esemplare del popolo a lui affidato. Milano era una diocesi di 1000 parrocchie servite da 2000 sacerdoti. Schuster compì in venticinque anni ben cinque Visite Pastorali, consacrando 280 nuove chiese, ma senza mai mancare alla Messa Capitolare di ogni domenica e di ogni festa.<br />Durante la Seconda guerra mondiale appartenne a quel gruppo di coraggiosi Pastori, come i cardinali Elia Dalla Costa (1872 - 1961), arcivescovo di Firenze, e Antonio Santin (1895-1981), arcivescovo di Trieste, ai quali fu applicato il titolo di "defensor civitatis", per l'impegno con cui difesero la loro diocesi nelle ore più buie del conflitto. Nell'aprile 1945, alla caduta della Repubblica Sociale Italiana, il cardinale propose una trattativa tra i rappresentanti partigiani e Mussolini, ma quest'ultimo invece di consegnarsi agli alleati, preferì partire verso quel confine svizzero dove trovò la morte. Quando i corpi di Mussolini e dei gerarchi fascisti furono esposti a piazzale Loreto, Schuster ne condannò lo scempio e li benedisse per il rispetto che si deve a qualsiasi cadavere. Nel dopoguerra fu eletto primo presidente della Conferenza episcopale italiana e nel 1954, ammalato, si ritirò nel seminario di Venogono, da lui fatto costruire, dove si spense il 30 agosto di quell'anno. Fu beatificato il 12 maggio 1996 da Giovanni Paolo II, che ne fissò la memoria liturgica al 30 agosto. E' sepolto nel Duomo di Milano, dove è continuo il flusso davanti ai suoi resti mortali.<br />Il cardinale Schuster fu sempre e innanzitutto un figlio di San Benedetto, di cui meditò a fondo la Regola, basata sull'Ora et labora. Egli era convinto che questa Regola, che fonde in un armonioso equilibrio la preghiera e l'azione, potesse plasmare la vita non solo dei monaci, ma di chiunque sia disposto a vivere nel mondo, ispirandosi alla spiritualità benedettina.  <br />Prese certamente come modello uno dei suoi predecessori più illustri nel governo della diocesi di Milano, san Carlo Borromeo, ma non bisogna dimenticare, un'altra eminente figura a lui particolarmente cara, il beato benedettino, Giuseppe Benedetto Dusmet, dei marchesi de Smours (1818 - 1894), cardinale-arcivescovo di Catania, pastore amatissimo del popolo della città etnea.<br />RTANTI STUDI SUI SACRAMENTI E SULLA LITURGIA<br />Il cardinale Schuster va ricordato inoltre per i suoi importanti studi sui sacramenti e sulla liturgia, come il Liber Sacramentorum (Marietti, Torino 1919-1929), un commento storico-liturgico in 9 volumi al Messale Romano, frutto delle lezioni tenute presso il Pontificio Istituto di Musica sacra. Il vescovo Cesario d'Amato, che di lui fu successore alla guida dell'abbazia di San Paolo, racconta di aver avuto, per due anni, l'onore di servire la Messa al futuro cardinale nel suo oratorio privato e riferisce che Schuster "[...] subito si metteva allo scrittoio a scrivere rapidamente il commento alla messa del giorno. La maggior parte del Liber Sacramentorum è nata così, per dirlo con una frase che gli piaceva: «sulle ginocchia».<br />Al centro della vita spirituale del cardinale Schuster è Gesù Cristo, Verbo Incarnato e Re della storia. Questo è il titolo delle sue Lezioni di storia ecclesiastica, in cui scrive: "la storia della società cristiana esige (...) un primo principio di azione tutto divino, onnipotente e sapiente che noi ammaestrati dalla Teologia riconosciamo nello Spirito di Colui che ci ha promesso che sarebbe rimasto tra noi sino alla fine dei secoli" (Gesù Cristo nella storia. Benedictina Editrice, Roma 1996, pp. 34-35).<br />Ai seminaristi di Venegono, poco prima di morire, disse: «Altro ricordo non ho da darvi che un invito alla santità. La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega. La gente pare che viva ignara delle realtà soprannaturali, indifferente ai problemi della salvezza. Ma se un santo, o vivo o morto, passa, tutti accorrono al suo passaggio» (Angelo Majo, Schuster, una vita per Milano, p. 32).<br />Vivo o morto. La distinzione è importante. Non sempre infatti nella vita di un santo tutti accorrono al suo passaggio. Sappiamo bene che molti attraversano il proprio tempo, ignoti o incompresi dai più. Ma tutti accorrono al passaggio dei santi dopo la loro morte, amandoli e onorandoli, soprattutto quando la Chiesa ne ha decretato le virtù. Così accade oggi per il beato cardinale Ildefonso Schuster, di cui chiediamo l'intercessione.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/62015932</guid><pubDate>Wed, 18 Sep 2024 19:04:10 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/62015932/il_beato_schuster.mp3" length="8065671" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7924

IL BEATO SCHUSTER, ARCIVESCOVO DI MILANO
di Roberto de Mattei

Il 30 agosto sono ricorsi i 70 anni dalla morte del beato cardinale Ildefonso Schuster, monaco benedettino, cardinale di Santa Romana...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[<a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7924" target="_blank" rel="noreferrer noopener">TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7924</a><br /><br />IL BEATO SCHUSTER, ARCIVESCOVO DI MILANO<br />di Roberto de Mattei<br /><br />Il 30 agosto sono ricorsi i 70 anni dalla morte del beato cardinale Ildefonso Schuster, monaco benedettino, cardinale di Santa Romana Chiesa e arcivescovo di Milano.<br />Fu battezzato con il nome di Alfredo Ludovico a Roma, dove nacque il 18 gennaio 1880, primogenito di Giovanni, zuavo pontificio di origine bavarese, e della sua terza moglie, Maria Anna Tutzer di Bolzano. A nove anni, perse il padre e per interessamento del barone Pfiffer d'Altishofen, colonnello delle guardie svizzere, venne mandato a studiare presso i benedettini del monastero romano di S. Paolo fuori le Mura. Qui ebbe come maestro il beato Placido Riccardi (1844-1915), rettore dell'abbazia di Farfa, che lo aiuto a discernere la vocazione religiosa. Entrato come novizio nell'ordine benedettino col nome di Ildefonso prese i voti nel 1899, si laureò in filosofia al Collegio di S. Anselmo e nel 1904 divenne sacerdote.<br />Mostrò, fin da giovanissimo, grandi qualità di studioso, nei campi della storia, dell'archeologia, della liturgia, della musica sacra, ma soprattutto si distinse per una grande pietà ed esattezza nell'osservanza della disciplina monastica. Gli vennero perciò affidati importanti incarichi, come il rettorato del Pontificio istituto Orientale e la missione di visitatore apostolico in Lombardia, Campania e Calabria. Il 26 marzo 1918, a soli 38 anni, fu eletto abate del monastero romano di S. Paolo fuori le Mura, incarico che mantenne fino a quando, nel 1929, Pio XI lo scelse come arcivescovo di Milano, creandolo cardinale. Fu il primo vescovo a prestare giuramento di fedeltà davanti a Vittorio Emanuele III, come prevedevano i Patti Lateranensi appena firmati tra Italia e Santa Sede l'11 febbraio dello stesso anno.<br />Il cardinale Schuster osservò una posizione di lealismo nei confronti delle legittime autorità politiche, che in quel momento erano rappresentate dal sovrano sabaudo e dal Duce del fascismo Benito Mussolini. Ciò non gli impedì di resistere ai tentativi di ingerenza del regime fascista nella vita della sua diocesi e di denunciare il razzismo hitleriano come "un'eresia", in una celebre predica dal pulpito del Duomo, il 13 novembre 1938, che suscitò la protesta del regime (Angelo Majo, Schuster, una vita per Milano, NED, Milano 1994, pp. 64-65).<br />UN PASTORE ESEMPLARE<br />Fu un pastore esemplare del popolo a lui affidato. Milano era una diocesi di 1000 parrocchie servite da 2000 sacerdoti. Schuster compì in venticinque anni ben cinque Visite Pastorali, consacrando 280 nuove chiese, ma senza mai mancare alla Messa Capitolare di ogni domenica e di ogni festa.<br />Durante la Seconda guerra mondiale appartenne a quel gruppo di coraggiosi Pastori, come i cardinali Elia Dalla Costa (1872 - 1961), arcivescovo di Firenze, e Antonio Santin (1895-1981), arcivescovo di Trieste, ai quali fu applicato il titolo di "defensor civitatis", per l'impegno con cui difesero la loro diocesi nelle ore più buie del conflitto. Nell'aprile 1945, alla caduta della Repubblica Sociale Italiana, il cardinale propose una trattativa tra i rappresentanti partigiani e Mussolini, ma quest'ultimo invece di consegnarsi agli alleati, preferì partire verso quel confine svizzero dove trovò la morte. Quando i corpi di Mussolini e dei gerarchi fascisti furono esposti a piazzale Loreto, Schuster ne condannò lo scempio e li benedisse per il rispetto che si deve a qualsiasi cadavere. Nel dopoguerra fu eletto primo presidente della Conferenza episcopale italiana e nel 1954, ammalato, si ritirò nel seminario di Venogono, da lui fatto costruire, dove si spense il 30 agosto di quell'anno. Fu beatificato il 12 maggio 1996 da Giovanni Paolo II, che ne fissò la memoria liturgica al 30 agosto. 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Fu a questa umile suora che la Provvidenza affidò un grande rimedio soprannaturale contro una nuova eresia che nasceva nel XVII secolo.<br />Questa nuova eresia era il giansenismo, una corrente religiosa che sul piano dogmatico stravolgeva la dottrina cattolica della grazia, spingendola verso il calvinismo, e sul piano morale rinchiudeva la vita cristiana in un tetro e insopportabile rigorismo. I giansenisti ignoravano il ruolo della misericordia, appellandosi solo alla implacabile giustizia divina. Ma al di là degli errori teologici e morali, la peggiore insidia giansenista stava nel suo tentativo di voler riformare la Chiesa dall'interno e non più dall'esterno, come aveva cercato di fare il protestantesimo. Il giansenismo intendeva rimanere dentro la Chiesa, senza essere condannato, ma cercando anzi la condanna dei suoi avversari che, in quel momento, erano soprattutto i gesuiti, i più fedeli difensori dell'ortodossia romana.<br />I disegni della Divina Provvidenza sconvolsero questo programma di distruzione della Chiesa. Margherita Maria Alacoque, lo strumento di questo straordinario intervento della grazia, nacque in Borgogna nel 1647, e dovette vincere la resistenza dei genitori per entrare, a ventiquattro anni, nelle visitandine del convento di Paray-le-Monial, dove fu incompresa dalle consorelle e malgiudicata dai superiori, finché, nel 1675 fu nominato Rettore del Collegio gesuita di Paray-le-Monial il padre Claudio de La Colombière, che aveva allora 34 anni, ma si era già distinto per la sua pietà e la sua dottrina. D'accordo con il suo Superiore, oltre al voto di obbedienza al Papa, il padre de La Colombière aveva pronunciato quello, eroico, di osservare sotto pena di peccato tutte le regole del suo Ordine<br />UN INCARICO APPARENTEMENTE SECONDARIO<br />I superiori gli affidarono un incarico apparentemente secondario, perché sapevano che nel Monastero della Visitazione, si trovava una religiosa favorita da rivelazioni del Cielo. Margherita Maria, da parte sua, aspettava che il Signore adempisse la promessa di inviarle un suo  "servo fedele e amico perfetto ", per realizzare la missione alla quale la destinava: manifestare al mondo le ricchezze imperscrutabili del suo amore.<br />Giunto nella sua nuova destinazione il padre de La Colombière, incontrò suor Margherita Maria e ne divenne direttore spirituale, orientandola nella sua vita spirituale e suggerendogli di mettere per iscritto tutto ciò che passava nella sua anima. Durante l'ottava del Corpus Domini 1675, Gesù, mostrando il suo Cuore a Margherita, le disse:  "Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e in contraccambio non riceve che ingratitudini, disprezzo, irriverenze, sacrilegi e freddezza in questo Sacramento d'amore ".<br />Quella del giansenismo era una concezione di Dio oppressiva ed angosciante. Il Sacro Cuore appare a santa Margherita Maria Alacoque affermando, invece, che bisogna abbandonarsi al suo Amore, e formulando la grande promessa dei primi Nove Venerdì del mese: "Io ti prometto nell'eccesso della misericordia del mio Cuore che il mio Amore onnipotente concederà a tutti quelli che si comunicheranno al primo venerdì del mese, per nove mesi consecutivi, la grazia della perseveranza finale; essi non morranno nella mia disgrazia, né senza ricevere i Sacramenti, servendo loro il mio cuore di asilo sicuro in quell'ora estrema ". Il Signore disse poi alla religiosa visitandina: "Rivolgiti al mio servo, il Padre de La Colombière, e digli da parte mia di fare il possibile per propagare questa devozione e di fare questo piacere al mio Cuore divino... Sappia che è onnipotente colui che diffida interamente di se stesso per confidare solo in me ".<br />Margherita comunicò il suo messaggio al Padre e tutti e due, il 21 giugno, si consacrarono al Cuore di Gesù e moltiplicarono i loro sforzi per diffondere questa devozione. La loro fu un'inscindibile amicizia spirituale dai frutti straordinari.<br />Dopo un anno e mezzo di permanenza a Paray-le-Monial, nel 1676 il padre de La Colombière fu destinato a Londra, come cappellano della giovane duchessa di York, Maria Beatrice d'Este, nota in Inghilterra come Mary of Modena, perché era figlia del duca di Modena Alfonso d'Este. Maria di Modena aveva sposato Giacomo Stuart, duca di York, che, alla morte del fratello Carlo II, nel 1685, avrebbe regnato con il nome di Giacomo II, fino alla Rivoluzione del 1688, che stroncò la possibilità di una restaurazione cattolica dell'Inghilterra. Giacomo si era segretamente convertito al cattolicesimo, mentre la moglie Maria subiva una dura opposizione a causa della sua fede cattolica.<br />LA MISSIONE A LONDRA<br />Nella Londra ferocemente protestante, esisteva però un'enclave cattolica, che aveva il suo centro nella chiesa di St. James nella Spanish Place dove, dal 1676 al 1679 il padre de La Colombière, predicò, dedicandosi all'istruzione nella vera fede di cattolici o ex-cattolici inglesi. In questa Chiesa sarebbe stato battezzato, due secoli dopo, l'11 ottobre 1865, Rafael Merry del Val, futuro cardinale di Santa Romana Chiesa.<br />Improvvisamente, alla fine del 1678, il padre de La Colombière fu arrestato sotto l'accusa calunniosa di essere coinvolto in uno pseudo "complotto papale ". Fu imprigionato nel carcere di King's Bench, dove restò durante tre settimane, sottoposto a gravi privazioni, ma in virtù della sua posizione a corte e della sua cittadinanza francese, sfuggì alla condanna a morte e fu espulso dall'Inghilterra. Tornò a Paray-le-Monial dove morì, a soli 41 anni, il 15 febbraio 1682. Da quel giorno, nella sua preghiera personale, alle litanie dei santi santa Margherita Maria aggiungeva: "San Claudio, prega per noi! "<br />Nel 1929, Claudio de La Colombière fu beatificato da papa Pio XI e nel 1992 canonizzato da Giovanni Paolo II. La casa editrice AdP ha ripubblicato nel 2023 il suo Diario spirituale, che merita di essere letto da chiunque voglia approfondire la devozione al Sacro Cuore, ma anche da chiunque voglia capire come vivere in spirito di completo abbandono alla Divina Provvidenza. Nel Diario, san Claudio traccia questo programma: "Vivere giorno per giorno. Sperare di morire nell'occupazione che svolgiamo ". Cercare, in una parola, la perfezione nel momento presente, non preoccupandoci del nostro domani e affidandoci ciecamente a Dio. "Mio Dio, - scrive - sono intimamente persuaso che non sarà mai troppa la fiducia che ho in Te e che, ciò che otterrò da Te, sarà sempre al di sopra di ciò che avrò sperato ".<br />Lo spirito di abbandono alla Provvidenza e la devozione ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria, sono più che mai necessari per infondere vita e calore soprannaturale in un'epoca, come la nostra, in cui le anime sembrano così spesso raggelate e prive del fuoco dell'Amore divino.<br /><br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60508161</guid><pubDate>Tue, 25 Jun 2024 20:31:28 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60508161/apostolo_del_sacro_cuore.mp3" length="10285183" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7827

APOSTOLO DEL SACRO CUORE E PADRE SPIRITUALE DI SANTA MARGHERITA MARIA ALACOQUE di Roberto de Mattei

La devozione al Sacro Cuore che caratterizza il mese di giugno è legata...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7827" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7827</a><br /><br />APOSTOLO DEL SACRO CUORE E PADRE SPIRITUALE DI SANTA MARGHERITA MARIA ALACOQUE di Roberto de Mattei<br /><br />La devozione al Sacro Cuore che caratterizza il mese di giugno è legata soprattutto alla figura di santa Margherita Maria Alacoque, (1647-1690), suora dell'ordine della Visitazione, fondato da san Francesco di Sales e santa Giovanna di Chantal. Fu a questa umile suora che la Provvidenza affidò un grande rimedio soprannaturale contro una nuova eresia che nasceva nel XVII secolo.<br />Questa nuova eresia era il giansenismo, una corrente religiosa che sul piano dogmatico stravolgeva la dottrina cattolica della grazia, spingendola verso il calvinismo, e sul piano morale rinchiudeva la vita cristiana in un tetro e insopportabile rigorismo. I giansenisti ignoravano il ruolo della misericordia, appellandosi solo alla implacabile giustizia divina. Ma al di là degli errori teologici e morali, la peggiore insidia giansenista stava nel suo tentativo di voler riformare la Chiesa dall'interno e non più dall'esterno, come aveva cercato di fare il protestantesimo. Il giansenismo intendeva rimanere dentro la Chiesa, senza essere condannato, ma cercando anzi la condanna dei suoi avversari che, in quel momento, erano soprattutto i gesuiti, i più fedeli difensori dell'ortodossia romana.<br />I disegni della Divina Provvidenza sconvolsero questo programma di distruzione della Chiesa. Margherita Maria Alacoque, lo strumento di questo straordinario intervento della grazia, nacque in Borgogna nel 1647, e dovette vincere la resistenza dei genitori per entrare, a ventiquattro anni, nelle visitandine del convento di Paray-le-Monial, dove fu incompresa dalle consorelle e malgiudicata dai superiori, finché, nel 1675 fu nominato Rettore del Collegio gesuita di Paray-le-Monial il padre Claudio de La Colombière, che aveva allora 34 anni, ma si era già distinto per la sua pietà e la sua dottrina. D'accordo con il suo Superiore, oltre al voto di obbedienza al Papa, il padre de La Colombière aveva pronunciato quello, eroico, di osservare sotto pena di peccato tutte le regole del suo Ordine<br />UN INCARICO APPARENTEMENTE SECONDARIO<br />I superiori gli affidarono un incarico apparentemente secondario, perché sapevano che nel Monastero della Visitazione, si trovava una religiosa favorita da rivelazioni del Cielo. Margherita Maria, da parte sua, aspettava che il Signore adempisse la promessa di inviarle un suo  "servo fedele e amico perfetto ", per realizzare la missione alla quale la destinava: manifestare al mondo le ricchezze imperscrutabili del suo amore.<br />Giunto nella sua nuova destinazione il padre de La Colombière, incontrò suor Margherita Maria e ne divenne direttore spirituale, orientandola nella sua vita spirituale e suggerendogli di mettere per iscritto tutto ciò che passava nella sua anima. Durante l'ottava del Corpus Domini 1675, Gesù, mostrando il suo Cuore a Margherita, le disse:  "Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e in contraccambio non riceve che ingratitudini, disprezzo, irriverenze, sacrilegi e freddezza in questo Sacramento d'amore ".<br />Quella del giansenismo era una concezione di Dio oppressiva ed angosciante. Il Sacro Cuore appare a santa Margherita Maria Alacoque affermando, invece, che bisogna abbandonarsi al suo Amore, e formulando la grande promessa dei primi Nove Venerdì del mese: "Io ti prometto nell'eccesso della misericordia del mio Cuore che il mio Amore onnipotente concederà a tutti quelli che si comunicheranno al primo venerdì del mese, per nove mesi consecutivi, la grazia della perseveranza finale; essi non morranno nella mia disgrazia, né senza ricevere i Sacramenti, servendo loro il mio cuore di asilo sicuro in quell'ora estrema ". Il Signore disse poi alla religiosa visitandina: "Rivolgiti al mio servo, il...]]></itunes:summary><itunes:duration>643</itunes:duration><itunes:keywords>devozione,giansenismo,sacrocuore,sanclaudiocolombiere,santamargheritamariaalacoque</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ec827fb41391f535ce82631f3797187a.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Beatificato don Streich, martire ucciso dai comunisti</title><link>https://www.spreaker.com/episode/beatificato-don-streich-martire-ucciso-dai-comunisti--60428901</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7828" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7828</a><br /><br />BEATIFICATO DON STREICH, MARTIRE UCCISO DAI COMUNISTI di Wlodzimierz Redzioch<br />Durante l'udienza concessa il 23 maggio al card. Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, Papa Francesco ha autorizzato il medesimo Dicastero a promulgare una serie di decreti, tra cui quello riguardante il martirio del Servo di Dio Stanislao Kostka Streich, sacerdote diocesano; nato il 27 agosto 1902 a Bydgoszcz (Polonia) e ucciso in odio alla fede il 27 febbraio 1938 a Luboń (Polonia). Un'altra vittima del comunismo in Polonia sarà proclamata beata, ma a differenza dei sacerdoti martiri nel periodo comunista, don Streich fu ucciso nella Polonia democratica, prima della Seconda guerra mondiale da un militante comunista. La sua storia assomiglia a tante storie dei sacerdoti dell'Emilia Romagna martirizzati dai comunisti negli anni Quaranta.<br />Un anno prima dell'assassinio di don Streich Pio XI pubblicava l'Enciclica Divini Redemptoris sul «'comunismo bolscevico' ed ateo che mira a capovolgere l'ordinamento sociale e a scalzare gli stessi fondamenti della civiltà cristiana». Nella sua Enciclica il Papa, tra le altre cose, spiegava le cause della violenza esercitata dai comunisti. «Insistendo sull'aspetto dialettico del loro materialismo, i comunisti pretendono che il conflitto, che porta il mondo verso la sintesi finale, può essere accelerato dagli uomini. Quindi si sforzano di rendere più acuti gli antagonismi che sorgono fra le diverse classi della società; e la lotta di classe, con i suoi odi e le sue distruzioni, prende l'aspetto d'una crociata per il progresso dell'umanità. Invece, tutte le forze, quali che esse siano, che resistono a quelle violenze sistematiche, debbono essere annientate come nemiche del genere umano» - scriveva Pio XI. Il martiro di don Streich è la prova della correttezza dell'analisi del Papa che, purtroppo, è sempre attuale.<br />DON STANISŁAW KOSTKA STREICH<br />Ma chi era don Stanisław Kostka Streich? Nacque il 27 agosto 1902 a Bydgoszcz che nel periodo delle spartizioni della Polonia ad opera delle potenze confinanti (1795-1918) apparteneva alla Prussia. I suoi genitori erano: Franciszek Streich, impiegato di una Compagnia di Assicurazioni, e Władysława Birzyńska. Nel 1912, dopo aver compiuto i tre anni della scuola dell'obbligo, frequentò per otto anni il ginnasio di Scienze umane fino al 1920. Lo stesso anno, inoltrò una domanda di ammissione al Seminario di Poznań e fu ammesso. Poi studiò a Gniezno e fu ordinato sacerdote il 6 giugno 1925. Dopo l'ordinazione, negli anni 1925-1928 studiò filosofia classica all'Università di Poznań. Negli anni successivi lavorava come vicario presso varie parrocchie e insegnava religione al seminario.<br />Nel 1933 assunse la funzione di parroco nella località Zabikowo nel territorio del comune di Lubon dove, purtroppo, mancava una vera chiesa: da chiesa fungeva la cappella presso il convento delle Ancelle dell'Immacolata. Don Streich organizzò un comitato per la costruzione della chiesa: nel 1935 fu presa la decisione di avvio della costruzione della chiesa a Luboń e fu istituita la nuova parrocchia di San Giovanni Bosco organizzata attorno alla chiesa in costruzione. Durante i 3 anni del suo lavoro pastorale, prima di essere assassinato, il sacerdote organizzò quasi dal nulla la vita parrocchiale e la vita della comunità. Il suo atteggiamento pieno di premura e disponibilità, la promozione della vita eucaristica nella parrocchia e le attività introdotte conferirono alla parrocchia di San Giovanni Bosco di Lubon una qualità particolare. Don Streich organizzò una serie di organizzazioni cattoliche che poi crebbero in modo meraviglioso. Ma le sue intense attività nel campo sociale, di particolare importanza per Lubon, città abitata prevalentemente da operai, furono malviste dai comunisti locali che volevano instaurare il comunismo.<br />MINACCE DI MORTE<br />Per tutto l'anno 1937 il sacerdote riceveva lettere anonime in cui, con linguaggio ingiurioso e offensivo, si prediceva la sua morte imminente. Ad aprile, qualcuno si introdusse di nascosto nella chiesa, manomise il tabernacolo, forzò le cassette delle offerte e sparpagliò gli abiti di rito. Ad agosto, fu aggredito il guardiano della chiesa. In ottobre, aggressori ignoti lanciarono pietre contro il prete. È proprio in quel mese che scrisse il suo testamento. L'11 febbraio 1938, scrisse la sua ultima lettera alla madre. La domenica del 20 febbraio, nella chiesa successe un fatto strano: fu probabilmente quel giorno che, durante una finta confessione il suo futuro assassino gli comunicò la sua intenzione di ammazzarlo. Dopo quel fatto il sacerdote sembrava cambiato.<br />Il 27 febbraio 1938 alle ore 9.30, don Streich entrò nel confessionale come al solito per sentire le confessioni dei fedeli. Alle 10.00 cominciò a celebrare la Messa. Dopo che si fu allontanato dall'altare, si tolse la casula e si diresse verso il pulpito per leggere il Vangelo e pronunciare la predica. Con la mano sinistra stringeva contro il petto l'evangeliario, con la destra toccava le testine dei bambini. All'improvviso, dalla folla saltò fuori un uomo con la mano alzata e sparò due volte a don Streich mirando alla faccia. Il primo colpo fu mortale: il proiettile entrò sotto l'occhio destro, ruppe l'osso cranico e si fermò nel cervello. La seconda pallottola attraversò l'Evangeliario. Il prete cadde all'indietro sul fianco destro e l'attentatore gli sparò altri due colpi alla schiena. L'atto di decesso precisava il momento della morte: le ore 10.30.<br />I tentativi volti ad avviare l'inchiesta diocesana della causa di beatificazione di don Streich iniziarono subito dopo la sua morte. Sfortunatamente, l'anno successivo scoppiò la Seconda guerra mondiale, successivamente, nel 1945, in Polonia fu istaurato il regime comunista che ovviamente non permetteva d'instaurare un processo di beatificazione di una vittima di un comunista. Solo con la caduta del comunismo nel 1989 si ripresentò la possibilità d'avviare la causa, essendo sempre viva fama di martirio e di santità di don Streich tra i fedeli. Il 26 gennaio 2017, la Congregazione Vaticana per le cause dei santi rilasciò il "nulla osta" per l'istruzione della causa che cominciò nell'arcidiocesi di Poznan. Finita la fase diocesana, il 26 aprile 2019 gli atti furono consegnati alla Congregazione per le Cause dei Santi. L'odierna promulgazione del decreto sul martirio di don Streich apre la strada alla sua già prossima beatificazione.<br />«Quando i cristiani sono veramente lievito, luce e sale della terra, diventano anche loro, come avvenne per Gesù, oggetto di persecuzioni. Come Lui sono 'segno di contraddizione' (...) Quanto utile è allora guardare alla luminosa testimonianza di chi ci ha preceduto nel segno di una fedeltà eroica sino al martirio!» - scriveva Benedetto XVI.<br />Il messaggio del martirio di don Streich rimane sempre attuale nel mondo che continua a combattere la Chiesa di Cristo e perseguita i suoi sacerdoti. Ed è particolarmente attuale anche nella Polonia di oggi dove è iniziata una nuova persecuzione della Chiesa, simile a quella dei tempi del comunismo. I politici, ma prima di tutto i media, fomentano l'odio verso fede cattolica e l'anticlericalismo. E i preoccupanti risultati si vedono: profanazione dei luoghi di culto e dei simboli religiosi, spettacoli blasfemi, attacchi anche fisici ai sacerdoti, ondate di discorsi d'odio conto la Chiesa e i valori cristiani nei social media. Allora il martirio di don Streich dovrebbe essere anche un monito contro chi alimenta l'anticattolicesimo.<br />Nota di BastaBugie: Wlodzimierz Redzioch, nell'articolo seguente dal titolo "Sacerdote arrestato nella nuova Polonia anticlericale" intervista l'avvocato del sacerdote in carcere dal 26 marzo. Si sospetta il movente politico dietro l'arresto, per appropriarsi del suo centro di aiuto alle persone in difficoltà e "regalarlo" a fondazioni di sinistra.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 11 aprile 2024:<br />Quest'anno la Settimana Santa per la Chiesa in Polonia è stata particolare: martedì 26 marzo è stato fermato dalla polizia un sacerdote, padre Michal Olszewski: fermato e subito condannato dal tribunale distrettuale di Varsavia-Mokotów a tre mesi di arresto temporaneo in relazione al caso del Fondo Giustizia. Il difensore di padre Olszewski, l'avvocato Krzysztof Wąsowski ha comunicato che non c'erano motivi per l'arresto e che le accuse rivolte alla Fondazione Profeto diretta dal sacerdote sono infondate. Perciò ha fatto ricorso contro la detenzione del sacerdote. La faccenda riguarda la costruzione del centro "Arcipelago - Isole libere da violenza" destinata ad aiutare le persone in situazioni economiche difficili, socialmente escluse e vittime di violenza e crimini, che viene finanziato principalmente dal Fondo Giustizia gestito dal Ministero della Giustizia.<br />Nemmeno i confratelli di padre Olszewski, i padri del Sacro Cuore di Gesù, potevano contattarlo nel giorno dell'arresto. Lo stesso giorno, gli agenti dell'Agenzia per la Sicurezza Interna (ABW) sono entrati in tre case appartenenti alla congregazione. P. Płatek, portavoce della congregazione, ha dichiarato che il giorno dell'arresto «gli ufficiali dell'ABW sono venuti e hanno fatto delle perquisizioni nelle loro case a Varsavia, Stopnica e Stadniki: erano luoghi dove la Fondazione Profeto svolgeva temporaneamente le proprie attività».<br />L'arresto di p. Olszewski è stato preceduto ed accompagnato dall'odiosa campagna mediatica di denigrazione del sacerdote che l'avvocato ha]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60428901</guid><pubDate>Wed, 19 Jun 2024 11:33:51 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60428901/beatificato_don_streich_martire_ucciso_dai_comunisti.mp3" length="17741575" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7828

BEATIFICATO DON STREICH, MARTIRE UCCISO DAI COMUNISTI di Wlodzimierz Redzioch
Durante l'udienza concessa il 23 maggio al card. Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7828" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7828</a><br /><br />BEATIFICATO DON STREICH, MARTIRE UCCISO DAI COMUNISTI di Wlodzimierz Redzioch<br />Durante l'udienza concessa il 23 maggio al card. Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, Papa Francesco ha autorizzato il medesimo Dicastero a promulgare una serie di decreti, tra cui quello riguardante il martirio del Servo di Dio Stanislao Kostka Streich, sacerdote diocesano; nato il 27 agosto 1902 a Bydgoszcz (Polonia) e ucciso in odio alla fede il 27 febbraio 1938 a Luboń (Polonia). Un'altra vittima del comunismo in Polonia sarà proclamata beata, ma a differenza dei sacerdoti martiri nel periodo comunista, don Streich fu ucciso nella Polonia democratica, prima della Seconda guerra mondiale da un militante comunista. La sua storia assomiglia a tante storie dei sacerdoti dell'Emilia Romagna martirizzati dai comunisti negli anni Quaranta.<br />Un anno prima dell'assassinio di don Streich Pio XI pubblicava l'Enciclica Divini Redemptoris sul «'comunismo bolscevico' ed ateo che mira a capovolgere l'ordinamento sociale e a scalzare gli stessi fondamenti della civiltà cristiana». Nella sua Enciclica il Papa, tra le altre cose, spiegava le cause della violenza esercitata dai comunisti. «Insistendo sull'aspetto dialettico del loro materialismo, i comunisti pretendono che il conflitto, che porta il mondo verso la sintesi finale, può essere accelerato dagli uomini. Quindi si sforzano di rendere più acuti gli antagonismi che sorgono fra le diverse classi della società; e la lotta di classe, con i suoi odi e le sue distruzioni, prende l'aspetto d'una crociata per il progresso dell'umanità. Invece, tutte le forze, quali che esse siano, che resistono a quelle violenze sistematiche, debbono essere annientate come nemiche del genere umano» - scriveva Pio XI. Il martiro di don Streich è la prova della correttezza dell'analisi del Papa che, purtroppo, è sempre attuale.<br />DON STANISŁAW KOSTKA STREICH<br />Ma chi era don Stanisław Kostka Streich? Nacque il 27 agosto 1902 a Bydgoszcz che nel periodo delle spartizioni della Polonia ad opera delle potenze confinanti (1795-1918) apparteneva alla Prussia. I suoi genitori erano: Franciszek Streich, impiegato di una Compagnia di Assicurazioni, e Władysława Birzyńska. Nel 1912, dopo aver compiuto i tre anni della scuola dell'obbligo, frequentò per otto anni il ginnasio di Scienze umane fino al 1920. Lo stesso anno, inoltrò una domanda di ammissione al Seminario di Poznań e fu ammesso. Poi studiò a Gniezno e fu ordinato sacerdote il 6 giugno 1925. Dopo l'ordinazione, negli anni 1925-1928 studiò filosofia classica all'Università di Poznań. Negli anni successivi lavorava come vicario presso varie parrocchie e insegnava religione al seminario.<br />Nel 1933 assunse la funzione di parroco nella località Zabikowo nel territorio del comune di Lubon dove, purtroppo, mancava una vera chiesa: da chiesa fungeva la cappella presso il convento delle Ancelle dell'Immacolata. Don Streich organizzò un comitato per la costruzione della chiesa: nel 1935 fu presa la decisione di avvio della costruzione della chiesa a Luboń e fu istituita la nuova parrocchia di San Giovanni Bosco organizzata attorno alla chiesa in costruzione. Durante i 3 anni del suo lavoro pastorale, prima di essere assassinato, il sacerdote organizzò quasi dal nulla la vita parrocchiale e la vita della comunità. Il suo atteggiamento pieno di premura e disponibilità, la promozione della vita eucaristica nella parrocchia e le attività introdotte conferirono alla parrocchia di San Giovanni Bosco di Lubon una qualità particolare. Don Streich organizzò una serie di organizzazioni cattoliche che poi crebbero in modo meraviglioso. Ma le sue intense attività nel campo sociale, di particolare importanza per Lubon, città abitata prevalentemente da operai, furono...]]></itunes:summary><itunes:duration>1109</itunes:duration><itunes:keywords>attentatore,padremichalolszewski,poloniademocratica,streich,tusk</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/abef5c32025317637d63445afc87684d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Annuncio ufficiale: Carlo Acutis sarà Santo</title><link>https://www.spreaker.com/episode/annuncio-ufficiale-carlo-acutis-sara-santo--60208717</link><description><![CDATA[VIDEO: Conferenza della mamma di Carlo ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=s_hftmmo27A" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=s_hftmmo27A</a><br /><br />VIDEO: Carlo Acutis e l'autostrada per il cielo ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=l6WTVTzxgRo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=l6WTVTzxgRo</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7808" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7808</a><br /><br />ANNUNCIO UFFICIALE: CARLO ACUTIS SARA' SANTO di Giuliano Guzzo<br />È ufficiale: Carlo Acutis - lo studente morto a soli 15 anni stroncato dalla leucemia fulminante e già beatificato da papa Francesco il 10 ottobre 2020 - sarà santo. L'importante annuncio è arrivato quest'oggi, nel corso dell'udienza al cardinal Marcello Semeraro, prefetto per le Cause dei Santi - e riguarda anche un'altra figura: il beato Giuseppe Allamano, fondatore delle Missioni della Consolata. Il Santo Padre ha difatti autorizzato il Dicastero a promulgare i Decreti riguardanti il miracolo attribuito all'intercessione del giovane, morto nell'aprile 2019.<br />Il miracolo in questione, riferisce Vatican News, è quello avvenuto nel 2022 ad una donna, Liliana, della Costarica. «La donna si inginocchia, prega e lascia una lettera, parole di speranza che avvolgono l'angoscia peggiore per una madre. Sei giorni prima, il 2 luglio, sua figlia è caduta nella notte dalla bici mentre tornava a casa nel centro di Firenze, dove dal 2018 la ragazza si trova per studiare. La notizia che arriva dall'ospedale Careggi è di quelle che schiantano. Trauma cranico molto grave, intervento di craniotomia, asportazione dell'osso occipitale destro per diminuire la pressione, speranze di sopravvivere quasi nulle.<br />Quel 2 luglio, la segretaria di Liliana comincia a pregare il beato Carlo Acutis e l'8 Liliana stessa va ad Assisi. Quello stesso giorno l'ospedale informa: Valeria ha ripreso a respirare spontaneamente, il giorno dopo riprende a muoversi e parzialmente a parlare. Di lì in avanti è uno di quei casi in cui i protocolli medici si fanno da parte. Il 18 luglio la Tac mostra la scomparsa dell'emorragia e l'11 agosto la ragazza viene trasferita per la terapia riabilitativa, ma dopo solo una settimana è chiaro che la guarigione completa è ormai a un passo. E il 2 settembre madre e figlia sono di nuovo ad Assisi sulla tomba di Carlo a dire il loro infinito grazie».<br />Il riconoscimento di questo miracolo e il riconoscere Carlo Acutis come santo certamente allieterà i tantissimi che già erano legati alla figura di questo giovane, considerato il ”patrono di Internet'‘ per la sua passione per l'informatica. In effetti, tanti sono anche i pensieri che, pur nella sua giovane età, il giovane era stato in grado di condividere ed evidentemente ispirati da una fede grandiosa: «L'eucaristia è la mia autostrada per il cielo», «Il rosario è la scala più corta per salire in Cielo», «Tutti nasciamo originali, ma molti muoiono fotocopie»...<br />Detto questo, c'è da immaginare che, con la notizia di oggi, Carlo Acutis - giustamente - diventerà sempre più un riferimento non solo per la Chiesa tutta e per i fedeli in generale, ma soprattutto per quei giovani che, spesso, sembrano come distanti alla fede o percepiscono la santità come un traguardo irraggiungibile; mentre invece la breve ma luminosissima vita di questo giovane santo (ora possiamo dirlo), dimostra che è qualcosa cui si può guardare; anche a prescindere da quella che è la religiosità della propria famiglia.<br />La madre di Carlo Acutis, infatti, non ha problemi a riconoscere che la fede di suo figlio non dipendeva da quella sua famiglia, che era assai più blanda per così dire. «Non è certo per merito di noi genitori», disse infatti la donna al Corriere della Sera, intervistata da Stefano Lorenzetto, «lo scriva pure. In vita mia ero stata in chiesa solo tre volte: prima comunione, cresima, matrimonio. E quando conobbi il mio futuro marito, mentre studiava economia politica a Ginevra, non è che la domenica andasse a messa [...] un ruolo lo ebbe Beata, la bambinaia polacca, devota a papa Wojtyla».<br />«Ma c'era in lui una predisposizione naturale al sacro», ricorda ancora la madre del giovane, «a 3 anni e mezzo mi chiedeva di entrare nelle chiese per salutare Gesù. Nei parchi di Milano raccoglieva fiori da portare alla Madonna. Volle accostarsi all'eucaristia a 7 anni, anziché a 10». Insomma, sin da giovanissimo Carlo Acutis già si era scelto «l'autostrada per il cielo» giusta, tracciando un sentiero che, da oggi, potrà essere seguito da tutti quanti noi con ancora maggiori convinzione e gratitudine.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60208717</guid><pubDate>Wed, 29 May 2024 12:50:21 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60208717/annuncio_ufficiale_carlo_acutis_sar_santo.mp3" length="5201989" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Conferenza della mamma di Carlo ➜ https://www.youtube.com/watch?v=s_hftmmo27A

VIDEO: Carlo Acutis e l'autostrada per il cielo ➜ https://www.youtube.com/watch?v=l6WTVTzxgRo

TESTO DELL'ARTICOLO ➜...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Conferenza della mamma di Carlo ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=s_hftmmo27A" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=s_hftmmo27A</a><br /><br />VIDEO: Carlo Acutis e l'autostrada per il cielo ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=l6WTVTzxgRo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=l6WTVTzxgRo</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7808" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7808</a><br /><br />ANNUNCIO UFFICIALE: CARLO ACUTIS SARA' SANTO di Giuliano Guzzo<br />È ufficiale: Carlo Acutis - lo studente morto a soli 15 anni stroncato dalla leucemia fulminante e già beatificato da papa Francesco il 10 ottobre 2020 - sarà santo. L'importante annuncio è arrivato quest'oggi, nel corso dell'udienza al cardinal Marcello Semeraro, prefetto per le Cause dei Santi - e riguarda anche un'altra figura: il beato Giuseppe Allamano, fondatore delle Missioni della Consolata. Il Santo Padre ha difatti autorizzato il Dicastero a promulgare i Decreti riguardanti il miracolo attribuito all'intercessione del giovane, morto nell'aprile 2019.<br />Il miracolo in questione, riferisce Vatican News, è quello avvenuto nel 2022 ad una donna, Liliana, della Costarica. «La donna si inginocchia, prega e lascia una lettera, parole di speranza che avvolgono l'angoscia peggiore per una madre. Sei giorni prima, il 2 luglio, sua figlia è caduta nella notte dalla bici mentre tornava a casa nel centro di Firenze, dove dal 2018 la ragazza si trova per studiare. La notizia che arriva dall'ospedale Careggi è di quelle che schiantano. Trauma cranico molto grave, intervento di craniotomia, asportazione dell'osso occipitale destro per diminuire la pressione, speranze di sopravvivere quasi nulle.<br />Quel 2 luglio, la segretaria di Liliana comincia a pregare il beato Carlo Acutis e l'8 Liliana stessa va ad Assisi. Quello stesso giorno l'ospedale informa: Valeria ha ripreso a respirare spontaneamente, il giorno dopo riprende a muoversi e parzialmente a parlare. Di lì in avanti è uno di quei casi in cui i protocolli medici si fanno da parte. Il 18 luglio la Tac mostra la scomparsa dell'emorragia e l'11 agosto la ragazza viene trasferita per la terapia riabilitativa, ma dopo solo una settimana è chiaro che la guarigione completa è ormai a un passo. E il 2 settembre madre e figlia sono di nuovo ad Assisi sulla tomba di Carlo a dire il loro infinito grazie».<br />Il riconoscimento di questo miracolo e il riconoscere Carlo Acutis come santo certamente allieterà i tantissimi che già erano legati alla figura di questo giovane, considerato il ”patrono di Internet'‘ per la sua passione per l'informatica. In effetti, tanti sono anche i pensieri che, pur nella sua giovane età, il giovane era stato in grado di condividere ed evidentemente ispirati da una fede grandiosa: «L'eucaristia è la mia autostrada per il cielo», «Il rosario è la scala più corta per salire in Cielo», «Tutti nasciamo originali, ma molti muoiono fotocopie»...<br />Detto questo, c'è da immaginare che, con la notizia di oggi, Carlo Acutis - giustamente - diventerà sempre più un riferimento non solo per la Chiesa tutta e per i fedeli in generale, ma soprattutto per quei giovani che, spesso, sembrano come distanti alla fede o percepiscono la santità come un traguardo irraggiungibile; mentre invece la breve ma luminosissima vita di questo giovane santo (ora possiamo dirlo), dimostra che è qualcosa cui si può guardare; anche a prescindere da quella che è la religiosità della propria famiglia.<br />La madre di Carlo Acutis, infatti, non ha problemi a riconoscere che la fede di suo figlio non dipendeva da quella sua famiglia, che era assai più blanda per così dire. «Non è certo per merito di noi genitori», disse infatti la donna al Corriere della Sera, intervistata da Stefano Lorenzetto, «lo scriva pure. In vita mia ero stata in...]]></itunes:summary><itunes:duration>326</itunes:duration><itunes:keywords>autostradaperilcielo,careggi,carloacutis,eucaristia,santo</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/77eaf51d2dcaf937e64755720cc9a700.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Giuseppe Cottolengo, il gigante della carità</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-giuseppe-cottolengo-il-gigante-della-carita--60033910</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7791" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7791</a><br /><br />SAN GIUSEPPE COTTOLENGO, IL GIGANTE DELLA CARITA' di Roberto de Mattei<br />Martedì 30 aprile 2024 tutti i religiosi della Piccola Casa della Divina Provvidenza e delle congregazioni ad essa collegate hanno festeggiato la solennità di san Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842) a novant'anni dalla sua canonizzazione.<br />Giuseppe Cottolengo fu infatti proclamato santo il 19 marzo 1934 nella Basilica di San Pietro da Papa Pio XI, che lo definì "gigante della carità" e "genio del bene".<br />Giuseppe Benedetto Cottolengo nacque a Bra, cittadina della provincia di Cuneo, nel Piemonte sabaudo, il 3 maggio 1786. In quegli stessi anni l'ex-gesuita Nikolaus von Diessbach e il sacerdote Pio Brunone Lanteri fondavano a Torino la Amicizia Cristiana, che poi divenne la Amicizia Cattolica, una società segreta che si opponeva agli errori del tempo, l'illuminismo e il giansenismo, riproponendo l'autentico spirito cattolico, soprattutto la spiritualità di sant'Ignazio e la teologia morale di sant'Alfonso de'Liguori. Negli anni che vanno tra la Rivoluzione francese e la restaurazione sabauda del 1814, l'opera di disseminazione intellettuale e spirituale delle Amicizie preparò la grande rinascita del Piemonte cattolico nell'Ottocento.<br />Uno dei primi frutti di questa rinascita fu Giuseppe Cottolengo, che nel 1811 abbracciò la via del sacerdozio, imitato anche da due fratelli. Fu nominato canonico e divenne un apprezzato predicatore e conferenziere. Dio però chiedeva qualcosa di più da lui e gli manifestò la sua Volontà, in modo drammatico, la domenica mattina del 2 settembre 1827. Proveniente da Milano giunse a Torino una diligenza dove si trovava una famiglia francese in cui la moglie, con cinque bambini, era in stato di gravidanza avanzata e con la febbre alta. Dopo aver vagato per vari ospedali, quella famiglia trovò alloggio in un dormitorio pubblico, ma la situazione per la donna andò aggravandosi e alcuni si misero alla ricerca di un prete. Fu chiamato Cottolengo, e fu proprio lui, ad accompagnare alla morte questa giovane madre. Rimase profondamente colpito da questo evento e pregò davanti al Santissimo Sacramento: "Mio Dio, perché? Perché mi hai voluto testimone di una morte così triste? Cosa vuoi da me?". Rialzatosi, fece suonare tutte le campane e accendere le candele, esclamando: "La grazia è fatta! La grazia è fatta!". Da quel momento il Cottolengo fu trasformato: tutte le sue capacità, specialmente la sua abilità economica e organizzativa, furono utilizzate al servizio dei più bisognosi.<br />UNA SANTA GARA<br />Affittò un paio di camerette nel centro di Torino e iniziò ad accogliere poveri e sofferenti, con l'aiuto di collaboratori e volontari. Tra essi una giovane vedova, Marianna Nasi, che fu alle origini delle sue suore, la cui giornata era divisa tra il servizio ai poveri e l'adorazione al Santissimo Sacramento. Fondò poi una famiglia religiosa di fratelli laici, e una comunità di sacerdoti, con la stessa missione di assistenza ai poveri e ai malati. Le dimensioni dell'iniziativa furono tali da obbligarlo ad allargarsi verso la periferia di Torino, a Valdocco. Cottolengo creò una sorta di villaggio, nel quale ad ogni edificio assegnò un nome significativo: "casa della fede", "casa della speranza", "casa della carità", coinvolgendo uomini e donne, religiosi e laici, uniti per affrontare insieme le difficoltà che si presentavano.<br />Il canonico Cottolengo era di una carità eroica, ma la sua virtù più caratteristica era la fede nella Divina Provvidenza. Diceva: "Io sono un buono a nulla e non so neppure cosa mi faccio. La Divina Provvidenza però sa certamente ciò che vuole. A me tocca solo assecondarla. Avanti in Domino". Fu detto che una santa gara si avvertiva fra il totale abbandono del Cottolengo nelle mani della Divina Provvidenza e la cura della Provvidenza Divina nel premiare, spesso in modo prodigioso, la smisurata fiducia che egli aveva in essa.<br />OPERE STRAORDINARIE E STRAORDINARIE DIFFICOLTÀ<br />Nello spazio di quindici anni, Cottolengo realizza opere straordinarie, ma conosce anche straordinarie difficoltà. Nel 1838 viene denunciato per i debiti che fa per le sue case e parte un'inchiesta governativa nei suoi confronti. Il Re Carlo Alberto, invia due suoi uomini di fiducia il conte di Collegno e il conte di Castagnetto, che lo interrogano severamente. Cottolengo risponde: "Ho esaminato la casa per vedere se vi è qualche disordine tale da attirare l'abbandono del Cielo, non vi è nulla. Dunque perché le risorse mi vengono meno? Ecco ciò che penso: nella Piccola Casa non ho mai lasciato un letto vuoto. Ora da qualche tempo ho due o tre camere sottotetto vuote. Ecco la causa dell'abbandono di Dio. Ho mancato di fiducia. Datemi una piccola somma affinché io possa ripulirle, allestirle e riempirle di poveri, e fra un mese la situazione sarà capovolta". Nel diario del conte di Castagnetto che riporta il dialogo, si legge: "Il conte di Collegno ed io ci guardammo: dopo tre ore di discussione giungemmo alla conclusione che per sanare una situazione finanziaria disastrosa bisogna aumentare le spese! La fede di quest'uomo è ben grande e ci è mancato il coraggio di opporvici".<br />La sera Cottolengo scrive al conte di Castagnetto, "Ho ferma fiducia di arrivare a Pasqua vedendo allargata la mano di Dio sulla Piccola Casa". E così' avvenne. Arrivarono delle inaspettate donazioni e per Pasqua il debito fu ripianato.<br />Era il 1838. Cottolengo aveva davanti a sé solo quattro anni di vita nei quali fondò cinque monasteri di suore contemplative e uno di eremiti, considerandoli tra le realizzazioni più importanti. Mancano tre giorni ai suoi cinquantasei anni quando rimane vittima di un'epidemia di tifo. Muore a Chieri, il 30 aprile 1842, mentre Torino è in festa per le nozze del giovane Re Vittorio Emanuele II. Le sue ultime parole sono: "Misericordia, Domine; Misericordia, Domine. Buona e Santa Provvidenza... Vergine Santa, ora tocca a Voi".<br />Con san Giuseppe Cafasso, san Giovanni Bosco, san Luigi Orione e tanti altri santi e beati, san Giuseppe Cottolengo costituisce una fulgida espressione di quella grande fioritura spirituale piemontese che aveva avuto i suoi prodromi nell'opera silenziosa, ma decisiva delle Amicizie cristiane.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60033910</guid><pubDate>Tue, 14 May 2024 20:56:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60033910/san_giuseppe_cottolengo_il_gigante_della_carit.mp3" length="7843735" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7791

SAN GIUSEPPE COTTOLENGO, IL GIGANTE DELLA CARITA' di Roberto de Mattei
Martedì 30 aprile 2024 tutti i religiosi della Piccola Casa della Divina Provvidenza e delle congregazioni...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7791" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7791</a><br /><br />SAN GIUSEPPE COTTOLENGO, IL GIGANTE DELLA CARITA' di Roberto de Mattei<br />Martedì 30 aprile 2024 tutti i religiosi della Piccola Casa della Divina Provvidenza e delle congregazioni ad essa collegate hanno festeggiato la solennità di san Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842) a novant'anni dalla sua canonizzazione.<br />Giuseppe Cottolengo fu infatti proclamato santo il 19 marzo 1934 nella Basilica di San Pietro da Papa Pio XI, che lo definì "gigante della carità" e "genio del bene".<br />Giuseppe Benedetto Cottolengo nacque a Bra, cittadina della provincia di Cuneo, nel Piemonte sabaudo, il 3 maggio 1786. In quegli stessi anni l'ex-gesuita Nikolaus von Diessbach e il sacerdote Pio Brunone Lanteri fondavano a Torino la Amicizia Cristiana, che poi divenne la Amicizia Cattolica, una società segreta che si opponeva agli errori del tempo, l'illuminismo e il giansenismo, riproponendo l'autentico spirito cattolico, soprattutto la spiritualità di sant'Ignazio e la teologia morale di sant'Alfonso de'Liguori. Negli anni che vanno tra la Rivoluzione francese e la restaurazione sabauda del 1814, l'opera di disseminazione intellettuale e spirituale delle Amicizie preparò la grande rinascita del Piemonte cattolico nell'Ottocento.<br />Uno dei primi frutti di questa rinascita fu Giuseppe Cottolengo, che nel 1811 abbracciò la via del sacerdozio, imitato anche da due fratelli. Fu nominato canonico e divenne un apprezzato predicatore e conferenziere. Dio però chiedeva qualcosa di più da lui e gli manifestò la sua Volontà, in modo drammatico, la domenica mattina del 2 settembre 1827. Proveniente da Milano giunse a Torino una diligenza dove si trovava una famiglia francese in cui la moglie, con cinque bambini, era in stato di gravidanza avanzata e con la febbre alta. Dopo aver vagato per vari ospedali, quella famiglia trovò alloggio in un dormitorio pubblico, ma la situazione per la donna andò aggravandosi e alcuni si misero alla ricerca di un prete. Fu chiamato Cottolengo, e fu proprio lui, ad accompagnare alla morte questa giovane madre. Rimase profondamente colpito da questo evento e pregò davanti al Santissimo Sacramento: "Mio Dio, perché? Perché mi hai voluto testimone di una morte così triste? Cosa vuoi da me?". Rialzatosi, fece suonare tutte le campane e accendere le candele, esclamando: "La grazia è fatta! La grazia è fatta!". Da quel momento il Cottolengo fu trasformato: tutte le sue capacità, specialmente la sua abilità economica e organizzativa, furono utilizzate al servizio dei più bisognosi.<br />UNA SANTA GARA<br />Affittò un paio di camerette nel centro di Torino e iniziò ad accogliere poveri e sofferenti, con l'aiuto di collaboratori e volontari. Tra essi una giovane vedova, Marianna Nasi, che fu alle origini delle sue suore, la cui giornata era divisa tra il servizio ai poveri e l'adorazione al Santissimo Sacramento. Fondò poi una famiglia religiosa di fratelli laici, e una comunità di sacerdoti, con la stessa missione di assistenza ai poveri e ai malati. Le dimensioni dell'iniziativa furono tali da obbligarlo ad allargarsi verso la periferia di Torino, a Valdocco. Cottolengo creò una sorta di villaggio, nel quale ad ogni edificio assegnò un nome significativo: "casa della fede", "casa della speranza", "casa della carità", coinvolgendo uomini e donne, religiosi e laici, uniti per affrontare insieme le difficoltà che si presentavano.<br />Il canonico Cottolengo era di una carità eroica, ma la sua virtù più caratteristica era la fede nella Divina Provvidenza. Diceva: "Io sono un buono a nulla e non so neppure cosa mi faccio. La Divina Provvidenza però sa certamente ciò che vuole. A me tocca solo assecondarla. Avanti in Domino". Fu detto che una santa gara si avvertiva fra il totale abbandono del Cottolengo nelle mani della Divina...]]></itunes:summary><itunes:duration>491</itunes:duration><itunes:keywords>carità,divinaprovvidenza,piccolacasa,sangiuseppecottolengo,valdocco</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/5ff1a67830eaf0bad897f4f9c02ccc08.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il cavaliere perfetto, eroe nazionale del Portogallo</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-cavaliere-perfetto-eroe-nazionale-del-portogallo--60033685</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7792" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7792</a><br /><br />IL CAVALIERE PERFETTO, EROE NAZIONALE DEL PORTOGALLO<br />Combattente devotissimo alla Madonna, Nuno Alvares de Pereira decise di ritirarsi in un convento carmelitano e ai funerali era già acclamato come santo<br />di Rino Cammilleri<br />È singolare come due nazioni tendenzialmente pacifiche come la Svizzera e il Portogallo abbiano per eroe nazionali due guerrieri. La singolarità si accresce nella Svizzera calvinista, che ha come padre della Patria non solo un combattente ma addirittura un santo cattolico, San Nicola di Flue. E pure il Portogallo ha un Santo, Nuno Alvares de Pereira, canonizzato nel 2009 da Benedetto XVI. Allo svizzero, che dopo le gesta belliche si ritirò in eremitaggio e visse per quarant'anni di sole ostie, abbiamo dedicato a suo tempo una puntata. Oggi parleremo del portoghese, che già al funerale era acclamato come: "o santo Condestàvel", "il Conestabile Santo" (Conestabile era il titolo del comandante supremo delle armate). Nato il 24 giugno 1360 a Cernache do Bomjardim, era figlio illegittimo di un cavaliere di San Giovanni (odierni di Malta), fra Álvaro Gonçalves Pereira, che era pure priore e, ovviamente nobile d'alto rango. Anche la madre, Dona Iria Concalves do Carvalhal, era una gran dama, e a quel tempo la castità non era considerata un problema da perderci il sonno (e l'aborto era escluso a priori).<br />AL COMANDO DELL'ESERCITO<br />Le entrature del padre a Corte ottennero un decreto reale di legittimazione, così il tredicenne Nuno poté diventare paggio della regina Leonor e ricevere un'educazione da cavaliere. Dopo l'investitura, a sedici anni il padre lo accasciò in un ottimo partito, la giovane, bella e soprattutto ricca vedova dona Leonor de Alvin. I due sposi ebbero tre figli, due maschi e una femmina. Sopravvisse solo quest'ultima, Beatriz che poi andò in moglie ad Alfonso, Duca di Braganca e figlio del re Joao I. Da questa unione partì la dinastia reale portoghese di Bracanca. Nel 1383 morì Ferdinando senza eredi maschi, per cui la corona passò al fratello Joao. Ma il defunto Fernando aveva una figlia che aveva sposato il re di Castiglia, il quale si affrettò a reclamare per sé la corona portoghese. Naturalmente fu guerra e il nostro Nuno ebbe il comando supremo dell'esercito. Erano tempi in cui il comandante in carica non stava a dirigere le operazioni al sicuro su un'altura ma si spendeva personalmente in prima fila. E Nuno non si faceva pregare. Lo si vide in diverse battaglie e, fin dal giorno in cui le navi castigliane si presentarono di sorpresa davanti a Lisbona, che non era ancora capitale ma aveva già un porto di grande importanza. Nuno riuscì a riunire di fretta solo sessanta uomini e pochi cavalieri, mentre una forza di duecentocinquanta nemici si apprestava a sbarcare.<br />PRATICAVA IL DIGIUNO<br />I portoghesi, intimoriti, esitavano, ma Nuno si lanciò all'attacco con pochi compagni. Un colpo di lancia gli abbatté il cavallo e lui rimase intrappolato sotto l'animale. Ma anche da quella scomoda posizione si difendeva spada in mano contro una forma di castigliani. Fu il vedere il loro comandante in grave pericolo a far decidere i portoghesi rimasti a distanza. Dimentichi degli inferiorità numerica si proiettarono nel soccorso e la giornata fu loro: I castigliani, investiti da quelle furie, si affrettarono a reimbarcarsi lasciando sul terreno parecchi uomini. La guerra continuò fino al 1385, quando nella storica Battaglia Aljubarrota il Conestabile di Portogallo sconfisse definitivamente i castigliani e salvò l'indipendenza del Regno. La vittoria, quantunque l'esercito portoghese fosse più ridotto rispetto a quello Castigliano, fu così netta che il nemico venne inseguito fin dentro alla Castiglia e schiacciato a Valverde. Il giorno di Ajubarrota era la vigilia dell'Assunta. Il giorno prima, l'esercito in marcia provenendo da Tomar passò per Fatima. E qui, in località Cova di Iria, si vide lo straordinario spettacolo dei cavalli fermarsi e inginocchiarsi. Nuno, infatti era devotissimo alla Madonna. In Suo onore praticava moderato digiuno, compatibilmente con le esigenze belliche, nei giorni di mercoledì, venerdì e nelle vigilie delle feste mariane.<br />MESSA OGNI MATTINA<br />Ogni mattina assisteva alla Messa e sul suo stendardo campeggiavano il Crocifisso, la Vergine, San Giorgio e Santiago. Di tasca sua erigeva chiese e monasteri, tra cui il Carmelo di Lisbona e la chiesa di Santa Maria da Vitòria di Batalha. Poco dopo la fine della guerra morì sua moglie e lui, malgrado le insistenze della corte, non volle prenderne un'altra. Impiegò la maggior parte dei suoi beni per soccorrere i reduci della guerra, in un tempo in cui l'assistenza e la pensione dipendevano totalmente dalla buona volontà dei signori. Nel 1423 lasciò loro tutto quel che gli restava e si chiuse nel convento carmelitano che aveva fondato. Avrebbe voluto sceglierne uno lontano per esservi dimenticato, ma don Duarte, figlio del re, glielo proibì: la situazione politica non era ancora assestata e il Portogallo poteva avere bisogno della sua esperienza in qualunque momento. Prese voti come fra Nuno de Santa Maria e per umiltà vuole restare per sempre un semplice frate. Nello stesso convento c'era anche uno che era stato ai suoi ordini e che adesso era sacerdote. Quando lo incrociava, Nuno si inchinava a baciare un lembo della sua tonaca. Si dedicò alla mensa quotidiana dei poveri che lui stesso aveva organizzato e nei locali della quale assisteva e serviva i più sfortunati. Morì il giorno di Pasqua, il 1° aprile del 1431, e subito il popolo pianse il suo "santo Conestabile". Era un popolo, ahimè, di indole diversa da quello che seicento anni dopo accompagnò le sue reliquie nella traslazione in chiesa. Erano i primi anni sessanta del secolo scorso e l'urna d'argento che conteneva le sue ossa fu rubata e non se ne seppe più nulla.<br />MORÌ DURANTE LA PASSIONE<br />Sul letto di morte volle venire ad abbracciarlo il re, quello stesso che, da Gran Maestro dell'Ordine di Aviz, lo aveva creato Conestabile. Rese l'anima mentre gli leggevano la Passione, nell'istante in cui scandivano le parole: "Ecco tua Madre". Così passò al cielo Nuno Alvares di Pereira, Conte di Arraiolos, di Barcelos e di Ourém, Gran Conestabile di Portogallo. La sua tomba venne distrutta durante lo spaventoso terremoto che rase al suolo Lisbona nel 1755, evento che servì a Voltaire come esempio per dimostrare che se Dio esisteva non era affatto buono: La sfortunata traslazione finale, come abbiamo visto, finì con un furto sacrilego. Cosa attrasse la cupidigia dei ladri? L'urna d'argento? La commissione di qualche ricco collezionista? In ogni caso, la fede del 1961 non era più quella del XIV secolo. E non si era che agli inizi. Ero appena laureato e fresco di conversione quando un amico scoprì sulla bancarella di un mercatino antiquario una serie di piccole e artistiche teche contenenti reliquie. Le ricomprò tutte e non ci fu difficile risalire alla chiesa cittadina da cui erano state tolte. E al parroco, più noto per le sue attività di saggista, che non faceva mistero di preferire a quelle di officiante. Già: frammenti infinitesimi di vecchie ossa, di valore inferiore alle scatole che li contenevano. Che vuoi che sia? Ma sì, vendiamo tutto e magari diamone il ricavato ai poveri. Nello spirito (?) del Concilio.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/60033685</guid><pubDate>Tue, 14 May 2024 20:46:50 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/60033685/il_cavaliere_perfetto_eroe_nazionale_del_portogallo.mp3" length="9259536" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7792

IL CAVALIERE PERFETTO, EROE NAZIONALE DEL PORTOGALLO
Combattente devotissimo alla Madonna, Nuno Alvares de Pereira decise di ritirarsi in un convento carmelitano e ai funerali...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7792" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7792</a><br /><br />IL CAVALIERE PERFETTO, EROE NAZIONALE DEL PORTOGALLO<br />Combattente devotissimo alla Madonna, Nuno Alvares de Pereira decise di ritirarsi in un convento carmelitano e ai funerali era già acclamato come santo<br />di Rino Cammilleri<br />È singolare come due nazioni tendenzialmente pacifiche come la Svizzera e il Portogallo abbiano per eroe nazionali due guerrieri. La singolarità si accresce nella Svizzera calvinista, che ha come padre della Patria non solo un combattente ma addirittura un santo cattolico, San Nicola di Flue. E pure il Portogallo ha un Santo, Nuno Alvares de Pereira, canonizzato nel 2009 da Benedetto XVI. Allo svizzero, che dopo le gesta belliche si ritirò in eremitaggio e visse per quarant'anni di sole ostie, abbiamo dedicato a suo tempo una puntata. Oggi parleremo del portoghese, che già al funerale era acclamato come: "o santo Condestàvel", "il Conestabile Santo" (Conestabile era il titolo del comandante supremo delle armate). Nato il 24 giugno 1360 a Cernache do Bomjardim, era figlio illegittimo di un cavaliere di San Giovanni (odierni di Malta), fra Álvaro Gonçalves Pereira, che era pure priore e, ovviamente nobile d'alto rango. Anche la madre, Dona Iria Concalves do Carvalhal, era una gran dama, e a quel tempo la castità non era considerata un problema da perderci il sonno (e l'aborto era escluso a priori).<br />AL COMANDO DELL'ESERCITO<br />Le entrature del padre a Corte ottennero un decreto reale di legittimazione, così il tredicenne Nuno poté diventare paggio della regina Leonor e ricevere un'educazione da cavaliere. Dopo l'investitura, a sedici anni il padre lo accasciò in un ottimo partito, la giovane, bella e soprattutto ricca vedova dona Leonor de Alvin. I due sposi ebbero tre figli, due maschi e una femmina. Sopravvisse solo quest'ultima, Beatriz che poi andò in moglie ad Alfonso, Duca di Braganca e figlio del re Joao I. Da questa unione partì la dinastia reale portoghese di Bracanca. Nel 1383 morì Ferdinando senza eredi maschi, per cui la corona passò al fratello Joao. Ma il defunto Fernando aveva una figlia che aveva sposato il re di Castiglia, il quale si affrettò a reclamare per sé la corona portoghese. Naturalmente fu guerra e il nostro Nuno ebbe il comando supremo dell'esercito. Erano tempi in cui il comandante in carica non stava a dirigere le operazioni al sicuro su un'altura ma si spendeva personalmente in prima fila. E Nuno non si faceva pregare. Lo si vide in diverse battaglie e, fin dal giorno in cui le navi castigliane si presentarono di sorpresa davanti a Lisbona, che non era ancora capitale ma aveva già un porto di grande importanza. Nuno riuscì a riunire di fretta solo sessanta uomini e pochi cavalieri, mentre una forza di duecentocinquanta nemici si apprestava a sbarcare.<br />PRATICAVA IL DIGIUNO<br />I portoghesi, intimoriti, esitavano, ma Nuno si lanciò all'attacco con pochi compagni. Un colpo di lancia gli abbatté il cavallo e lui rimase intrappolato sotto l'animale. Ma anche da quella scomoda posizione si difendeva spada in mano contro una forma di castigliani. Fu il vedere il loro comandante in grave pericolo a far decidere i portoghesi rimasti a distanza. Dimentichi degli inferiorità numerica si proiettarono nel soccorso e la giornata fu loro: I castigliani, investiti da quelle furie, si affrettarono a reimbarcarsi lasciando sul terreno parecchi uomini. La guerra continuò fino al 1385, quando nella storica Battaglia Aljubarrota il Conestabile di Portogallo sconfisse definitivamente i castigliani e salvò l'indipendenza del Regno. La vittoria, quantunque l'esercito portoghese fosse più ridotto rispetto a quello Castigliano, fu così netta che il nemico venne inseguito fin dentro alla Castiglia e schiacciato a Valverde. Il giorno di Ajubarrota era la vigilia dell'Assunta. Il giorno...]]></itunes:summary><itunes:duration>579</itunes:duration><itunes:keywords>carmelitani,cavaliere,nunoalvaresdepereira,portogallo,spiritodelconcilio</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/06ecc17a7de4e9cb6a69aab139be38d4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Una stigmatizzata fuori dal comune</title><link>https://www.spreaker.com/episode/una-stigmatizzata-fuori-dal-comune--59640634</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7773" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7773</a><br /><br />UNA STIGMATIZZATA FUORI DAL COMUNI di Rino Cammilleri<br />Ho scrutato attentamente il video che il dottor Paolo Basso da Crema mi ha recapitato sulla beata Maria Domenica Lazzeri, detta la "Meneghina", nata nel 1815 e morta nel 1848. Diciamo subito, per chi non lo sapesse, che si tratta di una stigmatizzata. Stavo per scrivere "la solita stigmatizzata", perché essendomi occupato per trent'anni, ogni giorno, prima sul quotidiano Avvenire e poi Il Giornale, di santi e beati, di stigmatizzate ne ho viste tante. Quante siano potete agevolmente contarle, se avete pazienza, sul sito santiebeati.it. Da Caterina da Siena, a Teresa Neumann, eccetera. Mai, però, avevo considerato il fatto che queste mistiche sanguinanti fossero tutte donne. Sì, abbiamo il Poverello e Padre Pio. E basta, almeno che io ricordi. Tutte le altre sono donne, sempre donne. Queste strane privilegiate dal Cielo in genere non devono far altro che starsene in un letto a patire. Qualcuna ha visioni e detta libri, come Katharina Emmerick. Qualche altra manifesta i dolori della Passione in periodi ricorrenti e limitati, come Natuzza Evolo. Qualche altra ancora, come Elena Aiello, continua a occuparsi dei suoi orfanotrofi. Ma le più devono solo fare le "vittime". Perché donne? Forse perché sono più delicate e fragili? In effetti ciò si accorderebbe con il risultato modus operandi del Cielo: scegliete il personaggio più improbabile onde mostrare che quanto gli accade viene solo esclusivamente dall'Alto. La potenza di Dio si manifesta meglio nella debolezza, come dice Paolo. E più la creatura prescelta è inadeguata, più appare, a chi voglia vederla, l'opera di Dio.<br /><br />RIMANEVA MORTA<br />Naturalmente noi crediamo che la ricompensa per tali "vittime" sarà straordinaria, altrimenti prendere una ragazza minuta e insignificante, confinarla in un letto di dolore senza mangiare, né bere, né dormire, ma solo e sempre sanguinare tra le sofferenze più atroci sarebbe puro sadismo. Ma noi sappiamo che il Creatore è Bontà e Amore, perciò non ci resta che aggrapparci alla Fede. E veniamo alla Nostra. Al solito, nasce in un posto sperduto e dimenticato, Capriana in Val di Fiemme, Trento. Figlia di un povero mugnaio fin da subito conosce la fatica e i geloni alle dita in un tempo e in un luogo in cui se vuoi scaldarti devi prima far legna e accendere il camino. Ultima di cinque figli, dopo qualche anno di scuola, va a servizio, anche perché il padre è nel frattempo morto. Nel 1833, mentre si prodiga per i malati d'influenza, rimane contagiata. A quel tempo o si guarisce o si muore di polmonite. Lei, invece, sviluppa un crescendo di sintomi mai visti prima che in breve la confinano a letto, impedita a mangiare, bere e dormire. Riesce solo a "inghiottire" l'ostia, di cui nell'800 bisogna essere "degni", perciò mensile. Chiamata in paese "meneghina" ("Domeneghina"), ha diciannove anni quando comincia: sudorazione di sangue come nel Getsemani, ferite sulla fronte come da coronazione di spine, stigmate alle mani, al torace e ai piedi. Le mani sono artigliate, come si suppone siano state quelle inchiodate di Cristo, i piedi sempre sovrapposti. Ogni venerdì, all'ora della morte di Cristo, anche lei rimane morta per diverso tempo. Sì, morta. Indi si rianima e si riparte con il calvario.<br /><br />IL SANGUE OLTRE LA GRAVITÀ<br />Gli scienziati che scrutano il caso sono intrigati anche dal fatto che su di lei il sangue gocciola non seguendo la gravità, ma come se davvero fosse appesa verticale a una croce. E ciò accade tutti i venerdì, per quattordici anni (per chi ama le coincidenze sempre in questi casi c'è il bicchiere mezzo pieno: la mistica è in grado di seguire omelie pronunciate in altri luoghi e di riferire cose dette altrove, di comprendere lingue straniere e pure antiche, di bilocarsi). Naturalmente, il caso fa scalpore e in breve la sua casa è assediata da visitatori provenienti da ogni dove. Anche semplici curiosi, certo. Ma per fortuna il vescovo competente è il beato Giovanni Nepomuceno de Tschiderer, che prende a cuore la vicenda e provvede a disciplinare l'accesso. Il primario dell'ospedale di Trento, dopo accurato studio, stende una relazione che viene presentata in ben tre congressi scientifici nazionali. Vengono illustri personaggi da tutta Europa, viene il beato Antonio Rosmini, perfino l'Arcivescovo di Sidney. Scoppia il caso sulla stampa, fogli cattolici e fogli protestanti incrociano le lame. Diversi editori europei fiutano l'affare e sguinzagliano agenti alla ricerca di testimoni oculari per cavarne libri e opuscoli a sensazione, i pamphlets il più delle volte di scaso valore, ma che concorrono alla divulgazione della notizia. Malgrado l'interessata non abbia mai voluto fotografie. Che pensare di tutto questo? Perché Dio sceglie una "vittima" e la massacra (o permette che lo sia, ma è lo stesso) per tutta la vita? Certo la cosa è sempre su base volontaria e se qualche farabutto conclamato scansa la dannazione eterna proprio grazie a queste mistiche che accettano di farsi maciullare al loro posto dalla Bontà Divina?<br /><br />HA RAGIONE DIO<br />Si, Uno potrebbe osservare che Cristo in croce ci rimane tre ore, mica 14 anni, cioè 728 venerdì. Ma, attenzione, la prescelta assenziente viene fornita di un dono speciale: l'amore per la croce. La meneghina, si scoprì, portava il cilicio. Come se non le bastassero le sofferenze inaudite che doveva sopportare. Nella letteratura mistica questo fenomeno è chiamato "follia della croce", che, seppure alla lontanissima, può essere paragonato a quel che prova un padre che si fa togliere un rene per salvare la vita al figlio. Forse l'esempio è inadeguato, ma non me ne vengono altri. E non me ne vengono perché io, come voi, aborro la sofferenza e faccio di tutto per evitarla. Siamo fatti per la gioia, non per il dolore (il che dimostra che il peccato originale è un fatto storico). È per questo, temo, che a molti la preghiera sembra una perdita di tempo: se fosse efficace, se venissimo sempre esauditi, saremmo tutti in ginocchio. Ma ogni nostra preghiera - ci si faccia caso - è una richiesta per toglierci una croce. O la croce. Forse è per questo che di solito non succede niente. Si, poi il devoto spiega che Dio ascolta, ma si riserva dell'esaudimento al tempo opportuno; oppure che stai chiedendo la cosa sbagliata, oppure che...<br />La solita arrampicata sugli specchi perché Dio, per definizione, ha sempre ragione e tu torto. Come Giobbe, cui alla fine Dio rispose come il Marchese del Grillo. Insomma, boh. Proviamo a chiedere lumi alla Meneghina.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59640634</guid><pubDate>Wed, 24 Apr 2024 21:55:23 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59640634/una_stigmatizzata_fuori_dal_comune.mp3" length="8296533" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7773

UNA STIGMATIZZATA FUORI DAL COMUNI di Rino Cammilleri
Ho scrutato attentamente il video che il dottor Paolo Basso da Crema mi ha recapitato sulla beata Maria Domenica Lazzeri,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7773" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7773</a><br /><br />UNA STIGMATIZZATA FUORI DAL COMUNI di Rino Cammilleri<br />Ho scrutato attentamente il video che il dottor Paolo Basso da Crema mi ha recapitato sulla beata Maria Domenica Lazzeri, detta la "Meneghina", nata nel 1815 e morta nel 1848. Diciamo subito, per chi non lo sapesse, che si tratta di una stigmatizzata. Stavo per scrivere "la solita stigmatizzata", perché essendomi occupato per trent'anni, ogni giorno, prima sul quotidiano Avvenire e poi Il Giornale, di santi e beati, di stigmatizzate ne ho viste tante. Quante siano potete agevolmente contarle, se avete pazienza, sul sito santiebeati.it. Da Caterina da Siena, a Teresa Neumann, eccetera. Mai, però, avevo considerato il fatto che queste mistiche sanguinanti fossero tutte donne. Sì, abbiamo il Poverello e Padre Pio. E basta, almeno che io ricordi. Tutte le altre sono donne, sempre donne. Queste strane privilegiate dal Cielo in genere non devono far altro che starsene in un letto a patire. Qualcuna ha visioni e detta libri, come Katharina Emmerick. Qualche altra manifesta i dolori della Passione in periodi ricorrenti e limitati, come Natuzza Evolo. Qualche altra ancora, come Elena Aiello, continua a occuparsi dei suoi orfanotrofi. Ma le più devono solo fare le "vittime". Perché donne? Forse perché sono più delicate e fragili? In effetti ciò si accorderebbe con il risultato modus operandi del Cielo: scegliete il personaggio più improbabile onde mostrare che quanto gli accade viene solo esclusivamente dall'Alto. La potenza di Dio si manifesta meglio nella debolezza, come dice Paolo. E più la creatura prescelta è inadeguata, più appare, a chi voglia vederla, l'opera di Dio.<br /><br />RIMANEVA MORTA<br />Naturalmente noi crediamo che la ricompensa per tali "vittime" sarà straordinaria, altrimenti prendere una ragazza minuta e insignificante, confinarla in un letto di dolore senza mangiare, né bere, né dormire, ma solo e sempre sanguinare tra le sofferenze più atroci sarebbe puro sadismo. Ma noi sappiamo che il Creatore è Bontà e Amore, perciò non ci resta che aggrapparci alla Fede. E veniamo alla Nostra. Al solito, nasce in un posto sperduto e dimenticato, Capriana in Val di Fiemme, Trento. Figlia di un povero mugnaio fin da subito conosce la fatica e i geloni alle dita in un tempo e in un luogo in cui se vuoi scaldarti devi prima far legna e accendere il camino. Ultima di cinque figli, dopo qualche anno di scuola, va a servizio, anche perché il padre è nel frattempo morto. Nel 1833, mentre si prodiga per i malati d'influenza, rimane contagiata. A quel tempo o si guarisce o si muore di polmonite. Lei, invece, sviluppa un crescendo di sintomi mai visti prima che in breve la confinano a letto, impedita a mangiare, bere e dormire. Riesce solo a "inghiottire" l'ostia, di cui nell'800 bisogna essere "degni", perciò mensile. Chiamata in paese "meneghina" ("Domeneghina"), ha diciannove anni quando comincia: sudorazione di sangue come nel Getsemani, ferite sulla fronte come da coronazione di spine, stigmate alle mani, al torace e ai piedi. Le mani sono artigliate, come si suppone siano state quelle inchiodate di Cristo, i piedi sempre sovrapposti. Ogni venerdì, all'ora della morte di Cristo, anche lei rimane morta per diverso tempo. Sì, morta. Indi si rianima e si riparte con il calvario.<br /><br />IL SANGUE OLTRE LA GRAVITÀ<br />Gli scienziati che scrutano il caso sono intrigati anche dal fatto che su di lei il sangue gocciola non seguendo la gravità, ma come se davvero fosse appesa verticale a una croce. E ciò accade tutti i venerdì, per quattordici anni (per chi ama le coincidenze sempre in questi casi c'è il bicchiere mezzo pieno: la mistica è in grado di seguire omelie pronunciate in altri luoghi e di riferire cose dette altrove, di comprendere lingue straniere e pure antiche, di...]]></itunes:summary><itunes:duration>519</itunes:duration><itunes:keywords>domenicalazzeri,meneghina,morta,stigmate,venerdì</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/e5bb9b1408c1201309f980119d3dd2ab.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Principessa, schiava e infine suora</title><link>https://www.spreaker.com/episode/principessa-schiava-e-infine-suora--59374743</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7755" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7755</a><br /><br />PRINCIPESSA, SCHIAVA E INFINE SUORA di Rino Cammilleri<br />Oggi parliamo di una suora africana, negra ed ex schiava. No, non si tratta di Giuseppina Bakhita, che è già canonizzata. Mi riferisco a Teresa Chikaba, che non era sudanese come Bakhita, ma veniva dall’Africa subsahariana, quella che ai suoi tempi veniva chiamata Africa nera. Teresa Chikaba è in attesa di beatificazione, e sarebbe anche l’ora, dati i molti miracoli testimoniati per sua intercessione. Ma andiamo con ordine. Non sappiamo se avesse altri nomi oltre a Chikaba; in base ai suoi racconti sappiamo che era nata in Guinea nel 1676 e che era una principessa. Ora, il termine principessa ci fa subito pensare alle case reali europee, col loro fasto e le trine e le parrucche incipriate. Quanto fosse esteso il "regno" di suo padre non è dato conoscere, ma è probabile che quest’ultimo non fosse altro che uno dei tanti capitribù. Chi comandava davvero da quelle parti erano i portoghesi, che avevano fatto della Guinea, insieme ai confinanti Angola e Mozambico, una loro colonia fin dal secolo precedente. Sì, perché, dopo che il rullo islamico aveva spazzato via l’Africa romana e cristiana, il continente aveva visto secoli di guerre inter-tribali per procurarsi schiavi da vendere agli arabi. Fino a quando i navigatori portoghesi nel XV secolo non inaugurarono il ritorno dei missionari al seguito dei coloni.<br />FUTURA REGINA<br />Dietro esploratori e poi coloni spagnoli, francesi e, via via, olandesi belgi, inglesi, tedeschi e infine italiani, la parola Vangelo era rientrata in Africa, con i suoi successi più o meno limitati e i suoi, ovviamente, martiri. Per questo è altresì probabile che la famiglia di Chikaba, i suoi genitori e i fratelli fossero venuti in contatto con i missionari cattolici, dato che questi sempre seguivano la fondazione di una colonia da parte di una potenza cattolica. Lei stessa narrò che, una volta, dovendo seguire la sua famiglia nel prescritto pellegrinaggio all’idolo che i nativi chiamavano Lucero, mentre eseguiva la prostrazione rituale sentì una sorta di vuoto dentro, un senso di insoddisfazione infinita, una delusione cocente. Perché? Qualunque cosa fosse quella sensazione inaudita e insopportabile, fu forse l’inizio della sua conversione. In ogni caso, il risultato fu per lei un desiderio di imitazione dei missionari cristiani, nel senso che da allora prese a occuparsi dei malati, dei bambini, dei bisognosi con un trasporto che finì col procurarle la stima degli altri indigeni. Tanto da allarmare i suoi fratelli. Infatti, questi temevano che, quando fossero morti i loro genitori, il popolo avrebbe riversato il suo favore su Chikaba, eleggendo lei come regina e defraudando le aspettative dei maschi della famiglia sul trono. Chikaba dovette fare i salti mortali per rassicurarli: non aveva alcuna mira politica, anche se non sapeva bene nemmeno lei che cosa volesse nella vita. In ogni caso, ci pensarono gli eventi a decidere per lei.<br />RAPITA DAGLI SPAGNOLI<br />Un brutto giorno un raid di razziatori spagnoli rapì lei e altri nativi per venderli come schiavi. Non avrebbe rivisto mai più la sua terra e la sua famiglia. Caricata con gli altri schiavi su una nave, fu portata in Spagna. Durante il tragitto i trafficanti appresero che si trattava di una principessa e cominciarono a trattarla bene. Oh, non per riguardo al rango, ma perché da lei si poteva cavare un miglior prezzo. Infatti, venne acquistata dai duchi di Mancera, che la portarono nel loro palazzo di Madrid. La differenza tra gli schiavi domestici nei luoghi cattolici e in quelli protestanti stava in questo: i primi erano considerati dei paggi e praticamente adottati, entravano cioè a far parte della famiglia, come si può vedere in molti dipinti dell’epoca. Gli spagnoli non tenevano dunque schiavi? Sì, ma si trattava quasi sempre di saraceni catturati e messi ai remi o adibiti ai lavori più pesanti, in attesa di poterli scambiare con gli schiavi cristiani in mano ai barbareschi o ai turchi. Chikaba poté dunque per l prima volta in vita sua indossare dei veri abiti e nutrirsi con una vera cucina, dormire in un vero letto e avere una o più stanze tutte per sé. Volentierissimo accolse il Battesimo, per il quale ebbe gli stessi duchi come padrini. Si accorse anche di aver trovato quel che sempre aveva cercato, che il cristianesimo riempiva totalmente quel vuoto che le si era impresso dolorosamente dentro da quando era andata ad adorare Lucero. E tanto sul serio prese il suo Battesimo che, compiuti i ventiquattro anni, espresse il desiderio di farsi suora. Si tenga presente che la sua educazione, i suoi modi e la famiglia adottiva le avrebbero consentito un buon matrimonio. Gli spagnoli non erano razzisti: Darwin era inglese e di là da venire. Forse che il padre di san Martino de Porres non era un gentiluomo spagnolo (e la madre una africana?)? Forse che molti conquistadores non si erano sposati con donne incas e azteche? Forse che il grande scrittore Garcilaso de la Vega non era di madre inca? E poi una buona dote non avrebbe mancato di attirare gli hidalgos iberici.<br />GLI ANNI IN CONVENTO<br />No, la vocazione di Chikaba era sincera e totale. Solo che c’era un problema. Nessun convento la accettava. Sì, c’entrava proprio il colore della sua pelle. Non c’erano precedenti di suore africane in Spagna, e una suora negra avrebbe finito col trasformare il convento in cui fosse ospitata in un’attrazione per i curiosi, con nocumento della necessaria clausura, una clausura che - va detto - a quel tempo era piuttosto larga e certe visite altolocate non si potevano rifiutare. Solo nel 1708, convinto dalla schiettezza della sua vocazione, l’Arcivescovo di Salamanca ordinò alle suore domenicane del Terz’ordine di Santa Maria Maddalena di accoglierla come conversa. Finalmente, Chikaba poté prendere il velo e il nome religioso di Teresa. Malgrado la sua estrazione nobile, si adattò facilmente ai lavori domestici ai quali fu adibita. Ci vollero ancora degli anni prima che un altro Vescovo decidesse di ammetterla ai voti. E finalmente fu suora domenicana. I quarant’anni di vita che le restavano li trascorse tutti lì, a Salamanca, nel convento dove aveva spazzato e lavato i pavimenti. Morì in odore di santità il 6 dicembre 1748. Il suo corpo riposa nel monastero che a Salamanca chiamano delle Duenas. Molti miracoli sono attribuiti a questa principessa africana, schiava, adottata dal duca di Mancera, suora domenicana. I progressi del suo processo canonico? Mistero. Sotto papa Bergoglio tutti i lavori della Congregazione apposita sono stati segretati, chissà perché.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59374743</guid><pubDate>Tue, 09 Apr 2024 20:30:08 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59374743/principessa_schiava_e_infine_suora.mp3" length="7834957" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7755

PRINCIPESSA, SCHIAVA E INFINE SUORA di Rino Cammilleri
Oggi parliamo di una suora africana, negra ed ex schiava. No, non si tratta di Giuseppina Bakhita, che è già canonizzata....</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7755" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7755</a><br /><br />PRINCIPESSA, SCHIAVA E INFINE SUORA di Rino Cammilleri<br />Oggi parliamo di una suora africana, negra ed ex schiava. No, non si tratta di Giuseppina Bakhita, che è già canonizzata. Mi riferisco a Teresa Chikaba, che non era sudanese come Bakhita, ma veniva dall’Africa subsahariana, quella che ai suoi tempi veniva chiamata Africa nera. Teresa Chikaba è in attesa di beatificazione, e sarebbe anche l’ora, dati i molti miracoli testimoniati per sua intercessione. Ma andiamo con ordine. Non sappiamo se avesse altri nomi oltre a Chikaba; in base ai suoi racconti sappiamo che era nata in Guinea nel 1676 e che era una principessa. Ora, il termine principessa ci fa subito pensare alle case reali europee, col loro fasto e le trine e le parrucche incipriate. Quanto fosse esteso il "regno" di suo padre non è dato conoscere, ma è probabile che quest’ultimo non fosse altro che uno dei tanti capitribù. Chi comandava davvero da quelle parti erano i portoghesi, che avevano fatto della Guinea, insieme ai confinanti Angola e Mozambico, una loro colonia fin dal secolo precedente. Sì, perché, dopo che il rullo islamico aveva spazzato via l’Africa romana e cristiana, il continente aveva visto secoli di guerre inter-tribali per procurarsi schiavi da vendere agli arabi. Fino a quando i navigatori portoghesi nel XV secolo non inaugurarono il ritorno dei missionari al seguito dei coloni.<br />FUTURA REGINA<br />Dietro esploratori e poi coloni spagnoli, francesi e, via via, olandesi belgi, inglesi, tedeschi e infine italiani, la parola Vangelo era rientrata in Africa, con i suoi successi più o meno limitati e i suoi, ovviamente, martiri. Per questo è altresì probabile che la famiglia di Chikaba, i suoi genitori e i fratelli fossero venuti in contatto con i missionari cattolici, dato che questi sempre seguivano la fondazione di una colonia da parte di una potenza cattolica. Lei stessa narrò che, una volta, dovendo seguire la sua famiglia nel prescritto pellegrinaggio all’idolo che i nativi chiamavano Lucero, mentre eseguiva la prostrazione rituale sentì una sorta di vuoto dentro, un senso di insoddisfazione infinita, una delusione cocente. Perché? Qualunque cosa fosse quella sensazione inaudita e insopportabile, fu forse l’inizio della sua conversione. In ogni caso, il risultato fu per lei un desiderio di imitazione dei missionari cristiani, nel senso che da allora prese a occuparsi dei malati, dei bambini, dei bisognosi con un trasporto che finì col procurarle la stima degli altri indigeni. Tanto da allarmare i suoi fratelli. Infatti, questi temevano che, quando fossero morti i loro genitori, il popolo avrebbe riversato il suo favore su Chikaba, eleggendo lei come regina e defraudando le aspettative dei maschi della famiglia sul trono. Chikaba dovette fare i salti mortali per rassicurarli: non aveva alcuna mira politica, anche se non sapeva bene nemmeno lei che cosa volesse nella vita. In ogni caso, ci pensarono gli eventi a decidere per lei.<br />RAPITA DAGLI SPAGNOLI<br />Un brutto giorno un raid di razziatori spagnoli rapì lei e altri nativi per venderli come schiavi. Non avrebbe rivisto mai più la sua terra e la sua famiglia. Caricata con gli altri schiavi su una nave, fu portata in Spagna. Durante il tragitto i trafficanti appresero che si trattava di una principessa e cominciarono a trattarla bene. Oh, non per riguardo al rango, ma perché da lei si poteva cavare un miglior prezzo. Infatti, venne acquistata dai duchi di Mancera, che la portarono nel loro palazzo di Madrid. La differenza tra gli schiavi domestici nei luoghi cattolici e in quelli protestanti stava in questo: i primi erano considerati dei paggi e praticamente adottati, entravano cioè a far parte della famiglia, come si può vedere in molti dipinti dell’epoca. 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La scelta del 25 marzo non è casuale. Questa data non è solo quella dell'Annunciazione e dell'Incarnazione del Verbo ma secondo un'antica tradizione è anche il giorno in cui il Salvatore dell'Umanità consumò il suo supremo sacrificio. Il Vangelo ci dice che sul Calvario crocifissero Gesù con due Ladroni, mettendone uno alla sua destra e uno alla sua sinistra (Lc, 23, 39-42). Ne conosciamo il nome dai Vangeli apocrifi: Disma il buon Ladrone e Gisma, o Gesta il cattivo Ladrone.<br />La parola Ladrone non deve trarre in inganno. Il termine Latrones indicava i briganti da strada, non solo ladri, ma assassini e rapinatori, puniti di morte presso tutti i popoli dell'antichità. Per umiliare Gesù furono scelti i più scellerati tra i tanti che riempivano le prigioni di Pilato. Disma era un capo brigante, probabilmente egiziano, vissuto e invecchiato tra i delitti più gravi, tra i quali quello di fratricidio. Sulla sua croce era scritto: Hic est Dismas latronum Dux<br />La morte in croce era tra le più dolorose e il condannato soffriva terribilmente, sospeso a quattro chiodi. I due malfattori imprecavano tra gli spasimi, mentre Gesù sopportava i tormenti con pazienza inalterabile. Le sue prime parole sulla Croce furono di misericordia per i suoi carnefici: "Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno" (Lc, 23, 24).<br />Entrambi i Ladroni ascoltarono queste parole, entrambi ricevettero la grazia sufficiente a riconoscere l'innocenza di Cristo, ma uno si convertì, l'altro continuò a bestemmiare. San Luca racconta che dei due ladri, appesi alla Croce accanto a Cristo, uno si beffava di lui dicendogli: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!". Ma l'altro lo rimproverava: "Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente siamo condannati alla Croce, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male". E aggiunse: "Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". Gesù gli rispose: "In verità io ti dico che oggi sarai con me in Paradiso" (Lc, 39-43).<br /> Disma dunque insorge alle parole di oltraggio contro Gesù del suo compagno di rapine e lo corregge apertamente, in maniera severa, accusandolo di non capire che Gesù è innocente, mentre loro sono colpevoli e giustamente condannati. Il suo è un atto di pentimento, ma egli non si limita a riconoscere le proprie colpe, proclama l'innocenza di Cristo, dicendo: "Non ha fatto niente di male". Lo proclama, quando tutto il mondo condanna Gesù e gli Apostoli tacciono. Disma rompe il silenzio, afferma pubblicamente la verità.<br />LA GRAZIA DELLA FEDE<br />Per affermare l'innocenza di Gesù era sufficiente la luce della ragione, illuminata dalla grazia, per proclamarlo Dio era necessaria la grazia sfolgorante della fede. Dopo aver difeso Gesù contro il cattivo ladrone, Disma riceve la grazia della fede soprannaturale che esprime nelle parole: "Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno"(Lc, 23, 42). Non era tra coloro che avevano seguito Gesù nella sua predicazione, nessun angelo glielo aveva suggerito. Non vedeva la Divinità di Cristo, ma un'umanità sfigurata dalle sofferenze. Eppure, pur vedendolo crocifisso, non dubitò che fosse Dio. San Roberto Bellarmino dice, "Chiama Signore uno che guarda nudo, ferito, sofferente, deriso e schernito pubblicamente, appeso con lui e afferma che dopo la morte andrà nel suo regno. Da ciò si comprende che egli non sognava un regno temporale di Cristo sulla terra, come aspettavano i Giudei, ma un regno eterno dopo la morte nel Cielo. Chi gli aveva insegnato misteri così alti? Nessuno certamente, se non lo spirito di verità" (Le Sette parole di Cristo, in Scritti spirituali, Morcelliana, Brescia 1997, pp. 556-557).<br />Gesù aveva detto: "Chi mi confesserà davanti agli uomini io lo confesserò ed onorerò dinnanzi al Padre Mio e ai suoi Angeli" (Mt, 10, 32). E mantiene la promessa. Disma otterrà la più preziosa delle ricompense.<br />La parola di Disma "Domine, memento mei, cum veneris in Regnum tuum" è una preghiera che va ripetuta con cuore umile e fiducioso. A questa preghiera Gesù risponde: "Amen dico tibi: hodie mecum eris in Paradiso"; "In verità io ti dico che oggi sarai con me in Paradiso". E' la seconda parola di Gesù in Croce. La parola Amen è quasi il giuramento di Cristo, che non dice a Disma, sarai con me in Paradiso nel giorno del Giudizio, e neppure tra qualche anno, mese o giorno, ma promette che quel giorno stesso si sarebbero aperte per lui le porte del Cielo.<br />"Oggi sarai con me in Paradiso", sono le parole più angeliche e armoniose che possano risuonare ad un orecchio umano ed è per questo che tanti compositori, da Franz Joseph Haydn a Charles Gounod, a Théodor Dubois, le hanno messe in musica, con commoventi melodie che cantano la speranza della salvezza eterna.<br />LA RAGIONE DELLA CONVERSIONE<br />La ragione della conversione di Disma fu la grazia divina che ne inondò l'anima. I Padri attribuiscono la causa strumentale di questa conversione all'ombra che Cristo proiettava sul Ladrone, mentre pronunciava le sue prime parole in Croce. Il volto di Cristo, scrive mons. Jean-Joseph Gaume (1802-1879), era rivolto a Occidente, il sole era a mezzogiorno e l'ombra del Redentore si stese alla sua destra su Disma chiamando il buon Ladrone dal nulla del peccato alla vita della grazia (Storia del buon ladrone, Tip. Ranieri Guasti, Prato 1868, pp. 135-136). Ma se è vero che ogni grazia viene da Maria, come dubitare del ruolo primario della Madonna nella conversione di Disma? Ella si trovava in piedi, tra la Croce di Cristo e quella del buon Ladrone e pregò certamente per lui. Quando poi udì le parole di Disma ne ebbe un'immensa consolazione, perché queste parole proclamavano davanti al Cielo e alla terra le verità dell'innocenza del Figlio e della sua divinità. Nel Venerdì santo, nessuno, al di fuori di Disma, ebbe una fede simile a quella incrollabile di Maria.<br />Tre croci si innalzano sulla cima del Calvario. Alla destra l'umanità penitente che sta per salire in Cielo. Alla sinistra l'umanità impenitente che cade nell'inferno. Nel mezzo è l'Uomo-Dio Giudice supremo dei vivi e dei morti. Nel giorno del Giudizio, gli eletti saranno alla destra del divino giudice, ed alla sinistra i reprobi. Di due che staranno sul campo, dice il Vangelo, uno sarà preso e uno sarà lasciato (Lc, 17, 34). Il buon Ladrone è l'immagine degli eletti, il cattivo ladrone dei riprovati.<br />Tra gli straordinari miracoli che seguirono alla morte di Gesù ve ne fu uno impressionante, che san Matteo descrive con queste parole: "i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti" (Mt, 52-54). Profeti e Re di Israele furono tra coloro che apparvero per le vie di Gerusalemme convertendo alcuni, ma senza riuscire a scuotere l'incredulità dei molti. Quale stupore fu per gli abitanti della Città santa vedere tra questi risorti il vecchio brigante Disma proclamare la verità di Cristo, trasfigurato nell'anima e nel corpo. I risorti rimasero a Gerusalemme fino al momento dell'Ascensione quando Gesù li portò con sè in Cielo. La sentenza secondo cui i risorti del Calvario sono in Cielo anima e corpo è, secondo i teologi, la più sicura e tra questi risorti, bisogna annoverare san Disma, il buon Ladrone (Gaume, op. cit. pp. 278-288).<br />San Disma è il protettore dei peccatori che si trovano in punto di morte. Oggi il mondo oltraggia Cristo come il cattivo ladrone sul Calvario. Chiediamo al buon Ladrone di infondere il suo spirito penitente e fiducioso nell'Occidente che muore. La promessa di Fatima ha la stessa dolcezza delle seconde parole di Gesù in Croce. Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria sarà il paradiso storico delle nazioni, cioè la restaurazione della civiltà cristiana che seguirà all'inferno storico del nostro tempo.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59187398</guid><pubDate>Tue, 26 Mar 2024 21:50:43 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59187398/il_buon_ladrone_a_cui_ges_promette_il_paradiso_subito.mp3" length="10771270" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7736

IL BUON LADRONE A CUI GESU' PROMETTE IL PARADISO SUBITO di Roberto De Mattei
La liturgia latina della Chiesa ricorda il 25 marzo san Disma, il buon Ladrone, a cui Gesù disse sul...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7736" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7736</a><br /><br />IL BUON LADRONE A CUI GESU' PROMETTE IL PARADISO SUBITO di Roberto De Mattei<br />La liturgia latina della Chiesa ricorda il 25 marzo san Disma, il buon Ladrone, a cui Gesù disse sul Calvario: "Oggi sarai con me in Paradiso". La scelta del 25 marzo non è casuale. Questa data non è solo quella dell'Annunciazione e dell'Incarnazione del Verbo ma secondo un'antica tradizione è anche il giorno in cui il Salvatore dell'Umanità consumò il suo supremo sacrificio. Il Vangelo ci dice che sul Calvario crocifissero Gesù con due Ladroni, mettendone uno alla sua destra e uno alla sua sinistra (Lc, 23, 39-42). Ne conosciamo il nome dai Vangeli apocrifi: Disma il buon Ladrone e Gisma, o Gesta il cattivo Ladrone.<br />La parola Ladrone non deve trarre in inganno. Il termine Latrones indicava i briganti da strada, non solo ladri, ma assassini e rapinatori, puniti di morte presso tutti i popoli dell'antichità. Per umiliare Gesù furono scelti i più scellerati tra i tanti che riempivano le prigioni di Pilato. Disma era un capo brigante, probabilmente egiziano, vissuto e invecchiato tra i delitti più gravi, tra i quali quello di fratricidio. Sulla sua croce era scritto: Hic est Dismas latronum Dux<br />La morte in croce era tra le più dolorose e il condannato soffriva terribilmente, sospeso a quattro chiodi. I due malfattori imprecavano tra gli spasimi, mentre Gesù sopportava i tormenti con pazienza inalterabile. Le sue prime parole sulla Croce furono di misericordia per i suoi carnefici: "Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno" (Lc, 23, 24).<br />Entrambi i Ladroni ascoltarono queste parole, entrambi ricevettero la grazia sufficiente a riconoscere l'innocenza di Cristo, ma uno si convertì, l'altro continuò a bestemmiare. San Luca racconta che dei due ladri, appesi alla Croce accanto a Cristo, uno si beffava di lui dicendogli: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!". Ma l'altro lo rimproverava: "Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente siamo condannati alla Croce, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male". E aggiunse: "Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". Gesù gli rispose: "In verità io ti dico che oggi sarai con me in Paradiso" (Lc, 39-43).<br /> Disma dunque insorge alle parole di oltraggio contro Gesù del suo compagno di rapine e lo corregge apertamente, in maniera severa, accusandolo di non capire che Gesù è innocente, mentre loro sono colpevoli e giustamente condannati. Il suo è un atto di pentimento, ma egli non si limita a riconoscere le proprie colpe, proclama l'innocenza di Cristo, dicendo: "Non ha fatto niente di male". Lo proclama, quando tutto il mondo condanna Gesù e gli Apostoli tacciono. Disma rompe il silenzio, afferma pubblicamente la verità.<br />LA GRAZIA DELLA FEDE<br />Per affermare l'innocenza di Gesù era sufficiente la luce della ragione, illuminata dalla grazia, per proclamarlo Dio era necessaria la grazia sfolgorante della fede. Dopo aver difeso Gesù contro il cattivo ladrone, Disma riceve la grazia della fede soprannaturale che esprime nelle parole: "Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno"(Lc, 23, 42). Non era tra coloro che avevano seguito Gesù nella sua predicazione, nessun angelo glielo aveva suggerito. Non vedeva la Divinità di Cristo, ma un'umanità sfigurata dalle sofferenze. Eppure, pur vedendolo crocifisso, non dubitò che fosse Dio. San Roberto Bellarmino dice, "Chiama Signore uno che guarda nudo, ferito, sofferente, deriso e schernito pubblicamente, appeso con lui e afferma che dopo la morte andrà nel suo regno. Da ciò si comprende che egli non sognava un regno temporale di Cristo sulla terra, come aspettavano i Giudei, ma un regno eterno dopo la morte nel Cielo. Chi gli aveva...]]></itunes:summary><itunes:duration>674</itunes:duration><itunes:keywords>buonladrone,fatima,risorti,sandisma,stupore</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/f99fa14a17db70c2cbcba95188c03d62.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La terribile storia dimenticata dei francescani martirizzati dai musulmani</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-terribile-storia-dimenticata-dei-francescani-martirizzati-dai-musulmani--59023554</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7723" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7723</a><br /><br />LA TERRIBILE STORIA DIMENTICATA DEI FRANCESCANI MARTIRIZZATI DAI MUSULMANI di Rino Cammilleri<br />Oggi voglio ricordare i sette francescani, e non solo loro, che nel 1920 vennero martirizzati dai musulmani. Nel 1920,dunque dopo la fine della Grande Guerra, dopo i trattati di pace, dopo che Kemal Ataturk aveva respinto i Greci e salvato la Turchia. Che, lo ricordiamo, era stata alleata degli sconfitti Imperi centrali.<br />Il genocidio del popolo armeno - il primo, nella storia, a convertirsi al cristianesimo - era stato completato da un pezzo, i turchi, stretti tra i Bolscevichi di Lenin a nord e le potenze occidentali, soprattutto Inghilterra e Francia, che si spartirono il loro ex impero, dopo aver orribilmente incendiato Salonicco (la più ricca delle loro città, ma ricca grazie a greci e armeni), visto che Ataturk intendeva modernizzare il suo popolo vietando fez, veli e barbe per dare un sterzata laica alla vita turca (ben rendendosi conto che la causa dell'arretratezza stava proprio nella religione), avrebbero potuto smetterla con le scimitarre e l'uccisione inutile e insensata dei cristiani. Invece no. Ecco la storia che andiamo a raccontare.<br />Alla fine del 1919 tre francescani, due  italiani e un ungherese, vennero assegnati dalla Custodia della Terra Santa a Mugiukderest, in Armenia. Erano padre Francesco De Vittorio (38 anni), fratel Alfredo Dolentz (67), austriaco, e fratel Salvatore Sabatini (45). La missione era completamente distrutta e ora, a guerra finita, la Custodia intendeva ripristinarla in qualche modo. Provvisti di denaro, i tre riuscirono a farvi affluire le famiglie superstiti e a radunare la trentina di bambini rimasti orfani. Sotto la loro direzione si cominciò a riattare qualche casa e, soprattutto, a impiantare un orfanotrofio per quei bambini abbandonati che chissà come erano riusciti a scappare al genocidio. I tre frati erano tutto: medici, farmacisti, vivandieri, maestri, padri. Ma nel gennaio del 1920 ricominciò l'incubo: la notizia che i massacri di cristiani erano ripresi giunse fino alla missione e quei poveri disgraziati, la cui sfortuna non sembrava aver mai fine, presero a disperarsi. Dove altro sarebbero potuti andare? Ora che avevano riguadagnato un minimo di tranquillità, pur nella miseria, bisognava di nuovo scappare?<br />UN INVITO A CENA<br />Leggo in una vecchia news del Centro studi Giuseppe Federici che ai tre frati, in pensiero per i loro orfanelli, si presentò uno del posto, un musulmano di cui avevano fatto la  conoscenza e che si era comportato sempre amabilmente con loro. Ne conosciamo il nome: Leuimen Oglu Alì. Aveva una grande casa e si  offrì di ospitare i missionari e tutti gli orfanelli. Anzi, poiché c'era ancora posto, poteva accogliere anche tutti i pochi cristiani del luogo. E arrivò a mettere a disposizione alcuni locali per gli oggetti, le cose care che ognuno avesse ritenuto di portare con sé. Cominciò così il trasloco. In quella nuova casa sarebbero stati al sicuro, così aveva garantito loro l'anfitrione. Anche se si fosse scatenato il pogrom, lui li avrebbe protetti, perché nessuno avrebbe osato violare la casa di un notabile musulmano. Erano a cena, gentilmente offerta dal loro ospite, quando i tre frati sentirono colpi di fucile provenienti dalla strada. D'istinto si alzarono da tavola per sbirciare dalle finestre, ma a quel punto Leuimen Oglu Alì gettò la maschera. Estratta una pistola, mentre i tre gli davano le spalle li freddò con pochi colpi, poi andò ad aprire il portone di quelli fuori, con cui era d'accordo. Dei cristiani e orfanelli non ne rimase vivo neppure uno. Poi la banda di assassini andò a saccheggiare la chiesa, l'orfanotrofio e le case delle vittime, completando l'opera con un bel falò di tutto. Tutto questo accadde il 23 gennaio 1920.<br />CHIESA BRUCIATA<br />Padre Alberto Amarisse, 46 anni, era superiore alla missione di Jenige-Rale. Negli stessi giorni i turchi invasero l'Armenia e uccisero lui e tutti gli altri cristiani. Padre Stefano Jalincatjan, 51 anni, armeno, era superiore alla missione Donkalè. Scappato all'ora dalle guerra, era tornato per riunire i superstiti e cercare di ricostruire quanto era stato distrutto. Ma il 23 gennaio 1920 i turchi tornarono. Capeggiati da tal Naggiar Mustafà, si avventarono nel villaggio e presero a incendiare tutto. I cristiani si rifugiarono in chiesa e, nella missione, mentre i turchi li calpestavano di fucilate. Ma prevalse l'opinione di risparmiare munizioni, visto che quelli si erano barricati. Così, mano alla benzina, diedero fuoco a tutto e arrostirono gli sventurati, missionario compreso. Al giovane fratel Giuseppe Achillian, 25 anni e armeno pure lui, andò meglio. Nel senso che non morì ammazzato. Invasa l'Armenia, ricominciarono le marcie forzate della popolazione cristiana. Molti morirono di stenti e fatica. Lui, il più giovane e in forze, partito il 23 gennaio, resistette fino al 15 del mese successivo. Ma, arrivato ad Adana, schiantò per lo strapazzo. E, se questa fu la sorte, figurarsi quella di donne, vecchi e bambini. L'italiano padre Leonardo Bellucci, 39 anni, dopo il servizio militare (il clero italiano non era ancora esentato, lo sarà con Mussolini), finita la guerra fu assegnata alla missione di Aleppo come economo e insegnante nel collegio che i francescani avevano là. Stava recandosi a Gerusalemme in treno quando, alla stazione di Kherbet el- Ghazi, un gruppo di beduini armati lo costrinse a scendere. Venne freddato sul posto a colpi di fucile. E, non contenti ne impalarono il cadavere. Allah è grande. Forse Abramo sbagliò a mettere incinta Agar...]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59023554</guid><pubDate>Tue, 12 Mar 2024 23:17:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59023554/la_terribile_storia_dimenticata_dei_francescani_martirizzati_dai_musulmani.mp3" length="7182672" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7723

LA TERRIBILE STORIA DIMENTICATA DEI FRANCESCANI MARTIRIZZATI DAI MUSULMANI di Rino Cammilleri
Oggi voglio ricordare i sette francescani, e non solo loro, che nel 1920 vennero...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7723" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7723</a><br /><br />LA TERRIBILE STORIA DIMENTICATA DEI FRANCESCANI MARTIRIZZATI DAI MUSULMANI di Rino Cammilleri<br />Oggi voglio ricordare i sette francescani, e non solo loro, che nel 1920 vennero martirizzati dai musulmani. Nel 1920,dunque dopo la fine della Grande Guerra, dopo i trattati di pace, dopo che Kemal Ataturk aveva respinto i Greci e salvato la Turchia. Che, lo ricordiamo, era stata alleata degli sconfitti Imperi centrali.<br />Il genocidio del popolo armeno - il primo, nella storia, a convertirsi al cristianesimo - era stato completato da un pezzo, i turchi, stretti tra i Bolscevichi di Lenin a nord e le potenze occidentali, soprattutto Inghilterra e Francia, che si spartirono il loro ex impero, dopo aver orribilmente incendiato Salonicco (la più ricca delle loro città, ma ricca grazie a greci e armeni), visto che Ataturk intendeva modernizzare il suo popolo vietando fez, veli e barbe per dare un sterzata laica alla vita turca (ben rendendosi conto che la causa dell'arretratezza stava proprio nella religione), avrebbero potuto smetterla con le scimitarre e l'uccisione inutile e insensata dei cristiani. Invece no. Ecco la storia che andiamo a raccontare.<br />Alla fine del 1919 tre francescani, due  italiani e un ungherese, vennero assegnati dalla Custodia della Terra Santa a Mugiukderest, in Armenia. Erano padre Francesco De Vittorio (38 anni), fratel Alfredo Dolentz (67), austriaco, e fratel Salvatore Sabatini (45). La missione era completamente distrutta e ora, a guerra finita, la Custodia intendeva ripristinarla in qualche modo. Provvisti di denaro, i tre riuscirono a farvi affluire le famiglie superstiti e a radunare la trentina di bambini rimasti orfani. Sotto la loro direzione si cominciò a riattare qualche casa e, soprattutto, a impiantare un orfanotrofio per quei bambini abbandonati che chissà come erano riusciti a scappare al genocidio. I tre frati erano tutto: medici, farmacisti, vivandieri, maestri, padri. Ma nel gennaio del 1920 ricominciò l'incubo: la notizia che i massacri di cristiani erano ripresi giunse fino alla missione e quei poveri disgraziati, la cui sfortuna non sembrava aver mai fine, presero a disperarsi. Dove altro sarebbero potuti andare? Ora che avevano riguadagnato un minimo di tranquillità, pur nella miseria, bisognava di nuovo scappare?<br />UN INVITO A CENA<br />Leggo in una vecchia news del Centro studi Giuseppe Federici che ai tre frati, in pensiero per i loro orfanelli, si presentò uno del posto, un musulmano di cui avevano fatto la  conoscenza e che si era comportato sempre amabilmente con loro. Ne conosciamo il nome: Leuimen Oglu Alì. Aveva una grande casa e si  offrì di ospitare i missionari e tutti gli orfanelli. Anzi, poiché c'era ancora posto, poteva accogliere anche tutti i pochi cristiani del luogo. E arrivò a mettere a disposizione alcuni locali per gli oggetti, le cose care che ognuno avesse ritenuto di portare con sé. Cominciò così il trasloco. In quella nuova casa sarebbero stati al sicuro, così aveva garantito loro l'anfitrione. Anche se si fosse scatenato il pogrom, lui li avrebbe protetti, perché nessuno avrebbe osato violare la casa di un notabile musulmano. Erano a cena, gentilmente offerta dal loro ospite, quando i tre frati sentirono colpi di fucile provenienti dalla strada. D'istinto si alzarono da tavola per sbirciare dalle finestre, ma a quel punto Leuimen Oglu Alì gettò la maschera. Estratta una pistola, mentre i tre gli davano le spalle li freddò con pochi colpi, poi andò ad aprire il portone di quelli fuori, con cui era d'accordo. Dei cristiani e orfanelli non ne rimase vivo neppure uno. Poi la banda di assassini andò a saccheggiare la chiesa, l'orfanotrofio e le case delle vittime, completando l'opera con un bel falò di tutto. 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Questa era l'eresia combattuta dal Concilio di Nicea per eliminare l'idea che Gesù fosse solo uomo e non vero Dio. Sant'Antonio è considerato il fondatore del monachesimo orientale, mentre quello occidentale si fa risalire a San Benedetto da Norcia. Risale al santo anche il nome dell'herpes zoster, popolarmente noto come fuoco di sant'Antonio, una malattia virale della cute e delle terminazioni nervose, causata dal virus della varicella infantile.<br />VITA DI SANT'ANTONIO<br />Sant'Antonio nacque a Coma un villaggio del Basso Egitto nel 251, figlio di benestanti contadini cristiani. Rimase orfano a vent'anni, con un patrimonio da amministrare e una sorella minore cui badare. Sentì presto la vocazione ascoltando il vangelo dove Gesù dice al giovane ricco «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi e dallo ai poveri» (Mt 19,21). Distribuiti i beni ai poveri e sistemata la sorella, iniziò a vivere come un anacoreta nel deserto attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità.<br />In una visione vide un eremita che passava la giornata tra la preghiera e l'intreccio di una corda. Da questo capì che, oltre alla preghiera, si sarebbe dovuto dedicare ad un'attività concreta. Diventerà il principio dell'ora et labora che caratterizzerà anche in Occidente la vita monastica da San Benedetto in poi.<br />Sant'Antonio condusse quindi una vita ritirata in perfetta solitudine. I frutti del lavoro gli servivano per sostentarsi, ma anche per fare la carità ai poveri. Nei primi anni di vita ritirata fu tormentato da tentazioni fortissime, inclusi dubbi sul senso della vita solitaria. Consultando altri eremiti fu esortato ad andare avanti. Anzi gli fu consigliato di staccarsi ancora più radicalmente dal mondo. Fu così che, indossando solo un rude panno, si chiuse in una tomba nella roccia. Qui fu aggredito e percosso dal demonio; senza sensi fu trovato dalle persone che si recavano spesso da lui per portargli del cibo. Fu portato nel villaggio, dove guarì.<br />In seguito Sant'Antonio si spostò sul monte Pispir, vicino al Mar Rosso, dove si rinchiuse in una vecchia fortificazione. Vi rimase per 20 anni, nutrendosi solo con il pane che gli veniva portato due volte all'anno. Anche qui fu tormentato dal demonio. Alla fine molte persone, per stargli vicino e chiedergli consiglio e aiuto, abbatterono le mura del suo rifugio. Sant'Antonio allora si dedicò a guarire i sofferenti ed a liberare gli indemoniati.<br />Durante la persecuzione dell'imperatore Massimino Daia rientrò ad Alessandria per confortare i cristiani che venivano ferocemente perseguitati. Tornata la pace, Sant'Antonio visse i suoi ultimi anni nel deserto. Morì all'età di 105 anni il 17 gennaio del 356. Ecco perché la sua festa si celebra il 17 gennaio di ogni anno.<br />PROTETTORE DEGLI ANIMALI DOMESTICI<br />Sant'Antonio è ricordato anche come protettore degli animali domestici e viene raffigurato con un maiale che reca al collo una campanella. Per la sua festa la Chiesa benedice gli animali e le stalle. Ci si potrebbe chiedere se sia il caso di benedire gli animali oppure se sia solo una moda derivante dalla diffusione degli animali come surrogati di un figlio, ma la risposta non può che essere affermativa. Infatti il primo a benedire gli animali è stato Dio stesso. Come ci ricorda la Genesi, dopo aver creato gli animali Dio li benedisse dicendo: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra» (Gn 1,22). Siate fecondi e moltiplicatevi vuol dire crescere di numero, cioè godere di buona salute per avere lo sviluppo voluto da Dio. Purtroppo con il peccato originale anche la natura animale partecipa della ferita della natura umana e quindi anche gli animali sono soggetti alle malattie e alla morte. Inoltre il Diavolo non solo può colpire gli uomini, ma anche i beni che a lui appartengono e quindi, tra questi, anche gli animali. Le benedizioni per gli animali si trovano nel Rituale Romanum. C'è anche una benedizione se sono colpiti da gravi infermità chiedendo a Dio che venga cancellato ogni diabolico potere su di loro.<br />Certamente il fatto che la Chiesa benedica gli animali, non vuol dire che questi abbiano la stessa dignità degli uomini. Oggi va di moda difendere i diritti degli animali (contro i diritti degli uomini), come prima erano stati esaltati i diritti degli uomini (contro i diritti di Dio). È quindi bene ricordare che anche Hitler fu un animalista (e vegetariano). A prova di ciò basti sapere che una delle prime leggi che fece approvare proibiva la vivisezione sugli animali. Sappiamo come è andata a finire... gli esperimenti sono stati fatti sugli uomini.<br />L'IDEOLOGIA ANIMALISTA<br />Purtroppo l'ideologia animalista sta permeando sempre più la società e ciò è dovuto anche alla massiccia campagna per i presunti diritti degli animali sui mezzi di comunicazione. Ad esempio è frequente trovare nei tg un servizio che parli di cura degli animali o di ingiusti maltrattamenti nei loro confronti. È talmente assillante che ormai pare quasi introdotto un nuovo genere di peccato: l'abbandono degli animali. Vorrei invece ricordare che abbandonare un animale non è un peccato. Può essere una cosa non bella, ma non è un peccato. Semmai abbandonare un anziano è un peccato, però di questo raramente parlano i tg, per cui, sono certo, alla frase "abbandonare un animale non è un peccato" si troverebbero molte persone indignate. Eppure basterebbe ricordar loro che decidere cosa è peccato non è compito della televisione, ma di Dio.<br />Sempre nei succitati servizi televisivi capita spesso che per descrivere i maltrattamenti sugli animali si arrivi a dire "animali trattati in modo disumano". Ora mi pare evidente che l'espressione riveli che esiste una gerarchia nella natura umana che prevede che l'uomo sia superiore agli animali. E ciò è confermato dall'altra espressione usata quando invece sono maltrattati degli uomini, si dice infatti "uomini trattati come bestie".<br />In conclusione, per la festa di Sant'Antonio la Chiesa benedice gli animali perché li considera creature che Dio ha messo al fianco dell'uomo per migliorare la sua vita. La posizione della Chiesa, bene espressa nel Catechismo della Chiesa Cattolica, mi pare equilibrata e secondo verità. E profondamente contraria alle ideologie del mondo che si rivelano, al contrario, fortemente disumane. Hitler docet!<br />Nota di BastaBugie: per approfondire l'articolo di Don Stefano Bimbi alla luce di quello che insegna la Chiesa riportiamo cosa dice il Catechismo della Chiesa Cattolica sugli animali.<br />2416 - Gli animali sono creature di Dio. Egli li circonda della sua provvida cura. Con la loro semplice esistenza lo benedicono e gli rendono gloria. Anche gli uomini devono essere benevoli verso di loro. Ci si ricorderà con quale delicatezza i santi, come san Francesco d'Assisi o san Filippo Neri, trattassero gli animali.<br />2417 - Dio ha consegnato gli animali a colui che egli ha creato a sua immagine. È dunque legittimo servirsi degli animali per provvedere al nutrimento o per confezionare indumenti. Possono essere addomesticati, perché aiutino l'uomo nei suoi lavori e anche a ricrearsi negli svaghi. Le sperimentazioni mediche e scientifiche sugli animali sono pratiche moralmente accettabili, se rimangono entro limiti ragionevoli e contribuiscono a curare o salvare vite umane.<br />2418 - È contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli animali e disporre indiscriminatamente della loro vita. È pure indegno dell'uomo spendere per gli animali somme che andrebbero destinate, prioritariamente, a sollevare la miseria degli uomini. Si possono amare gli animali; ma non si devono far oggetto di quell'affetto che è dovuto soltanto alle persone.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/58589767</guid><pubDate>Wed, 07 Feb 2024 13:46:36 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/58589767/sant_antonio_abate_e_la_benedizione_degli_animali.mp3" length="10416691" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ hthttps://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7690

SANT'ANTONIO ABATE E LA BENEDIZIONE DEGLI ANIMALI di Don Stefano Bimbi
La vita di Sant'Antonio abate è descritta nella Vita Antonii di Sant'Atanasio, vescovo di Alessandria e...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ ht<a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7690" target="_blank" rel="noreferrer noopener">tps://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7690</a><br /><br />SANT'ANTONIO ABATE E LA BENEDIZIONE DEGLI ANIMALI di Don Stefano Bimbi<br />La vita di Sant'Antonio abate è descritta nella Vita Antonii di Sant'Atanasio, vescovo di Alessandria e dottore della Chiesa, che ebbe da lui un aiuto nella lotta contro l'arianesimo. Questa era l'eresia combattuta dal Concilio di Nicea per eliminare l'idea che Gesù fosse solo uomo e non vero Dio. Sant'Antonio è considerato il fondatore del monachesimo orientale, mentre quello occidentale si fa risalire a San Benedetto da Norcia. Risale al santo anche il nome dell'herpes zoster, popolarmente noto come fuoco di sant'Antonio, una malattia virale della cute e delle terminazioni nervose, causata dal virus della varicella infantile.<br />VITA DI SANT'ANTONIO<br />Sant'Antonio nacque a Coma un villaggio del Basso Egitto nel 251, figlio di benestanti contadini cristiani. Rimase orfano a vent'anni, con un patrimonio da amministrare e una sorella minore cui badare. Sentì presto la vocazione ascoltando il vangelo dove Gesù dice al giovane ricco «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi e dallo ai poveri» (Mt 19,21). Distribuiti i beni ai poveri e sistemata la sorella, iniziò a vivere come un anacoreta nel deserto attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità.<br />In una visione vide un eremita che passava la giornata tra la preghiera e l'intreccio di una corda. Da questo capì che, oltre alla preghiera, si sarebbe dovuto dedicare ad un'attività concreta. Diventerà il principio dell'ora et labora che caratterizzerà anche in Occidente la vita monastica da San Benedetto in poi.<br />Sant'Antonio condusse quindi una vita ritirata in perfetta solitudine. I frutti del lavoro gli servivano per sostentarsi, ma anche per fare la carità ai poveri. Nei primi anni di vita ritirata fu tormentato da tentazioni fortissime, inclusi dubbi sul senso della vita solitaria. Consultando altri eremiti fu esortato ad andare avanti. Anzi gli fu consigliato di staccarsi ancora più radicalmente dal mondo. Fu così che, indossando solo un rude panno, si chiuse in una tomba nella roccia. Qui fu aggredito e percosso dal demonio; senza sensi fu trovato dalle persone che si recavano spesso da lui per portargli del cibo. Fu portato nel villaggio, dove guarì.<br />In seguito Sant'Antonio si spostò sul monte Pispir, vicino al Mar Rosso, dove si rinchiuse in una vecchia fortificazione. Vi rimase per 20 anni, nutrendosi solo con il pane che gli veniva portato due volte all'anno. Anche qui fu tormentato dal demonio. Alla fine molte persone, per stargli vicino e chiedergli consiglio e aiuto, abbatterono le mura del suo rifugio. Sant'Antonio allora si dedicò a guarire i sofferenti ed a liberare gli indemoniati.<br />Durante la persecuzione dell'imperatore Massimino Daia rientrò ad Alessandria per confortare i cristiani che venivano ferocemente perseguitati. Tornata la pace, Sant'Antonio visse i suoi ultimi anni nel deserto. Morì all'età di 105 anni il 17 gennaio del 356. Ecco perché la sua festa si celebra il 17 gennaio di ogni anno.<br />PROTETTORE DEGLI ANIMALI DOMESTICI<br />Sant'Antonio è ricordato anche come protettore degli animali domestici e viene raffigurato con un maiale che reca al collo una campanella. Per la sua festa la Chiesa benedice gli animali e le stalle. Ci si potrebbe chiedere se sia il caso di benedire gli animali oppure se sia solo una moda derivante dalla diffusione degli animali come surrogati di un figlio, ma la risposta non può che essere affermativa. Infatti il primo a benedire gli animali è stato Dio stesso. Come ci ricorda la Genesi, dopo aver creato gli animali Dio li benedisse dicendo: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra» (Gn 1,22). Siate fecondi e moltiplicatevi vuol dire crescere...]]></itunes:summary><itunes:duration>651</itunes:duration><itunes:keywords>animalidomestici,animalisti,creaturedidio,sanfrancesco,santantonio</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/2ae8feaf3a3afce802c6cc1ae6972a2c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Emilia Kaczorowska, la mamma di san Giovanni Paolo II</title><link>https://www.spreaker.com/episode/emilia-kaczorowska-la-mamma-di-san-giovanni-paolo-ii--57736102</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7603" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7603</a><br /><br />EMILIA KACZOROWSKA, LA MAMMA DI SAN GIOVANNI PAOLO II di Renzo Allegri<br />La madre di Giovanni Paolo II, Emilia Kaczorowska, era figlia di un sellaio lituano, ma era nata in Slesia il 26 marzo 1884. Aveva otto fratelli. La famiglia si trasferì a Cracovia quando Emilia era ancora piccola e fu bersagliata da dolori e disgrazie. In pochi anni, Emilia perse quattro fratelli e anche i genitori. Per alcuni anni crebbe in un Collegio delle suore della Misericordia. Poté frequentare solo le scuole elementari. Poi dovette pensare a guadagnarsi da vivere facendo la sarta.<br />Era gracile e cagionevole di salute, ma era molto bella.<br />Maria Janina, una coetanea di Emilia, nel 1978, subito dopo l'elezione a Pontefice di Karol Wojtyla, ricordava: «Emilia Kaczorowska, da ragazza, era la più bella ed elegante di Wadovice. Abitavamo nella stessa casa. Era snella, aveva profondi occhi neri e un sorriso disarmante. Di carattere era gaia e sempre serena. Vestiva modestamente, ma era distinta, molto femminile. Si confezionava lei stessa i vestiti. Aveva capelli lunghi e si pettinava, come si usava allora, puntandoli tutti in alto».<br />Il padre del Papa si chiamava Karol. Al figlio poi diede il proprio nome, come si usava spesso allora. Era nato nel 1879. Era figlio di un sarto e anche lui aveva imparato il mestiere del sarto, ma poi lo aveva abbandonato per un posto di ufficiale di carriera nell'esercito.<br />«Era alto, con spalle molto dritte e aveva un incedere armonioso», raccontava Maria Janina, la vicina di casa. «Gli stivali lunghi e la divisa militare con le scintillanti tre stellette di sottufficiale sul colletto gli davano fascino ed eleganza. Era molto ammirato dalle ragazze. Anche Emilia si era nascostamente innamorata di lui, e fu felicissima quando Karol la scelse come fidanzata».<br />I due giovani si erano conosciuti nella chiesa cattolica di Cracovia che entrambi frequentavano. Emilia se ne era innamorata subito. Secondo un rapporto dell'esercito austriaco, dove Karol prestava servizio, egli era «onesto, leale, serio, educato, modesto, retto, responsabile, generoso e instancabile». Era anche un affascinante parlatore. Tutte doti preziose, immediatamente apprezzate da Emilia.<br />IL MATRIMONIO E I FIGLI<br />Si sposarono il 10 febbraio 1904 e subito dopo si trasferirono a Wadowice, dove aveva sede un prestigioso reggimento di fanteria in cui Karol Wojtyla svolgeva compiti amministrativi.<br />Nell'agosto del 1906, Emilia diede alla luce un maschietto, che fu chiamato Edmund. Ma già fin da quel primo parto risultò che Emilia aveva una salute gracile e che successive maternità potevano essere fatali per lei. I medici quindi le consigliarono di non avere altri figli.<br />La vita dei coniugi Wojtyla a Wadowice trascorreva serena. Lo stipendio di Karol non era pingue ma sufficiente. Emilia lo amministrava con oculatezza. Lavorava anche lei come sarta contribuendo al bilancio familiare. Amava vestire bene il suo bambino e andava a comperargli qualche vestitino a Cracovia.<br />Edmund era intelligente, studiava con profitto. Emilia decise che quel suo ragazzo doveva frequentare l'università e diventare importante. Era orgogliosa di lui.<br />Nel 1914 però Emilia rimase di nuovo incinta. La gravidanza questa volta fu difficile, il parto complicato e nacque una bambina che visse poche ore. Emilia la volle chiamare Olga, come la propria sorella morta a soli 22 anni.<br />Quella difficile maternità e la perdita della bambina segnarono molto Emilia. Fisicamente ma anche psicologicamente. Era diventata una donna molto sofferente. Andava soggetta a fortissimi mal di schiena che le impedivano perfino di reggersi in piedi. Inoltre veniva presa da improvvisi capogiri, svenimenti che le facevano perdere conoscenza. Quando arrivavano quelle crisi, doveva restare a letto anche per quattro cinque giorni di fila. Doveva essere trasportata a Cracovia, per essere assistita da medici specialisti. Le assenze duravano anche una settimana e allora era il marito a sbrigare le faccende domestiche, fare da mangiare, lavare i piatti, pulire la casa.<br />I medici dicevano che aveva i reni compromessi e il cuore malandato. Doveva condurre un'esistenza tranquilla, serena, non doveva affaticarsi e neppure lontanamente pensare ad altre maternità.<br />IL RIFIUTO DELL'ABORTO TERAPEUTICO<br />Ma alla fine del 1919 si accorse di aspettare un nuovo bambino. Aveva già 35 anni e mezzo e la nuova gravidanza si annunciò subito difficile. I medici dissero che era pericolosa per lei e per il nascituro: doveva interromperla. Ma Emilia era una donna di fede. Con grande semplicità, si affidò al buon Dio. Mai avrebbe impedito a quel suo bambino di venire al mondo: per lui era disposta a morire.<br />I nove mesi di gestazione furono pieni di complicazioni per la salute cagionevole di Emilia. Il parto, avvenuto il 18 maggio 1920, fu difficile. Il bambino però nacque sano e venne chiamato Karol, come il padre.<br />Da quel momento l'esistenza di Emilia divenne precaria. I disturbi al cuore e ai reni peggiorarono, i gonfiori alle gambe le impedivano di restare a lungo in piedi. Doveva egualmente provvedere alla casa e ai figli. Si sacrificava in silenzio. «Sopportava il dolore con fede», raccontò la sua coetanea Maria Janina. «Non parlava mai dei suoi disturbi e riusciva sempre a tenere un sorriso dolce e sereno sulle labbra, anche nei momenti di maggior sofferenza».<br />Il piccolo Karol crebbe sereno e vezzeggiato. Nel 1926 cominciò ad andare a scuola. Aveva difficoltà in matematica, ma con l'aiuto del fratello maggiore, che era già universitario, riuscì a superarle e divenne uno dei migliori allievi.<br />Nell'inverno del 1928 le condizioni di salute di Emilia si aggravarono. Karol, che aveva compiuto otto anni, cominciò a capire e ad avere il terrore di perdere la mamma. Un suo insegnante di allora raccontò che il bambino era spesso pensieroso e assente. La mattina del 13 aprile 1929, Karol, dopo aver fatto colazione, era uscito presto come il solito per andare a scuola. Verso mezzogiorno arrivò nella sua classe il preside e disse all'insegnante che doveva parlare con il piccolo Wojtyla. Fuori dell'aula, Karol vide una vicina di casa. Capì che era accaduto qualcosa di grave alla sua mamma e scoppiò a piangere. La signora Emilia, infatti, era spirata poco dopo aver mandato a scuola il bambino.<br />La salma esposta nella casa, i funerali, la sepoltura nel cimitero, impressionarono tremendamente il piccolo Karol. Quel lutto segnò la sua vita per sempre. Gli fece scoprire il dolore di perdere la persona più cara. Tutti gli amici di Karol Wojtyla sono concordi nel dire che egli rimase sconvolto dalla perdita della madre al punto di non riuscire quasi mai a parlare di lei. Solo una volta, al giornalista francese André Frossard, che era suo amico, confidò:<br />«La morte di mia madre è sempre profondamente scolpita nella mia mente». Il suo amore tenero e vivo lo dimostrò tenendo sempre con sé alcuni oggetti che erano appartenuti a sua madre: un tavolino e la cesta di vimini che Emilia usava per raccogliere la biancheria.<br />In seguito, quando Karol Wojtyla era anche diventato un famoso poeta, scrisse, in ricordo della madre questa poesia:<br />«Sulla tua tomba bianca / Fioriscono bianchi fiori della vita.<br />Oh, quanti anni sono stati senza di te, / Quanti anni fa?<br />Sulla tua tomba bianca / Da tanti anni già chiusa:<br />Come se in alto qualcosa si innalzasse, / Come la morte incomprensibile.<br />Sulla tua tomba bianca, / O madre, mio spento amore,<br />Con tanto affetto filiale / Faccio preghiera: Dio, donale eterno riposo».<br />Versi densi di un tremendo dolore mai venuto meno.<br /><br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/57736102</guid><pubDate>Wed, 22 Nov 2023 20:59:51 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/57736102/emilia_caczorowska_la_mamma_di_san_giovanni_paolo_ii.mp3" length="10701887" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7603

EMILIA KACZOROWSKA, LA MAMMA DI SAN GIOVANNI PAOLO II di Renzo Allegri
La madre di Giovanni Paolo II, Emilia Kaczorowska, era figlia di un sellaio lituano, ma era nata in Slesia...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7603" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7603</a><br /><br />EMILIA KACZOROWSKA, LA MAMMA DI SAN GIOVANNI PAOLO II di Renzo Allegri<br />La madre di Giovanni Paolo II, Emilia Kaczorowska, era figlia di un sellaio lituano, ma era nata in Slesia il 26 marzo 1884. Aveva otto fratelli. La famiglia si trasferì a Cracovia quando Emilia era ancora piccola e fu bersagliata da dolori e disgrazie. In pochi anni, Emilia perse quattro fratelli e anche i genitori. Per alcuni anni crebbe in un Collegio delle suore della Misericordia. Poté frequentare solo le scuole elementari. Poi dovette pensare a guadagnarsi da vivere facendo la sarta.<br />Era gracile e cagionevole di salute, ma era molto bella.<br />Maria Janina, una coetanea di Emilia, nel 1978, subito dopo l'elezione a Pontefice di Karol Wojtyla, ricordava: «Emilia Kaczorowska, da ragazza, era la più bella ed elegante di Wadovice. Abitavamo nella stessa casa. Era snella, aveva profondi occhi neri e un sorriso disarmante. Di carattere era gaia e sempre serena. Vestiva modestamente, ma era distinta, molto femminile. Si confezionava lei stessa i vestiti. Aveva capelli lunghi e si pettinava, come si usava allora, puntandoli tutti in alto».<br />Il padre del Papa si chiamava Karol. Al figlio poi diede il proprio nome, come si usava spesso allora. Era nato nel 1879. Era figlio di un sarto e anche lui aveva imparato il mestiere del sarto, ma poi lo aveva abbandonato per un posto di ufficiale di carriera nell'esercito.<br />«Era alto, con spalle molto dritte e aveva un incedere armonioso», raccontava Maria Janina, la vicina di casa. «Gli stivali lunghi e la divisa militare con le scintillanti tre stellette di sottufficiale sul colletto gli davano fascino ed eleganza. Era molto ammirato dalle ragazze. Anche Emilia si era nascostamente innamorata di lui, e fu felicissima quando Karol la scelse come fidanzata».<br />I due giovani si erano conosciuti nella chiesa cattolica di Cracovia che entrambi frequentavano. Emilia se ne era innamorata subito. Secondo un rapporto dell'esercito austriaco, dove Karol prestava servizio, egli era «onesto, leale, serio, educato, modesto, retto, responsabile, generoso e instancabile». Era anche un affascinante parlatore. Tutte doti preziose, immediatamente apprezzate da Emilia.<br />IL MATRIMONIO E I FIGLI<br />Si sposarono il 10 febbraio 1904 e subito dopo si trasferirono a Wadowice, dove aveva sede un prestigioso reggimento di fanteria in cui Karol Wojtyla svolgeva compiti amministrativi.<br />Nell'agosto del 1906, Emilia diede alla luce un maschietto, che fu chiamato Edmund. Ma già fin da quel primo parto risultò che Emilia aveva una salute gracile e che successive maternità potevano essere fatali per lei. I medici quindi le consigliarono di non avere altri figli.<br />La vita dei coniugi Wojtyla a Wadowice trascorreva serena. Lo stipendio di Karol non era pingue ma sufficiente. Emilia lo amministrava con oculatezza. Lavorava anche lei come sarta contribuendo al bilancio familiare. Amava vestire bene il suo bambino e andava a comperargli qualche vestitino a Cracovia.<br />Edmund era intelligente, studiava con profitto. Emilia decise che quel suo ragazzo doveva frequentare l'università e diventare importante. Era orgogliosa di lui.<br />Nel 1914 però Emilia rimase di nuovo incinta. La gravidanza questa volta fu difficile, il parto complicato e nacque una bambina che visse poche ore. Emilia la volle chiamare Olga, come la propria sorella morta a soli 22 anni.<br />Quella difficile maternità e la perdita della bambina segnarono molto Emilia. Fisicamente ma anche psicologicamente. Era diventata una donna molto sofferente. Andava soggetta a fortissimi mal di schiena che le impedivano perfino di reggersi in piedi. Inoltre veniva presa da improvvisi capogiri, svenimenti che le facevano perdere conoscenza. Quando arrivavano quelle crisi,...]]></itunes:summary><itunes:duration>669</itunes:duration><itunes:keywords>cracovia,gpii,gravidanza,kaczorowska,wojtyla</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/e8514647815aac19531ab78887ec79b9.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il ruolo fondamentale delle sante madri dei santi</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-ruolo-fondamentale-delle-sante-madri-dei-santi--57634895</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7600" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7600</a><br /><br />IL RUOLO FONDAMENTALE DELLE SANTE MADRI PER LA SANTITA' DEI FIGLI di Antonio Tarallo<br />Sul tema "mamma", la letteratura di ogni genere ed epoca è assai vasta: testi teatrali, poesie, racconti e romanzi. Per non parlare degli antichi adagi popolari che costituiscono una cultura millenaria. Più volte, nel nostro quotidiano, abbiamo sentito ripetere frasi come: "La mamma è sempre la mamma"; "di mamma ce n'è una sola" o ancora "chi dice mamma non s'inganna". E si potrebbe continuare ad libitum perché l'immaginario collettivo su questo tema così universale è davvero colmo di scene e sentimenti. Le madri sono, infatti, da sempre figure centrali per ognuno, per ogni vivente: si nasce da un grembo materno. E, prima di nascere, si è legati alla madre tramite il cordone ombelicale, unione vitale e spirituale con la propria mamma. E non è certo "un caso" se Dio stesso, per incarnarsi, ha pensato al grembo della Vergine Maria, la Mamma per eccellenza.<br />Nella storia del cristianesimo, dunque, la figura della madre ha avuto un ruolo fondamentale fin dal principio. E lo sapevano bene quei santi che hanno avuto nelle madri testimoni importanti di fede. L'agiografia è colma di esempi di spose e madri che hanno trasmesso ai propri figli una fede salda, ben radicata in Dio, in Cristo, nella Madonna. Madri che per prime hanno trasmesso il messaggio del Vangelo ai figli, e questi, a loro volta, hanno così voluto intraprendere un cammino spirituale tutto particolare, speciale, fino a divenire santi. Così è accaduto a san Gregorio Magno, papa Gregorio I: la madre, santa Silvia (della quale oggi ricorre la memoria liturgica), secondo quanto lo stesso pontefice santo ha riferito nei suoi scritti, raggiunse il vertice della vita di preghiera e di penitenza, divenendo per lui una colonna della sua stessa fede.<br />SANTA MONICA, MADRE DI SANT'AGOSTINO<br />Altra figura centrale per la storia del cristianesimo è senza dubbio santa Monica, madre di sant'Agostino, dottore della Chiesa. Monica ha 22 anni quando nasce il primogenito Agostino, il futuro santo vescovo d'Ippona. Le vicende della sua biografia sono così strettamente legate a quelle del figlio che i due nomi si fondono, si confondono quasi, diventando un binomio inscindibile nella storia della Chiesa. Anche le loro memorie liturgiche si susseguono una dopo l'altra: Monica è celebrata il 27 agosto (sale al Cielo il 27 agosto 387); Agostino il 28 agosto (sale al Cielo il 28 agosto 430). Questa incredibile storia di madre e figlio è affascinante: quando Agostino si trasferisce per i suoi studi di retorica a Cartagine, si concede con sfrenata libertà ai piaceri della vita. La sua è una quotidianità fatta di piaceri smodati. Le sue Confessioni raccolgono diversi episodi riguardo a questo periodo. Monica, allora, cerca di riportarlo sulla retta via, ma niente da fare: Agostino, pur amando profondamente la madre, continua la sua vita smodata. Finiti gli studi, Agostino decide di spostarsi con la sua famiglia a Roma, capitale dell'impero. Monica, caparbia, decide di seguirlo, ma il figlio le sfugge. Ed è a questo punto della storia che avviene un fatto fondamentale: Monica trascorre una notte intera a pregare presso la tomba di san Cipriano. Sarà proprio la perseveranza della preghiera di santa Monica a convertire il figlio. Ma non sarà Roma la tappa decisiva della conversione, bensì Milano. Nella città lombarda, Agostino conosce sant'Ambrogio, vescovo di Milano. Monica comincia così a intravedere un po' di luce nella vita del figlio: è la Luce di Cristo che comincia a squarciare le tenebre del cuore del figlio dissoluto. Agostino verrà battezzato nel 387. Diventerà vescovo d'Ippona e sarà ricordato per la sua imponente e importante opera teologica.<br />SANTA BRIGIDA E SANTA CATERINA DI SVEZIA<br />Facciamo un salto nel Medioevo: in quest'epoca ci imbattiamo nella storia di santa Brigida e santa Caterina di Svezia, madre e figlia. Anno del Signore 1349: dalla fredda Svezia, Brigida, dopo la morte del nobile marito Ulf Gudmarsson, giunge a Roma. La seguirà la figlia, Caterina. Le due donne saranno da quel momento in poi sempre più unite nel Signore, nell'amore per i bisognosi. Abiteranno, fra preghiere e opere di carità, in Piazza Farnese. Qui si trova ancora oggi il palazzo dove avevano preso dimora: due stanze attigue, metafora della loro vicinanza spirituale. E proprio nel palazzo di Piazza Farnese - sede dell'Ordine del SS. Salvatore di Santa Brigida - è conservata una tela (vedi immagine in fondo) che può darci un'istantanea delle loro biografie: il quadro presenta santa Caterina mentre accompagna l'uscita del corpo di santa Brigida dalla chiesa romana di San Lorenzo in Panisperna. Brigida era stata sepolta lì, prima di ritornare in patria: viene colta nel sonno della luminosa morte, mentre Caterina, mesta, con il capo reclinato e le mani giunte, prega il Signore mentre accompagna la madre nel suo ultimo viaggio.<br />MARGHERITA OCCHIENA, MADRE DI SAN GIOVANNI BOSCO<br />Anche il Novecento riesce a donarci bellissime storie di madri che con la loro testimonianza di fede hanno avuto una grande influenza sui propri figli. Basterebbe pensare alla venerabile Margherita Occhiena, madre di san Giovanni Bosco: sarà lei la guida per il figlio e per i primi ragazzi di Valdocco. Quando Giovanni confidò al parroco di sentir nascere in lui la vocazione religiosa, il sacerdote lo comunicò subito alla madre. Lei, allora, si rivolse al figlio con queste parole: «Io voglio solamente che tu esamini attentamente il passo che vuoi fare e poi segui la tua vocazione senza guardar ad alcuno. La prima cosa è la salvezza della tua anima. [...] Non prenderti fastidio per me. Io da te voglio niente; niente aspetto da te. Ritieni bene: sono nata in povertà, sono vissuta in povertà, voglio morire in povertà. Anzi te lo protesto. Se ti decidessi per lo stato di prete secolare, e per sventura diventassi ricco, io non verrò neppure a farti una sola visita, anzi non porrò mai piede in casa tua. Ricordalo bene».<br />Passiamo dal Nord al Sud d'Italia. Un altro esempio di grande e genuina fede: è Maria Giuseppa Di Nunzio Forgione, madre di san Pio da Pietrelcina. La sua, una vita da terziaria francescana che sicuramente influì sul figlio Francesco (chiamato così in onore di san Francesco d'Assisi), il futuro santo cappuccino con le stimmate.<br />Altra madre importante è la serva di Dio Emilia Kaczorowska, mamma di Karol Wojtyła, il futuro pontefice Giovanni Paolo II. Il ginecologo di fiducia aveva avvisato della pericolosità del parto di quel bambino e le aveva indicato di abortire. Ma Emilia era una donna di fede: affidò tutto a Dio e alla Madonna: quel bambino, che rischiava di non nascere, diventerà appunto san Giovanni Paolo II, colosso della fede e della Chiesa.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/57634895</guid><pubDate>Tue, 14 Nov 2023 21:22:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/57634895/il_ruolo_fondamentale_delle_sante_madri_dei_santi.mp3" length="7987302" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7600

IL RUOLO FONDAMENTALE DELLE SANTE MADRI PER LA SANTITA' DEI FIGLI di Antonio Tarallo
Sul tema "mamma", la letteratura di ogni genere ed epoca è assai vasta: testi teatrali,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7600" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7600</a><br /><br />IL RUOLO FONDAMENTALE DELLE SANTE MADRI PER LA SANTITA' DEI FIGLI di Antonio Tarallo<br />Sul tema "mamma", la letteratura di ogni genere ed epoca è assai vasta: testi teatrali, poesie, racconti e romanzi. Per non parlare degli antichi adagi popolari che costituiscono una cultura millenaria. Più volte, nel nostro quotidiano, abbiamo sentito ripetere frasi come: "La mamma è sempre la mamma"; "di mamma ce n'è una sola" o ancora "chi dice mamma non s'inganna". E si potrebbe continuare ad libitum perché l'immaginario collettivo su questo tema così universale è davvero colmo di scene e sentimenti. Le madri sono, infatti, da sempre figure centrali per ognuno, per ogni vivente: si nasce da un grembo materno. E, prima di nascere, si è legati alla madre tramite il cordone ombelicale, unione vitale e spirituale con la propria mamma. E non è certo "un caso" se Dio stesso, per incarnarsi, ha pensato al grembo della Vergine Maria, la Mamma per eccellenza.<br />Nella storia del cristianesimo, dunque, la figura della madre ha avuto un ruolo fondamentale fin dal principio. E lo sapevano bene quei santi che hanno avuto nelle madri testimoni importanti di fede. L'agiografia è colma di esempi di spose e madri che hanno trasmesso ai propri figli una fede salda, ben radicata in Dio, in Cristo, nella Madonna. Madri che per prime hanno trasmesso il messaggio del Vangelo ai figli, e questi, a loro volta, hanno così voluto intraprendere un cammino spirituale tutto particolare, speciale, fino a divenire santi. Così è accaduto a san Gregorio Magno, papa Gregorio I: la madre, santa Silvia (della quale oggi ricorre la memoria liturgica), secondo quanto lo stesso pontefice santo ha riferito nei suoi scritti, raggiunse il vertice della vita di preghiera e di penitenza, divenendo per lui una colonna della sua stessa fede.<br />SANTA MONICA, MADRE DI SANT'AGOSTINO<br />Altra figura centrale per la storia del cristianesimo è senza dubbio santa Monica, madre di sant'Agostino, dottore della Chiesa. Monica ha 22 anni quando nasce il primogenito Agostino, il futuro santo vescovo d'Ippona. Le vicende della sua biografia sono così strettamente legate a quelle del figlio che i due nomi si fondono, si confondono quasi, diventando un binomio inscindibile nella storia della Chiesa. Anche le loro memorie liturgiche si susseguono una dopo l'altra: Monica è celebrata il 27 agosto (sale al Cielo il 27 agosto 387); Agostino il 28 agosto (sale al Cielo il 28 agosto 430). Questa incredibile storia di madre e figlio è affascinante: quando Agostino si trasferisce per i suoi studi di retorica a Cartagine, si concede con sfrenata libertà ai piaceri della vita. La sua è una quotidianità fatta di piaceri smodati. Le sue Confessioni raccolgono diversi episodi riguardo a questo periodo. Monica, allora, cerca di riportarlo sulla retta via, ma niente da fare: Agostino, pur amando profondamente la madre, continua la sua vita smodata. Finiti gli studi, Agostino decide di spostarsi con la sua famiglia a Roma, capitale dell'impero. Monica, caparbia, decide di seguirlo, ma il figlio le sfugge. Ed è a questo punto della storia che avviene un fatto fondamentale: Monica trascorre una notte intera a pregare presso la tomba di san Cipriano. Sarà proprio la perseveranza della preghiera di santa Monica a convertire il figlio. Ma non sarà Roma la tappa decisiva della conversione, bensì Milano. Nella città lombarda, Agostino conosce sant'Ambrogio, vescovo di Milano. Monica comincia così a intravedere un po' di luce nella vita del figlio: è la Luce di Cristo che comincia a squarciare le tenebre del cuore del figlio dissoluto. Agostino verrà battezzato nel 387. Diventerà vescovo d'Ippona e sarà ricordato per la sua imponente e importante opera teologica.<br />SANTA BRIGIDA E SANTA CATERINA DI SVEZIA<br />Facciamo...]]></itunes:summary><itunes:duration>500</itunes:duration><itunes:keywords>kaczorowska,madri,margheritaocchiena,santabrigida,santacaterinadisvezia,santamonica</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/2d429516be4a058ec34fbefa3222d9ad.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Michele è l'Arcangelo del purgatorio</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-michele-e-l-arcangelo-del-purgatorio--57184116</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7561" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7561</a><br /><br />SAN MICHELE E' L'ARCANGELO DEL PURGATORIO<br />L'arcangelo san Michele è considerato dai cristiani il più potente difensore del popolo di Dio. Nell'iconografia, sia orientale che occidentale, san Michele viene rappresentato come un combattente, con la spada o lancia nella mano e sotto i suoi piedi il dragone-satana, sconfitto nella battaglia. I credenti da secoli si affidano alla sua protezione qui sulla terra, ma anche particolarmente nel momento del giudizio, come recita un'antica invocazione: "San Michele arcangelo, difendici nel combattimento, affinché non periamo nel terribile giorno del giudizio."<br />L'Arcangelo viene riconosciuto anche come guida delle anime al Cielo. Questa funzione di san Michele è evidenziata nella Liturgia romana in particolare nella preghiera all'Offertorio della Messa dei defunti: "Signore Gesù Cristo, libera le anime dei fedeli defunti dalle pene dell'inferno! San Michele, che porta i tuoi santi segni, le conduca alla luce santa che promettesti ad Abramo e alla sua discendenza."<br />Egli compie dunque l'onorevole ufficio di presentare a Gesù Cristo, nostro giudice, le anime che muoiono in grazia di Dio. La Santa Chiesa prega anche san Michele, a nome di tutti i fedeli, di difenderci al momento della morte contro i demoni; di farci trionfare dei loro assalti e di custodirci contro ogni pericolo di perdizione. Questo ufficio attribuito a san Michele di proteggere i moribondi è un privilegio secolare e riconosciuto da tutti. San Tommaso, san Bellarmino, Suarez e sant'Alfonso de' Liguori dichiarano che san Michele ha dato a Dio il compito di presiedere alla morte dei cristiani; che egli libera i suoi devoti dalle astuzie del demonio e dona loro la pace e la gloria eterna. Tale è dunque il pensiero della Chiesa.<br />La Tradizione attribuisce a san Michele anche il compito della pesatura delle anime dopo la morte. Perciò in alcune rappresentazioni iconografiche, oltre alla spada, l'Arcangelo porta in mano una bilancia. Felice dunque colui che ogni giorno avrà pregato san Michele. Nella sua ultima ora, quando dovrà vincere il supremo combattimento che decide per l'eternità, il potente Arcangelo l'assisterà. Esso stesso dichiarò che Satana non avrebbe avuto nessun potere sopra i suoi servi e i suoi protetti.<br />Il fatto che la Chiesa lo preghi per i defunti, indica, secondo l'osservazione del Bossuet, la sua fede circa il ruolo di san Michele nei riguardi delle anime del Purgatorio. Nelle loro sofferenze purificatrici, queste anime hanno bisogno di consolazione. San Michele vi si impegna in modo particolare, egli è l'Arcangelo del Purgatorio. Il Principe della milizia celeste, dice sant'Anselmo, è onnipotente in Purgatorio, egli può dare sollievo alle anime che la giustizia e la santità dell'Altissimo trattengono in quella dimensione dell'aldilà. E' incontestabilmente riconosciuto fin dalla fondazione del Cristianesimo, diceva il cardinale san Roberto Bellarmino, che le anime dei defunti sono liberate dal Purgatorio per l'intercessione ed il ministero dell'arcangelo san Michele. Aggiungiamo a questo autorevole teologo anche l'opinione di sant'Alfonso: "San Michele - egli dice - è incaricato di consolare le anime del Purgatorio. Egli non cessa di assisterle e di soccorrerle, procurando loro molti sollievi nelle loro pene".<br />Se dunque noi amiamo i nostri defunti, a loro intenzione dobbiamo pregare san Michele.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/57184116</guid><pubDate>Tue, 10 Oct 2023 21:24:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/57184116/san_michele_l_arcangelo_del_purgatorio.mp3" length="4235223" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7561

SAN MICHELE E' L'ARCANGELO DEL PURGATORIO
L'arcangelo san Michele è considerato dai cristiani il più potente difensore del popolo di Dio. Nell'iconografia, sia orientale che...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7561" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7561</a><br /><br />SAN MICHELE E' L'ARCANGELO DEL PURGATORIO<br />L'arcangelo san Michele è considerato dai cristiani il più potente difensore del popolo di Dio. Nell'iconografia, sia orientale che occidentale, san Michele viene rappresentato come un combattente, con la spada o lancia nella mano e sotto i suoi piedi il dragone-satana, sconfitto nella battaglia. I credenti da secoli si affidano alla sua protezione qui sulla terra, ma anche particolarmente nel momento del giudizio, come recita un'antica invocazione: "San Michele arcangelo, difendici nel combattimento, affinché non periamo nel terribile giorno del giudizio."<br />L'Arcangelo viene riconosciuto anche come guida delle anime al Cielo. Questa funzione di san Michele è evidenziata nella Liturgia romana in particolare nella preghiera all'Offertorio della Messa dei defunti: "Signore Gesù Cristo, libera le anime dei fedeli defunti dalle pene dell'inferno! San Michele, che porta i tuoi santi segni, le conduca alla luce santa che promettesti ad Abramo e alla sua discendenza."<br />Egli compie dunque l'onorevole ufficio di presentare a Gesù Cristo, nostro giudice, le anime che muoiono in grazia di Dio. La Santa Chiesa prega anche san Michele, a nome di tutti i fedeli, di difenderci al momento della morte contro i demoni; di farci trionfare dei loro assalti e di custodirci contro ogni pericolo di perdizione. Questo ufficio attribuito a san Michele di proteggere i moribondi è un privilegio secolare e riconosciuto da tutti. San Tommaso, san Bellarmino, Suarez e sant'Alfonso de' Liguori dichiarano che san Michele ha dato a Dio il compito di presiedere alla morte dei cristiani; che egli libera i suoi devoti dalle astuzie del demonio e dona loro la pace e la gloria eterna. Tale è dunque il pensiero della Chiesa.<br />La Tradizione attribuisce a san Michele anche il compito della pesatura delle anime dopo la morte. Perciò in alcune rappresentazioni iconografiche, oltre alla spada, l'Arcangelo porta in mano una bilancia. Felice dunque colui che ogni giorno avrà pregato san Michele. Nella sua ultima ora, quando dovrà vincere il supremo combattimento che decide per l'eternità, il potente Arcangelo l'assisterà. Esso stesso dichiarò che Satana non avrebbe avuto nessun potere sopra i suoi servi e i suoi protetti.<br />Il fatto che la Chiesa lo preghi per i defunti, indica, secondo l'osservazione del Bossuet, la sua fede circa il ruolo di san Michele nei riguardi delle anime del Purgatorio. Nelle loro sofferenze purificatrici, queste anime hanno bisogno di consolazione. San Michele vi si impegna in modo particolare, egli è l'Arcangelo del Purgatorio. Il Principe della milizia celeste, dice sant'Anselmo, è onnipotente in Purgatorio, egli può dare sollievo alle anime che la giustizia e la santità dell'Altissimo trattengono in quella dimensione dell'aldilà. E' incontestabilmente riconosciuto fin dalla fondazione del Cristianesimo, diceva il cardinale san Roberto Bellarmino, che le anime dei defunti sono liberate dal Purgatorio per l'intercessione ed il ministero dell'arcangelo san Michele. Aggiungiamo a questo autorevole teologo anche l'opinione di sant'Alfonso: "San Michele - egli dice - è incaricato di consolare le anime del Purgatorio. Egli non cessa di assisterle e di soccorrerle, procurando loro molti sollievi nelle loro pene".<br />Se dunque noi amiamo i nostri defunti, a loro intenzione dobbiamo pregare san Michele.]]></itunes:summary><itunes:duration>265</itunes:duration><itunes:keywords>bilancia,moribondi,purgatorio,sanmichele,santalfonso</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/5ffd8f217608d47102464056cf24502d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Madre Teresa</title><link>https://www.spreaker.com/episode/madre-teresa--56640117</link><description><![CDATA[VIDEO: cartone animato su Madre Teresa ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=HXUI5yBvSdo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=HXUI5yBvSdo</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4361" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4361</a><br /><br />MADRE TERESA SARA' PROCLAMATA SANTA IL 4 SETTEMBRE di Rodolfo Casadei<br />Oggi il Meeting di Rimini chiude i battenti con un attesissimo incontro su Madre Teresa di Calcutta, che verrà proclamata santa il 4 settembre prossimo, e fra i relatori non poteva mancare Brian Kolodiejchuk, il postulatore della causa di beatificazione e di quella di canonizzazione della suora albanese. Kolodiejchuk, canadese di origine ucraina e sacerdote dei padri missionari della Carità, ha frequentato madre Teresa per vent'anni, dal 1977 fino alla morte nel 1997, e oggi è il direttore del Mother Teresa Center. Oltre alla mostra rimasta esposta per tutta la settimana al Meeting, ha curato molti libri di scritti della fondatrice delle Missionarie della Carità, fra i quali Sii la mia luce, il libro che rivela la "notte dell'anima" che Teresa visse fino alla fine dei suoi giorni e che più oggi risulta utile per capire la natura della santità che la Chiesa ha riconosciuto e intende sottolineare celebrando la canonizzazione nel corso del Giubileo della misericordia.<br />Padre Brian, lei ha detto e scritto che madre Teresa sarà la patrona di chi ha maggiormente bisogno della misericordia di Dio. Cosa intende dire?<br />In una lettera pubblicata nel libro Sii la mia luce madre Teresa scrive: «Se mai diventerò una santa, sarò una santa dell'"oscurità". Sarò sempre assente dal Paradiso per accendere la luce di coloro che sono nell'oscurità sulla Terra». Questa è la missione di misericordia che si prefigge di svolgere dal Paradiso. Allo stesso tempo l'opera delle sue suore è essenzialmente opera di misericordia. Nell'ultimo libro tradotto in italiano, Il miracolo delle piccole cose, i quattordici capitoli mettono a fuoco le sette opere di misericordia corporale che madre Teresa e le sue suore hanno compiuto, e si tratta della documentazione ufficiale della causa di canonizzazione. Che avviene provvidenzialmente nell'anno del Giubileo della misericordia, per proporre la Madre come un modello di misericordia.<br />Qual è la cosa che più ha fatto soffrire madre Teresa in vita?<br />Vedere continuamente la sofferenza dei poveri. Nei suoi ultimi anni di vita ripeteva spesso: «Chi si prenderà cura dei poveri?». E non si riferiva a quelli di cui le Missionarie della Carità si prendevano cura, ma ai poveri di tutto il mondo in generale. Le dava sollievo il fatto che, grazie anche alle sue iniziative, il mondo era diventato più cosciente della condizione dei poveri. Ha accettato di ricevere più di 200 premi, oltre al premio Nobel, nel corso della sua vita, in nome dei poveri e del fatto che attraverso di lei il mondo prendeva coscienza di loro.<br />Cosa pensava madre Teresa delle critiche che le facevano persone come Christopher Hitchens, di chi la accusava di fare assistenzialismo senza affrontare le cause della miseria?<br />Alcuni fatti che Hitchens ha riportato nel suo libro non erano precisi, come quando ha accusato madre Teresa di aver reso omaggio alla tomba del dittatore Enver Hoxha a Tirana: lei è stata portata lì come le autorità facevano con tutti i visitatori stranieri, la sua intenzione era quella di pregare sulla tomba dei suoi genitori in Albania. L'ha criticata per essersi limitata a creare una casa per i moribondi a Calcutta, quando avrebbe potuto finanziare una clinica di prim'ordine per loro. Ma quella casa era stata creata proprio per i moribondi, per persone abbandonate e senza speranza di guarigione, affinché potessero morire nella dignità. Tutti sanno la storia di quell'uomo che disse: «Ho vissuto tutta la vita come un animale, ma ora muoio come un angelo». Doveva essere un luogo dove si realizzava un incontro personale profondo fra chi accudiva il morente e il morente stesso. Ho invitato Hitchens a rendere la sua testimonianza durante il processo di beatificazione, e lui ha ammesso che la sua antipatia per madre Teresa è nata quando, nella seconda parte della sua visita alle opere delle missionarie della Carità a Calcutta, caduto il discorso sulla questione dell'aborto lei gli disse che la soluzione per le donne che volevano abortire era che partorissero e dessero il figlio in adozione. [leggi MADRE TERESA: IL PIU' GRANDE DISTRUTTORE DELLA PACE E' L'ABORTO, clicca qui, N.d.BB]<br />Riguardo alle critiche sul fatto che lei non si occupava delle cause della miseria, la Madre ha sempre risposto che la sua missione era quella di prendersi cura dei bisogni del sofferente qui ed ora, ad altri era data quella di occuparsi della rimozione delle cause, appoggiandosi sulla dottrina sociale della Chiesa. [leggi MADRE TERESA: PORTAVA AI POVERI SIA IL PANE CHE CRISTO (NO ALL'UMANITARISMO RELATIVISTA), clicca qui, N.d.BB]<br />Quali sono stati il santo e la santa preferiti di madre Teresa?<br />La santa è Teresina di Lisieux, che era stata canonizzata e poi proclamata co-patrona delle missioni insieme a san Francesco Saverio proprio negli anni della formazione e dei primi voti di madre Teresa. La colpiva tantissimo la «via dell'infanzia spirituale» di Teresina, che consiste nella fiducia e nell'abbandono nelle braccia di Gesù perché lui operi in noi quando a noi è impossibile operare. Teresa tradurrà in inglese "confiance et abandon" con "trust and surrender". Fra i santi amava molto san Francesco: era l'unica immaginetta dentro al suo libro di preghiere. E sant'Ignazio di Loyola, al quale si ispirava il primo ordine religioso a cui si consacrò, quello delle suore di Loreto.<br />Quale era la sua preghiera preferita?<br />Era il Memorare, la preghiera di intercessione alla Vergine Maria attribuita a san Bernardo di Chiaravalle. Ne aveva fatto una novena, che chiamava la "novena volante", nella quale si ripeteva per nove volte di seguito la preghiera ogni giorno per nove giorni. Ricordo il caso di una suora che non riusciva ad avere il visto per l'allora Ddr (la Germania comunista): lei e altre suore pregarono e già dopo il primo giorno il visto arrivò. E quella non è stata l'unica grazia ottenuta attraverso la novena volante.<br />Aveva pratiche ascetiche particolari?<br />Solo il digiuno in concomitanza del pranzo del primo venerdì del mese. Il corrispettivo del pranzo saltato andava in un fondo speciale a cui si faceva ricorso per le richieste di aiuto impreviste. Non era attratta da pratiche ascetiche straordinarie, anche nella vita ascetica applicava il suo motto generale: "fare le cose ordinarie con un amore straordinario".<br />Quali persone ha sentito maggiormente amiche nel corso della sua esistenza?<br />Anzitutto Jacqueline De Decker, una donna belga che voleva diventare missionaria della carità, ma a causa di un grave problema di salute è dovuta tornare in Belgio. Madre Teresa le ha chiesto di essere il suo braccio destro spirituale, di fondare i Cooperanti sofferenti delle missionarie della Carità, che offrivano le loro sofferenze per donare alle suore la forza di compiere la loro opera di misericordia. Poi Anne Blaikie, che condusse con lei la campagna "tocca un lebbroso con la tua compassione" a Calcutta e poi fondò gli Youth Co-workers, giovani che collaborano le Missionarie della Carità. Infine Kathryn Spink, figlia di diplomatici britannici e scrittrice di successo: madre Teresa si fidò tanto di lei da farne la sua biografa autorizzata.<br />Si è molto parlato della "notte dell'anima" che scese su madre Teresa a un certo momento. Come attraversò quel tempo e come ne uscì?<br />Non è uscita dall'oscurità per il resto della sua vita. Di solito nella vita dei mistici la notte dell'anima è un passaggio verso l'unione mistica con Cristo. In madre Teresa la cosa è diversa. Lei afferma di avere provato la dolcezza dell'unione della sua anima con Cristo fra il 10 settembre 1946, il giorno in cui si manifesta in lei l'ispirazione per quella che sarà la sua opera, e la metà del 1947, quando comincia a visitare gli slum di Calcutta. In quel momento la dolcezza svanisce e non torna più. Questa seconda esperienza di oscurità, dopo che era avvenuta l'unione mistica con Cristo, la definirei un'oscurità apostolica, missionaria. Lei capisce che la povertà più grande dell'uomo non è quella materiale, ma il sentirsi non amati, abbandonati, soli, ed è ciò che lei stessa sperimenta nel rapporto con Cristo: ha il sentimento che Gesù non la ama e che lei non riesce ad amare Gesù come vorrebbe. Diceva: «Lo stato della mia anima è come quello dei poveri che vivono per strada».<br />Paradossalmente questa aridità del rapporto con Cristo l'ha unita maggiormente a lui e ai poveri. A lui perché ha condiviso con lui l'esperienza della solitudine nell'orto del Getsemani e dell'abbandono da parte di Dio sulla croce, quando Gesù dice: "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?". E con i poveri perché è diventata come loro non solo nello stile povero di vita, ma nel condividere il loro senso di abbandono, di solitudine, di assenza dell'amore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56640117</guid><pubDate>Wed, 30 Aug 2023 19:20:25 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56640117/madre_teresa.mp3" length="10868505" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: cartone animato su Madre Teresa ➜ https://www.youtube.com/watch?v=HXUI5yBvSdo

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4361

MADRE TERESA SARA' PROCLAMATA SANTA IL 4 SETTEMBRE di Rodolfo Casadei
Oggi il Meeting di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: cartone animato su Madre Teresa ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=HXUI5yBvSdo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=HXUI5yBvSdo</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4361" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4361</a><br /><br />MADRE TERESA SARA' PROCLAMATA SANTA IL 4 SETTEMBRE di Rodolfo Casadei<br />Oggi il Meeting di Rimini chiude i battenti con un attesissimo incontro su Madre Teresa di Calcutta, che verrà proclamata santa il 4 settembre prossimo, e fra i relatori non poteva mancare Brian Kolodiejchuk, il postulatore della causa di beatificazione e di quella di canonizzazione della suora albanese. Kolodiejchuk, canadese di origine ucraina e sacerdote dei padri missionari della Carità, ha frequentato madre Teresa per vent'anni, dal 1977 fino alla morte nel 1997, e oggi è il direttore del Mother Teresa Center. Oltre alla mostra rimasta esposta per tutta la settimana al Meeting, ha curato molti libri di scritti della fondatrice delle Missionarie della Carità, fra i quali Sii la mia luce, il libro che rivela la "notte dell'anima" che Teresa visse fino alla fine dei suoi giorni e che più oggi risulta utile per capire la natura della santità che la Chiesa ha riconosciuto e intende sottolineare celebrando la canonizzazione nel corso del Giubileo della misericordia.<br />Padre Brian, lei ha detto e scritto che madre Teresa sarà la patrona di chi ha maggiormente bisogno della misericordia di Dio. Cosa intende dire?<br />In una lettera pubblicata nel libro Sii la mia luce madre Teresa scrive: «Se mai diventerò una santa, sarò una santa dell'"oscurità". Sarò sempre assente dal Paradiso per accendere la luce di coloro che sono nell'oscurità sulla Terra». Questa è la missione di misericordia che si prefigge di svolgere dal Paradiso. Allo stesso tempo l'opera delle sue suore è essenzialmente opera di misericordia. Nell'ultimo libro tradotto in italiano, Il miracolo delle piccole cose, i quattordici capitoli mettono a fuoco le sette opere di misericordia corporale che madre Teresa e le sue suore hanno compiuto, e si tratta della documentazione ufficiale della causa di canonizzazione. Che avviene provvidenzialmente nell'anno del Giubileo della misericordia, per proporre la Madre come un modello di misericordia.<br />Qual è la cosa che più ha fatto soffrire madre Teresa in vita?<br />Vedere continuamente la sofferenza dei poveri. Nei suoi ultimi anni di vita ripeteva spesso: «Chi si prenderà cura dei poveri?». E non si riferiva a quelli di cui le Missionarie della Carità si prendevano cura, ma ai poveri di tutto il mondo in generale. Le dava sollievo il fatto che, grazie anche alle sue iniziative, il mondo era diventato più cosciente della condizione dei poveri. Ha accettato di ricevere più di 200 premi, oltre al premio Nobel, nel corso della sua vita, in nome dei poveri e del fatto che attraverso di lei il mondo prendeva coscienza di loro.<br />Cosa pensava madre Teresa delle critiche che le facevano persone come Christopher Hitchens, di chi la accusava di fare assistenzialismo senza affrontare le cause della miseria?<br />Alcuni fatti che Hitchens ha riportato nel suo libro non erano precisi, come quando ha accusato madre Teresa di aver reso omaggio alla tomba del dittatore Enver Hoxha a Tirana: lei è stata portata lì come le autorità facevano con tutti i visitatori stranieri, la sua intenzione era quella di pregare sulla tomba dei suoi genitori in Albania. L'ha criticata per essersi limitata a creare una casa per i moribondi a Calcutta, quando avrebbe potuto finanziare una clinica di prim'ordine per loro. Ma quella casa era stata creata proprio per i moribondi, per persone abbandonate e senza speranza di guarigione, affinché potessero morire nella dignità. Tutti sanno la storia di quell'uomo che disse: «Ho vissuto tutta la vita come un animale, ma ora muoio come un angelo»....]]></itunes:summary><itunes:duration>680</itunes:duration><itunes:keywords>aborto,dono,madreteresadicalcutta,nottedell'anima,paradiso</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8cf17d33552083bcc2456c4a705c2b49.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Giovanni da Capestrano, patrono dei cappellani militari</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-giovanni-da-capestrano-patrono-dei-cappellani-militari--56466157</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7502" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7502</a><br /><br />SAN GIOVANNI DA CAPESTRANO, PATRONO DEI CAPPELLANI MILITARI di Don Mario Scudu<br />Non si può certo dire che fu un uomo tutto casa e chiesa, o meglio, visto che era un frate, tutto convento e cappella. Ha avuto una vita movimentata, molto varia e ricca di esperienze. Ha girato prima l'Italia e poi l'Europa, ma non per turismo religioso o per convegni di aggiornamento con soggiorno in alberghi a varie stelle... ma per predicare. E non dimentichiamo che, nel Quattrocento, lo stesso "viaggiare" era sinonimo di fatica, dormire poco, soffrire la fame e la sete con pericoli vari e imprevedibili: ogni giorno una buona dose di disagio di vario genere con avventure non sempre a lieto fine.<br />Nel 1453 era caduta la città di Costantinopoli, la capitale dell'Impero Romano d'Oriente. L'impressione fu enorme. Il senso della minaccia sulla cristianità europea era tangibile e incombente. La paura e l'angoscia erano tornate prepotenti e si facevano sentire con forza su larghi strati della popolazione. Anche se non su tutti. Davanti ad ogni avvenimento doloroso c'è sempre un certo numero di apatici, che sono poi quelli dagli ideali ristretti e dagli orizzonti che coincidono esattamente con il proprio benessere e tornaconto. Fu così anche allora.<br />Il nuovo pericolo che minacciava l'Europa era costituito dall'avanzata sanguinaria e apparentemente inarrestabile dell'Islam e dei Turchi. Furono i papi Niccolò V e poi il successore Callisto III che organizzarono una crociata in difesa della fede cristiana e dell'Occidente intero minacciati dal pericolo ottomano-islamico. Ma sul campo è stato Giovanni da Capestrano, un umile frate, a raccogliere la sfida e darsi da fare, con la predicazione, per reclutare uomini. Purtroppo solo gli Ungheresi, i più direttamente minacciati, risposero al suo appello.<br />Con un esercito di quasi 5.000 uomini si mise in cammino verso Belgrado, fortezza che era stata chiusa in una tenaglia dalle truppe di Maometto II e dalla flotta turca. Fu dapprima un comandante ungherese, lo Hunyadi, dietro suo impulso a rompere l'assedio navale con un attacco che riportò pieno successo il 14 luglio 1456. Una settimana dopo arrivò anche la vittoria terrestre. E questa ebbe come protagonista assoluto Giovanni da Capestrano che guidò l'attacco. Un frate trasformatosi in generale vittorioso. Fu questa azione a difesa dell'Occidente che gli meritò in seguito l'appellativo di "Apostolo dell'Europa Unita". Ma gli costò anche la vita. Contrasse infatti la peste e ne morì tre mesi dopo nel convento di Ilok, in Croazia. Era il 1456. Anno della Battaglia di Belgrado dell'Europa contro i Turchi, come viene indicato nei libri di storia.<br />GIOVANNI: INQUISITORE E PREDICATORE IN ITALIA<br />Giovanni nacque il 24 giugno 1386 a Capestrano non lontano da L'Aquila, nell'Abruzzo. I suoi genitori erano di nobili origini. La prima istruzione l'ebbe in famiglia da uno speciale pedagogo. E ancora adolescente conobbe il dolore: subì infatti, per rappresaglia, l'uccisione di ben dodici persone del parentado e la distruzione della stessa casa. Giovanni studiò diritto canonico e diritto civile a Perugia. Diventò anche giudice di questa città facendosi notare e ricordare per la sua integrità morale e imparzialità. Stava per far rientro in paese per guadagnare un po' di denaro e così autofinanziarsi gli studi per la promozione al dottorato, quando, nel 1415 in seguito ad un conflitto tra Perugia e Rimini, cadde prigioniero. Come sarà alcuni secoli dopo per Sant'Ignazio di Loyola che si convertì durante la prigionia, così fu per Giovanni da Capestrano (cf box a pag. 18). Alcuni anni dopo entrò tra i francescani osservanti, divenendo sacerdote nel 1417.<br />La sua vita si può dividere in due grandi periodi. Il primo comprende la sua attività in Italia fino al 1451; il secondo la sua predicazione nell'Europa centrale e la partecipazione alla battaglia di Belgrado, e la morte (1456).<br />Nel primo periodo furono tre i principali interessi di Giovanni: la predicazione, la difesa della ortodossia cattolica e la riforma dei frati minori.<br />A partire dal 1422 cominciò a predicare a L'Aquila davanti a grandi folle, che rimanevano estasiate alle sue parole e al suo entusiasmo. Folle enormi lo seguiranno anche a Roma, Siena, Perugia, Milano, Padova, Vicenza, Venezia e altre città. Fece anche alcune puntate in Spagna e in Terra Santa. La sua predicazione, specialmente durante l'Avvento e la Quaresima, fu un grande aiuto per il rinnovamento spirituale e dottrinale delle popolazioni italiane del tempo. Diventato un predicatore famoso, Giovanni ne conobbe un altro grandissimo, Bernardino di Siena, di cui divenne amico (e difensore quando venne accusato di idolatria). Fu quest'ultimo a comunicargli la devozione al nome di Gesù (condensato nelle famose tre lettere IHS che significavano Jesus Hominum Salvator, Gesù Salvatore degli uomini). Per le sue conoscenze del diritto Giovanni veniva anche chiamato dai papi come paciere e come diplomatico incaricato di delicate missioni.<br />Venne nominato in seguito inquisitore dei Fraticelli e chiamato così a combattere il fraticellismo: una setta che pretendeva di praticare "alla lettera e senza glosse" la regola di San Francesco, professando diverse dottrine dichiarate eretiche dalla Chiesa. Proprio per il successo che ebbe come riformatore dell'ordine francescano si meritò l'appellativo di "Colonna dell'Osservanza".<br />Altro incarico che svolge con molto zelo e efficienza, anche senza i risultati desiderati, fu la sua attività di inquisitore degli Ebrei (1427) o meglio la sua battaglia contro l'usura, grandemente ed efficientemente praticata da questi, che ha poi lasciato su di loro lungo i secoli seguenti una fama poco bella.<br />Giovanni si era adoperato presso papi, principi e governatori di città, e specialmente presso la regina Giovanna di Napoli, per far applicare le leggi contro l'usura in generale e contro gli Ebrei in modo particolare, cercando di costringere questi ultimi ad osservare le disposizione del diritto ecclesiastico e civile del Regno. Non ebbe grande successo anche perché non godette degli appoggi importanti su cui lui contava.<br />UN PREDICATORE PER L'EUROPA<br />Dal 1451 al 1456 abbiamo il secondo periodo della vita di Giovanni quello propriamente "europeo". Su istanza di papa Niccolò V egli partì per l'Austria insieme a dodici compagni (tra i quali uno dei suoi biografi, un certo Nicola della Fara). Fu lo stesso imperatore Federico III a richiedere la sua presenza come predicatore (predicò in Baviera, nella Turingia, nella Sassonia, Slesia ed in Polonia, parlando in latino e aiutato da un interprete), come riformatore dei frati conventuali, come inquisitore degli Ebrei e anche per cercare di riconvertire gli hussiti di Boemia. Questi erano i seguaci del riformatore Jan Hus, arso come eretico nel 1415. [...]<br />Ma questo punto nel programma di Giovanni diventava secondario rispetto al pericolo incombente posto dall'Islam che avanzava insieme ai Turchi. Si dedicò completamente a questo obiettivo fino alla morte.<br />Che messaggio ci lascia Giovanni da Capestrano? Anzitutto la sua totale dedizione per la causa del Vangelo, attraverso la predicazione in Italia e nell'Europa centrale contrastando le eresie del tempo. Egli "può restare come esempio di un uomo che, in quello scorcio finale del Medio Evo, seppe capire problemi e aspirazioni, angosce e attese del suo uditorio, e cercò di ripresentare il Vangelo in quella situazione... Un messaggio ... resta per i predicatori di tutti i tempi, quello di farsi ricercatori e annunciatori del senso attuale che deve avere la rivelazione divina per ogni generazione e cultura" (A. Pompei).<br />Giovanni da Capestrano ha lasciato una profonda impressione nella Chiesa del Quattrocento, per la sua predicazione travolgente e convincente (e le sue prediche non erano propriamente uno show: duravano infatti dalle due alle tre ore, con qualche eccezione... ancora più a lungo). Fu un uomo di successo apostolico per le conversioni spettacolari operate, per i suoi poteri taumaturgici che esercitava per la povera gente, e non ultimo anche per la sua multiforme santità. "Giovanni appare come un discepolo di Cristo, del quale segue l'esempio per quanto la sua condizione umana glielo consente.<br />L'imitazione di Cristo è dunque primordiale ed il modello evangelico guida la vita di Giovanni. La profonda pietà e la grandissima umiltà del santo colpirono i suoi contemporanei; egli si imponeva prove umilianti, come attraversare la città di Perugia, della quale fu giudice, malvestito e in groppa ad un asinello. Il suo amore per la pace, legato ad un innato senso della giustizia ed una ardente carità nei confronti del prossimo, lo pongono nella categoria dei santi. La sua vita è condotta nel segno dell'austerità: accatta il suo pane, porta quotidianamente il cilicio, digiuna tutti i giorni in eguale misura" (da Storia dei Santi e della Santità cristiana, vol. I).<br />Un santo ancora oggi, per molti aspetti, significativo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56466157</guid><pubDate>Tue, 22 Aug 2023 21:39:32 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56466157/san_giovanni_da_capestrano_patrono_dei_cappellani_militari.mp3" length="11201201" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7502

SAN GIOVANNI DA CAPESTRANO, PATRONO DEI CAPPELLANI MILITARI di Don Mario Scudu
Non si può certo dire che fu un uomo tutto casa e chiesa, o meglio, visto che era un frate, tutto...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7502" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7502</a><br /><br />SAN GIOVANNI DA CAPESTRANO, PATRONO DEI CAPPELLANI MILITARI di Don Mario Scudu<br />Non si può certo dire che fu un uomo tutto casa e chiesa, o meglio, visto che era un frate, tutto convento e cappella. Ha avuto una vita movimentata, molto varia e ricca di esperienze. Ha girato prima l'Italia e poi l'Europa, ma non per turismo religioso o per convegni di aggiornamento con soggiorno in alberghi a varie stelle... ma per predicare. E non dimentichiamo che, nel Quattrocento, lo stesso "viaggiare" era sinonimo di fatica, dormire poco, soffrire la fame e la sete con pericoli vari e imprevedibili: ogni giorno una buona dose di disagio di vario genere con avventure non sempre a lieto fine.<br />Nel 1453 era caduta la città di Costantinopoli, la capitale dell'Impero Romano d'Oriente. L'impressione fu enorme. Il senso della minaccia sulla cristianità europea era tangibile e incombente. La paura e l'angoscia erano tornate prepotenti e si facevano sentire con forza su larghi strati della popolazione. Anche se non su tutti. Davanti ad ogni avvenimento doloroso c'è sempre un certo numero di apatici, che sono poi quelli dagli ideali ristretti e dagli orizzonti che coincidono esattamente con il proprio benessere e tornaconto. Fu così anche allora.<br />Il nuovo pericolo che minacciava l'Europa era costituito dall'avanzata sanguinaria e apparentemente inarrestabile dell'Islam e dei Turchi. Furono i papi Niccolò V e poi il successore Callisto III che organizzarono una crociata in difesa della fede cristiana e dell'Occidente intero minacciati dal pericolo ottomano-islamico. Ma sul campo è stato Giovanni da Capestrano, un umile frate, a raccogliere la sfida e darsi da fare, con la predicazione, per reclutare uomini. Purtroppo solo gli Ungheresi, i più direttamente minacciati, risposero al suo appello.<br />Con un esercito di quasi 5.000 uomini si mise in cammino verso Belgrado, fortezza che era stata chiusa in una tenaglia dalle truppe di Maometto II e dalla flotta turca. Fu dapprima un comandante ungherese, lo Hunyadi, dietro suo impulso a rompere l'assedio navale con un attacco che riportò pieno successo il 14 luglio 1456. Una settimana dopo arrivò anche la vittoria terrestre. E questa ebbe come protagonista assoluto Giovanni da Capestrano che guidò l'attacco. Un frate trasformatosi in generale vittorioso. Fu questa azione a difesa dell'Occidente che gli meritò in seguito l'appellativo di "Apostolo dell'Europa Unita". Ma gli costò anche la vita. Contrasse infatti la peste e ne morì tre mesi dopo nel convento di Ilok, in Croazia. Era il 1456. Anno della Battaglia di Belgrado dell'Europa contro i Turchi, come viene indicato nei libri di storia.<br />GIOVANNI: INQUISITORE E PREDICATORE IN ITALIA<br />Giovanni nacque il 24 giugno 1386 a Capestrano non lontano da L'Aquila, nell'Abruzzo. I suoi genitori erano di nobili origini. La prima istruzione l'ebbe in famiglia da uno speciale pedagogo. E ancora adolescente conobbe il dolore: subì infatti, per rappresaglia, l'uccisione di ben dodici persone del parentado e la distruzione della stessa casa. Giovanni studiò diritto canonico e diritto civile a Perugia. Diventò anche giudice di questa città facendosi notare e ricordare per la sua integrità morale e imparzialità. Stava per far rientro in paese per guadagnare un po' di denaro e così autofinanziarsi gli studi per la promozione al dottorato, quando, nel 1415 in seguito ad un conflitto tra Perugia e Rimini, cadde prigioniero. Come sarà alcuni secoli dopo per Sant'Ignazio di Loyola che si convertì durante la prigionia, così fu per Giovanni da Capestrano (cf box a pag. 18). Alcuni anni dopo entrò tra i francescani osservanti, divenendo sacerdote nel 1417.<br />La sua vita si può dividere in due grandi periodi. 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Il patriarca François osserva da una delle finestre del primo piano il giardino sottostante: un ragazzino elegantemente vestito sta duellando con un adulto. Il ragazzo è suo figlio, si chiama François, come lui (lo hanno battezzato così in onore di san Francesco d'Assisi); l'altro duellante è il suo maestro di armi. Il patriarca è combattuto fra la gioia di vedere la bravura del figlio nel maneggiare le armi e la tristezza per la notizia che il giovane desidera ardentemente diventare prete.<br />Ma lui ha ben altri progetti per il figlio. Lo manderà a Parigi, a studiare il diritto, così diventerà un ottimo magistrato. Il giovane Francesco (1567-1622) si piega alla decisione del padre e prosegue gli studi presso il collegio parigino di Clermont, tenuto dai gesuiti. Studia retorica, latino, greco, ebraico, filosofia e teologia, conoscenze che gli permettono di "imparare gli esercizi della nobiltà". Impara bene anche il francese, che comincia ad utilizzare in sostituzione del dialetto natale. Ma ciò che lo attira di più è lo studio della teologia.<br />Francesco mostrava un forte interesse per la teologia dei santi Agostino di Ippona e Tommaso d'Aquino, concentrandosi in particolare sulla grazia e la predestinazione, che era molto discussa allora a causa del protestantesimo. Qualche tempo prima della nascita del Sales, Calvino aveva teorizzato una sua teologia della predestinazione, in modo molto diverso dalla dottrina cattolica. Questo approccio suscitò grande ansia in Francesco, che per alcune settimane - tra il dicembre 1586 e il gennaio 1587 - si immaginò di essere predestinato all'Inferno. Sconvolto, pregava davanti a una statua della Vergine Maria in una chiesa domenicana, la chiesa di Saint-Étienne-des-Grès. Con l'aiuto della preghiera arrivò alla liberazione dalle sue paure. Fece anche voto di castità, accrescendo preghiere e penitenze.<br />STRAORDINARIE QUALITÀ SACERDOTALI<br />Nel 1588, decise di continuare gli studi in Italia, arrivando in una delle più notevoli università europee del tempo: Padova. Cercando consiglio e aiuto, si pose sotto la direzione spirituale del gesuita Antonio Possevino, che gli fece fare gli esercizi spirituali. Come confidò una volta a un amico: "Ho studiato diritto per piacere a mio padre e teologia per piacere a me stesso". A 25 anni, viaggiò tra Loreto, Roma, Venezia e poi tornò in Savoia. Qui il padre gli offrì la signoria di Villaroger e gli presentò una fidanzata. Ma Francesco ribadì il suo desiderio di diventare prete.<br />Qualche tempo dopo, il vescovo Claude de Granier gli offrì l'incarico di prevosto del capitolo di Ginevra. Così, Francesco indossò la tonaca il 10 maggio 1593 e il giorno successivo divenne canonico di Annecy; il 13 maggio rinunciò alla primogenitura e al titolo di signore di Villaroger. Si ritirò quindi nel castello di Sales fino al 7 giugno 1593, lottando contro i suoi dubbi e le sue tentazioni. Ricevette il diaconato l'11 giugno 1593; il 18 dicembre dello stesso anno fu ordinato sacerdote e quindi divenne prevosto di Ginevra.<br />Le sue straordinarie qualità sacerdotali (calma, dolcezza nelle parole e nell'approccio ai fedeli, un'eloquenza rara) fecero di lui un ottimo strumento per la conversione delle anime. L'8 dicembre 1602 Francesco di Sales fu consacrato, a Thorens, vescovo di Ginevra. Servì la sede episcopale in esilio ad Annecy, poiché Ginevra era divenuta una roccaforte protestante. Come nuovo vescovo, decise di istituire il catechismo per diffondere, far conoscere e far comprendere la fede cattolica ai credenti della sua diocesi. I suoi seguaci lo chiamavano "l'amabile Cristo di Ginevra".<br />L'INCONTRO FECONDO CON SANTA GIOVANNA DI CHANTAL <br />Nel marzo 1604, a Francesco fu chiesto di tenere i sermoni quaresimali a Digione. Lì conobbe la baronessa Giovanna Francesca di Chantal (1572-1641). Vedendola, Francesco credette di riconoscere colei che gli era apparsa durante una visione e che avrebbe dovuto fondare un nuovo ordine religioso. Qualche tempo dopo, divenne direttore spirituale della stessa Giovanna di Chantal, oggi santa, alla quale disse: "Tutto si deve fare per amore, e niente per forza, bisogna amare l'obbedienza più che temere la disobbedienza". Insieme a lei, avrebbe poi fondato l'Ordine della Visitazione.<br />San Francesco di Sales è stato anche uno scrittore notevole, uno dei primi ad usare il francese contemporaneo nei suoi scritti per avvicinarsi ai lettori. Nel 1608, scrisse la sua opera più famosa, l'Introduzione alla vita devota (o Filotea). Inizialmente, il santo aveva scritto a Madame de Charmoisy, la moglie di un cugino che desiderava praticare una vita di preghiera. Per due anni, le diede consigli spirituali, finché la guida spirituale di Francesco lo esortò a pensare a una pubblicazione. L'autore, dopo una serie di opportune modifiche, pubblicò quindi quei consigli sotto il titolo di Introduzione alla vita devota. Il linguaggio e lo stile utilizzati in quest'opera erano molto semplici per l'epoca, senza citazioni latine o greche. Offrendo devoti consigli a uomini e donne di ogni stato di vita, si rivolgeva a un pubblico molto più vasto rispetto a molti altri trattati spirituali dell'epoca.<br />Riguardo al protestantesimo, si distinse per la carità con cui si proponeva di riportare le anime alla Chiesa cattolica: "È con la carità che le mura di Ginevra devono essere scosse, con la carità che deve essere invasa, con la carità che deve essere recuperata [...]. Non ti offro ferro, né questa polvere il cui odore e sapore ricorda la fornace infernale [...]. È da noi stessi che dobbiamo respingere il nemico [...], con l'esempio e la santità della nostra vita [...]. Dobbiamo abbattere le mura di Ginevra con preghiere ardenti e lanciare l'assalto con fraterna carità".<br />Francesco di Sales è stato canonizzato nel 1665 da Alessandro VII. Nel 1877 il beato Pio IX lo ha proclamato Dottore della Chiesa. E nel 1923, Pio XI lo ha dichiarato patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56054830</guid><pubDate>Tue, 15 Aug 2023 21:23:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56054830/francesco_di_sales_colui_che_ci_introduce_alla_devozione.mp3" length="3555749" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7478

FRANCESCO DI SALES, IL SANTO CHE INSEGNA AD ESSERE SANTI
Autore del libro di successo Filotea, scritto per i fedeli laici e tutt'oggi validissimo per progredire nella vita...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7478" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7478</a><br /><br />FRANCESCO DI SALES, IL SANTO CHE INSEGNA AD ESSERE SANTI<br />Autore del libro di successo Filotea, scritto per i fedeli laici e tutt'oggi validissimo per progredire nella vita spirituale<br />di Liana Marabini<br />Lo Château de Sales, in Savoia, predomina la vallata sottostante con i suoi muri merlettati predisposti per le guardie: è un castello fortificato, di proprietà della famiglia de Sales. Il patriarca François osserva da una delle finestre del primo piano il giardino sottostante: un ragazzino elegantemente vestito sta duellando con un adulto. Il ragazzo è suo figlio, si chiama François, come lui (lo hanno battezzato così in onore di san Francesco d'Assisi); l'altro duellante è il suo maestro di armi. Il patriarca è combattuto fra la gioia di vedere la bravura del figlio nel maneggiare le armi e la tristezza per la notizia che il giovane desidera ardentemente diventare prete.<br />Ma lui ha ben altri progetti per il figlio. Lo manderà a Parigi, a studiare il diritto, così diventerà un ottimo magistrato. Il giovane Francesco (1567-1622) si piega alla decisione del padre e prosegue gli studi presso il collegio parigino di Clermont, tenuto dai gesuiti. Studia retorica, latino, greco, ebraico, filosofia e teologia, conoscenze che gli permettono di "imparare gli esercizi della nobiltà". Impara bene anche il francese, che comincia ad utilizzare in sostituzione del dialetto natale. Ma ciò che lo attira di più è lo studio della teologia.<br />Francesco mostrava un forte interesse per la teologia dei santi Agostino di Ippona e Tommaso d'Aquino, concentrandosi in particolare sulla grazia e la predestinazione, che era molto discussa allora a causa del protestantesimo. Qualche tempo prima della nascita del Sales, Calvino aveva teorizzato una sua teologia della predestinazione, in modo molto diverso dalla dottrina cattolica. Questo approccio suscitò grande ansia in Francesco, che per alcune settimane - tra il dicembre 1586 e il gennaio 1587 - si immaginò di essere predestinato all'Inferno. Sconvolto, pregava davanti a una statua della Vergine Maria in una chiesa domenicana, la chiesa di Saint-Étienne-des-Grès. Con l'aiuto della preghiera arrivò alla liberazione dalle sue paure. Fece anche voto di castità, accrescendo preghiere e penitenze.<br />STRAORDINARIE QUALITÀ SACERDOTALI<br />Nel 1588, decise di continuare gli studi in Italia, arrivando in una delle più notevoli università europee del tempo: Padova. Cercando consiglio e aiuto, si pose sotto la direzione spirituale del gesuita Antonio Possevino, che gli fece fare gli esercizi spirituali. Come confidò una volta a un amico: "Ho studiato diritto per piacere a mio padre e teologia per piacere a me stesso". A 25 anni, viaggiò tra Loreto, Roma, Venezia e poi tornò in Savoia. Qui il padre gli offrì la signoria di Villaroger e gli presentò una fidanzata. Ma Francesco ribadì il suo desiderio di diventare prete.<br />Qualche tempo dopo, il vescovo Claude de Granier gli offrì l'incarico di prevosto del capitolo di Ginevra. Così, Francesco indossò la tonaca il 10 maggio 1593 e il giorno successivo divenne canonico di Annecy; il 13 maggio rinunciò alla primogenitura e al titolo di signore di Villaroger. Si ritirò quindi nel castello di Sales fino al 7 giugno 1593, lottando contro i suoi dubbi e le sue tentazioni. Ricevette il diaconato l'11 giugno 1593; il 18 dicembre dello stesso anno fu ordinato sacerdote e quindi divenne prevosto di Ginevra.<br />Le sue straordinarie qualità sacerdotali (calma, dolcezza nelle parole e nell'approccio ai fedeli, un'eloquenza rara) fecero di lui un ottimo strumento per la conversione delle anime. L'8 dicembre 1602 Francesco di Sales fu consacrato, a Thorens, vescovo di Ginevra. Servì la sede episcopale in esilio ad Annecy, poiché Ginevra era divenuta una roccaforte...]]></itunes:summary><itunes:duration>445</itunes:duration><itunes:keywords>duellante,fidanzata,filotea,sanfrancescodisales,santagiovannadichantal</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a205b3717a566ee022b52edbf13e14b5.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L'attualità del santo Curato d'Ars</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-attualita-del-santo-curato-d-ars--56345310</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=160" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=160</a><br /><br />L'ATTUALITA' DEL SANTO CURATO D'ARS di Benedetto XVI<br />Cari fratelli e sorelle, nell'odierna catechesi vorrei ripercorrere brevemente l'esistenza del Santo Curato d'Ars sottolineandone alcuni tratti, che possono essere di esempio anche per i sacerdoti di questa nostra epoca, certamente diversa da quella in cui egli visse, ma segnata, per molti versi, dalle stesse sfide fondamentali umane e spirituali. Proprio ieri si sono compiuti 150 anni dalla sua nascita al Cielo: erano infatti le due del mattino del 4 agosto 1859, quando san Giovanni Battista Maria Vianney, terminato il corso della sua esistenza terrena, andò incontro al Padre celeste per ricevere in eredità il regno preparato fin dalla creazione del mondo per coloro che fedelmente seguono i suoi insegnamenti (cfr Mt 25, 34). Quale grande festa deve esserci stata in Paradiso all'ingresso di un così zelante pastore! Quale accoglienza deve avergli riservata la moltitudine dei figli riconciliati con il Padre, per mezzo dalla sua opera di parroco e confessore! Ho voluto prendere spunto da questo anniversario per indire l'Anno Sacerdotale, che, com'è noto, ha per tema Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote. Dipende dalla santità la credibilità della testimonianza e, in definitiva, l'efficacia stessa della missione di ogni sacerdote.<br />Giovanni Maria Vianney nacque nel piccolo borgo di Dardilly l'8 maggio del 1786, da una famiglia contadina, povera di beni materiali, ma ricca di umanità e di fede. Battezzato, com'era buon uso all'e-poca, lo stesso giorno della nascita, consacrò gli anni della fanciullezza e dell'adolescenza ai lavori nei campi e al pascolo degli animali, tanto che, all'età di diciassette anni, era ancora analfabeta. Conosceva però a memoria le preghiere insegnategli dalla pia madre e si nutriva del senso religioso che si respirava in casa. I biografi narrano che, fin dalla prima giovinezza, egli cercò di conformarsi alla divina volontà anche nelle mansioni più umili.<br />Nutriva in animo il desiderio di divenire sacerdote, ma non gli fu facile assecondarlo. Giunse infatti all'ordinazione presbiterale dopo non poche traversie ed incomprensioni, grazie all'aiuto di sapienti sacerdoti, che non si fermarono a considerare i suoi limiti umani, ma seppero guardare oltre, intuendo l'orizzonte di santità che si profilava in quel giovane veramente singolare. Così, il 23 giugno 1815, fu ordinato diacono e, il 13 agosto seguente, sacerdote. Finalmente all'età di 29 anni, dopo molte incertezze, non pochi insuccessi e tante lacrime, poté salire l'altare del Signore e realizzare il sogno della sua vita.<br />Il Santo Curato d'Ars manifestò sempre un'altissima considerazione del dono ricevuto. Affermava: «Oh! Che cosa grande è il sacerdozio! Non lo si capirà bene che in Cielo… se lo si comprendesse sulla terra, si morirebbe, non di spavento ma di amore!» (Abbé Monnin, Esprit du Curé d'Ars, p. 113). Inoltre, da fanciullo aveva confidato alla madre: «Se fossi prete, vorrei conquistare molte anime» (Abbé Monnin, Procès de l'ordinaire, p. 1064). E così fu. Nel servizio pastorale, tanto semplice quanto straordinariamente fecondo, questo anonimo parroco di uno sperduto villaggio del sud della Francia riuscì talmente ad immedesimarsi col proprio ministero, da divenire, anche in maniera visibilmente ed universalmente riconoscibile, alter Christus, immagine del Buon Pastore, che, a differenza del mercenario, dà la vita per le proprie pecore (cfr Gv 10,11). Sull'esempio del Buon Pastore, egli ha dato la vita nei decenni del suo servizio sacerdotale. La sua esistenza fu una catechesi vivente, che acquistava un'efficacia particolarissima quando la gente lo vedeva celebrare la Messa, sostare in adorazione davanti al tabernacolo o trascorrere molte ore nel confessionale.<br />Centro di tutta la sua vita era dunque l'Eucaristia, che celebrava ed adorava con devozione e rispetto. Altra caratteristica fondamentale di questa straordinaria figura sacerdotale era l'assiduo ministero delle confessioni. Riconosceva nella pratica del sacramento della penitenza il logico e naturale compimento dell'apostolato sacerdotale, in obbedienza al mandato di Cristo: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi» (cfr Gv 20,23). San Giovanni Maria Vianney si distinse pertanto come ottimo e instancabile confessore e maestro spirituale. Passando «con un solo movimento interiore, dall'altare al confessionale», dove trascorreva gran parte della giornata, cercava in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai parrocchiani il significato e la bellezza della penitenza sacramentale, mostrandola come un'esigenza intima della Presenza eucaristica (cfr Lettera ai sacerdoti per l'Anno Sacerdotale).<br />I metodi pastorali di san Giovanni Maria Vianney potrebbero apparire poco adatti alle attuali condizioni sociali e culturali. Come potrebbe infatti imitarlo un sacerdote oggi, in un mondo tanto cambiato? Se è vero che mutano i tempi e molti carismi sono tipici della persona, quindi irripetibili, c'è però uno stile di vita e un anelito di fondo che tutti siamo chiamati a coltivare. A ben vedere, ciò che ha reso santo il Curato d'Ars è stata la sua umile fedeltà alla missione a cui Iddio lo aveva chiamato; è stato il suo costante abbandono, colmo di fiducia, nelle mani della Provvidenza divina. Egli riuscì a toccare il cuore della gente non in forza delle proprie doti umane, né facendo leva esclusivamente su un pur lodevole impegno della volontà; conquistò le anime, anche le più refrattarie, comunicando loro ciò che intimamente viveva, e cioè la sua amicizia con Cristo. Fu «innamorato» di Cristo, e il vero segreto del suo successo pastorale è stato l'amore che nutriva per il Mistero eucaristico annunciato, celebrato e vissuto, che è divenuto amore per il gregge di Cristo, i cristiani e per tutte le persone che cercano Dio. La sua testimonianza ci ricorda, cari fratelli e sorelle, che per ciascun battezzato, e ancor più per il sacerdote, l'Eucaristia «non è semplicemente un evento con due protagonisti, un dialogo tra Dio e me. La Comunione eucaristica tende ad una trasformazione totale della propria vita. Con forza spalanca l'intero io dell'uomo e crea un nuovo noi» ( Joseph Ratzinger, La Comunione nella Chiesa , p. 80).<br />Lungi allora dal ridurre la figura di san Giovanni Maria Vianney a un esempio, sia pure ammirevole, della spiritualità devozionale ottocentesca, è necessario al contrario cogliere la forza profetica che con-trassegna la sua personalità umana e sacerdotale di altissima attualità. Nella Francia post-rivoluzionaria che sperimentava una sorta di «dittatura del razionalismo» volta a cancellare la presenza stessa dei sacerdoti e della Chiesa nella società, egli visse, prima - negli anni della giovinezza - un'eroica clandestinità percorrendo chilometri nella notte per partecipare alla Santa Messa. Poi - da sacerdote - si contraddistinse per una singolare e feconda creatività pastorale, atta a mostrare che il razionalismo, allora imperante, era in realtà distante dal soddisfare gli autentici bisogni dell'uomo e quindi, in definitiva, non vivibile.<br />Cari fratelli e sorelle, a 150 anni dalla morte del Santo Curato d'Ars, le sfide della società odierna non sono meno impegnative, anzi forse, si sono fatte più complesse. Se allora c'era la «dittatura del razionalismo», all'epoca attuale si registra in molti ambienti una sorta di «dittatura del relativismo». Entrambe appaiono risposte inadeguate alla giusta domanda dell'uomo di usare a pieno della propria ragione come elemento distintivo e costitutivo della propria identità. Il razionalismo fu inadeguato perché non tenne conto dei limiti umani e pretese di elevare la sola ragione a misura di tutte le cose, trasformandola in una dea; il relativismo contemporaneo mortifica la ragione, perché di fatto arriva ad affermare che l'essere umano non può conoscere nulla con certezza al di là del campo scientifico positivo. Oggi però, come allora, l'uomo «mendicante di significato e compimento» va alla continua ricerca di risposte esaustive alle domande di fondo che non cessa di porsi. Avevano ben presente questa «sete di verità», che arde nel cuore di ogni uomo, i Padri del Concilio ecumenico Vaticano II quando affermarono che spetta ai sacerdoti, «quali educatori della fede», formare «un'autentica comunità cristiana» capace di aprire «a tutti gli uomini la strada che conduce a Cristo» e di esercitare «una vera azione materna» nei loro confronti, indicando o agevolando a che non crede «il cammino che porta a Cristo e alla sua Chiesa», e costituendo per chi già crede «stimolo, alimento e sostegno per la lotta spirituale» (cfr Presbyterorum ordinis , 6). L'insegnamento che a questo proposito continua a trasmetterci il Santo Curato d'Ars é che, alla base di tale impegno pastorale, il sacerdote deve porre un'intima unione personale con Cristo, da coltivare e accrescere giorno dopo giorno.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56345310</guid><pubDate>Wed, 02 Aug 2023 12:35:19 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56345310/l_attualit_del_santo_curato_d_ars.mp3" length="13992063" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=160

L'ATTUALITA' DEL SANTO CURATO D'ARS di Benedetto XVI
Cari fratelli e sorelle, nell'odierna catechesi vorrei ripercorrere brevemente l'esistenza del Santo Curato d'Ars...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=160" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=160</a><br /><br />L'ATTUALITA' DEL SANTO CURATO D'ARS di Benedetto XVI<br />Cari fratelli e sorelle, nell'odierna catechesi vorrei ripercorrere brevemente l'esistenza del Santo Curato d'Ars sottolineandone alcuni tratti, che possono essere di esempio anche per i sacerdoti di questa nostra epoca, certamente diversa da quella in cui egli visse, ma segnata, per molti versi, dalle stesse sfide fondamentali umane e spirituali. Proprio ieri si sono compiuti 150 anni dalla sua nascita al Cielo: erano infatti le due del mattino del 4 agosto 1859, quando san Giovanni Battista Maria Vianney, terminato il corso della sua esistenza terrena, andò incontro al Padre celeste per ricevere in eredità il regno preparato fin dalla creazione del mondo per coloro che fedelmente seguono i suoi insegnamenti (cfr Mt 25, 34). Quale grande festa deve esserci stata in Paradiso all'ingresso di un così zelante pastore! Quale accoglienza deve avergli riservata la moltitudine dei figli riconciliati con il Padre, per mezzo dalla sua opera di parroco e confessore! Ho voluto prendere spunto da questo anniversario per indire l'Anno Sacerdotale, che, com'è noto, ha per tema Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote. Dipende dalla santità la credibilità della testimonianza e, in definitiva, l'efficacia stessa della missione di ogni sacerdote.<br />Giovanni Maria Vianney nacque nel piccolo borgo di Dardilly l'8 maggio del 1786, da una famiglia contadina, povera di beni materiali, ma ricca di umanità e di fede. Battezzato, com'era buon uso all'e-poca, lo stesso giorno della nascita, consacrò gli anni della fanciullezza e dell'adolescenza ai lavori nei campi e al pascolo degli animali, tanto che, all'età di diciassette anni, era ancora analfabeta. Conosceva però a memoria le preghiere insegnategli dalla pia madre e si nutriva del senso religioso che si respirava in casa. I biografi narrano che, fin dalla prima giovinezza, egli cercò di conformarsi alla divina volontà anche nelle mansioni più umili.<br />Nutriva in animo il desiderio di divenire sacerdote, ma non gli fu facile assecondarlo. Giunse infatti all'ordinazione presbiterale dopo non poche traversie ed incomprensioni, grazie all'aiuto di sapienti sacerdoti, che non si fermarono a considerare i suoi limiti umani, ma seppero guardare oltre, intuendo l'orizzonte di santità che si profilava in quel giovane veramente singolare. Così, il 23 giugno 1815, fu ordinato diacono e, il 13 agosto seguente, sacerdote. Finalmente all'età di 29 anni, dopo molte incertezze, non pochi insuccessi e tante lacrime, poté salire l'altare del Signore e realizzare il sogno della sua vita.<br />Il Santo Curato d'Ars manifestò sempre un'altissima considerazione del dono ricevuto. Affermava: «Oh! Che cosa grande è il sacerdozio! Non lo si capirà bene che in Cielo… se lo si comprendesse sulla terra, si morirebbe, non di spavento ma di amore!» (Abbé Monnin, Esprit du Curé d'Ars, p. 113). Inoltre, da fanciullo aveva confidato alla madre: «Se fossi prete, vorrei conquistare molte anime» (Abbé Monnin, Procès de l'ordinaire, p. 1064). E così fu. Nel servizio pastorale, tanto semplice quanto straordinariamente fecondo, questo anonimo parroco di uno sperduto villaggio del sud della Francia riuscì talmente ad immedesimarsi col proprio ministero, da divenire, anche in maniera visibilmente ed universalmente riconoscibile, alter Christus, immagine del Buon Pastore, che, a differenza del mercenario, dà la vita per le proprie pecore (cfr Gv 10,11). Sull'esempio del Buon Pastore, egli ha dato la vita nei decenni del suo servizio sacerdotale. La sua esistenza fu una catechesi vivente, che acquistava un'efficacia particolarissima quando la gente lo vedeva celebrare la Messa, sostare in adorazione davanti al tabernacolo o trascorrere molte ore nel confessionale.<br />Centro di tutta la...]]></itunes:summary><itunes:duration>875</itunes:duration><itunes:keywords>confessore,giovannimariavianney,maestrospirituale,sacerdozio,santocuratodars</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0a249b49cf4c9489a4c3016e650776ea.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Gli interrogatori a Bernadette, la forza di un'anima pura</title><link>https://www.spreaker.com/episode/gli-interrogatori-a-bernadette-la-forza-di-un-anima-pura--56215670</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7479" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7479</a><br /><br />GLI INTERROGATORI A BERNADETTE, LA FORZA DI UN'ANIMA PURA di Antonio Tarallo<br />Quando si pensa a Lourdes le immagini si affollano nella mente, soprattutto nel cuore: la grotta di Massabielle, la statua dell'Immacolata Concezione, l'acqua miracolosa, i flambeaux, le migliaia di candele accese che illuminano il luogo sacro, il verde incontaminato dei Pirenei, il fiume Gave e tante, tante altre immagini. Si potrebbe continuare ad libitum. Ma fra queste, più di tutte, ve n'è una: è il volto di una giovane con grandi occhi neri, scuri e profondi; ha un viso tondeggiante e i suoi capelli sono raccolti da uno scialle che reca sulla testa. È il volto di santa Bernadette Soubirous. È questa adolescente di appena 14 anni ad essere, assieme alla Vergine Maria, protagonista di quei fatti che sconvolsero, a partire dall'11 febbraio di 165 anni fa, la piccola cittadina francese di Lourdes: un luogo come tanti, destinato a rimanere anonimo, se Maria non l'avesse scelto per palesarsi con il titolo di Immacolata Concezione.<br />UNA RAGAZZINA POVERA E IGNORANTE<br />Dio sceglie i piccoli per parlare, gli umili di cuore. «In quel tempo Gesù disse: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli"» (Matteo 11,25). E così è avvenuto per santa Bernadette, che non sapeva leggere né scrivere. Bernadette doveva aiutare la sua povera famiglia perciò non c'era tempo per lo studio. Andava solo saltuariamente a scuola, nella classe delle bambine povere dell'ospizio di Lourdes, tenuta dalle Suore della Carità di Nevers. Bernadette e la sua famiglia è un capitolo che merita un particolare approfondimento in quanto riesce a fornirci alcune importanti informazioni sulla fede della giovane santa. I suoi genitori - François Soubirous (1807-1871) e Louise Castérot (1825-1866) - erano poveri e indigenti rimasero sempre: è grazie a loro se la piccola Bernadette crebbe in una fede cattolica semplice e pura, al contempo forte, determinata e coraggiosa. Il padre, alla nascita di Bernadette, faceva il mugnaio presso il mulino di Boly, ma gli affari erano tutt'altro che proficui perché François era uomo buono e generoso, sempre più pronto a donare che a ricevere. Ogni giorno un problema assaliva la famiglia Soubirous, ma in questa loro via Crucis è necessario sottolineare un elemento importante: la loro fede nel Signore era incrollabile, riusciva a superare ogni difficoltà. È questo l'humus in cui crebbe Bernadette.<br />E proprio questa fede incrollabile l'aiuterà durante gli interrogatori a cui sarà sottoposta dalle autorità di Lourdes. Dopo quel famoso 11 febbraio, alla grotta di Massabielle cominciarono ad accorrere i primi "pellegrini": da ciò, gli asseriti problemi di ordine pubblico. I primi interrogatori che dovette affrontare Bernadette furono condotti dal commissario di polizia Jacomet e dal procuratore imperiale Dutour. È interessante leggere il memoriale che il procuratore stenderà del suo incontro con la giovane: «Bernadette non fu né portata, né condotta: si recò volontariamente, dietro semplice invito verbale. Quando apparve, nulla del suo aspetto esprimeva ch'ella dovesse vincere qualche ripugnanza; nessun timore da superare. La sua fisionomia era serena, fiduciosa, senza timidezza, se pur senza audacia. Ciò che le fu detto non parve causarle alcun turbamento; ciò che disse, lo disse con semplicità, nel suo dialetto, senza imbarazzo e senza che fosse necessario costringerla» (cit. in Bernadette Soubirous di François Trochu, Marietti, Torino, 1957). Quest'ultima frase - «senza che fosse necessario costringerla» - ci dice tutto: ci fa comprendere l'animo di questa giovane di fronte alle autorità. Bernadette non ha paura perché sa bene che il Signore e la Vergine Maria sono con lei. A una sua compagna di scuola, dopo gli interrogatori, Bernadette dirà: «Non ero più me stessa e non avevo paura. C'era in me qualche cosa che mi rendeva capace di superare ogni ostacolo».<br />UNA SANTA CHE HA ANCORA MOLTO DA DIRCI<br />I resoconti degli interrogatori - qui riproposti come il già citato volume Bernadette Soubirous di François Trochu li raccoglie - riescono ad offrire un'istantanea di quei momenti che segneranno, per sempre, la storia della Chiesa e delle apparizioni mariane. Sono pagine in cui, il più delle volte, troviamo replicato lo stesso schema: da una parte, ci sono le autorità che cercano di mettere in crisi Bernadette; dall'altra, vi è la giovane pastorella che non cade nelle "trappole". Fra i tanti esempi che si potrebbero annoverare, ne citiamo uno: è l'interrogatorio condotto dal commissario Jacomet. A un certo punto, il commissario disse: «No, tu non dici la verità. Se tu non mi dici chi è che ti ha spinta a raccontare questa storia, ti perseguiterò come una bugiarda». Pronta la risposta di Bernadette: «Signore, fate come volete».<br />A 165 anni dagli straordinari avvenimenti di Lourdes, santa Bernadette ha ancora molto da dirci. Le grandi figure del cristianesimo hanno proprio questa peculiarità: pur approfondite da insigni studiosi e teologi, la loro forza comunicativa sembra davvero non esaurirsi mai. Basterebbe solo pensare alle migliaia e migliaia di pagine scritte sulla giovane pastorella. Da Le apparizioni di Lourdes narrate da Bernadette di Jean-Baptiste Estrade, testimone oculare e tra i primi storici delle apparizioni, del 1898 (prima edizione) e del 1906 (edizione definitiva), fino ad arrivare alle importantissime opere di padre René Laurentin (solo per citarne alcune, Vita di Bernadette del 1979; Lourdes. Cronaca di un mistero del 1998; Bernadette di Lourdes ci parla ancora, uscito postumo nel 2018). E poi vi è il nostrano Bernadette non ci ha ingannati (2013), di Vittorio Messori.<br />Ma alla lista bisogna almeno aggiungere altri autori, come l'abate Blazy con il suo Santa Bernadetta del 1977 e come il curioso Il canto di Bernadette (del 1941) di Franz Werfel, scrittore austriaco di origine ebraica. Werfel scrisse questo romanzo - in cui «tutti gli avvenimenti notevoli che formano il contenuto del libro sono in realtà accaduti», come precisa lo stesso autore nell'introduzione - per adempiere un voto fatto alla Madonna. Werfel e la moglie, scappati dalla Parigi occupata dai nazisti, avevano trovato rifugio a Lourdes per poi trovare definitivamente la salvezza a Los Angeles, in America. La Madonna aveva ascoltato la sua preghiera.<br />Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Antonio Tarallo, nell'articolo seguente dal titolo "Vita nascosta di una santa: Bernadette nel convento di Nevers" parla della vita esemplare della santa vissuta nel ritiro del convento.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 15 aprile 2023:<br />Martedì 3 luglio 1866, Bernadette è davanti alla grotta di Massabielle: lo sguardo fisso a quelle rocce e nel suo cuore vi è tanta malinconia. I sentimenti della giovane Bernadette, alla vigilia della partenza per Nevers, sono tanti e hanno le stesse sfumature dei colori del cielo di Lourdes: sa bene che non rivedrà più quel paesino dei Pirenei, non vedrà più i suoi genitori, ma soprattutto non vedrà più quella grotta, dove le era cambiata, per sempre, l'esistenza. Eppure, sa bene che la strada religiosa è quella segnata dalla Vergine Maria.<br />Prime luci dell'alba del 4 luglio: la giovane parte alla volta della Casa Madre delle Suore della carità e dell'istruzione cristiana di Nevers. «Signorina Bernadette Soubirous, postulante di Lourdes, di ventitré anni, entrata l'8 luglio 1866. Ammessa gratuitamente. [...] Siamo felici che la Santa Vergine si sia degnata di affidarcela», poche righe sul "Libro delle entrate" del convento di Nevers per registrare questa nuova postulante. «Finalmente lontano da tutti, sono venuta qui per nascondermi», affermerà lei qualche giorno dopo.<br />Le sorelle della congregazione non erano del tutto sconosciute alla giovane Bernadette: già dalla fanciullezza erano entrate nella sua vita. Erano state, infatti, loro a istruirla a Lourdes per la Prima Comunione, le avevano insegnato il catechismo e le prime nozioni della lingua francese. E ora si trovava fra loro. Incominciava così per Bernadette un nuovo capitolo della vita che si sarebbe concluso con l'ultima pagina scritta della sua esistenza terrena. Chi avrebbe mai pensato che quella pastorella, quasi analfabeta, un giorno avrebbe visto l'Immacolata e ancora più avanti sarebbe divenuta una religiosa? Eppure il Signore aveva voluto così e lei, nella sua umiltà, aveva accettato tutto.<br />Ma come era visto dalle sorelle di Nevers questo nuovo arrivo? Tutte conoscevano la sua storia, ciò che aveva vissuto prima di entrare lì, nel convento di Saint Gildard a Nevers: facile immaginare la curiosità di incontrare il suo volto; tutte le sorelle non aspettavano altro che ascoltare la voce di quella giovane che aveva parlato con l'Immacolata. Suor Lucia Clor]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56215670</guid><pubDate>Tue, 01 Aug 2023 21:13:54 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56215670/gli_interrogatori_a_bernadette_la_forza_di_un_anima_pura.mp3" length="14660798" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7479

GLI INTERROGATORI A BERNADETTE, LA FORZA DI UN'ANIMA PURA di Antonio Tarallo
Quando si pensa a Lourdes le immagini si affollano nella mente, soprattutto nel cuore: la grotta di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7479" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7479</a><br /><br />GLI INTERROGATORI A BERNADETTE, LA FORZA DI UN'ANIMA PURA di Antonio Tarallo<br />Quando si pensa a Lourdes le immagini si affollano nella mente, soprattutto nel cuore: la grotta di Massabielle, la statua dell'Immacolata Concezione, l'acqua miracolosa, i flambeaux, le migliaia di candele accese che illuminano il luogo sacro, il verde incontaminato dei Pirenei, il fiume Gave e tante, tante altre immagini. Si potrebbe continuare ad libitum. Ma fra queste, più di tutte, ve n'è una: è il volto di una giovane con grandi occhi neri, scuri e profondi; ha un viso tondeggiante e i suoi capelli sono raccolti da uno scialle che reca sulla testa. È il volto di santa Bernadette Soubirous. È questa adolescente di appena 14 anni ad essere, assieme alla Vergine Maria, protagonista di quei fatti che sconvolsero, a partire dall'11 febbraio di 165 anni fa, la piccola cittadina francese di Lourdes: un luogo come tanti, destinato a rimanere anonimo, se Maria non l'avesse scelto per palesarsi con il titolo di Immacolata Concezione.<br />UNA RAGAZZINA POVERA E IGNORANTE<br />Dio sceglie i piccoli per parlare, gli umili di cuore. «In quel tempo Gesù disse: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli"» (Matteo 11,25). E così è avvenuto per santa Bernadette, che non sapeva leggere né scrivere. Bernadette doveva aiutare la sua povera famiglia perciò non c'era tempo per lo studio. Andava solo saltuariamente a scuola, nella classe delle bambine povere dell'ospizio di Lourdes, tenuta dalle Suore della Carità di Nevers. Bernadette e la sua famiglia è un capitolo che merita un particolare approfondimento in quanto riesce a fornirci alcune importanti informazioni sulla fede della giovane santa. I suoi genitori - François Soubirous (1807-1871) e Louise Castérot (1825-1866) - erano poveri e indigenti rimasero sempre: è grazie a loro se la piccola Bernadette crebbe in una fede cattolica semplice e pura, al contempo forte, determinata e coraggiosa. Il padre, alla nascita di Bernadette, faceva il mugnaio presso il mulino di Boly, ma gli affari erano tutt'altro che proficui perché François era uomo buono e generoso, sempre più pronto a donare che a ricevere. Ogni giorno un problema assaliva la famiglia Soubirous, ma in questa loro via Crucis è necessario sottolineare un elemento importante: la loro fede nel Signore era incrollabile, riusciva a superare ogni difficoltà. È questo l'humus in cui crebbe Bernadette.<br />E proprio questa fede incrollabile l'aiuterà durante gli interrogatori a cui sarà sottoposta dalle autorità di Lourdes. Dopo quel famoso 11 febbraio, alla grotta di Massabielle cominciarono ad accorrere i primi "pellegrini": da ciò, gli asseriti problemi di ordine pubblico. I primi interrogatori che dovette affrontare Bernadette furono condotti dal commissario di polizia Jacomet e dal procuratore imperiale Dutour. È interessante leggere il memoriale che il procuratore stenderà del suo incontro con la giovane: «Bernadette non fu né portata, né condotta: si recò volontariamente, dietro semplice invito verbale. Quando apparve, nulla del suo aspetto esprimeva ch'ella dovesse vincere qualche ripugnanza; nessun timore da superare. La sua fisionomia era serena, fiduciosa, senza timidezza, se pur senza audacia. Ciò che le fu detto non parve causarle alcun turbamento; ciò che disse, lo disse con semplicità, nel suo dialetto, senza imbarazzo e senza che fosse necessario costringerla» (cit. in Bernadette Soubirous di François Trochu, Marietti, Torino, 1957). Quest'ultima frase - «senza che fosse necessario costringerla» - ci dice tutto: ci fa comprendere l'animo di questa giovane di fronte alle autorità. 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Alfonso Maria de Liguori, questo il nome di colui che la ideò, nasce a Napoli nel 1696, da famiglia nobile e ricca. Dati i natali, la sua vita sembrerebbe già scritta: lo aspettano onori, ricchezze, potere. Suo padre nutre grandi ambizioni per il figlio, e lui ha doti non ordinarie. Studia musica, ama dipingere, si iscrive, a 12 anni, presso l'Università di Napoli, per divenire avvocato.<br />BRILLANTE AVVOCATO E BUON SAMARITANO<br />L'età minima, per accedere al titolo, sono i 20 anni: Alfonso viene rivestito di una toga più grande di lui, già a 16. Se l'aspirante è eccezionale, si può fare eccezione. Divenuto avvocato, Alfonso si impone una moralità ferrea, in un mestiere difficile. Nello stesso tempo frequenta varie confraternite, che lo portano per esempio a visitare i malati, i sifilitici, i derelitti del grande ospedale di Napoli, gli Incurabili. L'ingresso "nella confraternita della Visitazione portava per la prima volta il nostro brillante samaritano ad avvicinare, a incontrare, a toccare con le sue mani, ogni settimana, per anni, l'uomo a terra, spogliato, ferito, gemente nel fossato, ai bordi del suo cammino di ricco. Per otto anni si piegherà su di lui con orrore, con amore, con fede nella parola di Gesù: 'Quello che fate al più piccolo dei miei lo fate a me'" (T.R.Mermet).<br />Alfonso fa parte anche della Confraternita di santa Maria della Misericordia, i cui membri sono dediti al seppellimento degli indigenti, ai preti pellegrini o stranieri, e a quelli detenuti per indegnità nelle carceri dell'Arcivescovado. Alfonso per dieci anni, dal 1714 al 1726, gira per Napoli, una volta la settimana, questuando per tutti questi. E' nel 1723, quando la carriera sembra inarrestabile, che proprio mentre si piega su un malato degli Incurabili, egli sente come una voce che lo chiama: "Lascia il mondo e datti a me". Nonostante la disperazione del padre, Alfonso segue l'ispirazione e si avvia agli studi per il sacerdozio, che sarà speso negli studi, negli scritti di morale (tra cui la Theologia moralis, La pratica del Confessore e Apparecchio alla morte), nelle missioni al popolo, nel confessionale, nelle celle dei prigionieri, tra i lazzaroni, le prostitute, i poco di buono e i peccatori di ogni genere...<br />CELESTE PATRONO DEI MORALISTI E DEI CONFESSORI<br />Qui, tra questa umanità dolorante, l'uomo di dottrina e di carità, acquista quella saggezza, nel trattare non solo con i malati nel corpo, ma anche con quelli nello spirito, che gli varrà il titolo, concesso da Pio XII nel 1950, di "celeste patrono dei moralisti e dei confessori". Saggezza che consiste in quel santo equilibrio con cui il santo sa affrontare il peccato: condannandolo, certamente, ma piegandosi anche con benignità ed amore sui peccatori. Alfonso è un avversario del rigorismo che trasforma la vita morale in terrorismo spirituale: confessa, esige e perdona, impone penitenze che non siano eccessive e da buon ammiratore di san Filippo Neri, di san Vincenzo de Paoli e di san Francesco di Sales (quello che invitava a conquistare le anime con il miele piuttosto che con il fiele), impara ad evangelizzare gli uomini con la semplicità (voleva farsi intendere anche dalle "menti di legno"), le devozioni popolari, la meditazione. Tenendosi lontano dallo zelo amaro e dall'algida moralità giansenista. Alfonso invita i confratelli predicatori a non dimenticare di inculcare il "timor di Dio", ma evitando gli eccessi, le "maledizioni", perché le conversioni vere nascono solo quando "entra nel cuore il santo amore di Dio".<br />Napoli è la città giusta per lui: così piena di contraddizioni, di cultura e di miseria, di fede e di superstizione, di processioni e di bestemmie e sacrilegi... Un impasto in cui l'umanità dà il meglio e il peggio di sé, e in cui non si può raccogliere solo ciò che brilla e riluce, a prima vista.<br />"TU SCENDI DALLE STELLE" E "QUANNO NASCETTE NINNO"<br />Napoli è anche la città della musica che Alfonso ama sin da ragazzo (abbandonerà il suo clavicembalo solo una volta divenuto vescovo) e che sarà sempre, per lui, un modo per pregare ed istruire il popolo. Napoli è infatti la città in cui i discepoli di san Filippo Neri, inventore dell'Oratorio, frequentati da Alfonso già dal 1706, propongono di continuo concerti religiosi e 'ricreativi'; è la città in cui gli orfani "scugnizzi" sono internati nei "Conservatori", luoghi in cui, come dice la parola, devono essere custoditi e magari educati anche attraverso la musica. "A Napoli, scrive il già citato Mermet, la musica era per il popolo una seconda lingua, così questi Conservatori divennero 'gabbie di usignoli' e nel corso del XVII secolo si evolveranno progressivamente in scuole musicali".<br />Da sant'Alfonso, "il più napoletano dei santi", avvocato, moralista, confessore, amico dei poveri, è nato dunque quel canto di cui si diceva all'inizio; come pure quell'altro, bellissimo, in cui i Cieli fermano la loro armonia, perché la Madonna canti la sua ninna nanna; e pure quell'altro, così dolce, in dialetto napoletano: "Quanno nascette Ninno...".<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56228224</guid><pubDate>Wed, 26 Jul 2023 12:33:47 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56228224/sant_alfonso_maria_de_liguori.mp3" length="6294927" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4502

STORIA DEL VESCOVO AUTORE DI TU SCENDI DALLE STELLE di Francesco Agnoli
"Tu scendi dalle stelle o re del cielo e vieni in una grotta al freddo e al gelo": inizia così la più...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4502" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4502</a><br /><br />STORIA DEL VESCOVO AUTORE DI TU SCENDI DALLE STELLE di Francesco Agnoli<br />"Tu scendi dalle stelle o re del cielo e vieni in una grotta al freddo e al gelo": inizia così la più celebre canzone popolare di Natale, e può venir voglia di conoscere chi sia l'autore e quale sia stata la sua vita. Alfonso Maria de Liguori, questo il nome di colui che la ideò, nasce a Napoli nel 1696, da famiglia nobile e ricca. Dati i natali, la sua vita sembrerebbe già scritta: lo aspettano onori, ricchezze, potere. Suo padre nutre grandi ambizioni per il figlio, e lui ha doti non ordinarie. Studia musica, ama dipingere, si iscrive, a 12 anni, presso l'Università di Napoli, per divenire avvocato.<br />BRILLANTE AVVOCATO E BUON SAMARITANO<br />L'età minima, per accedere al titolo, sono i 20 anni: Alfonso viene rivestito di una toga più grande di lui, già a 16. Se l'aspirante è eccezionale, si può fare eccezione. Divenuto avvocato, Alfonso si impone una moralità ferrea, in un mestiere difficile. Nello stesso tempo frequenta varie confraternite, che lo portano per esempio a visitare i malati, i sifilitici, i derelitti del grande ospedale di Napoli, gli Incurabili. L'ingresso "nella confraternita della Visitazione portava per la prima volta il nostro brillante samaritano ad avvicinare, a incontrare, a toccare con le sue mani, ogni settimana, per anni, l'uomo a terra, spogliato, ferito, gemente nel fossato, ai bordi del suo cammino di ricco. Per otto anni si piegherà su di lui con orrore, con amore, con fede nella parola di Gesù: 'Quello che fate al più piccolo dei miei lo fate a me'" (T.R.Mermet).<br />Alfonso fa parte anche della Confraternita di santa Maria della Misericordia, i cui membri sono dediti al seppellimento degli indigenti, ai preti pellegrini o stranieri, e a quelli detenuti per indegnità nelle carceri dell'Arcivescovado. Alfonso per dieci anni, dal 1714 al 1726, gira per Napoli, una volta la settimana, questuando per tutti questi. E' nel 1723, quando la carriera sembra inarrestabile, che proprio mentre si piega su un malato degli Incurabili, egli sente come una voce che lo chiama: "Lascia il mondo e datti a me". Nonostante la disperazione del padre, Alfonso segue l'ispirazione e si avvia agli studi per il sacerdozio, che sarà speso negli studi, negli scritti di morale (tra cui la Theologia moralis, La pratica del Confessore e Apparecchio alla morte), nelle missioni al popolo, nel confessionale, nelle celle dei prigionieri, tra i lazzaroni, le prostitute, i poco di buono e i peccatori di ogni genere...<br />CELESTE PATRONO DEI MORALISTI E DEI CONFESSORI<br />Qui, tra questa umanità dolorante, l'uomo di dottrina e di carità, acquista quella saggezza, nel trattare non solo con i malati nel corpo, ma anche con quelli nello spirito, che gli varrà il titolo, concesso da Pio XII nel 1950, di "celeste patrono dei moralisti e dei confessori". Saggezza che consiste in quel santo equilibrio con cui il santo sa affrontare il peccato: condannandolo, certamente, ma piegandosi anche con benignità ed amore sui peccatori. Alfonso è un avversario del rigorismo che trasforma la vita morale in terrorismo spirituale: confessa, esige e perdona, impone penitenze che non siano eccessive e da buon ammiratore di san Filippo Neri, di san Vincenzo de Paoli e di san Francesco di Sales (quello che invitava a conquistare le anime con il miele piuttosto che con il fiele), impara ad evangelizzare gli uomini con la semplicità (voleva farsi intendere anche dalle "menti di legno"), le devozioni popolari, la meditazione. Tenendosi lontano dallo zelo amaro e dall'algida moralità giansenista. Alfonso invita i confratelli predicatori a non dimenticare di inculcare il "timor di Dio", ma evitando gli eccessi, le "maledizioni", perché le conversioni vere nascono solo quando "entra nel...]]></itunes:summary><itunes:duration>394</itunes:duration><itunes:keywords>avvocato,confraternite,napoli,quandonascetteninno,santalfonso,tuscendidallestelle</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/e0590511c8aa595362bea3c7b41b8c6c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Dichiarata venerabile suor Lucia di Fatima</title><link>https://www.spreaker.com/episode/dichiarata-venerabile-suor-lucia-di-fatima--55764512</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7461" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7461</a><br /><br />DICHIARATA VENERABILE SUOR LUCIA DI FATIMA<br />Riconosciute le virtù eroiche della veggente che visse la sua chiamata alla santità fin da prima delle apparizioni della Madonna nella Cova da Iria<br />di Ermes Dovico<br />Ieri, 22 giugno, dopo aver ricevuto il benestare di papa Francesco, il Dicastero delle Cause dei Santi ha promulgato, tra gli altri, il decreto che riconosce le virtù eroiche di suor Maria Lucia di Gesù e del Cuore Immacolato. Questo il nome completo, da carmelitana scalza, di colei che è più semplicemente conosciuta come suor Lucia di Fatima (28 marzo 1907 - 13 febbraio 2005), che da ieri gode quindi del titolo di «venerabile», il gradino che precede l'eventuale beatificazione.<br />Si può leggere come una carezza della Provvidenza il fatto che questo decreto giunga nel mese del Sacro Cuore di Gesù e a pochi giorni dalla collegata memoria liturgica del Cuore Immacolato di Maria. Una devozione, quest'ultima, che Dio ha voluto diffondere particolarmente proprio attraverso la missione affidata a Lucia, come la Madonna stessa rivelò per la prima volta alla più grande dei tre pastorelli di Fatima, quando di anni ne aveva appena dieci, il 13 giugno 1917. Allora la Santa Vergine le disse che lei, a differenza di Francesco e Giacinta che sarebbero presto andati in Cielo, sarebbe rimasta in terra «ancora per un po' di tempo. Gesù vuole servirsi di te per farMi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. A chi l'abbraccerà, prometto la salvezza, e saranno amate da Dio queste anime, come fiori messi da Me a ornare il Suo trono» (cfr. Memorie di suor Lucia, Appendice I, Testo della Grande Promessa del Cuore di Maria, scritto nel 1927).<br />SIGNORE FAMMI SANTA<br />Oggi sappiamo che quell'«ancora per un po' di tempo» ha significato, per suor Lucia, tornare alla casa del Padre alla soglia del 98° compleanno. Tant'è che la veggente, già nella sua maturità, ebbe a dire che la Madre celeste l'aveva sempre accontentata in tutto, tranne che nel suo desiderio di raggiungerla presto in Paradiso. Un fatto che ci dice quale nostalgia della patria eterna vivono coloro che sperimentano, già quaggiù, le realtà celesti e che ci esorta a riscoprire il senso soprannaturale della nostra vita in terra, dove siamo chiamati a scegliere Dio, anziché il peccato che ci allontana da Lui. Verità di cui il mondo odierno appare dimentico.<br />Il decreto che riconosce le virtù eroiche di suor Lucia sottolinea il profondo influsso che le apparizioni ebbero sulla vita della nuova venerabile e da cui le derivarono, insieme a grandi gioie e straordinarie grazie celesti, anche «molte delle sue sofferenze». Basti ricordare qui il dolore che provò, fin dall'inizio della mariofania, per non essere creduta dalla propria famiglia, in particolare dalla madre. E non fu l'unico. Eppure suor Lucia, come scrive il Dicastero delle Cause dei Santi, «visse eroicamente la virtù della fede sia nella modalità con cui affrontò il procedimento ecclesiastico e civile relativo alle apparizioni, sia cercando di compiere in tutto la volontà di Dio e di aiutare gli altri a crescere nella fiducia in Lui. La sua lunga vita fu segnata dall'eroica speranza e dal profondo desiderio di "andare in Cielo". Volle offrire la sua vita per amore verso Dio, riparando le offese contro di Lui e crescendo nella pietà eucaristica. Ebbe anche una grande sollecitudine per l'Ordine Carmelitano, i familiari, i malati e i poveri che sosteneva con la preghiera e la penitenza, ma anche attraverso la pratica della carità».<br />Se è chiaro che le apparizioni hanno rappresentato uno spartiacque nella vita di Lucia, è altrettanto chiara una verità poco sottolineata e cioè che in lei, grazie alla fede ricevuta in famiglia, si palesavano i semi di un'eccezionale vocazione alla santità già prima del ciclo angelico del 1915-16 e di quello mariano del 1917. Esemplare, in tal senso, quanto la stessa venerabile racconta nelle prime pagine della seconda delle sue quattro Memorie, tutte e quattro scritte (nel periodo 1935-41) in obbedienza al vescovo di Leiria, monsignor Giuseppe Alves Correia da Silva. Commovente, in particolare, tutta la descrizione dell'attesa e poi del giorno della Prima Comunione, che Lucia ottenne di fare, dietro una sua santa insistenza, già a sei anni. «Mentre il sacerdote scendeva i gradini dell'altare - scriveva Lucia - sembrava che il cuore mi volesse saltar fuori dal petto. Ma appena l'Ostia Divina si posò sulla mia lingua, sentii una serenità e una pace inalterabili, sentii che m'invadeva un'atmosfera così soprannaturale, che la presenza del nostro buon Dio mi diventava così sensibile come se Lo vedessi e sentissi con tutti i sensi del mio corpo. Allora Lo pregai così: "Signore, fammi santa, conserva il mio cuore sempre puro, soltanto per Te"».<br />UNA PROFEZIA NON ANCORA CONCLUSA<br />Fin dall'infanzia, come ricorda lo stesso decreto, la sua vita è stata quindi un cammino di costante crescita spirituale, che la portò - dopo il grande ciclo fatimita - a vivere nel silenzio e nella contemplazione le sue esperienze da religiosa, prima tra le Dorotee e poi, dal 1948, nel Carmelo di Coimbra. «Lucia si ritira nel segreto della sua clausura perché la luce del messaggio brilli con intensità», ha scritto il vescovo emerito di Leiria-Fatima, il cardinale Antonio Marto.<br />Dal nascondimento della sua cella, nelle sue giornate divise tra preghiera e lavoro, suor Lucia intrattenne vari scambi epistolari. Famosa è la lettera autografa che inviò nei primi anni Ottanta all'allora semplice sacerdote Carlo Caffarra, poi cardinale, il quale, incaricato da Giovanni Paolo II di fondare e presiedere il Pontificio Istituto di Studi sul Matrimonio e sulla Famiglia, le aveva chiesto preghiere: «Padre, verrà un momento in cui la battaglia decisiva tra il regno di Cristo e Satana sarà sul matrimonio e sulla famiglia. E coloro che lavoreranno per il bene della famiglia sperimenteranno la persecuzione e la tribolazione. Ma non bisogna aver paura, perché la Madonna gli ha già schiacciato la testa».<br />Quelle parole oggi si stanno rivelando in tutta la loro portata profetica, non solo per gli attacchi da parte del laicismo ma anche per quel che accade all'interno della Chiesa. Proprio la Sposa di Cristo ha l'urgenza di rilanciare il messaggio di Fatima nella sua interezza: la visione dell'Inferno, dove finiscono le anime che rifiutano fino all'ultimo l'amore di Dio; la recita quotidiana del Rosario, da cui passa la fine delle guerre; l'importanza di consacrarsi al Cuore Immacolato di Maria, rifugio sicuro contro gli assalti del diavolo; il fortissimo richiamo alla penitenza; la pratica salvifica della Comunione riparatrice nei primi sabati del mese.<br />Il tutto con all'orizzonte l'annuncio della tremenda persecuzione alla Chiesa, che ancora deve compiersi. Come disse Benedetto XVI il 13 maggio 2010, nel decimo anniversario della beatificazione di Francesco e Giacinta e della rivelazione di quella che è nota come la terza parte del segreto: «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa». La Madonna ha già promesso che il suo Cuore Immacolato infine trionferà. Ma il suo trionfo, come ci ricorda tutta la vita di suor Lucia, passa da ogni nostro singolo sì alla volontà divina che Maria è venuta a rivelarci a Fatima.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/55764512</guid><pubDate>Tue, 11 Jul 2023 21:44:12 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/55764512/dichiarata_venerabile_suor_lucia_di_fatima.mp3" length="8662935" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7461

DICHIARATA VENERABILE SUOR LUCIA DI FATIMA
Riconosciute le virtù eroiche della veggente che visse la sua chiamata alla santità fin da prima delle apparizioni della Madonna nella...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7461" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7461</a><br /><br />DICHIARATA VENERABILE SUOR LUCIA DI FATIMA<br />Riconosciute le virtù eroiche della veggente che visse la sua chiamata alla santità fin da prima delle apparizioni della Madonna nella Cova da Iria<br />di Ermes Dovico<br />Ieri, 22 giugno, dopo aver ricevuto il benestare di papa Francesco, il Dicastero delle Cause dei Santi ha promulgato, tra gli altri, il decreto che riconosce le virtù eroiche di suor Maria Lucia di Gesù e del Cuore Immacolato. Questo il nome completo, da carmelitana scalza, di colei che è più semplicemente conosciuta come suor Lucia di Fatima (28 marzo 1907 - 13 febbraio 2005), che da ieri gode quindi del titolo di «venerabile», il gradino che precede l'eventuale beatificazione.<br />Si può leggere come una carezza della Provvidenza il fatto che questo decreto giunga nel mese del Sacro Cuore di Gesù e a pochi giorni dalla collegata memoria liturgica del Cuore Immacolato di Maria. Una devozione, quest'ultima, che Dio ha voluto diffondere particolarmente proprio attraverso la missione affidata a Lucia, come la Madonna stessa rivelò per la prima volta alla più grande dei tre pastorelli di Fatima, quando di anni ne aveva appena dieci, il 13 giugno 1917. Allora la Santa Vergine le disse che lei, a differenza di Francesco e Giacinta che sarebbero presto andati in Cielo, sarebbe rimasta in terra «ancora per un po' di tempo. Gesù vuole servirsi di te per farMi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. A chi l'abbraccerà, prometto la salvezza, e saranno amate da Dio queste anime, come fiori messi da Me a ornare il Suo trono» (cfr. Memorie di suor Lucia, Appendice I, Testo della Grande Promessa del Cuore di Maria, scritto nel 1927).<br />SIGNORE FAMMI SANTA<br />Oggi sappiamo che quell'«ancora per un po' di tempo» ha significato, per suor Lucia, tornare alla casa del Padre alla soglia del 98° compleanno. Tant'è che la veggente, già nella sua maturità, ebbe a dire che la Madre celeste l'aveva sempre accontentata in tutto, tranne che nel suo desiderio di raggiungerla presto in Paradiso. Un fatto che ci dice quale nostalgia della patria eterna vivono coloro che sperimentano, già quaggiù, le realtà celesti e che ci esorta a riscoprire il senso soprannaturale della nostra vita in terra, dove siamo chiamati a scegliere Dio, anziché il peccato che ci allontana da Lui. Verità di cui il mondo odierno appare dimentico.<br />Il decreto che riconosce le virtù eroiche di suor Lucia sottolinea il profondo influsso che le apparizioni ebbero sulla vita della nuova venerabile e da cui le derivarono, insieme a grandi gioie e straordinarie grazie celesti, anche «molte delle sue sofferenze». Basti ricordare qui il dolore che provò, fin dall'inizio della mariofania, per non essere creduta dalla propria famiglia, in particolare dalla madre. E non fu l'unico. Eppure suor Lucia, come scrive il Dicastero delle Cause dei Santi, «visse eroicamente la virtù della fede sia nella modalità con cui affrontò il procedimento ecclesiastico e civile relativo alle apparizioni, sia cercando di compiere in tutto la volontà di Dio e di aiutare gli altri a crescere nella fiducia in Lui. La sua lunga vita fu segnata dall'eroica speranza e dal profondo desiderio di "andare in Cielo". Volle offrire la sua vita per amore verso Dio, riparando le offese contro di Lui e crescendo nella pietà eucaristica. Ebbe anche una grande sollecitudine per l'Ordine Carmelitano, i familiari, i malati e i poveri che sosteneva con la preghiera e la penitenza, ma anche attraverso la pratica della carità».<br />Se è chiaro che le apparizioni hanno rappresentato uno spartiacque nella vita di Lucia, è altrettanto chiara una verità poco sottolineata e cioè che in lei, grazie alla fede ricevuta in famiglia, si palesavano i semi di un'eccezionale...]]></itunes:summary><itunes:duration>542</itunes:duration><itunes:keywords>13maggio,fatima,suorlucia,trepastorelli,venerabile</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/9948e2807a49a4ba5406eacd5c52fad1.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Santa Maria Goretti fu definita da Pio XII "la piccola e dolce martire della purezza"</title><link>https://www.spreaker.com/episode/santa-maria-goretti-fu-definita-da-pio-xii-la-piccola-e-dolce-martire-della-purezza--56006138</link><description><![CDATA[VIDEO: Descrizione in minuscolo ➜ https://www.youtube.com/watch?v=ADZQvN3Bitk<br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5253" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5253</a><br /><br />SANTA MARIA GORETTI FU DEFINITA DA PAPA PIO XII ''LA PICCOLA E DOLCE MARTIRE DELLA PUREZZA'' di Giovanni Alberti<br />È come un'antologia di virtù, ricca di insegnamenti oggi dimenticati dal mondo e perfino derisi, la vita eroica di santa Maria Goretti (1890-1902), «la piccola e dolce martire della purezza», come la chiamò Pio XII nel canonizzarla, che preferì la morte terrena anziché peccare con colui che divenne il suo carnefice. Seconda dei sei figli di Assunta Carlini e Luigi, due umili braccianti, era nata il 16 ottobre nel piccolo comune marchigiano di Corinaldo, ricevendo il Battesimo a 24 ore dalla nascita. I suoi genitori avevano una grande fede e, come dirà la madre, si curarono di dare ai figli un'educazione «perché crescessero buoni cristiani». Marietta, com'era chiamata, ricevette la Cresima a meno di sei anni e nell'ottobre 1897 si trasferì con la famiglia a Paliano, nel Lazio, dove i genitori, accettando la proposta del proprietario terriero e senatore Giacinto Scelsi, lavorarono come mezzadri al fianco di Giovanni Serenelli e del giovane figlio Alessandro, orfano della madre.<br />Nel 1899 lei e i familiari furono costretti a trasferirsi di nuovo e, insieme ai Serenelli, si accasarono nella cascina di un conte alle Ferriere di Conca, nel mezzo delle paludi pontine, ancora non bonificate. Da quelle parti la malaria era micidiale e appena un anno dopo si portò via il padre della santa, segnando un vero dramma familiare per i Goretti. Mamma Assunta, rimasta sola ad allevare i sei figli, dovette sostituire il marito nel lavoro dei campi, mentre Marietta si dedicò alle faccende di casa. Fu proprio lei, pur affranta dal dolore, a fortificare la madre con la sua fiducia nella Provvidenza: «Mamma, non ti preoccupare, Dio non ci abbandonerà». Dio lo cercava e lo trovava nel quotidiano. Si alzava di buon mattino prima degli altri, diceva le orazioni, sistemava il pollaio, preparava la colazione, svegliava i fratellini, li aiutava a prepararsi per la giornata e li faceva pregare.<br />Nutriva un amore filiale per la Madonna e alla sera, dopo una giornata di fatiche, si inginocchiava insieme ai fratellini per recitare il Rosario, «che le era indispensabile come l'aria che respirava», come testimonierà la mamma, alla quale i vicini dicevano spesso: «Che angelo di figlia avete!». Marietta non sapeva leggere ma aveva un grande desiderio di imparare «la dottrina» per poter fare in anticipo la Prima Comunione, che allora si riceveva abitualmente solo dopo il 12° anno di età. Moltiplicò i sacrifici per andare al catechismo, che poi insegnava con entusiasmo in famiglia, e il 16 giugno 1901 ricevette per la prima volta Gesù Eucaristico. Fu allora che maturò il proposito di morire piuttosto che commettere peccati, un fatto comune ad altri giovanissimi santi, come per esempio Domenico Savio. La Messa domenicale era per lei la gioia più grande e nulla le impediva di partecipare, né gli undici chilometri di distanza, percorsi a piedi, né le intemperie.<br />DIO NON VUOLE, SE FAI QUESTO VAI ALL'INFERNO!<br />Approfittando della mancanza del padre, i Serenelli rivelarono il loro lato peggiore. L'anziano Giovanni insidiò, invano, Assunta («osò farmi delle proposte infami») e lasciò spesso affamati i Goretti. Il figlio Alessandro tentò più volte Marietta, che respinse sempre i suoi approcci, desiderando rimanere casta. Il 5 luglio 1902 Alessandro, allora ventenne, trascinò con forza la piccola dentro la cucina, ma si sentì dire: «No, no, Dio non vuole, se fai questo vai all'inferno!». Accecato dall'ira, la colpì ripetutamente con un punteruolo, infliggendole 14 ferite. Durante i disperati tentativi di cura all'ospedale Marietta invocò di continuo la Vergine e rimase lucida e serena, nonostante i dolori atroci. Il 6 luglio le fu messa al collo una medaglia, che sanciva la sua iscrizione alle Figlie di Maria, e i presenti videro il suo volto illuminarsi. Il sacerdote le chiese infine se perdonava Serenelli: «Sì, per amore di Gesù lo perdono, e voglio che venga con me in Paradiso». Alle 15:43 di quello stesso giorno, quando aveva 11 anni e 8 mesi, la vergine e martire Maria Goretti fece il suo ingresso nella gloria eterna.<br />Le grazie della sua santità si manifestarono presto. Serenelli passò 27 anni in carcere, ma già nel 1906 vide in sogno la santa nell'atto di offrirgli dei gigli. Dopo essere uscito di prigione chiese perdono in ginocchio ad Assunta, lavorò come ortolano dai Cappuccini e il 24 giugno 1950 fu presente alla canonizzazione di Maria: la folla di fedeli fu tale che per la prima volta la funzione religiosa si svolse in piazza San Pietro. Assunta, ormai anziana, assistette all'evento da una finestra del Palazzo Apostolico, diventando la prima mamma della storia a sentire proclamata la santità della figlia. Una figlia che la Provvidenza ha posto come lampada per far risplendere la luce di Cristo, prima che le virtù cristiane da lei fedelmente incarnate - dalla castità all'obbedienza ai genitori, dal sacrificio allo sguardo ai beni celesti - fossero sottoposte al disprezzo dei movimenti femministi e sessantottini, noncuranti dell'eternità. A cui invece guardò con gratitudine Serenelli.<br />LA MIA LUCE, LA MIA PROTETTRICE<br />L'omicida convertito così scrisse nel suo testamento spirituale: «Sono vecchio di quasi 80 anni, prossimo a chiudere la mia giornata. Dando uno sguardo al passato, riconosco che nella mia prima giovinezza infilai una strada falsa: la via del male che mi condusse alla rovina. Vedevo attraverso la stampa, gli spettacoli e i cattivi esempi che la maggior parte dei giovani segue quella via, senza darsi pensiero: ed io pure non me ne preoccupai [...]. Maria Goretti, ora santa, fu l'angelo buono che la Provvidenza aveva messo avanti ai miei passi. Ho impresse ancora nel cuore le sue parole di rimprovero e di perdono. Pregò per me, intercedette per me, suo uccisore. [...] Maria fu veramente la mia luce, la mia Protettrice; col suo aiuto mi diportai bene e cercai di vivere onestamente, quando la società mi riaccettò tra i suoi membri. [...] Coloro che leggeranno questa mia lettera vogliano trarre il felice insegnamento di fuggire il male, di seguire il bene, sempre, fin da fanciulli. Pensino che la religione coi suoi precetti non è una cosa di cui si può fare a meno, ma è il vero conforto, la unica via sicura in tutte le circostanze, anche le più dolorose della vita. Pace e bene!».<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/56006138</guid><pubDate>Wed, 05 Jul 2023 19:45:39 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/56006138/santa_maria_goretti_fu_definita_da_pio_xii_la_piccola_e_dolce_martire_della_purezza.mp3" length="8118901" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Descrizione in minuscolo ➜ https://www.youtube.com/watch?v=ADZQvN3Bitk

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5253

SANTA MARIA GORETTI FU DEFINITA DA PAPA PIO XII ''LA PICCOLA E DOLCE MARTIRE DELLA PUREZZA'' di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Descrizione in minuscolo ➜ https://www.youtube.com/watch?v=ADZQvN3Bitk<br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5253" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5253</a><br /><br />SANTA MARIA GORETTI FU DEFINITA DA PAPA PIO XII ''LA PICCOLA E DOLCE MARTIRE DELLA PUREZZA'' di Giovanni Alberti<br />È come un'antologia di virtù, ricca di insegnamenti oggi dimenticati dal mondo e perfino derisi, la vita eroica di santa Maria Goretti (1890-1902), «la piccola e dolce martire della purezza», come la chiamò Pio XII nel canonizzarla, che preferì la morte terrena anziché peccare con colui che divenne il suo carnefice. Seconda dei sei figli di Assunta Carlini e Luigi, due umili braccianti, era nata il 16 ottobre nel piccolo comune marchigiano di Corinaldo, ricevendo il Battesimo a 24 ore dalla nascita. I suoi genitori avevano una grande fede e, come dirà la madre, si curarono di dare ai figli un'educazione «perché crescessero buoni cristiani». Marietta, com'era chiamata, ricevette la Cresima a meno di sei anni e nell'ottobre 1897 si trasferì con la famiglia a Paliano, nel Lazio, dove i genitori, accettando la proposta del proprietario terriero e senatore Giacinto Scelsi, lavorarono come mezzadri al fianco di Giovanni Serenelli e del giovane figlio Alessandro, orfano della madre.<br />Nel 1899 lei e i familiari furono costretti a trasferirsi di nuovo e, insieme ai Serenelli, si accasarono nella cascina di un conte alle Ferriere di Conca, nel mezzo delle paludi pontine, ancora non bonificate. Da quelle parti la malaria era micidiale e appena un anno dopo si portò via il padre della santa, segnando un vero dramma familiare per i Goretti. Mamma Assunta, rimasta sola ad allevare i sei figli, dovette sostituire il marito nel lavoro dei campi, mentre Marietta si dedicò alle faccende di casa. Fu proprio lei, pur affranta dal dolore, a fortificare la madre con la sua fiducia nella Provvidenza: «Mamma, non ti preoccupare, Dio non ci abbandonerà». Dio lo cercava e lo trovava nel quotidiano. Si alzava di buon mattino prima degli altri, diceva le orazioni, sistemava il pollaio, preparava la colazione, svegliava i fratellini, li aiutava a prepararsi per la giornata e li faceva pregare.<br />Nutriva un amore filiale per la Madonna e alla sera, dopo una giornata di fatiche, si inginocchiava insieme ai fratellini per recitare il Rosario, «che le era indispensabile come l'aria che respirava», come testimonierà la mamma, alla quale i vicini dicevano spesso: «Che angelo di figlia avete!». Marietta non sapeva leggere ma aveva un grande desiderio di imparare «la dottrina» per poter fare in anticipo la Prima Comunione, che allora si riceveva abitualmente solo dopo il 12° anno di età. Moltiplicò i sacrifici per andare al catechismo, che poi insegnava con entusiasmo in famiglia, e il 16 giugno 1901 ricevette per la prima volta Gesù Eucaristico. Fu allora che maturò il proposito di morire piuttosto che commettere peccati, un fatto comune ad altri giovanissimi santi, come per esempio Domenico Savio. La Messa domenicale era per lei la gioia più grande e nulla le impediva di partecipare, né gli undici chilometri di distanza, percorsi a piedi, né le intemperie.<br />DIO NON VUOLE, SE FAI QUESTO VAI ALL'INFERNO!<br />Approfittando della mancanza del padre, i Serenelli rivelarono il loro lato peggiore. L'anziano Giovanni insidiò, invano, Assunta («osò farmi delle proposte infami») e lasciò spesso affamati i Goretti. Il figlio Alessandro tentò più volte Marietta, che respinse sempre i suoi approcci, desiderando rimanere casta. Il 5 luglio 1902 Alessandro, allora ventenne, trascinò con forza la piccola dentro la cucina, ma si sentì dire: «No, no, Dio non vuole, se fai questo vai all'inferno!». Accecato dall'ira, la colpì ripetutamente con un punteruolo, infliggendole 14 ferite. Durante i disperati tentativi di cura all'ospedale Marietta invocò di continuo la Vergine e...]]></itunes:summary><itunes:duration>508</itunes:duration><itunes:keywords>corinaldo,martire,pioxii,purezza,santamariagoretti</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ee0548f3a8c724da74d375186751ca15.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Le lettere di Santa Gianna Beretta Molla</title><link>https://www.spreaker.com/episode/le-lettere-di-santa-gianna-beretta-molla--55997657</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7470" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7470</a><br /><br />LE LETTERE DI SANTA GIANNA BERETTA MOLLA<br />Gianna Beretta Molla nacque a Magenta (Milano), nella casa di campagna dei nonni paterni, da genitori profondamente cristiani, entrambi Terziari francescani, il 4 ottobre 1922, festa di San Francesco d'Assisi, e l'11 ottobre, nella Basilica di San Martino, ricevette il S. Battesimo con il nome di Giovanna Francesca.<br />Era la decima di tredici figli, cinque dei quali morirono in tenera età e tre si consacrarono a Dio: Enrico, medico missionario cappuccino a Grajaù, in Brasile, col nome di padre Alberto; Giuseppe, sacerdote ingegnere nella diocesi di Bergamo; Virginia, medico religiosa canossiana missionaria in India.<br />La famiglia Beretta visse sino al 1925 a Milano, in Piazza Risorgimento n.10; durante i 18 anni della sua residenza milanese, frequentò assiduamente la Chiesa dei Padri Cappuccini in Corso Monforte.<br />Nel 1925, dopo che l'influenza spagnola si era portata via tre dei cinque figli che morirono in tenera età, e a seguito di un principio di tubercolosi della sorella maggiore Amalia, di sedici anni, la famiglia si trasferì a Bergamo in Borgo Canale n.1, dove l'aria di collina era più salubre.<br />Il papà di Gianna, Alberto, nato come lei a Magenta, era impiegato al Cotonificio Cantoni, e fece enormi sacrifici perché tutti i figli potessero studiare sino alla laurea, riducendo tutte quelle spese che riteneva essere spese inutili, come quando, di punto in bianco, smise di fumare il suo sigaro. Uomo dalla fede profonda, dalla pietà sincera, convinta e gioiosa, fu loro di grande esempio cristiano: ogni giorno si alzava alle 5 per recarsi alla S. Messa ed iniziare così, davanti al Signore e nel Suo nome, la sua giornata di lavoro. Anche la mamma, Maria De Micheli, nata a Milano, era donna dalla fede profonda, dall'ardente spirito di carità, dal carattere umile e al tempo stesso forte, fermo e deciso. Si recava anch'ella ogni giorno alla S. Messa, insieme ai suoi figlioli, dopo che il marito era partito per raggiungere con il treno, a Milano, il suo posto di lavoro. Mamma Maria si occupò di ciascun figlio come se ne avesse avuto uno solo; correggeva i suoi figlioli aiutandoli a capire i loro sbagli e talvolta bastava il solo sguardo. Fu loro sempre vicina: imparò persino il latino e il greco per seguirli meglio negli studi.<br />LA GIOVINEZZA<br />Gianna, sin dalla prima giovinezza, accolse con piena adesione il dono della fede e l'educazione limpidamente cristiana che ricevette dai suoi ottimi genitori, che con vigile sapienza la accompagnarono nella crescita umana e cristiana e la portarono a considerare la vita come un dono meraviglioso di Dio, ad avere una fiducia illimitata nella Divina Provvidenza, ad essere certa della necessità e dell'efficacia della preghiera. Fu da loro educata all'essenziale, alla sensibilità verso i poveri e le missioni, secondo lo stile francescano.<br />Immersa in questa atmosfera familiare di grande fede e amore per il Signore, Gianna ricevette la sua Prima Comunione a soli cinque anni e mezzo, il 4 aprile 1928, nella Parrocchia Prepositurale di Santa Grata a Bergamo Alta. Da quel giorno andò con la mamma tutte le mattine alla Messa: la S. Comunione divenne "il suo cibo indispensabile di ogni giorno", sostegno e luce della sua fanciullezza, adolescenza e giovinezza. Il 9 giugno 1930 ricevette la S. Cresima nel Duomo di Bergamo.<br />Crebbe serena, prodigandosi per i fratelli e le sorelle, senza mai stare in ozio: amava tutte le cose belle, la musica, la pittura, le gite in montagna.<br />In quegli anni non le mancarono prove, sofferenze e difficoltà, che però non produssero traumi o squilibri in Gianna, data la ricchezza e la profondità della sua vita spirituale, ma anzi ne affinarono la sensibilità e ne potenziarono la virtù.<br />Nel gennaio 1937 morì la sua carissima sorella Amalia, all'età di 26 anni, e la famiglia si trasferì a Genova Quinto al Mare, città che era anche sede universitaria e favoriva, così, lo stare tutti insieme, come era sempre stato desiderio di papà Alberto. Qui Gianna si iscrisse alla 5ª ginnasio presso l'Istituto delle Suore Dorotee.<br />Negli anni della residenza genovese, Gianna maturò profondamente la sua vita spirituale.<br />Durante un corso di S. Esercizi Spirituali, predicato per le alunne della scuola delle Suore Dorotee dal Padre Gesuita Michele Avedano nei giorni 16-18 marzo 1938, Gianna, a soli quindici anni e mezzo, fece l'esperienza fondamentale e decisiva della sua vita. Di questi Esercizi è rimasto il quadernetto, di trenta paginette, di Ricordi e Preghiere di Gianna, tra i cui propositi si legge: "Voglio temere il peccato mortale come se fosse un serpente; e ripeto di nuovo: mille volte morire piuttosto che offendere il Signore". E tra le sue preghiere: "O Gesù ti prometto di sottomettermi a tutto ciò che permetterai mi accada, fammi solo conoscere la tua Volontà...".<br />Contribuì in modo determinante a far maturare in pienezza il cammino spirituale di Gianna anche l'azione pastorale dell'ottimo Parroco di Quinto al Mare, il noto liturgista Mons. Mario Righetti: egli, che divenne suo direttore spirituale, l'ebbe attiva collaboratrice nell'Azione Cattolica come delegata delle Piccolissime, e le inculcò l'amore alla liturgia, che fu per lei una fonte di vita spirituale; proprio a Genova ella acquistò il messale quotidiano del Caronti, che usò ogni giorno.<br />Finita la quinta ginnasiale, i genitori di Gianna credettero bene farle sospendere le scuole per un anno affinchè rinforzasse la sua delicata costituzione, e lei si sottomise docilmente, passando così un anno in dolce compagnia dei genitori, contenta di avere l'occasione di conoscerli maggiormente per poter poi imitare sempre più le loro virtù.<br />Nell'ottobre 1939 riprese gli studi, frequentando il liceo classico nell'Istituto delle Suore Dorotee di Lido d'Albaro.<br />I bombardamenti su Genova provarono molto mamma Maria, già debole di cuore, e così la famiglia, nell'ottobre 1941, ritornò a Bergamo, nella casa dei nonni materni a San Vigilio.<br />Fu qui che Gianna, proprio nell'anno della maturità classica, perse entrambi i genitori, a poco più di quattro mesi di distanza l'una dall'altro, prima la mamma, il 29 aprile 1942, all'età di 55 anni, e poi il papà, il 10 settembre, all'età di 60 anni.<br /><br />LA MATURITÀ<br />Dopo la morte dei genitori, nell'ottobre 1942 Gianna ritornò, con tutti i fratelli e le sorelle, a Magenta, nella casa dove era nata.<br />Nel novembre dello stesso anno si iscrisse e frequentò la Facoltà di Medicina e Chirurgia, prima a Milano e poi a Pavia, dove si laureò il 30 novembre 1949.<br />Negli anni dell'università fu giovane dolce, volitiva e riservata, e andò sempre più affinando la sua spiritualità: quotidianamente ella partecipava alla S. Messa e alla S. Comunione, nel Santuario dell'Assunta nei giorni feriali, faceva la Visita al SS. Sacramento e la meditazione, recitava il S. Rosario.<br />Furono questi gli anni in cui, insieme alle sorelle Zita e Virginia, Gianna si inserì nella vita della comunità parrocchiale di San Martino, offrendo la propria collaborazione al Parroco, Mons. Luigi Crespi, e lavorando intensamente nell'educazione della gioventù nell'Oratorio delle Madri Canossiane, che divenne la sua seconda casa.<br />Mentre si dedicava con diligenza agli studi di medicina, tradusse la sua grande fede in un impegno generoso di apostolato tra le giovani nell'Azione Cattolica e di carità verso i vecchi e i bisognosi nelle Conferenze delle Dame di San Vincenzo, sapendo che "a Dio piace chi dona con entusiasmo" (2 Cor. 9,7): amava Dio e desiderava e voleva che molti lo amassero.<br />L'impressione che lasciava è riassunta da una sua compagna di liceo: "Gianna donava il suo sorriso aperto, pieno di dolcezza e di calma, riflesso della gioia serena e profonda dell'anima in pace".<br />Dopo la laurea in Medicina, il 1 luglio 1950 Gianna aprì un ambulatorio medico INAM a Mesero, mentre a Magenta continuò a sostituire, al bisogno, il fratello medico Ferdinando.<br />Si specializzò in Pediatria a Milano il 7 luglio 1952, e predilesse, tra i suoi assistiti, poveri, mamme, bambini e vecchi.<br />Mentre compiva la sua opera di medico, che sentiva e praticava come una missione, premurosa di aggiornare la sua competenza e di giovare al corpo e all'anima della sua gente, accrebbe il suo impegno generoso nell'Azione Cattolica, prodigandosi per le "giovanissime", e, al tempo stesso, continuò a sfogare con la musica, la pittura, lo sci e l'alpinismo la sua grande gioia di vivere e di godersi l'incanto del creato.<br />Si interrogava, pregando e facendo pregare, sulla sua vocazione, che considerava anch'essa un dono di Dio, perché: "Dal seguire bene la nostra vocazione dipende la nostra felicità terrena ed eterna."<br />Le lettere del fratello padre Alberto, che parlavano del lavoro cui doveva far fronte da solo ogni giorno, maturarono in lei la specifica vocazione missionaria e la decisione di raggiungerlo a Grajaù per aiutarlo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/55997657</guid><pubDate>Tue, 04 Jul 2023 21:55:13 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/55997657/le_lettere_di_santa_gianna_beretta_molla.mp3" length="25290754" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7470

LE LETTERE DI SANTA GIANNA BERETTA MOLLA
Gianna Beretta Molla nacque a Magenta (Milano), nella casa di campagna dei nonni paterni, da genitori profondamente cristiani, entrambi...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7470" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7470</a><br /><br />LE LETTERE DI SANTA GIANNA BERETTA MOLLA<br />Gianna Beretta Molla nacque a Magenta (Milano), nella casa di campagna dei nonni paterni, da genitori profondamente cristiani, entrambi Terziari francescani, il 4 ottobre 1922, festa di San Francesco d'Assisi, e l'11 ottobre, nella Basilica di San Martino, ricevette il S. Battesimo con il nome di Giovanna Francesca.<br />Era la decima di tredici figli, cinque dei quali morirono in tenera età e tre si consacrarono a Dio: Enrico, medico missionario cappuccino a Grajaù, in Brasile, col nome di padre Alberto; Giuseppe, sacerdote ingegnere nella diocesi di Bergamo; Virginia, medico religiosa canossiana missionaria in India.<br />La famiglia Beretta visse sino al 1925 a Milano, in Piazza Risorgimento n.10; durante i 18 anni della sua residenza milanese, frequentò assiduamente la Chiesa dei Padri Cappuccini in Corso Monforte.<br />Nel 1925, dopo che l'influenza spagnola si era portata via tre dei cinque figli che morirono in tenera età, e a seguito di un principio di tubercolosi della sorella maggiore Amalia, di sedici anni, la famiglia si trasferì a Bergamo in Borgo Canale n.1, dove l'aria di collina era più salubre.<br />Il papà di Gianna, Alberto, nato come lei a Magenta, era impiegato al Cotonificio Cantoni, e fece enormi sacrifici perché tutti i figli potessero studiare sino alla laurea, riducendo tutte quelle spese che riteneva essere spese inutili, come quando, di punto in bianco, smise di fumare il suo sigaro. Uomo dalla fede profonda, dalla pietà sincera, convinta e gioiosa, fu loro di grande esempio cristiano: ogni giorno si alzava alle 5 per recarsi alla S. Messa ed iniziare così, davanti al Signore e nel Suo nome, la sua giornata di lavoro. Anche la mamma, Maria De Micheli, nata a Milano, era donna dalla fede profonda, dall'ardente spirito di carità, dal carattere umile e al tempo stesso forte, fermo e deciso. Si recava anch'ella ogni giorno alla S. Messa, insieme ai suoi figlioli, dopo che il marito era partito per raggiungere con il treno, a Milano, il suo posto di lavoro. Mamma Maria si occupò di ciascun figlio come se ne avesse avuto uno solo; correggeva i suoi figlioli aiutandoli a capire i loro sbagli e talvolta bastava il solo sguardo. Fu loro sempre vicina: imparò persino il latino e il greco per seguirli meglio negli studi.<br />LA GIOVINEZZA<br />Gianna, sin dalla prima giovinezza, accolse con piena adesione il dono della fede e l'educazione limpidamente cristiana che ricevette dai suoi ottimi genitori, che con vigile sapienza la accompagnarono nella crescita umana e cristiana e la portarono a considerare la vita come un dono meraviglioso di Dio, ad avere una fiducia illimitata nella Divina Provvidenza, ad essere certa della necessità e dell'efficacia della preghiera. Fu da loro educata all'essenziale, alla sensibilità verso i poveri e le missioni, secondo lo stile francescano.<br />Immersa in questa atmosfera familiare di grande fede e amore per il Signore, Gianna ricevette la sua Prima Comunione a soli cinque anni e mezzo, il 4 aprile 1928, nella Parrocchia Prepositurale di Santa Grata a Bergamo Alta. Da quel giorno andò con la mamma tutte le mattine alla Messa: la S. Comunione divenne "il suo cibo indispensabile di ogni giorno", sostegno e luce della sua fanciullezza, adolescenza e giovinezza. Il 9 giugno 1930 ricevette la S. Cresima nel Duomo di Bergamo.<br />Crebbe serena, prodigandosi per i fratelli e le sorelle, senza mai stare in ozio: amava tutte le cose belle, la musica, la pittura, le gite in montagna.<br />In quegli anni non le mancarono prove, sofferenze e difficoltà, che però non produssero traumi o squilibri in Gianna, data la ricchezza e la profondità della sua vita spirituale, ma anzi ne affinarono la sensibilità e ne potenziarono la virtù.<br />Nel gennaio...]]></itunes:summary><itunes:duration>1581</itunes:duration><itunes:keywords>fibroma,giannaberettamolla,medico,terziarifrancescani,vita</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3ad5b39489862b91059edef4a6c3927f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Antonietta Meo, testimone di Gesù Crocifisso a 6 anni</title><link>https://www.spreaker.com/episode/antonietta-meo-testimone-di-gesu-crocifisso-a-6-anni--55428765</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1471" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1471</a><br /><br />ANTONIETTA MEO, TESTIMONE DI GESU' CROCIFISSO A 6 ANNI di Piersandro Vanzan S. I.<br />Nennolina nasce in una famiglia di solidi principi morali e religiosi, dove si recita il Rosario ogni giorno. E' una bambina molto vispa, sempre allegra, che ama cantare. Un giorno cade sbattendo il ginocchio su un sasso. Ma il dolore sembra non voler passare. I medici, che inizialmente non capiscono la natura del suo male, alla fine le diagnosticano un "osteosarcoma", un tumore alle ossa. Le viene quindi amputata la gamba. Nennolina, che ha poco più di cinque anni, mette allora una pesante protesi ortopedica; comincia la salita al calvario, ma la vivacità è quella di sempre...<br />Il 17 dicembre 2007 il Santo Padre, Benedetto XVI, ha autorizzato la Congregazione delle cause dei santi a promulgare il decreto sulle virtù eroiche di Antonietta Meo, così la piccola è stata dichiarata "Venerabile". Potrebbe presto diventare la più giovane beata non martire nella storia della Chiesa, è infatti già allo studio una presunta guarigione miracolosa, segnalata negli Stati Uniti.<br />Il suo corpo, dal 5 luglio del 1999, riposa in una piccola cappella adiacente a quella dove si conservano le reliquie della Passione di Gesù, all'interno della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme.<br />Quella di Nennolina è una storia dolorosa, un'apparente storia ordinaria di quel vasto mondo dell'infanzia sofferente, ma è anche una storia rischiarata da una luce straordinaria, che illumina chi vi si accosta, introducendo al senso di quel grande mistero della vita che è il "dolore innocente"...<br />ANTONIETTA MEO, DETTA NENNOLINA: UNA MISTICA DI SEI ANNI<br />[...] Tra i piccoli grandi santi vogliamo ricordare Antonietta Meo (Roma, 1 dicembre 1930 - 5 luglio 1937) detta Nennolina perché, come scrive la mamma nel diario, "Antonietta sembrava troppo lungo. Allora pensammo di chiamarla con un diminutivo e dopo diversi pareri decidemmo per Nenne. Di qui poi il vezzeggiativo Nennolina". [...]<br />Battezzata nella festa dei Santi Innocenti in Santa Croce di Gerusalemme, chiesa parrocchiale della famiglia, mai data e luogo furono più carichi di significato alla luce di quanto successe poi a questa bimba. Una vicenda profondamente segnata dalla croce di Cristo, abbracciata nella gioiosa convinzione dell'adimpleo paolino - "Completo in me quanto manca alle sofferenze di Cristo" (Col 1,24) - e costellata di fatti straordinari, generalmente riferiti nelle letterine che Antonietta dettò alla mamma. I contenuti di queste letterine, uniti ai fatti straordinari che vedremo più avanti, rivelano, secondo gli specialisti, un'autentica tipologia di esperienza mistica. Tanto più singolare in quanto Antonietta è una bimba normalissima: a 3 anni frequenta l'asilo delle suore, a 5 iscritta nelle "piccolissime" della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, a 6 inizia la prima elementare dalle stesse religiose e diventa "beniamina" della Gioventù Femminile. Ma già nell'aprile 1936 un osteosarcoma richiede l'amputazione della gamba sinistra e così inizia la sua dolorosissima via crucis, ma anche la sua ineffabile esperienza di Dio.<br />Nel settembre 1936 va in prima elementare con una protesi che le dà molto fastidio, come dice a Gesù: "Ogni passo che faccio sia una parolina d'amore" (26 marzo 1937). Pure allacciargliela era difficile, perché non stava mai ferma, e Caterina, la domestica, ricorda che una volta le disse: "Tu vuoi sempre giocare e io non ho tempo da perdere; non ti metto più l'apparecchio". Nennolina allora tutta seria rispose: "Sii buona; starò ferma [...] Io lo porto per amor di Gesù e tu mettimelo per amore di Gesù". Infine, sconcertante per noi è leggere che il 25 aprile, anniversario dell'amputazione, lo volle celebrare con una novena alla Madonna di Pompei, perché le aveva ottenuto la grazia di offrire la sua gamba a Gesù, e con "un gran pranzo e aprire la bottiglia per fare il brindisi".<br />Colpiti da quelle letterine e dalla maturità spirituale di Nennolina, preti e amici consigliarono la famiglia di anticipare la Prima Comunione alla notte di Natale 1936, nella cappella delle religiose sue insegnanti. Il 19 maggio 1937 ricevette pure la Cresima, alla quale è legata non solo un'impressionante, nuova conoscenza esperienziale dello Spirito Santo, ma anche la sua eccezionale insistenza nel chiedere i Sette doni. Era ormai la vigilia degli ultimi tremendi 40 giorni, e quello della fortezza si manifestò come il dono più vistoso. L'amputazione della gamba, purtroppo, non aveva fermato il tumore che, a metà giugno, si rivelò con metastasi al capo, a una mano e al piede, cistite, mughetto alla bocca e alla gola. Lancinanti i mali e ancor più le terapie: puntura esplorativa al polmone sinistro, estrazione di liquido dallo stesso, resezione di tre costole effettuata con semplice anestesia locale, data l'insufficienza cardiaca.<br />In breve, nella vicenda di Antonietta si coniuga l'irruzione di una Grazia "tremenda e fascinosa" con una risposta generosa al massimo, e si rivelano così le meraviglie che il Dio e Padre di Gesù Cristo, nella potenza dello Spirito Santo, ama compiere sia nei "piccoli" come Maria (cfr. Magnificat), sia in quelli la cui età viene considerata immatura e nella quale invece si confermano le parole di Gesù: "Ti ringrazio, o Padre, perché hai nascosto queste cose ai dotti e le hai rivelate ai piccoli" (Me 11,25). Insomma, quello che sconcerta psicologi veterofreudiani o teologi iperscolastici è che Dio arricchisca di grazie speciali anche una Nennolina e che, senza forzarne la natura ma perfezionandola con la Grazia, realizzi in lei tanto una squisita finezza nelle cose dello Spirito quanto una eroicità nel patire-offrire che difficilmente si trova in persone di età matura e dopo un lungo cammino di fede.<br />COEFFICIENTI UMANI NELL'EVOLUZIONE SOPRANNATURALE DI NENNOLINA<br />Per valutare adeguatamente le meraviglie che Dio ha operato in questa bimba - e non restare sconcertati dalla via crucis percorsa nel cammino verso il Padre -, giova ricordare i fattori umani che ne accelerano la crescita spirituale e mistica: la famiglia, la parrocchia, l'associazionismo - nella fattispecie la Gioventù Femminile - e la scuola cattolica. Da questi ambiti la bimba ricavò linfe spirituali e apostoliche, tipiche nella teologia e pastorale degli anni trenta, che lei però ha sintetizzato in modo originale, tanto a livello del vissuto, quanto nella traduzione orante di esso. Volendo concentrarci di più sulla famiglia, alla parrocchia, alla scuola e all'associazionismo riserviamo poche cenni, sufficienti tuttavia per cogliere l'ottima sinergia esistente tra queste agenzie educative.<br />Circa i sacerdoti, ricordiamo l'incontro di Nennolina con p. B. Orlandi (12 settembre 1936) - decisivo ai fini della Prima Comunione - e l'importanza del suo confessore, mons. Dottarelli (già famoso per il ruolo avuto nell'ordinazione sacerdotale di G. De Luca).<br />Nennolina domandava spesso a Gesù di farle trovare un buon confessore, perché "vorrei farmi santa" (8 novembre e 21 dicembre 1936). Poi, trovatolo, raccomanda continuamente a Gesù "di fargli tutte le grazie necessarie" (2 giugno 1937). Di fatto, nei processi canonici vediamo quanto tatto mons. Dottarelli usò con Antonietta, non solo durante la via crucis - insegnandole a soffrire e offrire -, ma anche nel discernere le grazie straordinarie dell'ultimo periodo e nel raccomandarle di far silenzio con tutti.<br />Per quanto riguarda l'associazionismo - mamma e papà ne davano continui esempi - i biografi sottolineano l'entusiasmo di Nennolina per ogni iniziativa, medaglia o pagellina della Gioventù Femminile, mentre per l'influsso delle suore, oltre alla gioia di Antonietta nel frequentare la scuola e il catechismo - lo dice ripetutamente a Gesù: "Ci vado volentieri, perché si imparano tante belle cose di Te e dei tuoi Santi" -, trapela spesso un evidente fascino imitativo, come quando scrive: "Voglio farmi suora, per essere la tua sposa, caro Gesù, e salvare molte anime" (5 e 21 dicembre 1936). Infine, nelle varie testimonianze raccolte al processo, le suore ricordano una caratteristica, anche un po' spettacolare, di Nennolina: chiedeva perdono, mettendosi in ginocchio e baciando la mano di chi la perdonava.<br />Ma veniamo al fattore principale, la famiglia. Come quasi sempre accade - lo ricordava anche il Papa nella sua Lettera ai bambini -, la santità di Nennolina attecchisce nel buon terreno di una famiglia romana degli anni trenta, in cui regna un'atmosfera di serenità amorosa e di profonda fede. E' una famiglia che gode un certo benessere (il papà lavora alla Presidenza del Consiglio), tanto da permettersi una "ragazza alla pari" (dal 1933, Caterina: 17 anni di Colfiorito). Religiosissimi, i Meo non solo pregano molto - nei vari momenti del giorno e a sera recitando, tutti assieme, il Rosario -, ma sono anche caritatevoli verso i poveri, sicché non meraviglia il contagio riportatone da Nennolina. Ricorda la mamma che, quando incontrava un povero, "voleva un soldino bianco [di nichel] e glielo porgeva con tanta grazia: i suoi occhi sfavillavano di gioia alle benedizioni del beneficato. A casa, era sempre lei che voleva porgere l'elemosina ai poveri che venivano a bussare".]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/55428765</guid><pubDate>Wed, 28 Jun 2023 20:22:02 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/55428765/antonietta_meo_testimone_di_ges_crocifisso_a_6_anni.mp3" length="24623273" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1471

ANTONIETTA MEO, TESTIMONE DI GESU' CROCIFISSO A 6 ANNI di Piersandro Vanzan S. I.
Nennolina nasce in una famiglia di solidi principi morali e religiosi, dove si recita il Rosario...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1471" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1471</a><br /><br />ANTONIETTA MEO, TESTIMONE DI GESU' CROCIFISSO A 6 ANNI di Piersandro Vanzan S. I.<br />Nennolina nasce in una famiglia di solidi principi morali e religiosi, dove si recita il Rosario ogni giorno. E' una bambina molto vispa, sempre allegra, che ama cantare. Un giorno cade sbattendo il ginocchio su un sasso. Ma il dolore sembra non voler passare. I medici, che inizialmente non capiscono la natura del suo male, alla fine le diagnosticano un "osteosarcoma", un tumore alle ossa. Le viene quindi amputata la gamba. Nennolina, che ha poco più di cinque anni, mette allora una pesante protesi ortopedica; comincia la salita al calvario, ma la vivacità è quella di sempre...<br />Il 17 dicembre 2007 il Santo Padre, Benedetto XVI, ha autorizzato la Congregazione delle cause dei santi a promulgare il decreto sulle virtù eroiche di Antonietta Meo, così la piccola è stata dichiarata "Venerabile". Potrebbe presto diventare la più giovane beata non martire nella storia della Chiesa, è infatti già allo studio una presunta guarigione miracolosa, segnalata negli Stati Uniti.<br />Il suo corpo, dal 5 luglio del 1999, riposa in una piccola cappella adiacente a quella dove si conservano le reliquie della Passione di Gesù, all'interno della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme.<br />Quella di Nennolina è una storia dolorosa, un'apparente storia ordinaria di quel vasto mondo dell'infanzia sofferente, ma è anche una storia rischiarata da una luce straordinaria, che illumina chi vi si accosta, introducendo al senso di quel grande mistero della vita che è il "dolore innocente"...<br />ANTONIETTA MEO, DETTA NENNOLINA: UNA MISTICA DI SEI ANNI<br />[...] Tra i piccoli grandi santi vogliamo ricordare Antonietta Meo (Roma, 1 dicembre 1930 - 5 luglio 1937) detta Nennolina perché, come scrive la mamma nel diario, "Antonietta sembrava troppo lungo. Allora pensammo di chiamarla con un diminutivo e dopo diversi pareri decidemmo per Nenne. Di qui poi il vezzeggiativo Nennolina". [...]<br />Battezzata nella festa dei Santi Innocenti in Santa Croce di Gerusalemme, chiesa parrocchiale della famiglia, mai data e luogo furono più carichi di significato alla luce di quanto successe poi a questa bimba. Una vicenda profondamente segnata dalla croce di Cristo, abbracciata nella gioiosa convinzione dell'adimpleo paolino - "Completo in me quanto manca alle sofferenze di Cristo" (Col 1,24) - e costellata di fatti straordinari, generalmente riferiti nelle letterine che Antonietta dettò alla mamma. I contenuti di queste letterine, uniti ai fatti straordinari che vedremo più avanti, rivelano, secondo gli specialisti, un'autentica tipologia di esperienza mistica. Tanto più singolare in quanto Antonietta è una bimba normalissima: a 3 anni frequenta l'asilo delle suore, a 5 iscritta nelle "piccolissime" della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, a 6 inizia la prima elementare dalle stesse religiose e diventa "beniamina" della Gioventù Femminile. Ma già nell'aprile 1936 un osteosarcoma richiede l'amputazione della gamba sinistra e così inizia la sua dolorosissima via crucis, ma anche la sua ineffabile esperienza di Dio.<br />Nel settembre 1936 va in prima elementare con una protesi che le dà molto fastidio, come dice a Gesù: "Ogni passo che faccio sia una parolina d'amore" (26 marzo 1937). Pure allacciargliela era difficile, perché non stava mai ferma, e Caterina, la domestica, ricorda che una volta le disse: "Tu vuoi sempre giocare e io non ho tempo da perdere; non ti metto più l'apparecchio". Nennolina allora tutta seria rispose: "Sii buona; starò ferma [...] Io lo porto per amor di Gesù e tu mettimelo per amore di Gesù". Infine, sconcertante per noi è leggere che il 25 aprile, anniversario dell'amputazione, lo volle celebrare con una novena alla Madonna di Pompei, perché le aveva...]]></itunes:summary><itunes:duration>1539</itunes:duration><itunes:keywords>antoniettameo,gesùcrocifisso,nennolina,osteosarcoma,santacroceingerusalemme</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/5122eac70576adc534de4e2e87524ecb.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Germana Cousin, la santa di cui avevamo bisogno</title><link>https://www.spreaker.com/episode/germana-cousin-la-santa-di-cui-avevamo-bisogno--54111078</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7434" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7434</a><br /><br />GERMANA COUSIN, LA SANTA DI CUI AVEVAMO BISOGNO di Suor Maria Teresa Ribeiro Matos<br />Le finestre alte e strette, le ampie torri e la facciata murata per metà davano un aspetto di fortezza alla piccola chiesa medievale di Santa Maria Maddalena, nel villaggio francese di Pibrac.<br />Il villaggio si trovava a pochi chilometri dalla grande e sviluppata città che dominava il sud della Francia e che aveva accumulato molta fama nel corso dei secoli: Tolosa. Tra gli innumerevoli avvenimenti che componevano la sua storia, c'era stata la partenza per la Prima Crociata del suo conte, il non poco ambizioso Raimondo IV; aveva poi assistito agli innumerevoli colpi inferti nelle sue vicinanze dalla spada di Simon de Montfort in lotta contro l'eresia catara; e in seguito era stata anche teatro di battaglie sanguinose tra cattolici e ugonotti protestanti.<br />Tuttavia, questi episodi - e moltissimi altri - avevano poco effetto sulla vita semplice di campagna degli abitanti di Pibrac. Il bestiame, le difficoltà climatiche per i raccolti e, a volte, la guerra assorbivano completamente quella gente. Un'esistenza dignitosa e pia sostenuta da un lavoro onesto era tutto ciò che desideravano. Finché un pomeriggio del 1644, un evento modificò la routine del villaggio e, successivamente, lo rese famoso fino ai confini del mondo cattolico.<br /><br />UNA SCOPERTA ECCEZIONALE<br />Guillaume Cassé lavora con impegno sul pavimento della chiesa di Pibrac per rimuovere una spessa lastra. Una pia parrocchiana è deceduta e i suoi parenti desiderano che il corpo riposi nel sacro recinto in attesa della resurrezione finale. Dopo numerosi colpi e molto sforzo, il becchino conficca di nuovo il suo piccone, facendolo penetrare in profondità e staccando la pietra dal suolo.<br />Improvvisamente, si sente un grido di stupore che attira tutti i presenti presso l'apertura. Contemplano qualcosa di prodigioso e spaventoso allo stesso tempo: il corpo di una fanciulla giace lì in perfetto stato. Sembra così viva che tutti percepiscono il segno rosso che il piccone di Guillaume ha lasciato sul suo viso. Che miracolo!<br />La notizia si diffonde presto nel villaggio e tutti accorrono curiosi. Chi era quella Santa, nata nel loro ambiente, ma delle cui virtù non si erano nemmeno resi conto? Alla fine, alcuni di maggiore esperienza e di età avanzata la riconoscono: è Germana Cousin, la povera pastorella scrofolosa che era morta più di quarant'anni prima.<br />Anche senza sapere molto di come era vissuta o di quello che aveva fatto, la gente la tolse da terra e cominciò a venerarla su un lato del tempio, non avendo il minimo dubbio che tanta pace, serenità e giovialità potessero emanare solo da un corpo la cui anima era molto vicina a Dio e alla Santissima Vergine.<br />Ma, allora, chi era quella giovane, tanto attraente quanto sconosciuta?<br /><br />UNA VITA DI STENTI E MALTRATTAMENTI<br />La Storia non registra con sicurezza il nome dei genitori di Germana, ma si sa che apparteneva alla famiglia Cousin, proprietaria di una fattoria a Pibrac.<br />Oltre al suo braccio destro atrofizzato, la cui deformazione si poteva constatare nel suo corpo angelico, Germana aveva sofferto una terribile malattia, la scrofolosi. A quel tempo, questa malattia era incurabile e, essendo contagiosa, portava alla bambina, oltre alla sofferenza fisica, il disprezzo e il trattamento disumano da parte della sua matrigna.<br />Tra le umiliazioni che questa le infliggeva c'era il divieto di avvicinarsi alla tavola della famiglia e la costrizione a dormire in un angolo del corridoio o addirittura nella stalla, da dove doveva uscire la mattina presto per passare la giornata nei campi a badare al gregge. Questo era l'unico compito per il quale era giudicata capace e che aiutava oltretutto a tenerla lontana da casa. Nei mesi di freddo o di caldo indossava sempre gli stessi vestiti e le veniva dato solo un pezzo di pane da mangiare.<br />Per tutto il giorno, Germana guidava il gregge attraverso la foresta di Bouconne o per i prati vicino al villaggio, assicurandosi che nessuna pecora si allontanasse o fosse attaccata dai lupi. Chiunque l'avesse incontrata in quei momenti non avrebbe potuto farsi un'idea di quanto soffrisse. Sempre allegra, nobile e generosa, la pastorella non passava le sue ore di solitudine pensando alle tristezze e alle difficoltà della vita. Lontana dalle agitazioni del mondo, dall'euforia delle passioni e dalle ambizioni umane, coglieva l'occasione per contemplare le meraviglie del creato che riflettevano così bene Dio e sua Madre, a cui la giovane dedicava un affetto speciale.<br />Tuttavia, non erano rare le giornate che finivano in botte e punizioni da parte della matrigna, che scaricava il suo cattivo umore sull'innocente bambina.<br /><br />L'AMORE A GESU' SACRAMENTO E MARIA SANTISSIMA<br />Non perdeva mai un momento di profonda relazione con Gesù e Maria<br />Se gli abitanti di Pibrac vedevano poco Germana e non sapevano quasi nulla delle sue occupazioni, in un luogo era sicuro che avrebbero potuto trovarla tutti i giorni: la chiesa parrocchiale. Quando sentiva le campane che chiamavano i fedeli presso Dio, la pastorella affidava il gregge a un conoscente - e quando non trovava nessuno che l'aiutasse, affidava le pecore ai suoi compagni celesti - e si dirigeva senza attardarsi alla celebrazione dell'Eucaristia.<br />Anche senza studi, la bambina sapeva discernere il valore infinito del Santissimo Sacramento, non trovando nessun motivo sufficientemente valido per perdere quell'ora di comunione con il suo Divin Modello, lì presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. E si rallegrava di poterLo ricevere in ogni giorno di festa.<br />Nella routine della pastorella era sacra anche l'ora dell'Angelus, che risuonava dal campanile. Ovunque e comunque si trovasse, interrompeva qualsiasi cosa stesse facendo, si metteva in ginocchio e recitava la preghiera, venerando il momento culminante in cui Maria disse "sì" e il piano di Dio si realizzò nella Storia. Non esitò ad inginocchiarsi nemmeno quando, una volta, si trovava in mezzo alle acque di un fiume al rintocco della campana durante la traversata, o a imbrattarsi di fango perché stava passando per un luogo paludoso.<br />Un altro elemento forte della pietà di Germana era la recita del Rosario, attraverso il quale cresceva in intimità con Colei che è il Paradiso di Dio. Da questa profonda relazione traeva le forze necessarie per affrontare con coraggio, fiducia e spirito soprannaturale la sua difficile esistenza e per farne uno strumento di combattimento per Dio stesso.<br />Se, girando la maniglia di una porta, la Santissima Vergine dava più gloria a Dio di un martire nei suoi tormenti, quanto valore avranno avuto le malattie, le fatiche, l'isolamento e i maltrattamenti che soffriva Germana, uniti ai meriti di Maria?<br />Questa era la ragione della costante serenità e della gioia che la giovinetta comunicava, portando la dimenticanza di sé fino all'eroismo. In un'occasione, notandola ancora più debole e senza forze, seppero che quella settimana si era privata del suo unico pezzo di pane per darlo a un povero, svenuto per la fame e incontrato per strada.<br /><br />UNA VITA UMILE MA PIENA DI FEDE<br />Sebbene il popolo di Pibrac non le prestasse attenzione, la sua famiglia la disprezzasse e nessuno riconoscesse le sue virtù, senza dubbio molti sentivano nel profondo della loro anima che questa pastorella rappresentava qualcosa di più alto, più adatto al Cielo che alla terra. Nel suo processo di canonizzazione non mancarono testimoni di questo e ci furono persino resoconti di eventi miracolosi avvenuti con la bambina.<br />Per esempio, una volta si avvicinò al fiume Courbet, che attraversava sempre per raggiungere la chiesa. Quel giorno, però, la pioggia era stata intensa e la corrente era forte. Senza esitare, Germana avanzò in direzione delle acque, esse si calmarono e le permisero di passare tranquillamente.<br />Ci fu anche chi attestò un miracolo simile a quello accaduto a Santa Elisabetta d'Ungheria: in pieno inverno, Germana uscì di casa nascondendo nel suo grembiule dei pezzi di pane per i poveri. Accorgendosi del volume che la giovinetta portava, la matrigna le corse dietro furiosamente e le aprì con forza il tessuto, facendo cadere a terra innumerevoli fiori...<br />Nella sofferenza e nell'annullamento, con la salute che si indeboliva sempre più, la pastorella raggiungeva i suoi ventidue anni.<br />Una mattina, probabilmente nell'anno 1601, il gregge non uscì al pascolo. Cosa era successo? Entrarono nella stalla e videro che l'anima di Germana era salita all'eternità con la stessa serenità con cui aveva vissuto; solo il suo corpo era rimasto disteso in mezzo alle pecore. E solo da loro sarebbe stata venerata, se l'Altissimo non avesse voluto rivelare alla Storia la grandezza di quest'anima nascosta agli occhi degli uomini, "ma scelta e preziosa agli occhi di Dio" (1 Pt 2, 4).<br />Non una parola uscita dalle labbra di Germana fu mai registrata, ma lei insegnò al mondo intero come il vero valore, la gloria e il successo sono quelli conquistati davanti a Dio. Il corpo conservato intatto, gli innumerevoli miracoli e la continua devozione dei fedeli dimostrano l'impegno dell'Altissimo nel difendere una causa che era solamente sua!<br /><br />L'INIZIO DEI MIRACO]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/54111078</guid><pubDate>Tue, 06 Jun 2023 21:44:29 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/54111078/germana_cousin_la_santa_di_cui_avevamo_bisogno.mp3" length="19091583" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7434

GERMANA COUSIN, LA SANTA DI CUI AVEVAMO BISOGNO di Suor Maria Teresa Ribeiro Matos
Le finestre alte e strette, le ampie torri e la facciata murata per metà davano un aspetto di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7434" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7434</a><br /><br />GERMANA COUSIN, LA SANTA DI CUI AVEVAMO BISOGNO di Suor Maria Teresa Ribeiro Matos<br />Le finestre alte e strette, le ampie torri e la facciata murata per metà davano un aspetto di fortezza alla piccola chiesa medievale di Santa Maria Maddalena, nel villaggio francese di Pibrac.<br />Il villaggio si trovava a pochi chilometri dalla grande e sviluppata città che dominava il sud della Francia e che aveva accumulato molta fama nel corso dei secoli: Tolosa. Tra gli innumerevoli avvenimenti che componevano la sua storia, c'era stata la partenza per la Prima Crociata del suo conte, il non poco ambizioso Raimondo IV; aveva poi assistito agli innumerevoli colpi inferti nelle sue vicinanze dalla spada di Simon de Montfort in lotta contro l'eresia catara; e in seguito era stata anche teatro di battaglie sanguinose tra cattolici e ugonotti protestanti.<br />Tuttavia, questi episodi - e moltissimi altri - avevano poco effetto sulla vita semplice di campagna degli abitanti di Pibrac. Il bestiame, le difficoltà climatiche per i raccolti e, a volte, la guerra assorbivano completamente quella gente. Un'esistenza dignitosa e pia sostenuta da un lavoro onesto era tutto ciò che desideravano. Finché un pomeriggio del 1644, un evento modificò la routine del villaggio e, successivamente, lo rese famoso fino ai confini del mondo cattolico.<br /><br />UNA SCOPERTA ECCEZIONALE<br />Guillaume Cassé lavora con impegno sul pavimento della chiesa di Pibrac per rimuovere una spessa lastra. Una pia parrocchiana è deceduta e i suoi parenti desiderano che il corpo riposi nel sacro recinto in attesa della resurrezione finale. Dopo numerosi colpi e molto sforzo, il becchino conficca di nuovo il suo piccone, facendolo penetrare in profondità e staccando la pietra dal suolo.<br />Improvvisamente, si sente un grido di stupore che attira tutti i presenti presso l'apertura. Contemplano qualcosa di prodigioso e spaventoso allo stesso tempo: il corpo di una fanciulla giace lì in perfetto stato. Sembra così viva che tutti percepiscono il segno rosso che il piccone di Guillaume ha lasciato sul suo viso. Che miracolo!<br />La notizia si diffonde presto nel villaggio e tutti accorrono curiosi. Chi era quella Santa, nata nel loro ambiente, ma delle cui virtù non si erano nemmeno resi conto? Alla fine, alcuni di maggiore esperienza e di età avanzata la riconoscono: è Germana Cousin, la povera pastorella scrofolosa che era morta più di quarant'anni prima.<br />Anche senza sapere molto di come era vissuta o di quello che aveva fatto, la gente la tolse da terra e cominciò a venerarla su un lato del tempio, non avendo il minimo dubbio che tanta pace, serenità e giovialità potessero emanare solo da un corpo la cui anima era molto vicina a Dio e alla Santissima Vergine.<br />Ma, allora, chi era quella giovane, tanto attraente quanto sconosciuta?<br /><br />UNA VITA DI STENTI E MALTRATTAMENTI<br />La Storia non registra con sicurezza il nome dei genitori di Germana, ma si sa che apparteneva alla famiglia Cousin, proprietaria di una fattoria a Pibrac.<br />Oltre al suo braccio destro atrofizzato, la cui deformazione si poteva constatare nel suo corpo angelico, Germana aveva sofferto una terribile malattia, la scrofolosi. A quel tempo, questa malattia era incurabile e, essendo contagiosa, portava alla bambina, oltre alla sofferenza fisica, il disprezzo e il trattamento disumano da parte della sua matrigna.<br />Tra le umiliazioni che questa le infliggeva c'era il divieto di avvicinarsi alla tavola della famiglia e la costrizione a dormire in un angolo del corridoio o addirittura nella stalla, da dove doveva uscire la mattina presto per passare la giornata nei campi a badare al gregge. Questo era l'unico compito per il quale era giudicata capace e che aiutava oltretutto a tenerla lontana da...]]></itunes:summary><itunes:duration>1194</itunes:duration><itunes:keywords>germanacousin,pastorella,pibrac,scrofolosi,umiliazioni</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/23ef6854482c1662a5643b86f795cb32.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Bonifacio, padre dei popoli germanici</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-bonifacio-padre-dei-popoli-germanici--54045741</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7424" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7424</a><br /><br />SAN BONIFACIO, PADRE DEI POPOLI GERMANICI<br />Entrò a 7 anni in un monastero benedettino e qui scoprì il segreto per trionfare su se stesso, sulla barbarie e sull'inferno: diventò vescovo ed evangelizzò mezza Germania per poi coronare la sua vita con il martirio<br />di Suor M. Teresa Ribeiro<br />Belle parate militari, città perfettamente organizzate, salsicce succulente, boschi la cui disposizione obbedisce a una regolarità impeccabile: ecco alcuni degli indiscutibili pregi della Germania.<br />In essi risplende l'innocenza nell'ordine di battaglia, che affascina, colpisce e suscita ammirazione. Frutti autentici di un popolo civile e appassionato di disciplina, questi e molti altri aspetti fiorirono, sotto la benedizione della Santa Chiesa, al calore di anime valorose che segnarono la Storia.<br />Soffermiamoci in queste righe a contemplarne una: l'uomo provvidenziale cui toccò la missione di cristianizzare i popoli al di là del Reno e offrire per essi la sua vita in olocausto. Di questo instancabile apostolo scriveva un antico biografo: "Il santo vescovo Bonifacio può essere chiamato padre di tutti gli abitanti della Germania, perché li ha generati per Cristo con la parola della santa predicazione, li ha confermati con i suoi esempi, e infine arrivò a dare per loro la sua vita, che è la più grande prova d'amore".<br />Torniamo ora alla fine del settimo secolo, quando la vita sublime, disciplinata ed edificante dell'Ordine di San Benedetto si stava espandendo in tutta Europa. Vere e proprie fabbriche di eroi, le loro abbazie formavano uomini e donne in un regime di equilibrio e sacralità propizio a ordinare le tendenze della natura verso ideali di grande respiro.<br />Le anime che lì si santificavano nella fedeltà al loro fondatore, al suo carisma e alla sua regola diventavano adatte ai viaggi e alle azioni più ardite, alle arti e ai pensieri più elaborati, alle sofferenze e ai martìri più terribili, per la gloria di Dio e per il bene del prossimo.<br />Anche l'Inghilterra, recentemente cristianizzata da Sant'Agostino di Canterbury, era stata affascinata dalle grazie benedettine. E fu lì che, intorno all'anno 680, nacque un bambino che si lasciò rapidamente incantare da questo stile di vita. A soli cinque anni, Winfrido, di famiglia anglosassone, chiede di entrare in un'abbazia. Suo padre resiste, giudicandolo ancora molto piccolo, ma due anni dopo gli permette di entrare nel monastero di Nursling.<br />Educato nella saggia regola dell' "ora et labora", il piccolo impara il latino, la metrica, la poesia e l'esegesi. Da adolescente, diventa insegnante di grammatica latina, compone diverse poesie in questa lingua e scrive alcuni trattati.<br />UN UOMO SACRALE<br />Al pari della brillante cultura, la sua anima è raffinata nelle virtù proprie di un religioso. Con l'obbedienza conquista il dominio sulla propria volontà; con la castità assomiglia agli Angeli; con l'umiltà impara a volere il massimo, non per se stesso ma per la gloria di Dio; con la preghiera e la contemplazione ascende al Cielo, svolgendo tutte le sue attività con la mente posta sui più alti orizzonti soprannaturali.<br />Diventa così un uomo sacro, che non si accontenta di possedere in sé la sublimità della grazia, ma desidera conquistare tutta la terra per Dio. Un segno dell'autenticità dei suoi desideri è la disposizione a superare qualsiasi ostacolo e ad accettare tutte le sfide interiori ed esteriori.<br />Winfrido fu ordinato sacerdote nell'anno 710, quando probabilmente aveva trent'anni. Quando viene convocato il sinodo del Wessex, riceve dall'Arcivescovo di Canterbury una delicata missione in cui ottiene un tale successo che la sua fama comincia presto a diffondersi. Quando se ne rende conto, chiede al suo superiore il permesso di essere missionario, rinunciando a qualsiasi prestigio mondano.<br />Gli occhi del santo sacerdote si rivolgono a un popolo non istruito ma pieno di vigore. Dopo essersi affidato a innumerevoli comunità religiose, che cominciarono a pregare per il successo della sua impresa, nell'anno 716 sbarcò sulle coste della Frisia, nelle vicinanze dell'attuale Utrecht.<br />Dopo alcuni mesi di aiuto al vescovo San Vilibrordo nel suo apostolato, fu costretto a tornare in patria, senza aver ottenuto molto successo. Ma l'anima di Winfrido, temprata nell'austerità del chiostro, sapeva affrontare i fallimenti con coraggio. Prendendo quell'insuccesso come una sfida, decide di prepararsi meglio e di attendere un'occasione propizia per tornare alla carica.<br />Volendo dotarsi dei mezzi più potenti, ai quali né l'inferno né il Cielo possono resistere, nel 718 si reca a Roma per chiedere lettere di sostegno a papa Gregorio II. Consapevole del valore di quell'uomo, il Pontefice lo tenne al suo fianco per un certo periodo, e l'anno successivo, con una lettera datata 15 maggio 719, lo invia in Germania con lo scopo di portare la Parola di Dio ai popoli ancora immersi nelle tenebre dell'idolatria. Per consacrare questo mandato, gli dà il nome di Bonifacio.<br />ABBATTERE LA QUERCIA SACRA<br />Giunto nel cuore del territorio tedesco, Bonifacio vede il grande lavoro che deve svolgere. La piccola comunità cristiana che esisteva lì si trovava in una tale decadenza che i suoi membri partecipavano perfino a culti e banchetti in onore del dio Thor.<br />In modo instancabile si adoperò per attirarli alla vera Religione e, come primo provvedimento, chiese aiuto ai suoi cari monaci d'Inghilterra, molti dei quali, accogliendo il suo appello, si precipitarono subito in quelle terre per loro selvagge e inesplorate. Grazie a loro, le regioni dell'Assia e della Turingia diventarono così oggetto di una costante predicazione e di missioni.<br />A un certo punto, il Santo decide di abbattere la "sacra" quercia di Thor, per dimostrare a quelle anime l'impotenza degli idoli e strapparle radicalmente dalla falsa religione.<br />Dall'alto della montagna di Gudenberg, a Geismar, a ovest di Fritzlar, costituiva il simbolo del paganesimo germanico. Ma Bonifacio, sfidando audacemente il furore dei barbari, prende un'ascia e comincia a colpire quell'albero simbolico. Il cielo si mostra favorevole alla sua impresa: in quel momento comincia a soffiare un vento impetuoso che lo abbatte, spezzandolo in quattro parti.<br />Vedendo quella manifestazione del vero Dio, un Dio geloso che giudica con giustizia, un gran numero di pagani si converte alla Fede cattolica. Nel luogo precedentemente occupato dalla quercia viene eretta una cappella dedicata a San Pietro.<br />VESCOVO E ORGANIZZATORE DI UN ESERCITO SPIRITUALE<br />Dopo tre anni di fecondo apostolato, Gregorio II chiama Bonifacio a Roma per imporgli la dignità che tante volte aveva rifiutato: l'episcopato. Il Pontefice dichiarò di averlo fatto "perché potesse, con maggiore determinazione, correggere e ricondurre gli erranti sulla via della verità, perché si sentisse sostenuto dalla maggiore autorità della dignità apostolica e fosse tanto più accettato nell'ufficio della predicazione, quanto più dimostrasse che per questo motivo era stato ordinato dal prelato apostolico".<br />La stessa modestia che aveva portato il Santo a negare questo onore tante volte, lo spinse ad inchinarsi davanti alla volontà del Vicario di Cristo. Il 30 novembre 722 il Sommo Pontefice lo ordinò Vescovo della Germania, una vastissima diocesi che comprendeva l'intera regione transrenana.<br />Godendo della stima del Papa e contando sul prezioso sostegno di Carlo Martello, nonno di Carlo Magno, Bonifacio si dedica alla conquista di più anime per il gregge di Cristo. Oltre all'Assia e alla Turingia, anche la Baviera e altre parti del territorio germanico beneficiarono del suo zelo.<br />Il venerabile vescovo fonda il Monastero di San Michele di Ordhuff, dove stabilì la sua residenza. E, conoscendo l'efficacia dell'esempio della vita religiosa per civilizzare quei popoli, costruisce monasteri in quantità. Dal 740 al 778, in Baviera se ne costruirono ventinove.<br />Alla guida di questo esercito spirituale colloca i suoi fedeli collaboratori anglosassoni, coloro che avevano risposto alla sua chiamata all'inizio della missione e che continuavano a perseverare al suo fianco. Tra questi vale la pena di menzionare San Lullo, che gli succederà poi nella sede episcopale, e la badessa Santa Leoba.<br />Lo zelo di Bonifacio non conosce limiti e va oltre i già enormi confini della sua diocesi. Obbedendo alla richiesta di Carlomanno, figlio di Carlo Martello, si reca in Austrasia e vi convoca un Sinodo che sarebbe passato alla storia con il nome di Concilium Germanicum.<br />Il rilassamento morale in quelle regioni abitate dai popoli franchi, ancora governati dalla dinastia merovingia, era enorme. Con questo Concilio e con altri Sinodi convocati successivamente, il santo vescovo ristruttura le diocesi, riunisce tutti i monasteri sotto la regola e il carisma dei Benedettini e ottiene una parziale restituzione dei beni della Chiesa, utilizzati da Carlo Martello nelle sue continue guerre. Con l'aiuto dei conti, proibisce anche le usanze pagane ancora esistenti.<br />Per coronare e consolidare queste riforme, nell'anno 747 convoca il Concilio Generale dell'Impero Franco, nel quale viene stabilita l'unità della Fede, e lo fa concludere con una lettera di sottomissione e di fedeltà alla Sede di Pietro.<br />FONDAZIONE DELL'ABBAZIA DI FULDA]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/54045741</guid><pubDate>Wed, 31 May 2023 10:06:10 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/54045741/san_bonifacio_padre_dei_popoli_germanici.mp3" length="17085230" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7424

SAN BONIFACIO, PADRE DEI POPOLI GERMANICI
Entrò a 7 anni in un monastero benedettino e qui scoprì il segreto per trionfare su se stesso, sulla barbarie e sull'inferno: diventò...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7424" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7424</a><br /><br />SAN BONIFACIO, PADRE DEI POPOLI GERMANICI<br />Entrò a 7 anni in un monastero benedettino e qui scoprì il segreto per trionfare su se stesso, sulla barbarie e sull'inferno: diventò vescovo ed evangelizzò mezza Germania per poi coronare la sua vita con il martirio<br />di Suor M. Teresa Ribeiro<br />Belle parate militari, città perfettamente organizzate, salsicce succulente, boschi la cui disposizione obbedisce a una regolarità impeccabile: ecco alcuni degli indiscutibili pregi della Germania.<br />In essi risplende l'innocenza nell'ordine di battaglia, che affascina, colpisce e suscita ammirazione. Frutti autentici di un popolo civile e appassionato di disciplina, questi e molti altri aspetti fiorirono, sotto la benedizione della Santa Chiesa, al calore di anime valorose che segnarono la Storia.<br />Soffermiamoci in queste righe a contemplarne una: l'uomo provvidenziale cui toccò la missione di cristianizzare i popoli al di là del Reno e offrire per essi la sua vita in olocausto. Di questo instancabile apostolo scriveva un antico biografo: "Il santo vescovo Bonifacio può essere chiamato padre di tutti gli abitanti della Germania, perché li ha generati per Cristo con la parola della santa predicazione, li ha confermati con i suoi esempi, e infine arrivò a dare per loro la sua vita, che è la più grande prova d'amore".<br />Torniamo ora alla fine del settimo secolo, quando la vita sublime, disciplinata ed edificante dell'Ordine di San Benedetto si stava espandendo in tutta Europa. Vere e proprie fabbriche di eroi, le loro abbazie formavano uomini e donne in un regime di equilibrio e sacralità propizio a ordinare le tendenze della natura verso ideali di grande respiro.<br />Le anime che lì si santificavano nella fedeltà al loro fondatore, al suo carisma e alla sua regola diventavano adatte ai viaggi e alle azioni più ardite, alle arti e ai pensieri più elaborati, alle sofferenze e ai martìri più terribili, per la gloria di Dio e per il bene del prossimo.<br />Anche l'Inghilterra, recentemente cristianizzata da Sant'Agostino di Canterbury, era stata affascinata dalle grazie benedettine. E fu lì che, intorno all'anno 680, nacque un bambino che si lasciò rapidamente incantare da questo stile di vita. A soli cinque anni, Winfrido, di famiglia anglosassone, chiede di entrare in un'abbazia. Suo padre resiste, giudicandolo ancora molto piccolo, ma due anni dopo gli permette di entrare nel monastero di Nursling.<br />Educato nella saggia regola dell' "ora et labora", il piccolo impara il latino, la metrica, la poesia e l'esegesi. Da adolescente, diventa insegnante di grammatica latina, compone diverse poesie in questa lingua e scrive alcuni trattati.<br />UN UOMO SACRALE<br />Al pari della brillante cultura, la sua anima è raffinata nelle virtù proprie di un religioso. Con l'obbedienza conquista il dominio sulla propria volontà; con la castità assomiglia agli Angeli; con l'umiltà impara a volere il massimo, non per se stesso ma per la gloria di Dio; con la preghiera e la contemplazione ascende al Cielo, svolgendo tutte le sue attività con la mente posta sui più alti orizzonti soprannaturali.<br />Diventa così un uomo sacro, che non si accontenta di possedere in sé la sublimità della grazia, ma desidera conquistare tutta la terra per Dio. Un segno dell'autenticità dei suoi desideri è la disposizione a superare qualsiasi ostacolo e ad accettare tutte le sfide interiori ed esteriori.<br />Winfrido fu ordinato sacerdote nell'anno 710, quando probabilmente aveva trent'anni. Quando viene convocato il sinodo del Wessex, riceve dall'Arcivescovo di Canterbury una delicata missione in cui ottiene un tale successo che la sua fama comincia presto a diffondersi. Quando se ne rende conto, chiede al suo superiore il permesso di essere missionario, rinunciando a...]]></itunes:summary><itunes:duration>1068</itunes:duration><itunes:keywords>angeli,papasanzaccaria,sanbonifacio,sanvilibrodo,thor</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/cc27c019958bb54a116159393da9d32d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Le sei lezioni di San Nicola di Flue, il patrono della Svizzera</title><link>https://www.spreaker.com/episode/le-sei-lezioni-di-san-nicola-di-flue-il-patrono-della-svizzera--53904433</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7413" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7413</a><br /><br />LE SEI LEZIONI DI SAN NICOLA DI FLUE, IL PATRONO DELLA SVIZZERA<br />Nicola nacque nel marzo del 1417 nel piccolo abitato di Flùeli, sopra Sachseln, nella regione dell'Obwald. Nello stesso anno, l'11 novembre, il concilio che si svolgeva a Costanza, capoluogo della diocesi, poneva fine al grande scisma d'Occidente, suscitando speranze di riforma che sarebbero state però di breve durata.<br />Nella nuova costruzione europea che lentamente andava sostituendosi alla feudalità, la piccola Confederazione elvetica era alla ricerca di una propria identità e di un proprio ruolo all'incrocio delle grandi vie commerciali d' Europa. Le comunità montane e le borghesie cittadine erano interessate alla prosperità derivante dallo sviluppo dei traffici commerciali, ma le loro divergenti ambizioni politiche creavano antagonismi che giungevano spesso al limite della rottura. La vocazione di Nicola e il suo cammino alla ricerca di Dio si collocano dunque in un'epoca e in una terra attraversate da gravi crisi. Con la sua preghiera, l'influenza della sua presenza, la pace interiore che irradiava come risultato del suo abbandono a Dio, Nicola ottenne che comunità rivali e divise da interessi economici e politici giungessero ad accettarsi e a convivere su un piano di solidarietà.<br />Il cammino di Nicola presenta qualcosa di sconcertante. Cinquantenne, laico, sposato da venti anni e padre di dieci figli, ex soldato, contadino rispettato che poteva ritenersi pago del suo stato, magistrato e giudice impegnato negli affari del suo Cantone (ma che aveva abbandonato la carica per non essere riuscito a ottenere l'abolizione di una sentenza da lui ritenuta ingiusta), Nicola si lasciò condurre dalla chiamata di Dio là dove non avrebbe mai pensato di arrivare. La decisione presa fu il risultato di una lotta interiore, circa la quale egli fu sempre molto discreto: essa dovette pero essere dura, poiché Nicola la paragonò alla «lima che purifica e al pungolo che stimola».<br />LA CHIAMATA A DIVENTARE EREMITA<br />Un giorno, mentre pregava per chiedere a Dio la grazia di una fervida adorazione, vide una nuvola dalla quale uscì una voce che gli ordinò di abbandonarsi interamente alla volontà divina. Comprese allora che Dio, desiderando portare a termine in lui l'opera che aveva iniziato, lo invitava ad abbandonare la sua terra, i beni e la famiglia, per poter giungere fino a Lui. Egli chiese allora tre grazie: ottenere il consenso della moglie Dorotea e dei figli più grandi (il maggiore aveva allora 20 anni e poteva diventare capofamiglia, ma l'ultimo nato era di appena 13 settimane), non provare in seguito la tentazione di tornare indietro e infine, se Dio lo avesse voluto, poter vivere senza bere e mangiare. Tutte le sue richieste furono esaudite. Il 16 ottobre 1467, nella festa di S.Gallo, dopo aver salutato definitivamente Dorotea che egli avrebbe chiamato sempre «sua carissima sposa» e i figli, si pose in cammino, pellegrino dell'assoluto, «quasi volesse andare da solo nella miseria», come osservò Heini am Grund, un parroco delle vicinanze che sarebbe diventato suo confidente e amico. Voleva forse raggiungere una delle comunità degli «Amici di Dio» (Gottesfreunde) che fiorivano allora in Alsazia? È possibile, ma di fatto non arrivò oltre la piccola città di Liestal, nel cantone di Basilea: un contadino, al quale aveva parlato dei suoi progetti, lo persuase che in nessun luogo Dio lo voleva al suo servizio che non fosse in mezzo ai suoi. Umilmente Nicola accolse quel discorso come un segno. La notte successiva, mentre stava per addormentarsi, «vennero dal cielo una luce e un raggio che gli trafissero le viscere, come se un coltello lo avesse colpito». Sconvolto, ritornò con discrezione nei luoghi da cui era venuto, e decise di vivere in solitudine sullo scosceso prato del Ranft, all'estremità della foresta, in una valletta non lontana da casa sua. Dimorò in quel luogo per venti anni, abitando in una piccola cella fatta di assi, alla quale gli abitanti del villaggio aggiunsero ben presto una cappella.<br />LA FAMA DI SANTITÀ E IL DIGIUNO ASSOLUTO<br />Così, sorvegliato e protetto, Nicola si trovò a vivere nel deserto pur in mezzo ai suoi. Nulla lasciava allora immaginare il ruolo che avrebbe ben presto svolto a vantaggio del suo paese. Colpiti dalla fama della sua santità e anche dal suo digiuno assoluto (si nutriva solo dell'eucarestia, come fu verificato) ben presto molti ricorsero a lui per averlo come consigliere o arbitro. Fu grazie a questi incontri e a qualche breve lettera dettata alle autorità che lo avevano consultato, che Nicola trasmise il suo messaggio politico, che era quello di un operatore di pace secondo il vangelo. Per lui «in tutte le cose la misericordia vale più della giustizia», ed essa costituisce il miglior cemento per unire città e stati fra di loro. Nicola pone in guardia contro lo spirito di conquista, di guadagno e di possesso che genera solo risentimenti e conflitti. A lui, come ad estrema speranza, ricorse in tutta fretta Heini am Grund la notte fra il 21 e il 22 dicembre 1481 per cercare una parola di riconciliazione che potesse sia pure all'ultimo momento evitare una guerra fratricida fra i confederati. Senza l'intervento di Bruder Klaus la Confederazione elvetica non sarebbe sopravvissuta ai contrasti che allora la laceravano, e per questo Nicola è unanimemente venerato in Svizzera come «padre della patria», l'uomo che ne ha salvato le fondamenta nel momento più critico. «Sforzatevi di essere ubbidienti gli uni verso gli altri», scrisse alle autorità di Berna il 4 dicembre 1482, e aggiunse: «Custodite nel vostro cuore il ricordo della passione del Signore», rivelando così l'intima fonte della sua unione a Dio.<br />A un visitatore che gli chiedeva: «Come si deve meditare sulla passione del Signore?» Nicola rispose: «È buona qualunque via tu voglia scegliere», ma subito precisò: «Dio sa rendere la preghiera così dolce per l'uomo che questi vi si immerge come se andasse a ballare. Ma Dio sa anche far si che essa sia per lui come una lotta». E ripeté davanti al suo ascoltatore allibito: «Sì! Come se andasse a ballare!» Un altro eremita, venutosi a stabilire nelle vicinanze, avrebbe detto ammirato di Nicola: «Il mio compagno ha ormai varcato il Giordano. Io, miserabile peccatore, ne sono ancora al di qua».<br />AUTENTICO MISTICO<br />Nicola è «passato in Dio». Autentico mistico, nella sua solitudine si ritrova nel cuore del mondo, testimone di quella presenza divina da cui è irradiato. Non stupisce allora che non abbia più avuto bisogno di nutrimento, che la sua mirabile sposa abbia, condividendone la fede, accettato la sua assenza come compimento di una vocazione; che i suoi compatrioti l'abbiano chiamato «fratello» e che forze politiche pronte ad affrontarsi abbiano trovato alla sua scuola un modo di vivere in comunione di intenti nel rispetto delle reciproche libertà. Quello di Nicola fu il cammino di un'avventura interiore senza ritorno. Egli non conosce spiegazioni o distinzioni erudite: la sua conoscenza di Dio è quella del cuore, intima, non trasmissibile. Egli sa tradurre la sua esperienza spirituale solo nel linguaggio dei «sogni» simbolici, i cui elementi sono tratti dalle fonti bibliche e dagli archetipi e dalle tradizioni delle sue montagne. Nicola li confida solo ad alcuni amici particolarmente discreti, che li riferiranno dopo la sua morte.<br />Nel suo ritiro del Ranft, in una data che si può collocare fra il 1474 e il 1478, l'eremita ricevette da Dio una visione così intensa da restarne come annientato. Da allora, come confermano alcune testimonianze, «tutti coloro che lo avvicinavano erano presi da timore. Egli affermava di aver visto una volta una luce che lo aveva trafitto e nella quale si mostrava un volto d'uomo. Di fronte a questa visione aveva pensato che il suo cuore sarebbe scoppiato. Preso da spavento, aveva distolto lo sguardo e si era gettato a terra».<br />Quando Nicola, che non sapeva leggere, voleva mostrare il suo libro di meditazione, presentava una figura disegnata al centro di una grande ruota, dalla quale partivano dei raggi che rappresentavano le vie di abbassamento e di misericordia scelte da Dio per venire fino a noi, i diversi cammini di umiltà - l'incarnazione, la passione, i sacramenti - che ci rivelano la grandezza e la tenerezza divina. «Nicola - annoterà un visitatore - deve aver appreso alla scuola dello Spirito Santo questa figura della ruota che egli fece dipingere nella sua cappella e nella quale brilla lo specchio risplendente di tutta la divinità».<br />Nicola di Flùe morì nel suo eremo il 21 marzo 1487, all'età di 70 anni.<br />UN PROFETA IN PATRIA<br />Già mentre era ancora in vita Nicola fu considerato, dentro e fuori i confini della piccola nascente Svizzera, il santo della sua terra, un «profeta in patria». Per i suoi compatrioti, che non ebbero difficoltà a riconoscere in lui un saggio, un artefice di pace e un inviato di Dio,]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/53904433</guid><pubDate>Wed, 17 May 2023 13:00:58 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/53904433/le_sei_lezioni_di_san_nicola_di_flue_il_patrono_della_svizzera.mp3" length="23788191" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7413

LE SEI LEZIONI DI SAN NICOLA DI FLUE, IL PATRONO DELLA SVIZZERA
Nicola nacque nel marzo del 1417 nel piccolo abitato di Flùeli, sopra Sachseln, nella regione dell'Obwald. Nello...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7413" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7413</a><br /><br />LE SEI LEZIONI DI SAN NICOLA DI FLUE, IL PATRONO DELLA SVIZZERA<br />Nicola nacque nel marzo del 1417 nel piccolo abitato di Flùeli, sopra Sachseln, nella regione dell'Obwald. Nello stesso anno, l'11 novembre, il concilio che si svolgeva a Costanza, capoluogo della diocesi, poneva fine al grande scisma d'Occidente, suscitando speranze di riforma che sarebbero state però di breve durata.<br />Nella nuova costruzione europea che lentamente andava sostituendosi alla feudalità, la piccola Confederazione elvetica era alla ricerca di una propria identità e di un proprio ruolo all'incrocio delle grandi vie commerciali d' Europa. Le comunità montane e le borghesie cittadine erano interessate alla prosperità derivante dallo sviluppo dei traffici commerciali, ma le loro divergenti ambizioni politiche creavano antagonismi che giungevano spesso al limite della rottura. La vocazione di Nicola e il suo cammino alla ricerca di Dio si collocano dunque in un'epoca e in una terra attraversate da gravi crisi. Con la sua preghiera, l'influenza della sua presenza, la pace interiore che irradiava come risultato del suo abbandono a Dio, Nicola ottenne che comunità rivali e divise da interessi economici e politici giungessero ad accettarsi e a convivere su un piano di solidarietà.<br />Il cammino di Nicola presenta qualcosa di sconcertante. Cinquantenne, laico, sposato da venti anni e padre di dieci figli, ex soldato, contadino rispettato che poteva ritenersi pago del suo stato, magistrato e giudice impegnato negli affari del suo Cantone (ma che aveva abbandonato la carica per non essere riuscito a ottenere l'abolizione di una sentenza da lui ritenuta ingiusta), Nicola si lasciò condurre dalla chiamata di Dio là dove non avrebbe mai pensato di arrivare. La decisione presa fu il risultato di una lotta interiore, circa la quale egli fu sempre molto discreto: essa dovette pero essere dura, poiché Nicola la paragonò alla «lima che purifica e al pungolo che stimola».<br />LA CHIAMATA A DIVENTARE EREMITA<br />Un giorno, mentre pregava per chiedere a Dio la grazia di una fervida adorazione, vide una nuvola dalla quale uscì una voce che gli ordinò di abbandonarsi interamente alla volontà divina. Comprese allora che Dio, desiderando portare a termine in lui l'opera che aveva iniziato, lo invitava ad abbandonare la sua terra, i beni e la famiglia, per poter giungere fino a Lui. Egli chiese allora tre grazie: ottenere il consenso della moglie Dorotea e dei figli più grandi (il maggiore aveva allora 20 anni e poteva diventare capofamiglia, ma l'ultimo nato era di appena 13 settimane), non provare in seguito la tentazione di tornare indietro e infine, se Dio lo avesse voluto, poter vivere senza bere e mangiare. Tutte le sue richieste furono esaudite. Il 16 ottobre 1467, nella festa di S.Gallo, dopo aver salutato definitivamente Dorotea che egli avrebbe chiamato sempre «sua carissima sposa» e i figli, si pose in cammino, pellegrino dell'assoluto, «quasi volesse andare da solo nella miseria», come osservò Heini am Grund, un parroco delle vicinanze che sarebbe diventato suo confidente e amico. Voleva forse raggiungere una delle comunità degli «Amici di Dio» (Gottesfreunde) che fiorivano allora in Alsazia? È possibile, ma di fatto non arrivò oltre la piccola città di Liestal, nel cantone di Basilea: un contadino, al quale aveva parlato dei suoi progetti, lo persuase che in nessun luogo Dio lo voleva al suo servizio che non fosse in mezzo ai suoi. Umilmente Nicola accolse quel discorso come un segno. La notte successiva, mentre stava per addormentarsi, «vennero dal cielo una luce e un raggio che gli trafissero le viscere, come se un coltello lo avesse colpito». 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Nel 1840, quando lei aveva due anni, la sua famiglia emigrò negli Stati Uniti, stabilendosi nella città di Utica, nello Stato di New York. Suo padre cambiò il cognome da Koob a Cope, dopo aver ottenuto la cittadinanza americana, il che comportava l'estensione della stessa all'intera famiglia.<br />Da adolescente, Barbara prese a lavorare in una fabbrica per dare un a mano ai bisogni della famiglia, cresciuta nel frattempo di altri tre fratelli e con il padre invalido. Frequentando la Scuola parrocchiale di San Giuseppe a Utica, poté ricevere la Prima Comunione nel 1848.<br />In quest'ambiente fiorì la sua vocazione allo stato religioso, ma tale desiderio dovette essere accantonato, perché le condizioni economiche della famiglia non permettevano il suo allontanamento. Solo a 24 anni poté entrare nell'Istituto delle Suore del Terz'Ordine Francescano di Syracuse, dove, dopo il noviziato, emise la professione religiosa con il nome di suor Marianna.<br />L'apostolato di quelle suore, fra l'altro, consisteva nell'educazione dei figli degli emigrati tedeschi. Suor Marianna, quindi, apprese la lingua originaria dei suoi genitori e fu incaricata di dirigere una nuova scuola specifica.<br />Per le sue doti intellettuali e per la sua generosa dedizione svolse delicati incarichi nella sua Congregazione, fra i quali la cura dei poveri da lei prediletti, nei due ospedali di Santa Isabella a Utica e San Giuseppe a Syracuse (1869). Fu eletta Madre Provinciale nel 1877 e riconfermata all'unanimità nel 1881.<br />Due anni dopo, nel 1883, era Madre generale quando le giunse una richiesta del vescovo di Honolulu, che a sua volta girava alle suore una petizione del re delle isole Sandwich, nell'Oceano Pacifico (le attuali Hawaii, 50° Stato degli USA dal 1959), il quale chiedeva di avere infermiere per i lebbrosi abbandonati del regno.<br />La situazione era critica e già 50 comunità religiose avevano rifiutato la petizione reale. Un religioso, padre Damiano de Veuster, aveva scelto di vivere in quelle condizioni precarie, ma faceva presente che sarebbero state necessarie delle suore.<br />I malati, strappati dai familiari e dai loro villaggi, venivano portati nell'isola di Molokai, dove non esistevano edifici idonei né assistenza sanitaria. Si sarebbe dovuto costruire un ospedale e soprattutto instaurare una severa terapia igienica generale, specie per i figli più piccoli dei lebbrosi, che avevano seguito le madri ed erano bisognosi di educazione.<br />Madre Marianna scelse sei suore fra le 25 che si erano offerte e partì con loro per fondare una Missione delle Suore del Terz'Ordine Francescano nelle Sandwich; le accompagnò prima a Honolulu e poi a Molokai. Collaborò quindi con il governo locale a istituire ospedali in varie isole dell'arcipelago.<br />Padre Damiano, che aveva contratto la lebbra nel 1884, venne assistito dalle suore come gli altri malati: morì nel 1889. Tutto il lavoro organizzativo passò a madre Marianna, la quale, anche per le minacce delle altre suore di tornarsene con lei in America, dovette restare a Molokai per salvare la Missione e dimettersi dal suo incarico.<br />Non tornò più in America e restò a servire i lebbrosi per quasi 30 anni. Fondò due case separate per i figli dei lebbrosi, tenuti nella più grande igiene, così che una volta adulti potessero essere inseriti sani nella società.<br />Madre Marianna di Molokai, come ormai veniva chiamata, conosceva uno per uno i malati e li chiamava per nome. Li istruiva a coltivare quell'arida terra facendo spuntare arbusti, fiori e alberi, ma soprattutto ridonando loro la dignità di esseri umani non più emarginati e inutili. Gli storici la descrissero come «una religiosa esemplare con un cuore straordinario». Morì a Molokai il 9 agosto 1918 a 80 anni, di morte naturale.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/53631019</guid><pubDate>Wed, 26 Apr 2023 19:18:38 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/53631019/suor_marianna_una_vita_dedicata_ai_lebbrosi_delle_hawaii.mp3" length="5341253" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7371

SUOR MARIANNA, UNA VITA DEDICATA AI LEBBROSI DELLE HAWAII di Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini
Barbara Koob nacque il 23 gennaio 1838 a Heppenheim in Germania, figlia di Peter...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7371" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7371</a><br /><br />SUOR MARIANNA, UNA VITA DEDICATA AI LEBBROSI DELLE HAWAII di Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini<br />Barbara Koob nacque il 23 gennaio 1838 a Heppenheim in Germania, figlia di Peter Koob e Barbara Witzenbacher, agricoltori. Nel 1840, quando lei aveva due anni, la sua famiglia emigrò negli Stati Uniti, stabilendosi nella città di Utica, nello Stato di New York. Suo padre cambiò il cognome da Koob a Cope, dopo aver ottenuto la cittadinanza americana, il che comportava l'estensione della stessa all'intera famiglia.<br />Da adolescente, Barbara prese a lavorare in una fabbrica per dare un a mano ai bisogni della famiglia, cresciuta nel frattempo di altri tre fratelli e con il padre invalido. Frequentando la Scuola parrocchiale di San Giuseppe a Utica, poté ricevere la Prima Comunione nel 1848.<br />In quest'ambiente fiorì la sua vocazione allo stato religioso, ma tale desiderio dovette essere accantonato, perché le condizioni economiche della famiglia non permettevano il suo allontanamento. Solo a 24 anni poté entrare nell'Istituto delle Suore del Terz'Ordine Francescano di Syracuse, dove, dopo il noviziato, emise la professione religiosa con il nome di suor Marianna.<br />L'apostolato di quelle suore, fra l'altro, consisteva nell'educazione dei figli degli emigrati tedeschi. Suor Marianna, quindi, apprese la lingua originaria dei suoi genitori e fu incaricata di dirigere una nuova scuola specifica.<br />Per le sue doti intellettuali e per la sua generosa dedizione svolse delicati incarichi nella sua Congregazione, fra i quali la cura dei poveri da lei prediletti, nei due ospedali di Santa Isabella a Utica e San Giuseppe a Syracuse (1869). Fu eletta Madre Provinciale nel 1877 e riconfermata all'unanimità nel 1881.<br />Due anni dopo, nel 1883, era Madre generale quando le giunse una richiesta del vescovo di Honolulu, che a sua volta girava alle suore una petizione del re delle isole Sandwich, nell'Oceano Pacifico (le attuali Hawaii, 50° Stato degli USA dal 1959), il quale chiedeva di avere infermiere per i lebbrosi abbandonati del regno.<br />La situazione era critica e già 50 comunità religiose avevano rifiutato la petizione reale. Un religioso, padre Damiano de Veuster, aveva scelto di vivere in quelle condizioni precarie, ma faceva presente che sarebbero state necessarie delle suore.<br />I malati, strappati dai familiari e dai loro villaggi, venivano portati nell'isola di Molokai, dove non esistevano edifici idonei né assistenza sanitaria. Si sarebbe dovuto costruire un ospedale e soprattutto instaurare una severa terapia igienica generale, specie per i figli più piccoli dei lebbrosi, che avevano seguito le madri ed erano bisognosi di educazione.<br />Madre Marianna scelse sei suore fra le 25 che si erano offerte e partì con loro per fondare una Missione delle Suore del Terz'Ordine Francescano nelle Sandwich; le accompagnò prima a Honolulu e poi a Molokai. Collaborò quindi con il governo locale a istituire ospedali in varie isole dell'arcipelago.<br />Padre Damiano, che aveva contratto la lebbra nel 1884, venne assistito dalle suore come gli altri malati: morì nel 1889. Tutto il lavoro organizzativo passò a madre Marianna, la quale, anche per le minacce delle altre suore di tornarsene con lei in America, dovette restare a Molokai per salvare la Missione e dimettersi dal suo incarico.<br />Non tornò più in America e restò a servire i lebbrosi per quasi 30 anni. Fondò due case separate per i figli dei lebbrosi, tenuti nella più grande igiene, così che una volta adulti potessero essere inseriti sani nella società.<br />Madre Marianna di Molokai, come ormai veniva chiamata, conosceva uno per uno i malati e li chiamava per nome. Li istruiva a coltivare quell'arida terra facendo spuntare arbusti, fiori e alberi, ma soprattutto ridonando loro...]]></itunes:summary><itunes:duration>334</itunes:duration><itunes:keywords>hawaii,lebbrosi,molokai,padredamianodeveuster,suormarianna</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1a4faadbf69880b426f6a05dfc30b5a8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>A quale santo votarsi per il terremoto</title><link>https://www.spreaker.com/episode/a-quale-santo-votarsi-per-il-terremoto--53454491</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6534" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=</a>7367<br /><br />A QUALE SANTO VOTARSI PER IL TERREMOTO<br />Dalle Rogazioni ai patroni invocati in caso di calamità naturali, la Chiesa ha sempre invocato il Cielo: ''Dal flagello del terremoto liberaci, o Signore''<br />di Stefano Chiappalone<br />«A flagello terraemotus libera nos, Domine» («Dal flagello del terremoto liberaci, o Signore»), è una delle suppliche che un tempo si levavano in occasione delle Rogazioni, le processioni che tradizionalmente si svolgevano nei tre giorni precedenti l'Ascensione. Si invocava la liberazione da vari mali del corpo e dello spirito, a cominciare «dalla dannazione eterna» («A damnatione perpetua libera nos...»), ma anche «dalla folgore e dalla tempesta» («a fulgure et tempestate»), «dalla peste, dalla fame e dalla guerra» («a peste, fame et bello»). Benché aggiornate (e forse un po' semplificate), alcune di queste invocazioni sono tuttora presenti e raccomandate dal Benedizionale (nn. 1820 ss.)<br />La preghiera non esimeva certo i nostri antenati dall'adoperarsi per prevenire le calamità o almeno farvi fronte con i mezzi a disposizione così come noi facciamo il possibile disponendo di mezzi e strutture antisismiche decisamente più avanzate. Ma facciamo, appunto, il possibile. Se da un incendio o da un diluvio ci si può (forse) isolare senza venire lambiti dall'acqua o dalle fiamme, la scossa di terremoto invece è inevitabile: se ne possono limitare i danni, ma non azzerare l'evento in sé. Siamo capaci di prevedere ma non di fermare quel movimento implacabile, sussultorio o ondulatorio, che nel giro di pochi secondi fa ballare la cosiddetta "terraferma" con tutto quanto vi è sopra.<br />Il sisma è l'evento che più mette alla prova le nostre capacità di difesa di fronte alle forze della natura - natura che solo un'ingenua concezione della "madre terra" può considerare benigna a prescindere e che invece può mostrarsi al contempo mater et matrigna, per così dire. E non è sempre "colpa dell'uomo", che anzi è l'unico essere in grado di "addomesticarne" in qualche misura le forze fuori controllo, come quella di un terremoto o di un meteorite. Con risultati spesso sorprendenti, fin dove può. Dove non può, di fronte alla furia della terra e degli elementi, ci si è sempre affidati anche a colui che può governarli (Mc 4, 41), direttamente o per mezzo dei santi. Almeno finché l'uomo non ha infranto il legame che unisce le cose visibili a quelle invisibili.<br />SANTI PROTETTORI<br />A che santo votarsi di fronte al terremoto? Rino Cammilleri ne censisce ben sette nel suo Il grande libro dei santi protettori (Ares, Milano 2022). Chi volesse conoscere vita, morte e (letteralmente) miracoli di ciascuno di loro e di molti altri santi e relativi patronati troverà pane per i suoi denti nelle oltre 700 pagine di Cammilleri. La Sicilia annovera due santi "antisismici": Rosalia, la "santuzza" veneratissima dai palermitani, e il carmelitano Alberto degli Abati, vissuto fra Trapani e Messina. Due anche per la Spagna: il domenicano Vincenzo Ferrer e il gesuita Francesco Borgia, che poi visse e morì a Roma, negli stessi anni in cui vi svolgeva un fecondo apostolato Filippo Neri (a sua volta invocato anche a protezione dai movimenti tellurici). La martoriata Irpinia ha un santo tutto suo: il vescovo Amato di Nusco. Last but not least, Emidio, vescovo e martire, che vanta tale "giurisdizione" ben al di là della "sua" Ascoli.<br />Sant'Emidio e il terremoto sono tutt'uno, nell'iconografia e nell'agiografia. Sarebbe avvenuto proprio un terremoto a fermare coloro che volevano costringere il santo a tornare al culto degli dei pagani, nella natia Treviri o - stando a un'altra versione - ad Ascoli, dove il Papa lo aveva inviato come vescovo e dove subì il martirio (siamo al tempo della persecuzione di Diocleziano, a cavallo tra il III e il IV secolo). Certo è che la città fu risparmiata dal terribile terremoto del 1703, con epicentro a nord de L'Aquila, ed eresse in ringraziamento il tempietto di Sant'Emidio alle Grotte, poi consacrato nel 1720. Con la stessa intensità ed estensione di quel tragico evento che aveva causato migliaia di morti, aumentò di pari passo la devozione al santo ascolano, raffigurato nell'atto di sorreggere un edificio prossimo a crollare.<br />SANT'EMIDIO<br />L'intercessione "antisismica" di Sant'Emidio è particolarmente sentita nelle Marche e in Abruzzo, regioni peraltro ad altissimo rischio e che frequentemente hanno dovuto fare i conti con i "capricci" della terra. Basti pensare agli eventi del 2016 (tra la reatina Accumoli e l'ascolana Arquata del Tronto, colpendo poi ancora più forte due mesi dopo in Umbria); alla devastazione de L'Aquila nel 2009 o al terremoto della Marsica che il 13 gennaio 1915 rase al suolo l'intera Avezzano. Un secolo dopo, nel 2015, proprio nel segno di Sant'Emidio l'evento fu commemorato da mons. Giovanni D'Ercole (allora ordinario di Ascoli, ma di origini marsicane) e mons. Pietro Santoro (allora vescovo dei Marsi). E in tutta l'area "Sant'Emidio!" (o meglio: "Santo Middio!" o "Sante Middie!" a seconda delle varianti dialettali) è invocazione capillarmente diffusa, anche laddove non è il patrono principale. Persino oltreoceano è viva la devozione "emidiana": il sito Sant'Emidio nel mondo elenca tutte le località interessate, dagli Stati Uniti alle Filippine, toccando praticamente ogni continente.<br />Dall'agiografia torniamo infine alla liturgia. Il messale romano attuale tra le «Messe e orazioni per varie necessità» include una colletta (n. 34) In tempo di terremoto, che recita: «O Dio, che hai fondato la terra su solide basi, abbi pietà dei fedeli che nella paura ti supplicano: fa' che sentiamo sempre la sollecitudine della tua bontà e allontana per sempre i pericoli del terremoto, perché sotto la tua protezione possiamo servirti con riconoscenza». Nel messale tradizionale c'è invece l'intero formulario dell'apposita Messa, con tutte le relative antifone, letture e orazioni, implorando la clemenza di Dio di fermare il tremore della terra e di donarci la grazia di risanarla.<br />Superstizione? Purtroppo, «un paio di secoli di scetticismo illuministico ci hanno abituati a ritenere che i nostri antenati fossero più̀ stupidi di noi», scrive Cammilleri nel libro citato. Certamente possiamo contare «su lussuosi prefabbricati in caso di calamità. Salvo quando, nell'un caso o nell'altro, il soccorso degli uomini arriva troppo tardi». Oppure quando non è in grado di arrivare, per quanto sia avanzato e sofisticato. La ragione è molto semplice: non siamo onnipotenti. Siamo capaci di far molto, ma non tutto. E rivolgersi al Creatore e ai santi non costa nulla. «Se avete qualche problema - conclude Cammilleri - provate con loro. Pare facciano miracoli».]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/53454491</guid><pubDate>Wed, 05 Apr 2023 17:44:02 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/53454491/a_quale_santo_votarsi_per_il_terremoto.mp3" length="6877144" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=65347367

A QUALE SANTO VOTARSI PER IL TERREMOTO
Dalle Rogazioni ai patroni invocati in caso di calamità naturali, la Chiesa ha sempre invocato il Cielo: ''Dal flagello del terremoto...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6534" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=</a>7367<br /><br />A QUALE SANTO VOTARSI PER IL TERREMOTO<br />Dalle Rogazioni ai patroni invocati in caso di calamità naturali, la Chiesa ha sempre invocato il Cielo: ''Dal flagello del terremoto liberaci, o Signore''<br />di Stefano Chiappalone<br />«A flagello terraemotus libera nos, Domine» («Dal flagello del terremoto liberaci, o Signore»), è una delle suppliche che un tempo si levavano in occasione delle Rogazioni, le processioni che tradizionalmente si svolgevano nei tre giorni precedenti l'Ascensione. Si invocava la liberazione da vari mali del corpo e dello spirito, a cominciare «dalla dannazione eterna» («A damnatione perpetua libera nos...»), ma anche «dalla folgore e dalla tempesta» («a fulgure et tempestate»), «dalla peste, dalla fame e dalla guerra» («a peste, fame et bello»). Benché aggiornate (e forse un po' semplificate), alcune di queste invocazioni sono tuttora presenti e raccomandate dal Benedizionale (nn. 1820 ss.)<br />La preghiera non esimeva certo i nostri antenati dall'adoperarsi per prevenire le calamità o almeno farvi fronte con i mezzi a disposizione così come noi facciamo il possibile disponendo di mezzi e strutture antisismiche decisamente più avanzate. Ma facciamo, appunto, il possibile. Se da un incendio o da un diluvio ci si può (forse) isolare senza venire lambiti dall'acqua o dalle fiamme, la scossa di terremoto invece è inevitabile: se ne possono limitare i danni, ma non azzerare l'evento in sé. Siamo capaci di prevedere ma non di fermare quel movimento implacabile, sussultorio o ondulatorio, che nel giro di pochi secondi fa ballare la cosiddetta "terraferma" con tutto quanto vi è sopra.<br />Il sisma è l'evento che più mette alla prova le nostre capacità di difesa di fronte alle forze della natura - natura che solo un'ingenua concezione della "madre terra" può considerare benigna a prescindere e che invece può mostrarsi al contempo mater et matrigna, per così dire. E non è sempre "colpa dell'uomo", che anzi è l'unico essere in grado di "addomesticarne" in qualche misura le forze fuori controllo, come quella di un terremoto o di un meteorite. Con risultati spesso sorprendenti, fin dove può. Dove non può, di fronte alla furia della terra e degli elementi, ci si è sempre affidati anche a colui che può governarli (Mc 4, 41), direttamente o per mezzo dei santi. Almeno finché l'uomo non ha infranto il legame che unisce le cose visibili a quelle invisibili.<br />SANTI PROTETTORI<br />A che santo votarsi di fronte al terremoto? Rino Cammilleri ne censisce ben sette nel suo Il grande libro dei santi protettori (Ares, Milano 2022). Chi volesse conoscere vita, morte e (letteralmente) miracoli di ciascuno di loro e di molti altri santi e relativi patronati troverà pane per i suoi denti nelle oltre 700 pagine di Cammilleri. La Sicilia annovera due santi "antisismici": Rosalia, la "santuzza" veneratissima dai palermitani, e il carmelitano Alberto degli Abati, vissuto fra Trapani e Messina. Due anche per la Spagna: il domenicano Vincenzo Ferrer e il gesuita Francesco Borgia, che poi visse e morì a Roma, negli stessi anni in cui vi svolgeva un fecondo apostolato Filippo Neri (a sua volta invocato anche a protezione dai movimenti tellurici). La martoriata Irpinia ha un santo tutto suo: il vescovo Amato di Nusco. Last but not least, Emidio, vescovo e martire, che vanta tale "giurisdizione" ben al di là della "sua" Ascoli.<br />Sant'Emidio e il terremoto sono tutt'uno, nell'iconografia e nell'agiografia. Sarebbe avvenuto proprio un terremoto a fermare coloro che volevano costringere il santo a tornare al culto degli dei pagani, nella natia Treviri o - stando a un'altra versione - ad Ascoli, dove il Papa lo aveva inviato come vescovo e dove subì il martirio (siamo al tempo della persecuzione di Diocleziano, a cavallo tra il III e il IV secolo)....]]></itunes:summary><itunes:duration>430</itunes:duration><itunes:keywords>rogazioni,sant'emidio,sisma,terremoto</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/f5214e1ebef122f6a8827532edc0fe42.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Giovanni Nepomuceno, il martire a cinque stelle del segreto della confessione</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-giovanni-nepomuceno-il-martire-a-cinque-stelle-del-segreto-della-confessione--53294623</link><description><![CDATA[VIDEO: Descrizione in minuscolo ➜ https://www.youtube.com/watch?v=Qi_0jxXtA50<br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5504<br /><br />SAN GIOVANNI NEPOMUCENO, IL MARTIRE A CINQUE STELLE DEL SEGRETO DELLA CONFESSIONE di Gianpiero Pettiti<br />Il suo culto dovrebbe tornare in auge, visti i sempre maggiori rischi di alluvioni ed esondazioni che minacciano il nostro territorio. Ma  lui, Giovanni di Nepomuk, che di ponti acque ed alluvioni varie da sempre è il protettore, emerge dalle nebbie della storia in contorni un po' sfocati al punto che nei primi decenni del secolo scorso ne fu messa in dubbio addirittura l'esistenza e pertanto numerose sue statue sono state abbattute o rimosse.<br />Cominciamo subito dalla tradizione più antica, messa in dubbio specialmente in ambito protestante, in cui  si parla dell'eroismo di  un certo "Magister Jan", originario di Nepomuk in Boemia, che pur di non tradire il segreto della confessione viene gettato vivo nella Moldava, morendovi per affogamento. Protagonisti di questo macabro fatto di cronaca nera che si tinge di martirio, oltre al già citato prete Giovanni, c'è naturalmente un re corrotto e vizioso, non a caso ribattezzato il "re fannullone", quasi a confermare che l'ozio è davvero il padre dei vizi. E poiché, sempre per rimanere nell'ambito della sapienza popolare, "chi ha il difetto ha il sospetto", ritiene che viziosi al pari di lui debbano essere tutti, a cominciare dalla regina sua moglie, da lui quotidianamente tradita con le cortigiane di turno e dalla quale ovviamente pretende una fedeltà adamantina. E tale è davvero questa povera regina, che nella fede ha cercato conforto alla sua disastrata situazione coniugale, trascorrendo ore intere in preghiera e accostandosi spesso alla confessione dal prete Giovanni, ottimo predicatore e famoso direttore di coscienze.<br />Nella mente malata di re Venceslao si è introdotto intanto anche il tarlo della gelosia, che prima gli fa immaginare una tresca della moglie con il confessore e poi l'esistenza di un amante di cui il prete non può non essere a conoscenza. Crede di averne conferma il giorno in cui questi lo svergogna nel bel mezzo di un pranzo luculliano, davanti ad illustri ospiti, perché lo ha sentito ordinare, forse per scherzo, certamente con dubbio gusto, di far arrostire il cuoco che non ha fatto cuocere bene l'arrosto. Il prete Giovanni, che sa fin troppo bene di cosa sia capace la testa matta del re, gli urla in faccia i suoi doveri di sovrano e di cristiano. Re Venceslao se la lega al dito e giura a se stesso di fargliela pagare; così un giorno, prima con le buone, poi con le minacce, gli ordina di raccontare per filo e per segno cosa la regina gli ha detto in confessione, nella speranza di sapere così finalmente qualcosa sulle di lei presunte vicende amorose.<br />Non ha però fatto i conti con la ferma volontà e l'eroismo del prete Giovanni, che fermamente convinto dell'inviolabilità della confessione gli oppone un netto rifiuto. Il re si vendica così di questo e dell'altro "sgarbo" facendolo gettare di notte nel fiume, il 20 marzo 1393; oggi ancora si indica il posto esatto del ponte da dove sarebbe stato gettato e la gente qui passando si toglie il cappello, perché quel prete è stato subito venerato come martire e, per via della morte che ha fatto, lo invocano contro tutti i danni e i pericoli che possono venire dall'acqua.<br />All'epoca della Controriforma, poi, i Gesuiti ne propagandano il culto in polemica con la teologia protestante che rifiuta il carattere sacramentale della confessione, e così Giovanni da Nepomuk (o Nepomuceno) diventa il "martire del confessionale". Sarà per questo motivo, o forse piuttosto perché le cronache si sono intrecciate e confuse, che compare un altro (o sempre il medesimo?) prete Giovanni, sempre di Nepomuk, intelligente, culturalmente ben equipaggiato, benvoluto dall'arcivescovo di Praga che lo vuole suo vicario. Sullo sfondo sempre il medesimo re Venceslao, che secondo questa tradizione, oltre che vizioso e corrotto, si dimostra anche usurpatore dei diritti della Chiesa. Per i suoi intrighi politici vorrebbe trasformare un'abbazia in sede vescovile da assegnare a persona di suo gradimento, ma anche in questo caso si scontra con l'intransigente volontà di Giovanni, che non gli cede neanche sotto le torture e che per questo viene gettato nel fiume il 16 maggio 1383.<br />Certamente meno suggestiva della prima, anche questa tradizione conferma in ogni caso la resistenza del prete Giovanni allo strapotere del re e nulla, almeno in teoria, vieterebbe che, di entrambe potrebbe essere stato protagonista l'unico eroico prete. Perché  da un prete che, per non tradire la confessione, si lascia anche ammazzare ci si può aspettare di tutto.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/53294623</guid><pubDate>Wed, 22 Mar 2023 10:42:17 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/53294623/san_giovanni_nepomuceno_il_martire_a_cinque_stelle_del_segreto_della_confessione.mp3" length="5460262" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Descrizione in minuscolo ➜ https://www.youtube.com/watch?v=Qi_0jxXtA50

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5504

SAN GIOVANNI NEPOMUCENO, IL MARTIRE A CINQUE STELLE DEL SEGRETO DELLA CONFESSIONE di Gianpiero Pettiti
Il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Descrizione in minuscolo ➜ https://www.youtube.com/watch?v=Qi_0jxXtA50<br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5504<br /><br />SAN GIOVANNI NEPOMUCENO, IL MARTIRE A CINQUE STELLE DEL SEGRETO DELLA CONFESSIONE di Gianpiero Pettiti<br />Il suo culto dovrebbe tornare in auge, visti i sempre maggiori rischi di alluvioni ed esondazioni che minacciano il nostro territorio. Ma  lui, Giovanni di Nepomuk, che di ponti acque ed alluvioni varie da sempre è il protettore, emerge dalle nebbie della storia in contorni un po' sfocati al punto che nei primi decenni del secolo scorso ne fu messa in dubbio addirittura l'esistenza e pertanto numerose sue statue sono state abbattute o rimosse.<br />Cominciamo subito dalla tradizione più antica, messa in dubbio specialmente in ambito protestante, in cui  si parla dell'eroismo di  un certo "Magister Jan", originario di Nepomuk in Boemia, che pur di non tradire il segreto della confessione viene gettato vivo nella Moldava, morendovi per affogamento. Protagonisti di questo macabro fatto di cronaca nera che si tinge di martirio, oltre al già citato prete Giovanni, c'è naturalmente un re corrotto e vizioso, non a caso ribattezzato il "re fannullone", quasi a confermare che l'ozio è davvero il padre dei vizi. E poiché, sempre per rimanere nell'ambito della sapienza popolare, "chi ha il difetto ha il sospetto", ritiene che viziosi al pari di lui debbano essere tutti, a cominciare dalla regina sua moglie, da lui quotidianamente tradita con le cortigiane di turno e dalla quale ovviamente pretende una fedeltà adamantina. E tale è davvero questa povera regina, che nella fede ha cercato conforto alla sua disastrata situazione coniugale, trascorrendo ore intere in preghiera e accostandosi spesso alla confessione dal prete Giovanni, ottimo predicatore e famoso direttore di coscienze.<br />Nella mente malata di re Venceslao si è introdotto intanto anche il tarlo della gelosia, che prima gli fa immaginare una tresca della moglie con il confessore e poi l'esistenza di un amante di cui il prete non può non essere a conoscenza. Crede di averne conferma il giorno in cui questi lo svergogna nel bel mezzo di un pranzo luculliano, davanti ad illustri ospiti, perché lo ha sentito ordinare, forse per scherzo, certamente con dubbio gusto, di far arrostire il cuoco che non ha fatto cuocere bene l'arrosto. Il prete Giovanni, che sa fin troppo bene di cosa sia capace la testa matta del re, gli urla in faccia i suoi doveri di sovrano e di cristiano. Re Venceslao se la lega al dito e giura a se stesso di fargliela pagare; così un giorno, prima con le buone, poi con le minacce, gli ordina di raccontare per filo e per segno cosa la regina gli ha detto in confessione, nella speranza di sapere così finalmente qualcosa sulle di lei presunte vicende amorose.<br />Non ha però fatto i conti con la ferma volontà e l'eroismo del prete Giovanni, che fermamente convinto dell'inviolabilità della confessione gli oppone un netto rifiuto. Il re si vendica così di questo e dell'altro "sgarbo" facendolo gettare di notte nel fiume, il 20 marzo 1393; oggi ancora si indica il posto esatto del ponte da dove sarebbe stato gettato e la gente qui passando si toglie il cappello, perché quel prete è stato subito venerato come martire e, per via della morte che ha fatto, lo invocano contro tutti i danni e i pericoli che possono venire dall'acqua.<br />All'epoca della Controriforma, poi, i Gesuiti ne propagandano il culto in polemica con la teologia protestante che rifiuta il carattere sacramentale della confessione, e così Giovanni da Nepomuk (o Nepomuceno) diventa il "martire del confessionale". Sarà per questo motivo, o forse piuttosto perché le cronache si sono intrecciate e confuse, che compare un altro (o sempre il medesimo?) prete Giovanni, sempre di Nepomuk, intelligente, culturalmente ben equipaggiato, benvoluto dall'arcivescovo di Praga che lo vuole suo vicario. 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La santità di Margherita Occhiena non è infatti frutto di eventi straordinari, quanto piuttosto di una vita umile e nascosta vissuta in armonia con l'insegnamento evangelico.<br />Nacque il 1° aprile 1788 a Capriglio, sulle colline astigiane, ed il giorno stesso venne battezzata nella chiesa parrocchiale del paese. Qui rimase sino al matrimonio con Francesco Bosco, amico di famiglia, già vedovo e padre di un figlio. Il matrimonio fu celebrato a Capriglio il 6 giugno 1812. La coppia si stabilì ai Becchi, frazione di Castelnuovo d'Asti (odierna Castelnuovo Don Bosco), sul colle ove oggi sorge la grande basilica, nella casa del mezzadro Francesco. Iniziò così per Margherita una nuova vita. Il marito aveva un sogno: diventare un piccolo proprietario, con le proprie terre e la propria casa. Per questo acquistò alcuni campi, una striscia di vigna, e una casupola che trasforma in stalla per i due buoi e la mucca che già possedeva. Il 17 aprile 1813, nacque Giuseppe, il primo figlio di Margherita e Francesco. Il 16 agosto 1815 nacque poi il secondo figlio, Giovanni, che diventerà il celeberrimo Don Bosco.<br />Ancora due anni di rustica serenità, poi morì il padre, come Don Bosco narrò nelle sue Memorie: "Non avevo ancora due anni, quando Dio misericordioso ci colpì con una grave sventura. Mio papà era nel pieno delle forze, nel fiore degli anni, ed era impegnato a darci una buona educazione cristiana. Un giorno, tornando dal lavoro madido di sudore, scese senza pensarci nella cantina sotterranea e fredda. Fu assalito da una febbre violenta, sintomo di una grave polmonite. In pochi giorni la malattia lo stroncò. Nelle ultime ore ricevette i santi Sacramenti e raccomandò a mia madre di avere fiducia in Dio. Cessò di vivere a 34 anni. Era il 12 maggio 1817".<br />GIOVANE VEDOVA<br />Alla prematura morte del marito, la ventinovenne Margherita si trovò ad affrontare da sola la conduzione della famiglia in un momento di grande carestia, ad assistere la suocera ed il figliastro Antonio, nonchè ad educari i due figli nati dal matrimonio: Giuseppe e Giovanni. Donna forte, dalle idee chiare, determinata nelle scelte, con un regime di vita sobrio, nell'educazione cristiana è severa, dolce e ragionevole. I tre ragazzi avevano un temperamento assai diverso, ma Mamma Margherita non livellò e non mortificò mai nessuno. Costretta a fare scelte talvolta drammatiche, quale l'allontanamento da casa del figlio minore per non rompere la pace e per farlo studiare, era solita assecondare con fede, saggezza e coraggio le propensioni dei figli, aiutandoli a crescere nella generosità e nell'intraprendenza.<br />All'età di nove anni, il piccolo Giovannino ebbe un sogno che lo guidò verso il suo futuro di educatore di una immensa schiera di giovani. Con il passare degli anni si consolidò in lui il desiderio di diventare sacerdote, ma mancavano in famiglia le possibilità economiche per un tale passo e l'unica via percorribile sarebbe stata diventare francescano. Questa idea fu anche comunicata dal parroco a Mamma Margherita, che allora chiese al figlio: "Il parroco è stato da me per confidarmi che tu vuoi farti religioso. È vero?". Giovanni rispose: "Sì, madre mia. Credo che voi non avrete nulla in contrario". Allora la madre lo ammonì sapientemente: "Io voglio solamente che tu esamini attentamente il passo che vuoi fare e poi segui la tua vocazione senza guardar ad alcuno. La prima cosa è la salvezza della tua anima. Il parroco voleva che io ti dissuadessi da questa decisione in vista del bisogno che potrei avere in avvenire del tuo aiuto. Ma io dico: in queste cose non c'entro, perché Dio è prima di tutto. Non prenderti fastidio per me. Io da te voglio niente; niente aspetto da te. Ritieni bene: sono nata in povertà, sono vissuta in povertà, voglio morire in povertà. Anzi te lo protesto. Se ti decidessi per lo stato di prete secolare, e per sventura diventassi ricco, io non verrò neppure a farti una sola visita, anzi non porrò mai piede in casa tua. Ricordalo bene".<br />LA SANTA IGNORANZA<br />Toccò proprio a Margherita accompagnare con particolare amore il figlio sino al sacerdozio e poi, lasciando la cara casetta dei Becchi, lo seguì nella sua missione tra i giovani poveri e abbandonati di Torino. In una sera piovosa del maggio del 1847, Mamma Margherita e Don Bosco accolsero a Valdocco il primo ragazzo, dando così inizio alla loro opera. Illetterata, parlava solamente in lingua piemontese, ma piena di quella sapienza che viene dall'alto poté essere d'aiuto a tanti poveri ragazzi di strada, figli di nessuno. Pose sempre Dio innanzi a tutto, consumandosi per Lui in una vita di povertà, di preghiera e di sacrificio.<br />Qui, per ben dieci anni, la sua vita si confuse con quella del figlio e con gli albori dell'opera salesiana: Mamma Margherita fu così la prima e principale Cooperatrice di Don Bosco ed estese la sua maternità allo stuolo di ragazzi che affollarono il celebre oratorio di Valdocco. Con bontà fattiva divenne l'elemento materno del "sistema preventivo" e senza saperlo fu vera "cofondatrice" della Famiglia Salesiana, sarta che da una buona stoffa seppe creare grandi santi come Domenico Savio e Michele Rua.<br />Una sera Margherita sussurrò al figlio: "Giovanni, sono stanca. Lasciami tornare ai Becchi. Lavoro dal mattino alla sera, sono una povera vecchia, e quei ragazzacci mi rovinano sempre tutto. Non ce la faccio proprio più". Don Bosco guardò il volto di sua madre e sente un nodo alla gola. Non trova parole potenzialmente capaci di consolare quella povera donna. Si limitò allora a fare un gesto: le indicò il Crocifisso appeso alla parete e la vecchia mamma capì in silenzio.<br />Il 29 ottobre 1854 arrivò all'oratorio Domenico Savio, un ragazzino di Mondonio. Mamma Margherita, sempre più frequentemente faceva qualche pausa durante il suo pesante lavoro e per riprendere fiato si recava nella nuova chiesa di San Francesco di Sales, tirava fuori la corona del Rosario e la sgranava lentamente. Un giorno osservò con Don Bosco: "Tu hai tanti giovani buoni, ma nessuno supera la bellezza del cuore e dell'animo di Domenico Savio". Don Bosco le chiese il perché e lei riprese: "Interrompe i giochi per venire a trovare Gesù nel tabernacolo. Sta in chiesa come un angelo". Fu dunque lei la prima persona ad accorgersi della santità di quel ragazzo al quale un giorno un papa avrebbe concesso l'aureola dei santi.<br />EROICA ANCHE NELLA VECCHIAIA<br />Nell'autunno del 1856, Mamma Margherita non usciva ormai quasi più dalla cucina. Ad ottobre, Don Bosco si recò come sempre ai Becchi per la festa della Madonna del Rosario, portando con sé i ragazzi migliori. Ma per la prima volta Mamma Margherita restò a casa. Per alcuni giorni rimase a letto, tormentata da una tosse insistente. Sopraggiunse poi una febbre alta. Don Bosco chiamò il medico e la diagnosi fu "polmonite". SI avvicinava dunque la sua morte, vista che per gli anziani quelle era una malattia fatale. Don Bosco pensò che questa sarebbe stata una gravissima perdita per l'oratorio e specialmente per lui. Sua madre gli aveva insegnato a vivere, ad essere prete, ad educare i ragazzi, tutto ciò mentre andavano insieme in campagna, quando si confidava con lui alla sera, mentre all'oratorio rimestava la polenta. Gli aveva insegnato la forza di non stancarsi mai, la fiducia nella Provvidenza. Gli aveva regalato, senza che lui se ne rendesse conto, il suo sistema educativo che meravigliò il mondo. Tutto questo fu condensato nella sua vita e può essere riassunto in sei parole: "bontà dolce e forte della madre".<br />Don Giovanni Battista Borel, suo confessore, le amministrò gli ultimi sacramenti. Lei disse al figlio: "Quando eri bambino, ti aiutavo io a ricevere Gesù. Ora tocca a te aiutare tua madre. Di' le parole forte. Io le ripeterò". Giunse dai Becchi anche l'altro figlio, Giuseppe, con le mani ancora sporche di terra. Con le sue ultime parle lasciò il suo testamente spirituale: "Vogliatevi sempre bene". Dio la venne a prendere alle 3 del mattino del 25 novembre 1956. Aveva 68 anni di età. L'accompagnano al Cimitero Monumentale di Torino tanti ragazzi che la piansero quale vera "Mamma".<br />Purtroppo i suoi resti mortali sono oggi andati perso, ma mai svanì nella Famiglia Salesiana il suo ricordo e la sua fama di santità. Il suo processo di canonizzazione iniziò però solo nel 1995. E' stata dichiarata "venerabile" nel 2006, nel 150° anniversario della sua nascita al cielo, eroica nell'esercizio "delle virtù teologali della Fede, della Speranza e della Carità, sia verso Dio sia verso il prossimo, nonché le virtù cardinali della Prudenza, della Giustizia e della Temperanza", come recita il decreto promulgato dalla Congregazione delle Cause dei Santi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/53221506</guid><pubDate>Thu, 16 Mar 2023 09:54:38 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/53221506/la_santit_di_mamma_margherita_la_madre_di_don_bosco.mp3" length="11438751" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7346

LA SANTITA' DI MAMMA MARGHERITA, LA MADRE DI DON BOSCO di Fabio Arduino
Non è cosa semplice tracciare un breve profilo biografico di questa semplice donna, genitrice di un grande...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7346" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7346</a><br /><br />LA SANTITA' DI MAMMA MARGHERITA, LA MADRE DI DON BOSCO di Fabio Arduino<br />Non è cosa semplice tracciare un breve profilo biografico di questa semplice donna, genitrice di un grande santo quale Giovanni Bosco. La santità di Margherita Occhiena non è infatti frutto di eventi straordinari, quanto piuttosto di una vita umile e nascosta vissuta in armonia con l'insegnamento evangelico.<br />Nacque il 1° aprile 1788 a Capriglio, sulle colline astigiane, ed il giorno stesso venne battezzata nella chiesa parrocchiale del paese. Qui rimase sino al matrimonio con Francesco Bosco, amico di famiglia, già vedovo e padre di un figlio. Il matrimonio fu celebrato a Capriglio il 6 giugno 1812. La coppia si stabilì ai Becchi, frazione di Castelnuovo d'Asti (odierna Castelnuovo Don Bosco), sul colle ove oggi sorge la grande basilica, nella casa del mezzadro Francesco. Iniziò così per Margherita una nuova vita. Il marito aveva un sogno: diventare un piccolo proprietario, con le proprie terre e la propria casa. Per questo acquistò alcuni campi, una striscia di vigna, e una casupola che trasforma in stalla per i due buoi e la mucca che già possedeva. Il 17 aprile 1813, nacque Giuseppe, il primo figlio di Margherita e Francesco. Il 16 agosto 1815 nacque poi il secondo figlio, Giovanni, che diventerà il celeberrimo Don Bosco.<br />Ancora due anni di rustica serenità, poi morì il padre, come Don Bosco narrò nelle sue Memorie: "Non avevo ancora due anni, quando Dio misericordioso ci colpì con una grave sventura. Mio papà era nel pieno delle forze, nel fiore degli anni, ed era impegnato a darci una buona educazione cristiana. Un giorno, tornando dal lavoro madido di sudore, scese senza pensarci nella cantina sotterranea e fredda. Fu assalito da una febbre violenta, sintomo di una grave polmonite. In pochi giorni la malattia lo stroncò. Nelle ultime ore ricevette i santi Sacramenti e raccomandò a mia madre di avere fiducia in Dio. Cessò di vivere a 34 anni. Era il 12 maggio 1817".<br />GIOVANE VEDOVA<br />Alla prematura morte del marito, la ventinovenne Margherita si trovò ad affrontare da sola la conduzione della famiglia in un momento di grande carestia, ad assistere la suocera ed il figliastro Antonio, nonchè ad educari i due figli nati dal matrimonio: Giuseppe e Giovanni. Donna forte, dalle idee chiare, determinata nelle scelte, con un regime di vita sobrio, nell'educazione cristiana è severa, dolce e ragionevole. I tre ragazzi avevano un temperamento assai diverso, ma Mamma Margherita non livellò e non mortificò mai nessuno. Costretta a fare scelte talvolta drammatiche, quale l'allontanamento da casa del figlio minore per non rompere la pace e per farlo studiare, era solita assecondare con fede, saggezza e coraggio le propensioni dei figli, aiutandoli a crescere nella generosità e nell'intraprendenza.<br />All'età di nove anni, il piccolo Giovannino ebbe un sogno che lo guidò verso il suo futuro di educatore di una immensa schiera di giovani. Con il passare degli anni si consolidò in lui il desiderio di diventare sacerdote, ma mancavano in famiglia le possibilità economiche per un tale passo e l'unica via percorribile sarebbe stata diventare francescano. Questa idea fu anche comunicata dal parroco a Mamma Margherita, che allora chiese al figlio: "Il parroco è stato da me per confidarmi che tu vuoi farti religioso. È vero?". Giovanni rispose: "Sì, madre mia. Credo che voi non avrete nulla in contrario". Allora la madre lo ammonì sapientemente: "Io voglio solamente che tu esamini attentamente il passo che vuoi fare e poi segui la tua vocazione senza guardar ad alcuno. La prima cosa è la salvezza della tua anima. Il parroco voleva che io ti dissuadessi da questa decisione in vista del bisogno che potrei avere in avvenire del tuo aiuto. 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Eppure è un nome importante, essendo quello una religiosa francese, fondatrice dell'Opera della Propagazione della fede, che esattamente lo scorso anno - il giorno 22 maggio - è stata beatificata. Proprio tale circostanza, riporta Le Figaro, ha consentito di approfondire quello che si presenta a tutti gli effetti come un enigma.<br />Sì, perché il cuore della donna è al centro di un fenomeno straordinario: dal 1862 a oggi non pare aver conosciuto lo scorrere del tempo, risultando in uno stato di perfetta conservazione. Non a caso trattasi di reliquia oggetto di devozione. Ma una reliquia - ecco il punto, riportato dal giornale francese - su cui è stata appena effettuata una perizia di biologia molecolare che, sorprendentemente, non ha saputo smentire che affetto l'eccezionalità del prodigio.<br />Eccezionalità per la scienza, s'intende. La devozione cristiana è infatti già a conoscenza di episodi di episodi di alcuni grandi santi che sono stati miracolosamente risparmiati dalla corruzione post mortem della carne. Un nome tra tutti, per esempio, è quello di san Padre Pio di Pietrelcina (1887-1968), le cui spoglie pare perfino esalassero profumi soavi...ma torniamo al nuovo mistero con cui i media francesi si ritrovano ora a dover fare i conti.<br />C'è infatti un particolare che getta nuova luce, forse, sulla vicenda che ha per protagonista Pauline Jaricot, figlia di ricca famiglia lionese che divenne nota anche come l'ispiratrice dei «rosari viventi», vale a dire di gruppi di preghiera in cui i fedeli si uniscono all'unisono recitando il santo rosario e facendo l'elemosina ai bisognosi. Il particolare, da tenere a mente, è questo: lei per prima, in vita, ebbe un problema cardiaco che, dopo un pellegrinaggio alla tomba di santa Filomena, incredibilmente svanì.<br />La futura beata morirà tempo dopo, sempre in povertà e già «in odore di santità». Il suo cuore incorrotto diviene tempo dopo, custodito in un apposito reliquiario e oggetto di devozione da parte dei fedeli. Oggetto di devozione al punto che nel 2021, con l'accordo della diocesi di Lione, un team di scienziati tra cui Philippe Charlier, medico legale, del museo del Quai Branly, dell'Aphp - acronimo di Assistance publique des hospitals de Paris - e di archeologi, ha esaminato il cuore della religiosa, custodito in un reliquiario sigillato nella chiesa di Saint-Polycarpe dal 1880.<br />Ebbene, grande è stata la sorpresa degli scienziati nell'appurare i seguenti aspetti. Primo, il cuore di Pauline Jaricot presenta un eccezionale stato di conservazione pur senza evidenziare alcun segno di imbalsamazione; secondo, sempre quel cuore - riferisce Le Progrès - non presenta segni di cardiopatia. Dunque delle due l'una: o i testimoni dell'epoca, medici inclusi, si erano sbagliati nel riferire che la futura beata soffriva di problemi cardiaci oppure, semplicemente, davvero lei fu protagonista, come poc'anzi riportato, di una guarigione miracolosa...<br />Ecco che allora un solo cuore si trova oggi al centro neppure di uno, bensì di due miracoli eccezionali. E a certificarlo, strano ma vero, è quella stessa scienza, che non può fare altro - come accade in casi di questo genere - che fermarsi, senza aggiungere o togliere nulla alle spiegazioni che si danno fedeli e pellegrini che, nella vita della fondatrice dell'Opera della Propagazione della fede, trovano un luminoso esempio da seguire.<br />Nota di BastaBugie: ecco la voce completa pubblicata da Wikipedia sulla beata Pauline Marie Jaricot la cui memoria cade il 9 gennaio.<br />Pauline Marie Jaricot, ultima di otto fratelli, figlia di un piccolo industriale della seta, nacque a Lione il 22 luglio 1799. Il padre preferì farla battezzare di nascosto da un prete refrattario, piuttosto che dal parroco di Saint Nizier, che aveva giurato sulla Costituzione civile del clero. Fin dalla giovane età, Pauline sentì molto parlare del lavoro e dell'eroicità dei missionari nelle terre lontane.<br />Da ragazza fece voto di castità e abbandonò le ricchezze di famiglia vivendo nella povertà. Nel 1817, in seguito a una specie di illuminazione avvenuta la Domenica delle Palme, fondò con altre persone il gruppo delle Riparatrici del Cuore di Gesù sconosciuto ed offeso. In seguito, apprese dal fratello sacerdote Phileas che i preti delle Missioni Estere di Parigi versavano in serie difficoltà economiche. Così, per raccogliere denaro, Pauline e le sue compagne crearono un'associazione, che nel 1822 assunse il nome ufficiale di Opera della Propagazione della Fede. Questo istituto giocò un ruolo fondamentale nello sviluppo del movimento missionario francese del XIX secolo. Alla fine del secolo l'Opera era presente in tutti i Paesi della cristianità.<br />Ammalatasi gravemente, intraprese un pellegrinaggio sulla tomba di santa Filomena a Mugnano. Fu l'occasione per incontrare papa Gregorio XVI, che approvò la sua Opera e le donò la sua benedizione.<br />Pauline morì il 9 gennaio 1862 nella miseria e nell'indifferenza generale.<br />Con papa Benedetto XV l'Opera fondata da Pauline Jaricot diventò pontificia e trasferì la sua sede da Lione a Roma.<br />Papa Giovanni XXIII la dichiarò venerabile nel 1963. Il 26 maggio 2020 papa Francesco approvò un miracolo attribuito all'intercessione di Pauline, aprendo così la strada alla sua beatificazione, che è stata celebrata nella cattedrale di Lione dal cardinale Luis Antonio Tagle il 22 maggio 2022.<br />Per la beatificazione la Chiesa cattolica ha considerato miracolosa la guarigione, avvenuta nel 2012, di Mayline Tran, di tre anni e mezzo, ricoverata all'ospedale "Femme Mère Enfant" di Lione in stato vegetativo, causato da "anossia cerebrale prolungata per ostruzione delle alte vie respiratorie da corpo estraneo alimentare, con arresto cardio-respiratorio". I medici ritenevano che, qualora fosse sopravvissuta, non avrebbe potuto più parlare né camminare, e si decise di evitare l'accanimento terapeutico, provvedendo alla nutrizione enterale e all'idratazione. Dopo l'iniziativa di preghiere per ottenere l'intercessione della venerabile Paolina Maria Jaricot, la bambina recuperò l'autonomia motoria e la comprensione del linguaggio, in assenza di conseguenze neurologiche. Il padre della piccola, non credente, decise di farsi battezzare. Nel novembre 2019 la Consulta Medica giudicò l'accaduto scientificamente inspiegabile. I Consultori teologi, nel dicembre dello stesso anno, dichiararono la guarigione miracolosa e ottenuta per intercessione di Pauline Jaricot.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52807554</guid><pubDate>Wed, 22 Feb 2023 00:06:09 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52807554/il_cuore_incorrotto_della_beata_pauline_marie_jaricot.mp3" length="8743332" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7317

IL CUORE INCORROTTO DELLA BEATA PAULINE MARIE JARICOT
Il nome di Pauline Marie Jaricot (1799-1862) potrebbe non dire molto a tanti italiani. Eppure è un nome importante, essendo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7317" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7317</a><br /><br />IL CUORE INCORROTTO DELLA BEATA PAULINE MARIE JARICOT<br />Il nome di Pauline Marie Jaricot (1799-1862) potrebbe non dire molto a tanti italiani. Eppure è un nome importante, essendo quello una religiosa francese, fondatrice dell'Opera della Propagazione della fede, che esattamente lo scorso anno - il giorno 22 maggio - è stata beatificata. Proprio tale circostanza, riporta Le Figaro, ha consentito di approfondire quello che si presenta a tutti gli effetti come un enigma.<br />Sì, perché il cuore della donna è al centro di un fenomeno straordinario: dal 1862 a oggi non pare aver conosciuto lo scorrere del tempo, risultando in uno stato di perfetta conservazione. Non a caso trattasi di reliquia oggetto di devozione. Ma una reliquia - ecco il punto, riportato dal giornale francese - su cui è stata appena effettuata una perizia di biologia molecolare che, sorprendentemente, non ha saputo smentire che affetto l'eccezionalità del prodigio.<br />Eccezionalità per la scienza, s'intende. La devozione cristiana è infatti già a conoscenza di episodi di episodi di alcuni grandi santi che sono stati miracolosamente risparmiati dalla corruzione post mortem della carne. Un nome tra tutti, per esempio, è quello di san Padre Pio di Pietrelcina (1887-1968), le cui spoglie pare perfino esalassero profumi soavi...ma torniamo al nuovo mistero con cui i media francesi si ritrovano ora a dover fare i conti.<br />C'è infatti un particolare che getta nuova luce, forse, sulla vicenda che ha per protagonista Pauline Jaricot, figlia di ricca famiglia lionese che divenne nota anche come l'ispiratrice dei «rosari viventi», vale a dire di gruppi di preghiera in cui i fedeli si uniscono all'unisono recitando il santo rosario e facendo l'elemosina ai bisognosi. Il particolare, da tenere a mente, è questo: lei per prima, in vita, ebbe un problema cardiaco che, dopo un pellegrinaggio alla tomba di santa Filomena, incredibilmente svanì.<br />La futura beata morirà tempo dopo, sempre in povertà e già «in odore di santità». Il suo cuore incorrotto diviene tempo dopo, custodito in un apposito reliquiario e oggetto di devozione da parte dei fedeli. Oggetto di devozione al punto che nel 2021, con l'accordo della diocesi di Lione, un team di scienziati tra cui Philippe Charlier, medico legale, del museo del Quai Branly, dell'Aphp - acronimo di Assistance publique des hospitals de Paris - e di archeologi, ha esaminato il cuore della religiosa, custodito in un reliquiario sigillato nella chiesa di Saint-Polycarpe dal 1880.<br />Ebbene, grande è stata la sorpresa degli scienziati nell'appurare i seguenti aspetti. Primo, il cuore di Pauline Jaricot presenta un eccezionale stato di conservazione pur senza evidenziare alcun segno di imbalsamazione; secondo, sempre quel cuore - riferisce Le Progrès - non presenta segni di cardiopatia. Dunque delle due l'una: o i testimoni dell'epoca, medici inclusi, si erano sbagliati nel riferire che la futura beata soffriva di problemi cardiaci oppure, semplicemente, davvero lei fu protagonista, come poc'anzi riportato, di una guarigione miracolosa...<br />Ecco che allora un solo cuore si trova oggi al centro neppure di uno, bensì di due miracoli eccezionali. E a certificarlo, strano ma vero, è quella stessa scienza, che non può fare altro - come accade in casi di questo genere - che fermarsi, senza aggiungere o togliere nulla alle spiegazioni che si danno fedeli e pellegrini che, nella vita della fondatrice dell'Opera della Propagazione della fede, trovano un luminoso esempio da seguire.<br />Nota di BastaBugie: ecco la voce completa pubblicata da Wikipedia sulla beata Pauline Marie Jaricot la cui memoria cade il 9 gennaio.<br />Pauline Marie Jaricot, ultima di otto fratelli, figlia di un piccolo industriale della seta, nacque a Lione il 22 luglio 1799. 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E con qualcosa da dire anche a noi contemporanei, visto che uno si ritrovò in tempo di guerra e l'altro di epidemia.<br />Il primo è mio, Riccardo Pampuri (con prefazione di don Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione). La Chiesa cattolica si distingue da quelle protestanti anche per il culto dei santi, che essa propone ai credenti come intercessori e come esempi. Ebbene, ecco un esempio di Pampuri: si ritrovò nelle trincee della Grande Guerra, l'«inutile macello» (definizione di papa Benedetto XV) con cui l'Italia pagò con 600mila morti e uno sproposito di mutilati due sole città, Trento e Trieste, che l'imperatore d'Austria, Carlo I (beatificato) le aveva invano offerto gratis in cambio della neutralità.<br />I cattolici erano stati contrari all'interventismo, ma poi fecero il loro dovere di cittadini. Pampuri, dileggiato perché cattolico dai colleghi rodomonti in divisa, all'ora di Caporetto si ritrovò solo. I rodomonti erano tutti scappati, abbandonando un intero ospedale da campo. Lui, da solo, sotto le cannonate e la pioggia battente, caricò tutto il materiale su un carro tirato da un bue e lo portò in salvo. Ventiquattro ore alla velocità di un bue e sotto il temporale: ci si prese la pleurite che doveva poi spacciarlo poco più che trentenne. E una medaglia al valore, alla cui prebenda rinunciò in favore di altri più bisognosi. Lui aveva pensato ai commilitoni cui segavano gambe braccia senza morfina; i rodomonti, alle spacconate dannunziane.<br />A questo proposito, caviamoci un sassolino: StrisciaLaNotizia ha beccato il mezzobusto che diceva «ics mas» a proposito della X Mas. Due volte, proprio convinto. E meno male che non sapeva nemmeno l'inglese, sennò avrebbe detto «ChristMas». Un suo collega, sempre notiziario tivù, ha scritto «danzatrici balesi» anziché «balinesi». Ma li si mandi a declamare veline sul fronte ucraino.<br />E veniamo al secondo santo, Giuseppe Moscati, medico di Napoli che molti conoscono anche per lo sceneggiato con Beppe Fiorello detto «semprelui». La biografia è per giunta scritta da un medico, Paolo Gulisano. Ebbene, Moscati, primario a Napoli, nel 1911 dovette affrontare un'epidemia di colera. Vibrio cholerae, venuto (anch'esso!) dalla Cina sulle navi dell'impero britannico.<br />Parentesi: da piccolo ho avuto l'Asiatica, nomen omen. E ogni anno l'«influenza» viene da lì. Come ho scritto su questo blog, è dalla «peste antonina», inizio del declino romano, che tutto viene da lì. Xi ha forme di controllo inaudite ma a bonificare i potenziali focolai non ci pensa nemmeno.<br />Gulisano ci informa che il colera generò ben sette pandemie, che colpirono duro Napoli e la Sicilia «liberate» dai Savoia. Moscati, in assenza di antibiotici, ottenne che almeno le condizioni igieniche venissero migliorate: fogne, nuove case più salubri, piazze aperte al posto dei vicoli e dei tuguri. Ma soprattutto, non temeva di andare personalmente dai malati. Gulisano, medico, fa giustamente osservare che se è compito di un pompiere andare nelle fiamme, un medico non può nascondersi dietro computer e certificati e protocolli. Ma Moscati faceva anche di più: nel suo studio teneva un vaso con dei soldi, sul quale aveva scritto «Chi può, metta; chi ha bisogno, prenda».<br />A Grande Guerra finita, ecco la terrificante Spagnola, che non veniva dalla Spagna ma la Spagna, tra le poche nazioni neutrali, fu la sola a parlarne sulla sua stampa, essendo gli altri media sottoposti a censura di guerra. La portarono gli americani, che forse l'avevano presa dalla loro WestCoast. Ma, anche qui, reticenze belliche. Be', il resto leggetevelo, val la pena.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52664644</guid><pubDate>Tue, 07 Feb 2023 22:36:57 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52664644/guerra_e_pandemia_due_santi_hanno_qualcosa_da_dirci.mp3" length="4824964" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7314

GUERRA E PANDEMIA, DUE SANTI HANNO QUALCOSA DA DIRCI di Rino Cammilleri
Le milanesi edizioni Ares inaugurano una collana di biografie di santi (mi sia consentito il calembour)...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7314" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7314</a><br /><br />GUERRA E PANDEMIA, DUE SANTI HANNO QUALCOSA DA DIRCI di Rino Cammilleri<br />Le milanesi edizioni Ares inaugurano una collana di biografie di santi (mi sia consentito il calembour) interes-santi sia perché moderni (di loro, infatti, non abbiamo il classico «santino» ma una foto vera e propria), sia perché i primi due editi sono medici. E con qualcosa da dire anche a noi contemporanei, visto che uno si ritrovò in tempo di guerra e l'altro di epidemia.<br />Il primo è mio, Riccardo Pampuri (con prefazione di don Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione). La Chiesa cattolica si distingue da quelle protestanti anche per il culto dei santi, che essa propone ai credenti come intercessori e come esempi. Ebbene, ecco un esempio di Pampuri: si ritrovò nelle trincee della Grande Guerra, l'«inutile macello» (definizione di papa Benedetto XV) con cui l'Italia pagò con 600mila morti e uno sproposito di mutilati due sole città, Trento e Trieste, che l'imperatore d'Austria, Carlo I (beatificato) le aveva invano offerto gratis in cambio della neutralità.<br />I cattolici erano stati contrari all'interventismo, ma poi fecero il loro dovere di cittadini. Pampuri, dileggiato perché cattolico dai colleghi rodomonti in divisa, all'ora di Caporetto si ritrovò solo. I rodomonti erano tutti scappati, abbandonando un intero ospedale da campo. Lui, da solo, sotto le cannonate e la pioggia battente, caricò tutto il materiale su un carro tirato da un bue e lo portò in salvo. Ventiquattro ore alla velocità di un bue e sotto il temporale: ci si prese la pleurite che doveva poi spacciarlo poco più che trentenne. E una medaglia al valore, alla cui prebenda rinunciò in favore di altri più bisognosi. Lui aveva pensato ai commilitoni cui segavano gambe braccia senza morfina; i rodomonti, alle spacconate dannunziane.<br />A questo proposito, caviamoci un sassolino: StrisciaLaNotizia ha beccato il mezzobusto che diceva «ics mas» a proposito della X Mas. Due volte, proprio convinto. E meno male che non sapeva nemmeno l'inglese, sennò avrebbe detto «ChristMas». Un suo collega, sempre notiziario tivù, ha scritto «danzatrici balesi» anziché «balinesi». Ma li si mandi a declamare veline sul fronte ucraino.<br />E veniamo al secondo santo, Giuseppe Moscati, medico di Napoli che molti conoscono anche per lo sceneggiato con Beppe Fiorello detto «semprelui». La biografia è per giunta scritta da un medico, Paolo Gulisano. Ebbene, Moscati, primario a Napoli, nel 1911 dovette affrontare un'epidemia di colera. Vibrio cholerae, venuto (anch'esso!) dalla Cina sulle navi dell'impero britannico.<br />Parentesi: da piccolo ho avuto l'Asiatica, nomen omen. E ogni anno l'«influenza» viene da lì. Come ho scritto su questo blog, è dalla «peste antonina», inizio del declino romano, che tutto viene da lì. Xi ha forme di controllo inaudite ma a bonificare i potenziali focolai non ci pensa nemmeno.<br />Gulisano ci informa che il colera generò ben sette pandemie, che colpirono duro Napoli e la Sicilia «liberate» dai Savoia. Moscati, in assenza di antibiotici, ottenne che almeno le condizioni igieniche venissero migliorate: fogne, nuove case più salubri, piazze aperte al posto dei vicoli e dei tuguri. Ma soprattutto, non temeva di andare personalmente dai malati. Gulisano, medico, fa giustamente osservare che se è compito di un pompiere andare nelle fiamme, un medico non può nascondersi dietro computer e certificati e protocolli. Ma Moscati faceva anche di più: nel suo studio teneva un vaso con dei soldi, sul quale aveva scritto «Chi può, metta; chi ha bisogno, prenda».<br />A Grande Guerra finita, ecco la terrificante Spagnola, che non veniva dalla Spagna ma la Spagna, tra le poche nazioni neutrali, fu la sola a parlarne sulla sua stampa, essendo gli altri media sottoposti a censura di guerra. La...]]></itunes:summary><itunes:duration>302</itunes:duration><itunes:keywords>ares,giuseppemoscati,pesteantonina,riccardopampuri,xmas</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/af3a88b52b82fde063eb1bb3303d3686.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Tommaso e il senso letterale della bibbia</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-tommaso-e-il-senso-letterale-della-bibbia--52534215</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5247<br /><br />SAN TOMMASO E IL SENSO LETTERALE DELLA BIBBIA di Fabrizio Cannone<br />L'estate direi che è la stagione più propizia per la lettura e la meditazione. Le vacanze, il tempo libero, il fattore climatico, un certo legittimo desiderio di evasione ed infine l'importanza - avvertita soprattutto dalle persone profonde - di formarsi e di riflettere.<br />San Tommaso è di uno quegli autori che difficilmente si riescono ad esaurire in una sola esistenza. Leggere tutte le opere di Manzoni, di Petrarca, di Pirandello o di Shakespeare, è difficile, ma non è impossibile. E c'è chi c'è riuscito senza pena, in anni di intense letture.<br />Le opere di Tommaso d'Aquino hanno una profondità, una vastità e una complessità difficilmente raggiungibile, e molti studiosi tomisti mi hanno rivelato di aver impiegato molti anni per leggere la sola Summa teologica, il testo sicuramente più autorevole dell'immenso teologo italiano (oggi disponibile, in 4 volumi, ed in una nuova eccellente traduzione, a cura delle ESD di Bologna).<br />Ma san Tommaso oltre che teologo (Summa theologiae, Commento alle Sentenze e Summa contra Gentiles), fu anche filosofo (con i celebri studi su Aristotele, Boezio e gli undici volumi delle Quaestiones Disputatae) e ottimo esegeta della Sacra Scrittura.<br />Quest'ultima sua caratteristica è la meno nota e forse un minimo anche la meno riconosciuta da certi teologi della Chiesa. Costoro, per varie diverse ragioni, sono ostili alla Scolastica medievale e vorrebbero - pazzescamente, il faut le dire - ridurre Tommaso ad una sorta di Aristotele cattolico, né biblico, né realmente "cristiano" poiché carente di impregnazione scritturistica nelle sue opere.<br />LA REALTÀ È ESATTAMENTE ALL'OPPOSTO<br />Non solo tutte le opere di san Tommaso, ove più ove meno, sono delle riflessioni che tengono conto della Rivelazione divina e dei dogmi della fede, ma l'Angelico ha anche "commentato alcuni libri biblici, in particolare Isaia, Geremia, i primi cinquanta Salmi, Giobbe, i Vangeli di san Matteo e di san Giovanni e le Lettere di san Paolo" (Tommaso d'Aquino, Commento al Vangelo secondo Matteo, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 2018, 2 volumi, di pagine 1194 ciascuno, euro 98, p. 5).<br />E non è davvero poco, specie in mancanza di web, pc ed altre moderne facilitazioni.<br />Il domenicano Roberto Coggi, traduttore del libro, nota con legittimo stupore che mentre "Tutti questi commenti sono stati tradotti in qualche lingua moderna [ovviamente nel Medioevo si scriveva in latino]", fa eccezione, "stranamente, il Vangelo di san Matteo", benché il Commento di san Tommaso non sia "per nulla inferiore agli altri" (p. 5).<br />Secondo il sacerdote, il Commento al Vangelo secondo Matteo risale al secondo periodo parigino di san Tommaso, probabilmente proprio al biennio 1269-1270, pochi anni prima dunque della morte dell'Autore, avvenuta presso l'abbazia di Fossanova, nel 1274.<br />La dotta introduzione di padre Coggi si diffonde sulle caratteristiche testuali e critiche dell'opera tomistica, notando per esempio che alcuni brevi passaggi del Commento non sarebbero dell'Aquinate, ma di un certo "Pietro di Scala, un domenicano della fine del XIII secolo" (p. 6).<br />IL SENSO LETTERALE DELLA SACRA SCRITTURA È IL PRIMO E IL PIÙ IMPORTANTE<br />Quello che ci pare ancora più rilevante, vista la crisi spaventosa dell'esegesi cattolica attuale, è il valore che il Dottore Comune della Chiesa dà al senso letterale della Sacra Pagina. "Fra i quattro sensi della Scrittura, letterale o storico [il I], allegorico, cioè dogmatico [il II], morale [il III] e anagogico, cioè rivolto alle realtà future [il IV], san Tommaso, come suo solito, dà la priorità al senso letterale, essendo convinto che esso è il solo adattabile alle necessità dell'argomentazione teologica, e inoltre che ogni interpretazione spirituale (...) deve essere confermata dall'interpretazione letterale, in modo da evitare qualsiasi rischio di errore" (p. 7, corsivo nostro).<br />Non crediamo che l'esegesi del Novecento, pur tra tante conquiste e scoperte, abbia seguito il consiglio di san Tommaso in materia di interpretazione biblica. E neppure siamo in grado di dire se tale principio assiomatico dell'esegesi cattolica - assieme a quello duplice dell'ispirazione-inerranza - sia ben integrato negli stesso documenti ufficiali recenti, come L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa (Pontifica Commissione Biblica, Libreria Editrice Vaticana, 1993). Anzi, temiamo che la crisi epocale dell'esegesi sia dovuta proprio all'oblio, più o meno volontario, dei 3 principi summenzionati: primato del senso letterale, ispirazione (che fa di Dio l'autore principale di tutta la Scrittura canonica, dalla Genesi all'Apocalisse) e la totale inerranza del Testo sacro.<br />Ci si permetta una breve riflessione, proprio a partire da san Tommaso esegeta sul senso profondo e dimenticato dell'autentica ispirazione biblica.<br />IL PREVALERE DI ESEGETI CON POCA FEDE<br />Il 23 aprile 1993, Giovanni Paolo II, durante un'udienza commemorativa del centenario della Providentissimus Deus di Leone XIII e del cinquantenario della Divino afflante Spiritu di Pio XII - le due encicliche che fondarono in qualche modo l'esegesi critica dei cattolici - disse che "l'interpretazione della Sacra Scrittura è di una importanza capitale per la fede cristiana e la vita della Chiesa" (n. 1).<br />E sottolineava giustamente che "La Chiesa non teme la critica scientifica" (n. 4), ed "attribuisce una grande importanza allo studio storico-critico della Bibbia" (n, 7), fino a parlare, con linguaggio ardito, "dei condizionamenti umani della Parola di Dio" (n. 8). Ma nell'esegesi prevalente oggi questi 'condizionamenti umani' sono giunti a far dire all'esegeta cattolico, che non possiamo conoscere l'intenzione degli autori dei Sacri testi, e neppure saperne l'identità, l'origine e gli scopi. Fino al punto che tale condizionamento potrebbe aver causato degli errori fattuali (di tipo storico, cronologico, scientifico o culturale) nella Scrittura, negando così implicitamente sia il dogma dell'ispirazione biblica, sia il suo corollario immediato, ovvero la sua inerranza assoluta (in tutti gli ambiti e non solo in quello dogmatico-morale).<br />Giovanni Paolo II però, in quel Discorso, parlava proprio di ciò che larga parte dell'esegesi scientifica attuale non vuol più sentire, cioè della doverosa "fedeltà alla Chiesa" (n. 10), che consiste nel "situarsi risolutamente nella corrente della grande Tradizione che, sotto la guida del Magistero, assicurato da un'assistenza speciale dello Spirito Santo" (n. 10), interpreta autorevolmente i testi. Il papa collega persino la virtù personale che l'esegeta cattolico deve perseguire e il suo lavoro di esegeta. Risulta infatti "necessario che lo stesso esegeta percepisca nei testi la parola divina, e questo non gli è possibile che nel caso in cui il suo lavoro intellettuale venga sostenuto da uno slancio di vita spirituale (...). Lo studio scientifico dei soli aspetti umani dei testi può far dimenticare che la parola di Dio invita ognuno ad uscire da se stesso per vivere nella fede e nella carità" (n. 9).<br />Questa dimenticanza dal 1993 ad oggi è diventata legione. L'Angelico, con la sua interpretazione magistrale del Vangelo di Matteo, contribuirà, ne siamo certi, alla ripresa di quella grande corrente della Tradizione, che dalla Patristica ad oggi, non si è mai interrotta, nonostante il prevalere di esegeti con poca fede e nulla carità.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52534215</guid><pubDate>Tue, 24 Jan 2023 23:10:56 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52534215/san_tommaso_e_il_senso_letterale_della_bibbia.mp3" length="8957327" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5247

SAN TOMMASO E IL SENSO LETTERALE DELLA BIBBIA di Fabrizio Cannone
L'estate direi che è la stagione più propizia per la lettura e la meditazione. Le vacanze, il tempo libero, il fattore...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5247<br /><br />SAN TOMMASO E IL SENSO LETTERALE DELLA BIBBIA di Fabrizio Cannone<br />L'estate direi che è la stagione più propizia per la lettura e la meditazione. Le vacanze, il tempo libero, il fattore climatico, un certo legittimo desiderio di evasione ed infine l'importanza - avvertita soprattutto dalle persone profonde - di formarsi e di riflettere.<br />San Tommaso è di uno quegli autori che difficilmente si riescono ad esaurire in una sola esistenza. Leggere tutte le opere di Manzoni, di Petrarca, di Pirandello o di Shakespeare, è difficile, ma non è impossibile. E c'è chi c'è riuscito senza pena, in anni di intense letture.<br />Le opere di Tommaso d'Aquino hanno una profondità, una vastità e una complessità difficilmente raggiungibile, e molti studiosi tomisti mi hanno rivelato di aver impiegato molti anni per leggere la sola Summa teologica, il testo sicuramente più autorevole dell'immenso teologo italiano (oggi disponibile, in 4 volumi, ed in una nuova eccellente traduzione, a cura delle ESD di Bologna).<br />Ma san Tommaso oltre che teologo (Summa theologiae, Commento alle Sentenze e Summa contra Gentiles), fu anche filosofo (con i celebri studi su Aristotele, Boezio e gli undici volumi delle Quaestiones Disputatae) e ottimo esegeta della Sacra Scrittura.<br />Quest'ultima sua caratteristica è la meno nota e forse un minimo anche la meno riconosciuta da certi teologi della Chiesa. Costoro, per varie diverse ragioni, sono ostili alla Scolastica medievale e vorrebbero - pazzescamente, il faut le dire - ridurre Tommaso ad una sorta di Aristotele cattolico, né biblico, né realmente "cristiano" poiché carente di impregnazione scritturistica nelle sue opere.<br />LA REALTÀ È ESATTAMENTE ALL'OPPOSTO<br />Non solo tutte le opere di san Tommaso, ove più ove meno, sono delle riflessioni che tengono conto della Rivelazione divina e dei dogmi della fede, ma l'Angelico ha anche "commentato alcuni libri biblici, in particolare Isaia, Geremia, i primi cinquanta Salmi, Giobbe, i Vangeli di san Matteo e di san Giovanni e le Lettere di san Paolo" (Tommaso d'Aquino, Commento al Vangelo secondo Matteo, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 2018, 2 volumi, di pagine 1194 ciascuno, euro 98, p. 5).<br />E non è davvero poco, specie in mancanza di web, pc ed altre moderne facilitazioni.<br />Il domenicano Roberto Coggi, traduttore del libro, nota con legittimo stupore che mentre "Tutti questi commenti sono stati tradotti in qualche lingua moderna [ovviamente nel Medioevo si scriveva in latino]", fa eccezione, "stranamente, il Vangelo di san Matteo", benché il Commento di san Tommaso non sia "per nulla inferiore agli altri" (p. 5).<br />Secondo il sacerdote, il Commento al Vangelo secondo Matteo risale al secondo periodo parigino di san Tommaso, probabilmente proprio al biennio 1269-1270, pochi anni prima dunque della morte dell'Autore, avvenuta presso l'abbazia di Fossanova, nel 1274.<br />La dotta introduzione di padre Coggi si diffonde sulle caratteristiche testuali e critiche dell'opera tomistica, notando per esempio che alcuni brevi passaggi del Commento non sarebbero dell'Aquinate, ma di un certo "Pietro di Scala, un domenicano della fine del XIII secolo" (p. 6).<br />IL SENSO LETTERALE DELLA SACRA SCRITTURA È IL PRIMO E IL PIÙ IMPORTANTE<br />Quello che ci pare ancora più rilevante, vista la crisi spaventosa dell'esegesi cattolica attuale, è il valore che il Dottore Comune della Chiesa dà al senso letterale della Sacra Pagina. "Fra i quattro sensi della Scrittura, letterale o storico [il I], allegorico, cioè dogmatico [il II], morale [il III] e anagogico, cioè rivolto alle realtà future [il IV], san Tommaso, come suo solito, dà la priorità al senso letterale, essendo convinto che esso è il solo adattabile alle necessità dell'argomentazione teologica, e inoltre che ogni interpretazione spirituale (...) deve essere confermata dall'interpretazione letterale, in modo da...]]></itunes:summary><itunes:duration>560</itunes:duration><itunes:keywords>dottoreangelico,santommaso,shakespeare,summa,summacontragentiles,summatheologiae</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/e4ee8a9be0c4ba948858f05184308d4e.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L'entusiasmante vita di santa Clotilde, moglie di Clodoveo... che grazie a lei si convertì</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-entusiasmante-vita-di-santa-clotilde-moglie-di-clodoveo-che-grazie-a-lei-si-converti--52406672</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7259" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7259</a><br /><br />L'ENTUSIASMANTE VITA DI SANTA CLOTILDE, MOGLIE DI CLODOVEO... CHE GRAZIE A LEI SI CONVERTI' di Teresa Ribeiro Matos<br />Seduto accanto al letto dove un neonato lottava contro la morte c'era un giovane re barbaro. Con la testa appoggiata sulle mani, il volto coperto per metà dai lunghi capelli che simboleggiavano la superiorità della sua origine, non nascondeva la sua disperazione per la sorte del figlio: "È certo che anche questo bambino morirà. Battezzato nel nome di Cristo, il suo destino sarà lo stesso di suo fratello: la morte! Non ha la protezione degli dei".<br />Infatti, il bambino, appena rigenerato dalle acque battesimali, era stato colpito da forti convulsioni febbrili e sembrava seguire il percorso di Ingomer, che due anni prima era morto ancora vestito di bianco.<br />In ginocchio, con la fede ancora più rafforzata dal dramma, stava la giovane regina. Nella sua anima, l'affetto materno unito alla consapevolezza della grandezza della sua missione la portava non solo ad accettare con rassegnazione quella sofferenza, ma addirittura a "esigere" un miracolo dalla Provvidenza. Sì, non era solamente suo figlio ad essere a rischio, ma la salvezza di un popolo che dipendeva dalle sue suppliche; non era soltanto suo figlio che aveva bisogno di vivere, ma la Figlia Primogenita della Chiesa che necessitava di essere "battezzata"!<br />Questa era la missione che Clotilde aveva assunto con la dignità di regina. Ed era disposta a conquistare tutti i miracoli per realizzarla.<br />PRINCIPESSA DI LIONE<br />Clotilde era nata nel Regno di Lione, territorio che suo padre, Chilperico, principe barbaro della tribù dei Burgundi, aveva ricevuto in eredità.<br />Nonostante le piccole dimensioni del regno, grande era la sua eredità spirituale e culturale. Lione era stata un'importante città sotto il dominio dei Romani ed era diventata un potente centro del cattolicesimo in Gallia. Nelle sue arene aveva visto scorrere il sangue di innumerevoli martiri come Santa Blandina, San Potino e i suoi compagni, e nella sua sede episcopale aveva sentito Sant'Ireneo predicare con sapienza ed eloquenza contro l'eresia.<br />Lo splendore materiale della regione era stato, è vero, praticamente distrutto dall'invasione dei barbari, ma il suo splendore spirituale non si era estinto con le armi e brillava come una speranza di vittoria.<br />I Vescovi della nazione, come principi della Chiesa Militante, erano ben consapevoli di quanto Cristo contasse sulla loro lotta per trionfare. Questa sfida era davvero molto ardua, perché non si limitava a distruggere il paganesimo dei barbari, ma anche l'eresia ariana che aveva messo forti radici tra loro.<br />Sant'Avito, Vescovo di Vienne, aveva già ottenuto una grande vittoria facendo in modo che i re di Borgogna si sposassero con giovani donne di confessione cattolica. A tal fine, Clotilde e Chroma - sua sorella maggiore - furono battezzate alla nascita. Tuttavia, poiché i loro genitori erano morti in una guerra fratricida, le piccole passarono sotto la tutela dello zio. Il prelato non si scoraggiò di fronte al tragico evento, ma si impegnò con ogni sforzo per educare le due principesse.<br />LA MISSIONE TRA I FRANCHI<br />Alla fine del V secolo rimaneva poco del potere romano. I trionfi conquistati dalla Chiesa a partire dall'Editto di Milano nel 313 sembravano sgretolarsi sotto l'avanzata delle orde barbariche e la perfidia degli eretici.<br />In Lombardia, Teodorico il Grande, capo ostrogoto e ariano, dominava gran parte dell'Italia; nella Gallia meridionale e nella penisola iberica regnavano i Visigoti e i Vandali, facendo prevalere l'eresia e rinnovando anche la persecuzione dei veri cattolici. In Occidente, nessun regno ormai professava ufficialmente la Fede Cattolica nella sua ortodossia. Una situazione senza speranza? Forse. Ma soprattutto, preludio di un intervento divino!<br />Nella Gallia settentrionale, la tribù dei Franchi Salii continuava ad essere pagana. Erano governati da Clodoveo, figlio di Childerico, la cui simpatia per i costumi dell'impero gli aveva fatto guadagnare il titolo di patrizio. Nel 486 conquistò la Romania - ciò che rimaneva della provincia romana nella Gallia - sconfiggendo Siagrio, governatore pusillanime e incapace di tenere testa agli ariani. In questo frangente, Clodoveo divenne il centro della speranza per i Vescovi cattolici. San Remigio, Vescovo di Reims, gli aveva scritto al momento di assumere il governo: «Pratica il bene. Sii casto e onesto. Mostrati pieno di rispetto per i tuoi Vescovi e ricorri sempre ai loro consigli. Se vai d'accordo con loro, il tuo paese si troverà bene. [...] Se vuoi regnare, mostrati degno».<br />Era, però, indispensabile che il monarca franco si convertisse se il Cristianesimo doveva avere un regno. Una moglie cattolica sembrava il mezzo migliore per inclinare il suo cuore alla verità. Clotilde, che aveva circa vent'anni, fu indirizzata dai Vescovi a tale missione.<br />Il compito non era facile. Chi poteva garantire che una giovane donna avrebbe avuto successo con un popolo barbaro in cui la vendetta, gli assassinii e la rudezza pagana facevano parte dei costumi?<br />Clotilde, il cui nome significa guerriera gloriosa, capì bene la sfida e, come Maria, diede il suo "fiat". Da quel momento, non avrebbe più vissuto per se stessa, ma per il trionfo della Fede Cattolica.<br />Nel 492, Soissons (l'ultimo territorio dell'Impero Romano d'Occidente a cadere) ricevette la regina che si sarebbe unita a Clodoveo in un matrimonio monogamo e indissolubile, fondato sulla promessa di battezzare i figli nella Religione materna. La prima battaglia era vinta!<br />Ecco, però, che nel momento successivo, la vittoria sembra passare dalla parte del paganesimo. Ingomer, il primo figlio di quell'unione e portatore della speranza di una dinastia cristiana, muore subito dopo il Battesimo, e il secondo, Clodomiro, nato nel 495, si sta avviando verso la stessa sorte. È allora che avviene l'episodio narrato all'inizio di questo articolo.<br />Dopo una notte di teso combattimento interiore, senza permettere che il suo animo vacillasse, la regina ottiene il miracolo: il bambino si calma, la febbre passa e lui si addormenta tranquillo e in salute. Con forza d'animo, eroica rassegnazione e fede incrollabile, aveva strappato dal Cielo il consenso a che suo figlio vivesse, ma soprattutto aveva impresso nel cuore del re un'immagine del vero coraggio e del potere supremo dell'unico Dio.<br />Quella che avrebbe potuto costituire una sconfitta definitiva per il Cattolicesimo nel regno dei Franchi, Clotilde la trasforma in una vittoria per la fede. Si apre così la via che condurrà Clodoveo e la Francia nel seno della Chiesa.<br />IL VOTO DI TOLBIAC<br />Nel 496, gli Alemanni - una tribù germanica - invasero le terre di Sigeberto, re di Colonia e alleato di Clodoveo. Questi, fedele all'accordo tra i due monarchi, andò in loro soccorso.<br />Nell'antico campo romano di Tolbiac, oggi Zülpich, ebbe luogo lo scontro. La ferocia del combattimento fu tremenda. Dopo qualche ora, il massacro dalla parte dei franchi divenne violento e l'esercito di Clodoveo era sul punto di essere sterminato.<br />Il capo franco si trovò in una situazione terrificante. Conosceva bene la sorte dei vinti e sapeva che se fosse stato sconfitto non avrebbe dovuto aspettarsi alcuna clemenza per se stesso, per il suo popolo e per la sua fama, perché sarebbe passato alla Storia come indegno della regalità. Tra i fragori della battaglia e il terrore che cominciava a travolgere il suo esercito, gli venne in mente l'unica figura che aveva visto affrontare un disastro con audacia e dignità e, in una situazione senza speranza, aveva ottenuto l'impossibile: Clotilde! Aggrappandosi al suo esempio, come a un'ancora di salvezza, il barbaro esclamò: Dio di Clotilde, vieni in mio soccorso!<br />Ecco che, improvvisamente, la freccia di un guerriero franco colpisce mortalmente il capo degli Alemanni e inverte la sorte della battaglia. Gli avversari, presi dal panico, cominciano a ritirarsi con i Franchi alle spalle, a inseguirli.<br />La contesa era vinta, ma soprattutto era vinta la battaglia di Cristo nel cuore di Clodoveo, grazie alla mediazione di Clotilde. Quello stesso pomeriggio le scrisse informandola che voleva ricevere il Battesimo.<br />Grande fu lo zelo del Vescovo Remigio e di Clotilde nel preparare l'agognata cerimonia. L'eremita San Vaast, che pure era passato dalle credenze germaniche al Cattolicesimo, aiutò a completare l'istruzione del re, mentre la regina fornì i migliori tessuti e incensi per far sentire a quel popolo ancora rude la grandezza unica dell'atto.<br />Accompagnato dalle sue sorelle, da Thierry, figlio del suo primo matrimonio, e da oltre tremila sudditi, Clodoveo fu finalmente ammesso nella famiglia di Dio nella festa della Natività del Signore. Nella cattedrale di Reims nasceva la Francia cattolica, il seme della cristianità, «Il Regno di Francia, regno di Maria, non perirà mai», diceva uno scritto di epoca merovingia. Clotilde era per sempre associata a Maria, madre della Chiesa, nel dare alla luce il suo primo regno.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52406672</guid><pubDate>Wed, 11 Jan 2023 20:54:26 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52406672/l_entusiasmante_vita_di_santa_clotilde_moglie_di_clodoveo_che_grazie_a_lei_si_convert.mp3" length="18880932" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7259

L'ENTUSIASMANTE VITA DI SANTA CLOTILDE, MOGLIE DI CLODOVEO... CHE GRAZIE A LEI SI CONVERTI' di Teresa Ribeiro Matos
Seduto accanto al letto dove un neonato lottava contro la...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7259" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7259</a><br /><br />L'ENTUSIASMANTE VITA DI SANTA CLOTILDE, MOGLIE DI CLODOVEO... CHE GRAZIE A LEI SI CONVERTI' di Teresa Ribeiro Matos<br />Seduto accanto al letto dove un neonato lottava contro la morte c'era un giovane re barbaro. Con la testa appoggiata sulle mani, il volto coperto per metà dai lunghi capelli che simboleggiavano la superiorità della sua origine, non nascondeva la sua disperazione per la sorte del figlio: "È certo che anche questo bambino morirà. Battezzato nel nome di Cristo, il suo destino sarà lo stesso di suo fratello: la morte! Non ha la protezione degli dei".<br />Infatti, il bambino, appena rigenerato dalle acque battesimali, era stato colpito da forti convulsioni febbrili e sembrava seguire il percorso di Ingomer, che due anni prima era morto ancora vestito di bianco.<br />In ginocchio, con la fede ancora più rafforzata dal dramma, stava la giovane regina. Nella sua anima, l'affetto materno unito alla consapevolezza della grandezza della sua missione la portava non solo ad accettare con rassegnazione quella sofferenza, ma addirittura a "esigere" un miracolo dalla Provvidenza. Sì, non era solamente suo figlio ad essere a rischio, ma la salvezza di un popolo che dipendeva dalle sue suppliche; non era soltanto suo figlio che aveva bisogno di vivere, ma la Figlia Primogenita della Chiesa che necessitava di essere "battezzata"!<br />Questa era la missione che Clotilde aveva assunto con la dignità di regina. Ed era disposta a conquistare tutti i miracoli per realizzarla.<br />PRINCIPESSA DI LIONE<br />Clotilde era nata nel Regno di Lione, territorio che suo padre, Chilperico, principe barbaro della tribù dei Burgundi, aveva ricevuto in eredità.<br />Nonostante le piccole dimensioni del regno, grande era la sua eredità spirituale e culturale. Lione era stata un'importante città sotto il dominio dei Romani ed era diventata un potente centro del cattolicesimo in Gallia. Nelle sue arene aveva visto scorrere il sangue di innumerevoli martiri come Santa Blandina, San Potino e i suoi compagni, e nella sua sede episcopale aveva sentito Sant'Ireneo predicare con sapienza ed eloquenza contro l'eresia.<br />Lo splendore materiale della regione era stato, è vero, praticamente distrutto dall'invasione dei barbari, ma il suo splendore spirituale non si era estinto con le armi e brillava come una speranza di vittoria.<br />I Vescovi della nazione, come principi della Chiesa Militante, erano ben consapevoli di quanto Cristo contasse sulla loro lotta per trionfare. Questa sfida era davvero molto ardua, perché non si limitava a distruggere il paganesimo dei barbari, ma anche l'eresia ariana che aveva messo forti radici tra loro.<br />Sant'Avito, Vescovo di Vienne, aveva già ottenuto una grande vittoria facendo in modo che i re di Borgogna si sposassero con giovani donne di confessione cattolica. A tal fine, Clotilde e Chroma - sua sorella maggiore - furono battezzate alla nascita. Tuttavia, poiché i loro genitori erano morti in una guerra fratricida, le piccole passarono sotto la tutela dello zio. Il prelato non si scoraggiò di fronte al tragico evento, ma si impegnò con ogni sforzo per educare le due principesse.<br />LA MISSIONE TRA I FRANCHI<br />Alla fine del V secolo rimaneva poco del potere romano. I trionfi conquistati dalla Chiesa a partire dall'Editto di Milano nel 313 sembravano sgretolarsi sotto l'avanzata delle orde barbariche e la perfidia degli eretici.<br />In Lombardia, Teodorico il Grande, capo ostrogoto e ariano, dominava gran parte dell'Italia; nella Gallia meridionale e nella penisola iberica regnavano i Visigoti e i Vandali, facendo prevalere l'eresia e rinnovando anche la persecuzione dei veri cattolici. In Occidente, nessun regno ormai professava ufficialmente la Fede Cattolica nella sua ortodossia. Una situazione senza speranza? Forse....]]></itunes:summary><itunes:duration>1181</itunes:duration><itunes:keywords>burgundi,clodoveo,clotilde,edittodimilano,sanremigio</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d49337b96d70a54a4cac5fedb3b1977f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Santa Brigida, la mistica che ha segnato la storia dell'Europa</title><link>https://www.spreaker.com/episode/santa-brigida-la-mistica-che-ha-segnato-la-storia-dell-europa--52119161</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7227" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7227</a><br /><br />SANTA BRIGIDA, LA MISTICA CHE HA SEGNATO LA STORIA DELL'EUROPA di Liana Marabini<br />Suor Cosima è indaffarata intorno al grande forno a legna, nel quale ha appena infilato quattro grandi teglie di ferro piene di biscotti. Si avvicina il Natale e le suore si sono accordate col "panaio" Ceco di dargli dei biscotti da vendere sul suo banco al mercato prefestivo. Guarda la brace soddisfatta, poi si gira verso il grande tavolo dove sta impastando le ostie: serviranno a don Maso, il confessore del monastero, per la Messa. Ma inavvertitamente la sua mano tocca una ciotola di zucchero che serviva per decorare i biscotti, che si ribalta e lo zucchero cade nell'impasto delle ostie. Perplessa, suor Cosima rimane un attimo pensierosa: buttare l'impasto non se ne parla, con quello che costa lo zucchero. Allora che fare? Si guarda in giro, indecisa. In un cesto ci sono delle uova, le ha raccolte lei stessa di mattina nel recinto delle galline. Ne prende tre, le spacca e le mette nell'impasto. Mescola il tutto, poi ha un'illuminazione. Va nella dispensa e torna con una bottiglia di liquore di anice. Ne versa un po' nell'impasto e amalgama bene tutto. Ora è contenta, ne farà dei biscotti belli profumati, ma li cuocerà sulle piastre delle ostie invece che nel forno, visto che l'impasto di base era destinato alle ostie.<br />È il 1398 e siamo a Pistoia, nel monastero dell'Ordine del SS. Salvatore di Santa Brigida di Svezia. Suor Cosima, inventrice per errore di uno dei dolci più apprezzati in Toscana (i brigidini), fa parte delle suore che hanno costruito questo monastero, intitolato alla loro fondatrice. Le suore di questo ordine hanno la vocazione di accogliere i viandanti con grazia e carità, di pregare in contemplazione e adorazione eucaristica, di fare attività apostolica.<br />Ma chi era santa Brigida? Di nobile famiglia, Birgitta Bengtsdotter nacque nel castello di Finsta nel 1303. Fu battezzata con il nome di Brigida in onore di santa Brigida di Kildare († 525), monaca e compatrona d'Irlanda, alla quale i genitori erano devoti.<br />Rimase orfana della madre e, intorno a 12 anni, fu mandata presso la zia Caterina Bengtsdotter a completare la propria formazione; ancora fanciulla, Brigida ebbe le prime esperienze mistiche. Dopo aver ascoltato una predica sulla Passione di Gesù, ebbe con Lui un profondo colloquio. Alla domanda: "O mio caro Signore, chi ti ha ridotto così?", si sentì rispondere: "Tutti coloro che mi dimenticano e disprezzano il mio amore!".<br />Verso i 13 anni, secondo le consuetudini dell'epoca, il padre la diede in sposa al giovane nobile Ulf Gudmarsson. Brigida, in realtà, avrebbe voluto consacrarsi a Dio, ma accettò umilmente la disposizione paterna, vedendo in essa la volontà divina. Le nozze furono celebrate nel 1316. Andò quindi ad abitare nel castello di Ulfasa, presso le sponde del lago Boren. Il giovane sposo, a dispetto del suo nome (Ulf significa "lupo" in svedese), era un uomo mite, animato dalla volontà di vivere secondo il Vangelo. Brigida diede al marito ben otto figli, quattro maschi e quattro femmine. Ma dopo la nascita dell'ultimo figlio, i due vissero come fratello e sorella.<br /><br />CHIAMATA DAL RE PER ISTRUIRE LA REGINA<br />Per vent'anni Brigida, che aveva il titolo di principessa di Närke, visse nella città di Ulfasa, che diventò il suo universo. Un mondo che cercò di migliorare con le sue opere di bene. Malgrado la ricchezza e i titoli, Brigida conduceva una vita semplice, dirigendo personalmente i suoi servitori e svolgendo insieme a loro le incombenze domestiche, in un clima di famiglia. Brigida conobbe il maestro Matthias, uomo esperto in Sacra Scrittura, di vasta cultura e zelante sacerdote; ben presto divenne il suo confessore e si fece tradurre da lui in svedese buona parte della Bibbia per poterla leggere e meditare meglio. Don Matthias, che aveva studiato a Parigi ed era un uomo di grande erudizione, fece scoprire a Brigida le correnti di pensiero di tutta l'Europa e tutto ciò si rivelerà utile per la conoscenza delle problematiche del tempo, preparandola alla sua futura missione.<br />Brigida venne talmente apprezzata per la sua cultura da essere chiamata dal re di Svezia Magnus IV Eriksson (1316-1374) per istruire la giovanissima regina di origine francese Bianca di Namur. Correva l'anno 1335 e Brigida, che era lontana cugina del sovrano, fu invitata a stabilirsi a corte. L'invito non si poteva rifiutare e quindi Brigida affidò i figli a due monasteri cisterciensi e lasciò temporaneamente la sua casa di Ulfasa. Si trasferì a Stoccolma, portando con sé il figlio più piccolo, bisognoso ancora delle cure materne. A corte ebbe grande influenza sui giovani sovrani e, finché fu ascoltata, la Svezia ebbe buone leggi e furono abolite ingiuste e inumane consuetudini, come il diritto regio di rapina sui beni dei naufraghi. Inoltre, furono mitigate le tasse che opprimevano il popolo.<br />Man mano che la regina cresceva, manifestando un'eccessiva frivolezza (favorita dal marito), la vita di corte andò diventando molto mondana. Brigida si trovò messa da parte e a questo punto, senza rompere i rapporti con i sovrani, approfittando di momenti propizi e del lutto che l'aveva colpita con la morte nel 1338 del figlio Gudmar, lasciò la corte e se ne ritornò a casa sua, ritrovando nel castello di Ulfasa i figli, il marito e la gioia della famiglia.<br />Nel 1341 i due coniugi festeggiarono le nozze d'argento: Brigida e Ulf decisero di recarsi in pellegrinaggio a Santiago di Compostela. Fu l'evento che segnò una svolta decisiva nella vita dei due, che già da tempo vivevano vita fraterna e casta. Nel viaggio di ritorno, Ulf scampò alla morte grazie ad un prodigio e così i due coniugi decisero concordemente di abbracciare la vita religiosa. Ulf fu accolto nel monastero cisterciense di Alvastra, mentre Brigida si trasferì in un edificio annesso allo stesso monastero, dove restò quasi tre anni, fino al 1346, curando i malati e aiutando la povera gente; provvide anche a dare un onesto lavoro alle giovani povere che sarebbero altrimenti cadute nel giro della prostituzione. Ulf morì il 12 febbraio 1344, assistito dalla moglie.<br /><br />LE VISIONI DI CRISTO<br />Dopo la morte del marito, Brigida visse momenti di grande solitudine ed introspezione ad Alvastra, un castello regalatole dal re, con terre e donazioni comprese. Stava ore in adorazione nella piccola cappella del castello e ripresero a manifestarsi le visioni in cui Cristo la spingeva ad operare per il bene del Paese, ma anche dell'Europa e della Chiesa.<br />Pian piano prese forma nella sua mente l'idea di dare alla Chiesa un nuovo ordine religioso - che sarà detto del Santo Salvatore - composto da monasteri "doppi", cioè di religiosi e suore, rigorosamente divisi e il cui unico punto d'incontro era in chiesa per la preghiera in comune; ma tutti sotto la guida di un'unica badessa, rappresentante la Santa Vergine e con un confessore generale.<br />L'Ordine del Ss. Salvatore si ispirava alla Chiesa primitiva, raccolta nel Cenacolo attorno a Maria; la parte femminile era formata da 60 religiose e quella maschile da 25 religiosi, di cui 13 sacerdoti a ricordo dei 12 Apostoli con san Paolo, 2 diaconi e 2 suddiaconi rappresentanti i primi 4 Padri della Chiesa, e 8 frati. Riassumendo, ogni comunità doppia era composta da 85 membri, dei quali 60 suore che con i 12 monaci non sacerdoti rappresentavano i 72 discepoli, più i 13 sacerdoti come sopra detto. Il gioco di numeri rientrava nel gusto del tempo per il simbolismo. Rappresentare gli apostoli e i discepoli era un richiamo concreto a vivere come loro erano vissuti; senza dimenticare che in quell'epoca non esisteva crisi di vocazioni e ciò permetteva di raggiungere senza difficoltà il numero di monache e religiosi prescritto per ogni doppio monastero.<br />Brigida non tardò a mettere in pratica questa idea ed iniziò i lavori di ristrutturazione di Alvastra, che durarono molti anni, anche perché papa Clemente VI non concesse la richiesta autorizzazione per il nuovo ordine, in ottemperanza al decreto del Concilio Ecumenico Lateranense del 1215, che proibiva il sorgere di nuovi ordini religiosi. Decisa a convincerlo della bontà del suo progetto, nell'autunno del 1349, Brigida si recò a Roma, accompagnata dalla figlia Caterina, con un doppio scopo: voleva vivere lì l'Anno Santo del 1350, ma anche - e soprattutto - intendeva sollecitare il Papa, quando sarebbe ritornato a Roma, a concedere l'approvazione per la creazione del nuovo ordine (purtroppo, questa fu concessa solo nel 1370 da papa Urbano V).<br /><br />IL PRIMO MONASTERO<br />Brigida era giunta a Roma accompagnata non solo dalla figlia, ma anche da altre tre persone molto importanti per lei: il suo confessore, il segretario Pietro Magnus e il sacerdote Gudmaro di Federico, Alloggiò brevemente nell'ospizio dei pellegrini presso Castel Sant'Angelo, e poi nel palazzo del cardinale Ugo Roger di Beaufort, fratello del papa, che vivendo ad Avignone, aveva deciso di metterlo a disposizione di Brigida, la cui fama era giunta anche alla Curia avignonese. Roma fece una brutta impressione a Brigida, cosa che risulta dai suoi scritti, in cui parla di «una città popolata di rospi e vipere, le strade piene di fango ed erbacce, il clero avido, immorale e trascurato». Brigida aggiunge che «si avverte fortemente la lontananza da tanto tempo del Papa»: così, cominciò a scrivere a]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52119161</guid><pubDate>Wed, 07 Dec 2022 15:03:48 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52119161/santa_brigida_la_mistica_che_ha_segnato_la_storia_dell_europa.mp3" length="22622084" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7227

SANTA BRIGIDA, LA MISTICA CHE HA SEGNATO LA STORIA DELL'EUROPA di Liana Marabini
Suor Cosima è indaffarata intorno al grande forno a legna, nel quale ha appena infilato quattro...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7227" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7227</a><br /><br />SANTA BRIGIDA, LA MISTICA CHE HA SEGNATO LA STORIA DELL'EUROPA di Liana Marabini<br />Suor Cosima è indaffarata intorno al grande forno a legna, nel quale ha appena infilato quattro grandi teglie di ferro piene di biscotti. Si avvicina il Natale e le suore si sono accordate col "panaio" Ceco di dargli dei biscotti da vendere sul suo banco al mercato prefestivo. Guarda la brace soddisfatta, poi si gira verso il grande tavolo dove sta impastando le ostie: serviranno a don Maso, il confessore del monastero, per la Messa. Ma inavvertitamente la sua mano tocca una ciotola di zucchero che serviva per decorare i biscotti, che si ribalta e lo zucchero cade nell'impasto delle ostie. Perplessa, suor Cosima rimane un attimo pensierosa: buttare l'impasto non se ne parla, con quello che costa lo zucchero. Allora che fare? Si guarda in giro, indecisa. In un cesto ci sono delle uova, le ha raccolte lei stessa di mattina nel recinto delle galline. Ne prende tre, le spacca e le mette nell'impasto. Mescola il tutto, poi ha un'illuminazione. Va nella dispensa e torna con una bottiglia di liquore di anice. Ne versa un po' nell'impasto e amalgama bene tutto. Ora è contenta, ne farà dei biscotti belli profumati, ma li cuocerà sulle piastre delle ostie invece che nel forno, visto che l'impasto di base era destinato alle ostie.<br />È il 1398 e siamo a Pistoia, nel monastero dell'Ordine del SS. Salvatore di Santa Brigida di Svezia. Suor Cosima, inventrice per errore di uno dei dolci più apprezzati in Toscana (i brigidini), fa parte delle suore che hanno costruito questo monastero, intitolato alla loro fondatrice. Le suore di questo ordine hanno la vocazione di accogliere i viandanti con grazia e carità, di pregare in contemplazione e adorazione eucaristica, di fare attività apostolica.<br />Ma chi era santa Brigida? Di nobile famiglia, Birgitta Bengtsdotter nacque nel castello di Finsta nel 1303. Fu battezzata con il nome di Brigida in onore di santa Brigida di Kildare († 525), monaca e compatrona d'Irlanda, alla quale i genitori erano devoti.<br />Rimase orfana della madre e, intorno a 12 anni, fu mandata presso la zia Caterina Bengtsdotter a completare la propria formazione; ancora fanciulla, Brigida ebbe le prime esperienze mistiche. Dopo aver ascoltato una predica sulla Passione di Gesù, ebbe con Lui un profondo colloquio. Alla domanda: "O mio caro Signore, chi ti ha ridotto così?", si sentì rispondere: "Tutti coloro che mi dimenticano e disprezzano il mio amore!".<br />Verso i 13 anni, secondo le consuetudini dell'epoca, il padre la diede in sposa al giovane nobile Ulf Gudmarsson. Brigida, in realtà, avrebbe voluto consacrarsi a Dio, ma accettò umilmente la disposizione paterna, vedendo in essa la volontà divina. Le nozze furono celebrate nel 1316. Andò quindi ad abitare nel castello di Ulfasa, presso le sponde del lago Boren. Il giovane sposo, a dispetto del suo nome (Ulf significa "lupo" in svedese), era un uomo mite, animato dalla volontà di vivere secondo il Vangelo. Brigida diede al marito ben otto figli, quattro maschi e quattro femmine. Ma dopo la nascita dell'ultimo figlio, i due vissero come fratello e sorella.<br /><br />CHIAMATA DAL RE PER ISTRUIRE LA REGINA<br />Per vent'anni Brigida, che aveva il titolo di principessa di Närke, visse nella città di Ulfasa, che diventò il suo universo. Un mondo che cercò di migliorare con le sue opere di bene. Malgrado la ricchezza e i titoli, Brigida conduceva una vita semplice, dirigendo personalmente i suoi servitori e svolgendo insieme a loro le incombenze domestiche, in un clima di famiglia. Brigida conobbe il maestro Matthias, uomo esperto in Sacra Scrittura, di vasta cultura e zelante sacerdote; ben presto divenne il suo confessore e si fece tradurre da lui in svedese buona parte della Bibbia per poterla leggere...]]></itunes:summary><itunes:duration>1414</itunes:duration><itunes:keywords>avignone,brigidini,principessa,terrasanta,ulf</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ac4fd103d4d5a796b6476e8b5e490ee2.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Vuoi andare in paradiso? Devi diventare santo</title><link>https://www.spreaker.com/episode/vuoi-andare-in-paradiso-devi-diventare-santo--51682039</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3496" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3496</a><br /><br />VUOI ANDARE IN PARADISO? DEVI DIVENTARE SANTO di Don Stefano Bimbi<br />La festa di tutti i Santi ha una grande importanza per la Chiesa in quanto mette in evidenza la bellissima realtà della Chiesa trionfante, cioè di quelle persone che, essendo in Paradiso, sono eternamente felici con Dio. A questo punto è bene chiedersi se anche noi siamo incamminati nella via di santità oppure se la nostra vita si perde in altri obiettivi e interessi.<br /><br />LA VERA NATURA DELLA SANTITÀ<br />Per capire chi di noi aspira alla santità basta porsi la semplice domanda: voglio andare in Paradiso? A questo interrogativo probabilmente il 100% delle persone risponde di sì. Se ne deduce che tutti vogliamo diventare santi, perché santo è chi è in paradiso. La via della santità è quindi l'unica che ci conduce alla felicità e quindi in Paradiso. Se ci pensiamo bene, infatti, coloro che rispondono di voler andare in Paradiso dicono così perché vogliono essere felici. Quindi diventar santi, cioè stare alla presenza eterna di Dio, vuol dire essere pienamente felici.<br />Abbiamo così scoperto la vera natura della santità. A volte descrivendo la vita di un santo ci si sofferma su quante opere buone ha fatto oppure sulla vita di preghiera e di penitenza che ha vissuto oppure, ancora, sui miracoli che ha fatto. Ebbene, nessuna di queste cose, in realtà, è la santità. Le opere buone, le preghiere, le penitenze sono vie per arrivare alla santità, ma non sono la santità. Questa consiste non in cose che facciamo noi. Essere santi vuol dire stare alla presenza del tre volte santo, cioè Dio stesso. Ecco perché coloro che sono in Paradiso sono santi anche se non sono stati proclamati tali dalla Chiesa, la quale ne proclama alcuni che hanno esercitato eroicamente le virtù in modo che possiamo avere dei modelli e degli intercessori.<br />Chi è alla presenza di Dio è santo grazie a questa semplice presenza. È Dio che ci fa santi, non le nostre opere. Ecco che anche su questa terra ci si può avvicinare alla santità tanto più ci si avvicina a Dio, credendo in Lui e facendo la sua volontà. Ecco perché compiere opere buone, pregare e fare penitenza non sono automaticamente segno di santità, perché sono "solo" mezzi per arrivare alla santità.<br /><br />I MIRACOLI<br />Che dire poi dei miracoli? Una volta una signora si chiedeva come facesse Santa Gianna Beretta Molla a essere santa se in vita non aveva fatto nemmeno un miracolo. La santa aveva scelto di non curare un fibroma all'utero per essere certa di far nascere la sua quarta figlia dicendo ai medici: «Se dovete scegliere tra la mia vita e quella di mia figlia, nessuna esitazione: scegliete (e lo esigo) la bambina; salvate lei!». In effetti, santa Gianna durante la sua vita non ha fatto nessun miracolo e anzi, andando in ospedale, aveva detto all'infermiera che l'aveva accolta: «Sono qui per compiere il mio dovere di mamma». Dimostrava così di ritenere normale donare la sua vita per la figlia: il suo sacrificio e la sua esemplare vita cristiana sono stati i mezzi che le hanno permesso di arrivare in Paradiso anche se non ha fatto nessun miracolo nella sua vita terrena. Il miracolo, infatti, è richiesto dalla Chiesa dopo la morte per poter essere proclamato beato e poi santo, per avere la certezza che la persona sia in Paradiso e quindi possa ottenere il miracolo per intercessione, cioè chiedendo una grazia, per una persona sulla terra, direttamente a Dio che vede faccia a faccia.<br />In conclusione, la santità è l'unica via per essere felici e dobbiamo continuamente chiedere a Gesù che ci ammetta alla sua presenza chiedendogli perdono per i nostri peccati. Solo così potremo sperare un giorno di "guadagnare" il Paradiso dove l'amore che sempre cerchiamo trovi la sua definitiva e appagante risposta eterna.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/51682039</guid><pubDate>Tue, 25 Oct 2022 12:48:21 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/51682039/vuoi_andare_in_paradiso_devi_diventare_santo.mp3" length="5798391" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3496&#13;
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VUOI ANDARE IN PARADISO? DEVI DIVENTARE SANTO di Don Stefano Bimbi&#13;
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Se ne deduce che tutti vogliamo diventare santi, perché santo è chi è in paradiso. La via della santità è quindi l'unica che ci conduce alla felicità e quindi in Paradiso. Se ci pensiamo bene, infatti, coloro che rispondono di voler andare in Paradiso dicono così perché vogliono essere felici. Quindi diventar santi, cioè stare alla presenza eterna di Dio, vuol dire essere pienamente felici.<br />Abbiamo così scoperto la vera natura della santità. A volte descrivendo la vita di un santo ci si sofferma su quante opere buone ha fatto oppure sulla vita di preghiera e di penitenza che ha vissuto oppure, ancora, sui miracoli che ha fatto. Ebbene, nessuna di queste cose, in realtà, è la santità. Le opere buone, le preghiere, le penitenze sono vie per arrivare alla santità, ma non sono la santità. Questa consiste non in cose che facciamo noi. Essere santi vuol dire stare alla presenza del tre volte santo, cioè Dio stesso. Ecco perché coloro che sono in Paradiso sono santi anche se non sono stati proclamati tali dalla Chiesa, la quale ne proclama alcuni che hanno esercitato eroicamente le virtù in modo che possiamo avere dei modelli e degli intercessori.<br />Chi è alla presenza di Dio è santo grazie a questa semplice presenza. È Dio che ci fa santi, non le nostre opere. Ecco che anche su questa terra ci si può avvicinare alla santità tanto più ci si avvicina a Dio, credendo in Lui e facendo la sua volontà. Ecco perché compiere opere buone, pregare e fare penitenza non sono automaticamente segno di santità, perché sono "solo" mezzi per arrivare alla santità.<br /><br />I MIRACOLI<br />Che dire poi dei miracoli? Una volta una signora si chiedeva come facesse Santa Gianna Beretta Molla a essere santa se in vita non aveva fatto nemmeno un miracolo. La santa aveva scelto di non curare un fibroma all'utero per essere certa di far nascere la sua quarta figlia dicendo ai medici: «Se dovete scegliere tra la mia vita e quella di mia figlia, nessuna esitazione: scegliete (e lo esigo) la bambina; salvate lei!». In effetti, santa Gianna durante la sua vita non ha fatto nessun miracolo e anzi, andando in ospedale, aveva detto all'infermiera che l'aveva accolta: «Sono qui per compiere il mio dovere di mamma». Dimostrava così di ritenere normale donare la sua vita per la figlia: il suo sacrificio e la sua esemplare vita cristiana sono stati i mezzi che le hanno permesso di arrivare in Paradiso anche se non ha fatto nessun miracolo nella sua vita terrena. Il miracolo, infatti, è richiesto dalla Chiesa dopo la morte per poter essere proclamato beato e poi santo, per avere la certezza che la persona sia in Paradiso e quindi possa ottenere il miracolo per intercessione, cioè chiedendo una grazia, per una persona sulla terra, direttamente a Dio che vede faccia a faccia.<br />In conclusione, la santità è l'unica via per essere felici e dobbiamo continuamente chiedere a Gesù che ci ammetta alla sua presenza chiedendogli perdono per i nostri peccati. Solo così potremo sperare un giorno di "guadagnare" il Paradiso dove l'amore che sempre cerchiamo trovi la sua definitiva e appagante risposta eterna.]]></itunes:summary><itunes:duration>363</itunes:duration><itunes:keywords>giannaberettamolla,mezzi,miracolo,paradiso,santità</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/401e10489bf5475915819a2dfb20edfc.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Morto il gesuita tedesco che ha smontato per sempre la leggenda nera su papa Pio XII</title><link>https://www.spreaker.com/episode/morto-il-gesuita-tedesco-che-ha-smontato-per-sempre-la-leggenda-nera-su-papa-pio-xii--51618587</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7187" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7187</a><br /><br />MORTO IL GESUITA TEDESCO CHE HA SMONTATO PER SEMPRE LA LEGGENDA NERA SU PAPA PIO XII di Ermes Dovico<br />Il 12 ottobre è morto padre Peter Gumpel, gesuita tedesco di 98 anni (ne avrebbe compiuti 99 il 15 novembre). Gumpel è noto in particolare per aver potuto accedere, fin dal 1965, alla documentazione sul pontificato di Pio XII contenuta nell'Archivio Segreto Vaticano (l'odierno Archivio Apostolico) e aver così contribuito a smontare, insieme ad altri storici, le leggende nere che circolavano su papa Pacelli.<br />Leggende che avevano raggiunto il culmine nel ‘63, attraverso la rappresentazione teatrale Il Vicario del drammaturgo Rolf Hochhuth, che accusava il Pastore Angelico di essere rimasto passivo e indifferente di fronte al genocidio compiuto dai nazisti. Una "tesi teatrale" che fa a pugni con la realtà di un pontefice, quale Pio XII, che mise in piedi un'opera capillare per offrire rifugio, nutrimento e salvezza a migliaia di ebrei. Eppure, la suddetta tesi non è mai scomparsa dalla propaganda anticattolica, di cui lo stesso padre Gumpel, come testimoniava, faceva esperienza nel suo lavoro di storico.<br />La Nuova Bussola ha intervistato don Nicola Bux, che ha conosciuto personalmente il gesuita tedesco.<br /><br />Don Bux, ci può tratteggiare innanzitutto la figura di padre Gumpel?<br />Apparteneva a una famiglia nobile tedesca, che fu perseguitata sotto il governo nazista a causa delle sue origini ebraiche e costretta a emigrare. Il suo ruolo di storico ha avuto risalto, essenzialmente, per i suoi lavori di ricerca e di acclaramento della verità sulla figura di Pio XII. Era già noto ai tempi di Paolo VI, perché fu allora che si approfondirono le ricerche su Pacelli. Papa Montini stimava molto Pio XII (con il quale aveva lavorato quando era Sostituto alla Segreteria di Stato) e perciò volle che si pubblicassero documenti per attestare l'opera di Pacelli durante la guerra. Al Concilio Vaticano II lo stesso Paolo VI chiese che fosse avviata contemporaneamente la causa di beatificazione sia di Giovanni XXIII che di Pio XII. Poi, sotto Benedetto XVI, la postulazione della causa di Pacelli è stata affidata ai gesuiti, anche perché i gesuiti sono stati consiglieri di Pio XII, che si avvaleva molto del loro aiuto. Faccio notare che già due mesi dopo la sua morte era stata pubblicata la prima preghiera per chiedere la sua beatificazione: Pio XII morì infatti il 9 ottobre 1958 e già l'8 dicembre di quell'anno veniva dato l'imprimatur a un suo santino.<br /><br />Che ruolo ha avuto padre Gumpel nella causa?<br />Padre Gumpel, in particolare, è stato il relatore della causa di beatificazione di Pio XII per trent'anni, dal 1983 al 2013. In quell'arco temporale, nel 2009, la Chiesa ha riconosciuto le virtù eroiche di papa Pacelli, che è quindi stato proclamato venerabile da Benedetto XVI. Papa Ratzinger si è servito fino alla fine della collaborazione di padre Gumpel, per fugare l'ultimo dubbio che pesava sul processo di beatificazione, e cioè se Pio XII avesse fatto tutto il possibile per aiutare e salvare gli ebrei. Gumpel, appunto, fugò con grande perizia gli ultimi dubbi in merito. Tra l'altro, incontrò il leader di un gruppo di circa 800 rabbini ebrei ortodossi nordamericani che gli diede una dichiarazione scritta in cui spiegava che gli ebrei ortodossi non erano d'accordo con quei fratelli nella fede che si intromettono nelle questioni interne della Chiesa. È noto che sulla vicenda di Pio XII hanno pesato condizionamenti politici di parte, che hanno rallentato l'iter per la beatificazione, ma che padre Gumpel riuscì bene a "dribblare" con la forza della documentazione storica, che attesta il comportamento esemplare del Santo Padre.<br /><br />Padre Gumpel si rammaricava per il fatto che ci fossero personaggi noti, anche in ambienti cattolici, che non sostenevano la beatificazione di Pio XII.<br />Sì, io ho avuto modo di conoscerlo e di parlare con lui, quando era ancora in forze. Poi negli ultimi anni è stato ricoverato in infermeria e quindi non ha più seguito la postulazione, anche perché la causa - raggiunto il grado della venerabilità - attende solo il riconoscimento di un miracolo per la beatificazione e poi di un altro per la canonizzazione.<br /><br />Lui supervisionò la positio sulle virtù di Pio XII, un lavoro di tremila pagine.<br />Certamente è un lavoro in cui ha avuto un grande ruolo, e si è avvalso di tanti collaboratori. Padre Gumpel era convintissimo della santità di papa Pacelli. Un'altra grande figura nella causa è stato il postulatore padre Paolo Molinari (†2014). Dopo la morte di Molinari, che faceva seguito a quella dello storico gesuita Pierre Blet (†2009) - uno dei quattro autori della monumentale opera in francese "Atti e documenti della Santa Sede relativi al periodo della Seconda Guerra Mondiale" - padre Gumpel era diventato una sorta di ultima memoria storica di Pio XII e dell'epoca in cui l'Archivio Vaticano sul suo pontificato (aperto dal 2020) era inaccessibile ai più. Come dicevo, fu Paolo VI che fece pubblicare quella documentazione sul periodo della guerra, per chiarire ulteriormente il ruolo di Pio XII.<br /><br />Ci può fare qualche esempio di ritrovamento storico illustrato da padre Gumpel?<br />Lui ha fatto parecchie scoperte. Ma una che vorrei indicare, visto anche il 60° anniversario dal suo inizio, è quella sulla convocazione del Concilio ecumenico. Molti non sanno che Pio XII avrebbe voluto riprendere il Concilio Vaticano I che era stato interrotto a seguito della Presa di Roma. Con Pio XI non fu possibile concretizzare la cosa, per le contingenze storiche. Pio XII aveva ripreso il piano di convocazione del Concilio; a volte è stato detto che egli non l'abbia convocato perché si sentiva anziano: nel 1951 aveva 75 anni, con alle spalle le fatiche dell'Anno Santo (1950). Poi iniziarono a manifestarsi nel Santo Padre i prodromi della grave malattia che lo afflisse, come scriveva lo stesso Gumpel, e che nel ‘54 fecero seriamente temere per la sua vita. Ma questi non erano gli unici fattori, ce ne furono altri, che fanno capire perché Pio XII non abbia, per prudenza, convocato il Concilio: Pacelli sapeva bene che un eventuale Concilio - per le materie gravi da trattare, per i tempi e le divergenze di allora - si sarebbe protratto per un po' di anni. E quindi lui era convinto che in quell'epoca - siamo all'inizio degli anni Cinquanta, con la Cortina di ferro e l'impedimento per molti vescovi dell'Europa orientale - non ci fossero le condizioni per una convocazione conciliare. Comunque, come sappiamo, e questo Gumpel lo mette bene in evidenza, il magistero di Pio XII ha avuto un'influenza considerevole sul Vaticano II, al punto che è la fonte più citata nei documenti conciliari. A proposito vorrei fare una riflessione.<br /><br />Quale?<br />Se ci sarà la beatificazione di Pio XII si ricomporrà forse quella "rottura" tra Chiesa preconciliare e postconciliare, menzionata da Benedetto XVI nel celebre discorso del 2005 sulla necessità di un'ermeneutica della continuità. Il fatto che Benedetto XVI abbia contribuito a rilanciare la causa di Pio XII con la dichiarazione sull'eroicità delle virtù, e quindi la venerabilità, dimostra che l'ermeneutica della continuità ha bisogno di un segnale. Pio XII ha collaborato tanto con i gesuiti e spero che ora che c'è un Papa gesuita possa arrivare questo segnale.<br /><br />Dagli studi di Gumpel è emersa anche la vicenda della religiosa addetta al governo dell'appartamento di Pio XII, la tedesca suor Pascalina Lehnert, che durante il conflitto coordinò - su incarico del Santo Padre - l'accoglienza degli ebrei in diversi monasteri e lei stessa andava in giro per Roma alla guida di un furgone, distribuendo cibo e vestiti.<br />Sì, oltre che nelle ricerche di padre Gumpel, questo è un aspetto ben documentato da Dominiek Oversteyns, della Famiglia spirituale "L'Opera", che a Boccea (Roma) ha creato un piccolo museo, allestito grazie al contributo della stessa suor Pascalina. La cosa che impressiona quando si visita quel museo sono le scarpe - bucate nella suola - di Pio XII, che lui non faceva riparare per devolvere il più possibile ai bisognosi. Durante la guerra non faceva accendere i caloriferi in Vaticano, per solidarietà con le tante famiglie che stavano al freddo. La carità di quest'uomo, papa Pacelli, è stata grande, ma mai sbandierata. Sempre Oversteyns ha fatto una mole imponente di ricerche sulle famiglie ebraiche, raccolte su un sito Internet, in cui censisce tutti gli interventi fatti da Pio XII in favore degli ebrei a Roma.<br />Nel 2021 è stato anche pubblicato il libro di Johan Ickx (Pio XII e gli ebrei), che da decenni lavora negli archivi della Santa Sede. Non so in che modo abbiano collaborato Gumpel e Ickx, ma quest'ultimo, nel volume, inserisce nei ringraziamenti il gesuita tedesco. In questo libro si descrive tra l'altro la storia del bureau, l'apposito ufficio creato da Pio XII per aiutare gli ebrei.<br /><br />Ickx ha contato - nell'archivio della Seconda Sezione della Segreteria di Stato - 2800 richieste di aiuto, relative a circa cinquemila persone. E spiega che si tratta di cifre che potrebbero un giorno essere riviste al rialzo...<br />Esatto. Perciò risultano avvilenti i tentativi da parte di certa pubblicistica anticattolica di dipingere Pacelli come "il Papa di Hitler", quando invece i nazisti, come spiegava padre Gumpel sulla base dei documenti dell'epoca, odiavano Pio XII. E tra i fedeli la devozione è molto viva. L'attuale postulatore generale dei gesuiti, padre Pascual Cebollada, mi ha detto che ogni giorno giungono alla postulazione richieste da tutto il mondo di santini di Pio XII (con le preghiere per impetrarne la beatificazione), a conferma della sua fama di santità.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/51618587</guid><pubDate>Wed, 19 Oct 2022 14:10:20 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/51618587/morto_il_gesuita_tedesco_che_ha_smontato_per_sempre_la_leggenda_nera_su_papa_pio_xii.mp3" length="11136148" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7187&#13;
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MORTO IL GESUITA TEDESCO CHE HA SMONTATO PER SEMPRE LA LEGGENDA NERA SU PAPA PIO XII di Ermes Dovico&#13;
Il 12 ottobre è morto padre Peter Gumpel, gesuita tedesco di 98 anni (ne avrebbe...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7187" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7187</a><br /><br />MORTO IL GESUITA TEDESCO CHE HA SMONTATO PER SEMPRE LA LEGGENDA NERA SU PAPA PIO XII di Ermes Dovico<br />Il 12 ottobre è morto padre Peter Gumpel, gesuita tedesco di 98 anni (ne avrebbe compiuti 99 il 15 novembre). Gumpel è noto in particolare per aver potuto accedere, fin dal 1965, alla documentazione sul pontificato di Pio XII contenuta nell'Archivio Segreto Vaticano (l'odierno Archivio Apostolico) e aver così contribuito a smontare, insieme ad altri storici, le leggende nere che circolavano su papa Pacelli.<br />Leggende che avevano raggiunto il culmine nel ‘63, attraverso la rappresentazione teatrale Il Vicario del drammaturgo Rolf Hochhuth, che accusava il Pastore Angelico di essere rimasto passivo e indifferente di fronte al genocidio compiuto dai nazisti. Una "tesi teatrale" che fa a pugni con la realtà di un pontefice, quale Pio XII, che mise in piedi un'opera capillare per offrire rifugio, nutrimento e salvezza a migliaia di ebrei. Eppure, la suddetta tesi non è mai scomparsa dalla propaganda anticattolica, di cui lo stesso padre Gumpel, come testimoniava, faceva esperienza nel suo lavoro di storico.<br />La Nuova Bussola ha intervistato don Nicola Bux, che ha conosciuto personalmente il gesuita tedesco.<br /><br />Don Bux, ci può tratteggiare innanzitutto la figura di padre Gumpel?<br />Apparteneva a una famiglia nobile tedesca, che fu perseguitata sotto il governo nazista a causa delle sue origini ebraiche e costretta a emigrare. Il suo ruolo di storico ha avuto risalto, essenzialmente, per i suoi lavori di ricerca e di acclaramento della verità sulla figura di Pio XII. Era già noto ai tempi di Paolo VI, perché fu allora che si approfondirono le ricerche su Pacelli. Papa Montini stimava molto Pio XII (con il quale aveva lavorato quando era Sostituto alla Segreteria di Stato) e perciò volle che si pubblicassero documenti per attestare l'opera di Pacelli durante la guerra. Al Concilio Vaticano II lo stesso Paolo VI chiese che fosse avviata contemporaneamente la causa di beatificazione sia di Giovanni XXIII che di Pio XII. Poi, sotto Benedetto XVI, la postulazione della causa di Pacelli è stata affidata ai gesuiti, anche perché i gesuiti sono stati consiglieri di Pio XII, che si avvaleva molto del loro aiuto. Faccio notare che già due mesi dopo la sua morte era stata pubblicata la prima preghiera per chiedere la sua beatificazione: Pio XII morì infatti il 9 ottobre 1958 e già l'8 dicembre di quell'anno veniva dato l'imprimatur a un suo santino.<br /><br />Che ruolo ha avuto padre Gumpel nella causa?<br />Padre Gumpel, in particolare, è stato il relatore della causa di beatificazione di Pio XII per trent'anni, dal 1983 al 2013. In quell'arco temporale, nel 2009, la Chiesa ha riconosciuto le virtù eroiche di papa Pacelli, che è quindi stato proclamato venerabile da Benedetto XVI. Papa Ratzinger si è servito fino alla fine della collaborazione di padre Gumpel, per fugare l'ultimo dubbio che pesava sul processo di beatificazione, e cioè se Pio XII avesse fatto tutto il possibile per aiutare e salvare gli ebrei. Gumpel, appunto, fugò con grande perizia gli ultimi dubbi in merito. Tra l'altro, incontrò il leader di un gruppo di circa 800 rabbini ebrei ortodossi nordamericani che gli diede una dichiarazione scritta in cui spiegava che gli ebrei ortodossi non erano d'accordo con quei fratelli nella fede che si intromettono nelle questioni interne della Chiesa. È noto che sulla vicenda di Pio XII hanno pesato condizionamenti politici di parte, che hanno rallentato l'iter per la beatificazione, ma che padre Gumpel riuscì bene a "dribblare" con la forza della documentazione storica, che attesta il comportamento esemplare del Santo Padre.<br /><br />Padre Gumpel si rammaricava per il fatto che ci fossero personaggi noti, anche in ambienti cattolici, che non sostenevano la...]]></itunes:summary><itunes:duration>696</itunes:duration><itunes:keywords>genocidio,leggendanera,papapacelli,pioxii,salvezza</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/231ba3c6ee16ffe95a99a4295b44e908.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Beato Giovanni Paolo I, papa per solo un mese</title><link>https://www.spreaker.com/episode/beato-giovanni-paolo-i-papa-per-solo-un-mese--51470134</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7160" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7160</a><br /><br />BEATO GIOVANNI PAOLO I, PAPA PER SOLO UN MESE di Cecilia Nonnato<br />Per motto episcopale, Albino Luciani, futuro papa Giovanni Paolo I, beatificato domenica 4 settembre a San Pietro da papa Francesco, scelse quello di san Carlo Borromeo: Humilitas, termine andato in disuso nei nostri tempi, ricchi di vanagloria, non solo in ambito pubblico, ma anche privato, che privato spesso e volentieri non è più a causa dell'uso smodato e bulimico dei Social, dove l'edonismo esasperato fa da padrone sulle coscienze. Una volta affermò: «Dio certe cose grandi ama talvolta scriverle non sul bronzo o sul marmo, ma addirittura sulla polvere, affinché, se la scrittura resta, non scompaginata o dispersa dal vento, risulti chiaro che il merito è tutto e solo di Dio». [...]<br />Qualcuno nel presentare la figura di Giovanni Paolo I evoca elementi come ecumenismo, liberalismo, relativismo... ma per conoscere veramente chi era occorre informarsi, studiare, raccogliere fonti. [...]<br />Il suo pontificato, dal 26 agosto al 28 settembre del 1978, anche con la sua fulminea e tragica morte, suscitò aspettative e grandi speranze in una Chiesa entrata in profonda crisi di fede, di morale, di vocazioni e in una società del benessere materiale, ma del malessere spirituale, inquieta e ribelle, dove i valori perdevano ogni giorno di più consistenza e perfino senso.<br /><br />I PRIMI QUARANT'ANNI<br />Nacque a Canale d'Agordo 110 anni fa, il 17 ottobre 1912, in provincia di Belluno, in una povera famiglia, dove si pativa veramente la fame, ma si conosceva la fede. Suo padre era Giovanni Luciani (1872-1952) e sua madre Bortola Tancon (1879-1948). Nell'ottobre del 1923 Albino entrò ad appena 11 anni nel Seminario interdiocesano minore di Feltre e in seguito, nel 1928, nel Seminario interdiocesano maggiore di Belluno.<br />Fu ordinato diacono il 2 febbraio 1935 e sacerdote il 7 luglio di quell'anno nella chiesa rettoriale di San Pietro Apostolo a Belluno. Nominato cappellano e vicario cooperatore di Canale d'Agordo, di lì a poco venne trasferito ad Agordo, dove fu cappellano fino al luglio del 1937 e dove insegnò religione all'Istituto minerario, e poi al Seminario Gregoriano di Belluno (1937-1958), per divenire dal 1937 al 1947 vice-rettore. Il 27 febbraio 1947 si laureò in Sacra teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma.<br />In prossimità delle elezioni politiche dell'aprile 1948 collaborò alla campagna di propaganda contro il fronte socialcomunista, sottolineando l'impossibilità di aderirvi per i cattolici. Inoltre, per tutta la sua esistenza ebbe una cura particolare per la catechesi, alla quale riservò un posto centrale nella sua azione pastorale a Vittorio Veneto, a Venezia, a Roma. Per Luciani era necessaria un'istruzione catechetica sana e capillare. Da buon veneto aveva di fronte a sé l'esempio di san Pio X.<br />Nel 1954 divenne vicario generale della diocesi di Belluno e il 30 giugno 1956 fu nominato canonico della cattedrale di Belluno, fino a quando Giovanni XXIII, il 27 dicembre 1958, nella basilica di San Pietro, lo consacrò vescovo di Vittorio Veneto, dove si insidiò l'11 gennaio 1959, incontrando, suo malgrado, e scontrandosi con il malaffare interno alla Chiesa. Subito iniziò, a tappeto, le visite pastorali nelle parrocchie.<br /><br />DA PATRIARCA DI VENEZIA A SOMMO PONTEFICE<br />I rapporti e i fatti torbidi che allacciavano figure ecclesiastiche e mondi finanziari vennero da lui attenzionati scrupolosamente, anno dopo anno, formandosi un bagaglio di presa d'atto della situazione, nell'attesa di poter avere lo spazio idoneo per operare ad una sanificazione morale. Fu elevato a patriarca di Venezia il 15 dicembre 1969 e il 5 marzo 1973 fu creato cardinale del titolo di San Marco da papa Paolo VI. Proprio a Venezia, Luciani ebbe modo di verificare le manovre che i poteri occulti, soprattutto la massoneria, conducevano attraverso il Banco Ambrosiano e come personalità del livello del monsignore statunitense Paul Marcinkus dello IOR (Istituto per le Opere di Religione) operassero maneggi finanziari con le grandi banche straniere. Non bisogna dimenticare che, dal punto di vista dottrinale, ampi settori progressisti nella Chiesa ritenevano possibile il dialogo tra cattolici e massoni.<br />Nel 1974, in occasione della campagna elettorale per il referendum sul divorzio, sciolse la sezione veneziana della FUCI, la Federazione degli universitari cattolici, perché si era mostrata favorevole al no all'abrogazione della Legge Fortuna, contrariamente alle indicazioni della sua Curia.<br />Come Patriarca di Venezia approfondì la conoscenza delle trame massoniche e finanziarie attraverso delle precise indagini, che molte figure di potere non gradirono. Divenne Pontefice con sommo sgomento, sentendosi inadeguato a questo tremendo incarico di responsabilità, non solo di carattere umano, ma anche soprannaturale. Quella elevatezza dell'onore di guidare la Chiesa, ed una Chiesa in piena crisi, con l'obiettivo di sanare le ingerenze massoniche, lo condusse ad una grande sofferenza, ma anche alla morte, naturale o indotta che sia stata. A tutt'oggi non si hanno prove certe in un caso come nell'alto.<br /><br />L'INCONCILIABILITÀ FRA CATTOLICESIMO E MARXISMO<br />Fra il 1962 e il 1965 partecipò al Concilio ecumenico Vaticano II, senza prendere mai la parola durante i lavori. L'esperienza conciliare lo indusse a valorizzare la Bibbia come strumento pastorale nell'esposizione della tradizionale teologia, a dimostrazione del fatto che la contrapposizione fra Scrittura e tradizione, allora in voga fra i teologi progressisti, era destituita di fondamento. Ingenuamente, rimase sempre convinto - o forse fu un suo illusorio auspicio - che il rinnovamento teologico promosso dal Concilio Vaticano II fosse una questione circoscritta alla pastoralità.<br />Respinse con fermezza l'adozione da parte dei cattolici delle metodologie di critica economica e politica propugnate dai movimenti di ispirazione marxista e si oppose pubblicamente a ogni ipotesi di «apertura a sinistra» o di rottura dello schieramento cattolico a favore dei partiti socialista o comunista in occasione delle scadenze elettorali. Nel corso degli anni Settanta, ribadì più volte l'inconciliabilità fra cattolicesimo e marxismo, in cui scorgeva un programma di radicale scristianizzazione. Come patriarca di Venezia visse le tensioni sociali e politiche (sono gli anni del referendum abrogazionista sul divorzio, 1974, e sono gli anni di piombo), che ben presto consolidarono una significativa frattura fra il Patriarca e quella parte del clero e del laicato cattolico veneziani che erano più inclini a sperimentare nuovi criteri di azione nella pastorale e nella liturgia.<br />Fu un estimatore del convertito Gilbert Keith Chesterton, al quale scrisse una lettera, nella quale si legge: «Il progresso con uomini che non riconoscono in Dio un unico padre, diventa un pericolo continuo: senza un parallelo processo morale, interiore e personale, esso - quel progresso - sviluppa, infatti, i più selvaggi fondacci dell'uomo, fa di lui una macchina posseduta da macchine, un numero maneggiatore di numeri» (Giovanni Paolo I (Albino Luciani), Illustrissimi. Lettere ai Grandi del passato, pp. 29-31).<br />Giovanni Paolo I rimase fedele al battesimo, ricevuto nella pieve di San Giovanni Battista, nel cuore delle Dolomiti, fino alla fine dei suoi giorni, quando i cattolici di tutto il mondo rimasero scossi e profondamente addolorati per quell'improvvisa e inspiegabile morte.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/51470134</guid><pubDate>Wed, 05 Oct 2022 03:30:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/51470134/beato_giovanni_paolo_i_papa_per_solo_un_mese.mp3" length="10503358" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7160&#13;
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BEATO GIOVANNI PAOLO I, PAPA PER SOLO UN MESE di Cecilia Nonnato&#13;
Per motto episcopale, Albino Luciani, futuro papa Giovanni Paolo I, beatificato domenica 4 settembre a San Pietro da...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7160" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7160</a><br /><br />BEATO GIOVANNI PAOLO I, PAPA PER SOLO UN MESE di Cecilia Nonnato<br />Per motto episcopale, Albino Luciani, futuro papa Giovanni Paolo I, beatificato domenica 4 settembre a San Pietro da papa Francesco, scelse quello di san Carlo Borromeo: Humilitas, termine andato in disuso nei nostri tempi, ricchi di vanagloria, non solo in ambito pubblico, ma anche privato, che privato spesso e volentieri non è più a causa dell'uso smodato e bulimico dei Social, dove l'edonismo esasperato fa da padrone sulle coscienze. Una volta affermò: «Dio certe cose grandi ama talvolta scriverle non sul bronzo o sul marmo, ma addirittura sulla polvere, affinché, se la scrittura resta, non scompaginata o dispersa dal vento, risulti chiaro che il merito è tutto e solo di Dio». [...]<br />Qualcuno nel presentare la figura di Giovanni Paolo I evoca elementi come ecumenismo, liberalismo, relativismo... ma per conoscere veramente chi era occorre informarsi, studiare, raccogliere fonti. [...]<br />Il suo pontificato, dal 26 agosto al 28 settembre del 1978, anche con la sua fulminea e tragica morte, suscitò aspettative e grandi speranze in una Chiesa entrata in profonda crisi di fede, di morale, di vocazioni e in una società del benessere materiale, ma del malessere spirituale, inquieta e ribelle, dove i valori perdevano ogni giorno di più consistenza e perfino senso.<br /><br />I PRIMI QUARANT'ANNI<br />Nacque a Canale d'Agordo 110 anni fa, il 17 ottobre 1912, in provincia di Belluno, in una povera famiglia, dove si pativa veramente la fame, ma si conosceva la fede. Suo padre era Giovanni Luciani (1872-1952) e sua madre Bortola Tancon (1879-1948). Nell'ottobre del 1923 Albino entrò ad appena 11 anni nel Seminario interdiocesano minore di Feltre e in seguito, nel 1928, nel Seminario interdiocesano maggiore di Belluno.<br />Fu ordinato diacono il 2 febbraio 1935 e sacerdote il 7 luglio di quell'anno nella chiesa rettoriale di San Pietro Apostolo a Belluno. Nominato cappellano e vicario cooperatore di Canale d'Agordo, di lì a poco venne trasferito ad Agordo, dove fu cappellano fino al luglio del 1937 e dove insegnò religione all'Istituto minerario, e poi al Seminario Gregoriano di Belluno (1937-1958), per divenire dal 1937 al 1947 vice-rettore. Il 27 febbraio 1947 si laureò in Sacra teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma.<br />In prossimità delle elezioni politiche dell'aprile 1948 collaborò alla campagna di propaganda contro il fronte socialcomunista, sottolineando l'impossibilità di aderirvi per i cattolici. Inoltre, per tutta la sua esistenza ebbe una cura particolare per la catechesi, alla quale riservò un posto centrale nella sua azione pastorale a Vittorio Veneto, a Venezia, a Roma. Per Luciani era necessaria un'istruzione catechetica sana e capillare. Da buon veneto aveva di fronte a sé l'esempio di san Pio X.<br />Nel 1954 divenne vicario generale della diocesi di Belluno e il 30 giugno 1956 fu nominato canonico della cattedrale di Belluno, fino a quando Giovanni XXIII, il 27 dicembre 1958, nella basilica di San Pietro, lo consacrò vescovo di Vittorio Veneto, dove si insidiò l'11 gennaio 1959, incontrando, suo malgrado, e scontrandosi con il malaffare interno alla Chiesa. Subito iniziò, a tappeto, le visite pastorali nelle parrocchie.<br /><br />DA PATRIARCA DI VENEZIA A SOMMO PONTEFICE<br />I rapporti e i fatti torbidi che allacciavano figure ecclesiastiche e mondi finanziari vennero da lui attenzionati scrupolosamente, anno dopo anno, formandosi un bagaglio di presa d'atto della situazione, nell'attesa di poter avere lo spazio idoneo per operare ad una sanificazione morale. Fu elevato a patriarca di Venezia il 15 dicembre 1969 e il 5 marzo 1973 fu creato cardinale del titolo di San Marco da papa Paolo VI. Proprio a Venezia, Luciani ebbe modo di verificare le manovre che i poteri...]]></itunes:summary><itunes:duration>657</itunes:duration><itunes:keywords>albinoluciani,canaledagordo,catechismo,fuci,marcinkus,patriarcadivenezia</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/35b51cf1fa623bdc2686666a4be3e31c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il vero san Francesco</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-vero-san-francesco--51409536</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2971" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2971</a><br /><br />IL VERO SAN FRANCESCO<br />Nel Sessantotto fu ridotto a rivoluzionario, contestatore e pauperista, negli anni Ottanta pacifista, oggi ce lo ritroviamo ecologista e animalista, domani chissà, forse nudista...<br />di Rino Cammilleri<br />Chi era davvero San Francesco? Se uno si alza e, come Paolo Villaggio a proposito della Corazzata Potemkin, dice che di san Francesco non se ne può più, potete immaginare da soli la reazione unanime e nazionale. In realtà, quel che l’incauto intende dire è che ne ha le tasche piene del Francesco ridotto a icona come Che Guevara e Marilyn Monroe. Per nostra fortuna non era bello, sennò ce lo ritroveremmo sui portacenere, le magliette, i poster.<br />Nel ventennio fascista "il più italiano dei santi" fu incensato come nazionalista e crociato. Nel Sessantotto ce lo ritrovammo, naturalmente, come rivoluzionario e contestatore del potere clericale, nonché come pauperista e "operaio". Negli anni Ottanta diventò pacifista e arcobaleno, tanto che alle marce forzate di Assisi ci andavano pure i comunisti. Ora è vegano, ecologista e animalista (salutista e palestrato no, sarebbe troppo). Ovviamente, i ridicoli sono solo quelli che lo tirano per il saio, chi di qua e chi di là, a seconda di come soffia il vento mondano. Ma è per questo che ormai, al solo sentir parlare di Francesco e Assisi, la mano, come quella di Goebbels, corre alla fondina.<br />Sì, perché, oltre ai convegni e ai Cortili-passerella di intellettuali atei che espongono a spese dell’otto per mille (cioè, dei cattolici) il loro stantio pensiero ottocentesco, ci tocca sorbirci i concerti di artisti decotti o agnostici cui non par vero di andare in tivù. Certo, lo stesso accade per Padre Pio, francescano pure lui, ma lui almeno è morto l’altro ieri e non ha ancora avuto il tempo per manipolazioni d’immagine: molti di quelli che l’hanno conosciuto sono ancora vivi e possono raccontare chi era davvero.<br />Non così, ahimè, per san Francesco, e a poco serve spiegare che il suo Cantico delle creature elenca tutto l’esistente tranne gli animali. Che quelli di Gubbio ricorsero a lui solo perché il lupo non riuscivano ad ammazzarlo (e lui costrinse la belva a ripagare il male fatto). Che non aveva affatto amore zuccheroso per tutti ma detestava (sì, detestava) gli eretici catari che infestavano il Norditalia e quella Provenza da cui veniva la sua adorata mammà. Proprio contro i catari, che odiavano la creazione, scrisse il Cantico. E contro di loro mandò non a caso il suo uomo migliore, sant’Antonio di Padova. Contro i musulmani, che già gli avevano lapidato i cinque Protomartiri, andò lui stesso, e non a dialogare, bensì a confutare la loro dottrina (e se il sultano non gli fece la pelle fu solo perché a un passo c’erano i crociati armati fino ai denti). Odiava (sì, odiava) i denigratori, e comandò al suo vice, Pietro Cattani, di farli punire dal "pugile di Firenze" (fra Giovanni fiorentino, che aveva fatto quel mestiere).<br />Ora, può accadere che l’ammirazione per un santo cattolico spinga a cercare di imitarlo. Ma ciò non autorizza a scegliere tra i suoi molteplici aspetti solo quelli che godono del plauso generale (tra l’altro, mutevole a seconda delle stagioni ideologiche). Non solo: si dimentica che il santo, a sua volta, imitava qualcun altro, Cristo.<br />E’ questa l’unica Imitazione consentita (giusto il titolo dell’opera immortale di Tommaso da Kempis, che non a caso insegna l’imitatio Christi e non quella di qualsivoglia santo), anche perché il santo imita a modo suo, un modo che varia da santo a santo giacché ognuno ha la sua personalità. Certo, se un santo diventa "icona" e gli altri no, un motivo ci deve essere.<br />Infatti, c’è. Francesco fu veramente alter Christus e ha seguito la sorte "iconica" del suo Maestro. Nessun dispregiatore del cattolicesimo ha mai osato parlar male di Gesù, perché la sua figura è veramente inattaccabile. Per questo la si aggira dicendo che è stata, semmai, la Chiesa a tradire il suo vero messaggio. Il quale messaggio, poi, ce lo spiega il Dan Brown di turno. Così è per Francesco, il più amato dagli italiani, ormai sepolto - e perciò reso irriconoscibile - dalle fiction (continuamente aggiornate per riguardo ai tempi: la sola Liliana Cavani ha dovuto farne addirittura due), dalle marce, dai concerti, dai convegni, dai libri.<br />Mai una volta, però, che lo si invochi, magari con una semplice processione, perché si ricordi di essere Patrono d’Italia e di darci una buona volta dei capi degni di questo nome al posto di quei chiacchieroni inconcludenti che i nostri peccati collettivi da decenni hanno addensato sulle nostre teste.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/51409536</guid><pubDate>Wed, 28 Sep 2022 18:44:54 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/51409536/il_vero_san_francesco.mp3" length="5773732" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2971&#13;
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IL VERO SAN FRANCESCO&#13;
Nel Sessantotto fu ridotto a rivoluzionario, contestatore e pauperista, negli anni Ottanta pacifista, oggi ce lo ritroviamo ecologista e animalista, domani...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2971" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2971</a><br /><br />IL VERO SAN FRANCESCO<br />Nel Sessantotto fu ridotto a rivoluzionario, contestatore e pauperista, negli anni Ottanta pacifista, oggi ce lo ritroviamo ecologista e animalista, domani chissà, forse nudista...<br />di Rino Cammilleri<br />Chi era davvero San Francesco? Se uno si alza e, come Paolo Villaggio a proposito della Corazzata Potemkin, dice che di san Francesco non se ne può più, potete immaginare da soli la reazione unanime e nazionale. In realtà, quel che l’incauto intende dire è che ne ha le tasche piene del Francesco ridotto a icona come Che Guevara e Marilyn Monroe. Per nostra fortuna non era bello, sennò ce lo ritroveremmo sui portacenere, le magliette, i poster.<br />Nel ventennio fascista "il più italiano dei santi" fu incensato come nazionalista e crociato. Nel Sessantotto ce lo ritrovammo, naturalmente, come rivoluzionario e contestatore del potere clericale, nonché come pauperista e "operaio". Negli anni Ottanta diventò pacifista e arcobaleno, tanto che alle marce forzate di Assisi ci andavano pure i comunisti. Ora è vegano, ecologista e animalista (salutista e palestrato no, sarebbe troppo). Ovviamente, i ridicoli sono solo quelli che lo tirano per il saio, chi di qua e chi di là, a seconda di come soffia il vento mondano. Ma è per questo che ormai, al solo sentir parlare di Francesco e Assisi, la mano, come quella di Goebbels, corre alla fondina.<br />Sì, perché, oltre ai convegni e ai Cortili-passerella di intellettuali atei che espongono a spese dell’otto per mille (cioè, dei cattolici) il loro stantio pensiero ottocentesco, ci tocca sorbirci i concerti di artisti decotti o agnostici cui non par vero di andare in tivù. Certo, lo stesso accade per Padre Pio, francescano pure lui, ma lui almeno è morto l’altro ieri e non ha ancora avuto il tempo per manipolazioni d’immagine: molti di quelli che l’hanno conosciuto sono ancora vivi e possono raccontare chi era davvero.<br />Non così, ahimè, per san Francesco, e a poco serve spiegare che il suo Cantico delle creature elenca tutto l’esistente tranne gli animali. Che quelli di Gubbio ricorsero a lui solo perché il lupo non riuscivano ad ammazzarlo (e lui costrinse la belva a ripagare il male fatto). Che non aveva affatto amore zuccheroso per tutti ma detestava (sì, detestava) gli eretici catari che infestavano il Norditalia e quella Provenza da cui veniva la sua adorata mammà. Proprio contro i catari, che odiavano la creazione, scrisse il Cantico. E contro di loro mandò non a caso il suo uomo migliore, sant’Antonio di Padova. Contro i musulmani, che già gli avevano lapidato i cinque Protomartiri, andò lui stesso, e non a dialogare, bensì a confutare la loro dottrina (e se il sultano non gli fece la pelle fu solo perché a un passo c’erano i crociati armati fino ai denti). Odiava (sì, odiava) i denigratori, e comandò al suo vice, Pietro Cattani, di farli punire dal "pugile di Firenze" (fra Giovanni fiorentino, che aveva fatto quel mestiere).<br />Ora, può accadere che l’ammirazione per un santo cattolico spinga a cercare di imitarlo. Ma ciò non autorizza a scegliere tra i suoi molteplici aspetti solo quelli che godono del plauso generale (tra l’altro, mutevole a seconda delle stagioni ideologiche). Non solo: si dimentica che il santo, a sua volta, imitava qualcun altro, Cristo.<br />E’ questa l’unica Imitazione consentita (giusto il titolo dell’opera immortale di Tommaso da Kempis, che non a caso insegna l’imitatio Christi e non quella di qualsivoglia santo), anche perché il santo imita a modo suo, un modo che varia da santo a santo giacché ognuno ha la sua personalità. Certo, se un santo diventa "icona" e gli altri no, un motivo ci deve essere.<br />Infatti, c’è. Francesco fu veramente alter Christus e ha seguito la sorte "iconica" del suo Maestro. 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Senza padri dilaga un'umanità infantile e smarrita, affogata nel narcisismo che lenisce il bisogno di sentirsi amati.<br />Però "il padre", il santo cappuccino che davvero morì in quell'anno, è sempre più vivo e ha un popolo di figli sempre più grande, proprio per lo spaesamento di questa modernità naufragata e orfana.<br /><br />FERITE E FERITOIE<br />Portando sulla carne le ferite del Figlio, Salvatore del mondo, egli rivelò, con segni e miracoli strepitosi, il potente amore del Padre, l'unico Padre. Rivelò il suo amore folle per gli uomini. Quelle ferite sono le feritoie da cui entrano ancora oggi fiumi di grazie e benedizioni. E' questo che attrasse e attrae a San Giovanni Rotondo le moltitudini.<br />Padre Pio ricevette le stigmate esattamente cento anni fa, in quel 1918 che vide concludersi l'"inutile strage" di tanti figli, mandati a morire assurdamente nella Grande Guerra dai padroni degli stati.<br />Il frate, vedendo in visione il dolore di Cristo per lo sfacelo del mondo, gli chiese cosa lui poteva fare e Gesù gli rispose associandolo alla sua Passione: le stigmate.<br />Perché per il mondo la sofferenza è inutile, anzi è una maledizione, ma dopo il Calvario del Figlio di Dio la sofferenza - abbracciata e offerta con Cristo - diventa la più potente forza di cambiamento della storia.<br />È un paradosso incredibile perché un uomo che soffre, un uomo malato, inchiodato a un letto o a una croce, sembra la persona più impotente. Invece lì sta la regalità, la signoria sull'universo. Quella è la via per conformarsi a Cristo e divinizzarsi.<br /><br />IL CARD. SIRI SPIEGA<br />Il fatto delle stigmate accadde nel 1918, nei mesi in cui si compiva la rivoluzione bolscevica in Russia e iniziava l'epoca dei totalitarismi, delle ideologie e delle pretese prometeiche dell'uomo che - uccidendo Dio - vuole essere padrone del mondo (pretese che continuano tuttora).<br />Il card. Siri seppe cogliere il significato storico del segno delle stigmate: "Con le stigmate che ha portato e con le altre sofferenze fisiche e morali, padre Pio richiama l'attenzione degli uomini sul corpo di Cristo come mezzo di salvezza. (...) È una verità talmente importante che quando gli uomini, lungo il corso della storia, l'hanno dimenticata o hanno cercato di travisarla, Dio è sempre intervenuto con avvenimenti, fatti, miracoli. Nel nostro tempo, la tentazione di dimenticare la realtà del Corpo di Cristo è grandissima. E Dio ci ha inviato quest'uomo col compito di richiamarci alla verità".<br />Le stigmate erano un miracolo in sé, sia perché fu inspiegabile il loro formarsi e il loro scomparire, sia perché era scientificamente inspiegabile il fatto che non si comportassero come tutte le ferite: infatti ogni lesione su un corpo umano o si rimargina o si infetta.<br />Ma nel caso di padre Pio non accadeva né l'una né l'altra cosa. Quelle ferite sono rimaste aperte per cinquant'anni davanti al mondo e sanguinavano in corrispondenza con il sacrificio eucaristico.<br />I santi sono sempre segni che la Provvidenza plasma e pone nel mondo per parlare a ogni epoca storica, per attrarre a Dio gli uomini di quel tempo e salvarli.<br />Nel caso di padre Pio il Cielo ha giocato pesante: ha voluto mostrare all'umanità del Novecento - che s'illude di potere tutto - chi ha il potere vero sulla realtà, sulla natura, sul tempo e sullo spazio. E ha voluto mostrare che quel potere infinito passa dalle ferite di un crocifisso, è il potere dell'Amore crocifisso, il potere di un Padre misericordioso che parla con i fatti.<br />Il card. Siri, che più acutamente di tutti capì il mistero di padre Pio, scrisse: "Nessuno può negare che quest'uomo avesse i piedi e le mani forati e il costato aperto (...) La stessa formazione delle asserite stigmate, lo stesso ritorno vivido del sangue, quelle circostanze in cui più acuta si faceva la esperienza della passione di Gesù Cristo; sono un fatto e i fatti (...) sono lì (...) Le stigmate gli arrivarono che era ancora giovanissimo e (...) se ne andarono del tutto il giorno della morte (...) Quest'uomo rimase inchiodato alla croce. Soffriva sempre per quelle piaghe; in certi momenti il dolore era spasimante, travolgente. Egli sopportò tutto senza un lamento per mezzo secolo".<br />Il cardinale aggiungeva: "Tutti sanno che quest'uomo vedeva il futuro, che fu visto parecchie volte in posti diversi e distantissimi (...) Quanta gente si è vista capitare Padre Pio in casa! (...) Quanta gente andava da lui e si è sentita fare la confessione da padre Pio. Lui diceva i loro peccati e non li aveva mai visti (...) Molte volte persone arrivate da lui ammalate, tornavano a casa sane. Quante volte invocato, anche da lontano, venivano guarite (...) Sono fatti, sono fatti!".<br />Ed ecco la spiegazione di quei "poteri" straordinari e inspiegabili: "Perché questa missione fosse capita (...) Dio gli ha fornito motivi di credibilità e glieli ha forniti larghissimamente (...) Ora la missione di riprodurre, quanto era possibile in un semplice uomo, la passione di Cristo era grande. Gli uomini avrebbero potuto credere che quei segni che Padre Pio portava nelle mani, nei piedi, nel costato, non erano, per se stessi, probanti" e così "Dio ha colmato la sua vita di cose straordinarie".<br />Proprio come i miracoli di Gesù che mostravano la sua divinità e dovevano far capire che il supplizio della croce non era la sua sconfitta, ma la misura del suo amore folle per gli uomini, che vince anche la morte.<br /><br />MESSAGGIO ALLA CHIESA<br />Tutti i santi sono immagini di Cristo, ma in alcuni la somiglianza è più evidente e travolgente. Fu così per san Francesco d'Assisi ed è così per padre Pio, che è un suo figlio spirituale.<br />Un potente messaggio agli uomini del nostro tempo. Ma anche la Chiesa deve riflettere. Infatti padre Pio era un umile frate che stava in un convento sperduto del meridione, isolato in cima a un monte impervio.<br />Non solo non fece nulla per essere conosciuto, ma voleva essere nascosto al mondo e, in particolare, fece di tutto per nascondere il fatto delle stigmate. Eppure un fiume di persone è stato attirato da Dio fin lassù per essere salvato.<br />Ecco la lezione per la Chiesa: non è svendendo al mondo la verità che si attirano gli uomini. Il progressismo clericale pensa di "catturare" attenzione con furbeschi adattamenti al mondo della dottrina e della morale. Così il sale diventa scipito ed è destinato solo ad essere calpestato.<br />Ciò che attrae gli uomini è solo la Bellezza, l'amore e la potenza del Figlio di Dio. Che si manifesta nei sacramenti, nei santi e nella vita di chi è fedele al Salvatore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/51319304</guid><pubDate>Tue, 20 Sep 2022 13:04:21 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/51319304/padre_pio_e_il_dono_delle_stigmate.mp3" length="10228137" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Socci racconta Padre Pio ➜ www.youtube.com/watch?v=ZQO6gXwlRxk&#13;
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TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5333&#13;
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PADRE PIO E IL DONO DELLE STIGMATE&#13;
Il '68 rifiutava l'autorità di padri e padroni (ma eliminati i padri, in...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Socci racconta Padre Pio ➜ <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ZQO6gXwlRxk" rel="noopener">www.youtube.com/watch?v=ZQO6gXwlRxk</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5333" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5333</a><br /><br />PADRE PIO E IL DONO DELLE STIGMATE<br />Il '68 rifiutava l'autorità di padri e padroni (ma eliminati i padri, in realtà, si moltiplicarono i padroni), allora Dio volle donare all'umanità questo ''padre'' così ricercato dai ''figli'' smarriti (VIDEO: Socci racconta Padre Pio)<br />di Antonio Socci<br />Padre Pio muore, cinquant'anni fa, in quel '68 che volle spazzar via la figura stessa del "padre", cioè l'autorità, la legge, la responsabilità e la tradizione (i sessantottini furono i perfetti servi del capitale che dicevano di voler combattere).<br />Dalla "morte del padre" decretata dal '68 abbiamo ereditato solo macerie e, come orfani, ci siamo trovati con tanti padroni che prima volevano imporre la cosiddetta "dittatura del proletariato" e poi ci hanno rifilato la dittatura del relativismo.<br />Oggi niente più padri, ma sempre tanti padroni, che pretendono di annichilire anche la democrazia e i popoli. Senza padri dilaga un'umanità infantile e smarrita, affogata nel narcisismo che lenisce il bisogno di sentirsi amati.<br />Però "il padre", il santo cappuccino che davvero morì in quell'anno, è sempre più vivo e ha un popolo di figli sempre più grande, proprio per lo spaesamento di questa modernità naufragata e orfana.<br /><br />FERITE E FERITOIE<br />Portando sulla carne le ferite del Figlio, Salvatore del mondo, egli rivelò, con segni e miracoli strepitosi, il potente amore del Padre, l'unico Padre. Rivelò il suo amore folle per gli uomini. Quelle ferite sono le feritoie da cui entrano ancora oggi fiumi di grazie e benedizioni. E' questo che attrasse e attrae a San Giovanni Rotondo le moltitudini.<br />Padre Pio ricevette le stigmate esattamente cento anni fa, in quel 1918 che vide concludersi l'"inutile strage" di tanti figli, mandati a morire assurdamente nella Grande Guerra dai padroni degli stati.<br />Il frate, vedendo in visione il dolore di Cristo per lo sfacelo del mondo, gli chiese cosa lui poteva fare e Gesù gli rispose associandolo alla sua Passione: le stigmate.<br />Perché per il mondo la sofferenza è inutile, anzi è una maledizione, ma dopo il Calvario del Figlio di Dio la sofferenza - abbracciata e offerta con Cristo - diventa la più potente forza di cambiamento della storia.<br />È un paradosso incredibile perché un uomo che soffre, un uomo malato, inchiodato a un letto o a una croce, sembra la persona più impotente. Invece lì sta la regalità, la signoria sull'universo. Quella è la via per conformarsi a Cristo e divinizzarsi.<br /><br />IL CARD. SIRI SPIEGA<br />Il fatto delle stigmate accadde nel 1918, nei mesi in cui si compiva la rivoluzione bolscevica in Russia e iniziava l'epoca dei totalitarismi, delle ideologie e delle pretese prometeiche dell'uomo che - uccidendo Dio - vuole essere padrone del mondo (pretese che continuano tuttora).<br />Il card. Siri seppe cogliere il significato storico del segno delle stigmate: "Con le stigmate che ha portato e con le altre sofferenze fisiche e morali, padre Pio richiama l'attenzione degli uomini sul corpo di Cristo come mezzo di salvezza. (...) È una verità talmente importante che quando gli uomini, lungo il corso della storia, l'hanno dimenticata o hanno cercato di travisarla, Dio è sempre intervenuto con avvenimenti, fatti, miracoli. Nel nostro tempo, la tentazione di dimenticare la realtà del Corpo di Cristo è grandissima. E Dio ci ha inviato quest'uomo col compito di richiamarci alla verità".<br />Le stigmate erano un miracolo in sé, sia perché fu inspiegabile il loro formarsi e il loro scomparire, sia perché era scientificamente inspiegabile il fatto che non si comportassero come tutte le ferite: infatti ogni lesione su un corpo umano o si rimargina o...]]></itunes:summary><itunes:duration>640</itunes:duration><itunes:keywords>68,padrepio,passione,provvidenza,salvezza,stigmate</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c6c92d9ca458952afa25bba2e24e4179.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L'insegnamento di sant'Agostino è valido anche oggi</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-insegnamento-di-sant-agostino-e-valido-anche-oggi--51166074</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7129" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7129</a><br /><br />L'INSEGNAMENTO DI SANT'AGOSTINO E' VALIDO ANCHE OGGI di Roberto De Mattei<br />l 28 agosto si celebra la festa liturgica di sant'Agostino, Vescovo e Dottore della Chiesa.<br />La voce di sant'Agostino parla ai nostri tempi per la sua capacità di andare a fondo nei problemi filosofici e morali anche più difficili, con una semplicità di stile e una immediatezza di linguaggio che ne fanno un autore più che moderno contemporaneo. La modernità, infatti, invecchia, la contemporaneità è sempre viva.  <br />La vita di Aurelio Agostino, era questo il suo nome, si situa tra il 354 e il 430 dopo Cristo. Nasce a Tagaste un grosso borgo della Numidia, dunque in Africa del nord, una terra che allora era cristiana.  <br />È un giovane di estrema intelligenza, ma conduce una vita sregolata, provocando le lacrime della madre Monica, fervente cristiana, che un giorno, come lui, sarà canonizzata dalla Chiesa.<br />Ha per oltre dieci anni una relazione con una donna, da cui ha un figlio, Adeodato. Aderisce alla setta dei manichei. Intanto insegna e dall'Africa si trasferisce a Milano, dove ottiene una cattedra di professore, senza avere peraltro molto successo, anche a causa dell'indisciplina dei suoi allievi. A Milano è vescovo il grande sant'Ambrogio di cui Monica, sua madre, è discepola, Grazie ad Ambrogio, Agostino si converte e riceve dalle sue mani il battesimo, il 24 aprile dell'anno 387. Ci racconta egli stesso la sua conversione: un giorno mentre era nel giardino... sentì la voce di un bambino che gli ripeteva: "Tolle, lege, tolle, lege". Prendi il libro e leggi. Aprì San Paolo dove dice: "Comportiamoci onestamente... non nelle ubriachezze e nell'impurità... Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo" (Rm, 13, 13)<br />Agostino venne come folgorato da quella Parola, come San Paolo sulla via di Damasco. Iniziò una nuova vita come cristiano. Tornò in Africa, fu ordinato sacerdote e poi consacrato vescovo di Ippona. Rimase tale fino alla morte, avvenuta il 28 agosto 430, mentre la città era assediata da Genserico, re dei Vandali.<br />Tra le tante opere di sant'Agostino ce ne sono due fondamentali: le Confessioni e la Città di Dio. [...]<br /><br />1) LE CONFESSIONI<br />Le Confessioni di sant'Agostino sono la storia di una conversione, di un itinerario verso l'assoluto<br />Oggi viviamo in un'epoca di smarrimento di certezze, di perdita di valori, di assenza di verità. Nessuno certo può dire di possedere la verità. Anche perché la verità non può essere posseduta da nessuno, casomai è la verità stessa ad impossessarsi di noi. Ma non possedere la verità non significa rinunciare a cercarla. E' proprio questa ricerca che caratterizza l'uomo, che lo distingue dall'animale, privo di intelligenza e di libertà. Ma dove è la verità?<br />Ebbene, ci dice sant'Agostino, la verità non va cercata all'esterno, quasi che sia un'entità di cui ci si possa disinteressare. La verità può essere scoperta solo se si guarda dentro di noi. "Non uscire da te - scrive - torna in te stesso, nell'interno dell'uomo abita la verità. E se troverai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso" (cfr. De vera religione, 39).<br />Bisogna dunque raggiungere il più intimo nucleo dell'io per trovare la verità, che è Dio, e finché l'uomo non l'ha trovata non sarà mai felice. "Tu ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te" (Confessioni, 1,1), scrive sant'Agostino nella celebre apertura delle Confessioni.<br />Agostino sperimenta però la sua incapacità a raggiungere questo Dio creatore dell'universo, da cui tutte le cose derivano (cfr. Conf. VII, 11, 17), con le sue sole forze: "Scorsi quanto in Te è invisibile, comprendendolo attraverso il creato, ma non fui capace di fissarvi lo sguardo" (Conf. VII, 17, 23). A Dio si arriva attraverso la Grazia di Cristo, perché, egli scrive, "la Verità spuntata dalla terra è Cristo, nato da donna... Cos'è infatti la Verità? Il Figlio di Dio" (Comm. al Salmo 84, 13). Cristo solo dice: " ‘Io sono la via, la verità e la Vita' [Gv 14, 6]. Se cerchi la verità, segui la via; perché la via è lo stesso che la verità. La meta cui tendi e la via che devi percorrere, sono la stesso cosa" (Comm. Vangelo Giovanni, 13, 4).<br />Le Confessioni non sono un'autobiografia, né un libro di ricordi: sono, come dice il titolo, una confessione pubblica, rivolta però non a Dio, ma agli uomini. Agostino parla con Dio, ma si rivolge a tutti gli uomini. Non vuole nascondere nulla, nulla vuole tacere dei suoi errori, dei suoi peccati, dei suoi dubbi, delle sue esitazioni. Mette a nudo il suo cuore, nelle pieghe più segrete, e in questo ci è vicino.  <br />La sua storia individuale è la storia di tutti gli uomini, potremmo dire dell'anima umana. Le Confessioni è un libro che merita di essere letto e meditato. [...]<br /><br />2) LA CITTÀ DI DIO<br />Le Confessioni sono un libro individuale, è la storia di un'anima. La Città di Dio è un libro collettivo: rivela l'azione di Dio nella storia del mondo, così come le Confessioni mostrano l'influenza di Dio sull'anima umana. Agostino ci guida all'interiorità, ci aiuta a scoprire i tesori nascosti del nostro cuore, attraverso tutte le nostre facoltà, a cominciare dalla memoria. Nella Città di Dio la prospettiva si allarga.<br />La Città di Dio non è un'opera astratta, ma una riflessione teologica su un'epoca drammatica, che presenta impressionanti analogie con quella attuale.<br />All'inizio del V secolo, i barbari, che hanno varcato le frontiere dell'Impero romano, dilagano sulle vie un tempo percorse dalle legioni di Roma. I Vandali attraversano la Gallia e raggiungono la Spagna e poi l'Africa. Un altro popolo, i Visigoti, guidati dal loro re Alarico, irrompono in Italia e arrivano alle porte di Roma. Il 24 agosto del 410, attraverso la Porta Salaria, i barbari di Alarico invadono la Città eterna, inviolata da ottocento anni, mettendola a sacco per tre giorni.<br />Nel 410 sant'Agostino è vescovo di Ippona, in Africa. Egli è ormai anziano e la sua salute è malferma, quando, nel mese di settembre, gli giungono le notizie terribili del saccheggio di Roma. La riflessione su questi drammatici eventi è alle origini della Città di Dio, il suo capolavoro alla cui composizione egli avrebbe dedicato tredici anni della sua vita.<br />Roma era il simbolo dell'ordine e della sicurezza del mondo civile. L'Impero romano riassumeva la storia della civiltà, così come oggi la riassume l'Europa. Sant'Agostino si chiede perché è caduta la città di Roma e rovesciando le accuse dei pagani verso i cristiani, ne individua la causa nella corruzione intellettuale e morale dell'Impero. Sulle rovine dell'Impero romano vede sorgere la Chiesa fondata da Cristo, la Città di Dio, e contro di essa schierarsi una città nemica, che egli chiama Città del demonio. Queste due città sono destinate a combattersi implacabilmente nella storia, che è il campo di battaglia della libertà dell'uomo. Tutta l'attività umana, per sant'Agostino si riduce all'amore: "due amori hanno generato due città: quella terrena, l'amore di sé fino al disprezzo di Dio; quella celeste, l'amore di Dio fino al disprezzo di sé" (Città di Dio, Libro XIV, cap. 28). La scelta radicale è tra Dio, a cui ci unisce intimamente l'umiltà, e il demonio a cui ci vincola irrevocabilmente l'orgoglio e l'amore di sé.<br />Sant'Agostino non attribuisce alla Città del demonio il dominio del mondo e a quella divina, il regno dell'al di là. Queste due città si combattono sulla terra. In mezzo a queste due città - quella infera e quella celeste - sta la città degli uomini, ossia l'umanità che vive sulla terra, passando il proprio periodo di prova.  L'alternativa presente nella vita di ogni uomo - per o contro Dio - è ugualmente presente nella storia dell'umanità. Destino della città degli uomini è quello di tendere verso la città celeste o verso quella infera, di essere governata dall'una o dall'altra. Tertium non datur: non le è possibile restare indifferente o neutrale. Sant'Agostino in fondo ci propone non solo una filosofia della storia, ma una concezione militante della storia.<br />Il maggior insegnamento che la Città di Dio può dare, o almeno la ricchezza che io trovo nelle sue pagine, è l'idea che esiste un senso e un profondo significato della storia umana. Agostino è un filosofo e un teologo della storia: è convinto cioè che Dio agisca nella storia, come agisce nella vita degli uomini, anche se la sua azione è discreta e invisibile ai più. Tutto quello che nel mondo esiste e avviene ha una causa e un significato. "Niente - dice sant'Agostino - accade a caso nel mondo". Tutto è Provvidenza. La Provvidenza è l'azione di Dio nella storia. Nulla accade che Dio non voglia o non permetta. Tutto quel che accade nel mondo avviene solo per il bene delle anime soggette alla volontà di Dio.<br />La grandezza della Divina Provvidenza non si manifesta tanto nella elargizione di grazie destinate a sollevare le miserie materiali e morali degli uomini, quanto soprattutto nella capacità che Dio ha di trarre il bene dal male fisico e morale che si produce nell'universo. Dio, che non è causa del male, perché è sommo bene, pur non causando in alcun modo il male, dà a qualsiasi male una ragione e un significato, trasformandolo in bene per la creatura che lo subisce. Dio non causa, ma permette, il male perché, nella sua infinita sapienza, sa, vuole e può ricavare il bene dal male, l'ordine dal disordine. Dio permette il male non nel senso che lo subisca ma perché vuole permetterlo. Egli infatti, secondo sant'Agostino, ha giudicato meglio permettere l'esistenza del male per trarne il bene piuttosto che evitare l'esistenza di qualsiasi male. Trarre il bene dal male significa saper realizzare il bene mediante quel male che avviene senza che esso sia voluto come tale.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/51166074</guid><pubDate>Tue, 06 Sep 2022 21:20:32 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/51166074/l_insegnamento_di_sant_agostino_valido_anche_oggi.mp3" length="16860517" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7129&#13;
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L'INSEGNAMENTO DI SANT'AGOSTINO E' VALIDO ANCHE OGGI di Roberto De Mattei&#13;
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La voce di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7129" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7129</a><br /><br />L'INSEGNAMENTO DI SANT'AGOSTINO E' VALIDO ANCHE OGGI di Roberto De Mattei<br />l 28 agosto si celebra la festa liturgica di sant'Agostino, Vescovo e Dottore della Chiesa.<br />La voce di sant'Agostino parla ai nostri tempi per la sua capacità di andare a fondo nei problemi filosofici e morali anche più difficili, con una semplicità di stile e una immediatezza di linguaggio che ne fanno un autore più che moderno contemporaneo. La modernità, infatti, invecchia, la contemporaneità è sempre viva.  <br />La vita di Aurelio Agostino, era questo il suo nome, si situa tra il 354 e il 430 dopo Cristo. Nasce a Tagaste un grosso borgo della Numidia, dunque in Africa del nord, una terra che allora era cristiana.  <br />È un giovane di estrema intelligenza, ma conduce una vita sregolata, provocando le lacrime della madre Monica, fervente cristiana, che un giorno, come lui, sarà canonizzata dalla Chiesa.<br />Ha per oltre dieci anni una relazione con una donna, da cui ha un figlio, Adeodato. Aderisce alla setta dei manichei. Intanto insegna e dall'Africa si trasferisce a Milano, dove ottiene una cattedra di professore, senza avere peraltro molto successo, anche a causa dell'indisciplina dei suoi allievi. A Milano è vescovo il grande sant'Ambrogio di cui Monica, sua madre, è discepola, Grazie ad Ambrogio, Agostino si converte e riceve dalle sue mani il battesimo, il 24 aprile dell'anno 387. Ci racconta egli stesso la sua conversione: un giorno mentre era nel giardino... sentì la voce di un bambino che gli ripeteva: "Tolle, lege, tolle, lege". Prendi il libro e leggi. Aprì San Paolo dove dice: "Comportiamoci onestamente... non nelle ubriachezze e nell'impurità... Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo" (Rm, 13, 13)<br />Agostino venne come folgorato da quella Parola, come San Paolo sulla via di Damasco. Iniziò una nuova vita come cristiano. Tornò in Africa, fu ordinato sacerdote e poi consacrato vescovo di Ippona. Rimase tale fino alla morte, avvenuta il 28 agosto 430, mentre la città era assediata da Genserico, re dei Vandali.<br />Tra le tante opere di sant'Agostino ce ne sono due fondamentali: le Confessioni e la Città di Dio. [...]<br /><br />1) LE CONFESSIONI<br />Le Confessioni di sant'Agostino sono la storia di una conversione, di un itinerario verso l'assoluto<br />Oggi viviamo in un'epoca di smarrimento di certezze, di perdita di valori, di assenza di verità. Nessuno certo può dire di possedere la verità. Anche perché la verità non può essere posseduta da nessuno, casomai è la verità stessa ad impossessarsi di noi. Ma non possedere la verità non significa rinunciare a cercarla. E' proprio questa ricerca che caratterizza l'uomo, che lo distingue dall'animale, privo di intelligenza e di libertà. Ma dove è la verità?<br />Ebbene, ci dice sant'Agostino, la verità non va cercata all'esterno, quasi che sia un'entità di cui ci si possa disinteressare. La verità può essere scoperta solo se si guarda dentro di noi. "Non uscire da te - scrive - torna in te stesso, nell'interno dell'uomo abita la verità. E se troverai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso" (cfr. De vera religione, 39).<br />Bisogna dunque raggiungere il più intimo nucleo dell'io per trovare la verità, che è Dio, e finché l'uomo non l'ha trovata non sarà mai felice. "Tu ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te" (Confessioni, 1,1), scrive sant'Agostino nella celebre apertura delle Confessioni.<br />Agostino sperimenta però la sua incapacità a raggiungere questo Dio creatore dell'universo, da cui tutte le cose derivano (cfr. Conf. VII, 11, 17), con le sue sole forze: "Scorsi quanto in Te è invisibile, comprendendolo attraverso il creato, ma non fui capace di fissarvi lo sguardo" (Conf. VII, 17, 23). A Dio si arriva attraverso la Grazia di Cristo, perché, egli scrive, "la Verità...]]></itunes:summary><itunes:duration>1054</itunes:duration><itunes:keywords>agostino,cittàdidio,confessioni,dueamori,visigoti</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/447396d6df126b1ca4c2d0757ec0cbdc.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L'ostetrica santa nell'inferno di Auschwitz</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-ostetrica-santa-nell-inferno-di-auschwitz--48821949</link><description><![CDATA[VIDEO: L'ostetrica santa di Auschwitz (Stanislawa Leszczynska) ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=wETaxr4PEwM&list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=wETaxr4PEwM&list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6895" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6895</a><br /><br />STANISLAWA, L'OSTETRICA EROINA NELL'INFERNO DI AUSCHWITZ di Luca Marcolivio<br /><br />Numerose sono le storie provvidenziali legate all'Olocausto di matrice nazista. Tra le altre, vale la pena citare quella della Serva di Dio Stanislawa Leszczynska (1896-1974), polacca, cattolica, di professione ostetrica, finita ad Auschwitz per aver protetto degli ebrei a Lodz dopo l'invasione tedesca. La fase diocesana del suo processo di beatificazione, iniziato il 13 marzo 1992, si avvia verso la conclusione entro quest'anno. Raccolte le testimonianze sull'eroismo della Leszczynska, la documentazione sarà trasmessa in Vaticano, presso la Congregazione per le Cause dei Santi. In Polonia, c'è già chi la vorrebbe come patrona delle ostetriche e delle infermiere.<br />Quella di Stanislawa Leszczynska fu una vita piuttosto tranquilla fino al 1939. Sposata con Bronisław Leszczynski, da cui aveva avuto quattro figli, Stanislawa aveva iniziato a lavorare come ostetrica nel 1922. Accogliere la vita nascente era per lei qualcosa di molto simile a una vocazione. Al punto che non volle rinunciarvi nemmeno nella prigionia del lager. Ad Auschwitz, la Leszczynska fu deportata assieme alla figlia Sylwia. Entrambe erano state arrestate dalla Gestapo nel febbraio 1943, assieme ad altri due figli dell'ostetrica, Stanislaw ed Henryk, che furono destinati a Mauthausen. Al blitz riuscirono a sfuggire soltanto il marito Bronisław e il figlio Bronisław Jr. Tutta la famiglia, per più di tre anni, si era prodigata a confezionare documenti falsi agli ebrei di Lodz, braccati dai nazisti. Per questa operazione Bronisław aveva messo a disposizione la tipografia di cui era titolare.<br /><br />LA FINE DEGLI INFANTICIDI AD AUSCHWITZ<br />Ad Auschwitz, il punto di svolta nella storia di Stanislawa Leszczynska fu quando Klara, l'ostetrica del lager, si ammalò. La donna era stata addestrata a far nascere i bambini delle prigioniere gestanti, per poi sopprimerli subito dopo, affogandoli dentro un barile e dandoli in pasto ai topi sotto lo sguardo delle madri. Ogni vittima di infanticidio veniva fittiziamente certificata come "nato morto". Fu proprio la Leszczynska a offrirsi come sostituta. Sapientemente, l'ostetrica di Lodz aveva nascosto il proprio diploma professionale dentro un tubetto da dentifricio, nel presentimento che le sarebbe tornato utile. "Non si devono uccidere i bambini!", tuonò subito Stanislawa al medico titolare del lager.<br />Da quel momento, nessun neonato fu più soppresso. La Leszczynska riuscì a farne nascere ben tremila in poco meno di due anni ma soltanto una trentina riuscirono sopravvivere alla liberazione di Auschwitz (27 gennaio 1945). Dopo quella data, l'ostetrica volle rimanere ancora un po' nel lager, per assistere le ultime partorienti rimaste. Almeno la metà di quei bambini furono poi uccisi dai nazisti, mentre un altro migliaio morirono di fame o di freddo. A qualche centinaio fu risparmiata la vita perché, somaticamente, corrispondevano alla "razza ariana": capelli biondi, occhi azzurri, eccetera. Il figlio Bronisław Jr un giorno raccontò di una visita di Josef Mengele ad Auschwitz. Quando il "dottor Morte" incrociò lo sguardo dell'ostetrica di Lodz, improvvisamente abbassò gli occhi e confessò di essersi "sentito umano" per un attimo. "La gente sapeva che lei aveva un potere su di lui", dichiarò Bronisław Leszczynski.<br /><br />GIOVANNI PAOLO II LE RESE OMAGGIO<br />Molto devota alla Madonna, Stanislawa Leszczynska recitava pubblicamente l'Ave Maria davanti a prigionieri e guardie e, quando c'era un parto, benediceva madre e bambino. Rientrata a Lodz, la Leszczynska continuò ad esercitare la professione di ostetrica fino alla fine della sua vita. Il marito Bronisław era rimasto ucciso durante la rivolta di Varsavia del 1944.<br />Quando morì, l'11 marzo 1974, Stanislawa Leszczynska fu seppellita, come da lei richiesto, con l'abito delle terziarie francescane. Ai suoi funerali parteciparono migliaia di persone. Nove anni dopo, nel giugno 1983, durante la sua seconda visita pastorale in Polonia, papa Giovanni Paolo II rese omaggio all'ostetrica di Lodz, celebrando Messa nel santuario di Czestochowa, con un calice in avorio nel quale erano state scolpite le immagini delle quattro donne più importanti nella storia polacca: santa Edvige di Polonia, santa Edvige di Andechs (o di Slesia), la beata Maria Ledochowska e, per l'appunto, Stanislawa Leszczynska. Dal 1996, la Serva di Dio è sepolta nella chiesa dell'Assunta a Lodz, dove era stata battezzata.<br />Alla Serva di Dio è stato dedicato il film L'ostetrica, diretto da Maria Stachurska, nipote della stessa Stanislawa Leszczynska. La protagonista è interpretata dall'attrice Elżbieta Wiatrowska. Il film è stato presentato lo scorso dicembre all'ultima edizione dell'International Catholic Film Festival "Mirabile Dictu" ed è stato proiettato martedì sera all'Istituto Polacco di Roma, alla presenza della regista.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/48821949</guid><pubDate>Tue, 23 Aug 2022 21:19:15 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/48821949/stanislawa_l_ostetrica_eroina_nell_inferno_di_auschwitz.mp3" length="6107825" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: L'ostetrica santa di Auschwitz (Stanislawa Leszczynska) ➜ https://www.youtube.com/watch?v=wETaxr4PEwM&amp;list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF&#13;
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TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6895&#13;
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STANISLAWA, L'OSTETRICA EROINA...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: L'ostetrica santa di Auschwitz (Stanislawa Leszczynska) ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=wETaxr4PEwM&list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=wETaxr4PEwM&list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6895" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6895</a><br /><br />STANISLAWA, L'OSTETRICA EROINA NELL'INFERNO DI AUSCHWITZ di Luca Marcolivio<br /><br />Numerose sono le storie provvidenziali legate all'Olocausto di matrice nazista. Tra le altre, vale la pena citare quella della Serva di Dio Stanislawa Leszczynska (1896-1974), polacca, cattolica, di professione ostetrica, finita ad Auschwitz per aver protetto degli ebrei a Lodz dopo l'invasione tedesca. La fase diocesana del suo processo di beatificazione, iniziato il 13 marzo 1992, si avvia verso la conclusione entro quest'anno. Raccolte le testimonianze sull'eroismo della Leszczynska, la documentazione sarà trasmessa in Vaticano, presso la Congregazione per le Cause dei Santi. In Polonia, c'è già chi la vorrebbe come patrona delle ostetriche e delle infermiere.<br />Quella di Stanislawa Leszczynska fu una vita piuttosto tranquilla fino al 1939. Sposata con Bronisław Leszczynski, da cui aveva avuto quattro figli, Stanislawa aveva iniziato a lavorare come ostetrica nel 1922. Accogliere la vita nascente era per lei qualcosa di molto simile a una vocazione. Al punto che non volle rinunciarvi nemmeno nella prigionia del lager. Ad Auschwitz, la Leszczynska fu deportata assieme alla figlia Sylwia. Entrambe erano state arrestate dalla Gestapo nel febbraio 1943, assieme ad altri due figli dell'ostetrica, Stanislaw ed Henryk, che furono destinati a Mauthausen. Al blitz riuscirono a sfuggire soltanto il marito Bronisław e il figlio Bronisław Jr. Tutta la famiglia, per più di tre anni, si era prodigata a confezionare documenti falsi agli ebrei di Lodz, braccati dai nazisti. Per questa operazione Bronisław aveva messo a disposizione la tipografia di cui era titolare.<br /><br />LA FINE DEGLI INFANTICIDI AD AUSCHWITZ<br />Ad Auschwitz, il punto di svolta nella storia di Stanislawa Leszczynska fu quando Klara, l'ostetrica del lager, si ammalò. La donna era stata addestrata a far nascere i bambini delle prigioniere gestanti, per poi sopprimerli subito dopo, affogandoli dentro un barile e dandoli in pasto ai topi sotto lo sguardo delle madri. Ogni vittima di infanticidio veniva fittiziamente certificata come "nato morto". Fu proprio la Leszczynska a offrirsi come sostituta. Sapientemente, l'ostetrica di Lodz aveva nascosto il proprio diploma professionale dentro un tubetto da dentifricio, nel presentimento che le sarebbe tornato utile. "Non si devono uccidere i bambini!", tuonò subito Stanislawa al medico titolare del lager.<br />Da quel momento, nessun neonato fu più soppresso. La Leszczynska riuscì a farne nascere ben tremila in poco meno di due anni ma soltanto una trentina riuscirono sopravvivere alla liberazione di Auschwitz (27 gennaio 1945). Dopo quella data, l'ostetrica volle rimanere ancora un po' nel lager, per assistere le ultime partorienti rimaste. Almeno la metà di quei bambini furono poi uccisi dai nazisti, mentre un altro migliaio morirono di fame o di freddo. A qualche centinaio fu risparmiata la vita perché, somaticamente, corrispondevano alla "razza ariana": capelli biondi, occhi azzurri, eccetera. Il figlio Bronisław Jr un giorno raccontò di una visita di Josef Mengele ad Auschwitz. Quando il "dottor Morte" incrociò lo sguardo dell'ostetrica di Lodz, improvvisamente abbassò gli occhi e confessò di essersi "sentito umano" per un attimo. "La gente sapeva che lei aveva un potere su di lui", dichiarò Bronisław Leszczynski.<br /><br />GIOVANNI PAOLO II LE RESE OMAGGIO<br />Molto devota alla Madonna, Stanislawa Leszczynska recitava pubblicamente l'Ave Maria davanti a prigionieri e guardie e, quando c'era un parto,...]]></itunes:summary><itunes:duration>382</itunes:duration><itunes:keywords>auschwitz,josefmengele,ostetrica,razzaariana,stanislawaleszczynska</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3a3cfa7a3872da0978c93d376bde2044.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La storia vera del martirio di San Lorenzo</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-storia-vera-del-martirio-di-san-lorenzo--50922590</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7110" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7110</a><br /><br />LA STORIA VERA DEL MARTIRIO DI SAN LORENZO di Roberto de Mattei<br />Il 10 agosto la liturgia della Chiesa celebra il martire san Lorenzo nato attorno al 225 e morto nella notte tra il 9 e il 10 agosto dell'anno 258.  <br />Lorenzo era il capo dei sette diaconi romani al tempo di Papa Sisto II (m. 258). A Roma, il numero dei diaconi restò per lungo tempo limitato a sette, uno per ogni regione ecclesiastica. Oltre al ministero dell'altare e dell'assistenza al Papa, i diaconi romani avevano la cura dell'amministrazione dei beni temporali della Chiesa romana. Tale funzione faceva di essi dei personaggi importanti e spesso accadeva che il Papa venisse scelto fra i diaconi, piuttosto che tra i sacerdoti.<br />Poiché apparteneva alla gerarchia della Chiesa, san Lorenzo cadeva sotto il colpo del rescritto dell'imperatore Valeriano, nell'anno 258. Questo atto ordinava l'esecuzione capitale di ogni vescovo, sacerdote o diacono su semplice costatazione della loro identità. Il Papa, san Sisto, fu arrestato e decapitato mentre si trovava nelle catacombe di San Callisto per celebrare la Santa Messa. Lorenzo lo incontrò e gli parlò, mentre andava al supplizio, assicurandogli la sua fedeltà.<br />Tre giorni dopo il prefetto di Roma Daciano convocò Lorenzo, che come primo diacono era anche il tesoriere della Chiesa, e gli ordinò di consegnargli tutti i tesori che amministrava. Lorenzo rispose che lo avrebbe fatto. Radunò quindi tutti i poveri e i malati di Roma, che la Chiesa assisteva e li condusse davanti al prefetto, spiegandogli che questi erano i più grandi tesori della Chiesa. I poveri sono l'oro, le vergini e le vedove le perle e le pietre preziose.<br /><br />IL MARTIRIO<br />Furioso, il prefetto condannò Lorenzo al terribile supplizio del fuoco. Il santo fu spogliato delle vesti e legato a una graticola sotto la quale bruciavano carboni ardenti e venne cotto a fuoco lento. Il Signore intervenne con la sua grazia per permettere a Lorenzo di sopportare questa prova. Una gioia soprannaturale si irradiava dal volto del martire che dopo un po' di tempo si rivolse ai suoi torturatori dicendo: "Giratemi, perché questo lato è già ben cotto". Lo girarono, e dopo qualche minuto aggiunse: "Adesso sono pronto per essere portato in tavola". Quindi alzò gli occhi al Cielo, pregò per la conversione di Roma ed esalò l'ultimo respiro. Dio ascoltò subito la sua preghiera. Infatti alcuni senatori romani che assistevano al suo martirio si convertirono, ne ottennero il corpo e lo seppellirono, presso l'attuale cimitero del Verano, dove oggi sorge la basilica di San Lorenzo fuori le Mura.<br />Secondo Dom Guéranger, la tradizione vuole che Roma si sia definitivamente rivolta verso Cristo proprio a partire dal giorno glorioso in cui, prima di spirare, san Lorenzo pregò per essa. Il poeta spagnolo Prudenzio (348-405 ca) è autore di un poema dal titolo Peristephanon, (intorno alle corone di martire, o corone di vittoria) in cui fa l'apoteosi di Roma madre e regina della civiltà. In quest'opera Prudenzio esalta i martiri romani decorandoli con i titoli ufficiali della Repubblica romana. San Lorenzo, nominato "cittadino di Roma", conquista la corona civica e diviene console perpetuo della Roma celeste. Lo stesso martire mentre soffre l'atroce supplizio, eleva nella poesia di Prudenzio una preghiera per Roma, che l‘Offertorio della Vigilia della festa di san Lorenzo riprende con queste parole: "O Cristo, Verbo unico, splendore, virtù del Padre, creatore della terra e del cielo, tu la cui mano elevò queste mura. Tu che hai posto lo scettro di Roma al vertice delle cose: tu volesti che il mondo si sottomettesse alla toga quirite, per radunare sotto uniche leggi le genti divise per costumi, usanze, lingua, ingegno e sacrifici. Ecco che tutto il genere umano si è raccolto sotto l'impero di Roma; dissensi e discordie si fondono nella sua unità: ricordati del tuo fine, che fu quello di stringere in uno stesso legame sotto l'impero del tuo nome l'immenso universo. O Cristo, per i tuoi Romani, fa' cristiana la città chiamata da te a ricondurre le altre alla sacra unità. Tutti i suoi membri in tutti i luoghi si uniscono nella tua fede; l'universo domato si fa docile: possa diventarlo anche il suo regale capo! Manda Gabriele, il tuo arcangelo, a guarire l'accecamento dei figli di Iulo, e che essi conoscano quale è il vero Dio. Io vedo venire un principe, un imperatore servo di Dio! Egli non sopporterà più che Roma sia schiava; chiuderà i templi, e li sigillerà con eterne catene".<br /><br />IL VALORE DEL SANGUE DI UN MARTIRE<br />Plinio Correa de Oliveira ricorda che nel "Magnificat" la Madonna canta questa regola del comportamento di Dio: Dio ha deposto i potenti dai loro troni e ha esaltato gli umili. "Oggi nessuno ricorda il nome di quel prefetto di Roma, e dello stesso imperatore Valeriano hanno sentito parlare pochi specialisti. Già pochi anni dopo la sua morte il popolo di Roma o aveva dimenticato Valeriano o lo ricordava con orrore. Al contrario, milioni di persone nel mondo conoscono San Lorenzo, lo amano e lo pregano".<br />Chi scrive la storia deve sapere che il sangue di un martire può avere più valore di quello versato da migliaia di uomini in una grande battaglia, anzi può propiziare una grande vittoria.  Uno dei più grandi palazzi del mondo, l'Escorial, è stato costruito dal re di Spagna Filippo II (1527-1598) proprio in onore di san Lorenzo. Filippo II stava combattendo una difficile guerra in Francia. Nel giorno della festa di san Lorenzo, il 10 agosto del 1557, il re combatté la battaglia decisiva a San Quintino, in Piccardia. Promise a Dio di costruire una magnifica basilica in onore di san Lorenzo se avesse vinto quella battaglia. Vinse, e per commemorare l'occasione fece erigere la più grande opera d'arte del suo regno, l'Escorial. La pianta del palazzo ha la forma di una graticola per celebrare il martirio di San Lorenzo.<br />La festa di san Lorenzo è anche legata al fenomeno delle stelle cadenti, che ricordano i carboni ardenti del suo supplizio, e che, secondo la tradizione, fanno avverare i desideri di tutti coloro che in quella notte si soffermino a ricordare il suo martirio. Il santo chiese e ottenne la conversione di Roma. Nella notte di san Lorenzo chiediamo al grande martire, console perpetuo della Roma celeste, la conversione dell'umanità e la restaurazione della Chiesa, di cui fu un così glorioso rappresentante.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/50922590</guid><pubDate>Tue, 16 Aug 2022 22:07:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/50922590/la_storia_vera_del_martirio_di_san_lorenzo.mp3" length="8944370" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7110&#13;
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LA STORIA VERA DEL MARTIRIO DI SAN LORENZO di Roberto de Mattei&#13;
Il 10 agosto la liturgia della Chiesa celebra il martire san Lorenzo nato attorno al 225 e morto nella notte tra il 9 e...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7110" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7110</a><br /><br />LA STORIA VERA DEL MARTIRIO DI SAN LORENZO di Roberto de Mattei<br />Il 10 agosto la liturgia della Chiesa celebra il martire san Lorenzo nato attorno al 225 e morto nella notte tra il 9 e il 10 agosto dell'anno 258.  <br />Lorenzo era il capo dei sette diaconi romani al tempo di Papa Sisto II (m. 258). A Roma, il numero dei diaconi restò per lungo tempo limitato a sette, uno per ogni regione ecclesiastica. Oltre al ministero dell'altare e dell'assistenza al Papa, i diaconi romani avevano la cura dell'amministrazione dei beni temporali della Chiesa romana. Tale funzione faceva di essi dei personaggi importanti e spesso accadeva che il Papa venisse scelto fra i diaconi, piuttosto che tra i sacerdoti.<br />Poiché apparteneva alla gerarchia della Chiesa, san Lorenzo cadeva sotto il colpo del rescritto dell'imperatore Valeriano, nell'anno 258. Questo atto ordinava l'esecuzione capitale di ogni vescovo, sacerdote o diacono su semplice costatazione della loro identità. Il Papa, san Sisto, fu arrestato e decapitato mentre si trovava nelle catacombe di San Callisto per celebrare la Santa Messa. Lorenzo lo incontrò e gli parlò, mentre andava al supplizio, assicurandogli la sua fedeltà.<br />Tre giorni dopo il prefetto di Roma Daciano convocò Lorenzo, che come primo diacono era anche il tesoriere della Chiesa, e gli ordinò di consegnargli tutti i tesori che amministrava. Lorenzo rispose che lo avrebbe fatto. Radunò quindi tutti i poveri e i malati di Roma, che la Chiesa assisteva e li condusse davanti al prefetto, spiegandogli che questi erano i più grandi tesori della Chiesa. I poveri sono l'oro, le vergini e le vedove le perle e le pietre preziose.<br /><br />IL MARTIRIO<br />Furioso, il prefetto condannò Lorenzo al terribile supplizio del fuoco. Il santo fu spogliato delle vesti e legato a una graticola sotto la quale bruciavano carboni ardenti e venne cotto a fuoco lento. Il Signore intervenne con la sua grazia per permettere a Lorenzo di sopportare questa prova. Una gioia soprannaturale si irradiava dal volto del martire che dopo un po' di tempo si rivolse ai suoi torturatori dicendo: "Giratemi, perché questo lato è già ben cotto". Lo girarono, e dopo qualche minuto aggiunse: "Adesso sono pronto per essere portato in tavola". Quindi alzò gli occhi al Cielo, pregò per la conversione di Roma ed esalò l'ultimo respiro. Dio ascoltò subito la sua preghiera. Infatti alcuni senatori romani che assistevano al suo martirio si convertirono, ne ottennero il corpo e lo seppellirono, presso l'attuale cimitero del Verano, dove oggi sorge la basilica di San Lorenzo fuori le Mura.<br />Secondo Dom Guéranger, la tradizione vuole che Roma si sia definitivamente rivolta verso Cristo proprio a partire dal giorno glorioso in cui, prima di spirare, san Lorenzo pregò per essa. Il poeta spagnolo Prudenzio (348-405 ca) è autore di un poema dal titolo Peristephanon, (intorno alle corone di martire, o corone di vittoria) in cui fa l'apoteosi di Roma madre e regina della civiltà. In quest'opera Prudenzio esalta i martiri romani decorandoli con i titoli ufficiali della Repubblica romana. San Lorenzo, nominato "cittadino di Roma", conquista la corona civica e diviene console perpetuo della Roma celeste. Lo stesso martire mentre soffre l'atroce supplizio, eleva nella poesia di Prudenzio una preghiera per Roma, che l‘Offertorio della Vigilia della festa di san Lorenzo riprende con queste parole: "O Cristo, Verbo unico, splendore, virtù del Padre, creatore della terra e del cielo, tu la cui mano elevò queste mura. Tu che hai posto lo scettro di Roma al vertice delle cose: tu volesti che il mondo si sottomettesse alla toga quirite, per radunare sotto uniche leggi le genti divise per costumi, usanze, lingua, ingegno e sacrifici. Ecco che tutto il genere umano si è raccolto sotto l'impero di Roma; dissensi e...]]></itunes:summary><itunes:duration>559</itunes:duration><itunes:keywords>cotto,martirio,sancallisto,sanlorenzo,valeriano</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/485799b6ec9535f6a7f6227169648409.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il martire slovacco che non si piegò al nazismo</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-martire-slovacco-che-non-si-piego-al-nazismo--50866779</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7105" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7105</a><br /><br />IL MARTIRE SLOVACCO CHE NON SI PIEGO' AL NAZISMO di Rino Cammilleri<br />La Slovacchia è cattolica, la sua bandiera nazionale è una croce doppia (detta anche patriarcale). Per lungo tempo il clero è stato per necessità il suo ceto colto; da qui, raggiunta l'indipendenza, un prete come presidente della repubblica, Jozef Tiso (poi vittima dei regolamenti di conti postbellici nel 1947). Malvolentieri appiccicata alla Cekia nell'artificiale Cecoslovacchia, vaso di coccio tra l'impero nazista e quello comunista, ha anch'essa i suoi martiri in attesa di beatificazione. Uno di questi è il vescovo Michal Buzalka, il cui postulatore, Peter Slepčan, ha appena pubblicato in libro insieme a Róbert Letz: Una voce in difesa. Episcopato slovacco e diplomazia pontificia contro lo sterminio nazista (Libreria Editrice Vaticana. Pontificio Comitato di Scienze Storiche, pp. 445, s.p.). Nel 1938 mons. Buzalka, nato nel 1885, divenne vescovo ausiliare di Trnava e subito si diede da fare per sottrarre quanto possibile la gioventù slovacca alle sirene naziste. Fu presidente dell'Azione Cattolica e caporedattore del quotidiano «Slovák», organo del Partito Popolare. Nel 1939 fondò l'Ufficio Stampa Cattolica per coordinare e indirizzare le moltissime pubblicazioni cattoliche del Paese. Non gli bastò e creò un settimanale cattolico di taglio professionale, cioè in grado di tener testa agli omologhi laici a tiratura nazionale, il «Katolicke noviny». Erano i giorni in cui la famosa «crisi dei Sudeti», risolta con la conferenza di Monaco, aveva ridato autonomia alla Slovacchia, il cui presidente, Tiso (di origine italiana), dovette cominciare a barcamenarsi con gli ingombrati vicini e soprattutto, in quel momento, con la Germania. Il cattolicesimo rappresentava nel Paese quel che era anche per i polacchi: l'identità. La fedeltà al papa, Roma come faro e riferimento in quegli anni tempestosi, furono per la Slovacchia l'àncora che le permise di non farsi risucchiare culturalmente e, per quanto possibile, anche politicamente dai due giganti atei del XX secolo. Roma lo comprese benissimo e, infatti, la Santa Sede fu tra le prime a riconoscere la nuova Repubblica. Ma la prossimità a Hitler voleva dire anche prestarsi al programma antisemita, cosa che l'episcopato slovacco rifiutò energicamente, rigettando le discriminazioni contenute nel «Codice ebraico». Ma c'era una guerra in corso e la Slovacchia era di fatto un satellite della Germania. Tiso fece ricorso a tutte le sue risorse diplomatiche, ma poté solo smussare gli spigoli più acuti della legislazione antiebraica, come del resto fecero gli italiani. Dopo i nazisti, i comunisti, e Tiso finì impiccato. Buzalka, malgrado si fosse speso per salvare tutti gli ebrei che poteva, fu processato e condannato a ventiquattro anni di carcere. Non che ai nuovi governanti di obbedienza sovietica importasse più di tanto degli ebrei, ma, come i predecessori nazisti, sapevano che in Slovacchia, come in Polonia, il clero era anche ceto di riferimento per il popolo e perciò occorreva decapitarlo. Buzalka morì nel 1961 in piena era Kruscev, in quel «disgelo» di cui aveva fatto le spese l'Ungheria pochi anni prima. Il libro di Slepčan-Letz è una vera miniera di informazioni, documenti e foto. Per una storia cattolica che conosciamo poco.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/50866779</guid><pubDate>Tue, 09 Aug 2022 21:13:19 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/50866779/il_martire_slovacco_che_non_si_pieg_al_nazismo.mp3" length="4749732" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7105&#13;
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IL MARTIRE SLOVACCO CHE NON SI PIEGO' AL NAZISMO di Rino Cammilleri&#13;
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Uno di questi è il vescovo Michal Buzalka, il cui postulatore, Peter Slepčan, ha appena pubblicato in libro insieme a Róbert Letz: Una voce in difesa. Episcopato slovacco e diplomazia pontificia contro lo sterminio nazista (Libreria Editrice Vaticana. Pontificio Comitato di Scienze Storiche, pp. 445, s.p.). Nel 1938 mons. Buzalka, nato nel 1885, divenne vescovo ausiliare di Trnava e subito si diede da fare per sottrarre quanto possibile la gioventù slovacca alle sirene naziste. Fu presidente dell'Azione Cattolica e caporedattore del quotidiano «Slovák», organo del Partito Popolare. Nel 1939 fondò l'Ufficio Stampa Cattolica per coordinare e indirizzare le moltissime pubblicazioni cattoliche del Paese. Non gli bastò e creò un settimanale cattolico di taglio professionale, cioè in grado di tener testa agli omologhi laici a tiratura nazionale, il «Katolicke noviny». Erano i giorni in cui la famosa «crisi dei Sudeti», risolta con la conferenza di Monaco, aveva ridato autonomia alla Slovacchia, il cui presidente, Tiso (di origine italiana), dovette cominciare a barcamenarsi con gli ingombrati vicini e soprattutto, in quel momento, con la Germania. Il cattolicesimo rappresentava nel Paese quel che era anche per i polacchi: l'identità. La fedeltà al papa, Roma come faro e riferimento in quegli anni tempestosi, furono per la Slovacchia l'àncora che le permise di non farsi risucchiare culturalmente e, per quanto possibile, anche politicamente dai due giganti atei del XX secolo. Roma lo comprese benissimo e, infatti, la Santa Sede fu tra le prime a riconoscere la nuova Repubblica. Ma la prossimità a Hitler voleva dire anche prestarsi al programma antisemita, cosa che l'episcopato slovacco rifiutò energicamente, rigettando le discriminazioni contenute nel «Codice ebraico». Ma c'era una guerra in corso e la Slovacchia era di fatto un satellite della Germania. Tiso fece ricorso a tutte le sue risorse diplomatiche, ma poté solo smussare gli spigoli più acuti della legislazione antiebraica, come del resto fecero gli italiani. Dopo i nazisti, i comunisti, e Tiso finì impiccato. Buzalka, malgrado si fosse speso per salvare tutti gli ebrei che poteva, fu processato e condannato a ventiquattro anni di carcere. Non che ai nuovi governanti di obbedienza sovietica importasse più di tanto degli ebrei, ma, come i predecessori nazisti, sapevano che in Slovacchia, come in Polonia, il clero era anche ceto di riferimento per il popolo e perciò occorreva decapitarlo. Buzalka morì nel 1961 in piena era Kruscev, in quel «disgelo» di cui aveva fatto le spese l'Ungheria pochi anni prima. Il libro di Slepčan-Letz è una vera miniera di informazioni, documenti e foto. Per una storia cattolica che conosciamo poco.]]></itunes:summary><itunes:duration>297</itunes:duration><itunes:keywords>buzalka,nazismo,obbedienzasovietica,slovacchia,tiso</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/609d5f30e933bdba827d8ddf112c1f37.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>A dieci anni dalla morte della serva di Dio Chiara Corbella</title><link>https://www.spreaker.com/episode/a-dieci-anni-dalla-morte-della-serva-di-dio-chiara-corbella--50206876</link><description><![CDATA[VIDEO: Chiara ed Enrico ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=TClOMju_0Z4" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=TClOMju_0Z4</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7042" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7042</a><br /><br />A DIECI ANNI DALLA MORTE DELLA SERVA DI DIO CHIARA CORBELLA di Luca Marcolivio<br />Ci sono santi di cui apprendiamo l'esistenza al momento della beatificazione o canonizzazione. Altri, al contrario, diventano celebri subito dopo la morte. La Serva di Dio Chiara Corbella Petrillo (1984-2012) è sicuramente tra questi ultimi. Il suo processo canonico è iniziato il 21 settembre 2018, a poco più di sei anni dalla morte. In tempi recenti, soltanto San Giovanni Paolo II (1920-2005) e Santa Teresa di Calcutta (1910-1997) e pochi altri sono stati avviati sulla via degli altari con più rapidità.<br />La popolarità di Chiara Corbella divampò immediatamente dopo il suo funerale, celebrato il 16 giugno 2012, in una gremitissima parrocchia di Santa Francesca Romana all'Ardeatino. La storia della giovane sposa e madre romana aveva avuto immediato risalto mediatico, grazie soprattutto alle sue virtù non comuni, in particolare al coraggio nell'affrontare una malattia incurabile e nell'aprirsi alla vita dei tre figli, due dei quali morti subito dopo la nascita. L'allora cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini, l'aveva definita la "nuova Gianna Beretta Molla": un parallelo non inopportuno, sebbene negli anni siano emerse notevoli peculiarità che rendono questa storia unica nel suo genere.<br />Già nei mesi precedenti la sua nascita al Cielo, in tutta la diocesi di Roma erano girate numerose richieste di preghiere per Chiara, gravemente malata. Poco dopo la morte della loro prima figlia, era diventato virale il video caricato su YouTube della testimonianza di Chiara e di suo marito Enrico Petrillo, riguardo a un dramma che, vissuto in pace con Dio, si era trasformato in una sorprendente grazia.<br /><br />LA VIA DELLA SANTITÀ<br />Nei suoi 28 anni di vita, Chiara Corbella ha convintamente abbracciato la via della santità che il Signore ha voluto per lei. Un percorso di certo non facile, particolarmente drammatico nell'ultima fase della sua vita. Un percorso tanto coerente quanto aperto agli impulsi imprevedibili che la Provvidenza le metteva davanti. Chiara attinse a carismi ecclesiali diversi e complementari: cresciuta nel Rinnovamento Carismatico, si rafforzò e si plasmò definitivamente nella spiritualità francescana, sotto la guida di padre Vito D'Amato, OFM. In particolare, dopo il matrimonio, Chiara ed Enrico furono molto vicini a don Fabio Rosini, seguendo con attenzione il ciclo catechetico delle "Dieci Parole". La Serva di Dio ha quindi vissuto una spiritualità a 360 gradi, molto dinamica e versatile, ma, al tempo stesso, articolata su discernimenti molto rigorosi. Il vero elemento "vincente" della spiritualità di Chiara è stato comunque la devozione mariana: un aspetto che non è sfuggito a padre Romano Gambalunga, carmelitano e postulatore della causa di beatificazione, che ha sempre colto nella Serva di Dio un "modello di santità molto attuale" che la rende una santa "della porta accanto". Una ragazza del suo tempo, vivace, intuitiva, empatica, ironica, con molti interessi, dai viaggi alla musica (suonava piuttosto bene il violino).<br />Come Maria Beltrame Quattrocchi (1884-1965) o la già citata Gianna Beretta Molla (1922-1962), Chiara Corbella vive un percorso di santità che si realizza soprattutto nella vocazione familiare. Una vocazione che diventa fertile, grazie alla straordinaria attitudine alla disponibilità.<br />Chiara è innanzitutto disponibile con Dio. Fin da bambina impara subito che la preghiera non è un formulario ma un autentico e radicale colloquio con Gesù, che orienta ogni scelta della vita. Anche per questo, nemmeno durante l'adolescenza, Chiara ebbe grandi tentennamenti nella sua fede, che, al contrario, crebbe e maturò, al punto che, già in quegli anni, la vocazione al matrimonio le apparve molto nitida. È proprio nell'incontro con Enrico Petrillo (avvenuto a Medjugorje, il 2 agosto 2002, festa francescana del Perdono d'Assisi), che Chiara compie il passo decisivo nella sua disponibilità all'amore: non certo un amore mondano, zuccheroso ed effimero ma un amore maturo, solido, concreto e, al contempo, ambizioso ed elevato, alla stregua di quello che Gesù manifesta sulla Croce. Con questo spirito, Chiara, negli anni del liceo, respinge delicatamente più di un corteggiatore, preferendo attendere l'unico vero amore della sua vita. Quando conosce Enrico, Chiara intuisce subito il destino che li unirà nel sacramento matrimoniale. Per lui è disposta a scommettere tutto, persino ad accettare - se fosse stata volontà di Dio - l'idea di un'eventuale rottura definitiva nel momento più critico del loro fidanzamento. Enrico e Chiara sono una coppia che vive le stesse ansie e gli stessi dubbi dei loro coetanei: hanno però l'umiltà - lei per prima - di aprirsi all'Amore vero, quello che non pretende e che non conosce orgoglio: da quel momento, il loro legame spiccherà il volo, fino al matrimonio, celebrato nella chiesa di San Pietro ad Assisi, il 21 settembre 2008.<br /><br />LA DISPONIBILITÀ ALLA VITA<br />Il successivo passo è la disponibilità alla vita. Anche nella sua maternità, Chiara non conosce mezze misure. Accoglie la malattia e la morte dei piccoli Maria Grazia Letizia (2009) e Davide Giovanni (2010), perché, con gli anni, ha imparato che il possesso è il contrario dell'amore e loro sono figli di Dio, prima che figli suoi. Quando, poi, ad ammalarsi sarà lei, Chiara anteporrà la vita del suo terzogenito Francesco (2011) alla sua, scegliendo di posticipare le cure per sé stessa. Scelte coraggiose, non comprese da tutti ma compiute in totale libertà. Scelte che hanno reso straordinaria una vita simile a molte altre, sebbene indubbiamente "sopra la media" e felicemente intrisa di Spirito Santo.<br />L'ultimo passaggio chiave nella vita di Chiara Corbella è nella sua disponibilità all'incontro definitivo con lo Sposo. Proprio lei, che aveva fatto del matrimonio la sua vocazione terrena, arriva più che preparata allo sposalizio celeste. Sul letto di morte, al marito che le domanda: "Ma questo giogo è davvero dolce?", lei risponde: "Sì, è tanto dolce". Così Enrico vede svanire miracolosamente la sua tristezza: sua moglie - dice - sta andando "da Uno che la ama più di me!". Circondata dall'affetto di Enrico, del piccolo Francesco, della mamma Anselma, del papà Roberto, della sorella Elisa e di un'impagabile comunità di amici in Cristo, Chiara Corbella si spegne serenamente il 13 giugno 2012, nella provvidenziale coincidenza della memoria liturgica di un francescano: Sant'Antonio di Padova.<br />Nel decennale della sua nascita al Cielo, che si celebra oggi, Chiara Corbella offre una grande opportunità a chi conosce la sua storia e, ancor più, a chi la conosce poco: quella di imparare ad abbracciare la propria vocazione senza compromessi, nella consapevolezza che non c'è amore senza Croce ma, soprattutto, non c'è Croce che non sia una prova d'amore.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/50206876</guid><pubDate>Tue, 14 Jun 2022 21:58:12 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/50206876/a_dieci_anni_dalla_morte_della_serva_di_dio_chiara_corbella.mp3" length="9297128" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Chiara ed Enrico ➜ https://www.youtube.com/watch?v=TClOMju_0Z4&#13;
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TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7042&#13;
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A DIECI ANNI DALLA MORTE DELLA SERVA DI DIO CHIARA CORBELLA di Luca Marcolivio&#13;
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In tempi recenti, soltanto San Giovanni Paolo II (1920-2005) e Santa Teresa di Calcutta (1910-1997) e pochi altri sono stati avviati sulla via degli altari con più rapidità.<br />La popolarità di Chiara Corbella divampò immediatamente dopo il suo funerale, celebrato il 16 giugno 2012, in una gremitissima parrocchia di Santa Francesca Romana all'Ardeatino. La storia della giovane sposa e madre romana aveva avuto immediato risalto mediatico, grazie soprattutto alle sue virtù non comuni, in particolare al coraggio nell'affrontare una malattia incurabile e nell'aprirsi alla vita dei tre figli, due dei quali morti subito dopo la nascita. L'allora cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini, l'aveva definita la "nuova Gianna Beretta Molla": un parallelo non inopportuno, sebbene negli anni siano emerse notevoli peculiarità che rendono questa storia unica nel suo genere.<br />Già nei mesi precedenti la sua nascita al Cielo, in tutta la diocesi di Roma erano girate numerose richieste di preghiere per Chiara, gravemente malata. Poco dopo la morte della loro prima figlia, era diventato virale il video caricato su YouTube della testimonianza di Chiara e di suo marito Enrico Petrillo, riguardo a un dramma che, vissuto in pace con Dio, si era trasformato in una sorprendente grazia.<br /><br />LA VIA DELLA SANTITÀ<br />Nei suoi 28 anni di vita, Chiara Corbella ha convintamente abbracciato la via della santità che il Signore ha voluto per lei. Un percorso di certo non facile, particolarmente drammatico nell'ultima fase della sua vita. Un percorso tanto coerente quanto aperto agli impulsi imprevedibili che la Provvidenza le metteva davanti. Chiara attinse a carismi ecclesiali diversi e complementari: cresciuta nel Rinnovamento Carismatico, si rafforzò e si plasmò definitivamente nella spiritualità francescana, sotto la guida di padre Vito D'Amato, OFM. In particolare, dopo il matrimonio, Chiara ed Enrico furono molto vicini a don Fabio Rosini, seguendo con attenzione il ciclo catechetico delle "Dieci Parole". La Serva di Dio ha quindi vissuto una spiritualità a 360 gradi, molto dinamica e versatile, ma, al tempo stesso, articolata su discernimenti molto rigorosi. Il vero elemento "vincente" della spiritualità di Chiara è stato comunque la devozione mariana: un aspetto che non è sfuggito a padre Romano Gambalunga, carmelitano e postulatore della causa di beatificazione, che ha sempre colto nella Serva di Dio un "modello di santità molto attuale" che la rende una santa "della porta accanto". Una ragazza del suo tempo, vivace, intuitiva, empatica, ironica, con molti interessi, dai viaggi alla musica (suonava piuttosto bene il violino).<br />Come Maria Beltrame Quattrocchi (1884-1965) o la già citata Gianna Beretta Molla (1922-1962), Chiara Corbella vive un percorso di santità che si realizza soprattutto nella vocazione familiare. Una vocazione che diventa fertile, grazie alla straordinaria attitudine alla disponibilità.<br />Chiara è innanzitutto disponibile con Dio. Fin da bambina impara subito che la preghiera non è un formulario ma un autentico e radicale colloquio con Gesù, che orienta ogni scelta della vita. Anche per questo, nemmeno durante l'adolescenza, Chiara ebbe grandi tentennamenti nella sua fede, che, al contrario,...]]></itunes:summary><itunes:duration>582</itunes:duration><itunes:keywords>chiaracorbellapetrillo,dieciparole,giannaberettamolla,medjugorie,santantonio</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0c2f1af51739f6cccac4f5ac843b7db7.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Finalmente beato il sacerdote ucciso dai partigiani</title><link>https://www.spreaker.com/episode/finalmente-beato-il-sacerdote-ucciso-dai-partigiani--50112511</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7028" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7028</a><br /><br />FINALMENTE BEATO IL SACERDOTE UCCISO DAI PARTIGIANI di Paolo Risso<br />La notte del 21 luglio 1945 - la guerra era finita da tre mesi - alle ore 2, si ode una scampanellata alla porta della canonica di Crocette (Pavullo - Modena). La buona "perpetua", Angiolina F., affacciatasi alla finestra, vede un uomo che le dice di voler il parroco per l'assistenza a un infermo assai grave.<br />Angiolina conosce l'uomo e si affretta a chiamare il parroco, don Luigi Lenzini, 64 anni di età, che dovrebbe riposare, ma carico di preoccupazioni, veglia e prega. Don Luigi, intuito il diabolico tranello, rifiuta l'invito, dicendo che ha già visitato il malato il giorno prima e che sarebbe tornato al mattino, alla luce del sole. La perpetua dalla finestra lo dice all'uomo rimasto ad attendere.<br />Segue un lungo silenzio nella calda notte d'estate. Quindi si sentono strani rumori lungo i muri della casa. Gli uomini presenti, partigiani comunisti, (sono almeno in quattro) servendosi di una scala a pioli, riescono a entrare in canonica attraverso la finestra del ballatoio, rimasta aperta, all'altezza di 7 metri da terra.<br />Sono mascherati e, appena entrati, terrorizzano la perpetua, la quale fugge in una casa vicina, dopo aver riconosciuto uno di quei figuri. Frattanto risuonano nella notte lenti rintocchi della campana a martello, come un gemito, un grido di aiuto.<br />Don Luigi, compreso il pericolo, è sceso al piano terra ed è risalito subito sul pianerottolo del campanile e ha dato di piglio alla corda della campana. A quel suono, si scatena sul piazzale della chiesa una sparatoria infernale a scopo intimidatorio: guai a chi fosse sopraggiunto!<br />I briganti, introdottisi in canonica, sono assai pratici dei luoghi e, scendendo la scala interna, si portano in chiesa e sparano diversi colpi, quindi salgono sul pianerottolo del campanile, dove trovano don Luigi. Lo afferrano - quattro contro uno, buon affare, vero? - e lo strappano via dal luogo santo con brutale sacrilega violenza.<br />Nel tragitto dalla chiesa verso la morte ormai sicura, don Luigi vive il suo calvario. Gli assassini infieriscono su di lui con sevizie ed efferata crudeltà. Vogliono costringerlo a bestemmiare il suo Dio, quel Dio che lo ha elevato alla dignità più alta sulla terra: "alter Christus".<br />Giunto nella vigna a mezzo chilometro dalla chiesa, con il corpo orribilmente straziato, il parroco viene finito con un colpo alla nuca, quindi viene "semisepolto" sotto poca terra, intrisa del suo sangue. I senza-Dio, peggiori di Attila, fuggono "a capolavoro compiuto".<br />L'odio a Cristo e alla sua Chiesa, li ha condotti a un delitto, contro uno dei suoi Ministri. È notte fonda, notte nera, sulla campagna di Crocette e ancor più in quei fanatici chiusi alla luce.<br />Il povero corpo di don Luigi è ritrovato da alcuni contadini una settimana dopo, il 27 luglio 1945, nella vigna, lungo la scorciatoia che conduce a Pavullo. I suoi funerali, in mezzo al rimpianto e alle lacrime degli onesti, vengono celebrati nella sua chiesa di Crocette dal Vicario foraneo di Pavullo, don Giuseppe Passini.<br />La tomba del martire - perché di un martire vero si tratta - nel cimitero parrocchiale, è subito meta di pellegrinaggi e luogo di preghiera: indimenticabile buon pastore che ha dato la vita per Gesù e per le anime a lui affidate.<br /><br />APOSTOLO DI GESÙ<br />Luigi Lenzini era nato a Fiumalbo il 28 maggio 1881, figlio del dottor Angelo e di Silvia Lenzini, in via Bassa Costa, N. 74. Cresce in famiglia agiata e soprattutto profondamente cristiana. Fin dall'infanzia, Gesù è il suo primo Amico. Una fanciullezza segnata dalla devozione a Gesù Eucaristico e alla Madonna. Sente presto che Gesù lo chiama a farsi sacerdote.<br />Compie gli studi ginnasiali nel Seminario di Fiumalbo (Modena). Nel 1898, 17enne, a Natale veste l'abito talare, come chierico della diocesi di Modena. È molto contento della scelta compiuta e intraprende con slancio e profitto gli studi di filosofia e teologia. Si radica nella Verità della santa Dottrina Cattolica, alla luce del Magistero di Leone XIII che all'inizio del secolo XX, indica con autorità Gesù Cristo come Via, Verità e Vita per l'umanità (enciclica Tametsi futura), e del santo Pontefice Pio X, che inaugurando il suo pontificato, nell'agosto 1903, si propone di "ricapitolare tutte le cose in Cristo" ("instaurare omnia in Christo").<br />A 23 anni, ricco del vero spirito religioso e sacerdotale che vuole stabilire davvero tutto in Gesù Cristo e che non può sopportare che qualcosa o qualcuno sia fuori di Lui, Luigi Lenzini viene ordinato sacerdote il 19 marzo 1904, festa di S. Giuseppe, dall'Arcivescovo di Modena, Mons. Natale Bruni.<br />Celebrata la prima S. Messa a Fiumalbo tra la gioia dei suoi cari e dei concittadini, viene mandato vice-parroco prima a Casinalbo, quindi a Finale Emilia, dove resterà sei anni. È un giovane prete colmo di amore a Dio che lo spinge ogni giorno di più a essere apostolo del Redentore in mezzo, ai fratelli. In Italia, in particolare in Emilia, in questi anni, dilaga il socialismo, ateo e materialista, che si propone di sradicare la Fede cattolica e, a parole, di promuovere i ceti più umili: ecco dove sta l'inganno.<br />A Finale, una delibera del consiglio comunale del 1882 aveva abolito il Crocifisso e l'insegnamento della Religione dalle scuole, che però era stato subito ripristinato da un decreto del prefetto. All'inizio del secolo, il socialista Gregorio Agnini organizza a Finale e dintorni la penetrazione del socialismo, recandosi a ‘predicare' anche sulla piazza della chiesa. Don Luigi, appena 30enne, scende in piazza con competenza e coraggio a controbattere baldanzosamente il "compagno" Agnini, con la Luce della Verità del Vangelo di Cristo.<br />Prima e dopo, prega davanti a Gesù Eucaristico, acquistando per suo dono una parola franca e luminosa che confuta gli errori e custodisce molte anime nella Fede.<br />Dal 1912 al 1921, è rettore della parrocchia di Roncoscaglia, quindi viene nominato parroco di Montecuccolo, dove rimarrà fino al 1937. Sente in profondità come un assillo pungente la responsabilità di essere parroco e di portare le anime che gli sono affidate a Gesù, in questa vita nella fuga dal peccato e nella Grazia santificante, quindi nell'al-di-là in Paradiso. Vuole giungere a ogni anima, nessuno escluso.<br />Nella piccola biografia che abbiamo tra mano, leggiamo di lui: "Mattiniero e puntuale all'orario della Messa, si preoccupava dell'istruzione religiosa (e non solo) dei suoi parrocchiani: con il catechismo ai ragazzi, agli aspiranti dell'Azione Cattolica, riuniti nel circolo dei "Lorenzini" (dal loro protettore S. Lorenzo, diacono e martire), alle madri di famiglia, ai giovani, ai capifamiglia, raggruppati in confraternite. Aveva istituito una piccola biblioteca circolante con libri di formazione, vite di santi, romanzi buoni. Era sempre disponibile al confessionale e alla direzione spirituale" (da: G. Lenzini, Don Luigi Lenzini, martire di un atroce odio anti-clericale, pro manuscripto, Modena, 2009).<br />In una parola, è attento a tutte le necessità della parrocchia dove è amato come il buon pastore a immagine di Gesù, come l'apostolo di Gesù, che vive per Gesù solo e per donargli tutte le anime. Il suo più grande amore è il Santo Sacrificio della Messa, Gesù Eucaristico. Ogni domenica guida i suoi parrocchiani in un'ora di adorazione eucaristica.<br /><br />SEMPRE VICINO AL TABERNACOLO<br />Tra i suoi scritti, questa elevazione ardente a Gesù-Ostia esposto sull'altare: "So di essere alla tua presenza, o Gesù mio, e benché con gli occhi non ti veda, pure la Fede mi dice che Tu sei lì in quell'Ostia, vivo e vero, come lo fosti un dì sulla terra. Sì, lo credo, o Gesù, più che se ti vedessi con gli occhi, e sapendo di essere alla tua reale presenza, il mio primo dovere è di adorarti. Ti adoro con lo spirito di adorazione con cui ti adorò tua Madre, quando ti vide nato nella grotta di Betlemme. Voglio la Fede e la carità del tuo padre putativo S. Giuseppe per adorarti come meriti. Ti adoro con le adorazioni dei tuoi Apostoli e soprattutto con quella del tuo diletto Pietro, quando ti disse: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". Fa', o Gesù, che la mia adorazione non si limiti a questo giorno, ma che il mio pensiero sia sempre vicino al tuo santo Tabernacolo".<br />Alla fine del 1937, don Luigi si sente chiamato a farsi religioso redentorista a Roma. Lascia Montecuccolo, ma a Roma non resiste a causa dell'età non più giovanile: così nel 1939 ritorna in diocesi a Modena. Per due anni è cappellano nella casa di cura di Gaiato, servendo Gesù nei malati con la delicatezza di un padre. Intanto ha la gioia, di vedere due giovani già suoi parrocchiani, da lui guidati, salire l'altare come sacerdoti di Gesù.<br />Il 26 gennaio 1941, a 60 anni, è nominato parroco di Crocette, 700 abitanti, nel comune di Pavullo (Modena). Un'altra volta, è tutto dedito al suo ministero: sacerdote della Verità che annuncia e fa amare Gesù, uomo di sconfinata carità che soccorre e consola i suoi nelle difficoltà enormi della guerra. È subito benvoluto e stimato da molti, quelli che amano la Verità.<br />Nessuno può accusarlo di simpatie fasciste, anzi aiuta anche i partigiani che rispettano la dignità dell'uomo e nasconde in canonica alcuni ricercati. La sua preoccupazione è "salvare" chiunque abbia bisogno. Non usa il pulpito per fare propaganda politica per qualche partito, ma esprime con chiarezza, in chiesa e fuori, il suo timore per il diffondersi di ideologie avverse al Cristianesimo: "Se il comunismo ateo avesse a prevalere - afferma con coraggio nelle sue omelie - un giorno sarà anche impedito alle famiglie di battezzare i loro bambini".<br />Bastano parole come queste a renderlo inviso, a trasformarlo in bersaglio da colpire e da eliminare. A una riunione a metà giugno 1945, interviene un propagandista comunista per chiedere in tono minaccioso "dove si trovi il parroco a cui intende insegnare come deve parlare in chiesa".]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/50112511</guid><pubDate>Tue, 07 Jun 2022 22:06:15 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/50112511/finalmente_beato_il_sacerdote_ucciso_dai_partigiani.mp3" length="15976636" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7028&#13;
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FINALMENTE BEATO IL SACERDOTE UCCISO DAI PARTIGIANI di Paolo Risso&#13;
La notte del 21 luglio 1945 - la guerra era finita da tre mesi - alle ore 2, si ode una scampanellata alla porta...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7028" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7028</a><br /><br />FINALMENTE BEATO IL SACERDOTE UCCISO DAI PARTIGIANI di Paolo Risso<br />La notte del 21 luglio 1945 - la guerra era finita da tre mesi - alle ore 2, si ode una scampanellata alla porta della canonica di Crocette (Pavullo - Modena). La buona "perpetua", Angiolina F., affacciatasi alla finestra, vede un uomo che le dice di voler il parroco per l'assistenza a un infermo assai grave.<br />Angiolina conosce l'uomo e si affretta a chiamare il parroco, don Luigi Lenzini, 64 anni di età, che dovrebbe riposare, ma carico di preoccupazioni, veglia e prega. Don Luigi, intuito il diabolico tranello, rifiuta l'invito, dicendo che ha già visitato il malato il giorno prima e che sarebbe tornato al mattino, alla luce del sole. La perpetua dalla finestra lo dice all'uomo rimasto ad attendere.<br />Segue un lungo silenzio nella calda notte d'estate. Quindi si sentono strani rumori lungo i muri della casa. Gli uomini presenti, partigiani comunisti, (sono almeno in quattro) servendosi di una scala a pioli, riescono a entrare in canonica attraverso la finestra del ballatoio, rimasta aperta, all'altezza di 7 metri da terra.<br />Sono mascherati e, appena entrati, terrorizzano la perpetua, la quale fugge in una casa vicina, dopo aver riconosciuto uno di quei figuri. Frattanto risuonano nella notte lenti rintocchi della campana a martello, come un gemito, un grido di aiuto.<br />Don Luigi, compreso il pericolo, è sceso al piano terra ed è risalito subito sul pianerottolo del campanile e ha dato di piglio alla corda della campana. A quel suono, si scatena sul piazzale della chiesa una sparatoria infernale a scopo intimidatorio: guai a chi fosse sopraggiunto!<br />I briganti, introdottisi in canonica, sono assai pratici dei luoghi e, scendendo la scala interna, si portano in chiesa e sparano diversi colpi, quindi salgono sul pianerottolo del campanile, dove trovano don Luigi. Lo afferrano - quattro contro uno, buon affare, vero? - e lo strappano via dal luogo santo con brutale sacrilega violenza.<br />Nel tragitto dalla chiesa verso la morte ormai sicura, don Luigi vive il suo calvario. Gli assassini infieriscono su di lui con sevizie ed efferata crudeltà. Vogliono costringerlo a bestemmiare il suo Dio, quel Dio che lo ha elevato alla dignità più alta sulla terra: "alter Christus".<br />Giunto nella vigna a mezzo chilometro dalla chiesa, con il corpo orribilmente straziato, il parroco viene finito con un colpo alla nuca, quindi viene "semisepolto" sotto poca terra, intrisa del suo sangue. I senza-Dio, peggiori di Attila, fuggono "a capolavoro compiuto".<br />L'odio a Cristo e alla sua Chiesa, li ha condotti a un delitto, contro uno dei suoi Ministri. È notte fonda, notte nera, sulla campagna di Crocette e ancor più in quei fanatici chiusi alla luce.<br />Il povero corpo di don Luigi è ritrovato da alcuni contadini una settimana dopo, il 27 luglio 1945, nella vigna, lungo la scorciatoia che conduce a Pavullo. I suoi funerali, in mezzo al rimpianto e alle lacrime degli onesti, vengono celebrati nella sua chiesa di Crocette dal Vicario foraneo di Pavullo, don Giuseppe Passini.<br />La tomba del martire - perché di un martire vero si tratta - nel cimitero parrocchiale, è subito meta di pellegrinaggi e luogo di preghiera: indimenticabile buon pastore che ha dato la vita per Gesù e per le anime a lui affidate.<br /><br />APOSTOLO DI GESÙ<br />Luigi Lenzini era nato a Fiumalbo il 28 maggio 1881, figlio del dottor Angelo e di Silvia Lenzini, in via Bassa Costa, N. 74. Cresce in famiglia agiata e soprattutto profondamente cristiana. Fin dall'infanzia, Gesù è il suo primo Amico. Una fanciullezza segnata dalla devozione a Gesù Eucaristico e alla Madonna. Sente presto che Gesù lo chiama a farsi sacerdote.<br />Compie gli studi ginnasiali nel Seminario di Fiumalbo (Modena). 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Il suo nome è legato alla vittoria di Lepanto, ma egli aveva intenzione di portare la guerra anche in Inghilterra contro l'usurpatrice, Elisabetta Tudor, che scomunicò il 25 febbraio 1570 con la bolla Regnans in excelsis, dichiarandola decaduta dal suo preteso diritto alla corona inglese. Aveva una volta promesso che per una spedizione contro l'Inghilterra protestante non soltanto avrebbe impiegato i beni della Chiesa, ma sarebbe andato personalmente a guidarla.<br />Il Papa aveva affidato la missione di operare per la restaurazione della Chiesa cattolica in Inghilterra a un suo agente a Londra, il banchiere fiorentino Roberto Ridolfi<br />Ridolfi abitava nella capitale inglese da molti anni e aveva preso contatto con due influenti aristocratici cattolici i conti di Northumberlande di Westmoreland ai quali, d'accordo con Pio V, aveva assicurato un consistente aiuto finanziario per i loro progetti di sollevare il popolo inglese e liberare Maria Stuart. L'insurrezione scoppiò a Durham e Rippon il 16 novembre 1569. Lo stendardo degli insorti, rappresentante il Salvatore con le Cinque Piaghe sanguinanti come quello del Pilgrimage of Grace del 1536. I conti di Northumberland e Westmorland in un primo momento trionfarono ed ebbero la gioia di assistere alla Messa cattolica nella cattedrale di Durham; ma non riuscirono a liberare Maria Stuarda, anche perché non ottennero l'aiuto decisivo che avevano promesso i re cattolici di Spagna, Filippo II, e di Francia, Carlo IX.<br />Fallita la ribellione del Nord d'Inghilterra, Ridolfi prospettò al Papa l'idea che il duca d'Alba, comandante dell'esercito spagnolo nei Paesi Bassi, invadesse l'Inghilterra appoggiando una nuova ribellione cattolica.<br />Il Papa diede il suo sostegno all'iniziativa e il 5 maggio 1571 affidò a Ridolfi una lettera per Filippo II, in cui invitava il sovrano spagnolo a provvedere ai mezzi necessari all'esecuzione dell'impresa. Il sovrano spagnolo, come Pio V, sembrò entusiasta del piano, ma lasciò a sua volta l'ultima parola al duca d'Alba, che invece nutriva scetticismo sull'impresa. Lo stesso duca d'Alba, sempre molto pragmatico, il 5 dicembre 1569 aveva scritto a Filippo II, con una punta di sarcasmo, che il Papa "era così zelante che pensava che ogni cosa si sarebbe potuta realizzare senza usare gli ordinari mezzi umani". L'osservazione si sarebbe potuta capovolgere, affermando che il duca d'Alba era così pragmatico da pensare che ogni cosa potesse essere realizzata senza usare i mezzi soprannaturali. La battaglia di Lepanto avrebbe dimostrato, meno di due anni dopo, i risultati dello zelo soprannaturale di Pio V. Il santo Pontefice, che combatté i musulmani e i protestanti dimostrò con il suo esempio che esistono le guerre giuste. Guerre giuste sono quelle condotte per difendere la propria patria aggredita, ma anche e a maggior ragione, quelle per difendere la fede cattolica da un'aggressione che sta per compiersi o che è stata compiuta: nel primo caso quella dei Turchi, nel secondo caso quella dei protestanti.<br />Il 21 aprile 1572, pochi giorni prima della morte, malgrado le sue sofferenze, il Santo Padre manifestò il desiderio di fare la visita alle sette basiliche di Roma. Cardinali, medici e familiari cercarono invano di dissuaderlo ed egli con fatica compì la sua devozione Al ritorno, sulla soglia del Vaticano incontrò un gruppo di cattolici inglesi, costretti all'esilio; s'intrattenne con essi ed esclamò: "Mio Dio, voi sapete che io sono sempre stato pronto a versare il sangue per salvezza della loro nazione".<br />I beni spirituali sono più alti dei beni materiali e per essi i cattolici devono essere pronti a versare il proprio sangue. Tale fu l'insegnamento di san Pio V, uno dei più grandi Papi nella storia della Chiesa.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/49835936</guid><pubDate>Tue, 17 May 2022 22:08:59 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/49835936/la_guerra_giusta_di_san_pio_v.mp3" length="5334166" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7002&#13;
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Aveva una volta promesso che per una spedizione contro l'Inghilterra protestante non soltanto avrebbe impiegato i beni della Chiesa, ma sarebbe andato personalmente a guidarla.<br />Il Papa aveva affidato la missione di operare per la restaurazione della Chiesa cattolica in Inghilterra a un suo agente a Londra, il banchiere fiorentino Roberto Ridolfi<br />Ridolfi abitava nella capitale inglese da molti anni e aveva preso contatto con due influenti aristocratici cattolici i conti di Northumberlande di Westmoreland ai quali, d'accordo con Pio V, aveva assicurato un consistente aiuto finanziario per i loro progetti di sollevare il popolo inglese e liberare Maria Stuart. L'insurrezione scoppiò a Durham e Rippon il 16 novembre 1569. Lo stendardo degli insorti, rappresentante il Salvatore con le Cinque Piaghe sanguinanti come quello del Pilgrimage of Grace del 1536. I conti di Northumberland e Westmorland in un primo momento trionfarono ed ebbero la gioia di assistere alla Messa cattolica nella cattedrale di Durham; ma non riuscirono a liberare Maria Stuarda, anche perché non ottennero l'aiuto decisivo che avevano promesso i re cattolici di Spagna, Filippo II, e di Francia, Carlo IX.<br />Fallita la ribellione del Nord d'Inghilterra, Ridolfi prospettò al Papa l'idea che il duca d'Alba, comandante dell'esercito spagnolo nei Paesi Bassi, invadesse l'Inghilterra appoggiando una nuova ribellione cattolica.<br />Il Papa diede il suo sostegno all'iniziativa e il 5 maggio 1571 affidò a Ridolfi una lettera per Filippo II, in cui invitava il sovrano spagnolo a provvedere ai mezzi necessari all'esecuzione dell'impresa. Il sovrano spagnolo, come Pio V, sembrò entusiasta del piano, ma lasciò a sua volta l'ultima parola al duca d'Alba, che invece nutriva scetticismo sull'impresa. Lo stesso duca d'Alba, sempre molto pragmatico, il 5 dicembre 1569 aveva scritto a Filippo II, con una punta di sarcasmo, che il Papa "era così zelante che pensava che ogni cosa si sarebbe potuta realizzare senza usare gli ordinari mezzi umani". L'osservazione si sarebbe potuta capovolgere, affermando che il duca d'Alba era così pragmatico da pensare che ogni cosa potesse essere realizzata senza usare i mezzi soprannaturali. La battaglia di Lepanto avrebbe dimostrato, meno di due anni dopo, i risultati dello zelo soprannaturale di Pio V. Il santo Pontefice, che combatté i musulmani e i protestanti dimostrò con il suo esempio che esistono le guerre giuste. Guerre giuste sono quelle condotte per difendere la propria patria aggredita, ma anche e a maggior ragione, quelle per difendere la fede cattolica da un'aggressione che sta per compiersi o che è stata compiuta: nel primo caso quella dei Turchi, nel secondo caso quella dei protestanti.<br />Il 21 aprile 1572, pochi giorni prima della morte, malgrado le sue sofferenze, il Santo Padre manifestò il desiderio di fare la visita alle sette basiliche di Roma. Cardinali, medici e familiari cercarono invano di dissuaderlo ed egli con fatica compì la sua devozione Al ritorno, sulla soglia del Vaticano incontrò un gruppo di cattolici inglesi, costretti all'esilio; s'intrattenne con essi ed esclamò: "Mio Dio, voi sapete che io sono sempre stato pronto a versare il sangue per salvezza della loro nazione".<br />I beni spirituali sono più alti dei beni materiali e per essi i cattolici devono essere pronti a versare il proprio sangue. 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Ad oggi si contano più di due milioni, con Varsavia in testa, che ha incrementato improvvisamente i suoi abitanti del 17%, per il momento. A tutti viene offerto vitto, alloggio, scuola, servizio sanitario nazionale, utilizzo dei mezzi pubblici... ma ciò vale per Varsavia come per Cracovia, Lublino, Łód, Breslavia... si è innescata una macchina organizzativa incredibile, grazie ad una gigantesca operazione antiburocratica e al lavoro infaticabile di sindaci, associazioni umanitarie e volontari. Il Paese sta reggendo un'ondata migratoria che non trova confronti nella storia d'Europa. Nell'estate del 2015 la cancelliera tedesca Angela Merkel prevedeva di accogliere in Germania un milione e 200 mila richiedenti asilo in fuga dalla Siria, la Polonia spiazza tutti, dando dimostrazione di tenacia e di forza.<br />Un popolo serio, rigoroso e profondamente cattolico quello dei polacchi, che sentono gli ucraini non solo gente confinante, ma veri e propri fratelli. Questa è la realtà umana, che non è fatta di globalismo materialista costruito forzatamente a tavolino, perché esiste una grande e insopprimibile anima dei popoli: a volte amici o nemici, alleati od ostili fra di loro, ma che succhiano il loro essere dalla loro storia e dalla loro tradizione, tutti elementi che vanno rispettati - un'arte che ben conosce la fede cattolica - perché ciò fa parte della natura stessa dell'essere popolo e proprio per questo la disciplina storiografica è più che preziosa, perché fa comprendere le ragioni del presente, afferrando la cognizione di ciò che potrà accadere nel futuro prossimo.<br />Proprio constatando questo eroismo polacco, di fronte al quale l'Unione europea, ringraziando, rimane basita, tornano alla mente fatti della storia moderna e contemporanea incancellabili dalla memoria storica della Polonia, che l'ha vista dilaniata in più riprese sia dai tedeschi che dai russi. La Seconda guerra mondiale prese le mosse proprio in questa nazione occupata dai nazisti, e come non ricordare il massacro nella foresta di Katyn? Qui si consumò l'esecuzione sommaria di circa 22.000 fra ufficiali, politici, professori, giornalisti e industriali polacchi, era la cosiddetta Intelligencija polacca, che venne sterminata dal Commissariato del popolo per gli affari interni dell'Unione Sovietica (NKVD) a circa 20 km ad ovest della città di Smolensk.<br /><br />SAN GIUSEPPE KALINOWSKI<br />Ma c'è la testimonianza di un santo che desideriamo proporre in questi tempi di guerra: stiamo parlando del carmelitano san Raffaele di san Giuseppe Kalinowski, beatificato da Giovanni Paolo II a Cracovia il 22 giugno 1983 e canonizzato il 17 novembre 1991 a Roma.<br />Quando egli nacque, da un'antica e nobile famiglia polacca, il 1° settembre 1835 a Vilnius, in Lituania, la Polonia da circa quarant'anni non esisteva più sulle mappe geografiche perché era stata così spartita: l'82% era sotto la Russia, il 10% sotto l'Austria, l'8% sotto la Prussia. Questa situazione rimase tale fino al 1918, quando, a chiusura della Prima guerra mondiale, si aprirono scenari ancora più devastanti. In quegli anni la russificazione procedeva forzatamente: scopo degli Zar dell'epoca (gli ultimi Zar - la Famiglia imperiale Romanov - saranno trucidati a Ekaterinburg, nel luglio del 1918, dalla mano bolscevica, per poi essere canonizzati dalla Chiesa ortodossa russa il 15 agosto 2000) era quella di piegare il popolo polacco dal punto di vista militare, economico, culturale e religioso.<br />Deportazioni, esecuzioni capitali sulla piazza del mercato e il terrore serpeggiava in Polonia, mentre Josef cresceva all'ombra del Santuario nazionale di Ostra Brama, che rappresenta per la Lituania l'equivalente di Czestochowa per la Polonia: è l'«Ausros Vartai», ossia la «Porta dell'Aurora», perché edificato al di sopra della porta orientale del muro di cinta, costruito intorno alla città all'inizio del XVI secolo. A partire dal XVIII secolo, la Chiesa riconobbe il carattere miracoloso dell'immagine mariana nera e Pio XI, nel 1927, concesse a Nostra Signora di Vilnius gli onori dell'incoronazione e il titolo di «Madre della Misericordia», immagine a cui padre Josef rimase per sempre devotamente legato. Altro luogo sacro che il giovane frequentava era la cattedrale della Santissima Trinità e dei Santi Stanislao e Ladislao di Vilnius, sulle cui tombe pregava per l'unità delle Chiese orientali con Roma.<br />Conclusi gli studi all'Istituto dei Nobili a 16 anni, si iscrisse al biennio di Agronomia per poi approdare, con la sua predisposizione alla matematica ereditata dal padre, a San Pietroburgo alla Scuola di Ingegneria. Intelligente, riservato, brillante negli studi e apprezzato, confesserà avanti negli anni: «Considerando ora alcuni elementi importanti della mia vita, avrei dovuto allora (prima di partire per la Russia) chiedere di entrare nel seminario diocesano di Vilnius. E proprio perché non l'ho fatto, molti anni della mia vita, specialmente quelli della giovinezza, si sono frantumati in pezzi divisi tra loro, riuscendo senza profitto per me e per gli altri, convertendosi in vanità». Nel nuovo ambiente, infatti, la sua fede si affievolì poiché circondato dall'indifferentismo religioso e dal positivismo scientista. Il suo malessere spirituale lo formulò sinteticamente in questi termini: «Questa è la mia disgrazia: che cerco lo spirito e trovo sempre la materia».<br /><br />DIECI ANNI DI LAVORI FORZATI IN SIBERIA<br />Divenne Tenente Ingegnere e Assistente di Matematica nell'Accademia di San Pietroburgo. A 20 anni ritornò in patria, dove non si era allentata la morsa zarista. Venne incaricato di occuparsi della progettazione della ferrovia Kursk-Kiev-Odessa e dovette tracciare il percorso tra fango e paludi, ma proprio in questo contesto lavorò su se stesso, recuperando e irrobustendo la sua trascorsa fede. In particolare, un semplice libretto di devozione mariana, che trovò casualmente, fece emergere la calda e zelante fede polacca in lui.<br />Poiché i lavori per la ferrovia vennero sospesi per mancanza di fondi, il promosso Capitano di Stato Maggiore venne assegnato alla fortezza di Brest-Litovski, con l'incarico di sovrintendere le fortificazioni e la loro manutenzione. Nel 1863 apprese dell'«Insurrezione di gennaio». Registrerà nelle sue Memorie, fonte preziosissima, come la sua corrispondenza, per comprendere al meglio la levatura intellettuale e spirituale di Kalinowski: «Troppo chiara era la visione interiore della lotta di un popolo disarmato contro la forza del governo russo che disponeva di una enorme e potente armata. Conservare l'uniforme di questo esercito, quando il cuore tremava nell'apprendere le notizie dello spargimento di sangue fraterno sarebbe stato inconcepibile. Mi domandavo: "Mi è permesso rimanere passivo, quando tanti sacrificano tutto per questa causa?"». Egli tentò di dissuadere gli insorti, per questo venne accusato di essere un vigliacco oppure una spia russa. Si mise a disposizione del «Consiglio Nazionale della Insurrezione» e venne nominato Ministro della guerra per la regione di Vilnius, ma accettò quell'incarico ad una sola condizione: non avrebbe mai firmato nessuna condanna a morte.<br />Il Vescovo di Vilnius fu mandato in esilio e alcuni sacerdoti furono impiccati; mentre i conventi si trasformarono in prigioni. Josef fu arrestato, ma non denunciò nessuno, venne quindi condannato a morte, pena che gli venne commutata in dieci anni di lavori forzati, in Siberia. Deportato, ripercorse da condannato quelle terre sulle quali, come ufficiale, aveva disegnato il tracciato della ferrovia. Irkutsk, poi le saline di Usolye, presso il lago Bajkal: 8000 Km circa percorsi su vagoni ferroviari, carri, barche, ma anche a piedi. Dieci mesi di viaggio, intanto: «le pianure immense sotto e dietro gli Urali erano diventate un cimitero senza confini per decine di migliaia di vittime strappate dal seno della Madre Patria, e inghiottite per sempre».<br /><br />ASCESI E SANTITÀ<br />Ascesi e santità iniziano in lui un massiccio percorso. Queste le sue riflessioni in Siberia «Il mondo può privarmi di tutto, mi resterà sempre un nascondiglio a lui inaccessibile: la preghiera. In essa si può raccogliere il passato e il presente, e anche il futuro, sotto la forma della speranza... Al di fuori della preghiera, non ho niente da offrire a Dio, posso dunque considerarla come l'unico mio dono. Non posso digiunare, non ho quasi nulla da dare in elemosina, mi mancano le forze per il lavoro; mi resta solo il soffrire e il pregare. Però mai ho avuto tesori più grandi. E non voglio altro». Dopo il lavoro forzato, pregava e leggeva, in particolare il Vangelo, l'Imitazione di Cristo, poemi tradotti di Dante e di Tasso, gli Esercizi di sant'Ignazio di Loyola, libri di teologia.<br />Liberato nel 1874, gli venne negato di risiedere in Lituania. A 39 anni si mise ad insegnare - la sua grande passione -, diventando precettore del giovane principe polacco Augusto Czartoryski (1858-1893), che sarà beatificato a Roma da Giovanni Paolo II il 25 aprile 2004. La sua famiglia, da tre decenni, si era stabilita in Francia quando, dopo la rivoluzione del 1830 e la confisca dei beni, era stata posta al bando dalla Russia. Augusto, colpito dalla tubercolosi, nella sterile e voluttuaria vita parigina che lo opprimeva, conobbe san Giovanni Bosco, che gli cambiò la vita, entrando, infatti, nel 1886 nella Congregazione salesiana. A motivo della sua malattia venne mandato a completare gli studi nella salubre aria marina ligure, dove venne ordinato sacerdote a San Remo il 2 aprile 1892.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/49562228</guid><pubDate>Tue, 26 Apr 2022 21:32:36 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/49562228/mentre_l_unione_europea_chiacchiera_la_cattolica_polonia_accoglie_un_milione_di_profughi_ucraini.mp3" length="18216922" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6989&#13;
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MENTRE L'UNIONE EUROPEA CHIACCHIERA, LA CATTOLICA POLONIA ACCOGLIE DUE MILIONI DI PROFUGHI UCRAINI di Cristina Siccardi&#13;
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Il Paese sta reggendo un'ondata migratoria che non trova confronti nella storia d'Europa. Nell'estate del 2015 la cancelliera tedesca Angela Merkel prevedeva di accogliere in Germania un milione e 200 mila richiedenti asilo in fuga dalla Siria, la Polonia spiazza tutti, dando dimostrazione di tenacia e di forza.<br />Un popolo serio, rigoroso e profondamente cattolico quello dei polacchi, che sentono gli ucraini non solo gente confinante, ma veri e propri fratelli. Questa è la realtà umana, che non è fatta di globalismo materialista costruito forzatamente a tavolino, perché esiste una grande e insopprimibile anima dei popoli: a volte amici o nemici, alleati od ostili fra di loro, ma che succhiano il loro essere dalla loro storia e dalla loro tradizione, tutti elementi che vanno rispettati - un'arte che ben conosce la fede cattolica - perché ciò fa parte della natura stessa dell'essere popolo e proprio per questo la disciplina storiografica è più che preziosa, perché fa comprendere le ragioni del presente, afferrando la cognizione di ciò che potrà accadere nel futuro prossimo.<br />Proprio constatando questo eroismo polacco, di fronte al quale l'Unione europea, ringraziando, rimane basita, tornano alla mente fatti della storia moderna e contemporanea incancellabili dalla memoria storica della Polonia, che l'ha vista dilaniata in più riprese sia dai tedeschi che dai russi. La Seconda guerra mondiale prese le mosse proprio in questa nazione occupata dai nazisti, e come non ricordare il massacro nella foresta di Katyn? Qui si consumò l'esecuzione sommaria di circa 22.000 fra ufficiali, politici, professori, giornalisti e industriali polacchi, era la cosiddetta Intelligencija polacca, che venne sterminata dal Commissariato del popolo per gli affari interni dell'Unione Sovietica (NKVD) a circa 20 km ad ovest della città di Smolensk.<br /><br />SAN GIUSEPPE KALINOWSKI<br />Ma c'è la testimonianza di un santo che desideriamo proporre in questi tempi di guerra: stiamo parlando del carmelitano san Raffaele di san Giuseppe Kalinowski, beatificato da Giovanni Paolo II a Cracovia il 22 giugno 1983 e canonizzato il 17 novembre 1991 a Roma.<br />Quando egli nacque, da un'antica e nobile famiglia polacca, il 1° settembre 1835 a Vilnius, in Lituania, la Polonia da circa quarant'anni non esisteva più sulle mappe geografiche perché era stata così spartita: l'82% era sotto la Russia, il 10% sotto l'Austria, l'8% sotto la Prussia. Questa situazione rimase tale fino al 1918, quando, a chiusura della Prima guerra mondiale, si aprirono scenari ancora più devastanti. In quegli anni la russificazione procedeva forzatamente: scopo degli Zar dell'epoca (gli ultimi Zar - la Famiglia imperiale Romanov - saranno trucidati a Ekaterinburg, nel luglio del 1918, dalla mano bolscevica, per poi essere canonizzati dalla Chiesa ortodossa russa il 15 agosto 2000) era quella di piegare il popolo polacco dal punto di vista militare, economico, culturale e religioso.<br />Deportazioni, esecuzioni capitali sulla piazza del mercato e il terrore serpeggiava in Polonia, mentre Josef cresceva all'ombra del Santuario...]]></itunes:summary><itunes:duration>1139</itunes:duration><itunes:keywords>devozionemariana,madrepatria,sangiuseppekalinowski,spescontraspem,storiadiunanima</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/292cf02aba69225e9de8fb972e67ddab.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Nicola da Tolentino, il sacerdote eremita</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-nicola-da-tolentino-il-sacerdote-eremita--49331293</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6970" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6970</a><br /><br />SAN NICOLA DA TOLENTINO, IL SACERDOTE EREMITA di Cristina Siccardi<br />Intorno ai 12-14 anni il giovane marchigiano Nicola da Tolentino, nato a Sant'Angelo in Pontano nel 1245 e la cui festa ricorre il 10 settembre, ascoltando una predica di un eremita agostiniano incentrata sulla frase «Non amate il mondo, né le cose che sono del mondo, perché il mondo passa e passa la sua concupiscenza», avvertì la chiamata alla vita religiosa ed entrò proprio nell'Ordine degli eremiti di sant'Agostino, fondato nel 1244.<br />Entrò nel noviziato di San Genesio, distinguendosi fin da subito negli studi, tanto che prima di terminarli venne nominato canonico della chiesa di San Salvatore del suo paese natale. Proseguì nella formazione e venne ordinato sacerdote nel 1269 dal vescovo di Osimo, san Benvenuto Scotivoli (?-1282). Contrariamente agli altri Ordini mendicanti, quello degli eremiti di sant'Agostino non ebbe un fondatore specifico in quanto fu promosso da Riccardo Annibaldi (1200/1210- 1276), cardinale protettore dell'Ordine di Sant'Agostino e sancito da papa Innocenzo IV (1195 ca.-1254), con la volontà di raccogliere le diverse fraternità di eremiti di Tuscia in un'unica famiglia religiosa sotto la guida di un priore generale e con la regola di sant'Agostino. Nel 1256 agli eremitani di sant'Agostino si unirono altre comunità similari; mentre nel 1968 il capitolo generale approvò il mutamento del titolo dell'istituto da eremitani di Sant'Agostino a Ordine di Sant'Agostino.<br />Grazie al suo primo biografo, il confratello a lui coevo, Pietro da Monterubbiano e dalle testimonianze dei suoi contemporanei possiamo avere notizie storicamente sicure. Una commissione composta dai vescovi di Senigallia e di Cesena fu designata da papa Giovanni XXII (1249-1334) il 23 maggio del 1325 per indagare sulla vita e i miracoli di san Nicola da Tolentino in vista di un'eventuale canonizzazione, che si realizzerà nel 1446 sotto il pontificato di papa Eugenio IV (1383-1447). Gli inquirenti compilarono un questionario di 21 articoli ai quali gli interrogati dovevano dare risposta per esaminare le virtù del monaco. Ben 8 articoli erano destinati a provare la perfetta ortodossia dell'educazione ricevuta: precauzione assai necessaria in una regione che ospitava gruppi ereticali e/o idolatrici. Altri 6 articoli spiegavano dettagliatamente gli esercizi ascetici del religioso.<br /><br />UN PIO SACERDOTE DALLA CARITÀ SMISURATA<br />Tuttavia, l'abbondanza e la varietà delle risposte trascendono i limiti dello schema suggerito per sottolineare l'azione di un pio sacerdote dalla carità smisurata. Il suo costante attaccamento a un'ascesi rigorosa si fondava su un'intensa pietà cristologica: le mortificazioni che imponeva al suo corpo lo facevano partecipare alla Passione di Nostro Signore Gesù e quando celebrava la Santa Messa l'unione con Lui gli suscitava la lacrimazione.<br />Era un uomo di Dio innamorato della povertà e dell'umiltà. San Nicola praticava le mortificazioni eremitiche tradizionalmente in vigore nelle numerose comunità che erano state all'origine dell'Ordine degli eremitani di Sant'Agostino. Ma egli volle di più, nell'intento di unirsi più perfettamente a Cristo, divenendo partecipe della Sua Redenzione per la salvezza delle anime. Dormiva su un saccone di fieno, con una pietra sotto la testa per guanciale, si infliggeva quotidianamente penitenze e si sottoponeva al digiuno di tre giorni a pane e acqua come dalla Regola, aggiungendo anche il sabato in onore della Madonna. Rifiutò sempre le vivande speziate o il più piccolo pezzo di carne anche quando, negli ultimi tempi della sua esistenza, era indebolito dalle febbri e dalle varici alle gambe.<br />Ma non era l'asceta afflitto dalle malattie quello che gli abitanti di Tolentino conoscevano, quanto piuttosto il sacerdote che celebrava la Santa Messa in un modo specialissimo tanto intenso era il suo conformarsi a Cristo. Inoltre, ammiravano in lui l'uomo di preghiera, sicuri di trovarlo nella chiesa del convento assorto nelle sue meditazioni e adorazioni, oppure pronto a confessare.<br />Una penitente, Aldisia Iacobucci, rilasciò questa testimonianza: «Esercitava una forte attrazione [era, dice il testo, attractivus] sui peccatori dicendo loro, per confortarli, che da allora in poi non peccassero più e offrendosi, se lo volevano, di compiere la penitenza in loro vece». Gesù era in Lui e come Lui offriva le sue sofferenze per loro.<br /><br />SEMPRE PRONTO A SEMINARE BONTÀ DIVINA<br />Invitava alla conversione e ai peccatori insegnava la contrizione dell'anima, molto gradita a Dio. I tratti che emergevano dalla sua personalità erano la benevolenza e la gioiosa affabilità. Visitava i malati di Tolentino, andando al capezzale di quelli poveri e dei ricchi su richiesta. In varie occasioni riconciliò coniugi separati e di fronte a situazioni di concubinaggio, faceva di tutto per rimettere la coppia in stato di grazia, regolarizzando la loro vita nel sacramento matrimoniale. Sempre pronto a seminare bontà divina, la gente lo vedeva andare per le vie con grande umiltà e riserbo, con il cappuccio calato sul capo.<br />Con la forza delle sue preghiere, secondo la tradizione tramandata da Pietro di Monterubbiano, il santo salvò l'anima del fratello da un lungo soggiorno in Purgatorio, per questa ragione egli è rimasto un punto di riferimento devozionale per il suffragio di queste anime in attesa di entrare in Paradiso.<br />La fama di santità di Nicola da Tolentino si affermò già in vita. Il gran numero di miracoli post mortem annotati durante il processo o raccolti da altre fonti da Pietro da Monterubbiano (più di trecento), rende san Nicola il più potente taumaturgo delle Marche nei primi del Trecento e conferma il rapido sviluppo di un culto assai vivo in quella terra, che oltrepassò anche i confini: nota è la devozione che nutriva nei suoi confronti santa Rita da Cascia (1381-1457). Il catalogo dei miracoli è un florilegio di atti votivi e di ringraziamenti a motivo dei prodigi che il monaco otteneva da Dio: guarigioni dal mutismo, dalla sordità, da paralisi di ogni tipo; resurrezioni, liberazione di prigionieri catturati durante le scorrerie a cavallo dei ghibellini o dai pastori ladri di bestiame. Fra le offerte il processo di canonizzazione segnala, per la prima volta nell'Europa Occidentale, di un ex voto dipinto nel 1305: è il punto di partenza di una pratica che si è perpetrata nei secoli, oggi purtroppo assai meno a motivo della poca fede; un uso di cui un'ala della splendida basilica di Tolentino dedicata a san Nicola (da sottolineare il magnifico ciclo di affreschi trecenteschi del Cappellone) ne dà ampia testimonianza.<br /><br />LA SANTA CASA<br />San Nicola, che morì il 10 settembre del 1305, è considerato un santo mariano per la sua grande devozione a Maria Vergine e perché ebbe in visione la Santa Casa di Loreto trasportata dagli angeli. La Santa Casa (giunta nella notte fra il 9 e il 10 dicembre 1294), dopo una sosta di nove mesi sulla collina di Posatora, in Ancona, comparve alla fine del 1295 nella selva recanatese della signora Loreta, nell'attuale località denominata Banderuola, dietro l'attuale stazione ferroviaria di Loreto. Agli abitanti del luogo, stupefatti da quel prodigio, san Nicola da Tolentino, che in quell'anno dimorava nella vicina Recanati - e che, secondo la tradizione, vide per rivelazione soprannaturale l'arrivo della santa dimora il 10 dicembre 1294 - fece sapere che si trattava della Casa di Nazareth. Così anche un pio eremita, fra Paolo della Selva, che dimorava in un colle detto Montorso, poco lontano dalla selva di Loreta, conobbe per rivelazione della stessa Vergine che quelle umili pareti erano la Camera nazaretana dell'Annunciazione, portata via da Nazareth per impedirne la devastazione per mano musulmana.<br />La protezione di san Nicola da Tolentino è invocata dai devoti per le malattie epidemiche, i naufraghi, i carcerati e in particolare per le anime del Purgatorio. Egli San Nicola fu anche celebre esorcista: uno dei pannelli della sua vita affrescati nel Cappellone di Tolentino mostra il monaco in atto di liberare una donna indemoniata. Tale facoltà rimase integra anche dopo la sua morte visto che numerosi ex voto lo indicano come guaritore di indemoniati.<br />Iconograficamente parlando, il santo taumaturgo è raffigurato con l'abito nero degli Eremitani di Sant'Agostino, con una stella sopra di lui o un sole sul petto, e in mano un giglio o una croce con ghirlande di gigli. Talvolta, al posto di un giglio, tiene una sacca per la questua. Il sole sul petto rimanda ad una precisa caratteristica, tramandata dai suoi contemporanei: si dice che un astro lucente lo seguisse nei suoi spostamenti e illuminasse la sua figura.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/49331293</guid><pubDate>Tue, 05 Apr 2022 19:48:45 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/49331293/san_nicola_da_tolentino_il_sacerdote_eremita.mp3" length="11509386" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6970&#13;
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SAN NICOLA DA TOLENTINO, IL SACERDOTE EREMITA di Cristina Siccardi&#13;
Intorno ai 12-14 anni il giovane marchigiano Nicola da Tolentino, nato a Sant'Angelo in Pontano nel 1245 e la cui...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6970" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6970</a><br /><br />SAN NICOLA DA TOLENTINO, IL SACERDOTE EREMITA di Cristina Siccardi<br />Intorno ai 12-14 anni il giovane marchigiano Nicola da Tolentino, nato a Sant'Angelo in Pontano nel 1245 e la cui festa ricorre il 10 settembre, ascoltando una predica di un eremita agostiniano incentrata sulla frase «Non amate il mondo, né le cose che sono del mondo, perché il mondo passa e passa la sua concupiscenza», avvertì la chiamata alla vita religiosa ed entrò proprio nell'Ordine degli eremiti di sant'Agostino, fondato nel 1244.<br />Entrò nel noviziato di San Genesio, distinguendosi fin da subito negli studi, tanto che prima di terminarli venne nominato canonico della chiesa di San Salvatore del suo paese natale. Proseguì nella formazione e venne ordinato sacerdote nel 1269 dal vescovo di Osimo, san Benvenuto Scotivoli (?-1282). Contrariamente agli altri Ordini mendicanti, quello degli eremiti di sant'Agostino non ebbe un fondatore specifico in quanto fu promosso da Riccardo Annibaldi (1200/1210- 1276), cardinale protettore dell'Ordine di Sant'Agostino e sancito da papa Innocenzo IV (1195 ca.-1254), con la volontà di raccogliere le diverse fraternità di eremiti di Tuscia in un'unica famiglia religiosa sotto la guida di un priore generale e con la regola di sant'Agostino. Nel 1256 agli eremitani di sant'Agostino si unirono altre comunità similari; mentre nel 1968 il capitolo generale approvò il mutamento del titolo dell'istituto da eremitani di Sant'Agostino a Ordine di Sant'Agostino.<br />Grazie al suo primo biografo, il confratello a lui coevo, Pietro da Monterubbiano e dalle testimonianze dei suoi contemporanei possiamo avere notizie storicamente sicure. Una commissione composta dai vescovi di Senigallia e di Cesena fu designata da papa Giovanni XXII (1249-1334) il 23 maggio del 1325 per indagare sulla vita e i miracoli di san Nicola da Tolentino in vista di un'eventuale canonizzazione, che si realizzerà nel 1446 sotto il pontificato di papa Eugenio IV (1383-1447). Gli inquirenti compilarono un questionario di 21 articoli ai quali gli interrogati dovevano dare risposta per esaminare le virtù del monaco. Ben 8 articoli erano destinati a provare la perfetta ortodossia dell'educazione ricevuta: precauzione assai necessaria in una regione che ospitava gruppi ereticali e/o idolatrici. Altri 6 articoli spiegavano dettagliatamente gli esercizi ascetici del religioso.<br /><br />UN PIO SACERDOTE DALLA CARITÀ SMISURATA<br />Tuttavia, l'abbondanza e la varietà delle risposte trascendono i limiti dello schema suggerito per sottolineare l'azione di un pio sacerdote dalla carità smisurata. Il suo costante attaccamento a un'ascesi rigorosa si fondava su un'intensa pietà cristologica: le mortificazioni che imponeva al suo corpo lo facevano partecipare alla Passione di Nostro Signore Gesù e quando celebrava la Santa Messa l'unione con Lui gli suscitava la lacrimazione.<br />Era un uomo di Dio innamorato della povertà e dell'umiltà. San Nicola praticava le mortificazioni eremitiche tradizionalmente in vigore nelle numerose comunità che erano state all'origine dell'Ordine degli eremitani di Sant'Agostino. Ma egli volle di più, nell'intento di unirsi più perfettamente a Cristo, divenendo partecipe della Sua Redenzione per la salvezza delle anime. Dormiva su un saccone di fieno, con una pietra sotto la testa per guanciale, si infliggeva quotidianamente penitenze e si sottoponeva al digiuno di tre giorni a pane e acqua come dalla Regola, aggiungendo anche il sabato in onore della Madonna. Rifiutò sempre le vivande speziate o il più piccolo pezzo di carne anche quando, negli ultimi tempi della sua esistenza, era indebolito dalle febbri e dalle varici alle gambe.<br />Ma non era l'asceta afflitto dalle malattie quello che gli abitanti di Tolentino conoscevano, quanto piuttosto il sacerdote che celebrava la Santa...]]></itunes:summary><itunes:duration>720</itunes:duration><itunes:keywords>eremita,loreto,sannicoladatolentino,sole,taumaturgo,unione</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/b30d3f9b443cb95d9d4cc27863d26df2.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Santa scolastica, la sorella di san Benedetto da Norcia</title><link>https://www.spreaker.com/episode/santa-scolastica-la-sorella-di-san-benedetto-da-norcia--48995113</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6900" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6900</a><br /><br />SANTA SCOLASTICA, LA SORELLA DI SAN BENEDETTO DA NORCIA di Ermes Dovico<br />La sorella di san Benedetto è invocata contro le tempeste e i fulmini perché fu l'unica, per quanto ne sappiamo, a tenere in scacco l'amatissimo fratello con il celebre miracolo narrato nei Dialoghi di san Gregorio Magno (540-604), da cui si ricavano gran parte delle informazioni sulla sua vita. In base a una tradizione che risale al IX secolo circa, santa Scolastica da Norcia (480-547) e Benedetto erano addirittura gemelli e la madre Abbondanza Claudia - sposa di Eutropio, un discendente della gens Anicia - morì dopo averli partoriti.<br />Scolastica si consacrò al Signore già da fanciulla, come in perfetta comunione spirituale con il fratello, che era stato mandato a Roma per compiere gli studi letterari ma era rimasto talmente sconvolto dalle dissolutezze del mondo da abbandonare prestissimo quella strada e scegliere decisamente la vita religiosa. Molti anni dopo, quando il fratello lasciò Subiaco e si diresse verso Cassino, la santa fondò un monastero a pochi chilometri di distanza dal luogo in cui Benedetto aveva già fondato l'Abbazia di Montecassino. Assieme alle consorelle seguì la Regola benedettina e si tramanda che una delle maggiori raccomandazioni di Scolastica era l'osservanza del silenzio, specialmente con persone estranee al monastero. Così diceva: «Tacete, o parlate di Dio, poiché quale cosa in questo mondo è tanto degna da doverne parlare?».<br />Una volta all'anno, come ci informa san Gregorio, Scolastica e Benedetto si incontravano a metà strada in un casolare di proprietà dei monaci, scambiandosi esperienze della loro ricchissima vita spirituale. Un giorno, tra lodi a Dio e santi colloqui, l'incontro tra i due si prolungò più del consueto e, quando già l'ora si era fatta tarda, la santa pregò il fratello di rimanere con lei fino al mattino «a pregustare, con le nostre conversazioni, le gioie del cielo». Al rifiuto di Benedetto, che non voleva mancare alla Regola pernottando fuori dal monastero, Scolastica chinò il capo, poggiandolo sulle mani conserte sopra il tavolo, e si immerse in una profonda orazione. Nell'istante in cui la religiosa risollevò la testa, non solo il tavolo appariva ricoperto da un fiume di lacrime ma nel cielo, da sereno che era, si scatenò un tale diluvio, con tuoni e lampi, che né Benedetto né i suoi discepoli osarono mettere un piede fuori dal casolare.<br />Il santo si lamentò e chiese conto del prodigio: «Che Dio onnipotente ti perdoni, sorella benedetta. Ma che hai fatto?». E Scolastica: «Vedi, ho pregato te e non mi hai voluto dare retta; ho pregato il mio Signore e Lui mi ha ascoltato». Rimasero così insieme a vegliare tutta la notte, rallegrando le loro anime con discorsi sui beni del Paradiso. Commentò san Gregorio: «Poté di più, colei che più amò». Fu quello il loro ultimo incontro terreno. Quattro giorni dopo Benedetto, raccolto in preghiera nella sua cella, vide l'anima gloriosa di Scolastica elevarsi in cielo sotto forma di una colomba. Ripieno di gioia, lodò Dio e chiese ai confratelli di recuperare il corpo della sorella per seppellirlo nel sepolcro che si era preparato per sé. Era il 10 febbraio. Quaranta giorni più tardi anche il santo morì. «Avvenne così - si legge ancora nei Dialoghi - che neppure la tomba poté separare quelle due anime, la cui mente era stata un'anima sola in Dio».<br /><br />Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Ermes Dovico, nell'articolo seguente dal titolo "San Benedetto da Norcia" parla del fratello di Santa Scolastica, il patrono d'Europa.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana l'11-07-2020:<br />La ricerca di Dio come primo fine dell'uomo e i monasteri benedettini sorti in ogni angolo d'Europa testimoniano la grandezza dell'opera di san Benedetto (480-547), che con la sua vita ha al tempo stesso glorificato il Creatore e dato un fondamentale contributo alla formazione della civiltà europea. Per questo il 24 ottobre 1964, consacrando la chiesa dell'Abbazia di Montecassino, ricostruita dopo i bombardamenti, Paolo VI volle proclamarlo patrono d'Europa. E ricordò a tutto il Vecchio Continente, nel secolo delle due guerre mondiali e dei totalitarismi atei (nazismo e comunismo), che la storia benedettina «tocca l'esistenza e la consistenza di questa nostra vecchia e sempre vitale società ma oggi tanto bisognosa di attingere linfa nuova alle radici, donde trasse il suo vigore e il suo splendore, le radici cristiane, che san Benedetto per tanta parte le diede e del suo spirito alimentò».<br />Benedetto, fratello di santa Scolastica, era nato a Norcia intorno al 480, nel bel mezzo dell'epoca segnata dalle invasioni barbariche e dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Era discendente della nobile gens Anicia, la stessa a cui apparteneva papa Gregorio Magno (540-604), che attinse alle informazioni di quattro discepoli del santo per scriverne una famosa Vita, contenuta nel secondo libro dei suoi Dialoghi. Da adolescente era stato mandato dai genitori a compiere gli studi letterari a Roma. Ma la constatazione della vita dissoluta di molti giovani (unita alle insidie per l'anima che trovava in parte del sapere mondano) lo convinse presto a lasciare la città in cerca di un luogo solitario, dove poter stare in raccoglimento con Dio. Dopo una tappa intermedia, il giovane raggiunse Subiaco. Qui visse per tre anni in una grotta in totale solitudine.<br />Quel primo periodo a Subiaco segnò la maturazione spirituale di Benedetto. Non gli mancarono gli assalti del diavolo e in particolare tre grandi tentazioni: l'amor proprio, la sensualità e l'ira, che il santo superò con la preghiera e la penitenza. Accettò poi di fare da guida a dei monaci che vivevano in un monastero lì vicino, ma li lasciò presto perché questi si stancarono della sua austera disciplina e cercarono di avvelenarlo.<br />Nell'arco di circa trent'anni arrivò a fondare 13 monasteri nella valle dell'Aniene. Venne poi il 529, un anno cruciale nella storia del monachesimo occidentale, perché il santo si stabilì a Cassino e decise stavolta di edificare il monastero in un punto ben visibile: in cima al monte. Benedetto XVI, prendendo spunto dalle parole di papa Gregorio, ha visto in questa scelta un valore simbolico, legato allo sviluppo interiore del santo patrono d'Europa: «La vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d'essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza della vita».<br />Sull'altura di Montecassino, san Benedetto compose la sua celebre Regola, che fissa il principio della stabilità del luogo per i monaci e raccoglie il meglio dell'antica tradizione monastica, da san Pacomio a san Basilio (del quale richiamò esplicitamente gli insegnamenti). Perciò san Gregorio ebbe ragione a scrivere: «L'uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l'eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina», spesso riassunta con la massima Ora et labora. Benedetto, infatti, scandì mirabilmente la giornata in momenti di lavoro e preghiera (fu lui a codificare la Liturgia delle Ore, rifacendosi alle parole del salmista: «Sette volte al giorno ti ho lodato»); e indicò nell'equilibrio tra azione e contemplazione la via verso Dio. Centrale è il proposito di fare la volontà divina, attraverso l'obbedienza: «Io mi rivolgo personalmente a te, chiunque tu sia, che avendo deciso di rinunciare alla volontà propria impugni le fortissime e valorose armi dell'obbedienza», scrisse nel prologo della Regola.<br />L'obbedienza è dovuta anzitutto all'abate, che nel monastero «fa le veci» di Cristo e deve a sua volta essere tenero padre e severo maestro. Grazie ad essa, l'anima può progredire nella virtù dell'umiltà, secondo un cammino suddiviso dal santo in 12 gradi. Nel pensiero di Benedetto, ogni attività - dallo studio della Parola al lavoro manuale - deve essere orientata alla maggior gloria di Dio e perciò alla conquista del Paradiso. «Come c'è un cattivo zelo, pieno di amarezza, che separa da Dio e porta all'Inferno, così ce n'è uno buono, che allontana dal peccato e conduce a Dio e alla vita eterna».<br />La sete di salvezza, per sé stesso e per le anime, fu dunque la stella polare di tutta la sua vita. È ben nota la visione che Benedetto ebbe nei suoi ultimi anni terreni, quando, mentre vegliava in preghiera, «fu posto davanti ai suoi occhi tutto intero il mondo, quasi raccolto sotto un unico raggio di sole». Commentò papa Gregorio: «Tutto il mondo si dice raccolto davanti a lui, non perché il cielo e la terra si fossero rimpiccioliti, ma perché lo spirito del veggente si era dilatato, sicché, rapito in Dio, poté senza difficoltà contemplare quel che si trova al di sotto di Dio». È uno sguardo, quello di san Benedetto, che l'Europa è chiamata a riscoprire.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/48995113</guid><pubDate>Tue, 08 Mar 2022 21:56:32 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/48995113/santa_scolastica_la_sorella_di_san_benedetto_da_norcia.mp3" length="11655253" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6900&#13;
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In base a una tradizione che risale al IX secolo circa, santa Scolastica da Norcia (480-547) e Benedetto erano addirittura gemelli e la madre Abbondanza Claudia - sposa di Eutropio, un discendente della gens Anicia - morì dopo averli partoriti.<br />Scolastica si consacrò al Signore già da fanciulla, come in perfetta comunione spirituale con il fratello, che era stato mandato a Roma per compiere gli studi letterari ma era rimasto talmente sconvolto dalle dissolutezze del mondo da abbandonare prestissimo quella strada e scegliere decisamente la vita religiosa. Molti anni dopo, quando il fratello lasciò Subiaco e si diresse verso Cassino, la santa fondò un monastero a pochi chilometri di distanza dal luogo in cui Benedetto aveva già fondato l'Abbazia di Montecassino. Assieme alle consorelle seguì la Regola benedettina e si tramanda che una delle maggiori raccomandazioni di Scolastica era l'osservanza del silenzio, specialmente con persone estranee al monastero. Così diceva: «Tacete, o parlate di Dio, poiché quale cosa in questo mondo è tanto degna da doverne parlare?».<br />Una volta all'anno, come ci informa san Gregorio, Scolastica e Benedetto si incontravano a metà strada in un casolare di proprietà dei monaci, scambiandosi esperienze della loro ricchissima vita spirituale. Un giorno, tra lodi a Dio e santi colloqui, l'incontro tra i due si prolungò più del consueto e, quando già l'ora si era fatta tarda, la santa pregò il fratello di rimanere con lei fino al mattino «a pregustare, con le nostre conversazioni, le gioie del cielo». Al rifiuto di Benedetto, che non voleva mancare alla Regola pernottando fuori dal monastero, Scolastica chinò il capo, poggiandolo sulle mani conserte sopra il tavolo, e si immerse in una profonda orazione. Nell'istante in cui la religiosa risollevò la testa, non solo il tavolo appariva ricoperto da un fiume di lacrime ma nel cielo, da sereno che era, si scatenò un tale diluvio, con tuoni e lampi, che né Benedetto né i suoi discepoli osarono mettere un piede fuori dal casolare.<br />Il santo si lamentò e chiese conto del prodigio: «Che Dio onnipotente ti perdoni, sorella benedetta. Ma che hai fatto?». E Scolastica: «Vedi, ho pregato te e non mi hai voluto dare retta; ho pregato il mio Signore e Lui mi ha ascoltato». Rimasero così insieme a vegliare tutta la notte, rallegrando le loro anime con discorsi sui beni del Paradiso. Commentò san Gregorio: «Poté di più, colei che più amò». Fu quello il loro ultimo incontro terreno. Quattro giorni dopo Benedetto, raccolto in preghiera nella sua cella, vide l'anima gloriosa di Scolastica elevarsi in cielo sotto forma di una colomba. Ripieno di gioia, lodò Dio e chiese ai confratelli di recuperare il corpo della sorella per seppellirlo nel sepolcro che si era preparato per sé. Era il 10 febbraio. Quaranta giorni più tardi anche il santo morì. «Avvenne così - si legge ancora nei Dialoghi - che neppure la tomba poté separare quelle due anime, la cui mente era stata un'anima sola in Dio».<br /><br />Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Ermes Dovico, nell'articolo seguente dal titolo "San Benedetto da Norcia" parla del fratello di Santa Scolastica, il patrono d'Europa.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana l'11-07-2020:<br />La ricerca di Dio come primo fine dell'uomo e i monasteri benedettini sorti in ogni angolo d'Europa testimoniano la grandezza dell'opera di san Benedetto (480-547), che con...]]></itunes:summary><itunes:duration>729</itunes:duration><itunes:keywords>monachesimo,prodigio,radicicristiane,sanbenedetto,santascolastica</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/2428a8519aaf989b67f31bfd212ab8e9.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Dichiarato servo di Dio il ragazzo che si sacrificò bloccando un kamikaze musulmano</title><link>https://www.spreaker.com/episode/dichiarato-servo-di-dio-il-ragazzo-che-si-sacrifico-bloccando-un-kamikaze-musulmano--48746989</link><description><![CDATA[VIDEO: Akash: il primo martire del Pakistan ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=sCcr4aW-2xk&list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=sCcr4aW-2xk&list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6899" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6899</a><br /><br />DICHIARATO SERVO DI DIO IL RAGAZZO CHE SI SACRIFICO' BLOCCANDO UN KAMIKAZE MUSULMANO di Anna Bono<br />Il 15 marzo del 2015, una domenica, in Pakistan due attentati suicidi hanno colpito due chiese cristiane, la Saint John Catholic Church e la Christ Church, a Youhanabad, un sobborgo di Lahore, nel Punjab, dove vive la più grande comunità di cristiani del Paese, oltre 100mila persone. L'intenzione di arrecare il massimo danno era evidente. In quel momento infatti le chiese, molto vicine una all'altra, e i loro dintorni erano gremiti di fedeli convenuti per partecipare alle celebrazioni domenicali.<br />Secondo alcune testimonianze, gli attentatori, che facevano parte del gruppo jihadista Tehreek-e-Taliban Pakistan Jamaatul Ahrar, hanno cercato di entrare prima dall'ingresso principale dei due edifici e poi da uno secondario. Fermati dal personale di sicurezza insospettitosi, si sono fatti esplodere all'esterno. I morti sono stati 17 e 70 i feriti, ma sarebbero stati molti di più, di sicuro centinaia, se gli attentatori fossero riusciti a entrare nelle chiese. Uno degli addetti alla sicurezza era un ragazzo cattolico di 18 anni, Akash Bashir, che prestava servizio volontario. Era di servizio a un ingresso della Saint John Church. Quando si è accorto dell'uomo che voleva entrare in chiesa con una cintura esplosiva, lo ha bloccato al cancello di ingresso abbracciandolo. "Morirò, ma non lascerò che tu entri" sono state le sue ultime parole prima che l'attentatore si facesse esplodere uccidendolo insieme ad alcuni fedeli che si trovavano a poca distanza.<br /><br />IL SACRIFICIO DI AKASH BASHIR<br />Akash Bashir era nato il 22 giugno 1994 a Risalpur, nella provincia pakistana di Nowshera Khyber Pakhtun Khwa. Abitava insieme ai genitori e ai fratelli in un piccolo appartamento. Frequentava il Don Bosco Technical Institute di Lahore e partecipava alle attività giovanili della parrocchia di Saint John. Nel primo anniversario della sua morte l'arcidiocesi di Lahore aveva avviato la procedura per chiederne la canonizzazione. Il primo passo è ottenere il titolo di Servo di Dio e il 31 gennaio di quest'anno, festa di San Giovanni Bosco, monsignor Sebastian Shaw, arcivescovo di Lahore, ha annunciato che il Vaticano ha accettato di conferirglielo.<br />Akash Bashir è il primo Servo di Dio nella storia della Chiesa pakistana e il primo cristiano pakistano per cui è avviata la causa di canonizzazione che, per compiersi, prevede, dopo l'attribuzione del titolo di Servo di Dio, il conferimento del titolo di Venerabile e quindi di Beato. Un grande pannello davanti alla chiesa che ha protetto con la vita ricorda il suo sacrificio. "Lodiamo e ringraziamo Dio - ha commentato monsignor Shaw - per questo giovane coraggioso che poteva fuggire o cercare di mettersi in salvo, ma è rimasto saldo nella sua fede e non ha lasciato che l'attentatore suicida entrasse nella chiesa. Ha dato la vita per salvare più di mille persone presenti all'interno della chiesa per la messa domenicale". "È il nostro eroe - dice di lui padre Francis Gulzar, il parroco della Saint John Church - il suo coraggio ha salvato tante persone e ha ispirato i giovani cristiani locali che adesso sono in molti a offrirsi per prestare servizio di sicurezza alla chiesa". Anche l'arcivescovo emerito di Lahore, Lawrence Saldanha, ha preso la parola: "quando ci sono così tante notizie tristi - ha detto - questa notizia ci riempie di gioia. Akash rimane un grande modello di martire moderno. Possa ispirare e incoraggiare tutti i giovani".<br /><br />IN PAKISTAN NULLA È RISPARMIATO AI CRISTIANI<br />Di notizie tristi in Pakistan ne arrivano quasi ogni giorno. Nel pomeriggio del 30 gennaio, solo poche ore prima dell'annuncio che Akash era stato proclamato Servo di Dio, William Siraj e Patrick Naeem, due pastori anglicani della Chiesa del Pakistan, sono stati aggrediti mentre, di ritorno dalla celebrazioni della liturgia domenicale, percorrevano in macchina la Ring Road, la circonvallazione di Peshawaar. Due uomini a bordo di una motocicletta hanno aperto il fuoco contro di loro uccidendo padre Siraj e ferendo padre Naeem. La sera del 30 gennaio in diverse città del paese i cristiani si sono riuniti e hanno pregato. L'arcivescovo di Karachi, monsignor Benny Mario Travas, ha espresso vicinanza alla Chiesa anglicana e ha chiesto al governo di prendere provvedimenti concreti contro la violenza che minaccia le minoranze.<br />Il Pakistan è un Paese musulmano. I cristiani sono poco più di quattro milioni su una popolazione di oltre 212 milioni. Nell'elenco 2022 dei 50 Stati in cui per i cristiani è più difficile vivere compare all'8° posto. Il suo livello di persecuzione è definito estremo. L'associazione Open Doors che ogni anno redige l'elenco spiega che ci sono Paesi in cui la minaccia ai cristiani deriva dall'influenza di gruppi estremisti, altri in cui è il governo a perseguitarli, altri ancora in cui sono dei normali cittadini a infierire contro di loro. La persecuzione inoltre, a seconda dei contesti, si esprime in atti di violenza, vessazioni, abusi, discriminazioni.<br />In Pakistan nulla è risparmiato ai cristiani. Oltre agli attentati a chiese e ad altre strutture religiose compiuti da gruppi jihadisti, patiscono le conseguenze di essere considerati cittadini di seconda classe, discriminati in ogni ambito dell'esistenza. Subiscono frequenti atti di intimidazione e di violenza, doppiamente vittime perché spesso le autorità non intervengono in loro aiuto, non accolgono le denunce e non perseguono i colpevoli. Così è anche delle donne cristiane, quasi sempre ragazzine minorenni, rapite da uomini musulmani e costrette a convertirsi all'islam e a sposare chi le ha sequestrate. Motivo di grande insicurezza è inoltre la legge sulla blasfemia che li espone a denunce quasi sempre prive di fondamento e che tuttavia danno origine a mesi e anni di carcere mentre gli avvocati che li difendono cercano di evitare loro la condanna alla pena capitale.<br /><br />Nota di BastaBugie: «Lascia stare è troppo rischioso!». «Non preoccuparti mamma, e poi sarei felice di morire per salvare altre vite». Così rispondeva il giovane Akash Bashir alla madre preoccupata che il figlio potesse venire ucciso mentre prestava servizio volontario come agente di sicurezza della parrocchia cattolica di St. John a Youhanabad, sobborgo ad alta presenza cristiana di Lahore. E così è stato. Il 15 marzo 2015 Akash è in servizio di fronte alla chiesa in cui si sta celebrando la messa domenicale. Quando vede il kamikaze entrare capisce subito quali siano le sue intenzioni. L'uomo minaccia di farsi saltare in aria ma Akash non ha paura e lo blocca per impedirgli di entrare in chiesa. Il fondamentalista islamico si fa esplodere. Moriranno 15 persone, tra cui lo stesso Akash, ma il gesto di questo coraggioso ragazzo cattolico salverà gli oltre 2.000 fedeli che al momento si trovavano in chiesa. Oggi davanti alla parrocchia di St. John c'è una foto di quello che tutti ormai chiamano "l'angelo di Youhanabad" e che si spera possa diventare presto il primo santo del Pakistan. Gli occhi dei genitori di Akash, Bashir e Nazbano, sono pieni di lacrime mentre raccontano quanto loro figlio fosse impegnato nella parrocchia e sempre pronto ad aiutare il prossimo. «A volte lo mandavo a fare la spesa e lui donava tutti i soldi ai poveri anziché comprare da mangiare!», ricorda la mamma. Nel loro cuore non c'è soltanto dolore ma anche orgoglio e gratitudine a Dio «che ci ha donato un figlio martire».]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/48746989</guid><pubDate>Tue, 15 Feb 2022 23:49:51 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/48746989/dichiarato_servo_di_dio_il_ragazzo_che_si_sacrific_bloccando_un_kamikaze_musulmano.mp3" length="11035634" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Akash: il primo martire del Pakistan ➜ https://www.youtube.com/watch?v=sCcr4aW-2xk&amp;list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF&#13;
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TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6899&#13;
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DICHIARATO SERVO DI DIO IL RAGAZZO CHE SI...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Akash: il primo martire del Pakistan ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=sCcr4aW-2xk&list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=sCcr4aW-2xk&list=PLolpIV2TSebUYAolUy8XGKkkSVK1dUyXF</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6899" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6899</a><br /><br />DICHIARATO SERVO DI DIO IL RAGAZZO CHE SI SACRIFICO' BLOCCANDO UN KAMIKAZE MUSULMANO di Anna Bono<br />Il 15 marzo del 2015, una domenica, in Pakistan due attentati suicidi hanno colpito due chiese cristiane, la Saint John Catholic Church e la Christ Church, a Youhanabad, un sobborgo di Lahore, nel Punjab, dove vive la più grande comunità di cristiani del Paese, oltre 100mila persone. L'intenzione di arrecare il massimo danno era evidente. In quel momento infatti le chiese, molto vicine una all'altra, e i loro dintorni erano gremiti di fedeli convenuti per partecipare alle celebrazioni domenicali.<br />Secondo alcune testimonianze, gli attentatori, che facevano parte del gruppo jihadista Tehreek-e-Taliban Pakistan Jamaatul Ahrar, hanno cercato di entrare prima dall'ingresso principale dei due edifici e poi da uno secondario. Fermati dal personale di sicurezza insospettitosi, si sono fatti esplodere all'esterno. I morti sono stati 17 e 70 i feriti, ma sarebbero stati molti di più, di sicuro centinaia, se gli attentatori fossero riusciti a entrare nelle chiese. Uno degli addetti alla sicurezza era un ragazzo cattolico di 18 anni, Akash Bashir, che prestava servizio volontario. Era di servizio a un ingresso della Saint John Church. Quando si è accorto dell'uomo che voleva entrare in chiesa con una cintura esplosiva, lo ha bloccato al cancello di ingresso abbracciandolo. "Morirò, ma non lascerò che tu entri" sono state le sue ultime parole prima che l'attentatore si facesse esplodere uccidendolo insieme ad alcuni fedeli che si trovavano a poca distanza.<br /><br />IL SACRIFICIO DI AKASH BASHIR<br />Akash Bashir era nato il 22 giugno 1994 a Risalpur, nella provincia pakistana di Nowshera Khyber Pakhtun Khwa. Abitava insieme ai genitori e ai fratelli in un piccolo appartamento. Frequentava il Don Bosco Technical Institute di Lahore e partecipava alle attività giovanili della parrocchia di Saint John. Nel primo anniversario della sua morte l'arcidiocesi di Lahore aveva avviato la procedura per chiederne la canonizzazione. Il primo passo è ottenere il titolo di Servo di Dio e il 31 gennaio di quest'anno, festa di San Giovanni Bosco, monsignor Sebastian Shaw, arcivescovo di Lahore, ha annunciato che il Vaticano ha accettato di conferirglielo.<br />Akash Bashir è il primo Servo di Dio nella storia della Chiesa pakistana e il primo cristiano pakistano per cui è avviata la causa di canonizzazione che, per compiersi, prevede, dopo l'attribuzione del titolo di Servo di Dio, il conferimento del titolo di Venerabile e quindi di Beato. Un grande pannello davanti alla chiesa che ha protetto con la vita ricorda il suo sacrificio. "Lodiamo e ringraziamo Dio - ha commentato monsignor Shaw - per questo giovane coraggioso che poteva fuggire o cercare di mettersi in salvo, ma è rimasto saldo nella sua fede e non ha lasciato che l'attentatore suicida entrasse nella chiesa. Ha dato la vita per salvare più di mille persone presenti all'interno della chiesa per la messa domenicale". "È il nostro eroe - dice di lui padre Francis Gulzar, il parroco della Saint John Church - il suo coraggio ha salvato tante persone e ha ispirato i giovani cristiani locali che adesso sono in molti a offrirsi per prestare servizio di sicurezza alla chiesa". Anche l'arcivescovo emerito di Lahore, Lawrence Saldanha, ha preso la parola: "quando ci sono così tante notizie tristi - ha detto - questa notizia ci riempie di gioia. Akash rimane un grande modello di martire moderno. Possa ispirare e incoraggiare tutti i giovani".<br /><br />IN PAKISTAN NULLA È RISPARMIATO AI...]]></itunes:summary><itunes:duration>690</itunes:duration><itunes:keywords>akashbashir,opendoors,pakistan,sangiovannibosco,servodidio</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/753e28aff6e755075c969c154c20867c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Beata Eurosia Fabris, una mamma straordinaria a servizio della famiglia</title><link>https://www.spreaker.com/episode/beata-eurosia-fabris-una-mamma-straordinaria-a-servizio-della-famiglia--48242596</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6871" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6871</a><br /><br />BEATA EUROSIA FABRIS, UNA MAMMA STRAORDINARIA A SERVIZIO DELLA FAMIGLIA<br />Papa Pio XII disse: ''Bisogna far conoscere quest'anima bella, ad esempio delle famiglie di oggi!''<br />di Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini<br />Eurosia Fabris nacque il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino, grosso Comune a otto chilometri da Vicenza. I suoi genitori, Luigi e Maria Fabris, la portarono al fonte battesimale della chiesa parrocchiale di Quinto Vicentino tre giorni dopo la nascita.<br />Insieme ai sette figli si trasferirono, nel 1870, a Marola, sempre in provincia di Vicenza. Qui Rosina, come era chiamata in famiglia, frequentò solo le prime due classi elementari, perché poi dovette aiutare i genitori nei lavori dei campi. In quel tempo, in cui l'analfabetismo femminile superava il 75%, fu comunque una fortuna per lei poter imparare a leggere, scrivere e far di conto; la lettura fu la sua passione.<br />Crebbe nel clima cristiano della famiglia, che ogni sera si riuniva per recitare il rosario. Condusse la sua adolescenza e giovinezza nella preghiera, nel lavoro, nella semplicità e nell'innocenza. Completò la sua formazione con la lettura di libri utili, in particolare studiando il catechismo e la «Storia Sacra». Insegnò il catechismo nella parrocchia di Marola alle fanciulle e in seguito insegnò nella sua casa l'arte del taglio e cucito alle giovani.<br /><br />IL MATRIMONIO COME GESTO DI CARITÀ<br />Nel 1885, quando Rosina aveva 19 anni, accadde una disgrazia nella casa dei suoi vicini: una giovane sposa, Stella Fiorina Fattori, moriva di un male incurabile, lasciando vedovo Carlo Barban di 23 anni, con due figliolette, Chiara Angela e Italia, di 20 e 4 mesi. Assieme a loro vivevano il nonno Angelo anziano e ammalato e il fratello di Carlo ancora minorenne, Benedetto.<br />La situazione colpì profondamente la giovane Rosina: quando le fu chiesto aiuto per le faccende domestiche, accettò ben volentieri, concentrando soprattutto le sue cure sulle piccole, bisognose di affetto. La sua opera, del tutto gratuita, continuò per tre mesi.<br />Un giorno, Carlo Barban le presentò la sua proposta di matrimonio. Rosina prese tempo, pregò e si consigliò con i suoi parenti e con il parroco di Marola. Alla fine accettò, per poter accudire come una mamma le piccole orfane e adempiere quindi la volontà di Dio, cui tante volte aveva chiesto di manifestarsi.<br />Il matrimonio venne celebrato il 5 maggio 1886 nella loro chiesa parrocchiale di Marola, situata nella frazione di Torri di Quartesolo; tutti lo considerarono uno squisito gesto di carità.<br />Entrando nella famiglia Barban, Eurosia Fabris era cosciente che non andava a "fare la signora". Il marito Carlo possedeva dei buoni e produttivi campi, ma suo padre Angelo si era lasciato truffare, lasciando il figlio in una pesante situazione debitoria.<br />Rosina aveva capito il valore della povertà: considerava che anche Gesù era stato povero, eppure era il padrone del mondo. Amava che la casa fosse pulita e in ordine, ma si percepiva che si trattava di una povertà dignitosa. Pur vivendo in tempi di una forte crisi economica e sociale, ma Eurosia confidò sempre nell'aiuto di Dio.<br /><br />UNA FAMIGLIA NUMEROSA<br />Intanto la sua famiglia aumentava: perse i primi due bambini, ma cercò conforto recandosi in pellegrinaggio al santuario della Madonna di Monte Berico. Là, mentre pregava, ebbe la certezza che Dio la voleva madre di molti figli, di cui tre sacerdoti.<br />Ne ebbe quindi altri sette, cui si aggiunsero, nel 1917, altri tre orfani di una nipote, Sabina, morta mentre il marito era al fronte nella prima guerra mondiale. Nessuno dei parenti voleva occuparsene, ma Eurosia e Carlo non ebbero tentennamenti e li accettarono in casa.<br />Al marito, preoccupato di come si poteva andare avanti, lei rispondeva: «Coraggio Carlo, pensiamo che il Signore ci vede e ci ama; penserà lui a toglierci dalle necessità; ci soccorrerà di certo, almeno per i nostri bambini, egli che ama tanto l'innocenza».<br />Oltre a questo, spesso faceva da balia a bambini le cui madri non potevano allattarli; a volte si trovava con tre bambini contemporaneamente. Distribuiva ai più poveri, latte, uova, minestra, che portava personalmente di nascosto; si può dire che se lo togliesse di bocca per donarlo.<br />In effetti Eurosia visse nei primi decenni del Novecento, che furono caratterizzati da una forte crisi economica, da tanta povertà, con l'emigrazione e con le conseguenze della guerra del 1915-18. Il denaro era scarso e le famiglie bisognose numerose; non esisteva ancora la Previdenza Sociale.<br />Dal canto suo, faceva quello che poteva, non con i soldi che mancavano, ma con i prodotti dell'orto e del pollaio. Persuase spesso il marito ad alloggiare i pastori o i pellegrini di passaggio: quasi ogni notte, nel fienile o nella stalla, c'erano persone che dormivano e, alle quali forniva anche la cena.<br />Una volta, dopo aver accolto una famiglia di pastori, si attivò per aiutare una donna, che aveva partorito un bambino nella stalla. I coniugi Barban accolsero quella famiglia per tre giorni nella loro casa.<br /><br />I FIGLI DI MAMMA ROSA<br />Della numerosa famiglia, tra figli suoi e adottati, due, come già detto, morirono in tenera età. I primi tre maschi, Giuseppe, Secondo e Matteo Angelo, scelsero il sacerdozio: i primi due divennero preti diocesani, il terzo francescano, con il nome di padre Bernardino.<br />Carlo fu contento di lasciar andare Secondo, ma per Giuseppe fu inizialmente contrario: voleva che restasse a dare una mano in famiglia lavorando i campi. Non avendo denaro per la retta, i ragazzi da principio frequentarono il ginnasio da esterni.<br />Tutte le mattine mamma Rosa, come ormai la chiamavano tutti, si svegliava presto, per preparare la colazione ai due figli, che poi si recavano a piedi da Marola al Seminario di Vicenza; poi usciva per assistere alla Messa. Al ritorno preparava la colazione per tutti gli altri, che si erano svegliati nel frattempo. Oltre alle faccende domestiche, dedicava il resto del tempo libero al lavoro di sarta fino a tarda sera, per contribuire al vacillante bilancio familiare.<br />Chiara Angela, la prima figlia di primo letto di Carlo, entrò fra le Suore della Misericordia di Verona chiamandosi suor Teofania. L'ultimo nato, Mansueto, entrò in seminario, ma morì di meningite a quattordici anni, mentre frequentava la terza ginnasio. Uno dei tre figli della nipote, Mansueto, non volle distaccarsi da Eurosia dopo che il padre era tornato dalla guerra; divenne poi fra Giorgio.<br />Gli altri sei figli, compresi quelli temporaneamente accolti in casa, scelsero la via del matrimonio. A tutti mamma Rosa insegnò a cercare senza sosta la volontà di Dio, se volevano salvarsi l'anima.<br />Il legame col francescanesimo da parte di Eurosia non si limitò all'appartenenza dei figli diventati frati: lei stessa, con il figlio Sante Luigi, entrò a far parte della fraternità del Terz'Ordine che si era formata nella sua parrocchia.<br />Fu sempre fedele alle riunioni, ma anche agli impegni di preghiera che i terziari portano avanti ancora oggi. Imparò a vivere in senso francescano anche la povertà che la circondava, come ha attestato la figlia Italia: «Mi pare che se fossi ricca non sarei contenta come sono adesso», le disse un giorno, aggiungendo: «Anche Gesù è stato povero, ed era il Padrone del mondo».<br /><br />MODESTIA, PREGHIERA E MORTIFICAZIONI<br />A casa, poi, aprì una scuola di cucito, totalmente gratuita, che ospitava dalle otto alle quindici ragazze. Insieme alle tecniche di sartoria - gli abiti da sposa erano le sue creazioni migliori - insegnava loro come formare famiglie autenticamente cristiane e, intanto, conservare la virtù della purezza. Per questo motivo, non accettava di confezionare abiti che non fossero sobri come quelli che lei stessa indossava.<br />Oltre alle mortificazioni volontarie, che offriva specialmente per i peccatori, cercava di sopportare il mal di denti e il mal di testa, che spesso la colpivano. La sua preghiera era particolare per i sacerdoti, non solo per i suoi figli, e per il Papa.<br />Sopportava con pazienza, infine, i malumori del marito, cui dava del "voi" per rispetto, e le chiacchiere delle donne del vicinato.<br />Carlo Barban morì il 31 maggio 1930, preparato e assistito dall'affetto della moglie. Lei, dopo qualche tempo, riferì al figlio don Giuseppe: «Sì, stamattina nella Santa Comunione, Gesù mi ha detto che morrò tra 19 mesi...».<br />A partire dall'autunno 1931, in effetti, cominciò ad avvertire i primi sintomi di una poliartrite, che la bloccò a letto. Senza mai lamentarsi, si preparava serenamente al trapasso: «Se durante la vita si è fatto sempre il proprio dovere, la morte non fa proprio niente paura», commentava spesso.<br />Ai primi di gennaio 1932 una polmonite aggravò le sue condizioni e ricevette l'Unzione degli Infermi. Don Giuseppe, intanto, ottenne la facoltà di celebrare la Messa in camera della madre, che si andava spegnendo.<br />Nelle ultime ore di vita poté rivedere i figli e parecchi dei nipoti, cui diede la sua benedizione generale e consigli particolari. Infine si alzò di scatto sul letto e, sebbene con voce affannosa, ripeté: «Mio Dio, vi amo sopra ogni cosa!». Spirò alle 21.30 dell'8 gennaio 1932, poco dopo che le fu udito dire: «Nelle tue mani, Signore, raccomando l'anima mia».]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/48242596</guid><pubDate>Tue, 25 Jan 2022 22:29:57 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/48242596/beata_eurosia_fabris_una_mamma_straordinaria_a_servizio_della_famiglia.mp3" length="12166835" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6871

BEATA EUROSIA FABRIS, UNA MAMMA STRAORDINARIA A SERVIZIO DELLA FAMIGLIA
Papa Pio XII disse: ''Bisogna far conoscere quest'anima bella, ad esempio delle famiglie di oggi!''
di Antonio...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6871" rel="noopener">www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6871</a><br /><br />BEATA EUROSIA FABRIS, UNA MAMMA STRAORDINARIA A SERVIZIO DELLA FAMIGLIA<br />Papa Pio XII disse: ''Bisogna far conoscere quest'anima bella, ad esempio delle famiglie di oggi!''<br />di Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini<br />Eurosia Fabris nacque il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino, grosso Comune a otto chilometri da Vicenza. I suoi genitori, Luigi e Maria Fabris, la portarono al fonte battesimale della chiesa parrocchiale di Quinto Vicentino tre giorni dopo la nascita.<br />Insieme ai sette figli si trasferirono, nel 1870, a Marola, sempre in provincia di Vicenza. Qui Rosina, come era chiamata in famiglia, frequentò solo le prime due classi elementari, perché poi dovette aiutare i genitori nei lavori dei campi. In quel tempo, in cui l'analfabetismo femminile superava il 75%, fu comunque una fortuna per lei poter imparare a leggere, scrivere e far di conto; la lettura fu la sua passione.<br />Crebbe nel clima cristiano della famiglia, che ogni sera si riuniva per recitare il rosario. Condusse la sua adolescenza e giovinezza nella preghiera, nel lavoro, nella semplicità e nell'innocenza. Completò la sua formazione con la lettura di libri utili, in particolare studiando il catechismo e la «Storia Sacra». Insegnò il catechismo nella parrocchia di Marola alle fanciulle e in seguito insegnò nella sua casa l'arte del taglio e cucito alle giovani.<br /><br />IL MATRIMONIO COME GESTO DI CARITÀ<br />Nel 1885, quando Rosina aveva 19 anni, accadde una disgrazia nella casa dei suoi vicini: una giovane sposa, Stella Fiorina Fattori, moriva di un male incurabile, lasciando vedovo Carlo Barban di 23 anni, con due figliolette, Chiara Angela e Italia, di 20 e 4 mesi. Assieme a loro vivevano il nonno Angelo anziano e ammalato e il fratello di Carlo ancora minorenne, Benedetto.<br />La situazione colpì profondamente la giovane Rosina: quando le fu chiesto aiuto per le faccende domestiche, accettò ben volentieri, concentrando soprattutto le sue cure sulle piccole, bisognose di affetto. La sua opera, del tutto gratuita, continuò per tre mesi.<br />Un giorno, Carlo Barban le presentò la sua proposta di matrimonio. Rosina prese tempo, pregò e si consigliò con i suoi parenti e con il parroco di Marola. Alla fine accettò, per poter accudire come una mamma le piccole orfane e adempiere quindi la volontà di Dio, cui tante volte aveva chiesto di manifestarsi.<br />Il matrimonio venne celebrato il 5 maggio 1886 nella loro chiesa parrocchiale di Marola, situata nella frazione di Torri di Quartesolo; tutti lo considerarono uno squisito gesto di carità.<br />Entrando nella famiglia Barban, Eurosia Fabris era cosciente che non andava a "fare la signora". Il marito Carlo possedeva dei buoni e produttivi campi, ma suo padre Angelo si era lasciato truffare, lasciando il figlio in una pesante situazione debitoria.<br />Rosina aveva capito il valore della povertà: considerava che anche Gesù era stato povero, eppure era il padrone del mondo. Amava che la casa fosse pulita e in ordine, ma si percepiva che si trattava di una povertà dignitosa. Pur vivendo in tempi di una forte crisi economica e sociale, ma Eurosia confidò sempre nell'aiuto di Dio.<br /><br />UNA FAMIGLIA NUMEROSA<br />Intanto la sua famiglia aumentava: perse i primi due bambini, ma cercò conforto recandosi in pellegrinaggio al santuario della Madonna di Monte Berico. Là, mentre pregava, ebbe la certezza che Dio la voleva madre di molti figli, di cui tre sacerdoti.<br />Ne ebbe quindi altri sette, cui si aggiunsero, nel 1917, altri tre orfani di una nipote, Sabina, morta mentre il marito era al fronte nella prima guerra mondiale. Nessuno dei parenti voleva occuparsene, ma Eurosia e Carlo non ebbero tentennamenti e li accettarono in casa.<br />Al marito, preoccupato di come si poteva andare avanti, lei rispondeva: «Coraggio Carlo, pensiamo...]]></itunes:summary><itunes:duration>761</itunes:duration><itunes:keywords>abitidasposa,eurosiabarban,mammarosa,modestia,purezza,torridiquartesolo</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/90c5e631718a88a2f4aafcc9b4ac5586.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Riconosciuto il martirio di 5 sacerdoti uccisi dalla Comune di Parigi</title><link>https://www.spreaker.com/episode/riconosciuto-il-martirio-di-5-sacerdoti-uccisi-dalla-comune-di-parigi--47725923</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6798" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6798</a><br /><br />RICONOSCIUTO IL MARTIRIO DI 5 SACERDOTI UCCISI DALLA COMUNE DI PARIGI<br />Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione da parte della Congregazione delle Cause dei Santi di un decreto che riconosce in particolare il martirio di cinque sacerdoti francesi uccisi in odio alla fede nel 1871 durante la Comune di Parigi, annuncia la Sala Stampa della Santa Sede il 25 novembre 2021 Sono i padri Henri Planchat, Ladislas Radigue, Polycarpe Tuffier, Frézal Tardieu, Marcellin Rouchouze. Questa decisione della Santa Sede apre la strada alla loro prossima beatificazione, ultimo passo sulla via della santità prima della canonizzazione. La beatificazione è celebrata abitualmente nel paese di origine del beato da un rappresentante del pontefice, il più delle volte il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.<br />La Congregazione per le Cause dei Santi spiega che l' odio per la fede era «la motivazione dominante delle azioni dei carnefici» di questi cinque sacerdoti. «La Comune, oltre alle esigenze socio-politiche, aveva evidenti risvolti antireligiosi», ritiene il dicastero, alcuni comunardi che percepiscono la religione come «un ostacolo da eliminare». L'odio per la fede è ulteriormente confermato «dalla ferocia perpetrata contro i religiosi dalla folla inferocita e dal saccheggio dei luoghi e degli arredi adibiti al culto», nonché dalla profanazione eucaristica. Tutti i martiri erano anche «consapevoli del rischio che correvano».<br />Un odio per la fede che non si è spento neanche ai nostri giorni, basti vedere quanto successo durante la marcia, organizzata dalla diocesi di Parigi proprio per commemorare i martiri cattolici della Comune di Parigi. Il pellegrinaggio ha dovuto essere interrotto a causa della violenza di attivisti di estrema sinistra. Il corteo organizzato dalla diocesi era di circa 300 persone raccolte tra canti e preghiere, molte famiglie e bambini, ma la manifestazione è stata fin da subito disturbata da grida, insulti, bestemmie. La situazione è degenerata in Boulevard de Ménilmontant con un gruppo di circa 20 persone incappucciate entrate in azione con il preciso scopo di colpire, prima con lancio di oggetti, poi direttamente con pugni e spinte. (Ne abbiamo parlato QUI) <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6598" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6598</a><br />I cinque sacerdoti furono uccisi il 26 maggio 1871, durante la "Settimana di sangue", da cittadini della Comune di Parigi, uno "Stato indipendente" fondato all'indomani della sconfitta della Francia contro la Prussia. I "Communardi", spinti da ideali libertari e socialisti, consideravano i membri del clero come alleati dei loro avversari, i "Versaillais", rappresentanti del governo repubblicano con sede a Versailles. [...]<br /><br />Nota di BastaBugie: Giulio Meotti nell'articolo seguente dal titolo "I martiri di Parigi" parla della prima democrazia diretta, la Comune del 1871, che fu un grande massacro di cristiani.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su Il Foglio il 5 giugno 2021:<br />La stagione della Comune fu breve, dal 12 marzo al 22 maggio 1871. E fu uno dei più grandi massacri di cristiani della storia. "Del passato facciamo tabula rasa", scriveva Eugène Pottier proprio nel 1871 nel testo dell'Internazionale. [...]<br />La brevità dell'episodio lo sedimentò con il mito. Gli odi anticlericali provocarono arresti e assassinii di ostaggi, distruzione di statue ed edifici simbolici tra cui le Tuileries, la colonna Vendôme, l'Hôtel-de-Ville o anche la casa di Thiers, l'esecuzione di "ladri" e "cattivi" cittadini. La Comune esaltò il puritanesimo instaurando un clima moralizzante con l'attribuzione di certificati di rispettabilità e lanciando una guerra ai cattolici.<br />Molte chiese furono inizialmente occupate, come Notre-Dame de la Croix a Ménilmontant nel XX arrondissement. Vi si tenevano riunioni pubbliche per eleggere i capi della Guardia Nazionale. In rue Lévis, a Batignolles-Monceaux, in occasione della sepoltura di un generale, nel mezzo dell'occupazione prussiana, la gente gridava: "Il vero progresso umano esisterà quando in Francia non ci sarà più un sacerdote né una chiesa".<br />A Saint-Pierre de Montmartre nel 18esimo arrondissement, un testo fu affisso sulla porta della chiesa: "I preti sono banditi e le chiese sono luoghi di ritrovo dove hanno assassinato moralmente le masse". Pochi giorni dopo, la navata fu trasformata in laboratorio per la confezione di abiti militari. I Comundardi volevano "annientare il monoteismo". Un quartiere cadde sotto il controllo di Serizier, membro fondatore dell'Internazionale, anticlericale. Voleva la pelle dei domenicani di Arcueil, ripetendo "tutti questi preti sono buoni solo per essere bruciati!".<br />Le deliranti accuse della stampa communard sui presunti "crimini" del clero consentironono perquisizioni nei santuari e nei presbiteri di tutta Parigi. Si diceva che sotto le chiese vi fossero passaggi segreti che permettevano di uscire e comunicare con Versailles. Delirio puro, ma c'è chi ci credeva. "Morte ai calotins!", gridavano.<br />La vita quotidiana delle chiese sotto la Comune era scandita da scene di saccheggi, dissacrazioni ed episodi carnevaleschi volti a irridere i sacerdoti. La chiesa di Saint-Leu subì devastazioni: strappati gli abiti sacerdotali, distrutte le vetrate, l'altare maggiore e gli oggetti preziosi inviati alla Zecca. A Saint-Jacques du Haut-Pas, nel quinto arrondissement, un comunardo vestito da prete prese a dire messa. Il municipio dell'undicesimo arrondissement espose all'ingresso della chiesa il seguente decreto: "Il Circolo Ambroise non vuole continuare la pratica dei costumi raccomandati dai ciarlatani in tonaca che la giustizia del popolo ha appena cacciato...". Furono galvanizzati dall'ateismo militante di una delle loro figure di spicco, il socialista rivoluzionario Auguste Blanqui.<br />Secondo lo storico Yves Chiron, durante la Comune, due terzi delle chiese di Parigi furono chiuse, saccheggiate, vandalizzate o trasformate in prigioni, laboratori o sale riunioni per circoli politici. In virtù di un decreto del 5 aprile 1871, che prevedeva che "tutte le persone accusate di complicità con il governo di Versailles sarebbero state ostaggi del popolo parigino", fu immediatamente arrestato l'arcivescovo di Parigi Georges Darboy (il suo corpo sarà gettato in una fossa comune). Molti altri sacerdoti e monaci - trecento in totale - lo avrebbero seguito. Questo provvedimento, che scandalizzò anche tra le file dei Comunardi, sarebbe stato chiamato "razzia della tonaca" da uno dei primi storici della Comune, Prosper-Olivier Lissagaray. Dopo che il governo di Versailles si rifiutò di liberare il rivoluzionario Blanqui in cambio dell'arcivescovo, i comunardi giustiziarono sommariamente il prelato nelle prigioni di La Roquette, il 24 maggio, insieme ad altri quattro sacerdoti. Il giorno dopo, mentre le truppe di Versailles riconquistavano Parigi, fu la volta di cinque domenicani del Collegio di Arcueil, che furono fucilati sull'Avenue d'Italie.<br />La furia omicida dei rivoluzionari giunse al culmine con il cosiddetto "episodio della Villa des Otages" in rue Haxo (Ventesimo arrondissement) avvenuto il 26 maggio, durante il quale cinquanta cattolici - di cui dieci sacerdoti, tra cui il popolare padre vincenziano Henri Planchat, quattro sacerdoti della Congregazione dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, Padri Picpus, tre gesuiti, il vicario di Notre-Dame-de-Lorette e un seminarista - furono fucilati e massacrati dalla folla. Il padre vincenziano Planchat fu ucciso il 26 maggio. Un memoriale ai martiri del massacro di Rue Haxo commemora coloro che persero la vita durante la "Settimana di sangue." Il giorno dopo furono giustiziati altri tre sacerdoti, tra cui monsignor Auguste-Alexis Surat, arcidiacono di Notre-Dame. Un totale di 23 ecclesiastici furono massacrati. All'indomani della Comune, i martiri cattolici divennero oggetto di devozione popolare tra i fedeli. [...]<br />Nel 2017, il corpo di Planchat è stato riesumato dalla chiesa di Notre-Dame de la Salette. Era ancora crivellato di proiettili. Planchat fin dalla sua ordinazione nel 1850 si era dedicato alla ricristianizzazione della classe operaia dopo i moti giacobini, prima nei sobborghi, poi in mezzo agli immigrati italiani. Si è perso il conto delle conversioni che ha ottenuto, delle coppie illegittime che ha sposato, dei bambini e degli adulti che ha battezzato. Un apostolato che sconvolse il clero diocesano, in uno spirito simile alle opere salesiane di Giovanni Bosco a Torino. Planchat fu una contraddizione vivente per i comunisti, poiché incarnava l'impegno concreto della chiesa cattolica al servizio dei più svantaggiati. Un servo dei poveri ucciso dai paladini dei poveri.<br />All'inizio di aprile 1871, il suo nome era in cima alla lista dei "nemici del popolo", ma non furono trovati volontari che si assumessero il compito. Disperata, la Comune offrì cinque franchi a un disoccupato se avesse arrestato il curato. Indignato, l'operaio rispose: "Cinque franchi per arrestare l'uomo che ieri, quando non mi conosceva, è venuto a darmene venti per pagarmi l'affitto?". Padre Olivaint si era dedicato alla conversione del "capitano Pigère", una ragazza travestita da uomo che nutriva un odio particolare per il cattolicesimo e si vantava di aver "abbattuto l'arcivescovo."<br />Prima di perdere conoscenza, un seminarista geme: "Oh miei cari genitori..." Poi, un ultimo sussulto: "Perdono i miei aguzzini! Non voglio che gli venga fatto del male!". Saranno le sue ultime parole. Verrà ucciso con una pallottola al cuore. Padre Olivaint dirà: "Voglio morire per la mia religione ma voglio che sia con dignità". Padre Cotrault, sorpreso, esclama, alzando le braccia al cielo: "E' possibile?". Padre Captier è colpito a una gamba mentre attraversa il viale in direzione della cappella Bréa. Un uomo gli porta un bicchiere d'acqua. Un comunardo gli grida di andarsene, altrimenti andrà incontro alla stessa sorte. E' finito a colpi di baionetta alla schiena.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/47725923</guid><pubDate>Tue, 30 Nov 2021 22:13:59 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/47725923/riconosciuto_il_martirio_di_5_sacerdoti_uccisi_dalla_comune_di_parigi.mp3" length="14184324" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6798

RICONOSCIUTO IL MARTIRIO DI 5 SACERDOTI UCCISI DALLA COMUNE DI PARIGI
Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione da parte della Congregazione delle Cause dei Santi di un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6798" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6798</a><br /><br />RICONOSCIUTO IL MARTIRIO DI 5 SACERDOTI UCCISI DALLA COMUNE DI PARIGI<br />Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione da parte della Congregazione delle Cause dei Santi di un decreto che riconosce in particolare il martirio di cinque sacerdoti francesi uccisi in odio alla fede nel 1871 durante la Comune di Parigi, annuncia la Sala Stampa della Santa Sede il 25 novembre 2021 Sono i padri Henri Planchat, Ladislas Radigue, Polycarpe Tuffier, Frézal Tardieu, Marcellin Rouchouze. Questa decisione della Santa Sede apre la strada alla loro prossima beatificazione, ultimo passo sulla via della santità prima della canonizzazione. La beatificazione è celebrata abitualmente nel paese di origine del beato da un rappresentante del pontefice, il più delle volte il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.<br />La Congregazione per le Cause dei Santi spiega che l' odio per la fede era «la motivazione dominante delle azioni dei carnefici» di questi cinque sacerdoti. «La Comune, oltre alle esigenze socio-politiche, aveva evidenti risvolti antireligiosi», ritiene il dicastero, alcuni comunardi che percepiscono la religione come «un ostacolo da eliminare». L'odio per la fede è ulteriormente confermato «dalla ferocia perpetrata contro i religiosi dalla folla inferocita e dal saccheggio dei luoghi e degli arredi adibiti al culto», nonché dalla profanazione eucaristica. Tutti i martiri erano anche «consapevoli del rischio che correvano».<br />Un odio per la fede che non si è spento neanche ai nostri giorni, basti vedere quanto successo durante la marcia, organizzata dalla diocesi di Parigi proprio per commemorare i martiri cattolici della Comune di Parigi. Il pellegrinaggio ha dovuto essere interrotto a causa della violenza di attivisti di estrema sinistra. Il corteo organizzato dalla diocesi era di circa 300 persone raccolte tra canti e preghiere, molte famiglie e bambini, ma la manifestazione è stata fin da subito disturbata da grida, insulti, bestemmie. La situazione è degenerata in Boulevard de Ménilmontant con un gruppo di circa 20 persone incappucciate entrate in azione con il preciso scopo di colpire, prima con lancio di oggetti, poi direttamente con pugni e spinte. (Ne abbiamo parlato QUI) <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6598" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6598</a><br />I cinque sacerdoti furono uccisi il 26 maggio 1871, durante la "Settimana di sangue", da cittadini della Comune di Parigi, uno "Stato indipendente" fondato all'indomani della sconfitta della Francia contro la Prussia. I "Communardi", spinti da ideali libertari e socialisti, consideravano i membri del clero come alleati dei loro avversari, i "Versaillais", rappresentanti del governo repubblicano con sede a Versailles. [...]<br /><br />Nota di BastaBugie: Giulio Meotti nell'articolo seguente dal titolo "I martiri di Parigi" parla della prima democrazia diretta, la Comune del 1871, che fu un grande massacro di cristiani.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su Il Foglio il 5 giugno 2021:<br />La stagione della Comune fu breve, dal 12 marzo al 22 maggio 1871. E fu uno dei più grandi massacri di cristiani della storia. "Del passato facciamo tabula rasa", scriveva Eugène Pottier proprio nel 1871 nel testo dell'Internazionale. [...]<br />La brevità dell'episodio lo sedimentò con il mito. Gli odi anticlericali provocarono arresti e assassinii di ostaggi, distruzione di statue ed edifici simbolici tra cui le Tuileries, la colonna Vendôme, l'Hôtel-de-Ville o anche la casa di Thiers, l'esecuzione di "ladri" e "cattivi" cittadini. La Comune esaltò il puritanesimo instaurando un clima moralizzante con l'attribuzione di certificati di rispettabilità e lanciando una guerra ai cattolici.<br />Molte chiese furono inizialmente occupate, come Notre-Dame de la Croix...]]></itunes:summary><itunes:duration>887</itunes:duration><itunes:keywords>baionetta,lacomune,martiridiparigi,versailles,zecca</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/cc4af5bc906366f0ece3b8df66f5a836.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Santa Caterina da Bologna, un corpo testimone di santità</title><link>https://www.spreaker.com/episode/santa-caterina-da-bologna-un-corpo-testimone-di-santita--47506491</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6790" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6790</a><br /><br />SANTA CATERINA DA BOLOGNA, UN CORPO TESTIMONE DI SANTITA' di Liana Marabini<br /><br />27 marzo 1463: Severino è un ragazzotto di 20 anni solido e lavoratore. Fa il becchino per l'arcidiocesi di Bologna, un lavoro tutto sommato soddisfacente, che non gli chiede molto e che lui fa coscienziosamente. Oggi deve aiutare le monache clarisse a spostare il corpo di una loro consorella che si è spenta il 9 marzo. Le monache si occuperanno di scavare, secondo la loro regola, e passare le cinghie sotto il corpo, ma è lui che dovrà sollevarlo dalla tomba e poi adagiarlo sulla barella bianca già preparata all'uopo e poi trasferirlo con il carretto tirato dal cavallo Anselmo, il suo compagno di lavoro, fino alla nuova tomba. Severino si domanda fugacemente perché spostare un corpo seppellito meno di tre settimane prima, ma poi scaccia il pensiero: ha imparato da tempo a non porsi domande sulle logiche dei religiosi.<br />Le vestigia dell'inverno appena trascorso si fanno ancora sentire. L'aria è pungente e chiara, il cielo di un grigio delicato, come ghiaccio sospeso e qualche raro fiocco di neve svolazza con grazia. A Severino piace quel momento in cui si sentono gli albori della primavera e il freddo non è più così forte. Le clarisse scavano con vigore, la terra è ancora fresca, la monaca è stata seppellita direttamente in terra e senza bara, come la loro regola richiede. Lui si è protetto il naso e la bocca con un fazzoletto che usa quando deve fare questo lavoro. Non è che gli sembri difficile, fa parte dei suoi compiti, ma preferisce difendersi dagli odori sgradevoli che i corpi in decomposizione emanano quando vengono riesumati.<br />Ormai ci siamo, la tavola di legno che copre il corpo è già visibile: le monache l'afferrano e la passano a Severino, che la sposta fuori dalla tomba. Appaiono i lembi di tessuto di lino grezzo con il quale il corpo è stato avvolto. Il ragazzo si aspetta di sentire l'odore che tanto bene conosce, ma qual è il suo stupore quando dalla tomba fuoriesce un profumo di fiori! Com'è possibile? A fine marzo niente è fiorito, tranne qualche bucaneve sparso, lontano da lì, ai margini del cimitero. Le quattro clarisse che lo accompagnano guardano il corpo che lentamente appare da sotto la terra scura. Anche loro sentono il profumo ma non sono affatto meravigliate, loro sanno che quel corpo profuma di fiori, è stato così fin dal momento della sepoltura. Spesso sono venute qui e hanno sentito il profumo per tutti quei giorni. È la ragione per la quale si sono pentite di averla seppellita così, direttamente in terra, intuendo che quel corpo apparteneva ad una santa. Avevano così deciso di darle una sepoltura migliore e più degna.<br /><br />FONDATRICE DEL MONASTERO DELLE CLARISSE DI BOLOGNA<br />Severino afferra le cinghie unite in mezzo e solleva senza apparente sforzo il corpo gracile, poi lo adagia con delicatezza sulla barella fissata sul piccolo carro. Il profumo ormai è molto forte ed emana dalla defunta. Le monache spostano un lembo di panno e le scoprono il viso. È sereno, ha solo il naso un po' schiacciato, ma miracolosamente il volto si ricompone. Le monache si fanno il segno della croce e Severino si aggrappa al cappello sformato che aveva tolto dalla testa. Il cavallo Anselmo si mette in movimento, tenuto per le biglie dal ragazzo che gli cammina accanto. Le monache seguono il carretto, verso la nuova tomba.<br />La defunta è Caterina (8 settembre 1413 - 9 marzo 1463), badessa e fondatrice del monastero delle clarisse di Bologna. Nata in una famiglia dell'alta borghesia, figlia di Benvenuta Mammolini di Bologna e di Giovanni de' Vigri, prestigioso notaio ferrarese che lavorava per Niccolò III d'Este, marchese di Ferrara (1383-1441), Caterina crebbe alla corte di Niccolò III come dama di compagnia di sua moglie Parisina Malatesta (1404-1425) e divenne amica per tutta la vita della figlia naturale Margherita d'Este († 1478). Durante questo periodo ricevette una buona educazione alla lettura, alla scrittura, alla musica, al suonare la viola ed ebbe accesso ai codici miniati della biblioteca della Corte d'Este.<br />Nel 1426 fu scritta una delle pagine più scure della storia estense: Niccolò III, scoperta l'infedeltà della giovane moglie Parisina, che si era presa per amante niente meno che Ugo, uno dei figli illegittimi del marito, fu condannata a morte insieme a lui. Dopo la decapitazione di Parisina d'Este e di Ugo, Caterina lasciò la corte e si unì a una comunità laica di beghine che conducevano una vita semi-religiosa e seguivano la regola agostiniana. Le donne erano indecise se invece aderire alla regola francescana, cosa che alla fine avvenne.<br />Nel 1431 la casa delle beghine fu trasformata nel convento delle Clarisse Osservanti del Corpus Domini, che passò da 12 donne nel 1431 a 144 verso il 1450. Caterina, che era rimasta molto amica di Margherita d'Este, e ricevuto in regalo da quest'ultima il palazzo che poi divenne monastero, visse al Corpus Domini di Ferrara dal 1431 al 1456, servendo come maestra delle novizie. Era un modello di pietà e riferì di aver sperimentato miracoli e diverse visioni di Cristo, della Vergine Maria, di san Tommaso Becket e di san Giuseppe, nonché di eventi futuri, come la caduta di Costantinopoli nel 1453. Scrisse numerosi trattati religiosi, lodi, sermoni e copiò e illustrò il suo breviario.<br /><br />MONACA, SCRITTRICE, MAESTRA, MISTICA, ARTISTA E SANTA<br />Nel 1455 i francescani e i governanti di Bologna le chiesero di diventare badessa di un nuovo convento, che doveva essere istituito col nome di Corpus Domini nella loro città. Lasciò Ferrara nel luglio 1456 con 12 suore per iniziare la nuova comunità e vi rimase badessa fino alla sua morte, avvenuta il 9 marzo 1463.<br />E con la morte, Caterina diventò un caso unico nella storia della Chiesa. Abbiamo anche una testimonianza, fatta da una delle presenti, suor Illuminata Bembo, una beata, che aveva assistito alla sepoltura iniziale:<br />"Allorché la fossa fu pronta e quando vi calarono il corpo, che non era racchiuso in una bara, esso emanava un profumo d'indescrivibile dolcezza, riempiendo l'aria tutto intorno. Le due sorelle, che erano discese nella tomba, mosse a compassione dal suo viso bello e radioso, lo coprirono con un panno e posero una rozza tavola alcuni centimetri sopra il corpo, affinché le zolle di terra non la toccassero. Tuttavia la fissarono così goffamente che, quando la fossa fu riempita di terra, il viso ed il corpo furono lo stesso a contatto col terreno. Le sorelle venivano a visitare spesso la tomba, e notavano sempre il dolce odore che la circondava. Giacché non c'erano fiori, né erbe aromatiche accanto alla fossa, ma solo arida terra, esse si convinsero che il profumo proveniva proprio dalla tomba".<br />Vissuta in quel meraviglioso secolo di umanesimo rinascimentale, Caterina è una donna del suo tempo: è monaca, scrittrice, maestra, mistica, artista e santa, qualità che la fanno entrare di diritto in quel concetto dell'uomo (in questo caso donna) universale così caro al Rinascimento. È santa patrona degli artisti, insieme al Beato Angelico. È stata venerata per due secoli e mezzo prima di essere ufficialmente canonizzata nel 1712 dal papa Clemente XI (1649-1721).<br />Il Corpus Domini di Bologna è uno dei santuari più cari alla devozione popolare, conosciuto anche come "Chiesa della Santa" proprio perché qui è conservato il corpo di Caterina de' Vigri. Intatto, piazzato in una cappella di vetro, dove può essere vista. Il suo corpo continua a secernere un olio profumato, ragione per la quale gli abiti vengono cambiati periodicamente. Molti fedeli hanno avuto diverse grazie e guarigioni, pregando davanti al corpo di santa Caterina. [...]]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/47506491</guid><pubDate>Tue, 16 Nov 2021 22:22:27 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/47506491/santa_caterina_da_bologna_un_corpo_testimone_di_santit.mp3" length="10116328" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6790

SANTA CATERINA DA BOLOGNA, UN CORPO TESTIMONE DI SANTITA' di Liana Marabini

27 marzo 1463: Severino è un ragazzotto di 20 anni solido e lavoratore. Fa il becchino per...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6790" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6790</a><br /><br />SANTA CATERINA DA BOLOGNA, UN CORPO TESTIMONE DI SANTITA' di Liana Marabini<br /><br />27 marzo 1463: Severino è un ragazzotto di 20 anni solido e lavoratore. Fa il becchino per l'arcidiocesi di Bologna, un lavoro tutto sommato soddisfacente, che non gli chiede molto e che lui fa coscienziosamente. Oggi deve aiutare le monache clarisse a spostare il corpo di una loro consorella che si è spenta il 9 marzo. Le monache si occuperanno di scavare, secondo la loro regola, e passare le cinghie sotto il corpo, ma è lui che dovrà sollevarlo dalla tomba e poi adagiarlo sulla barella bianca già preparata all'uopo e poi trasferirlo con il carretto tirato dal cavallo Anselmo, il suo compagno di lavoro, fino alla nuova tomba. Severino si domanda fugacemente perché spostare un corpo seppellito meno di tre settimane prima, ma poi scaccia il pensiero: ha imparato da tempo a non porsi domande sulle logiche dei religiosi.<br />Le vestigia dell'inverno appena trascorso si fanno ancora sentire. L'aria è pungente e chiara, il cielo di un grigio delicato, come ghiaccio sospeso e qualche raro fiocco di neve svolazza con grazia. A Severino piace quel momento in cui si sentono gli albori della primavera e il freddo non è più così forte. Le clarisse scavano con vigore, la terra è ancora fresca, la monaca è stata seppellita direttamente in terra e senza bara, come la loro regola richiede. Lui si è protetto il naso e la bocca con un fazzoletto che usa quando deve fare questo lavoro. Non è che gli sembri difficile, fa parte dei suoi compiti, ma preferisce difendersi dagli odori sgradevoli che i corpi in decomposizione emanano quando vengono riesumati.<br />Ormai ci siamo, la tavola di legno che copre il corpo è già visibile: le monache l'afferrano e la passano a Severino, che la sposta fuori dalla tomba. Appaiono i lembi di tessuto di lino grezzo con il quale il corpo è stato avvolto. Il ragazzo si aspetta di sentire l'odore che tanto bene conosce, ma qual è il suo stupore quando dalla tomba fuoriesce un profumo di fiori! Com'è possibile? A fine marzo niente è fiorito, tranne qualche bucaneve sparso, lontano da lì, ai margini del cimitero. Le quattro clarisse che lo accompagnano guardano il corpo che lentamente appare da sotto la terra scura. Anche loro sentono il profumo ma non sono affatto meravigliate, loro sanno che quel corpo profuma di fiori, è stato così fin dal momento della sepoltura. Spesso sono venute qui e hanno sentito il profumo per tutti quei giorni. È la ragione per la quale si sono pentite di averla seppellita così, direttamente in terra, intuendo che quel corpo apparteneva ad una santa. Avevano così deciso di darle una sepoltura migliore e più degna.<br /><br />FONDATRICE DEL MONASTERO DELLE CLARISSE DI BOLOGNA<br />Severino afferra le cinghie unite in mezzo e solleva senza apparente sforzo il corpo gracile, poi lo adagia con delicatezza sulla barella fissata sul piccolo carro. Il profumo ormai è molto forte ed emana dalla defunta. Le monache spostano un lembo di panno e le scoprono il viso. È sereno, ha solo il naso un po' schiacciato, ma miracolosamente il volto si ricompone. Le monache si fanno il segno della croce e Severino si aggrappa al cappello sformato che aveva tolto dalla testa. Il cavallo Anselmo si mette in movimento, tenuto per le biglie dal ragazzo che gli cammina accanto. Le monache seguono il carretto, verso la nuova tomba.<br />La defunta è Caterina (8 settembre 1413 - 9 marzo 1463), badessa e fondatrice del monastero delle clarisse di Bologna. Nata in una famiglia dell'alta borghesia, figlia di Benvenuta Mammolini di Bologna e di Giovanni de' Vigri, prestigioso notaio ferrarese che lavorava per Niccolò III d'Este, marchese di Ferrara (1383-1441), Caterina crebbe alla corte di Niccolò III come dama di compagnia di sua moglie Parisina Malatesta (1404-1425) e...]]></itunes:summary><itunes:duration>633</itunes:duration><itunes:keywords>beatoangelico,caterina,clarisse,este,severino</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/7abc0a94eb2c6e198cebca96305bcbb2.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La straordinaria vita di sant'Agnese da Montepulciano</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-straordinaria-vita-di-sant-agnese-da-montepulciano--46945578</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6755" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6755</a><br /><br />LA STRAORDINARIA VITA DI SANT'AGNESE DA MONTEPULCIANO di Liana Marabini<br />La fanciulla si gira indaffarata tra le lunghe mensole della dispensa del monastero. Lo scapolare di ruvido panno che indossa dà grazia ai suoi movimenti, malgrado la semplicità del tessuto. La giovane passa in rassegna le provviste e sistema meglio i cesti contenenti legumi secchi, trecce di aglio e cipolla, mazzi di candele legati con lo spago e giare di olive. Ha solo quattordici anni, ma la madre superiora si fida tanto di lei da affidarle la dispenseria.<br />Prega sottovoce e la cantilena della preghiera suona come una melodia. Bruscamente si interrompe e si gira: ha sentito una presenza. Accecata dalla luce che vede, cade in ginocchio. E dall'alone dorato esce la figura diafana della Madonna. Sorride e parla alla giovane con voce calma. Le dà tre pietre e le spiega che prima di morire dovrà costruire un monastero a lei dedicato, fondando l'edificio sull'indivisibile Trinità. La Vergine scompare e la giovane rimane prostrata per lungo tempo, stringendo le tre pietre nella mano. Le guarda e le mette nel sacchetto delle elemosine, legato alla lunga corda che le cinge la vita. Da quel momento la sua vita è tracciata nella luce di quella apparizione.<br />La giovane è Agnese Segni, nata in una famiglia benestante il 28 gennaio 1268 a Gracciano, piccolo borgo nei pressi di Montepulciano. Fin dalla nascita intorno a lei accadevano cose misteriose, come per esempio una moltitudine di candele accese al momento in cui la madre Francesca l'aveva data alla luce. Agnese aveva sentito il fascino della fede e la bellezza della preghiera fin dalla più tenera età. Si estasiava davanti alle icone e chiedeva a sua madre di insegnarle le preghiere. A nove anni visitò il monastero di Montepulciano e le "suore saccate", chiamate così per il loro abito. Tornata a casa, Agnese disse ai genitori che voleva diventare una di loro. Non si opposero, la piccola aveva già un carattere ben definito che intimidiva. La lasciarono andare e lei trovò fin da quella tenera età il suo posto nel mondo.<br /><br />IN MONASTERO A NOVE ANNI<br />La superiora, suor Margherita, le volle bene subito, ammirata davanti alla devozione della piccola. Passato il periodo necessario per la formazione religiosa, la superiora le affidò la dispenseria. E in quel luogo che lei curava e teneva in ordine, sorvegliando le provviste del monastero, accadde l'incontro con la Vergine, che avrebbe dettato gli accadimenti della sua vita. Ma non era tutto. Suor Margherita aveva notato il potere della giovane di guarire. Più di una volta, dei malati che venivano al monastero erano ripartiti guariti, dopo solo un segno della croce tracciato su loro corpo da suor Agnese. Suor Margherita aveva capito che quella giovane era speciale, che il Signore aveva dei piani con lei. Perciò la stimava e la proteggeva.<br />Alla notizia dei prodigi che Dio operava per mezzo di Agnese, gli amministratori del Castello di Proceno, una località vicina (nell'attuale provincia di Viterbo), chiesero nel 1283 alle religiose di fondare un monastero. L'incarico fu affidato a suor Margherita, ma ella accettò a condizione che le fosse data, come compagna, Agnese. Prima di entrare in paese le due monache si fermarono per riposare presso un tronco d'albero abbattuto. Poiché nella fiasca l'acqua era terminata, Agnese prese a scavare nella terra con le mani e da quelle zolle cretose sgorgò uno zampillo d'acqua fresca. Quel luogo verrà in seguito chiamato Acquasanta. E così la giovane suora giunse a Proceno, insieme alla superiora suor Margherita, per fondare il monastero, nella parte più alta del paese (detta oggi "Poggio di S. Agnese"). Gli abitanti di Proceno rimasero tanto entusiasti delle straordinarie virtù di suor Agnese che richiesero la sua elezione a superiora del loro monastero. Una cosa inaudita, lei aveva solo quindici anni: fu necessaria la dispensa del papa Martino IV (1210-1285), che in quei tempi dimorava nella vicina Orvieto.<br />Il monastero si sviluppò rapidamente e Agnese fu un grande esempio per le religiose e le giovani che si raggrupparono intorno a lei. Praticava una straordinaria mortificazione ed era inspiegabile come potesse vivere nutrendosi abitualmente solo di pane e acqua; nei giorni di festa mangiava pasta condita con briciole di pane (vedi la ricetta che correda questo articolo). Dormiva per terra, con una pietra sotto la testa. A Proceno Agnese mise in pratica varie volte il meraviglioso dono dei miracoli affidatole dal Signore: bastava che si avvicinasse agli ossessi e questi venivano liberati. In più occasioni moltiplicò il pane e malati gravi riacquistarono la salute.<br /><br />IL RITORNO A MONTEPULCIANO<br />Rimase a Proceno 22 anni. In quel periodo, malgrado fosse capace di dispensare la guarigione agli altri, lei era sofferente e malata. Nella primavera del 1306 fu richiamata a Montepulciano, dove iniziò la costruzione di una chiesa, come la Vergine Maria nella visione avuta alcuni anni prima le aveva chiesto. E così fondò il monastero di Santa Maria Novella (di cui sarà badessa) che si alimenterà della spiritualità domenicana. (Si spiega così l'iconografia che ritrae Agnese sempre con l'abito bianco e il mantello nero).<br />Oltre alle qualità di guaritrice, Agnese si dimostrò una straordinaria paciera. Numerose furono le occasioni in cui intervenne in città per risolvere le controversie nelle lotte tra le famiglie nobili. Purtroppo la grave malattia contratta a causa delle severe mortificazioni, dei digiuni a ripetizione e dell'austerità che si era imposta non le dava pace e il suo stato peggiorò. Fu costretta a letto, con le forze che si affievolivano ogni giorno di più. Nel 1316 Agnese, su suggerimento del suo medico e dietro le insistenze delle consorelle andò a Chianciano, per curarsi alle terme. Nel luogo dove si immergeva sgorgò una nuova polla d'acqua, era calda e sulfurea. Quella sorgente prenderà il nome di Bagni di S. Agnese. La sua presenza fu d'aiuto ai numerosi malati presenti nella località e Agnese operò numerosi miracoli, ma le cure termali non portarono alcun giovamento alla sua malattia, che peggiorò.<br />Ormai in punto di morte, Agnese rincuorava le consorelle invitandole a rallegrarsi perché per lei era giunto il momento tanto atteso dell'incontro con Dio. E questo avvenne il 20 aprile 1317. Siccome le suore e i frati domenicani volevano imbalsamare il corpo di Agnese ordinarono del balsamo a Genova, ma non ce ne fu bisogno, perché dalle mani e dai piedi di Agnese stillò un liquido odoroso che impregnò i panni che coprivano il suo corpo. Ne furono raccolte alcune ampolle. L'eco del miracolo richiamò numerosi ammalati che desideravano essere unti dall'olio miracoloso. La salma non fu inumata, ma sistemata in un'urna di legno munita di serratura che permetteva di aprirla e di mostrare ai fedeli i resti mortali che rimasero per lungo tempo incorrotti.<br />Come scrisse il beato Raimondo da Capua nella sua Legenda nel 1366, il suo corpo era ancora intatto, come se Agnese fosse appena morta, e molti erano i miracoli di guarigione che avvenivano nella chiesa, che ormai era conosciuta come "Chiesa di sant'Agnese". Un'altra autorevole fonte, la Vita (1606) di padre Lorenzo Sordini Mariani testimonia in questo senso. Le guarigioni furono miracolose e istantanee e nessun medico fu in grado di spiegarle. Di questi miracoli si ha anche una pubblica registrazione fatta da notai già a partire da pochi mesi dopo la morte della santa. Secondo la tradizione compì dopo morta altri prodigi, fra cui quello di aver risparmiato Montepulciano dall'epidemia di colera del 1855.<br />L'origine della sua malattia non è mai stata accertata. Il culto di sant'Agnese si è diffuso rapidamente grazie anche all'opera dei domenicani. È stata canonizzata da Benedetto XIII (1649-1730) il 12 maggio 1726 nella chiesa romana di Santa Maria sopra Minerva. L'esempio di fede e di vita di sant'Agnese è una fonte di ispirazione. Anche se per i nostri contemporanei le mortificazioni fisiche sono difficili da mettere in pratica, possiamo almeno vivere senza sprechi, in modo austero e semplice: qualità che affinano la nostra vita spirituale.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/46945578</guid><pubDate>Tue, 12 Oct 2021 21:22:56 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/46945578/la_straordinaria_vita_di_sant_agnese_da_montepulciano.mp3" length="10288945" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6755

LA STRAORDINARIA VITA DI SANT'AGNESE DA MONTEPULCIANO di Liana Marabini
La fanciulla si gira indaffarata tra le lunghe mensole della dispensa del monastero. Lo scapolare di ruvido...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6755" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6755</a><br /><br />LA STRAORDINARIA VITA DI SANT'AGNESE DA MONTEPULCIANO di Liana Marabini<br />La fanciulla si gira indaffarata tra le lunghe mensole della dispensa del monastero. Lo scapolare di ruvido panno che indossa dà grazia ai suoi movimenti, malgrado la semplicità del tessuto. La giovane passa in rassegna le provviste e sistema meglio i cesti contenenti legumi secchi, trecce di aglio e cipolla, mazzi di candele legati con lo spago e giare di olive. Ha solo quattordici anni, ma la madre superiora si fida tanto di lei da affidarle la dispenseria.<br />Prega sottovoce e la cantilena della preghiera suona come una melodia. Bruscamente si interrompe e si gira: ha sentito una presenza. Accecata dalla luce che vede, cade in ginocchio. E dall'alone dorato esce la figura diafana della Madonna. Sorride e parla alla giovane con voce calma. Le dà tre pietre e le spiega che prima di morire dovrà costruire un monastero a lei dedicato, fondando l'edificio sull'indivisibile Trinità. La Vergine scompare e la giovane rimane prostrata per lungo tempo, stringendo le tre pietre nella mano. Le guarda e le mette nel sacchetto delle elemosine, legato alla lunga corda che le cinge la vita. Da quel momento la sua vita è tracciata nella luce di quella apparizione.<br />La giovane è Agnese Segni, nata in una famiglia benestante il 28 gennaio 1268 a Gracciano, piccolo borgo nei pressi di Montepulciano. Fin dalla nascita intorno a lei accadevano cose misteriose, come per esempio una moltitudine di candele accese al momento in cui la madre Francesca l'aveva data alla luce. Agnese aveva sentito il fascino della fede e la bellezza della preghiera fin dalla più tenera età. Si estasiava davanti alle icone e chiedeva a sua madre di insegnarle le preghiere. A nove anni visitò il monastero di Montepulciano e le "suore saccate", chiamate così per il loro abito. Tornata a casa, Agnese disse ai genitori che voleva diventare una di loro. Non si opposero, la piccola aveva già un carattere ben definito che intimidiva. La lasciarono andare e lei trovò fin da quella tenera età il suo posto nel mondo.<br /><br />IN MONASTERO A NOVE ANNI<br />La superiora, suor Margherita, le volle bene subito, ammirata davanti alla devozione della piccola. Passato il periodo necessario per la formazione religiosa, la superiora le affidò la dispenseria. E in quel luogo che lei curava e teneva in ordine, sorvegliando le provviste del monastero, accadde l'incontro con la Vergine, che avrebbe dettato gli accadimenti della sua vita. Ma non era tutto. Suor Margherita aveva notato il potere della giovane di guarire. Più di una volta, dei malati che venivano al monastero erano ripartiti guariti, dopo solo un segno della croce tracciato su loro corpo da suor Agnese. Suor Margherita aveva capito che quella giovane era speciale, che il Signore aveva dei piani con lei. Perciò la stimava e la proteggeva.<br />Alla notizia dei prodigi che Dio operava per mezzo di Agnese, gli amministratori del Castello di Proceno, una località vicina (nell'attuale provincia di Viterbo), chiesero nel 1283 alle religiose di fondare un monastero. L'incarico fu affidato a suor Margherita, ma ella accettò a condizione che le fosse data, come compagna, Agnese. Prima di entrare in paese le due monache si fermarono per riposare presso un tronco d'albero abbattuto. Poiché nella fiasca l'acqua era terminata, Agnese prese a scavare nella terra con le mani e da quelle zolle cretose sgorgò uno zampillo d'acqua fresca. Quel luogo verrà in seguito chiamato Acquasanta. E così la giovane suora giunse a Proceno, insieme alla superiora suor Margherita, per fondare il monastero, nella parte più alta del paese (detta oggi "Poggio di S. Agnese"). Gli abitanti di Proceno rimasero tanto entusiasti delle straordinarie virtù di suor Agnese che richiesero la sua elezione a superiora del loro...]]></itunes:summary><itunes:duration>644</itunes:duration><itunes:keywords>balsamo,colera,guarigione,malattia,montepulciano,sant'agnese,sorgente</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/26dd223ff005f57a5e87556d5fdd12ec.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Padre Pio e la conversione dell'attrice Lea Padovani</title><link>https://www.spreaker.com/episode/padre-pio-e-la-conversione-dell-attrice-lea-padovani--46624990</link><description><![CDATA[VIDEO: L'attrice Lea Padovani si confessa da Padre Pio ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=2VYC9Rx7spw" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=2VYC9Rx7spw</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6738" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6738</a><br /><br />PADRE PIO E LA CONVERSIONE DELL'ATTRICE<br />Lea Padovani voleva il miracolo della guarigione del convivente, ma Padre Pio la respinse a malo modo perché non voleva lasciare quell'uomo, ma poi... (VIDEO: Padre Pio e Lea Padovani)<br />di Corrado Gnerre<br />Vi raccontiamo un grande miracolo che toccò all'attrice Lea Padovani (1920-1991). Molto famosa negli anni del secondo dopoguerra.<br />Questa era innamoratissima di un uomo con cui conviveva. Ma era un uomo sposato. L'attrice si trovava all'estero per motivi cinematografici quando venne a sapere che al suo compagno era stato diagnosticato un gravissimo tumore maligno. Gli avevano dato solo sei mesi di vita. Rientrò disperata. Accompagnò l'uomo da altri medici, perfino all'estero, ma la terribile diagnosi venne confermata.<br />La Padovani era a conoscenza della straordinarietà di Padre Pio da Pietrelcina. Insieme al compagno si recò a San Giovanni Rotondo. Cercarono di farsi ricevere dal frate, ma non vi fu nulla da fare. Successivamente ella ci riuscì. Padre Pio - ovviamente - fu categorico e la respinse a malo modo perché sapeva che i due vivevano nel peccato non essendo sposati, e che desideravano solo una guarigione fisica senza poi preoccuparsi di rispettare la Legge di Dio. Le fece dunque capire la necessità di lasciare quell'uomo.<br />L'attrice rimase molto colpita. Nei giorni successivi sentì una forza interiore che la spinse a formulare una promessa al Signore. Chiese che il suo innamorato potesse guarire, in cambio lo avrebbe definitivamente lasciato. Dopo pochi giorni, l'uomo iniziò a sentirsi meglio. In una visita di controllo i medici, con sorpresa, constatarono la completa e inspiegabile guarigione.<br />L'attrice capì che la sua richiesta era stata esaudita e rimase fedele alla promessa: lasciò quell'uomo di cui era tanto innamorata. Andò poi da Padre Pio. Comprese che dietro quel suo gesto vi erano state le preghiere del santo frate e decise di divenire sua figlia spirituale e quindi di cambiare totalmente vita.<br />Ma l'uomo che aveva beneficiato della guarigione non comprese bene ciò che era avvenuto e si unì con un'altra donna. Insomma, quel grande miracolo era stata l'occasione per la salvezza di Lea Padovani e - speriamo di no - forse per la dannazione di quell'uomo.<br />Cosa sarebbe accaduto se l'attrice invece di incontrare Padre Pio, avesse parlato con un sacerdote di oggi a cui s'impone la pastorale contemporanea sui divorziati risposati?<br /><br />Nota di BastaBugie: nel seguente video (durata: 4 minuti) dal titolo "L'attrice Lea Padovani si confessa da Padre Pio" si può vedere la scenda della conversione dell'attrice, interpretata da Tosca D'Aquino in un recente film sul santo di Pietrelcina.<br /><a href="https://www.youtube.com/watch?v=2VYC9Rx7spw" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=2VYC9Rx7spw</a>]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/46624990</guid><pubDate>Tue, 21 Sep 2021 22:14:07 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/46624990/padre_pio_e_la_conversione_dell_attrice_lea_padovani.mp3" length="3441937" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: L'attrice Lea Padovani si confessa da Padre Pio ➜ https://www.youtube.com/watch?v=2VYC9Rx7spw

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6738

PADRE PIO E LA CONVERSIONE DELL'ATTRICE
Lea Padovani voleva il miracolo della...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: L'attrice Lea Padovani si confessa da Padre Pio ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=2VYC9Rx7spw" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=2VYC9Rx7spw</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6738" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6738</a><br /><br />PADRE PIO E LA CONVERSIONE DELL'ATTRICE<br />Lea Padovani voleva il miracolo della guarigione del convivente, ma Padre Pio la respinse a malo modo perché non voleva lasciare quell'uomo, ma poi... (VIDEO: Padre Pio e Lea Padovani)<br />di Corrado Gnerre<br />Vi raccontiamo un grande miracolo che toccò all'attrice Lea Padovani (1920-1991). Molto famosa negli anni del secondo dopoguerra.<br />Questa era innamoratissima di un uomo con cui conviveva. Ma era un uomo sposato. L'attrice si trovava all'estero per motivi cinematografici quando venne a sapere che al suo compagno era stato diagnosticato un gravissimo tumore maligno. Gli avevano dato solo sei mesi di vita. Rientrò disperata. Accompagnò l'uomo da altri medici, perfino all'estero, ma la terribile diagnosi venne confermata.<br />La Padovani era a conoscenza della straordinarietà di Padre Pio da Pietrelcina. Insieme al compagno si recò a San Giovanni Rotondo. Cercarono di farsi ricevere dal frate, ma non vi fu nulla da fare. Successivamente ella ci riuscì. Padre Pio - ovviamente - fu categorico e la respinse a malo modo perché sapeva che i due vivevano nel peccato non essendo sposati, e che desideravano solo una guarigione fisica senza poi preoccuparsi di rispettare la Legge di Dio. Le fece dunque capire la necessità di lasciare quell'uomo.<br />L'attrice rimase molto colpita. Nei giorni successivi sentì una forza interiore che la spinse a formulare una promessa al Signore. Chiese che il suo innamorato potesse guarire, in cambio lo avrebbe definitivamente lasciato. Dopo pochi giorni, l'uomo iniziò a sentirsi meglio. In una visita di controllo i medici, con sorpresa, constatarono la completa e inspiegabile guarigione.<br />L'attrice capì che la sua richiesta era stata esaudita e rimase fedele alla promessa: lasciò quell'uomo di cui era tanto innamorata. Andò poi da Padre Pio. Comprese che dietro quel suo gesto vi erano state le preghiere del santo frate e decise di divenire sua figlia spirituale e quindi di cambiare totalmente vita.<br />Ma l'uomo che aveva beneficiato della guarigione non comprese bene ciò che era avvenuto e si unì con un'altra donna. Insomma, quel grande miracolo era stata l'occasione per la salvezza di Lea Padovani e - speriamo di no - forse per la dannazione di quell'uomo.<br />Cosa sarebbe accaduto se l'attrice invece di incontrare Padre Pio, avesse parlato con un sacerdote di oggi a cui s'impone la pastorale contemporanea sui divorziati risposati?<br /><br />Nota di BastaBugie: nel seguente video (durata: 4 minuti) dal titolo "L'attrice Lea Padovani si confessa da Padre Pio" si può vedere la scenda della conversione dell'attrice, interpretata da Tosca D'Aquino in un recente film sul santo di Pietrelcina.<br /><a href="https://www.youtube.com/watch?v=2VYC9Rx7spw" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=2VYC9Rx7spw</a>]]></itunes:summary><itunes:duration>216</itunes:duration><itunes:keywords>cinema,divorziatirisposati,padovani,padrepio,pastorale</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c6c92d9ca458952afa25bba2e24e4179.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Francesco Marto e la pandemia della spagnola</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-francesco-marto-e-la-pandemia-della-spagnola--46416810</link><description><![CDATA[VIDEO: FATIMA. Cartone animato completo sulle apparizioni della Madonna a Fatima e a suor Lucia Portogallo ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=8czxhWispjM&list=PLolpIV2TSebVM7CoAHtiTvbPX4t2opTUU" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=8czxhWispjM&list=PLolpIV2TSebVM7CoAHtiTvbPX4t2opTUU</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6723" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6723</a><br /><br />SAN FRANCESCO MARTO E LA PANDEMIA DELLA SPAGNOLA di Maria Bigazzi<br />Un bambino molto conosciuto è Francesco Marto, proclamato santo il 13 maggio del 2017.<br />Questo piccolo bimbo amava immensamente Gesù Eucaristia che chiamava familiarmente "Gesù Nascosto", e nutriva un grande amore verso la Vergine Maria che appariva a lui, alla sorellina Giacinta e alla cugina Lucia alla Cova di Iria.<br />La prima apparizione avvenne il 13 maggio del 1917. Mentre i tre bambini pascolavano il gregge, vennero sorpresi da un lampo improvviso. Il cielo e l'orizzonte erano sereni e i tre pastorelli rimasero muti e sbalorditi.<br />Impauriti, richiamarono velocemente gli animali, avviandosi verso la discesa della montagna del pascolo. Mentre scendevano furono fermati da un secondo lampo.<br />I tre pastorelli affrettarono il passo continuando a scendere. Una volta giunti in fondo alla Cova, si fermarono improvvisamente. Sopra un leccio alto poco più di un metro, apparve loro la Vergine Maria in tutto il suo splendore.<br />Lucia la descrisse come "una Signora tutta vestita di bianco, più brillante del sole, che spargeva una luce più chiara ed intensa di quella di un bicchiere di cristallo colmo d'acqua limpida, attraversato dai raggi del sole più cocente".<br />I bambini rimasero colpiti dalla bellezza e dall'amore della Madre Celeste.<br />Vi è uno stretto legame tra le apparizioni della Vergine Maria a Fatima e la Santissima Eucaristia. Infatti, come Gesù e Maria furono uniti dal momento dell'incarnazione fino al coronamento dell'intera missione salvifica dolorosissima del Calvario, così ora sono uniti sull'altare e nell'Eucaristia.<br />Ma i pastorelli prima di vedere la Vergine Maria, furono preparati dall'Angelo della Pace, il quale insegnò loro una particolare preghiera di adorazione e riparazione a Gesù Eucaristico.<br />Nella terza apparizione l'Angelo apparve ai tre bambini con un Calice tra le mani sopra il quale stava sospesa un'Ostia, e dopo aver recitato assieme a loro la preghiera alla Santissima Trinità, prese nuovamente il Calice e l'Ostia che erano rimasti sospesi nell'aria, e diede l'Ostia a Lucia e il Sangue del Calice a Francesco e a Giacinta dicendo: "Prendete e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio".<br /><br />UN INNO PERENNE DI LODE A DIO<br />Francesco, Giacinta e Lucia seppero fare grande tesoro dei doni di Dio, e la loro vita divenne un inno perenne di lode a Lui, al quale seppero offrire sacrifici di ogni genere per Suo amore e per la salvezza dei poveri peccatori.<br />Nel 1918 scoppiò una terribile pandemia chiamata spagnola, che si diffuse con velocità sorprendente in tutto il mondo. In soli diciotto mesi vennero contagiati almeno un terzo della popolazione mondiale.<br />Si stimano tra i 20/50 o addirittura 100 milioni di vittime.<br />All'inizio la malattia non veniva ben compresa e i decessi erano spesso attribuiti alla polmonite. Nelle trincee e negli accampamenti sovraffollati della prima guerra mondiale, l'epidemia si diffuse velocemente contagiando sempre più persone, mentre gli spostamenti favorivano la diffusione dei contagi.<br />Nei mesi tra settembre e dicembre del 1918, la pandemia raggiunse il suo culmine, mietendo un numero elevato di persone, mentre i servizi sanitari si trovarono in grave difficoltà.<br />Anche Giacinta e Francesco si ammalarono di spagnola. La Vergine Maria aveva predetto loro che presto sarebbero saliti in Cielo. Questi due bambini di 9 e 10 anni seppero affrontare eroicamente le sofferenze, sempre uniti ai Cuori di Gesù e Maria.<br />Francesco in particolare coltivava una speciale devozione verso l'Eucaristia. Prima che si ammalasse, sulla strada verso la scuola, si fermava spesso nella chiesa a contemplare Gesù "nascosto" nel Tabernacolo.<br />"Io resto qui in chiesa, vicino a Gesù nascosto. Per me non vale la pena imparare a leggere, fra poco vado in Cielo!", diceva a Lucia.<br /><br />UNA PANDEMIA VERA<br />La Spagnola lo colpì nel dicembre 1918, ma egli offrì per mesi le sue sofferenze, unendole a quelle di Cristo, con lo sguardo sempre rivolto ai beni celesti. Gesù Eucaristia era la sua unica fonte di gioia e consolazione. Francesco aveva ben compreso che Essa è il vero cibo dell'anima, la dolcezza dei forti e il vigore dei deboli.<br />Il suo unico pensiero era quello di poter ricevere Gesù e di consolarlo per tutti gli oltraggi che riceve. Il parroco gli amministrò la santa Eucaristia a un giorno dalla sua morte, riempiendo il suo cuore di gioia immensa.<br />Il giorno seguente Francesco disse alla sorellina Giacinta: "Oggi sono più felice di te, perché ho Gesù nel mio cuore". E insieme si misero a recitare il santo Rosario. Nella notte diede l'ultimo saluto a Lucia, dandosi un arrivederci in Cielo. Poi disse alla madre che gli stava accanto: "Guarda, mamma, che bella luce là, vicino alla porta!... Adesso non la vedo più...".<br />Il suo volto si illuminò di un sorriso angelico e, senza agonia, senza contrazione, senza un gemito, spirò dolcemente. Non aveva ancora 11 anni. [...]<br />La vita di Francesco è per noi un grande esempio. Nonostante fosse stato colpito dalla terribile epidemia, il suo unico pensiero era quello di "Gesù Nascosto", che amava immensamente e che desiderava ricevere.<br />La Carne e il Sangue di Cristo sono vero cibo e vera bevanda, nutrimento, forza e vita che noi riceviamo nella santa Comunione sacramentale e spirituale.<br />In essa Gesù si dona completamente a noi, ed essendo Amore unitivo, penetra nel nostro petto rimanendo corporalmente presente in noi il tempo che durano le specie del pane e del vino.<br />Unita a Gesù Cristo nella santa Eucaristia, l'anima riceve i frutti che le permettono di compiere una trasformazione graduale interiore che assimila la nostra persona a Gesù Ostia, con l'acquisto delle sue virtù e con la perfezione che configura la nostra vita in modo sempre più santo.<br />Non dimentichiamoci mai dell'immenso dono della Santa Eucaristia. Nel dolore, nelle sofferenze, nei momenti di angoscia, di paura e tribolazione, ricordiamoci Chi è il nostro unico e vero Salvatore che solo può darci la vera Vita.<br />Non rinunciamo all'Eucarestia per le paure di questo mondo. Siamo cristiani e figli di Dio, e per mezzo dello Spirito Santo abbiamo ricevuto i doni che ci permettono di vivere con coraggio e rettitudine.<br />Infatti, se "Dio è con noi, chi sarà contro di noi?".]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/46416810</guid><pubDate>Tue, 07 Sep 2021 20:49:44 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/46416810/san_francesco_marto_e_la_pandemia_della_spagnola.mp3" length="8898395" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: FATIMA. Cartone animato completo sulle apparizioni della Madonna a Fatima e a suor Lucia Portogallo ➜ https://www.youtube.com/watch?v=8czxhWispjM&amp;list=PLolpIV2TSebVM7CoAHtiTvbPX4t2opTUU

TESTO DELL'ARTICOLO ➜...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: FATIMA. Cartone animato completo sulle apparizioni della Madonna a Fatima e a suor Lucia Portogallo ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=8czxhWispjM&list=PLolpIV2TSebVM7CoAHtiTvbPX4t2opTUU" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=8czxhWispjM&list=PLolpIV2TSebVM7CoAHtiTvbPX4t2opTUU</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6723" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6723</a><br /><br />SAN FRANCESCO MARTO E LA PANDEMIA DELLA SPAGNOLA di Maria Bigazzi<br />Un bambino molto conosciuto è Francesco Marto, proclamato santo il 13 maggio del 2017.<br />Questo piccolo bimbo amava immensamente Gesù Eucaristia che chiamava familiarmente "Gesù Nascosto", e nutriva un grande amore verso la Vergine Maria che appariva a lui, alla sorellina Giacinta e alla cugina Lucia alla Cova di Iria.<br />La prima apparizione avvenne il 13 maggio del 1917. Mentre i tre bambini pascolavano il gregge, vennero sorpresi da un lampo improvviso. Il cielo e l'orizzonte erano sereni e i tre pastorelli rimasero muti e sbalorditi.<br />Impauriti, richiamarono velocemente gli animali, avviandosi verso la discesa della montagna del pascolo. Mentre scendevano furono fermati da un secondo lampo.<br />I tre pastorelli affrettarono il passo continuando a scendere. Una volta giunti in fondo alla Cova, si fermarono improvvisamente. Sopra un leccio alto poco più di un metro, apparve loro la Vergine Maria in tutto il suo splendore.<br />Lucia la descrisse come "una Signora tutta vestita di bianco, più brillante del sole, che spargeva una luce più chiara ed intensa di quella di un bicchiere di cristallo colmo d'acqua limpida, attraversato dai raggi del sole più cocente".<br />I bambini rimasero colpiti dalla bellezza e dall'amore della Madre Celeste.<br />Vi è uno stretto legame tra le apparizioni della Vergine Maria a Fatima e la Santissima Eucaristia. Infatti, come Gesù e Maria furono uniti dal momento dell'incarnazione fino al coronamento dell'intera missione salvifica dolorosissima del Calvario, così ora sono uniti sull'altare e nell'Eucaristia.<br />Ma i pastorelli prima di vedere la Vergine Maria, furono preparati dall'Angelo della Pace, il quale insegnò loro una particolare preghiera di adorazione e riparazione a Gesù Eucaristico.<br />Nella terza apparizione l'Angelo apparve ai tre bambini con un Calice tra le mani sopra il quale stava sospesa un'Ostia, e dopo aver recitato assieme a loro la preghiera alla Santissima Trinità, prese nuovamente il Calice e l'Ostia che erano rimasti sospesi nell'aria, e diede l'Ostia a Lucia e il Sangue del Calice a Francesco e a Giacinta dicendo: "Prendete e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio".<br /><br />UN INNO PERENNE DI LODE A DIO<br />Francesco, Giacinta e Lucia seppero fare grande tesoro dei doni di Dio, e la loro vita divenne un inno perenne di lode a Lui, al quale seppero offrire sacrifici di ogni genere per Suo amore e per la salvezza dei poveri peccatori.<br />Nel 1918 scoppiò una terribile pandemia chiamata spagnola, che si diffuse con velocità sorprendente in tutto il mondo. In soli diciotto mesi vennero contagiati almeno un terzo della popolazione mondiale.<br />Si stimano tra i 20/50 o addirittura 100 milioni di vittime.<br />All'inizio la malattia non veniva ben compresa e i decessi erano spesso attribuiti alla polmonite. Nelle trincee e negli accampamenti sovraffollati della prima guerra mondiale, l'epidemia si diffuse velocemente contagiando sempre più persone, mentre gli spostamenti favorivano la diffusione dei contagi.<br />Nei mesi tra settembre e dicembre del 1918, la pandemia raggiunse il suo culmine, mietendo un numero elevato di persone, mentre i servizi sanitari si trovarono in grave difficoltà.<br />Anche Giacinta e Francesco si ammalarono di spagnola. La Vergine Maria aveva predetto loro che presto sarebbero saliti...]]></itunes:summary><itunes:duration>557</itunes:duration><itunes:keywords>13maggio,covadairia,eucaristia,francesco,gesùnascosto,giacinta,lucia,pastorelli</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/976d289a8e2fcd3eb3173c9f6a0aba06.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>I martiri cristeros sacerdoti, uomini, donne, anziani, bambini, morti al grido viva Cristo Re</title><link>https://www.spreaker.com/episode/i-martiri-cristeros-sacerdoti-uomini-donne-anziani-bambini-morti-al-grido-viva-cristo-re--46299067</link><description><![CDATA[VIDEO: Dovrei scappare via da Dio? ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=cm9_yqssVCE" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=cm9_yqssVCE</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6692" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6692</a><br /><br />I MARTIRI CRISTEROS: SACERDOTI, UOMINI, DONNE, ANZIANI, BAMBINI, MORTI AL GRIDO ''VIVA CRISTO RE''<br />La Cristiada fu la reazione del popolo messicano, profondamente cattolico, all'aggressione attuata dallo Stato autoritario nato dalla rivoluzione (VIDEO: Il martirio del sacerdote San Cristóbal)<br />di Paolo Gulisano<br />Nel corso del Novecento, dolorosamente percorso da immani tragedie conseguenza soprattutto del clima ideologico segnato dall'odio anticristiano, si è verificato anche un episodio ancor oggi poco conosciuto di martirio. Si trattò di una tremenda persecuzione, che si trascinò poi ancora per moltissimo tempo dopo il triennio cruento (1926-1929), lasciando effetti duraturi sulla struttura politica e sociale del Messico, determinando in maniera irreversibile il destino forse anche dell'intero sub-continente latino-americano. Fu un conflitto scatenato contro una società contadina, tradizionale, cattolica, un'aggressione perpetrata da uno Stato autoritario uscito da un processo rivoluzionario. Sarà papa Giovanni Paolo II (1978-2005) ad elevare agli onori degli altari alcuni martiri della persecuzione messicana: sacerdoti e laici, militanti delle organizzazioni cattoliche, tra cui san Manuel Morales, presidente della Lega Nazionale per la difesa della libertà religiosa. Uomini e donne che testimoniarono con coraggio la loro fede contro un governo che nella propria Costituzione affermava, tra l'altro, che «L'esistenza di qualsiasi ordine e congregazione religiosa resta proibito» (art. 5); «ogni culto è proibito fuori delle chiese, e nelle chiese il culto sarà sempre sottomesso all'ispezione dell'autorità civile» (art. 24); «le chiese sono proprietà dello Stato. Tutte le associazioni religiose sono incapaci di acquistare, possedere o amministrare beni immobili».<br /><br />I PRIMI MARTIRI CRISTEROS: JOAQUIM SILVA E MANUEL MELGAREJO<br />L'epopea della Cristiada annovera come suoi protomartiri Joaquim Silva e Manuel Melgarejo, il primo di 27 anni, il secondo di soli 17, entrambi mlitanti della Gioventù cattolica. Dopo il provvedimento della sospensione del culto pubblico voluto dai vescovi messicani per protestare contro le misure del governo, Silva aveva cominciato, insieme all'amico, a percorrere il paese e a tenere conferenze nelle quali, grazie ad una solida cultura, una fede appassionata e una concezione della vita come milizia, sapeva accendere gli animi dell'uditorio e spronarlo alla lotta. Domenica 12 settembre 1925, mentre si dirigevano in treno a Zamora per tenervi uno di questi incontri, vennero arrestati e condannati a morte senza nemmeno un processo. Inutilmente Silva chiese che almeno l'amico minorenne fosse risparmiato. Entrambi furono condotti al muro, dove i soldati non riuscirono a strappare dalle loro mani le corone del Rosario. Di fronte al plotone d'esecuzione Joaquim Silva tenne un discorso talmente toccante per sentimenti religiosi e patriottici, che gli stessi soldati ne furono commossi. Uno di essi si rifiutò di prender parte all'esecuzione, così che venne a sua volta arrestato e passato per le armi il giorno seguente. Joaquim disse con fermezza al comandante: «Non siamo dei criminali, né abbiamo paura della morte. lo stesso vi darò il segnale di sparare, quando griderò viva Cristo Re, viva la Vergine di Guadalupe». Così avvenne: al grido di battaglia e di vittoria lanciato dai due giovani partì la scarica di fucileria che li abbatté.<br />I corpi dei due eroi furono esposti più tardi nel cimitero: stringevano ancora tra le mani i rosari, e furono rivestiti di bianche vesti, dopo che i loro abiti insanguinati erano stati divisi in frammenti, come reliquie, tra i fedeli del paese.<br />Tra i martiri si poterono annoverare anche amministratori pubblici, come Luis Navarro Origel, il sindaco terziario francescano della città di Peniamo, fondatore nella sua regione dell'Ordine dei Cavalieri di Colombo, di società di mutuo soccorso, casse rurali, sezioni della Gioventù Cattolica, circoli culturali, scuole di catechismo, propagatore instancabile dell'adorazione eucaristica notturna. Dopo quattro anni di amministrazione corretta e vantaggiosa per la popolazione, venne destituito di forza dal governo, prima di essere assassinato. Un'altra figura commovente della persecuzione fu Tomàs de la Mora, di Colima, un ragazzo di soli sedici anni, uno dei più attivi membri del locale Circolo Cattolico, che svolgeva l'attività di catechista tra i bambini più poveri. Il 15 agosto 1927 fu arrestato per il semplice motivo che portava uno scapolare, ossia un pezzo di stoffa con una immagine sacra, simbolo di una confraternita religiosa. Il comandante della caserma gli domandò se avesse rapporti con "i fanatici", ovvero preti, frati, cattolici e briganti. «Non fanatici - rispose il ragazzo - ma liberatori della Chiesa e della Patria dai tiranni». Tomàs fu allora frustato, affinché fornisse informazioni sui ribelli, ma fu tutto inutile. Il comandante ordinò allora che venisse impiccato all'Albero della libertà che era stato eretto, cupo retaggio della Rivoluzione Francese, nella piazza principale della città.<br /><br />ANCHE SACERDOTI E DONNE<br />Un esempio di eroismo femminile è quello di Eleonora Garduno, arrestata per complicità coi ribelli. Interrogata dal generale Ortiz, uno dei principali collaboratori di Calles, che aveva per motto "Il mio dio è il diavolo", la cui figura portava tatuata sul petto, ricevette dal militare l'offerta della scarcerazione, in cambio di una docile collaborazione. La ragazza rispose: «Lei mi chiede una cosa impossibile: io continuerò a lavorare finché questo governo cadrà». Anche lei finì davanti al plotone d'esecuzione.<br />Quando portarono alla moglie dell'avvocato Gonzales, una delle guide dell'insurrezione, il cadavere straziato del marito, la donna chiamò vicino i figli e disse: «Guardatelo, è vostro padre. È un martire della Fede. Promettetegli che anche voi sarete degni figli e continuerete un giorno la sua opera».<br />Accanto a questi uomini, donne e ragazzi, occorre ricordare il tanto sangue sacerdotale versato. Furono centinaia i sacerdoti uccisi: poveri parroci di villaggio, giovani strappati dal seminario (con l'intenzione di "liberarli"!) monaci uccisi nei loro conventi. Fra di essi il più celebre è senz'altro il beato padre Miguel Augustin Pro, gesuita, di Guadalupe, assassinato a soli trentasette anni nel 1927, riconosciuto come martire dalla Chiesa il 25 settembre 1988.<br />Ma non solo lui. Il beato padre Elia Nieves, agostiniano: nonostante il divieto, continuò a esercitare il suo ministero, recandosi ovunque era necessario confortare, aiutare, amministrare i sacramenti. La polizia, venuta a conoscenza dei fatti, lo fece pedinare e arrestare mentre, in una soffitta, celebrava la Messa. Condannato a morte, venne condotto sul luogo dell'esecuzione. Dopo essersi inginocchiato a pregare, si rivolse ai soldati del plotone di esecuzione: «In ginocchio, figli miei. Prima di morire voglio darvi la mia benedizione». I soldati obbedirono e si inchinarono riverenti al gesto del sacerdote. Mentre padre Nieves tracciava il segno di croce, l'ufficiale che comandava il picchetto, infuriato, gli sparò al petto, uccidendolo mentre ancora benediva.<br />A volte gli aguzzini si divertivano a infierire sui sacerdoti senza ucciderli; venivano loro tagliate le braccia per impedire che in futuro potessero celebrare la Messa. Don Pablo Garcia subì una sorte atroce: parroco zelante, anch'egli sfidava le leggi e ogni pericolo. Volle celebrare con grande solennità la festa nazionale di Nostra Signora di Guadalupe e il 12 dicembre raccolse il suo popolo in un luogo solitario sulla montagna di S. Juan de los Lagos. Scoperto, arrestato, venne orribilmente torturato per giorni. «La morte, ma mai tradire» ripeteva il sacerdote, finché fu finito a colpi di pistola. San David Uribe, annoverato nel gruppo di martiri canonizzati da papa Giovanni Paolo II, fu strappato al suo gregge, dopo essere stato rinchiuso in un campo di concentramento. Riuscì tuttavia ad evadere e tornò alla sua parrocchia di Iguala, continuando ad esercitare, in forma clandestina, il suo ministero. Finì per essere nuovamente arrestato. Il generale governativo Castrejon propose ai parrocchiani di riscattare il sacerdote consegnando tremila pesos. Furono raccolti immediatamente, a costo anche di enormi sacrifici, ma il parroco non fu rilasciato: si pretendeva da lui un pubblico atto di apostasia e di adesione alla scismatica chiesa patriottica. Pabre Uribe rifiutò decisamente e fu allora sottoposto a lunghe torture, tra le quali il supplizio della graticola. La Domenica delle Palme del 1927 spirò dopo i terribili tormenti subiti.<br />Le sue ultime parole furono: «la morte piuttosto che rinnegare il Vicario di Cristo, lo amo il Papa! Viva il Papa!». Il suo corpo, gettato per strada, venne raccolto e gli fu data sepoltura con grandi onori.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/46299067</guid><pubDate>Tue, 31 Aug 2021 20:07:33 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/46299067/i_martiri_cristeros_sacerdoti_uomini_donne_anziani_bambini_morti_al_grido_viva_cristo_re.mp3" length="11603844" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Dovrei scappare via da Dio? ➜ https://www.youtube.com/watch?v=cm9_yqssVCE

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6692

I MARTIRI CRISTEROS: SACERDOTI, UOMINI, DONNE, ANZIANI, BAMBINI, MORTI AL GRIDO ''VIVA CRISTO...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Dovrei scappare via da Dio? ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=cm9_yqssVCE" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=cm9_yqssVCE</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6692" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6692</a><br /><br />I MARTIRI CRISTEROS: SACERDOTI, UOMINI, DONNE, ANZIANI, BAMBINI, MORTI AL GRIDO ''VIVA CRISTO RE''<br />La Cristiada fu la reazione del popolo messicano, profondamente cattolico, all'aggressione attuata dallo Stato autoritario nato dalla rivoluzione (VIDEO: Il martirio del sacerdote San Cristóbal)<br />di Paolo Gulisano<br />Nel corso del Novecento, dolorosamente percorso da immani tragedie conseguenza soprattutto del clima ideologico segnato dall'odio anticristiano, si è verificato anche un episodio ancor oggi poco conosciuto di martirio. Si trattò di una tremenda persecuzione, che si trascinò poi ancora per moltissimo tempo dopo il triennio cruento (1926-1929), lasciando effetti duraturi sulla struttura politica e sociale del Messico, determinando in maniera irreversibile il destino forse anche dell'intero sub-continente latino-americano. Fu un conflitto scatenato contro una società contadina, tradizionale, cattolica, un'aggressione perpetrata da uno Stato autoritario uscito da un processo rivoluzionario. Sarà papa Giovanni Paolo II (1978-2005) ad elevare agli onori degli altari alcuni martiri della persecuzione messicana: sacerdoti e laici, militanti delle organizzazioni cattoliche, tra cui san Manuel Morales, presidente della Lega Nazionale per la difesa della libertà religiosa. Uomini e donne che testimoniarono con coraggio la loro fede contro un governo che nella propria Costituzione affermava, tra l'altro, che «L'esistenza di qualsiasi ordine e congregazione religiosa resta proibito» (art. 5); «ogni culto è proibito fuori delle chiese, e nelle chiese il culto sarà sempre sottomesso all'ispezione dell'autorità civile» (art. 24); «le chiese sono proprietà dello Stato. Tutte le associazioni religiose sono incapaci di acquistare, possedere o amministrare beni immobili».<br /><br />I PRIMI MARTIRI CRISTEROS: JOAQUIM SILVA E MANUEL MELGAREJO<br />L'epopea della Cristiada annovera come suoi protomartiri Joaquim Silva e Manuel Melgarejo, il primo di 27 anni, il secondo di soli 17, entrambi mlitanti della Gioventù cattolica. Dopo il provvedimento della sospensione del culto pubblico voluto dai vescovi messicani per protestare contro le misure del governo, Silva aveva cominciato, insieme all'amico, a percorrere il paese e a tenere conferenze nelle quali, grazie ad una solida cultura, una fede appassionata e una concezione della vita come milizia, sapeva accendere gli animi dell'uditorio e spronarlo alla lotta. Domenica 12 settembre 1925, mentre si dirigevano in treno a Zamora per tenervi uno di questi incontri, vennero arrestati e condannati a morte senza nemmeno un processo. Inutilmente Silva chiese che almeno l'amico minorenne fosse risparmiato. Entrambi furono condotti al muro, dove i soldati non riuscirono a strappare dalle loro mani le corone del Rosario. Di fronte al plotone d'esecuzione Joaquim Silva tenne un discorso talmente toccante per sentimenti religiosi e patriottici, che gli stessi soldati ne furono commossi. Uno di essi si rifiutò di prender parte all'esecuzione, così che venne a sua volta arrestato e passato per le armi il giorno seguente. Joaquim disse con fermezza al comandante: «Non siamo dei criminali, né abbiamo paura della morte. lo stesso vi darò il segnale di sparare, quando griderò viva Cristo Re, viva la Vergine di Guadalupe». Così avvenne: al grido di battaglia e di vittoria lanciato dai due giovani partì la scarica di fucileria che li abbatté.<br />I corpi dei due eroi furono esposti più tardi nel cimitero: stringevano ancora tra le mani i rosari, e furono rivestiti di bianche vesti, dopo che i loro abiti insanguinati erano stati divisi in frammenti, come reliquie, tra i fedeli...]]></itunes:summary><itunes:duration>726</itunes:duration><itunes:keywords>cristeros,cristiada,martiri,melgarejo,messico,morales,sacrifici,silva,vivacristore</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0f69c08a85a89bca92c0fccdd262f517.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il miracolo che permetterà la beatificazione di Fulton Sheen</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-miracolo-che-permettera-la-beatificazione-di-fulton-sheen--45783913</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6654" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6654</a><br /><br />IL MIRACOLO CHE PERMETTERA' LA BEATIFICAZIONE DI FULTON SHEEN<br />Il libro ''61 minuti per un miracolo'' racconta con la semplicità di una mamma la guarigione di un neonato sopravvissuto senza danni alla mancanza di ossigeno<br />da Mimep-Docete<br />Avete sentito parlare di Fulton Sheen? Se no, non vi preoccupate. Neanche io lo conoscevo prima di aver letto il libro "61 minuti per un miracolo". È un libro che racconta la storia del miracolo che ha portato alla beatificazione dell'arcivescovo Fulton Sheen. E non è un miracolo qualsiasi. James Fulton, il bambino di Bonnie e Travis residenti a Peoria negli Stati Uniti, è nato senza respiro e senza il battito cardiaco. Per 61 minuti è stato rianimato dai medici ma senza grande successo. Quando, arrivati a tal punto da non avere nessuna speranza di vita, si sono decisi di rinunciare alla rianimazione, il cuore di James ha cominciato a battere e non si è fermato mai più. Il fatto più incredibile arriva solamente adesso: nonostante i 61 minuti durante i quali il cervello non ha ricevuto ossigeno, James non ha subito nessun danno. Oggi è un ragazzo normale senza nessun problema motorio o psicologico. È questo il vero miracolo che stupisce tutti, specialmente i medici e gli scienziati. È tutti questi fatti meravigliosi sono successi grazie alla fede incrollabile e la preghiera di una mamma attraverso l'Intercessione del futuro beato Fulton Sheen.<br /><br />FULTON SHEEN<br />Vediamo adesso chi è questo arcivescovo conosciutissimo negli Stati Uniti, ma poco conosciuto in Europa.<br />Fulton Sheen nacque a El Paso, in Illinois, l'8 maggio 1895, primo dei quattro figli di Newton Sheen e di Delia Fulton. Fu battezzato col nome di Peter John, ma fu sempre noto col cognome di sua madre da nubile come nome proprio. Nel 1905 si trasferì con la famiglia a Peoria, dove frequentò la scuola fino alle superiori. Dopo la laurea presso il St. Viator's College a Bourbonnais, entrò nel Seminario San Paolo a Saint Paul, in Minnesota. Il 20 settembre 1919 fu ordinato sacerdote a Peoria: da allora promise che avrebbe dedicato un'ora al giorno all'Adorazione Eucaristica, restando fedele a quell'impegno per tutta la vita. Approfondì gli studi a Washington DC, a Lovanio, a Parigi e a Roma. Mentre insegnava Teologia a Washington DC, cominciò a tenere un programma radiofonico sulla NBC, «L'Ora Cattolica» («The Catholic Hour»). Nel 1935 fu nominato Prelato Domestico di Sua Santità, ottenendo il titolo di monsignore. L'11 giugno 1951 fu ordinato vescovo a Roma. Nell'autunno dello stesso anno cominciò a condurre, sull'emittente televisiva NBC, il programma «Vale la pena di vivere» («Life's Worth Living»). Partecipò a tutte le sessioni del Concilio Vaticano II. Il 21 ottobre 1966 fu nominato vescovo della diocesi di Rochester, mantenendo l'incarico fino al 6 ottobre 1969, quando si dimise. Trascorse gli ultimi anni della sua vita dedicandosi alla predicazione e alla scrittura di libri. Morì il 9 dicembre 1979, nella cappella privata del suo appartamento di New York. Il 5 luglio 2019 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto relativo a un miracolo ottenuto per sua intercessione. Tuttavia, il 3 dicembre 2019, la diocesi di Peoria ha annunciato che la data della beatificazione è stata rinviata su richiesta di alcuni vescovi della Conferenza Episcopale Statunitense. I resti mortali di monsignor Sheen riposano dal 27 giugno 2019 presso la cattedrale di Santa Maria dell'Immacolata Concezione a Peoria, all'altare della Madonna del Perpetuo Soccorso.<br /><br />IL MIRACOLO<br />Bonnie Engstrom e il marito Travis conoscevano bene la figura dell'arcivescovo siccome vivevano nella parrocchia natale di Fulton Sheen. La loro casa era vicinissima alla cattedrale che lo ha visto crescere e dove era stato ordinato prete.<br />La mamma Bonnie aveva affidato James alla protezione dell'arcivescovo ancora prima della sua nascita. Lo aveva affidato al loro santo locale che ancora stava aspettando il miracolo necessario per la beatificazione.<br />In questo libro Bonnie racconta se stessa e la sua famiglia che oggi conta nove figli. Si racconta con una semplicità è una bellezza disarmante. Il suo racconto riesce a coinvolgerti dalle prime pagine. Non puoi non sentire il dolore e le preoccupazioni di una mamma verso un figlio, in questo caso un figlio nato morto. Però Bonnie non è una persona che si arrende facilmente. Ha lottato con tutte le armi disponibili per salvare la vita del figlio. La sua arma più potente è stata la preghiera. Non voglio dilungarmi troppo nelle mie impressioni da lettrice perché questo libro deve essere gustato da ciascuno personalmente. Bonnie vi prenderà per mano e vi porterà attraverso le emozioni che suscitano questo suo racconto. Più che un libro da leggere questo è un libro da vivere. Buona lettura!<br /><br />Nota di BastaBugie: per acquistare il libro "61 minuti per un miracolo. L'arcivescovo Fulton Sheen e la vera storia di un fatto incredibile", ed. Mimep-Docete, 144 pagine, € 12.00, clicca nel link qui sotto.<br /><a href="https://www.mimep.it/catalogo/spiritualita/santi/61-minuti-per-un-miracolo/" rel="noopener">https://www.mimep.it/catalogo/spiritualita/santi/61-minuti-per-un-miracolo/</a>]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/45783913</guid><pubDate>Wed, 21 Jul 2021 21:41:08 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/45783913/il_miracolo_che_permetter_la_beatificazione_di_fulton_sheen.mp3" length="5857324" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6654

IL MIRACOLO CHE PERMETTERA' LA BEATIFICAZIONE DI FULTON SHEEN
Il libro ''61 minuti per un miracolo'' racconta con la semplicità di una mamma la guarigione di un neonato...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6654" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6654</a><br /><br />IL MIRACOLO CHE PERMETTERA' LA BEATIFICAZIONE DI FULTON SHEEN<br />Il libro ''61 minuti per un miracolo'' racconta con la semplicità di una mamma la guarigione di un neonato sopravvissuto senza danni alla mancanza di ossigeno<br />da Mimep-Docete<br />Avete sentito parlare di Fulton Sheen? Se no, non vi preoccupate. Neanche io lo conoscevo prima di aver letto il libro "61 minuti per un miracolo". È un libro che racconta la storia del miracolo che ha portato alla beatificazione dell'arcivescovo Fulton Sheen. E non è un miracolo qualsiasi. James Fulton, il bambino di Bonnie e Travis residenti a Peoria negli Stati Uniti, è nato senza respiro e senza il battito cardiaco. Per 61 minuti è stato rianimato dai medici ma senza grande successo. Quando, arrivati a tal punto da non avere nessuna speranza di vita, si sono decisi di rinunciare alla rianimazione, il cuore di James ha cominciato a battere e non si è fermato mai più. Il fatto più incredibile arriva solamente adesso: nonostante i 61 minuti durante i quali il cervello non ha ricevuto ossigeno, James non ha subito nessun danno. Oggi è un ragazzo normale senza nessun problema motorio o psicologico. È questo il vero miracolo che stupisce tutti, specialmente i medici e gli scienziati. È tutti questi fatti meravigliosi sono successi grazie alla fede incrollabile e la preghiera di una mamma attraverso l'Intercessione del futuro beato Fulton Sheen.<br /><br />FULTON SHEEN<br />Vediamo adesso chi è questo arcivescovo conosciutissimo negli Stati Uniti, ma poco conosciuto in Europa.<br />Fulton Sheen nacque a El Paso, in Illinois, l'8 maggio 1895, primo dei quattro figli di Newton Sheen e di Delia Fulton. Fu battezzato col nome di Peter John, ma fu sempre noto col cognome di sua madre da nubile come nome proprio. Nel 1905 si trasferì con la famiglia a Peoria, dove frequentò la scuola fino alle superiori. Dopo la laurea presso il St. Viator's College a Bourbonnais, entrò nel Seminario San Paolo a Saint Paul, in Minnesota. Il 20 settembre 1919 fu ordinato sacerdote a Peoria: da allora promise che avrebbe dedicato un'ora al giorno all'Adorazione Eucaristica, restando fedele a quell'impegno per tutta la vita. Approfondì gli studi a Washington DC, a Lovanio, a Parigi e a Roma. Mentre insegnava Teologia a Washington DC, cominciò a tenere un programma radiofonico sulla NBC, «L'Ora Cattolica» («The Catholic Hour»). Nel 1935 fu nominato Prelato Domestico di Sua Santità, ottenendo il titolo di monsignore. L'11 giugno 1951 fu ordinato vescovo a Roma. Nell'autunno dello stesso anno cominciò a condurre, sull'emittente televisiva NBC, il programma «Vale la pena di vivere» («Life's Worth Living»). Partecipò a tutte le sessioni del Concilio Vaticano II. Il 21 ottobre 1966 fu nominato vescovo della diocesi di Rochester, mantenendo l'incarico fino al 6 ottobre 1969, quando si dimise. Trascorse gli ultimi anni della sua vita dedicandosi alla predicazione e alla scrittura di libri. Morì il 9 dicembre 1979, nella cappella privata del suo appartamento di New York. Il 5 luglio 2019 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto relativo a un miracolo ottenuto per sua intercessione. Tuttavia, il 3 dicembre 2019, la diocesi di Peoria ha annunciato che la data della beatificazione è stata rinviata su richiesta di alcuni vescovi della Conferenza Episcopale Statunitense. I resti mortali di monsignor Sheen riposano dal 27 giugno 2019 presso la cattedrale di Santa Maria dell'Immacolata Concezione a Peoria, all'altare della Madonna del Perpetuo Soccorso.<br /><br />IL MIRACOLO<br />Bonnie Engstrom e il marito Travis conoscevano bene la figura dell'arcivescovo siccome vivevano nella parrocchia natale di Fulton Sheen. 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Michele Ghisleri, domenicano e inquisitore, il papa di Lepanto, del messale «vetus ordo», del Rosario, il papa che, pur rinascimentale, non smise mai di indossare il saio sotto le vesti da papa? Eppure c'è sempre qualcosa che sfugge anche al più informato. Ed ecco il libro di Roberto De Mattei, storico accademico, che informa nel minimo dettaglio con un'opera che si può considerare definitiva, del tipo tutto-quel-che-volete-sapere-e-non-avete-mai-osato-chiedere: Pio V. Storia di un papa santo (Lindau, pp. 480, €. 32).<br />Perciò, mi soffermerò su un particolare punto della biografia: il sostegno a Maria Stuarda, la regina cattolica che ha colpito l'immaginario come nessun'altra. Su di lei sono stati scritti romanzi, melodrammi e film a josa fin dai tempi di Lumière, interpretarla fruttò l'Oscar a Katherine Hepburn (l'ultimo in ordine di tempo vede in scena calibri come Saoirse Ronan, somigliantissima, e Margot Robbie, imbruttita per fare Elisabetta). C'è pure una canzone di Mike Oldfield (quello della colonna sonora de L'esorcista), To France. Mary Steward modificò il cognome in Stuart per renderlo pronunciabile ai francesi, di cui era diventata regina. Sua madre Mary era sorella di Enrico VIII, e Mary si chiamava la figlia legittima di lui e Caterina d'Aragona.<br />Sì, Bloody Mary, Maria la Sanguinaria (senti chi parla...). Se vi chiedete come mai tutto questo spesseggiare di Marie nelle isole britanniche, sappiate che queste ultime erano la «Dote di Maria», intesa come la Madonna. Cioè, il regno più mariano del mondo fino allo Scisma. Mary Stuart, morto il marito re di Francia, non tardò a rendersi conto che due regine vedove erano troppe (l'altra era la suocera Caterina de' Medici) e tornò in Scozia, di cui era diventata regina. Salvo trovarla protestantizzata dal calvineggiante John Knox, con una bella fetta di nobiltà cui non pareva vero di poter fare come i colleghi inglesi divenuti protestanti per mettere le mani sui beni della Chiesa.<br />Mary, giovane e bella, era coltissima e pure donna d'azione, ma non riuscì a barcamenarsi. Quando le uccisero il segretario, l'italiano cattolico Davide Rizzio, sotto gli occhi per isolarla vieppiù, trovò appoggio solo in san Pio V, che ne seguiva con apprensione le vicissitudini. Il papa il 6 giugno 1566 le scrisse di suo pugno per confortarla e le mandò 20mila scudi d'oro per i suoi bisogni, promettendone ancora quando ne avesse avuto disponibilità. Ma le cose precipitarono lo stesso e Mary Stuart dovette fuggire dalla Scozia. Dove?<br />Non c'era che un posto: l'Inghilterra di Elisabetta I. Che in fondo era sua cugina. Quest'ultima le dimostrò affetto e comprensione, ma per sicurezza la mise sotto chiave. In fondo, era Mary ad avere diritto al trono d'Inghilterra, essendo Elisabetta figlia illegittima di Enrico VIII. E i legittimisti, anche protestanti, non mancavano di farlo presente. Per giunta, congiure e complotti e ribellioni di lord cattolici si susseguivano, tutti aventi come scopo di mettere Mary sul trono che le spettava. Elisabetta a quel punto tramutò l'ospitalità in prigionia vera e propria. E il 25 febbraio 1570 san Pio V la scomunicò con la bolla Regnans in excelsis, atto che la dichiarava decaduta e scioglieva i sudditi da ogni obbligo di obbedienza nei suoi confronti.<br />Elisabetta reagì aggrappandosi spasmodicamente alla poltrona e portando al parossismo le persecuzioni anticattoliche. Alla fine, fece quel che aveva esitato a fare fino a quel momento, anche perché non si era mai visto nella storia un re di diritto divino processato e condannato. L'infelice Mary Stuart salì sul patibolo vestita di nero. Prima di porgere il collo al boia si tolse l'abito e mostrò che sotto aveva una veste rossa, il colore dei martiri. Il destino, sarcasticamente, volle che dopo Elisabetta al trono salisse suo figlio, Giacomo VI Stuart di Scozia e poi I d'Inghilterra. Però, con la madre prigioniera in Inghilterra, era stato cresciuto dai nobili scozzesi nella fede protestante.<br /><br />Nota di BastaBugie: Maria Stuarda, regina di Scozia, fu decapitata perché era cattolica e aveva più diritti di Elisabetta a regnare su tutta l'isola britannica.<br />Per approfondire la sua storia e vedere il trailer del film del 2018 visita il sito www.filmgarantiti.it]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/45631251</guid><pubDate>Tue, 13 Jul 2021 19:15:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/45631251/san_pio_v_storia_di_un_papa_santo.mp3" length="6450058" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6641

SAN PIO V, STORIA DI UN PAPA SANTO di Rino Cammilleri
Che cosa non sappiamo, noi Kattolici, di san Pio V? Michele Ghisleri, domenicano e inquisitore, il papa di Lepanto, del...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6641<br /><br />SAN PIO V, STORIA DI UN PAPA SANTO di Rino Cammilleri<br />Che cosa non sappiamo, noi Kattolici, di san Pio V? Michele Ghisleri, domenicano e inquisitore, il papa di Lepanto, del messale «vetus ordo», del Rosario, il papa che, pur rinascimentale, non smise mai di indossare il saio sotto le vesti da papa? Eppure c'è sempre qualcosa che sfugge anche al più informato. Ed ecco il libro di Roberto De Mattei, storico accademico, che informa nel minimo dettaglio con un'opera che si può considerare definitiva, del tipo tutto-quel-che-volete-sapere-e-non-avete-mai-osato-chiedere: Pio V. Storia di un papa santo (Lindau, pp. 480, €. 32).<br />Perciò, mi soffermerò su un particolare punto della biografia: il sostegno a Maria Stuarda, la regina cattolica che ha colpito l'immaginario come nessun'altra. Su di lei sono stati scritti romanzi, melodrammi e film a josa fin dai tempi di Lumière, interpretarla fruttò l'Oscar a Katherine Hepburn (l'ultimo in ordine di tempo vede in scena calibri come Saoirse Ronan, somigliantissima, e Margot Robbie, imbruttita per fare Elisabetta). C'è pure una canzone di Mike Oldfield (quello della colonna sonora de L'esorcista), To France. Mary Steward modificò il cognome in Stuart per renderlo pronunciabile ai francesi, di cui era diventata regina. Sua madre Mary era sorella di Enrico VIII, e Mary si chiamava la figlia legittima di lui e Caterina d'Aragona.<br />Sì, Bloody Mary, Maria la Sanguinaria (senti chi parla...). Se vi chiedete come mai tutto questo spesseggiare di Marie nelle isole britanniche, sappiate che queste ultime erano la «Dote di Maria», intesa come la Madonna. Cioè, il regno più mariano del mondo fino allo Scisma. Mary Stuart, morto il marito re di Francia, non tardò a rendersi conto che due regine vedove erano troppe (l'altra era la suocera Caterina de' Medici) e tornò in Scozia, di cui era diventata regina. Salvo trovarla protestantizzata dal calvineggiante John Knox, con una bella fetta di nobiltà cui non pareva vero di poter fare come i colleghi inglesi divenuti protestanti per mettere le mani sui beni della Chiesa.<br />Mary, giovane e bella, era coltissima e pure donna d'azione, ma non riuscì a barcamenarsi. Quando le uccisero il segretario, l'italiano cattolico Davide Rizzio, sotto gli occhi per isolarla vieppiù, trovò appoggio solo in san Pio V, che ne seguiva con apprensione le vicissitudini. Il papa il 6 giugno 1566 le scrisse di suo pugno per confortarla e le mandò 20mila scudi d'oro per i suoi bisogni, promettendone ancora quando ne avesse avuto disponibilità. Ma le cose precipitarono lo stesso e Mary Stuart dovette fuggire dalla Scozia. Dove?<br />Non c'era che un posto: l'Inghilterra di Elisabetta I. Che in fondo era sua cugina. Quest'ultima le dimostrò affetto e comprensione, ma per sicurezza la mise sotto chiave. In fondo, era Mary ad avere diritto al trono d'Inghilterra, essendo Elisabetta figlia illegittima di Enrico VIII. E i legittimisti, anche protestanti, non mancavano di farlo presente. Per giunta, congiure e complotti e ribellioni di lord cattolici si susseguivano, tutti aventi come scopo di mettere Mary sul trono che le spettava. Elisabetta a quel punto tramutò l'ospitalità in prigionia vera e propria. E il 25 febbraio 1570 san Pio V la scomunicò con la bolla Regnans in excelsis, atto che la dichiarava decaduta e scioglieva i sudditi da ogni obbligo di obbedienza nei suoi confronti.<br />Elisabetta reagì aggrappandosi spasmodicamente alla poltrona e portando al parossismo le persecuzioni anticattoliche. Alla fine, fece quel che aveva esitato a fare fino a quel momento, anche perché non si era mai visto nella storia un re di diritto divino processato e condannato. L'infelice Mary Stuart salì sul patibolo vestita di nero. Prima di porgere il collo al boia si tolse l'abito e mostrò che sotto aveva una veste rossa, il colore dei martiri. Il destino, sarcasticamente, volle che dopo...]]></itunes:summary><itunes:duration>404</itunes:duration><itunes:keywords>bloodymary,enricoviii,mariastuarda,mikeoldfield,piov</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/25e8140a133a68f4f9bf733f4c849207.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il frate francescano che sconfisse l'islam con croce e spada</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-frate-francescano-che-sconfisse-l-islam-con-croce-e-spada--45631465</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6646<br /><br />IL FRATE FRANCESCANO CHE SCONFISSE L'ISLAM CON CROCE E SPADA di Rino Cammilleri<br />Pozega è la storica capitale della Slavonia, regione della Croazia orientale. La cattedrale (i croati sono cattolici) è intitolata a Santa Teresa e davanti ad essa si erge una curiosa statua. Raffigura un uomo fiero con grandi baffoni che brandisce una spada e calpesta vittorioso la mezzaluna islamica. La cosa curiosa, come dicevamo, è che indossa il saio francescano con tanto di sandali. Una specie di Fra Diavolo, che si vestiva da frate per ingannare gli invasori francesi? No, si tratta proprio di un frate, pare addirittura ordinato sacerdote.<br />Il suo nome era p. Luka Ibrisimovic e il 12 marzo 1689 guidò il popolo in armi nella battaglia definitiva per la liberazione dal dominio ottomano. Lo chiamavano Il Falco (della guerra), Sokol in lingua locale. Ne parla il bel libro di Ambrogio M. Canavesi e Wawrzyniec M. Waszkiewics Guerrieri serafici. Racconti di pace e bene... e guerra (Tabula Fati, pp. 230, €. 13). I due autori sono non a caso preti e hanno messo insieme una serie di figure di francescani, più o meno conosciuti, che hanno guidato i cristiani in battaglia nelle varie epoche. I più noti sono, ovviamente, il b. Marco d'Aviano e s. Giovanni da Capestrano, liberatori a mano armata di Vienna e Belgrado, ma anche s. Lorenzo da Brindisi (vittoria di Albareale) e p. Anselmo da Pietramelara a Lepanto. Più altre figure rimaste nelle pieghe della storia e che meritava far riemergere. Come il Falco con cui abbiamo aperto queste righe.<br />Perché portava i baffoni anziché la barba alla cappuccina? Perché per lungo tempo i turchi occupanti avevano vietato gli abiti religiosi e anche i frati dovevano vestire alla laica. La chiesa dei francescani era una moschea da un secolo e mezzo. Ora, gli slavoni a quel tempo portavano tutti dei grandi baffi e non era il caso di distinguersi attirando l'attenzione. Ma il Falco non aveva mai smesso di tramare contro gli infedeli. Era praticamente l'informatore dell'Imperatore sui movimenti delle truppe ottomane, la loro dislocazione e consistenza. E il vescovo di Balgrado (che era suo zio) doveva a lui le notizie sulla situazione del cristianesimo e dei cristiani in Slavonia. Ma non poteva durare: il corriere di cui si serviva portava le informazioni dentro a un bastone da pellegrino cavo. Scoperto per chissà quale soffiata, finì impalato (morte atroce e di lunghissima agonia di cui i turchi erano specialisti). P. Luka Ibrisimovic fu incarcerato carico di catene. Ma c'era un'altra usanza dei turchi che era più forte di ogni altra, il baksis. Cioè, la mazzetta (pare che in molti luoghi islamici esista sempre, a partire dall'impiegato delle poste). I confratelli di p. Luka raggranellarono una cifra congrua e il prigioniero venne rilasciato.<br />La riscossa cominciò a muoversi nel 1684, un anno dopo la liberazione di Vienna da parte del re di Polonia Jan Sobieski e il suo «veni, vidi, Deus vicit». Nel 1686 venne liberata Buda. L'anno seguente i turchi vennero sconfitti proprio a Mohàcs, in Ungheria (perdite: 600 cristiani, 10mila turchi), dove 160 anni prima avevano schiacciato i cristiani e ucciso il re Luigi Jagellone. In quattro anni gli ottomani avevano perso ben tre gran visir, giustiziati dal sultano per le loro sconfitte. Il momento era dunque favorevole e l'imperatore Leopoldo I emanò un proclama in cui esortava gli slavoni a prendere le armi contro gli occupanti. Nel frattempo truppe imperiali entravano nella Slavonia e p. Luka andò loro incontro alla testa dei ribelli che aveva personalmente radunato. Pozega venne liberata, ma gli imperiali dovettero proseguire verso la Serbia. A tenere la città rimase un presidio insufficiente. E infatti i turchi si ripresentarono in forze.<br />L'assedio era senza speranza, ma il Falco escogitò un piano audacissimo e folle: attaccare di notte l'immenso accampamento nemico che stava sul colle del Sokolovac. Armati anche di forconi e bastoni (le armi erano scarse) e guidati all'assalto dal settantenne p. Luka col crocifisso in una mano e la spada nell'altra, l'impresa disperata riuscì. La giornata divenne festa nazionale.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/45631465</guid><pubDate>Tue, 13 Jul 2021 19:15:05 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/45631465/il_frate_francescano_che_sconfisse_l_islam_con_croce_e_spada.mp3" length="5386284" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6646

IL FRATE FRANCESCANO CHE SCONFISSE L'ISLAM CON CROCE E SPADA di Rino Cammilleri
Pozega è la storica capitale della Slavonia, regione della Croazia orientale. La cattedrale (i...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6646<br /><br />IL FRATE FRANCESCANO CHE SCONFISSE L'ISLAM CON CROCE E SPADA di Rino Cammilleri<br />Pozega è la storica capitale della Slavonia, regione della Croazia orientale. La cattedrale (i croati sono cattolici) è intitolata a Santa Teresa e davanti ad essa si erge una curiosa statua. Raffigura un uomo fiero con grandi baffoni che brandisce una spada e calpesta vittorioso la mezzaluna islamica. La cosa curiosa, come dicevamo, è che indossa il saio francescano con tanto di sandali. Una specie di Fra Diavolo, che si vestiva da frate per ingannare gli invasori francesi? No, si tratta proprio di un frate, pare addirittura ordinato sacerdote.<br />Il suo nome era p. Luka Ibrisimovic e il 12 marzo 1689 guidò il popolo in armi nella battaglia definitiva per la liberazione dal dominio ottomano. Lo chiamavano Il Falco (della guerra), Sokol in lingua locale. Ne parla il bel libro di Ambrogio M. Canavesi e Wawrzyniec M. Waszkiewics Guerrieri serafici. Racconti di pace e bene... e guerra (Tabula Fati, pp. 230, €. 13). I due autori sono non a caso preti e hanno messo insieme una serie di figure di francescani, più o meno conosciuti, che hanno guidato i cristiani in battaglia nelle varie epoche. I più noti sono, ovviamente, il b. Marco d'Aviano e s. Giovanni da Capestrano, liberatori a mano armata di Vienna e Belgrado, ma anche s. Lorenzo da Brindisi (vittoria di Albareale) e p. Anselmo da Pietramelara a Lepanto. Più altre figure rimaste nelle pieghe della storia e che meritava far riemergere. Come il Falco con cui abbiamo aperto queste righe.<br />Perché portava i baffoni anziché la barba alla cappuccina? Perché per lungo tempo i turchi occupanti avevano vietato gli abiti religiosi e anche i frati dovevano vestire alla laica. La chiesa dei francescani era una moschea da un secolo e mezzo. Ora, gli slavoni a quel tempo portavano tutti dei grandi baffi e non era il caso di distinguersi attirando l'attenzione. Ma il Falco non aveva mai smesso di tramare contro gli infedeli. Era praticamente l'informatore dell'Imperatore sui movimenti delle truppe ottomane, la loro dislocazione e consistenza. E il vescovo di Balgrado (che era suo zio) doveva a lui le notizie sulla situazione del cristianesimo e dei cristiani in Slavonia. Ma non poteva durare: il corriere di cui si serviva portava le informazioni dentro a un bastone da pellegrino cavo. Scoperto per chissà quale soffiata, finì impalato (morte atroce e di lunghissima agonia di cui i turchi erano specialisti). P. Luka Ibrisimovic fu incarcerato carico di catene. Ma c'era un'altra usanza dei turchi che era più forte di ogni altra, il baksis. Cioè, la mazzetta (pare che in molti luoghi islamici esista sempre, a partire dall'impiegato delle poste). I confratelli di p. Luka raggranellarono una cifra congrua e il prigioniero venne rilasciato.<br />La riscossa cominciò a muoversi nel 1684, un anno dopo la liberazione di Vienna da parte del re di Polonia Jan Sobieski e il suo «veni, vidi, Deus vicit». Nel 1686 venne liberata Buda. L'anno seguente i turchi vennero sconfitti proprio a Mohàcs, in Ungheria (perdite: 600 cristiani, 10mila turchi), dove 160 anni prima avevano schiacciato i cristiani e ucciso il re Luigi Jagellone. In quattro anni gli ottomani avevano perso ben tre gran visir, giustiziati dal sultano per le loro sconfitte. Il momento era dunque favorevole e l'imperatore Leopoldo I emanò un proclama in cui esortava gli slavoni a prendere le armi contro gli occupanti. Nel frattempo truppe imperiali entravano nella Slavonia e p. Luka andò loro incontro alla testa dei ribelli che aveva personalmente radunato. Pozega venne liberata, ma gli imperiali dovettero proseguire verso la Serbia. A tenere la città rimase un presidio insufficiente. 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Altra "coppia" sorprendente fu quella composta da san Francesco di Sales e Giovanna Francesca Frémyot de Chantal. Fu infatti grazie all'incontro con il vescovo di Ginevra che Giovanna definì il suo percorso di santità.<br />I francesi la chiamano sainte Chantal e la venerano ad Annecy, dove riposa accanto a san Francesco di Sales.<br />Nasce a Digione il 23 gennaio 1572 in una famiglia dell'alta nobiltà borgognona. Suo padre è Benigno Frémyot, secondo presidente del Parlamento. Rimasta ben presto orfana di madre, crescerà sotto l'educazione e la morale paterne.<br />Il 29 dicembre 1592 Giovanna sposa Cristoforo II, barone di Chantal. Il loro è un matrimonio felice. Viene da subito chiamata «la dama perfetta» per quel suo prodigarsi nella tenuta di Bourbilly e per le attenzioni e premure che riserva al consorte. Da questa unione perfetta nascono sei figli: i primi due muoiono alla nascita, poi arrivano Celso Benigno, Maria Amata, Francesca e Carlotta.<br /><br />LA DAMA PERFETTA<br />Dolce, serena, affabile, Giovanna è amata dai suoi familiari, come dalla servitù. Quando Cristoforo si assenta dal castello per adempiere ai suoi impegni di corte, Giovanna lascia gli abiti eleganti e si dedica ai poveri, ai quali non offre solo denaro, ma la propria persona, servendoli. La sua carità si fa immensa durante la carestia che colpisce la Borgogna nell'inverno 1600-1601. È qui che la baronessa, senza ascoltare i borbottii di molti e incoraggiata dal consorte, trasforma il maniero in un vero e proprio ospedale per ospitare madri e bambini in difficoltà e si occupa della costruzione di un nuovo forno per poter distribuire il pane a tutti coloro che bussano alla sua porta. Un giorno le viene detto che nel granaio non è rimasto che un solo sacco di segala... e lei, senza esitazioni, ordina di proseguire la distribuzione del pane, come prima... la segala finirà al nuovo raccolto.<br />Ma ecco giungere la prima grande prova, la morte di Cristoforo, ucciso da un colpo di archibugio durante una battuta di caccia.<br />Resta vedova a soli 29 anni, vedova e madre di quattro creature di cui la prima ha solo cinque anni e l'ultima pochi giorni. Matura, in questo tempo di lutto e di dolore, il desiderio di consacrarsi a Cristo, ma i doveri familiari non le permettono una scelta di vita così drastica. In attesa di conoscere la volontà di Dio, Giovanna si dedica totalmente ai figli, all'amministrazione della casa e alla preghiera.<br />Il suocero, barone di Chantal, la informa che deve subito trasferirsi da lui, a Monthélon se desidera che i figli prendano parte all'eredità e lei accetta, pur sapendo che nella residenza dell'anziano barone comanda una «servapadrona». Per lungo tempo dovrà sopportare le angherie di quest'ultima.<br />Il suo nome inizia a rendersi noto per la sua carità. Non è più chiamata «dama perfetta», ma la «nostra buona signora».<br /><br />LA SVOLTA CON IL NUOVO DIRETTORE SPIRITUALE<br />Un'altra difficile prova deve ora affrontare: la sua guida spirituale non comprende la sua persona, non sa leggere la sua anima. Un giorno suo padre la invita a Digione, questa volta per ascoltare il quaresimale del vescovo di Ginevra, Francesco di Sales, la cui fama si diffonde sempre più in Savoia e in tutta la Francia. Il primo incontro fra Giovanna e il vescovo avviene il 5 marzo del 1604. Da allora si instaura un camino di unione fraterna e spirituale straordinario. La direzione spirituale di Francesco di Sales si realizza soprattutto attraverso l'epistolario, dove l'umano è «divinizzato» e il divino «umanizzato».<br />In una lettera inviata al vescovo ginevrino Giovanna scrive: «... tutto quello che di creato c'è quaggiù non è niente per me se paragonato al mio carissimo Padre... Un giorno mi comandaste di distaccarmi e di spogliarmi di tutto. Oh Dio, quanto è facile lasciare quello che è attorno a noi, ma lasciare la propria pelle, la propria carne, le proprie ossa e penetrare nell'intimo delle midolla, che è, mi sembra, quello che abbiamo fatto è una cosa grande, difficile e impossibile se non alla grazia di Dio».<br />Nel 1610 firma di fronte al notaio un atto con il quale si spoglia di tutti i beni in favore dei figli. Lascia dunque la famiglia e parte per Annecy e il 6 giugno, insieme a due compagne, Giacomina Favre e Giovanna Carlotta de Bréchard entra nella piccola ed umile «casa della Galleria», culla dell'Ordine della Visitazione.<br />Rimarrà sempre "madre", continuando ad amare profondamente e teneramente i suoi figli. Nuove morti, nuovi lutti... tanto che soltanto la figlia Francesca le sopravviverà tra figli, fratelli, generi e nuora. Perciò Dio diventa per lei l'unica ricerca, l'unico fine della sua attuale vita. Alla scomparsa di Francesco di Sales (28 dicembre 1622), Giovanna si trova sola alla guida della nuova famiglia religiosa della Visitazione. Si fa pellegrina sulle strade di Francia, fondando ben 87 case visitandine. Consumata «nell'amore di opera e nell'opera di amore», come usava dire, si spegne il 13 dicembre 1641 nel monastero di Moulins.<br />Le «Lettere di amicizia e direzione» (tradotte per la prima volta in italiano, a cura dei monasteri della Visitazione d'Italia) sono la testimonianza più viva della grande spiritualità di Madre Chantal ed è la prova che fosse persona troppo intelligente e "libera" per ridursi ad un'ombra anonima di san Francesco di Sales.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/45484886</guid><pubDate>Tue, 06 Jul 2021 20:00:05 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/45484886/santa_giovanna_de_chantal_e_san_francesco_di_sales.mp3" length="8520142" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6635

SANTA GIOVANNA DE CHANTAL E SAN FRANCESCO DI SALES
Sposò a vent'anni un barone, da cui ebbe sei figli, rimasta vedova, sotto la guida di Francesco di Sales, suo padre spirituale,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6635" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6635</a><br /><br />SANTA GIOVANNA DE CHANTAL E SAN FRANCESCO DI SALES<br />Sposò a vent'anni un barone, da cui ebbe sei figli, rimasta vedova, sotto la guida di Francesco di Sales, suo padre spirituale, diede vita a un ordine religioso per l'assistenza dei malati<br />di Cristina Siccardi<br />Nella storia della Chiesa troviamo alcuni casi in cui uomo e donna hanno agito insieme nel cammino della santità, ricordiamo così Francesco e Chiara, Elzeario di Sabran e Delfina di Glandève, Teresa d'Avila e Giovanni della Croce, Benedetto e Scolastica, Luigi e Zelia Martin (genitori di santa Teresina di Lisieux), Giulia e Carlo Tancredi di Barolo, i coniugi Beltrame. Altra "coppia" sorprendente fu quella composta da san Francesco di Sales e Giovanna Francesca Frémyot de Chantal. Fu infatti grazie all'incontro con il vescovo di Ginevra che Giovanna definì il suo percorso di santità.<br />I francesi la chiamano sainte Chantal e la venerano ad Annecy, dove riposa accanto a san Francesco di Sales.<br />Nasce a Digione il 23 gennaio 1572 in una famiglia dell'alta nobiltà borgognona. Suo padre è Benigno Frémyot, secondo presidente del Parlamento. Rimasta ben presto orfana di madre, crescerà sotto l'educazione e la morale paterne.<br />Il 29 dicembre 1592 Giovanna sposa Cristoforo II, barone di Chantal. Il loro è un matrimonio felice. Viene da subito chiamata «la dama perfetta» per quel suo prodigarsi nella tenuta di Bourbilly e per le attenzioni e premure che riserva al consorte. Da questa unione perfetta nascono sei figli: i primi due muoiono alla nascita, poi arrivano Celso Benigno, Maria Amata, Francesca e Carlotta.<br /><br />LA DAMA PERFETTA<br />Dolce, serena, affabile, Giovanna è amata dai suoi familiari, come dalla servitù. Quando Cristoforo si assenta dal castello per adempiere ai suoi impegni di corte, Giovanna lascia gli abiti eleganti e si dedica ai poveri, ai quali non offre solo denaro, ma la propria persona, servendoli. La sua carità si fa immensa durante la carestia che colpisce la Borgogna nell'inverno 1600-1601. È qui che la baronessa, senza ascoltare i borbottii di molti e incoraggiata dal consorte, trasforma il maniero in un vero e proprio ospedale per ospitare madri e bambini in difficoltà e si occupa della costruzione di un nuovo forno per poter distribuire il pane a tutti coloro che bussano alla sua porta. Un giorno le viene detto che nel granaio non è rimasto che un solo sacco di segala... e lei, senza esitazioni, ordina di proseguire la distribuzione del pane, come prima... la segala finirà al nuovo raccolto.<br />Ma ecco giungere la prima grande prova, la morte di Cristoforo, ucciso da un colpo di archibugio durante una battuta di caccia.<br />Resta vedova a soli 29 anni, vedova e madre di quattro creature di cui la prima ha solo cinque anni e l'ultima pochi giorni. Matura, in questo tempo di lutto e di dolore, il desiderio di consacrarsi a Cristo, ma i doveri familiari non le permettono una scelta di vita così drastica. In attesa di conoscere la volontà di Dio, Giovanna si dedica totalmente ai figli, all'amministrazione della casa e alla preghiera.<br />Il suocero, barone di Chantal, la informa che deve subito trasferirsi da lui, a Monthélon se desidera che i figli prendano parte all'eredità e lei accetta, pur sapendo che nella residenza dell'anziano barone comanda una «servapadrona». Per lungo tempo dovrà sopportare le angherie di quest'ultima.<br />Il suo nome inizia a rendersi noto per la sua carità. Non è più chiamata «dama perfetta», ma la «nostra buona signora».<br /><br />LA SVOLTA CON IL NUOVO DIRETTORE SPIRITUALE<br />Un'altra difficile prova deve ora affrontare: la sua guida spirituale non comprende la sua persona, non sa leggere la sua anima. Un giorno suo padre la invita a Digione, questa volta per ascoltare il quaresimale del vescovo di Ginevra, Francesco di...]]></itunes:summary><itunes:duration>533</itunes:duration><itunes:keywords>barone,castello,chantal,damaperfetta,sales</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/7fcf314b667f9e930750d90ce8f75ced.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Tarcisio, martire dell'eucaristia</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-tarcisio-martire-dell-eucaristia--45485234</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6636" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6636</a><br /><br />SAN TARCISIO, MARTIRE DELL'EUCARISTIA di Maria Bigazzi<br />Veramente nell'Eucaristia Gesù ci ha dato tutto. Avendoci amato, ci amò fino alla fine, donandosi completamente a noi, restando presente sotto le specie del pane e del vino, per unirsi a noi nella santa Comunione.<br />Tutte le più alte e più profonde espressioni dell'Amore di Dio sono racchiuse nell' Eucaristia. Essendo Amore infinito, Gesù Cristo non ci ha privati della Sua presenza, restando fra noi con umiltà nel Tabernacolo, nascosto sotto i veli eucaristici come vittima innocente in olocausto di adorazione al Padre, intercedendo incessantemente per noi.<br />Ciò comporta anche una grande responsabilità da parte dell'uomo, in quanto Gesù si è reso "piccolo e indifeso" per arrivare a tutti, sottoponendosi al rischio di tante profanazioni e insulti da parte degli empi, che Egli sopporta per il Suo sconfinato Amore, piuttosto che privarci della Sua presenza sui nostri altari.<br />Ma come ci ricorda Gesù stesso, "A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto". A noi è stato dato il grande e infinito dono dell'Eucaristia, dove il Figlio di Dio, vero Dio e vero Uomo, aspetta notte e giorno che gli uomini si avvicinino a Lui, vera fonte di Vita.<br />Per questo siamo chiamati anche ad essere difensori dell'Eucaristia, perché è grave mancanza, ma soprattutto grave peccato, commettere abusi verso di essa o permettere che vengano perpetrati.<br /><br />LA PIÙ GRANDE DI TUTTE LE MERAVIGLIE<br />Se noi crediamo che nell'Eucaristia sia realmente presente Dio, e così è, quale non dovrebbe essere il nostro rispetto e la nostra adorazione verso tale Sacramento!<br />Oggi infatti, ad essersi perso è il senso del valore dell'Eucaristia, e a dimostrarlo sono i continui abusi, profanazioni, mancanze e irriverenze che vengono fatte a questo Sacramento.<br />È dunque necessario ritornare a Dio, e a Lui per mezzo del Suo amato Figlio Gesù Cristo, mediante il Sacramento eucaristico e l'Adorazione.<br />Dove possiamo trovare Dio? Certamente possiamo avvicinarci a Lui mediante l'Eucaristia, in cui Gesù è realmente presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità; lo stesso "Gesù passato, presente e futuro", come affermava san Pier Giuliano Eymard.<br />L'Eucaristia, infatti, che è ciò che di più prezioso abbiamo, e il faro che le nostre pupille non devono mai perdere.<br />Una sublime descrizione di questo mirabile Sacramento la fornisce san Tommaso D'Aquino, che nella sua vita si adoperò instancabilmente per far conoscere e lodare Gesù Eucaristico.<br />Insegna infatti, che "L'Eucaristia è il memoriale della passione, il compimento delle figure dell'antica alleanza, la più grande di tutte le meraviglie operate dal Cristo, il mirabile documento del suo amore immenso per gli uomini".<br /><br />SAN TARCISIO (DA CUI IL NOME DEL VESTITO DEI CHIERICHETTI: LA TARCISIANA)<br />Una figura molto importante per il suo amore verso Gesù Eucaristico e che ci può aiutare a riflettere sul ruolo a cui siamo chiamati, è san Tarcisio martire.<br />Tarcisio, accolito della Chiesa di Roma, fu martirizzato giovanissimo, mentre portava la santa Eucaristia ai cristiani carcerati a causa della persecuzione.<br />Profondamente legato a Gesù Eucaristico, egli si occupava del prossimo con grande carità, rischiando la vita per portare il vero Nutrimento ai fratelli perseguitati.<br />Un giorno lungo il tragitto venne scoperto da alcuni soldati, i quali non riuscendogli a strappare l'Eucaristia dalle mani, lo uccisero brutalmente.<br />San Tarcisio non cedette di fronte a coloro che volevano portargli via Gesù e per non farlo cadere in mani profane, lo strinse al petto proteggendolo con il suo corpo, guadagnando così la gloria del Paradiso.<br />Il martirio di Tarcisio è riportato nell'epigrafe posta da papa Damaso sul suo sepolcro. La data della sua morte venne fissata il 15 agosto del 257 d.C.<br />Nonostante le notizie della sua vita siano poche, in san Tarcisio abbiamo un esempio di grande virtù e coraggio. Egli ha speso tutta la sua esistenza per il Tesoro più grande e prezioso, offrendo la sua stessa vita piuttosto che permettere una grave profanazione.<br />Nel giorno in cui il Signore gli chiese prova del suo amore, san Tarcisio si dimostrò un "servo buono e fedele" ricevendo in dono il premio eterno.<br />Sul suo esempio, impariamo anche noi ad amare con tutto il cuore la santa Eucaristia, mettendola al centro della nostra vita, e portandole tutto il rispetto e l'adorazione che le deve essere dato.<br /><br />Nota di BastaBugie: nell'articolo seguente dal titolo "Quando si ama l'Eucaristia... la frusta passa, ma Gesù resta!" parla di una storia realmente accaduta a tre bambine africane che per amore di Gesù hanno preferito le frustate al rimanere senza fare la comunione.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su I Tre Sentieri il 2 giugno 2021:<br />Siamo in Gabon, all'inizio del XX secolo. Tre bambine hanno fatto la Prima Comunione e vanno a salutare il missionario, il quale le invita a ritornare qualche settimana più tardi per fare la Comunione. Esse promettono e se ne vanno.<br />Impiegarono cinque giorni di cammino per ritornare a casa. Passate alcune settimane, le bimbe dissero al padre: "Papà, lasciaci andare alla Missione per fare la Comunione." Ma il padre, ancora idolatra, rifiutò. Poiché esse insistevano, intervenne il capo del villaggio: "Bambine, se partirete riceverete ciascuna cinquanta colpi di frusta sulla schiena".<br />Senza dire nulla la bambine aspettarono la notte. Era molto buio e, pensando che nessuno le avrebbe viste, partirono. Ma le bloccarono, le condussero al centro del villaggio e ciascuna ricevette cinquanta colpi di frusta.<br />L'indomani le bimbe si dissero: "Ci hanno talmente pestate ieri che oggi non penseranno più a noi." Partirono.<br />Dopo cinque giorni arrivarono alla Missione. Erano sfinite, coperte di ferite e di lividi. Il missionario esclamò: "Bimbe, da dove venite? Che cos'è tutto questo sangue?" "Padre, ci hanno picchiato."<br />"Ma chi è stato?" "Tu ci avevi detto di ritornare a fare la Comunione. Papà non ha voluto, e noi siamo partite lo stesso, ci hanno prese e tutte abbiamo ricevuto cinquanta colpi di frusta perdendo molto sangue."<br />"Ma è orribile!" "Padre, Gesù non ha forse sofferto più di noi per salvarci?"<br />"Sì, ma..." "Guarda la Croce che hai sul petto. Lui è stato flagellato molto più di noi!"<br />Qualche giorno dopo, le bambine, dopo aver curato le loro piaghe e nutrito le loro anime con il Pane dei forti, si prepararono a partire.<br />"Partite, bimbe?" Domandò il missionario. "Sì, padre."<br />"Ma sarete ancora picchiate..." "Oh, sì, padre!"<br />"Altri cinquanta colpi di frusta?" "Sì, padre."<br />"E non avete paura?" La più grande rispose: "Ascolti, padre: la frusta passa, ma Gesù resta!"]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/45485234</guid><pubDate>Tue, 29 Jun 2021 21:33:17 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/45485234/san_tarcisio_martire_dell_eucaristia.mp3" length="9560024" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6636

SAN TARCISIO, MARTIRE DELL'EUCARISTIA di Maria Bigazzi
Veramente nell'Eucaristia Gesù ci ha dato tutto. Avendoci amato, ci amò fino alla fine, donandosi completamente a noi,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6636" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6636</a><br /><br />SAN TARCISIO, MARTIRE DELL'EUCARISTIA di Maria Bigazzi<br />Veramente nell'Eucaristia Gesù ci ha dato tutto. Avendoci amato, ci amò fino alla fine, donandosi completamente a noi, restando presente sotto le specie del pane e del vino, per unirsi a noi nella santa Comunione.<br />Tutte le più alte e più profonde espressioni dell'Amore di Dio sono racchiuse nell' Eucaristia. Essendo Amore infinito, Gesù Cristo non ci ha privati della Sua presenza, restando fra noi con umiltà nel Tabernacolo, nascosto sotto i veli eucaristici come vittima innocente in olocausto di adorazione al Padre, intercedendo incessantemente per noi.<br />Ciò comporta anche una grande responsabilità da parte dell'uomo, in quanto Gesù si è reso "piccolo e indifeso" per arrivare a tutti, sottoponendosi al rischio di tante profanazioni e insulti da parte degli empi, che Egli sopporta per il Suo sconfinato Amore, piuttosto che privarci della Sua presenza sui nostri altari.<br />Ma come ci ricorda Gesù stesso, "A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto". A noi è stato dato il grande e infinito dono dell'Eucaristia, dove il Figlio di Dio, vero Dio e vero Uomo, aspetta notte e giorno che gli uomini si avvicinino a Lui, vera fonte di Vita.<br />Per questo siamo chiamati anche ad essere difensori dell'Eucaristia, perché è grave mancanza, ma soprattutto grave peccato, commettere abusi verso di essa o permettere che vengano perpetrati.<br /><br />LA PIÙ GRANDE DI TUTTE LE MERAVIGLIE<br />Se noi crediamo che nell'Eucaristia sia realmente presente Dio, e così è, quale non dovrebbe essere il nostro rispetto e la nostra adorazione verso tale Sacramento!<br />Oggi infatti, ad essersi perso è il senso del valore dell'Eucaristia, e a dimostrarlo sono i continui abusi, profanazioni, mancanze e irriverenze che vengono fatte a questo Sacramento.<br />È dunque necessario ritornare a Dio, e a Lui per mezzo del Suo amato Figlio Gesù Cristo, mediante il Sacramento eucaristico e l'Adorazione.<br />Dove possiamo trovare Dio? Certamente possiamo avvicinarci a Lui mediante l'Eucaristia, in cui Gesù è realmente presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità; lo stesso "Gesù passato, presente e futuro", come affermava san Pier Giuliano Eymard.<br />L'Eucaristia, infatti, che è ciò che di più prezioso abbiamo, e il faro che le nostre pupille non devono mai perdere.<br />Una sublime descrizione di questo mirabile Sacramento la fornisce san Tommaso D'Aquino, che nella sua vita si adoperò instancabilmente per far conoscere e lodare Gesù Eucaristico.<br />Insegna infatti, che "L'Eucaristia è il memoriale della passione, il compimento delle figure dell'antica alleanza, la più grande di tutte le meraviglie operate dal Cristo, il mirabile documento del suo amore immenso per gli uomini".<br /><br />SAN TARCISIO (DA CUI IL NOME DEL VESTITO DEI CHIERICHETTI: LA TARCISIANA)<br />Una figura molto importante per il suo amore verso Gesù Eucaristico e che ci può aiutare a riflettere sul ruolo a cui siamo chiamati, è san Tarcisio martire.<br />Tarcisio, accolito della Chiesa di Roma, fu martirizzato giovanissimo, mentre portava la santa Eucaristia ai cristiani carcerati a causa della persecuzione.<br />Profondamente legato a Gesù Eucaristico, egli si occupava del prossimo con grande carità, rischiando la vita per portare il vero Nutrimento ai fratelli perseguitati.<br />Un giorno lungo il tragitto venne scoperto da alcuni soldati, i quali non riuscendogli a strappare l'Eucaristia dalle mani, lo uccisero brutalmente.<br />San Tarcisio non cedette di fronte a coloro che volevano portargli via Gesù e per non farlo cadere in mani profane, lo strinse al petto proteggendolo con il suo corpo, guadagnando così la gloria del Paradiso.<br />Il martirio di Tarcisio è riportato nell'epigrafe posta da papa Damaso sul suo sepolcro. La data della sua morte...]]></itunes:summary><itunes:duration>598</itunes:duration><itunes:keywords>bambinimartiri,eucaristia,frusta,martire,missione,tarcisio,tommasodaquino</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/45fa0f00f608364843921ac40ea3e412.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Celestino V, l'eremita che rinunciò alla Cattedra di Pietro</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-celestino-v-l-eremita-che-rinuncio-alla-cattedra-di-pietro--45313522</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6604<br /><br />SAN CELESTINO V, L'EREMITA CHE RINUNCIO' ALLA CATTEDRA DI PIETRO di Ermes Dovico<br />Prima dell'incredibile successione di fatti che portò alla sua elezione a pontefice, quando aveva già 85 anni, san Celestino V (c. 1209-1296), al secolo Pietro Angelerio, detto Pietro da Morrone, aveva consacrato la sua esistenza a Dio vivendo per buona parte del tempo da eremita.<br />Penultimo dei 12 figli di due contadini, Pietro mostrò fin dalla giovinezza l'attrazione per la vita ascetica. Dopo l'esperienza in un'abbazia benedettina, si orientò per la contemplazione di Dio nella solitudine: passò da un eremo all'altro e, intorno ai trent'anni, si ritirò in una caverna sul Monte Morrone (da cui il nome datogli dai contemporanei). Interruppe il suo eremitaggio solo per la preparazione al sacerdozio, che svolse a Roma. Dopo l'ordinazione sacerdotale riprese la sua vita contemplativa sui monti.<br /><br />L'EREMITA CHE FONDÒ DECINE DI MONASTERI<br />La fama della sua santità attrasse diversi discepoli. Perciò il buon Pietro decise di fondare una congregazione, i cui membri vennero originariamente chiamati "fratelli di Santo Spirito" (dal nome di uno degli eremi da lui fondati) e in seguito alla canonizzazione del loro fondatore furono detti "celestini". Urbano IV diede la prima approvazione della nuova comunità nel 1263, riconoscendola come un ramo dell'Ordine benedettino. Nell'inverno di dieci anni più tardi, in vista del secondo concilio di Lione (che si proponeva tra l'altro di limitare la proliferazione di nuovi istituti religiosi), Pietro si recò a piedi nella città francese per parlare con Gregorio X. Il papa non solo confermò la congregazione ma chiese al santo di celebrare la Messa davanti agli altri Padri conciliari perché «nessuno ne era più degno».<br />La sua congregazione si espanse fino a contare circa 600 membri, tra monaci e oblati, suddivisi in decine di monasteri. Pietro, che arrivò a fare quattro quaresime all'anno, guidò i suoi discepoli finché poté. Intorno al 1280, ormai avanti con l'età, affidò il timone a un confratello e ritornò a vivere da eremita tra la Majella e il Morrone. Pareva che la sua vita terrena dovesse concludersi su quei monti, e invece doveva ancora verificarsi qualcosa di impensabile. Il 4 aprile 1292 morì Niccolò IV e nello stesso mese si riunì il conclave, allora composto da soli 12 cardinali, per l'elezione del nuovo papa. Prima le divisioni tra i porporati, poi un'epidemia di peste, nella quale trovò la morte uno di loro, prolungarono il conclave a dismisura: trascorsi due anni, la sede pontificia era ancora vacante. In quel frangente arrivarono pure le pressioni di Carlo II d'Angiò, che aveva bisogno dell'avallo papale per un accordo con il re aragonese.<br /><br />DANTE SBAGLIAVA, NON FU VILTÀ<br />Lo stesso Pietro scrisse al decano del collegio cardinalizio, profetizzando gravi castighi divini se non avessero in breve eletto il papa. I cardinali, infine, si accordarono sul suo nome. Inviarono dei messaggeri sul Morrone per ottenere il "sì" di Pietro, che, come riportò uno di loro, vestiva «una rozza tonaca» e apparve come «un uomo vecchio, attonito ed esitante per così grande novità». Con visibile sofferenza, dopo essersi sentito dire che avrebbe commesso peccato mortale in caso di rifiuto, l'eremita comunicò di accettare la carica. Il 29 agosto 1294 ricevette la tiara papale e assunse il nome di Celestino V. Il suo pontificato, subito influenzato dalle ingerenze di Carlo II d'Angiò e da alcuni uomini di curia disinteressati ai beni eterni, durò solo tre mesi e mezzo.<br />A parte la concessione della "Perdonanza", un'indulgenza precorritrice del Giubileo, Celestino, catapultato a 85 anni in una situazione molto più grande di lui, prese delle decisioni infelici. Ma si rese conto del disordine che regnava nella Chiesa: «Dio mio, mentre regno sulle anime, ecco che perdo la mia», disse sconfortato. Domandò se per il diritto canonico fosse possibile la rinuncia al ministero petrino per ragioni legittime: gli fu risposto di sì, e il 13 dicembre 1294 lesse la sua rinuncia. Per questo molta critica ha individuato in lui il personaggio tratteggiato da Dante («colui che fece per viltade il gran rifiuto»), ma è evidente che Celestino agì in spirito di vera umiltà e amore per la Chiesa. Visse gli ultimi mesi rinchiuso in un castello, perché il suo successore Bonifacio VIII temeva che i propri rivali potessero contestare l'abdicazione di Celestino e servirsi di lui per uno scisma. Tornò alla casa del Padre intonando i Salmi. La sua causa per la canonizzazione fu avviata dallo stesso Bonifacio VIII. E si concluse - dopo l'ascolto di centinaia di testimoni - sotto Clemente V, che nel 1313 lo proclamò santo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/45313522</guid><pubDate>Tue, 15 Jun 2021 21:25:35 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/45313522/san_celestino_v_l_eremita_che_rinunci_alla_cattedra_di_pietro.mp3" length="6754264" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6604

SAN CELESTINO V, L'EREMITA CHE RINUNCIO' ALLA CATTEDRA DI PIETRO di Ermes Dovico
Prima dell'incredibile successione di fatti che portò alla sua elezione a pontefice, quando aveva...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6604<br /><br />SAN CELESTINO V, L'EREMITA CHE RINUNCIO' ALLA CATTEDRA DI PIETRO di Ermes Dovico<br />Prima dell'incredibile successione di fatti che portò alla sua elezione a pontefice, quando aveva già 85 anni, san Celestino V (c. 1209-1296), al secolo Pietro Angelerio, detto Pietro da Morrone, aveva consacrato la sua esistenza a Dio vivendo per buona parte del tempo da eremita.<br />Penultimo dei 12 figli di due contadini, Pietro mostrò fin dalla giovinezza l'attrazione per la vita ascetica. Dopo l'esperienza in un'abbazia benedettina, si orientò per la contemplazione di Dio nella solitudine: passò da un eremo all'altro e, intorno ai trent'anni, si ritirò in una caverna sul Monte Morrone (da cui il nome datogli dai contemporanei). Interruppe il suo eremitaggio solo per la preparazione al sacerdozio, che svolse a Roma. Dopo l'ordinazione sacerdotale riprese la sua vita contemplativa sui monti.<br /><br />L'EREMITA CHE FONDÒ DECINE DI MONASTERI<br />La fama della sua santità attrasse diversi discepoli. Perciò il buon Pietro decise di fondare una congregazione, i cui membri vennero originariamente chiamati "fratelli di Santo Spirito" (dal nome di uno degli eremi da lui fondati) e in seguito alla canonizzazione del loro fondatore furono detti "celestini". Urbano IV diede la prima approvazione della nuova comunità nel 1263, riconoscendola come un ramo dell'Ordine benedettino. Nell'inverno di dieci anni più tardi, in vista del secondo concilio di Lione (che si proponeva tra l'altro di limitare la proliferazione di nuovi istituti religiosi), Pietro si recò a piedi nella città francese per parlare con Gregorio X. Il papa non solo confermò la congregazione ma chiese al santo di celebrare la Messa davanti agli altri Padri conciliari perché «nessuno ne era più degno».<br />La sua congregazione si espanse fino a contare circa 600 membri, tra monaci e oblati, suddivisi in decine di monasteri. Pietro, che arrivò a fare quattro quaresime all'anno, guidò i suoi discepoli finché poté. Intorno al 1280, ormai avanti con l'età, affidò il timone a un confratello e ritornò a vivere da eremita tra la Majella e il Morrone. Pareva che la sua vita terrena dovesse concludersi su quei monti, e invece doveva ancora verificarsi qualcosa di impensabile. Il 4 aprile 1292 morì Niccolò IV e nello stesso mese si riunì il conclave, allora composto da soli 12 cardinali, per l'elezione del nuovo papa. Prima le divisioni tra i porporati, poi un'epidemia di peste, nella quale trovò la morte uno di loro, prolungarono il conclave a dismisura: trascorsi due anni, la sede pontificia era ancora vacante. In quel frangente arrivarono pure le pressioni di Carlo II d'Angiò, che aveva bisogno dell'avallo papale per un accordo con il re aragonese.<br /><br />DANTE SBAGLIAVA, NON FU VILTÀ<br />Lo stesso Pietro scrisse al decano del collegio cardinalizio, profetizzando gravi castighi divini se non avessero in breve eletto il papa. I cardinali, infine, si accordarono sul suo nome. Inviarono dei messaggeri sul Morrone per ottenere il "sì" di Pietro, che, come riportò uno di loro, vestiva «una rozza tonaca» e apparve come «un uomo vecchio, attonito ed esitante per così grande novità». Con visibile sofferenza, dopo essersi sentito dire che avrebbe commesso peccato mortale in caso di rifiuto, l'eremita comunicò di accettare la carica. Il 29 agosto 1294 ricevette la tiara papale e assunse il nome di Celestino V. Il suo pontificato, subito influenzato dalle ingerenze di Carlo II d'Angiò e da alcuni uomini di curia disinteressati ai beni eterni, durò solo tre mesi e mezzo.<br />A parte la concessione della "Perdonanza", un'indulgenza precorritrice del Giubileo, Celestino, catapultato a 85 anni in una situazione molto più grande di lui, prese delle decisioni infelici. Ma si rese conto del disordine che regnava nella Chiesa: «Dio mio, mentre regno sulle anime, ecco che perdo la mia», disse sconfortato. Domandò se per...]]></itunes:summary><itunes:duration>423</itunes:duration><itunes:keywords>bonifacioviii,celestinov,eremita,majella,monasteri,morrone,perdonanza</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/54580bf29dc109f9b055e357b6d0b212.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Beatificata suor Mainetti, martirizzata con un rito satanico da tre ragazzine a Chiavenna</title><link>https://www.spreaker.com/episode/beatificata-suor-mainetti-martirizzata-con-un-rito-satanico-da-tre-ragazzine-a-chiavenna--45220604</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6595" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6595</a><br /><br />BEATIFICATA SUOR MAINETTI, MARTIRIZZATA CON UN RITO SATANICO DA TRE RAGAZZINE A CHIAVENNA di Padre Francesco Bamonte<br />Oggi sarà beatificata Suor Maria Laura Mainetti, vittima sacrificale di un rito satanico realizzato da tre ragazzine. Appena arrestate, raccontarono infatti di averla offerta a Satana «per fare qualcosa di diverso dal solito e provare forte emozioni».<br />Suor Maria Laura Mainetti, al secolo Teresina Elsa Mainetti, nacque a Colico (Lecco, Italia) il 20 agosto 1939. Prese gradualmente coscienza che la mamma era morta per dare la vita a lei, sua decima figlia. E questo, forse, spiega anche perché sia cresciuta con una spiccata generosità e con la tendenza a farsi in quattro per le sue compagne, che la chiamano "santa Teresina".<br />Ha dedicato la sua vita alla missione tra i bambini, i giovani e le famiglie, a Vasto (Chieti), Roma, Parma, fino ad approdare a Chiavenna (Sondrio) nel 1984: qui, nel 1987, divenne anche superiora della comunità. Fu insegnante, educatrice di molti giovani e studentesse e punto di riferimento spirituale per tante persone.<br />Le sue attenzioni furono rivolte in particolare ai giovani che vedeva così fragili, disorientati, plagiati: non perse occasioni per conoscere il loro mondo, il loro linguaggio, la cultura giovanile; si interessò alle diverse esperienze, non si tirò mai indietro davanti a nessuna proposta in loro favore; partecipò attivamente alle catechesi, all'oratorio, ai campi scuola, alle riunioni di ex alunni, offrendo ascolto e attenzione negli incontri personali.<br />A Chiavenna, tre ragazze minorenni da tempo affascinate dal satanismo, progettarono di sacrificare al demonio una persona consacrata. Secondo quanto esse confessarono, la vittima inizialmente designata fu l'allora parroco di San Lorenzo, monsignor Ambrogio Balatti, poi però ci ripensarono perché la sua corporatura robusta avrebbe reso difficile l'omicidio. Pensarono allora di immolare al demonio suor Maria Laura Mainetti, più facilmente sopraffabile perché di fisico esile.<br /><br />IL DELITTO E IL PERDONO<br />All'inizio del giugno 2000 la suora fu contattata da una delle tre amiche. Finse di essere incinta a causa di una violenza sessuale subita e i famigliari volevano che abortisse. Diede per scontato che quella suora diventasse subito sua amica e che, per scongiurare l'aborto, le offrisse il suo incondizionato sostegno e perfino ospitalità nella propria comunità religiosa, almeno fino al termine della gravidanza.<br />Il 6 giugno la ragazza si fece nuovamente viva al telefono, chiedendo a Suor Maria Laura un appuntamento a Piazza Castello, dove si incontrarono. La ragazza la convinse ad accompagnarla a prendere il suo bagaglio rimasto nella valigia in un luogo isolato del paese raramente frequentato la sera. La suora uscì dal convento, verso le 22, da sola, ma le consorelle erano al corrente del suo impegno e chiese al parroco di vigilare sulla zona.<br />Quando si avviò a prendere i suoi effetti personali, entrarono in scena le due complici, che recitarono bene la loro parte ringraziando la suora e invitandola a seguirle lungo un viottolo poco illuminato. Poco dopo però, l'assalirono con dei sassi, poi la trascinarono ferita fino in un punto più isolato dove ognuna di loro le inflisse sei coltellate.<br />Per rievocare il numero 666 della bestia satanica del libro dell'Apocalisse, avevano stabilito che il rituale di offerta della religiosa al diavolo, doveva essere caratterizzato dal numero dei fendenti, 6 per ciascuna delle tre ragazze in modo da comporre il 666. In tutto dovevano essere quindi 18 coltellate, ma nella foga i colpi furono uno in più. Avevano inoltre scelto proprio quella giornata, il 6 giugno del 2000, perché in quella data del nuovo millennio compariva due volte il numero 6.<br />La suora morì stando in ginocchio e la ritroveranno il giorno dopo, ormai cadavere. In seguito, nel corso degli interrogatori le giovani assassine confessarono che, mentre la colpivano, Suor Maria Laura disse: «Signore, perdonale!». Le ragazze ammisero di essere state impressionate non dalla vista del sangue e neppure dalla forza bruta che esse stesse non immaginavano di avere, ma piuttosto da quelle parole di perdono che la loro vittima pronunciò in punto di morte, preoccupata unicamente del male che le giovani con quel gesto facevano a sé stesse.<br />Pochi mesi prima della sua morte suor Maria Laura scrisse: «Dobbiamo essere disponibili a tutto per gli altri, sino a dare la vita come Gesù». La sua morte violenta fu sulle prime pagine dei giornali italiani per molte settimane. Le tre ragazze furono condannate in via definitiva nel 2003: una, ritenuta la mente del gruppo, a 12 anni e 4 mesi, le due amiche a 8 anni e mezzo. Una volta scontata la pena, le tre ragazze hanno cambiato i loro nomi, si sono trasferite altrove, si sono sposate, hanno avuto figli, lavorano.<br />Il perdono della suora morente, che tanto colpì le giovani, fu in seguito anche il punto di ripartenza per la loro vita.<br />Sul luogo della morte di suor Maria Laura è stata posta una croce in granito che reca la scritta evangelica: "Se il chicco di grano muore, porta molto frutto". Da subito tanti si sono recati lì in preghiera e, nel marzo 2019, la salma della suora è stata traslata dal cimitero a una delle cappelle laterali della Collegiata di San Lorenzo. Sulla balaustra è posto un diario dove si possono lasciare preghiere o riflessioni. In un anno sono state raccolte 1500 frasi, scritte in tutte le lingue del mondo da bambini, nonni, gruppi di ragazzi, genitori, oratori, scuole, cori, comunità.<br />Il 23 ottobre 2005 l'allora vescovo della diocesi di Como Alessandro Maggiolini aprì il Processo Diocesano per la beatificazione di suor Maria Laura, conclusosi il 6 giugno 2006. Successivamente nel 2008 la Santa Sede ha approvato la richiesta per l'inizio del processo di beatificazione. Nell'estate 2017 è stata consegnata la "Positio super martyrio". Il 19 giugno 2020 Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi alla promulgazione del Decreto che ne riconosce il martirio, in quanto compiuto "In odium fidei" (in odio alla fede), aprendo così la via alla sua beatificazione.<br /><br />RIFLESSIONI SULL'ACCADUTO<br />La beatificazione di Suor Maria Laura Mainetti trucidata da tre ragazze adolescenti, deve farci riflettere seriamente sull'esito drammatico al quale può condurre non solo il vuoto di valori e la noia che caratterizza la vita di tanti giovani, ma anche quel bombardamento mediatico scellerato a cui sono sottoposti che si prefigge di suscitare in essi il fascino della trasgressione, dalle "sfide" (challenge) estreme, alla continua ricerca di proposte oltremodo stimolanti, fuori dall'ordinario e oltre ogni limite nelle quali rientra anche il culto al demonio con aberranti rituali di vario genere, che promettono non solo emozioni intense, ma l'appropriazione della sua forza malefica, dei suoi poteri (come se fossero poteri divini e non lo sono), delle sue prestazioni esoteriche.<br />Un numero crescente di giovani, e non solo, sottoposti a questo martellamento mediatico si ritrovano ad intraprendere dei sentieri che, si rivelano vere e proprie trappole che li conducono allo smarrimento e li inducono alla blasfemia, alla bestemmia, al vandalismo, alla violenza, all'omicidio, al suicidio. In tale propensione, l'occultismo esoterico e il satanismo, tendono sempre più a diventare delle vere e proprie corsie preferenziali. E la comunicazione mediatica costituisce uno dei canali privilegiati per la diffusione di simili percorsi. In particolare, alcuni generi mediatici risultano particolarmente adatti per catturare l'attenzione e adescare potenziali vittime.<br />Stiamo assistendo, sempre più ignari, ad una vera e propria escalation di martellanti messaggi esoterici e satanici da parte del marketing. Romanzi, musica, videogiochi, moda, film, telefilm, pubblicità, mettono in moto un giro d'affari a livello planetario in cui il demoniaco viene presentato in chiave positiva: affascinante, accattivante, permissivo, un aspetto che attrae con forza le giovani generazioni, e senza preoccuparsi degli esiti educativi devastanti.<br />Si moltiplicano, ad esempio, le fiction televisive, cartoon e social forum che presentano Lucifero come un personaggio da imitare, un'icona della libertà contro la schiavitù della religione, della morale, delle regole che invece vengono sempre più percepite come realtà negative. Per esempio, per la Wicca (considerato come un nuovo movimento religioso afferente ai fenomeni cosiddetti di "neopaganesimo) Lucifero è "il principe del bene e della creazione misconosciuto e ingiustamente perseguitato dalla Chiesa cristiana".<br />Se a questo si aggiunge una società fondata sempre più sull'avere tutto e subito, l'esoterismo che sfocia nel satanismo risulta essere la risposta più accattivante per il potere, il successo, il denaro, il sesso. In una siffatta prospettiva i valori della fede, della morale, la stessa Rivelazione cristiana, non solo non hanno più spazio ma vengono rifiutate e combattute con sempre più preoccupante disprezzo e odio.<br /><br />INDOTTRINAMENTO ESOTERICO E SATANICO<br />Attraverso il web i ragazzi familiarizzano con sette e movimenti distruttivi tra i quali spicca il satanismo, con la possibilità di trasformare la conoscenza virtuale in quella reale. Dinamiche che imperversano sui social forum e sulle numerosissime piattaforme dei siti web. Basta dare uno sguardo su Facebook per vedere che esistono una infinità di "pagine" e di "gruppi chiusi" relativi a questi temi.<br />Un vero e proprio indottrinamento esoterico e satanico in atto e troppo sottovalutato. Per cui l'informazione equilibrata, attenta e prudente urge soprattutto nell'ambito educativo e formativo delle famiglie e delle Istituzioni.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/45220604</guid><pubDate>Tue, 08 Jun 2021 20:45:24 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/45220604/beatificata_suor_mainetti_martirizzata_con_un_rito_satanico_da_tre_ragazzine_a_chiavenna.mp3" length="13484243" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6595

BEATIFICATA SUOR MAINETTI, MARTIRIZZATA CON UN RITO SATANICO DA TRE RAGAZZINE A CHIAVENNA di Padre Francesco Bamonte
Oggi sarà beatificata Suor Maria Laura Mainetti, vittima...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6595" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6595</a><br /><br />BEATIFICATA SUOR MAINETTI, MARTIRIZZATA CON UN RITO SATANICO DA TRE RAGAZZINE A CHIAVENNA di Padre Francesco Bamonte<br />Oggi sarà beatificata Suor Maria Laura Mainetti, vittima sacrificale di un rito satanico realizzato da tre ragazzine. Appena arrestate, raccontarono infatti di averla offerta a Satana «per fare qualcosa di diverso dal solito e provare forte emozioni».<br />Suor Maria Laura Mainetti, al secolo Teresina Elsa Mainetti, nacque a Colico (Lecco, Italia) il 20 agosto 1939. Prese gradualmente coscienza che la mamma era morta per dare la vita a lei, sua decima figlia. E questo, forse, spiega anche perché sia cresciuta con una spiccata generosità e con la tendenza a farsi in quattro per le sue compagne, che la chiamano "santa Teresina".<br />Ha dedicato la sua vita alla missione tra i bambini, i giovani e le famiglie, a Vasto (Chieti), Roma, Parma, fino ad approdare a Chiavenna (Sondrio) nel 1984: qui, nel 1987, divenne anche superiora della comunità. Fu insegnante, educatrice di molti giovani e studentesse e punto di riferimento spirituale per tante persone.<br />Le sue attenzioni furono rivolte in particolare ai giovani che vedeva così fragili, disorientati, plagiati: non perse occasioni per conoscere il loro mondo, il loro linguaggio, la cultura giovanile; si interessò alle diverse esperienze, non si tirò mai indietro davanti a nessuna proposta in loro favore; partecipò attivamente alle catechesi, all'oratorio, ai campi scuola, alle riunioni di ex alunni, offrendo ascolto e attenzione negli incontri personali.<br />A Chiavenna, tre ragazze minorenni da tempo affascinate dal satanismo, progettarono di sacrificare al demonio una persona consacrata. Secondo quanto esse confessarono, la vittima inizialmente designata fu l'allora parroco di San Lorenzo, monsignor Ambrogio Balatti, poi però ci ripensarono perché la sua corporatura robusta avrebbe reso difficile l'omicidio. Pensarono allora di immolare al demonio suor Maria Laura Mainetti, più facilmente sopraffabile perché di fisico esile.<br /><br />IL DELITTO E IL PERDONO<br />All'inizio del giugno 2000 la suora fu contattata da una delle tre amiche. Finse di essere incinta a causa di una violenza sessuale subita e i famigliari volevano che abortisse. Diede per scontato che quella suora diventasse subito sua amica e che, per scongiurare l'aborto, le offrisse il suo incondizionato sostegno e perfino ospitalità nella propria comunità religiosa, almeno fino al termine della gravidanza.<br />Il 6 giugno la ragazza si fece nuovamente viva al telefono, chiedendo a Suor Maria Laura un appuntamento a Piazza Castello, dove si incontrarono. La ragazza la convinse ad accompagnarla a prendere il suo bagaglio rimasto nella valigia in un luogo isolato del paese raramente frequentato la sera. La suora uscì dal convento, verso le 22, da sola, ma le consorelle erano al corrente del suo impegno e chiese al parroco di vigilare sulla zona.<br />Quando si avviò a prendere i suoi effetti personali, entrarono in scena le due complici, che recitarono bene la loro parte ringraziando la suora e invitandola a seguirle lungo un viottolo poco illuminato. Poco dopo però, l'assalirono con dei sassi, poi la trascinarono ferita fino in un punto più isolato dove ognuna di loro le inflisse sei coltellate.<br />Per rievocare il numero 666 della bestia satanica del libro dell'Apocalisse, avevano stabilito che il rituale di offerta della religiosa al diavolo, doveva essere caratterizzato dal numero dei fendenti, 6 per ciascuna delle tre ragazze in modo da comporre il 666. In tutto dovevano essere quindi 18 coltellate, ma nella foga i colpi furono uno in più. Avevano inoltre scelto proprio quella giornata, il 6 giugno del 2000, perché in quella data del nuovo millennio compariva due volte il numero 6.<br />La suora morì stando in ginocchio e la...]]></itunes:summary><itunes:duration>843</itunes:duration><itunes:keywords>apocalisse,chiavenna,martirio,neopaganesimo,perdono,santateresina,satana,suormarialauramainetti</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/69ef2d31385b260a8bc52b2889e27373.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Domenico Savio: "la morte, ma non i peccati"</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-domenico-savio-la-morte-ma-non-i-peccati--45114272</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6568" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6568</a><br /><br />SAN DOMENICO SAVIO: ''LA MORTE MA NON I PECCATI'' di Ermes Dovico<br />Il mondo potrebbe diventare un anticipo di Paradiso se solo si avesse cura di insegnare e far leggere ai bambini la vita di san Domenico Savio (1842-1857), il piccolo gigante di santità sbocciato pienamente alla scuola di san Giovanni Bosco. Don Bosco fu pure il suo primo e più grande biografo e vide in quell'anima eletta il sommo esempio di quanto desiderava per i suoi fanciulli.<br />Secondo dei 10 figli di Carlo, un fabbro, e Brigida, una sarta, Domenico nacque il 2 aprile e fu battezzato lo stesso giorno. Fin dalla più tenera infanzia mostrò i segni della sua profonda spiritualità, fatta di preghiera, penitenza e un grande senso del sacro, che discendeva dal suo amore per Dio e la Madonna. Una volta non volle sedersi a tavola per la presenza di un ospite che non si faceva nemmeno il segno della croce: «Non posso mangiare con uno che divora tutto come le bestie».<br /><br />È VOLONTÀ DI DIO CHE CI FACCIAMO SANTI<br />Ricevette la Prima Comunione a 7 anni e già allora aveva le idee chiarissime, esposte in poche righe: «Mi confesserò molto sovente e farò la Comunione tutte le volte che il confessore me ne darà il permesso. Voglio santificare i giorni festivi. I miei amici saranno Gesù e Maria. La morte ma non peccati». Andava a scuola camminando per una quindicina di chilometri al giorno, lungo strade insicure, ma quando gli chiesero se avesse paura la sua risposta fu: «Macché paura! Io non sono solo. Ho l'Angelo custode che mi accompagna». Il 2 ottobre 1854 Domenico conobbe don Bosco, gli manifestò il desiderio di studiare per divenire sacerdote e il santo educatore decise di farne un suo allievo all'oratorio di Valdocco, a Torino. Una sera il maestro rivolse queste parole a lui e agli altri ragazzi. «È volontà di Dio che ci facciamo santi. Dio ci prepara un grande premio in cielo se ci facciamo santi». Chiese allora a don Bosco di aiutarlo nell'opera e si sentì rispondere di servire il Signore con allegria.<br />Nella sua ascesa verso la santità, Domenico prese a confessarsi ogni otto giorni e ad andare a Messa quotidianamente, ricevendo sempre l'Eucaristia. Animava i giochi, insegnava il Catechismo agli amici, faceva loro da guida e da pacificatore. Non temeva di prendere decisioni scomode, come quando strappò dei giornali osceni portati in oratorio da un ragazzo più forte di lui o ancora quando allontanò un protestante che si era avvicinato per spargere le sue idee religiose tra gli altri fanciulli. Tra coloro che si accorsero presto della sua santità vi fu la mamma di don Bosco, la venerabile Margherita Occhiena, che così disse al figlio: «Tu hai molti giovani buoni, ma nessuno supera il bel cuore e la bell'anima di Domenico. Lo vedo sempre pregare, restando in chiesa anche dopo gli altri; ogni giorno si toglie dalla ricreazione per far visita al Santissimo Sacramento. Sta in chiesa come un angelo che dimora in Paradiso».<br /><br />LA COMPAGNIA DELL'IMMACOLATA<br />Il grande amore per la Madonna lo spinse a fondare nel 1856 la «Compagnia dell'Immacolata», a due anni dalla definizione del dogma ad opera di Pio IX. Nell'iniziativa aveva coinvolto i suoi migliori amici, ai quali aveva detto: «Uniamoci, fondiamo una compagnia per aiutare don Bosco a salvare molte anime».<br />Durante l'epidemia di colera del 1854-56, Domenico fu tra i 44 ragazzi che accolsero l'invito di don Bosco a offrirsi come volontari per assistere i malati. In quest'attività il fanciullo si distinse senza essere contagiato, proprio come il santo maestro aveva promesso - purché fossero «in grazia di Dio» - a tutti i volontari.<br />In seguito, la sua salute fragile cedette alla tubercolosi, che lo costrinse a ripetuti salassi, da lui serenamente accettati pensando «ai chiodi piantati nelle mani e nei piedi di Nostro Signore».<br />Quando capì che era arrivato il suo momento, disse al padre: «È giunta l'ora. Prendete il mio libro di preghiere e leggetemi le preghiere della buona morte». Rispose devotamente a ogni invocazione e alla fine pronunciò queste parole: «Che bella cosa io vedo mai!». Era il 9 marzo 1857 (uno dei due giorni in cui si celebra la sua memoria liturgica, che la Famiglia Salesiana e le diocesi piemontesi festeggiano il 6 maggio). Domenico non aveva ancora compiuto 15 anni. Don Bosco seppe poi, in sogno, il perché di quelle ultime parole terrene del suo allievo: «È stata Maria Santissima a venire a prendermi, la mia più grande consolazione in vita e in morte. Lo dica ai suoi figli che non dimentichino mai di pregarla».]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/45114272</guid><pubDate>Tue, 01 Jun 2021 21:22:58 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/45114272/san_domenico_savio.mp3" length="5491982" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6568

SAN DOMENICO SAVIO: ''LA MORTE MA NON I PECCATI'' di Ermes Dovico
Il mondo potrebbe diventare un anticipo di Paradiso se solo si avesse cura di insegnare e far leggere ai bambini...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6568" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6568</a><br /><br />SAN DOMENICO SAVIO: ''LA MORTE MA NON I PECCATI'' di Ermes Dovico<br />Il mondo potrebbe diventare un anticipo di Paradiso se solo si avesse cura di insegnare e far leggere ai bambini la vita di san Domenico Savio (1842-1857), il piccolo gigante di santità sbocciato pienamente alla scuola di san Giovanni Bosco. Don Bosco fu pure il suo primo e più grande biografo e vide in quell'anima eletta il sommo esempio di quanto desiderava per i suoi fanciulli.<br />Secondo dei 10 figli di Carlo, un fabbro, e Brigida, una sarta, Domenico nacque il 2 aprile e fu battezzato lo stesso giorno. Fin dalla più tenera infanzia mostrò i segni della sua profonda spiritualità, fatta di preghiera, penitenza e un grande senso del sacro, che discendeva dal suo amore per Dio e la Madonna. Una volta non volle sedersi a tavola per la presenza di un ospite che non si faceva nemmeno il segno della croce: «Non posso mangiare con uno che divora tutto come le bestie».<br /><br />È VOLONTÀ DI DIO CHE CI FACCIAMO SANTI<br />Ricevette la Prima Comunione a 7 anni e già allora aveva le idee chiarissime, esposte in poche righe: «Mi confesserò molto sovente e farò la Comunione tutte le volte che il confessore me ne darà il permesso. Voglio santificare i giorni festivi. I miei amici saranno Gesù e Maria. La morte ma non peccati». Andava a scuola camminando per una quindicina di chilometri al giorno, lungo strade insicure, ma quando gli chiesero se avesse paura la sua risposta fu: «Macché paura! Io non sono solo. Ho l'Angelo custode che mi accompagna». Il 2 ottobre 1854 Domenico conobbe don Bosco, gli manifestò il desiderio di studiare per divenire sacerdote e il santo educatore decise di farne un suo allievo all'oratorio di Valdocco, a Torino. Una sera il maestro rivolse queste parole a lui e agli altri ragazzi. «È volontà di Dio che ci facciamo santi. Dio ci prepara un grande premio in cielo se ci facciamo santi». Chiese allora a don Bosco di aiutarlo nell'opera e si sentì rispondere di servire il Signore con allegria.<br />Nella sua ascesa verso la santità, Domenico prese a confessarsi ogni otto giorni e ad andare a Messa quotidianamente, ricevendo sempre l'Eucaristia. Animava i giochi, insegnava il Catechismo agli amici, faceva loro da guida e da pacificatore. Non temeva di prendere decisioni scomode, come quando strappò dei giornali osceni portati in oratorio da un ragazzo più forte di lui o ancora quando allontanò un protestante che si era avvicinato per spargere le sue idee religiose tra gli altri fanciulli. Tra coloro che si accorsero presto della sua santità vi fu la mamma di don Bosco, la venerabile Margherita Occhiena, che così disse al figlio: «Tu hai molti giovani buoni, ma nessuno supera il bel cuore e la bell'anima di Domenico. Lo vedo sempre pregare, restando in chiesa anche dopo gli altri; ogni giorno si toglie dalla ricreazione per far visita al Santissimo Sacramento. Sta in chiesa come un angelo che dimora in Paradiso».<br /><br />LA COMPAGNIA DELL'IMMACOLATA<br />Il grande amore per la Madonna lo spinse a fondare nel 1856 la «Compagnia dell'Immacolata», a due anni dalla definizione del dogma ad opera di Pio IX. Nell'iniziativa aveva coinvolto i suoi migliori amici, ai quali aveva detto: «Uniamoci, fondiamo una compagnia per aiutare don Bosco a salvare molte anime».<br />Durante l'epidemia di colera del 1854-56, Domenico fu tra i 44 ragazzi che accolsero l'invito di don Bosco a offrirsi come volontari per assistere i malati. In quest'attività il fanciullo si distinse senza essere contagiato, proprio come il santo maestro aveva promesso - purché fossero «in grazia di Dio» - a tutti i volontari.<br />In seguito, la sua salute fragile cedette alla tubercolosi, che lo costrinse a ripetuti salassi, da lui serenamente accettati pensando «ai chiodi piantati nelle mani e nei piedi di Nostro...]]></itunes:summary><itunes:duration>344</itunes:duration><itunes:keywords>angelocustode,domenicosavio,donbosco,epidemia,immacolata,torino</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/14768935d386d1611f142ce561d80d15.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Pietro martire, il Santo inquisitore</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-pietro-martire-il-santo-inquisitore--44887681</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6574" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6574</a><br /><br />SAN PIETRO MARTIRE, IL SANTO INQUISITORE di Ermes Dovico<br />Tra i santi più raffigurati per le circostanze del suo martirio, Pietro da Verona (c. 1205-1252) nacque da genitori vicini al catarismo, cioè l'eresia che egli combatterà lungo tutta la sua vita, operando numerose conversioni. Si convertì alla fede cattolica da bambino, imparando a recitare il Credo a sette anni, e in seguito studiò all'Università di Bologna. In questa città, ancora quindicenne, incontrò Domenico di Guzmán. Secondo il Martirologio «ricevette l'abito dallo stesso san Domenico», fondatore dell'Ordine dei Predicatori e tornato alla Casa del Padre il 6 agosto 1221.<br />Pietro si distinse nella predicazione in diverse città dell'Italia centro-settentrionale, da Roma a Milano, dove operò su mandato dei pontefici per debellare l'eresia catara che vi si era diffusa a macchia d'olio. Nel 1244 venne inviato a Firenze e anche qui riuscì a riportare alla vera fede molte anime che erano cadute nell'errore. Le sue brillanti prediche nella città toscana suscitarono l'ammirazione dei sette santi fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria: divenne il loro padre spirituale e dopo ardenti preghiere ottenne dalla Beata Vergine la conferma che quel nuovo ordine era nato per precisa ispirazione celeste.<br />I successi di Pietro nelle conversioni e il suo zelo nel difendere l'ortodossia gli procurarono negli anni molti nemici tra gli eretici e, allo stesso tempo, diversi estimatori tra i cristiani, che potevano constatare la sua austerità di vita e la grande familiarità con le Sacre Scritture. Nel 1251, Innocenzo IV lo nominò inquisitore per la Lombardia, ma qui le sette catare di diverse città cospirarono contro di lui. L'idea di morire a causa della fede non lo spaventava affatto. Anzi, un giorno confidò a un confratello che ogni volta che sollevava il calice con il Sangue di Cristo chiedeva la grazia del martirio. Il 6 aprile 1252, mentre si recava a piedi da Como a Milano, fu raggiunto da un sicario dei catari che gli spaccò il cranio con un colpo di falcastro e ferì mortalmente un suo confratello, di nome Domenico, che si spense dopo alcuni giorni di agonia.<br />Prima dell'ultimo respiro terreno, Pietro intinse un dito nel suo sangue e scrisse a terra: Credo in unum Deum. Il sicario gli conficcò infine un pugnale nel petto. Il corpo del martire fu subito trasportato a Milano (dal 1340 è custodito nella splendida Arca di San Pietro Martire, realizzata da Giovanni di Balduccio e posta all'interno della Basilica di Sant'Eustorgio). Il suo culto si espanse rapidamente, anche grazie ai miracoli attribuiti alla sua intercessione e alla sua velocissima canonizzazione, avvenuta appena 11 mesi dopo la morte. Il suo omicida si chiamava Carino Pietro da Balsamo, che si pentì e poco tempo dopo entrò come converso nel convento domenicano di Forlì: qui passò in preghiera e penitenza gli ultimi quarant'anni della sua vita, sotto la guida spirituale del beato Giacomo Salomoni. La conversione di Carino fu tale che morì in fama di santità e dal 1822 è venerato come beato. E questa è certamente tra le più grandi grazie scaturite dal martirio di san Pietro da Verona.<br /><br />Nota di BastaBugie: Pucci Cipriani ed Ascanio Ruschi nell'articolo seguente dal titolo "La Misericordia di Firenze" raccontano la nascita della Confraternita della Misericordia di Firenze, votata ad operare verso i bisognosi le opere di evangelica misericordia.<br />Nel 1244 giunge a Firenze il frate domenicano Pietro da Verona per combattere l'eresia patarina che si stava affermando progressivamente in più ceti sociali. Gli appassionati sermoni del frate danno vita ad una serie di iniziative, fra le quali la fondazione di compagnie della fede con particolare devozione per la Vergine Maria. In questo contesto si inserisce anche la nascita della Misericordia di Firenze.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su Radici Cristiane:<br />Guardando le vicende della Misericordia di Firenze è possibile scrivere la storia, ben accurata, delle varie epidemie dal 1200 ad oggi e, soprattutto, la storia della cristiana carità. Non a caso il fondatore della Misericordia ha, quale costante riferimento, una "pietra": san Pietro Martire, un domenicano, un santo inquisitore. Gli eretici patarini lo martirizzeranno proprio spaccandogli il capo con una pietra, nei pressi di Como, eppure trovò la forza di scrivere su quella stessa pietra, con il suo sangue, Credo. I Capitani del popolo (Capi di Guardia), che affiancarono il frate nella battaglia per la fede, si dedicarono ad opere di cristiana carità e fondarono la Misericordia (Miseris - cor - dare, ovvero dare il cuore ai miseri).<br />Ma «sia come si voglia il primo patrono della nostra Misericordia - scrive Giovanni Papini - non fu un santo cristiano, bensì una figura dell'antico testamento, il pio e amorevole Tobia, coraggioso e instancabile seppellitore di morti. Soltanto più tardi la Misericordia adotterà come compatrono san Sebastiano, il soldato martire protettore degli appestati...».<br />E fu proprio durante le pestilenze, le varie epidemie che, grazie ai 72 Capitani a cui si aggiunsero numerosi ascritti, solo di buoni costumi e devoti, la Misericordia scrisse le sue pagine più belle e luminose. I Capitani scrissero nei Capitoli: «Ancora vogliamo e ordiniamo che nessuno usuraio o soddomito o bestemmiatore di Dio e de' santi [...] o concubinari sia di questa Fraternità».<br />La Compagnia di Santa Maria della Misericordia nacque nel 1240. L'istituzione dei Capitani è stata pure accennata da sant'Antonino, arcivescovo di Firenze, che nel suo Chronicorum liber illustrò l'origine dei «Laudesi di Orsammichele». Insomma possessi e beni furono lasciati all'istituzione, in riconoscenza delle opere di carità esercitate dai confratelli, specie durante le epidemie, sfidando il contagio.<br />A Firenze nel 1348 vi fu la grande pestilenza, in cui perse la vita Giovanni Villani e di cui parla, nel libro IV delle Croniche, il fratello Matteo: una tragica epidemia che, secondo il Boccaccio, falcidiò, «in città e dominio», centomila persone. Giovanni Boccaccio descrive poi, crudamente, la tragedia che si stava consumando nella «bella Fiorenza»: molti abbandonavano la famiglia, gli anziani, le mogli e perfino i figli e fuggivano o, peggio, si davano alla crapula e alle orge, al ladrocinio, mentre i malati rimanevano senza assistenza alcuna e i morti imputridivano nelle strade e nelle case, perché nessuno voleva, per paura del contagio, toccare i cadaveri; ma ecco la carità, ecco anche allora i 72 Capitani, i fratelli della Compagnia di Santa Maria della Misericordia: «... andando due preti con una croce per alcuno, si misero tre o quattro bare, da' portatori portate, di dietro a quella e dove un morto credevano avere i preti a seppellire, n'aveano sei o otto e tal fiata più».<br />Il Protonotaro apostolico, già chierico di camera di Leone X, fece portare in Firenze nel 1527, allorché terminò la peste, dalle catacombe romane, come reliquia, «parte della testa». La Compagnia della Misericordia lo aggiunse ufficialmente come patrono, oltre al patriarca san Tobia, e, da qui, anche l'usanza di distribuire i pannellini benedetti il giorno del 20 gennaio e di darli in dono ai «fratelli», usanza che, provvidenzialmente, è stata tramandata fino ai nostri giorni.<br />Scrive A. Cirri in un articolo riportato in La Misericordia di Firenze, memorie, curiosità, tradizioni: «Non vogliamo terminare senza accennare all'opera indefessa, caritatevole, prestata dal Granduca Ferdinando a pro del popolo fiorentino. Fino da quando il contagio si presentò si fece sollecito di essere informato sul progredire di esso e del male che recava. Capo di Guardia e Conservatore della Misericordia, quando si richiese la sorveglianza diretta, fu veduto alla testa dei suoi gentiluomini, quando a piedi quando a cavallo, in vesti dimesse, recarsi nei lazzaretti e nelle case private a confortare gli ammalati, recar coraggio agli assistenti. Fu veduto con la primaria nobiltà fiorentina celarsi sotto la veste nera e con i "fratelli" dividere le fatiche ed i pericoli nell'affrontare il contagio».]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/44887681</guid><pubDate>Tue, 25 May 2021 20:16:23 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/44887681/san_pietro_martire_il_santo_inquisitore.mp3" length="11294928" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6574

SAN PIETRO MARTIRE, IL SANTO INQUISITORE di Ermes Dovico
Tra i santi più raffigurati per le circostanze del suo martirio, Pietro da Verona (c. 1205-1252) nacque da genitori vicini...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6574" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6574</a><br /><br />SAN PIETRO MARTIRE, IL SANTO INQUISITORE di Ermes Dovico<br />Tra i santi più raffigurati per le circostanze del suo martirio, Pietro da Verona (c. 1205-1252) nacque da genitori vicini al catarismo, cioè l'eresia che egli combatterà lungo tutta la sua vita, operando numerose conversioni. Si convertì alla fede cattolica da bambino, imparando a recitare il Credo a sette anni, e in seguito studiò all'Università di Bologna. In questa città, ancora quindicenne, incontrò Domenico di Guzmán. Secondo il Martirologio «ricevette l'abito dallo stesso san Domenico», fondatore dell'Ordine dei Predicatori e tornato alla Casa del Padre il 6 agosto 1221.<br />Pietro si distinse nella predicazione in diverse città dell'Italia centro-settentrionale, da Roma a Milano, dove operò su mandato dei pontefici per debellare l'eresia catara che vi si era diffusa a macchia d'olio. Nel 1244 venne inviato a Firenze e anche qui riuscì a riportare alla vera fede molte anime che erano cadute nell'errore. Le sue brillanti prediche nella città toscana suscitarono l'ammirazione dei sette santi fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria: divenne il loro padre spirituale e dopo ardenti preghiere ottenne dalla Beata Vergine la conferma che quel nuovo ordine era nato per precisa ispirazione celeste.<br />I successi di Pietro nelle conversioni e il suo zelo nel difendere l'ortodossia gli procurarono negli anni molti nemici tra gli eretici e, allo stesso tempo, diversi estimatori tra i cristiani, che potevano constatare la sua austerità di vita e la grande familiarità con le Sacre Scritture. Nel 1251, Innocenzo IV lo nominò inquisitore per la Lombardia, ma qui le sette catare di diverse città cospirarono contro di lui. L'idea di morire a causa della fede non lo spaventava affatto. Anzi, un giorno confidò a un confratello che ogni volta che sollevava il calice con il Sangue di Cristo chiedeva la grazia del martirio. Il 6 aprile 1252, mentre si recava a piedi da Como a Milano, fu raggiunto da un sicario dei catari che gli spaccò il cranio con un colpo di falcastro e ferì mortalmente un suo confratello, di nome Domenico, che si spense dopo alcuni giorni di agonia.<br />Prima dell'ultimo respiro terreno, Pietro intinse un dito nel suo sangue e scrisse a terra: Credo in unum Deum. Il sicario gli conficcò infine un pugnale nel petto. Il corpo del martire fu subito trasportato a Milano (dal 1340 è custodito nella splendida Arca di San Pietro Martire, realizzata da Giovanni di Balduccio e posta all'interno della Basilica di Sant'Eustorgio). Il suo culto si espanse rapidamente, anche grazie ai miracoli attribuiti alla sua intercessione e alla sua velocissima canonizzazione, avvenuta appena 11 mesi dopo la morte. Il suo omicida si chiamava Carino Pietro da Balsamo, che si pentì e poco tempo dopo entrò come converso nel convento domenicano di Forlì: qui passò in preghiera e penitenza gli ultimi quarant'anni della sua vita, sotto la guida spirituale del beato Giacomo Salomoni. La conversione di Carino fu tale che morì in fama di santità e dal 1822 è venerato come beato. E questa è certamente tra le più grandi grazie scaturite dal martirio di san Pietro da Verona.<br /><br />Nota di BastaBugie: Pucci Cipriani ed Ascanio Ruschi nell'articolo seguente dal titolo "La Misericordia di Firenze" raccontano la nascita della Confraternita della Misericordia di Firenze, votata ad operare verso i bisognosi le opere di evangelica misericordia.<br />Nel 1244 giunge a Firenze il frate domenicano Pietro da Verona per combattere l'eresia patarina che si stava affermando progressivamente in più ceti sociali. Gli appassionati sermoni del frate danno vita ad una serie di iniziative, fra le quali la fondazione di compagnie della fede con particolare devozione per la Vergine Maria. In questo contesto si inserisce anche la nascita della...]]></itunes:summary><itunes:duration>706</itunes:duration><itunes:keywords>capitani,domenicano,eretici,firenze,martire,misericordia,pietro,prediche,verona</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/6cdd898bbb37b60075c9fa28f66c2b4d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Come don Bosco affrontò l'epidemia di colera a Torino</title><link>https://www.spreaker.com/episode/come-don-bosco-affronto-l-epidemia-di-colera-a-torino--44741881</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6566" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6566</a><br /><br />COME DON BOSCO AFFRONTO' L'EPIDEMIA A TORINO di Maria Bigazzi<br />Tra il 1854 e il 1855 in Italia comincia a diffondersi una malattia che porterà alla morte migliaia e migliaia di persone: il colera.<br />Nel 1854 anche Torino ne viene colpita. Don Bosco era stato avvertito in anticipo per grazia di divina che presto si sarebbe diffusa anche a nella sua città e vi avrebbe fatto strage.<br />Il santo avvertì i suoi ragazzi dell'oratorio dicendo loro: "Voi state tranquilli: se farete quanto vi dico, sarete salvi da quel flagello. - Che cosa dobbiamo fare? - gli avevano chiesto i giovani. - Prima di tutto vivere in grazia di Dio; portare al collo una medaglia di Maria SS. che io benedirò e darò a ciascuno e a questo fine recitare ogni giorno un Pater, Ave e un Gloria coll'Oremus di S. Luigi e la giaculatoria: Ab omni malo libera nos, Domine -.<br />Con lo scoppio del colera cominciarono a morire molte persone. Nei primi giorni dell'infezione, quanti erano i colpiti, tanti erano i morti. Secondo le stime dell'epoca, su cento casi si avevano in media sessanta decessi.<br />La gente viveva in uno stato di angoscia e sgomento. Cessava il commercio, le botteghe venivano chiuse, molte persone fuggivano per paura. Non si conosceva alcun rimedio per curare il morbo.<br />All'annuncio dei primi casi a Torino, il clero si disse subito pronto ad aiutare le autorità civili e a soccorrere i malati.<br />Il Municipio stesso, appena comparve imminente lo scoppio del flagello, diede uno splendido esempio di pietà. Dopo avere adottato le misure sanitarie necessarie, implorò l'aiuto della Vergine Maria ordinando una funzione religiosa nel Santuario di Maria SS. Consolatrice.<br />Don Bosco per primo si prodigò per gli ammalati. Egli usò ogni possibile mezzo di precauzione, fece ripulire il locale, aggiustare altre camere, diminuire il numero dei letti nei dormitori e migliorare il vitto, sobbarcandosi gravissime spese.<br />Ma non si affidò ai soli provvedimenti terreni. Egli ben sapeva che il vero aiuto non poteva venire che da Dio.<br />Prostrato davanti all'altare pregava il Signore così: "Mio Dio, percuotete il pastore, ma risparmiate il tenero gregge"; e rivolgendosi alla Vergine Maria aggiungeva: "Maria, Voi siete madre amorosa, e potente; deh! Preservatemi questi amati figli, a qualora il Signore volesse una vittima tra noi, eccomi pronto a morire, quando e come a Lui piace".<br />Sabato 5 agosto, festa della Madonna della Neve, don Bosco raccolse i ricoverati attorno a sé. Annunciando la comparsa del flagello raccomandava a tutti sobrietà, temperanza, tranquillità di spirito e coraggio, e insieme confidenza in Maria Santissima, una buona confessione e la santa Comunione.<br />Con queste parole istruì i suoi ragazzi, affidandoli a Dio per mezzo di Maria: "Causa della morte è senza dubbio il peccato. Se voi vi metterete tutti in grazia di Dio e non commetterete alcun peccato mortale, io vi assicuro che nessuno di voi sarà toccato dal colera; ma se mai qualcuno rimanesse ostinato nemico di Dio, e, quel che è peggio, osasse offenderlo gravemente, da quel momento io non potrei più essere garante né di lui, né per qualunque altro della Casa".<br />I giovani accolsero l'invito di don Bosco e subito si accostarono ai Sacramenti, menando da quel giorno una condotta esemplare.<br />Ogni sera molti lo circondavano per esporgli i propri dubbi o manifestargli le piccole mancanze della giornata, e don Bosco, da amorevole padre, non mancava mai di dare loro ascolto e conforto.<br />Egli per primo assisteva con eroica abnegazione i contagiati.<br />Nessuno dei ragazzi di don Bosco, lui compreso, si ammalò di colera, pur venendo continuamente a contatto con ammalati.<br />Abbandonarsi completamente a Dio senza riserve, vincendo ogni paura e rispetto umano, e mettersi sotto la protezione della Vergine Maria, sono i principali rimedi per affrontare qualsiasi evento nefasto.<br />Don Bosco indicò ai suoi ragazzi la Confessione e la Comunione come le armi più forti e i veri strumenti di protezione.<br />L'Eucaristia infatti è l'unica vera Medicina dell'anima che preserva sia dalle malattie spirituali che da quelle corporali, il vero e unico Nutrimento per vincere il male e diventare una cosa sola con Cristo.<br />Insegna Gesù che se avremo "fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile" (Mt 17,20).<br />Così, con piena fiducia in Dio, imploriamo il Suo aiuto e la guarigione del mondo da ogni malattia spirituale e corporale, in particolare da quella che in questo momento ci sta affliggendo maggiormente, senza mai rinunciare a Lui e ai Sacramenti per timore o negligenza.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/44741881</guid><pubDate>Tue, 11 May 2021 20:34:49 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/44741881/come_don_bosco_affront_l_epidemia_di_colera_a_torino.mp3" length="6865396" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6566

COME DON BOSCO AFFRONTO' L'EPIDEMIA A TORINO di Maria Bigazzi
Tra il 1854 e il 1855 in Italia comincia a diffondersi una malattia che porterà alla morte migliaia e migliaia di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6566" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6566</a><br /><br />COME DON BOSCO AFFRONTO' L'EPIDEMIA A TORINO di Maria Bigazzi<br />Tra il 1854 e il 1855 in Italia comincia a diffondersi una malattia che porterà alla morte migliaia e migliaia di persone: il colera.<br />Nel 1854 anche Torino ne viene colpita. Don Bosco era stato avvertito in anticipo per grazia di divina che presto si sarebbe diffusa anche a nella sua città e vi avrebbe fatto strage.<br />Il santo avvertì i suoi ragazzi dell'oratorio dicendo loro: "Voi state tranquilli: se farete quanto vi dico, sarete salvi da quel flagello. - Che cosa dobbiamo fare? - gli avevano chiesto i giovani. - Prima di tutto vivere in grazia di Dio; portare al collo una medaglia di Maria SS. che io benedirò e darò a ciascuno e a questo fine recitare ogni giorno un Pater, Ave e un Gloria coll'Oremus di S. Luigi e la giaculatoria: Ab omni malo libera nos, Domine -.<br />Con lo scoppio del colera cominciarono a morire molte persone. Nei primi giorni dell'infezione, quanti erano i colpiti, tanti erano i morti. Secondo le stime dell'epoca, su cento casi si avevano in media sessanta decessi.<br />La gente viveva in uno stato di angoscia e sgomento. Cessava il commercio, le botteghe venivano chiuse, molte persone fuggivano per paura. Non si conosceva alcun rimedio per curare il morbo.<br />All'annuncio dei primi casi a Torino, il clero si disse subito pronto ad aiutare le autorità civili e a soccorrere i malati.<br />Il Municipio stesso, appena comparve imminente lo scoppio del flagello, diede uno splendido esempio di pietà. Dopo avere adottato le misure sanitarie necessarie, implorò l'aiuto della Vergine Maria ordinando una funzione religiosa nel Santuario di Maria SS. Consolatrice.<br />Don Bosco per primo si prodigò per gli ammalati. Egli usò ogni possibile mezzo di precauzione, fece ripulire il locale, aggiustare altre camere, diminuire il numero dei letti nei dormitori e migliorare il vitto, sobbarcandosi gravissime spese.<br />Ma non si affidò ai soli provvedimenti terreni. Egli ben sapeva che il vero aiuto non poteva venire che da Dio.<br />Prostrato davanti all'altare pregava il Signore così: "Mio Dio, percuotete il pastore, ma risparmiate il tenero gregge"; e rivolgendosi alla Vergine Maria aggiungeva: "Maria, Voi siete madre amorosa, e potente; deh! Preservatemi questi amati figli, a qualora il Signore volesse una vittima tra noi, eccomi pronto a morire, quando e come a Lui piace".<br />Sabato 5 agosto, festa della Madonna della Neve, don Bosco raccolse i ricoverati attorno a sé. Annunciando la comparsa del flagello raccomandava a tutti sobrietà, temperanza, tranquillità di spirito e coraggio, e insieme confidenza in Maria Santissima, una buona confessione e la santa Comunione.<br />Con queste parole istruì i suoi ragazzi, affidandoli a Dio per mezzo di Maria: "Causa della morte è senza dubbio il peccato. Se voi vi metterete tutti in grazia di Dio e non commetterete alcun peccato mortale, io vi assicuro che nessuno di voi sarà toccato dal colera; ma se mai qualcuno rimanesse ostinato nemico di Dio, e, quel che è peggio, osasse offenderlo gravemente, da quel momento io non potrei più essere garante né di lui, né per qualunque altro della Casa".<br />I giovani accolsero l'invito di don Bosco e subito si accostarono ai Sacramenti, menando da quel giorno una condotta esemplare.<br />Ogni sera molti lo circondavano per esporgli i propri dubbi o manifestargli le piccole mancanze della giornata, e don Bosco, da amorevole padre, non mancava mai di dare loro ascolto e conforto.<br />Egli per primo assisteva con eroica abnegazione i contagiati.<br />Nessuno dei ragazzi di don Bosco, lui compreso, si ammalò di colera, pur venendo continuamente a contatto con ammalati.<br />Abbandonarsi completamente a Dio senza riserve, vincendo ogni paura e rispetto umano, e mettersi sotto la protezione della...]]></itunes:summary><itunes:duration>430</itunes:duration><itunes:keywords>bosco,colera,comunione,confessione,consolatrice,flagello,grazia,torino</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/34a90d484d16895c97506208b84e57a3.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La risurrezione di un ragazzo grazie all'intercessione di San Francesco di Sales</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-risurrezione-di-un-ragazzo-grazie-all-intercessione-di-san-francesco-di-sales--44420261</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6551" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6551</a><br /><br />LA RISURREZIONE DI UN RAGAZZO GRAZIE ALL'INTERCESSIONE DI SAN FRANCESCO DI SALES di di Corrado Gnerre<br />Vi è una differenza tra miracolo e prodigio. Entrambi sono eventi straordinari (cioè al di fuori dell'ordinario) e sensibili; ma mentre il prodigio non supera totalmente le leggi della natura, il miracolo invece sì. Pertanto, quest'ultimo - il miracolo - può essere compiuto solamente da Dio, che è sovrano delle leggi della natura, mentre il prodigio può avere come autore anche un essere preternaturale, cioè un angelo, e quindi anche un angelo<br />cattivo quale il demonio.<br />Il prodigio si può trovare in tutte le religioni (anche se non è facile), il miracolo invece lo si ritrova solo nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana. O, per lo meno, potrebbe anche verificarsi nelle altre religioni, ma solo privatamente. Facciamo un esempio: una povera mamma si trova per ignoranza involontaria in un altro contesto religioso, chiede una grazia per un suo figliuolo; ebbene, Dio potrebbe per compassione accordargliela, ma certamente non per metterebbe che quel miracolo venisse reso pubblico per non creare confusione. Altro è invece il cosiddetto miracolo apologetico, cioè il miracolo per confermare la dottrina. Questo avviene solo nel Cattolicesimo.<br />La resurrezione di un morto è certamente un miracolo, in quanto è un evento che supera totalmente le leggi della natura. La religione cattolica annovera diversi miracoli di questo tipo. Uno risulta particolarmente importante, poiché il diretto interessato con la sua vita successiva ha ulteriormente confermato la veridicità dell'accaduto. Alta Savoia, 1623, un anno dopo la morte di san Francesco di Sales: due fratelli di 14 e 15 anni avevano deciso di fuggire dalla casa di un sacerdote, dove si recavano per imparare la grammatica latina. Avevano fatto arrabbiare il loro maestro e avevano deciso di ritornarsene a casa.<br />Camminando velocemente, raggiunsero un torrente, il Fier, e dovettero attraversarlo. Il torrente era in piena e c'erano solo tre assi per passare dall'altra parte. Il primo dei due ragazzi, Girolamo, si avviò, ma fu colto da vertigini e cadde in acqua. Il fratello, gridando, si mise a correre lungo il torrente, ma vide sparire tra i flutti il corpo del malcapitato. Il povero ragazzo, preso sempre più dalla disperazione, corse al paese più vicino, Ornay, per cercare soccorsi e andò anche dal parroco, da cui erano scappati. Al torrente si radunò una gran folla, ma nessuno riuscì a trovare il corpo dello sventurato Girolamo.<br />Dopo un po' di tempo sopraggiunse un certo Alessandro Raphin, accompagnato da suo figlio e da altra gente, ancora di Ornay. Raphin era il miglior nuotatore del paese e già aveva recuperato molti corpi di annegati. Dopo numerosi tentativi, che durarono diverse ore, Raphin riuscì a trovare il corpo del povero Girolamo.<br />Nessuno poteva dubitare che fosse morto. Fu trasportato dal parroco di Ville e fu fatta scavare una tomba, ma si decise di non seppellirlo subito, per attendere l'arrivo del sacerdote, dalla cui casa il giovane era scappato. Giunse in serata: era molto addolorato, in un certo qual modo si sentiva responsabile di quella morte. Forse, se fosse stato meno duro... Decise di pregare a lungo vicino alla salma. Si fece poi raccontare dall'altro giovane come fosse avvenuta la disgrazia e quel giovane gli disse che, prima di attraversare il torrente in piena, i due avevano fatto un voto a san Francesco di Sales (ancora non santo, ma la cui devozione già era molto sentita in quelle terre), promettendo di andare in pellegrinaggio alla sua tomba se fossero riusciti a passare all'altra riva. A queste parole, il parroco, che si chiamava don Puthod, rimase molto meravigliato, perché, vicino alla salma, anche lui si era sentito particolarmente spinto ad invocare l'aiuto di san Francesco di Sales affinché il povero Girolamo potesse ritornare in vita.<br />Andarono a fare la veglia funebre. Il parroco incaricò un uomo di andare ad Annency per depositare sulla tomba di san Francesco di Sales un foglio sul quale era scritto che, se il Santo avesse esaudito la sua preghiera, lui, don Puthod, avrebbe celebrato per nove giorni consecutivi la Santa Messa nella chiesa in cui riposava il Santo.<br />Intanto la salma del povero Girolamo si era fatta sempre più brutta. Erano trascorse, infatti, molte ore. Ma, proprio quando si stava per deporlo nella tomba, Girolamo alzò un braccio. Lo si sentì lamentare e pronunziare con voce flebile: «O beato Francesco di Sales!». Come si può immaginare, ci furono scene di panico, alcuni fuggirono, altri svennero, i più coraggiosi gridarono: «Un miracolo, è un miracolo!». Erano presenti due sacerdoti, don Puthod e un altro. Entrambi presero Girolamo e lo sollevarono. Adesso non appariva più brutto e sfigurato. Don Puthod gli chiese: «Cosa ricordi?». Girolamo rispose: «Ho visto il beato Francesco di Sales e mi ha dato la sua benedizione».]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/44420261</guid><pubDate>Wed, 21 Apr 2021 13:16:36 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/44420261/la_resurrezione_di_san_francesco_di_sales.mp3" length="6418180" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6551

LA RISURREZIONE DI UN RAGAZZO GRAZIE ALL'INTERCESSIONE DI SAN FRANCESCO DI SALES di di Corrado Gnerre
Vi è una differenza tra miracolo e prodigio. Entrambi sono eventi...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6551" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6551</a><br /><br />LA RISURREZIONE DI UN RAGAZZO GRAZIE ALL'INTERCESSIONE DI SAN FRANCESCO DI SALES di di Corrado Gnerre<br />Vi è una differenza tra miracolo e prodigio. Entrambi sono eventi straordinari (cioè al di fuori dell'ordinario) e sensibili; ma mentre il prodigio non supera totalmente le leggi della natura, il miracolo invece sì. Pertanto, quest'ultimo - il miracolo - può essere compiuto solamente da Dio, che è sovrano delle leggi della natura, mentre il prodigio può avere come autore anche un essere preternaturale, cioè un angelo, e quindi anche un angelo<br />cattivo quale il demonio.<br />Il prodigio si può trovare in tutte le religioni (anche se non è facile), il miracolo invece lo si ritrova solo nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana. O, per lo meno, potrebbe anche verificarsi nelle altre religioni, ma solo privatamente. Facciamo un esempio: una povera mamma si trova per ignoranza involontaria in un altro contesto religioso, chiede una grazia per un suo figliuolo; ebbene, Dio potrebbe per compassione accordargliela, ma certamente non per metterebbe che quel miracolo venisse reso pubblico per non creare confusione. Altro è invece il cosiddetto miracolo apologetico, cioè il miracolo per confermare la dottrina. Questo avviene solo nel Cattolicesimo.<br />La resurrezione di un morto è certamente un miracolo, in quanto è un evento che supera totalmente le leggi della natura. La religione cattolica annovera diversi miracoli di questo tipo. Uno risulta particolarmente importante, poiché il diretto interessato con la sua vita successiva ha ulteriormente confermato la veridicità dell'accaduto. Alta Savoia, 1623, un anno dopo la morte di san Francesco di Sales: due fratelli di 14 e 15 anni avevano deciso di fuggire dalla casa di un sacerdote, dove si recavano per imparare la grammatica latina. Avevano fatto arrabbiare il loro maestro e avevano deciso di ritornarsene a casa.<br />Camminando velocemente, raggiunsero un torrente, il Fier, e dovettero attraversarlo. Il torrente era in piena e c'erano solo tre assi per passare dall'altra parte. Il primo dei due ragazzi, Girolamo, si avviò, ma fu colto da vertigini e cadde in acqua. Il fratello, gridando, si mise a correre lungo il torrente, ma vide sparire tra i flutti il corpo del malcapitato. Il povero ragazzo, preso sempre più dalla disperazione, corse al paese più vicino, Ornay, per cercare soccorsi e andò anche dal parroco, da cui erano scappati. Al torrente si radunò una gran folla, ma nessuno riuscì a trovare il corpo dello sventurato Girolamo.<br />Dopo un po' di tempo sopraggiunse un certo Alessandro Raphin, accompagnato da suo figlio e da altra gente, ancora di Ornay. Raphin era il miglior nuotatore del paese e già aveva recuperato molti corpi di annegati. Dopo numerosi tentativi, che durarono diverse ore, Raphin riuscì a trovare il corpo del povero Girolamo.<br />Nessuno poteva dubitare che fosse morto. Fu trasportato dal parroco di Ville e fu fatta scavare una tomba, ma si decise di non seppellirlo subito, per attendere l'arrivo del sacerdote, dalla cui casa il giovane era scappato. Giunse in serata: era molto addolorato, in un certo qual modo si sentiva responsabile di quella morte. Forse, se fosse stato meno duro... Decise di pregare a lungo vicino alla salma. Si fece poi raccontare dall'altro giovane come fosse avvenuta la disgrazia e quel giovane gli disse che, prima di attraversare il torrente in piena, i due avevano fatto un voto a san Francesco di Sales (ancora non santo, ma la cui devozione già era molto sentita in quelle terre), promettendo di andare in pellegrinaggio alla sua tomba se fossero riusciti a passare all'altra riva. 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Per la sua capacità di coniugare scienza e fede, è riconosciuto come Santo dalla Chiesa Cattolica. [...]<br />Contrariamente a quanto si possa credere, non nacque a Napoli, ma a Benevento, il 25 luglio 1890, da Francesco Moscati, magistrato, e Rosa de Luca; fu il settimo dei loro nove figli. Si trasferì nel capoluogo campano quando aveva quattro anni, dopo una breva permanenza ad Ancona, per via del lavoro del padre.<br />L'8 dicembre 1888 ricevette la Prima Comunione da monsignor Enrico Marano nella chiesa delle Ancelle del Sacro Cuore, fondate da santa Caterina Volpicelli. Studiò presso il liceo «Vittorio Emanuele»; dopo il conseguimento del diploma di maturità classica, nel 1897, iniziò gli studi universitari presso la facoltà di Medicina. Il motivo di quella scelta, di rottura rispetto alla tradizione familiare (oltre al padre, anche suo nonno paterno e due fratelli avevano studiato Giurisprudenza), è forse dovuto al fatto che, dalla finestra della nuova abitazione, poteva osservare l'Ospedale degli Incurabili, che suo padre gl'indicava suggerendogli sentimenti di pietà per i pazienti ricoverati.<br />Il primo ammalato con cui ebbe a che fare suo fratello Alberto, il quale, caduto da cavallo, subì un trauma cranico, che gli produsse una forma di epilessia. Quest'evento persuase il giovane da una parte della brevità della vita umana, dall'altra di doversi dedicare interamente alla professione medica. Nel frattempo, il 2 marzo 1898, fu cresimato da monsignor Pasquale de Siena, vescovo ausiliare del cardinal Sanfelice, arcivescovo di Napoli.<br />All'epoca la facoltà di Medicina, insieme a quella di Filosofia, era quella più influenzata dalle dottrine del materialismo. Tuttavia Giuseppe se ne tenne a distanza, concentrandosi sulla preparazione degli esami. Concluse gli studi il 4 agosto 1903 con una tesi sull'urogenesi epatica, laureandosi col massimo dei voti.<br /><br />O MORTE SARÒ LA TUA MORTE<br />Nemmeno tre anni dopo, iniziò a emergere la sua capacità di agire tempestivamente: dopo aver assistito alle prime fasi dell'eruzione del Vesuvio dell'8 aprile 1906, si precipitò a Torre del Greco, dove gli Ospedali Riuniti di Napoli avevano una sede distaccata, e trasmise l'ordine di sgombero, caricando personalmente i pazienti, molti dei quali paralitici, sugli automezzi che li avrebbero condotti in salvo. Appena l'ultimo paziente fu sistemato, il tetto dell'ospedale crollò. Per sé il giovane medico non volle encomi, ringraziando invece il resto del personale, a suo dire più meritevole. Nell'epidemia di colera del 1911 fu invece incaricato di effettuare ricerche sull'origine dell'epidemia: i suoi consigli su come contenerla contribuirono a limitarne i danni.<br />Tra gli elogi che arrivavano da parte del mondo accademico, gli giunse anche la vittoria in un importante concorso, che lo inserì a pieno titolo nell'attività dell'Ospedale degli Incurabili. Portava avanti in parallelo l'esercizio della professione e la libera docenza universitaria. Furono numerose anche le sue pubblicazioni su riviste di settore e le partecipazioni a congressi medici internazionali.<br />Un insegnamento di rilievo gli veniva dalle autopsie, nelle quali era tanto abile che, nel 1925, accettò di dirigere l'Istituto di anatomia patologica. Un giorno convocò i suoi assistenti nella sala delle autopsie per mostrare loro non un caso clinico, ma la vittoria della vita sulla morte: «Ero mors tua, o mors», come diceva un cartello sovrastato da un crocifisso, fatto sistemare da lui su una delle pareti. In altri casi, mentre esaminava i cadaveri, fu udito affermare che la morte aveva qualcosa d'istruttivo.<br />Non che fosse un personaggio cupo, tutt'altro. I suoi parenti e colleghi testimoniarono che dalla sua persona promanava un fascino distinto, che lo rendeva di buona compagnia. Era anche molto attento alla natura, all'arte e alla storia antica, come si evince dal racconto di un viaggio in Sicilia. Non si concedeva altri svaghi come andare a teatro o al cinema e non aveva neppure un'automobile sua, preferendo spostarsi a piedi o coi mezzi pubblici, anche sulla lunga distanza.<br />Erano tutti modi con cui si esercitava a conservarsi sobrio e povero, come gli ammalati che prediligeva visitare. Numerosi sono i racconti di pazienti che si videro recapitare indietro la somma con cui l'avevano pagato, anche se ne aveva diritto essendo venuto da lontano. I poveri, per lui, erano «le figure di Gesù Cristo, anime immortali, divine, per le quali urge il precetto evangelico di amarle come noi stessi». [...] Il dottor Moscati insegnava a trattare questa manifestazione «non come un guizzo o una contrazione muscolare, ma come il grido di un'anima, a cui un altro fratello, il medico, accorre con l'ardenza dell'amore, la carità».<br /><br />MARIA E L'EUCARISTIA<br />E proprio la carità era, secondo lui, la vera forza capace di cambiare il mondo, come scrisse nel 1922 al dottor Antonio Guerricchio, un tempo suo assistente: «Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo, in alcuni periodi; e solo pochissimi uomini son passati alla storia per la scienza; ma tutti potranno rimanere imperituri, simbolo dell'eternità della vita, in cui la morte non è che una tappa, una metamorfosi per un più alto ascenso, se si dedicheranno al bene».<br />Nel dottor Moscati la scienza era compenetrata da un'acuta capacità diagnostica, tanto più sorprendente se si pensa che, alla sua epoca, erano sicuramente noti i raggi X, ma non le tecniche con le quali oggi s'indaga l'interno degli organi, come la TAC o altre. I sintomi che altri riconducevano a malattie di un certo tipo erano da lui riferiti a cause di natura diversa, per le quali disponeva terapie il più delle volte benefiche. Oltre ai suoi prediletti, ebbe due pazienti celebri: il tenore Enrico Caruso, a cui rivelò - dopo essere stato tardivamente consultato - la vera natura del male che lo condusse alla morte, e il fondatore del santuario della Madonna del Rosario di Pompei, il Beato Bartolo Longo.<br />Tutte queste doti traevano la propria sorgente dall'Eucaristia, che riceveva quotidianamente, in particolare nella chiesa del Gesù Nuovo, non molto lontana dalla sua abitazione, in via Cisterna dell'Olio 10, dove viveva con la sorella Anna, detta Nina. Grande era anche la sua devozione alla Vergine Maria, sul cui esempio decise, nel pieno della maturità, di rimanere celibe, ma senza farsi religioso come san Riccardo Pampuri né diventare sacerdote, scelta che invece compì, a quarantacinque anni, il Servo di Dio Eustachio Montemurro. Qualcuno ha sospettato che fosse, per usare un eufemismo, incapace alla riproduzione o che avesse qualche tratto di misoginia. In realtà non si riteneva incline al matrimonio, che invece esortava ad abbracciare ai suoi giovani allievi: inoltre, se avesse preso moglie, non sarebbe più stato libero di visitare i suoi poveri.<br /><br />LA MORTE<br />La morte lo colse per infarto al culmine di una giornata come tante, verso le 15 del 12 aprile 1927. La poltrona dove si sedette, poco dopo aver applicato a se stesso la capacità diagnostica che aveva salvato tanti, è conservata ancora oggi, come tanti altri suoi oggetti, nella chiesa del Gesù Nuovo, grazie all'intervento della sorella Nina.<br />I padri Gesuiti, a cui è tuttora affidato il Gesù Nuovo, non raccolsero solo la sua eredità materiale, ma si fecero custodi del suo ricordo e seguirono l'aumento della sua fama di santità. La sua causa di beatificazione si è quindi svolta nella diocesi di Napoli a partire dal 1931. Dichiarato Venerabile il 10 maggio 1973, è stato beatificato a Roma dal Beato Paolo VI il 16 novembre 1975.<br />A seguito del riconoscimento di un ulteriore miracolo per sua intercessione, dopo i due necessari per farlo Beato secondo la legislazione dell'epoca, è stato canonizzato da san Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1987. [...]<br />Il 16 novembre del 1930 i suoi resti vennero trasferiti dalla cappella dei Pellegrini nel cimitero di Poggioreale alla chiesa del Gesù Nuovo e collocati nel lato destro della cappella di san Francesco Saverio. Sempre il 16 novembre, ma del 1977, quindi due anni dopo la beatificazione, vennero posti sotto l'altare della cappella della Visitazione, a seguito della ricognizione canonica.<br />La memoria liturgica di san Giuseppe Moscati nel Martyrologium Romanum è il 12 aprile ma localmente, dato che il giorno della nascita al Cielo può cadere nei giorni tra la fine della Quaresima e l'Ottava di Pasqua, è stata fissata al 16 novembre.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/44328112</guid><pubDate>Wed, 14 Apr 2021 08:33:41 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/44328112/san_giuseppe_moscati_il_mio_posto_accanto_all_ammalato.mp3" length="11624279" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6538

MOSCATI: ''IL MIO POSTO E' ACCANTO AL MALATO'' di Emilia Flocchini
Giuseppe Moscati fu uno dei medici più conosciuti della Napoli d'inizio Novecento. Per la sua capacità di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6538" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6538</a><br /><br />MOSCATI: ''IL MIO POSTO E' ACCANTO AL MALATO'' di Emilia Flocchini<br />Giuseppe Moscati fu uno dei medici più conosciuti della Napoli d'inizio Novecento. Per la sua capacità di coniugare scienza e fede, è riconosciuto come Santo dalla Chiesa Cattolica. [...]<br />Contrariamente a quanto si possa credere, non nacque a Napoli, ma a Benevento, il 25 luglio 1890, da Francesco Moscati, magistrato, e Rosa de Luca; fu il settimo dei loro nove figli. Si trasferì nel capoluogo campano quando aveva quattro anni, dopo una breva permanenza ad Ancona, per via del lavoro del padre.<br />L'8 dicembre 1888 ricevette la Prima Comunione da monsignor Enrico Marano nella chiesa delle Ancelle del Sacro Cuore, fondate da santa Caterina Volpicelli. Studiò presso il liceo «Vittorio Emanuele»; dopo il conseguimento del diploma di maturità classica, nel 1897, iniziò gli studi universitari presso la facoltà di Medicina. Il motivo di quella scelta, di rottura rispetto alla tradizione familiare (oltre al padre, anche suo nonno paterno e due fratelli avevano studiato Giurisprudenza), è forse dovuto al fatto che, dalla finestra della nuova abitazione, poteva osservare l'Ospedale degli Incurabili, che suo padre gl'indicava suggerendogli sentimenti di pietà per i pazienti ricoverati.<br />Il primo ammalato con cui ebbe a che fare suo fratello Alberto, il quale, caduto da cavallo, subì un trauma cranico, che gli produsse una forma di epilessia. Quest'evento persuase il giovane da una parte della brevità della vita umana, dall'altra di doversi dedicare interamente alla professione medica. Nel frattempo, il 2 marzo 1898, fu cresimato da monsignor Pasquale de Siena, vescovo ausiliare del cardinal Sanfelice, arcivescovo di Napoli.<br />All'epoca la facoltà di Medicina, insieme a quella di Filosofia, era quella più influenzata dalle dottrine del materialismo. Tuttavia Giuseppe se ne tenne a distanza, concentrandosi sulla preparazione degli esami. Concluse gli studi il 4 agosto 1903 con una tesi sull'urogenesi epatica, laureandosi col massimo dei voti.<br /><br />O MORTE SARÒ LA TUA MORTE<br />Nemmeno tre anni dopo, iniziò a emergere la sua capacità di agire tempestivamente: dopo aver assistito alle prime fasi dell'eruzione del Vesuvio dell'8 aprile 1906, si precipitò a Torre del Greco, dove gli Ospedali Riuniti di Napoli avevano una sede distaccata, e trasmise l'ordine di sgombero, caricando personalmente i pazienti, molti dei quali paralitici, sugli automezzi che li avrebbero condotti in salvo. Appena l'ultimo paziente fu sistemato, il tetto dell'ospedale crollò. Per sé il giovane medico non volle encomi, ringraziando invece il resto del personale, a suo dire più meritevole. Nell'epidemia di colera del 1911 fu invece incaricato di effettuare ricerche sull'origine dell'epidemia: i suoi consigli su come contenerla contribuirono a limitarne i danni.<br />Tra gli elogi che arrivavano da parte del mondo accademico, gli giunse anche la vittoria in un importante concorso, che lo inserì a pieno titolo nell'attività dell'Ospedale degli Incurabili. Portava avanti in parallelo l'esercizio della professione e la libera docenza universitaria. Furono numerose anche le sue pubblicazioni su riviste di settore e le partecipazioni a congressi medici internazionali.<br />Un insegnamento di rilievo gli veniva dalle autopsie, nelle quali era tanto abile che, nel 1925, accettò di dirigere l'Istituto di anatomia patologica. Un giorno convocò i suoi assistenti nella sala delle autopsie per mostrare loro non un caso clinico, ma la vittoria della vita sulla morte: «Ero mors tua, o mors», come diceva un cartello sovrastato da un crocifisso, fatto sistemare da lui su una delle pareti. In altri casi, mentre esaminava i cadaveri, fu udito affermare che la morte aveva qualcosa d'istruttivo.<br />Non che fosse un personaggio cupo,...]]></itunes:summary><itunes:duration>727</itunes:duration><itunes:keywords>caruso,diagnosi,malati,martyrologium,medico,moscati</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1b18bd6ae47f292e339444ef2c109f55.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La resurrezione, la Maddalena e San Pietro</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-resurrezione-la-maddalena-e-san-pietro--44246840</link><description><![CDATA[VIDEO: Schegge di Vangelo ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=IAElkvCsan0&list=PLgMdR9w-900kJACstaBTxtpCHnHN-w3tP" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=IAElkvCsan0&list=PLgMdR9w-900kJACstaBTxtpCHnHN-w3tP</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6535" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6535</a><br /><br />LA RESURREZIONE, LA MADDALENA E SAN PIETRO di Roberto de Mattei<br />Vorrei proporre alcune riflessioni sulla Resurrezione del Signore, tratte dalle meditazioni del venerabile padre Luis de la Puente (1554-1624), conosciuto in italiano come Ludovico da Ponte. Queste riflessioni riguardano non la Resurrezione in sé stessa, ma la sua manifestazione al mondo, affinché gli uomini ne traessero il maggior frutto. Cristo, dice il padre Da Ponte, manifestò in tre modi la sua Resurrezione.<br />Il primo modo fu per mezzo dei santi che risuscitarono con lui, i quali, come dice san Matteo, usciti dai loro sepolcri, dopo la Resurrezione del Signore, vennero alla città di Gerusalemme, e apparvero a molti (Mt 27, 53), predicando loro che quello era il vero Messia, Re di Israele e Salvatore del mondo. Ed è da credere che tra gli altri apparissero a Giuseppe di Arimatea e a Nicodemo, consolandoli e confermandoli nella fede del loro Maestro.<br />Il secondo modo fu attraverso gli Angeli, i quali manifestarono la sua Resurrezione alle pie Donne che andavano al sepolcro, per ungere il suo Corpo, dando loro notizia dell'accaduto, e mostrando loro il Sepolcro già vuoto.<br />Ma non contento di questi annunci, Nostro Signore volle manifestarsi da sé stesso in Persona, ai suoi amici, rimanendo nel mondo alcuni giorni, per confortarli e affinché essi stessi potessero predicare la sua Resurrezione come testimoni oculari (Atti 1, 3). Egli rimase dunque quaranta giorni sulla terra, per purificarla con la sua presenza e mostrare che non aveva dimenticato nella prosperità quelli che lo avevano accompagnato nelle avversità.<br /><br />LE TRE VIE DI GESÙ PER MANIFESTARE I MISTERI<br />Da ciò deriva, come osserva il padre Da Ponte, che Gesù ha tre vie per manifestare i suoi misteri alle persone spirituali.<br />La prima è per mezzo degli uomini santi, che conoscono per esperienza la santità e le grandezze di Dio e con santo zelo mostrano agli altri quello che sanno, affinché Dio sia conosciuto e glorificato.<br />La seconda via è per mezzo degli Angeli, che con le loro segrete ispirazioni ci illuminano, ci insegnano, ci consolano e ci aiutano ad eliminare gli ostacoli che ci impediscono di godere di Gesù Cristo.<br />La terza via è Gesù stesso, che ci parla al cuore e ci testimonia la sua Divina Presenza. Egli lo fa con i suoi più devoti ed amati discepoli, adempiendo con essi quello che disse nell'Ultima Cena. "Colui che mi ama sarà amato dal mio Padre, e io pure l'amerò e gli manifesterò me stesso" (Gv 14, 21).<br />Comprendiamo così come la prima apparizione che Gesù volle fare dopo la Resurrezione fu alla creatura che più amava, la sua santissima Madre, la sola che, pur nella profonda afflizione, conservava integra la fede nella Resurrezione.<br />È difficile immaginare gli scambi di parole e di affetti che la Madre e il Figlio ebbero in questo straordinario incontro. Gesù Le rivelò certo molte cose del futuro, ma Le chiese anche di mantenere il segreto con gli Apostoli.<br /><br />LA PRIMA DONNA<br />Ma prima degli Apostoli, Egli volle manifestare la sua Resurrezione alle pie Donne che fino alla sepoltura del suo corpo non lo avevano mai abbandonato. Il Vangelo racconta infatti che Maria Maddalena, Maria di Cleofa e Salomé (Mc, 16,1), si recarono al Sepolcro, dove trovarono l'Angelo, che annunciò la Resurrezione del Signore, dicendo loro di andare a comunicarlo agli Apostoli. Giunte infatti le Donne dove stavano i Discepoli, come dice san Marco, mesti e lagrimevoli (Mc 16, 10), e facendo loro l'ambasciata degli angeli, questi non credettero loro, anzi, come dice san Luca, le parole delle pie Donne parvero loro deliri e sogni (Lc 24, 11), e anche quando la Maddalena aggiunse che aveva ella stessa veduto con i propri occhi Cristo risorto, non le credettero (Mc 16, 11).<br />Il venerabile Da Ponte osserva che da questo episodio dobbiamo imparare a trovare l'equilibrio tra due errori, perché "non è minor errore chiamare vaneggiamento della immaginazione la rivelazione di Dio, di quanto non lo sia chiamare rivelazione di Dio il vaneggiamento della immaginazione".<br />Ma fa riflettere soprattutto il fatto che la prima creatura a cui Nostro Signore apparve, dopo la Madonna, fu una peccatrice pentita. L'amore della Maddalena per Gesù fu non solo ardente, ma perseverante. Quando le altre pie Donne si allontanarono dal Sepolcro, accontentandosi di quanto aveva detto loro l'Angelo e per quanto anche san Pietro e san Giovanni se ne tornassero a casa, bastando loro di aver visto le fasce, Lei rimase, in lacrime, perché non trovava consolazione nelle creature e il Signore le apparve. Qui, osserva il padre Da Ponte, dobbiamo considerare l'infinita carità del Redentore nell'onorare i peccatori convertiti, scegliendo come primo testimone della sua Resurrezione una donna in cui avevano abitato sette demoni (Lc 8,2), cioè i sette peccati mortali che da questi demoni derivavano e ciò perché si comprendesse che il numero e la gravità dei peccati commessi non pregiudica la salvezza, quando questi peccati vengono riparati con penitenza e fervore.<br /><br />IL PRIMO UOMO<br />Pietro e Paolo corsero al sepolcro, dove non trovarono il corpo di Gesù, ma le fasce che lo avevano avvolto. I due apostoli tornarono a casa, ma mentre san Pietro stava pensieroso, riflettendo su quello che aveva veduto, gli apparve Cristo. Secondo le parole di san Luca: "Surrexit Dominus vere, et apparuit Simoni": Cristo è veramente risuscitato e apparve a Simone (Lc 24, 34).<br />Anche Giovanni era andato al sepolcro, ma Gesù apparve solo a Pietro, affinché si veda, secondo il venerabile Da Ponte, che spesso si fanno favori maggiori ai peccatori davvero pentiti, come erano Pietro e la Maddalena, piuttosto che ai Giusti che non peccarono mai: e così, non senza mistero, il primo uomo e la prima donna tra quelli a cui, secondo il Vangelo, Gesù Cristo apparve, furono peccatori, affinché "dove abbondò il delitto, ivi abbondasse molto di più la grazia", come insegna san Paolo (Rm 5, 20).<br />Fa riflettere anche il fatto che Pietro, che lo aveva rinnegato, era proprio colui che Gesù aveva scelto come suo Vicario sulla terra. Ma, a differenza dell'altro traditore, Giuda, Pietro si pentì e sparse calde lacrime. Era giusto dunque che, malgrado i suoi precedenti peccati, essendo il capo della Chiesa, fosse il primo a godere dell'apparizione del Divino Maestro.<br />Oggi la Chiesa vive una terribile ora di Passione e il mondo è immerso nel peccato. Il venerabile Da Ponte, con le sue meditazioni, ci invita a pregare in modo particolare la Maddalena e san Pietro affinché aiutino ognuno di noi, peccatori, ad amare intensamente la Chiesa, e aiutino chi è ai vertici della Chiesa, a guidarla seguendo con fedeltà le parole di Cristo.<br />La Resurrezione del Signore e il Suo insegnamento rimane il fondamento della nostra fede e i santi continuano ad essere il nostro esempio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/44246840</guid><pubDate>Wed, 07 Apr 2021 21:18:16 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/44246840/la_resurrezione_la_maddalena_e_san_pietro.mp3" length="8534725" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Schegge di Vangelo ➜ https://www.youtube.com/watch?v=IAElkvCsan0&amp;list=PLgMdR9w-900kJACstaBTxtpCHnHN-w3tP&#13;
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LA RESURREZIONE, LA MADDALENA E SAN PIETRO di Roberto de...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Schegge di Vangelo ➜ <a href="https://www.youtube.com/watch?v=IAElkvCsan0&list=PLgMdR9w-900kJACstaBTxtpCHnHN-w3tP" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=IAElkvCsan0&list=PLgMdR9w-900kJACstaBTxtpCHnHN-w3tP</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6535" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6535</a><br /><br />LA RESURREZIONE, LA MADDALENA E SAN PIETRO di Roberto de Mattei<br />Vorrei proporre alcune riflessioni sulla Resurrezione del Signore, tratte dalle meditazioni del venerabile padre Luis de la Puente (1554-1624), conosciuto in italiano come Ludovico da Ponte. Queste riflessioni riguardano non la Resurrezione in sé stessa, ma la sua manifestazione al mondo, affinché gli uomini ne traessero il maggior frutto. Cristo, dice il padre Da Ponte, manifestò in tre modi la sua Resurrezione.<br />Il primo modo fu per mezzo dei santi che risuscitarono con lui, i quali, come dice san Matteo, usciti dai loro sepolcri, dopo la Resurrezione del Signore, vennero alla città di Gerusalemme, e apparvero a molti (Mt 27, 53), predicando loro che quello era il vero Messia, Re di Israele e Salvatore del mondo. Ed è da credere che tra gli altri apparissero a Giuseppe di Arimatea e a Nicodemo, consolandoli e confermandoli nella fede del loro Maestro.<br />Il secondo modo fu attraverso gli Angeli, i quali manifestarono la sua Resurrezione alle pie Donne che andavano al sepolcro, per ungere il suo Corpo, dando loro notizia dell'accaduto, e mostrando loro il Sepolcro già vuoto.<br />Ma non contento di questi annunci, Nostro Signore volle manifestarsi da sé stesso in Persona, ai suoi amici, rimanendo nel mondo alcuni giorni, per confortarli e affinché essi stessi potessero predicare la sua Resurrezione come testimoni oculari (Atti 1, 3). Egli rimase dunque quaranta giorni sulla terra, per purificarla con la sua presenza e mostrare che non aveva dimenticato nella prosperità quelli che lo avevano accompagnato nelle avversità.<br /><br />LE TRE VIE DI GESÙ PER MANIFESTARE I MISTERI<br />Da ciò deriva, come osserva il padre Da Ponte, che Gesù ha tre vie per manifestare i suoi misteri alle persone spirituali.<br />La prima è per mezzo degli uomini santi, che conoscono per esperienza la santità e le grandezze di Dio e con santo zelo mostrano agli altri quello che sanno, affinché Dio sia conosciuto e glorificato.<br />La seconda via è per mezzo degli Angeli, che con le loro segrete ispirazioni ci illuminano, ci insegnano, ci consolano e ci aiutano ad eliminare gli ostacoli che ci impediscono di godere di Gesù Cristo.<br />La terza via è Gesù stesso, che ci parla al cuore e ci testimonia la sua Divina Presenza. Egli lo fa con i suoi più devoti ed amati discepoli, adempiendo con essi quello che disse nell'Ultima Cena. "Colui che mi ama sarà amato dal mio Padre, e io pure l'amerò e gli manifesterò me stesso" (Gv 14, 21).<br />Comprendiamo così come la prima apparizione che Gesù volle fare dopo la Resurrezione fu alla creatura che più amava, la sua santissima Madre, la sola che, pur nella profonda afflizione, conservava integra la fede nella Resurrezione.<br />È difficile immaginare gli scambi di parole e di affetti che la Madre e il Figlio ebbero in questo straordinario incontro. Gesù Le rivelò certo molte cose del futuro, ma Le chiese anche di mantenere il segreto con gli Apostoli.<br /><br />LA PRIMA DONNA<br />Ma prima degli Apostoli, Egli volle manifestare la sua Resurrezione alle pie Donne che fino alla sepoltura del suo corpo non lo avevano mai abbandonato. Il Vangelo racconta infatti che Maria Maddalena, Maria di Cleofa e Salomé (Mc, 16,1), si recarono al Sepolcro, dove trovarono l'Angelo, che annunciò la Resurrezione del Signore, dicendo loro di andare a comunicarlo agli Apostoli. 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Nel giro di 33 giorni sei di quelle suore, tutte infermiere professionali, persero la vita nella battaglia contro il virus. La loro vicenda finì sulla stampa internazionale. Quel sacrificio - consapevole, come fu riconosciuto anche nelle motivazioni della Medaglia d'oro al valore civile - non fu vano. La loro opera, vero esempio di vicinanza cristiana ai malati, contribuì pure all'individuazione del virus.<br />La Chiesa, in due diverse date tra febbraio e marzo, ha riconosciuto le virtù eroiche di quelle sei religiose, tutte d'origine lombarda: suor Floralba Rondi (†25 aprile 1995), che nel '52 fece parte del primo gruppo di Suore delle Poverelle a iniziare la missione nell'allora Congo Belga, e fu la prima delle sei a morire (a 70 anni), giorni dopo aver partecipato a un intervento chirurgico su un paziente con malattia ignota; suor Clarangela Ghilardi (†6 maggio '95), 64 anni; suor Danielangela Sorti (†11 maggio '95), 47 anni; suor Dinarosa Belleri (†14 maggio '95), 58 anni; suor Annelvira Ossoli (†23 maggio '95) [nella foto], 58 anni; suor Vitarosa Zorza (†28 maggio '95), 51 anni. Le singole storie della loro vocazione sono una più bella dell'altra e testimoniano una fiducia nella Provvidenza che oggi, tantopiù in tempo di Covid, bisogna recuperare.<br />Per conoscere meglio la vicenda delle nuove venerabili, la Bussola ne ha intervistato la consorella (di stanza a Bergamo) e postulatrice generale, suor Linadele Canclini.<br />Suor Linadele, lei ha conosciuto personalmente tutte e sei le consorelle dichiarate venerabili?<br />Sì, le ho conosciute tutte di persona. Le ho viste operare anche nell'ex Zaire, quando sono andata nel 1992. Perciò ho potuto vedere la loro opera in un contesto di missione.<br />Leggendo le biografie di queste suore-infermiere risalta la loro preparazione: tutte avevano una specializzazione in malattie tropicali. Insomma, non era una carità improvvisata.<br />Allora erano tante le suore che andavano in missione. Prima di partire per l'Africa o al primo-secondo rientro in Europa, era prassi comune andare in Belgio, ad Anversa, per specializzarsi in malattie tropicali. Due di loro, suor Clarangela e suor Annelvira, erano anche ostetriche. E le do un dato che oggi farebbe scandalizzare qualcuno, ma che è gradito al buon Dio. A Kingasani, sede di un nostro grande punto maternità, nascevano ogni giorno dalle 30 alle 40 creature. Lì operava suor Annelvira, che fu soprannominata «donna della vita».<br />In queste sei suore è evidente la vita attiva al servizio del prossimo. Allo stesso tempo dalle loro biografie, pur diverse, emerge una forte dimensione contemplativa e un grande amore per Dio. Era il segreto della loro carità?<br />Direi proprio di sì. Noi come Suore delle Poverelle abbiamo normalmente tre ore di preghiera al giorno. Queste missionarie pregavano anche di più. Il loro orario di preghiera iniziava alle 5 del mattino. Più di una di loro, alla sera, dopo una giornata di intenso lavoro, si fermava in chiesa davanti al Tabernacolo. Capitava per esempio che suor Floralba, in ginocchio di fronte al Santissimo, venisse invitata dalle consorelle a riposarsi: «E dove volete che prenda la forza se non da qui?», rispondeva.<br />Poi, suor Danielangela aveva chiesto il benestare per pregare tutte le notti dalle 3.30 alle 4.30. Si alzava quindi un'ora prima delle altre missionarie. La chiamavano "la trappistina", perché fin dall'inizio della sua vocazione ebbe la tendenza alla vita contemplativa. Il Signore l'ha voluta contemplativa e in missione, fino a dare completamente la vita.<br />Può ricostruire i momenti essenziali dell'epidemia del 1995?<br />Intanto bisogna fare un passo indietro rispetto alla primavera di quell'anno. Io ho incontrato un medico congolese che lavorava a Mosango e che mi ha detto che da mesi, almeno da gennaio, arrivavano in ospedale dei malati che vomitavano, perdevano sangue e non si riusciva a capire cosa fosse. C'erano morti quasi improvvise e con sintomi simili a quelli dell'Ebola. Quindi, il virus era preesistente all'evento scatenante di aprile.<br />Ma non lo si capì subito, giusto?<br />No, perché si parlava di tifo, malaria cerebrale... Quando il medico di Mosango iniettò il formolo a suor Floralba vide subito che il sangue rifluiva nella siringa. Disse: "Per me questo è Ebola". Ma non fu creduto. Dopo la morte di suor Floralba e il contagio della seconda suora, Clarangela, fu chiamato il virologo più famoso del Congo, il dottor Jean-Jacques Muyembe, che fece prelevare un campione di sangue di suor Clarangela e di altri. Poi suor Vitarosa si premurò di mandare quei campioni, ben sigillati, ad Anversa: ma qui il laboratorio era chiuso e perciò furono mandati ad Atlanta.<br />Anche le suore sospettavano fosse Ebola?<br />Guardi, la superiora provinciale d'Africa, suor Annelvira, l'aveva perlomeno fiutato. Appena arrivata a Kikwit, disse: "Io ricordo, per i miei studi, che a Yambuku, dove ci fu il primo caso di Ebola dello Zaire (1976), morirono delle suore. Ho l'impressione che sia un virus simile". E appunto suor Vitarosa assecondò il lavoro del dottor Muyembe spedendo i campioni. Un paio di giorni dopo la morte di suor Clarangela arrivò il verdetto da Atlanta: Ebola.<br />Quella fu un'epidemia con una letalità dichiarata tra le più alte di sempre, l'81%, per 254 morti su 315 contagi registrati.<br />Sì, però rispetto ad altre epidemie di Ebola - penso soprattutto a quella del 2013-2016 in Africa occidentale con 11.310 morti - le vittime furono limitate grazie all'intervento, sollecitato dalla Chiesa locale, del professor Muyembe e grazie, appunto, alla collaborazione delle Suore delle Poverelle. Inoltre, verso metà maggio arrivarono due medici da Atlanta, che furono non solo magistrali ma eroici.<br />Quante di voi erano già morte al loro arrivo?<br />Erano morte le prime quattro suore. Però ne hanno salvate altre. Dall'Italia erano partite altre due suore: una era la superiora in congedo della comunità nell'ospedale di Kikwit, e una nativa del Congo, infermiera. Quando arrivarono a Kikwit, c'erano il vescovo e uno dei medici di Atlanta, che dissero loro: "Voi non entrate più a curare le vostre sorelle". E loro rimasero di sasso perché erano andate lì per quello, ma poi si sentirono dare questa motivazione: "Perché vi volete troppo bene e continuereste la catena di morti". Senza quell'altolà noi saremmo morte, chissà, in 10-20. E c'è un'altra cosa che bisogna ricordare.<br />Ci dica...<br />Il nostro Fondatore aveva previsto nelle prime costituzioni sei voti: oltre ai tre tradizionali, c'erano i voti di dedicarsi alla gioventù, la speciale fedeltà alla Chiesa e, infine, il voto di adoperarsi per i malati "anche in tempo di malattie contagiose". Ai tempi della professione delle sei suore venerabili, questi altri tre voti non si facevano più, ma loro ne hanno vissuto in pieno lo spirito.<br />Oggi, in relazione al Covid, se pensiamo al personale sanitario e anche a religiosi e sacerdoti (a volte forzati a stare lontani dai malati altre no) ci sono sia storie eroiche sia di paura. Queste sei suore-infermiere stavano vicine agli ammalati sapendo benissimo quanto rischiavano. Sta in questa vicinanza, fisica e morale, l'approccio cattolico di fronte alla sofferenza dell'altro?<br />Sì, e vorrei aggiungere un punto. È vero che anche oggi ci sono persone eroiche nell'assistere i malati. Ma va detto che queste sei suore hanno vissuto questa eroicità sempre, in ogni situazione, non facile, nello Zaire. Qualcuna si è trovata anche il fucile piantato davanti, nei tempi delle sommosse e dei disordini politici. Le consorelle, come abbiamo dimostrato con la causa sull'eroicità delle virtù, si sono sempre fatte carico della povertà, delle malattie e sofferenze dei fratelli congolesi. Un gesuita congolese, uno dei periti dell'inchiesta che ha approfondito la storia dei contesti dove le suore hanno vissuto, ha concluso la sua relazione dicendo che le Suore delle Poverelle, per lo spirito del Palazzolo da loro incarnato quotidianamente, di fronte all'epidemia "non potevano che dare la vita".<br />Al di là del momento in cui fu scoperto che si trattava di Ebola, c'erano quindi una consapevolezza e un carisma - dare la vita per il prossimo - che venivano da lontano. Qualche altro episodio particolare?<br />Sarebbero tanti... Consideri che la missione a Kikwit è un grande recinto con un portone per l'ingresso dei malati: in quel periodo i parenti li appoggiavano lì e poi scappavano. Ebbene, molti testimoni hanno spiegato che suor Floralba andava a raccogliere gli infermi e il personale le diceva: "Ma no, suora, guardi che sta vomitando, sta perdendo sangue". E lei rispondeva: "Ma non posso lasciarlo, è un malato!". Suor Clarangela assistette una mamma partoriente malata di Ebola: allora non si sapeva, ma per lei era normale aiutare qualsiasi persona e sempre lei accompagnò suor Floralba già ammalata a Mosango. Sia suor Danielangela - che la vegliò nella notte del 24 aprile, vigilia della morte - che suor Annelvira affrontarono viaggi faticosi per assistere suor Floralba. La provinciale dovette fare 500 chilometri in jeep e continuò a curare tutti finché poté. Quando ci fu il funerale di suor Floralba, arrivarono dall'Italia due sue sorelle. Una di loro chiese a suor Dinarosa (che in quei giorni proseguiva il suo lavoro in ospedale) come facesse a non aver paura in mezzo ai malati: "La mia missione è quella di servire i poveri! Che cosa ha fatto il mio Fondatore?"]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/44134372</guid><pubDate>Wed, 31 Mar 2021 19:29:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/44134372/le_sei_suore_che_durante_una_vera_pandemia_accettarono_la_morte_per_stare_vicine_ai_malati.mp3" length="14040919" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6530

LE SEI SUORE CHE DURANTE UNA VERA PANDEMIA ACCETTARONO LA MORTE PER STARE VICINE AI MALATI
Sei missionarie italiane nell'ex Zaire non abbandonarono i malati e permisero di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6530" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6530</a><br /><br />LE SEI SUORE CHE DURANTE UNA VERA PANDEMIA ACCETTARONO LA MORTE PER STARE VICINE AI MALATI<br />Sei missionarie italiane nell'ex Zaire non abbandonarono i malati e permisero di individuare il virus di Ebola del 1995 (tasso di morte: 81%)<br />di Ermes Dovico<br />Quando nel 1995 scoppiò l'epidemia di Ebola, nello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo) si trovavano missionarie 60 Suore delle Poverelle, istituto fondato a Bergamo nel XIX secolo dal beato Luigi Palazzolo. Nel giro di 33 giorni sei di quelle suore, tutte infermiere professionali, persero la vita nella battaglia contro il virus. La loro vicenda finì sulla stampa internazionale. Quel sacrificio - consapevole, come fu riconosciuto anche nelle motivazioni della Medaglia d'oro al valore civile - non fu vano. La loro opera, vero esempio di vicinanza cristiana ai malati, contribuì pure all'individuazione del virus.<br />La Chiesa, in due diverse date tra febbraio e marzo, ha riconosciuto le virtù eroiche di quelle sei religiose, tutte d'origine lombarda: suor Floralba Rondi (†25 aprile 1995), che nel '52 fece parte del primo gruppo di Suore delle Poverelle a iniziare la missione nell'allora Congo Belga, e fu la prima delle sei a morire (a 70 anni), giorni dopo aver partecipato a un intervento chirurgico su un paziente con malattia ignota; suor Clarangela Ghilardi (†6 maggio '95), 64 anni; suor Danielangela Sorti (†11 maggio '95), 47 anni; suor Dinarosa Belleri (†14 maggio '95), 58 anni; suor Annelvira Ossoli (†23 maggio '95) [nella foto], 58 anni; suor Vitarosa Zorza (†28 maggio '95), 51 anni. Le singole storie della loro vocazione sono una più bella dell'altra e testimoniano una fiducia nella Provvidenza che oggi, tantopiù in tempo di Covid, bisogna recuperare.<br />Per conoscere meglio la vicenda delle nuove venerabili, la Bussola ne ha intervistato la consorella (di stanza a Bergamo) e postulatrice generale, suor Linadele Canclini.<br />Suor Linadele, lei ha conosciuto personalmente tutte e sei le consorelle dichiarate venerabili?<br />Sì, le ho conosciute tutte di persona. Le ho viste operare anche nell'ex Zaire, quando sono andata nel 1992. Perciò ho potuto vedere la loro opera in un contesto di missione.<br />Leggendo le biografie di queste suore-infermiere risalta la loro preparazione: tutte avevano una specializzazione in malattie tropicali. Insomma, non era una carità improvvisata.<br />Allora erano tante le suore che andavano in missione. Prima di partire per l'Africa o al primo-secondo rientro in Europa, era prassi comune andare in Belgio, ad Anversa, per specializzarsi in malattie tropicali. Due di loro, suor Clarangela e suor Annelvira, erano anche ostetriche. E le do un dato che oggi farebbe scandalizzare qualcuno, ma che è gradito al buon Dio. A Kingasani, sede di un nostro grande punto maternità, nascevano ogni giorno dalle 30 alle 40 creature. Lì operava suor Annelvira, che fu soprannominata «donna della vita».<br />In queste sei suore è evidente la vita attiva al servizio del prossimo. Allo stesso tempo dalle loro biografie, pur diverse, emerge una forte dimensione contemplativa e un grande amore per Dio. Era il segreto della loro carità?<br />Direi proprio di sì. Noi come Suore delle Poverelle abbiamo normalmente tre ore di preghiera al giorno. Queste missionarie pregavano anche di più. Il loro orario di preghiera iniziava alle 5 del mattino. Più di una di loro, alla sera, dopo una giornata di intenso lavoro, si fermava in chiesa davanti al Tabernacolo. Capitava per esempio che suor Floralba, in ginocchio di fronte al Santissimo, venisse invitata dalle consorelle a riposarsi: «E dove volete che prenda la forza se non da qui?», rispondeva.<br />Poi, suor Danielangela aveva chiesto il benestare per pregare tutte le notti dalle 3.30 alle 4.30. Si alzava quindi un'ora prima delle altre...]]></itunes:summary><itunes:duration>878</itunes:duration><itunes:keywords>contagio,dottore,ebola,epidemia,infermiere,virologo,virus</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/b34141faffb66e05aad93d74a80fd274.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La piccola cinese martire per l'eucaristia</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-piccola-cinese-martire-per-l-eucaristia--44046134</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6520" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6520</a><br /><br />LA PICCOLA CINESE MARTIRE PER L'EUCARISTIA<br />Fulton Sheen prese ispirazione dalla storia di Li, la bambina che difese Gesù dai comunisti cinesi (VIDEO: La piccola martire dell'eucaristia)<br />di Suor Emmanuel Maillard<br />Quando nel 1979 Dio ha chiamato a sé il suo servo Fulton Sheen, milioni di americani lo hanno pianto e si sono sentiti orfani. Per anni, su tutti i mezzi mediatici possibili, lo avevano ascoltato attentamente, affascinati. Dotato di un carisma rarissimo, Mons. Sheen abbinava l'arte di parlare alla potenza che gli veniva dallo Spirito Santo. Lo si ascoltava? Si sapeva allora che Dio era vivo, magnifico e desiderabile. Bishop Sheen diffondeva una tale luce che tutte le radio se lo contendevano, certe che avrebbe fatto superare di gran lunga tutti gli indici di ascolto registrati fino ad allora. La sua famosa serie televisiva La vita vale la pena di essere vissuta raggiungeva circa trenta milioni di telespettatori ogni settimana.<br />Questo grande arcivescovo, aveva un segreto. [...] <br />Per capire dobbiamo trasferirci in Cina, nell'epoca più dura delle repressione comunista, negli anni cinquanta...<br /><br />DAMMI SEMPRE IL PANE QUOTIDIANO<br />In una scuola parrocchiale, i bambini recitano solennemente le loro preghiere e suor Euphrasie è contenta: due mesi prima molti hanno potuto fare la comunione, e l'hanno fatta con serietà, dal profondo del cuore. Sorride alla domanda della piccola Li, di dieci anni: "Perché il Signore Gesù non ci ha insegnato a dire: ‘Dacci oggi il nostro riso quotidiano'?. I bambini mangiano riso al mattino, a mezzogiorno e alla sera, come rispondere a una simile domanda?<br />"È che... pane vuol dire Eucaristia, aveva risposto la religiosa. È vero che suor Euphrasie brillava più per il suo cuore che per la sua teologia! "Tu chiedi al buon Gesù la comunione quotidiana. Per il tuo corpo hai bisogno del riso. la la tua anima, che vale più del corpo, ha fame di questo pane che è il Pane di Vita!.<br />Nel mese di Maggio, quando Li fa la prima comunione, dice a Gesù nel suo cuore: "Dammi sempre il pane quotidiano, perché la mia anima viva e stia bene!. Da allora Li va a fare la comunione tutti i giorni. Ma si rende conto che i "cattivi (i senza Dio fra i comunisti) possono in ogni istante impedirle di ricevere Gesù nella comunione. Allora prega ardentemente perché questo non accada mai.<br />Orbene, un giorno sono entrati in classe e seduta stante si sono rivolti ai bambini: "Dateci subito i vostri idoli!. Li sapeva bene cosa voleva dire questo. I bambini, terrorizzati, hanno dovuto consegnare le loro immagini sacre accuratamente dipinte. Poi il commissario ha strappato il crocifisso dal muro con un gesto pieno di collera, lo ha gettato per terra e lo ha calpestato gridando: "La nuova Cina non tollererà più queste superstizioni grossolane!.<br />La piccola Li, che amava tanto la sua immagine del Buon Pastore, ha cercato di nasconderla nel corpetto, era l'immagine della sua prima comunione! Uno schiaffo sonoro le ha fatto perdere l'equilibrio ed è caduta per terra. Il commissario ha chiamato il padre della bambina e ha fatto in modo di umiliarlo prima di legarlo saldamente.<br /><br />L'AMORE PER GESÙ EUCARISTIA<br />Quello stesso giorno, tutti gli abitanti del villaggio catturati dalla polizia si sono stipati in chiesa per un nuovo tipo di "sermone urlato dal commissario, che ridicolizzava le missionarie e gli "agenti dell'imperialismo americano... Poi con voce rimbombante ha ordinato ai miliziani di sfondare il tabernacolo. L'assemblea ha trattenuto il fiato e ha pregato ardentemente.<br />Voltato verso la folla l'uomo ha gridato: "Vedremo ora se il vostro Cristo sa difendersi. Ecco che cosa ne faccio della vostra ‘presenza reale'. Trucchi del Vaticano per sfruttarvi meglio!. Così dicendo ha afferrato il ciborio e ha gettato tutte le ostie sulle mattonelle. I fedeli, frastornati, sono indietreggiati soffocando un grido.<br />La piccola Li resta raggelata. Oh, cosa hanno fatto del Pane? Il suo cuoricino retto e innocente inizia a sanguinare dinanzi alle ostie sparse sul pavimento. Non ci sarà nessuno per difendere Gesù? Il commissario se ne fa beffe, una risata grassa inframmezza le sue bestemmie. Li piange in silenzio.<br />"E ora fuori, andatevene!, urla il commissario, "e guai a chi osa tornare in quest'antro di superstizioni!. La chiesa si svuota. Ma, oltre agli angeli adoratori sempre presenti attorno a Gesù Ostia, un testimone si trova lì e non perde niente della scena che si svolge sotto i suoi occhi. È padre Luc, delle Missioni Estere. Nascosto dai parrocchiani in un bugigattolo del coro, dispone di una finestrella che dà sulla chiesa. Sprofonda in una preghiera riparatrice e soffre perché non può muoversi: un gesto da parte sua e i parrocchiani, che l'hanno nascosto lì, sarebbero arrestati per tradimento.<br />"Signore Gesù, abbi pietà di te stesso, prega con angoscia, "impedisci questo sacrilegio! Signore Gesù!. A un tratto uno scricchiolio rompe il silenzio pesante della Chiesa. La porta si apre lentamente. È la piccola Li. Ha appena dieci anni ed ecco che si avvicina all'altare, con i suoi passettini da cinese. Padre Luc trema per lei: può essere uccisa in ogni istante! Ma non può comunicare con lei, può solo guardare e supplicare tutti i santi del cielo di risparmiare quella bambina. La piccola si prostra e adora in silenzio, come le ha insegnato suor Euphrasie. Sa che occorre preparare il proprio cuore prima di ricevere Gesù. Con le mani giunte, rivolge una preghiera misteriosa al suo caro Gesù maltrattato e abbandonato. Poi padre Luc vede che si abbassa e, carponi, raccoglie un'ostia con la lingua. Eccola ora in ginocchio, con gli occhi chiusi e rivolti all'interno verso il suo visitatore celeste. Ogni secondo è assai pesante, padre Luc teme il peggio... Se solo potesse parlarle! Ma la bambina se ne va lentamente com'è arrivata, quasi saltellando.<br /><br />SALVARE TUTTE LE OSTIE<br />Le "epurazioni continuano e la brigata mobile dei servizi d'ordine perlustra tutto il villaggio e dintorni. Quella è la sorte della "Nuova Cina. Fra i contadini, nessuno osa muoversi. Rincantucciati nelle loro capanne di bambù, ignorano tutto del futuro.<br />Eppure la nostra piccola Li scappa per ritrovare il suo Pane Vivo in chiesa e, riproducendo esattamente la scena del giorno prima, prende un'ostia con la lingua e scompare. Padre Luc morde il freno. Perché non le prende tutte? Lui conosce il numero delle ostie: trentadue. Li non sa dunque che può raccoglierne parecchie contemporaneamente? No, non lo sa. Suor Euphrasie era stata molto chiara: "Una sola ostia al giorno è sufficiente. E non si tocca l'ostia, la si riceve sulla lingua!. La piccola si conforma alle regole.<br />Un giorno resta ormai solo un'ostia. All'alba la bambina si infila come al solito in chiesa e si avvicina all'altare. Si inginocchia e prega vicino all'ostia. Allora padre Luc soffoca un grido. Un miliziano, in piedi nel vano della porta, punta la rivoltella. Si sente solo un colpo secco, seguito da un grosso scoppio di risa. La bambina si accascia subito.<br />Padre Luc la crede morta, ma no, vede che striscia con difficoltà verso l'ostia e ci preme sopra la bocca. Qualche soprassalto convulso, seguito dall'improvviso rilassamento.<br />La piccola Li è morta. Ha salvato tutte le ostie! [...]<br /><br />IL SEGRETO DI FULTON SHEEN<br />Due mesi prima di morire, all'età di ottantaquattro anni, Mons. Fulton Sheen ha rivelato infine il suo segreto al grande pubblico, durante un'intervista su una catena televisiva internazionale.<br />Sua Eccellenza - gli ha chiesto il giornalista - lei ha ispirato milioni di persone in tutto il mondo, ma lei da chi è stato ispirato? Da un papa?<br />Non è un papa - ha risposto - né un cardinale, né un altro vescovo. Nemmeno un sacerdote o una religiosa! Mi ha ispirato una piccola cinese di dieci anni.<br />Allora Mons. Sheen ha raccontato la storia della piccola Li. Consegnava così il suo testamento intimo. L'amore di quella bambina per Gesù nell'Eucaristia, ha aggiunto, lo aveva talmente impressionato che il giorno in cui la scoprì fece questa promessa al Signore: ogni giorno della sua vita, qualunque cosa fosse accaduta, avrebbe fatto un'ora di adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Orbene, non solo Mons. Sheen ha mantenuto la promessa, ma non ha mai perso un'occasione per promuovere l'amore per Gesù nell'Eucaristia. Senza stancarsi, invitava i credenti a fare ogni giorno "un'ora santa davanti al Santissimo Sacramento.<br />Per lui non c'erano dubbi: quella bambina sconosciuta e povera del profondo della Cina era la scintilla che aveva permesso l'immensa fecondità del suo apostolato. Quel giorno, davanti agli schermi televisivi, tutta l'America ha capito che i milioni di cuori toccati da questo grande predicatore - era lei, la piccola Li! Le conversioni innumerevoli ottenute da quel gigante mediatico - era lei e il suo cuoricino puro! Quei milioni di adoratori "appostati davanti al Santissimo Sacramento da quel vescovo santo - era lei e le sue trentadue visite eroiche a Gesù gettato sul pavimento! Quella fioritura di consacrazioni e vocazioni suscitate dal più popolare prelato americano - era lei, la piccola martire cinese, e le sue nozze di sangue con l'Agnello.<br /><br />Nota di BastaBugie: nel seguente video (durata: 8 minuti) dal titolo "Impariamo dalla piccola Li, martire dell'Eucaristia" Padre Bruno De Cristofaro ICMS racconta la storia della piccola martire cinese Li affinché sia chiaro cosa significhi rispettare la Santa Eucaristia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/44046134</guid><pubDate>Thu, 25 Mar 2021 11:12:02 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/44046134/la_piccola_cinese_martire_per_l_eucaristia.mp3" length="12794147" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6520&#13;
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LA PICCOLA CINESE MARTIRE PER L'EUCARISTIA&#13;
Fulton Sheen prese ispirazione dalla storia di Li, la bambina che difese Gesù dai comunisti cinesi (VIDEO: La piccola martire...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6520" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6520</a><br /><br />LA PICCOLA CINESE MARTIRE PER L'EUCARISTIA<br />Fulton Sheen prese ispirazione dalla storia di Li, la bambina che difese Gesù dai comunisti cinesi (VIDEO: La piccola martire dell'eucaristia)<br />di Suor Emmanuel Maillard<br />Quando nel 1979 Dio ha chiamato a sé il suo servo Fulton Sheen, milioni di americani lo hanno pianto e si sono sentiti orfani. Per anni, su tutti i mezzi mediatici possibili, lo avevano ascoltato attentamente, affascinati. Dotato di un carisma rarissimo, Mons. Sheen abbinava l'arte di parlare alla potenza che gli veniva dallo Spirito Santo. Lo si ascoltava? Si sapeva allora che Dio era vivo, magnifico e desiderabile. Bishop Sheen diffondeva una tale luce che tutte le radio se lo contendevano, certe che avrebbe fatto superare di gran lunga tutti gli indici di ascolto registrati fino ad allora. La sua famosa serie televisiva La vita vale la pena di essere vissuta raggiungeva circa trenta milioni di telespettatori ogni settimana.<br />Questo grande arcivescovo, aveva un segreto. [...] <br />Per capire dobbiamo trasferirci in Cina, nell'epoca più dura delle repressione comunista, negli anni cinquanta...<br /><br />DAMMI SEMPRE IL PANE QUOTIDIANO<br />In una scuola parrocchiale, i bambini recitano solennemente le loro preghiere e suor Euphrasie è contenta: due mesi prima molti hanno potuto fare la comunione, e l'hanno fatta con serietà, dal profondo del cuore. Sorride alla domanda della piccola Li, di dieci anni: "Perché il Signore Gesù non ci ha insegnato a dire: ‘Dacci oggi il nostro riso quotidiano'?. I bambini mangiano riso al mattino, a mezzogiorno e alla sera, come rispondere a una simile domanda?<br />"È che... pane vuol dire Eucaristia, aveva risposto la religiosa. È vero che suor Euphrasie brillava più per il suo cuore che per la sua teologia! "Tu chiedi al buon Gesù la comunione quotidiana. Per il tuo corpo hai bisogno del riso. la la tua anima, che vale più del corpo, ha fame di questo pane che è il Pane di Vita!.<br />Nel mese di Maggio, quando Li fa la prima comunione, dice a Gesù nel suo cuore: "Dammi sempre il pane quotidiano, perché la mia anima viva e stia bene!. Da allora Li va a fare la comunione tutti i giorni. Ma si rende conto che i "cattivi (i senza Dio fra i comunisti) possono in ogni istante impedirle di ricevere Gesù nella comunione. Allora prega ardentemente perché questo non accada mai.<br />Orbene, un giorno sono entrati in classe e seduta stante si sono rivolti ai bambini: "Dateci subito i vostri idoli!. Li sapeva bene cosa voleva dire questo. I bambini, terrorizzati, hanno dovuto consegnare le loro immagini sacre accuratamente dipinte. Poi il commissario ha strappato il crocifisso dal muro con un gesto pieno di collera, lo ha gettato per terra e lo ha calpestato gridando: "La nuova Cina non tollererà più queste superstizioni grossolane!.<br />La piccola Li, che amava tanto la sua immagine del Buon Pastore, ha cercato di nasconderla nel corpetto, era l'immagine della sua prima comunione! Uno schiaffo sonoro le ha fatto perdere l'equilibrio ed è caduta per terra. Il commissario ha chiamato il padre della bambina e ha fatto in modo di umiliarlo prima di legarlo saldamente.<br /><br />L'AMORE PER GESÙ EUCARISTIA<br />Quello stesso giorno, tutti gli abitanti del villaggio catturati dalla polizia si sono stipati in chiesa per un nuovo tipo di "sermone urlato dal commissario, che ridicolizzava le missionarie e gli "agenti dell'imperialismo americano... Poi con voce rimbombante ha ordinato ai miliziani di sfondare il tabernacolo. L'assemblea ha trattenuto il fiato e ha pregato ardentemente.<br />Voltato verso la folla l'uomo ha gridato: "Vedremo ora se il vostro Cristo sa difendersi. Ecco che cosa ne faccio della vostra ‘presenza reale'. Trucchi del Vaticano per sfruttarvi meglio!. Così dicendo ha afferrato il ciborio e ha...]]></itunes:summary><itunes:duration>800</itunes:duration><itunes:keywords>cina,eucarestia,martire</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/557573c02b022ac83ee82e03c0a63db3.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Nell'anno di San Giuseppe scopriamo tutto su di lui</title><link>https://www.spreaker.com/episode/nell-anno-di-san-giuseppe-scopriamo-tutto-su-di-lui--43710246</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6501" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6501</a><br /><br />NELL'ANNO DI SAN GIUSEPPE SCOPRIAMO TUTTO SU DI LUI<br />San Giuseppe non era un semplice uomo buono del popolo, quasi una comparsa nel Vangelo, ma era un principe nelle cui vene scorreva purissimo sangue reale<br />di Roberto De Mattei<br />Il mese di marzo è tradizionalmente dedicato a san Giuseppe e quest'anno, il 2021 è stato dedicato dal Papa a san Giuseppe, con preziose indulgenze. Ma chi è san Giuseppe?<br />San Giuseppe non fu un semplice uomo del popolo, buono e lavoratore, la cui semplicità sarebbe riassunta dalla professione di falegname. In ultima analisi, quasi una comparsa sullo sfondo grandioso della vita di Nostro Signore.<br />San Giuseppe fu un principe nelle cui vene scorreva purissimo sangue reale. Egli fu il discendente della gloriosa stirpe di David, e trasmise a suo Figlio l'eredità di un trono davanti al quale si sarebbero piegati tutti i re della terra. Visse in un povero villaggio ed esercitò l'umile mestiere di falegname. Ma questo dimostra come non c'è contraddizione tra la grandezza dei natali ed una vita povera e umiliata. Anche Maria fu povera, ma principessa, di un altro ramo della stessa stirpe di David, e questi illustri natali convennero a Nostro Signore, che nacque in una mangiatoia, ma volle riassumere nel suo purissimo Sangue tutto lo splendore dei re e dei patriarchi che lo avevano preceduto.<br />Quale fu l'aspetto di san Giuseppe? «L'uomo - dice l'Ecclesiaste - si riconosce dal suo figliuolo» (Eccl. X, 30). Per avere un'idea dell'aspetto fisico di san Giuseppe bisogna pensare al suo Divin Figlio, cioè, alla Bellezza stessa incarnata, così come bisogna pensare alla bellezza della sua sposa, Maria, formata a sua volta ab aeterno, sul tipo perfetto di Gesù.<br />Dopo Maria nessuno, come san Giuseppe rispecchiò più fedelmente la bellezza di Gesù perché nessuno ne. rispecchiò più perfettamente lo splendore dei doni naturali e soprannaturali. Così, san Giuseppe fu tutt'altro che un uomo di intelligenza semplice e ordinaria. Egli era destinato a conversare con Gesù e con Maria e questo solo pensiero ci fa intravedere gli abissi di profondità della sua intelligenza e della sua scienza teologica. Che dire inoltre dei doni soprannaturali che ricevette? San Tommaso insegna che, quanto più si è vicini alla fonte della santità, tanto più si riceve con abbondanza la grazia (Summa Theologiae, 3, q. 25, a. 5). Ma san Giuseppe visse fisicamente, a contatto con Gesù fonte stessa della Grazia, e con Maria attraverso la quale tutte le grazie vengono agli uomini. Egli attinse cioè le grazie alle sorgenti stesse di ogni grazia! I doni soprannaturali che ordinariamente da Gesù, attraverso la Madonna, giungono agli uomini, a lui giungevano in modo diretto e straordinario. Per comprendere la straordinaria grandezza delle grazie di cui fu insignito, occorre soprattutto pensare all'altezza incommensurabile della sua missione. Se infatti, come afferma il Dottore Angelico, le grazie che si ricevono sono proporzionali alla propria vocazione (Summa Theologiae, 3, q. 27, a. 4) quali grazie sarebbero mancate all'uomo destinato a compiere la più eccelsa missione della storia: la protezione e il servizio di Gesù e di Maria?<br /><br />SPOSO DI MARIA E DI PADRE PUTATIVO DI GESÙ<br />San Giuseppe fu predestinato dall'eternità a cooperare nella sua qualità di Sposo di Maria e di padre putativo di Gesù, al mistero dell'Incarnazione, cioè al più grande avvenimento della storia. Quale missione più alta si potrebbe immaginare? Quale santo o quale angelo ebbe mai vocazione così sublime? A nessuna creatura, dopo Maria, furono concesse grazie così grandi e così numerose e nessuno corrispose ad esse come san Giuseppe. Per questo la Chiesa, nella sua saggezza, tributa a san Giuseppe il culto di «protodulia», cioè una venerazione inferiore a quella spettante alla Madonna («iperdulia»), ma superiore a quella riservata a tutti gli altri santi (semplice «dulia »). Dio, scelse come sposo di Maria e Padre putativo di Gesù, l'uomo più perfetto mai nato sulla terra, il santo più grande di tutti i santi. Se vi fosse stato un santo maggiore sarebbe stato conveniente che Dio lo avesse riservato a Maria e a Gesù. Sposo di Maria, padre putativo di Gesù! « È da qui - scrive Leone XIII - che deriva tutta la sua grandezza, la sua grazia, la sua santità e la sua gloria» (Enciclica Quamquam pluries del 15.8.1889).<br />Pur restando castissimo, san Giuseppe fu vero sposo di Maria. L'essenza del matrimonio, infatti, secondo quanto ancora insegna san Tommaso, consiste nell'indivisibile unione delle anime, in virtù della quale gli sposi sono obbligati a conservare vicendevolmente la fedeltà (Summa Theologiae, q. 29, a. 2). Ora, mai matrimonio fu così intimamente unito e così perfettamente fedele di quello virgineo di Giuseppe e di Maria. Matrimonio perfettamente virginale, ma anche meravigliosamente fecondo. Esso ebbe il suo frutto sublime in Gesù Cristo l'Unigenito Figlio di Dio. San Giuseppe fu padre virgineo, e non carnale, ma vero padre di Gesù. Tanto più padre, possiamo dire con sant'Agostino, quanto più castamente padre (Serm. 51, in Patrologia Latina, vol. 38, col. 351). Con questo nome di «Padre» fu chiamato da Gesù: ricevette dunque infallibilmente dal Divin Redentore, il nome più glorioso dopo quello della Madre di Dio.<br /><br />LO POSE SIGNORE DELLA SUA CASA<br />Come sposo di Maria e padre legale di Gesù, esercitò la sua autorità sulla Sacra Famiglia e fu il capo incontrastato della sua casa, nella quale tutto gli fu sottomesso: «Lo pose signore della sua casa, capo di tutti i suoi averi» (Sal, 104, 20).<br />Quale autorità si potrebbe esercitare più alta? Non c'è società umana o angelica che potrebbe essere paragonata alla Sacra Famiglia. Esercitare l'autorità sull'Unigenito Figlio di Dio, sullo stesso Verbo Incarnato! Per san Giuseppe questo fu certamente un peso lancinante e se egli osò comandare a Colui che adorava come suo Signore, fu per espressa volontà di Dio.<br />San Giuseppe esercitò la massima autorità esercitata da un uomo, ma adorò in Gesù colui che ha potestà su tutte le creature e venerò in Maria la Regina del Cielo e della Terra. Per le mani di Maria si consacrò perfettamente a Gesù Cristo Sapienza Incarnata e di Gesù e di. Maria volle essere discepolo, imitatore e schiavo.<br />La Sacra Famiglia fu l'immagine terrestre della Santissima Trinità ed è contemporaneamente il modello non solo di ogni famiglia, ma di ogni società temporale e della stessa Chiesa, che nella casa di Nazareth ebbe la sua culla. Anche per questo, il beato Pio IX, 1'8 dicembre 1870, proclamò solennemente san Giuseppe Patrono della Chiesa universale. Nei nostri giorni di dolorosa crisi e autodemolizione della Chiesa, l'intercessione di san Giuseppe, legata alla sua sublime missione, è dunque sempre più attuale. Quale sarà inoltre il profondo significato della visione della Sacra Famiglia, con San Giuseppe benedicente, nell'ultima e più grandiosa apparizione di Fatima, quella del 13 ottobre 1917? Come dimenticare che il nome di Fatima è legato all'espansione del comunismo nel mondo e alla sua finale sconfitta e che a questa sconfitta il ruolo di San Giuseppe è intimamente legato? È noto infatti che Pio XI pubblicò la sua enciclica Divini Redemptoris contro il comunismo proprio il 19 marzo 1937, nel giorno della festa del santo, e, a conclusione del suo documento, volle porre «la grande azione della Chiesa cattolica contro il comunismo ateo e mondiale sotto l'egida del potente protettore della Chiesa, san Giuseppe».<br />In questi giorni angosciosi in cui il marxismo culturale e il comunismo cinese minacciano il mondo, ci rivolgiamo con fiducia e fervore a san Giuseppe e gli chiediamo di intercedere perché si affretti il compimento della promessa di Fatima e giunga l'ora attesa del trionfo di Gesù e di Maria sulle anime e su tutta la terra. Sancte Joseph, Ora pro nobis!<br /> <br />Titolo originale: Marzo mese di san Giuseppe<br />Fonte: Radio Roma Libera, 1° Marzo 2021<br />Pubblicato su BastaBugie n. 706]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/43710246</guid><pubDate>Tue, 02 Mar 2021 22:38:47 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/43710246/nell_anno_di_san_giuseppe_scopriamo_tutto_su_di_lui.mp3" length="8999914" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6501&#13;
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NELL'ANNO DI SAN GIUSEPPE SCOPRIAMO TUTTO SU DI LUI&#13;
San Giuseppe non era un semplice uomo buono del popolo, quasi una comparsa nel Vangelo, ma era un principe nelle cui vene...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6501" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6501</a><br /><br />NELL'ANNO DI SAN GIUSEPPE SCOPRIAMO TUTTO SU DI LUI<br />San Giuseppe non era un semplice uomo buono del popolo, quasi una comparsa nel Vangelo, ma era un principe nelle cui vene scorreva purissimo sangue reale<br />di Roberto De Mattei<br />Il mese di marzo è tradizionalmente dedicato a san Giuseppe e quest'anno, il 2021 è stato dedicato dal Papa a san Giuseppe, con preziose indulgenze. Ma chi è san Giuseppe?<br />San Giuseppe non fu un semplice uomo del popolo, buono e lavoratore, la cui semplicità sarebbe riassunta dalla professione di falegname. In ultima analisi, quasi una comparsa sullo sfondo grandioso della vita di Nostro Signore.<br />San Giuseppe fu un principe nelle cui vene scorreva purissimo sangue reale. Egli fu il discendente della gloriosa stirpe di David, e trasmise a suo Figlio l'eredità di un trono davanti al quale si sarebbero piegati tutti i re della terra. Visse in un povero villaggio ed esercitò l'umile mestiere di falegname. Ma questo dimostra come non c'è contraddizione tra la grandezza dei natali ed una vita povera e umiliata. Anche Maria fu povera, ma principessa, di un altro ramo della stessa stirpe di David, e questi illustri natali convennero a Nostro Signore, che nacque in una mangiatoia, ma volle riassumere nel suo purissimo Sangue tutto lo splendore dei re e dei patriarchi che lo avevano preceduto.<br />Quale fu l'aspetto di san Giuseppe? «L'uomo - dice l'Ecclesiaste - si riconosce dal suo figliuolo» (Eccl. X, 30). Per avere un'idea dell'aspetto fisico di san Giuseppe bisogna pensare al suo Divin Figlio, cioè, alla Bellezza stessa incarnata, così come bisogna pensare alla bellezza della sua sposa, Maria, formata a sua volta ab aeterno, sul tipo perfetto di Gesù.<br />Dopo Maria nessuno, come san Giuseppe rispecchiò più fedelmente la bellezza di Gesù perché nessuno ne. rispecchiò più perfettamente lo splendore dei doni naturali e soprannaturali. Così, san Giuseppe fu tutt'altro che un uomo di intelligenza semplice e ordinaria. Egli era destinato a conversare con Gesù e con Maria e questo solo pensiero ci fa intravedere gli abissi di profondità della sua intelligenza e della sua scienza teologica. Che dire inoltre dei doni soprannaturali che ricevette? San Tommaso insegna che, quanto più si è vicini alla fonte della santità, tanto più si riceve con abbondanza la grazia (Summa Theologiae, 3, q. 25, a. 5). Ma san Giuseppe visse fisicamente, a contatto con Gesù fonte stessa della Grazia, e con Maria attraverso la quale tutte le grazie vengono agli uomini. Egli attinse cioè le grazie alle sorgenti stesse di ogni grazia! I doni soprannaturali che ordinariamente da Gesù, attraverso la Madonna, giungono agli uomini, a lui giungevano in modo diretto e straordinario. Per comprendere la straordinaria grandezza delle grazie di cui fu insignito, occorre soprattutto pensare all'altezza incommensurabile della sua missione. Se infatti, come afferma il Dottore Angelico, le grazie che si ricevono sono proporzionali alla propria vocazione (Summa Theologiae, 3, q. 27, a. 4) quali grazie sarebbero mancate all'uomo destinato a compiere la più eccelsa missione della storia: la protezione e il servizio di Gesù e di Maria?<br /><br />SPOSO DI MARIA E DI PADRE PUTATIVO DI GESÙ<br />San Giuseppe fu predestinato dall'eternità a cooperare nella sua qualità di Sposo di Maria e di padre putativo di Gesù, al mistero dell'Incarnazione, cioè al più grande avvenimento della storia. Quale missione più alta si potrebbe immaginare? Quale santo o quale angelo ebbe mai vocazione così sublime? A nessuna creatura, dopo Maria, furono concesse grazie così grandi e così numerose e nessuno corrispose ad esse come san Giuseppe. Per questo la Chiesa, nella sua saggezza, tributa a san Giuseppe il culto di «protodulia», cioè una venerazione inferiore a quella spettante alla Madonna...]]></itunes:summary><itunes:duration>563</itunes:duration><itunes:keywords>anno,giuseppe,giuseppino,san</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/b825da2e8855a509d6cdb5dc8f637e31.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Santa Caterina d'Alessandria, martire e sposa di Cristo</title><link>https://www.spreaker.com/episode/santa-caterina-d-alessandria-martire-e-sposa-di-cristo--43255512</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6454" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6454</a><br /><br />SANTA CATERINA D'ALESSANDRIA, MARTIRE E SPOSA DI CRISTO<br />Da adolescente ebbe il dono del matrimonio mistico con Gesù e rivelò a Santa Giovanna d'Arco (insieme a santa Margherita d'Antiochia e san Michele Arcangelo) la missione di salvare la Francia<br />di Cristina Siccardi<br />Di santa Caterina d'Alessandria, la cui memoria liturgica facoltativa ricorre il 25 novembre, nata probabilmente nel 287 e morta martire ad Alessandria d'Egitto nel 305 circa, si hanno scarne notizie documentarie, per tale ragione sono nate diverse tradizioni, anche popolari. Le fonti scritte sono tutte posteriori alla sua vita: la più antica è una Passione in greco del VI-VII secolo, ne segue un'altra dell'XI secolo e la Legenda Aurea, che risale al XIII.<br />Si trattava, per certo, di una bella giovane egiziana. La Legenda Aurea precisa che era la figlia del re Costa, il quale la lasciò orfana giovanissima, e che fu istruita fin dall'infanzia nelle arti liberali, come venivano definiti gli studi di secondo grado nel Medioevo. Caterina venne chiesta in sposa da diversi uomini di rilevante importanza, ma ebbe in sogno la visione della Madonna con il Bambino che le infilava l'anello al dito facendola sponsa Christi.<br />Nel 305 un imperatore romano tenne grandi festeggiamenti in proprio onore ad Alessandria. Anche se la Legenda Aurea parla di Massenzio (278 - 312), molti ritengono che si tratti di un errore di trascrizione e che l'imperatore in questione fosse invece Massimino Daia (285 ca. - 313), che proprio nel 305 fu proclamato Cesare per l'Oriente. Fu in quell'occasione che Caterina si presentò al palazzo imperiale durante i festeggiamenti, nel corso dei quali si celebravano riti pagani con sacrifici di animali in adorazione degli dèi, ai quali partecipavano anche molti cristiani per paura delle persecuzioni. Non solo Caterina rifiutò quegli atti, ma chiese all'Imperatore di riconoscere Gesù Cristo come redentore dell'umanità, argomentando il suo invito con cognizione di causa, profondità filosofica e capacità oratoria, tanto che l'Imperatore, colpito sia dalla bellezza, sia dalla cultura della giovane nobile, convocò un gruppo di retori affinché la convincessero ad onorare gli dèi e la chiese addirittura in sposa. Ma i retori non riuscirono a convertirla, addirittura furono loro, grazie all'eloquenza e alla santità di Caterina, ad essere convertiti al Cristianesimo. Fu così che l'imperatore ordinò la loro condanna a morte e dopo l'ennesimo rifiuto di Caterina la condannò al supplizio della ruota dentata; ma lo strumento di tortura si ruppe e Massimino decise quindi di farla decapitare. Dal corpo invece di uscire sangue sgorgò latte, simbolo della sua purezza.<br />Secondo un'altra versione, il corpo di Caterina fu trasportato dagli Angeli sul monte Sinai, dove, nel VI secolo, l'imperatore Giustiniano (482-565) fondò il monastero, originariamente chiamato «della Trasfigurazione», e successivamente dedicato a lei, il celebre «Monastero di Santa Caterina d'Alessandria».<br />Soltanto a partire dal IX secolo la devozione per la santa divenne molto popolare e ciò è particolarmente attestato dalle testimonianze iconografiche.<br />Nel periodo in cui si è sviluppato il pensiero illuministico-ateista o agnostico si sono gettate moltissime ombre sulla storicità del personaggio. [...] Con gli anni Sessanta ebbe inizio un riesame di molte figure di santi dei primi secoli della Cristianità; lo spirito positivista, infatti, penetrò nella Chiesa e lo scientismo storicista prevalse sulla tradizione della Chiesa stessa, tanto che santa Caterina d'Alessandria, insieme ad altre figure, non venne più resa degna di rientrare nel Martirologio Romano e si decise di eliminarla fra il 1962 e il 2002, senza tuttavia mai proibirne la venerazione, a motivo dell'enorme devozione a lei rivolta lungo i secoli in tutta la cattolicità. Nel 2003 santa Caterina, secondo giustizia, venne reinserita nel Martirologio fra i martiri da papa Giovanni Paolo II (1920-2005).<br /><br />Nota di BastaBugie: Ermes Dovico nella rubrica Santo del giorno su La Nuova Bussola Quotidiana pubblicato il 25 novembre 2020 racconta alcuni particolari interessanti di Santa Caterina.<br />È tra le martiri più rappresentate fin dall'Alto Medioevo e onorata con la dedicazione di moltissime chiese. Santa Caterina d'Alessandria (c. 287-305) visse in uno dei centri culturali e religiosi più importanti dell'antichità e fu «ricolma di acuto ingegno, sapienza e forza d'animo», come ricorda il Martirologio Romano.<br />La più antica fonte scritta che si conosce sul suo martirio risale al VI secolo, cui hanno fatto seguito altri testi agiografici come la Legenda Aurea del beato Jacopo da Varagine. La tradizione riferisce che Caterina era una giovane di grande bellezza e intelligenza, dottissima in filosofia e religione. Ancora adolescente, ebbe il dono del matrimonio mistico con Gesù. [...]<br />Oltre alle molteplici attestazioni dell'antichità del culto, va ricordato che la vergine e martire egiziana era carissima a sante come la mistica spagnola Caterina Tomás (1531-1574), Angela Merici (1474-1540) e Giovanna d'Arco (1412-1431). Quest'ultima affermò di aver avuto - dai 13 anni in poi - locuzioni e visioni di santa Margherita d'Antiochia, san Michele Arcangelo e appunto santa Caterina d'Alessandria, che consigliò la futura patrona di Francia anche durante il suo processo.<br />Un'altra grande mistica devota di Caterina d'Alessandria è santa Matilde di Hackeborn (c. 1240-1298), che ebbe un'apparizione dell'antica martire nel giorno della sua festa: le apparve «tutta avviluppata in un manto coperto di ruote d'oro...», si legge nel Libro della Grazia speciale, basato sulle rivelazioni di Matilde. La religiosa tedesca intrattenne con Caterina un dialogo sul significato di un canto in suo onore, sulle sue nozze mistiche con Gesù e sull'Eucaristia. Caterina, tra l'altro, rispose così a una domanda di Matilde: «[...] La mia bellezza è quello splendore e quella dignità che Cristo diffonde sopra i suoi fedeli, ornandoli della ricca porpora del suo Sangue. Orbene, sappi che questo splendore si rinnova e si accresce ad ogni Santa Comunione; chi si comunica una volta raddoppia questo splendore; ma chi si comunica cento e mille volte, altrettanto aumenta questa bellezza dell'anima sua».<br /> <br />Titolo originale: Caterina d'Alessandria. La martire che la falsa lettura femminista identificò con Ipazia<br />Fonte: Radio Roma Libera, 18 novembre 2020<br />Pubblicato su BastaBugie n. 702]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/43255512</guid><pubDate>Tue, 02 Feb 2021 23:11:44 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/43255512/santa_caterina_d_alessandria_martire_e_sposa_di_cristo.mp3" length="8689370" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6454&#13;
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SANTA CATERINA D'ALESSANDRIA, MARTIRE E SPOSA DI CRISTO&#13;
Da adolescente ebbe il dono del matrimonio mistico con Gesù e rivelò a Santa Giovanna d'Arco (insieme a santa Margherita...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6454" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6454</a><br /><br />SANTA CATERINA D'ALESSANDRIA, MARTIRE E SPOSA DI CRISTO<br />Da adolescente ebbe il dono del matrimonio mistico con Gesù e rivelò a Santa Giovanna d'Arco (insieme a santa Margherita d'Antiochia e san Michele Arcangelo) la missione di salvare la Francia<br />di Cristina Siccardi<br />Di santa Caterina d'Alessandria, la cui memoria liturgica facoltativa ricorre il 25 novembre, nata probabilmente nel 287 e morta martire ad Alessandria d'Egitto nel 305 circa, si hanno scarne notizie documentarie, per tale ragione sono nate diverse tradizioni, anche popolari. Le fonti scritte sono tutte posteriori alla sua vita: la più antica è una Passione in greco del VI-VII secolo, ne segue un'altra dell'XI secolo e la Legenda Aurea, che risale al XIII.<br />Si trattava, per certo, di una bella giovane egiziana. La Legenda Aurea precisa che era la figlia del re Costa, il quale la lasciò orfana giovanissima, e che fu istruita fin dall'infanzia nelle arti liberali, come venivano definiti gli studi di secondo grado nel Medioevo. Caterina venne chiesta in sposa da diversi uomini di rilevante importanza, ma ebbe in sogno la visione della Madonna con il Bambino che le infilava l'anello al dito facendola sponsa Christi.<br />Nel 305 un imperatore romano tenne grandi festeggiamenti in proprio onore ad Alessandria. Anche se la Legenda Aurea parla di Massenzio (278 - 312), molti ritengono che si tratti di un errore di trascrizione e che l'imperatore in questione fosse invece Massimino Daia (285 ca. - 313), che proprio nel 305 fu proclamato Cesare per l'Oriente. Fu in quell'occasione che Caterina si presentò al palazzo imperiale durante i festeggiamenti, nel corso dei quali si celebravano riti pagani con sacrifici di animali in adorazione degli dèi, ai quali partecipavano anche molti cristiani per paura delle persecuzioni. Non solo Caterina rifiutò quegli atti, ma chiese all'Imperatore di riconoscere Gesù Cristo come redentore dell'umanità, argomentando il suo invito con cognizione di causa, profondità filosofica e capacità oratoria, tanto che l'Imperatore, colpito sia dalla bellezza, sia dalla cultura della giovane nobile, convocò un gruppo di retori affinché la convincessero ad onorare gli dèi e la chiese addirittura in sposa. Ma i retori non riuscirono a convertirla, addirittura furono loro, grazie all'eloquenza e alla santità di Caterina, ad essere convertiti al Cristianesimo. Fu così che l'imperatore ordinò la loro condanna a morte e dopo l'ennesimo rifiuto di Caterina la condannò al supplizio della ruota dentata; ma lo strumento di tortura si ruppe e Massimino decise quindi di farla decapitare. Dal corpo invece di uscire sangue sgorgò latte, simbolo della sua purezza.<br />Secondo un'altra versione, il corpo di Caterina fu trasportato dagli Angeli sul monte Sinai, dove, nel VI secolo, l'imperatore Giustiniano (482-565) fondò il monastero, originariamente chiamato «della Trasfigurazione», e successivamente dedicato a lei, il celebre «Monastero di Santa Caterina d'Alessandria».<br />Soltanto a partire dal IX secolo la devozione per la santa divenne molto popolare e ciò è particolarmente attestato dalle testimonianze iconografiche.<br />Nel periodo in cui si è sviluppato il pensiero illuministico-ateista o agnostico si sono gettate moltissime ombre sulla storicità del personaggio. [...] Con gli anni Sessanta ebbe inizio un riesame di molte figure di santi dei primi secoli della Cristianità; lo spirito positivista, infatti, penetrò nella Chiesa e lo scientismo storicista prevalse sulla tradizione della Chiesa stessa, tanto che santa Caterina d'Alessandria, insieme ad altre figure, non venne più resa degna di rientrare nel Martirologio Romano e si decise di eliminarla fra il 1962 e il 2002, senza tuttavia mai proibirne la venerazione, a motivo dell'enorme devozione a lei rivolta lungo i secoli...]]></itunes:summary><itunes:duration>544</itunes:duration><itunes:keywords>alessandria,caterina,martire,sposa</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/93b6ad0cef7692240ea10061e229f7da.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La predica ai pesci servì a Sant'Antonio per combattere l'eresia</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-predica-ai-pesci-servi-a-sant-antonio-per-combattere-l-eresia--43085163</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6446<br /><br />LA PREDICA AI PESCI SERVI' A SANT'ANTONIO PER COMBATTERE L'ERESIA<br />La prima città in cui sant'Antonio da Padova cominciò a predicare fu Rimini, ma gli eretici non volevano essere disturbati...<br />di Padre Stefano Manelli<br />La prima città in cui sant'Antonio cominciò a predicare fu Rimini. E fin dall'inizio il successo della sua predicazione mise in allarme gli eretici della città. C'era colà, infatti, e fioriva la setta eretica dei patarini. Erano accesi e ostinati contro parecchie verità della fede cattolica, e vegliavano perché non ci fosse chi li disturbasse nei loro errori.<br />Quando gli eretici si accorsero che sant'Antonio smantellava a colpi decisi i loro errori, anziché aprire gli occhi alla verità, si coalizzarono nella difesa dell'errore e nell'assalto a colui che voleva illuminarli. Si radunarono i capi della setta eretica e decisero di eliminare sant'Antonio con il mezzo più semplice e concreto: il veleno.<br />Lo invitarono a un pranzo, quindi, per discutere insieme delle cose di fede. Antonio accettò ignaro di ogni trama. Ma il Signore era con lui. A tavola, infatti, sant'Antonio prima di mangiare benedisse tutto il cibo, e poi mangiò tranquillamente, continuando a parlare della vera fede.<br />Gli eretici lo guardavano, aspettandosi da un momento all'altro gli effetti del veleno. E invece! Evidentemente avevano dimenticato la promessa di Gesù ai suoi veri apostoli: "Se berranno qualche veleno non recherà loro danno" (Marco 16,18).<br />Fallito il tentativo dell'attacco a sant'Antonio con il veleno, gli eretici tentarono di impedire la predicazione del Santo con l'allontanamento delle persone. Si servirono di ogni mezzo, infatti, per tenere lontana da sant'Antonio tutta la gente. Allettamenti o minacce, accuse e calunnie contro sant'Antonio, tutto era utile per arrivare allo scopo di impedire quella predicazione che martellava contro l'eresia.<br />Ma sant'Antonio aveva anch'egli mezzi eccezionali per battere gli intrighi degli eretici. Dalla sua intensa preghiera e penitenza egli traeva il potere dei miracoli che fa smuovere le folle in ogni parte della terra.<br />E uno dei suoi più celebri e pittoreschi miracoli fu certamente quello della predicazione ai pesci. Quando sant'Antonio si accorse che la gente di Rimini lo guardava con sospetto e si teneva lontana da lui, moltiplicò le sue preghiere e poi si mosse per andare a predicare ai pesci sulla spiaggia del mare.<br />"Fratelli pesci - disse il Santo - venite voi ad ascoltare."<br />A tale richiamo una massa di pesci si fece avanti sulla riva del mare e si raccolse davanti al Santo in ascolto della sua parola. Erano tutti in ordine, tenevano la testina di fuori e, a volte, davano anche segni di assenso alle parole di sant'Antonio. <br />Il prodigio produsse un'impressione enorme, naturalmente. La folla accorse numerosissima e gli stessi eretici rimasero sconvolti da un fatto così strepitoso e così significato. Doveva essere davvero importante e prodigiosa la parola di sant'Antonio, se anche creature irragionevoli correvano ad ascoltarlo! La lezione fu davvero salutare per tutti. E da quel giorno sant'Antonio poté predicare, con tutta la sapienza e con tutto l'ardore di cui era ricco per illuminare e convertire, richiamare e santificare le anime. <br /><br />Nota di BastaBugie: nell'articolo seguente Ermes Dovico racconta la vita di Sant'Antonio di Padova. San Francesco lo chiamava "mio vescovo". Papa Gregorio IX rimase così colpito dalla sapienza del giovane predicatore da proclamarlo santo al termine del processo del canonizzazione più veloce della storia (conclusosi 352 giorni dopo la morte) grazie anche ai 53 miracoli attribuiti all'intercessione di Antonio.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 13 giugno 2020:<br />Nel 1228, Gregorio IX ebbe modo di conoscere sant'Antonio di Padova (1195-1231), che era giunto a Roma per salvaguardare l'unità dell'Ordine francescano, a rischio dopo la morte di san Francesco (1181-1226). Il papa rimase così colpito dal giovane predicatore da chiamarlo "Arca della Testimonianza" e "Scrigno delle Scritture".<br />Il santo era nato a Lisbona il 15 agosto 1195 da una famiglia benestante, che l'aveva battezzato con il nome di Fernando. A quindici anni entrò tra i Canonici regolari della Santa Croce e due anni più tardi chiese di potersi trasferire da Lisbona a Coimbra, perché desiderava un maggiore raccoglimento con Dio. Al monastero di Coimbra, dotato di una grande biblioteca, poté approfondire lo studio della Bibbia e dei Padri della Chiesa. Nel 1220, mentre il suo Ordine subiva le ingerenze del re portoghese, avvenne un fatto decisivo nella vita di Fernando, intanto divenuto sacerdote: vide passare a Coimbra le salme dei cinque protomartiri francescani (Berardo, Pietro, Ottone, Adiuto e Accursio), decapitati in Marocco, dove erano stati inviati da san Francesco per convertire i musulmani a Cristo.<br />Per don Fernando fu una chiamata alla missione. Ottenuto il permesso, lasciò i canonici agostiniani e si unì a un romitorio di francescani. Segnò il suo nuovo inizio religioso con un cambio di nome: decise di chiamarsi Antonio, in onore di sant'Antonio Abate. Desiderando la grazia del martirio, ottenne di andare con un confratello in Marocco, ma qui una malattia gli impedì di predicare. Si convinse a tornare in patria, ma una tempesta spinse la nave fino alle coste siciliane. In Sicilia il santo venne a contatto con i frati di Messina, dai quali apprese la notizia del Capitolo Generale convocato da san Francesco per la Pentecoste del 1221. Antonio risalì a piedi l'Italia insieme ai confratelli e dopo diverse settimane giunse ad Assisi: qui, dal 30 maggio all'8 giugno, si tenne quello che passò alla storia come il "Capitolo delle Stuoie", così chiamato perché il piccolo 'esercito' di francescani (erano circa 3.000) si accampò in capanne fatte di stuoie.<br />Il frate portoghese, sconosciuto ai più, trascorse quei giorni in umile ascolto delle decisioni che venivano prese nel suo nuovo Ordine. Alla fine venne indirizzato a un eremo vicino a Forlì, dove visse per un anno dedicandosi ai lavori più modesti, tra digiuni e orazioni. Nel settembre 1222 fu chiamato improvvisamente dal superiore a tenere un discorso esortativo per i chierici che stavano per ricevere l'ordinazione sacerdotale: l'uditorio, al sentire con quale trasporto per Dio parlava Antonio, ne rimase ammirato. Informati del suo straordinario talento, i superiori di Assisi lo indirizzarono alla predicazione nell'Italia settentrionale. Qui la fede di Antonio operò tra l'altro il miracolo eucaristico di Rimini, detto anche "della mula", perché l'animale, su comando del santo, si inginocchiò davanti all'Ostia consacrata, causando la conversione di un eretico di nome Bonovillo che dubitava della Presenza reale di Gesù nell'Eucaristia.<br />Univa il fermo annuncio della verità alla dolcezza d'animo, e venne chiamato "il martello degli eretici". Fece presente ai superiori che il contrasto alle eresie richiedeva una solida conoscenza della dottrina cattolica. San Francesco gli diede il benestare per la fondazione a Bologna del primo studio teologico francescano, un passo fondamentale nella storia dell'Ordine: "A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute. Mi piace che tu insegni teologia ai nostri fratelli, a condizione però che, a causa di tale studio, non si spenga in esso lo spirito di santa orazione e devozione, com'è prescritto nella Regola". Lo stesso Francesco, nel 1224, lo inviò come missionario in Francia per continuare nella sua opera di conversione degli eretici catari. Ritornò in Italia dopo la morte del santo d'Assisi e nel 1227 venne nominato ministro provinciale per l'Italia settentrionale. Fu allora che, pur continuando a viaggiare, stabilì la sua dimora abituale nel convento di Padova. In quegli anni le sue prediche, che spaziavano dalle verità di fede alla purezza di vita, erano ormai seguite da enormi folle di fedeli. Inoltre, stava lunghe ore in confessionale.<br />A Padova terminò la stesura del secondo volume dei Sermoni, nei quali è centrale la riflessione sul mistero di Cristo. Un mistero in cui il fedele si può addentrare con la preghiera e l'amore per Maria, che Antonio definì "Capolavoro dell'Altissimo". Si disse certo della sua Assunzione in anima e corpo, più di sette secoli prima della solenne proclamazione del dogma da parte di Pio XII, che infatti citò il santo nella Munificentissimus Deus del 1950. Quattro anni prima, sempre papa Pacelli aveva onorato sant'Antonio come Doctor Evangelicus, dichiarandolo ufficialmente dottore della Chiesa. Va detto comunque che già Gregorio IX lo aveva invocato come tale il 30 maggio 1232 - al termine del processo di canonizzazione più veloce della storia, grazie anche ai 53 miracoli attribuiti all'intercessione di Antonio - quando lo proclamò santo: "O dottore della Chiesa, beato Antonio, amatore della divina parola, prega per noi il Figlio di Dio".<br />Gesù e Maria furono le sue stelle polari fino agli ultimi giorni terreni. Fu in quei giorni che il conte Tiso, un amico presso il quale si era ritirato in preghiera nel giugno 1231, avvicinandosi alla stanzetta del santo, con la porta socchiusa, vide una luce intensissima: era Gesù Bambino, in braccio ad Antonio. Il 13 giugno, capendo che gli rimaneva poco da vivere, chiese di essere riportato a Padova perché lì desiderava morire. Spirò in un ospizio vicino al monastero delle clarisse e poco distante dalle mura cittadine. I confratelli gli intonarono il suo inno mariano preferito, O gloriosa Domina. Tornò al Padre dopo aver detto: "Vedo il mio Signore".<br /><br />Titolo originale: Sant'Antonio da Padova… se si combatte l'errore, si fanno miracoli<br />Fonte: I Tre Sentieri, 12 giugno 2020<br />Pubblicato su BastaBugie n. 701]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/43085163</guid><pubDate>Sun, 24 Jan 2021 00:13:29 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/43085163/la_predica_ai_pesci_serv_a_sant_antonio_per_combattere_l_eresia.mp3" length="12628217" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6446

LA PREDICA AI PESCI SERVI' A SANT'ANTONIO PER COMBATTERE L'ERESIA
La prima città in cui sant'Antonio da Padova cominciò a predicare fu Rimini, ma gli eretici non volevano essere...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6446<br /><br />LA PREDICA AI PESCI SERVI' A SANT'ANTONIO PER COMBATTERE L'ERESIA<br />La prima città in cui sant'Antonio da Padova cominciò a predicare fu Rimini, ma gli eretici non volevano essere disturbati...<br />di Padre Stefano Manelli<br />La prima città in cui sant'Antonio cominciò a predicare fu Rimini. E fin dall'inizio il successo della sua predicazione mise in allarme gli eretici della città. C'era colà, infatti, e fioriva la setta eretica dei patarini. Erano accesi e ostinati contro parecchie verità della fede cattolica, e vegliavano perché non ci fosse chi li disturbasse nei loro errori.<br />Quando gli eretici si accorsero che sant'Antonio smantellava a colpi decisi i loro errori, anziché aprire gli occhi alla verità, si coalizzarono nella difesa dell'errore e nell'assalto a colui che voleva illuminarli. Si radunarono i capi della setta eretica e decisero di eliminare sant'Antonio con il mezzo più semplice e concreto: il veleno.<br />Lo invitarono a un pranzo, quindi, per discutere insieme delle cose di fede. Antonio accettò ignaro di ogni trama. Ma il Signore era con lui. A tavola, infatti, sant'Antonio prima di mangiare benedisse tutto il cibo, e poi mangiò tranquillamente, continuando a parlare della vera fede.<br />Gli eretici lo guardavano, aspettandosi da un momento all'altro gli effetti del veleno. E invece! Evidentemente avevano dimenticato la promessa di Gesù ai suoi veri apostoli: "Se berranno qualche veleno non recherà loro danno" (Marco 16,18).<br />Fallito il tentativo dell'attacco a sant'Antonio con il veleno, gli eretici tentarono di impedire la predicazione del Santo con l'allontanamento delle persone. Si servirono di ogni mezzo, infatti, per tenere lontana da sant'Antonio tutta la gente. Allettamenti o minacce, accuse e calunnie contro sant'Antonio, tutto era utile per arrivare allo scopo di impedire quella predicazione che martellava contro l'eresia.<br />Ma sant'Antonio aveva anch'egli mezzi eccezionali per battere gli intrighi degli eretici. Dalla sua intensa preghiera e penitenza egli traeva il potere dei miracoli che fa smuovere le folle in ogni parte della terra.<br />E uno dei suoi più celebri e pittoreschi miracoli fu certamente quello della predicazione ai pesci. Quando sant'Antonio si accorse che la gente di Rimini lo guardava con sospetto e si teneva lontana da lui, moltiplicò le sue preghiere e poi si mosse per andare a predicare ai pesci sulla spiaggia del mare.<br />"Fratelli pesci - disse il Santo - venite voi ad ascoltare."<br />A tale richiamo una massa di pesci si fece avanti sulla riva del mare e si raccolse davanti al Santo in ascolto della sua parola. Erano tutti in ordine, tenevano la testina di fuori e, a volte, davano anche segni di assenso alle parole di sant'Antonio. <br />Il prodigio produsse un'impressione enorme, naturalmente. La folla accorse numerosissima e gli stessi eretici rimasero sconvolti da un fatto così strepitoso e così significato. Doveva essere davvero importante e prodigiosa la parola di sant'Antonio, se anche creature irragionevoli correvano ad ascoltarlo! La lezione fu davvero salutare per tutti. E da quel giorno sant'Antonio poté predicare, con tutta la sapienza e con tutto l'ardore di cui era ricco per illuminare e convertire, richiamare e santificare le anime. <br /><br />Nota di BastaBugie: nell'articolo seguente Ermes Dovico racconta la vita di Sant'Antonio di Padova. San Francesco lo chiamava "mio vescovo". Papa Gregorio IX rimase così colpito dalla sapienza del giovane predicatore da proclamarlo santo al termine del processo del canonizzazione più veloce della storia (conclusosi 352 giorni dopo la morte) grazie anche ai 53 miracoli attribuiti all'intercessione di Antonio.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 13 giugno 2020:<br />Nel 1228, Gregorio IX ebbe modo di conoscere sant'Antonio di Padova (1195-1231), che era giunto a Roma per...]]></itunes:summary><itunes:duration>790</itunes:duration><itunes:keywords>antonio,eresie,pesci</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/779c59397426e7298751e6d5a3c6b7ba.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sarà beato il giudice Livatino ucciso dalla mafia 30 anni fa</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sara-beato-il-giudice-livatino-ucciso-dalla-mafia-30-anni-fa--42805648</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6423" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6423</a><br /><br />SARA' BEATO IL GIUDICE LIVATINO, UCCISO DALLA MAFIA 30 ANNI FA<br />Dopo padre Pino Puglisi, la Chiesa riconosce il martirio in odio alla fede di Rosario Livatino (visse la professione di giudice come una vocazione, difese l'obiezione di coscienza contro aborto ed eutanasia)<br />di Ermes Dovico<br />S.T.D., cioè sub tutela Dei (sotto la tutela di Dio), è la sigla che il giudice Rosario Livatino annotava a margine di diversi suoi appunti. Ora, a 30 anni di distanza dalla sua uccisione, sappiamo che il Servo di Dio nativo di Canicattì potrà presto, forse già nel 2021, essere proclamato beato. Lunedì 21 dicembre, infatti, papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto che riconosce il martirio «in odio alla Fede» di Livatino, ucciso la mattina del 21 settembre 1990 in un agguato tesogli da quattro sicari della Stidda sulla strada statale da Canicattì ad Agrigento, sede del tribunale in cui lavorava.<br />Partiamo proprio da qui, dal riconoscimento del martirio per mano di un'organizzazione a stampo mafioso, che si aggiunge all'odium fidei già riconosciuto dalla Chiesa nel 2012 nel caso di padre Pino Puglisi (1937-1993). Molti conoscono il fermo ammonimento che san Giovanni Paolo II pronunciò nella Valle dei Templi il 9 maggio 1993 - al termine della Santa Messa, dopo la Benedizione finale -, ammonimento che culminò nelle parole: «Convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!». Ma pochi sanno che il grande papa polacco, parlando a braccio, pronunciò quel discorso dopo che la mattina di quello stesso giorno aveva incontrato i genitori del giudice assassinato tre anni prima (nonché i familiari del giudice Antonino Saetta, ucciso con il figlio Stefano nel 1988). Quell'incontro commosse profondamente Wojtyla, che nella circostanza definì Livatino «un martire della giustizia e indirettamente della fede».<br /><br />LA CAUSA DI BEATIFICAZIONE<br />Ebbene, la successiva causa di beatificazione, aperta ufficialmente dalla Diocesi di Agrigento il 21 settembre 2011, ha consentito di approfondire i fatti della vita e morte di Livatino, arrivando appunto al riconoscimento formale del martirio. Questo è stato possibile «dopo l'ascolto di numerosi testimoni e aver ripercorso tutta l'esistenza terrena e gli scritti di Livatino, come gli appunti che tracciava a matita giornalmente nelle sue agende e la trascrizione delle conferenze su Fede e diritto e Il ruolo del giudice nella società che cambia. Non è solo il fatto di essere stato ucciso, ma i 38 anni di vita condotti sotto lo sguardo di Dio da un uomo che diceva che rendere giustizia è preghiera», spiega alla Nuova Bussola don Giuseppe Livatino, postulatore della causa a livello diocesano. Riguardo ai suoi assassini, «da qualche intercettazione ambientale è venuto fuori che i mandanti dell'omicidio, appartenenti alle cosche locali, si riferivano a Livatino chiamandolo in maniera dispregiativa 'u parrineddu ["piccolo prete", dal dialettale parrinu], per dire che andava sempre in chiesa e non faceva mistero della sua fede», aggiunge don Giuseppe, parente «molto alla lontana» dello stesso giudice e che prima di essere ordinato sacerdote aveva mostrato il suo interesse per l'opera dei magistrati vittime della mafia, fondando con alcuni amici nel 1990 (giusto pochi mesi prima dell'omicidio di Livatino) un'associazione per ricordare il giudice Saetta.<br />Le parole di don Giuseppe sono sulla stessa lunghezza d'onda di quelle del postulatore generale, monsignor Vincenzo Bertolone, vescovo di Catanzaro, nonché del decreto promulgato dalla competente Congregazione. «La motivazione che spinse i gruppi mafiosi di Palma di Montechiaro e Canicattì a colpire il Servo di Dio fu la sua nota dirittura morale per quanto riguarda l'esercizio della giustizia, radicata nella fede. Durante il processo penale emerse che il capo provinciale di Cosa Nostra Giuseppe Di Caro, che abitava nello stesso stabile del Servo di Dio, lo definiva con spregio santocchio per la sua frequentazione della Chiesa», si legge nel decreto, che prosegue così: «Dai persecutori, il Servo di Dio era ritenuto inavvicinabile, irriducibile a tentativi di corruzione proprio a motivo del suo essere cattolico praticante. Dalle testimonianze, anche del mandante dell'omicidio, e dai documenti processuali, emerge che l'avversione nei suoi confronti era inequivocabilmente riconducibile all'odium fidei. Inizialmente, i mandanti avevano pianificato l'agguato dinanzi alla chiesa in cui quotidianamente il Magistrato faceva la visita al Santissimo Sacramento».<br /><br />UNA VITA DI FEDE<br />Rosario Livatino era nato il 3 ottobre 1952. Fin dalla prima giovinezza si era impegnato nell'Azione Cattolica. Il 9 luglio 1975 si laureò in Giurisprudenza a Palermo con il massimo dei voti e quattro anni più tardi, dopo le prime esperienze lavorative, iniziò a svolgere le funzioni di sostituto procuratore presso il Tribunale di Agrigento (1979-1988). Dal 1984 al 1988, Livatino, che non si associò mai a nessuna corrente, risultò essere, per riconoscimento del Consiglio Superiore della Magistratura, il magistrato più produttivo della Procura di Agrigento. Sempre nel 1988 ricevette la Cresima. Nell'agosto dell'anno seguente divenne giudice della sezione penale. Si preoccupò di praticare la giustizia con carità cristiana, condannando gli autori di reati ma avendo bene a mente che anche dietro il più grande criminale c'è una persona, bisognosa di compassione e, certamente, conversione. Spiegava: «Decidere è scegliere [...]; e scegliere è una delle cose più difficili che l'uomo sia chiamato a fare. [...] Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto, per il tramite dell'amore verso la persona giudicata».<br />Questa sua missione terrena finì appunto il 21 settembre 1990. La fase storica era di quelle caldissime per il territorio agrigentino, segnato dalla contrapposizione tra alcuni clan emergenti della Stidda e Cosa Nostra. Livatino, a bordo della sua Ford Fiesta, fu prima speronato, ferito alla spalla e infine, mentre tentava di fuggire a piedi in una scarpata, raggiunto da diversi colpi di arma da fuoco, compreso uno in pieno volto.<br />Umile e riservato, sapendo i rischi che correva, non aveva voluto creare troppi legami: «La sua principale preoccupazione era quella di dare un dispiacere ai suoi genitori, perché lui presagiva in qualche modo la fine cruenta a cui andava incontro», dice alla Bussola il magistrato Domenico Airoma, autore di un libro sul "giudice santo" e vicepresidente del Centro Studi Livatino, gruppo di giuristi che ha espresso la propria gratitudine a papa Francesco per il decreto sul martirio. Quel che colpisce nel futuro beato «è la sua costante ricerca della giustizia al di là della legalità, cioè del fondamento del diritto naturale che preesiste al diritto positivo. Fu controcorrente, penso a quello che ha scritto contro l'eutanasia e per il diritto alla vita, l'obiezione di coscienza. Se si censura il suo modo di intendere la vocazione di giudice e la sua dimensione spirituale non si può comprendere Rosario Livatino». Il giudice siciliano, conclude Airoma, «dimostra proprio che si può essere un fedele laico impegnato nelle istituzioni, senza nascondere la propria fede e vivendola nella propria professione».<br /> <br />Titolo originale: Sarà beato il giudice Livatino, martire in odium fidei<br />Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 23-12-2020<br />Pubblicato su BastaBugie n. 698]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/42805648</guid><pubDate>Tue, 05 Jan 2021 23:50:40 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/42805648/sar_beato_il_giudice_livatino_ucciso_dalla_mafia_30_anni_fa.mp3" length="10131070" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6423&#13;
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SARA' BEATO IL GIUDICE LIVATINO, UCCISO DALLA MAFIA 30 ANNI FA&#13;
Dopo padre Pino Puglisi, la Chiesa riconosce il martirio in odio alla fede di Rosario Livatino (visse la...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6423" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6423</a><br /><br />SARA' BEATO IL GIUDICE LIVATINO, UCCISO DALLA MAFIA 30 ANNI FA<br />Dopo padre Pino Puglisi, la Chiesa riconosce il martirio in odio alla fede di Rosario Livatino (visse la professione di giudice come una vocazione, difese l'obiezione di coscienza contro aborto ed eutanasia)<br />di Ermes Dovico<br />S.T.D., cioè sub tutela Dei (sotto la tutela di Dio), è la sigla che il giudice Rosario Livatino annotava a margine di diversi suoi appunti. Ora, a 30 anni di distanza dalla sua uccisione, sappiamo che il Servo di Dio nativo di Canicattì potrà presto, forse già nel 2021, essere proclamato beato. Lunedì 21 dicembre, infatti, papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto che riconosce il martirio «in odio alla Fede» di Livatino, ucciso la mattina del 21 settembre 1990 in un agguato tesogli da quattro sicari della Stidda sulla strada statale da Canicattì ad Agrigento, sede del tribunale in cui lavorava.<br />Partiamo proprio da qui, dal riconoscimento del martirio per mano di un'organizzazione a stampo mafioso, che si aggiunge all'odium fidei già riconosciuto dalla Chiesa nel 2012 nel caso di padre Pino Puglisi (1937-1993). Molti conoscono il fermo ammonimento che san Giovanni Paolo II pronunciò nella Valle dei Templi il 9 maggio 1993 - al termine della Santa Messa, dopo la Benedizione finale -, ammonimento che culminò nelle parole: «Convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!». Ma pochi sanno che il grande papa polacco, parlando a braccio, pronunciò quel discorso dopo che la mattina di quello stesso giorno aveva incontrato i genitori del giudice assassinato tre anni prima (nonché i familiari del giudice Antonino Saetta, ucciso con il figlio Stefano nel 1988). Quell'incontro commosse profondamente Wojtyla, che nella circostanza definì Livatino «un martire della giustizia e indirettamente della fede».<br /><br />LA CAUSA DI BEATIFICAZIONE<br />Ebbene, la successiva causa di beatificazione, aperta ufficialmente dalla Diocesi di Agrigento il 21 settembre 2011, ha consentito di approfondire i fatti della vita e morte di Livatino, arrivando appunto al riconoscimento formale del martirio. Questo è stato possibile «dopo l'ascolto di numerosi testimoni e aver ripercorso tutta l'esistenza terrena e gli scritti di Livatino, come gli appunti che tracciava a matita giornalmente nelle sue agende e la trascrizione delle conferenze su Fede e diritto e Il ruolo del giudice nella società che cambia. Non è solo il fatto di essere stato ucciso, ma i 38 anni di vita condotti sotto lo sguardo di Dio da un uomo che diceva che rendere giustizia è preghiera», spiega alla Nuova Bussola don Giuseppe Livatino, postulatore della causa a livello diocesano. Riguardo ai suoi assassini, «da qualche intercettazione ambientale è venuto fuori che i mandanti dell'omicidio, appartenenti alle cosche locali, si riferivano a Livatino chiamandolo in maniera dispregiativa 'u parrineddu ["piccolo prete", dal dialettale parrinu], per dire che andava sempre in chiesa e non faceva mistero della sua fede», aggiunge don Giuseppe, parente «molto alla lontana» dello stesso giudice e che prima di essere ordinato sacerdote aveva mostrato il suo interesse per l'opera dei magistrati vittime della mafia, fondando con alcuni amici nel 1990 (giusto pochi mesi prima dell'omicidio di Livatino) un'associazione per ricordare il giudice Saetta.<br />Le parole di don Giuseppe sono sulla stessa lunghezza d'onda di quelle del postulatore generale, monsignor Vincenzo Bertolone, vescovo di Catanzaro, nonché del decreto promulgato dalla competente Congregazione. «La motivazione che spinse i gruppi mafiosi di Palma di Montechiaro e Canicattì a colpire il Servo di Dio fu la sua nota dirittura morale per quanto riguarda l'esercizio della giustizia, radicata nella fede. 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Questa festa è stata collocata dopo quella dell'Epifania perché è sempre stata considerata come la manifestazione di Gesù, Figlio prediletto del Padre. Dopo aver ricevuto il Battesimo, Gesù «vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba» (Mc 1,10). Inoltre venne una voce dal cielo, la voce del Padre, che disse: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Mc 1,11).<br />Ciò che sorprende è come mai il Figlio di Dio abbia voluto ricevere il Battesimo da Giovanni. Non furono certamente le acque a santificare Gesù, ma, al contrario, fu Lui a santificarle e a renderle poi materia del Sacramento del Battesimo. Gesù si assoggettò al Battesimo di Giovanni per dare a noi un esempio di umiltà e per farci comprendere che siamo noi ad aver estremo bisogno di purificazione. Egli è stato come un genitore che, per invogliare il figlio a prendere una medicina amara, per primo l'ha assunta.<br />Vi è inoltre una grande differenza tra il Battesimo di Giovanni e il Sacramento istituito da Gesù. Il primo fu solamente un segno di penitenza che richiamava il fedele all'impegno nel mutare condotta di vita. Esso era una gesto simbolico di umiltà da parte dell'uomo che si riconosceva peccatore e prova di un grande desiderio di purificazione e di rinnovamento. Il Battesimo di Gesù, invece, è il Sacramento che ci toglie il peccato originale, il peccato di Adamo ed Eva che abbiamo ereditato dai nostri Progenitori, ed è il Sacramento che ci rende figli adottivi di Dio.<br />Quando abbiamo ricevuto il Battesimo si sono realizzate anche per noi quelle parole che abbiamo ascoltato all'inizio: siamo divenuti figli di Dio - figli adottivi, mentre Gesù è della stessa natura del Padre - e su di noi è sceso lo Spirito Santo.<br />Per istituire questo Sacramento, Gesù si è servito del segno dell'acqua. Come l'acqua lava esteriormente il nostro corpo, così la grazia di Dio, per mezzo di quel segno sensibile, lava interiormente la nostra anima. Dio si serve sempre di segni perché noi abbiamo bisogno di cose sensibili per comprendere le realtà spirituali.<br />Nel giorno del nostro Battesimo, per bocca dei nostri genitori e dei nostri padrini e madrine, noi abbiamo preso degli impegni molto importanti davanti a Dio. Abbiamo infatti promesso solennemente di rinunciare al peccato e di credere fermamente a tutto quello che la Chiesa ci propone a credere.<br />Di tanto in tanto è cosa molto buona rinnovare queste promesse battesimali, con convinzione sempre maggiore. Alcuni non comprendono l'importanza di far battezzare i bambini, dicendo che noi non possiamo decidere per loro e che bisogna aspettare che siano loro stessi a scegliere. A questa obiezione si risponde abbastanza facilmente, facendo comprendere che sarebbe veramente stolto quel genitore che non chiamasse il medico quando il figlio ancora piccolo è malato, dicendo che bisogna aspettare che il figlio cresca in modo che possa decidere da solo. Se non chiama il medico, il figlio muore. Orbene, il peccato originale è ben più grave di una semplice malattia, ed è pertanto molto importante far battezzare al più presto i bambini. La Chiesa, nella sua saggezza, raccomanda che siano battezzati nelle prime settimane di vita, perché troppo grande è il dono che ricevono, un dono che li trasforma interiormente rendendoli figli di Dio.<br />Si racconta che quando san Leonida, che fu un Martire dei primi secoli, fece battezzare il suo primogenito, subito dopo il rito prese il bambino tra le braccia e lo baciò sul cuore, dicendo che Dio, grazie al Battesimo, abitava ora in quel piccolo bambino. Ed è vero. Quando, dopo il Battesimo, i genitori stringono tra le braccia il loro bambino, essi possono essere certi che Dio abita in lui come in un tempio.<br />Ogni battezzato è tempio di Dio. Questa presenza è una delle più belle realtà della vita umana qui su questa terra. Il pensiero che Dio è dentro di noi deve rafforzarci nel momento della prova e consolarci nell'ora del dolore. Questa presenza silenziosa ma reale è stabile e solo il peccato la può purtroppo distruggere. Infatti, come sappiamo dal Catechismo, il peccato mortale allontana Dio dal nostro cuore e noi diventiamo preda del demonio.<br />Questa festa del Battesimo ci ricorda pertanto la necessità di vivere sempre come figli di Dio, di custodire gelosamente questa dolce presenza di Dio in noi, e di ricorrere al più presto alla Confessione se ci cogliesse la sventura di perdere il Signore con il peccato mortale.<br /> <br />Fonte: Il settimanale di Padre Pio<br />Pubblicato su BastaBugie n. 698]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/42765761</guid><pubDate>Sun, 03 Jan 2021 01:50:21 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/42765761/lo_sapevi_che_adamo_ed_eva_sono_in_paradiso.mp3" length="6412328" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6367&#13;
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OMELIA BATTESIMO DEL SIGNORE - ANNO B (Mc 1,7-11)&#13;
Tu sei il Figlio mio, l'amato&#13;
da Il settimanale di Padre Pio&#13;
Oggi celebriamo la festa del Battesimo del Signore. Questa festa...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6367" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6367</a><br /><br />OMELIA BATTESIMO DEL SIGNORE - ANNO B (Mc 1,7-11)<br />Tu sei il Figlio mio, l'amato<br />da Il settimanale di Padre Pio<br />Oggi celebriamo la festa del Battesimo del Signore. Questa festa è stata collocata dopo quella dell'Epifania perché è sempre stata considerata come la manifestazione di Gesù, Figlio prediletto del Padre. Dopo aver ricevuto il Battesimo, Gesù «vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba» (Mc 1,10). Inoltre venne una voce dal cielo, la voce del Padre, che disse: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Mc 1,11).<br />Ciò che sorprende è come mai il Figlio di Dio abbia voluto ricevere il Battesimo da Giovanni. Non furono certamente le acque a santificare Gesù, ma, al contrario, fu Lui a santificarle e a renderle poi materia del Sacramento del Battesimo. Gesù si assoggettò al Battesimo di Giovanni per dare a noi un esempio di umiltà e per farci comprendere che siamo noi ad aver estremo bisogno di purificazione. Egli è stato come un genitore che, per invogliare il figlio a prendere una medicina amara, per primo l'ha assunta.<br />Vi è inoltre una grande differenza tra il Battesimo di Giovanni e il Sacramento istituito da Gesù. Il primo fu solamente un segno di penitenza che richiamava il fedele all'impegno nel mutare condotta di vita. Esso era una gesto simbolico di umiltà da parte dell'uomo che si riconosceva peccatore e prova di un grande desiderio di purificazione e di rinnovamento. Il Battesimo di Gesù, invece, è il Sacramento che ci toglie il peccato originale, il peccato di Adamo ed Eva che abbiamo ereditato dai nostri Progenitori, ed è il Sacramento che ci rende figli adottivi di Dio.<br />Quando abbiamo ricevuto il Battesimo si sono realizzate anche per noi quelle parole che abbiamo ascoltato all'inizio: siamo divenuti figli di Dio - figli adottivi, mentre Gesù è della stessa natura del Padre - e su di noi è sceso lo Spirito Santo.<br />Per istituire questo Sacramento, Gesù si è servito del segno dell'acqua. Come l'acqua lava esteriormente il nostro corpo, così la grazia di Dio, per mezzo di quel segno sensibile, lava interiormente la nostra anima. Dio si serve sempre di segni perché noi abbiamo bisogno di cose sensibili per comprendere le realtà spirituali.<br />Nel giorno del nostro Battesimo, per bocca dei nostri genitori e dei nostri padrini e madrine, noi abbiamo preso degli impegni molto importanti davanti a Dio. Abbiamo infatti promesso solennemente di rinunciare al peccato e di credere fermamente a tutto quello che la Chiesa ci propone a credere.<br />Di tanto in tanto è cosa molto buona rinnovare queste promesse battesimali, con convinzione sempre maggiore. Alcuni non comprendono l'importanza di far battezzare i bambini, dicendo che noi non possiamo decidere per loro e che bisogna aspettare che siano loro stessi a scegliere. A questa obiezione si risponde abbastanza facilmente, facendo comprendere che sarebbe veramente stolto quel genitore che non chiamasse il medico quando il figlio ancora piccolo è malato, dicendo che bisogna aspettare che il figlio cresca in modo che possa decidere da solo. Se non chiama il medico, il figlio muore. Orbene, il peccato originale è ben più grave di una semplice malattia, ed è pertanto molto importante far battezzare al più presto i bambini. La Chiesa, nella sua saggezza, raccomanda che siano battezzati nelle prime settimane di vita, perché troppo grande è il dono che ricevono, un dono che li trasforma interiormente rendendoli figli di Dio.<br />Si racconta che quando san Leonida, che fu un Martire dei primi secoli, fece battezzare il suo primogenito, subito dopo il rito prese il bambino tra le braccia e lo baciò sul cuore, dicendo che Dio, grazie al Battesimo, abitava ora in quel piccolo bambino. Ed è vero. Quando, dopo il Battesimo, i...]]></itunes:summary><itunes:duration>401</itunes:duration><itunes:keywords>adamo,eva,paridos</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/858e8efec8f50d8e2a772d39cb4f98b7.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Al via la causa di beatificazione di Francesco II di Borbone, ultimo Re delle due sicilie</title><link>https://www.spreaker.com/episode/al-via-la-causa-di-beatificazione-di-francesco-ii-di-borbone-ultimo-re-delle-due-sicilie--42710250</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6413" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6413</a><br /><br />AL VIA LA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DI FRANCESCO II DI BORBONE, ULTIMO RE DELLE DUE SICILIE<br />Tutta la sua esistenza fu un inno alla fede cattolica applicata al proprio dovere di Stato (VIDEO: Al sud di Povia)<br />di Cristina Siccardi<br />Il cardinale Crescenzo Sepe, due giorni prima di venire accolta la sua rinuncia per raggiunti limiti di età alla sede episcopale della diocesi di Napoli, il 10 dicembre di quest'anno, festa della Madonna di Loreto, ha pubblicamente fatto riferimento alla prossima apertura della causa di beatificazione e canonizzazione di Francesco II di Borbone, ultimo Re delle Due Sicilie, nato nel 1836 e morto nel 1894, figlio della beata Maria Cristina di Savoia (1812 - 1836) e di Ferdinando Carlo Maria di Borbone (1810 - 1859), salito al trono il 22 maggio 1859 e deposto il 13 febbraio 1861 con l'annessione del Sud al Regno d'Italia, nato dal movimento politico e culturale liberal-massonico.<br />Maria Cristina di Savoia, beatifica il 25 gennaio 2014, si spense quindici giorni dopo la sua nascita e da lei Francesco ereditò molto del temperamento e dello spirito cattolico. Sia il padre che la sua seconda moglie, la Regina Maria Teresa d'Asburgo (1816-1867), gli impartirono, con l'ausilio dei padri Gesuiti, un'educazione fortemente religiosa, ma non priva di cultura generale, anche se non ebbe mai quella militare di cui era ricco Ferdinando.<br />Francesco divenne re a 23 anni e si trovò ad affrontare l'ostilità della seconda moglie di Ferdinando II, che cercò in tutti i modi di favorire il proprio figlio, Luigi conte di Trani (1838 - 1886) a svantaggio di Francesco, ponendo ostacoli su ostacoli, rendendogli più che mai difficile l'esercizio del potere. Si architettò addirittura una congiura per sostituire Francesco con il conte, ma le supposte prove raccolte dal generale e politico Carlo Filangieri (1784 - 1867), vennero gettate nelle fiamme del camino dallo stesso Francesco II, che pronunciò le parole: «È la moglie di mio padre».<br /><br />IMPORTANTI RIFORME<br />Nonostante le problematiche interne familiari, Francesco II di Borbone riuscì, in un anno e mezzo appena, a gestire con efficacia il governo del regno, realizzando anche diverse importanti riforme: concesse più autonomie ai comuni, emanò amnistie, nominò commissioni aventi lo scopo di migliorare le condizioni dei carcerati nei luoghi di detenzione, dimezzò l'imposta sul macinato, ridusse le tasse doganali, fece aprire le borse di cambio a Reggio Calabria e a Chieti. Emanò ordini per l'acquisto di grano all'estero per rivenderlo sottocosto alla popolazione e per donarlo alle persone più indigenti in un tempo in cui i suoi territori erano stati colpiti dalla carestia. Inoltre, il sovrano mise nella sua agenda di governo l'obiettivo di far ripartire i progetti di ampliamento della rete ferroviaria: con decreto del 28 aprile 1860 prescrisse l'ampliamento della rete con la linea Napoli-Foggia e Foggia-Capo d'Otranto; in seguito ordinò le linee Basilicata-Reggio Calabria e un'altra per gli Abruzzi, e già aveva in animo di avviare la linea Palermo-Messina-Catania.<br />Il 1° marzo 1860 prescrisse a tutti i fondi la servitù degli acquedotti, favorendo la bonifica organizzata dei campi e la loro corretta irrigazione, offrendo quindi grandi vantaggi alla salute pubblica, minata dagli impaludamenti, che arrecavano tifo e malaria. Nel 1862, già esule a Roma, inviò ancora una grossa somma ai napoletani, rimaste vittime di una forte eruzione del Vesuvio.<br />In politica estera, aderì alle posizioni conservatrici dell'Austria. Nel 1859 approvò con proprio atto la ricostituzione dell'Ordine Militare di Santa Brigida, di cui era molto devoto: le costituzioni furono accolte in Capua dal cardinale Giuseppe Cosenza (1788 - 1863).<br /><br />IL MATRIMONIO CON MARIA SOFIA DI BAVIERA<br />Francesco si unì in matrimonio alla diciasettenne Maria Sofia di Baviera (1841 - 1925), figlia del duca Massimiliano (1808 - 1888), nonché sorella di Elisabetta (1837 - 1898), la celebre «Sissi» (più correttamente «Sisi»), insieme ebbero un'unica figlia, Maria Cristina Pia, nata il 24 dicembre 1869 e spirata il 28 marzo 1870.<br />«Piuttosto che stare qui, amerei morire negli Abruzzi in mezzo a quei bravi combattenti», disse Maria Sofia riferendosi all'epica difesa dell'ultima roccaforte del regno del Sud, il forte di Civitella del Tronto, in Abruzzo. Fu regina delle Due Sicilie fino alla capitolazione di Gaeta del 13 febbraio 1861, dove la corte si era rifugiata il 6 settembre 1860 per tentare un'ultima resistenza alle truppe piemontesi. La sovrana incoraggiò i soldati borbonici, distribuendo loro medaglie con coccarde colorate da lei stessa confezionate e prese a visitare i feriti negli ospedali di guerra. Quando, poi, a Gaeta la situazione peggiorò sempre più a causa della scarsità di cibo, del freddo e della diffusa epidemia di tifo, il marito la invitò a lasciare la roccaforte, ma la Regina fu irremovibile e rimase al suo posto. <br />Dopo la caduta del Regno, i reali furono ospitati a Roma da papa Pio IX (1792 - 1878), prima al Quirinale poi a Palazzo Farnese, fino al 1870. In questi anni, essi tentarono dapprima di fomentare la resistenza filoborbonica che stava prendendo piede nell'ex-Regno, tuttavia, ogni sforzo di insorgenza era soffocato e per evitare spargimento di altro sangue, di altro odio e di altro dolore, Francesco II e la moglie si ritirarono dalla scena pubblica. La fedeltà e l'affezione di migliaia e migliaia di persone, militari e non, dimostrata dapprima con il sacrificio della propria vita per difendere il Re, sono proseguite anno dopo anno, decennio dopo decennio, con una perdurante e inesausta memoria, che prosegue tuttora, [...] alle rievocazioni storiche, alla devozione popolare per un sovrano morto in concetto di santità.<br /><br />I FURTI DI GARIBALDI<br />Privati dei loro beni personali, sequestrati senza alcun diritto né giustificazione da Garibaldi, non solo i beni immobili, ma anche quelli mobili, la coppia reale, talvolta braccata e assediata dai liberali, si spostò da un luogo all'altro, trovando poi sistemazione duratura a Parigi, e talvolta in Baviera nelle tenute della famiglia di Maria Sofia, dove dimorarono modestamente, con grande dignità e onore. Durante un viaggio compiuto nel 1894, Francesco II, che aveva vissuto sempre con la coscienza al cospetto di Dio, praticando una costante vita di pietà, fatta di preghiera e di accostamento ai Sacramenti, si spense a 58 anni il 27 dicembre di quell'anno, carico di amarezze e di ingiustizie subite, ad Arco, in provincia di Trento.<br />Tutta la sua esistenza fu un inno alla fede applicata al proprio dovere di Stato, ed egli, essendo stato chiamato a regnare, in tempi tragici, si sentì pienamente investito di tale grave responsabilità. Considerò sempre la fede garanzia di ordine, di forza e di unità in un'Italia ricchissima di tradizioni con le sue diverse popolazioni. <br />Una trentina d'anni dopo l'invasione piemontese del Regno, l'ultimo Sovrano delle Due Sicilie guarda, in questo suo elaborato, senza acrimonia, ma con grande e chiara visione ai risultati disastrosi dell'unificazione dell'Italia e all'operato del Governo italiano, formulando quella che appare oggi come una profezia: «Che non si illudano i Governi; la Religione è elemento di ordine e di forza; senza religione non v'ha progresso civile. I più vasti Imperi caddero allorché persero ogni credenza! L'impero dei Santi sopravvenne e la mollezza e la depravazione si diffusero. Corrompete i costumi e imperate fu la filosofia di quei tempi. Corrompete e imperate, pare fosse la filosofia del nostro progresso: le conseguenze potrebbero essere le stesse».<br />Con l'annuncio dell'apertura di una prossima causa di beatificazione e canonizzazione di Francesco II Borbone, la Chiesa darebbe giustizia storica ad una figura che è stata troppo vilipesa dalla parte avversa e nemica, un Re che andrebbe ad aggiungersi alla grande schiera di sovrani che hanno contribuito davvero al bene comune in Europa, nel nome della Santissima Trinità, con un impegno personale ad una vita austera e umile di fronte a Dio e agli uomini, dando conto in prima persona dei valori veri e autentici, discendenti dalla legge naturale e divina, testimoniando così che cosa significhi essere persone timorate di Dio e proprio per questo illuminate nella ragione e pronte ad amare il prossimo come se stessi.<br /><br />Nota di BastaBugie: nel seguente video (durata: 4 minuti e mezzo) la canzone di  Povia "Al Sud" narra la storia della fine del Regno delle Due Sicilie, ad opera di Garibaldi, parlando anche del sovrano Francesco II e di sua moglie Maria Sofia di Baviera.<br /><a href="https://www.youtube.com/watch?v=q-yL7oF8xyU" rel="noopener">https://www.youtube.com/watch?v=q-yL7oF8xyU</a><br /> <br />Titolo originale: Francesco II: re delle Due Sicilie<br />Fonte: Radio Roma Libera, 16 Dicembre 2020<br />Pubblicato su BastaBugie n. 697]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/42710250</guid><pubDate>Tue, 29 Dec 2020 20:05:10 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/42710250/al_via_la_causa_di_beatificaione_di_francesco_ii_di_borbone_ultimo_re_delle_due_sicilie.mp3" length="16507714" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6413&#13;
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AL VIA LA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DI FRANCESCO II DI BORBONE, ULTIMO RE DELLE DUE SICILIE&#13;
Tutta la sua esistenza fu un inno alla fede cattolica applicata al proprio dovere di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6413" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6413</a><br /><br />AL VIA LA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DI FRANCESCO II DI BORBONE, ULTIMO RE DELLE DUE SICILIE<br />Tutta la sua esistenza fu un inno alla fede cattolica applicata al proprio dovere di Stato (VIDEO: Al sud di Povia)<br />di Cristina Siccardi<br />Il cardinale Crescenzo Sepe, due giorni prima di venire accolta la sua rinuncia per raggiunti limiti di età alla sede episcopale della diocesi di Napoli, il 10 dicembre di quest'anno, festa della Madonna di Loreto, ha pubblicamente fatto riferimento alla prossima apertura della causa di beatificazione e canonizzazione di Francesco II di Borbone, ultimo Re delle Due Sicilie, nato nel 1836 e morto nel 1894, figlio della beata Maria Cristina di Savoia (1812 - 1836) e di Ferdinando Carlo Maria di Borbone (1810 - 1859), salito al trono il 22 maggio 1859 e deposto il 13 febbraio 1861 con l'annessione del Sud al Regno d'Italia, nato dal movimento politico e culturale liberal-massonico.<br />Maria Cristina di Savoia, beatifica il 25 gennaio 2014, si spense quindici giorni dopo la sua nascita e da lei Francesco ereditò molto del temperamento e dello spirito cattolico. Sia il padre che la sua seconda moglie, la Regina Maria Teresa d'Asburgo (1816-1867), gli impartirono, con l'ausilio dei padri Gesuiti, un'educazione fortemente religiosa, ma non priva di cultura generale, anche se non ebbe mai quella militare di cui era ricco Ferdinando.<br />Francesco divenne re a 23 anni e si trovò ad affrontare l'ostilità della seconda moglie di Ferdinando II, che cercò in tutti i modi di favorire il proprio figlio, Luigi conte di Trani (1838 - 1886) a svantaggio di Francesco, ponendo ostacoli su ostacoli, rendendogli più che mai difficile l'esercizio del potere. Si architettò addirittura una congiura per sostituire Francesco con il conte, ma le supposte prove raccolte dal generale e politico Carlo Filangieri (1784 - 1867), vennero gettate nelle fiamme del camino dallo stesso Francesco II, che pronunciò le parole: «È la moglie di mio padre».<br /><br />IMPORTANTI RIFORME<br />Nonostante le problematiche interne familiari, Francesco II di Borbone riuscì, in un anno e mezzo appena, a gestire con efficacia il governo del regno, realizzando anche diverse importanti riforme: concesse più autonomie ai comuni, emanò amnistie, nominò commissioni aventi lo scopo di migliorare le condizioni dei carcerati nei luoghi di detenzione, dimezzò l'imposta sul macinato, ridusse le tasse doganali, fece aprire le borse di cambio a Reggio Calabria e a Chieti. Emanò ordini per l'acquisto di grano all'estero per rivenderlo sottocosto alla popolazione e per donarlo alle persone più indigenti in un tempo in cui i suoi territori erano stati colpiti dalla carestia. Inoltre, il sovrano mise nella sua agenda di governo l'obiettivo di far ripartire i progetti di ampliamento della rete ferroviaria: con decreto del 28 aprile 1860 prescrisse l'ampliamento della rete con la linea Napoli-Foggia e Foggia-Capo d'Otranto; in seguito ordinò le linee Basilicata-Reggio Calabria e un'altra per gli Abruzzi, e già aveva in animo di avviare la linea Palermo-Messina-Catania.<br />Il 1° marzo 1860 prescrisse a tutti i fondi la servitù degli acquedotti, favorendo la bonifica organizzata dei campi e la loro corretta irrigazione, offrendo quindi grandi vantaggi alla salute pubblica, minata dagli impaludamenti, che arrecavano tifo e malaria. Nel 1862, già esule a Roma, inviò ancora una grossa somma ai napoletani, rimaste vittime di una forte eruzione del Vesuvio.<br />In politica estera, aderì alle posizioni conservatrici dell'Austria. Nel 1859 approvò con proprio atto la ricostituzione dell'Ordine Militare di Santa Brigida, di cui era molto devoto: le costituzioni furono accolte in Capua dal cardinale Giuseppe Cosenza (1788 - 1863).<br /><br />IL MATRIMONIO CON MARIA SOFIA DI BAVIERA<br />Francesco si...]]></itunes:summary><itunes:duration>1032</itunes:duration><itunes:keywords>borbone,due,francesco,ii,sicilie</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8451c47e169902aff42a0cf69241e792.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Leonardo da Porto Maurizio e la diffusione della Via Crucis</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-leonardo-da-porto-maurizio-e-la-diffusione-della-via-crucis--42268632</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6386" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6386</a><br /><br />SAN LEONARDO DA PORTO MAURIZIO E LA DIFFUSIONE DELLA VIA CRUCIS<br />Propagandò la Via Crucis in tutta la Chiesa, ma anche la promessa delle Tre Ave Maria (che la Vergine aveva fatto a santa Matilde di Hackeborn)<br />di Ermes Dovico<br />Il primo merito che va ascritto a san Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751), un frate francescano della cosiddetta «Riformella», è la propagazione della Via Crucis in tutta la Chiesa. Fu lui, nel 1731, a ottenere da Clemente XII il breve Exponi nobis che autorizzava l'allestimento in tutte le chiese della Via Crucis, fino allora un privilegio delle sole chiese francescane. Solo il santo ne eresse ben 572 nelle varie città in cui andò in missione. Attirava folle enormi con i suoi sermoni sulla Passione di Gesù, che arrivavano fino a far lacrimare e singhiozzare i presenti.<br />San Leonardo introdusse inoltre le meditazioni per ognuna delle 14 stazioni, insegnando che la Via Crucis «è lo stesso che contemplare con tenerezza di cuore tutti quegli strazi e dolori che dalla casa di Pilato sino al Calvario soffrì sotto il peso della Croce l'amatissimo Gesù, il nostro bene». Fu sempre lui a spingere Benedetto XIV verso l'istituzione della Via Crucis al Colosseo, che venne consacrato a Dio e ai tantissimi cristiani che vi avevano patito il martirio. La prima si svolse nel 1750, in pieno Anno Santo. E il fatto religioso contribuì a evitare che il grande anfiteatro romano, a lungo utilizzato come cava di travertino, venisse smantellato.<br />Al secolo Paolo Girolamo Casanova, il santo era rimasto orfano della madre ad appena due anni. Ricevette l'educazione religiosa dal padre. Lasciò la natìa Liguria poco più che bambino. Studiò teologia al convento romano di San Bonaventura al Palatino e a 25 anni venne ordinato sacerdote. Avrebbe voluto partire missionario per evangelizzare la Cina, ma il cardinale Colloredo gli disse: «La tua Cina sarà l'Italia». Fu così che l'Italia la girò in lungo e in largo, specie le regioni centro-settentrionali. Richiamò il popolo alla preghiera, alla penitenza e all'adorazione del Santissimo Sacramento. «È il più grande missionario del nostro secolo», disse di lui sant'Alfonso Maria de' Liguori. Molto noto è un episodio avvenuto in Corsica, allora tormentata da insurrezioni separatiste; dopo una predica sulla Passione, gli uomini scaricarono in aria i fucili e si abbracciarono gridando a gran voce: «Viva frate Leonardo, viva la pace!».<br />Combatté il giansenismo e la sua errata concezione di Dio, che faceva dubitare dell'amore divino. Raccomandava di porre sopra la porta delle case l'immagine di Gesù, nonché i Santissimi Nomi di Gesù e Maria. Verso la Madonna aveva una devozione filiale. Propagò la promessa delle Tre Ave Maria (che la Vergine aveva fatto a santa Matilde). Fu un convinto assertore dell'Immacolata Concezione. Consigliò di indire una consultazione con i vescovi, che chiamò «concilio per iscritto e senza spese», annunciando nella sua Lettera Profetica che l'Immacolata Concezione sarebbe stata proclamata dogmaticamente. Il suo scritto venne esposto nella cappella del convento di San Bonaventura al Palatino, dove il santo morì.<br />Un secolo più tardi divenne papa un devotissimo dell'allora beato Leonardo, Pio IX (sarà proprio lui a canonizzarlo), che conosceva bene quella cappella, dove si ritirava spesso a pregare. Poco dopo essere salito al Soglio petrino, Pio IX volle leggere e avere copia della Lettera Profetica, le cui parole gli rimasero impresse. Il 2 febbraio 1849, sollecitato anche dalle suppliche di molti fedeli, il pontefice pubblicò l'enciclica con cui chiedeva a tutti i vescovi del mondo di manifestare quale fosse il loro pensiero e la pietà del popolo cristiano verso l'Immacolata Concezione. Si sa com'è andata a finire: l'8 dicembre 1854 il dogma venne solennemente proclamato.<br /><br />Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Ermes Dovico, nell'articolo seguente parla delle esperienze mistiche di Santa Matilde di Hackeborn e della promessa delle tre Ave Maria in onore di ciascuna delle tre Persone della Trinità, molto raccomandata da san Leonardo da Porto Maurizio.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 19 novembre 2020:<br />La mistica ha raggiunto vette altissime con Matilde di Hackeborn (c. 1240-1298), una delle grandi sante cresciute al monastero di Helfta nel XIII secolo e la cui vita spirituale è tracciata in quello scrigno di tesori che è Il libro della Grazia speciale, nato dalle confidenze fatte per obbedienza a due consorelle, che annotarono le sue rivelazioni. Quando Matilde seppe degli appunti presi dalle monache, una delle quali era l'allieva santa Gertrude la Grande, rimase turbata in ragione della sua profonda umiltà, ma fu Gesù stesso a rassicurarla dicendole che quello scritto si sarebbe diffuso a maggior gloria di Dio e a beneficio del prossimo. A quel punto la santa si decise a rivedere con cura il manoscritto, nel quale le sue visioni, l'unione sponsale con Cristo, i dialoghi con la Beata Vergine sono descritti in modo da far cogliere l'intimità che aveva con il sacro.<br />In monastero vi entrò a sette anni per la felicità provata dopo una visita con la madre e nonostante l'iniziale contrarietà dei genitori. Divenuta monaca verso i 17 anni, si formò sotto la guida della sorella Gertrude (da non confondere con Gertrude la Grande), che nel frattempo era stata eletta badessa. Fin dai primi passi in monastero Dio la ricolmò di doni soprannaturali, che si univano a ricorrenti prove e sofferenze anche fisiche, offerte con gioia da Matilde per la salvezza delle anime. Chiamata «l'Usignolo di Dio» per il canto soave, e autrice di diverse orazioni, sviluppò presto un tale amore per la Sacra Scrittura che per il suo modo di leggerla «in tutti suscitava la devozione» e in particolare prediligeva il Vangelo, che Gesù le aveva raccomandato: «Considera quanto sia immenso il mio amore: se vorrai conoscerlo bene, in nessun luogo lo troverai espresso più chiaramente che nel Vangelo».<br />Il libro della Grazia speciale ha influito sulla devozione al Sacro Cuore di Gesù, preparando il terreno - assieme all'Araldo del divino Amore di santa Gertrude - per l'affermazione definitiva del culto, avvenuta in seguito alle rivelazioni a santa Margherita Alacoque nel XVII secolo. Nelle sue pagine un posto centrale è occupato dai sacramenti della Confessione e Comunione quali mezzi di santificazione, dalla beatitudine del Paradiso in cui vide immersi i suoi contemporanei Tommaso d'Aquino e Alberto Magno («quando furono arrivati davanti al trono di Dio, tutte le parole dei loro scritti apparvero sulle loro vesti in lettere d'oro»), dalla pietà verso le anime del Purgatorio (per le quali offriva continui sacrifici), dalle visioni delle anime dell'Inferno («all'uscire dal loro corpo, sono invase dalle tenebre») e dai colloqui con la Madonna, che chiamava Immacolata perché Maria le aveva già rivelato il dogma proclamato dalla Chiesa sei secoli dopo. A Lei domandò un giorno quale fosse stata la prima virtù praticata nell'infanzia: «L'umiltà, l'obbedienza e l'amore», rispose la Vergine.<br />A santa Matilde è legata anche la promessa, valida per tutti i fedeli, delle tre Ave Maria in onore di ciascuna delle tre Persone della Trinità e dei doni particolari di potenza, sapienza e amore che Dio Padre, Figlio e Spirito Santo hanno fatto alla Madonna: la quale le promise di assisterla con la sua presenza nell'ora della morte, chiedendole in cambio di recitarle ogni giorno secondo le suddette intenzioni. La promessa delle tre Ave Maria, che vale per tutte le anime che le recitano con devozione, è stata propagata nei secoli da diversi santi e pontefici.<br /> <br />Titolo originale: San Leonardo da Porto Maurizio<br />Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 26-11-2020<br />Pubblicato su BastaBugie n. 693]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/42268632</guid><pubDate>Tue, 01 Dec 2020 23:56:38 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/42268632/san_leonardo_da_porto_maurizio_e_la_diffusione_della_via_crucis.mp3" length="8397634" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6386&#13;
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SAN LEONARDO DA PORTO MAURIZIO E LA DIFFUSIONE DELLA VIA CRUCIS&#13;
Propagandò la Via Crucis in tutta la Chiesa, ma anche la promessa delle Tre Ave Maria (che la Vergine aveva fatto...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6386" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6386</a><br /><br />SAN LEONARDO DA PORTO MAURIZIO E LA DIFFUSIONE DELLA VIA CRUCIS<br />Propagandò la Via Crucis in tutta la Chiesa, ma anche la promessa delle Tre Ave Maria (che la Vergine aveva fatto a santa Matilde di Hackeborn)<br />di Ermes Dovico<br />Il primo merito che va ascritto a san Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751), un frate francescano della cosiddetta «Riformella», è la propagazione della Via Crucis in tutta la Chiesa. Fu lui, nel 1731, a ottenere da Clemente XII il breve Exponi nobis che autorizzava l'allestimento in tutte le chiese della Via Crucis, fino allora un privilegio delle sole chiese francescane. Solo il santo ne eresse ben 572 nelle varie città in cui andò in missione. Attirava folle enormi con i suoi sermoni sulla Passione di Gesù, che arrivavano fino a far lacrimare e singhiozzare i presenti.<br />San Leonardo introdusse inoltre le meditazioni per ognuna delle 14 stazioni, insegnando che la Via Crucis «è lo stesso che contemplare con tenerezza di cuore tutti quegli strazi e dolori che dalla casa di Pilato sino al Calvario soffrì sotto il peso della Croce l'amatissimo Gesù, il nostro bene». Fu sempre lui a spingere Benedetto XIV verso l'istituzione della Via Crucis al Colosseo, che venne consacrato a Dio e ai tantissimi cristiani che vi avevano patito il martirio. La prima si svolse nel 1750, in pieno Anno Santo. E il fatto religioso contribuì a evitare che il grande anfiteatro romano, a lungo utilizzato come cava di travertino, venisse smantellato.<br />Al secolo Paolo Girolamo Casanova, il santo era rimasto orfano della madre ad appena due anni. Ricevette l'educazione religiosa dal padre. Lasciò la natìa Liguria poco più che bambino. Studiò teologia al convento romano di San Bonaventura al Palatino e a 25 anni venne ordinato sacerdote. Avrebbe voluto partire missionario per evangelizzare la Cina, ma il cardinale Colloredo gli disse: «La tua Cina sarà l'Italia». Fu così che l'Italia la girò in lungo e in largo, specie le regioni centro-settentrionali. Richiamò il popolo alla preghiera, alla penitenza e all'adorazione del Santissimo Sacramento. «È il più grande missionario del nostro secolo», disse di lui sant'Alfonso Maria de' Liguori. Molto noto è un episodio avvenuto in Corsica, allora tormentata da insurrezioni separatiste; dopo una predica sulla Passione, gli uomini scaricarono in aria i fucili e si abbracciarono gridando a gran voce: «Viva frate Leonardo, viva la pace!».<br />Combatté il giansenismo e la sua errata concezione di Dio, che faceva dubitare dell'amore divino. Raccomandava di porre sopra la porta delle case l'immagine di Gesù, nonché i Santissimi Nomi di Gesù e Maria. Verso la Madonna aveva una devozione filiale. Propagò la promessa delle Tre Ave Maria (che la Vergine aveva fatto a santa Matilde). Fu un convinto assertore dell'Immacolata Concezione. Consigliò di indire una consultazione con i vescovi, che chiamò «concilio per iscritto e senza spese», annunciando nella sua Lettera Profetica che l'Immacolata Concezione sarebbe stata proclamata dogmaticamente. Il suo scritto venne esposto nella cappella del convento di San Bonaventura al Palatino, dove il santo morì.<br />Un secolo più tardi divenne papa un devotissimo dell'allora beato Leonardo, Pio IX (sarà proprio lui a canonizzarlo), che conosceva bene quella cappella, dove si ritirava spesso a pregare. Poco dopo essere salito al Soglio petrino, Pio IX volle leggere e avere copia della Lettera Profetica, le cui parole gli rimasero impresse. Il 2 febbraio 1849, sollecitato anche dalle suppliche di molti fedeli, il pontefice pubblicò l'enciclica con cui chiedeva a tutti i vescovi del mondo di manifestare quale fosse il loro pensiero e la pietà del popolo cristiano verso l'Immacolata Concezione. Si sa com'è andata a finire: l'8 dicembre 1854 il dogma venne solennemente proclamato.<br...]]></itunes:summary><itunes:duration>525</itunes:duration><itunes:keywords>crucis,leonardo,san,via</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d7e3e817551cd12fb74d5296bbc525c2.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>La testimonianza dei primi martiri Francescani (800 anni fa)</title><link>https://www.spreaker.com/episode/la-testimonianza-dei-primi-martiri-francescani-800-anni-fa--42149596</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6383" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6383</a><br /><br />LA TESTIMONIANZA DEI PRIMI MARTIRI FRANCESCANI<br />800 anni fa San Francesco esclamò: ''Ora ho cinque veri frati'' e sant'Antonio, volendo imitarli, partì per andare in Africa a convertire i musulmani, ma accadde che...<br />di Ermes Dovico<br />Ricorre l'800° anniversario della nascita al cielo dei cinque protomartiri francescani Berardo da Calvi, Ottone da Stroncone, Pietro da Sangemini, Accursio da Aguzzo e Adiuto da Narni, uccisi in Marocco, a Marrakesh, il 16 gennaio 1220.<br />Per la ricorrenza si stanno tenendo in questi giorni diversi eventi soprattutto nella Diocesi di Terni-Narni-Amelia, cioè nella terra da dove provenivano questi gloriosi martiri, le cui reliquie sono in parte custodite nel santuario ternano di Sant'Antonio di Padova. La ricorrenza di oggi ha molto in comune con quella celebrata nel 2019, ossia l'800° anniversario dell'incontro di san Francesco con il sultano Al-Kamil. Un aspetto in particolare le lega e ne costituisce il fondamento: il desiderio di annunciare Gesù Cristo a tutte le genti e, nello specifico, ai musulmani.<br />È opportuno ricordarlo perché è proprio questo fondamento che ormai da anni viene taciuto o lasciato sullo sfondo in buona parte della stessa Chiesa, a causa di una malintesa idea di dialogo ecumenico, portato avanti a discapito dell'annuncio dell'unico e vero Salvatore, quel Gesù che spiega perché i cinque martiri donarono senza indugio la loro vita.<br />Era stato san Francesco in persona a convertire Berardo e compagni durante la sua predicazione del 1213 nei borghi dell'Umbria meridionale, attraendo uno dopo l'altro sulla via dell'imitazione di Cristo. Ed era stato sempre il Poverello d'Assisi, alla Porziuncola, durante il capitolo generale del 1219, ad affidare loro la missione in Marocco per predicarvi il Vangelo. Come si legge in una cronaca scritta da un anonimo testimone dell'epoca, Francesco li esortò a mettere «in Dio la vostra speranza, che Egli vi sarà guida e fortezza in ogni vostro bisogno». Del gruppo faceva parte anche un sesto frate, Vitale, il più anziano, posto a capo della spedizione, a cui tuttavia dovette rinunciare lungo il cammino verso l'Africa, per la grave malattia che lo colpì nel Regno d'Aragona.<br /><br />L'OPERA DI EVANGELIZZAZIONE<br />La missione proseguì sotto la guida di Berardo, ottimo conoscitore dell'arabo. I cinque arrivarono a Coimbra, in terra portoghese, dove furono ricevuti dalla regina Urraca, che rimase colpita dalla loro profonda fede. Conobbero poi ad Alenquer la sorella del re Alfonso II, Sancha del Portogallo, una badessa devotissima (verrà beatificata nel 1705), che li convinse ad accettare degli abiti comuni per poter proseguire con meno problemi il viaggio. Che entrò nel vivo con la tappa di Siviglia, allora sotto il dominio musulmano. Nella città dell'Andalusia i cinque frati furono ospiti per otto giorni di un mercante cristiano, trascorrendo questo tempo in preghiera per trovare la forza di portare a compimento l'opera. Con il saio di nuovo addosso, si recarono quindi alla principale moschea di Siviglia e si misero a parlare di Gesù, vero Dio e vero uomo, venendo presi per pazzi e picchiati.<br />Senza perdersi d'animo, riuscirono a farsi ricevere dal sultano. Il quale, sentendoli parlare della fede cattolica come l'unica vera, li fece rinchiudere in una torre ed era tentato di farli decapitare. Ma alla fine, consigliato da un nobile, si convinse a lasciarli partire per il Marocco, secondo il desiderio espresso dai cinque, ma ordinando loro di non predicare più.<br />I frati si imbarcarono verso l'Africa con don Pedro, infante del Portogallo. E fin dal primo giorno a Marrakesh, senza curarsi del pericolo, i cinque iniziarono l'opera di evangelizzazione. Addirittura Berardo si mise a predicare sopra un carro al passaggio del sultano locale, che si limitò a espellerli dalla città e comandò loro di imbarcarsi a Ceuta e fare ritorno nella Spagna cristiana. Ma i frati disattesero l'ordine e ritornarono a Marrakesh, riprendendo la predicazione. Stavolta il sultano li fece gettare in una fossa con l'ordine di lasciarli morire di fame e di sete. Rimasero in prigionia tre settimane, durante le quali fenomeni avversi capitati a Marrakesh («una lunga, infuocata bufera», scrive l'anonimo cronista) convinsero il sovrano a liberarli. E si constatò che i cinque, dopo il tempo a digiuno, stavano meglio di prima. Nuovamente il sultano ordinò l'espulsione verso la Spagna e nuovamente i cinque, sul cammino verso Ceuta, riuscirono a sottrarsi al controllo dei loro accompagnatori, riprendendo l'opera di evangelizzazione.<br />Allo scoppiare di una ribellione interna delle tribù del Marocco, don Pedro decise di aggregare i frati a una spedizione mista di truppe musulmane e cristiane, onde evitare che in sua assenza i cinque potessero essere oggetto di violenze. La rivolta fu sedata e durante il lungo viaggio di ritorno, mentre l'esercito rischiava la disidratazione, Berardo, dopo aver invocato Dio, scavò una fossa nel deserto, da cui sgorgò un'abbondante sorgente, consentendo a tutti di dissetarsi e fare scorta d'acqua.<br /><br />FRUSTATI A SANGUE<br />Al rientro a Marrakesh, per la loro perseveranza nel predicare Gesù, furono nuovamente imprigionati dal sultano, nonché frustati a sangue. Un alto dignitario di nome Abozaida (forse il figlio del sultano), che pure aveva assistito al miracolo nel deserto ma non voleva accettare l'idea della conversione, li interrogò per conoscere il motivo di tanta tenacia. «Siamo venuti per predicarvi la via della verità: benché voi non lo crediate, vi amiamo di cuore, per grazia di Dio», gli risposero. L'interrogatorio proseguì, ma le risposte sulla Santissima Trinità e su Gesù quale «Via, Verità e Vita» fecero infuriare Abozaida. Sottoposti alla flagellazione, e costretti a dormire un'ultima notte in catene, i cinque furono infine condotti dal sultano. Che rimase ammirato da tanta fortezza e cercò di convincere i frati a convertirsi all'islam, offrendo loro onori, ricchezze e cinque giovani donne.<br />Ma non ci fu nulla da fare e il 16 gennaio 1220, all'ennesimo rifiuto ricevuto, il sultano si adirò a tal punto da eseguire lui stesso la decapitazione. I corpi e le teste mozzate dei cinque martiri furono liberati dallo scempio della folla solo grazie a un forte temporale, che consentì ai cristiani di recuperare le preziose spoglie. Don Pedro le trasportò poi in Portogallo, e infine si decise di deporle nella chiesa di Santa Croce a Coimbra, dove un giovane canonico regolare poté osservare i resti dei cinque francescani. Quel giovane si chiamava don Fernando e ancora nessuno sapeva che sarebbe passato alla storia come sant'Antonio di Padova. Che da quell'esempio di fedeltà a Cristo ebbe, come confidò lui stesso in seguito, la spinta decisiva a entrare nell'Ordine francescano, nonché a partire per il Marocco per cercare di imitare Berardo e compagni fino al martirio (ma per lui Dio aveva altri progetti).<br />Raggiunto dalla notizia del martirio, che aveva desiderato per sé stesso, san Francesco commentò: «Ora posso dire che ho cinque veri Frati minori». E anche santa Chiara d'Assisi venne a sapere del fatto, come si legge nei suoi atti per la canonizzazione: «Sora Cecilia figliola de messere Gualtieri Cacciaguerra, monaca del monastero de Santo Damiano, giurando [...] Anche disse che la preditta madonna Chiara era in tanto fervore de spirito, che voluntieri voleva sostenere el martirio per amore del Signore: e questo lo dimostrò quando, avendo inteso che nel Marocco erano stati martirizzati certi frati, essa diceva che ce voleva andare».<br />Erano tutti santi, ma prima di tutto persone in carne e ossa innamorate di Cristo crocifisso e risorto, desiderose di porsi alla Sua sequela e annunciarlo, a Sua maggior gloria e per il bene delle anime. Che i santi Berardo, Ottone, Pietro, Accursio e Adiuto intercedano per donarci questa fede e carità.<br /> <br />Titolo originale: Annunciare Gesù, l'eredità dei protomartiri francescani<br />Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 16-01-2020<br />Pubblicato su BastaBugie n. 692]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/42149596</guid><pubDate>Tue, 24 Nov 2020 22:50:46 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/42149596/la_testimonianza_dei_primi_martiri_francescani_800_anni_fa.mp3" length="10585233" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6383&#13;
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LA TESTIMONIANZA DEI PRIMI MARTIRI FRANCESCANI&#13;
800 anni fa San Francesco esclamò: ''Ora ho cinque veri frati'' e sant'Antonio, volendo imitarli, partì per andare in Africa a...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6383" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6383</a><br /><br />LA TESTIMONIANZA DEI PRIMI MARTIRI FRANCESCANI<br />800 anni fa San Francesco esclamò: ''Ora ho cinque veri frati'' e sant'Antonio, volendo imitarli, partì per andare in Africa a convertire i musulmani, ma accadde che...<br />di Ermes Dovico<br />Ricorre l'800° anniversario della nascita al cielo dei cinque protomartiri francescani Berardo da Calvi, Ottone da Stroncone, Pietro da Sangemini, Accursio da Aguzzo e Adiuto da Narni, uccisi in Marocco, a Marrakesh, il 16 gennaio 1220.<br />Per la ricorrenza si stanno tenendo in questi giorni diversi eventi soprattutto nella Diocesi di Terni-Narni-Amelia, cioè nella terra da dove provenivano questi gloriosi martiri, le cui reliquie sono in parte custodite nel santuario ternano di Sant'Antonio di Padova. La ricorrenza di oggi ha molto in comune con quella celebrata nel 2019, ossia l'800° anniversario dell'incontro di san Francesco con il sultano Al-Kamil. Un aspetto in particolare le lega e ne costituisce il fondamento: il desiderio di annunciare Gesù Cristo a tutte le genti e, nello specifico, ai musulmani.<br />È opportuno ricordarlo perché è proprio questo fondamento che ormai da anni viene taciuto o lasciato sullo sfondo in buona parte della stessa Chiesa, a causa di una malintesa idea di dialogo ecumenico, portato avanti a discapito dell'annuncio dell'unico e vero Salvatore, quel Gesù che spiega perché i cinque martiri donarono senza indugio la loro vita.<br />Era stato san Francesco in persona a convertire Berardo e compagni durante la sua predicazione del 1213 nei borghi dell'Umbria meridionale, attraendo uno dopo l'altro sulla via dell'imitazione di Cristo. Ed era stato sempre il Poverello d'Assisi, alla Porziuncola, durante il capitolo generale del 1219, ad affidare loro la missione in Marocco per predicarvi il Vangelo. Come si legge in una cronaca scritta da un anonimo testimone dell'epoca, Francesco li esortò a mettere «in Dio la vostra speranza, che Egli vi sarà guida e fortezza in ogni vostro bisogno». Del gruppo faceva parte anche un sesto frate, Vitale, il più anziano, posto a capo della spedizione, a cui tuttavia dovette rinunciare lungo il cammino verso l'Africa, per la grave malattia che lo colpì nel Regno d'Aragona.<br /><br />L'OPERA DI EVANGELIZZAZIONE<br />La missione proseguì sotto la guida di Berardo, ottimo conoscitore dell'arabo. I cinque arrivarono a Coimbra, in terra portoghese, dove furono ricevuti dalla regina Urraca, che rimase colpita dalla loro profonda fede. Conobbero poi ad Alenquer la sorella del re Alfonso II, Sancha del Portogallo, una badessa devotissima (verrà beatificata nel 1705), che li convinse ad accettare degli abiti comuni per poter proseguire con meno problemi il viaggio. Che entrò nel vivo con la tappa di Siviglia, allora sotto il dominio musulmano. Nella città dell'Andalusia i cinque frati furono ospiti per otto giorni di un mercante cristiano, trascorrendo questo tempo in preghiera per trovare la forza di portare a compimento l'opera. Con il saio di nuovo addosso, si recarono quindi alla principale moschea di Siviglia e si misero a parlare di Gesù, vero Dio e vero uomo, venendo presi per pazzi e picchiati.<br />Senza perdersi d'animo, riuscirono a farsi ricevere dal sultano. Il quale, sentendoli parlare della fede cattolica come l'unica vera, li fece rinchiudere in una torre ed era tentato di farli decapitare. Ma alla fine, consigliato da un nobile, si convinse a lasciarli partire per il Marocco, secondo il desiderio espresso dai cinque, ma ordinando loro di non predicare più.<br />I frati si imbarcarono verso l'Africa con don Pedro, infante del Portogallo. E fin dal primo giorno a Marrakesh, senza curarsi del pericolo, i cinque iniziarono l'opera di evangelizzazione. 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Martino nacque a Lima, nel Perù, il 9 dicembre 1579 e fu battezzato nella parrocchia di San Sebastiano. Dapprima visse nella miseria insieme alla madre e la sorellina Giovanna. Ma all'età di circa otto anni, il padre si occupò dell'educazione dei figli. Li portò con sé a Guayaquil in Ecuador, dove i due fratellini poterono vivere con maggior serenità e agiatezza.<br />Frequentando due farmacisti, Martino prese confidenza con la medicina in genere, passione che continuò a coltivare anche quando apprese l'arte del barbiere nella bottega di Marcello de Rivera. A quindici anni sentì la chiamata del Signore, che lo spinse verso l'Ordine domenicano già attivo a Lima sin dai tempi del primo vescovo del Perù, il domenicano fra' Vincenzo Valverde, che era stato il consigliere di Francisco Pizarro, il conquistatore. Si presentò perciò ai domenicani della chiesa del Rosario, che era anche la prima chiesa americana dedicata alla Madonna del Rosario, costruita poco prima del 1539, anno in cui si costituì la provincia domenicana del Perù. Annesso alla chiesa c'era un grande convento con un centinaio di frati, che ospitava anche il Seminario, centro di studio di filosofia e teologia.<br />I Domenicani accolsero Martino come aiutante, detto "donato", dedito ai lavori più umili, con grande disappunto di suo padre. Tuttavia, Martino era gioioso di essere chiamato alla semplicità, tenendo spesso la scopa in mano, perché dedito alle pulizie e nelle pause era di aiuto alla comunità religiosa con le acquisite conoscenze mediche; non di rado aiutando anche coloro che l'avevano deriso e offeso.<br />Si tramanda che, trovandosi il convento in gravi difficoltà finanziarie ed oppresso dai debiti, il priore uscì con alcuni oggetti preziosi allo scopo di venderli e con il ricavato pagare i debiti. Memore probabilmente di san Domenico di Guzman che si era offerto di riscattare il fratello di una povera donna consegnandosi lui come schiavo, Martino rincorse e raggiunse il priore che stava andando alla piazza del mercato. Ancora affannato per il cammino spedito, gli propose di non vendere i preziosi del convento, ma di vendere lui stesso come servo. Cosciente dell'immensa umiltà del frate e del suo amore per il convento, il priore gli disse: «Torna indietro, fratello, tu non sei da vendere».<br /><br />UMILISSIMO, MA NON IGNORANTE<br />Umilissimo, ma non ignorante, tanto che vengono tramandate testimonianze sulle sue competenze in merito alla filosofia e teologia tomista. Frequenti erano i suoi incontri con gli studenti del Seminario e con essi si intratteneva sulle questioni della cosiddetta Filosofa Scolastica, come ad esempio quella dell'essenza e dell'esistenza in Dio. Un giorno due studenti stavano parlando fuori dalla scuola proprio di questo tema e vedendo passare Martino, gli chiesero cosa ne pensasse. Probabilmente nella loro voce ci doveva essere una nota di presa in giro, pensando che l'argomento non fosse alla sua portata. Come se nulla fosse, Martino diede questa risposta: «Non dice san Tommaso che l'esistenza è più perfetta dell'essere, ma che in Dio l'essere è lo stesso che esistere?». Tanto rimasero sorpresi da questa risposta, che i due allievi riferirono l'episodio al direttore degli Studi, il quale commentò così l'accaduto: «Martino ha la scienza dei Santi».<br />San Martino accoglieva poveri e malati con sorprendente carità: li soccorreva, senza mai dimenticare di parlare della fede in Dio e di come questa fede dovesse essere vissuta quotidianamente. Divenne, in pratica, un catechista.<br />Scrive padre Gerardo Cioffari OP: «Dovette essere proprio questa sua dedizione all'Ordine, questa scienza dei Santi e tutta la sua preziosa opera in convento a spingere i superiori a non tenerlo più soltanto come "donato", ma a fargli emettere la professione solenne come frate converso (2 giugno 1603). Martino impresse allora alla sua vita una svolta più ascetica, con lunghe ore dinanzi a Santissimo Sacramento e flagellazioni notturne. Particolari meditazioni faceva intorno alla Passione di Gesù. Anzi, secondo alcune deposizioni al processo apostolico del 1683, ebbe il dono dell'estasi e fu visto sollevarsi diversi palmi da terra».<br /><br />LE SANTE AMICIZIE<br />Fra' Martino cercò sovente la compagnia di altre anime elette, come il converso domenicano Giovanni Macìas del convento di Santa Maria Maddalena. Benché semplice cooperatore, Martino divenne punto di riferimento di saggezza e di spiritualità, perciò andavano nel convento per incontrarlo uomini di alto lignaggio, come per esempio il governatore ed il viceré. Inoltre, si occupava dei bisogni degli indigenti e in particolare degli indios. Quando Lima venne colpita dalla peste, si prodigò nel servizio e nell'assistenza sanitaria, prendendosi cura di ben sessanta frati.<br />Servitore, uomo delle pulizie, consigliere, infermiere, medico, ma anche barbiere del convento. Un giorno del 1635 nel loro cimitero trovò un quattordicenne seminudo che, in risposta alla sua domanda, disse di venire da Jeres de los Caballeros in Estremadura. Portatolo nella sua cella e datogli qualche vestito, gli disse che per mangiare e dormire poteva tornare là, ma che durante il giorno doveva darsi da fare per trovare un lavoro. Nel frattempo, gli insegnò il mestiere di barbiere. Poi, Giovanni, affezionatosi a Martino, gli chiese di accettarlo come suo assistente. Egli allora lo accolse e lo incaricò di una missione particolare: portare l'elemosina a quelle famiglie già ricche, ma ora ridotte in miseria.<br />Oltre alle medicine, preparate con le erbe officinali provenienti dalla fattoria di Limatambo, fra' Martino curava attraverso i miracoli: la sua fede era così grande che il Signore interveniva direttamente per risolvere i casi che egli gli sottoponeva con la preghiera e i sacrifici. Con la fama della sua santità, nobili e prelati che passavano da Lima raramente omettevano una visita al convento e a Martino, anche per una veloce visita medica. Di questi nobili sono noti alcuni casi, come quello di Feliciano de la Vega, eletto arcivescovo del Messico, e del governatore. Alla proposta di seguire l'arcivescovo in Messico, Martino preferì, però, restare in convento e guarire i poveri.<br /><br />GRANDE FAMILIARITÀ CON TUTTE LE CREATURE<br />Fece edificare per i bambini indigenti il collegio di Santa Cruz, fra i primi sorti in America, un'iniziativa molto complessa perché non riuscì a sensibilizzare né l'autorità civile, né quella ecclesiastica. Il convento, da parte sua, sempre oppresso dai debiti, si limitò a dargli la facoltà di raccogliere i fondi per la costruzione del collegio. Finalmente trovò alcuni benefattori, grazie ai quali cominciò i lavori, affidando la gestione a Matteo Pastor, suo amico e sostenitore. Scelse quindi gli insegnanti che stabilmente dovevano occuparsi di questi bambini orfani o abbandonati, che qui trovarono una casa e una valida istruzione ed educazione cattolica.<br />San Martino è ricordato anche per la sua grande familiarità con tutte le creature di Dio, compresi gli animali, aspetto che lo riconduce a san Francesco d'Assisi. Nella letteratura che lo riguarda - a tal proposito rimandiamo a due libri seri e ben scritti: Giuliana Cavallini, I fioretti del beato Martino, Roma 1957 e Reginaldo Frascisco dell'ordine dei Predicatori, San Martìn de Porres. Il primo santo dei negri d'America, Bologna 1994 - si racconta di dialoghi che egli teneva con gatti, cani e soprattutto topi. Il suo essere completamente in Dio, Uno e Trino, e tutto di Dio, gli permise di entrare nell'armonia del Suo Regno, sia quello naturale che soprannaturale; ecco che, la sua perfetta innocenza lo rese capace di doni straordinari di fronte agli occhi degli uomini comuni. Tanti i testimoni oculari che narrarono i suoi prodigi, compiuti come amico e dominatore degli animali, al suo processo di beatificazione.<br />Fra' Martino morì la sera del 3 novembre 1639, circondato dai frati in preghiera. Il giorno dopo, con la partecipazione di Feliciano de Vega, arcivescovo di Città del Messico, e delle autorità cittadine, la salma veniva tumulata nella cripta sottostante alla sala capitolare del convento domenicano. La sua fama di santità, già molto diffusa in vita, continuò a circolare ed ampliarsi fra la gente, e tutt'oggi, specie in Sud America, la devozione nei suoi confronti continua ad essere radicata. Proclamato patrono delle opere di giustizia sociale del Perù da papa Pio XII nel 1945, Martino fu canonizzato da Giovanni XXIII il 6 maggio 1962 e poi designato patrono dei barbieri da Paolo VI nel luglio del 1966.<br /> <br />Titolo originale: San Martino de Porres. L'umilissimo e mistico frate, medico e barbiere, che consigliava i potenti e parlava ai topi<br />Fonte: Radio Roma Libera, 4 Novembre 2020<br />Pubblicato su BastaBugie n. 691]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/42028129</guid><pubDate>Tue, 17 Nov 2020 23:29:09 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/42028129/il_santo_mulatto_san_martino_de_porres.mp3" length="12121651" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6355&#13;
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IL SANTO MULATTO: SAN MARTINO DE PORRES&#13;
Il frate del Perù, umilissimo e mistico, medico e barbiere, che consigliava i potenti e parlava ai topi&#13;
da Radio Roma Libera&#13;
Il...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6355" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6355</a><br /><br />IL SANTO MULATTO: SAN MARTINO DE PORRES<br />Il frate del Perù, umilissimo e mistico, medico e barbiere, che consigliava i potenti e parlava ai topi<br />da Radio Roma Libera<br />Il domenicano san Martino de Porres aveva per madre una serva panamense di origine africana, che era stata liberata ed aveva preso il nome di Anna Vasquez e per padre un nobile spagnolo, Giovanni de Porres, che per qualche tempo non riconobbe il figlio mulatto. Martino nacque a Lima, nel Perù, il 9 dicembre 1579 e fu battezzato nella parrocchia di San Sebastiano. Dapprima visse nella miseria insieme alla madre e la sorellina Giovanna. Ma all'età di circa otto anni, il padre si occupò dell'educazione dei figli. Li portò con sé a Guayaquil in Ecuador, dove i due fratellini poterono vivere con maggior serenità e agiatezza.<br />Frequentando due farmacisti, Martino prese confidenza con la medicina in genere, passione che continuò a coltivare anche quando apprese l'arte del barbiere nella bottega di Marcello de Rivera. A quindici anni sentì la chiamata del Signore, che lo spinse verso l'Ordine domenicano già attivo a Lima sin dai tempi del primo vescovo del Perù, il domenicano fra' Vincenzo Valverde, che era stato il consigliere di Francisco Pizarro, il conquistatore. Si presentò perciò ai domenicani della chiesa del Rosario, che era anche la prima chiesa americana dedicata alla Madonna del Rosario, costruita poco prima del 1539, anno in cui si costituì la provincia domenicana del Perù. Annesso alla chiesa c'era un grande convento con un centinaio di frati, che ospitava anche il Seminario, centro di studio di filosofia e teologia.<br />I Domenicani accolsero Martino come aiutante, detto "donato", dedito ai lavori più umili, con grande disappunto di suo padre. Tuttavia, Martino era gioioso di essere chiamato alla semplicità, tenendo spesso la scopa in mano, perché dedito alle pulizie e nelle pause era di aiuto alla comunità religiosa con le acquisite conoscenze mediche; non di rado aiutando anche coloro che l'avevano deriso e offeso.<br />Si tramanda che, trovandosi il convento in gravi difficoltà finanziarie ed oppresso dai debiti, il priore uscì con alcuni oggetti preziosi allo scopo di venderli e con il ricavato pagare i debiti. Memore probabilmente di san Domenico di Guzman che si era offerto di riscattare il fratello di una povera donna consegnandosi lui come schiavo, Martino rincorse e raggiunse il priore che stava andando alla piazza del mercato. Ancora affannato per il cammino spedito, gli propose di non vendere i preziosi del convento, ma di vendere lui stesso come servo. Cosciente dell'immensa umiltà del frate e del suo amore per il convento, il priore gli disse: «Torna indietro, fratello, tu non sei da vendere».<br /><br />UMILISSIMO, MA NON IGNORANTE<br />Umilissimo, ma non ignorante, tanto che vengono tramandate testimonianze sulle sue competenze in merito alla filosofia e teologia tomista. Frequenti erano i suoi incontri con gli studenti del Seminario e con essi si intratteneva sulle questioni della cosiddetta Filosofa Scolastica, come ad esempio quella dell'essenza e dell'esistenza in Dio. Un giorno due studenti stavano parlando fuori dalla scuola proprio di questo tema e vedendo passare Martino, gli chiesero cosa ne pensasse. Probabilmente nella loro voce ci doveva essere una nota di presa in giro, pensando che l'argomento non fosse alla sua portata. Come se nulla fosse, Martino diede questa risposta: «Non dice san Tommaso che l'esistenza è più perfetta dell'essere, ma che in Dio l'essere è lo stesso che esistere?». Tanto rimasero sorpresi da questa risposta, che i due allievi riferirono l'episodio al direttore degli Studi, il quale commentò così l'accaduto: «Martino ha la scienza dei Santi».<br />San Martino accoglieva poveri e malati con sorprendente carità: li soccorreva, senza...]]></itunes:summary><itunes:duration>758</itunes:duration><itunes:keywords>mistico,porres,santo,umiltà</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/9391235dc39e34700d9ef47c3b4d1711.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Junipero Serra, l'apostolo della California</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-junipero-serra-l-apostolo-della-california--41933248</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6349" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6349</a><br /><br />SAN JUNIPERO SERRA, L'APOSTOLO DELLA CALIFORNIA di Chiara Chiessi<br />San Junipero Serra, "l'Apostolo della California", dal 1767 al 1784 percorse 9.900 chilometri nella sola California e 5.400 miglia di navigazione, cresimò 5.309 candidati, e fondò 9 delle 21 missioni spagnole in California. Un santo del genere è chiaro che crei molto più di un fastidio, in quanto ostacolo all'attività del Maligno che vuole abbattere la Chiesa. Ecco perché oggi c'è chi ne abbatte le statue...<br />«I Barbari sono tornati. E vogliono distruggere la civiltà cristiana»: mons. Reig Pla, vescovo di Alcalá de Henares, in Spagna, così ha commentato, a giugno, in un'omelia, la notizia dell'abbattimento della statua di san Junipero Serra a San Francisco, statua finita nel mirino del movimento Black lives matter, la cui agenda è ovviamente anti-cattolica: «Vogliono togliere l'immagine di Isabella la Cattolica dal Campidoglio di Washington, vogliono abbattere la statua di fra Junipero Serra. Non possiamo semplicemente imputare il fatto ad ignoranza. È possibile che chi abbia compiuto materialmente queste cose sia ignorante, ma, dietro l'ignorante, ci sono i veri barbari  che vogliono porre fine alla civiltà cristiana». Ma chi fu questo grande Santo, fondatore di 9 delle 21 missioni spagnole in California e per quale motivo suscita tanto odio tra i «barbari», tanto da volerlo abbattere e "cancellare" dalla Storia?<br />Conosciuto come "l'Apostolo della California", nacque a Maiorca nel 1713. Appena diciottenne, si fece francescano, decidendo di assumere il nome di Junipero (frate Ginepro), per ricordare uno dei compagni più vicini e fedeli a san Francesco d'Assisi. Abbandonò l'insegnamento universitario per quella che sarebbe stata, per tutta la sua vita, la sua vocazione: la missione. Il 28 giugno 1749, insieme ad altri venti frati, salpò dal porto di Cádiz verso il Messico, arrivando alla città di Veracruz il 7 dicembre. Mentre gli altri viaggiavano a dorso dei muli, per recarsi a Città del Messico, san Junipero camminava: si ferì così ad una gamba, una ferita che lo avrebbe tormentato per tutta la vita. La prima destinazione furono le missioni in Sierra Gorda, abitate da tribù di indigeni. In breve tempo, san Junipero superò il primo ostacolo, che lo separava dalle popolazioni locali, ovvero la lingua; una volta appresa, grazie all'aiuto di un governatore indigeno, tradusse orazioni e nozioni della dottrina cristiana.<br /><br />VINCERE PIÙ ANIME PER DIO<br />Oltre alla predicazione del Vangelo, diffuse il modello della civiltà occidentale: «Vincere più anime per Dio» era il motto dei missionari, segno di un'infaticabile zelo apostolico per la salvezza delle anime, perché «Salus extra Ecclesiam non est». San Junipero si preoccupò non solo delle necessità spirituali degli indios, ma anche di quelle materiali, tant'è che li introdusse al commercio, alla tessitura ed all'agricoltura. Poco a poco, la loro vita andò migliorando. Costruì a Jalpan de Serra una chiesa in stile barocco, dedicata a san Giacomo, che fu presa a modello per la realizzazione di altre quattro chiese nelle sue missioni. Restò in Sierra Gorda fino al 1767: quell'anno i gesuiti furono espulsi dai possedimenti spagnoli e le missioni della Bassa California (Stato messicano al confine) furono affidate ai francescani. Padre Junipero venne eletto Superiore ed insieme ad altri 14 compagni giunse in zona il primo aprile 1768. Dopo soli due anni, fondò la missione di San Diego.<br />Spostatosi verso l'Alta California, fondò le missioni di San Carlos de Monterey (trasferita poi sulle sponde del fiume Carmel); di Sant'Antonio, il 14 luglio 1771; di San Gabriel (oggi inserita nella grande città di Los Angeles), l'8 settembre 1771; di San Luis Obispo, il primo settembre 1772. Il primo agosto 1776 fondò la missione di San Francisco, il primo novembre quella di San Juan Capistrano ed il 7 gennaio 1777 quella di Santa Clara. Papa Clemente XIV gli concesse per dieci anni il privilegio di amministrare il Sacramento della Cresima; al termine di tale periodo, il numero dei cresimati di tutte le missioni da lui visitate fu di 5.309. Nel 1782 fondò l'ultima missione, quella di San Bonaventura, più nota come Ventura, poi si ritirò al Carmelo di Monterey (nella contea omonima, in California) e lì morì il 28 agosto 1784, con il conforto dei Sacramenti. In 17 anni, dal 1767 al 1784, nella sola California, padre Junipero percorse 9.900 chilometri e 5.400 miglia di navigazione, sopportando, nonostante l'infermità al piede, le condizioni disagiate di lunghi viaggi in mare e via terra.<br /><br />ACCUSE INFONDATE<br />San Junipero fronteggiò burocrati e comandanti militari, combatté gli abusi ed i potenti per proteggere gli indios della California. Quando morì all'età di 71 anni, fu pianto come un padre dalle stesse popolazioni che aveva convertito, perché nessuno prima di lui aveva fatto tanto per loro. Nonostante tutto il bene compiuto, sulla figura del santo francescano circola una "leggenda nera", che ha portato non solo all'abbattimento della sua statua a San Francisco, ma anche alla deturpazione del suo monumento a Palma di Maiorca, con la scritta in rosso «razzista». "Colpevole" dunque di cosa? È stato accusato di aver ridotto in schiavitù le popolazioni degli indios e di aver rubato le loro terre. I detrattori dimostrano di non conoscere affatto la figura del santo ed i loro sconsiderati atti sono il frutto di manovre molto più ampie, proprie di chi vorrebbe cancellare la civiltà cristiana.<br />Uno straordinario missionario che percorse più di 9.000 chilometri e che cresimò più di 5.000 indios, che si mise a costruire, mattoni alla mano, la chiesa di Santiago de Jalpan, lo stesso che con instancabile zelo missionario predicò in tutta la California che solo convertendosi a Cristo e vivendo il Vangelo si sarebbe avuta la salvezza eterna; un santo del genere è chiaro che crei molto più di un fastidio. Diventa un ostacolo «all'attività del Maligno che vuole abbattere la Chiesa», come ebbe a dire mons. Cordileone prima di compiere un esorcismo nel luogo in cui fu abbattuta la statua del santo. L'arcivescovo di Los Angeles, mons. Jose Gomez, in un'omelia ha elogiato san Junipero: «Il ricordo di san Junípero e dei primi missionari cambia il modo in cui ricordiamo la nostra storia nazionale. Ci ricorda che i primi inizi dell'America non sono stati politici. I primi inizi dell'America sono stati spirituali».<br />Ecco il motivo di questi atti sacrileghi e di questi attacchi  alla civiltà cristiana ed alla nostra fede, che mai però potranno mettere in ombra la grandezza di san Junipero. Infatti, tutta la civiltà impiantata nel Nuovo Mondo deriva dalla Chiesa di Gesù Cristo e dal Papato Romano. Chi ha in odio il Vangelo ed i cosiddetti "barbari" potranno abbattere o deturpare statue, ma mai potranno cancellare la realtà della bellezza e della grandezza della civiltà cristiana, che, con l'evangelizzazione dei popoli ad opera di missionari instancabili come san Junipero, ha dato la salvezza eterna a numerose anime.<br /><br />Nota di BastaBugie: San Junipero Serra è considerato il padre degli indios, fu da allora onorato come un eroe nazionale. <br />Nell'inverno tra il 1934 e il 1935, quattro cattolici americani di Seattle decisero di dar vita a una organizzazione di laici che favorisse, mediante assidui contatti e opportuni approfondimenti, la conoscenza del cattolicesimo e la sua diffusione nella società moderna. Dopo breve tempo, l'associazione ebbe un indirizzo più preciso, ossia la promozione e il sostegno alle vocazioni sacerdotali; come patrono venne scelto padre Junipero, per la sua azione missionaria. Oggi i Serra Club, così vennero a chiamarsi, sono diffusi in tutto il mondo.<br /> <br />Titolo originale: San Junipero Serra<br />Fonte: Radici Cristiane, 16 Ottobre 2020<br />Pubblicato su BastaBugie n. 690]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/41933248</guid><pubDate>Thu, 12 Nov 2020 05:47:28 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/41933248/san_junipero_serra_l_apostolo_della_california.mp3" length="10706859" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6349&#13;
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SAN JUNIPERO SERRA, L'APOSTOLO DELLA CALIFORNIA di Chiara Chiessi&#13;
San Junipero Serra, "l'Apostolo della California", dal 1767 al 1784 percorse 9.900 chilometri nella sola...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6349" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6349</a><br /><br />SAN JUNIPERO SERRA, L'APOSTOLO DELLA CALIFORNIA di Chiara Chiessi<br />San Junipero Serra, "l'Apostolo della California", dal 1767 al 1784 percorse 9.900 chilometri nella sola California e 5.400 miglia di navigazione, cresimò 5.309 candidati, e fondò 9 delle 21 missioni spagnole in California. Un santo del genere è chiaro che crei molto più di un fastidio, in quanto ostacolo all'attività del Maligno che vuole abbattere la Chiesa. Ecco perché oggi c'è chi ne abbatte le statue...<br />«I Barbari sono tornati. E vogliono distruggere la civiltà cristiana»: mons. Reig Pla, vescovo di Alcalá de Henares, in Spagna, così ha commentato, a giugno, in un'omelia, la notizia dell'abbattimento della statua di san Junipero Serra a San Francisco, statua finita nel mirino del movimento Black lives matter, la cui agenda è ovviamente anti-cattolica: «Vogliono togliere l'immagine di Isabella la Cattolica dal Campidoglio di Washington, vogliono abbattere la statua di fra Junipero Serra. Non possiamo semplicemente imputare il fatto ad ignoranza. È possibile che chi abbia compiuto materialmente queste cose sia ignorante, ma, dietro l'ignorante, ci sono i veri barbari  che vogliono porre fine alla civiltà cristiana». Ma chi fu questo grande Santo, fondatore di 9 delle 21 missioni spagnole in California e per quale motivo suscita tanto odio tra i «barbari», tanto da volerlo abbattere e "cancellare" dalla Storia?<br />Conosciuto come "l'Apostolo della California", nacque a Maiorca nel 1713. Appena diciottenne, si fece francescano, decidendo di assumere il nome di Junipero (frate Ginepro), per ricordare uno dei compagni più vicini e fedeli a san Francesco d'Assisi. Abbandonò l'insegnamento universitario per quella che sarebbe stata, per tutta la sua vita, la sua vocazione: la missione. Il 28 giugno 1749, insieme ad altri venti frati, salpò dal porto di Cádiz verso il Messico, arrivando alla città di Veracruz il 7 dicembre. Mentre gli altri viaggiavano a dorso dei muli, per recarsi a Città del Messico, san Junipero camminava: si ferì così ad una gamba, una ferita che lo avrebbe tormentato per tutta la vita. La prima destinazione furono le missioni in Sierra Gorda, abitate da tribù di indigeni. In breve tempo, san Junipero superò il primo ostacolo, che lo separava dalle popolazioni locali, ovvero la lingua; una volta appresa, grazie all'aiuto di un governatore indigeno, tradusse orazioni e nozioni della dottrina cristiana.<br /><br />VINCERE PIÙ ANIME PER DIO<br />Oltre alla predicazione del Vangelo, diffuse il modello della civiltà occidentale: «Vincere più anime per Dio» era il motto dei missionari, segno di un'infaticabile zelo apostolico per la salvezza delle anime, perché «Salus extra Ecclesiam non est». San Junipero si preoccupò non solo delle necessità spirituali degli indios, ma anche di quelle materiali, tant'è che li introdusse al commercio, alla tessitura ed all'agricoltura. Poco a poco, la loro vita andò migliorando. Costruì a Jalpan de Serra una chiesa in stile barocco, dedicata a san Giacomo, che fu presa a modello per la realizzazione di altre quattro chiese nelle sue missioni. Restò in Sierra Gorda fino al 1767: quell'anno i gesuiti furono espulsi dai possedimenti spagnoli e le missioni della Bassa California (Stato messicano al confine) furono affidate ai francescani. Padre Junipero venne eletto Superiore ed insieme ad altri 14 compagni giunse in zona il primo aprile 1768. Dopo soli due anni, fondò la missione di San Diego.<br />Spostatosi verso l'Alta California, fondò le missioni di San Carlos de Monterey (trasferita poi sulle sponde del fiume Carmel); di Sant'Antonio, il 14 luglio 1771; di San Gabriel (oggi inserita nella grande città di Los Angeles), l'8 settembre 1771; di San Luis Obispo, il primo settembre 1772. 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In tenera età ebbe una visione. Vide un'anima in stato di grazia ed un'altra in condizione di peccato mortale: un'immagine che non avrebbe dimenticato e che l'avrebbe segnata profondamente. All'età di soli 10 anni, desiderava ardentemente abbracciare la vita religiosa: un paio di anni dopo, i suoi genitori la autorizzarono a rendere questo suo progetto realtà.<br />A sua madre apparve, poi, il Signore, dal quale ricevette l'ordine di vestire l'abito religioso insieme alla giovane e di fare della propria casa un convento. Così fu. Insieme a loro, divenne suora anche la sorella di Maria, di nome Jeronima. Il padre, a propria volta, indossò il saio francescano e raggiunse Francesco e Giuseppe, i figli maschi, al tempo già frati.<br />Maria prese i voti all'età di 18 anni e brillò sempre per la forza della propria fede e per l'intensità della propria preghiera. Si disponeva a severi digiuni e a ore e ore di orazione, in solitudine. I suoi cari si mostravano preoccupati per lei, dato che già soffriva di una salute fragile: tale stile di vita, particolarmente rigido, la debilitava ulteriormente. La tenacia di Maria non venne meno e, presto, ricevette un prezioso dono divino, quello della bilocazione: era in grado di trovarsi contemporaneamente in due posti differenti. Impiegò tale nuova capacità per avviare un'importante opera di evangelizzazione fra gli indiani Jumano.<br />Costoro abitavano un territorio che comprendeva, fra l'altro, l'attuale Texas. Di fatto, li iniziò alla fede cattolica e alla conoscenza del Vangelo, senza mai avere messo piede in territorio americano, per un periodo di circa dieci anni. A rendere questa vicenda ulteriormente straordinaria v'è il fatto che Maria e i pellerossa fossero in grado di comprendersi senza alcuna difficoltà, nonostante parlassero lingue diverse.<br />Non sempre la suora fu ricevuta con favore: su istigazione degli sciamani, anzi, fu anche torturata a morte. Poco dopo, tuttavia, fece ritorno fra i pellerossa, come se nulla fosse accaduto. A quel punto, la comunità Jumano prestò attenzione a ciò che Maria andava predicando. Al di là dei nativi, primi testimoni di tale prodigio fu un gruppo di francescani, presso la missione di Sant'Antonio de la Isleta: costoro, un giorno, si videro venire incontro una cinquantina di indiani Jumano, in cerca di qualcuno che parlasse loro di Cristo. I frati erano stupiti che i pellerossa avessero già sentito nominare Gesù: non vi erano, dalle loro parti, missioni o attività promosse da Ordini religiosi, delle quali i francescani fossero a conoscenza. I pellerossa raccontarono loro di una sconosciuta "signora in blu", che li istruì per molti anni.<br />Due frati accompagnarono a casa il gruppo di Jumano, nella speranza di capirne qualcosa di più: chiunque facesse parte di questa tribù indiana affermò di aver effettivamente avuto in visita, per molte volte nel corso degli anni, la suora di cui parlavano. I pellerossa, quando si videro venire incontro i frati, baciarono con sommo rispetto i crocifissi che questi portavano al collo.<br />Per merito di Maria di Gesù, i francescani amministrarono, quel giorno, duemila battesimi. Furono invitati, inoltre, dal capo-villaggio a guarire circa 200 malati, «perché - disse - voi siete sacerdoti del Signore e potete fare molto con la Santa Croce». Effettivamente, dopo aver benedetto i degenti, dopo aver letto il Vangelo secondo san Luca e invocato la Madonna e san Francesco, ogni malanno, sofferto da queste persone, si estinse. Chiesero, poi, di essere battezzati anche altri nativi, appartenenti a comunità vicine, i quali raggiunsero i religiosi durante la loro permanenza presso la comunità Jumano e durante il viaggio di ritorno.<br />Da menzionare, inoltre, il ricco epistolario della Suora. Fra i suoi contatti, si contano persone appartenenti a ogni classe sociale e rango ecclesiastico: padri generali di Ordini religiosi, vescovi e persino pontefici e capi di governo. Si considerino, ad esempio, le lettere che si sono scambiati madre Maria e il re di Spagna Filippo IV, che già ebbe modo di leggere i memoriali di padre Alonso. I due mantennero la corrispondenza per oltre vent'anni ed oggi si conservano più di 600 lettere, inerenti a questioni sia temporali, sia spirituali.<br /> <br />Titolo originale: Suor Maria di Gesù<br />Fonte: Radio Roma Libera, 9 Ottobre 2020<br />Pubblicato su BastaBugie n. 686]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/41446473</guid><pubDate>Tue, 13 Oct 2020 22:47:37 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/41446473/la_signora_in_blu_che_grazie_alla_bilocazione_port_ges_ai_pellerossa.mp3" length="6500936" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6320&#13;
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LA SIGNORA IN BLU CHE GRAZIE ALLA BILOCAZIONE PORTO' GESU' AI PELLEROSSA di Rino Zabiaffi&#13;
Originaria di Ágreda, in Spagna, viene ricordata come la "signora in blu": questo era...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6320" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6320</a><br /><br />LA SIGNORA IN BLU CHE GRAZIE ALLA BILOCAZIONE PORTO' GESU' AI PELLEROSSA di Rino Zabiaffi<br />Originaria di Ágreda, in Spagna, viene ricordata come la "signora in blu": questo era infatti il colore dell'abito che portava, quello delle Concezioniste Francescane. In tenera età ebbe una visione. Vide un'anima in stato di grazia ed un'altra in condizione di peccato mortale: un'immagine che non avrebbe dimenticato e che l'avrebbe segnata profondamente. All'età di soli 10 anni, desiderava ardentemente abbracciare la vita religiosa: un paio di anni dopo, i suoi genitori la autorizzarono a rendere questo suo progetto realtà.<br />A sua madre apparve, poi, il Signore, dal quale ricevette l'ordine di vestire l'abito religioso insieme alla giovane e di fare della propria casa un convento. Così fu. Insieme a loro, divenne suora anche la sorella di Maria, di nome Jeronima. Il padre, a propria volta, indossò il saio francescano e raggiunse Francesco e Giuseppe, i figli maschi, al tempo già frati.<br />Maria prese i voti all'età di 18 anni e brillò sempre per la forza della propria fede e per l'intensità della propria preghiera. Si disponeva a severi digiuni e a ore e ore di orazione, in solitudine. I suoi cari si mostravano preoccupati per lei, dato che già soffriva di una salute fragile: tale stile di vita, particolarmente rigido, la debilitava ulteriormente. La tenacia di Maria non venne meno e, presto, ricevette un prezioso dono divino, quello della bilocazione: era in grado di trovarsi contemporaneamente in due posti differenti. Impiegò tale nuova capacità per avviare un'importante opera di evangelizzazione fra gli indiani Jumano.<br />Costoro abitavano un territorio che comprendeva, fra l'altro, l'attuale Texas. Di fatto, li iniziò alla fede cattolica e alla conoscenza del Vangelo, senza mai avere messo piede in territorio americano, per un periodo di circa dieci anni. A rendere questa vicenda ulteriormente straordinaria v'è il fatto che Maria e i pellerossa fossero in grado di comprendersi senza alcuna difficoltà, nonostante parlassero lingue diverse.<br />Non sempre la suora fu ricevuta con favore: su istigazione degli sciamani, anzi, fu anche torturata a morte. Poco dopo, tuttavia, fece ritorno fra i pellerossa, come se nulla fosse accaduto. A quel punto, la comunità Jumano prestò attenzione a ciò che Maria andava predicando. Al di là dei nativi, primi testimoni di tale prodigio fu un gruppo di francescani, presso la missione di Sant'Antonio de la Isleta: costoro, un giorno, si videro venire incontro una cinquantina di indiani Jumano, in cerca di qualcuno che parlasse loro di Cristo. I frati erano stupiti che i pellerossa avessero già sentito nominare Gesù: non vi erano, dalle loro parti, missioni o attività promosse da Ordini religiosi, delle quali i francescani fossero a conoscenza. I pellerossa raccontarono loro di una sconosciuta "signora in blu", che li istruì per molti anni.<br />Due frati accompagnarono a casa il gruppo di Jumano, nella speranza di capirne qualcosa di più: chiunque facesse parte di questa tribù indiana affermò di aver effettivamente avuto in visita, per molte volte nel corso degli anni, la suora di cui parlavano. I pellerossa, quando si videro venire incontro i frati, baciarono con sommo rispetto i crocifissi che questi portavano al collo.<br />Per merito di Maria di Gesù, i francescani amministrarono, quel giorno, duemila battesimi. Furono invitati, inoltre, dal capo-villaggio a guarire circa 200 malati, «perché - disse - voi siete sacerdoti del Signore e potete fare molto con la Santa Croce». Effettivamente, dopo aver benedetto i degenti, dopo aver letto il Vangelo secondo san Luca e invocato la Madonna e san Francesco, ogni malanno, sofferto da queste persone, si estinse. 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La prima, l'8 settembre, è quella della Natività della Beata Vergine Maria, che dopo essere stata concepita l'8 dicembre, vide la luce, nove mesi dopo, l'8 settembre. La seconda festività, che ricorre, il 12 settembre, è quella del Santissimo Nome di Maria. La terza, il 15 settembre, quella di Maria Addolorata.<br />Soffermiamoci un momento sulla festa del Nome di Maria. Il nome di Maria non fu trovato né inventato dagli uomini ma fu scelto da Dio, fin dall'eternità. In Dio tutto è coeterno, non esiste un prima e un dopo, tuttavia, secondo il linguaggio umano, possiamo dire che Maria fu pensata da Dio prima di creare il Cielo e la terra e anzi il Cielo e la terra furono in un certo senso ordinati a Lei, perché Ella ne fosse Signora e Regina.<br />Il nome di Maria evoca quello del mare. San Bonaventura sostiene che tutte le grazie che hanno avuto gli angeli, gli apostoli, i martiri, i confessori, le vergini, sono confluite in Maria, il mare di grazie e san Luigi Maria Grignion di Montfort dice: "Dio Padre ha radunato tutte le acque e le ha chiamate mare, ha radunato tutte le grazie e le ha chiamate Maria" (Trattato della Vera Devozione, n. 23). Per questo, il nome di Maria, come ricorda sant'Alfonso de'Liguori, è pieno di ogni dolcezza divina come quella di Gesù. "Non parlo qui di una dolcezza sensibile, che non è concessa comunemente a tutti", spiega il santo. "Parlo della salutare dolcezza di conforto, di amore, di letizia, di fiducia e di forza, che il nome di Maria dona comunemente a quelli che lo pronunciano con devozione" (Le Glorie di Maria).<br />Ma Maria non è solo un mare di infinita dolcezza, è anche un "mare amaro" di infiniti dolori, che la Passione di Nostro Signore racchiude. A Maria si applica così una delle lamentazioni del profeta Geremia (1, 12): O vos omnes qui transitis per viam, attendite et videte, si est dolor sicut dolor meus; "O voi tutti che passate per la via, fermatevi e guardate, se c'è un dolore simile al mio".<br />Il mare però rappresenta anche la nostra vita, esposta ai venti e alle correnti turbinose. Ma di questo mare, Maria è Padrona. Perciò san Bernardo la definisce Stella Maris:  "stella rilucente e meravigliosa che elevata sull' immensità di questo mare splende radiosa per i suoi meriti e i suoi fulgidi esempi". E così continua. "O tu che nelle vicissitudini della vita. più che camminare per terra hai l'impressione di essere sballottato fra tempeste e uragani, se non vuoi finire travolto dall'infuriare dei flutti, non distogliere Io sguardo dal chiarore di questa stella! Se insorgono i venti delle tentazioni se t'imbatti negli scogli delle tribolazioni guarda la stella, invoca Maria  Seguendo lei non andrai fuori strada, pregandola non dispererai, pensando a lei non sbaglierai. Se ella ti sostiene non cadrai, se ella ti protegge non avrai nulla da temere, se ella ti guida non ti affaticherai, se ti sarà favorevole giungerai alla mèta e così potrai sperimentare tu stesso quanto giustamente sia stato detto: " e il nome della vergine era Maria." (Omelia in lode alla Vergine Maria)<br />La festa del nome di Maria è stata istituita dal beato Innocenzo XI per commemorare una grande vittoria cristiana contro l'Islam: la liberazione di Vienna dai Turchi l'11 settembre 1683, come aveva fatto san Pio V, istituendo la festa della Madonna del Rosario per commemorare la vittoria di Lepanto del 7 ottobre 1571.<br />Come san Pio V, il Beato Innocenzo XI, era convinto che la vittoria cristiana fosse dovuta alla Madonna e fosse stata ottenuta nel suo nome. A Roma, una chiesa dedicata al Santissimo Nome di Maria fu costruita al Foro Traiano, per ricordare la vittoria di Vienna.<br />Dopo il nome di Gesù non c'è nome più grande e più venerabile che possa risuonare nel cielo e nella terra di quello di Maria, e Maria è sempre stata la grande protettrice della Civiltà Cristiana. Per questo ricordiamo con particolare fervore la sua festa e nel suo nome continuiamo a combattere in difesa della Civiltà occidentale e cristiana.<br /><br />Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Roberto de Mattei, nell'articolo seguente dal titolo "Meditando l'Addolorata" propone una bella meditazione sulla festa della Madonna Addolorata.<br />Ecco l'articolo completo di Roberto de Mattei pubblicato su Radio Roma Libera il 14 settembre 2020:<br />Il 15 settembre la Chiesa celebra la festa liturgica di Maria Addolorata. Il dolore appartiene a Maria non in forma episodica, ma in forma, potremmo dire, costitutiva, perché se Gesù, è chiamato vir dolorum, secondo le parole del profeta Isaia (53.3), la Madonna potrebbe essere definita Mulier dolorum, la Signora dei dolori, la Mater dolorosa.<br />Gesù Cristo, l'Uomo-Dio, è chiamato Re dei dolori e dei martiri perché nella sua vita soffrì più di tutti gli altri martiri. Il suo dolore fu più grande non di quello di ogni singolo martire, ma dell'insieme di tutti i martiri nel corso della storia. Maria, una semplice creatura, soffrì più di quanto mai abbia sofferto ogni altra creatura. Questo immenso dolore Le fu profetizzato da Simeone, che disse alla Madonna: "Avrai l'anima trafitta da una spada" (Lc 2, 34-35). La spada di dolore trafisse Maria per tutta la vita, ma toccò il suo culmine sul Calvario. La presenza di Maria nell'ora della Passione fu secondo san Tommaso, "il massimo di tutti i dolori" (Summa Theologica, III, q. 46, a. 6).<br />I dolori di Gesù furono fisici e morali. Il dolore di Maria non fu fisico, fu morale, e non fu limitato al momento della Passione. Quando l'Arcangelo Gabriele annunciò a Maria che avrebbe concepito il Salvatore, Le fece anche capire quali e quante sarebbero state le pene a cui il suo divin Figlio andava incontro. E questa fu la causa più profonda del suo dolore. Infatti, se è vero che i genitori sentono i dolori dei figli più dei propri, ciò vale innanzitutto per Maria, essendo certo che Lei amava il figlio immensamente, più di sé stessa. Perciò il suo martirio morale durò tutta la vita, da Nazareth al Golgota. Maria, dice sant'Alfonso, passò tutta la vita in un dolore perpetuo, avendo sempre nel cuore tristezza e sofferenza. Alla Madonna si applica il passo di Geremia: "È grande come il mare il tuo dolore" (Lamentazioni 2, 13).<br />Gesù soffrì nell'anima e nel corpo, Maria solo nell'anima, ma l'anima è più nobile del corpo, a cui dà vita e non c'è confronto tra il dolore dell'anima e quello del corpo.<br />I cattolici devoti meditano sulla Passione del Signore, raffigurando davanti ai propri occhi le sofferenze di Gesù nel Calvario. Ma pochi meditano sui dolori di Maria, che secondo la tradizione furono sette: la profezia di Simeone, la fuga in Egitto: lo smarrimento di Gesù al tempio; l'incontro di Maria con Gesù che va a morire; la morte di Gesù; il colpo di lancia e la deposizione di Gesù sulla croce; e infine la sepoltura di Gesù. Ma noi potremmo aggiungere il dolore del Sabato Santo, il giorno del supremo dolore e della suprema speranza.<br />Una delle ragioni per cui si medita poco sui dolori della Madonna, è che c'è una grande sensibilità ai dolori del corpo, ma si fatica a comprendere quanto grandi possano essere le sofferenze dell'anima. L' insensibilità di fronte alla sofferenza morale, si deve anche alla diminuita capacità di amore dell'uomo del nostro tempo. Infatti la misura del dolore è l'amore. Il motivo è chiaro perché, come dice sant'Alfonso, citando san Bernardo, "l'anima è più dove ama che dove vive". Chi non soffre, potremmo dire, non ama.<br />Per questo il dolore lancinante che subì l'anima della Madonna, nasceva dal suo sconfinato amore per il Divin Figlio, ma anche dal suo immenso amore per la Chiesa e per ognuno di noi. Maria soffriva perché ci amava. Per questo, in un momento in cui la Chiesa soffre un processo di impressionante autodistruzione, dobbiamo chiedere la grazia di amare la Chiesa e soffrire con essa. Chi ama la Chiesa soffre con Lei, e chi non soffre con la Chiesa dimostra di non amarla.<br />Soffrire con Maria per la Chiesa, significa anche combattere per difendere il nome di Maria e quello della Chiesa nell'ora dell'umiliazione e del tradimento. La devozione all'Addolorata ci dispone a ricevere questa grazia.<br /> <br />Titolo originale: La festa del Nome di Maria<br />Fonte: Radio Roma Libera, 7 Settembre 2020<br />Pubblicato su BastaBugie n. 683]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/41071446</guid><pubDate>Tue, 22 Sep 2020 21:51:17 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/41071446/le_tre_grandi_feste_mariane_a_settembre.mp3" length="11941092" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6293&#13;
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LE TRE GRANDI FESTE MARIANE A SETTEMBRE di Roberto de Mattei&#13;
Nel mese di settembre si celebrano tre feste dedicate alla Madonna. La prima, l'8 settembre, è quella della Natività...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6293" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6293</a><br /><br />LE TRE GRANDI FESTE MARIANE A SETTEMBRE di Roberto de Mattei<br />Nel mese di settembre si celebrano tre feste dedicate alla Madonna. La prima, l'8 settembre, è quella della Natività della Beata Vergine Maria, che dopo essere stata concepita l'8 dicembre, vide la luce, nove mesi dopo, l'8 settembre. La seconda festività, che ricorre, il 12 settembre, è quella del Santissimo Nome di Maria. La terza, il 15 settembre, quella di Maria Addolorata.<br />Soffermiamoci un momento sulla festa del Nome di Maria. Il nome di Maria non fu trovato né inventato dagli uomini ma fu scelto da Dio, fin dall'eternità. In Dio tutto è coeterno, non esiste un prima e un dopo, tuttavia, secondo il linguaggio umano, possiamo dire che Maria fu pensata da Dio prima di creare il Cielo e la terra e anzi il Cielo e la terra furono in un certo senso ordinati a Lei, perché Ella ne fosse Signora e Regina.<br />Il nome di Maria evoca quello del mare. San Bonaventura sostiene che tutte le grazie che hanno avuto gli angeli, gli apostoli, i martiri, i confessori, le vergini, sono confluite in Maria, il mare di grazie e san Luigi Maria Grignion di Montfort dice: "Dio Padre ha radunato tutte le acque e le ha chiamate mare, ha radunato tutte le grazie e le ha chiamate Maria" (Trattato della Vera Devozione, n. 23). Per questo, il nome di Maria, come ricorda sant'Alfonso de'Liguori, è pieno di ogni dolcezza divina come quella di Gesù. "Non parlo qui di una dolcezza sensibile, che non è concessa comunemente a tutti", spiega il santo. "Parlo della salutare dolcezza di conforto, di amore, di letizia, di fiducia e di forza, che il nome di Maria dona comunemente a quelli che lo pronunciano con devozione" (Le Glorie di Maria).<br />Ma Maria non è solo un mare di infinita dolcezza, è anche un "mare amaro" di infiniti dolori, che la Passione di Nostro Signore racchiude. A Maria si applica così una delle lamentazioni del profeta Geremia (1, 12): O vos omnes qui transitis per viam, attendite et videte, si est dolor sicut dolor meus; "O voi tutti che passate per la via, fermatevi e guardate, se c'è un dolore simile al mio".<br />Il mare però rappresenta anche la nostra vita, esposta ai venti e alle correnti turbinose. Ma di questo mare, Maria è Padrona. Perciò san Bernardo la definisce Stella Maris:  "stella rilucente e meravigliosa che elevata sull' immensità di questo mare splende radiosa per i suoi meriti e i suoi fulgidi esempi". E così continua. "O tu che nelle vicissitudini della vita. più che camminare per terra hai l'impressione di essere sballottato fra tempeste e uragani, se non vuoi finire travolto dall'infuriare dei flutti, non distogliere Io sguardo dal chiarore di questa stella! Se insorgono i venti delle tentazioni se t'imbatti negli scogli delle tribolazioni guarda la stella, invoca Maria  Seguendo lei non andrai fuori strada, pregandola non dispererai, pensando a lei non sbaglierai. Se ella ti sostiene non cadrai, se ella ti protegge non avrai nulla da temere, se ella ti guida non ti affaticherai, se ti sarà favorevole giungerai alla mèta e così potrai sperimentare tu stesso quanto giustamente sia stato detto: " e il nome della vergine era Maria." (Omelia in lode alla Vergine Maria)<br />La festa del nome di Maria è stata istituita dal beato Innocenzo XI per commemorare una grande vittoria cristiana contro l'Islam: la liberazione di Vienna dai Turchi l'11 settembre 1683, come aveva fatto san Pio V, istituendo la festa della Madonna del Rosario per commemorare la vittoria di Lepanto del 7 ottobre 1571.<br />Come san Pio V, il Beato Innocenzo XI, era convinto che la vittoria cristiana fosse dovuta alla Madonna e fosse stata ottenuta nel suo nome. 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E lui, che invece vuole diventare sacerdote, va a lavorare nella portineria del seminario per guadagnare quanto basta per andare a scuola. Per capacità, merito e buona condotta vince poi una borsa di studio, che gli permette di continuare a studiare senza dover anche lavorare.<br />Viene ordinato prete a 26 anni e subito lo aspetta un intenso lavoro pastorale in varie parrocchie. La persecuzione contro i cattolici lo sorprende mentre è a Valparaíso, una parrocchia vivace in cui l'Azione Cattolica sta diffondendo e raccogliendo adesioni al "Manifesto" con cui si chiede al Governo l'abrogazione delle leggi anticlericali in vigore.<br />La situazione deve essere troppo effervescente e l'iniziativa cattolica deve raccogliere troppi consensi, se a livello centrale si decide di mandare a Valparaíso il generale Eulogio Ortíz, non a caso soprannominato "El Cruel" (= il Crudele). Come a dire: a mali estremi, estremi rimedi. In pochi giorni Ortiz riesce a dimostrare quanto gli sia appropriato quel soprannome e dispiega tutta la sua azione repressiva, soprattutto nei confronti dei giovani cattolici.<br /><br />IL PROCESSO E LA LIBERAZIONE<br />Riesce anche ad arrestare e a mandare sotto processo Padre Matteo e il suo collaboratore, insieme ad alcuni giovani, ritenuti i rappresentanti delle associazioni cattoliche locali, ma il giudice li assolve "perché il fatto non sussiste". Quelli vengono accolti in parrocchia come trionfatori, mentre il generale se lo lega al dito, come un affronto personale di cui prima o poi vuole vendicarsi. Il suo livore è soprattutto nei confronti di Padre Matteo, che sta utilizzando il periodo a lui favorevole per rianimare e rafforzare i suoi cristiani, in attesa della nuova ondata di persecuzioni che, lui sente, non tarderà di certo.<br />Il 30 gennaio 1927, mentre sta andando a portare gli ultimi sacramenti ad una malata accompagnato dal figlio di questa, incrocia una pattuglia di militari: riconosciuto da uno di loro e immediatamente arrestato, ha appena il tempo di consegnare ad una persona fidata la sua teca con l'ostia consacrata. Per strada gli riesce perfino di familiarizzare con i soldati e la serata finisce con la recita del rosario, guidato da lui ed al quale essi rispondono in coro.<br />La musica, però, cambia il giorno dopo, quando è davanti al generale Ortíz, al quale non sembra vero di aver messo le mani su colui che è la sua spina nel fianco: "El Cruel" non può dimenticare lo smacco subito per colpa di quel prete, che in parrocchia è venerato come un santo e di cui la gente si fida ciecamente. Ormai gli è chiaro che è per colpa di Padre Matteo se a Valparaíso la politica anticlericale del governo non riesce ad attecchire e se le associazioni cattoliche stanno così spavaldamente alzando la testa: tutti stanno prendendo esempio da quel prete, dalla fede salda e dal coraggio inossidabile, coerente e limpido, che riesce a catalizzare tutta la parrocchia e ad infiammare i cuori.<br /><br />IL CRUDELE<br />Con la perfidia che gli è propria e che si addice alla sua fama di "cruel", ordina a Padre Matteo  di andare a confessare in cella i "banditi" che il giorno dopo saranno fucilati e di venirgli poi a riferire quanto da essi saputo in confessione. I "banditi" altro non sono che "cristeros": messicani, cioè, che anche attraverso la lotta armata rivendicano il diritto di professare liberamente la loro fede, opponendosi all'azione anticlericale del governo, e per questo condannati a morte.<br />"El Cruel" spera così di ottenere informazioni utili per arrestare altre persone e smantellare la rivolta dei cattolici, ma forse ha sottovalutato il coraggio di Padre Matteo. Che, sacerdote fino in fondo, va subito a confessare e a preparare alla morte quei poveri condannati, ma al ritorno, si rifiuta ovviamente di riferire quanto ascoltato in confessione. La furia del generale Ortíz, che si sente beffato, esplode violenta. Minacciato di morte, Padre Matteo risponde con fermezza: "Lei può anche uccidermi, ma non sa che un sacerdote è obbligato a conservare il segreto della confessione".<br />E così il mattino del giorno dopo, 6 febbraio, lo fa giustiziare con la propria pistola d'ordinanza nei pressi del cimitero, regalando alla Chiesa un nuovo martire della Confessione, beatificato da Giovanni Paolo II nel 1992 e canonizzato dallo stesso papa il 21 maggio 2000.<br /><br />Nota di BastaBugie: se il sigillo del sacramento della confessione vieta al sacerdote di rivelare quanto conosciuto durante la confessione, però anche il penitente è in qualche modo tenuto al medesimo segreto del sacerdote. Infatti se dicesse qualche cosa che può mettere in cattiva luce il confessore, deve stare zitto, tanto più che il sacerdote in questo caso non può difendersi, essendo tenuto al segreto.<br />Insomma, almeno, per un dovere di rispetto verso il sacerdote, il fedele deve rispettare il silenzio su ciò che il confessore, confidando nella sua discrezione, gli manifesta all'interno della confessione sacramentale.<br />Per approfondire i motivi di questa delicata questione si può leggere l'articolo seguente, cliccando sul link.<br /><br />CHI SI CONFESSA E' TENUTO AL SEGRETO SU CIO' CHE GLI HA DETTO IL SACERDOTE<br />Il fedele, per correttezza verso il sacerdote, deve mantenere il silenzio su ciò che il confessore (o padre spirituale) gli ha detto, confidando nella sua discrezione<br />di Padre Angelo Bellon<br /><a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6273" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6273</a><br /> <br />Titolo originale: San Matteo Correa Magallanes, sacerdote e martire<br />Fonte: Santi e Beati, 19 settembre 2010<br />Pubblicato su BastaBugie n. 682]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/40919902</guid><pubDate>Tue, 15 Sep 2020 20:51:37 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/40919902/il_sacerdote_cristeros_che_fu_ucciso_perch_si_rifiutava_di_violare_il_segreto_della_confessione.mp3" length="6236368" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6283&#13;
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IL SACERDOTE CRISTEROS CHE FU UCCISO PERCHE' SI RIFIUTAVA DI VIOLARE IL SEGRETO DELLA CONFESSIONE di Gianpiero Pettiti&#13;
Mateo Correa Magallanes nasce nel 1866 in Messico, in una...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6283" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6283</a><br /><br />IL SACERDOTE CRISTEROS CHE FU UCCISO PERCHE' SI RIFIUTAVA DI VIOLARE IL SEGRETO DELLA CONFESSIONE di Gianpiero Pettiti<br />Mateo Correa Magallanes nasce nel 1866 in Messico, in una famiglia povera, così povera che non potrebbe mai permettersi il lusso di farlo studiare. E lui, che invece vuole diventare sacerdote, va a lavorare nella portineria del seminario per guadagnare quanto basta per andare a scuola. Per capacità, merito e buona condotta vince poi una borsa di studio, che gli permette di continuare a studiare senza dover anche lavorare.<br />Viene ordinato prete a 26 anni e subito lo aspetta un intenso lavoro pastorale in varie parrocchie. La persecuzione contro i cattolici lo sorprende mentre è a Valparaíso, una parrocchia vivace in cui l'Azione Cattolica sta diffondendo e raccogliendo adesioni al "Manifesto" con cui si chiede al Governo l'abrogazione delle leggi anticlericali in vigore.<br />La situazione deve essere troppo effervescente e l'iniziativa cattolica deve raccogliere troppi consensi, se a livello centrale si decide di mandare a Valparaíso il generale Eulogio Ortíz, non a caso soprannominato "El Cruel" (= il Crudele). Come a dire: a mali estremi, estremi rimedi. In pochi giorni Ortiz riesce a dimostrare quanto gli sia appropriato quel soprannome e dispiega tutta la sua azione repressiva, soprattutto nei confronti dei giovani cattolici.<br /><br />IL PROCESSO E LA LIBERAZIONE<br />Riesce anche ad arrestare e a mandare sotto processo Padre Matteo e il suo collaboratore, insieme ad alcuni giovani, ritenuti i rappresentanti delle associazioni cattoliche locali, ma il giudice li assolve "perché il fatto non sussiste". Quelli vengono accolti in parrocchia come trionfatori, mentre il generale se lo lega al dito, come un affronto personale di cui prima o poi vuole vendicarsi. Il suo livore è soprattutto nei confronti di Padre Matteo, che sta utilizzando il periodo a lui favorevole per rianimare e rafforzare i suoi cristiani, in attesa della nuova ondata di persecuzioni che, lui sente, non tarderà di certo.<br />Il 30 gennaio 1927, mentre sta andando a portare gli ultimi sacramenti ad una malata accompagnato dal figlio di questa, incrocia una pattuglia di militari: riconosciuto da uno di loro e immediatamente arrestato, ha appena il tempo di consegnare ad una persona fidata la sua teca con l'ostia consacrata. Per strada gli riesce perfino di familiarizzare con i soldati e la serata finisce con la recita del rosario, guidato da lui ed al quale essi rispondono in coro.<br />La musica, però, cambia il giorno dopo, quando è davanti al generale Ortíz, al quale non sembra vero di aver messo le mani su colui che è la sua spina nel fianco: "El Cruel" non può dimenticare lo smacco subito per colpa di quel prete, che in parrocchia è venerato come un santo e di cui la gente si fida ciecamente. Ormai gli è chiaro che è per colpa di Padre Matteo se a Valparaíso la politica anticlericale del governo non riesce ad attecchire e se le associazioni cattoliche stanno così spavaldamente alzando la testa: tutti stanno prendendo esempio da quel prete, dalla fede salda e dal coraggio inossidabile, coerente e limpido, che riesce a catalizzare tutta la parrocchia e ad infiammare i cuori.<br /><br />IL CRUDELE<br />Con la perfidia che gli è propria e che si addice alla sua fama di "cruel", ordina a Padre Matteo  di andare a confessare in cella i "banditi" che il giorno dopo saranno fucilati e di venirgli poi a riferire quanto da essi saputo in confessione. I "banditi" altro non sono che "cristeros": messicani, cioè, che anche attraverso la lotta armata rivendicano il diritto di professare liberamente la loro fede, opponendosi all'azione anticlericale del governo, e per questo condannati a morte.<br />"El Cruel" spera così di ottenere informazioni utili per arrestare altre persone e...]]></itunes:summary><itunes:duration>390</itunes:duration><itunes:keywords>confessione,cristeros,segreto,ucciso</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/290055b02fed73a4be937540bc58976d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il Santo fondatore del santuario di Pompei</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-santo-fondatore-del-santuario-di-pompei--37316340</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6196" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6196</a><br /><br />IL SANTO FONDATORE DEL SANTUARIO DI POMPEI di Corrado Gnerre<br />Può sembrare strano che in una rubrica di apologetica possa essere inserito un articolo che riguarda la vita di un beato qual è Bartolo Longo, colui che è conosciuto come l'apostolo del Rosario. In realtà, la spiegazione è molto semplice: non c'è migliore difesa della Verità cattolica che la testimonianza dei santi; ma - diciamocelo francamente - una risposta di questo tipo può sembrare troppo scontata. È pur vero però che la vita di tutti i santi è legata a qualche grande particolare che è a sua volta legato alla conferma della Verità cattolica. Nel caso di Bartolo Longo ovviamente alla preghiera del Santo Rosario, la preghiera con cui "marianizzare" la vita. Ora - questo va detto a chiare lettere - non c'è migliore garanzia per ancorarsi alla Verità che stringersi e affidarsi all'Immacolata, Colei che ha generato la Verità incarnata, che ha dato il suo sangue e il suo Grembo alla Verità, Colei che ci ha donato la Verità. Non è un caso (chi non ne fosse convinto, andasse a verificare) che quando ci si allontana dalla devozione mariana, s'inizia a "scantonare" pericolosamente dal vero: è Lei che debella ogni eresia!<br />Detto questo, passiamo al beato Bartolo Longo. Come dicevo, è stato il grande apostolo del Rosario, ma prima di diventarlo passò attraverso prove molto dure che gli permisero di capire ancor meglio quanto fosse indispensabile l'affidamento alla Madonna e la recita della preghiera mariana per eccellenza: il Rosario.<br />Bartolo Longo nacque a Latiano, in Puglia, nel febbraio del 1841, in una famiglia agiata e rinomata. In gioventù ricevette una solida formazione cristiana. Studiò presso le Scuole Pie, nel Collegio di Francavilla Fontana. Terminò gli studi scolastici nel 1858 con il massimo dei voti; e fu proprio nel periodo scolastico che, grazie soprattutto ad un suo maestro, iniziò a praticare una forte devozione mariana.<br />Ma dopo la scuola lo attendeva un periodo assai triste. Andò a studiare giurisprudenza prima a Lecce e poi a Napoli; e fu proprio nella città campana che iniziò a frequentare cattive compagnie, soprattutto coetanei di idee massoniche ed anticlericali. Si appassionò poi agli insegnamenti di intellettuali di formazione idealistica come Bertrando Spaventa e Luigi Settembrini... e finì per scagliarsi contro la Chiesa, in particolar modo contro i Domenicani, da sempre cultori della Scolastica e del sublime pensiero di san Tommaso d'Aquino.<br /><br />DA SACERDOTE DI SATANA AD APOSTOLO DEL ROSARIO<br />L'anticlericalismo lo fece scivolare - come solitamente avviene - non nell'ateismo ma nell'irrazionalismo. In quegli anni lo spiritismo mieteva successo un po' dappertutto. Bartolo Longo, avvertendosi insoddisfatto e infelice, iniziò a frequentare alcuni circoli dediti a questa pericolosissima pratica. Egli stesso racconterà poi che ne fu talmente invischiato da divenire un vero e proprio "sacerdote di satana".<br />Le conseguenze non tardarono a manifestarsi: Bartolo Longo si trovò distrutto fisicamente, ma soprattutto psichicamente, cadde in una fortissima depressione (patologia molto frequente in chi frequenta ambienti del genere) e fu più volte sull'orlo del suicidio. <br />Ma la Vergine che lui aveva tanto amato, soprattutto nel periodo scolastico, lo salvò. Ella gli fece incontrare un santo sacerdote, proprio tra i Domenicani contro i quali aveva tanto combattuto, padre Alberto Radente. Questi lo confessò e da quel giorno la sua vita subì una svolta. Capì che doveva al più presto cambiare vita. La disperazione opprimeva ancora la sua mente, ma stava ad attenderlo un'esperienza straordinaria.<br />Un giorno si sentiva particolarmente disperato e stava vagando per la Valle di Pompei, possedimento della Contessa De Fusco, dei cui beni era divenuto amministratore, quando... Egli stesso racconta quei momenti: «L'anima mia cercava violentemente Iddio [...]. Un giorno la procella dell'animo mi bruciava il cuore più che ogni altra volta, e mi infondeva una tristezza cupa e poco men che disperata. Uscii dalla casa De Fusco, e mi posi con passo frettoloso a camminare per la Valle senza saper dove [...]. Sentivami scoppiare il cuore. In cotanta tenebra, una voce amica pareva mi sussurrasse all'orecchio quelle parole che io stesso avevo letto, e che di frequente mi ripeteva il santo amico dell'anima mia [il padre Radente]: "Se cerchi salvezza, propaga il Rosario. È promessa di Maria". Chi propaga il Rosario è salvo! Questo pensiero fu come un baleno che rompe il buio di una notte tempestosa [...]. Coll'audacia della disperazione sollevai le braccia e le mani al cielo, e volto alla Vergine celeste: "Se è vero - gridai - che Tu hai promesso a San Domenico che chi propaga il Rosario si salva, io mi salverò perché non uscirò da questa terra di Pompei senza aver qui propagato il tuo Rosario!". Nessuno rispose: silenzio di tomba mi avvolgeva intorno. Ma, da una calma che repentinamente successe alla tempesta nell'animo mio, compresi che quel grido sarebbe stato un giorno esaudito [...]. La risposta del cielo non fu tarda».<br /><br />IL SANTUARIO DI POMPEI<br />In accordo con la Contessa De Fusco, che divenne sua grande collaboratrice nonché sua moglie (anche se i due coniugi vollero vivere un matrimonio in completa castità), Bartolo Longo decise di trasformare quella Valle, povera e dimenticata da tutti, nella Valle da cui lanciare in tutto il mondo la grande devozione al Santo Rosario.<br />Occorreva un quadro che potesse adornare una vecchia chiesa parrocchiale che era nella Valle. Si rivolse al padre Radente per acquistare qualcosa a poco prezzo. Il Padre lo indirizzò da una certa suor Maria Concetta, a cui lui stesso aveva consegnato anni prima un vecchio quadro del Rosario. Inizialmente Bartolo Longo rimase sconcertato; il quadro gli sembrava troppo vecchio, ma accettò ugualmente il dono. Non sapeva come farlo giungere a Pompei per cui si fece aiutare da un carrettiere che stava trasportando del letame. Era il 13 novembre del 1875, sabato, giorno mariano per eccellenza.<br />Dunque, il Rosario segnò la salvezza personale di Bartolo Longo; ma segnò anche la salvezza di poveri bimbi, figli di carcerati e orfani, strappati così alla vita di strada, per i quali il Longo fece costruire dei grandi collegi, proprio ai piedi del Santuario.<br />C'è però qualcos'altro che dobbiamo aggiungere, qualcos'altro di molto importante. Bartolo Longo volle indicare il Rosario anche come salvezza della Civiltà cattolica. Nel 1883 cadeva il centenario della nascita di Lutero (1483), colui che aveva spaccato la cristianità; e ricorreva anche il centenario della vittoria cristiana sui Turchi a Vienna (1683). Fu proprio nel 1883 che decise di scrivere la celebre "Supplica", diffusa in tutto il mondo a difesa del Papato e della Civiltà cattolica. Questa fu letta per la prima volta il 14 ottobre del 1883 e da allora viene letta due volte l'anno: l'8 maggio e la prima domenica di ottobre.  <br />Bartolo Longo fu sempre devotamente sottomesso al Papa e dai Papi fu sempre incoraggiato. Lo sostennero prima Leone XIII e poi san Pio X.<br />Morì il 5 ottobre del 1927, mese del Santo Rosario.<br /><br />Nota di BastaBugie: ecco il testo della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei composta dal beato Bartolo Longo. Si recita l'8 maggio e la prima domenica di ottobre.<br /><br />Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.<br />O Augusta Regina delle Vittorie, o Sovrana del Cielo e della Terra, al cui nome si rallegrano i cieli e tremano gli abissi, o Regina gloriosa del Rosario, noi fedeli tuoi figli, devoti del tuo Tempio di Pompei, in questo giorno solenne effondiamo gli affetti del nostro cuore e con confidenza di figli ti esprimiamo le nostre miserie. <br />Dal Trono di clemenza, dove siedi Regina, volgi, o Maria, il tuo sguardo pietoso su di noi, sulle nostre famiglie, sull'Italia, sull'Europa, sul mondo. Ti prenda compassione degli affanni e dei travagli che amareggiano la nostra vita. Vedi, o Madre, quanti pericoli nell'anima e nel corpo, quante calamità ed afflizioni ci costringono. <br />O Madre, implora per noi misericordia dal tuo Figlio divino e vinci con la clemenza il cuore dei peccatori. Sono nostri fratelli e figli tuoi che costano sangue al dolce Gesù e contristano il tuo sensibilissimo cuore. Mostrati a tutti quale sei, Regina di pace e di perdono. <br /><br />Ave, o Maria<br /><br />È vero che noi, per primi, benché tuoi figli, con i peccati torniamo a crocifiggere in cuor nostro Gesù e trafiggiamo nuovamente il tuo cuore. <br />Lo confessiamo: siamo meritevoli dei più aspri castighi, ma Tu ricordati che, sul Golgota, raccogliesti, col Sangue divino, il testamento del Redentore moribondo, che ti dichiarava Madre nostra, Madre dei peccatori. Tu dunque, come Madre nostra, sei la nostra Avvocata, la nostra speranza. E noi, gementi, stendiamo a te le mani supplichevoli, gridando: Misericordia! <br />O Madre buona, abbi pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie, dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri defunti, soprattutto dei nostri nemici e di tanti che si dicono cristiani, eppur offendono il Cuore amabile del tuo Figliuolo. Pietà oggi imploriamo per le Nazioni traviate, per tutta l'Europa, per tutto il mondo, perché pentito ritorni al tuo Cuore. <br />Misericordia per tutti, o Madre di Misericordia! <br /><br />Ave, o Maria<br /><br />Degnati benevolmente, o Maria, di esaudirci! Gesù ha riposto nelle tue mani tutti i tesori delle Sue grazie e delle Sue misericordie. <br />Tu siedi, coronata Regina, alla destra del tuo Figlio, splendente di gloria immortale su tutti i Cori degli Angeli. Tu distendi il tuo dominio per quanto sono distesi i cieli, e a te la terra e le creature tutte sono soggette.<br />Tu sei l'onnipotente per grazia, Tu dunque puoi aiutarci. Se Tu non volessi aiutarci, perché figli ingrati ed immeritevoli della tua protezione, non sapremmo a chi rivolgerci. Il tuo cuore]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/37316340</guid><pubDate>Tue, 07 Jul 2020 19:26:16 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/37316340/il_santo_fondatore_del_santuario_di_pompei.mp3" length="8433579" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6196&#13;
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IL SANTO FONDATORE DEL SANTUARIO DI POMPEI di Corrado Gnerre&#13;
Può sembrare strano che in una rubrica di apologetica possa essere inserito un articolo che riguarda la vita di un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6196" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6196</a><br /><br />IL SANTO FONDATORE DEL SANTUARIO DI POMPEI di Corrado Gnerre<br />Può sembrare strano che in una rubrica di apologetica possa essere inserito un articolo che riguarda la vita di un beato qual è Bartolo Longo, colui che è conosciuto come l'apostolo del Rosario. In realtà, la spiegazione è molto semplice: non c'è migliore difesa della Verità cattolica che la testimonianza dei santi; ma - diciamocelo francamente - una risposta di questo tipo può sembrare troppo scontata. È pur vero però che la vita di tutti i santi è legata a qualche grande particolare che è a sua volta legato alla conferma della Verità cattolica. Nel caso di Bartolo Longo ovviamente alla preghiera del Santo Rosario, la preghiera con cui "marianizzare" la vita. Ora - questo va detto a chiare lettere - non c'è migliore garanzia per ancorarsi alla Verità che stringersi e affidarsi all'Immacolata, Colei che ha generato la Verità incarnata, che ha dato il suo sangue e il suo Grembo alla Verità, Colei che ci ha donato la Verità. Non è un caso (chi non ne fosse convinto, andasse a verificare) che quando ci si allontana dalla devozione mariana, s'inizia a "scantonare" pericolosamente dal vero: è Lei che debella ogni eresia!<br />Detto questo, passiamo al beato Bartolo Longo. Come dicevo, è stato il grande apostolo del Rosario, ma prima di diventarlo passò attraverso prove molto dure che gli permisero di capire ancor meglio quanto fosse indispensabile l'affidamento alla Madonna e la recita della preghiera mariana per eccellenza: il Rosario.<br />Bartolo Longo nacque a Latiano, in Puglia, nel febbraio del 1841, in una famiglia agiata e rinomata. In gioventù ricevette una solida formazione cristiana. Studiò presso le Scuole Pie, nel Collegio di Francavilla Fontana. Terminò gli studi scolastici nel 1858 con il massimo dei voti; e fu proprio nel periodo scolastico che, grazie soprattutto ad un suo maestro, iniziò a praticare una forte devozione mariana.<br />Ma dopo la scuola lo attendeva un periodo assai triste. Andò a studiare giurisprudenza prima a Lecce e poi a Napoli; e fu proprio nella città campana che iniziò a frequentare cattive compagnie, soprattutto coetanei di idee massoniche ed anticlericali. Si appassionò poi agli insegnamenti di intellettuali di formazione idealistica come Bertrando Spaventa e Luigi Settembrini... e finì per scagliarsi contro la Chiesa, in particolar modo contro i Domenicani, da sempre cultori della Scolastica e del sublime pensiero di san Tommaso d'Aquino.<br /><br />DA SACERDOTE DI SATANA AD APOSTOLO DEL ROSARIO<br />L'anticlericalismo lo fece scivolare - come solitamente avviene - non nell'ateismo ma nell'irrazionalismo. In quegli anni lo spiritismo mieteva successo un po' dappertutto. Bartolo Longo, avvertendosi insoddisfatto e infelice, iniziò a frequentare alcuni circoli dediti a questa pericolosissima pratica. Egli stesso racconterà poi che ne fu talmente invischiato da divenire un vero e proprio "sacerdote di satana".<br />Le conseguenze non tardarono a manifestarsi: Bartolo Longo si trovò distrutto fisicamente, ma soprattutto psichicamente, cadde in una fortissima depressione (patologia molto frequente in chi frequenta ambienti del genere) e fu più volte sull'orlo del suicidio. <br />Ma la Vergine che lui aveva tanto amato, soprattutto nel periodo scolastico, lo salvò. Ella gli fece incontrare un santo sacerdote, proprio tra i Domenicani contro i quali aveva tanto combattuto, padre Alberto Radente. Questi lo confessò e da quel giorno la sua vita subì una svolta. Capì che doveva al più presto cambiare vita. La disperazione opprimeva ancora la sua mente, ma stava ad attenderlo un'esperienza straordinaria.<br />Un giorno si sentiva particolarmente disperato e stava vagando per la Valle di Pompei, possedimento della Contessa De Fusco, dei cui beni era divenuto amministratore,...]]></itunes:summary><itunes:duration>528</itunes:duration><itunes:keywords>bartolo,fondatore,longo,pompei,santo</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ef72acba241f72abc8b85e2b27cd5ee7.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il processo di beatificazione di Cristoforo Colombo</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-processo-di-beatificazione-di-cristoforo-colombo--32609700</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6186" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6186</a><br /><br />IL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE DI CRISTOFORO COLOMBO di Roberto De Mattei<br />Cristoforo Colombo dunque appartiene alla Chiesa, e ogni oltraggio a lui fatto è rivolto alla Chiesa, che ha il dovere di difenderne la memoria. Questo spirito animò il conte Antoine-François-Félix Roselly de Lorgues (1805-1898) che dedicò la sua vita a promuovere la canonizzazione di Cristoforo Colombo. Nel 1856, incoraggiato da Pio IX, Roselly de Lorgues pubblicò a Parigi un'opera in due volumi, con il titolo "Cristoforo Colombo. Storia della sua vita e dei suoi viaggi", che ebbe un successo mondiale. In quest'opera, Roselly de Lorgues avanzò per la prima volta la tesi di canonizzare l' "Ammiraglio dell'Oceano". Egli, scrive in una successiva opera (Della vita di Cristoforo Colombo e delle ragioni per chiederne la beatificazione), fu "l'ambasciatore di Dio ad ignote nazioni che l'antico mondo non conosceva" e "il legato naturale della Santa Sede in quelle novelle regioni".<br />Sugli studi del conte francese si basano le numerose suppliche per l'apertura della causa di canonizzazione di Colombo, a cominciare da quelle presentate a Pio IX il 2 luglio 1866 dal cardinale Ferdinand Donnet, arcivescovo di Bordeaux e l'8 maggio 1867 da mons. Andrea Charvaz, arcivescovo di Genova. Nel 1870 una nuova supplica venne rivolta a Pio IX da un gruppo di Padri del Concilio Vaticano I, ma l'interruzione dei lavori, e poi la morte di Pio IX, fermò l'iniziativa. Nel 1878 l'arcivescovo Rocco Cocchia, vicario e delegato Apostolico a Santo Domingo, Haiti e Venezuela, interpretò come un segno il rinvenimento dei resti di Colombo nella cattedrale di Santo Domingo e definì l'Ammiraglio l'uomo chiamato dalla Provvidenza all'opera più grandiosa dei secoli moderni. L'arcivescovo ricordava che la grande idea iniziale di Colombo fu una crociata per la liberazione del Santo Sepolcro e che egli fu sempre considerato «un uomo di profonda pietà e religione», che affrontò con fede ed eroismo molte sofferenze e persecuzioni, tanto che i poli della sua esistenza furono due: «il dolore e la grazia».<br /><br />LA CAUSA DI CANONIZZAZIONE<br />La richiesta della causa di canonizzazione, al 31 gennaio 1893, vantava l'adesione di 904 Prelati. A 264 vescovi italiani, 96 francesi, 64 spagnoli, 27 degli Stati Uniti d'America, 19 del Messico, 7 del Portogallo, si aggiungevano moltissimi altri vescovi e arcivescovi di tutto il mondo, tra cui 42 cardinali. Uno studioso italiano, Alfonso Marini Dettina, ha dedicato a questo tema un accurato studio a cui rimando per l'approfondimento del tema (Suppliche per la canonizzazione di Cristoforo Colombo).<br />C'è chi reputa che esista qualche punto oscuro nella vita di Colombo, come un secondo matrimonio illegittimo, ma nel 1938, il padre Francesco Maria Paolini, postulatore generale dell'Ordine Francescano, pubblicò un libro intitolato Cristoforo Colombo nella sua vita morale, in cui esponeva dodici argomenti per dimostrare la legittimità della seconda unione di Colombo con Beatrice Enriquez di Cordova. Il cardinale Eugenio Pacelli, segretario di Stato, con lettera del 9 settembre 1938, comunicava all'autore il rallegramento di Pio XI per «un'opera, che getta splendidi fasci di luce sulla figura dello Scopritore del nuovo mondo, la quale emerge magnifica e potente non meno nella Storia ecclesiastica che in quella civile».<br />Una nuova richiesta di beatificazione di Colombo fu avanzata nel 1941 a Pio XII da alcuni vescovi americani. Tutte le suppliche per la canonizzazione dell'Ammiraglio richiedevano al Sommo Pontefice la dispensa dai processi ordinari, considerata l'eccezionalità dell'uomo, il suggello dato dalla Provvidenza alla sua opera e il trattamento eccezionale che Colombo ricevette in vita dalla Santa Sede. Né Pio XII, né l'Ordine francescano, diedero però seguito alla causa di beatificazione e dopo il Concilio Vaticano II, iniziò, anche all'interno del mondo cattolico, una campagna di denigrazione che ebbe il suo punto apicale nel 1992, in occasione del V centenario della scoperta dell'America, quando Colombo fu presentato come un conquistatore avido, sanguinario e colonialista. Trent'anni sono passati e oggi l'ultrasinistra ecologista e indigenista guida negli Stati Uniti violente manifestazioni in cui le statue di Cristoforo Colombo vengono abbattute, decapitate, imbrattate, rimosse. Negli ultimi anni, molti Stati americani hanno scelto di trasformare il Columbus Day, in cui il 12 ottobre si celebra l'arrivo nelle Americhe del navigatore italiano, nell'Indigenous Peoples Day, il giorno delle popolazioni indigene d'America. [...]<br /><br /><br />Cristoforo Colombo e i conquistatori sono stati accusati di genocidio a causa del crollo demografico avvenuto in quelle popolazioni a partire dal XVI secolo. Tuttavia, come ha ben spiegato lo storico Marco Tangheroni (1946-2004), si può parlare di genocidio quando c'è la volontà precisa di annientamento di un popolo, come fu per i kulaki nella Russia sovietica, per gli ebrei nella Germania nazista, o, prima ancora, per i vandeani durante la Rivoluzione francese; ma nel caso della popolazione americana, la catastrofe demografica fu dovuta allo shock biologico causato da alcune malattie infettive introdotte dagli europei, e non certo a una loro volontà di annientamento. Nei testi dei medici spagnoli che andarono in America, leggiamo anzi le descrizioni della loro sorpresa e della loro impotenza di fronte alle epidemie che si manifestavano tra gli indigeni in forma nuova e assolutamente sconosciuta. A meno di non immaginare che le malattie che decimarono le popolazioni indigene fossero frutto di un "complotto" dei poteri forti spagnoli. Né oggi, né nel XVI secolo, l'epidemia è stata utilizzata come arma biologica per distruggere i popoli indigeni e Cristoforo Colombo non è un simbolo di iniquità, ma l'autore di un'impresa definita da Francisco Lopez de Gomara «la cosa più grande dopo la creazione del mondo, che ha fatto emergere l'Incarnazione e la morte di colui che l'ha creato». <br /><br />Nota di BastaBugie: come abbiamo scritto in passato siamo convinti che la cattolicità di Cristoforo Colombo ha permesso la scoperta dell'America. Ecco alcuni dati interessanti: Cristoforo (= portatore di Cristo) Colombo (la colomba è simbolo dello Spirito Santo) compì l'impresa con tre caravelle (tre è il numero della Trinità) con la croce nelle vele, di cui la principale si chiamava Santa Maria e con i soldi guadagnati voleva finanziare una crociata per la liberazione del Santo Sepolcro.<br />FG su Cristoforo Colombo<br /><a href="http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=74" rel="noopener">http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=74</a>]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/32609700</guid><pubDate>Tue, 23 Jun 2020 19:50:14 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/32609700/il_processo_di_beatificazione_di_cristoforo_colombo.mp3" length="9277021" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6186&#13;
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IL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE DI CRISTOFORO COLOMBO di Roberto De Mattei&#13;
Cristoforo Colombo dunque appartiene alla Chiesa, e ogni oltraggio a lui fatto è rivolto alla Chiesa,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6186" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6186</a><br /><br />IL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE DI CRISTOFORO COLOMBO di Roberto De Mattei<br />Cristoforo Colombo dunque appartiene alla Chiesa, e ogni oltraggio a lui fatto è rivolto alla Chiesa, che ha il dovere di difenderne la memoria. Questo spirito animò il conte Antoine-François-Félix Roselly de Lorgues (1805-1898) che dedicò la sua vita a promuovere la canonizzazione di Cristoforo Colombo. Nel 1856, incoraggiato da Pio IX, Roselly de Lorgues pubblicò a Parigi un'opera in due volumi, con il titolo "Cristoforo Colombo. Storia della sua vita e dei suoi viaggi", che ebbe un successo mondiale. In quest'opera, Roselly de Lorgues avanzò per la prima volta la tesi di canonizzare l' "Ammiraglio dell'Oceano". Egli, scrive in una successiva opera (Della vita di Cristoforo Colombo e delle ragioni per chiederne la beatificazione), fu "l'ambasciatore di Dio ad ignote nazioni che l'antico mondo non conosceva" e "il legato naturale della Santa Sede in quelle novelle regioni".<br />Sugli studi del conte francese si basano le numerose suppliche per l'apertura della causa di canonizzazione di Colombo, a cominciare da quelle presentate a Pio IX il 2 luglio 1866 dal cardinale Ferdinand Donnet, arcivescovo di Bordeaux e l'8 maggio 1867 da mons. Andrea Charvaz, arcivescovo di Genova. Nel 1870 una nuova supplica venne rivolta a Pio IX da un gruppo di Padri del Concilio Vaticano I, ma l'interruzione dei lavori, e poi la morte di Pio IX, fermò l'iniziativa. Nel 1878 l'arcivescovo Rocco Cocchia, vicario e delegato Apostolico a Santo Domingo, Haiti e Venezuela, interpretò come un segno il rinvenimento dei resti di Colombo nella cattedrale di Santo Domingo e definì l'Ammiraglio l'uomo chiamato dalla Provvidenza all'opera più grandiosa dei secoli moderni. L'arcivescovo ricordava che la grande idea iniziale di Colombo fu una crociata per la liberazione del Santo Sepolcro e che egli fu sempre considerato «un uomo di profonda pietà e religione», che affrontò con fede ed eroismo molte sofferenze e persecuzioni, tanto che i poli della sua esistenza furono due: «il dolore e la grazia».<br /><br />LA CAUSA DI CANONIZZAZIONE<br />La richiesta della causa di canonizzazione, al 31 gennaio 1893, vantava l'adesione di 904 Prelati. A 264 vescovi italiani, 96 francesi, 64 spagnoli, 27 degli Stati Uniti d'America, 19 del Messico, 7 del Portogallo, si aggiungevano moltissimi altri vescovi e arcivescovi di tutto il mondo, tra cui 42 cardinali. Uno studioso italiano, Alfonso Marini Dettina, ha dedicato a questo tema un accurato studio a cui rimando per l'approfondimento del tema (Suppliche per la canonizzazione di Cristoforo Colombo).<br />C'è chi reputa che esista qualche punto oscuro nella vita di Colombo, come un secondo matrimonio illegittimo, ma nel 1938, il padre Francesco Maria Paolini, postulatore generale dell'Ordine Francescano, pubblicò un libro intitolato Cristoforo Colombo nella sua vita morale, in cui esponeva dodici argomenti per dimostrare la legittimità della seconda unione di Colombo con Beatrice Enriquez di Cordova. Il cardinale Eugenio Pacelli, segretario di Stato, con lettera del 9 settembre 1938, comunicava all'autore il rallegramento di Pio XI per «un'opera, che getta splendidi fasci di luce sulla figura dello Scopritore del nuovo mondo, la quale emerge magnifica e potente non meno nella Storia ecclesiastica che in quella civile».<br />Una nuova richiesta di beatificazione di Colombo fu avanzata nel 1941 a Pio XII da alcuni vescovi americani. Tutte le suppliche per la canonizzazione dell'Ammiraglio richiedevano al Sommo Pontefice la dispensa dai processi ordinari, considerata l'eccezionalità dell'uomo, il suggello dato dalla Provvidenza alla sua opera e il trattamento eccezionale che Colombo ricevette in vita dalla Santa Sede. 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Da chi e perché è stata pronunciata questa frase e quale significato profondo è racchiuso nel termine latino dominicum, da spingere i martiri ad affrontare la morte piuttosto che rinunciarvi? Sono interrogativi che non si possono eludere se non si vuole ridurre questa espressione ad un incomprensibile slogan.<br />Abitene era una città della provincia romana detta Africa proconsularis, nell'odierna Tunisia, situata, secondo un'indicazione di S. Agostino, a sud ovest dell'antica Mambressa, oggi Medjez el-Bab, sul fiume Medjerda.<br />Nel 303 d.C. l'imperatore Diocleziano, dopo anni di relativa calma, scatena una violenta persecuzione contro i cristiani ordinando che "si dovevano ricercare i sacri testi e santi Testamenti del Signore e le divine Scritture, perché fossero bruciati; si dovevano abbattere le basiliche del Signore; si doveva proibire di celebrare i sacri riti e le santissime riunioni del Signore" (Atti dei Martiri, I).<br /><br />SINE DOMINICO NON POSSUMUS<br />Ad Abitene un gruppo di 49 cristiani, contravvenendo agli ordini dell'Imperatore, si riunisce settimanalmente in casa di uno di loro per celebrare l'Eucaristia domenicale. È una piccola, ma variegata comunità cristiana: vi è un senatore, Dativo, un presbitero, Saturnino, una vergine, Vittoria, un lettore, Emerito...<br />Sorpresi durante una loro riunione in casa di Ottavio Felice, vengono arrestati e condotti a Cartagine davanti al proconsole Anulino per essere interrogati. Al proconsole, che chiede loro se possiedono in casa le Scritture, i Martiri confessano con coraggio che "le custodiscono nel cuore", rivelando così di non voler distaccare in alcun modo la fede dalla vita.<br />Il loro stesso martirio si trasforma in una liturgia "eucaristica"; tra i tormenti, infatti, si possono ascoltare dalle labbra dei Martiri espressioni come queste: «Ti prego, Cristo, esaudiscimi. Ti rendo grazie, o Dio... Ti prego, Cristo, abbi misericordia». La loro preghiera è accompagnata dall'offerta della propria vita e unita alla richiesta di perdono per i loro carnefici.<br />Tra le diverse testimonianze, significativa è quella resa da Emerito. Questi afferma, senza alcun timore, di aver ospitato in casa sua i cristiani per la celebrazione. Il proconsole gli chiede: "Perché hai accolto nella tua casa i cristiani, contravvenendo così alle disposizioni imperiali?". Ed ecco la risposta di Emerito: «Sine dominico non possumus»; non possiamo, cioè, né essere né tanto meno vivere da cristiani senza riunirci la domenica per celebrare l'Eucaristia.<br />Il termine dominicum racchiude in sé un triplice significato. Esso indica il giorno del Signore, ma rinvia anche, nel contempo, a quanto ne costituisce il contenuto: alla Sua resurrezione e alla Sua presenza nell'evento eucaristico.<br /><br />UN ELEMENTO COSTITUTIVO DELL'ESSERE CRISTIANO<br />Questi 49 martiri di Abitene hanno affrontato coraggiosamente la morte, pur di non rinnegare la loro fede nel Cristo risorto e non venir meno all'incontro con Lui nella celebrazione eucaristica domenicale. Perché? non certamente per la sola osservanza di un "precetto", visto che solo in seguito la Chiesa stabilirà il precetto festivo. Allora, perché? Perché i cristiani, fin dall'inizio, hanno visto nella domenica e nell'Eucaristia celebrata in questo giorno un elemento costitutivo della loro stessa identità. È quanto emerge con chiarezza dal commento che il redattore degli Atti dei martiri fa alla domanda rivolta dal proconsole al martire Felice: "Se sei cristiano non farlo sapere. Rispondi piuttosto se hai partecipato alle riunioni". Ed ecco il commento: «Come se il cristiano potesse esistere senza celebrare i misteri del Signore o i misteri del Signore si potessero celebrare senza la presenza del cristiano! Non sai dunque, satana, che il cristiano vive della celebrazione dei misteri e la celebrazione dei misteri del Signore si deve compiere alla presenza del cristiano, in modo che non possono sussistere separati l'uno dall'altro? Quando senti il nome di cristiano, sappi che si riunisce con i fratelli davanti al Signore e, quando senti parlare di riunioni, riconosci in essa il nome di cristiano».<br />Il proconsole Anulino, al termine della giornata impiegata per gli interrogatori, 12 febbraio 304, e constatato la loro professione di fede cristiana, li fece rinchiudere in carcere. Negli Atti non è riportato come morirono, ma sembra che siano stati alcuni giustiziati, altri morti di fame e torture nel carcere, comunque in tempi diversi.<br /><br />Nota di BastaBugie: sul processo ai martiri di Abitene si possono leggere su Wikipedia i seguenti importanti particolari. Eccoli:<br />Il processo iniziò il 12 febbraio, davanti al proconsole Anulino. Un componente del gruppo, di nome Dativo, era senatore. Interrogato, dichiarò di essere cristiano e di aver preso parte alle riunioni dei cristiani, ma anche sotto tortura rifiutò di rivelare chi le avesse presiedute. Durante gli interrogatori l'avvocato difensore Fortunaziano, fratello di Vittoria, una degli accusati, incolpò Dativo di avere istigato lei e altre ingenue giovani a partecipare alla funzione religiosa; ma lei replicò di avere partecipato con libera volontà e piena consapevolezza. Il proconsole sospese la tortura per chiedere a Dativo se avesse preso parte alla riunione, e Dativo confermò la sua partecipazione. [...] Condotto in prigione, presto morì a causa delle torture subite.<br />Il presbitero Saturnino, interrogato, non abiurò la sua fede nemmeno sotto tortura; il suo esempio fu seguito da tutti gli altri, uomini e donne, compresi i suoi quattro figli.<br />Una delle risposte degli accusati è stata citata spesso. A Emerito, che aveva dichiarato che i cristiani si erano incontrati nella sua casa, fu chiesto perché avesse disobbedito all'ordine dell'Imperatore. Rispose: "Sine dominico non possumus", cioè: "Non possiamo vivere senza celebrare il giorno del Signore". Si riferiva alla celebrazione che l'Imperatore aveva messo fuori legge, alla quale avevano deciso di partecipare anche a costo della tortura e della condanna a morte.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/31096349</guid><pubDate>Tue, 16 Jun 2020 18:07:44 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/31096349/autorita_civile_vieta_le_messe.mp3" length="6582856" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6170

SE L'AUTORITA' CIVILE VIETA LE MESSE E IL VESCOVO UBBIDISCE, COSA DEVONO FARE SACERDOTI E FEDELI?
"Sine dominico non possumus". Da chi e perché è stata pronunciata questa frase e...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6170" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6170</a><br /><br />SE L'AUTORITA' CIVILE VIETA LE MESSE E IL VESCOVO UBBIDISCE, COSA DEVONO FARE SACERDOTI E FEDELI?<br />"Sine dominico non possumus". Da chi e perché è stata pronunciata questa frase e quale significato profondo è racchiuso nel termine latino dominicum, da spingere i martiri ad affrontare la morte piuttosto che rinunciarvi? Sono interrogativi che non si possono eludere se non si vuole ridurre questa espressione ad un incomprensibile slogan.<br />Abitene era una città della provincia romana detta Africa proconsularis, nell'odierna Tunisia, situata, secondo un'indicazione di S. Agostino, a sud ovest dell'antica Mambressa, oggi Medjez el-Bab, sul fiume Medjerda.<br />Nel 303 d.C. l'imperatore Diocleziano, dopo anni di relativa calma, scatena una violenta persecuzione contro i cristiani ordinando che "si dovevano ricercare i sacri testi e santi Testamenti del Signore e le divine Scritture, perché fossero bruciati; si dovevano abbattere le basiliche del Signore; si doveva proibire di celebrare i sacri riti e le santissime riunioni del Signore" (Atti dei Martiri, I).<br /><br />SINE DOMINICO NON POSSUMUS<br />Ad Abitene un gruppo di 49 cristiani, contravvenendo agli ordini dell'Imperatore, si riunisce settimanalmente in casa di uno di loro per celebrare l'Eucaristia domenicale. È una piccola, ma variegata comunità cristiana: vi è un senatore, Dativo, un presbitero, Saturnino, una vergine, Vittoria, un lettore, Emerito...<br />Sorpresi durante una loro riunione in casa di Ottavio Felice, vengono arrestati e condotti a Cartagine davanti al proconsole Anulino per essere interrogati. Al proconsole, che chiede loro se possiedono in casa le Scritture, i Martiri confessano con coraggio che "le custodiscono nel cuore", rivelando così di non voler distaccare in alcun modo la fede dalla vita.<br />Il loro stesso martirio si trasforma in una liturgia "eucaristica"; tra i tormenti, infatti, si possono ascoltare dalle labbra dei Martiri espressioni come queste: «Ti prego, Cristo, esaudiscimi. Ti rendo grazie, o Dio... Ti prego, Cristo, abbi misericordia». La loro preghiera è accompagnata dall'offerta della propria vita e unita alla richiesta di perdono per i loro carnefici.<br />Tra le diverse testimonianze, significativa è quella resa da Emerito. Questi afferma, senza alcun timore, di aver ospitato in casa sua i cristiani per la celebrazione. Il proconsole gli chiede: "Perché hai accolto nella tua casa i cristiani, contravvenendo così alle disposizioni imperiali?". Ed ecco la risposta di Emerito: «Sine dominico non possumus»; non possiamo, cioè, né essere né tanto meno vivere da cristiani senza riunirci la domenica per celebrare l'Eucaristia.<br />Il termine dominicum racchiude in sé un triplice significato. Esso indica il giorno del Signore, ma rinvia anche, nel contempo, a quanto ne costituisce il contenuto: alla Sua resurrezione e alla Sua presenza nell'evento eucaristico.<br /><br />UN ELEMENTO COSTITUTIVO DELL'ESSERE CRISTIANO<br />Questi 49 martiri di Abitene hanno affrontato coraggiosamente la morte, pur di non rinnegare la loro fede nel Cristo risorto e non venir meno all'incontro con Lui nella celebrazione eucaristica domenicale. Perché? non certamente per la sola osservanza di un "precetto", visto che solo in seguito la Chiesa stabilirà il precetto festivo. Allora, perché? Perché i cristiani, fin dall'inizio, hanno visto nella domenica e nell'Eucaristia celebrata in questo giorno un elemento costitutivo della loro stessa identità. È quanto emerge con chiarezza dal commento che il redattore degli Atti dei martiri fa alla domanda rivolta dal proconsole al martire Felice: "Se sei cristiano non farlo sapere. Rispondi piuttosto se hai partecipato alle riunioni". Ed ecco il commento: «Come se il cristiano potesse esistere senza celebrare i misteri del Signore o i misteri del...]]></itunes:summary><itunes:duration>412</itunes:duration><itunes:keywords>abitene,martiri,messa,sacrificio,vita</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/f6ea559649837152f2862b9bfb7adbbf.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Conosci la storia di Santa Maria Maddalena de' Pazzi? Non la dimenticherai mai più</title><link>https://www.spreaker.com/episode/conosci-la-storia-di-santa-maria-maddalena-de-pazzi-non-la-dimenticherai-mai-piu--29988158</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6157" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6157</a><br /><br />CONOSCI LA STORIA DI SANTA MARIA MADDALENA DE' PAZZI? NON LA DIMENTICHERAI MAI PIU'<br />Molti credono che la vita cristiana sia scelta dai codardi, dai paurosi, da coloro, cioè, che hanno quasi un bisogno maniacale di "ridurre" la propria vita. Si sa che alcuni famosi filosofi hanno detto queste cose accusando il Cristianesimo. Basterebbe citare due nomi: Feuerbach e Nietzsche.<br />E invece non è così. La vita cristiana è fatta per le anime forti; e se non si è forti, la Grazia trasforma e rende forti, cioè rende capaci di superare qualsiasi prova. Gesù ha detto: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua." (Luca 9,23). I gradi di perfezione sono molti, ma solitamente la teologia spirituale distingue tre tappe principali o vie: la via purgativa ("rinneghi se stesso"), la via illuminativa ("prenda la sua croce") e la via unitiva ("mi segua").<br />Da qui anche il senso di alcune parole di Gesù che sembrano di difficile interpretazione: "il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono." (Matteo 11,12). Solo coloro che riusciranno ad essere tanto forti da vincere le propria inclinazione al male, potranno conquistare il Paradiso.  Dunque: solo coloro che sapranno essere forti!<br />Tutti i santi possono servire per dimostrare ciò che abbiamo appena detto. Ma ne prendiamo uno: santa Maria Maddalena de' Pazzi. La sua storia è indicativa di quanto il rendersi docili alla Grazia possa conferire una "prospettiva di potenza" dinanzi a qualsiasi prova.<br /><br />SANTA MARIA MADDALENA DE' PAZZI<br />Santa Maria Maddalena de' Pazzi si chiamava Caterina e nacque il 2 aprile del 1566, a Firenze, dai nobili Camillo de' Pazzi e Maria de' Buondelmonti. Già alle età di nove anni iniziò le sue pratiche penitenziali, inimmaginabili per quell'età: veglie, digiuni e rami spinosi in forma di ghirlanda sulla testa. Passava ore intere dinanzi a Gesù Sacramentato e il tempo non le pesava, anche perché ben presto fu beneficiata di visioni celesti.<br />Ricevette la sua prima Comunione all'età di dieci anni, in un giorno privilegiato, il 25 marzo, festa dell'Annunciazione. E già il giovedì santo successivo fece voto di verginità.<br />A sedici anni lasciò gli amati genitori ed entrò nel monastero carmelitano di Santa Maria degli Angeli. Alla vestizione le venne dato il nome di Maria Maddalena.<br />La sua vita consacrata fu immediatamente contrassegnata da doni mistici incomparabili. Nei quaranta giorni successivi alla professione religiosa, Gesù, anche più volte al giorno, la rapiva in estasi. Le fece più volte ammirare la bellezza della Sua Santissima Madre, le tolse il cuore e lo nascose nel suo Cuore, le affidò come maestro lo Spirito Santo e le diede come consiglieri sant'Agostino, santa Caterina da Siena, la beata Maria Bagnesi e il suo angelo custode.<br />Attraverso l'intercessione della beata Bagnesi, santa Maria Maddalena fece esperienza di una strepitosa guarigione da una malattia che l'aveva costretta a letto sin dalla sua entrata in monastero.<br />Con questi meravigliosi doni, il Signore le voleva, però, far capire quella che sarebbe stata la grande (ma terribile) missione a cui la preparava: soffrire per riparare l'ingratitudine umana. Aveva appena diciannove anni e Gesù le chiese di cibarsi di solo pane, eccetto nei giorni festivi, nei quali poteva prendere solo cibi quaresimali. Il Signore le ordinò di dormire soltanto cinque ore su un saccone e (due anni dopo) di alloggiare nella cella più povera, di indossare la veste più logora e finanche di fare a meno di calze e di scarpe.<br />Il 4 maggio del 1585 Gesù le apparve e le pose sul capo la sua corona di spine. Da allora il mal di testa fu continuo, aumentando fortemente ogni venerdì. Il 7 maggio, sempre di quell'anno, rimase 40 ore in estasi: accompagnò la Madonna al Sepolcro e tenne fra le sue braccia il Cadavere di Gesù.<br /><br />LA FOSSA DEI LEONI<br />Ma doveva ancora arrivare la grande prova, che ella stessa definì come la "fossa dei leoni". Iniziò la Festa della Trinità del 1585 e durò ben cinque anni. La Santa visse l'esperienza dell'inferno: sentiva grida, bestemmie, risate rumorose. Vedeva i diavoli ed era oppressa da un'indicibile tristezza. Avrebbe voluto nascondersi tra le braccia di Dio, ma una forza sembrava allontanarla. Sentiva noia per la vita religiosa, avrebbe voluto scappare dal monastero, le sembravano inutili le sue fatiche, le privazioni, i dolori. Ebbe tentazioni al suicidio; e un giorno arrivò ad afferrare un coltello per togliersi la vita … ma poi lo pose nelle mani della Madonna. Tormenti non solo interiori, ma anche fisici. Satana la batteva per nottate intere e spesso la faceva precipitare dalle scale. Malgrado ciò, conservava sempre la calma nella profondità della sua anima. Affidò tutta se stessa alla Madonna, che venne continuamente in suo soccorso, infondendole coraggio e sostegno.<br />La mattina del 10 giugno 1590, santa Maria Maddalena fu liberata dalle persecuzioni diaboliche. La sua inaudita sofferenza fu ripagata con una grazia specialissima: la possibilità di vedere sempre Gesù al suo fianco.<br />Fu austera riformatrice. Si può dire che ciò che il Signore aveva rivelato a santa Teresa d'Avila per l'Ordine carmelitano, lo ispirò a lei per il monastero di Santa Maria degli Angeli. Le religiose dovevano usare lenzuola e camicie di lana. Il vitto, il letto, l'abito dovevano essere poveri e semplici. Nelle elezioni delle cariche bisognava mirare solo alla gloria di Dio e tutte le suore dovevano nutrire un tale amore vicendevole da dare finanche la vita le une per le altre. Ogni religiosa doveva rendersi continuamente vittima per tutti. Questa riforma fu accettata da tutte le consorelle.<br />Era maestra delle novizie, quando una voce segreta le disse che la morte si avvicinava. Sapendo che in Paradiso non si può più soffrire, con il permesso della superiora, chiese ancora sofferenza a Gesù. Gesù accettò. L'aridità invase nuovamente la sua anima e patì tutti i dolori del corpo. Per anni stette a letto con indicibili sofferenze fisiche e morali; e soleva dire: "La mia anima non è capace che della sofferenza". Morì il 25 maggio 1607.<br />Altro che codarda! Filosofi come Nietzsche hanno mai conosciute queste vite?]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/29988158</guid><pubDate>Tue, 09 Jun 2020 14:28:17 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/29988158/santa_maria_maddalena_dei_pazzi.mp3" length="6734157" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6157

CONOSCI LA STORIA DI SANTA MARIA MADDALENA DE' PAZZI? NON LA DIMENTICHERAI MAI PIU'
Molti credono che la vita cristiana sia scelta dai codardi, dai paurosi, da coloro, cioè, che...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6157" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6157</a><br /><br />CONOSCI LA STORIA DI SANTA MARIA MADDALENA DE' PAZZI? NON LA DIMENTICHERAI MAI PIU'<br />Molti credono che la vita cristiana sia scelta dai codardi, dai paurosi, da coloro, cioè, che hanno quasi un bisogno maniacale di "ridurre" la propria vita. Si sa che alcuni famosi filosofi hanno detto queste cose accusando il Cristianesimo. Basterebbe citare due nomi: Feuerbach e Nietzsche.<br />E invece non è così. La vita cristiana è fatta per le anime forti; e se non si è forti, la Grazia trasforma e rende forti, cioè rende capaci di superare qualsiasi prova. Gesù ha detto: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua." (Luca 9,23). I gradi di perfezione sono molti, ma solitamente la teologia spirituale distingue tre tappe principali o vie: la via purgativa ("rinneghi se stesso"), la via illuminativa ("prenda la sua croce") e la via unitiva ("mi segua").<br />Da qui anche il senso di alcune parole di Gesù che sembrano di difficile interpretazione: "il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono." (Matteo 11,12). Solo coloro che riusciranno ad essere tanto forti da vincere le propria inclinazione al male, potranno conquistare il Paradiso.  Dunque: solo coloro che sapranno essere forti!<br />Tutti i santi possono servire per dimostrare ciò che abbiamo appena detto. Ma ne prendiamo uno: santa Maria Maddalena de' Pazzi. La sua storia è indicativa di quanto il rendersi docili alla Grazia possa conferire una "prospettiva di potenza" dinanzi a qualsiasi prova.<br /><br />SANTA MARIA MADDALENA DE' PAZZI<br />Santa Maria Maddalena de' Pazzi si chiamava Caterina e nacque il 2 aprile del 1566, a Firenze, dai nobili Camillo de' Pazzi e Maria de' Buondelmonti. Già alle età di nove anni iniziò le sue pratiche penitenziali, inimmaginabili per quell'età: veglie, digiuni e rami spinosi in forma di ghirlanda sulla testa. Passava ore intere dinanzi a Gesù Sacramentato e il tempo non le pesava, anche perché ben presto fu beneficiata di visioni celesti.<br />Ricevette la sua prima Comunione all'età di dieci anni, in un giorno privilegiato, il 25 marzo, festa dell'Annunciazione. E già il giovedì santo successivo fece voto di verginità.<br />A sedici anni lasciò gli amati genitori ed entrò nel monastero carmelitano di Santa Maria degli Angeli. Alla vestizione le venne dato il nome di Maria Maddalena.<br />La sua vita consacrata fu immediatamente contrassegnata da doni mistici incomparabili. Nei quaranta giorni successivi alla professione religiosa, Gesù, anche più volte al giorno, la rapiva in estasi. Le fece più volte ammirare la bellezza della Sua Santissima Madre, le tolse il cuore e lo nascose nel suo Cuore, le affidò come maestro lo Spirito Santo e le diede come consiglieri sant'Agostino, santa Caterina da Siena, la beata Maria Bagnesi e il suo angelo custode.<br />Attraverso l'intercessione della beata Bagnesi, santa Maria Maddalena fece esperienza di una strepitosa guarigione da una malattia che l'aveva costretta a letto sin dalla sua entrata in monastero.<br />Con questi meravigliosi doni, il Signore le voleva, però, far capire quella che sarebbe stata la grande (ma terribile) missione a cui la preparava: soffrire per riparare l'ingratitudine umana. Aveva appena diciannove anni e Gesù le chiese di cibarsi di solo pane, eccetto nei giorni festivi, nei quali poteva prendere solo cibi quaresimali. Il Signore le ordinò di dormire soltanto cinque ore su un saccone e (due anni dopo) di alloggiare nella cella più povera, di indossare la veste più logora e finanche di fare a meno di calze e di scarpe.<br />Il 4 maggio del 1585 Gesù le apparve e le pose sul capo la sua corona di spine. Da allora il mal di testa fu continuo, aumentando fortemente ogni venerdì. Il 7 maggio, sempre di quell'anno, rimase 40 ore in estasi: accompagnò la...]]></itunes:summary><itunes:duration>421</itunes:duration><itunes:keywords>biografia,grazia,maddalena,prova,sacrificio</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/7c33d5c0ddda90fa0b5bc551de54bd43.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Santa Giovanna d'Arco, patrona della Francia</title><link>https://www.spreaker.com/episode/santa-giovanna-d-arco-patrona-della-francia--28358491</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6138<br /><br />SANTA GIOVANNA D'ARCO, PATRONA DELLA FRANCIA di Maddalena della Somaglia<br />Nell'infierire della Guerra dei Cento Anni, quando le sorti della Francia sono ormai praticamente segnate dalla lenta ma costante penetrazione inglese, ecco che una sconosciuta ragazza diciassettenne della Lorena si presenta alla Corte del Delfino di Francia, Carlo di Valois, assicurando che ella ha ricevuto da Dio il compito di salvare il suo Paese e di farlo incoronare Re.<br />Era il 1412 quando la piccola Giovanna nasce a Domrémy, un piccolo villaggio della campagna francese. Dalla madre riceve le prime nozioni di catechismo.. La sua vita trascorre come quella di tutte le altre fanciulle del villaggio fino all'età di tredici anni, quando un misterioso cambiamento si opera in lei.<br />È il 1425, la Guerra dei Cento Anni, iniziata nel 1326, entrava nella sua ultima fase. Gli Inglesi, appoggiati dal Duca di Borgogna Filippo il Buono, erano ormai padroni di quasi tutta la Francia. Carlo VI, il re divenuto folle, muore nel 1422 ; il figlio, Carlo VII, pretendente al Trono di Francia, non controlla che le regioni a sud della Loira. Il Paese è ormai logorato da anni di guerre, di furti, di miserie. La popolazione è stremata e gli inglesi ne approfittano per porre sotto assedio Orléans, la porta per oltrepassare la Loira e conquistare anche il sud della Francia.<br />La piccola Giovanna ode delle voci che la chiamano: sono le voci di san Michele Arcangelo, di santa Margherita e di santa Caterina che le ripetono continuamente che Dio le chiede di salvare il Regno di Francia, liberare Orléans assediata e riconsegnare la corona allo sfortunato pretendente Carlo VII.<br />Giovanna non parla a nessuno di quanto succede in lei e cerca anche di schermirsi davanti all'insistenza delle voci, additando la sua miseria e la sua incapacità a portare a termine una tale missione. Ma esse continuano ripetutamente per tre anni.<br /><br />UN RAGGIO DI SPERANZA<br />Piegandosi allora alla volontà di Dio e certa che con il Suo aiuto ella porterà a termine la missione affidatale, senza avvisare neanche i genitori, Giovanna lascia il suo villaggio per recarsi a Chinon dove il Delfino e la sua corte avevano trovato rifugio.<br />Sicura delle indicazioni ricevute da san Michele, non teme un rifiuto di Carlo il quale, con grande meraviglia di tutta la corte, riceve l'umile contadina che si dice portatrice di un messaggio celeste: «Gentile Delfino, mi chiamo Giovanna la Pulzella, e il Re dei cieli attraverso me le fa dire che Ella sarà incoronato nella città di Reims e sarà luogotenente del Re dei cieli che è vero Re di Francia».<br />Finalmente un raggio di speranza in un'atmosfera ormai rassegnata dove regnava la certezza della sconfitta. Pieni di entusiasmo, i volontari arrivavano da tutte le parti. Giovanna, indossata un'armatura da vero condottiero e stringendo forte il suo nuovo stendardo con l'effigie del Creatore, parte con un piccolo esercito alla volta di Orléans.<br />La città era assediata dal 12 ottobre 1428. Gli abitanti erano allo stremo essendo ormai scarsi i viveri. Il 29 aprile, Giovanna, con un gruppo di soldati, penetra nella città attraverso la porta di Borgogna. L'accoglienza è trionfale: tutti parlano dei miracoli avvenuti durante il percorso e dei venti che, in seguito alle preghiere della Pulzella, cambiano direzione per facilitare l'approvvigionamento della città.<br />Il 6 maggio di buon mattino, dopo aver ascoltato la Santa Messa, Giovanna sferra il primo attacco. Tre giorni saranno necessari ad obbligare gli inglesi alla ritirata: la sera dell'8 una solenne processione con in testa la Pulzella, entra nella cattedrale di Orléans per rendere grazie dell'avvenuta liberazione.<br />Raggiunto il Delfino nel castello di Loches, Giovanna e il suo esercito partono per Reims. Lungo la strada riesce a liberare varie cittadine dall'occupazione inglese ma mai, ci dice lo storico Georges Bordonove, Giovanna si vantava delle sue vittorie. Giovanna e il Delfino giungono finalmente a Reims la sera del 16 giugno 1429 quando tutto è già pronto per la cerimonia dell'indomani. Per lei è il suo giorno di gloria. In piedi con in mano lo stendardo, assiste immobile accanto a Carlo per tutto il tempo dell'incoronazione che dura «dall'ora terza fino ai vespri».<br />Subito dopo la consacrazione, Giovanna si inginocchia davanti al suo Re e baciandogli i piedi gli si rivolge piangendo: «Gentile Re, adesso è compiuto il desiderio di Dio che voleva che io togliessi l'assedio a Orléans e che vi portassi in questa città di Reims per ricevervi la vostra vera e santa incoronazione, dimostrando che siete vero re e colui al quale il regno deve appartenere».<br /><br />LA CATTURA E IL PROCESSO<br />Dopo Reims, bisognava adesso dirigersi verso Parigi per liberarla. Ma Carlo VII, ormai Re, è convinto di poter fare a meno dei consigli della Pulzella e ordina l'arresto delle truppe. Nel frattempo il Duca di Borgogna attacca la cittadina di Compiègne la quale, assediata, chiama in aiuto la Pulzella. Giovanna corre in suo soccorso ma lì, sotto le mura, viene catturata il 23 maggio 1430.<br />Tra le accuse, bisognava innanzi tutto provare che il Re di Francia era stato incoronato per gli artefìci di una strega, o comunque di un'eretica. Si rendeva dunque necessario ottenere delle "buone e convincenti" confessioni da parte di Giovanna che dichiarasse ufficialmente non essere un'inviata del Signore ma una creatura demoniaca; che le sue vittorie erano frutto di malefici; che le "voci" non erano mai esistite... allora sarebbe stato evidente per tutti che Carlo VII non aveva ricevuto la corona da Dio ma dal demonio e nessuno lo avrebbe più riconosciuto come Re.<br />Tutto era stato previsto fuorché la resistenza di Giovanna: a tutte le domande più insidiose, agli estenuanti interrogatori, ella rispondeva sempre con calma, senza mai perdere il controllo della situazione. Più che difendersi, attaccava i suoi accusatori. Viene allora minacciata di tortura. Ma anche lì lei non cede. Il processo si trascina fino ad arrivare al mese di marzo: i giudici non riescono a trovare prove che la renderebbero rea di eresia.<br />L'ingiusta condanna segue il suo corso. Giovanna viene condotta al supplizio. Chiede di poter ricevere l'Eucarestia e ciò le viene concesso dallo stesso Cauchon. Legata sul rogo, implora frà Isambart de La Pierre, di portarle un crocefisso e di tenerlo dritto davanti ai suoi occhi affinché non lo perdesse mai di vista.<br />«Bruciando tra le fiamme - ci racconta questo testimone - non cessò un attimo di chiamare e confessare ad alta voce il santo nome di Gesù». Il boia inglese attestò che il cuore di Giovanna rimase intatto sulle ceneri ma, su richiesta del conte di Warwich, venne buttato nella Senna per evitare che se ne facessero delle reliquie. Il suo sacrificio non fu inutile, anzi esaltò il coraggio dell'esercito francese e di Carlo VII. Qualche anno dopo la Normandia venne conquistata e Parigi liberata.<br />Patrona di Francia e di tutti i soldati, quest'umile fanciulla piena di fede e di abbandono alla Divina Provvidenza, cambierà le sorti della Francia e dell'Europa intera mostrando come, corrispondendo alla Grazia, anche le imprese più straordinarie, le missioni più inverosimili si possono realizzare.<br /><br />Nota di BastaBugie: nel seguente video (durata: 31 minuti) dal titolo "Giovanna d'Arco" don Stefano Bimbi racconta non solo la vicenda storica della pulzella d'Orleans, ma anche come questa ha influenzato la vita dei santi e come ha ispirato molti film fino ad oggi.<br />https://www.youtube.com/watch?v=ry8bGhCPUDA]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/28358491</guid><pubDate>Tue, 26 May 2020 14:32:33 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/28358491/santa_giovanna_d_arco.mp3" length="9248599" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6138

SANTA GIOVANNA D'ARCO, PATRONA DELLA FRANCIA di Maddalena della Somaglia
Nell'infierire della Guerra dei Cento Anni, quando le sorti della Francia sono ormai praticamente segnate...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6138<br /><br />SANTA GIOVANNA D'ARCO, PATRONA DELLA FRANCIA di Maddalena della Somaglia<br />Nell'infierire della Guerra dei Cento Anni, quando le sorti della Francia sono ormai praticamente segnate dalla lenta ma costante penetrazione inglese, ecco che una sconosciuta ragazza diciassettenne della Lorena si presenta alla Corte del Delfino di Francia, Carlo di Valois, assicurando che ella ha ricevuto da Dio il compito di salvare il suo Paese e di farlo incoronare Re.<br />Era il 1412 quando la piccola Giovanna nasce a Domrémy, un piccolo villaggio della campagna francese. Dalla madre riceve le prime nozioni di catechismo.. La sua vita trascorre come quella di tutte le altre fanciulle del villaggio fino all'età di tredici anni, quando un misterioso cambiamento si opera in lei.<br />È il 1425, la Guerra dei Cento Anni, iniziata nel 1326, entrava nella sua ultima fase. Gli Inglesi, appoggiati dal Duca di Borgogna Filippo il Buono, erano ormai padroni di quasi tutta la Francia. Carlo VI, il re divenuto folle, muore nel 1422 ; il figlio, Carlo VII, pretendente al Trono di Francia, non controlla che le regioni a sud della Loira. Il Paese è ormai logorato da anni di guerre, di furti, di miserie. La popolazione è stremata e gli inglesi ne approfittano per porre sotto assedio Orléans, la porta per oltrepassare la Loira e conquistare anche il sud della Francia.<br />La piccola Giovanna ode delle voci che la chiamano: sono le voci di san Michele Arcangelo, di santa Margherita e di santa Caterina che le ripetono continuamente che Dio le chiede di salvare il Regno di Francia, liberare Orléans assediata e riconsegnare la corona allo sfortunato pretendente Carlo VII.<br />Giovanna non parla a nessuno di quanto succede in lei e cerca anche di schermirsi davanti all'insistenza delle voci, additando la sua miseria e la sua incapacità a portare a termine una tale missione. Ma esse continuano ripetutamente per tre anni.<br /><br />UN RAGGIO DI SPERANZA<br />Piegandosi allora alla volontà di Dio e certa che con il Suo aiuto ella porterà a termine la missione affidatale, senza avvisare neanche i genitori, Giovanna lascia il suo villaggio per recarsi a Chinon dove il Delfino e la sua corte avevano trovato rifugio.<br />Sicura delle indicazioni ricevute da san Michele, non teme un rifiuto di Carlo il quale, con grande meraviglia di tutta la corte, riceve l'umile contadina che si dice portatrice di un messaggio celeste: «Gentile Delfino, mi chiamo Giovanna la Pulzella, e il Re dei cieli attraverso me le fa dire che Ella sarà incoronato nella città di Reims e sarà luogotenente del Re dei cieli che è vero Re di Francia».<br />Finalmente un raggio di speranza in un'atmosfera ormai rassegnata dove regnava la certezza della sconfitta. Pieni di entusiasmo, i volontari arrivavano da tutte le parti. Giovanna, indossata un'armatura da vero condottiero e stringendo forte il suo nuovo stendardo con l'effigie del Creatore, parte con un piccolo esercito alla volta di Orléans.<br />La città era assediata dal 12 ottobre 1428. Gli abitanti erano allo stremo essendo ormai scarsi i viveri. Il 29 aprile, Giovanna, con un gruppo di soldati, penetra nella città attraverso la porta di Borgogna. L'accoglienza è trionfale: tutti parlano dei miracoli avvenuti durante il percorso e dei venti che, in seguito alle preghiere della Pulzella, cambiano direzione per facilitare l'approvvigionamento della città.<br />Il 6 maggio di buon mattino, dopo aver ascoltato la Santa Messa, Giovanna sferra il primo attacco. Tre giorni saranno necessari ad obbligare gli inglesi alla ritirata: la sera dell'8 una solenne processione con in testa la Pulzella, entra nella cattedrale di Orléans per rendere grazie dell'avvenuta liberazione.<br />Raggiunto il Delfino nel castello di Loches, Giovanna e il suo esercito partono per Reims. Lungo la strada riesce a liberare varie cittadine dall'occupazione inglese ma mai, ci dice lo...]]></itunes:summary><itunes:duration>579</itunes:duration><itunes:keywords>arc,francia,giovanna,giovannadarco,guerriera,patrona</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/2b13f29651ffe863e0f66053e501f7b6.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Le tre lezioni della lotta contro il drago</title><link>https://www.spreaker.com/episode/le-tre-lezioni-della-lotta-contro-il-drago--26772681</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6115" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6115</a><br /><br />LE TRE LEZIONI DELLA LOTTA CONTRO IL DRAGO<br />Si conosce molto poco della vita di san Giorgio. Si sa che visse in Palestina e che morì nella piccola città di Lidda, sempre in Palestina. Morì martire verso il 303, quindi prima dell'avvento di Costantino. E proprio a Lidda fu innalzata una basilica in suo onore.<br />San Giorgio divenne famosissimo durante il medioevo ed è tuttora molto famoso in quanto santo patrono dell'Inghilterra.<br />A san Giorgio è legata una leggenda secondo la quale sarebbe riuscito a combattere contro un drago per liberare una fanciulla di nome Alessandra, che diventerà cristiana grazie all'impresa del Santo.<br />Nelle fiabe e nelle saghe la vittoria sui draghi costituisce spesso una prova che l'eroe deve superare per ottenere un bene. Un bene che può essere un tesoro o, appunto, la liberazione di una fanciulla prigioniera.<br />Il Cristianesimo ha sempre visto nel drago il demonio, in particolar modo Lucifero ribelle che poi viene sconfitto da san Michele e precipitato nell'inferno: "(...) apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi (...)." (Apocalisse 12)<br />Allora soffermiamoci su tre elementi.<br /><br />PRIMO: CIÒ CHE CONTA È ESSERE DALLA PARTE DEL VERO E DEL BENE<br />L'uomo, di per sé fragile, può riuscire a sconfiggere un drago, che è un essere ben superiore all'uomo; un essere che può volare; che può perfino sputare fuoco dalle narici.<br />Il significato è chiaro. La forza vale fino ad un certo punto. Ciò che conta è essere dalla parte del vero e del bene. Se si è dalla parte giusta, da Dio si otterrà la forza per compiere anche ciò che naturalmente sembra impossibile.<br /><br />SECONDO: IL BENE S'IDENTIFICA CON IL BELLO E IL MALE CON IL BRUTTO<br />Le leggende che vedono la presenza dei draghi spesso narrano di un eroe, un cavaliere, che deve liberare una fanciulla prigioniera del mostro. Perché una fanciulla? Il richiamo è senz'altro alla bellezza. Una bellezza che è momentaneamente imprigionata dalla bruttezza. Infatti, i draghi, pur immaginati in maniera diversa, hanno come comune denominatore l'essere brutti, orridi, spaventosi, mostruosi.<br />Anche qui il significato è chiaro. Il bene s'identifica con il bello e il male con il brutto. Ciò perché il bene affascina, scalda il cuore, attrae di suo. Il male, invece, angoscia, impressiona, turba. Quando trionfa il male, quando trionfa il peccato, quando trionfa l'ingiustizia, accade che il brutto imprigioni il bello. Ed ecco il dovere di far si che il bello trionfi, venga, appunto, liberato.<br /><br />TERZO: LA MENZOGNA VA SCONFITTA E UCCISA<br />Come abbiamo detto prima, nell'immaginario fantastico i draghi vengono spesso rappresentati come esseri che sputano fuoco. Il fuoco richiama, da una parte, le fiamme dell'inferno, cioè il luogo dove il ribelle Lucifero fu precipitato; dall'altra, richiama la menzogna, il falso, l'errore, che non a caso vengono sempre "sputati", cioè affermati e propagandati, dal male.<br />Da qui la necessità di combattere contro i draghi che vuol dire combattere contro le menzogne. I draghi vanno sconfitti e uccisi. Infatti la menzogna va sconfitta e uccisa.<br />Qui va fatta una digressione. In opposizione a queste concezioni tipiche dell'occidente cristiano, in estremo oriente il drago è invece visto come simbolo di buona sorte, addirittura in grado di produrre elisir dell'immortalità. Ma l'aspetto significativo è che il drago rappresenta l'essenza primigenia della cosmologia taoista, ovvero il legame indissolubile tra yang e yin. Ora, questi due principi vanno intesi monisticamente come superamento della contraddizione. Secondo il Taoismo gli opposti devono coincidere e compenetrarsi: il bene è anche male e il male è anche bene; nel bene c'è anche del male e nel male c'è anche del bene. Insomma, anche attraverso questo simbolo (il drago) si coglie bene quanto discutibili sul piano morale siano queste culture.<br />Conclusione: i draghi vanno sconfitti [...] perché essi simboleggiano l'errore, il male e il brutto. Ecco perché Chesterton amava dire: "Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini sanno già che i draghi esistono. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi".]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/26772681</guid><pubDate>Tue, 05 May 2020 15:46:37 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/26772681/le_tre_lezioni_della_lotta_contro_il_drago.mp3" length="5962186" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6115

LE TRE LEZIONI DELLA LOTTA CONTRO IL DRAGO
Si conosce molto poco della vita di san Giorgio. Si sa che visse in Palestina e che morì nella piccola città di Lidda, sempre in...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6115" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6115</a><br /><br />LE TRE LEZIONI DELLA LOTTA CONTRO IL DRAGO<br />Si conosce molto poco della vita di san Giorgio. Si sa che visse in Palestina e che morì nella piccola città di Lidda, sempre in Palestina. Morì martire verso il 303, quindi prima dell'avvento di Costantino. E proprio a Lidda fu innalzata una basilica in suo onore.<br />San Giorgio divenne famosissimo durante il medioevo ed è tuttora molto famoso in quanto santo patrono dell'Inghilterra.<br />A san Giorgio è legata una leggenda secondo la quale sarebbe riuscito a combattere contro un drago per liberare una fanciulla di nome Alessandra, che diventerà cristiana grazie all'impresa del Santo.<br />Nelle fiabe e nelle saghe la vittoria sui draghi costituisce spesso una prova che l'eroe deve superare per ottenere un bene. Un bene che può essere un tesoro o, appunto, la liberazione di una fanciulla prigioniera.<br />Il Cristianesimo ha sempre visto nel drago il demonio, in particolar modo Lucifero ribelle che poi viene sconfitto da san Michele e precipitato nell'inferno: "(...) apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi (...)." (Apocalisse 12)<br />Allora soffermiamoci su tre elementi.<br /><br />PRIMO: CIÒ CHE CONTA È ESSERE DALLA PARTE DEL VERO E DEL BENE<br />L'uomo, di per sé fragile, può riuscire a sconfiggere un drago, che è un essere ben superiore all'uomo; un essere che può volare; che può perfino sputare fuoco dalle narici.<br />Il significato è chiaro. La forza vale fino ad un certo punto. Ciò che conta è essere dalla parte del vero e del bene. Se si è dalla parte giusta, da Dio si otterrà la forza per compiere anche ciò che naturalmente sembra impossibile.<br /><br />SECONDO: IL BENE S'IDENTIFICA CON IL BELLO E IL MALE CON IL BRUTTO<br />Le leggende che vedono la presenza dei draghi spesso narrano di un eroe, un cavaliere, che deve liberare una fanciulla prigioniera del mostro. Perché una fanciulla? Il richiamo è senz'altro alla bellezza. Una bellezza che è momentaneamente imprigionata dalla bruttezza. Infatti, i draghi, pur immaginati in maniera diversa, hanno come comune denominatore l'essere brutti, orridi, spaventosi, mostruosi.<br />Anche qui il significato è chiaro. Il bene s'identifica con il bello e il male con il brutto. Ciò perché il bene affascina, scalda il cuore, attrae di suo. Il male, invece, angoscia, impressiona, turba. Quando trionfa il male, quando trionfa il peccato, quando trionfa l'ingiustizia, accade che il brutto imprigioni il bello. Ed ecco il dovere di far si che il bello trionfi, venga, appunto, liberato.<br /><br />TERZO: LA MENZOGNA VA SCONFITTA E UCCISA<br />Come abbiamo detto prima, nell'immaginario fantastico i draghi vengono spesso rappresentati come esseri che sputano fuoco. Il fuoco richiama, da una parte, le fiamme dell'inferno, cioè il luogo dove il ribelle Lucifero fu precipitato; dall'altra, richiama la menzogna, il falso, l'errore, che non a caso vengono sempre "sputati", cioè affermati e propagandati, dal male.<br />Da qui la necessità di combattere contro i draghi che vuol dire combattere contro le menzogne. I draghi vanno sconfitti e uccisi. Infatti la menzogna va sconfitta e uccisa.<br />Qui va fatta una digressione. In opposizione a queste concezioni tipiche dell'occidente cristiano, in estremo oriente il drago è invece visto come simbolo di buona sorte, addirittura in grado di produrre elisir dell'immortalità. Ma l'aspetto significativo è che il drago rappresenta l'essenza primigenia della cosmologia taoista, ovvero il legame indissolubile tra yang e yin. Ora, questi due principi vanno intesi monisticamente come superamento della contraddizione. 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Un fatto, questo, che aiuta ad avere una prima idea della grandezza di questa mistica, relativamente poco conosciuta. Caterina ne era divenuta devotissima grazie anche alla biografia composta dal proprio direttore spirituale, il beato Raimondo da Capua (c. 1330-1399), che si accinse a scrivere di Agnese al tempo in cui divenne confessore nel monastero di Montepulciano dove la santa aveva vissuto i suoi ultimi anni terreni. La sua vita fu costellata di prodigi a partire dalla nascita, quando nella sua camera apparvero d'un tratto svariati ceri ardenti. La piccola rivelò da subito un fervido spirito di orazione e ad appena nove anni entrò tra le "monache del sacco" del suo paese natale, così chiamate per il loro abito ruvido.<br /><br />BADESSA A QUINDICI ANNI<br />Agnese crebbe in pietà sotto la guida di suor Margherita, maestra delle novizie. Più volte venne vista levitare e un giorno, durante una delle sue continue meditazioni sulla Passione di Gesù, la carità divina la sollevò fino a farle abbracciare il crocifisso posto sull'altare. Ancora adolescente si vide consegnare tre piccole pietre dalla Madonna: "Figlia mia, prima di morire costruirai un monastero in mio onore, prendi queste tre pietruzze e ricordati che il tuo edificio dovrà essere fondato sulla fede costante e la confessione dell'altissima e indivisibile Trinità". Per la fama di santità che la circondava già da ragazzina, fu chiamata a guidare il nuovo monastero che le "monache del sacco" avevano fondato nella vicina Proceno (provincia di Viterbo): Agnese, con dispensa di papa Martino IV, divenne così badessa ad appena quindici anni, un ufficio che accettò per obbedienza. Durante il rito di insediamento e la solenne benedizione impartita dal vescovo, sull'altare discese dell'abbondante manna, i cui grani avevano la forma di una croce.<br />Sant'Agnese partecipò in modo straordinario alle sofferenze di Gesù e la sua anima era tutta incline a stare unita a Lui. Una volta, nella notte dell'Assunzione, la Beata Vergine le apparve con in braccio il divin Bambino e glielo offrì perché potesse baciarlo. Agnese non avrebbe voluto separarsene ma, non potendo altro, afferrò la piccola croce che Gesù Bambino portava al collo, ancora oggi conservata ed esposta al culto nel giorno della sua festa. Le dure penitenze a cui si sottopose durante la sua ventennale permanenza a Proceno le costarono una grave malattia, che andò peggiorando al suo ritorno a Montepulciano. Qui la santa, memore di quanto chiestole dalla Madre celeste e dopo aver ottenuto il permesso del vescovo di Arezzo Ildebrandino Guidi, fondò nel 1306 il monastero di Santa Maria Novella, che divenne un centro di spiritualità domenicana.<br /><br />LE APPARIZIONI ANGELICHE<br />Il connubio tra amore e dolore, che la elevò alla santità, è ben visibile anche nelle molte apparizioni angeliche da lei ricevute. Nella sua seconda fase a Montepulciano, un angelo la condusse misticamente per nove domeniche consecutive sotto un ulivo, dove le fu dato da bere il calice della Passione. Per curare la sua salute i superiori la inviarono alle terme di Chianciano. La santa non guarì, ma grazie a lei sgorgò una nuova sorgente che si rivelò miracolosa (e tuttora porta il suo nome), come in occasione del prodigio compiuto su una bambina con una profonda ferita, che la stessa Agnese risanò immergendola nell'acqua. Ormai in agonia, disse alle consorelle piangenti: "Se mi amaste veramente, non piangereste così; gli amici si rallegrano del bene che capita ai loro amici. Il più grande bene che mi possa capitare è di andarmene allo Sposo. Siate fedeli a uno Sposo così buono!". E aggiunse: "Il mio amato mi appartiene, io non lo abbandonerò più!". La Chiesa di Sant'Agnese a Montepulciano custodisce ancora oggi, dentro una teca di vetro, il suo corpo incorrotto.<br /><br />Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Ermes Dovico, nell'articolo seguente racconta in breve la vita di Santa Caterina da Siena.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 29 aprile 2020:<br />Le stimmate, le estasi, i colloqui con Dio, le bilocazioni furono alcune delle innumerevoli grazie ricevute da Caterina da Siena (1347-1380), compatrona d'Italia e d'Europa. E a queste grazie la santa corrispose consumandosi di passione per la Chiesa e per Cristo crocifisso, da lei a volte invocato così: «O pazzo d'amore!». I suoi 33 anni di vita terrena, uno dei tanti segni della sua appartenenza totale a Gesù, furono accompagnati da straordinari doni mistici fin dall'infanzia, uniti a una carità verso poveri e ammalati che scuoteva i cuori più induriti. Ventiquattresima dei 25 figli di Lapa e Jacopo Benincasa (un tintore), Caterina ebbe ad appena sei anni la prima importante visione: vide il cielo aperto con Gesù in trono nell'atto di benedirla, coronato della tiara papale e ricoperto da un manto rosso, con al fianco i santi Pietro, Paolo e Giovanni Evangelista.<br />Era nata in piena Cattività avignonese (1309-1377), la lunga fase di crisi della Chiesa in cui la sede del papato venne stabilita ad Avignone, lontano da dove Pietro e Paolo avevano patito il martirio. Quella prima esperienza soprannaturale fu come un anticipo della sua missione, volta a riportare a Roma il papa, che lei chiamava «il dolce Cristo in terra». Pochi mesi dopo fece voto di verginità, ma verso i 12 anni i genitori cercarono di darla in moglie.<br />Memore del voto e della richiesta fatta alla Madonna, alla quale aveva domandato di darle in sposo il Figlio, la santa resistette. Arrivò a tagliarsi i capelli e a coprirsi il capo con un velo. Il padre si decise infine a dare il suo assenso alla volontà della figlia, dopo averla vista assorta in preghiera mentre sul suo capo aleggiava una colomba. A 16 anni poté entrare in via eccezionale, anche stavolta grazie alla Provvidenza, tra le "mantellate" del Terzo ordine domenicano (vi accedevano solo vedove e donne adulte), così chiamate per il mantello nero sull'abito bianco.<br />Alla fine del Carnevale del 1367 arrivò il momento tanto atteso da Caterina: le nozze mistiche con Cristo, che le mise al dito un anello visibile solo a lei, tra il tripudio della Vergine e di una schiera di santi. Tre anni più tardi iniziò a formarsi la "Bella Brigata", fatta da uomini e donne, religiosi e laici, affascinati dal carisma della santa e detti "caterinati". Costoro accompagneranno Caterina nei suoi spostamenti e l'aiuteranno nelle sue opere di carità verso gli infermi, da lei amorevolmente assistiti, ancor più se si trattava di malati contagiosi. Più erano abbandonati più vedeva in loro il volto di Cristo. Intanto, il Signore le aveva donato il Cuore durante un'estasi alla chiesa del convento: «Qui le apparve Gesù circondato da luce che le aprì il petto e le porse il suo Cuore, dicendo: "Ecco carissima figlia mia, siccome io l'altro giorno ti tolsi il cuore, così ora ti do il Mio per il quale tu sempre vivi"», scriverà il suo primo biografo, il beato Raimondo da Capua, che i domenicani le avevano assegnato come confessore personale nel 1374.<br />Quattro anni prima la santa aveva già iniziato a scrivere o dettare, grazie al dono della scienza infusa (che rimediò al suo analfabetismo), una gran quantità di lettere. Se ne conservano 381, dirette a pontefici, vescovi, regnanti e altre illustri personalità del Trecento. Le sue lettere avevano toni fermissimi ma sempre dettati dall'amore materno, per la salvezza delle anime e l'instaurazione del Regno di Cristo in terra: «Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di grazia senza la santa giustizia», ammoniva infatti. Usava presentarsi così: «Io Catarina, serva e schiava de' servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso Sangue suo».<br />L'1 aprile 1375 ricevette le stimmate, che per sua esplicita richiesta a Dio rimasero invisibili, comparendo solo poco prima di morire. L'anno successivo il suo consiglio ardente fu fondamentale per vincere gli ultimi timori di papa Gregorio XI (al quale erano giunte notizie di gravi disordini a Roma) e convincerlo che il suo ritorno nell'Urbe, compiutosi nel gennaio 1377, era precisa volontà divina.<br />Alla morte di Gregorio, la santa dovette patire un'altra immensa passione ecclesiale: l'inizio dello Scisma d'Occidente (1378-1417), causato dallo strappo dei cardinali francesi che elessero il proprio antipapa. Ormai quasi impossibilitata a camminare, si recava ogni mattina a San Pietro: «Mi pare che questo tempo io lo debba confirmare con un nuovo martirio nella dolcezza dell'anima mia, cioè nella santa Chiesa». In quegli ultimi anni nacque il magnifico Dialogo della Divina Provvidenza (che nel 1970 le varrà la proclamazione a Dottore della Chiesa), dove il Padre eterno le rivelò che il Figlio incarnato è il ponte tra cielo e terra, frutto della sua Misericordia: «Vedendo la mia bontà che voi non potevate in altro modo esser tratti a Me, Lo mandai sulla terra [...]. Non poteva mostrarvi maggior amore, che dando la vita per voi. A forza dunque l'uomo è tratto dall'Amore, purché nella sua ignoranza non faccia resistenza a lasciarsi tirare».<br />Dopo settimane di agonia, emise l'ultimo respiro terreno alle tre del pomeriggio, dicendo dolcemente: «Padre, nelle tue mani raccomando l'anima e lo spirito mio».]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/26772395</guid><pubDate>Tue, 05 May 2020 15:43:11 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/26772395/santa_caterina_e_sant_agnese.mp3" length="11230562" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6116

SANTA CATERINA DA SIENA E SANT'AGNESE DA MONTEPULCIANO di Ermes Dovico
Nel 1374 Nostro Signore rivelò a santa Caterina da Siena che in Paradiso avrebbe goduto di una gloria pari a...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6116" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6116</a><br /><br />SANTA CATERINA DA SIENA E SANT'AGNESE DA MONTEPULCIANO di Ermes Dovico<br />Nel 1374 Nostro Signore rivelò a santa Caterina da Siena che in Paradiso avrebbe goduto di una gloria pari a quella di sant'Agnese da Montepulciano (c. 1268-1317). Un fatto, questo, che aiuta ad avere una prima idea della grandezza di questa mistica, relativamente poco conosciuta. Caterina ne era divenuta devotissima grazie anche alla biografia composta dal proprio direttore spirituale, il beato Raimondo da Capua (c. 1330-1399), che si accinse a scrivere di Agnese al tempo in cui divenne confessore nel monastero di Montepulciano dove la santa aveva vissuto i suoi ultimi anni terreni. La sua vita fu costellata di prodigi a partire dalla nascita, quando nella sua camera apparvero d'un tratto svariati ceri ardenti. La piccola rivelò da subito un fervido spirito di orazione e ad appena nove anni entrò tra le "monache del sacco" del suo paese natale, così chiamate per il loro abito ruvido.<br /><br />BADESSA A QUINDICI ANNI<br />Agnese crebbe in pietà sotto la guida di suor Margherita, maestra delle novizie. Più volte venne vista levitare e un giorno, durante una delle sue continue meditazioni sulla Passione di Gesù, la carità divina la sollevò fino a farle abbracciare il crocifisso posto sull'altare. Ancora adolescente si vide consegnare tre piccole pietre dalla Madonna: "Figlia mia, prima di morire costruirai un monastero in mio onore, prendi queste tre pietruzze e ricordati che il tuo edificio dovrà essere fondato sulla fede costante e la confessione dell'altissima e indivisibile Trinità". Per la fama di santità che la circondava già da ragazzina, fu chiamata a guidare il nuovo monastero che le "monache del sacco" avevano fondato nella vicina Proceno (provincia di Viterbo): Agnese, con dispensa di papa Martino IV, divenne così badessa ad appena quindici anni, un ufficio che accettò per obbedienza. Durante il rito di insediamento e la solenne benedizione impartita dal vescovo, sull'altare discese dell'abbondante manna, i cui grani avevano la forma di una croce.<br />Sant'Agnese partecipò in modo straordinario alle sofferenze di Gesù e la sua anima era tutta incline a stare unita a Lui. Una volta, nella notte dell'Assunzione, la Beata Vergine le apparve con in braccio il divin Bambino e glielo offrì perché potesse baciarlo. Agnese non avrebbe voluto separarsene ma, non potendo altro, afferrò la piccola croce che Gesù Bambino portava al collo, ancora oggi conservata ed esposta al culto nel giorno della sua festa. Le dure penitenze a cui si sottopose durante la sua ventennale permanenza a Proceno le costarono una grave malattia, che andò peggiorando al suo ritorno a Montepulciano. Qui la santa, memore di quanto chiestole dalla Madre celeste e dopo aver ottenuto il permesso del vescovo di Arezzo Ildebrandino Guidi, fondò nel 1306 il monastero di Santa Maria Novella, che divenne un centro di spiritualità domenicana.<br /><br />LE APPARIZIONI ANGELICHE<br />Il connubio tra amore e dolore, che la elevò alla santità, è ben visibile anche nelle molte apparizioni angeliche da lei ricevute. Nella sua seconda fase a Montepulciano, un angelo la condusse misticamente per nove domeniche consecutive sotto un ulivo, dove le fu dato da bere il calice della Passione. Per curare la sua salute i superiori la inviarono alle terme di Chianciano. La santa non guarì, ma grazie a lei sgorgò una nuova sorgente che si rivelò miracolosa (e tuttora porta il suo nome), come in occasione del prodigio compiuto su una bambina con una profonda ferita, che la stessa Agnese risanò immergendola nell'acqua. Ormai in agonia, disse alle consorelle piangenti: "Se mi amaste veramente, non piangereste così; gli amici si rallegrano del bene che capita ai loro amici. Il più grande bene che mi possa capitare è di andarmene allo Sposo. Siate...]]></itunes:summary><itunes:duration>702</itunes:duration><itunes:keywords>agnese,caterina,confessore,montepulciano,siena</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/c674cb9a8d5e37628a3323de4f20d453.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Santa Giacinta di Fatima moriva 100 anni fa per il virus della spagnola (milioni di morti)</title><link>https://www.spreaker.com/episode/santa-giacinta-di-fatima-moriva-100-anni-fa-per-il-virus-della-spagnola-milioni-di-morti--23457994</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6039" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6039</a><br /><br />SANTA GIACINTA DI FATIMA MORIVA 100 ANNI FA PER IL VIRUS DELLA SPAGNOLA (MILIONI DI MORTI) di Cristina Siccardi<br />Mentre il mondo combatte contro il Coronavirus del 2020 (Covid-19), dove l'Italia è il terzo Paese al mondo per numero di contagi, in questi giorni si è celebrato un centenario di grande importanza, silenziato dalla Chiesa e dai media, ma molto sentito da tutti quei prelati, sacerdoti, monaci, monache e fedeli rimasti cattolici e, quindi, seriamente devoti alla Madonna di Fatima. Il 20 febbraio 1920 moriva, infatti, a dieci anni, santa Giacinta Marto a causa della pandemia del virus della Spagnola (influenza H1N1), come suo fratello Francesco. Fra il 1918 e il 1920 la pandemia causata da quel virus contagiò circa 500 milioni di persone, inclusi alcuni abitanti di remote isole dell'Oceano Pacifico e del Mar Glaciale Artico, provocando il decesso di 50-100 milioni di individui (dal tre al cinque per cento della popolazione mondiale dell'epoca), più vittime della peste nera del XIV secolo. Ma veniamo a Giacinta. Uno dei suoi divertimenti preferiti, insieme a Francesco e alla cugina Lucia, era quello di gridare ad alta voce, dall'alto dei monti, seduta sulla roccia. Il nome che più echeggiava era quello della Madonna. A volte proprio lei, «quella a cui la Vergine Santissima ha comunicato maggior abbondanza di grazie e maggior conoscenza di Dio e della virtù», come scriverà suor Lucia dos Santos, recitava tutta l'Ave Maria, pronunciando la parola seguente soltanto quando l'eco riproduceva per intero quella precedente. Tale innocentissima preghiera di bambina, quasi surreale, dove il soprannaturale si sovrapponeva al naturale, riecheggia nelle nostre coscienze quando veniamo a sapere che proprio lei sacrificò la sua vita per i «poveri peccatori», per la Chiesa e per il Papa.<br /><br />LO SGUARDO DI GIACINTA<br />L'unica pubblicazione degna di nota, uscita in questi giorni per rendere omaggio alla piccola e grandissima bimba del Portogallo, è stato il libro di Padre Serafino Tognetti, dal semplice titolo Giacinta (Etabeta, pp.134, € 12,00). L'autore le ha dedicato una biografia non solo perché si tratta di un anniversario che non può e non deve essere trascurato, ma perché ella rappresenta quella militanza di cui oggi la Chiesa ha assoluto bisogno. Un giorno ha detto il monaco dei Figli di Dio, primo superiore della Comunità dopo la scomparsa di Don Divo Barsotti, che abbiamo bisogno dello sguardo di Giacinta, quello dei lottatori, di coloro che sanno che la vittoria sul male costa sudore e sangue. E il mondo ha paura del suo sguardo severo: sono occhi che parlano di Dio e della Sua Grazia, degli uomini e dei loro peccati.<br />Giacinta, che era stata, fino al momento delle apparizioni dell'Angelo del Portogallo (1916) e quelle di Nostra Signora di Fatima, una bambina solare, allegra, spensierata, che amava cantare e ballare, si trasforma e diventa, come stanno a dimostrare sia le testimonianze che le fotografie che la ritraggono, serissima e con pupille che trafiggono come lame lucenti. «"Mentre Giacinta sembrava preoccupata nell'unico pensiero di convertire i peccatori e salvare le anime dall'Inferno, Francesco sembrava che pensasse solo a consolare Gesù e la Madonna, che aveva contemplato molto tristi" [dalle Memorie di suor Lucia, ndr]. Entrambi si piazzano sotto la croce, guardano Gesù crocifisso, ma Giacinta tiene un piede anche sulla porta dell'Inferno, perché ciò che vide il 13 luglio del '17 fu impresso in lei con ferro rovente, ed ella non potrà mai dimenticare quell'agghiacciante visione. [...] Giacinta, ne siamo sicuri, è un'anima che ottiene. La sua preghiera è accolta proprio per la sua sincerità totale, assoluta, senza macchia. Se questa fu la sua potenza mediatrice sulla terra, lo sarà probabilmente anche adesso in Cielo» (pp. 22).<br /><br />SACRIFICIO E MORTIFICAZIONI<br />Il profilo che Lucia tratteggia della cuginetta è straordinario: è il ritratto dei puri di cuore. Giacinta era insaziabile nella pratica del sacrificio e delle mortificazioni. Agli inizi del mese di luglio del 1919, entrò in ospedale, contagiata dalla Spagnola. Sua madre le chiese che cosa desiderasse e la piccola chiese la presenza di Lucia. La visita fu tutto un parlare delle sofferenze offerte per i peccatori al fine di allontanarli dall'Inferno, ma anche per il Sommo Pontefice. Scrive nelle Memorie suor Lucia: «Tu rimani qua per dire che Dio vuole istituire nel mondo la devozione al Cuore Immacolato di Maria. Quando ce ne sarà l'occasione, non ti nascondere. Di' a tutti che Dio ci concede le grazie per mezzo del Cuore Immacolato di Maria; che le domandino a Lei, che il Cuore di Gesù vuole che vicino a Lui, sia venerato il Cuore Immacolato di Maria. Chiediamo la pace al Cuore Immacolato di Maria; Dio la mise nelle mani di Lei. S'io potessi mettere nel cuore di tutti, il fuoco che mi brucia qui nel petto e mi fa amare tanto il Cuore di Gesù e il Cuore di Maria!». Nelle sue manifestazioni Giacinta cammina sempre sul crinale della vita eterna, con l'abisso della dannazione che si spalanca sotto i suoi piedi: ella ragiona come il vero cattolico medievale, ovvero trascendendo il mondo con il suo benessere materiale, perseguendo soltanto la via del Cielo, per questo ella sopportava tante sofferenze e tante ingiustizie (comprese le drammatiche vessazioni di tutti coloro che non credevano ai pastorelli di Fatima).<br /><br />IL SENSO DELLE COSE<br />«Se sapessero...» ripeteva sempre, pensando agli uomini dei tempi moderni. Sapessero che cosa? «Che gli atti di questa vita terrena hanno una valenza eterna. Questo è il grande problema dell'uomo di oggi: non sapendo più che cosa sta a fare al mondo, cerca affannosamente il senso delle cose, senza mai trovarlo» (p. 97). Diceva ancora Giacinta che le persone non pensano alla morte di Gesù. Don Divo Barsotti, dal canto suo, affermava che «"Gesù è diventato un pretesto per parlare d'altro". Si inizia a parlare del Cristo, si finisce col parlare di politica» (ibidem). La Passione di Cristo è una passione per i figli del Padre e in ogni uomo c'è il prezzo del sangue divino, c'è la nobiltà della Santa Croce. Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo, perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.<br />Dall'ultima apparizione di Fatima del 13 ottobre 1917 al dies natalis di Giacinta trascorsero 28 mesi: è in questo tempo che si santificò, spogliandosi totalmente di se stessa per servire umilmente Gesù, per consolarLo, per farLo contento con i mezzi che la Madre di Dio aveva rivelato alla Cova d'Iria: la preghiera, il Santo Rosario, la rinuncia, il sacrificio. Invero, la penitenza è l'unico mezzo per assurgere a Cristo Signore, ben lo sanno i Santi. Giacinta morì completamente povera e sola nell'ospedale di Lisbona, e non ebbe neppure la consolazione di ricevere la santa Comunione, perché le venne negata.<br />La fede di Giacinta è quella dei Santi di Dio, non quella da salotto. È una fede virile, forte, che non fa sconti a se stessi ed è coraggiosa, va all'arma bianca: da soli contro il nemico, il demonio e le sue tentazioni, quelle che portano al peccato. La guerra terribile non è contro il mondo, ma è contro se stessi e chi vince quella guerra si fa partecipe della Redenzione dell'Unico Salvatore.<br />L'internazionale Carnevale di Venezia è stato abolito in questo Anno Domini 2020 per limitare i contagi dal Coronavirus e la Quaresima, quest'anno, inizia con la quarantena di molti. Approfittiamo di questo tempo di castighi e di misericordia per ascoltare e mettere in pratica, finalmente, gli insegnamenti della Madonna di Fatima, che santa Giacinta prese alla lettera sine glossa.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/23457994</guid><pubDate>Tue, 03 Mar 2020 19:00:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/23457994/santa_giacinta.mp3" length="10959724" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6039

SANTA GIACINTA DI FATIMA MORIVA 100 ANNI FA PER IL VIRUS DELLA SPAGNOLA (MILIONI DI MORTI) di Cristina Siccardi
Mentre il mondo combatte contro il Coronavirus del 2020 (Covid-19),...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6039" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6039</a><br /><br />SANTA GIACINTA DI FATIMA MORIVA 100 ANNI FA PER IL VIRUS DELLA SPAGNOLA (MILIONI DI MORTI) di Cristina Siccardi<br />Mentre il mondo combatte contro il Coronavirus del 2020 (Covid-19), dove l'Italia è il terzo Paese al mondo per numero di contagi, in questi giorni si è celebrato un centenario di grande importanza, silenziato dalla Chiesa e dai media, ma molto sentito da tutti quei prelati, sacerdoti, monaci, monache e fedeli rimasti cattolici e, quindi, seriamente devoti alla Madonna di Fatima. Il 20 febbraio 1920 moriva, infatti, a dieci anni, santa Giacinta Marto a causa della pandemia del virus della Spagnola (influenza H1N1), come suo fratello Francesco. Fra il 1918 e il 1920 la pandemia causata da quel virus contagiò circa 500 milioni di persone, inclusi alcuni abitanti di remote isole dell'Oceano Pacifico e del Mar Glaciale Artico, provocando il decesso di 50-100 milioni di individui (dal tre al cinque per cento della popolazione mondiale dell'epoca), più vittime della peste nera del XIV secolo. Ma veniamo a Giacinta. Uno dei suoi divertimenti preferiti, insieme a Francesco e alla cugina Lucia, era quello di gridare ad alta voce, dall'alto dei monti, seduta sulla roccia. Il nome che più echeggiava era quello della Madonna. A volte proprio lei, «quella a cui la Vergine Santissima ha comunicato maggior abbondanza di grazie e maggior conoscenza di Dio e della virtù», come scriverà suor Lucia dos Santos, recitava tutta l'Ave Maria, pronunciando la parola seguente soltanto quando l'eco riproduceva per intero quella precedente. Tale innocentissima preghiera di bambina, quasi surreale, dove il soprannaturale si sovrapponeva al naturale, riecheggia nelle nostre coscienze quando veniamo a sapere che proprio lei sacrificò la sua vita per i «poveri peccatori», per la Chiesa e per il Papa.<br /><br />LO SGUARDO DI GIACINTA<br />L'unica pubblicazione degna di nota, uscita in questi giorni per rendere omaggio alla piccola e grandissima bimba del Portogallo, è stato il libro di Padre Serafino Tognetti, dal semplice titolo Giacinta (Etabeta, pp.134, € 12,00). L'autore le ha dedicato una biografia non solo perché si tratta di un anniversario che non può e non deve essere trascurato, ma perché ella rappresenta quella militanza di cui oggi la Chiesa ha assoluto bisogno. Un giorno ha detto il monaco dei Figli di Dio, primo superiore della Comunità dopo la scomparsa di Don Divo Barsotti, che abbiamo bisogno dello sguardo di Giacinta, quello dei lottatori, di coloro che sanno che la vittoria sul male costa sudore e sangue. E il mondo ha paura del suo sguardo severo: sono occhi che parlano di Dio e della Sua Grazia, degli uomini e dei loro peccati.<br />Giacinta, che era stata, fino al momento delle apparizioni dell'Angelo del Portogallo (1916) e quelle di Nostra Signora di Fatima, una bambina solare, allegra, spensierata, che amava cantare e ballare, si trasforma e diventa, come stanno a dimostrare sia le testimonianze che le fotografie che la ritraggono, serissima e con pupille che trafiggono come lame lucenti. «"Mentre Giacinta sembrava preoccupata nell'unico pensiero di convertire i peccatori e salvare le anime dall'Inferno, Francesco sembrava che pensasse solo a consolare Gesù e la Madonna, che aveva contemplato molto tristi" [dalle Memorie di suor Lucia, ndr]. Entrambi si piazzano sotto la croce, guardano Gesù crocifisso, ma Giacinta tiene un piede anche sulla porta dell'Inferno, perché ciò che vide il 13 luglio del '17 fu impresso in lei con ferro rovente, ed ella non potrà mai dimenticare quell'agghiacciante visione. [...] Giacinta, ne siamo sicuri, è un'anima che ottiene. La sua preghiera è accolta proprio per la sua sincerità totale, assoluta, senza macchia. Se questa fu la sua potenza mediatrice sulla terra, lo sarà probabilmente anche adesso in Cielo» (pp. 22).<br /><br...]]></itunes:summary><itunes:duration>685</itunes:duration><itunes:keywords>coronavirus,fatima,giacinta,morti,spagnola</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/b918d4b56ce1b6757d5b5759262e522f.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Carlo Acutis presto sarà proclamato beato</title><link>https://www.spreaker.com/episode/carlo-acutis-presto-sara-proclamato-beato--23165384</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6027" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6027</a><br /><br />CARLO ACUTIS PRESTO SARA' PROCLAMATO BEATO di Paolo Risso<br />Il 3 maggio 1991, a Londra, dove i suoi illustri genitori, Andrea e Antonia, si trovano in quel momento per motivi di lavoro, nasce Carlo Acutis. Nel settembre dello stesso anno, rientrano tutti e tre a Milano, la loro città.<br />Molto presto, Carlo si rivela un bambino di straordinaria intelligenza, quindi di una geniale capacità di utilizzare i computer e i programmi informatici. È affettuoso, vuole molto bene ai suoi genitori, trascorre del tempo con i nonni. Frequenta le scuole elementari e medie presso le Suore Marcelline di Milano, poi passa al Liceo Classico Leone XIII retto dai Padri Gesuiti. Ama il mare, i viaggi, le conversazioni, fa amicizia con i domestici di casa, è aperto a tutti e a tutti rivolge saluto e parola. Ha un temperamento solare, senza alcuna difficoltà a parlare con i nobili o con i mendicanti che incontra per strada. Nessuno è mai escluso dal suo cuore davvero buono.<br /><br />TUTTO PER GESÙ<br />Ma che cosa distingue Carlo da tanti suoi coetanei? Nel corso della sua esistenza, molto presto ha scoperto una Persona singolare: Gesù Cristo, e di Lui, crescendo, si innamora perdutamente. Fin, da piccolo, l'incontro con Gesù sconvolge la sua vita. Carlo trova in Lui l'Amico, il Maestro, il Salvatore, la Ragione stessa della sua esistenza. Senza Gesù nel suo vivere quotidiano, non si comprende nulla della sua vita, in tutto simile a quella dei suoi amici, ma che custodisce in sé questo invincibile Segreto.<br />Cresce in un ambiente profondamente cristiano, in cui la fede è vissuta e testimoniata con le opere, ma è lui che sceglie liberamente di seguire Gesù con grande entusiasmo. In un mondo basato sull'effimero e sulla volgarità, testimonia Gesù e il suo Vangelo, che i più hanno smarrito o dimenticato, che molti combattono. Non ha paura di presentarsi come un'eccezione al mondo (ebbene, lo sia!) e di andare contro-corrente, contro la mentalità imperante oggi.<br />Sa che per seguire Gesù, occorrono una grande umiltà e un gran sacrificio. I suoi modelli sono i Pastorelli di Fatima, Giacinta e Francesco Marto, S. Domenico Savio e S. Luigi Gonzaga, e poi S. Tarcisio martire per l'Eucaristia. Carlo, con continua coerenza e non in modo passeggero, si inserisce in questo stuolo di piccoli che con la loro esistenza narrano la gloria di Gesù. Si impegna fino al sacrificio per vivere continuamente nell'amicizia e nella grazia con Gesù. Trova, assai presto per la sua vita, due colonne fondamentali: l'Eucaristia e la Madonna.<br /><br />L'OSTIA LO TRASFORMA<br />La sua vita è interamente eucaristica: non solo ama e adora profondamente il Corpo e il Sangue di Gesù, ma ne accoglie in sé l'aspetto oblativo e sacrificale. Già innanzi la sua 1a Comunione, ricevuta a soli 7 anni nel monastero delle Romite di S. Ambrogio ad Nemus, di Perego, poi sempre di più, alimenta una grande devozione al SS. Sacramento dell'altare, in cui sa e crede che Gesù è realmente presente accanto alle sue creature, come Dio e l'Amico più grande che esista. Partecipa alla Messa e alla Comunione – incredibile, ma vero anche per un ragazzo d'oggi – tutti i giorni. Dedica molto tempo alla preghiera silenziosa di adorazione davanti al Tabernacolo, dove sembra rapito dall'amore. Proprio così: dal Mistero eucaristico, impara a comprendere l'infinito amore di Gesù per ogni uomo.<br />Tutto questo è una continua "scuola" di dedizione così che non gli basta essere onesto e buono, ma sente che deve donarsi a Dio e servire i fratelli: tendere alla santità, essere santo! Nasce di lì, il suo zelo per la salvezza delle anime. Non si limita a pregare, ciò che è già grande cosa, ma parla spesso di Gesù, della Madonna, dei Novissimi (=le ultime cose: morte, giudizio di Dio, inferno, paradiso) e del rischio di potersi perdere con il peccato mortale nella dannazione eterna.<br />Carlo cerca di aiutare soprattutto coloro che vivono lontani da Gesù immersi nell'indifferenza per Lui e nel peccato. Spesso si offre, prega e ripara i peccati e le offese compiute contro l'Amore divino, contro il Cuore di Gesù, che sente vivo e palpitante nell'Ostia consacrata. Come S. Margherita Maria Alacoque, anche lui alimenta dentro di sé il desiderio di condurre le anime al Cuore di Gesù, nel quale confida e si abbandona ogni giorno. In particolare, si comunica tutti i primi venerdì del mese per riparare i peccati e meritarsi il Paradiso, secondo la "grande promessa" di Gesù, nel 1675, a S. Margherita Maria. Tra i suoi scritti, le sue "note d'anima", forse l'affermazione più bella è proprio questa: "L'Eucaristia? È la mia autostrada per il Cielo!".<br />Questa sua assidua e quotidiana abitudine di accostarsi all'Eucaristia, vivifica e rinnova il suo ardore verso Gesù e fa di lui un suo intimo amico, come confermano i sacerdoti che lo hanno conosciuto da vicino e anche i suoi compagni. Gesù gli fa bruciare le tappe nel suo cammino di ascesa.<br />Ora ne conosciamo il perché: la sua esistenza sarebbe stata breve e la via della perfezione doveva essere percorsa da lui in poco tempo. Carlo non si sottrae e non si tira indietro e, pur sapendo di essere così diverso dalla società che lo circonda, sa anche che la santità è in realtà la norma della vita: si lascia condurre per mano, sicuro che Gesù ha scelto per lui "la parte migliore", che non gli verrà tolta. Prova dentro di sé la certezza di essere amato da Dio e tanto gli basta per essere a sua volta apostolo della Verità e dell'amore, che è Gesù stesso.<br /><br />ANNUNCIATORE DI GESÙ<br />È apprezzato e stimato dai suoi compagni di scuola, che lui aiuta sempre, anche se talvolta viene canzonato per la sua fede vivissima. Non è mai un alieno, ma è solo consapevole di aver incontrato Gesù e, per essergli fedele, è pronto anche a sfidare la maggioranza, "che ha solo ragione quando è nella Verità, mai perché è maggioranza". Quindi non teme le critiche e le derisioni, ma sa che sono ineluttabili per conquistare alla causa di Gesù compagni e amici. Sì, Carlo intende conquistare anime e ci sono dei non-cristiani, uomini di altre religioni, che per averlo conosciuto e parlato con lui, hanno chiesto il Battesimo nella Chiesa Cattolica.<br />È un genio del computer, nonostante e suoi versi anni, e un campione dello spirito, per la sua fede salda e operosa. I suoi compagni lo cercano per farsi insegnare a usare al meglio il computer, e Carlo, mentre spiega programmi e comandi, dirige il discorso verso le Verità eterne, verso Dio. Mobilitato e posseduto da Gesù Eucaristico, non perde occasione per evangelizzare e catechizzare. Il suo esempio trascina, la sua parola suadente spiega i Misteri della salvezza. Emana un fascino singolare, ha un ascendente straordinario, diremmo, un'autorevolezza che non è della sua età anagrafica. I suoi compagni sono ora concordi nel dire che Carlo è stato un vero testimone di Gesù e annunciatore del suo Vangelo.<br />Ha capito che è indispensabile un grande sforzo missionario per annunciare il Vangelo a tutti. Apprezza l'intuizione del Beato Giacomo Alberione (1884-+1971) a usare i mass-media a servizio del Vangelo. Il suo obiettivo è quello dei missionari più veri: giungere a quante più persone possibili per far loro conoscere la bellezza e la gioia dell'amicizia con Gesù.<br />In questa visione della realtà, prende come modello S. Paolo, l'apostolo delle genti, che impegna tutto se stesso per portare il Vangelo a ogni creatura, fino al sacrificio della vita.<br />È un vero figlio della Chiesa, Carlo Acutis: per la Chiesa, prega e offre sacrifici. Il suo pensiero continuo è rivolto al Papa, nel quale, Giovanni Paolo II o Benedetto XVI che sia, crede e vede il Vicario di Cristo: per il Papa offre penitenze e preghiere. Si appassiona a ascoltare il Magistero del Papa e a seguirlo. Matura così una conoscenza della Fede, fuori dal comune, tanto più se si considera la sua età: comprende e illustra concetti di fede con parole semplici e comprensibili, che neppure un teologo potrebbe utilizzare meglio.<br />Meraviglia e incanta sia il suo parroco sia i religiosi e le persone che incontra e lo ascoltano. Chi lo avvicina, se ne va con una certezza di fondo: che Gesù è davvero l'unico Salvatore atteso dall'umanità anche oggi e il solo che sa riempire a pieno il cuore dell'uomo.<br /><br />CONSACRATO ALLA MADONNA<br />L'altra colonna fondamentale su cui costruisce la sua vita è la Madonna: a Lei consacra più volte tutta la sua vita; a Lei ricorre nei momenti della necessità, certo che Maria SS.ma nulla rifiuta. È impossibile parlare di Carlo, senza considerare la sua forte devozione alla Madonna. È affascinato dalle sue apparizioni a Lourdes e a Fatima e ne vive il messaggio di conversione, penitenza e preghiera. Da Fatima, impara a amare il Cuore Immacolato di Maria, a pregare e a offrire sacrifici per riparare le offese che molti le arrecano.<br />Maria SS.ma è la sua Avvocata, la sua Mamma: è fedele, per amor suo, alla recita quotidiana del Rosario, diffonde la devozione mariana tra i conoscenti, visita i suoi santuari, Lourdes e Fatima compresi. Tra i "suoi" santi, predilige S. Bernardette Sobirous e i Beati Pastorelli di Fatima e parla di loro assai volentieri, per invitare molti a vivere i messaggi della Madonna. È impressionato dal racconto della visione dell'inferno, come riferito da suor Lucia di Fatima, e pertanto decide di aiutare più persone che può a salvarsi l'anima. Sembra impossibile per un ragazzo, eppure Carlo legge il Trattato del Purgatorio di S. Caterina Fieschi da Genova (1447-1510), in cui la santa descrive le pene delle anime in Puragatorio. Carlo offre preghiere, penitenze e Comunioni in loro suffragio.<br />In un mondo chiuso alla grande Verità della fede, Carlo scuote le coscienze e invita a guardare spesso all'"Aldilà", che non tramonta. In famiglia, nella scuola, in mezzo alla società, diventa testimone dell'Eternità.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/23165384</guid><pubDate>Tue, 25 Feb 2020 19:00:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/23165384/carlo_acutis_beato.mp3" length="12868544" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6027

CARLO ACUTIS PRESTO SARA' PROCLAMATO BEATO di Paolo Risso
Il 3 maggio 1991, a Londra, dove i suoi illustri genitori, Andrea e Antonia, si trovano in quel momento per motivi di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6027" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6027</a><br /><br />CARLO ACUTIS PRESTO SARA' PROCLAMATO BEATO di Paolo Risso<br />Il 3 maggio 1991, a Londra, dove i suoi illustri genitori, Andrea e Antonia, si trovano in quel momento per motivi di lavoro, nasce Carlo Acutis. Nel settembre dello stesso anno, rientrano tutti e tre a Milano, la loro città.<br />Molto presto, Carlo si rivela un bambino di straordinaria intelligenza, quindi di una geniale capacità di utilizzare i computer e i programmi informatici. È affettuoso, vuole molto bene ai suoi genitori, trascorre del tempo con i nonni. Frequenta le scuole elementari e medie presso le Suore Marcelline di Milano, poi passa al Liceo Classico Leone XIII retto dai Padri Gesuiti. Ama il mare, i viaggi, le conversazioni, fa amicizia con i domestici di casa, è aperto a tutti e a tutti rivolge saluto e parola. Ha un temperamento solare, senza alcuna difficoltà a parlare con i nobili o con i mendicanti che incontra per strada. Nessuno è mai escluso dal suo cuore davvero buono.<br /><br />TUTTO PER GESÙ<br />Ma che cosa distingue Carlo da tanti suoi coetanei? Nel corso della sua esistenza, molto presto ha scoperto una Persona singolare: Gesù Cristo, e di Lui, crescendo, si innamora perdutamente. Fin, da piccolo, l'incontro con Gesù sconvolge la sua vita. Carlo trova in Lui l'Amico, il Maestro, il Salvatore, la Ragione stessa della sua esistenza. Senza Gesù nel suo vivere quotidiano, non si comprende nulla della sua vita, in tutto simile a quella dei suoi amici, ma che custodisce in sé questo invincibile Segreto.<br />Cresce in un ambiente profondamente cristiano, in cui la fede è vissuta e testimoniata con le opere, ma è lui che sceglie liberamente di seguire Gesù con grande entusiasmo. In un mondo basato sull'effimero e sulla volgarità, testimonia Gesù e il suo Vangelo, che i più hanno smarrito o dimenticato, che molti combattono. Non ha paura di presentarsi come un'eccezione al mondo (ebbene, lo sia!) e di andare contro-corrente, contro la mentalità imperante oggi.<br />Sa che per seguire Gesù, occorrono una grande umiltà e un gran sacrificio. I suoi modelli sono i Pastorelli di Fatima, Giacinta e Francesco Marto, S. Domenico Savio e S. Luigi Gonzaga, e poi S. Tarcisio martire per l'Eucaristia. Carlo, con continua coerenza e non in modo passeggero, si inserisce in questo stuolo di piccoli che con la loro esistenza narrano la gloria di Gesù. Si impegna fino al sacrificio per vivere continuamente nell'amicizia e nella grazia con Gesù. Trova, assai presto per la sua vita, due colonne fondamentali: l'Eucaristia e la Madonna.<br /><br />L'OSTIA LO TRASFORMA<br />La sua vita è interamente eucaristica: non solo ama e adora profondamente il Corpo e il Sangue di Gesù, ma ne accoglie in sé l'aspetto oblativo e sacrificale. Già innanzi la sua 1a Comunione, ricevuta a soli 7 anni nel monastero delle Romite di S. Ambrogio ad Nemus, di Perego, poi sempre di più, alimenta una grande devozione al SS. Sacramento dell'altare, in cui sa e crede che Gesù è realmente presente accanto alle sue creature, come Dio e l'Amico più grande che esista. Partecipa alla Messa e alla Comunione – incredibile, ma vero anche per un ragazzo d'oggi – tutti i giorni. Dedica molto tempo alla preghiera silenziosa di adorazione davanti al Tabernacolo, dove sembra rapito dall'amore. Proprio così: dal Mistero eucaristico, impara a comprendere l'infinito amore di Gesù per ogni uomo.<br />Tutto questo è una continua "scuola" di dedizione così che non gli basta essere onesto e buono, ma sente che deve donarsi a Dio e servire i fratelli: tendere alla santità, essere santo! Nasce di lì, il suo zelo per la salvezza delle anime. Non si limita a pregare, ciò che è già grande cosa, ma parla spesso di Gesù, della Madonna, dei Novissimi (=le ultime cose: morte, giudizio di Dio, inferno, paradiso) e del rischio di potersi perdere con il...]]></itunes:summary><itunes:duration>805</itunes:duration><itunes:keywords>acutis,beato,carlo,ragazzo,sacramento</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3df4ee48eb7bcb93d660d653eb21f717.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il pianista ebreo convertito dal santissimo sacramento</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-pianista-ebreo-convertito-dal-santissimo-sacramento--22443825</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6003" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6003</a><br /><br />IL PIANISTA EBREO CONVERTITO DAL SANTISSIMO SACRAMENTO di Rino Cammilleri<br />Se andate su Wikipedia scoprirete che di Hermann Cohen ce ne sono due e tutti e due tedeschi. Uno era un filosofo kantiano, nato nel 1842 e morto a Berlino nel 1918. L'altro era un pianista di vent'anni più vecchio, ed è quello che qui ci interessa. Hermann Cohen era ebreo figlio di ebrei, padre e madre. Era uno dei quattro figli di David Abraham Cohen e Rosalie Benjamin. Cognome classico: Cohen, in ebraico «sacerdote».  Suo padre - altro classico - era un ricco banchiere. Lui nacque ad Amburgo nel 1821, appena dopo la bufera napoleonica. Fu messo in uno dei migliori collegi, come da tradizione delle famiglie facoltose. Eccelleva nelle lingue, ma si accorsero subito che era un prodigio al pianoforte. A sette anni già teneva concerti a Altona e Francoforte.<br /><br />UN TALENTO, TANTI VIZI<br />Hermann Cohen, portato in palmo di mano quale promessa, appena dodicenne si trasferì in quella che allora, grazie anche a Napoleone, era la capitale cultural del mondo: Parigi. Fu sua madre a prendere l'iniziativa: gli affari dei Cohen declinavano e lei puntò le sue carte su quel figlio prodigio. Si trasferì coi figli a Parigi. Il piccolo Hermann fu messo alla sua scuola dell'ungherese Franz Liszt. Non tardò a diventare il migliore allievo di cotanto maestro, che prese a considerarlo il suo pupillo e, addirittura, ad affibbiargli il vezzeggiativo Putzig, che in tedesco vuol dire «carino». Il Cohen in poco tempo divenne un concertista affermato e conteso. Il suo maestro frequentava il bel mondo, e pure il giovanotto tedesco era sempre presente nei migliori salotti, vezzeggiato dalle dame della nobiltà e perfino da scrittrici affermate come George Sand. Quando Liszt andò a Ginevra con la sua ultima fiamma, la contessa Marie d'Agoult, il giovane fu della partita. Qui nel 1835 la principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso gli organizzò un concerto. Esibizioni, applausi, ricevimenti, la stella del giovane Cohen era in ascesa e ascese senza interruzioni fino a finire nella spirale del vizio. In questo caso, quello del gioco, che portò l'astro nascente a non sapere come ripianare i debiti che in pochi anni aveva accumulato. Fu a Londra, dove suonò più volte, poi ad Amburgo per cercare prestiti. A Parigi strinse una relazione con una donna sposata. Insomma, non si faceva mancare nulla.<br /><br />IL SANTISSIMO GLI CAMBIA LA VITA<br />Ma il successo gli aveva dato alla testa, tanto che nel 1841 riuscì a litigare anche col suo maestro, Liszt, che lo accusò di essersi appropriato dei fondi dei concerti tenuti a Dresda. Non si parlarono più per vent'anni. Si distrasse con una artista di circo, Celeste Mogadar, ma la cosa finì presto. Aveva ventisette anni quando accadde (strano, il vostro Kattolico aveva la stessa età - e stesso segno zodiacale - quando accadde a lui). Chiamato a sostituire il direttore del coro in una chiesa parigina, aveva visto la cerimonia della benedizione col Santissimo. Lui, che prima del collegio aveva frequentato solo la scuola rabbinica, non capiva. Ma avvertì una particolare attrazione verso quell'oggetto. Ogni venerdì prese a tornare in quella chiesa per rivivere il singolare episodio. E lo riviveva, in effetti, tanto da cadere in ginocchio ogni volta. Ne parlò col prete e quello gli presentò Theodor Ratisbonne, ebreo convertito e ora prete cattolico, fratello di quel celebre Alphonse a cui era apparsa la Madonna nella chiesa di Sant'Andrea delle Fratte a Roma nel 1842. Era il 1847 e il Cohen dovette recarsi a Ems, in Germania, per un concerto. La domenica entrò in una chiesa cattolica e segui la messa. Gli amici che lo avevano accompagnato erano abituati, sì, alle stranezze d'artista, ma rimasero lo stesso di stucco quando videro il famoso Hermann Cohen, gagà, playboy, viveur, giocatore ed ebreo, sciogliersi in lacrime durante il rito. Tornato a Parigi si fece battezzare col nome di Augustin nella chiesa di Nostra Signora di Sion fondata dal Ratisbonne per gli ebrei convertiti. Poi, prima comunione e cresima dalle mani dell'arcivescovo Denis-Auguste Affre. Quest'ultimo morì l'anno dopo, colpito da una pallottola, mentre cercava di pacificare gli animi durante la rivoluzione che nel 1848 abbatté la Monarchia di luglio (quella liberale di Luigi Filippo d'Orléans, che nel 1830 aveva a sua volta detronizzato Carlo X, l'ultimo re «unto») e instaurò la Seconda Repubblica (poi fatta fuori da Napoleone III). Per i due anni seguenti la vita pubblica del Cohen non cambiò: doveva pagare i debiti e non poteva smettere di accettare ingaggi. Ma il tempo libero lo dedicava alla sua nuova passione: il Santissimo. Alla fine del 1848, passata l'ennesima rivoluzione francese e in attesa della successiva, insieme ad altri devoti ideò l'adorazione eucaristica notturna nella chiesa parigina di Notre Dame des Victoires. Scelta non casuale. La chiesa, oggi basilica, era stata fatta edificare da Luigi XIII come ex-voto. Quel re non riusciva a sconfiggere i calvinisti ugonotti, aiutati dall'Inghilterra, e chiudere per sempre la triste stagione delle guerre di religione in Francia. Nel 1628 finalmente cadde La Rochelle, ultima roccaforte protestante (all'assedio c'erano anche i letterari Tre Moschettieri) e il re fece costruire la chiesa dedicandola alla Madonna delle Vittorie. Liniziativa eucaristica notturna di Hermann Cohen si diffuse ben presto in altre chiese parigine e, da lì, in tutta la Francia. Ma il pianista aveva anche altro in mente, qualcosa di più radicale. Nel 1849 si fece frate carmelitano nel convento di Brussey col norne di Augustin du Très Sacré Sacrement. Nel 1851 venne ordinato sacerdote.<br /><br />LE SCUSE E LA NUOVA VITA<br />Quando pronunciò la sua prima omelia, nella chiesa parigina di Saint-Sulpice, la platea era composta soprattutto da curiosi. Infatti, la conversione e addirittura l'entrata in convento con annesso sacerdozio di uno dei più celebri musicisti d'Europa (e, a quel tempo, del mondo) aveva fatto scalpore e molti erano quelli venuti da ogni dove per vedere l'ex damerino e stella dei concerti adesso con la chierica carmelitana e vestito da prete papista. Nella predica, esordì col chiedere scusa alla città per gli scandali della sua vita dissipata. Poi disse chiaro che aveva cercato la gioia nel successo, gli svaghi, le amicizie altolocate. Ma non l'aveva trovata. Solo Cristo era stato capace di procurargliela. Il suo esempio finì col contagiare la sorella Henriette, che nel 1852 volle farsi battezzare da lui. Intanto in Francia il regime cambiava per l'ennesima volta. Il 2 dicembre, con un colpo di Stato, il presidente della repubblica Luigi Napoleone prendeva il potere per sempre. Ancora barricate, ancora morti, ancora repressioni, liste di proscrizione, deportazioni alla Cajenne. Il Secondo Impero fu proclamato nello stesso giorno del Primo. Fu dunque sotto Napoleone III che Henriette Cohen volle far battezzare anche suo figlio Georges che aveva pochi anni. Ma il padre di quest'ultimo non la prese bene e per tutta risposta chiuse il figlioletto in un collegio protestante. L'ostinazione di questo ragazzino nel voler restare cattolico, però, convinse Albert, fratello di Hermann, a farsi battezzare pure lui. Intanto, fra Augustin si dava da fare. Nel 1859 fu lui a riaprire, dopo decenni di rivoluzioni, il Carmelo di Lione. Ebbe anche la fortuna di visitare Jean-Marie Vianney, il famoso Curato d'Ars, pochi mesi prima che questi morisse. Nel 1862 andò a inaugurare un convento a Londra, dopo che il governo inglese aveva finalmente allentato i divieti nei confronti dei «papisti». Nel 1864 fu ammirato dal Times per avere affrontato da solo la folla che inveiva contro sei marinai cattolici che stavano per essere impiccati a Newgate e ai quali stava dando gli ultimi sacramenti. Nel 1868, quasi cieco per un glaucoma, si portò a Lourdes, dove ottenne la grazia della guarigione. Nel 1870 la sconfitta della Francia nella guerra franco-prussiana lo costrinse, in qualità di tedesco, a emigrare in Svizzera, a Montreux. Nell'esilio svizzero fu il cappellano di quelli che, come lui, dalla Francia erano dovuti scappare. Ma c'era un altro gregge, e più numeroso, senza pastore. Così, passò a Spandau, dalle parti di Berlino. Qui c'erano migliaia di prigionieri di religione cattolica. Lui ne fu il pastore ma finì per essere contagiato di vaiolo, malattia che lo portò alla morte nel 1871.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/22443825</guid><pubDate>Tue, 11 Feb 2020 19:44:54 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/22443825/il_pianista_ebreo_convertito.mp3" length="9839176" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6003

IL PIANISTA EBREO CONVERTITO DAL SANTISSIMO SACRAMENTO di Rino Cammilleri
Se andate su Wikipedia scoprirete che di Hermann Cohen ce ne sono due e tutti e due tedeschi. Uno era un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6003" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6003</a><br /><br />IL PIANISTA EBREO CONVERTITO DAL SANTISSIMO SACRAMENTO di Rino Cammilleri<br />Se andate su Wikipedia scoprirete che di Hermann Cohen ce ne sono due e tutti e due tedeschi. Uno era un filosofo kantiano, nato nel 1842 e morto a Berlino nel 1918. L'altro era un pianista di vent'anni più vecchio, ed è quello che qui ci interessa. Hermann Cohen era ebreo figlio di ebrei, padre e madre. Era uno dei quattro figli di David Abraham Cohen e Rosalie Benjamin. Cognome classico: Cohen, in ebraico «sacerdote».  Suo padre - altro classico - era un ricco banchiere. Lui nacque ad Amburgo nel 1821, appena dopo la bufera napoleonica. Fu messo in uno dei migliori collegi, come da tradizione delle famiglie facoltose. Eccelleva nelle lingue, ma si accorsero subito che era un prodigio al pianoforte. A sette anni già teneva concerti a Altona e Francoforte.<br /><br />UN TALENTO, TANTI VIZI<br />Hermann Cohen, portato in palmo di mano quale promessa, appena dodicenne si trasferì in quella che allora, grazie anche a Napoleone, era la capitale cultural del mondo: Parigi. Fu sua madre a prendere l'iniziativa: gli affari dei Cohen declinavano e lei puntò le sue carte su quel figlio prodigio. Si trasferì coi figli a Parigi. Il piccolo Hermann fu messo alla sua scuola dell'ungherese Franz Liszt. Non tardò a diventare il migliore allievo di cotanto maestro, che prese a considerarlo il suo pupillo e, addirittura, ad affibbiargli il vezzeggiativo Putzig, che in tedesco vuol dire «carino». Il Cohen in poco tempo divenne un concertista affermato e conteso. Il suo maestro frequentava il bel mondo, e pure il giovanotto tedesco era sempre presente nei migliori salotti, vezzeggiato dalle dame della nobiltà e perfino da scrittrici affermate come George Sand. Quando Liszt andò a Ginevra con la sua ultima fiamma, la contessa Marie d'Agoult, il giovane fu della partita. Qui nel 1835 la principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso gli organizzò un concerto. Esibizioni, applausi, ricevimenti, la stella del giovane Cohen era in ascesa e ascese senza interruzioni fino a finire nella spirale del vizio. In questo caso, quello del gioco, che portò l'astro nascente a non sapere come ripianare i debiti che in pochi anni aveva accumulato. Fu a Londra, dove suonò più volte, poi ad Amburgo per cercare prestiti. A Parigi strinse una relazione con una donna sposata. Insomma, non si faceva mancare nulla.<br /><br />IL SANTISSIMO GLI CAMBIA LA VITA<br />Ma il successo gli aveva dato alla testa, tanto che nel 1841 riuscì a litigare anche col suo maestro, Liszt, che lo accusò di essersi appropriato dei fondi dei concerti tenuti a Dresda. Non si parlarono più per vent'anni. Si distrasse con una artista di circo, Celeste Mogadar, ma la cosa finì presto. Aveva ventisette anni quando accadde (strano, il vostro Kattolico aveva la stessa età - e stesso segno zodiacale - quando accadde a lui). Chiamato a sostituire il direttore del coro in una chiesa parigina, aveva visto la cerimonia della benedizione col Santissimo. Lui, che prima del collegio aveva frequentato solo la scuola rabbinica, non capiva. Ma avvertì una particolare attrazione verso quell'oggetto. Ogni venerdì prese a tornare in quella chiesa per rivivere il singolare episodio. E lo riviveva, in effetti, tanto da cadere in ginocchio ogni volta. Ne parlò col prete e quello gli presentò Theodor Ratisbonne, ebreo convertito e ora prete cattolico, fratello di quel celebre Alphonse a cui era apparsa la Madonna nella chiesa di Sant'Andrea delle Fratte a Roma nel 1842. Era il 1847 e il Cohen dovette recarsi a Ems, in Germania, per un concerto. La domenica entrò in una chiesa cattolica e segui la messa. Gli amici che lo avevano accompagnato erano abituati, sì, alle stranezze d'artista, ma rimasero lo stesso di stucco quando videro il famoso Hermann Cohen, gagà, playboy, viveur,...]]></itunes:summary><itunes:duration>615</itunes:duration><itunes:keywords>cohen,conversione,convertito,hermann,pianista,sacramento,santissimo</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/4fc8b815495e704dddb6c52f316e8859.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il lato oscuro della resistenza rivelato da Giampaolo Pansa</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-lato-oscuro-della-resistenza-rivelato-da-giampaolo-pansa--21980188</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5993" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5993</a><br /><br />IL LATO OSCURO DELLA RESISTENZA RIVELATO DA GIAMPAOLO PANSA di Andrea Zambrano<br />Anche i cattolici devono essere debitori a Giampaolo Pansa e alla sua opera divulgatrice sui delitti del dopoguerra. Il giornalista e scrittore morto domenica a 84 anni non era un cattolico conclamato, anche se ieri i suoi funerali sono stati in chiesa, con il parroco che ha lodato il suo impegno per la verità.<br />Fino all'uscita del Sangue dei vinti, infatti, il suo libro più dirompente, che inaugurò il cosiddetto Ciclo dei vinti con il racconto sistematico della guerra civile vista dall'ottica degli sconfitti, i preti uccisi dai partigiani comunisti durante la Resistenza e anche oltre, erano soltanto un ricordo privato e circoscritto alle storie locali di paese. Certo, si sapeva che il tributo di sangue versato dai sacerdoti durante la guerra civile, era stato elevato. E in passato, ma siamo ancora negli anni '50, si facevano anche cerimonie qua e là in Piemonte o in Emilia per loro. Poi, l'oblio per 30 anni. Un ricordo organizzato, consapevole e libero non era diffuso e soprattutto una catalogazione scientifica era assente nella pubblicistica nazionale.<br /><br />UNA SETE DI VERITÀ<br />A questo provvide Pansa con tre capitoli del suo libro "scandalo", uscito nel 2003. Il primo, Il prete è un nemico è una disamina lucida dei preti ammazzati nella provincia di Bologna e per quell'elenco, anche se incompleto, Pansa si affidò agli studi dello storico modenese Giovanni Fantozzi. Seguirono poi quelli su Modena e infine su Reggio Emilia.<br />Fu, per certi versi, lo sdoganamento di una sete di verità che gridava da settori molto marginali del mondo cattolico che avevano custodito quei ricordi in silenzio. Il merito di Pansa è dunque quello di aver offerto al grande pubblico queste storie tragiche di sacerdoti uccisi dai comunisti, fornendo così i primi criteri per un'accettazione di un martirio in odium fidei che la Chiesa sta lentamente soltanto adesso accettando in maniera sempre più serena.<br />In quegli anni infatti, stavano muovendosi timidamente le prime richieste per la beatificazione del seminarista Rolando Rivi, che salì agli altari solo nel 2014. E poco dopo, grazie a Pansa che diede il via, il giornalista Roberto Beretta poté dare alle stampe la sua Storia dei preti uccisi dai partigiani (Piemme, 2007) che rappresenta lo studio più approfondito sul clero martire e che è servito come base per successivi approfondimenti. Ad esempio, il quaderno del Timone Chiesa martire nel Triangolo della morte, parte da quelle storie per inserire il tema dell'accettazione di un odium fidei senza il quale sarebbe impensabile riconoscere il martirio e la beatificazione.<br /><br />IL TRIANGOLO DELLA MORTE<br />Si deve quindi a Giampaolo Pansa anche questo: aver sdoganato il tabù dei preti uccisi, dei quali non si parlava volentieri nelle sagrestie e ancora meno nelle parrocchie. Pansa raccontò così la storia di don Tiso Galletti, di cui il Timone si occupa in questo numero di gennaio, di Don Domenico Gianni, Parroco di San Vitale di Reno, di don Enrico Donati, di don Raffaele Bortolini, di don Giuseppe Rasori, di don Achille Filippi, di don Teobaldo Daporto e di don Alfonso Reggiani. Nomi di martiri, ma che allora erano poco più che pallidi ricordi dei quali non si doveva parlare. E così fu per i preti martirizzati a Reggio e a Modena, tra i quali svetta la figura di  don Luigi Lenzini, parroco di Pavullo nel Frignano, che venne bastonato e ucciso dopo essersi rifugiato nella torre campanaria. La sua colpa? Denunciare dal pulpito i delitti dei gappisti che promuovevano l'ideologia anticristiana comunista. Di don Lenzini è avviato il processo di beatificazione, la causa è già arrivata a Roma dopo aver concluso la fase diocesana e con ogni probabilità presto diventerà il primo prete martire del Triangolo della morte. Un altro merito di Pansa.<br /><br />Nota di BastaBugie: per approfondire la mattanza di sacerdoti nel triangolo della morte e soprattutto la figura del beato Rolando Rivi, clicca nei seguenti link.<br /><br />PROPOSTA LA BEATIFICAZIONE DI GRUPPO PER 80 PRETI UCCISI DAI PARTIGIANI COMUNISTI TRA IL 1944 E IL 1946<br />Dopo Rolando Rivi, ucciso in odio alla fede, il ''Timone'' propone una beatificazione di gruppo nel 70esimo della Liberazione<br />di Andrea Zambrano<br /><a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3730" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3730</a><br /><br />BEATO ROLANDO RIVI, IL SEMINARISTA UCCISO DAI PARTIGIANI<br />La formazione partigiana garibaldina ne sentenziò la morte con questa motivazione: ''Domani... un prete di meno''<br />di Antonio Borrelli<br /><a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2958" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2958</a>]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/21980188</guid><pubDate>Thu, 23 Jan 2020 14:55:22 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/21980188/il_lato_oscuro_della_resistenza.mp3" length="5519986" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5993

IL LATO OSCURO DELLA RESISTENZA RIVELATO DA GIAMPAOLO PANSA di Andrea Zambrano
Anche i cattolici devono essere debitori a Giampaolo Pansa e alla sua opera divulgatrice sui delitti...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5993" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5993</a><br /><br />IL LATO OSCURO DELLA RESISTENZA RIVELATO DA GIAMPAOLO PANSA di Andrea Zambrano<br />Anche i cattolici devono essere debitori a Giampaolo Pansa e alla sua opera divulgatrice sui delitti del dopoguerra. Il giornalista e scrittore morto domenica a 84 anni non era un cattolico conclamato, anche se ieri i suoi funerali sono stati in chiesa, con il parroco che ha lodato il suo impegno per la verità.<br />Fino all'uscita del Sangue dei vinti, infatti, il suo libro più dirompente, che inaugurò il cosiddetto Ciclo dei vinti con il racconto sistematico della guerra civile vista dall'ottica degli sconfitti, i preti uccisi dai partigiani comunisti durante la Resistenza e anche oltre, erano soltanto un ricordo privato e circoscritto alle storie locali di paese. Certo, si sapeva che il tributo di sangue versato dai sacerdoti durante la guerra civile, era stato elevato. E in passato, ma siamo ancora negli anni '50, si facevano anche cerimonie qua e là in Piemonte o in Emilia per loro. Poi, l'oblio per 30 anni. Un ricordo organizzato, consapevole e libero non era diffuso e soprattutto una catalogazione scientifica era assente nella pubblicistica nazionale.<br /><br />UNA SETE DI VERITÀ<br />A questo provvide Pansa con tre capitoli del suo libro "scandalo", uscito nel 2003. Il primo, Il prete è un nemico è una disamina lucida dei preti ammazzati nella provincia di Bologna e per quell'elenco, anche se incompleto, Pansa si affidò agli studi dello storico modenese Giovanni Fantozzi. Seguirono poi quelli su Modena e infine su Reggio Emilia.<br />Fu, per certi versi, lo sdoganamento di una sete di verità che gridava da settori molto marginali del mondo cattolico che avevano custodito quei ricordi in silenzio. Il merito di Pansa è dunque quello di aver offerto al grande pubblico queste storie tragiche di sacerdoti uccisi dai comunisti, fornendo così i primi criteri per un'accettazione di un martirio in odium fidei che la Chiesa sta lentamente soltanto adesso accettando in maniera sempre più serena.<br />In quegli anni infatti, stavano muovendosi timidamente le prime richieste per la beatificazione del seminarista Rolando Rivi, che salì agli altari solo nel 2014. E poco dopo, grazie a Pansa che diede il via, il giornalista Roberto Beretta poté dare alle stampe la sua Storia dei preti uccisi dai partigiani (Piemme, 2007) che rappresenta lo studio più approfondito sul clero martire e che è servito come base per successivi approfondimenti. Ad esempio, il quaderno del Timone Chiesa martire nel Triangolo della morte, parte da quelle storie per inserire il tema dell'accettazione di un odium fidei senza il quale sarebbe impensabile riconoscere il martirio e la beatificazione.<br /><br />IL TRIANGOLO DELLA MORTE<br />Si deve quindi a Giampaolo Pansa anche questo: aver sdoganato il tabù dei preti uccisi, dei quali non si parlava volentieri nelle sagrestie e ancora meno nelle parrocchie. Pansa raccontò così la storia di don Tiso Galletti, di cui il Timone si occupa in questo numero di gennaio, di Don Domenico Gianni, Parroco di San Vitale di Reno, di don Enrico Donati, di don Raffaele Bortolini, di don Giuseppe Rasori, di don Achille Filippi, di don Teobaldo Daporto e di don Alfonso Reggiani. Nomi di martiri, ma che allora erano poco più che pallidi ricordi dei quali non si doveva parlare. E così fu per i preti martirizzati a Reggio e a Modena, tra i quali svetta la figura di  don Luigi Lenzini, parroco di Pavullo nel Frignano, che venne bastonato e ucciso dopo essersi rifugiato nella torre campanaria. La sua colpa? Denunciare dal pulpito i delitti dei gappisti che promuovevano l'ideologia anticristiana comunista. 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La Chiesa celebra la memoria dei Santi Innocenti tre giorni dopo la nascita del Salvatore: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più» (Mt 2, 18).<br />Il vero innocente agli occhi di Dio è la creatura che non conosce malizia, non conosce menzogna, non conosce bruttura e nessuno è più innocente di un bambino che si affida totalmente, perdutamente e con amore a sua madre. Questo affidarsi ciecamente, oggi, è divenuto molto pericoloso, poiché l'Innocenza viene minata fin dal principio e non soltanto con l'eliminazione su vasta scala della persona (l'aborto), ma anche con l'eliminazione dell'integrità morale e con l'inoculazione di idee contro la Fede, contro il diritto naturale (si pensi alla teoria del gender), contro la ragione.<br /><br />L'INNOCENZA SPEZZATA<br />Gli insegnanti saranno obbligati a seguire corsi di formazione e aggiornamento per migliorare, tra le altre, anche le competenze relative all'educazione all'affettività, alla sessualità, al «rispetto delle diversità» e delle pari opportunità di genere e al «superamento degli stereotipi di genere», come recita il decreto italiano 104/2013 «La scuola riparte». Tuttavia l'innocenza viene già spezzata fin dagli albori, quando il bimbo è posto davanti alla Tv ed è costretto a vedere telegiornali, pubblicità e spettacoli privi di vergogna e di decenza. L'innocenza viene calpestata fin da quando il minore viene messo davanti ad Internet per «navigare» e scoprire realtà perverse e contro Dio. L'innocenza viene poi massacrata quando i fanciulli vengono adottati da coppie omosessuali o sono in balia di orchi senza coscienza.<br />Quale consolazione dare? «Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più». Nessuna consolazione vogliono coloro che rifiutano che il peccato e lo stravolgimento della legge naturale si abbattano sull'infanzia, ma, come fecero le madri di Betlemme, tentano di fare scudo fra gli Erode contemporanei e i bambini. [...]<br /><br />RIEMPIRE IL BAMBINO DEGLI ERRORI DEI GRANDI<br />Scriveva nel 1912 Charles Peguy nel suo Le Mystère des Saints Innocents: «Si mandano i figli a scuola, dice Dio. Io penso che sia perché dimentichino il poco che sanno. Si farebbe meglio a mandare a scuola i genitori. Son loro che ne hanno bisogno. Ma naturalmente ci vorrebbe una scuola di Me. E non una scuola di uomini. Si crede che i bambini non sappiano nulla. E che i genitori e le persone grandi sappiano qualcosa. Ora io ve lo dico, è il contrario. (È sempre il contrario). Sono i genitori, sono le persone grandi che non sanno nulla. E sono i bambini che sanno. Tutto. Perché essi hanno l'innocenza prima. Che è tutto.<br />Anche la vita è una scuola, dicono. Vi si impara tutti i giorni. La conosco, questa vita che comincia col battesimo e finisce con l'estrema unzione. È un'usura perpetua, un costante, un crescente avvizzimento. Si scende sempre. Si riempiono d'esperienza, dicono; guadagnano esperienza; imparano a vivere; di giorno in giorno accumulano esperienza. Singolare tesoro, dice Dio. Tesoro di vuoto e di carestia. Tesoro di rughe e di inquietudini. Quello che voi chiamate esperienza, la vostra esperienza, io la chiamo dispersione, la diminuzione, la decrescenza, la perdita della speranza. Ora è l'innocenza che è piena ed è l'esperienza che è vuota. È l'innocenza che vince ed è l'esperienza che perde. È l'innocenza che è giovane ed è l'esperienza che è vecchia. È l'innocenza che sa ed è l'esperienza che non sa. È il bambino che è pieno ed è l'uomo che è vuoto».<br />Oggi si vuole e si pretende che il bambino si svuoti per riempirsi di errori dei grandi, grandi soprattutto nel peccato e nell'infelicità.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/21215092</guid><pubDate>Tue, 31 Dec 2019 14:40:06 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/21215092/martiri_innocenti.mp3" length="5602323" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5946

SANTI INNOCENTI MARTIRI, I BIMBI UCCISI DAL RE ERODE di Cristina Siccardi
Quando Erode si accorse di essere stato ingannato dai Re Magi decise di sterminare i bambini di Betlemme...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜<a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5946" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5946</a><br /><br />SANTI INNOCENTI MARTIRI, I BIMBI UCCISI DAL RE ERODE di Cristina Siccardi<br />Quando Erode si accorse di essere stato ingannato dai Re Magi decise di sterminare i bambini di Betlemme di Giudea, quelli dai due anni in giù e se san Giuseppe non avesse creduto all'Angelo e non fosse fuggito in Egitto, in quella strage ci sarebbe stato anche Gesù. La Chiesa celebra la memoria dei Santi Innocenti tre giorni dopo la nascita del Salvatore: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più» (Mt 2, 18).<br />Il vero innocente agli occhi di Dio è la creatura che non conosce malizia, non conosce menzogna, non conosce bruttura e nessuno è più innocente di un bambino che si affida totalmente, perdutamente e con amore a sua madre. Questo affidarsi ciecamente, oggi, è divenuto molto pericoloso, poiché l'Innocenza viene minata fin dal principio e non soltanto con l'eliminazione su vasta scala della persona (l'aborto), ma anche con l'eliminazione dell'integrità morale e con l'inoculazione di idee contro la Fede, contro il diritto naturale (si pensi alla teoria del gender), contro la ragione.<br /><br />L'INNOCENZA SPEZZATA<br />Gli insegnanti saranno obbligati a seguire corsi di formazione e aggiornamento per migliorare, tra le altre, anche le competenze relative all'educazione all'affettività, alla sessualità, al «rispetto delle diversità» e delle pari opportunità di genere e al «superamento degli stereotipi di genere», come recita il decreto italiano 104/2013 «La scuola riparte». Tuttavia l'innocenza viene già spezzata fin dagli albori, quando il bimbo è posto davanti alla Tv ed è costretto a vedere telegiornali, pubblicità e spettacoli privi di vergogna e di decenza. L'innocenza viene calpestata fin da quando il minore viene messo davanti ad Internet per «navigare» e scoprire realtà perverse e contro Dio. L'innocenza viene poi massacrata quando i fanciulli vengono adottati da coppie omosessuali o sono in balia di orchi senza coscienza.<br />Quale consolazione dare? «Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più». Nessuna consolazione vogliono coloro che rifiutano che il peccato e lo stravolgimento della legge naturale si abbattano sull'infanzia, ma, come fecero le madri di Betlemme, tentano di fare scudo fra gli Erode contemporanei e i bambini. [...]<br /><br />RIEMPIRE IL BAMBINO DEGLI ERRORI DEI GRANDI<br />Scriveva nel 1912 Charles Peguy nel suo Le Mystère des Saints Innocents: «Si mandano i figli a scuola, dice Dio. Io penso che sia perché dimentichino il poco che sanno. Si farebbe meglio a mandare a scuola i genitori. Son loro che ne hanno bisogno. Ma naturalmente ci vorrebbe una scuola di Me. E non una scuola di uomini. Si crede che i bambini non sappiano nulla. E che i genitori e le persone grandi sappiano qualcosa. Ora io ve lo dico, è il contrario. (È sempre il contrario). Sono i genitori, sono le persone grandi che non sanno nulla. E sono i bambini che sanno. Tutto. Perché essi hanno l'innocenza prima. Che è tutto.<br />Anche la vita è una scuola, dicono. Vi si impara tutti i giorni. La conosco, questa vita che comincia col battesimo e finisce con l'estrema unzione. È un'usura perpetua, un costante, un crescente avvizzimento. Si scende sempre. Si riempiono d'esperienza, dicono; guadagnano esperienza; imparano a vivere; di giorno in giorno accumulano esperienza. Singolare tesoro, dice Dio. Tesoro di vuoto e di carestia. Tesoro di rughe e di inquietudini. Quello che voi chiamate esperienza, la vostra esperienza, io la chiamo dispersione, la diminuzione, la decrescenza, la perdita della speranza. Ora è l'innocenza che è piena ed è l'esperienza che è vuota. È l'innocenza che vince ed è l'esperienza che perde. È l'innocenza che è giovane ed è...]]></itunes:summary><itunes:duration>351</itunes:duration><itunes:keywords>bambini,erode,innocenti,martiri,uccisi</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/fcfb6e813e07413badff5a21696eea0c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L'esempio dei martiri di Nagasaki</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-esempio-dei-martiri-di-nagasaki--20305490</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5908" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5908</a><br /><br />L'ESEMPIO DEI MARTIRI DI NAGASAKI di Ermes Dovico<br />In Giappone, nella mattinata di oggi, quando in Italia sarà ancora notte, è in programma l'omaggio di papa Francesco ai 26 santi martiri di Nagasaki († 5 febbraio 1597) presso il monumento a loro dedicato sulla collina di Nishizaka, a poche centinaia di metri dalla stazione principale della città colpita dalla bomba atomica il 9 agosto 1945.<br />Ricordare il loro esempio può essere un balsamo per la fede, poiché il modo in cui quelle popolazioni lontane hanno ricevuto l'annuncio del Vangelo e la gloriosa testimonianza che questi martiri hanno reso a Cristo crocifisso e risorto, abbracciandone la croce, possono dare delle sicure risposte alla Chiesa di oggi, come di ogni tempo, sul significato dell'evangelizzazione e della missione.<br />La storia di questi 26 santi affonda infatti le sue radici nell'opera del patrono delle missioni, il gesuita san Francesco Saverio, che il 15 agosto 1549, in compagnia di due confratelli e di un giapponese convertito (Anjiro), sbarcò a Kagoshima, nella regione più a sud del territorio nipponico, e iniziò a predicare nel nome di Gesù. Molti giapponesi, colpiti da quella promessa di salvezza eterna che sentivano per la prima volta, si fecero battezzare. San Francesco Saverio lasciò il Giappone nell'inverno di due anni più tardi, dopo aver convertito oltre mille persone. Fulcro principale di quella prima comunità cristiana nella terra dei samurai divenne presto la città di Nagasaki.<br />L'evangelizzazione proseguì con altri missionari e nel 1587 si contavano già più di 200.000 battezzati, tra cui vi erano anche alcuni daimyo, cioè signori feudali, anch'essi rimasti attratti dalla fede cattolica. Proprio in quell'anno, tuttavia, il daimyo più potente, Toyotomi Hideyoshi, il più vicino all'imperatore e in un primo momento non ostile al cristianesimo, emise il primo editto contro i cristiani, mettendo al bando i missionari perché indispettito da vari fatti, come il rifiuto dei gesuiti di fornire una nave per invadere la Corea, l'opposizione delle vergini cristiane a divenire concubine dell'imperatore, nonché la volontà di controllare meglio i daimyo convertiti, che parlavano di Gesù come del loro vero Signore.<br />L'INIZIO DELLA PERSECUZIONE<br />L'editto rimase comunque pressoché inattuato per diversi anni, fino a quando Hideyoshi, nel novembre 1596, si risolse a dare inizio alla persecuzione, dopo che uno spagnolo gli aveva messo una falsa pulce nell'orecchio dicendogli che i missionari erano lì per preparare la conquista straniera. Hideyoshi, che intanto aveva accresciuto il suo potere, ordinò sia l'espulsione dei missionari sia l'abiura della fede da parte dei giapponesi convertiti. Moltissimi cristiani furono costretti a cercare rifugio nelle campagne, ma 26 di loro, indigeni e stranieri, vennero catturati. Si trattava di 6 francescani d'origine spagnola o portoghese, 3 gesuiti e 17 terziari francescani giapponesi.<br />Come primo supplizio, ai prigionieri venne tagliato un pezzo dell'orecchio sinistro in una piazza pubblica. Seguì una lunghissima ed estenuante marcia a piedi dalla città di Kyoto, allora la capitale, a Nagasaki: circa 600 chilometri, per giunta nei mesi con il clima più rigido. L'intenzione di Hideyoshi era quella di terrorizzare il più possibile la comunità cristiana, dandole una lezione esemplare e così da scoraggiare nuove conversioni nel popolo: precisamente per questo volle che l'esecuzione avvenisse a Nagasaki, sede appunto del più folto gruppo di cristiani.<br />I 26 arrivarono in città il 5 febbraio 1597, sfiniti da trenta giorni di cammino, durante i quali trovavano sollievo cantando il Te Deum. Tra le vittime predestinate vi erano tre fanciulli, di 12, 13 e 14 anni: Luigi Ibaraki, Antonio Daynan e Tommaso Kozaki, terziari francescani, che durante il tragitto diedero prova di quanto fosse salda la loro fede, rifiutando le offerte di rinnegare Cristo per aver salva la pelle. Sulla collina di Nishizaka, il luogo scelto per l'esecuzione, che era stata fatta annunciare in anticipo da Hideyoshi, si riversarono quattromila cristiani, i quali, all'arrivo dei condannati a morte, diedero loro coraggio e si raccomandarono alle loro preghiere.<br />Sulla collina erano state preparate delle croci, ognuna riportante i nomi dei futuri martiri, che appena le videro si misero in ginocchio e le baciarono. Furono legati con corde e anelli di ferro, e innalzati contemporaneamente. Sotto ciascuna delle croci stavano due samurai, armati con lance di bambù ben affilate, che attendevano solo il comando per trafiggere il petto dei 26. L'ufficiale che presiedeva all'esecuzione, Hazaburo Terazawa, aveva ricevuto precisi ordini da Hideyoshi, che voleva un supplizio lento, affinché la fatidica attesa accrescesse il terrore tra i condannati e tra la folla.<br />Ma quell'attesa si tramutò in un'immensa manifestazione di fede cristiana. All'improvviso, uno dei crocifissi intonò il Benedictus, poi il tredicenne Antonio Daynan cantò il «Lodate, fanciulli, il Signore», seguito a ruota dagli altri due giovanissimi, Luigi Ibaraki e Tommaso Kozaki. Un francescano iniziò la recita di semplici litanie a Gesù e Maria, accompagnate dai quattromila cristiani presenti.<br />PAOLO MIKI MORÌ DICENDO: "ACCETTO LA MORTE COME UN GRANDE DONO DEL MIO SIGNORE"<br />Il giovane gesuita Paolo Miki, capofila del gruppo nel Martirologio, nato da una nobile famiglia nipponica e divenuto un grande predicatore, chiese a un certo punto di poter parlare. «Io sono giapponese e fratello della Compagnia di Gesù. Non ho commesso alcun reato. L'unica ragione per cui sono condannato è che ho insegnato il Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo. Sono felice di morire per Lui e accetto la morte come un grande dono del mio Signore». Miki disse quindi di perdonare i carnefici, esortò tutti i presenti a convertirsi a Cristo e li invitò a guardare il volto suo e degli altri crocifissi, spiegando che in nessuno dei 26 avrebbero trovato traccia del timore della morte perché ognuno di loro sapeva di essere atteso in Paradiso.<br />Arrivò infine l'ordine di Terazawa ai samurai. Il primo a essere trafitto fu il francescano Filippo di Gesù, mentre l'ultimo fu padre Pietro Battista, che qualche istante prima aveva battezzato una donna muta, la quale, a contatto con la croce, riacquistò miracolosamente la parola. Fu solo uno dei tanti prodigi che avvennero sulla collina di Nishizaka, tra numerosi testimoni, e che proseguirono per settimane: al centro di quei prodigi c'erano i corpi dei martiri, che le autorità lasciarono a lungo sulle croci, con molte sentinelle di guardia, per impedire ai fedeli di seppellirli.<br />Il piano di Hideyoshi, morto l'anno successivo, era fallito perché molti, attratti dall'esempio di quei gloriosi martiri, continuarono a chiedere il Battesimo. Negli anni seguenti le misure contro il cristianesimo proseguirono e iniziò così l'epoca dei cristiani nascosti, un'altra straordinaria storia di fedeli giapponesi che per secoli, di generazione in generazione, hanno tramandato la fede in Gesù, custodendola come il bene più prezioso.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/20305490</guid><pubDate>Wed, 27 Nov 2019 15:53:14 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/20305490/martiri_nagasaki.mp3" length="10656286" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5908

L'ESEMPIO DEI MARTIRI DI NAGASAKI di Ermes Dovico
In Giappone, nella mattinata di oggi, quando in Italia sarà ancora notte, è in programma l'omaggio di papa Francesco ai 26 santi...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5908" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5908</a><br /><br />L'ESEMPIO DEI MARTIRI DI NAGASAKI di Ermes Dovico<br />In Giappone, nella mattinata di oggi, quando in Italia sarà ancora notte, è in programma l'omaggio di papa Francesco ai 26 santi martiri di Nagasaki († 5 febbraio 1597) presso il monumento a loro dedicato sulla collina di Nishizaka, a poche centinaia di metri dalla stazione principale della città colpita dalla bomba atomica il 9 agosto 1945.<br />Ricordare il loro esempio può essere un balsamo per la fede, poiché il modo in cui quelle popolazioni lontane hanno ricevuto l'annuncio del Vangelo e la gloriosa testimonianza che questi martiri hanno reso a Cristo crocifisso e risorto, abbracciandone la croce, possono dare delle sicure risposte alla Chiesa di oggi, come di ogni tempo, sul significato dell'evangelizzazione e della missione.<br />La storia di questi 26 santi affonda infatti le sue radici nell'opera del patrono delle missioni, il gesuita san Francesco Saverio, che il 15 agosto 1549, in compagnia di due confratelli e di un giapponese convertito (Anjiro), sbarcò a Kagoshima, nella regione più a sud del territorio nipponico, e iniziò a predicare nel nome di Gesù. Molti giapponesi, colpiti da quella promessa di salvezza eterna che sentivano per la prima volta, si fecero battezzare. San Francesco Saverio lasciò il Giappone nell'inverno di due anni più tardi, dopo aver convertito oltre mille persone. Fulcro principale di quella prima comunità cristiana nella terra dei samurai divenne presto la città di Nagasaki.<br />L'evangelizzazione proseguì con altri missionari e nel 1587 si contavano già più di 200.000 battezzati, tra cui vi erano anche alcuni daimyo, cioè signori feudali, anch'essi rimasti attratti dalla fede cattolica. Proprio in quell'anno, tuttavia, il daimyo più potente, Toyotomi Hideyoshi, il più vicino all'imperatore e in un primo momento non ostile al cristianesimo, emise il primo editto contro i cristiani, mettendo al bando i missionari perché indispettito da vari fatti, come il rifiuto dei gesuiti di fornire una nave per invadere la Corea, l'opposizione delle vergini cristiane a divenire concubine dell'imperatore, nonché la volontà di controllare meglio i daimyo convertiti, che parlavano di Gesù come del loro vero Signore.<br />L'INIZIO DELLA PERSECUZIONE<br />L'editto rimase comunque pressoché inattuato per diversi anni, fino a quando Hideyoshi, nel novembre 1596, si risolse a dare inizio alla persecuzione, dopo che uno spagnolo gli aveva messo una falsa pulce nell'orecchio dicendogli che i missionari erano lì per preparare la conquista straniera. Hideyoshi, che intanto aveva accresciuto il suo potere, ordinò sia l'espulsione dei missionari sia l'abiura della fede da parte dei giapponesi convertiti. Moltissimi cristiani furono costretti a cercare rifugio nelle campagne, ma 26 di loro, indigeni e stranieri, vennero catturati. Si trattava di 6 francescani d'origine spagnola o portoghese, 3 gesuiti e 17 terziari francescani giapponesi.<br />Come primo supplizio, ai prigionieri venne tagliato un pezzo dell'orecchio sinistro in una piazza pubblica. Seguì una lunghissima ed estenuante marcia a piedi dalla città di Kyoto, allora la capitale, a Nagasaki: circa 600 chilometri, per giunta nei mesi con il clima più rigido. L'intenzione di Hideyoshi era quella di terrorizzare il più possibile la comunità cristiana, dandole una lezione esemplare e così da scoraggiare nuove conversioni nel popolo: precisamente per questo volle che l'esecuzione avvenisse a Nagasaki, sede appunto del più folto gruppo di cristiani.<br />I 26 arrivarono in città il 5 febbraio 1597, sfiniti da trenta giorni di cammino, durante i quali trovavano sollievo cantando il Te Deum. Tra le vittime predestinate vi erano tre fanciulli, di 12, 13 e 14 anni: Luigi Ibaraki, Antonio Daynan e Tommaso Kozaki, terziari francescani, che durante il...]]></itunes:summary><itunes:duration>666</itunes:duration><itunes:keywords>giappone,martiri,miki,nagasaki,persecuzione</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/bbe9adbc2c34fd4be4909ad4e8300eb9.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Luigi IX, re di Francia: un modello per politici e capi di stato</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-luigi-ix-re-di-francia-un-modello-per-politici-e-capi-di-stato--19849485</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5871<br /><br />SAN LUIGI IX, RE DI FRANCIA: UN MODELLO PER POLITICI E CAPI DI STATO di Corrado Gnerre<br />Il Regno di San Luigi IX fu un grande dono di Dio e della Vergine Maria alla Francia, ma anche alla cristianità e al mondo intero.<br />Il cuore di una madre, se risponde alla missione che Dio le affida, riceve tutte le grazie, tutte le delicatezze per deporre nelle anime dei suoi fanciulli le virtù al punto di farne dei Santi. Bianca di Castiglia si mostrò la degna madre d'un figlio quale fu San Luigi IX. Si può ben affermare che senza le ammirabili qualità di energia di cuore e di intelligenza di questa regina, rischiarata da una fede profonda e da una confidenza ammirabile in Maria -il modello di tutte le Madri - il mondo, forse, non avrebbe mai potuto conoscere il tipo ideale di Re e di Governo Cristiano.<br />Volendo dare alla Francia un sovrano degno di questo bel regno, Bianca confidò le sue speranze a Nostra Signora recitando sempre il Rosario con le persone pie della sua Corte. Il 25 aprile del 1215, a Poissy, il suo voto si realizzò.<br />San Luigi comprese la dignità che gli era stata conferita nel Battesimo, al punto che si fece chiamare Luigi di Poissy, dal nome del villaggio dove era stato battezzato e quindi diventato cristiano.<br />L'odio per il peccato caratterizzò l'infanzia di Luigi IX e lo spinse alla vigilanza e alla preghiera, che poi sarà la grande passione della sua vita. Egli, un giorno, sentì sua madre dire queste parole: "Dolce figlio, voi sapete che niente mi è più caro di voi; ma preferisco sapervi morto piuttosto che macchiato di peccato mortale." E' ai piedi degli altari e nella lettura di libri spirituali, che Luigi apprende tanto i suoi doveri di cristiano quanto la sua missione di Re.<br />Attorno a lui i lutti si moltiplicarono al punto che lo avvicinarono al trono: suo fratello primogenito morì nel 1218, suo padre nel 1226, designando nel suo testamento la Regina Bianca come reggente. A quel tempo Luigi aveva 12 anni.<br />RE A 12 ANNI<br />La consacrazione di Luigi ebbe luogo il 29 novembre del 1226.<br />La Regina reggente non aveva solamente inculcato a suo figlio la bellezza della fede cristiana e una grande devozione alla Vergine Immacolata, ma aveva voluto che tutto questo fosse solidamente sostenuto da una conoscenza profonda delle verità eterne. Ella aveva scelto per la sua formazione religiosa e intellettuale i migliori teologi e le più alte personalità in tutti i campi dell'insegnamento.<br />Luigi IX si mostrò degno di una tale madre e di tali maestri. La preghiera era il costante alimento della sua anima anche nelle imprese di guerra. Recitava costantemente le ore canoniche. Nonostante il suo alto rango, era aggregato al Terz'ordine di San Francesco, di cui poi sarebbe diventato patrono del ramo maschile.<br />Per rendere omaggio alla Vergine, ogni sabato radunava i poveri nel suo palazzo, lavava loro i piedi che baciava con rispetto, dopo averli asciugati con le sue stesse mani; li serviva lui stesso a tavola e a loro distribuiva una ricca elemosina. Ogni giorno recitava l'Ufficio della Santa Vergine.<br />In esecuzione di un voto fatto dal Re suo padre, fondò l'abbazia di Royaumont, e volle partecipare manualmente, con il sudore della sua fronte, alla costruzione, servendo i muratori e portando la carriola carica di pietre. Faceva soggiorni frequenti all'Abbazia, conducendo la vita dei monaci. Assisteva al capitolo quotidiano, ma, considerandosi indegno di essere trattato come religioso, si sedeva sulla paglia. Aiutava i muratori, prendeva i suoi pasti nel refettorio, visitava gli ammalati dell'infermeria. Si racconta questo episodio: una domenica, accompagnato dall'Abate, volle far mangiare i lebbrosi, i quali avevano le mani mutilate dal morbo, tanto che non le potevano usare; fu il Re a tagliare la carne e a metterla in bocca con grande precauzione, avendo cura di asciugare il sale che potesse procurare dolore sulle labbra piagate; Luigi si teneva in ginocchio dinanzi ai malati, convinto che quelle carni piagate rappresentassero le piaghe di Gesù, costringeva in tal modo anche l'Abate a fare lo stesso.<br />A 19 ANNI LUIGI SPOSÒ MARGHERITA DI PROVENZA<br />La giovane Regina era degna del suo sposo. Un cronista del tempo la descrive in questo modo: "Non esiste giovane più nobile, più gentile, meglio educata, dotata di rare perfezioni, dalle più amabili virtù, di intelligenza precoce, di spirito molto retto, di giudizio molto sicuro, di generosità reale, di bontà squisita." Margherita ebbe da Luigi undici figli.<br />Modello per gli sposi, Luigi seppe esserlo per i padri: il Re non approfittò per l'educazione dei suoi figli della cura dei loro istitutori, egli stesso si assumeva l'incarico di istruirli e di educarli al disprezzo dei piaceri e della vanità mondane, e a spingerli all'amore di Dio. Dopo compieta, li faceva andare nella sua stanza per ricevere dalla sua bocca le sue lezioni. A riguardo sono conservate alcune istruzioni che egli scrisse per la figlia Isabella, la futura Regina di Navarra: "Cara figlia, obbedite umilmente a vostro marito e a vostro padre e a vostra madre, nelle cose che sono secondo Dio; voi dovete dare a ciascuno ciò che gli appartiene, per l'amore che voi dovete avere ad essi; ed inoltre dovete fare il meglio per amore di Nostro Signore, che così ordinò; contro Dio non dovete obbedire a nessuno. (...). Cara figlia, mettete così grande impegno, da essere così perfetta in tutto il bene, in modo che quelli che vi vedranno e intenderanno parlare di voi possano prendere un buon esempio; e mi è d'avviso che sarebbe bene che non occupaste troppo tempo, né troppo studio a ornarvi e ad adornarvi; e guardatevi bene di non eccedere nei vostri ornamenti."<br />San Luigi IX amministrò la giustizia con meticolosità. Ogni volta che si spostava, lo precedevano un prelato e un signore per raccogliere tutte le lagnanze; e così egli rendeva giustizia agli oppressi e agli infelici.<br />IL RE CROCIATO<br />Un episodio importante della sua vita fu quando fu preso da una dissenteria che lo condusse sull'orlo della morte. Restò privo di sensi per molte ore. I medici cercarono di rianimarlo, ma non vi fu nulla da fare; tant'è che fecero anche la dichiarazione di morte. Improvvisamente si risvegliò e poco dopo si alzò dal letto dichiarando: "Dall'alto del Cielo la luce dell'Oriente si è sparsa su me, e il Signore mi richiamò dai morti. Signore, siate benedetto e ricevete il giuramento che io faccio di me crociato". Il Re poi spiegò che in quei momenti aveva ricevuto in visione l'ordine di andare nella Terra Santa a prelevare lo stendardo cristiano abbattuto dai musulmani.<br />Successivamente il Vescovo di Parigi cercò di distogliere il Re dal suo progetto, ma inutilmente. Luigi IX rispose: Voi dite, mio Vescovo, che io non ero in me quando ho deciso di prendere la Croce. Ebbene, eccola, io ve la ridò". Poi aggiunse: "Miei amici, ora io sono perfettamente in me. Ebbene, io chiedo che mi si renda la mia Croce. Dio, che sa ogni cosa, sa bene che nessun alimento entrerà nella mia bocca fino a quando la Croce non mi sia rimessa." Il Vescovo dovette ovviamente recedere.<br />Completamente guarito, il re Luigi preparò tutto affinché il Regno fosse bene amministrato durante la sua assenza.<br />Il 12 giugno 1248 si consegnò, a piedi nudi, alla Vergine Maria, partecipò alla Messa e ricevette l'Eucaristia. Poi andò a Pontoise, dinanzi all'immagine miracolosa della Madonna, per affidare a Lei le sorti della Francia, dei suoi soldati e della sua stessa persona.<br />Il 25 agosto dello stesso anno s'imbarcò ad Aigues-Mortes. I crociati trascorsero l'inverno nell'isola di Cipro, ma la peste decimò l'armata.<br />Il 25 maggio 1249, Luigi IX dette il segnale di partenza al grido di "Dio lo vuole!". La flotta s'indirizzò verso l'Egitto dove giunse il 4 giugno.<br />Il giorno successivo, dopo essersi confessati, i crociati attaccarono le navi musulmane. I nemici indietreggiarono per l'improvvisa sortita e la città di Damietta fu conquistata.<br />Il 6 giugno, nel primo pomeriggio, Luigi IX, a piedi nudi, entrò nella città deserta, seguito dai suoi soldati, anch'essi a piedi nudi. L'antica chiesa della città, che era stata trasformata in moschea dai musulmani, venne restituita al culto cristiano: s'intonò il Te Deum.<br />Dopo varie manifestazioni di valore - egli era ovunque vi fosse pericolo e sempre al primo posto- Luigi venne catturato insieme ad altri. Nel mezzo delle sofferenze della prigionia, delle epidemie e delle esecuzioni ordinate dal Sultano, richiamava continuamente i suoi soldati alla santa rassegnazione, alla fedeltà e al dovere.<br />Durante la prigionia, l'Emiro ammirò la fierezza di re Luigi e gli chiese di poter essere ordinato cavaliere. Ma Luigi - giustamente - aveva un'idea troppo alta di questa dignità e, non riconoscendo degno colui che non fosse cristiano, gli rispose:" Io non conferirei mai la cavalleria ad un infedele. Diventate cristiano, e io vi farò cavaliere!." Il Musulmano ne rimase meravigliato e non si offese: " Tu sei il Franco più fiero che noi abbiamo mai visto!"<br />A Luigi fu concessa la libertà, ma al prezzo di un riscatto. Attese a San Giovanni d'Acri la liberazione degli ultimi prigionieri e fortificò alcuni posti in possesso ancora sotto il governo dei cristiani; poi, essendo venuto a conoscenza della morte della Regina reggente, dopo aver liberato tutti i prigionieri, decise di ritornare in Francia.<br />Malgrado vinto, la Francia lo vide agire come grande Re. Riordinò il Regno e sottomise tutti i baroni ribelli.<br />RIEMPÌ LA FRANCIA DI CHIESE E DI OSPEDALI<br />Il Re voleva governare solo per lavorare seriamente ai miglioramenti e al benessere della Francia. Egli si fece allora preparare delle liste esatte di tutti i lavoratori i quali erano nel bisogno, degli artigiani senza lavoro, delle vedove e degli orfani senza soccorso, e delle figlie povere ch]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/19849485</guid><pubDate>Wed, 06 Nov 2019 11:49:08 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/19849485/re_luigi.mp3" length="20555231" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5871

SAN LUIGI IX, RE DI FRANCIA: UN MODELLO PER POLITICI E CAPI DI STATO di Corrado Gnerre
Il Regno di San Luigi IX fu un grande dono di Dio e della Vergine Maria alla Francia, ma...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5871<br /><br />SAN LUIGI IX, RE DI FRANCIA: UN MODELLO PER POLITICI E CAPI DI STATO di Corrado Gnerre<br />Il Regno di San Luigi IX fu un grande dono di Dio e della Vergine Maria alla Francia, ma anche alla cristianità e al mondo intero.<br />Il cuore di una madre, se risponde alla missione che Dio le affida, riceve tutte le grazie, tutte le delicatezze per deporre nelle anime dei suoi fanciulli le virtù al punto di farne dei Santi. Bianca di Castiglia si mostrò la degna madre d'un figlio quale fu San Luigi IX. Si può ben affermare che senza le ammirabili qualità di energia di cuore e di intelligenza di questa regina, rischiarata da una fede profonda e da una confidenza ammirabile in Maria -il modello di tutte le Madri - il mondo, forse, non avrebbe mai potuto conoscere il tipo ideale di Re e di Governo Cristiano.<br />Volendo dare alla Francia un sovrano degno di questo bel regno, Bianca confidò le sue speranze a Nostra Signora recitando sempre il Rosario con le persone pie della sua Corte. Il 25 aprile del 1215, a Poissy, il suo voto si realizzò.<br />San Luigi comprese la dignità che gli era stata conferita nel Battesimo, al punto che si fece chiamare Luigi di Poissy, dal nome del villaggio dove era stato battezzato e quindi diventato cristiano.<br />L'odio per il peccato caratterizzò l'infanzia di Luigi IX e lo spinse alla vigilanza e alla preghiera, che poi sarà la grande passione della sua vita. Egli, un giorno, sentì sua madre dire queste parole: "Dolce figlio, voi sapete che niente mi è più caro di voi; ma preferisco sapervi morto piuttosto che macchiato di peccato mortale." E' ai piedi degli altari e nella lettura di libri spirituali, che Luigi apprende tanto i suoi doveri di cristiano quanto la sua missione di Re.<br />Attorno a lui i lutti si moltiplicarono al punto che lo avvicinarono al trono: suo fratello primogenito morì nel 1218, suo padre nel 1226, designando nel suo testamento la Regina Bianca come reggente. A quel tempo Luigi aveva 12 anni.<br />RE A 12 ANNI<br />La consacrazione di Luigi ebbe luogo il 29 novembre del 1226.<br />La Regina reggente non aveva solamente inculcato a suo figlio la bellezza della fede cristiana e una grande devozione alla Vergine Immacolata, ma aveva voluto che tutto questo fosse solidamente sostenuto da una conoscenza profonda delle verità eterne. Ella aveva scelto per la sua formazione religiosa e intellettuale i migliori teologi e le più alte personalità in tutti i campi dell'insegnamento.<br />Luigi IX si mostrò degno di una tale madre e di tali maestri. La preghiera era il costante alimento della sua anima anche nelle imprese di guerra. Recitava costantemente le ore canoniche. Nonostante il suo alto rango, era aggregato al Terz'ordine di San Francesco, di cui poi sarebbe diventato patrono del ramo maschile.<br />Per rendere omaggio alla Vergine, ogni sabato radunava i poveri nel suo palazzo, lavava loro i piedi che baciava con rispetto, dopo averli asciugati con le sue stesse mani; li serviva lui stesso a tavola e a loro distribuiva una ricca elemosina. Ogni giorno recitava l'Ufficio della Santa Vergine.<br />In esecuzione di un voto fatto dal Re suo padre, fondò l'abbazia di Royaumont, e volle partecipare manualmente, con il sudore della sua fronte, alla costruzione, servendo i muratori e portando la carriola carica di pietre. Faceva soggiorni frequenti all'Abbazia, conducendo la vita dei monaci. Assisteva al capitolo quotidiano, ma, considerandosi indegno di essere trattato come religioso, si sedeva sulla paglia. Aiutava i muratori, prendeva i suoi pasti nel refettorio, visitava gli ammalati dell'infermeria. Si racconta questo episodio: una domenica, accompagnato dall'Abate, volle far mangiare i lebbrosi, i quali avevano le mani mutilate dal morbo, tanto che non le potevano usare; fu il Re a tagliare la carne e a metterla in bocca con grande precauzione, avendo cura di asciugare il sale che potesse...]]></itunes:summary><itunes:duration>1285</itunes:duration><itunes:keywords>francia,governante,luigiix,re,santo</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ee5b9abe46ece64ec015ea5386f14617.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sarà beato Fulton Sheen, il più celebre telepredicatore cattolico</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sara-beato-fulton-sheen-il-piu-celebre-telepredicatore-cattolico--19227534</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5830" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5830</a><br /><br />SARA' BEATO FULTON SHEEN, IL PIU' CELEBRE TELEPREDICATORE CATTOLICO di Ermes Dovico<br />Per anni i fedeli americani, e in generale i suoi devoti sparsi in tutto il mondo, hanno atteso che venisse ripresa la causa di beatificazione del venerabile Fulton Sheen (1895-1979), sospesa a tempo indefinito nel 2014 per una controversia sulle reliquie sorta tra la Diocesi di Peoria e l'Arcidiocesi di New York. A giugno l'annosa disputa sul telepredicatore più famoso e ispirato degli Stati Uniti è stata finalmente risolta, e ieri papa Francesco ha potuto autorizzare la Congregazione delle cause dei santi a promulgare il decreto per il riconoscimento del miracolo dovuto all'intercessione dell'arcivescovo Sheen, che quindi potrà essere presto proclamato beato.<br />Il miracolo riguarda l'inspiegabile risurrezione nel 2010 di un bambino nato morto, il piccolo James Fulton Engstrom, che per 61 minuti non aveva né avuto un battito rilevabile né respirato, iniziando a emettere il suo primo respiro nel momento stesso in cui i medici ne stavano dichiarando ufficialmente la morte. In quei 61 minuti la madre e il padre avevano pregato per l'intercessione del Servo di Dio, Fulton Sheen. I dottori avevano poi predetto che il bambino sarebbe cresciuto con gravi insufficienze a livello di organi e con una paralisi cerebrale, ma dopo cinque mesi di vita del piccolo si era constatato che James Fulton aveva uno stato di salute normale. Nel 2014 c'era stato il via libera al riconoscimento del miracolo da parte di una commissione medica e poi teologica. Nel frattempo, due anni prima, Benedetto XVI aveva riconosciuto le virtù eroiche di Sheen.<br /><br />NEL SEGNO DELLA PUREZZA<br />Infine, ieri c'è stato appunto l'ulteriore fondamentale passo verso la beatificazione, nel giorno di santa Maria Goretti, la «martire della purezza» come la chiamò Pio XII quando la canonizzò nel 1950, sottolineando una virtù che Sheen andava più volte insegnando in quella stessa epoca. Come in una catechesi sul perché del matrimonio verginale tra Maria e Giuseppe, in cui diceva: «L'amore della donna determina quello dell'uomo. La donna è educatrice silenziosa della virilità del suo sposo. Essendo Maria il simbolo della verginità e la sublime ispiratrice della purezza per tutti, perché non avrebbe dovuto impiegare questa sua caratteristica con il suo Giuseppe, il giusto? La Vergine conquistò il cuore del suo giovane sposo non con la diminuzione dell'amore, ma sublimandolo». La purezza nasce da Dio, è stare alla Sua presenza, proprio come avveniva per Maria e Giuseppe che avevano in mezzo a loro Gesù, provavano già «la gioia senza pari che è il possesso dell'amore eterno del Cielo», a cui ogni matrimonio deve tendere, e quindi «non desideravano nient'altro».<br />Battezzato con il nome di Peter John Sheen (Fulton era il cognome da nubile della madre), il futuro beato era venuto alla luce l'8 maggio 1895 a El Paso, nell'Illinois, primo dei quattro figli di una coppia con origini irlandesi. La famiglia si era poi trasferita nella vicina Peoria, dove Fulton aveva fatto il chierichetto e a 24 anni era stato ordinato sacerdote. Desideroso di approfondire il pensiero di san Tommaso d'Aquino, venne in Europa, dove conseguì il dottorato in filosofia all'Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, e in teologia all'Angelicum di Roma. Quando fece ritorno negli Stati Uniti aveva insomma acquisito una formazione solidissima, unita a una fervida fede. Già nel 1929, consapevole del necessario legame tra fede e cultura, incoraggiava gli insegnanti della National Catholic Educational Association a «educare per una rinascita cattolica».<br /><br />EVANGELIZZAZIONE VIA RADIO E TV<br />Sapeva che questa rinascita, nel mezzo della galoppante secolarizzazione, era necessaria per ricondurre quante più anime a Dio. Dopo l'avvio della sua prolifica attività da scrittore (tra i suoi 73 libri c'è anche una Vita di Cristo) e brillanti predicazioni in parrocchia, la prima grande occasione in tal senso gli si presentò nel 1930. Alla radio. La NBC gli affidò una trasmissione notturna domenicale, chiamata The Catholic Hour. Parlava di fede e di morale, senza trascurare le notizie d'attualità. Al culmine del suo ventennio in radio il suo pubblico arrivò a 4 milioni di ascoltatori settimanali. Il laico Time, nel 1946, lo definì «la voce d'oro», «il famoso predicatore del cattolicesimo statunitense», e riferì che per la sua trasmissione riceveva settimanalmente dalle 3.000 alle 6.000 lettere di ascoltatori.<br />Non temeva di affrontare temi scomodi. Parlando di Hitler, lo aveva definito un esempio di «Anticristo» e non meno netto fu quando, già in televisione, aveva denunciato il regime comunista di Stalin. Era il febbraio 1953 e lo spunto l'aveva tratto dal Giulio Cesare di Shakespeare, sostituendo i nomi di Cesare, Cassio, Bruto e Antonio con quelli di alcuni dei principali leader sovietici, Stalin incluso. Concluse la sua catechesi con questo ammonimento: «Stalin dovrà un giorno andare incontro al suo giudizio». Pochi giorni dopo il dittatore venne colpito da un'emorragia cerebrale e il 5 marzo morì.<br />L'approdo di Sheen in televisione era avvenuto due anni prima, chiamato dalla DuMont per un programma in prima serata, Life is worth living («La vita vale la pena di essere vissuta»), in onda il martedì. Nella stessa fascia oraria agivano giganti dello spettacolo come Frank Sinatra e il comico Milton Berle. Quest'ultimo, chiamato familiarmente «Zio Miltie», così disse a proposito del suo nuovo 'rivale' televisivo: «Se devo essere vinto da qualcuno, è meglio che perda da Colui per cui parla il vescovo Sheen». Il prelato stette al gioco, dicendo che le persone potevano chiamarlo «Zio Fultie»; e quando poi, nel 1952, vinse un Emmy Award, accettò il premio imitando, a modo suo, i ringraziamenti che faceva Berle agli operatori dietro le quinte: «Sento che è ora di rendere omaggio ai miei quattro scrittori - Matteo, Marco, Luca e Giovanni».<br />Le sue catechesi televisive arrivarono a raggiungere circa 30 milioni di spettatori a settimana. La marcia in più di questo eccezionale predicatore, che guardava in camera con uno sguardo penetrante e parlava a braccio servendosi a volte di una lavagna, non era figlia di mera eloquenza, bensì frutto della sua gratitudine e del suo stupore per il mistero di Dio. Al di là dei microfoni la sua era infatti una vita di preghiera e di adorazione, con lunghe soste a contemplare il Santissimo Sacramento, da cui attingeva la grazia per parlare secondo il cuore di Dio. Solo Lui sa quante anime si sono convertite grazie a questo Suo figlio prediletto, che portò o riportò in seno alla Chiesa cattolica anche diversi personaggi famosi. Presentando alla società, che si allontanava progressivamente da Dio, la ragionevolezza e insieme la bellezza della fede. Ci fu molto merito suo se la parte di America cattolica, in tempi ormai di sottile persecuzione ed emarginazione culturale, si sentì fiera di essere, davvero, cattolica.<br /><br />PASTORE FEDELE. E PROFETICO<br />Lo stesso clero, si sa, viveva in quegli anni una vasta crisi di fede, con molti consacrati volti a inseguire il mondo e dimentichi del trascendente. Ma Sheen, che fu vescovo ausiliare di New York e poi arcivescovo di Rochester, ricordava ai sacerdoti che il loro primario compito è santificare attraverso i sacramenti e unirsi al sacrificio di Gesù «offerto sulla croce e sull'altare. Non basta alleviare le necessità materiali dei fratelli, occorre annunciare Gesù, farlo conoscere e amare». Da lucido profeta, lesse i nostri tempi come apocalittici, in cui le forze che combattono con Cristo e quelle che combattono con Satana «stanno cominciando a elaborare le linee di battaglia per la fine». E osservò: «La terza tentazione in cui Satana chiese a Cristo di adorarlo e tutti i regni del mondo sarebbero stati suoi, diventerà la tentazione di avere una nuova religione, senza una Croce, una liturgia, senza un mondo a venire, una religione per distruggere una religione, o una politica che è una religione - quella che rende a Cesare anche le cose che sono di Dio».<br />Il 20 settembre 1979, alla Messa per il 60° anniversario della sua ordinazione sacerdotale, disse: «Non è che io non ami la vita, ma ora voglio vedere il Signore. Ho passato tante ore davanti a Lui nel Santissimo Sacramento, ho parlato a Lui nella preghiera e di Lui con chiunque mi volesse ascoltare. Ora voglio vederlo faccia a faccia». Due mesi e mezzo dopo, era il 9 dicembre, Fulton Sheen fu chiamato per sempre a contemplare il Volto di Colui al quale aveva anelato per tutta la sua vita terrena.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/19227534</guid><pubDate>Thu, 26 Sep 2019 14:24:36 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/19227534/fulton_shin.mp3" length="12303045" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5830

SARA' BEATO FULTON SHEEN, IL PIU' CELEBRE TELEPREDICATORE CATTOLICO di Ermes Dovico
Per anni i fedeli americani, e in generale i suoi devoti sparsi in tutto il mondo, hanno atteso...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5830" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5830</a><br /><br />SARA' BEATO FULTON SHEEN, IL PIU' CELEBRE TELEPREDICATORE CATTOLICO di Ermes Dovico<br />Per anni i fedeli americani, e in generale i suoi devoti sparsi in tutto il mondo, hanno atteso che venisse ripresa la causa di beatificazione del venerabile Fulton Sheen (1895-1979), sospesa a tempo indefinito nel 2014 per una controversia sulle reliquie sorta tra la Diocesi di Peoria e l'Arcidiocesi di New York. A giugno l'annosa disputa sul telepredicatore più famoso e ispirato degli Stati Uniti è stata finalmente risolta, e ieri papa Francesco ha potuto autorizzare la Congregazione delle cause dei santi a promulgare il decreto per il riconoscimento del miracolo dovuto all'intercessione dell'arcivescovo Sheen, che quindi potrà essere presto proclamato beato.<br />Il miracolo riguarda l'inspiegabile risurrezione nel 2010 di un bambino nato morto, il piccolo James Fulton Engstrom, che per 61 minuti non aveva né avuto un battito rilevabile né respirato, iniziando a emettere il suo primo respiro nel momento stesso in cui i medici ne stavano dichiarando ufficialmente la morte. In quei 61 minuti la madre e il padre avevano pregato per l'intercessione del Servo di Dio, Fulton Sheen. I dottori avevano poi predetto che il bambino sarebbe cresciuto con gravi insufficienze a livello di organi e con una paralisi cerebrale, ma dopo cinque mesi di vita del piccolo si era constatato che James Fulton aveva uno stato di salute normale. Nel 2014 c'era stato il via libera al riconoscimento del miracolo da parte di una commissione medica e poi teologica. Nel frattempo, due anni prima, Benedetto XVI aveva riconosciuto le virtù eroiche di Sheen.<br /><br />NEL SEGNO DELLA PUREZZA<br />Infine, ieri c'è stato appunto l'ulteriore fondamentale passo verso la beatificazione, nel giorno di santa Maria Goretti, la «martire della purezza» come la chiamò Pio XII quando la canonizzò nel 1950, sottolineando una virtù che Sheen andava più volte insegnando in quella stessa epoca. Come in una catechesi sul perché del matrimonio verginale tra Maria e Giuseppe, in cui diceva: «L'amore della donna determina quello dell'uomo. La donna è educatrice silenziosa della virilità del suo sposo. Essendo Maria il simbolo della verginità e la sublime ispiratrice della purezza per tutti, perché non avrebbe dovuto impiegare questa sua caratteristica con il suo Giuseppe, il giusto? La Vergine conquistò il cuore del suo giovane sposo non con la diminuzione dell'amore, ma sublimandolo». La purezza nasce da Dio, è stare alla Sua presenza, proprio come avveniva per Maria e Giuseppe che avevano in mezzo a loro Gesù, provavano già «la gioia senza pari che è il possesso dell'amore eterno del Cielo», a cui ogni matrimonio deve tendere, e quindi «non desideravano nient'altro».<br />Battezzato con il nome di Peter John Sheen (Fulton era il cognome da nubile della madre), il futuro beato era venuto alla luce l'8 maggio 1895 a El Paso, nell'Illinois, primo dei quattro figli di una coppia con origini irlandesi. La famiglia si era poi trasferita nella vicina Peoria, dove Fulton aveva fatto il chierichetto e a 24 anni era stato ordinato sacerdote. Desideroso di approfondire il pensiero di san Tommaso d'Aquino, venne in Europa, dove conseguì il dottorato in filosofia all'Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, e in teologia all'Angelicum di Roma. Quando fece ritorno negli Stati Uniti aveva insomma acquisito una formazione solidissima, unita a una fervida fede. Già nel 1929, consapevole del necessario legame tra fede e cultura, incoraggiava gli insegnanti della National Catholic Educational Association a «educare per una rinascita cattolica».<br /><br />EVANGELIZZAZIONE VIA RADIO E TV<br />Sapeva che questa rinascita, nel mezzo della galoppante secolarizzazione, era necessaria per ricondurre quante più anime a Dio. 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Ma, nel mese di novembre del 1918, mentre erano in atto i festeggiamenti per l'armistizio tra Francia e Germania, Marthe cadde a terra e non riuscì più ad alzarsi: fu l'inizio della sua misteriosa patologia, che venne diagnosticata come encefalite letargica, ma alcuni la definiranno «coma mistico».<br />Il coma durò fino al marzo-aprile del 1921, poi Marthe tornò lentamente a camminare, a lavorare all'uncinetto e, con l'aiuto del bastone, a sorvegliare gli animali della fattoria. Dopo qualche mese, tornò a peggiorare, perdendo la deambulazione, accusando forti dolori alla schiena e avendo pesanti problemi alla vista.<br />Dal 3 ottobre del 1926 si aggrava: ha continue emorragie e non ritiene più nulla nello stomaco. Riceve l'estrema unzione. Ma, proprio quando le speranze sembravano ormai finite, Marthe riceve l'apparizione di santa Teresina di Lisieux che le rivela di non essere giunta alla fine della sua vita, ma di dover assumere una precisa missione nel mondo.<br />Da questo momento Marthe Robin diventa pegno d'amore immolato per Gesù. Dal 1928 la paralisi colpisce tutto il corpo. Per 50 anni consecutivi non mangerà più e non berrà più; le verranno inumidite le labbra con acqua o caffè e nutrirà soltanto più l'anima con l'Eucaristia; tuttavia l'Ostia  non veniva inghiottita, ma spariva letteralmente e inspiegabilmente tra le sue labbra e molte persone furono testimoni di questo inspiegabile fenomeno.<br />Il 2 febbraio 1929 perse anche l'uso delle mani e dovette imparare a scrivere servendosi della bocca.<br />UNA MISTICA DEL NOSTRO TEMPO<br />Su di lei il filosofo cattolico Jean Guitton, accademico di Francia, scrisse il suo ultimo libro, Ritratto di Marthe Robin. Una mistica del nostro tempo (Paoline). Nell'Introduzione del libro di Jean-Jacques Antier (San Paolo) Guitton scrive: «Rassomigliava a una bambina, perfino nella voce. Era gaia più che gioiosa, la sua voce esile e bassa, il suo canto quello di un uccello. I suoi modi esprimevano l'essenza indefinibile della poesia». Inoltre: «Non aveva nessun talento, salvo, nella sua giovinezza, quello del ricamo. Al di là di qualsiasi cultura, al di là della povertà, si nutriva dell'aria, del tempo e dell'eternità. Perfino al di là del dolore. E tuttavia, subito presente a tutto e a tutti». «Mia moglie diceva: ''Altrove non ci sono che problemi, ma da lei non ci sono che soluzioni, perché si mette allo stesso tempo al centro del cielo e al centro della terra».<br />Nel 1930 Marthe vide Cristo, che le chiese: «Vuoi essere come me? ». Ed ella rispose: «Il mio io sei tu. La mia vita sia la riproduzione perfetta e incessante della tua vita». Il 1° ottobre, festa di santa Teresina di Lisieux, fu come una preparazione della passione in un vero tormento di sofferenze, di cui lascerà questa testimonianza: «Quanto mi avete fatto male. mio Dio! Vi amo! Abbiate pietà di me! ho male nell'anima, nel cuore, nel corpo; la mia povera testa sembra rotta. Non so più niente, se non soffrire. Sento in me una tale stanchezza; il dolore grida così forte. E non c'è nessuno, nessuno per aiutarmi! Sono all'estremo delle mie forze. Non finirà dunque mai il dolore quaggiù? Quando ha straziato il corpo e il cuore, strazia l'anima. Oh, mio Amore crocifisso! Voi m'insegnate giorno per giorno a dimenticarmi. Mio Dio, vi amo; abbiate pietà di me! Quando verrò, Dio mio, nella terra dei viventi? Gesù, sostenetemi! Ma io so. Per vincere bisogna saper soffrire. Il dolore è la leva che solleva la terra. [Perché] il Dio che affligge è anche il Dio che consola. Non è un peso, ma piuttosto un altare. Niente è più bello davanti a Dio che l'oblazione di se stessi quando si soffre. Con tutta la mia anima dolente, con tutto il mio cuore straziato, il mio corpo torturato dalle sofferenze, gli occhi accecati dalle lacrime, bacio amorosamente la vostra mano, mio Dio».<br />LA PASSIONE DI GESÙ SUL PROPRIO CORPO<br />Sempre nell'ottobre del 1930 Marthe riceve una nuova visione, questa volta di Cristo crocifisso. Egli prende le sue braccia paralizzate e gliele apre. Poi lei sente di nuovo: «Marthe, vuoi essere come me?». «Allora sentii un fuoco bruciante, talora esteriore, ma soprattutto interiore. Era un fuoco che usciva da Gesù. Esteriormente, lo vedevo come una luce che mi bruciava. Gesù mi chiese prima di tutto di offrire le mie mani. Mi sembrò che un dardo uscisse dal suo cuore e si dividesse in due raggi per trapassare uno la mano destra e l'altro la sinistra. Ma, nello stesso tempo, le mie mani erano trapassate, per così dire, dall'interno. Gesù m'invitò ancora a offrire i miei piedi. Lo feci all'istante, come, come per le mani, mettendo le gambe come Gesù sulla croce. Restarono in parte piegate, come quelle di Gesù. Come per le mani, un dardo, che partiva dal cuore di Gesù, dardo di fuoco dello stesso colore che per le mani, si divise in due a una certa distanza dal cuore di Gesù, pur restando unico nello sprigionarsi dal cuore. Quindi questo dardo era unico verso il cuore di Gesù e si divideva per colpire e attraversare nello stesso tempo i due piedi. La durata non si può precisare. Questo si verificò senza interruzioni ».<br />In seguito riceverà anche le ferite della corona di spine.<br />Da quel giorno Marthe rivivrà ogni venerdì la passione di Gesù. Il Signore promise di inviarle un sacerdote illuminato per aiutarla a realizzare la missione alla quale era destinata: creare dei luoghi di preghiera e carità destinati a diffondersi in tutto il mondo. Venne, tra gli altri, a visitarla il giovane abate Finet, che Marthe riconosce per averlo visto nelle sue visioni. Insieme a lui realizzerà i Foyers de charité, tutt'oggi presenti in tutto il mondo.<br />DONI STRAORDINARI<br />Marthe aveva il dono del consiglio e quello di leggere nei cuori, grazie ai quali aiutò molte persone, laici e religiosi, a risolvere difficili questioni spirituali. Diede importanti consigli al Presidente de Gaulle, a cardinali, vescovi, filosofi e scienziati. Marthe riuscì a curare, attraverso l'intercessione della Madonna, molte persone. Quando ricevette le stigmate la gente iniziò ad arrivare numerosa da ogni parte della Francia per vederla. Talvolta incontrava più di 60 persone al giorno e nonostante le sue sofferenze manteneva la sua abituale giovialità e il suo sorriso mentre ascoltava, rasserenava, convertiva. Riceveva lettere da tutto il mondo, erano tutte richieste di aiuto da parte di persone di ogni età. Nel 1940, dopo un'offerta fatta al Signore, autorizzata da Padre Finet, sopraggiunse una quasi totale cecità, unita a una ipersensibilità alla luce che obbligava Marthe a vivere al buio. «Gesù mi ha chiesto gli occhi», diceva la mistica.<br />Il filosofo Jean Guitton andò da lei ben quaranta volte. Rimase colpito da questa umile contadina che malgrado non fosse mai uscita dalla sua fattoria sapeva illuminare e aiutare gente semplice e dotti uomini di cultura e di scienza.<br />Marthe aveva il dono della veggenza, conosceva le cose lontane e quelle future, aveva una infinita capacità di donare amore e prendere su di sé i mali altrui.<br />Vide per decenni, ogni settimana, la Madonna e tutti i venerdì, prima della fine della passione di Gesù che viveva sulla sua carne, la Santa Vergine le appariva ai piedi del divano. Inoltre versava lacrime di sangue ogni notte, una moltiplicazione misteriosa che accompagnerà la martire fino alla fine dei suoi giorni.<br />La morte la colse, completamente sola, il 6 febbraio 1981, il primo venerdì del mese. Venne trovata sdraiata per terra, in mezzo a tanti oggetti sparsi.<br />Dopo sette anni dalla sua morte iniziò il suo processo di beatificazione, conclusosi a livello diocesano nel 1996. Papa Francesco ha promulgato il decreto sulle virtù eroiche in data 7 novembre 2014, dichiarando Marthe Robin "Venerabile".]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/18682728</guid><pubDate>Wed, 31 Jul 2019 09:50:06 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/18682728/dichiarata_venerabile.mp3" length="10284302" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5744

DICHIARATA VENERABILE MARTHE ROBIN: 50 ANNI SENZA BERE NE' MANGIARE di Cristina Siccardi
Marthe Robin nacque a Châteauneuf-de-Galaure (Drôme), nel sud-est della Francia, il 13...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5744" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5744</a><br /><br />DICHIARATA VENERABILE MARTHE ROBIN: 50 ANNI SENZA BERE NE' MANGIARE di Cristina Siccardi<br />Marthe Robin nacque a Châteauneuf-de-Galaure (Drôme), nel sud-est della Francia, il 13 marzo 1902, era sestogenita di Joseph Robin e Amélie-Célestine Chosson, modesti contadini, che la fecero battezzare il 5 aprile a Saint-Bonnet-de-Galaure.<br />La sua vita, fino ai 16 anni, scorre serena nella campagna. Ma, nel mese di novembre del 1918, mentre erano in atto i festeggiamenti per l'armistizio tra Francia e Germania, Marthe cadde a terra e non riuscì più ad alzarsi: fu l'inizio della sua misteriosa patologia, che venne diagnosticata come encefalite letargica, ma alcuni la definiranno «coma mistico».<br />Il coma durò fino al marzo-aprile del 1921, poi Marthe tornò lentamente a camminare, a lavorare all'uncinetto e, con l'aiuto del bastone, a sorvegliare gli animali della fattoria. Dopo qualche mese, tornò a peggiorare, perdendo la deambulazione, accusando forti dolori alla schiena e avendo pesanti problemi alla vista.<br />Dal 3 ottobre del 1926 si aggrava: ha continue emorragie e non ritiene più nulla nello stomaco. Riceve l'estrema unzione. Ma, proprio quando le speranze sembravano ormai finite, Marthe riceve l'apparizione di santa Teresina di Lisieux che le rivela di non essere giunta alla fine della sua vita, ma di dover assumere una precisa missione nel mondo.<br />Da questo momento Marthe Robin diventa pegno d'amore immolato per Gesù. Dal 1928 la paralisi colpisce tutto il corpo. Per 50 anni consecutivi non mangerà più e non berrà più; le verranno inumidite le labbra con acqua o caffè e nutrirà soltanto più l'anima con l'Eucaristia; tuttavia l'Ostia  non veniva inghiottita, ma spariva letteralmente e inspiegabilmente tra le sue labbra e molte persone furono testimoni di questo inspiegabile fenomeno.<br />Il 2 febbraio 1929 perse anche l'uso delle mani e dovette imparare a scrivere servendosi della bocca.<br />UNA MISTICA DEL NOSTRO TEMPO<br />Su di lei il filosofo cattolico Jean Guitton, accademico di Francia, scrisse il suo ultimo libro, Ritratto di Marthe Robin. Una mistica del nostro tempo (Paoline). Nell'Introduzione del libro di Jean-Jacques Antier (San Paolo) Guitton scrive: «Rassomigliava a una bambina, perfino nella voce. Era gaia più che gioiosa, la sua voce esile e bassa, il suo canto quello di un uccello. I suoi modi esprimevano l'essenza indefinibile della poesia». Inoltre: «Non aveva nessun talento, salvo, nella sua giovinezza, quello del ricamo. Al di là di qualsiasi cultura, al di là della povertà, si nutriva dell'aria, del tempo e dell'eternità. Perfino al di là del dolore. E tuttavia, subito presente a tutto e a tutti». «Mia moglie diceva: ''Altrove non ci sono che problemi, ma da lei non ci sono che soluzioni, perché si mette allo stesso tempo al centro del cielo e al centro della terra».<br />Nel 1930 Marthe vide Cristo, che le chiese: «Vuoi essere come me? ». Ed ella rispose: «Il mio io sei tu. La mia vita sia la riproduzione perfetta e incessante della tua vita». Il 1° ottobre, festa di santa Teresina di Lisieux, fu come una preparazione della passione in un vero tormento di sofferenze, di cui lascerà questa testimonianza: «Quanto mi avete fatto male. mio Dio! Vi amo! Abbiate pietà di me! ho male nell'anima, nel cuore, nel corpo; la mia povera testa sembra rotta. Non so più niente, se non soffrire. Sento in me una tale stanchezza; il dolore grida così forte. E non c'è nessuno, nessuno per aiutarmi! Sono all'estremo delle mie forze. Non finirà dunque mai il dolore quaggiù? Quando ha straziato il corpo e il cuore, strazia l'anima. Oh, mio Amore crocifisso! Voi m'insegnate giorno per giorno a dimenticarmi. Mio Dio, vi amo; abbiate pietà di me! Quando verrò, Dio mio, nella terra dei viventi? Gesù, sostenetemi! Ma io so. Per vincere bisogna saper...]]></itunes:summary><itunes:duration>643</itunes:duration><itunes:keywords>chiesa,cibo,eucaristia,marthe,robin,venerabile</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/249ae35f017287329cb017f43400844e.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Via libera alla causa di beatificazione di Bisagno, comandante partigiano (e cattolico)</title><link>https://www.spreaker.com/episode/via-libera-alla-causa-di-beatificazione-di-bisagno-comandante-partigiano-e-cattolico--18460638</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5716" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5716</a><br /><br />BISAGNO, VIA LIBERA ALLA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DEL COMANDANTE PARTIGIANO (E CATTOLICO) di Rino Cammilleri<br />Il 13 giugno l'arcidiocesi di Genova ha dato l'annuncio dell'apertura del processo di beatificazione del concittadino Aldo Gastaldi (1921-1945), passato alla storia nazionale come il «primo partigiano d'Italia». Col nome di battaglia di «Bisagno» (tutti gli uomini al suo comando avevano scelto di chiamarsi come i fiumi della Liguria) aveva combattuto i tedeschi fin dall'inizio, cioè il giorno dopo l'8 settembre. L'iniziativa è stata salutata con favore dall'Anpi ligure per bocca del suo coordinatore: «Mi pare un segnale molto importante da parte della Curia soprattutto in un momento storico in cui c'è qualcuno che mette in discussione i valori fondamentali della nostra democrazia».<br />Ma davvero Bagnasco ha voluto fare un gesto polemico nei confronti dei leghisti al momento trionfanti? Figurarsi, si scherza coi fanti ma si lasciano stare i santi. E Bisagno forse era proprio santo, per questo il cardinale vuole che si vada a scrutarne la vita. Basta dire che il nostro candidato agli altari, quando decise di andare in montagna, la prima cosa che fece fu associarsi un prete, don Attilio Fontana, il quale diventò cappellano della prima formazione armata della Resistenza, la Divisione Cichero comandata da Bisagno. Il quale finì col diventare un mito per la sua imbattibilità su tutto l'Appennino ligure-emiliano. Un esperto di questa storia è Luciano Garibaldi, giornalista e storico, che ha scritto il libro I Giusti del 25 aprile. Chi uccise i partigiani eroi (Ares).<br />Ci informa che Bisagno proibiva ogni molestia alle donne, imponeva il pagamento di ogni rifornimento alimentare richiesto (si badi: non requisito) ai contadini, vietava il turpiloquio e soprattutto le bestemmie: «La bestemmia è, per chi crede, una abiezione e, per chi non crede, una stupida inutilità. In ogni caso è simbolo di pervertimento», lasciò scritto nelle sue direttive. Per se stesso: «Il capo mangia sempre per ultimo, sceglie per ultimo la sua parte, beve per ultimo alla fonte o alla bottiglia, fa di notte il turno più pesante». Bisagno era religiosissimo e solo ventenne così scriveva alla madre: «Credo e penso che tutti coloro che vedono ogni bellezza della vita nel solo piacere materiale siano dei deboli».<br />Vedeva, sì, la gioventù di quelli che si tenevano «lontani da Dio», ma non lui, tutt'altro. Per esempio, il giorno di Natale del 1944 ruppe il ghiaccio di una fontana gelata e si lavò, incurante del freddo, fino alla vita perché voleva andare a messa. Ma era un fustaccio, alto, bello e atletico, nonché un fegataccio da imprese eroiche. Arruolato nel Genio come soldato semplice, salì tutti i gradi per merito fino a sottotenente.<br />Anziché cedere ai tedeschi gli armamenti di cui era responsabile, convinse i suoi uomini a portarli in montagna. Alla sua Divisione affluirono ben presto i soldati inglesi e australiani fuggiti dalla prigionia, nonché molti di quei soldati italiani che intendevano continuare a combattere in nome del Re. I problemi per Bisagno vennero dal Cln. Non sopportava quei gruppi che operavano per politicizzare la Resistenza, specialmente i comunisti.<br />Il recentemente scomparso Zeffirelli, che fu partigiano bianco, raccontò di aver visto un prete ucciso e poi gettato in una latrina solo perché aveva benedetto le salme di alcuni fascisti. Bisagno vide per molte mattine le vie di Genova sparse qua e là di cadaveri di fascisti o stimati tali finiti col classico colpo alla nuca ed ebbe per questo una tempestosa discussione col Comitato nella sede genovese all'Hotel Bristol.<br />Ora, alla sua Divisione si erano uniti parecchi repubblichini di leva, cioè giovani praticamente costretti. A guerra finita, tornati alle loro case, però, dato il clima chi avrebbe creduto alla loro partecipazione alla lotta partigiana? Bisagno decise di accompagnarli personalmente per testimoniare a loro favore. Al ritorno da uno di questi viaggi cadde dal tettuccio del camion su cui stava seduto e finì sotto le ruote. Era il 21 maggio 1945, così morì il «primo partigiano d'Italia», a ventitré anni.<br />Luciano Garibaldi nel suo libro avanza dei dubbi su questa morte: perché non fu portato subito al più vicino ospedale ma in uno ben più distante? Perché non fu fatta l'autopsia? Così ha scritto (su «Il Timone»): «Sessant'anno dopo, il suo cugino e compagno di battaglie Dino Lunetti, in una intervista concessa a Riccardo Caniato e pubblicata nel libro I Giusti del 25 Aprile, ha demolito tale versione fornendone una molto più verosimile: avvelenato fino a fargli perdere i sensi e farlo precipitare». E se le indagini per la beatificazione si imbattessero in qualcosa di imbarazzante, ci sarebbe il coraggio di parlare di martirio in odium fidei? Si consideri che il cardinale croato e beato Stepinac, la cui morte in terra comunista rimane del pari avvolta nei dubbi, costituisce ancora un grattacapo per la Santa Sede.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/18460638</guid><pubDate>Tue, 16 Jul 2019 22:35:07 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/18460638/bisagno.mp3" length="7701314" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5716

BISAGNO, VIA LIBERA ALLA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DEL COMANDANTE PARTIGIANO (E CATTOLICO) di Rino Cammilleri
Il 13 giugno l'arcidiocesi di Genova ha dato l'annuncio dell'apertura...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5716" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5716</a><br /><br />BISAGNO, VIA LIBERA ALLA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DEL COMANDANTE PARTIGIANO (E CATTOLICO) di Rino Cammilleri<br />Il 13 giugno l'arcidiocesi di Genova ha dato l'annuncio dell'apertura del processo di beatificazione del concittadino Aldo Gastaldi (1921-1945), passato alla storia nazionale come il «primo partigiano d'Italia». Col nome di battaglia di «Bisagno» (tutti gli uomini al suo comando avevano scelto di chiamarsi come i fiumi della Liguria) aveva combattuto i tedeschi fin dall'inizio, cioè il giorno dopo l'8 settembre. L'iniziativa è stata salutata con favore dall'Anpi ligure per bocca del suo coordinatore: «Mi pare un segnale molto importante da parte della Curia soprattutto in un momento storico in cui c'è qualcuno che mette in discussione i valori fondamentali della nostra democrazia».<br />Ma davvero Bagnasco ha voluto fare un gesto polemico nei confronti dei leghisti al momento trionfanti? Figurarsi, si scherza coi fanti ma si lasciano stare i santi. E Bisagno forse era proprio santo, per questo il cardinale vuole che si vada a scrutarne la vita. Basta dire che il nostro candidato agli altari, quando decise di andare in montagna, la prima cosa che fece fu associarsi un prete, don Attilio Fontana, il quale diventò cappellano della prima formazione armata della Resistenza, la Divisione Cichero comandata da Bisagno. Il quale finì col diventare un mito per la sua imbattibilità su tutto l'Appennino ligure-emiliano. Un esperto di questa storia è Luciano Garibaldi, giornalista e storico, che ha scritto il libro I Giusti del 25 aprile. Chi uccise i partigiani eroi (Ares).<br />Ci informa che Bisagno proibiva ogni molestia alle donne, imponeva il pagamento di ogni rifornimento alimentare richiesto (si badi: non requisito) ai contadini, vietava il turpiloquio e soprattutto le bestemmie: «La bestemmia è, per chi crede, una abiezione e, per chi non crede, una stupida inutilità. In ogni caso è simbolo di pervertimento», lasciò scritto nelle sue direttive. Per se stesso: «Il capo mangia sempre per ultimo, sceglie per ultimo la sua parte, beve per ultimo alla fonte o alla bottiglia, fa di notte il turno più pesante». Bisagno era religiosissimo e solo ventenne così scriveva alla madre: «Credo e penso che tutti coloro che vedono ogni bellezza della vita nel solo piacere materiale siano dei deboli».<br />Vedeva, sì, la gioventù di quelli che si tenevano «lontani da Dio», ma non lui, tutt'altro. Per esempio, il giorno di Natale del 1944 ruppe il ghiaccio di una fontana gelata e si lavò, incurante del freddo, fino alla vita perché voleva andare a messa. Ma era un fustaccio, alto, bello e atletico, nonché un fegataccio da imprese eroiche. Arruolato nel Genio come soldato semplice, salì tutti i gradi per merito fino a sottotenente.<br />Anziché cedere ai tedeschi gli armamenti di cui era responsabile, convinse i suoi uomini a portarli in montagna. Alla sua Divisione affluirono ben presto i soldati inglesi e australiani fuggiti dalla prigionia, nonché molti di quei soldati italiani che intendevano continuare a combattere in nome del Re. I problemi per Bisagno vennero dal Cln. Non sopportava quei gruppi che operavano per politicizzare la Resistenza, specialmente i comunisti.<br />Il recentemente scomparso Zeffirelli, che fu partigiano bianco, raccontò di aver visto un prete ucciso e poi gettato in una latrina solo perché aveva benedetto le salme di alcuni fascisti. Bisagno vide per molte mattine le vie di Genova sparse qua e là di cadaveri di fascisti o stimati tali finiti col classico colpo alla nuca ed ebbe per questo una tempestosa discussione col Comitato nella sede genovese all'Hotel Bristol.<br />Ora, alla sua Divisione si erano uniti parecchi repubblichini di leva, cioè giovani praticamente costretti. 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Si tratta dei preti Enzo Boschetti (+ 1993) e Augustin Tolton, ex schiavo, primo prete nero americano (+1897), poi Felice Tantardini, missionario del Pime (+1991), Giovanni Nadiani, fratello laico della congregazione del SS. Sacramento (+1940), María Beatriz Rosario Arroyo, fondatrice filippina (+1957), Maria Paola Muzzeddu fondatrice (+1971), Maria Santina Collani, suora (+1957).<br />Infine, tre martiri, che dunque passano direttamente al grado di Beate. La cosa interessante è che si tratta di tre laiche, tre crocerossine per la precisione. E si tratta delle prime infermiere della Croce Rossa che salgono agli onori degli altari. La loro storia è particolarmente toccante (e agghiacciante), e si inserisce in quella spaventosa quanto inutile mattanza a danno dei cattolici, clero e laici, che si verificò durante la guerra civile spagnola del 1936-1939. Parliamo di Octavia Iglesias Blanco, 41 anni, María del Pilar Colón Gullón Yturriaga, 25 anni, e Olga Pérez-Monteserín Núñez, 23 anni.<br />A guerra scoppiata, le tre andarono a prestare servizio nelle Asturie, per l'esattezza nell'ospedale di Puerto de Somiedo, dove erano ricoverati i feriti di parte nazionalista. Arrivarono il 18 ottobre 1936, a quattro mesi dall'inizio della guerra, per un turno di servizio di una settimana. Alla scadenza del termine chiesero di poter restare nell'ospedale perché i feriti avevano ancora bisogno delle loro cure. Si arrivò così al 27, e ormai i rojos erano vicini. Furono sollecitate a scappare, ma ancora il senso del dovere prevalse. Un senso del dovere che era anche un senso cristiano, viste, poi, le loro ultime parole prima di morire.<br />E arrivarono, i rojos, e non ebbero scrupoli né pietà di nessuno. Le tre donne avevano pensato che quelli non avrebbero torto un capello a loro e ai feriti; tanto, che problemi potevano dar loro? Ma non conoscevano il loro prossimo di fede comunista. I miliziani uccisero per primo il cappellano dell'ospedale, anche lui rimasto al suo posto. Poi sterminarono tutti i feriti, e perfino il medico. Le tre crocerossine, invece, le portarono via per il loro spasso.<br />Le tre vennero violentate per tutta la notte e da tutti gli eroici combattenti della revolución, i quali alternarono violenze sessuali a sevizie, fino a che non ne ebbero abbastanza. Poi, al mattino, le caricarono peste e sanguinanti su di un carro, le spogliarono nude e le portarono in giro per il vicino paese di Pola de Somiedo, affinché tutti potessero assistere al trionfo della giustizia proletaria. Il bello è che tra i miliziani c'erano alcune donne, tre anche loro, ed a queste fu affidato il compito di provvedere alla soluzione finale. Le tre crocerossine, messe al muro per essere fucilate dalle compañeras, supplicarono per avere un prete, ma in zona non ce n'erano più: li avevano fatti fuori tutti. E poi, figurarsi se quelli si scomodavano per accontentare la superstizione.<br />Così, prima che partisse la scarica, alle tre disgraziate non rimase che gridare «Viva Cristo Rey!». Le fucilate vennero accompagnate dal coro antagonista: «Viva la Rusia! Viva el comunismo!». Poi, tra grasse risate di soddisfazione, se ne andarono, lasciando le tre sventurate per terra, sempre nude. Solo dopo qualche giorno mani pietose poterono dar loro cristiana sepoltura. Ma il loro ricordo rimase vivissimo da quelle parti. Infatti, oggi i corpi riposano nella cattedrale di Astorga. Da questa città provenivano e qui, se vi fossero tornate come da raccomandazione, sarebbero state al sicuro. Ma non se l'erano sentita di abbandonare i loro assistiti. Va detto che i rojos avevano pur offerto loro la libertà, a patto di smetterla col loro cattolicesimo nemico del Sol dell'Avvenire, e di entrare nel Partito (comunista, ça va sans dire). Rifiutarono e perciò, dopo una notte di rieducazione, furono passate per le armi. Nude. A mezzogiorno del 28 ottobre 1936. Perché tutti vedessero e traessero insegnamento.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/18460639</guid><pubDate>Tue, 16 Jul 2019 22:30:13 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/18460639/cammilleri_martiri_spagna.mp3" length="6146088" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5715

TRE NUOVE MARTIRI SPAGNOLE CHE NEL 1936 FURONO UCCISE DOPO ESSERE STATE VIOLENTATE DALLE TRUPPE COMUNISTE di Rino Cammilleri
L'11 giugno scorso il papa ha autorizzato la...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5715<br /><br />TRE NUOVE MARTIRI SPAGNOLE CHE NEL 1936 FURONO UCCISE DOPO ESSERE STATE VIOLENTATE DALLE TRUPPE COMUNISTE di Rino Cammilleri<br />L'11 giugno scorso il papa ha autorizzato la Congregazione per le Cause dei Santi a promulgare i decreti riguardanti le virtù eroiche (cristiane, s'intende) di alcuni Servi di Dio, che perciò passano di grado e diventano Venerabili. Si tratta dei preti Enzo Boschetti (+ 1993) e Augustin Tolton, ex schiavo, primo prete nero americano (+1897), poi Felice Tantardini, missionario del Pime (+1991), Giovanni Nadiani, fratello laico della congregazione del SS. Sacramento (+1940), María Beatriz Rosario Arroyo, fondatrice filippina (+1957), Maria Paola Muzzeddu fondatrice (+1971), Maria Santina Collani, suora (+1957).<br />Infine, tre martiri, che dunque passano direttamente al grado di Beate. La cosa interessante è che si tratta di tre laiche, tre crocerossine per la precisione. E si tratta delle prime infermiere della Croce Rossa che salgono agli onori degli altari. La loro storia è particolarmente toccante (e agghiacciante), e si inserisce in quella spaventosa quanto inutile mattanza a danno dei cattolici, clero e laici, che si verificò durante la guerra civile spagnola del 1936-1939. Parliamo di Octavia Iglesias Blanco, 41 anni, María del Pilar Colón Gullón Yturriaga, 25 anni, e Olga Pérez-Monteserín Núñez, 23 anni.<br />A guerra scoppiata, le tre andarono a prestare servizio nelle Asturie, per l'esattezza nell'ospedale di Puerto de Somiedo, dove erano ricoverati i feriti di parte nazionalista. Arrivarono il 18 ottobre 1936, a quattro mesi dall'inizio della guerra, per un turno di servizio di una settimana. Alla scadenza del termine chiesero di poter restare nell'ospedale perché i feriti avevano ancora bisogno delle loro cure. Si arrivò così al 27, e ormai i rojos erano vicini. Furono sollecitate a scappare, ma ancora il senso del dovere prevalse. Un senso del dovere che era anche un senso cristiano, viste, poi, le loro ultime parole prima di morire.<br />E arrivarono, i rojos, e non ebbero scrupoli né pietà di nessuno. Le tre donne avevano pensato che quelli non avrebbero torto un capello a loro e ai feriti; tanto, che problemi potevano dar loro? Ma non conoscevano il loro prossimo di fede comunista. I miliziani uccisero per primo il cappellano dell'ospedale, anche lui rimasto al suo posto. Poi sterminarono tutti i feriti, e perfino il medico. Le tre crocerossine, invece, le portarono via per il loro spasso.<br />Le tre vennero violentate per tutta la notte e da tutti gli eroici combattenti della revolución, i quali alternarono violenze sessuali a sevizie, fino a che non ne ebbero abbastanza. Poi, al mattino, le caricarono peste e sanguinanti su di un carro, le spogliarono nude e le portarono in giro per il vicino paese di Pola de Somiedo, affinché tutti potessero assistere al trionfo della giustizia proletaria. Il bello è che tra i miliziani c'erano alcune donne, tre anche loro, ed a queste fu affidato il compito di provvedere alla soluzione finale. Le tre crocerossine, messe al muro per essere fucilate dalle compañeras, supplicarono per avere un prete, ma in zona non ce n'erano più: li avevano fatti fuori tutti. E poi, figurarsi se quelli si scomodavano per accontentare la superstizione.<br />Così, prima che partisse la scarica, alle tre disgraziate non rimase che gridare «Viva Cristo Rey!». Le fucilate vennero accompagnate dal coro antagonista: «Viva la Rusia! Viva el comunismo!». Poi, tra grasse risate di soddisfazione, se ne andarono, lasciando le tre sventurate per terra, sempre nude. Solo dopo qualche giorno mani pietose poterono dar loro cristiana sepoltura. 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Ed è un peccato perché, come quella del figlio, anche la sua è una figura decisamente luminosa, contrassegnata da una testimonianza di fede autenticamente vissuta.<br />MADRE DI UN SANTO<br />Aiuta a colmare questo vuoto un bel libro di oltre 300 pagine intitolato Matka Świętego. Poruszające świadectwo Marianny Popiełuszko, traducibile come "Madre di un santo, commovente testimonianza di Marianną Popieluszko", a cura della giornalista e scrittrice polacca Milena Kindziuk. Grazie a quest'opera possiamo difatti scoprire di più di questa donna coraggiosa, morta pochi anni or sono alla veneranda età di 93 anni, non prima però di aver assistito alla beatificazione dell'amato figlio Jerzy.<br />Nata nella regione rurale di Bialystok quasi un secolo fa, Marianną si sposò giovane - aveva 22 anni -, diede alla luce cinque figli, tra cui il sacerdote divenuto un simbolo della resistenza durante i tempi bui del regime comunista, e fu sempre una donna di grande fede. A provarlo, le sue stesse parole. Come quando affermò: «La fede in Dio viene prima di tutto. Senza Dio, la vita non ha senso. Dobbiamo assicurarci che sia sempre presente in noi perché con la fede c'è sempre una vittoria».<br />Una chiara conferma dell'attaccamento al Signore, la signora polacca la diede anche quando aspettava il suo terzo figlio, Jerzy. Allora, infatti, Marianną pregò intensamente affinché Dio concedesse al piccolo che aveva in grembo la grazia della vocazione sacerdotale. Una richiesta che solo una madre di grande fede può fare e alla quale, evidentemente, l'Onnipotente non ha mancato di corrispondere, donandole il figlio che sognava ma anche, come sappiamo, un dolore immenso.<br />IL MIO PIÙ GRANDE DOLORE<br />Un dolore di cui la donna parlò anche il 6 giugno 2010, in occasione della beatificazione di suo figlio: «Il mio più grande dolore è stato la morte di Jerzy». Ciò nonostante, accanto a queste parole di comprensibile dolore, la signora Popiełuszko ne fece seguire altre a dir poco commoventi: «Io non giudico nessuno, perché Dio è l'unico giudice. La mia grande gioia sarà quando gli assassini di mio figlio si convertiranno». Una conversione per la quale l'anziana, ancora a decenni di distanza, confidava di «pregare ogni giorno», con l'intercessione di suo figlio, il quale - aveva aggiunto sempre la donna - «ben sapeva che non c'è nulla di più importante nella vita della presenza di Dio».<br />La conferma della grandezza della madre di Jerzy Popiełuszko ci arriva poi dalle parole di Milena Kindziuk, che ne ha curato il libro. La scrittrice ha infatti dichiarato: «Non avremmo mai avuto don Jerzy senza la fede e la fiducia della madre Marianna, la quale è giunta a perdonare gli assassini del figlio». È stata Marianną Popiełuszko», ha inoltre aggiunto la Kindziuk, «ad insegnare ai suoi figli la fede e la preghiera. Tanto che, quando il figlio Jerzy entrò in seminario, lei disse di aver dato con tutto il cuore suo figlio alla Chiesa. Al punto che approvò tutte le decisioni dei superiori del figlio, anche quelle che non la convincevano». Che dire, c'è davvero di che essere grati alla signora Popiełuszko. Per aver donato alla Chiesa una figura immensa come padre Jerzy e per aver essa stessa dato una testimonianza di fede grandiosa che, oggi più che mai, merita di essere riscoperta e presa come esempio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/18385012</guid><pubDate>Wed, 26 Jun 2019 01:00:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/18385012/popielusko.mp3" length="5332322" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5698

LA MAMMA DI DON POPIELUSZKO PERDONO' GLI ASSASSINI DEL FIGLIO di Giuliano Guzzo
Se sono purtroppo ancora pochi, perfino nello stesso mondo cattolico, quelli che conoscono bene la...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5698" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5698</a><br /><br />LA MAMMA DI DON POPIELUSZKO PERDONO' GLI ASSASSINI DEL FIGLIO di Giuliano Guzzo<br />Se sono purtroppo ancora pochi, perfino nello stesso mondo cattolico, quelli che conoscono bene la storia e la testimonianza di don Jerzy Popiełuszko (1947–1984), il sacerdote e martire polacco assassinato oltre tre decenni or sono e beatificato nel giugno 2010 sotto il pontificato di Benedetto XVI, decisamente meno, c'è da temere, saranno quelli che sanno qualcosa di Marianną Popiełuszko (1920-2013), sua madre. Ed è un peccato perché, come quella del figlio, anche la sua è una figura decisamente luminosa, contrassegnata da una testimonianza di fede autenticamente vissuta.<br />MADRE DI UN SANTO<br />Aiuta a colmare questo vuoto un bel libro di oltre 300 pagine intitolato Matka Świętego. Poruszające świadectwo Marianny Popiełuszko, traducibile come "Madre di un santo, commovente testimonianza di Marianną Popieluszko", a cura della giornalista e scrittrice polacca Milena Kindziuk. Grazie a quest'opera possiamo difatti scoprire di più di questa donna coraggiosa, morta pochi anni or sono alla veneranda età di 93 anni, non prima però di aver assistito alla beatificazione dell'amato figlio Jerzy.<br />Nata nella regione rurale di Bialystok quasi un secolo fa, Marianną si sposò giovane - aveva 22 anni -, diede alla luce cinque figli, tra cui il sacerdote divenuto un simbolo della resistenza durante i tempi bui del regime comunista, e fu sempre una donna di grande fede. A provarlo, le sue stesse parole. Come quando affermò: «La fede in Dio viene prima di tutto. Senza Dio, la vita non ha senso. Dobbiamo assicurarci che sia sempre presente in noi perché con la fede c'è sempre una vittoria».<br />Una chiara conferma dell'attaccamento al Signore, la signora polacca la diede anche quando aspettava il suo terzo figlio, Jerzy. Allora, infatti, Marianną pregò intensamente affinché Dio concedesse al piccolo che aveva in grembo la grazia della vocazione sacerdotale. Una richiesta che solo una madre di grande fede può fare e alla quale, evidentemente, l'Onnipotente non ha mancato di corrispondere, donandole il figlio che sognava ma anche, come sappiamo, un dolore immenso.<br />IL MIO PIÙ GRANDE DOLORE<br />Un dolore di cui la donna parlò anche il 6 giugno 2010, in occasione della beatificazione di suo figlio: «Il mio più grande dolore è stato la morte di Jerzy». Ciò nonostante, accanto a queste parole di comprensibile dolore, la signora Popiełuszko ne fece seguire altre a dir poco commoventi: «Io non giudico nessuno, perché Dio è l'unico giudice. La mia grande gioia sarà quando gli assassini di mio figlio si convertiranno». Una conversione per la quale l'anziana, ancora a decenni di distanza, confidava di «pregare ogni giorno», con l'intercessione di suo figlio, il quale - aveva aggiunto sempre la donna - «ben sapeva che non c'è nulla di più importante nella vita della presenza di Dio».<br />La conferma della grandezza della madre di Jerzy Popiełuszko ci arriva poi dalle parole di Milena Kindziuk, che ne ha curato il libro. La scrittrice ha infatti dichiarato: «Non avremmo mai avuto don Jerzy senza la fede e la fiducia della madre Marianna, la quale è giunta a perdonare gli assassini del figlio». È stata Marianną Popiełuszko», ha inoltre aggiunto la Kindziuk, «ad insegnare ai suoi figli la fede e la preghiera. Tanto che, quando il figlio Jerzy entrò in seminario, lei disse di aver dato con tutto il cuore suo figlio alla Chiesa. Al punto che approvò tutte le decisioni dei superiori del figlio, anche quelle che non la convincevano». Che dire, c'è davvero di che essere grati alla signora Popiełuszko. Per aver donato alla Chiesa una figura immensa come padre Jerzy e per aver essa stessa dato una testimonianza di fede grandiosa che, oggi più che mai, merita di essere riscoperta e presa come esempio.]]></itunes:summary><itunes:duration>334</itunes:duration><itunes:keywords>assassini,cattolico,madre,martire,perdono,sacerdote</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/cfb6031cc5936a35b5b1d1c31f5f0cde.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Tre martiri per festeggiare il 25 aprile: Rolando Rivi, Bisagno, Teresio Olivelli</title><link>https://www.spreaker.com/episode/tre-martiri-per-festeggiare-il-25-aprile-rolando-rivi-bisagno-teresio-olivelli--18335733</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5640" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5640</a><br /><br />TRE MARTIRI PER FESTEGGIARE IL 25 APRILE: ROLANDO RIVI, BISAGNO, TERESIO OLIVELLI<br />Siamo un paese che vive di polemiche e, inutile nasconderlo, l'idea di una memoria condivisa è una chimera. Lo si è visto anche quest'anno in occasione dei festeggiamenti del 25 aprile, data della liberazione. Puntuali, sono arrivate anche le polemiche. C'è poco da farci: sebbene negli anni diversi storici abbiano mostrato che furono numerosi i gruppi partigiani rossi colpevoli di eccidi, pare che una parte del paese non voglia ammettere che, accanto a comportamenti eroici, vi fu anche chi si macchiò di orrendi delitti.<br />Ma la storia è storia, e andrebbe raccontata tutta e per intero, non solo quella "consentita" dalla storiografia di sinistra. Tempi, negli ultimi anni, s'è soffermato su tre figure esemplari: Rolando Rivi, Aldo Gastaldi detto Bisagno e Teresio Olivelli. Qui di seguito vi proponiamo in breve alcuni loro ritratti. [...]<br />ROLANDO RIVI, IL GIOVANE SEMINARISTA MARTIRE<br />Proclamato beato da papa Francesco, il seminarista Rolando Rivi fu ucciso quattordicenne dai partigiani il 13 aprile 1945. La sua storia la conoscete: accusato di fare la spia, fu portato dai partigiani nel bosco di Monchio (Mo), malmenato e infine assassinato "in odium fidei". È morto sussurrando le parole «io sono di Gesù». Per anni, la sua figura è stato osteggiata. Settantré anni dopo il suo assassinio, il suo martirio ha portato frutto: l'anno scorso, Meris Corghi, figlia del partigiano Giuseppe che uccise il giovane seminarista, ha chiesto perdono ai fratelli e al cugino del beato, Alfonso, e ad altri familiari. Un fatto eclatante e commovente, come spiegò a Tempi in un'intervista monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia: «Il seme di Rolando è fiorito facendo cose nuove e redimendo il male passato».<br />BISAGNO, IL PRIMO PARTIGIANO D'ITALIA<br />La straordinaria storia di coraggio e fede di questo partigiano è stata raccontata in un bel documentario da Marco Gandolfo e da Giampaolo Pansa nel suo Uccidete il comandante bianco. Dopo l'8 settembre, Gastaldi si rifugiò a Cichero, alle pendici del monte Ramaceto sull'Appenino ligure e lì iniziò a guidare un gruppo di partigiani. Bisagno era apolitico e cattolico. Il suo modo di combattere - che evitava l'accanimento contro i nemici fascisti - gli attirò i sospetti dei partigiani rossi tanto che molti sostengono che da loro sia stato ucciso il 21 maggio 1945 a Desenzano del Garda. Amatissimo dai suoi compagni e dalla popolazione, fu insignito dell'onorificenza di "primo partigiano d'Italia".<br />TERESIO OLIVELLI, IL PRIMO PARTIGIANO PROCLAMATO BEATO<br />Teresio Olivelli è il primo partigiano italiano canonizzato dalla Chiesa cattolica. Giovane di Azione cattolica e poi della Fuci, fascista militante, combatté in Spagna contro i comunisti, si allontanò dall'ideologia dei neri nel 1941 mentre si trovava in Russia. Capace di gesti coraggiosi - come quello di portare il distintivo dell'Ac anche dopo che l'associazione era stata sciolta dal regime o di difendere uno studente ebreo al Collegio Ghislieri di Pavia dai bulli che lo avevano preso di mira - si distinse in combattimento tanto da meritarsi la medaglia d'oro al valor militare e la medaglia d'oro della Resistenza, cui si unì una volta rientrato in Italia. È l'autore de La Preghiera del Ribelle e morì il 17 gennaio 1945 a 29 anni nel lager nazista di Hersbruck, vittima di un pestaggio per aver preso le difese di un altro prigioniero. La Chiesa lo ha canonizzato riconoscendolo "martire della carità".<br />Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Mattarella, il resistenzialista" spiega perché nel discorso del presidente Mattarella per la festa del 25 aprile ci sono almeno due passaggi discutibili, il primo dei quali da rifiutare e il secondo quantomeno da precisare. In ogni caso si è dimostrato un campione dell'ideologia della resistenza.<br />Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 27 aprile 2019:<br />Nel discorso del presidente Mattarella per la festa del 25 aprile ci sono almeno due passaggi discutibili, il primo dei quali da rifiutare e il secondo quantomeno da precisare.<br />Quello da rifiutare è che sul tema della resistenza "la storia non si riscrive", come perentoriamente affermato dal Presidente. A parte la ovvia constatazione che la storia sempre si riscrive (altrimenti a cosa servirebbero gli storici?), nel caso specifico della resistenza o della "guerra civile italiana" potremmo dire che la storia aspetta di essere riscritta, nonostante lodevoli tentativi su questa linea siano già stati fatti.<br />Non so se esista la parola "resistenzialismo" nel senso dell'ideologia della resistenza, ma se non c'è possiamo coniarla noi. Il divieto di Mattarella a riscrivere la storia mi sembra proprio un esempio di resistenzialismo. Percorrendo questa strada non si farà mai del 25 aprile un giorno di unità nazionale, ammesso che le giornate commemorative del passato, qualsiasi esso sia, possano ottenere questo scopo. Dico anche di più: non solo la storia della resistenza va riscritta ma anche altri capitoli della storia nazionale, come per esempio il risorgimento.<br />La storia della resistenza, come continua ad affermare tra i tanti Giampaolo Pansa, va riscritta perché finora non è stata scritta bene a causa del resistenzialismo, cavalcato soprattutto dagli intellettuali legati al Partito Comunista Italiano. Da lì è emersa la vulgata di cui anche Mattarella, purtroppo, si fa fedele seguace. Uno dei punti centrali di questa versione ideologica e popolare della resistenza è il concetto del fascismo come "male assoluto" che Augusto Del Noce coraggiosamente mise bene in chiaro.<br />Dato che il Partito Comunista voleva acquisire una patente di democraticità, si inventò lo spirito del Comitato di Liberazione Nazionale, ossia della collaborazione tra tutte le forze democratiche contro il fascismo "male assoluto". Con ciò fece dimenticare che quel partito era totalitario e lo inserì tra i padri della costituzione democratica, in omaggio al programma di Salerno di Togliatti e alla rivoluzione consuntiva di Gramsci. Da quel momento il comunismo, nemmeno quello sovietico, non rappresentò più un male, perché solo il fascismo lo era. Gli intellettuali, i libri di storia - anche dopo De Felice e fino a noi - e la vulgata del partigiano buono a priori non trovarono ostacoli. Il "sangue dei vinti" non emerse mai nei libri di storia adoperati a scuola, del "triangolo della morte" o dei sacerdoti uccisi si evitò di parlare.<br />L'offesa di essere un "fascista" colpì tutti coloro che non erano allineati con l'egemonia culturale della sinistra che ben presto fu fatta coincidere col costituzionalismo. Gino Strada dice oggi che Salvini è fascista. Le femministe radicali dicono che combattere l'utero in affitto è fascismo e che loro ai fascisti non "la vogliono dare". Agli immigrati si chiede di liberarci dai fascisti, ossia da quanti vogliono dare una regola alle immmigrazioni. I pacifici manifestanti al Congresso mondiale delle famiglie di Verona erano considerati e come tali apostrofati nei cartelloni della contromanifestazione pro-gender. Alla cerimonia del 25 aprile dove abito io, la presidente locale dell'Associazione partigiani (ormai pressoché priva di partigiani per motivi anagrafici) ha detto che anche oggi c'è un fascismo da combattere nella "deriva populista", espressione con cui oggi si indicano precise forze politiche.<br />Nel divieto a riscrivere la storia del presidente della Repubblica è contenuto il perfetto allineamento a questa ideologia "resistenzialista", che è ancora dura a morire e che continua a vivere di slogan interessati ma che prima o poi morirà.<br />Il secondo punto del discorso di Mattarella da chiarire è che "non si deve mai barattare la libertà con l'ordine". La frase è molto equivoca e sposa in pieno un concetto di libertà illuminista ma non realista né cattolica. La libertà richiede un ordine finalistico che la preceda e che la distingua dall'arbitrio. La società politica deve rispettare un ordine indipendente dalle maggioranze, un ordine morale e, quindi, giuridico, sul quale fondare il diritto e la legge, i doveri prima che i diritti. Un ordine indisponibile, nel rispetto del quale la libertà è libertà e non licenza, i diritti sono diritti e non desideri.<br />Forse il  Presidente si riferiva all'idea contrattualistica della politica: gli uomini sono liberi ma deboli e indifesi, quindi rinunciano alla loro libertà per avere protezione e ordine. Questo, egli dice, non si deve fare. Ma allora si deve mantenere una libertà come arbitrio e licenza? Il Presidente dimentica che l'ordine non nasce da un contratto con la reciproca limitazione delle libertà, l'ordine c'è già nella natura degli uomini e nelle loro relazioni e quest'ordine riempie la libertà di contenuti, la limita con dei fini che non è essa a darsi perché fondare la libertà sulla libertà stessa significa non fondarla.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/18335733</guid><pubDate>Wed, 01 May 2019 09:58:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/18335733/santi_25_aprile_ok.mp3" length="12761128" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5640

TRE MARTIRI PER FESTEGGIARE IL 25 APRILE: ROLANDO RIVI, BISAGNO, TERESIO OLIVELLI
Siamo un paese che vive di polemiche e, inutile nasconderlo, l'idea di una memoria condivisa è...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5640" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5640</a><br /><br />TRE MARTIRI PER FESTEGGIARE IL 25 APRILE: ROLANDO RIVI, BISAGNO, TERESIO OLIVELLI<br />Siamo un paese che vive di polemiche e, inutile nasconderlo, l'idea di una memoria condivisa è una chimera. Lo si è visto anche quest'anno in occasione dei festeggiamenti del 25 aprile, data della liberazione. Puntuali, sono arrivate anche le polemiche. C'è poco da farci: sebbene negli anni diversi storici abbiano mostrato che furono numerosi i gruppi partigiani rossi colpevoli di eccidi, pare che una parte del paese non voglia ammettere che, accanto a comportamenti eroici, vi fu anche chi si macchiò di orrendi delitti.<br />Ma la storia è storia, e andrebbe raccontata tutta e per intero, non solo quella "consentita" dalla storiografia di sinistra. Tempi, negli ultimi anni, s'è soffermato su tre figure esemplari: Rolando Rivi, Aldo Gastaldi detto Bisagno e Teresio Olivelli. Qui di seguito vi proponiamo in breve alcuni loro ritratti. [...]<br />ROLANDO RIVI, IL GIOVANE SEMINARISTA MARTIRE<br />Proclamato beato da papa Francesco, il seminarista Rolando Rivi fu ucciso quattordicenne dai partigiani il 13 aprile 1945. La sua storia la conoscete: accusato di fare la spia, fu portato dai partigiani nel bosco di Monchio (Mo), malmenato e infine assassinato "in odium fidei". È morto sussurrando le parole «io sono di Gesù». Per anni, la sua figura è stato osteggiata. Settantré anni dopo il suo assassinio, il suo martirio ha portato frutto: l'anno scorso, Meris Corghi, figlia del partigiano Giuseppe che uccise il giovane seminarista, ha chiesto perdono ai fratelli e al cugino del beato, Alfonso, e ad altri familiari. Un fatto eclatante e commovente, come spiegò a Tempi in un'intervista monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia: «Il seme di Rolando è fiorito facendo cose nuove e redimendo il male passato».<br />BISAGNO, IL PRIMO PARTIGIANO D'ITALIA<br />La straordinaria storia di coraggio e fede di questo partigiano è stata raccontata in un bel documentario da Marco Gandolfo e da Giampaolo Pansa nel suo Uccidete il comandante bianco. Dopo l'8 settembre, Gastaldi si rifugiò a Cichero, alle pendici del monte Ramaceto sull'Appenino ligure e lì iniziò a guidare un gruppo di partigiani. Bisagno era apolitico e cattolico. Il suo modo di combattere - che evitava l'accanimento contro i nemici fascisti - gli attirò i sospetti dei partigiani rossi tanto che molti sostengono che da loro sia stato ucciso il 21 maggio 1945 a Desenzano del Garda. Amatissimo dai suoi compagni e dalla popolazione, fu insignito dell'onorificenza di "primo partigiano d'Italia".<br />TERESIO OLIVELLI, IL PRIMO PARTIGIANO PROCLAMATO BEATO<br />Teresio Olivelli è il primo partigiano italiano canonizzato dalla Chiesa cattolica. Giovane di Azione cattolica e poi della Fuci, fascista militante, combatté in Spagna contro i comunisti, si allontanò dall'ideologia dei neri nel 1941 mentre si trovava in Russia. Capace di gesti coraggiosi - come quello di portare il distintivo dell'Ac anche dopo che l'associazione era stata sciolta dal regime o di difendere uno studente ebreo al Collegio Ghislieri di Pavia dai bulli che lo avevano preso di mira - si distinse in combattimento tanto da meritarsi la medaglia d'oro al valor militare e la medaglia d'oro della Resistenza, cui si unì una volta rientrato in Italia. È l'autore de La Preghiera del Ribelle e morì il 17 gennaio 1945 a 29 anni nel lager nazista di Hersbruck, vittima di un pestaggio per aver preso le difese di un altro prigioniero. La Chiesa lo ha canonizzato riconoscendolo "martire della carità".<br />Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Mattarella, il resistenzialista" spiega perché nel discorso del presidente Mattarella per la festa del 25 aprile ci sono almeno due passaggi discutibili, il primo dei quali da rifiutare e il secondo...]]></itunes:summary><itunes:duration>798</itunes:duration><itunes:keywords>aprile,liberazione,martiri,mattarella,rivi</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/082a4c4a90a5a2b3d06f0bc9bfc278a8.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Lejeune si oppose alla teoria razzista elaborata da Down</title><link>https://www.spreaker.com/episode/lejeune-si-oppose-alla-teoria-razzista-elaborata-da-down--52402444</link><description><![CDATA[VIDEO: Jérôme Lejeune al Meeting di Rimini ➜ www.youtube.com/watch?v=tiheM_0rKWY<br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5586<br /><br />LEJEUNE SI OPPOSE ALLA TEORIA RAZZISTA ELABORATA DA DOWN<br />Jérôme Lejeune nasce nel 1926 a Montrouge sur Seine. Fin da bambino è attirato dalla "scienza", ma solo dopo aver vissuto il dramma della guerra matura la decisione di studiare medicina, conseguendo la laurea a Parigi nel 1951. Ed è proprio durante il percorso di studi che il giovane fa un incontro che gli cambia la vita: in quel periodo, infatti, il professor Turpin stava cercando un assistente che lo aiutasse nello studio del mongolismo e lui si sente "chiamato" dalle circostanze ad accettare l'incarico.<br />Erano gli anni Cinquanta e la teoria di riferimento sul mongolismo rimaneva ancora quella elaborata da Langdon Down nel 1866, secondo la quale erano affette da "idiozia mongoloide" tutte le persone intellettivamente deficienti che presentavano caratteristici tratti somatici.<br />Le conclusioni cui Down era giunto erano improvvisate da un punto di vista scientifico ed avevano una base razzista: secondo il medico britannico, infatti, nelle persone affette da mongolismo la razza umana regrediva verso forme primigenie, e a farne le spese era l'intelligenza.<br />Questa teoria aveva generato importanti ripercussioni sul piano sociale: sia per i mongoli, deprivati della loro dignità di persone, sia per i loro genitori, accusati - più o meno esplicitamente - di aver generato una razza inferiore.<br />LEJEUNE SI OPPONE ALLA TEORIA RAZZISTA ELABORATA DA DOWN<br />Jérôme Lejeune non accettò mai come vera la teoria elaborata da Down. Egli era fermamente convinto che, nel momento in cui si sviluppava una malattia di carattere genetico, la causa non fosse determinata dal cambiamento della qualità del messaggio ereditario, bensì fosse attribuibile ad una mutazione di ordine quantitativo, ossia da un eccesso o da un difetto di alcune proporzioni del codice genetico.<br />Dopo aver studiato approfonditamente un caso di mongolismo, nell'agosto del 1958 Lejeune scoprì l'esistenza, nei pazienti affetti da tale sindrome, di un quarantasettesimo cromosoma. Cromosoma che morfologicamente è identico agli elementi del ventunesimo paio: ecco perché lo studioso propose di chiamare la sindrome di Down "trisomia 21".<br />La scoperta - comunicata al mondo insieme al professor Turpin e a Marthe Guatier nel 1959 - era rivoluzionaria. Non ebbe solamente importanti ricadute sul piano sociale, ma contribuì anche ad infondere nella gente la speranza circa possibili terapie utili a curare la malattia.<br />Nei dieci anni successivi l'identificazione genetica della sindrome di Down, Jérôme Lejeune ricevette moltissimi riconoscimenti internazionali e nel 1964 gli venne anche assegnata la cattedra di "Genetica Fondamentale" presso la Facoltà di Medicina di Parigi, creata appositamente per lui.<br />SELEZIONE EUGENETICA CONTRO I BAMBINI DOWN<br />Sul finire degli anni Sessanta, tuttavia, cominciarono i problemi, in quanto in Francia venne formulata la proposta di legge "Peyret", che prevedeva la soppressione in utero dei feti che fossero stati diagnosticati come "malformati".<br />La scoperta scientifica della trisomia, compiuta in nome dell'amore per la vita, voleva essere subdolamente posta al servizio della morte.<br />Lejeune non poteva accettare questa strumentalizzazione delle sue scoperte e fin da subito si schierò apertamente contro l'aborto. Egli era infatti profondamente convinto che "all'inizio c'è un messaggio. Questo messaggio è nella vita e questo messaggio è vita. E se questo messaggio è un messaggio umano questa vita è una vita umana", indipendentemente dalle sue caratteristiche: "A man is a man", era solito affermare.<br />Alcuni giunsero ad accusarlo di mescolare scienza e fede, ma ad essi Lejeune rispondeva: "Se, Dio non voglia, la Chiesa arrivasse ad ammettere l'aborto, allora io non sarei più cattolico".<br />Per Lejeune furono anni difficili: le comunità scientifiche, che fino a poco prima lo lodavano, iniziarono ad osteggiarlo e i fautori dell'aborto lo vedevano come un avversario da combattere con tutte le forze. Per farlo tacere arrivarono anche all'intimidazione violenta.<br />Ma lo studioso non si fece abbattere, anzi: continuò a svolgere con dedizione la sua professione di medico e di ricercatore, senza tralasciare la cura per sua moglie e per i suoi cinque figli.<br />PRIMO PRESIDENTE DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA<br />Jérôme Lejeune, insomma, visse la sua fede in ogni aspetto del quotidiano, amando Dio e il prossimo con tutte le sue forze, anche a costo di perdere l'opportunità di ricevere il premio Nobel. Di fatto ciò accadde dopo il discorso di ringraziamento per l'assegnazione del "William Allen Memorial Award 1969", quando disse a chiare lettere: "La tentazione di sopprimere con l'aborto i piccoli d'uomo malati va contro la legge morale di cui la genetica conferma la fondatezza; e tale morale non è una legge arbitraria".<br />A questo punto, però, a valorizzare la sua figura di medico e scienziato intervenne la Chiesa: nel 1974 Lejeune divenne membro della "Pontificia Accademia delle Scienze" e nel 1994, quando era ormai morente, papa Giovanni Paolo II, con grande determinazione, volle nominarlo primo presidente della "Pontificia Accademia per la Vita", in virtù della gratitudine che provava nei suoi confronti e in nome della loro sincera amicizia.<br />Il fondatore della genetica moderna morì il giorno di Pasqua del 1994, lasciando il ricordo di un uomo che seppe molto amare e che, fino all'ultimo, fu strenuo "difensore della verità sulla vita umana", senza porre alcuna condizione e senza nutrire mai alcun dubbio.<br />Durante i funerali, svoltisi nella cattedrale di Nôtre Dame di Parigi, Cecilia, una sua piccola paziente, recitò per lui questa poesia: "Mio Dio, per favore / veglia sul 'mio amico'; / per la mia famiglia io sono brutta assai, / lui mi trova persino carina, / perché sa com'è fatto il mio cuore".]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/52402444</guid><pubDate>Wed, 03 Apr 2019 15:11:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/52402444/lejeune_si_oppose_alla_teoria_razzista_elaborata_da_down.mp3" length="8273546" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Jérôme Lejeune al Meeting di Rimini ➜ www.youtube.com/watch?v=tiheM_0rKWY

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5586

LEJEUNE SI OPPOSE ALLA TEORIA RAZZISTA ELABORATA DA DOWN
Jérôme Lejeune nasce nel 1926 a Montrouge sur...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Jérôme Lejeune al Meeting di Rimini ➜ www.youtube.com/watch?v=tiheM_0rKWY<br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5586<br /><br />LEJEUNE SI OPPOSE ALLA TEORIA RAZZISTA ELABORATA DA DOWN<br />Jérôme Lejeune nasce nel 1926 a Montrouge sur Seine. Fin da bambino è attirato dalla "scienza", ma solo dopo aver vissuto il dramma della guerra matura la decisione di studiare medicina, conseguendo la laurea a Parigi nel 1951. Ed è proprio durante il percorso di studi che il giovane fa un incontro che gli cambia la vita: in quel periodo, infatti, il professor Turpin stava cercando un assistente che lo aiutasse nello studio del mongolismo e lui si sente "chiamato" dalle circostanze ad accettare l'incarico.<br />Erano gli anni Cinquanta e la teoria di riferimento sul mongolismo rimaneva ancora quella elaborata da Langdon Down nel 1866, secondo la quale erano affette da "idiozia mongoloide" tutte le persone intellettivamente deficienti che presentavano caratteristici tratti somatici.<br />Le conclusioni cui Down era giunto erano improvvisate da un punto di vista scientifico ed avevano una base razzista: secondo il medico britannico, infatti, nelle persone affette da mongolismo la razza umana regrediva verso forme primigenie, e a farne le spese era l'intelligenza.<br />Questa teoria aveva generato importanti ripercussioni sul piano sociale: sia per i mongoli, deprivati della loro dignità di persone, sia per i loro genitori, accusati - più o meno esplicitamente - di aver generato una razza inferiore.<br />LEJEUNE SI OPPONE ALLA TEORIA RAZZISTA ELABORATA DA DOWN<br />Jérôme Lejeune non accettò mai come vera la teoria elaborata da Down. Egli era fermamente convinto che, nel momento in cui si sviluppava una malattia di carattere genetico, la causa non fosse determinata dal cambiamento della qualità del messaggio ereditario, bensì fosse attribuibile ad una mutazione di ordine quantitativo, ossia da un eccesso o da un difetto di alcune proporzioni del codice genetico.<br />Dopo aver studiato approfonditamente un caso di mongolismo, nell'agosto del 1958 Lejeune scoprì l'esistenza, nei pazienti affetti da tale sindrome, di un quarantasettesimo cromosoma. Cromosoma che morfologicamente è identico agli elementi del ventunesimo paio: ecco perché lo studioso propose di chiamare la sindrome di Down "trisomia 21".<br />La scoperta - comunicata al mondo insieme al professor Turpin e a Marthe Guatier nel 1959 - era rivoluzionaria. Non ebbe solamente importanti ricadute sul piano sociale, ma contribuì anche ad infondere nella gente la speranza circa possibili terapie utili a curare la malattia.<br />Nei dieci anni successivi l'identificazione genetica della sindrome di Down, Jérôme Lejeune ricevette moltissimi riconoscimenti internazionali e nel 1964 gli venne anche assegnata la cattedra di "Genetica Fondamentale" presso la Facoltà di Medicina di Parigi, creata appositamente per lui.<br />SELEZIONE EUGENETICA CONTRO I BAMBINI DOWN<br />Sul finire degli anni Sessanta, tuttavia, cominciarono i problemi, in quanto in Francia venne formulata la proposta di legge "Peyret", che prevedeva la soppressione in utero dei feti che fossero stati diagnosticati come "malformati".<br />La scoperta scientifica della trisomia, compiuta in nome dell'amore per la vita, voleva essere subdolamente posta al servizio della morte.<br />Lejeune non poteva accettare questa strumentalizzazione delle sue scoperte e fin da subito si schierò apertamente contro l'aborto. Egli era infatti profondamente convinto che "all'inizio c'è un messaggio. Questo messaggio è nella vita e questo messaggio è vita. E se questo messaggio è un messaggio umano questa vita è una vita umana", indipendentemente dalle sue caratteristiche: "A man is a man", era solito affermare.<br />Alcuni giunsero ad accusarlo di mescolare scienza e fede, ma ad essi Lejeune rispondeva: "Se, Dio non voglia, la Chiesa arrivasse ad ammettere l'aborto, allora io non sarei più cattolico".<br...]]></itunes:summary><itunes:duration>518</itunes:duration><itunes:keywords>amanisaman,down,eugenetica,lejeune,trisomia21</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/f155d59547714f26bf869dd8bbd4cd79.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>I santi che hanno dato la vita per difendere l'indissolubilità del matrimonio</title><link>https://www.spreaker.com/episode/i-santi-che-hanno-dato-la-vita-per-difendere-l-indissolubilita-del-matrimonio--72669707</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/5029" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/5029</a><br /><br />I SANTI CHE HANNO DATO LA VITA PER DIFENDERE IL MATRIMONIO UNICO E INDISSOLUBILE<br />di Cristina Siccardi<br /> <br />San Giovanni Battista, nato nella Giudea (secondo la tradizione ad Ein Kerem) alla fine del I secolo a.C. e morto a Macheronte nel 30 d.C., come si evince dai Vangeli, perse la vita a causa della sua denuncia pubblica dell'adulterio di Re Erode Antipa e di Erodìade, sua amante, oggi detta, secondo il linguaggio marxista, «compagna».<br />Erode, tetrarca, dipendente dai Romani, della Galilea e della Perea, durante un suo soggiorno proprio a Roma conobbe e intrecciò una relazione con Erodìade, moglie di suo fratello Erode Filippo. Quando fu il momento di ripartire per la Galilea portò con sé la cognata e la sposò. Tutto ciò destò grande scandalo pubblico: la legge mosaica proibiva unioni adulterine.<br />Erode, inoltre, era sposato con la figlia del Re nabateo Areta IV, il quale gli intimò guerra e lo sconfisse. Il proconsole Vitellio si mosse per punirlo di aver violato la pace romana, ma alla notizia della morte di Tiberio (37 d. C.) tornò indietro, e Areta continuò a regnare indisturbato. «Erode […] aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. Giovanni diceva a Erode: "Non è lecito tenere la moglie di tuo fratello". Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell'ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri» (Mc 6, 17-20). Erodìade, attraverso la figlia, che ballò al banchetto di compleanno di Erode invaghendolo a tal punto da prometterle qualsiasi dono, ricevette la testa del Battista su di un vassoio.<br />San Giovanni ha tentato, fino al martirio cruento, di togliere dallo stato di dannazione Erode ed Erodìade, non solo per salvare ciascuna delle loro anime, ma anche per offrire esemplarità sociale: il peccato, infatti, non contamina solo la persona che lo causa, ma anche il proprio prossimo, a maggior ragione chi detiene un'autorità pubblica.<br />Tale rilevanza è esposta nella stessa recente Professione dei vescovi del 31 dicembre scorso, Festa della Sacra Famiglia, nell'anno del centenario delle apparizioni della Madonna a Fatima: «Essendo i vescovi nel loro ufficio pastorale "cultores catholicae et apostolicae fidei" (cf. Missale Romanum, Canon Romanus), siamo coscienti di questa grave responsabilità e del nostro dovere dinanzi ai fedeli che aspettano da noi una professione pubblica e inequivocabile della verità e della disciplina immutabile della Chiesa riguardo all'indissolubilità del matrimonio. Per questa ragione non ci è permesso tacere. […] Non è lecito (non licet) giustificare, approvare o legittimare né direttamente, né indirettamente il divorzio e una relazione sessuale stabile non coniugale tramite la disciplina sacramentale dell'ammissione dei cosiddetti "divorziati risposati" alla Santa Comunione, trattandosi in questo caso di una disciplina aliena rispetto a tutta la Tradizione della fede cattolica e apostolica».<br /><br />SAN GIOVANNI FISHER<br />Queste sono le stesse convinzioni che hanno mosso il martire Giovanni Fisher ad opporsi al divorzio di Enrico VIII Tudor (1491-1547) con Caterina d'Aragona (1485-1536) per sposare Anna Bolena (1501/1507-1536). Figlio di un ricco mercante, nacque nel 1469 a Beverly nello Yorkshire; entrò a 14 anni a Cambridge, dove concluse brillantemente i suoi studi, conseguendo anche il dottorato in teologia.<br />Nel 1491 venne ordinato sacerdote a York e nominato vicario di Northallerton; nel 1497 la contessa Margherita Beaufort (1443-1509), nonna del futuro Enrico VIII, lo scelse come cappellano e confessore personale. Docente all'Università di Cambridge, fu promosso fra i dignitari dell'Ateneo, acquisendo il titolo di Cancelliere nel 1504, lo stesso anno che venne nominato Vescovo di Rochester, con diritto di sedere nella Camera dei Lord.<br />La sua azione a favore della vita intellettuale fu determinante per lo sviluppo di Cambridge: finissimo latinista, a 48 anni iniziò a studiare greco e, passata la cinquantina, l'ebraico. Conferì una cattedra ad Erasmo da Rotterdam (1466/1469-1536) che prese come consigliere quando gli si presentò l'evenienza di dover rappresentare l'episcopato inglese al Concilio Lateranense del 1512, al quale, però, non vi si poté recare.<br />Dal 1523 al 1533, lanciato nella lotta contro la Riforma, moltiplicò i suoi scritti antiluterani. Fu allora che, nell'affare del divorzio di Enrico VIII, oppose alle pretese del sovrano un deciso «non possumus». Vista fallire una sua proposta conciliante sul giuramento di fedeltà al Re «fin dove lo consenta la legge di Cristo», dice no all'Atto di Supremazia del 1534, che impone sottomissione completa del clero alla corona, e dice no al divorzio, contro la legge di Dio. Quello stesso anno il Parlamento, inibito dal sovrano, approva l'Act of Treason (Atto sui Tradimenti).<br />Questa legge rese il rinnegamento dell'Atto di Supremazia una forma di tradimento, punibile con la morte. Il vescovo Fisher e Sir Thomas More furono giustiziati in virtù di questi atti. Il destino ultimo di Fisher è legato strettamente a quello di More, con il quale venne arrestato il 13 aprile del 1534 con l'accusa di lesa maestà per la quale era prevista la pena di morte. Entrambi i prigionieri vennero arrestati nella Torre di Londra.<br />Il 17 giugno 1535 venne emessa nei loro confronti la sentenza di morte per decapitazione. Sperando di risparmiare la vita del Vescovo, Papa Paolo III lo creò Cardinale del titolo di San Vitale nel concistoro del 22 giugno di quell'anno, offrendogli la possibilità di trascorrere il resto dei suoi giorni a Roma, in esilio. Ma Enrico VIII non lo permise. Così, i due prossimi martiri, da cella a cella e senza potersi vedere, vivono pacifici e sereni in Cristo, nella difesa della verità e nell'amore per la Chiesa di Roma. La loro antica amicizia si consolida nella sofferenza, scambiandosi lettere di eccelsa spiritualità e facendosi doni vicendevoli: dell'insalata verde, del vino francese, un piatto di gelatina, un mezzo dolce… regali di un loro comune amico italiano, Antonio Bonvini, commerciante in Londra e umanista.<br />La sentenza di san Giovanni Fisher viene eseguita alle ore 10 del 22 giugno 1535 nella Torre di Londra. Il martire proclama davanti al popolo: «Sono venuto qui a morire per la fede nella Chiesa cattolica e nel Cristo». Il suo corpo nudo rimase esposto per tutto il giorno sul patibolo e verrà seppellito senza cerimonie in una tomba anonima del cimitero di Ognissanti. In seguito sarà traslato nella cappella di San Pietro in Vincoli nella Torre.<br />La sua testa fu esposta su una picca all'ingresso del ponte di Londra fino al 6 luglio, quando venne gettata nel Tamigi e sostituita con quella di san Tommaso Moro. Sarà annoverato fra i cinquantaquattro martiri inglesi proclamati beati da Leone XIII il 29 dicembre del 1886 e sarà canonizzato da Papa Pio XI il 19 maggio 1935. Nella sua lotta contro Lutero, Enrico VIII ebbe come suoi migliori alleati proprio il Vescovo teologo John Fisher e il giurista laico Thomas More.<br />Infatti, al De capti vitate babilonica Ecclesiae praeludium dell'eresiarca tedesco, il sovrano d'Inghilterra, assistito dai futuri martiri, oppose la sua opera di confutazione, scritta in latino, l'Assertio Septem Sacramentorum del luglio 1521. Come ricompensa, Leone X insignì il Re del titolo di Defensor fidei. Fisher e More furono gli stessi uomini che quel Defensor Fidei trovò sul suo cammino quando la sua ostilità si volse contro la Regina Caterina e contro Papa Clemente VII, che rifiutò di annullare il suo matrimonio.<br />Quando Enrico VIII lacerò l'unità della Chiesa, fu la sposa di Cristo che egli ripudiò insieme alla consorte. [...]]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72669707</guid><pubDate>Wed, 17 Jan 2018 13:03:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72669707/i_santi_che_hanno_dato_la_vita.mp3" length="10281422" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/5029

I SANTI CHE HANNO DATO LA VITA PER DIFENDERE IL MATRIMONIO UNICO E INDISSOLUBILE
di Cristina Siccardi
 
San Giovanni Battista, nato nella Giudea (secondo la tradizione ad Ein Kerem) alla fine del I...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/5029" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/5029</a><br /><br />I SANTI CHE HANNO DATO LA VITA PER DIFENDERE IL MATRIMONIO UNICO E INDISSOLUBILE<br />di Cristina Siccardi<br /> <br />San Giovanni Battista, nato nella Giudea (secondo la tradizione ad Ein Kerem) alla fine del I secolo a.C. e morto a Macheronte nel 30 d.C., come si evince dai Vangeli, perse la vita a causa della sua denuncia pubblica dell'adulterio di Re Erode Antipa e di Erodìade, sua amante, oggi detta, secondo il linguaggio marxista, «compagna».<br />Erode, tetrarca, dipendente dai Romani, della Galilea e della Perea, durante un suo soggiorno proprio a Roma conobbe e intrecciò una relazione con Erodìade, moglie di suo fratello Erode Filippo. Quando fu il momento di ripartire per la Galilea portò con sé la cognata e la sposò. Tutto ciò destò grande scandalo pubblico: la legge mosaica proibiva unioni adulterine.<br />Erode, inoltre, era sposato con la figlia del Re nabateo Areta IV, il quale gli intimò guerra e lo sconfisse. Il proconsole Vitellio si mosse per punirlo di aver violato la pace romana, ma alla notizia della morte di Tiberio (37 d. C.) tornò indietro, e Areta continuò a regnare indisturbato. «Erode […] aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. Giovanni diceva a Erode: "Non è lecito tenere la moglie di tuo fratello". Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell'ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri» (Mc 6, 17-20). Erodìade, attraverso la figlia, che ballò al banchetto di compleanno di Erode invaghendolo a tal punto da prometterle qualsiasi dono, ricevette la testa del Battista su di un vassoio.<br />San Giovanni ha tentato, fino al martirio cruento, di togliere dallo stato di dannazione Erode ed Erodìade, non solo per salvare ciascuna delle loro anime, ma anche per offrire esemplarità sociale: il peccato, infatti, non contamina solo la persona che lo causa, ma anche il proprio prossimo, a maggior ragione chi detiene un'autorità pubblica.<br />Tale rilevanza è esposta nella stessa recente Professione dei vescovi del 31 dicembre scorso, Festa della Sacra Famiglia, nell'anno del centenario delle apparizioni della Madonna a Fatima: «Essendo i vescovi nel loro ufficio pastorale "cultores catholicae et apostolicae fidei" (cf. Missale Romanum, Canon Romanus), siamo coscienti di questa grave responsabilità e del nostro dovere dinanzi ai fedeli che aspettano da noi una professione pubblica e inequivocabile della verità e della disciplina immutabile della Chiesa riguardo all'indissolubilità del matrimonio. Per questa ragione non ci è permesso tacere. […] Non è lecito (non licet) giustificare, approvare o legittimare né direttamente, né indirettamente il divorzio e una relazione sessuale stabile non coniugale tramite la disciplina sacramentale dell'ammissione dei cosiddetti "divorziati risposati" alla Santa Comunione, trattandosi in questo caso di una disciplina aliena rispetto a tutta la Tradizione della fede cattolica e apostolica».<br /><br />SAN GIOVANNI FISHER<br />Queste sono le stesse convinzioni che hanno mosso il martire Giovanni Fisher ad opporsi al divorzio di Enrico VIII Tudor (1491-1547) con Caterina d'Aragona (1485-1536) per sposare Anna Bolena (1501/1507-1536). Figlio di un ricco mercante, nacque nel 1469 a Beverly nello Yorkshire; entrò a 14 anni a Cambridge, dove concluse brillantemente i suoi studi, conseguendo anche il dottorato in teologia.<br />Nel 1491 venne ordinato sacerdote a York e nominato vicario di Northallerton; nel 1497 la contessa Margherita Beaufort (1443-1509), nonna del futuro Enrico VIII, lo scelse come cappellano e confessore personale. 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Riassunto in soldoni, il Cantico insegna ad andare a Dio tramite le sue creature. Dice cioè di un amore per la realtà, per il mondo, per il suo essere portatore di tracce divine. Come osservando un quadro di Giotto o la Pietà di Michelangelo riusciamo a comprendere qualcosa dell'intelligenza, della genialità dei due artisti, così il Sole, la Luna, l'acqua, il fuoco sono doni di Dio, che a lui ci devono condurre.<br />Dalle creature al Creatore; dalle "perfezioni" visibili, a quelle invisibili. Poi il pensiero corre a Madonna Povertà, di cui ci parla Dante nell'XI canto del Paradiso, e tutti immaginiamo un uomo che rinuncia alle ricchezze del padre, alle glorie del mondo, per una vita all'insegna dell'amore di Dio, della semplicità, della povertà. Ma la povertà esteriore, il rude saio francescano, mi sembra, è solo l'aspetto più evidente, esteriore, della povertà francescana. Per questo talora si può ridurre Francesco ad un pauperista. In realtà avrebbe faticato di più, senza dubbio, a comunicarlo, ma Francesco sarebbe stato povero, in senso evangelico, anche se fosse stato costretto a vivere in una reggia, a fare il re, il principe o papa. Del resto, quanti pontefici, quanti sovrani, nella storia, sono stati capaci di un distacco ascetico non solo dalle ricchezze (tentazione, per il vero, degli spiriti più rozzi), quanto dal potere?<br />Ecco dunque che la povertà cristiana di Francesco è anzitutto povertà, diciamo così, dall'orgoglio. I catari, contemporanei di Francesco, vivevano anch'essi una povertà radicale; ma si consideravano "puri", perfetti, facevano mostra della loro ascesi (in verità disprezzo per la realtà creata), presentandosi come santi. Erano, però, uomini orgogliosi, incapaci di accettare il limite imposto dalla realtà, i limiti della carnalità e della finitudine umana. Dei, pretendevano di essere, incarcerati nel corpo e nel mondo, tesi a protestare la loro grandezza, la loro divinità, la loro santità, contro la caducità del Sole, della luna, delle stelle, del corpo... e contro l'ingiustizia e la malvagità degli altri uomini e, a detta loro, di Dio.<br />In cosa consiste allora la povertà di Francesco? Oserei dire nella sua letizia. Così espressa in un celebre fioretto.<br />LA PERFETTA LETIZIA<br />"Avvenne un tempo che san Francesco d'Assisi e frate Leone andando da Perugia a Santa Maria degli Angeli, il santo frate spiegasse al suo compagno di viaggio cosa fosse la perfetta letizia. Era una giornata d'inverno e faceva molto freddo e c'era pure un forte vento e... mentre frate Leone stava avanti, frate Francesco chiamandolo diceva: frate Leone, se avvenisse, a Dio piacendo, che i frati minori dovunque si rechino dessero grande esempio di santità e di laboriosità, annota e scrivi che questa non è perfetta letizia. Andando più avanti San Francesco chiamandolo per la seconda volta gli diceva: O frate Leone, anche se un frate minore dia la vista ai ciechi, faccia raddrizzare gli storpi, scacci i demoni, dia l'udito ai sordi... scrivi che non è in queste cose che sta la perfetta letizia... E così andando per diversi chilometri quando, con grande ammirazione frate Leone domandò: Padre ti prego per l'amor di Dio, dimmi dov'è la perfetta letizia. E san Francesco rispose: quando saremo arrivati a Santa Maria degli Angeli e saremo bagnati per la pioggia, infreddoliti per la neve, sporchi per il fango e affamati per il lungo viaggio busseremo alla porta del convento. E il frate portinaio chiederà: chi siete voi? E noi risponderemo: siamo due dei vostri frati. E Lui non riconoscendoci, dirà che siamo due impostori, gente che ruba l'elemosina ai poveri, non ci aprirà lasciandoci fuori al freddo della neve, alla pioggia e alla fame mentre si fa notte. Allora se noi a tanta ingiustizia e crudeltà sopporteremo con pazienza ed umiltà senza parlar male del nostro confratello, anzi penseremo che egli ci conosca... allora frate Leone scrivi che questa è perfetta letizia...".<br />LA RICCHEZZA CHE NESSUNO POTRÀ MAI TOGLIERCI<br />Cosa dice Francesco? Che chi è povero di sé, chi è povero di orgoglio, cioè chi non lega la propria "autostima" ai fatti, alle circostanze, al successo, alla fama, al riconoscimento degli altri, è veramente lieto. Nessuno infatti può portagli via nulla, perché ciò che gli sta a cuore non sono gli sguardi degli uomini, ma il sentirsi guardato, giudicato, amato da Dio.<br />Cosa importa, alla letizia francescana, se i frati, che lui ha fondato, non aprono la porta? Se proprio chi dovrebbe essere riconoscente, non lo è? Se non solo i nemici, ma persino gli amici, criticano e denigrano ingiustamente? Cosa importa se gli altri esaltano, o se al contrario, diffamano? Nulla di tutto questo è veramente importante. I francescani potrebbero dire "omnia mea mecum porto", ma non alla maniera degli stoici: con una umiltà nuova, quella per cui la ricchezza che nessuno potrà mai toglierci è l'essere figli di Dio. E' la fiducia totale nella sua vicinanza. Quanto più ci saremo spogliati di noi stessi, delle nostre presunzioni e pretese, persino, talora, di quelle giuste, tanto più saremo lieti.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/67738916</guid><pubDate>Wed, 30 Aug 2017 19:22:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/67738916/la_perfetta_letizia_di_san_francesco.mp3" length="7106604" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/4827

LA PERFETTA LETIZIA DI SAN FRANCESCO di Francesco Agnoli
 
Quando si parla di san Francesco, il pensiero corre al Cantico delle Creature, che tutti abbiamo studiato come primo documento della...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/4827" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/4827</a><br /><br />LA PERFETTA LETIZIA DI SAN FRANCESCO di Francesco Agnoli<br /> <br />Quando si parla di san Francesco, il pensiero corre al Cantico delle Creature, che tutti abbiamo studiato come primo documento della letteratura volgare. Riassunto in soldoni, il Cantico insegna ad andare a Dio tramite le sue creature. Dice cioè di un amore per la realtà, per il mondo, per il suo essere portatore di tracce divine. Come osservando un quadro di Giotto o la Pietà di Michelangelo riusciamo a comprendere qualcosa dell'intelligenza, della genialità dei due artisti, così il Sole, la Luna, l'acqua, il fuoco sono doni di Dio, che a lui ci devono condurre.<br />Dalle creature al Creatore; dalle "perfezioni" visibili, a quelle invisibili. Poi il pensiero corre a Madonna Povertà, di cui ci parla Dante nell'XI canto del Paradiso, e tutti immaginiamo un uomo che rinuncia alle ricchezze del padre, alle glorie del mondo, per una vita all'insegna dell'amore di Dio, della semplicità, della povertà. Ma la povertà esteriore, il rude saio francescano, mi sembra, è solo l'aspetto più evidente, esteriore, della povertà francescana. Per questo talora si può ridurre Francesco ad un pauperista. In realtà avrebbe faticato di più, senza dubbio, a comunicarlo, ma Francesco sarebbe stato povero, in senso evangelico, anche se fosse stato costretto a vivere in una reggia, a fare il re, il principe o papa. Del resto, quanti pontefici, quanti sovrani, nella storia, sono stati capaci di un distacco ascetico non solo dalle ricchezze (tentazione, per il vero, degli spiriti più rozzi), quanto dal potere?<br />Ecco dunque che la povertà cristiana di Francesco è anzitutto povertà, diciamo così, dall'orgoglio. I catari, contemporanei di Francesco, vivevano anch'essi una povertà radicale; ma si consideravano "puri", perfetti, facevano mostra della loro ascesi (in verità disprezzo per la realtà creata), presentandosi come santi. Erano, però, uomini orgogliosi, incapaci di accettare il limite imposto dalla realtà, i limiti della carnalità e della finitudine umana. Dei, pretendevano di essere, incarcerati nel corpo e nel mondo, tesi a protestare la loro grandezza, la loro divinità, la loro santità, contro la caducità del Sole, della luna, delle stelle, del corpo... e contro l'ingiustizia e la malvagità degli altri uomini e, a detta loro, di Dio.<br />In cosa consiste allora la povertà di Francesco? Oserei dire nella sua letizia. Così espressa in un celebre fioretto.<br />LA PERFETTA LETIZIA<br />"Avvenne un tempo che san Francesco d'Assisi e frate Leone andando da Perugia a Santa Maria degli Angeli, il santo frate spiegasse al suo compagno di viaggio cosa fosse la perfetta letizia. Era una giornata d'inverno e faceva molto freddo e c'era pure un forte vento e... mentre frate Leone stava avanti, frate Francesco chiamandolo diceva: frate Leone, se avvenisse, a Dio piacendo, che i frati minori dovunque si rechino dessero grande esempio di santità e di laboriosità, annota e scrivi che questa non è perfetta letizia. Andando più avanti San Francesco chiamandolo per la seconda volta gli diceva: O frate Leone, anche se un frate minore dia la vista ai ciechi, faccia raddrizzare gli storpi, scacci i demoni, dia l'udito ai sordi... scrivi che non è in queste cose che sta la perfetta letizia... E così andando per diversi chilometri quando, con grande ammirazione frate Leone domandò: Padre ti prego per l'amor di Dio, dimmi dov'è la perfetta letizia. E san Francesco rispose: quando saremo arrivati a Santa Maria degli Angeli e saremo bagnati per la pioggia, infreddoliti per la neve, sporchi per il fango e affamati per il lungo viaggio busseremo alla porta del convento. E il frate portinaio chiederà: chi siete voi? E noi risponderemo: siamo due dei vostri frati. 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M. Lemmonier, Luce sul patibolo. Lettere dal carcere di Jacques Fesch. L'abbiamo letto quando uscì in Italia e non l'abbiamo più dimenticato. La misericordia di Dio non è buonismo né accondiscendenza al male, ma conversione a Dio, che di un delinquente fa un mistico. Non è giacere nei vizi né legalizzarli, ma essere redenti dal Crocifisso.<br />Il 25 febbraio 1954 a Parigi, in Rue Vivienne, verso le sei di sera, è stato aggredito a colpi di martello un cambiavalute, Alexandre Silberstein. Perde sangue, mentre il suo aggressore fugge con una cospicua somma di denaro. Il criminale, Jacques Fesch, rivoltella in pugno, si copre la fuga ferendo un passante. Il poliziotto Georges Vergnes, cui è stato dato l'allarme gli dà la caccia fino al Boulevard des italiens. Il bandito, sul punto di essere preso, spara all'agente e lo uccide. Qualche ora dopo, l'autore della rapina e dell'omicidio è catturato e assicurato al carcere. Ma chi è costui?<br />Jacques Fesch ha 24 anni, essendo nato a Parigi nel 1930, figlio di un belga autoritario e insopportabile. Questo belga, che è direttore di banca, si occupa poco del figlio e presto si separa dalla moglie, lasciandole il giovanissimo Jacques a Saint-Germain-en-Laye. Cresce molto attaccato alla mamma, che però è una donna incapace di educarlo e di prepararlo alla vita. Non sa distinguere il bene dal male, desideroso di affetto e di sicurezza. Le scuole le frequenta in un collegio privato, senza combinare nulla.<br />A 20 anni, il servizio militare, che non è proprio una buona educazione. Poi subito sposa Pierette, una ragazza di Saint-Germain, di origine ebrea. Presto nasce Veronique, ma Jacques abbandona la ditta del suocero dove lavora, la moglie, la figlioletta e se ne va dalla mamma, con il progetto di aprire una ditta in concorrenza al suocero. Ma presto si trova nei guai e decide di partire per la Polinesia. Ha assolutamente bisogno di soldi ed è disposto a tutto.<br />La mattina del 26 febbraio 1954, Pierette apprende dai giornali che suo marito, Jacques Fesch, era diventato un assassino e deve presentarsi in questura a essere interrogata su di lui. Nel carcere della "Santé", a Parigi il cappellano va a far visita al nuovo arrivato (i preti s'interessavano subito di salvare un'anima - oggi, ognuno "può" essere lasciato alle sue scelte spontanee e istintive!). Il detenuto Fesch Jacques gli dichiara di essere un senza-Dio e lo manda via.<br />Nella cella, Jacques è solo con se stesso. Lunghe giornate di solitudine e di silenzio. Alla porta le sbarre. Alla finestrella le inferriate. Il sole, quando c'è, lo si vede a "quadretti". Il regolamento carcerario cui sottostare con le sue umiliazioni. Il cappellano è un sacerdote cattolico e che crede a Gesù Redentore. Un giorno, dopo alcune settimane, il giovane lo vede passare e lo chiama: «Padre ho fatto un gran male».<br />All'inizio lo cerca perché è l'unico con il quale si possa parlare. Il "don" gli propone di scrivere un rapporto su se stesso e sulla sua tristissima vicenda. Acconsente. E lo fa con assoluta sincerità, spietato con se stesso, ma narra anche della sua famiglia di origine, di genitori separati che non hanno saputo amarlo né tanto meno guidarlo alla vita: «Mio padre era ateo all'estremo e io mi sono nutrito dei suoi pensieri di senza-Dio». Così travolto da un sogno utopistico, si era trovato a compiere una rapina e un omicidio senza alcun sussulto di coscienza. Spera, anzi è quasi certo che non sarebbe stato condannato a morte.<br />Il cappellano lo ascolta, senza stupirsi di nulla e gli porta libri scelti bene: il Vangelo, le Confessioni di sant'Agostino, tra i più grandi convertiti della storia, la Vita di santa Teresa d'Avila e Storia di un'anima di santa Teresa di Gesù Bambino, che ancora ragazza, convertì con la sua preghiera ardente il criminale Pranzini, poche ore prima della ghigliottina. Jacques legge e medita. Presto la figura di Gesù lo avvince: davanti a Lui, può solo mettersi e stare in ginocchio, ma non si sente umiliato: ha dato, sì o no il Paradiso, al brigante Crocifisso al suo fianco, che lo invocava: "Gesù, ricordati di me, quando sarai nel tuo regno"? Sì, che l'ha dato!<br />C'è un suo coetaneo, già compagno di collegio, che ora è diventato religioso, e che appena sa della vicenda di Jacques, gli scrive e tiene con lui un carteggio cordiale e luminoso. Anime belle e sante, cui è stato segnalato dal cappellano, pregano e offrono per lui. In una parola, Gesù, il Re divino, con la sua tattica sempre vincente, ha posto l'assedio alla sua anima. Al fondo di se stesso, comincia a sentire una Voce che lo chiama per nome: "Jacques, sei un delinquente, ma io, il tuo Dio, sono morto per te sulla croce". La sua esistenza, in realtà, dalla sua nascita aveva imboccato un tunnel oscuro, ma ora in fondo vede una Luce. Vuole credere, affidarsi a Gesù, ma non può: è troppo ciò che gli chiede il Nazareno.<br />Tiene un diario, e scrive in risposta alle lettere che riceve dal religioso e da altri buoni amici. Così racconta: «Alla fine di un anno di detenzione, mi ha percosso un intenso dolore dell'anima che mi fatto molto soffrire; bruscamente in poche ore, ho posseduto la fede, una certezza assoluta. Ho creduto e non capivo più come facevo prima a non credere. Gesù mi ha visitato e una grande gioia si è impossessata di me, soprattutto una grande pace. Tutto è diventato luce in pochi istanti. Era una gioia fortissima».<br />All'amico religioso, si apre senza riserve e gli narra la più bella storia d'amore che possa capitare nell'esistenza, anche oltre le sbarre di un carcere: un'anima con il suo Dio. «Sì, è Gesù che mi ha amato per primo, quando nulla avevo fatto per meritare il suo amore. Gesù mi ha colmato di grazie, e in te mi ha dato un fratello da amare. Ogni giorno, rileggo le tue lettere e vi attingo luce e forza».<br />Si rivolge alla moglie Pierette, scrivendole in modo commovente per portarla alla fede e quando lei rifiuta, non si arrende e torna alla carica e per lei prega: «Sei così infelice e sola. Gesù ti doni la sua luce, aprigli ché Lui bussa alla tua porta».<br />Ora tutto il suo impegno, la sua unica preoccupazione è rendersi conforme a Gesù. La Confessione frequente, frequentissima per purificarsi, per rafforzarsi nella grazia di Dio, per prepararsi in modo sempre più degno alla Comunione eucaristica con Gesù. Jacques è affamato, letteralmente affamato del Pane di vita e Gesù, nella cella del carcere, lo assimila a sé. Le lettere a padre Tommaso, il religioso amico, che intanto è diventato sacerdote, sono come la storia della sua anima che viene via via redimendosi: «Una mano possente - la mano di Dio - mi ha trasformato. Dov'è? Che cosa mi ha fato? È mano divina, incomprensibile a solo occhi umani, ma efficace, trasforma il mio essere in Lui. La lotta contro il male in me spesso è tragica, ma ormai sono creatura nuova innestata a Gesù Cristo, la vera vite». «Occorre che io abbatta, adatti, ricostruisca le mie strutture interiori non posso essere in pace. Il mio è tempo di lotta. Ma non mi fermo: se mi fermo, retrocedo. Devo crescere in Cristo».<br />Intanto il processo va per le lunghe e Jacques si illude che possa essere condannato almeno solo per l'ergastolo. Ma il cambiamento di scena avviene il 3 aprile 1957, quando al processo crolla ogni illusione: Fesch sarà condannato a morte. A nulla serve la difesa dell'avvocato Sudaka: non ci sono attenuanti che tengano: sul suo collo scenderà la lama della ghigliottina. Può essere la disperazione. Invece ora comincia l'ultimo atto della sua offerta - un'offerta sacrificale - della sua piena configurazione a Gesù Crocifisso. Nei mesi precedenti, Jacques aveva riflettuto, quindi pregato a lungo e sempre più intensamente nella sua cella, non tanto per evitare la condanna a morte, ma per rendersi fedele a Gesù, per riparare il male compiuto, per diventare un altro.<br />Ora, che sa quale sarà il suo destino ormai prossimo, passa tante ore della sua detenzione in ginocchio, nella sua cella, solo con Dio, a pregare e offrire per sé e per tutte le anime, deciso ad entrare subito in Paradiso dopo la sua morte, come il buon ladrone pentito sulla croce, accanto a Gesù Crocifisso. Sente che la giustizia umana, l'opinione pubblica, i più lo odiano, ma lui scrive: «Non resta che una cosa da fare, ignorare tutto quest'odio, poi cercare in fondo Gesù, Colui che instancabilmente attende l'anima percossa per darle il tesoro che il mondo rifiuta: Lui Stesso. Ecco, io ritrovo il Cristo, che qui, in questa cella, anticamera della morte vicina, mi dice: "E io non ho forse sopportato i chiodi per te?"».<br />Jacques attende ancora l'esito della Cassazione... che però conferma la condanna a morte. L'avvocato chiede la grazia al capo dello Stato, ma Jacques gli scrive: «Io non sarò graziato. Ma è meglio così, perché se lo fossi, non so se vivendo potrò rimanere sulle vette dove Gesù mi ha condotto. È meglio che io muoia e che io vada da Lui».<br />Da mesi ha regolarizzato il Matrimonio con Pierette che aveva sposata a 20 anni solo civilmente e gli resta un sogno: che ella ritrovi la Fede, che educhi Veronique, la loro piccina, all'amore di Gesù. In primo piano nella sua offerta, ci sono loro due, le creature che più ama e che assisterà dal Paradiso: «Ora so che tutto è grazia e che non verso la morte io vado ma verso la vita. Non c'è pace all'infuori di Gesù, non c'è salvezza senza di Lui. Ogni volta che ricevo l'Ostia santa, ho il cuore che trabocca d'amore e un inno di grazie sale dalle mie labbra. Offrirò la mia morte come un sacrificio, per coloro che amo... e per coloro che mi odiano».<br />Negli ultimi mesi della vita, Jacques scopre e approfondisce l'amore e la presenza della Madonna accanto a lui: «Voglio tenere la Santa Vergine per mano e non più lasciarla fin che mi conduca al Figlio suo.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/47051016</guid><pubDate>Wed, 24 May 2017 20:17:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/47051016/nel_1957_in_francia_l_ultimo_delinquente_ad_essere_ghigliottinato_si_converte_a_cristo.mp3" length="14644497" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4686

NEL 1957 IN FRANCIA L'ULTIMO DELINQUENTE AD ESSERE GHIGLIOTTINATO SI CONVERTE A CRISTO di Paolo Risso
Un libro che è una perla preziosa, l'ha scritto A. M. Lemmonier, Luce sul...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4686" rel="noopener">http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4686</a><br /><br />NEL 1957 IN FRANCIA L'ULTIMO DELINQUENTE AD ESSERE GHIGLIOTTINATO SI CONVERTE A CRISTO di Paolo Risso<br />Un libro che è una perla preziosa, l'ha scritto A. M. Lemmonier, Luce sul patibolo. Lettere dal carcere di Jacques Fesch. L'abbiamo letto quando uscì in Italia e non l'abbiamo più dimenticato. La misericordia di Dio non è buonismo né accondiscendenza al male, ma conversione a Dio, che di un delinquente fa un mistico. Non è giacere nei vizi né legalizzarli, ma essere redenti dal Crocifisso.<br />Il 25 febbraio 1954 a Parigi, in Rue Vivienne, verso le sei di sera, è stato aggredito a colpi di martello un cambiavalute, Alexandre Silberstein. Perde sangue, mentre il suo aggressore fugge con una cospicua somma di denaro. Il criminale, Jacques Fesch, rivoltella in pugno, si copre la fuga ferendo un passante. Il poliziotto Georges Vergnes, cui è stato dato l'allarme gli dà la caccia fino al Boulevard des italiens. Il bandito, sul punto di essere preso, spara all'agente e lo uccide. Qualche ora dopo, l'autore della rapina e dell'omicidio è catturato e assicurato al carcere. Ma chi è costui?<br />Jacques Fesch ha 24 anni, essendo nato a Parigi nel 1930, figlio di un belga autoritario e insopportabile. Questo belga, che è direttore di banca, si occupa poco del figlio e presto si separa dalla moglie, lasciandole il giovanissimo Jacques a Saint-Germain-en-Laye. Cresce molto attaccato alla mamma, che però è una donna incapace di educarlo e di prepararlo alla vita. Non sa distinguere il bene dal male, desideroso di affetto e di sicurezza. Le scuole le frequenta in un collegio privato, senza combinare nulla.<br />A 20 anni, il servizio militare, che non è proprio una buona educazione. Poi subito sposa Pierette, una ragazza di Saint-Germain, di origine ebrea. Presto nasce Veronique, ma Jacques abbandona la ditta del suocero dove lavora, la moglie, la figlioletta e se ne va dalla mamma, con il progetto di aprire una ditta in concorrenza al suocero. Ma presto si trova nei guai e decide di partire per la Polinesia. Ha assolutamente bisogno di soldi ed è disposto a tutto.<br />La mattina del 26 febbraio 1954, Pierette apprende dai giornali che suo marito, Jacques Fesch, era diventato un assassino e deve presentarsi in questura a essere interrogata su di lui. Nel carcere della "Santé", a Parigi il cappellano va a far visita al nuovo arrivato (i preti s'interessavano subito di salvare un'anima - oggi, ognuno "può" essere lasciato alle sue scelte spontanee e istintive!). Il detenuto Fesch Jacques gli dichiara di essere un senza-Dio e lo manda via.<br />Nella cella, Jacques è solo con se stesso. Lunghe giornate di solitudine e di silenzio. Alla porta le sbarre. Alla finestrella le inferriate. Il sole, quando c'è, lo si vede a "quadretti". Il regolamento carcerario cui sottostare con le sue umiliazioni. Il cappellano è un sacerdote cattolico e che crede a Gesù Redentore. Un giorno, dopo alcune settimane, il giovane lo vede passare e lo chiama: «Padre ho fatto un gran male».<br />All'inizio lo cerca perché è l'unico con il quale si possa parlare. Il "don" gli propone di scrivere un rapporto su se stesso e sulla sua tristissima vicenda. Acconsente. E lo fa con assoluta sincerità, spietato con se stesso, ma narra anche della sua famiglia di origine, di genitori separati che non hanno saputo amarlo né tanto meno guidarlo alla vita: «Mio padre era ateo all'estremo e io mi sono nutrito dei suoi pensieri di senza-Dio». Così travolto da un sogno utopistico, si era trovato a compiere una rapina e un omicidio senza alcun sussulto di coscienza. Spera, anzi è quasi certo che non sarebbe stato condannato a morte.<br />Il cappellano lo ascolta, senza stupirsi di nulla e gli porta libri scelti bene: il Vangelo, le Confessioni di sant'Agostino, tra i più grandi convertiti della storia, la Vita di...]]></itunes:summary><itunes:duration>916</itunes:duration><itunes:keywords>cella,ceppo,confessioni,crocifisso,fesch,ghigliottina,ruevivienne</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/dd35298c38798ff81fbe04ae2499f513.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sant'Atanasio sconfisse l'eresia ariana</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sant-atanasio-sconfisse-l-eresia-ariana--59804560</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4236" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4236</a><br /><br />SANT'ATANASIO SCONFISSE L'ERESIA ARIANA CHE RISCHIAVA DI DISTRUGGERE SUL NASCERE IL CRISTIANESIMO di Corrado Gnerre<br /><br />L'epoca in cui visse sant'Atanasio fu di grande crisi della ortodossia, cioè della dottrina autentica. Siamo intorno al 360. In quel periodo (così come oggi) la verità cattolica rischiava di scomparire. Celebre è la frase di san Girolamo che descriveva quei tempi: «E il mondo, sgomento, si ritrovò ariano».<br />In tale contesto, sant'Atanasio non si piegò. Egli era un giovane vescovo di Alessandria d'Egitto. Rimase talmente solo a difendere la purezza della dottrina che per quasi mezzo secolo la sopravvivenza della fede autentica in Gesù Cristo si trasformò in una diatriba tra chi era per e chi non per Atanasio.<br />QUALCHE CENNO BIOGRAFICO<br />Egli nacque ad Alessandria nel 295. Nel 325 presenziò al celebre Concilio di Nicea, in qualità di diacono di Alessandro ch'era vescovo di Alessandria. Concilio famoso quello di Nicea perché fu lì che venne solennemente proclamata la fede nella divinità di Cristo in quanto consustanziale al Padre. Fu lì che fu stabilita la definizione per intendere l'uguaglianza del Figlio con il Padre: homoousius, che vuol dire "della stessa sostanza". Attenzione a questa definizione (homoousius) perché questa sarà la sostanza del contendere.<br />Torniamo alla vita di sant'Atanasio. Il 17 aprile del 328 morì il vescovo Alessandro e il popolo di Alessandria d'Egitto chiese a gran voce Atanasio come vescovo. Fu vescovo per ben 46 anni, ma furono 46 anni durissimi, 46 anni di lotta contro l'eresia ariana e contro gli ariani. Questi ovviamente rifiutavano proprio ciò che il Concilio di Nicea aveva detto di Gesù, il termine homoousius, che, come ho già ricordato, vuol dire: della stessa sostanza del Padre.<br />STRAORDINARIAMENTE ATTUALE<br />Il comportamento degli ariani di quel tempo è indicativo per capire quanto le vicende che toccarono a sant'Atanasio siano straordinariamente attuali. Sant'Ilario di Poitiers (315-367) racconta che gli ariani ebbero sempre la scaltrezza di rifiutare ogni scontro dogmatico in merito alla questione della natura di Gesù perché sapevano che le loro tesi non potevano essere fondate sulla Tradizione né sul magistero definito. Si limitavano a fare ciò che solitamente fa chi non sa controbattere in una discussione: invece di rispondere sugli argomenti, calunnia. La discussione dottrinale veniva spesso trasformata in conflitto su questioni personali. Il povero sant'Atanasio fu accusato delle più grandi nefandezze: di aver imbrogliato, di aver violentato una donna, di aver ucciso, di minare all'unicità della Chiesa. Una tecnica che non passa mai di moda. D'altronde il demonio è sempre lo stesso e ha sempre la stessa monotona fantasia.<br />Gli ariani però non si limitarono a questo. Operarono anche con grande astuzia. Prima di tutto cercarono di occupare quante più sedi episcopali e poi lanciarono quello che successivamente è stato definito come semiarianesimo. Altra tecnica tipica delle eresie: una volta condannate, riemergono proponendo un compromesso tra la verità e l'errore. Gli ariani propagandarono la necessità di sostituire il termine stabilito dal Concilio di Nicea, homoousion, con il termine homoiousion. Differenza di una sola lettera, minimale, ma che cambiava tutto. Infatti, il primo termine (homoousion) significa "della stessa sostanza", il secondo termine (homoiousion) significa "simile in essenza". Traducendo si capisce quanto la differenza non sia di poco conto.<br />L'ERRORE DELLA MAGGIORANZA DEI VESCOVI<br />Mentre molti vescovi si lasciarono convincere da questo compromesso terminologico, che era cedimento sulla Dottrina, sant'Atanasio tenne fermo, resistette come un leone. Subì l'esilio per almeno cinque volte, ma non cedette. E - come si suol dire - non era tipo che la mandasse a dire né che parlasse alle spalle. Si sentiva il dovere di difendere le anime per cui non lesinò un linguaggio polemico per mostrare a tutti quanto fossero in errore e quanto fossero pericolosi i semiariani, che invece agli occhi di molti sembravano innocui.<br />Se la prendeva anche con chi voleva accettare il compromesso dottrinale. Sentite cosa diceva a riguardo: «Volete essere figli della luce, ma non rinunciate ad essere figli del mondo. Dovreste credere alla penitenza, ma voi credete alla felicità dei tempi nuovi. Dovreste parlare della Grazia, ma voi preferite parlare del progresso umano. Dovreste annunciare Dio, ma preferite predicare l'uomo e l'umanità. Portare il nome di Cristo, ma sarebbe più giusto se portaste il nome di Pilato. Siete la grande corruzione, perché state nel mezzo. Volete stare nel mezzo tra la luce e il mondo. Siete maestri del compromesso e marciate col mondo. Io vi dico: fareste meglio ad andarvene col mondo ed abbandonare il Maestro, il cui regno non è di questo mondo».<br />Nel 335 a Tiro, in Palestina, fu convocato un sinodo per dirimere la controversia e dunque per decidere quale atteggiamento avere nei confronti di ciò che affermava sant'Atanasio. Il concilio definì il vescovo di Alessandria con questi termini: "arrogante", "superbo" e "uomo che vuole la discordia". Il papa Giulio I (?-352) cercò di difenderlo, ma poi di lì a non molto morì e il povero sant'Atanasio fu nuovamente attaccato.<br />Intanto anche il potere politico si accaniva contro di lui: l'imperatore Costanzo l'odiava. Fu convocato un concilio ad Arles e qui si costrinsero i vescovi a sottoscrivere una condanna di sant'Atanasio. Chi si opponeva difendendolo veniva mandato in esilio, fu il caso di Paolino di Treviri. Stessa sorte toccò anche al Papa legittimo Liberio (?-366), che venne sostituito da un antipapa, Felice.<br />LA CADUTA DI PAPA LIBERIO E LA COERENZA DI ATANASIO<br />Fu allora che accadde ciò che viene ricordato come "caduta" di un Papa. Liberio, per ottenere il potere e tornare a Roma come papa legittimo, decise anch'egli di accettare l'ambigua definizione semiariana, eppure fino ad allora si era distinto per una convinta definizione dell'homoousius del Concilio di Nicea.<br />Altri concili segnarono il trionfo dell'eresia: quelli non ecumenici di Rimini e di Seleucia, siamo nel 359. Ma era prevedibile che per come era stato trattato sant'Atanasio e soprattutto per come era stata rinnegata la vera Fede il castigo fosse alle porte. All'imperatore Costanzo, morto nel 360, successe Giuliano detto "l'apostata" (330-363), che arrivò a ripudiare il battesimo cercando di restaurare il paganesimo.<br />Non passò molto tempo e il nuovo imperatore Valente, così come il nuovo Papa Damaso, capirono che sant'Atanasio aveva ragione e lo riabilitarono. L'intrepido difensore della fede cattolica morì il 2 maggio del 373.<br />ANCORA DUE COSE VANNO MESSE IN RILIEVO<br />La prima: ai tempi di sant'Atanasio a difendere la fede ci fu solo lui e una piccola comunità, i vescovi dell'Egitto e della Libia. Solo loro seppero mantenere accesa la luce della fede.<br />La seconda: è significativo che colui che combatté da solo contro l'eresia ariana, non fu mai un teologo. La sua grande sapienza teologica, più che dagli studi, gli venne dall'incontro con i suoi maestri cristiani che testimoniarono il martirio durante le persecuzioni di Diocleziano; e soprattutto dall'incontro con il grande sant'Antonio.<br />Ario, invece, raccoglieva grande consenso per la sua grande preparazione biblica e teologica. Era insomma come tanti teologi che oggi vanno per la maggiore nei dibattiti, nelle prime pagine dei quotidiani e nei talk-show televisivi. Atanasio però sapeva quanto qui stesse l'insidia del demonio. Nella sua celebre Vita di Antonio egli riporta un insegnamento del suo grande maestro: «[...] i demoni sono astuti e pronti a ricorrere ad ogni inganno e ad assumere altre sembianze. Spesso fingono di cantare i salmi senza farsi vedere e citano le parole della Scrittura. [...]. A volte assumono sembianze di monaci, fingono di parlare come uomini di fede per trarci in inganno mediante un aspetto simile al nostro e poi trascinano dove vogliono le vittime dei loro inganni».<br /><br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59804560</guid><pubDate>Wed, 01 Jun 2016 21:03:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59804560/sant_atanasio_sconfisse_l_eresia_ariana_che_rischiava_di_distruggere_sul_nascere_il_cristianesimo.mp3" length="9961265" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4236

SANT'ATANASIO SCONFISSE L'ERESIA ARIANA CHE RISCHIAVA DI DISTRUGGERE SUL NASCERE IL CRISTIANESIMO di Corrado Gnerre

L'epoca in cui visse sant'Atanasio fu di grande crisi della...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4236" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4236</a><br /><br />SANT'ATANASIO SCONFISSE L'ERESIA ARIANA CHE RISCHIAVA DI DISTRUGGERE SUL NASCERE IL CRISTIANESIMO di Corrado Gnerre<br /><br />L'epoca in cui visse sant'Atanasio fu di grande crisi della ortodossia, cioè della dottrina autentica. Siamo intorno al 360. In quel periodo (così come oggi) la verità cattolica rischiava di scomparire. Celebre è la frase di san Girolamo che descriveva quei tempi: «E il mondo, sgomento, si ritrovò ariano».<br />In tale contesto, sant'Atanasio non si piegò. Egli era un giovane vescovo di Alessandria d'Egitto. Rimase talmente solo a difendere la purezza della dottrina che per quasi mezzo secolo la sopravvivenza della fede autentica in Gesù Cristo si trasformò in una diatriba tra chi era per e chi non per Atanasio.<br />QUALCHE CENNO BIOGRAFICO<br />Egli nacque ad Alessandria nel 295. Nel 325 presenziò al celebre Concilio di Nicea, in qualità di diacono di Alessandro ch'era vescovo di Alessandria. Concilio famoso quello di Nicea perché fu lì che venne solennemente proclamata la fede nella divinità di Cristo in quanto consustanziale al Padre. Fu lì che fu stabilita la definizione per intendere l'uguaglianza del Figlio con il Padre: homoousius, che vuol dire "della stessa sostanza". Attenzione a questa definizione (homoousius) perché questa sarà la sostanza del contendere.<br />Torniamo alla vita di sant'Atanasio. Il 17 aprile del 328 morì il vescovo Alessandro e il popolo di Alessandria d'Egitto chiese a gran voce Atanasio come vescovo. Fu vescovo per ben 46 anni, ma furono 46 anni durissimi, 46 anni di lotta contro l'eresia ariana e contro gli ariani. Questi ovviamente rifiutavano proprio ciò che il Concilio di Nicea aveva detto di Gesù, il termine homoousius, che, come ho già ricordato, vuol dire: della stessa sostanza del Padre.<br />STRAORDINARIAMENTE ATTUALE<br />Il comportamento degli ariani di quel tempo è indicativo per capire quanto le vicende che toccarono a sant'Atanasio siano straordinariamente attuali. Sant'Ilario di Poitiers (315-367) racconta che gli ariani ebbero sempre la scaltrezza di rifiutare ogni scontro dogmatico in merito alla questione della natura di Gesù perché sapevano che le loro tesi non potevano essere fondate sulla Tradizione né sul magistero definito. Si limitavano a fare ciò che solitamente fa chi non sa controbattere in una discussione: invece di rispondere sugli argomenti, calunnia. La discussione dottrinale veniva spesso trasformata in conflitto su questioni personali. Il povero sant'Atanasio fu accusato delle più grandi nefandezze: di aver imbrogliato, di aver violentato una donna, di aver ucciso, di minare all'unicità della Chiesa. Una tecnica che non passa mai di moda. D'altronde il demonio è sempre lo stesso e ha sempre la stessa monotona fantasia.<br />Gli ariani però non si limitarono a questo. Operarono anche con grande astuzia. Prima di tutto cercarono di occupare quante più sedi episcopali e poi lanciarono quello che successivamente è stato definito come semiarianesimo. Altra tecnica tipica delle eresie: una volta condannate, riemergono proponendo un compromesso tra la verità e l'errore. Gli ariani propagandarono la necessità di sostituire il termine stabilito dal Concilio di Nicea, homoousion, con il termine homoiousion. Differenza di una sola lettera, minimale, ma che cambiava tutto. Infatti, il primo termine (homoousion) significa "della stessa sostanza", il secondo termine (homoiousion) significa "simile in essenza". Traducendo si capisce quanto la differenza non sia di poco conto.<br />L'ERRORE DELLA MAGGIORANZA DEI VESCOVI<br />Mentre molti vescovi si lasciarono convincere da questo compromesso terminologico, che era cedimento sulla Dottrina, sant'Atanasio tenne fermo, resistette come un leone. Subì l'esilio per almeno cinque volte, ma non cedette. E - come si suol...]]></itunes:summary><itunes:duration>623</itunes:duration><itunes:keywords>ario,eresia,homoiousion,homoousion,santatanasio</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/bc7ad41f207944537332ffe8b9218e68.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>San Teodoro e il sinodo dell'adulterio</title><link>https://www.spreaker.com/episode/san-teodoro-e-il-sinodo-dell-adulterio--51756375</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3890" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3890</a><br /><br />SAN TEODORO E IL SINODO DELL'ADULTERIO di Roberto De Mattei<br />Col nome di "Sinodo dell'adulterio" è entrata nella storia della Chiesa un'assemblea di vescovi che, nel IX secolo, volle approvare la prassi del secondo matrimonio dopo il ripudio della legittima moglie. San Teodoro Studita (759-826), fu colui che con più vigore vi si oppose e per questo fu perseguitato, imprigionato e per ben tre volte esiliato.<br />Tutto iniziò nel gennaio 795 quando l'imperatore romano di Oriente (basileus) Costantino VI (771-797) fece rinchiudere la moglie Maria di Armenia in monastero e iniziò una illecita unione con Teodota, dama d'onore della madre Irene. Pochi mesi dopo l'imperatore fece proclamare "augusta" Teodota, ma non riuscendo a convincere il patriarca Tarasio (730-806) a celebrare il nuovo matrimonio, trovò finalmente un ministro compiacente nel prete Giuseppe, igumeno del monastero di Kathara, nell'isola di Itaca, che benedisse ufficialmente l'unione adulterina.<br />SAN TEODORO<br />San Teodoro, nato a Costantinopoli nel 759, era allora monaco nel monastero di Sakkudion in Bitinia, di cui era abate lo zio Platone, venerato anche lui come santo. Teodoro ricorda che l'ingiusto divorzio produsse un profondo turbamento in tutto il popolo cristiano: concussus est mundus (Epist. II, n. 181, in PG, 99, coll. 1559-1560CD) e, assieme a san Platone, protestò energicamente, in nome dell'indissolubilità del vincolo. L'imperatore deve ritenersi adultero - scrisse - e perciò deve ritenersi gravemente colpevole il prete Giuseppe per avere benedetto gli adulteri e per averli ammessi all'Eucarestia. «Incoronando l'adulterio», il prete Giuseppe si è opposto all'insegnamento di Cristo e ha violato la legge divina (Epist. I, 32, PG 99, coll. 1015/1061C). Per Teodosio era da condannare altresì il patriarca Tarasio che, pur non approvando le nuove nozze, si era mostrato tollerante, evitando sia di scomunicare l'imperatore che di punire l'economo Giuseppe.<br />Questo atteggiamento era tipico di un settore della Chiesa orientale che proclamava l'indissolubilità del matrimonio ma nella prassi dimostrava una certa sottomissione nel confronti del potere imperiale, seminando confusione del popolo e suscitando la protesta dei cattolici più ferventi. Basandosi sull'autorità di san Basilio, Teodoro rivendicò la facoltà concessa ai sudditi di denunciare gli errori del proprio superiore (Epist. I, n. 5, PG, 99, coll. 923-924, 925-926D) e i monaci di Sakkudion ruppero la comunione con il patriarca per la sua complicità nel divorzio dell'imperatore. Scoppiò così la cosiddetta "questione moicheiana" (da moicheia= adulterio) che pose Teodoro in conflitto non solo con il governo imperiale, ma con gli stessi patriarchi di Costantinopoli. E' un episodio poco conosciuto sul quale, qualche anno fa, ha sollevato il velo il prof. Dante Gemmiti in un'attenta ricostruzione storica, basata sulle fonti greche e latine (Teodoro Studita e la questione moicheiana, LER, Marigliano 1993), che conferma come nel primo millennio la disciplina ecclesiastica della Chiesa d'Oriente rispettava ancora il principio dell'indissolubilità del matrimonio.<br />ARRESTO ED ESILIO<br />Nel settembre 796, Platone e Teodoro, con un certo numero di monaci del Sakkudion, furono arrestati, internati e poi esiliati a Tessalonica, dove giunsero il 25 marzo 797. A Costantinopoli però il popolo giudicava Costantino un peccatore che continuava a dare pubblico scandalo e, sull'esempio di Platone e Teodoro, l'opposizione aumentava di giorno in giorno. L'esilio fu di breve durata perché il giovane Costantino, in seguito a un complotto di palazzo, fu fatto accecare dalla madre che assunse da sola il governo dell'impero. Irene richiamò gli esiliati, che si trasferirono nel monastero urbano di Studios, insieme alla gran parte della comunità dei monaci di Sakkudion. Teodoro e Platone si riconciliarono con il patriarca Tarasio che, dopo l'avvento di Irene al potere, aveva pubblicamente condannato Costantino e il prete Giuseppe per il divorzio imperiale. Anche il regno di Irene fu breve. Il 31 ottobre 802 un suo ministro, Niceforo, in seguito a una rivolta di palazzo, si proclamò imperatore. Quando poco dopo morì Tarasio, il nuovo basileus fece eleggere patriarca di Costantinopoli un alto funzionario imperiale, anch'egli di nome Niceforo (758-828). In un sinodo da lui convocato e presieduto, verso la metà dell'806, Niceforo reintegrò nel suo ufficio l'egumeno Giuseppe, deposto da Tarasio. Teodoro, divenuto capo della comunità monastica dello Studios, per il ritiro di Platone a vita di recluso, protestò vivamente contro la riabilitazione del prete Giuseppe e, quando quest'ultimo riprese a svolgere il ministero sacerdotale, ruppe la comunione anche con il nuovo patriarca.<br />La reazione non tardò. Lo Studios venne occupato militarmente, Platone, Teodoro e il fratello Giuseppe, arcivescovo di Tessalonica, vennero arrestati, condannati ed esiliati. Nell'808 l'imperatore convocò un altro sinodo che si riunì nel gennaio 809. Fu quello che, in una lettera dell'809 al monaco Arsenio, Teodoro definisce "moechosynodus", il "Sinodo dell'adulterio" (Epist. I, n. 38, PG 99, coll. 1041-1042c). Il Sinodo dei vescovi riconobbe la legittimità del secondo matrimonio di Costantino, confermò la riabilitazione dell'egumene Giuseppe e anatemizzò Teodoro, Platone e il fratello Giuseppe, che fu deposto dalla sua carica di arcivescovo di Tessalonica. Per giustificare il divorzio dell'imperatore, il Sinodo utilizzava il principio della "economia dei santi" (tolleranza nella prassi). Ma per Teodoro nessun motivo poteva giustificare la trasgressione di una legge divina. Richiamandosi all'insegnamento di san Basilio, di san Gregorio di Nazianzo e di san Giovanni Crisostomo, egli dichiarò priva di fondamento scritturale la disciplina dell'"economia dei santi", secondo cui in alcune circostanze si poteva tollerare un male minore - come in questo caso il matrimonio adulterino dell'imperatore.<br />NON LICET<br />Qualche anno dopo l'imperatore Niceforo morì nella guerra contro i Bulgari (25 luglio 811) e salì al trono un altro funzionario imperiale, Michele I. Il nuovo basileus richiamò dall'esilio Teodoro, che divenne il suo consigliere più ascoltato. Ma la pace fu di breve durata. Nell'estate dell'813, i Bulgari inflissero a Michele I una gravissima sconfitta presso Adrianopoli e l'esercito proclamò imperatore il capo degli Anatolici, Leone V, detto l'Armeno (775-820). Quando Leone depose il patriarca Niceforo e fece condannare il culto delle immagini, Teodoro assunse la guida della resistenza contro l'iconoclastia. Teodoro infatti si distinse nella storia della Chiesa non solo come l'oppositore al "Sinodo dell'adulterio", ma anche come uno dei grandi difensori delle sacre immagini durante la seconda fase dell'iconoclasmo. Così la domenica delle Palme dell'815 si poté assistere ad una processione dei mille monaci dello Studios che all'interno del loro monastero, ma bene in vista, portavano le sante icone, al canto di solenni acclamazioni in loro onore. La processione dei monaci dello Studios scatenò la reazione della polizia. Tra l'815 e l'821, Teodoro fu flagellato, incarcerato ed esiliato in diversi luoghi dell'Asia Minore. Alla fine poté tornare a Costantinopoli, ma non nel proprio monastero. Egli allora si stabilì con i suoi monaci dall'altra parte del Bosforo, a Prinkipo, dove morì l'11 novembre 826.<br />Il "non licet" (Mt 14, 3-11) che san Giovanni Battista oppose al tetrarca Erode, per il suo adulterio, risuonò più volte nella storia della Chiesa. San Teodoro Studita, un semplice religioso che osò sfidare il potere imperiale e le gerarchie ecclesiastiche del tempo, può essere considerato uno dei protettori celesti di chi, anche oggi, di fronte alle minacce di cambiamento della prassi cattolica sul matrimonio, ha il coraggio di ripetere un inflessibile non licet.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/51756375</guid><pubDate>Wed, 02 Sep 2015 21:03:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/51756375/san_teodoro_e_il_sinodo_dell_adulterio.mp3" length="10566888" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3890

SAN TEODORO E IL SINODO DELL'ADULTERIO di Roberto De Mattei
Col nome di "Sinodo dell'adulterio" è entrata nella storia della Chiesa un'assemblea di vescovi che, nel IX secolo,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3890" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3890</a><br /><br />SAN TEODORO E IL SINODO DELL'ADULTERIO di Roberto De Mattei<br />Col nome di "Sinodo dell'adulterio" è entrata nella storia della Chiesa un'assemblea di vescovi che, nel IX secolo, volle approvare la prassi del secondo matrimonio dopo il ripudio della legittima moglie. San Teodoro Studita (759-826), fu colui che con più vigore vi si oppose e per questo fu perseguitato, imprigionato e per ben tre volte esiliato.<br />Tutto iniziò nel gennaio 795 quando l'imperatore romano di Oriente (basileus) Costantino VI (771-797) fece rinchiudere la moglie Maria di Armenia in monastero e iniziò una illecita unione con Teodota, dama d'onore della madre Irene. Pochi mesi dopo l'imperatore fece proclamare "augusta" Teodota, ma non riuscendo a convincere il patriarca Tarasio (730-806) a celebrare il nuovo matrimonio, trovò finalmente un ministro compiacente nel prete Giuseppe, igumeno del monastero di Kathara, nell'isola di Itaca, che benedisse ufficialmente l'unione adulterina.<br />SAN TEODORO<br />San Teodoro, nato a Costantinopoli nel 759, era allora monaco nel monastero di Sakkudion in Bitinia, di cui era abate lo zio Platone, venerato anche lui come santo. Teodoro ricorda che l'ingiusto divorzio produsse un profondo turbamento in tutto il popolo cristiano: concussus est mundus (Epist. II, n. 181, in PG, 99, coll. 1559-1560CD) e, assieme a san Platone, protestò energicamente, in nome dell'indissolubilità del vincolo. L'imperatore deve ritenersi adultero - scrisse - e perciò deve ritenersi gravemente colpevole il prete Giuseppe per avere benedetto gli adulteri e per averli ammessi all'Eucarestia. «Incoronando l'adulterio», il prete Giuseppe si è opposto all'insegnamento di Cristo e ha violato la legge divina (Epist. I, 32, PG 99, coll. 1015/1061C). Per Teodosio era da condannare altresì il patriarca Tarasio che, pur non approvando le nuove nozze, si era mostrato tollerante, evitando sia di scomunicare l'imperatore che di punire l'economo Giuseppe.<br />Questo atteggiamento era tipico di un settore della Chiesa orientale che proclamava l'indissolubilità del matrimonio ma nella prassi dimostrava una certa sottomissione nel confronti del potere imperiale, seminando confusione del popolo e suscitando la protesta dei cattolici più ferventi. Basandosi sull'autorità di san Basilio, Teodoro rivendicò la facoltà concessa ai sudditi di denunciare gli errori del proprio superiore (Epist. I, n. 5, PG, 99, coll. 923-924, 925-926D) e i monaci di Sakkudion ruppero la comunione con il patriarca per la sua complicità nel divorzio dell'imperatore. Scoppiò così la cosiddetta "questione moicheiana" (da moicheia= adulterio) che pose Teodoro in conflitto non solo con il governo imperiale, ma con gli stessi patriarchi di Costantinopoli. E' un episodio poco conosciuto sul quale, qualche anno fa, ha sollevato il velo il prof. Dante Gemmiti in un'attenta ricostruzione storica, basata sulle fonti greche e latine (Teodoro Studita e la questione moicheiana, LER, Marigliano 1993), che conferma come nel primo millennio la disciplina ecclesiastica della Chiesa d'Oriente rispettava ancora il principio dell'indissolubilità del matrimonio.<br />ARRESTO ED ESILIO<br />Nel settembre 796, Platone e Teodoro, con un certo numero di monaci del Sakkudion, furono arrestati, internati e poi esiliati a Tessalonica, dove giunsero il 25 marzo 797. A Costantinopoli però il popolo giudicava Costantino un peccatore che continuava a dare pubblico scandalo e, sull'esempio di Platone e Teodoro, l'opposizione aumentava di giorno in giorno. L'esilio fu di breve durata perché il giovane Costantino, in seguito a un complotto di palazzo, fu fatto accecare dalla madre che assunse da sola il governo dell'impero. Irene richiamò gli esiliati, che si trasferirono nel monastero urbano di Studios, insieme alla gran...]]></itunes:summary><itunes:duration>661</itunes:duration><itunes:keywords>erode,niceforo,nonlicet,santeodoro,sinododell'adulterio</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/6855eb51ac4eb86fbdb7aa9ee3705d26.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Santa Mariam Baouardy, la piccola suora araba</title><link>https://www.spreaker.com/episode/santa-mariam-baouardy-la-piccola-suora-araba--66738745</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/3728" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/3728</a><br /><br />SANTA MARIAM BAOUARDY, LA PICCOLA SUORA ARABA di Rino Cammilleri<br /> <br />Il Sommo Pontefice ha recentemente canonizzato Mariam Baouardy, la piccola suora araba palestinese, tanto minuta da sembrare una bambina, che morì a trentadue anni ma pareva ne avesse quindici, e che fin da subito cristiani e musulmani chiamarono kedise, santa, per via dei miracoli che dispensò dalla tomba e ancora dispensa dal Cielo.<br />Mariam era nata il 5 gennaio 1846 in Galilea, per l'esattezza ad Abellin - un piccolo centro posto tra la marittima Haifa e Nazaret - dove suo padre lavorava in una delle fabbriche di polvere da sparo dell'impero ottomano. I suoi erano di origine libanese, cristiani di rito greco-melchita. Tra aborti spontanei, nati morti o morti prestissimo, la coppia aveva provato per ben dodici volte a diventare famiglia, ma c'era voluto un pellegrinaggio a piedi a Betlemme (170 km) perché nascesse Mariam, subito seguita da un fratellino, Baulos. In soli tre anni i due piccoli si ritrovarono orfani di entrambi i genitori, morti a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro. Mariam fu presa in casa da un fratello di suo padre e Baulos da una sorella della madre.<br />ANALFABETA E IRREMOVIBILE<br />Mariam aveva otto anni quando lo zio-tutore si trasferì in Egitto, ad Alessandria, con la famiglia. Non vide più suo fratello. Lo zio non la iscrisse a scuola e lei rimase analfabeta. Per giunta, la fidanzò a sua insaputa con un di lui cognato che stava al Cairo. Aveva tredici anni quando le comunicarono che era ora di sposarsi. Mariam non ne voleva sapere, ma lo zio non se ne diede per inteso. Il giorno delle nozze arrivò il fidanzato con i suoi familiari e ricchi doni. Lei fu abbigliata per la cerimonia ma, nel momento culminante, si presentò quasi rapata a zero e coi lunghi capelli su un piatto. Cercarono di farla ragionare, misero di mezzo anche il vescovo, ma lei rimase cocciuta e irremovibile. Allora, sfumato il progettato matrimonio, lo zio la sbatté in cucina con le sguattere.<br />Il fatto è che Mariam aveva avuto un'esperienza mistica: un paio di uccelletti con cui giocava morirono; mentre piangeva per il dispiacere sentì interiormente Qualcuno dirle che Lui, invece, sarebbe rimasto sempre con lei. Dopo qualche mese di lavori pesanti e maltrattamenti, Mariam pensò di chiedere aiuto a quel suo fratello di cui non sapeva più nulla. Un musulmano lavorante di suo zio doveva recarsi a Nazaret; Mariam si presentò a casa sua con la preghiera di trovare Baulos e riferirgli un suo messaggio. Quello, che conosceva la sua vicenda, le disse chiaro e tondo di non pensarci neanche e, anzi, di farsi musulmana perché in Egitto ne avrebbe avuto solo vantaggi. Mariam si permise di declinare l'invito e ne ebbe in cambio un calcione che la stese. Già: come osava quella ragazzetta infedele e ribelle di contraddire un maschio adulto seguace della vera religione? Meglio però non lasciare testimoni. L'uomo le tagliò la gola, poi avvolse il corpo esanime in un telo e andò a depositarlo nottetempo in un vicolo.<br />IL PARADISO<br />Mariam in seguito raccontò di aver sognato (sognato?) il Paradiso. Qui aveva ritrovato i genitori e riudito la famosa voce; questa le aveva detto che il suo tempo non era ancora scaduto. Si era risvegliata in una grotta, curata da una Signora con un lungo velo azzurro che l'aveva accudita per un mese, poi l'aveva portata alla chiesa dei francescani ed era sparita. Mariam era sicura che fosse la Madonna, perché il suo sgozzamento era avvenuto il giorno della Natività di Maria, l'8 settembre. Sia come sia, molti anni dopo, in Francia, un medico agnostico, esaminandole la cicatrice sul collo, si accorse che le mancava un pezzo di trachea. E trasecolò, perché con una ferita del genere non si poteva restare vivi.<br />Ma torniamo al racconto. I francescani le trovarono un posto da colf. Lei lavorava per un po' di tempo, poi si metteva al servizio di qualche altra famiglia. Il suo scopo era aiutare quelle che più avevano bisogno, anche se, magari, non potevano pagarla. Anzi, in un'occasione fu addirittura lei a questuare per i suoi "padroni". Da Alessandria a Beirut, a Gerusalemme, a Marsiglia. In Francia fu portata dalla famiglia siriana presso cui lavorava. Nel 1863 chiese di poter farsi suora, ma la padrona non consentì a lasciarla libera. Dovette attendere la maggiore età. La presero come postulante nelle Suore di San Giuseppe dell'Apparizione e la misero, anche lì, a lavare e cucinare. Ma cominciarono per lei le visioni soprannaturali e le estasi. Nel 1867 si aggiunsero le stimmate, mani e piedi, ogni giovedì e venerdì. Lei, nella sua ignoranza, pensava fosse lebbra, visto che proveniva da posti in cui tale malattia non era affatto rara. La superiora, però, aveva capito di che si trattava e cominciò ad avere un occhio di riguardo per quella suorina che si esprimeva in un francese approssimativo. Ma le altre suore non erano dello stesso avviso e approfittarono di un'assenza prolungata della superiora per far sì che quella strana mediorientale levasse il disturbo. La maestra delle novizie la raccomandò al Carmelo di Pau, nei Pirenei: la clausura era più adatta per una come lei.<br />SUOR MARIA DI GESÙ CROCIFISSO<br />Fu così che Mariam Baouardy divenne suor Maria di Gesù Crocifisso, carmelitana. Nel Carmelo cercarono di insegnarle almeno a leggere e scrivere, ma non riuscirono a impartirle che qualche rudimento: la ragazza era buona solo ai lavori manuali, che del resto eseguiva con obbedienza serafica e sempre sorridente. E intanto proseguivano le estasi. Lei, nel suo candore innocente, si vergognava di "addormentarsi" quasi ogni volta che cominciava a pregare. E non sapeva come fare a nascondere le stimmate (compresa una sul costato) che il Venerdì Santo si mettevano a sanguinare. E poi le profezie, specialmente su fatti riguardanti il Papa. Che era Pio IX e, in quegli anni, aveva i guai suoi. Era difficile credere a quel che Mariam diceva, date la sua incultura e la di-sarmante ingenuità. Ma quando il 23 ottobre 1869 i "patrioti" fecero esplodere la caserma degli zuavi pontifici a Roma facendo strage della banda musicale (ventisette morti, tra cui alcuni passanti e una bambina di sei anni), qualcuno si ricordò che Mariam l'aveva annunciato.<br />Stimando che un cambiamento d'aria avrebbe giovato ai suoi "fenomeni", nel 1870 la aggregarono a un gruppo di suore che andava ad aprire un convento carmelitano in India, a Mangalore. Ma fu anche peggio, perché ai consueti fenomeni si aggiunsero le infestazioni demoniache. A volte erano plateali violazioni della Regola che sconcertavano chi la conosceva: un blitz, poi la suorina tornava alla solita perfetta obbedienza. A volte si metteva a gridare di essere attorniata da serpenti o di stare annegando in un lago. Altre volte sembrava proprio un'indemoniata, e tale la sospettarono le consorelle. Intervenne il vescovo, che la sottopose a interrogatorio: che cos'erano quelle storie? Perché si comportava così? Non era per caso lei stessa a provocarsi le ferite a mani, piedi e torace? Fu alla fine risolto di rimandarla a Pau, dove il suo caso avrebbe potuto essere meglio seguito. E i fenomeni soprannaturali si trasferirono con lei. Nell'estate del 1873, dopo averla cercata per tutto il convento, la trovarono in giardino, seduta sui rami di un albero di tiglio. Il fatto è che l'albero era altissimo e lei stava proprio in cima, dove i rami erano in realtà esili ramoscelli. Solo l'obbedienza, con la voce della superiora, poté farla tornare a terra. La sua discesa fu soprannaturalmente lieve, come in certi film fantasy cinesi. E la cosa si ripeté per sei giorni di fila. Toccato terra, non sapeva dire che cosa fosse successo, solo che Gesù le aveva teso le mani sollevandola.<br />UN CARMELO A BETLEMME<br />Un giorno disse alla superiora che Gesù voleva un Carmelo a Betlemme. Fu presa sul serio. Pio IX (Beato), che ne seguiva da tempo il caso, autorizzò. Nel 1875, con otto consorelle, eccola in loco. Lei stessa diresse i lavori, che furono eseguiti secondo il progetto da lei medesima ideato. Nel 1878 identico copione, a Nazaret. Nello stesso anno, in bilocazione, fu presente alla morte di Pio IX. E alla successiva elezione di Leone XIII. Quel soldo di cacio semianalfabeta fu capace di far approvare la nuova congregazione dei Padri di Bétharram, missionari da poco fondati da (san) Michel Garicoits, e di far sì che alcuni di loro si trapiantassero in Palestina. Ma ormai le si dava retta, sia per i fenomeni mistici, sia per i consigli infallibili, sia per le perfette spiegazioni teologiche che forniva. Ogni tanto vergava di getto una delicata poesia (lei, ripetiamo, semianalfabeta) e la cantava con qualche struggente melodia di sua invenzione. Il tutto tra estasi, levitazioni, visioni, profezie, bilocazioni, vessazioni demoniache e le immancabili stimmate. E sempre impegnata nei lavori manuali, i soli che, senza aiuti soprannaturali, era in grado di svolgere. Negli ultimi tempi fu udita pregare Dio di chiamarla a Sé. Ma non perché stanca di sofferenze e tribolazioni, no: ormai non ce la faceva più a stare senza di Lui. Fu esaudita nel solito modo, quello che Dio riserva alle anime mistiche che si associano alla Passione di Cristo. Accadde nell'estate di quello stesso 1878. Suor Maria Crocifissa stava portando due secchi d'acqua, uno per mano, agli assetati muratori che lavoravano in giardino. C'era, per terra, una cassetta piena di gerani e Mariam vi inciampò rovinosamente. Impacciata dai secchi, si procurò una brutta frattura a un braccio. Quelli che la sollevarono da terra la sentirono mormorare, quasi con sollievo, che era finita. Il piccolo braccio della piccola suora, rotto in diversi punti, già il giorno dopo sviluppò una cancrena. In soli quattro giorni M]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/66738745</guid><pubDate>Wed, 24 Jun 2015 11:54:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/66738745/santa_mariam_baouardy_migliorato.mp3" length="12442688" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/3728

SANTA MARIAM BAOUARDY, LA PICCOLA SUORA ARABA di Rino Cammilleri
 
Il Sommo Pontefice ha recentemente canonizzato Mariam Baouardy, la piccola suora araba palestinese, tanto minuta da sembrare una...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/3728" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/3728</a><br /><br />SANTA MARIAM BAOUARDY, LA PICCOLA SUORA ARABA di Rino Cammilleri<br /> <br />Il Sommo Pontefice ha recentemente canonizzato Mariam Baouardy, la piccola suora araba palestinese, tanto minuta da sembrare una bambina, che morì a trentadue anni ma pareva ne avesse quindici, e che fin da subito cristiani e musulmani chiamarono kedise, santa, per via dei miracoli che dispensò dalla tomba e ancora dispensa dal Cielo.<br />Mariam era nata il 5 gennaio 1846 in Galilea, per l'esattezza ad Abellin - un piccolo centro posto tra la marittima Haifa e Nazaret - dove suo padre lavorava in una delle fabbriche di polvere da sparo dell'impero ottomano. I suoi erano di origine libanese, cristiani di rito greco-melchita. Tra aborti spontanei, nati morti o morti prestissimo, la coppia aveva provato per ben dodici volte a diventare famiglia, ma c'era voluto un pellegrinaggio a piedi a Betlemme (170 km) perché nascesse Mariam, subito seguita da un fratellino, Baulos. In soli tre anni i due piccoli si ritrovarono orfani di entrambi i genitori, morti a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro. Mariam fu presa in casa da un fratello di suo padre e Baulos da una sorella della madre.<br />ANALFABETA E IRREMOVIBILE<br />Mariam aveva otto anni quando lo zio-tutore si trasferì in Egitto, ad Alessandria, con la famiglia. Non vide più suo fratello. Lo zio non la iscrisse a scuola e lei rimase analfabeta. Per giunta, la fidanzò a sua insaputa con un di lui cognato che stava al Cairo. Aveva tredici anni quando le comunicarono che era ora di sposarsi. Mariam non ne voleva sapere, ma lo zio non se ne diede per inteso. Il giorno delle nozze arrivò il fidanzato con i suoi familiari e ricchi doni. Lei fu abbigliata per la cerimonia ma, nel momento culminante, si presentò quasi rapata a zero e coi lunghi capelli su un piatto. Cercarono di farla ragionare, misero di mezzo anche il vescovo, ma lei rimase cocciuta e irremovibile. Allora, sfumato il progettato matrimonio, lo zio la sbatté in cucina con le sguattere.<br />Il fatto è che Mariam aveva avuto un'esperienza mistica: un paio di uccelletti con cui giocava morirono; mentre piangeva per il dispiacere sentì interiormente Qualcuno dirle che Lui, invece, sarebbe rimasto sempre con lei. Dopo qualche mese di lavori pesanti e maltrattamenti, Mariam pensò di chiedere aiuto a quel suo fratello di cui non sapeva più nulla. Un musulmano lavorante di suo zio doveva recarsi a Nazaret; Mariam si presentò a casa sua con la preghiera di trovare Baulos e riferirgli un suo messaggio. Quello, che conosceva la sua vicenda, le disse chiaro e tondo di non pensarci neanche e, anzi, di farsi musulmana perché in Egitto ne avrebbe avuto solo vantaggi. Mariam si permise di declinare l'invito e ne ebbe in cambio un calcione che la stese. Già: come osava quella ragazzetta infedele e ribelle di contraddire un maschio adulto seguace della vera religione? Meglio però non lasciare testimoni. L'uomo le tagliò la gola, poi avvolse il corpo esanime in un telo e andò a depositarlo nottetempo in un vicolo.<br />IL PARADISO<br />Mariam in seguito raccontò di aver sognato (sognato?) il Paradiso. Qui aveva ritrovato i genitori e riudito la famosa voce; questa le aveva detto che il suo tempo non era ancora scaduto. Si era risvegliata in una grotta, curata da una Signora con un lungo velo azzurro che l'aveva accudita per un mese, poi l'aveva portata alla chiesa dei francescani ed era sparita. Mariam era sicura che fosse la Madonna, perché il suo sgozzamento era avvenuto il giorno della Natività di Maria, l'8 settembre. Sia come sia, molti anni dopo, in Francia, un medico agnostico, esaminandole la cicatrice sul collo, si accorse che le mancava un pezzo di trachea. E trasecolò, perché con una ferita del genere non si poteva restare vivi.<br />Ma torniamo al racconto. I francescani le trovarono un posto...]]></itunes:summary><itunes:duration>778</itunes:duration><itunes:keywords>cancrena,mariambaouardy,patrioti,santa,suoraaraba</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/6e123f8dc53a44c591db49d09092e4dd.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Sarà presto beato il sudafricano cattolico, ucciso perchè non credeva agli stregoni</title><link>https://www.spreaker.com/episode/sara-presto-beato-il-sudafricano-cattolico-ucciso-perche-non-credeva-agli-stregoni--65319515</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3656" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/3656</a><br /><br />SARA' PRESTO BEATO IL SUDAFRICANO CATTOLICO UCCISO PERCHE' NON CREDEVA AGLI STREGONI di Rino Cammilleri<br /> <br />Si stava meglio quando si stava peggio? A parte qualche caso finito bene, di solito le rivoluzioni sembrano risolversi in un lèvati-tu-che-mi-ci-metto-io e il vecchio aneddoto di Nerone pare restare sempre valido. Ricordate? Mentre passava l'imperatore tutti tacevano cupi, solo una vecchietta gli gridava «lunga vita!». L'imperatore, stupito, si fermò e le chiese come mai lei fosse l'unica a non odiarlo. Quella rispose che nella sua lunga vita aveva troppe volte constatato che il successivo, malgrado le speranze, si era rivelato peggiore del precedente; perciò, aveva giudicato che era meglio tenersi l'attuale.<br />Certo, l'apartheid era una brutta cosa, ma un paragone di cifre tra il Sudafrica boero e quello mandeliano forse riserverebbe qualche sorpresa. Per quanto riguarda la repubblica "arcobaleno", un tempo la più ricca e avanzata d'Africa, il Papa ha dovuto firmare un decreto di martirio, cosa che spiana la strada alla beatificazione di Benedict Daswa, un nero, e sentite perché. L'uomo, nato nel 1946, era di etnia Lemba e abitava nel Nord del Paese. Suo padre morì presto e il peso della numerosa famiglia ricadde sulle sue giovani spalle: la madre, tre fratelli e una sorella. Nel 1963 abbracciò la religione cattolica, subito seguito da sua madre. Fece il catechista, il muratore in parrocchia e presto divenne un punto di riferimento per la comunità cristiana locale. Aveva studiato e ciò lo portò a ricoprire la carica di direttore della scuola. Si sposò con Evelyn ed ebbe sette figli. La moglie aspettava l'ottavo quando avvenne quel che andiamo a narrare.<br />SE NON CAMBIANO LE TESTE, NULLA CAMBIERÀ MAI<br />Daswa viveva con la famiglia nel villaggio di Mbahe, dalle parti di Limpopo. Ma il 25 gennaio del 1990, durante una tempesta, una scarica di fulmini si abbatté sull'abitato e incendiò dei grossi covoni di paglia ammucchiata. Niente di grave, tutto sommato, ma il grosso della gente era animista e subito credette all'intervento degli spiriti maligni. Il capo del villaggio convocò l'assemblea per rimediare e vedere come stornare dalla comunità la malasorte. Occorreva, dunque, individuare esattamente quale demone era il responsabile e trovare il modo di neutralizzarlo. Si decise di affidarsi a uno stregone, che però bisognava, ovviamente, pagare. Ogni famiglia avrebbe perciò dovuto tassarsi in ragione di 5 rand (la moneta sudafricana) a persona. Daswa, trattenuto dal lavoro, arrivò alla riunione a cose fatte. Ma dichiarò che non aveva alcuna intenzione di pagare, perché lui agli stregoni non credeva. Cercò di spiegare che si era trattato di semplici fulmini, un fenomeno naturale e non demoniaco, ma non ci fu niente da fare. Allora, visto che non riusciva a far sentire ragioni, la buttò sul religioso, la sola cosa che, ancora oggi, troppi africani capiscono: lui era cattolico, disse, e la sua fede gli proibiva di ricorrere agli stregoni. Detto questo, se ne andò.<br />Già, però le influenze maligne permanevano; anzi, forse era proprio Daswa, con la sua miscredenza, ad attirarle. Così ragionò l'assemblea. La riunione venne aggiornata, ma era chiaro che per gli intervenuti il problema era davvero Daswa. Con la sua cocciutaggine non solo avrebbe reso difficoltosa la liberazione del villaggio dagli spiriti cattivi in quel frangente, ma di certo di frangenti del genere ce ne sarebbero stati altri se non si eliminava l'ostacolo. L'ignoranza e la superstizione sono l'anima della barbarie, la quale conosce un solo modo per risolvere i problemi: quello spiccio. Il 2 febbraio una folla di fanatici aggredì e linciò Benedict Daswa a colpi di pietra. Era in ginocchio quando gli diedero il colpo di grazia col "knobkerrie", l'arma tradizionale: un bastone con una grossa protuberanza all'estremità. Mentre gli sfondavano il cranio ebbe solo il tempo di raccomandarsi al Signore. Il "rito" prevedeva che sul capo dell'ucciso venisse versata acqua bollente, e fu eseguito. Lo abbiamo già scritto nella prefazione al libro su Mandela (D'Ettoris editore) e lo ripetiamo: il problema dell'Africa può essere affrontato solo dai missionari e tramite l'evangelizzazione. Se non cambiano le teste, nulla cambierà mai. E le teste, da quelle parti, si cambiano solo per via religiosa.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/65319515</guid><pubDate>Wed, 08 Apr 2015 18:05:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/65319515/sara_presto_beato.mp3" length="6663985" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3656

SARA' PRESTO BEATO IL SUDAFRICANO CATTOLICO UCCISO PERCHE' NON CREDEVA AGLI STREGONI di Rino Cammilleri
 
Si stava meglio quando si stava peggio? A parte qualche caso finito...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3656" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/3656</a><br /><br />SARA' PRESTO BEATO IL SUDAFRICANO CATTOLICO UCCISO PERCHE' NON CREDEVA AGLI STREGONI di Rino Cammilleri<br /> <br />Si stava meglio quando si stava peggio? A parte qualche caso finito bene, di solito le rivoluzioni sembrano risolversi in un lèvati-tu-che-mi-ci-metto-io e il vecchio aneddoto di Nerone pare restare sempre valido. Ricordate? Mentre passava l'imperatore tutti tacevano cupi, solo una vecchietta gli gridava «lunga vita!». L'imperatore, stupito, si fermò e le chiese come mai lei fosse l'unica a non odiarlo. Quella rispose che nella sua lunga vita aveva troppe volte constatato che il successivo, malgrado le speranze, si era rivelato peggiore del precedente; perciò, aveva giudicato che era meglio tenersi l'attuale.<br />Certo, l'apartheid era una brutta cosa, ma un paragone di cifre tra il Sudafrica boero e quello mandeliano forse riserverebbe qualche sorpresa. Per quanto riguarda la repubblica "arcobaleno", un tempo la più ricca e avanzata d'Africa, il Papa ha dovuto firmare un decreto di martirio, cosa che spiana la strada alla beatificazione di Benedict Daswa, un nero, e sentite perché. L'uomo, nato nel 1946, era di etnia Lemba e abitava nel Nord del Paese. Suo padre morì presto e il peso della numerosa famiglia ricadde sulle sue giovani spalle: la madre, tre fratelli e una sorella. Nel 1963 abbracciò la religione cattolica, subito seguito da sua madre. Fece il catechista, il muratore in parrocchia e presto divenne un punto di riferimento per la comunità cristiana locale. Aveva studiato e ciò lo portò a ricoprire la carica di direttore della scuola. Si sposò con Evelyn ed ebbe sette figli. La moglie aspettava l'ottavo quando avvenne quel che andiamo a narrare.<br />SE NON CAMBIANO LE TESTE, NULLA CAMBIERÀ MAI<br />Daswa viveva con la famiglia nel villaggio di Mbahe, dalle parti di Limpopo. Ma il 25 gennaio del 1990, durante una tempesta, una scarica di fulmini si abbatté sull'abitato e incendiò dei grossi covoni di paglia ammucchiata. Niente di grave, tutto sommato, ma il grosso della gente era animista e subito credette all'intervento degli spiriti maligni. Il capo del villaggio convocò l'assemblea per rimediare e vedere come stornare dalla comunità la malasorte. Occorreva, dunque, individuare esattamente quale demone era il responsabile e trovare il modo di neutralizzarlo. Si decise di affidarsi a uno stregone, che però bisognava, ovviamente, pagare. Ogni famiglia avrebbe perciò dovuto tassarsi in ragione di 5 rand (la moneta sudafricana) a persona. Daswa, trattenuto dal lavoro, arrivò alla riunione a cose fatte. Ma dichiarò che non aveva alcuna intenzione di pagare, perché lui agli stregoni non credeva. Cercò di spiegare che si era trattato di semplici fulmini, un fenomeno naturale e non demoniaco, ma non ci fu niente da fare. Allora, visto che non riusciva a far sentire ragioni, la buttò sul religioso, la sola cosa che, ancora oggi, troppi africani capiscono: lui era cattolico, disse, e la sua fede gli proibiva di ricorrere agli stregoni. Detto questo, se ne andò.<br />Già, però le influenze maligne permanevano; anzi, forse era proprio Daswa, con la sua miscredenza, ad attirarle. Così ragionò l'assemblea. La riunione venne aggiornata, ma era chiaro che per gli intervenuti il problema era davvero Daswa. Con la sua cocciutaggine non solo avrebbe reso difficoltosa la liberazione del villaggio dagli spiriti cattivi in quel frangente, ma di certo di frangenti del genere ce ne sarebbero stati altri se non si eliminava l'ostacolo. L'ignoranza e la superstizione sono l'anima della barbarie, la quale conosce un solo modo per risolvere i problemi: quello spiccio. Il 2 febbraio una folla di fanatici aggredì e linciò Benedict Daswa a colpi di pietra. Era in ginocchio quando gli diedero il colpo di grazia col "knobkerrie", l'arma tradizionale: un bastone...]]></itunes:summary><itunes:duration>417</itunes:duration><itunes:keywords>beato,benedictdaswa,mandela,martire,stregoni,sudafrica</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ed7f349964d1e801e20bd60e797ec65e.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il sangue versato per ribadire l'indissolubilità del matrimonio</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-sangue-versato-per-ribadire-l-indissolubilita-del-matrimonio--59117696</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3188" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3188</a><br /><br />IL SANGUE VERSATO PER RIBADIRE L'INDISSOLUBILITA' DEL MATRIMONIO: SAN GIOVANNI FISHER E SAN TOMMASO MORO di Cristiana de Magistris<br />Anche l'indissolubilità del matrimonio ha i suoi martiri, che la santa Chiesa di Dio celebra ogni anno col fasto dovuto ai suoi figli più illustri. Il 22 giugno, nel martirologio romano si legge: "Santi Giovanni Fisher, vescovo, e Tommaso Moro, martiri, che, essendosi opposti al re Enrico VIII nella controversia sul suo divorzio e sul primato del Romano Pontefice, furono rinchiusi nella Torre di Londra in Inghilterra.<br />Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, uomo insigne per cultura e dignità di vita, in questo giorno fu decapitato per ordine del re stesso davanti al carcere; Tommaso More, padre di famiglia di vita integerrima e gran cancelliere, per la sua fedeltà alla Chiesa cattolica il 6 luglio si unì nel martirio al venerabile presule". San Giovanni Fisher e san Tommaso Moro furono decapitati per aver difeso l'indissolubilità del matrimonio contro il divorzio di Enrico VIII da Caterina d'Aragona. In tal modo rimasero fedeli al papa come a capo supremo della Chiesa, negando il giuramento di fedeltà al re Enrico VIII che si era proclamato "Capo supremo della Chiesa d'Inghilterra".<br />In un momento storico come quello attuale in cui par si voglia mettere in discussione anche l'indissolubilità del matrimonio, occorre rispolverare il passato e meditare a fondo sullo scisma d'Inghilterra, originato da un divorzio, e sul sangue dei suoi martiri, che ancor oggi continua a proclamare che il sacramento del matrimonio è di diritto divino.<br />La questione dell'indissolubilità del matrimonio si pose nel 1525 quando il re d'Inghilterra Enrico VIII, non avendo avuto eredi maschi da Caterina d'Aragona, si preoccupò della sua discendenza. Enrico era ancora cattolico al punto di aver meritato dal papa Leone X, nel 1521, il titolo di "defensor fidei" per la sua apologia dei sacramenti della Chiesa cattolica contro l'eresia luterana, titolo che – con ironica incongruenza – rimane coniato tuttora sulle monete inglesi.<br />Poiché Caterina era la vedova di suo fratello, Enrico pensò di poter metter in dubbio la validità del matrimonio. La storia mostrerà che – più che la preoccupazione per il trono – fu la sua passione per Anna Bolena, per altro cortigiana della moglie, che lo condusse al divorzio da Caterina e al susseguente scisma. Infatti, quando papa Clemente VII si rifiutò di annullare il matrimonio, Enrico gli disobbedì e si proclamò "Capo Supremo della Chiesa d'Inghilterra", incorrendo nella scomunica. Ecco il succedersi degli eventi.<br />Nel 1527 il re aveva consultato – tra gli altri – Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, circa lo stato del suo matrimonio con Caterina d'Aragona che Enrico riteneva essere invalido. Fisher assicurò il re che non vi era il minimo dubbio sulla validità del matrimonio e che era pronto a difendere tale asserto davanti a chiunque. Per descrivere l'atteggiamento di Giovanni Fisher, il segretario del cardinal Campeggio, legato pontificio, nel 1529 così scrisse di lui: "Per non mettere in pericolo la sua anima, e per non essere sleale col re o mancare al dovere verso la verità in una materia così importante, egli dichiarò, affermò e dimostrò con ragioni probanti che il matrimonio del re e della regina non poteva essere sciolto da nessun potere umano o divino e per questo era disposto a dare la vita".<br />Nel 1525, il vescovo di Rochester aveva scritto: "Una riflessione che mi colpisce profondamente circa il sacramento del matrimonio è il martirio di san Giovanni Battista, che morì per aver rimproverato la violazione del matrimonio. C'erano crimini in apparenza molto più gravi per la cui condanna il Battista poteva esser giustiziato, ma non c'era crimine più adatto dell'adulterio che potesse causare lo spargimento di sangue dell'amico dello sposo, poiché la violazione del matrimonio non è un insulto di poco consto a Colui che è lo Sposo per antonomasia". A quel tempo, il problema del divorzio del re e della regina non era ancora stato sollevato. Ma le circostanze della morte di Fisher lo avvicineranno non poco alla sorte del Battista. Entrambi imprigionati, entrambi decapitati, entrambi vittime di donne impure. Ma ciò che Erode fece a malincuore, Enrico VIII compì con piena e crudele deliberazione.<br />Giovanni Fisher scrisse diversi libri in difesa di Caterina. I vescovi, che temevano l'ira del re – indignatio regis mors est, solevano dire –, lo invitarono a ritrattare, ma invano. Egli non poteva negare ciò che sapeva essere la verità.<br />La situazione, intanto, lungi dal sedarsi diveniva sempre più scottante. Il re, con le sue manie dittatoriali, non aveva alcuna intenzione di cedere. Roma aveva inviato i suoi legati per risolvere la complessa vicenda. Il clero inglese – salvo il vescovo di Rochester – era tristemente compatto nella resa, ossia nella desistenza all'autorità del re che finì col proclamarsi "Capo supremo della Chiesa d'Inghilterra", atto, questo, reso possibile proprio dalla capitolazione dei vescovi con quella che è passata alla storia come la "sottomissione del Clero" del 15 maggio 1532. Il giorno dopo, Tommaso Moro, fino a quel momento gran cancelliere d'Inghilterra, rassegnò le sue dimissioni. Piuttosto che scendere a compromessi, preferì ritirarsi. Nel 1533 Enrico sposò Anna Bolena e nel 1534, attraverso il cosiddetto "Atto di Supremazia", si proclamò "capo supremo sulla terra della Chiesa d'Inghilterra".<br />Tutti i vescovi prestarono il loro giuramento sulla supremazia del re in campo religioso tranne uno, Giovanni Fisher, il quale fu subito imprigionato nella torre di Londra, dove, durante i lunghi mesi di cattività, scrisse tre opere, due in inglese (A spiritual consolation e The ways of perfect religion) ed una in latino sulla necessità della preghiera. Nel medesimo giorno, il 13 aprile del 1534, venne fatto arrestare anche Tommaso Moro.<br />Durante la prigionia di Giovanni Fisher e Tommaso Moro (aprile 1534-giugno 1935), Enrico VIII proseguì con tenacia l'organizzazione d'una chiesa nazionale indipendente da Roma. Il re tentò di conquistare Giovanni Fisher alla sua causa attraverso la mediazione di alcuni vescovi che lo visitarono nella sua prigione. Durante uno di questi colloqui, Giovanni Fisher esortò i presuli ad essere uniti "nel reprimere l'intrusione violenta ed illegale fatta ogni giorno contro la comune madre, la Chiesa di Cristo" piuttosto che nel promuoverla. Fu quella l'occasione per pronunciare il suo storico giudizio sui suoi fratelli nell'episcopato: "La fortezza (ossia la Chiesa, ndt) è tradita da coloro stessi che dovrebbero difenderla!".<br />Il 7 maggio il re inviò uno dei suoi consiglieri per tentare ancora una volta di piegare Fisher al compromesso. Il santo Vescovo ribadì senza mezzi termini che "secondo la legge di Dio, il re non è né può essere il Capo supremo della Chiesa d'Inghilterra". Enrico non aveva bisogno d'ulteriori prove, e quando papa Paolo III – nella speranza di salvare la vita al vescovo di Rochester – lo nominò cardinale di Santa Romana Chiesa, Enrico VIII, alludendo all'imminente decapitazione del Santo, disse che il Sovrano Pontefice poteva ben inviare la berretta rossa, ma questa non avrebbe trovato più la testa su cui posarsi.<br />La sentenza venne eseguita alle 10 del 22 giugno 1535 nella Torre di Londra: la sua testa rimase esposta all'ingresso del ponte di Londra fino al 6 luglio, quando venne gettata nel Tamigi e sostituita da quella di Tommaso Moro, che nella sua autodifesa, dopo la condanna a morte, disse che la vera causa della sua accusa di tradimento era stato il rifiuto di accettare l'annullamento del matrimonio di Enrico con Caterina.<br />]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/59117696</guid><pubDate>Fri, 21 Mar 2014 21:28:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/59117696/il_sangue_versato_per_ribadire_l_indissolubilit_del_matrimonio_san_giovanni_fisher_e_san_tommaso_moro.mp3" length="15975279" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3188

IL SANGUE VERSATO PER RIBADIRE L'INDISSOLUBILITA' DEL MATRIMONIO: SAN GIOVANNI FISHER E SAN TOMMASO MORO di Cristiana de Magistris
Anche l'indissolubilità del matrimonio ha i...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3188" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3188</a><br /><br />IL SANGUE VERSATO PER RIBADIRE L'INDISSOLUBILITA' DEL MATRIMONIO: SAN GIOVANNI FISHER E SAN TOMMASO MORO di Cristiana de Magistris<br />Anche l'indissolubilità del matrimonio ha i suoi martiri, che la santa Chiesa di Dio celebra ogni anno col fasto dovuto ai suoi figli più illustri. Il 22 giugno, nel martirologio romano si legge: "Santi Giovanni Fisher, vescovo, e Tommaso Moro, martiri, che, essendosi opposti al re Enrico VIII nella controversia sul suo divorzio e sul primato del Romano Pontefice, furono rinchiusi nella Torre di Londra in Inghilterra.<br />Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, uomo insigne per cultura e dignità di vita, in questo giorno fu decapitato per ordine del re stesso davanti al carcere; Tommaso More, padre di famiglia di vita integerrima e gran cancelliere, per la sua fedeltà alla Chiesa cattolica il 6 luglio si unì nel martirio al venerabile presule". San Giovanni Fisher e san Tommaso Moro furono decapitati per aver difeso l'indissolubilità del matrimonio contro il divorzio di Enrico VIII da Caterina d'Aragona. In tal modo rimasero fedeli al papa come a capo supremo della Chiesa, negando il giuramento di fedeltà al re Enrico VIII che si era proclamato "Capo supremo della Chiesa d'Inghilterra".<br />In un momento storico come quello attuale in cui par si voglia mettere in discussione anche l'indissolubilità del matrimonio, occorre rispolverare il passato e meditare a fondo sullo scisma d'Inghilterra, originato da un divorzio, e sul sangue dei suoi martiri, che ancor oggi continua a proclamare che il sacramento del matrimonio è di diritto divino.<br />La questione dell'indissolubilità del matrimonio si pose nel 1525 quando il re d'Inghilterra Enrico VIII, non avendo avuto eredi maschi da Caterina d'Aragona, si preoccupò della sua discendenza. Enrico era ancora cattolico al punto di aver meritato dal papa Leone X, nel 1521, il titolo di "defensor fidei" per la sua apologia dei sacramenti della Chiesa cattolica contro l'eresia luterana, titolo che – con ironica incongruenza – rimane coniato tuttora sulle monete inglesi.<br />Poiché Caterina era la vedova di suo fratello, Enrico pensò di poter metter in dubbio la validità del matrimonio. La storia mostrerà che – più che la preoccupazione per il trono – fu la sua passione per Anna Bolena, per altro cortigiana della moglie, che lo condusse al divorzio da Caterina e al susseguente scisma. Infatti, quando papa Clemente VII si rifiutò di annullare il matrimonio, Enrico gli disobbedì e si proclamò "Capo Supremo della Chiesa d'Inghilterra", incorrendo nella scomunica. Ecco il succedersi degli eventi.<br />Nel 1527 il re aveva consultato – tra gli altri – Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, circa lo stato del suo matrimonio con Caterina d'Aragona che Enrico riteneva essere invalido. Fisher assicurò il re che non vi era il minimo dubbio sulla validità del matrimonio e che era pronto a difendere tale asserto davanti a chiunque. Per descrivere l'atteggiamento di Giovanni Fisher, il segretario del cardinal Campeggio, legato pontificio, nel 1529 così scrisse di lui: "Per non mettere in pericolo la sua anima, e per non essere sleale col re o mancare al dovere verso la verità in una materia così importante, egli dichiarò, affermò e dimostrò con ragioni probanti che il matrimonio del re e della regina non poteva essere sciolto da nessun potere umano o divino e per questo era disposto a dare la vita".<br />Nel 1525, il vescovo di Rochester aveva scritto: "Una riflessione che mi colpisce profondamente circa il sacramento del matrimonio è il martirio di san Giovanni Battista, che morì per aver rimproverato la violazione del matrimonio. C'erano crimini in apparenza molto più gravi per la cui condanna il Battista poteva esser giustiziato, ma non c'era crimine più adatto...]]></itunes:summary><itunes:duration>999</itunes:duration><itunes:keywords>annabolena,giovannifisher,scismadinghilterra,stuart,tommasomoro,tudor</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/6a2018abb878abd7851ceb9e2d1df268.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Il papa dichiara santi gli 800 martiri di Otranto</title><link>https://www.spreaker.com/episode/il-papa-dichiara-santi-gli-800-martiri-di-otranto--61025767</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2772<br /><br />IL PAPA DICHIARA SANTI GLI 800 MARTIRI DI OTRANTO<br />Antonio Primaldo incitava i cristiani: ''Abbiamo perduto la battaglia in difesa della terra, delle case, delle nostre famiglie, adesso dobbiamo vincere la battaglia in difesa della nostra anima''<br />di Danilo Quinto<br />A oltre 500 anni di distanza la storia di questi martiri ha un grande insegnamento per la nostra realtà odierna. Come riporta mons. Grazio Gianfreda, nel suo libro "Otranto nella Storia", nel giugno 1480 Maometto II toglie l'assedio a Rodi e dirige la sua flotta verso l'Adriatico. La mattina di venerdì 29 luglio 1480, dagli spalti delle mura di Otranto si scorge all'orizzonte l'"armata della Mezzaluna", forte di 90 galee, 15 maone, 48 galeotte, con 18 mila soldati a bordo.<br />Otranto fu una delle prime città della Puglia, a convertirsi al cristianesimo. I primi gruppi di monaci che lì sorsero, subirono forse l'influenza di sant'Atanasio, che forse vi passò verso la metà del secolo IV e seguendo i canoni del monachesimo orientale, di san Basilio in particolare. Essi compresero l'importanza della conservazione e della trasmissione del sapere e alla fine del secolo X crearono una scuola, nel Monastero di San Nicola in Casole: chiunque volesse imparare il greco o il latino, poteva rimanere nell'abbazia e aveva a sua disposizione, e senza alcuna spesa, vitto, alloggio e un maestro. La cultura e la fede cristiana, che si diffusero così nella popolazione, trovarono espressione in due grandi capolavori: la cattedrale di Otranto, costruita in soli otto anni, tra il 1080 e il 1088 e, all'interno della stessa, il grandioso mosaico pavimentale. Nel 1095, proprio dalla cattedrale, il vescovo impartì la benedizione ai 12mila crociati che da Otranto, al comando di Boemondo, partivano per liberare dagli infedeli il santo Sepolcro.<br />Dopo quasi 400 anni, la città, complice l'inerzia dei principi e dei re cristiani, viene posta sotto l'assedio dell'armata turca di Maometto II. Si compie così la profezia di un grande Santo, Francesco di Paola, che dall'eremo di Paternò aveva detto: "Ah infelice città, di quanti cadaveri ti veggo piena! quanto sangue cristiano s'ha da spargere sopra di te".<br />I musulmani sbarcano a qualche chilometro dalla città, vicino a Roca e inviano a Otranto un interprete, che propone una resa vantaggiosa ai cittadini: se non resisteranno, saranno lasciati liberi o di rimanere, senza subire alcun danno, o di andar via. Uno dei maggiorenti della città, il vecchio Ladislao De Marco, dice all'interprete: "Se il Pascià vuole Otranto, venga a prenderla con le armi, perché dietro le mura ci sono i petti dei cittadini". Sono proprio i cittadini a difendere la loro città, da soli, perché la maggior parte dei soldati, di notte, se la dà a gambe.<br />L'assedio dura 15 giorni. I musulmani aprono una breccia in uno dei punti più deboli delle mura e entrano nella città. Massacrano tutti coloro che incontrano. Molti cercano rifugio nella Cattedrale, ma questa viene assalita e presa. I musulmani entrano nel tempio.<br />Si legge nella traduzione italiana ad opera di De Ferraris-Galateo del "De Situ Japigia", la cui prima edizione fu pubblicata a Basilea nel 1558: "Durante la notte precedente quello sventurato giorno, l'arcivescovo Stefano [...] aveva confortato tutto il popolo col divino sacramento dell'Eucarestia per la battaglia del mattino seguente, che lui aveva previsto". I turchi, "raggiunto l'arcivescovo che sedeva sul suo trono vestito con abiti pontificali e con in mano la croce, lo interrogarono chi fosse; ed egli intrepidamente rispose: Sono il rettore di questo popolo e indegnamente preposto alle pecore del gregge di Cristo. E dicendogli uno di loro: 'smetti di nominare Cristo, Maometto è quello che ora regna, non Cristo', egli rispose indirizzandosi a tutti: 'O miseri ed infelici, perché vi ingannate invano? Poiché Maometto, vostro legislatore, per la sua empietà soffre nell'inferno con Lucifero e gli altri demoni le meritate pene eterne; ed anche voi, se non vi convertite a Cristo e non ubbidite ai suoi comandamenti, sarete nello stesso modo cruciati con lui, in eterno'. Aveva appena terminato di proferire queste parole quando uno di loro, impugnata la scimitarra, con un sol colpo gli recise la testa; e, così decollato sulla propria sedia, divenne martire di Cristo nell'anno del Signore 1480, l'11 di agosto".<br />Il 13 agosto, compiuto il saccheggio, il pascià chiede che gli sia presentata la lista di tutti gli abitanti fatti schiavi, escludendo le donne e i ragazzi al di sotto dei 15 anni: "In numero di circa ottocento furono presentati al Pascià che aveva al suo fianco un miserrimo prete, nativo di Calabria, di nome Giovanni, apostata della fede. Costui impiegò la satanica sua eloquenza a fin di persuadere a' nostri santi che, abbandonato Cristo, abbracciassero il maomettismo sicuri della buona grazia d'Acmet, il quale accordava loro vita, sostanze e tutti quei beni che godevano nella patria; in contrario sarebbero stati tutti trucidati. Tra quegli eroi ve n'ebbe uno di nome Antonio Primaldo, sarto di professione, d'età provetto, ma pieno di religione e di fervore. Questi a nome di tutti rispose: 'Credere tutti in Gesù Cristo, figlio di Dio, ed essere pronti a morire mille volte per lui'. E voltatosi ai Cristiani disse queste parole: 'Fratelli miei, sino oggi abbiamo combattuto per defensione della Patria e per salvar la vita e per li Signori nostri temporali, ora è tempo che combattiamo per salvar l'anime nostre per il nostro Signore, quale essendo morto per noi in Croce conviene che noi moriamo per esso, stando saldi e costanti nella Fede e con questa morte temporale guadagneremo la vita eterna e la corona del martirio'. A queste parole incominciarono a gridare tutti a una voce con molto fervore che più tosto volevano mille volte morire con qual si voglia sorta di morte che di rinnegar Cristo".<br />A queste parole, il pascià, infuriato, condanna tutti a morte. La mattina seguente "quei prodi campioni della santa fede con la fune al collo e con le mani legate dietro le spalle, furono menati al vicino colle della Minerva. Con l'umile portamento, con l'aria divota e serena e col frequente invocare i nomi di Gesù e di Maria, facevano di sé spettacolo glorioso a Dio e gradito agli Angeli. Tutto quel tratto di strada, che corre dalla porta antica di mare fino al colle, risonò di sante preci, colle quali quelle anime grandi imploravano la grazia di consumare il sacrifizio delle loro vite. Si confortavano l'un altro a pigliar pazientemente il martirio e questo faceva il padre al figlio, e il figlio al padre, il fratello al fratello, l'amico all'amico, il compagno al compagno, con molto fervore e con molta allegrezza. Girava intorno ai cristiani un turco importuno con alla mano una tabella vergata in carattere arabo. L'apostata interprete la presentava a ciascuno e ne faceva la spiegazione, dicendo: Chi vuol credere a questa avrà salva la vita; altrimenti sarà ucciso. Ratificarono tutti la professione di fede e la generosa risposta data innanzi: onde il tiranno comandò che si venisse alla decapitazione, e, prima che agli altri, fosse reciso il capo a quel vecchio Primaldo, a lui odiosissimo, perché non rifiniva di far da apostolo co' suoi. Anzi in questi ultimi momenti, prima di chinare la testa sul sasso, aggiungeva a' commilitoni che vedeva il cielo aperto e gli angeli confortatori; che stessero saldi nella fede e mirassero il cielo già aperto a riceverli. Piegò la fronte, gli fu spiccata la testa, ma il busto si rizzò in piedi: e ad onta degli sforzi de' carnefici, restò immobile, finché tutti non furono decollati. Il portento evidente ed oltremodo strepitoso sarebbe stata lezione di salute a quegl'infedeli, se non fossero stati ribelli a quel lume che illumina ognuno che vive nel mondo. Un solo carnefice, di nome Berlabei profittò avventurosamente del miracolo, e, protestandosi ad alta voce cristiano, fu condannato alla pena del palo". Il 14 agosto, vigilia dell'Assunzione al Cielo di Maria, i corpi degli ottocento martiri, straziati, sono sul colle della Minerva. I loro resti sono conservati e venerati nella Cattedrale di Otranto.<br />Questa terribile e al tempo stesso meravigliosa pagina di storia e di fede appartiene alla nostra identità cristiana. Indica innanzitutto un connotato essenziale dell'essere credenti: quello della testimonianza, che può arrivare fino al martirio. Un martirio "inusuale", perché non coinvolge una o più persone, com'è accaduto in duemila anni di storia dei cattolici: è un'intera città che si immola, che segue l'esempio del vecchio Primaldo, che conforta i suoi concittadini e li invita ad essere saldi nella fede e a mirare il cielo già aperto a riceverli. Gli ottocento martiri diventano un corpo unico ed è singolare che si conosca solo il nome di Primaldo, come a significare il fatto che è un popolo intero, unito, ad affrontare la terribile prova. Quei martiri – insieme al loro vescovo, che cita Lucifero, allora nelle Chiese lo si faceva - erano consapevoli delle loro radici e della loro identità cristiana. Sacrificano le loro vite per questa ragione. Per difenderle. Non sono attratti dal nuovo, dalla "modernità" di quell'epoca, che stava per soppiantare principi e valori antichi, quegli stessi principi che loro avevano imparato attraverso la cultura e la fede dei monaci. La loro esistenza era un tutt'uno alla loro fede e costituiva la loro identità. Avrebbero potuto abiurarla, ma sarebbe divenuta una vita priva di senso, perché priva del suo connotato essenziale: l'amore per il loro Dio, il Dio dei cristiani.<br />Dovrebbero leggerla e rileggerla questa pagina di storia, tutti coloro che oggi sono attratti da quell'ecumenismo d'accatto, che in forza del leit motiv del dialogo e privi della consapevolezza della loro ident]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/61025767</guid><pubDate>Fri, 17 May 2013 13:51:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/61025767/il_papa_dichiara_santi_gli_800_martiri_di_otranto.mp3" length="14697160" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2772

IL PAPA DICHIARA SANTI GLI 800 MARTIRI DI OTRANTO
Antonio Primaldo incitava i cristiani: ''Abbiamo perduto la battaglia in difesa della terra, delle case, delle nostre famiglie,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2772<br /><br />IL PAPA DICHIARA SANTI GLI 800 MARTIRI DI OTRANTO<br />Antonio Primaldo incitava i cristiani: ''Abbiamo perduto la battaglia in difesa della terra, delle case, delle nostre famiglie, adesso dobbiamo vincere la battaglia in difesa della nostra anima''<br />di Danilo Quinto<br />A oltre 500 anni di distanza la storia di questi martiri ha un grande insegnamento per la nostra realtà odierna. Come riporta mons. Grazio Gianfreda, nel suo libro "Otranto nella Storia", nel giugno 1480 Maometto II toglie l'assedio a Rodi e dirige la sua flotta verso l'Adriatico. La mattina di venerdì 29 luglio 1480, dagli spalti delle mura di Otranto si scorge all'orizzonte l'"armata della Mezzaluna", forte di 90 galee, 15 maone, 48 galeotte, con 18 mila soldati a bordo.<br />Otranto fu una delle prime città della Puglia, a convertirsi al cristianesimo. I primi gruppi di monaci che lì sorsero, subirono forse l'influenza di sant'Atanasio, che forse vi passò verso la metà del secolo IV e seguendo i canoni del monachesimo orientale, di san Basilio in particolare. Essi compresero l'importanza della conservazione e della trasmissione del sapere e alla fine del secolo X crearono una scuola, nel Monastero di San Nicola in Casole: chiunque volesse imparare il greco o il latino, poteva rimanere nell'abbazia e aveva a sua disposizione, e senza alcuna spesa, vitto, alloggio e un maestro. La cultura e la fede cristiana, che si diffusero così nella popolazione, trovarono espressione in due grandi capolavori: la cattedrale di Otranto, costruita in soli otto anni, tra il 1080 e il 1088 e, all'interno della stessa, il grandioso mosaico pavimentale. Nel 1095, proprio dalla cattedrale, il vescovo impartì la benedizione ai 12mila crociati che da Otranto, al comando di Boemondo, partivano per liberare dagli infedeli il santo Sepolcro.<br />Dopo quasi 400 anni, la città, complice l'inerzia dei principi e dei re cristiani, viene posta sotto l'assedio dell'armata turca di Maometto II. Si compie così la profezia di un grande Santo, Francesco di Paola, che dall'eremo di Paternò aveva detto: "Ah infelice città, di quanti cadaveri ti veggo piena! quanto sangue cristiano s'ha da spargere sopra di te".<br />I musulmani sbarcano a qualche chilometro dalla città, vicino a Roca e inviano a Otranto un interprete, che propone una resa vantaggiosa ai cittadini: se non resisteranno, saranno lasciati liberi o di rimanere, senza subire alcun danno, o di andar via. Uno dei maggiorenti della città, il vecchio Ladislao De Marco, dice all'interprete: "Se il Pascià vuole Otranto, venga a prenderla con le armi, perché dietro le mura ci sono i petti dei cittadini". Sono proprio i cittadini a difendere la loro città, da soli, perché la maggior parte dei soldati, di notte, se la dà a gambe.<br />L'assedio dura 15 giorni. I musulmani aprono una breccia in uno dei punti più deboli delle mura e entrano nella città. Massacrano tutti coloro che incontrano. Molti cercano rifugio nella Cattedrale, ma questa viene assalita e presa. I musulmani entrano nel tempio.<br />Si legge nella traduzione italiana ad opera di De Ferraris-Galateo del "De Situ Japigia", la cui prima edizione fu pubblicata a Basilea nel 1558: "Durante la notte precedente quello sventurato giorno, l'arcivescovo Stefano [...] aveva confortato tutto il popolo col divino sacramento dell'Eucarestia per la battaglia del mattino seguente, che lui aveva previsto". I turchi, "raggiunto l'arcivescovo che sedeva sul suo trono vestito con abiti pontificali e con in mano la croce, lo interrogarono chi fosse; ed egli intrepidamente rispose: Sono il rettore di questo popolo e indegnamente preposto alle pecore del gregge di Cristo. E dicendogli uno di loro: 'smetti di nominare Cristo, Maometto è quello che ora regna, non Cristo', egli rispose indirizzandosi a tutti: 'O miseri ed infelici, perché vi ingannate invano? Poiché Maometto, vostro legislatore, per la sua...]]></itunes:summary><itunes:duration>919</itunes:duration><itunes:keywords>maomettoii,martiridiotranto,otranto,primaldo,sanfrancescodipaola</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1e70d7824a8352eca943539f5f0f76ed.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>L'esperienza di donazione totale di Chiara Corbella</title><link>https://www.spreaker.com/episode/l-esperienza-di-donazione-totale-di-chiara-corbella--71715794</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/2340" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/2340</a><br /><br />L'ESPERIENZA DI DONAZIONE TOTALE DI CHIARA CORBELLA<br />di Salvatore Cernuzio<br /> <br />A volte Dio come un buon giardiniere scende nel suo orto per controllare i fiori che ha piantato e se trova uno particolarmente bello, lo prende con Sé e lo porta nella Sua casa. È successo proprio questo oggi, nella chiesa di Santa Francesca Romana, nella zona Ardeatina della Capitale, dove si è celebrato il funerale, anzi la "nascita al Cielo" della giovane Chiara Petrillo, dopo una sofferenza di circa due anni provocate da un tumore.<br />Una cerimonia tutt'altro che funebre: una grande festa a cui hanno preso parte circa mille persone che hanno occupato la chiesa fino ai suoi balconcini più alti, cantando, suonando, applaudendo e pregando dall'ingresso della bara fino alla sua uscita.<br />È una storia straordinaria quella di Chiara, che in questi giorni sta girando in tutti i canali della rete, tanto che il video su Youtube - Testimonianza di Enrico e Chiara - ha registrato più di 500 visualizzazioni in un solo giorno.<br />Non si può restare impassibili di fronte a questa storia di santità dei nostri giorni. Una storia che merita di essere conosciuta e raccontata, come hanno scritto molti utenti nei loro commenti, perché è una dimostrazione di come sia possibile realizzare oggi le parole di Giovanni Paolo II quando disse: "Tutti possono aspirare alla santità, la misura alta della nostra vita quotidiana".<br />Soprattutto è la prova che, nonostante siamo immersi oggi in una società egoista che insegna a salvaguardare il proprio benessere prima di ogni altra cosa, c'è ancora chi, con la forza della fede, è capace di morire per l'altro, di sacrificare la propria vita pur di permettere ad una nuova di nascere.<br />Questa ragazza romana di soli 28 anni, bella, solare, con il sorriso sempre sulle labbra, è morta, infatti, per aver rimandato le cure che avrebbero potuto salvarla, pur di portare a termine la gravidanza del suo Francesco, un bambino atteso fin dal primo momento del suo matrimonio con Enrico.<br />Non era la prima gravidanza di Chiara. Pochi mesi dopo le nozze, la ragazza era rimasta incinta di Maria, una bimba a cui sin dalle prime ecografie, era stata diagnosticata un'anencefalia, ovvero una malformazione congenita per cui sarebbe nata priva totalmente o parzialmente dell'encefalo.<br />I due giovani sposi accolsero senza alcuna esitazione questa nuova vita come un dono di Dio, nonostante i medici avessero tentato più volte di farli desistere. E gioirono per tutti i 30 minuti di vita della piccola, celebrando il battesimo e accompagnandola nella sua «nascita in cielo».<br />Alcuni mesi dopo, una nuova gravidanza. Anche in questo caso, però, la gioia della notizia venne minata dalle prime ecografie che non facevano presagire nulla di positivo. Il bimbo, un maschietto di nome Davide, sarebbe nato senza gli arti inferiori.<br />Armati dalla fede e dall'amore che ha sempre sorretto il loro matrimonio, i due sposi decisero di portare a termine la gravidanza. Una scelta "incosciente e ostinata" ha scritto qualcuno sul web, ma sicuramente una scelta di fede, frutto della convinzione che le chiavi della vita e della morte sono custodite solo da Dio.<br />Verso il settimo mese, una nuova ecografia rivelava delle malformazioni viscerali con assenza degli arti inferiori per il piccolo Davide. "Il bambino è incompatibile alla vita" era la sentenza. Incompatibile forse alla vita terrestre, ma non a quella celeste.<br />La coppia infatti ha atteso la nascita del bambino, il 24 giugno 2010, e dopo aver celebrato subito il suo battesimo, ha accompagnato con la preghiera la sua breve vita fino all'ultimo respiro.<br />Sofferenze, traumi, senso di scoraggiamento, ma Chiara ed Enrico non si sono mai chiusi alla vita, tanto che dopo qualche tempo arrivò un'altra gravidanza: Francesco.<br />Questa volta le ecografie confermavano la buona salute del bimbo, tuttavia al quinto mese a Chiara i medici diagnosticarono una lesione della lingua che dopo un primo intervento, si confermò essere la peggiore delle ipotesi: un carcinoma.<br />Da lì in poi una serie di combattimenti. Chiara e il marito, però, non hanno perso la fede e "alleandosi" con Dio decisero ancora una volta di dire sì alla vita.<br />Chiara difese Francesco senza alcun ripensamento e, pur correndo un grave rischio, rimandò le cure portando avanti la maternità. Solo dopo il parto, infatti, la giovane potè sottoporsi a un nuovo intervento chirurgico più radicale e poi ai successivi cicli di chemio e radioterapia.<br />Francesco è nato sano e bello il 30 maggio 2011; ma Chiara, consumata nel corpo fino a perdere anche la vista dell'occhio destro, dopo un anno, non ce l'ha fatta. Mercoledì, verso mezzogiorno, circondata da parenti e amici, ha terminato la battaglia contro il "drago" che la perseguitava, come lei definiva il tumore, in riferimento alla lettura dell'Apocalisse.<br />Come, però, si legge nella medesima lettura - scelta non a caso nella cerimonia funebre - una donna ha sconfitto il drago. Chiara, infatti, avrà perso il suo combattimento terreno, ma ha vinto la vita eterna e ha donato a noi tutti una vera testimonianza di santità.<br />"Una seconda Gianna Beretta Molla" l'ha definita il cardinale vicario, Agostino Vallini, che ha voluto omaggiare con la sua presenza Chiara, che aveva conosciuto qualche mese fa insieme a Enrico.<br />"La vita è come un ricamo di cui noi vediamo il rovescio, la parte disordinata e piena di fili – ha detto il porporato – di tanto in tanto, però la fede ci permette di vedere un lembo della parte dritta". È il caso di Chiara secondo il cardinale: "una grande lezione di vita, una luce, frutto di un meraviglioso disegno divino che ci sfugge, ma che c'è".<br />"Io non so cosa Dio abbia preparato per noi attraverso questa donna" ha soggiunto, "ma è sicuramente qualcosa che non possiamo perdere; perciò raccogliamo questa eredità che ci ricorda di dare il giusto valore ad ogni piccolo o grande gesto quotidiano".<br />"Questa mattina stiamo vivendo, quello che 2000 anni fa visse il centurione, quando vedendo morire Gesù disse: Costui era veramente figlio di Dio" ha detto invece nella sua omelia frate Vito, giovane francescano, conosciuto ad Assisi, che ha assistito spiritualmente Chiara e la sua famiglia nell'ultimo periodo, trasferendosi anche nella loro casa.<br />"La morte di Chiara è stata il compimento di una preghiera" ha proseguito. La giovane, difatti, ha raccontato il frate, "dopo la diagnosi medica del 4 aprile che la dichiarava 'malata terminale', ha chiesto un miracolo: non la guarigione, ma di far vivere questi momenti di malattia e sofferenza nella pace a lei e alle persone più vicine".<br />"E noi – ha detto ancora frate Vito, visibilmente emozionato – abbiamo visto morire una donna non solo serena, ma felice". Una donna che ha vissuto spendendo la sua vita per l'amore agli altri, arrivando a confidare ad Enrico "forse la guarigione in fondo non la voglio, un marito felice e un bambino sereno senza la mamma rappresentano una testimonianza più grande rispetto ad una donna che ha superato una malattia. Una testimonianza che potrebbe salvare tante persone...".<br />A questa fede Chiara è arrivata pian piano, ha precisato frate Vito, "seguendo la regola appresa ad Assisi dai francescani che tanto amava: piccoli passi possibili". Un modo, ha spiegato, "per affrontare la paura del passato e del futuro di fronte ai grandi eventi, e che insegna a cominciare dalle piccole cose. Noi non possiamo trasformare l'acqua in vino, ma iniziare a riempire le giare. Chiara credeva in questo e ciò l'ha aiutata a vivere una buona vita e quindi una buona morte, passo dopo passo".<br />Un grande passo, però, ora Chiara l'ha compiuto: il matrimonio celeste con il suo Sposo "pronto per lei" – come cantavano i giovani del suo gruppo parrocchiale – tanto che per l'occasione nella bara era vestita con il suo abito nuziale.<br />Chiara, ora, potrà "accudire i suoi Maria e Davide" e "pregare per Francesco" come scriveva nella lettera lasciata a suo figlio, letta oggi da Enrico.<br />E tutti noi, così come questa mattina abbiamo portato via dalla Chiesa una piantina – per volontà di Chiara che non voleva fiori al suo funerale, ma che ognuno ricevesse un dono – portiamo nel cuore un "pezzetto" di questa testimonianza, pregando e chiedendo la grazia a questa giovane donna che forse un domani chiameremo Beata Chiara Corbella.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71715794</guid><pubDate>Fri, 29 Jun 2012 21:01:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71715794/l_esperienza_di_donazione_totale_di_chiara_corbella.mp3" length="10822261" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/2340

L'ESPERIENZA DI DONAZIONE TOTALE DI CHIARA CORBELLA
di Salvatore Cernuzio
 
A volte Dio come un buon giardiniere scende nel suo orto per controllare i fiori che ha piantato e se trova uno...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/2340" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/2340</a><br /><br />L'ESPERIENZA DI DONAZIONE TOTALE DI CHIARA CORBELLA<br />di Salvatore Cernuzio<br /> <br />A volte Dio come un buon giardiniere scende nel suo orto per controllare i fiori che ha piantato e se trova uno particolarmente bello, lo prende con Sé e lo porta nella Sua casa. È successo proprio questo oggi, nella chiesa di Santa Francesca Romana, nella zona Ardeatina della Capitale, dove si è celebrato il funerale, anzi la "nascita al Cielo" della giovane Chiara Petrillo, dopo una sofferenza di circa due anni provocate da un tumore.<br />Una cerimonia tutt'altro che funebre: una grande festa a cui hanno preso parte circa mille persone che hanno occupato la chiesa fino ai suoi balconcini più alti, cantando, suonando, applaudendo e pregando dall'ingresso della bara fino alla sua uscita.<br />È una storia straordinaria quella di Chiara, che in questi giorni sta girando in tutti i canali della rete, tanto che il video su Youtube - Testimonianza di Enrico e Chiara - ha registrato più di 500 visualizzazioni in un solo giorno.<br />Non si può restare impassibili di fronte a questa storia di santità dei nostri giorni. Una storia che merita di essere conosciuta e raccontata, come hanno scritto molti utenti nei loro commenti, perché è una dimostrazione di come sia possibile realizzare oggi le parole di Giovanni Paolo II quando disse: "Tutti possono aspirare alla santità, la misura alta della nostra vita quotidiana".<br />Soprattutto è la prova che, nonostante siamo immersi oggi in una società egoista che insegna a salvaguardare il proprio benessere prima di ogni altra cosa, c'è ancora chi, con la forza della fede, è capace di morire per l'altro, di sacrificare la propria vita pur di permettere ad una nuova di nascere.<br />Questa ragazza romana di soli 28 anni, bella, solare, con il sorriso sempre sulle labbra, è morta, infatti, per aver rimandato le cure che avrebbero potuto salvarla, pur di portare a termine la gravidanza del suo Francesco, un bambino atteso fin dal primo momento del suo matrimonio con Enrico.<br />Non era la prima gravidanza di Chiara. Pochi mesi dopo le nozze, la ragazza era rimasta incinta di Maria, una bimba a cui sin dalle prime ecografie, era stata diagnosticata un'anencefalia, ovvero una malformazione congenita per cui sarebbe nata priva totalmente o parzialmente dell'encefalo.<br />I due giovani sposi accolsero senza alcuna esitazione questa nuova vita come un dono di Dio, nonostante i medici avessero tentato più volte di farli desistere. E gioirono per tutti i 30 minuti di vita della piccola, celebrando il battesimo e accompagnandola nella sua «nascita in cielo».<br />Alcuni mesi dopo, una nuova gravidanza. Anche in questo caso, però, la gioia della notizia venne minata dalle prime ecografie che non facevano presagire nulla di positivo. Il bimbo, un maschietto di nome Davide, sarebbe nato senza gli arti inferiori.<br />Armati dalla fede e dall'amore che ha sempre sorretto il loro matrimonio, i due sposi decisero di portare a termine la gravidanza. Una scelta "incosciente e ostinata" ha scritto qualcuno sul web, ma sicuramente una scelta di fede, frutto della convinzione che le chiavi della vita e della morte sono custodite solo da Dio.<br />Verso il settimo mese, una nuova ecografia rivelava delle malformazioni viscerali con assenza degli arti inferiori per il piccolo Davide. "Il bambino è incompatibile alla vita" era la sentenza. Incompatibile forse alla vita terrestre, ma non a quella celeste.<br />La coppia infatti ha atteso la nascita del bambino, il 24 giugno 2010, e dopo aver celebrato subito il suo battesimo, ha accompagnato con la preghiera la sua breve vita fino all'ultimo respiro.<br />Sofferenze, traumi, senso di scoraggiamento, ma Chiara ed Enrico non si sono mai chiusi alla vita, tanto che dopo qualche tempo arrivò un'altra gravidanza: Francesco.<br...]]></itunes:summary><itunes:duration>677</itunes:duration><itunes:keywords>chiaracorbella,donazione,enricopetrillo,gravidanza,tramaeordito</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a2e74136954b6ccb384ff32cb1967376.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Chiara Corbella a 28 anni dona la sua vita</title><link>https://www.spreaker.com/episode/chiara-corbella-a-28-anni-dona-la-sua-vita--71715701</link><description><![CDATA[VIDEO: Chiara Corbella su TV2000 ➜ <a href="http://www.youtube.com/watch?v=WdLdonkwNbo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.youtube.com/watch?v=WdLdonkwNbo</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/2332" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/2332</a><br /><br />CHIARA CORBELLA A 28 ANNI DONA LA SUA VITA PER PORTARE A TERMINE LA GRAVIDANZA<br />di Costanza Miriano<br /> <br />Sono una privilegiata perché sabato mattina, nella Festa del Cuore Immacolato di Maria, ho assistito al funerale di Chiara Corbella Petrillo, e ho accompagnato una nuova sorellina in cielo, una sorella a cui vorrei andare dietro, mettendomi in fila, insieme alle mille persone che erano in chiesa, e alle migliaia che stanno imparando a conoscere la sua storia. Migliaia che presto saranno milioni, perché bonum est diffusivum sui, il bene è contagioso.<br />Conoscevo indirettamente Chiara da anni, attraverso una comune amica che mi raccontava le tappe della sua vita quando ci incontravamo davanti all'asilo o al parco. Questo mi ha aiutato a raccapezzarmi un po', integrando con quello che sapevo l'omelia, della quale ho sentito credo una decima parte, a causa di un impianto audio difettoso ai piani superiori del matroneo. La chiesa infatti era stracolma, e noi sei – anche i bambini sono venuti e sono stati buoni oltre due ore, perché l'importanza del momento era evidente anche a loro – siamo riusciti a infilarci solo salendo le scale, e anche lì sopra solo la seconda fila era libera. Chiedo appunto a chi era sotto e ha sentito le parole di padre Vito e quelle del marito, Enrico, e quelle del cardinal Vallini di integrare con i commenti quello che ho perso, perché il chicco di frumento che ha accettato di morire porti più frutto possibile.<br />A concelebrare c'erano oltre venti sacerdoti, tra cui il nostro don Fabio Bartoli, e don Fabio Rosini, e con loro il cardinal vicario di Roma Agostino Vallini, come segno della presenza materna della Chiesa nei suoi più alti livelli. La chiesa di santa Francesca Romana, nel quartiere Ardeatino, era piena soprattutto di giovani e di famiglie, con tanti bambini.<br />Padre Vito, che negli ultimi tempi era andato a vivere con Chiara ed Enrico per sostenerli nella prova più dura, ha raccontato la storia di questa coppia. Si sono conosciuti a Medjugorje, e si sono presto sposati. La storia poi è nota, una prima bambina, nata senza cervello ma accolta fino alla morte naturale, arrivata a trenta minuti dalla nascita. Trenta minuti che sono stati sufficienti a battezzarla e circondarla d'affetto. Un secondo bambino che prima sembrava sano, poi a un'altra ecografia è apparso senza le gambe, e poi, in prossimità della nascita, si è scoperto destinato a morire subito. Di nuovo Chiara ed Enrico decidono di accoglierlo, lo mettono al mondo e lo battezzano. Due funerali celebrati senza smettere per un momento di credere, con "i nostri cuori innamorati sulla croce" che "solo Lui è la pace, e in Lui è la vita", sono le parole di Enrico. Poi il terzo bambino, finalmente è sano.<br />Al quinto mese però diagnosticano a Chiara un carcinoma alla lingua, una forma grave e avanzata. Chissà se abortire per cominciare subito le cure avrebbe salvato la vita alla mamma, non lo sapremo mai, ma comunque per i genitori del piccolo Francesco la sua vita non si tocca. Ancora una volta c'è voluto coraggio per dire quest'altro sì, un sì che è stato possibile solo stringendo ancora di più l'alleanza con Dio. Un'alleanza che non viene dal nulla, che non è scienza infusa, ma qualcosa che si conquista giorno dopo giorno grazie a una regola che Chiara amava molto, quella delle tre p. Piccoli passi possibili. Francesco viene fatto nascere prima, ma comunque in modo che non sia in pericolo. Poi cominciano le cure. Ad aprile la sentenza: ormai Chiara è in fase terminale, inutile curarsi. Ha vinto quello che lei chiamava "il mio drago". Lei, però, non è morta per suo figlio, lei ha dato la vita a suo figlio, ha detto padre Vito, che è tutta un'altra cosa. E poi, dopo avergli dato la vita, ha lottato con tutte le sue forze per continuare a vivere.<br />Quando torna a casa, dopo la sentenza, lei dice: "va bene tutto, la prova, la malattia, ma se voi fate queste facce, 'gnela posso fa'". Chiara infatti era sempre ironica e sorridente, sapeva scherzare anche in una situazione assurdamente tragica, se giudicata con parametri umani. Ma loro, venuti da un cammino di fede prima come singoli e poi come coppia [...] non guardavano niente da un punto di vista umano. Tutto sub specie aeternitatis. Però questa fede, ha detto più volte padre Vito, era stata conquistata piano piano, provata dalla croce e sempre rafforzata. E così Chiara è arrivata a dire che forse non chiedeva la propria guarigione, ma che suo marito e suo figlio fossero sereni durante la malattia e dopo la sua morte, e così tutte le persone che le vogliono bene. Per questo poco prima di morire Chiara aveva affrontato un viaggio a Medjugorje, al quale aveva invitato le famiglie degli amici: giovani coppie e tanti bambini. Era stata una grande fatica per lei, ormai molto malata, ma l'aveva fatta per aiutare gli altri ad accettare il dolore, a capire ai piedi della Madonna il senso della vita qui su questa terra.<br />Poi è morta felice, sì, felice, dice padre Vito che è stato con lei ogni momento, ed è stata vestita con l'abito da sposa. Felice, perché chi l'ha detto che la malattia e la morte sono il male assoluto? Dove sta scritto? Chiara è andata incontro al suo sposo, e anche Enrico ha lo stesso sposo, il Signore, che è fedele, e – scrive Enrico – me lo ricorda il nostro bambino. "Ho pensato che fosse finita la gioia, ma poi Francesco me l'ha ricordato, lui è la fedeltà di Dio, è l'amore che non delude, è la follia della croce dell'Amore semplicemente donata".<br />Questa mattina stiamo vivendo quello che visse il soldato romano che, vedendo morire Gesù, disse "Costui era veramente figlio di Dio", ha detto padre Vito. Chiara era "semplicemente" una figlia di Dio, che viveva in pienezza il suo abbandono nelle mani del Padre, e che da Lui ha accolto tutto con docilità, fermamente convinta che da Dio non potesse venire niente di male.<br />Il marito ha cantato, con una voce strepitosa, tante canzoni che avevano composto insieme durante la loro storia (lei suonava anche il violino); solo per la comunione (la nostra con una fila di due rampe di scale) ne abbiamo ascoltate diverse. L'ultima è stata Perfetta Letizia.<br />Alla fine Enrico ha letto una lettera scritta dalla mamma al bambino, adorato in questo anno che sono stati insieme (sotto l'altare una grande foto dei primi momenti di vita di Francesco, la mamma con la testa reclinata sul piccolo, addormentato): una lettera che un giorno lo renderà sicuro del grande amore ricevuto, ma un amore gioioso. "Vado in cielo ad occuparmi di Maria e Davide, e tu rimani con il papà. Io dal cielo prego per voi". Poi il marito ha ricordato che Chiara non avrebbe voluto fiori (però la chiesa ne traboccava), ma che ognuno si portasse un regalo a casa, e così per ogni famiglia (non bastavano per i singoli, eravamo in troppi) c'era una piantina da portare a casa.<br />Alla fine il cardinale Vallini ci ha dato la sua benedizione solenne, e ha detto: "io non so cosa ha preparato Dio attraverso questa donna, ma è sicuramente qualcosa che non possiamo perdere, e ci ricorda di dare il giusto valore a ogni piccolo o grande gesto quotidiano".<br />Ecco, da qui vorrei partire per aggiungere la mia piccola riflessione a quella che finora è stata – impianto audio permettendo – la cronaca. Ho ricevuto diverse chiamate e messaggi di amiche, e ho avuto un po' la sensazione che qualcuno rischi di sentirsi come schiacciato da un esempio di santità raccontato come ineguagliabile. E le persone che si sono dette più indegne di fronte a Chiara sono proprio quelle che a me sembrano invece a loro volta esempi di santità. Donne e uomini che vivono le loro vite in modo coerente, fedele, eroico a volte, quando richiesto. Solo che a loro, a noi, Dio (per ora) non ha chiesto di attraversare prove simili. Ma non dobbiamo giudicare Dio, e neanche noi stessi. Non credo, da quello che so dalla mia amica e da quello che ho sentito di lei in chiesa, che Chiara avrebbe voluto comunicare questa distanza, non avrebbe voluto il santino, o la deriva agiografica.<br />Ognuno di noi è chiamato soltanto, e non mi pare poco, a stare ogni giorno al posto di combattimento, nella propria realtà così com'è, abbracciandola in ogni istante. Dio è il Dio del presente, Satana lo è del passato e del futuro. Non sappiamo perché a ciascuno di noi è chiesto quello che ci è chiesto, se morire a fettine o morire tutto insieme. I santi sono quelli che lasciano vivere Dio in sé, che gli danno spazio; perciò è bene guardare il loro esempio, ma solo se ci riporta più in alto lo sguardo, a Colui che ci ama così tanto che se lo sapessimo piangeremmo di gioia ("da soli non è possibile farcela", ha scritto Enrico). Dare la vita è la chiamata di tutti, stare nell'istante è la nostra unica possibilità di essere fedeli a Dio. E per farlo è necessaria una compagnia di amici nella fede, come quelli, numerosissimi, che hanno avuto Chiara ed Enrico, che aiutino a guardare insieme verso la meta comune. Il cristianesimo è per tutti, perché per tutti è possibile lasciarsi scolpire, poco per volta o tutto insieme, come ha fatto Chiara, con il sostegno di Enrico, un vero uomo dalle spalle larghe, larghissime.<br />Sul perché del dolore, perché il male, perché la sofferenza degli innocenti, be', è bene ascoltarle, le domande che questa storia ci ha riportato prepotentemente al cuore. La risposta a queste domande stabilirà che uomini e che donne saremo. Adesso abbiamo un'alleata in più, nella comunione dei santi.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71715701</guid><pubDate>Fri, 22 Jun 2012 20:49:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71715701/chiara_corbella_a_ventotto_anni.mp3" length="12393369" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>VIDEO: Chiara Corbella su TV2000 ➜ http://www.youtube.com/watch?v=WdLdonkwNbo

TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/2332

CHIARA CORBELLA A 28 ANNI DONA LA SUA VITA PER PORTARE A TERMINE LA GRAVIDANZA
di Costanza Miriano
 
Sono una...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[VIDEO: Chiara Corbella su TV2000 ➜ <a href="http://www.youtube.com/watch?v=WdLdonkwNbo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.youtube.com/watch?v=WdLdonkwNbo</a><br /><br />TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/2332" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/2332</a><br /><br />CHIARA CORBELLA A 28 ANNI DONA LA SUA VITA PER PORTARE A TERMINE LA GRAVIDANZA<br />di Costanza Miriano<br /> <br />Sono una privilegiata perché sabato mattina, nella Festa del Cuore Immacolato di Maria, ho assistito al funerale di Chiara Corbella Petrillo, e ho accompagnato una nuova sorellina in cielo, una sorella a cui vorrei andare dietro, mettendomi in fila, insieme alle mille persone che erano in chiesa, e alle migliaia che stanno imparando a conoscere la sua storia. Migliaia che presto saranno milioni, perché bonum est diffusivum sui, il bene è contagioso.<br />Conoscevo indirettamente Chiara da anni, attraverso una comune amica che mi raccontava le tappe della sua vita quando ci incontravamo davanti all'asilo o al parco. Questo mi ha aiutato a raccapezzarmi un po', integrando con quello che sapevo l'omelia, della quale ho sentito credo una decima parte, a causa di un impianto audio difettoso ai piani superiori del matroneo. La chiesa infatti era stracolma, e noi sei – anche i bambini sono venuti e sono stati buoni oltre due ore, perché l'importanza del momento era evidente anche a loro – siamo riusciti a infilarci solo salendo le scale, e anche lì sopra solo la seconda fila era libera. Chiedo appunto a chi era sotto e ha sentito le parole di padre Vito e quelle del marito, Enrico, e quelle del cardinal Vallini di integrare con i commenti quello che ho perso, perché il chicco di frumento che ha accettato di morire porti più frutto possibile.<br />A concelebrare c'erano oltre venti sacerdoti, tra cui il nostro don Fabio Bartoli, e don Fabio Rosini, e con loro il cardinal vicario di Roma Agostino Vallini, come segno della presenza materna della Chiesa nei suoi più alti livelli. La chiesa di santa Francesca Romana, nel quartiere Ardeatino, era piena soprattutto di giovani e di famiglie, con tanti bambini.<br />Padre Vito, che negli ultimi tempi era andato a vivere con Chiara ed Enrico per sostenerli nella prova più dura, ha raccontato la storia di questa coppia. Si sono conosciuti a Medjugorje, e si sono presto sposati. La storia poi è nota, una prima bambina, nata senza cervello ma accolta fino alla morte naturale, arrivata a trenta minuti dalla nascita. Trenta minuti che sono stati sufficienti a battezzarla e circondarla d'affetto. Un secondo bambino che prima sembrava sano, poi a un'altra ecografia è apparso senza le gambe, e poi, in prossimità della nascita, si è scoperto destinato a morire subito. Di nuovo Chiara ed Enrico decidono di accoglierlo, lo mettono al mondo e lo battezzano. Due funerali celebrati senza smettere per un momento di credere, con "i nostri cuori innamorati sulla croce" che "solo Lui è la pace, e in Lui è la vita", sono le parole di Enrico. Poi il terzo bambino, finalmente è sano.<br />Al quinto mese però diagnosticano a Chiara un carcinoma alla lingua, una forma grave e avanzata. Chissà se abortire per cominciare subito le cure avrebbe salvato la vita alla mamma, non lo sapremo mai, ma comunque per i genitori del piccolo Francesco la sua vita non si tocca. Ancora una volta c'è voluto coraggio per dire quest'altro sì, un sì che è stato possibile solo stringendo ancora di più l'alleanza con Dio. Un'alleanza che non viene dal nulla, che non è scienza infusa, ma qualcosa che si conquista giorno dopo giorno grazie a una regola che Chiara amava molto, quella delle tre p. Piccoli passi possibili. Francesco viene fatto nascere prima, ma comunque in modo che non sia in pericolo. Poi cominciano le cure. Ad aprile la sentenza: ormai Chiara è in fase terminale, inutile curarsi. Ha vinto quello che lei chiamava "il mio drago". 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Questa santa francese, citata più volte nel Catechismo della Chiesa Cattolica, è particolarmente vicina a santa Caterina da Siena, patrona d'Italia e d'Europa, di cui ho parlato in una recente catechesi. Sono infatti due giovani donne del popolo, laiche e consacrate nella verginità; due mistiche impegnate, non nel chiostro, ma in mezzo alle realtà più drammatiche della Chiesa e del mondo del loro tempo. Sono forse le figure più caratteristiche di quelle "donne forti" che, alla fine del Medioevo, portarono senza paura la grande luce del Vangelo nelle complesse vicende della storia. Potremmo accostarle alle sante donne che rimasero sul Calvario, vicino a Gesù crocifisso e a Maria sua Madre, mentre gli Apostoli erano fuggiti e lo stesso Pietro lo aveva rinnegato tre volte. La Chiesa, in quel periodo, viveva la profonda crisi del grande scisma d'Occidente, durato quasi 40 anni. Quando Caterina da Siena muore, nel 1380, ci sono un Papa e un Antipapa; quando Giovanna nasce, nel 1412, ci sono un Papa e due Antipapa. Insieme a questa lacerazione all'interno della Chiesa, vi erano continue guerre fratricide tra i popoli cristiani d'Europa, la più drammatica delle quali fu l'interminabile "Guerra dei cent'anni" tra Francia e Inghilterra.<br />LE FONTI: I PROCESSI DI CONDANNA E DI RIABILITAZIONE<br />Giovanna d'Arco non sapeva né leggere né scrivere, ma può essere conosciuta nel più profondo della sua anima grazie a due fonti di eccezionale valore storico: i due Processi che la riguardano. Il primo, il Processo di Condanna (PCon), contiene la trascrizione dei lunghi e numerosi interrogatori di Giovanna durante gli ultimi mesi della sua vita (febbraio-maggio 1431), e riporta le parole stesse della Santa. Il secondo, il Processo di Nullità della Condanna, o di "riabilitazione" (PNul), contiene le deposizioni di circa 120 testimoni oculari di tutti i periodi della sua vita (cfr Procès de Condamnation de Jeanne d'Arc, 3 vol. e Procès en Nullité de la Condamnation de Jeanne d'Arc, 5 vol., ed. Klincksieck, Paris l960-1989).<br />L'INFANZIA DI GIOVANNA<br />Giovanna nasce a Domremy, un piccolo villaggio situato alla frontiera tra Francia e Lorena. I suoi genitori sono dei contadini agiati, conosciuti da tutti come ottimi cristiani. Da loro riceve una buona educazione religiosa, con un notevole influsso della spiritualità del Nome di Gesù, insegnata da san Bernardino da Siena e diffusa in Europa dai francescani. Al Nome di Gesù viene sempre unito il Nome di Maria e così, sullo sfondo della religiosità popolare, la spiritualità di Giovanna è profondamente cristocentrica e mariana. Fin dall'infanzia, ella dimostra una grande carità e compassione verso i più poveri, gli ammalati e tutti i sofferenti, nel contesto drammatico della guerra.<br />LA VOCE DELL'ARCANGELO SAN MICHELE<br />Dalle sue stesse parole, sappiamo che la vita religiosa di Giovanna matura come esperienza mistica a partire dall'età di 13 anni (PCon, I, p. 47-48). Attraverso la "voce" dell'arcangelo san Michele, Giovanna si sente chiamata dal Signore ad intensificare la sua vita cristiana e anche ad impegnarsi in prima persona per la liberazione del suo popolo. La sua immediata risposta, il suo "sì", è il voto di verginità, con un nuovo impegno nella vita sacramentale e nella preghiera: partecipazione quotidiana alla Messa, Confessione e Comunione frequenti, lunghi momenti di preghiera silenziosa davanti al Crocifisso o all'immagine della Madonna. La compassione e l'impegno della giovane contadina francese di fronte alla sofferenza del suo popolo sono resi più intensi dal suo rapporto mistico con Dio. Uno degli aspetti più originali della santità di questa giovane è proprio questo legame tra esperienza mistica e missione politica. Dopo gli anni di vita nascosta e di maturazione interiore segue il biennio breve, ma intenso, della sua vita pubblica: un anno di azione e un anno di passione.<br />A 17 ANNI: LA FORZA E LA DECISIONE<br />All'inizio dell'anno 1429, Giovanna inizia la sua opera di liberazione. Le numerose testimonianze ci mostrano questa giovane donna di soli 17 anni come una persona molto forte e decisa, capace di convincere uomini insicuri e scoraggiati. Superando tutti gli ostacoli, incontra il Delfino di Francia, il futuro Re Carlo VII, che a Poitiers la sottopone a un esame da parte di alcuni teologi dell'Università. Il loro giudizio è positivo: in lei non vedono niente di male, solo una buona cristiana.<br />LA LETTERA DELLA PULZELLA AL RE D'INGHILTERRA<br />Il 22 marzo 1429, Giovanna detta un'importante lettera al Re d'Inghilterra e ai suoi uomini che assediano la città di Orléans (Ibid., p. 221-222). La sua è una proposta di vera pace nella giustizia tra i due popoli cristiani, alla luce dei nomi di Gesù e di Maria, ma è respinta, e Giovanna deve impegnarsi nella lotta per la liberazione della città, che avviene l'8 maggio. L'altro momento culminante della sua azione politica è l'incoronazione del Re Carlo VII a Reims, il 17 luglio 1429. Per un anno intero, Giovanna vive con i soldati, compiendo in mezzo a loro una vera missione di evangelizzazione. Numerose sono le loro testimonianze riguardo alla sua bontà, al suo coraggio e alla sua straordinaria purezza. E' chiamata da tutti ed ella stessa si definisce "la pulzella", cioè la vergine.<br />LA PASSIONE DI GIOVANNA<br />La passione di Giovanna inizia il 23 maggio 1430, quando cade prigioniera nelle mani dei suoi nemici. Il 23 dicembre viene condotta nella città di Rouen. Lì si svolge il lungo e drammatico Processo di Condanna, che inizia nel febbraio 1431 e finisce il 30 maggio con il rogo. E' un grande e solenne processo, presieduto da due giudici ecclesiastici, il vescovo Pierre Cauchon e l'inquisitore Jean le Maistre, ma in realtà interamente guidato da un folto gruppo di teologi della celebre Università di Parigi, che partecipano al processo come assessori. Sono ecclesiastici francesi, che avendo fatto la scelta politica opposta a quella di Giovanna, hanno a priori un giudizio negativo sulla sua persona e sulla sua missione. Questo processo è una pagina sconvolgente della storia della santità e anche una pagina illuminante sul mistero della Chiesa, che, secondo le parole del Concilio Vaticano II, è "allo stesso tempo santa e sempre bisognosa di purificazione" (LG, 8). E' l'incontro drammatico tra questa Santa e i suoi giudici, che sono ecclesiastici. Da costoro Giovanna viene accusata e giudicata, fino ad essere condannata come eretica e mandata alla morte terribile del rogo. A differenza dei santi teologi che avevano illuminato l'Università di Parigi, come san Bonaventura, san Tommaso d'Aquino e il beato Duns Scoto, dei quali ho parlato in alcune catechesi, questi giudici sono teologi ai quali mancano la carità e l'umiltà di vedere in questa giovane l'azione di Dio. Vengono alla mente le parole di Gesù secondo le quali i misteri di Dio sono rivelati a chi ha il cuore dei piccoli, mentre rimangono nascosti ai dotti e sapienti che non hanno l'umiltà (cfr Lc 10,21). Così, i giudici di Giovanna sono radicalmente incapaci di comprenderla, di vedere la bellezza della sua anima: non sapevano di condannare una Santa.<br />GIOVANNA SI APPELLA AL PAPA, MA INUTILMENTE<br />L'appello di Giovanna al giudizio del Papa, il 24 maggio, è respinto dal tribunale. La mattina del 30 maggio, riceve per l'ultima volta la santa Comunione in carcere, e viene subito condotta al supplizio nella piazza del vecchio mercato. Chiede a uno dei sacerdoti di tenere davanti al rogo una croce di processione. Così muore guardando Gesù Crocifisso e pronunciando più volte e ad alta voce il Nome di Gesù (PNul, I, p. 457; cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 435). Circa 25 anni più tardi, il Processo di Nullità, aperto sotto l'autorità del Papa Callisto III, si conclude con una solenne sentenza che dichiara nulla la condanna (7 luglio 1456; PNul, II, p 604-610). Questo lungo processo, che raccolse le deposizioni dei testimoni e i giudizi di molti teologi, tutti favorevoli a Giovanna, mette in luce la sua innocenza e la perfetta fedeltà alla Chiesa. Giovanna d'Arco sarà poi canonizzata da Benedetto XV, nel 1920.<br />"NOSTRO SIGNORE SERVITO PER PRIMO"<br />Cari fratelli e sorelle, il Nome di Gesù, invocato dalla nostra Santa fin negli ultimi istanti della sua vita terrena, era come il continuo respiro della sua anima, come il battito del suo cuore, il centro di tutta la sua vita. Il "Mistero della carità di Giovanna d'Arco", che aveva tanto affascinato il poeta Charles Péguy, è questo totale amore di Gesù, e del prossimo in Gesù e per Gesù. Questa Santa aveva compreso che l'Amore abbraccia tutta la realtà di Dio e dell'uomo, del cielo e della terra, della Chiesa e del mondo. Gesù è sempre al primo posto nella sua vita, secondo la sua bella espressione: "Nostro Signore servito per primo" (PCon, I, p. 288; cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 223). Amarlo significa obbedire sempre alla sua volontà. Ella afferma con totale fiducia e abbandono: "Mi affido a Dio mio Creatore, lo amo con tutto il mio cuore" (ibid., p. 337). Con il voto di verginità, Giovanna consacra in modo esclusivo tutta la sua persona all'unico Amore di Gesù: è "la sua promessa fatta a Nostro Signore di custodire bene la sua verginità di corpo e di anima" (ibid., p. 149-150). La verginità dell'anima è lo stato di grazia, valore supremo, per lei più prezioso della vita: è un dono di Dio che va ricevuto e custodito con umiltà e fiducia.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72871232</guid><pubDate>Fri, 22 Jun 2012 16:25:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72871232/santa_giovanna_d_arco_la_pulzella.mp3" length="15282303" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2322

SANTA GIOVANNA D'ARCO, LA PULZELLA INVIATA DA GESU' A SALVARE LA FRANCIA
di Benedetto XVI
 
Vorrei parlarvi di Giovanna d'Arco, una giovane santa della fine del Medioevo, morta a...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2322" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2322</a><br /><br />SANTA GIOVANNA D'ARCO, LA PULZELLA INVIATA DA GESU' A SALVARE LA FRANCIA<br />di Benedetto XVI<br /> <br />Vorrei parlarvi di Giovanna d'Arco, una giovane santa della fine del Medioevo, morta a 19 anni, nel 1431. Questa santa francese, citata più volte nel Catechismo della Chiesa Cattolica, è particolarmente vicina a santa Caterina da Siena, patrona d'Italia e d'Europa, di cui ho parlato in una recente catechesi. Sono infatti due giovani donne del popolo, laiche e consacrate nella verginità; due mistiche impegnate, non nel chiostro, ma in mezzo alle realtà più drammatiche della Chiesa e del mondo del loro tempo. Sono forse le figure più caratteristiche di quelle "donne forti" che, alla fine del Medioevo, portarono senza paura la grande luce del Vangelo nelle complesse vicende della storia. Potremmo accostarle alle sante donne che rimasero sul Calvario, vicino a Gesù crocifisso e a Maria sua Madre, mentre gli Apostoli erano fuggiti e lo stesso Pietro lo aveva rinnegato tre volte. La Chiesa, in quel periodo, viveva la profonda crisi del grande scisma d'Occidente, durato quasi 40 anni. Quando Caterina da Siena muore, nel 1380, ci sono un Papa e un Antipapa; quando Giovanna nasce, nel 1412, ci sono un Papa e due Antipapa. Insieme a questa lacerazione all'interno della Chiesa, vi erano continue guerre fratricide tra i popoli cristiani d'Europa, la più drammatica delle quali fu l'interminabile "Guerra dei cent'anni" tra Francia e Inghilterra.<br />LE FONTI: I PROCESSI DI CONDANNA E DI RIABILITAZIONE<br />Giovanna d'Arco non sapeva né leggere né scrivere, ma può essere conosciuta nel più profondo della sua anima grazie a due fonti di eccezionale valore storico: i due Processi che la riguardano. Il primo, il Processo di Condanna (PCon), contiene la trascrizione dei lunghi e numerosi interrogatori di Giovanna durante gli ultimi mesi della sua vita (febbraio-maggio 1431), e riporta le parole stesse della Santa. Il secondo, il Processo di Nullità della Condanna, o di "riabilitazione" (PNul), contiene le deposizioni di circa 120 testimoni oculari di tutti i periodi della sua vita (cfr Procès de Condamnation de Jeanne d'Arc, 3 vol. e Procès en Nullité de la Condamnation de Jeanne d'Arc, 5 vol., ed. Klincksieck, Paris l960-1989).<br />L'INFANZIA DI GIOVANNA<br />Giovanna nasce a Domremy, un piccolo villaggio situato alla frontiera tra Francia e Lorena. I suoi genitori sono dei contadini agiati, conosciuti da tutti come ottimi cristiani. Da loro riceve una buona educazione religiosa, con un notevole influsso della spiritualità del Nome di Gesù, insegnata da san Bernardino da Siena e diffusa in Europa dai francescani. Al Nome di Gesù viene sempre unito il Nome di Maria e così, sullo sfondo della religiosità popolare, la spiritualità di Giovanna è profondamente cristocentrica e mariana. Fin dall'infanzia, ella dimostra una grande carità e compassione verso i più poveri, gli ammalati e tutti i sofferenti, nel contesto drammatico della guerra.<br />LA VOCE DELL'ARCANGELO SAN MICHELE<br />Dalle sue stesse parole, sappiamo che la vita religiosa di Giovanna matura come esperienza mistica a partire dall'età di 13 anni (PCon, I, p. 47-48). Attraverso la "voce" dell'arcangelo san Michele, Giovanna si sente chiamata dal Signore ad intensificare la sua vita cristiana e anche ad impegnarsi in prima persona per la liberazione del suo popolo. La sua immediata risposta, il suo "sì", è il voto di verginità, con un nuovo impegno nella vita sacramentale e nella preghiera: partecipazione quotidiana alla Messa, Confessione e Comunione frequenti, lunghi momenti di preghiera silenziosa davanti al Crocifisso o all'immagine della Madonna. La compassione e l'impegno della giovane contadina francese di fronte alla sofferenza del suo popolo sono resi più intensi dal suo rapporto...]]></itunes:summary><itunes:duration>956</itunes:duration><itunes:keywords>bruciataviva,guerradeicentoanni,orleans,patronadellafrancia,pulzella,santagiovannadarco</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1a5b9e22c471a21e0285fcb280d76761.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>2012: 600° anniversario della nascita di santa Giovanna d'Arco</title><link>https://www.spreaker.com/episode/2012-600-anniversario-della-nascita-di-santa-giovanna-d-arco--72871138</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2124" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2124</a><br /><br />2012: 600° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DI SANTA GIOVANNA D'ARCO, PATRONA DELLA FRANCIA<br />di Paolo Gulisano<br /> <br />Il 6 gennaio dell'anno di Nostro Signore mille quattrocento dodici, a Domrémy, nella Marca di Lorena, veniva alla luce una bambina di nome Giovanna, figlia di Giacomo d'Arco e sua moglie Isabella. Giovanna d'Arco, la Pulzella d'Orléans, è una delle figure più affascinanti della storia europea. Assurta nel corso dei secoli a simbolo dell'identità nazionale francese, venne messa in soffitta dalla Rivoluzione del 1789, scalzata da nuovi miti e simboli. Troppa religiosa, addirittura mistica, la Pulzella che aveva combattuto per la libertà di Francia ma anche nel nome di Cristo per il nuovo potere giacobino. Giovanna venne poi riscoperta nel corso della Prima Guerra Mondiale, invocata dai combattenti – credenti e no- a difesa della Patria minacciata da nuovi invasori. Era stata beatificata nel 1909 da papa Pio X, e dopo la guerra, nel 1920, venne proclamata santa da papa Benedetto XV.<br />La protettrice dell'indipendenza della Francia, a cui venne eretto un maestoso santuario nel suo villaggio lorenese, in realtà ha un significato e un'importanza che vanno molto oltre i confini gallici. Giovanna, nata al crepuscolo del Medioevo, incarnò il meglio dei valori cavallereschi di quell'epoca, così come lo spirito religioso profondo e attento ad ogni manifestazione della potenza di Dio, ma allo stesso tempo fu un segno di contraddizione, fu un'irregolare, fu bruciata sul rogo come eretica, dopo essere stata processata da un tribunale inquisitorio al soldo di un potere politico, quello inglese. La vicenda di Giovanna infatti si colloca al culmine della Guerra dei Cent'Anni tra Francia e Inghilterra.<br />Giovanna era cresciuta in una Francia divisa, occupata dagli eserciti inglesi, prostrata moralmente, priva di una guida salda. La ragazza di Lorena, contadina adolescente, alta e robusta, di corpo vigoroso e mente limpida, una mattina d'estate udì una voce che le parlava della Fede e della sua osservanza, e alla fine le ordinava di ricercare il Re di Francia non ancora incoronato, spodestato dai nemici, per salvarlo e incoronarlo a Reims. Ebbe in seguito altre visioni: l'Arcangelo Michele, Principe della Milizia terrena, Santa Caterina e Santa Margherita, e Giovanna viveva in loro compagnia, consacrata, esitante, trascinata. Intorno a lei c'era il mondo, ma c'erano anche quegli esseri. Intanto l'Inghilterra si preparava a sferrare un attacco tremendo contro il paese occupato, e così nel 1428, la coraggiosa diciassettenne andò a cercare il re. Nonostante questi si fosse celato tra i suoi cortigiani, Giovanna andò dritta fino a lui, come ad un bersaglio, senza esitare o volgersi, gli si inginocchiò davanti e gli chiese truppe per soccorrere Orléans assediata, vincere e quindi accompagnarlo fino a Reims, per esservi unto e incoronato, secondo la volontà di Dio. Allora Carlo la prese un po' in disparte per parlare a quattr'occhi, dato che lo aveva riconosciuto. Ma quel che si dissero non ci è stato tramandato. Eppure, o avvenisse allora o più tardi, sappiamo questo: il segno da cui il re doveva riconoscere che lei veniva da Dio fu dato, e trasformò la mente di lui. Le fecero fare a Tours, da un armaiolo della città, un'armatura bianca, spessa e pesante; le diedero anche uno stendardo, per essere riconosciuta in battaglia, di lino bianco fino, cosparso di gigli di Francia, e la figura di Nostro Signore, con il mondo in mano, ed ai due lati angeli in adorazione, col motto Gesù, Maria. Il Re le avrebbe dato anche una spada nuova come l'armatura. Ma essa era decisa a non uccidere né ferire mai in combattimento, e non volle quella spada.<br />Seguirono a questo soprannaturale esordio due anni di imprese gloriose e dolorose, con alti e bassi bellici, ma la Francia si era doppiamente risvegliata grazie alle sue gesta: si era risvegliato l'amore per la Patria e la Devozione a Dio. Ma la politica non sopporta figure mistiche, idealiste e sognatrici: venne così la caduta e la rovina. Ma non bastava: il potere voleva anche che il suo nome cadesse nel fango del discredito. Era arrivata in nome di Dio, e in nome di Dio doveva essere condannata. Fu ordinato il processo ecclesiastico: era accusata di eresia, stregoneria e bestemmia. Bisognava che Giovanna fosse gravata d'infamia per sempre, per vendicare l'onore offeso degli inglesi, che manovravano l'inquisitore, il vescovo Pierre Cauchon.<br />Il processo durò per lunghi mesi, interrogando Giovanna e facendo ricerche febbrili ovunque di testimonianze contro di lei. Alla fine il tribunale usò addirittura come prova di eresia il fatto che si vestisse da uomo. Tutte le sue gesta, tutti i suoi prodigi, vennero considerati effetto di stregoneria, e la sua incrollabile fiducia in Dio una prova di superbia e di sfida alla Divinità stessa.<br />Alla fine venne la condanna al rogo. Non le fu nemmeno permesso di sentire la Messa cui aveva anelato in tutto quel periodo di abbandono, ma ricevette il Corpo del Signore.<br />Domandò anche un crocifisso dalla chiesa, e dopo che l'ebbe sollevato davanti a sé, baciandolo con fervore, mentre i soldati inglesi tumultuavano, la torcia fu avvicinata alle fascine, ed in mezzo al fumo la udirono proclamare con fermezza che in verità la sua missione veniva da Dio, e la udirono pregare i santi.<br />Per impedire che le sue reliquie venissero venerate, fu dato ordine di gettare le ceneri nella Senna.<br />Anni dopo, nel 1456, quando ormai le truppe inglesi avevano perso la propria influenza, la Chiesa, con un rescritto di papa Callisto III, riaprì l'inchiesta su Giovanna d'Arco: il tribunale che l'aveva condannata fu riconosciuto come illegittimo, il processo annullato e Giovanna fu riabilitata e riconosciuta innocente. Il papa inoltre scomunicò postumo come eretico Pierre Cauchon.<br />Giovanna, scandalo e follia, rappresenta dopo 600 anni, in una società ostile al cattolicesimo, la fede dei semplici, conservata con gioia e ardore da una ragazza dal cuore puro. Giovanna è, soprattutto, la donna della pietà, che non conosce paura. Pietà per il proprio popolo umiliato, pietà per un regno senza un re, pietà per le colpe e le mancanze dei suoi compagni d'armi, e per l'uomo che diventa re tra dubbi e viltà. Pietà per la Fede trascurata, dimenticata, per i cuori induriti, che lei scioglie con la preghiera e con il suo esempio. Pietà per se stessa, per una giovane donna chiamata ad un destino tanto più grande di lei.<br />L'eroismo di Giovanna non è solo quello mostrato sul campo di battaglia, o davanti al tribunale dell'inquisizione, ma in primo luogo quello dell'obbedienza alla chiamata di Dio.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/72871138</guid><pubDate>Fri, 27 Jan 2012 17:15:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/72871138/2012_60_anni.mp3" length="8887528" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2124

2012: 600° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DI SANTA GIOVANNA D'ARCO, PATRONA DELLA FRANCIA
di Paolo Gulisano
 
Il 6 gennaio dell'anno di Nostro Signore mille quattrocento dodici, a...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2124" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2124</a><br /><br />2012: 600° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DI SANTA GIOVANNA D'ARCO, PATRONA DELLA FRANCIA<br />di Paolo Gulisano<br /> <br />Il 6 gennaio dell'anno di Nostro Signore mille quattrocento dodici, a Domrémy, nella Marca di Lorena, veniva alla luce una bambina di nome Giovanna, figlia di Giacomo d'Arco e sua moglie Isabella. Giovanna d'Arco, la Pulzella d'Orléans, è una delle figure più affascinanti della storia europea. Assurta nel corso dei secoli a simbolo dell'identità nazionale francese, venne messa in soffitta dalla Rivoluzione del 1789, scalzata da nuovi miti e simboli. Troppa religiosa, addirittura mistica, la Pulzella che aveva combattuto per la libertà di Francia ma anche nel nome di Cristo per il nuovo potere giacobino. Giovanna venne poi riscoperta nel corso della Prima Guerra Mondiale, invocata dai combattenti – credenti e no- a difesa della Patria minacciata da nuovi invasori. Era stata beatificata nel 1909 da papa Pio X, e dopo la guerra, nel 1920, venne proclamata santa da papa Benedetto XV.<br />La protettrice dell'indipendenza della Francia, a cui venne eretto un maestoso santuario nel suo villaggio lorenese, in realtà ha un significato e un'importanza che vanno molto oltre i confini gallici. Giovanna, nata al crepuscolo del Medioevo, incarnò il meglio dei valori cavallereschi di quell'epoca, così come lo spirito religioso profondo e attento ad ogni manifestazione della potenza di Dio, ma allo stesso tempo fu un segno di contraddizione, fu un'irregolare, fu bruciata sul rogo come eretica, dopo essere stata processata da un tribunale inquisitorio al soldo di un potere politico, quello inglese. La vicenda di Giovanna infatti si colloca al culmine della Guerra dei Cent'Anni tra Francia e Inghilterra.<br />Giovanna era cresciuta in una Francia divisa, occupata dagli eserciti inglesi, prostrata moralmente, priva di una guida salda. La ragazza di Lorena, contadina adolescente, alta e robusta, di corpo vigoroso e mente limpida, una mattina d'estate udì una voce che le parlava della Fede e della sua osservanza, e alla fine le ordinava di ricercare il Re di Francia non ancora incoronato, spodestato dai nemici, per salvarlo e incoronarlo a Reims. Ebbe in seguito altre visioni: l'Arcangelo Michele, Principe della Milizia terrena, Santa Caterina e Santa Margherita, e Giovanna viveva in loro compagnia, consacrata, esitante, trascinata. Intorno a lei c'era il mondo, ma c'erano anche quegli esseri. Intanto l'Inghilterra si preparava a sferrare un attacco tremendo contro il paese occupato, e così nel 1428, la coraggiosa diciassettenne andò a cercare il re. Nonostante questi si fosse celato tra i suoi cortigiani, Giovanna andò dritta fino a lui, come ad un bersaglio, senza esitare o volgersi, gli si inginocchiò davanti e gli chiese truppe per soccorrere Orléans assediata, vincere e quindi accompagnarlo fino a Reims, per esservi unto e incoronato, secondo la volontà di Dio. Allora Carlo la prese un po' in disparte per parlare a quattr'occhi, dato che lo aveva riconosciuto. Ma quel che si dissero non ci è stato tramandato. Eppure, o avvenisse allora o più tardi, sappiamo questo: il segno da cui il re doveva riconoscere che lei veniva da Dio fu dato, e trasformò la mente di lui. Le fecero fare a Tours, da un armaiolo della città, un'armatura bianca, spessa e pesante; le diedero anche uno stendardo, per essere riconosciuta in battaglia, di lino bianco fino, cosparso di gigli di Francia, e la figura di Nostro Signore, con il mondo in mano, ed ai due lati angeli in adorazione, col motto Gesù, Maria. Il Re le avrebbe dato anche una spada nuova come l'armatura. 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È una specie di sommario delle tesi che gli erano care. Storicamente, la più significativa è la tesi – che ha una sua armoniosa bellezza, per quanto sia abitualmente disprezzata – relativa ai rapporti fra il Papa e l’Imperatore.<br />Ricordiamo che l’Imperatore del tempo, Enrico IV (1050-1106), interveniva pesantemente negli affari della Chiesa e cercava di controllarla attraverso la nomina dei vescovi. San Gregorio VII combatté questa politica. Voleva eliminare questa pretesa del governo imperiale e dare una lezione all’Imperatore. E ci riuscì.<br />Il “Dictatus Papae” mostra le relazioni che devono esistere fra il Sacro Romano Impero e il Papato. La seconda proposizione afferma che solo la monarchia del Romano Pontefice “può a buon diritto essere chiamata universale”. Questa universalità si riferisce al campo spirituale. Il Papa non pretende affatto di governare direttamente l’Impero. Ma rivendica il diritto di esercitare un’influenza decisiva. Nel Sacro Romano Impero il documento vede la spada del Papa: pronta a proteggere la Santa Chiesa Cattolica, a difendere la fede e a combattere i suoi nemici. Da una parte, il potere temporale deve governare in modo indipendente secondo il diritto naturale. Dall’altra, il Papato deve sorvegliare che questo effettivamente avvenga. In questo senso i due poteri sono diversi e indipendenti.<br />Ma il “Dictatus Papae” afferma pure che, se ci si chiede qual è il potere più elevato ed eminente in Terra, la risposta è chiara – e rappresentata anche nell’arte dell’epoca. Il Papa è sempre un gradino sopra; l’Imperatore sta alla sua sinistra, un gradino sotto, e ancora al di sotto dell’Imperatore stanno tutti i re e sovrani della sfera temporale. Alla destra del Papa, ma anche loro un gradino sotto, stanno tutti i membri della gerarchia cattolica che governa la sfera spirituale. È certo che nella concezione di Gregorio VII dei due poteri il Papa ha un primato e una posizione centrale.<br />In questo giorno della sua festa possiamo chiedere a San Gregorio VII d’intercedere per il mondo perché si recuperi lo spirito della sua nozione di distinzione e insieme di unità dell’ordine spirituale e dell’ordine temporale. Se questa diventasse una nozione generalmente accettata ci troveremmo all’alba del Regno di Maria. È anche vero che se venisse l’alba di una nuova epoca assai favorevole per la Chiesa, appunto il Regno di Maria, questa nozione ne farebbe parte.<br />Preghiamo dunque San Gregorio VII perché chieda a Dio che questa sublime visione torni sulla Terra, in quanto ci è sommamente utile a trovare il giusto cammino.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/54556845</guid><pubDate>Fri, 29 May 2009 20:59:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/54556845/san_gregorio_vii.mp3" length="8575312" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=756

SAN GREGORIO VII E LA CHIAREZZA DEL DICTATUS PAPAE di Plinio Corrêa de Oliveira
In occasione della festa del Papa San Gregorio VII (1015?-1085) vorrei meditare su un testo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=756" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=756</a><br /><br />SAN GREGORIO VII E LA CHIAREZZA DEL DICTATUS PAPAE di Plinio Corrêa de Oliveira<br />In occasione della festa del Papa San Gregorio VII (1015?-1085) vorrei meditare su un testo attribuito al Santo Pontefice e che ne riflette comunque il pensiero, il “Dictatus Papae”, la cui prima redazione nota è del 1090: un testo cordialmente detestato dai teologi progressisti. È una specie di sommario delle tesi che gli erano care. Storicamente, la più significativa è la tesi – che ha una sua armoniosa bellezza, per quanto sia abitualmente disprezzata – relativa ai rapporti fra il Papa e l’Imperatore.<br />Ricordiamo che l’Imperatore del tempo, Enrico IV (1050-1106), interveniva pesantemente negli affari della Chiesa e cercava di controllarla attraverso la nomina dei vescovi. San Gregorio VII combatté questa politica. Voleva eliminare questa pretesa del governo imperiale e dare una lezione all’Imperatore. E ci riuscì.<br />Il “Dictatus Papae” mostra le relazioni che devono esistere fra il Sacro Romano Impero e il Papato. La seconda proposizione afferma che solo la monarchia del Romano Pontefice “può a buon diritto essere chiamata universale”. Questa universalità si riferisce al campo spirituale. Il Papa non pretende affatto di governare direttamente l’Impero. Ma rivendica il diritto di esercitare un’influenza decisiva. Nel Sacro Romano Impero il documento vede la spada del Papa: pronta a proteggere la Santa Chiesa Cattolica, a difendere la fede e a combattere i suoi nemici. Da una parte, il potere temporale deve governare in modo indipendente secondo il diritto naturale. Dall’altra, il Papato deve sorvegliare che questo effettivamente avvenga. In questo senso i due poteri sono diversi e indipendenti.<br />Ma il “Dictatus Papae” afferma pure che, se ci si chiede qual è il potere più elevato ed eminente in Terra, la risposta è chiara – e rappresentata anche nell’arte dell’epoca. Il Papa è sempre un gradino sopra; l’Imperatore sta alla sua sinistra, un gradino sotto, e ancora al di sotto dell’Imperatore stanno tutti i re e sovrani della sfera temporale. Alla destra del Papa, ma anche loro un gradino sotto, stanno tutti i membri della gerarchia cattolica che governa la sfera spirituale. È certo che nella concezione di Gregorio VII dei due poteri il Papa ha un primato e una posizione centrale.<br />In questo giorno della sua festa possiamo chiedere a San Gregorio VII d’intercedere per il mondo perché si recuperi lo spirito della sua nozione di distinzione e insieme di unità dell’ordine spirituale e dell’ordine temporale. Se questa diventasse una nozione generalmente accettata ci troveremmo all’alba del Regno di Maria. È anche vero che se venisse l’alba di una nuova epoca assai favorevole per la Chiesa, appunto il Regno di Maria, questa nozione ne farebbe parte.<br />Preghiamo dunque San Gregorio VII perché chieda a Dio che questa sublime visione torni sulla Terra, in quanto ci è sommamente utile a trovare il giusto cammino.]]></itunes:summary><itunes:duration>536</itunes:duration><itunes:keywords>dictatuspapae,enricoiv,gregoriovii,sacroromanoimpero</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1c499082102bb871e3171e71e6a6b8ee.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item><item><title>Ermanno lo storpio, il monaco disabile che scrisse la Salve Regina</title><link>https://www.spreaker.com/episode/ermanno-lo-storpio-il-monaco-disabile-che-scrisse-la-salve-regina--71018861</link><description><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/1160" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/1160</a><br /><br />ERMANNO LO STORPIO, IL MONACO DISABILE CHE SCRISSE LA SALVE REGINA <br />di Patrizia Solari<br /> <br />Scorrendo un calendario in tedesco, mi imbatto, il 24 di settembre, in Hermann der Lahme, Ermanno lo storpio, che non penso molti conoscano. E' un monaco vissuto nella prima metà dell'XI secolo nel monastero di Reichenau, sul lago di Costanza, [...] e penso che sia bello offrire all'attenzione dei lettori questa figura che ci insegna come il dolore non sia necessariamente infelicità. Vediamo perché...<br />"Il 18 luglio dell'anno 1013 Eltrude, sposa di Goffredo, conte di Altshausen in Svevia, diede alla luce un figlio maschio. Gli sposi appartenevano entrambi a nobilissime famiglie e nomi di gentiluomini, di crociati e di alti prelati si ripetono continuamente nei loro alberi genealogici. Eppure di nessuno di costoro si è serbata durevole memoria, salvo che del piccolo essere che venne al mondo orribilmente deforme. Fu soprannominato 'il Rattrappito', tanto era storto e contratto: non poteva star ritto, tanto meno camminare; stentava perfino a star seduto nella sedia che era stata fatta appositamente per lui; le sue dita stesse erano troppo deboli e rattratte per scrivere; le labbra e il palato erano deformati al punto che le sue parole uscivano stentate e difficili ad intendersi."<br />Questo è l'inizio della storia, che evidentemente mi colpì molto quando, alla fine degli anni sessanta, ci fu proposta come riflessione in una vacanza di studio. Ma ancora di più, il seguito suscita stupore.<br />"In un mondo pagano egli sarebbe stato, senza esitazione di sorta, lasciato morire all'atto stesso della nascita. I pagani d'oggi, soprattutto quando si dica loro che il piccolo Ermanno era uno dei quindici figli, dichiareranno che non avrebbe mai dovuto nascere; se poi diventano ancor più razionali, affermeranno che un simile aborto avrebbe dovuto essere eliminato senza dolore. E lo ripeterebbero con calore ancora maggiore quando aggiungerò che i competenti di novecento anni fa lo dichiararono anche‚ deficiente." Martindale scrive intorno al 1950. E noi cosa diremmo?..."Che cosa fecero quei poveretti ancor sommersi in quelle che abbiamo la faccia tosta di chiamare le 'tenebre del medioevo'? Lo mandarono in un monastero e pregarono per lui."<br />La salvezza. Considerata con occhi superficiali, questa decisione sembrerebbe assurda, ma vediamo come prosegue la storia. Dobbiamo intanto tener presente che "erano stati i monasteri a raccogliere e a sviluppare tutto quanto era stato possibile dell'antica cultura. In Germania la cultura del passato veniva non soltanto dal sud latino, ma anche dall'Inghilterra e, certamente dall'Irlanda. Inoltre essa era largamente diffusa tra il popolo. (...) C'erano traduzioni in tedesco dei vangeli, nelle chiese si predicava in tedesco e si può dire che tutti i grandi nomi delle letterature latina e greca giungevano, attraverso il pulpito, all'orecchio di tutti. Le fonti erano sempre (occorre dirlo?) i monasteri, - quali San Gallo, Fulda, Reichenau, che raccoglievano grandi biblioteche, nonché le scuole che seguivano l'imperatore. (...) Fu in uno di tali monasteri che venne mandato il mostriciattolo deficiente."<br />"Reichenau sorgeva in una deliziosa isoletta nel lago di Costanza, dove il Reno corre impetuoso verso le sue cateratte.<br />Il monastero era stato fondato prima di Carlo Magno - esisteva cioè da più di duecento anni. Sulla strada maestra, sulla riva di fronte, transitavano continuamente viaggiatori italiani, greci, irlandesi e islandesi. Le sue mura ospitavano dotti famosi e una scuola di pittura. (...) Qui il ragazzo crebbe. Qui il ragazzo che poteva a mala pena biascicare poche parole con la sua lingua inceppata, trovò, chissà in virtù di quale psicoterapia religiosa, che la sua mente si apriva.<br />Neppure per un solo istante, durante tutta la sua vita, egli può essersi sentito 'comodo' o, per lo meno, liberato da ogni dolore: quali sono tuttavia gli aggettivi che vediamo affollarsi intorno a lui nelle pagine degli antichi cronisti? Li traduco dalla biografia in latino: piacevole, amichevole, conversevole; sempre ridente; gaio; sforzandosi in ogni occasione - ah, ecco una parola di difficile traduzione - di essere galantuomo con tutti, mi pare che sarebbe il nostro modo di esprimerci, oggi. Con il risultato che tutti gli volevano bene.<br />Gli studi nel monastero: scienze... E frattanto quel coraggioso giovinetto - che, ricordate non era mai comodo, né seduto su una sedia, né sdraiato su un letto - imparò la matematica, il greco, il latino, l'arabo, l'astronomia e la musica. Scrisse un intero trattato sugli astrolabi (...) e nella prefazione scrisse: 'Ermanno, l'infimo dei poveretti di Cristo e dei filosofi dilettanti, il seguace più lento di un ciuco, anzi, di una lumaca (...) è stato indotto dalle preghiere di molti amici (già, tutti gli volevano bene!) a scrivere questo trattato scientifico'. Aveva sempre cercato di risparmiarsi lo sforzo, con ogni sorta di pretesto, ma, in realtà, soltanto a causa della sua 'massiccia pigrizia'; tuttavia finalmente poteva offrire, all'amico al quale il libro è dedicato, la teoria della cosa, e aggiungeva che, se l'amico l'avesse gradito, avrebbe cercato, in seguito di svilupparlo su linee pratiche e più particolareggiate. E, lo credereste, con quelle sue dita tutte rattrappite, l'indomabile giovane riuscì a fare astrolabi, e orologi e strumenti musicali. Mai vinto, mai ozioso!<br />In quanto alla musica - magari i nostri coristi d'oggi leggessero le sue parole! - egli afferma che un buon musico dovrebbe essere capace di comporre un motivo passabile, o almeno di giudicarlo, e poi di cantarlo. In generale i cantori, egli dice, si curano del terzo punto soltanto, e non pensano mai. Essi cantano, o, per meglio dire, si sgolano, senza rendersi conto che nessuno può cantar bene se la sua mente non è in armonia con la sua voce. Per tali cantanti da strapazzo una voce forte è tutto ciò che conta. Il che è peggio di ciò che fanno i ciuchi i quali, dopotutto, fanno assai più rumore, ma non alterano mai un raglio con un muggito. Nessuno tollera, egli dice, gli errori di grammatica; tuttavia le regole della grammatica sono artificiali mentre 'la musica sgorga diritta dalla natura' e in essa non soltanto gli uomini non correggono gli errori che commettono, ma giungono fino al punto di sostenerli... Come si vede, l'allegro piccolo storpio sapeva, all'occorrenza, usare un linguaggio assai caustico! È peraltro certo che egli fu il compositore dello stupendo inno Salve Regina (con quella sua caratteristica melodia in canto fermo che ancor oggi si canta in tutte le chiese cattoliche del mondo), dell'Alma Redemptoris Mater e di altri altri.<br />Ma oltre a questo, Ermanno, dotato di un cervello straordinariamente attivo e vigoroso, e che era a conoscenza di tutte le tradizioni delle più importanti famiglie del suo tempo ed aveva accesso a molti libri antichi che noi non conosciamo a causa delle distruzioni che in anni successivi dispersero e rovinarono le biblioteche degli antichi monasteri, scrisse un Chronicon di storia del mondo, dalla nascita di Cristo al tempo suo. Si sa che l'opera si meritò le lodi dei competenti del tempo, che la giudicarono straordinariamente accurata, fondata naturalmente sulle tradizioni, ma tuttavia obiettiva e originale. Eccovi dunque il monacello storpio, chiuso nella sua cella, ma desto, vivo, con gli occhi spalancati a seguire la scena del mondo esterno eppure non mai cinico, non mai crudele (è così frequente il caso che la sofferenza generi crudeltà) e capace di tracciare un quadro completo delle correnti della vita in Europa."<br />Ci avviamo verso la conclusione di questa sorprendente storia, che racchiude in sé il contrasto tra la concretezza e la sofferenza da una parte e la bellezza e l'apertura verso l'infinito dall'altra: una vita reale.<br />Venne il momento di morire. Lascio al suo amico e biografo Bertoldo di parlarci di questo. 'Quando alfine l'amorevole benignità del Signore si degnò di liberare la sua santa anima dalla tediosa prigione del mondo, egli fu assalito dalla pleurite e trascorse quasi dieci giorni in continue e forti tribolazioni. Alfine un giorno, nelle prime ore del mattino, subito dopo la santa messa, io, che egli considerava il suo più intimo amico, mi recai da lui e gli chiesi se si sentisse un poco meglio. Riferisce poi il cronista che il paziente gli disse che la notte precedente gli era parso di essere intento a rileggere quel famoso Hortensius di Cicerone con le molte sagge osservazioni sul bene e sul male, e gli erano ripassate per la mente tutte le cose che egli stesso aveva avuto in animo di scrivere su quello stesso argomento. 'E sotto la forte ispirazione di quella lettura, tutto il mondo presente e tutto ciò che ad esso appartiene - questa stessa vita mortale era divenuta meschina e tediosa e, d'altra parte, "il mondo futuro, che non avrà termine, e quella vita eterna, sono divenuti indicibilmente desiderabili e cari, così che io considero tutte queste cose passeggere non più dell'impalpabile calugine del cardo. Sono stanco di vivere". All'udire queste parole di Ermanno, Bertoldo non seppe più trattenersi e, dice 'ruppi in grida scomposte e pianti! Ma Ermanno dopo un poco tutto indignato mi rimproverò, tremando un poco per l'ira e guardandomi di sottecchi con aria di meraviglia: "Amico del mio cuore, diss'egli, non piangere, non piangere per me!" Dopo di che chiese a Bertoldo di prendere le tavolette per scrivere onde annotare alcune ultime cose. "E, aggiunse il morente, ricordando ogni giorno che anche tu dovrai morire preparati con ogni energia per intraprendere lo stesso viaggio, poiché, in un giorno e in un'ora che tu noi sai, verrai con me]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/71018861</guid><pubDate>Fri, 11 Jul 2008 12:47:00 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/71018861/ermanno_lo_storpio.mp3" length="16232324" type="audio/mpeg"/><itunes:author>BastaBugie</itunes:author><itunes:subtitle>TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/1160

ERMANNO LO STORPIO, IL MONACO DISABILE CHE SCRISSE LA SALVE REGINA 
di Patrizia Solari
 
Scorrendo un calendario in tedesco, mi imbatto, il 24 di settembre, in Hermann der Lahme, Ermanno lo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[TESTO DELL'ARTICOLO ➜ <a href="https://www.bastabugie.it/1160" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bastabugie.it/1160</a><br /><br />ERMANNO LO STORPIO, IL MONACO DISABILE CHE SCRISSE LA SALVE REGINA <br />di Patrizia Solari<br /> <br />Scorrendo un calendario in tedesco, mi imbatto, il 24 di settembre, in Hermann der Lahme, Ermanno lo storpio, che non penso molti conoscano. E' un monaco vissuto nella prima metà dell'XI secolo nel monastero di Reichenau, sul lago di Costanza, [...] e penso che sia bello offrire all'attenzione dei lettori questa figura che ci insegna come il dolore non sia necessariamente infelicità. Vediamo perché...<br />"Il 18 luglio dell'anno 1013 Eltrude, sposa di Goffredo, conte di Altshausen in Svevia, diede alla luce un figlio maschio. Gli sposi appartenevano entrambi a nobilissime famiglie e nomi di gentiluomini, di crociati e di alti prelati si ripetono continuamente nei loro alberi genealogici. Eppure di nessuno di costoro si è serbata durevole memoria, salvo che del piccolo essere che venne al mondo orribilmente deforme. Fu soprannominato 'il Rattrappito', tanto era storto e contratto: non poteva star ritto, tanto meno camminare; stentava perfino a star seduto nella sedia che era stata fatta appositamente per lui; le sue dita stesse erano troppo deboli e rattratte per scrivere; le labbra e il palato erano deformati al punto che le sue parole uscivano stentate e difficili ad intendersi."<br />Questo è l'inizio della storia, che evidentemente mi colpì molto quando, alla fine degli anni sessanta, ci fu proposta come riflessione in una vacanza di studio. Ma ancora di più, il seguito suscita stupore.<br />"In un mondo pagano egli sarebbe stato, senza esitazione di sorta, lasciato morire all'atto stesso della nascita. I pagani d'oggi, soprattutto quando si dica loro che il piccolo Ermanno era uno dei quindici figli, dichiareranno che non avrebbe mai dovuto nascere; se poi diventano ancor più razionali, affermeranno che un simile aborto avrebbe dovuto essere eliminato senza dolore. E lo ripeterebbero con calore ancora maggiore quando aggiungerò che i competenti di novecento anni fa lo dichiararono anche‚ deficiente." Martindale scrive intorno al 1950. E noi cosa diremmo?..."Che cosa fecero quei poveretti ancor sommersi in quelle che abbiamo la faccia tosta di chiamare le 'tenebre del medioevo'? Lo mandarono in un monastero e pregarono per lui."<br />La salvezza. Considerata con occhi superficiali, questa decisione sembrerebbe assurda, ma vediamo come prosegue la storia. Dobbiamo intanto tener presente che "erano stati i monasteri a raccogliere e a sviluppare tutto quanto era stato possibile dell'antica cultura. In Germania la cultura del passato veniva non soltanto dal sud latino, ma anche dall'Inghilterra e, certamente dall'Irlanda. Inoltre essa era largamente diffusa tra il popolo. (...) C'erano traduzioni in tedesco dei vangeli, nelle chiese si predicava in tedesco e si può dire che tutti i grandi nomi delle letterature latina e greca giungevano, attraverso il pulpito, all'orecchio di tutti. Le fonti erano sempre (occorre dirlo?) i monasteri, - quali San Gallo, Fulda, Reichenau, che raccoglievano grandi biblioteche, nonché le scuole che seguivano l'imperatore. (...) Fu in uno di tali monasteri che venne mandato il mostriciattolo deficiente."<br />"Reichenau sorgeva in una deliziosa isoletta nel lago di Costanza, dove il Reno corre impetuoso verso le sue cateratte.<br />Il monastero era stato fondato prima di Carlo Magno - esisteva cioè da più di duecento anni. Sulla strada maestra, sulla riva di fronte, transitavano continuamente viaggiatori italiani, greci, irlandesi e islandesi. Le sue mura ospitavano dotti famosi e una scuola di pittura. (...) Qui il ragazzo crebbe. Qui il ragazzo che poteva a mala pena biascicare poche parole con la sua lingua inceppata, trovò, chissà in virtù di quale psicoterapia religiosa, che la sua mente si apriva.<br />Neppure per un solo istante, durante...]]></itunes:summary><itunes:duration>1015</itunes:duration><itunes:keywords>ermannolostorpio,martindale,musica,sangallo,scienze,traduzioni</itunes:keywords><itunes:explicit>false</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/f90990ba94a693ec668fdccc88eaa386.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType></item></channel></rss>
