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<rss xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0"><channel><title>Parole in viaggio</title><link>https://www.spreaker.com/show/parole-in-viaggio</link><description><![CDATA[]]></description><atom:link href="https://www.spreaker.com/show/1477748/episodes/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><language>it</language><category>Society &amp; Culture</category><copyright>Copyright Parole in Viaggio</copyright><image><url>https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3b219835f429afb0026b2fcc6244e83d.jpg</url><title>Parole in viaggio</title><link>https://www.spreaker.com/show/parole-in-viaggio</link></image><lastBuildDate>Sun, 30 Jan 2022 15:29:25 +0000</lastBuildDate><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:owner><itunes:name>Parole in Viaggio</itunes:name><itunes:email>feeds@spreaker.com</itunes:email></itunes:owner><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3b219835f429afb0026b2fcc6244e83d.jpg"/><itunes:category text="Society &amp; Culture"/><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:type>episodic</itunes:type><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3b219835f429afb0026b2fcc6244e83d.jpg"/><googleplay:email>feeds@spreaker.com</googleplay:email><googleplay:category text="Society &amp; Culture"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit><item><title>Parole in Viaggio - puntata #30</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/piv-30</link><description><![CDATA[​​Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio<br />Come tutti gli anni, anche il 2022 è iniziato con la giornata mondiale della pace, che si celebra il 1° gennaio, ovvero l’intenzione di iniziare ogni anno all’insegna del rispetto dei diritti umani.<br />Pace di per sé richiama il suo opposto, la guerra, parola che non riprende il latino bellum, quanto invece un’origine germanica che rappresenta la mischia, l’azzuffarsi.<br />È curioso come il senso originale richiami un concetto di conflitto fondato sul disordine, sul non coordinamento tra eserciti: il riferimento è il paragone tra come Roma da una parte e i popoli barbari dall’altro affrontavano la guerra. Ordine e disciplina contro mischia e disorganizzazione. Rimane quindi un concetto di confusione, di guerra intesa come avanzamento di un esercito che non riesce a coordinarsi. La storia poi ci ricorda che tra i due schieramenti, romani contro barbari, furono i secondi a prevalere, non soltanto a livello di vittoria finale, bensì anche come ripercussione linguistica. Della parola latina bellum è rimasto solo qualche aggettivo, mentre il sostantivo guerra riprende la matrice germanica; di conseguenza, si trascina con sé anche il suo significato, una guerra fatta di disordine, di mischia, di caos.<br />dall’altro lato invece il suo opposto, la pace, crea una condizione completamente diversa. La sua etimologia rimanda al verbo latino pango, che significa conficcare, piantare, ma anche nello specifico fissare i confini. Fa riferimento a quei paletti, o alle pietre, che delimitano i confini delle proprietà. Segnano la fine di un terreno e l’inizio dell’altro. Diventano la strategia per evitare contese tra confinanti, l’elemento che tranquillizza le possibili agitazioni. E proprio questa è la funzione della pace, trovare un accordo che riconosca e sia riconosciuto da entrambe le parti, un paletto che va conficcato esattamente nello spazio che non appartiene né all'uno né all’altro, un’area che assume un significato che va oltre il mero valore della terra, perchè è lo spazio di tutti ma senza uno specifico proprietario, è quello spazio che ferma la mischia e il caos e rende visibile la convivenza e i confini.<br />anche confine meriterebbe un breve approfondimento, perchè il dizionario lo definisce come “la zona di transizione in cui scompaiono le caratteristiche individuanti di una regione e cominciano quelle differenzianti”. in altre parole, siamo abituati a pensare al confine come qualcosa che divide, che separa, che differenzia ciò che sta al di qua da ciò che sta al di là, quasi a mantenere alta l'attenzione e sorvegliare che il diverso da noi non si avvicini. addirittura siamo arrivati a creare il confino come luogo in cui mandare in esilio coloro che non seguivano le regole.<br />eppure, nella lingua originale, confine ha un significato differente. Se è vero che in latino finis è il limite, il confine appunto, è anche vero che con il prefisso cum cambia la prospettiva e diventa semplicemente il vicino, il limitrofo, il contiguo, ma anche l’affine e il simile. Svanisce la diversità, svanisce la distanza, anzi, è proprio la presenza di un limite a unire chi sta al di qua con chi sta al là, ovvero è esattamente l’essenza della pace, far sentire vicini e affini chi per qualche motivo si sentiva lontano e diverso<br />Che sia il 2022 un anno fatto di confini che uniscono, che sappiano mostrare il valore e la bellezza delle nostre fragilità e che ci facciano sentire vicini proprio grazie alle nostre diversità<br /><br /><br />in ordine di esecuzione abbiamo ascoltato<br />La guerra di Piero di Fabrizio De André <br />Uguali e diversi di Gianluca Grignani<br />tutte le riproduzioni musicali coperte da diritto d’autore sono state eseguite per fini didattici e senza scopo di lucro, secondo la legge 633 del 1941]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/48509282</guid><pubDate>Sun, 30 Jan 2022 15:29:25 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/48509282/piv_30.mp3" length="6619263" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>​​Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio&#13;
Come tutti gli anni, anche il 2022 è iniziato con la giornata mondiale della pace, che si celebra il 1° gennaio, ovvero l’intenzione di iniziare ogni anno all’insegna del rispetto...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[​​Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio<br />Come tutti gli anni, anche il 2022 è iniziato con la giornata mondiale della pace, che si celebra il 1° gennaio, ovvero l’intenzione di iniziare ogni anno all’insegna del rispetto dei diritti umani.<br />Pace di per sé richiama il suo opposto, la guerra, parola che non riprende il latino bellum, quanto invece un’origine germanica che rappresenta la mischia, l’azzuffarsi.<br />È curioso come il senso originale richiami un concetto di conflitto fondato sul disordine, sul non coordinamento tra eserciti: il riferimento è il paragone tra come Roma da una parte e i popoli barbari dall’altro affrontavano la guerra. Ordine e disciplina contro mischia e disorganizzazione. Rimane quindi un concetto di confusione, di guerra intesa come avanzamento di un esercito che non riesce a coordinarsi. La storia poi ci ricorda che tra i due schieramenti, romani contro barbari, furono i secondi a prevalere, non soltanto a livello di vittoria finale, bensì anche come ripercussione linguistica. Della parola latina bellum è rimasto solo qualche aggettivo, mentre il sostantivo guerra riprende la matrice germanica; di conseguenza, si trascina con sé anche il suo significato, una guerra fatta di disordine, di mischia, di caos.<br />dall’altro lato invece il suo opposto, la pace, crea una condizione completamente diversa. La sua etimologia rimanda al verbo latino pango, che significa conficcare, piantare, ma anche nello specifico fissare i confini. Fa riferimento a quei paletti, o alle pietre, che delimitano i confini delle proprietà. Segnano la fine di un terreno e l’inizio dell’altro. Diventano la strategia per evitare contese tra confinanti, l’elemento che tranquillizza le possibili agitazioni. E proprio questa è la funzione della pace, trovare un accordo che riconosca e sia riconosciuto da entrambe le parti, un paletto che va conficcato esattamente nello spazio che non appartiene né all'uno né all’altro, un’area che assume un significato che va oltre il mero valore della terra, perchè è lo spazio di tutti ma senza uno specifico proprietario, è quello spazio che ferma la mischia e il caos e rende visibile la convivenza e i confini.<br />anche confine meriterebbe un breve approfondimento, perchè il dizionario lo definisce come “la zona di transizione in cui scompaiono le caratteristiche individuanti di una regione e cominciano quelle differenzianti”. in altre parole, siamo abituati a pensare al confine come qualcosa che divide, che separa, che differenzia ciò che sta al di qua da ciò che sta al di là, quasi a mantenere alta l'attenzione e sorvegliare che il diverso da noi non si avvicini. addirittura siamo arrivati a creare il confino come luogo in cui mandare in esilio coloro che non seguivano le regole.<br />eppure, nella lingua originale, confine ha un significato differente. Se è vero che in latino finis è il limite, il confine appunto, è anche vero che con il prefisso cum cambia la prospettiva e diventa semplicemente il vicino, il limitrofo, il contiguo, ma anche l’affine e il simile. Svanisce la diversità, svanisce la distanza, anzi, è proprio la presenza di un limite a unire chi sta al di qua con chi sta al là, ovvero è esattamente l’essenza della pace, far sentire vicini e affini chi per qualche motivo si sentiva lontano e diverso<br />Che sia il 2022 un anno fatto di confini che uniscono, che sappiano mostrare il valore e la bellezza delle nostre fragilità e che ci facciano sentire vicini proprio grazie alle nostre diversità<br /><br /><br />in ordine di esecuzione abbiamo ascoltato<br />La guerra di Piero di Fabrizio De André <br />Uguali e diversi di Gianluca Grignani<br />tutte le riproduzioni musicali coperte da diritto d’autore sono state eseguite per fini didattici e senza scopo di lucro, secondo la legge 633 del 1941]]></itunes:summary><itunes:duration>414</itunes:duration><itunes:keywords>confine,guerra,pace</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/59376ad423f547d4afd5dba961b2de2d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>​​Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio&#13;
Come tutti gli anni, anche il 2022 è iniziato con la giornata mondiale della pace, che si celebra il 1° gennaio, ovvero l’intenzione di iniziare ogni anno all’insegna del rispetto dei diritti umani.&#13;
Pace di per sé richiama il suo opposto, la guerra, parola che non riprende il latino bellum, quanto invece un’origine germanica che rappresenta la mischia, l’azzuffarsi.&#13;
È curioso come il senso originale richiami un concetto di conflitto fondato sul disordine, sul non coordinamento tra eserciti: il riferimento è il paragone tra come Roma da una parte e i popoli barbari dall’altro affrontavano la guerra. Ordine e disciplina contro mischia e disorganizzazione. Rimane quindi un concetto di confusione, di guerra intesa come avanzamento di un esercito che non riesce a coordinarsi. La storia poi ci ricorda che tra i due schieramenti, romani contro barbari, furono i secondi a prevalere, non soltanto a livello di vittoria finale, bensì anche come ripercussione linguistica. Della parola latina bellum è rimasto solo qualche aggettivo, mentre il sostantivo guerra riprende la matrice germanica; di conseguenza, si trascina con sé anche il suo significato, una guerra fatta di disordine, di mischia, di caos.&#13;
dall’altro lato invece il suo opposto, la pace, crea una condizione completamente diversa. La sua etimologia rimanda al verbo latino pango, che significa conficcare, piantare, ma anche nello specifico fissare i confini. Fa riferimento a quei paletti, o alle pietre, che delimitano i confini delle proprietà. Segnano la fine di un terreno e l’inizio dell’altro. Diventano la strategia per evitare contese tra confinanti, l’elemento che tranquillizza le possibili agitazioni. E proprio questa è la funzione della pace, trovare un accordo che riconosca e sia riconosciuto da entrambe le parti, un paletto che va conficcato esattamente nello spazio che non appartiene né all'uno né all’altro, un’area che assume un significato che va oltre il mero valore della terra, perchè è lo spazio di tutti ma senza uno specifico proprietario, è quello spazio che ferma la mischia e il caos e rende visibile la convivenza e i confini.&#13;
anche confine meriterebbe un breve approfondimento, perchè il dizionario lo definisce come “la zona di transizione in cui scompaiono le caratteristiche individuanti di una regione e cominciano quelle differenzianti”. in altre parole, siamo abituati a pensare al confine come qualcosa che divide, che separa, che differenzia ciò che sta al di qua da ciò che sta al di là, quasi a mantenere alta l'attenzione e sorvegliare che il diverso da noi non si avvicini. addirittura siamo arrivati a creare il confino come luogo in cui mandare in esilio coloro che non seguivano le regole.&#13;
eppure, nella lingua originale, confine ha un significato differente. Se è vero che in latino finis è il limite, il confine appunto, è anche vero che con il prefisso cum cambia la prospettiva e diventa semplicemente il vicino, il limitrofo, il contiguo, ma anche l’affine e il simile. Svanisce la diversità, svanisce la distanza, anzi, è proprio la presenza di un limite a unire chi sta al di qua con chi sta al là, ovvero è esattamente l’essenza della pace, far sentire vicini e affini chi per qualche motivo si sentiva lontano e diverso&#13;
Che sia il 2022 un anno fatto di confini che uniscono, che sappiano mostrare il valore e la bellezza delle nostre fragilità e che ci facciano sentire vicini proprio grazie alle nostre diversità&#13;
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in ordine di esecuzione abbiamo ascoltato&#13;
La guerra di Piero di Fabrizio De André &#13;
Uguali e diversi di Gianluca Grignani&#13;
tutte le riproduzioni musicali coperte da diritto d’autore sono state eseguite per fini didattici e senza scopo di lucro, secondo la legge 633 del 1941</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/59376ad423f547d4afd5dba961b2de2d.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in Viaggio - puntata #29</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/piv-29</link><description><![CDATA[Bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio<br />È iniziato un nuovo anno, è tempo di buoni propositi, è tempo di mettere davanti a noi alcuni punti fermi, è tempo prima ancora di capire quali possano essere questi punti fermi.<br />Questa epidemia ci sta lasciando dei segni, in qualche modo sta influenzando il nostro modo di vivere. Pensiamo alla mascherina, questo semplice dispositivo che ci protegge. Ma è anche un dispositivo che si pone tra due persone che si parlano, uno scudo contro i virus, una barriera per le parole che escono  e di cui non vediamo la fonte. Siamo semplicemente costretti ad ascoltare il suono immaginando la sua provenienza.<br />Non a caso l’ascolto diventa più difficile, difficile perché è un semplice suono. Pensiamo a tutte le videoriunioni, in cui abbiamo scelto di spegnere la webcam, anche quando si parla. L’interlocutore riceve un semplice suono, proprio come quando si porta la mascherina.<br />E vale quindi la pena riprendere il concetto di ascolto, del verbo ascoltare che nel suo latino richiama il sentire con l’orecchio, dedicare il proprio orecchio all’altro. E l’orecchio nella sua versione ebraica richiama un’entità divina che nutre l’anima, come se l’orecchio divenisse lo strumento per accogliere il messaggio di qualcosa di più grande.<br />Non a caso infatti il verbo ascoltare ha portato varie influenze nella lingua, pensiamo all’obbedienza che altro non è che il semplice ob audire, ascoltare chi sta innanzi, o al verbo inglese to scout, scoprire, esplorare che deriva dal francese escouter, perché ascoltare altro non è che un esplorare con l'orecchio. O la stessa scolta, la sentinella che tra tutte le cose è chiamata a usare l’attenzione ai rumori, a prestare ascolto.<br />In altre parole ascoltare significa proprio dedicare spazio e tempo all’altra persona, porsi in una condizione di ricezione, rimanere senza scappare con i pensieri.<br />Infatti scappare potrebbe diventare un suo possibile opposto. Proviamo intanto a ricordare la sua etimologia, il latino ex cappare, letteralmente togliersi la cappa. Ma cos’è la cappa? Un abito, una sopravveste lunga, dotata di cappuccio. È evidente che scappare, togliersi la cappa, significa liberarsi di tutto ciò che potrebbe compromettere la fuga: un abito lungo non facilita la corsa, come al tempo stesso potrebbe essere facilmente afferrato da chi ci rincorre. In più, lo stesso cappuccio limiterebbe il campo visivo, crea una barriera tra l’occhio e l’orizzonte.<br />Pertanto, se si sceglie la fuga, è fondamentale svestirsi di questo intralcio, di questo abito poco adatto. Lo scappare quindi non è ancora la fuga, c’è una sottile differenza, è la scelta di non affrontare il presente e prepararsi ad evadere<br />In altre parole, tornando all’ascolto, lo scappare diventa proprio la scelta di non dare attenzione all’altro<br />Per questo nuovo anno, proviamo a tenerci la cappa e dedicare il giusto tempo all’altro, all’ascolto dell’altro, alla sua storia, <br />e anche se a volte scappiamo, proviamo a ritornare, come dice Daniele Silvestri<br />"Se potessimo tornare<br />Al ricordo che hai di me<br />Alle cose come sono<br />O come erano prima di distruggerle"]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/48173876</guid><pubDate>Wed, 05 Jan 2022 09:24:54 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/48173876/piv_29.mp3" length="7623201" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio
È iniziato un nuovo anno, è tempo di buoni propositi, è tempo di mettere davanti a noi alcuni punti fermi, è tempo prima ancora di capire quali possano essere questi punti fermi.
Questa epidemia ci sta...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio<br />È iniziato un nuovo anno, è tempo di buoni propositi, è tempo di mettere davanti a noi alcuni punti fermi, è tempo prima ancora di capire quali possano essere questi punti fermi.<br />Questa epidemia ci sta lasciando dei segni, in qualche modo sta influenzando il nostro modo di vivere. Pensiamo alla mascherina, questo semplice dispositivo che ci protegge. Ma è anche un dispositivo che si pone tra due persone che si parlano, uno scudo contro i virus, una barriera per le parole che escono  e di cui non vediamo la fonte. Siamo semplicemente costretti ad ascoltare il suono immaginando la sua provenienza.<br />Non a caso l’ascolto diventa più difficile, difficile perché è un semplice suono. Pensiamo a tutte le videoriunioni, in cui abbiamo scelto di spegnere la webcam, anche quando si parla. L’interlocutore riceve un semplice suono, proprio come quando si porta la mascherina.<br />E vale quindi la pena riprendere il concetto di ascolto, del verbo ascoltare che nel suo latino richiama il sentire con l’orecchio, dedicare il proprio orecchio all’altro. E l’orecchio nella sua versione ebraica richiama un’entità divina che nutre l’anima, come se l’orecchio divenisse lo strumento per accogliere il messaggio di qualcosa di più grande.<br />Non a caso infatti il verbo ascoltare ha portato varie influenze nella lingua, pensiamo all’obbedienza che altro non è che il semplice ob audire, ascoltare chi sta innanzi, o al verbo inglese to scout, scoprire, esplorare che deriva dal francese escouter, perché ascoltare altro non è che un esplorare con l'orecchio. O la stessa scolta, la sentinella che tra tutte le cose è chiamata a usare l’attenzione ai rumori, a prestare ascolto.<br />In altre parole ascoltare significa proprio dedicare spazio e tempo all’altra persona, porsi in una condizione di ricezione, rimanere senza scappare con i pensieri.<br />Infatti scappare potrebbe diventare un suo possibile opposto. Proviamo intanto a ricordare la sua etimologia, il latino ex cappare, letteralmente togliersi la cappa. Ma cos’è la cappa? Un abito, una sopravveste lunga, dotata di cappuccio. È evidente che scappare, togliersi la cappa, significa liberarsi di tutto ciò che potrebbe compromettere la fuga: un abito lungo non facilita la corsa, come al tempo stesso potrebbe essere facilmente afferrato da chi ci rincorre. In più, lo stesso cappuccio limiterebbe il campo visivo, crea una barriera tra l’occhio e l’orizzonte.<br />Pertanto, se si sceglie la fuga, è fondamentale svestirsi di questo intralcio, di questo abito poco adatto. Lo scappare quindi non è ancora la fuga, c’è una sottile differenza, è la scelta di non affrontare il presente e prepararsi ad evadere<br />In altre parole, tornando all’ascolto, lo scappare diventa proprio la scelta di non dare attenzione all’altro<br />Per questo nuovo anno, proviamo a tenerci la cappa e dedicare il giusto tempo all’altro, all’ascolto dell’altro, alla sua storia, <br />e anche se a volte scappiamo, proviamo a ritornare, come dice Daniele Silvestri<br />"Se potessimo tornare<br />Al ricordo che hai di me<br />Alle cose come sono<br />O come erano prima di distruggerle"]]></itunes:summary><itunes:duration>477</itunes:duration><itunes:keywords>ascoltare,scappare</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/535dc929c817032b27ebf93d3e555df0.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio
È iniziato un nuovo anno, è tempo di buoni propositi, è tempo di mettere davanti a noi alcuni punti fermi, è tempo prima ancora di capire quali possano essere questi punti fermi.
Questa epidemia ci sta lasciando dei segni, in qualche modo sta influenzando il nostro modo di vivere. Pensiamo alla mascherina, questo semplice dispositivo che ci protegge. Ma è anche un dispositivo che si pone tra due persone che si parlano, uno scudo contro i virus, una barriera per le parole che escono  e di cui non vediamo la fonte. Siamo semplicemente costretti ad ascoltare il suono immaginando la sua provenienza.
Non a caso l’ascolto diventa più difficile, difficile perché è un semplice suono. Pensiamo a tutte le videoriunioni, in cui abbiamo scelto di spegnere la webcam, anche quando si parla. L’interlocutore riceve un semplice suono, proprio come quando si porta la mascherina.
E vale quindi la pena riprendere il concetto di ascolto, del verbo ascoltare che nel suo latino richiama il sentire con l’orecchio, dedicare il proprio orecchio all’altro. E l’orecchio nella sua versione ebraica richiama un’entità divina che nutre l’anima, come se l’orecchio divenisse lo strumento per accogliere il messaggio di qualcosa di più grande.
Non a caso infatti il verbo ascoltare ha portato varie influenze nella lingua, pensiamo all’obbedienza che altro non è che il semplice ob audire, ascoltare chi sta innanzi, o al verbo inglese to scout, scoprire, esplorare che deriva dal francese escouter, perché ascoltare altro non è che un esplorare con l'orecchio. O la stessa scolta, la sentinella che tra tutte le cose è chiamata a usare l’attenzione ai rumori, a prestare ascolto.
In altre parole ascoltare significa proprio dedicare spazio e tempo all’altra persona, porsi in una condizione di ricezione, rimanere senza scappare con i pensieri.
Infatti scappare potrebbe diventare un suo possibile opposto. Proviamo intanto a ricordare la sua etimologia, il latino ex cappare, letteralmente togliersi la cappa. Ma cos’è la cappa? Un abito, una sopravveste lunga, dotata di cappuccio. È evidente che scappare, togliersi la cappa, significa liberarsi di tutto ciò che potrebbe compromettere la fuga: un abito lungo non facilita la corsa, come al tempo stesso potrebbe essere facilmente afferrato da chi ci rincorre. In più, lo stesso cappuccio limiterebbe il campo visivo, crea una barriera tra l’occhio e l’orizzonte.
Pertanto, se si sceglie la fuga, è fondamentale svestirsi di questo intralcio, di questo abito poco adatto. Lo scappare quindi non è ancora la fuga, c’è una sottile differenza, è la scelta di non affrontare il presente e prepararsi ad evadere
In altre parole, tornando all’ascolto, lo scappare diventa proprio la scelta di non dare attenzione all’altro
Per questo nuovo anno, proviamo a tenerci la cappa e dedicare il giusto tempo all’altro, all’ascolto dell’altro, alla sua storia, 
e anche se a volte scappiamo, proviamo a ritornare, come dice Daniele Silvestri
"Se potessimo tornare
Al ricordo che hai di me
Alle cose come sono
O come erano prima di distruggerle"</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/535dc929c817032b27ebf93d3e555df0.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in Viaggio - puntata #28</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/piv-28_1</link><description><![CDATA[Bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. <br />Sono tempi sempre più difficili e delicati: siamo protagonisti di un evento che sta cambiando e ha cambiato per sempre la storia, l’avvento di un virus in grado di incrinare ogni tipo di modo di vivere. Un impercettibile organismo ha messo in crisi il più sofisticato sistema evoluto, evoluto ma a quanto pare non abbastanza, visto che un virus invisibile ha messo in dubbio la fiducia verso gli altri e verso la scienza.<br />Fiducia e invisibile, due parole che meritano uno spazio, perché raccontano il mondo da una prospettiva molto particolare.<br />La radice latina fidere, avere fede, definisce la fiducia come un importante atto verso l’altra persona, la si carica di una responsabilità, di qualcosa che noi non riusciamo da soli a risolvere. Spesso, a un primo impatto aver fede rimanda a un’entità che va oltre l’aspetto umano, chiediamo l’intervento divino perché ci sentiamo incapaci di affrontare il futuro. È un atto di fede verso qualcosa che non possiamo vedere, che però siamo sicuri o perlomeno speriamo possa intervenire nella nostra vita.<br />Affidiamo il compito ad altri, in sintesi potremmo dire così. Eppure, in altre lingue neolatine, il concetto è ancora più coinvolgente: confiance in francese e confianza in spagnolo introducono il prefisso cum che ci ricorda un atto collettivo. Non sono più io a delegare l’altro, bensì diventa un’azione congiunta, un fidarsi insieme.<br />Tornando alla nostra lingua, esiste un sinonimo di fiducia, molto meno usato, più arcaico, quasi medievale, la fidanza, sempre dal latino fidere, da cui deriva fidanzamento, come promessa di vita di coppia, dove è evidente che l’azione, la promessa, è la sintesi di un percorso di entrambi i fidanzati, non è una delega, ma un mettersi in gioco reciproco.<br />In altre parole, quando io mi fido dell’altro, decido che una parte di me venga messa nelle mani di un’altra persona, che se ne prenderà cura, diventa una specie di tacito accordo. Infatti, dalla stessa radice deriva anche foedus, ovvero il patto, proprio a enfatizzare questo concetto di accordo: io affido a te una parte della mia vita perché sono sicuro che saprai accoglierla e curarla. Non è un patto sottoscritto, o firmato, non c’è nessun obbligo, nessuna coercizione, ma semplicemente la volontà, il desiderio, è una scelta spontanea che si fa verso qualcosa che al momento è invisibile<br />  <br />Invisibile è la nostra seconda parola di oggi: se proviamo a pensare alla versione positiva, visibile, sempre dal latino, la sua etimologia richiama video, l’azione del vedere, e bilem, la capacità, la possibilità. Visibile quindi come atto o capacità che lo rende manifesto<br />Invisibile di conseguenza è il suo opposto, che non può essere veduto, capacità tale da non essere visto.<br />Ma Chi è il soggetto dell’azione? L’osservatore cieco o l’osservato invisibile? Sembra un dettaglio irrilevante, eppure se ci pensiamo bene, decidere cosa vedere e cosa non vedere, è una caratteristica intrinseca della persona invisibile o è una prerogativa di chi guarda?<br />Il punto di vista diventa un elemento essenziale, perché definisce le regole del contesto. Provo a fare un esempio per spiegarmi meglio<br />Se penso alla nostra società, non posso non pensare agli invisibili: chi sono? Sono tutte quelle persone che per vari motivi non compaiono, non rientrano nei discorsi della gente, non fanno notizia, esistono ma hanno un ruolo considerato secondario. Eppure esistono. Chi definisce le regole dell’invisibilità? Facciamo l’esempio del migrante, coloro che abbandonano tutto, raggiungono una nuova meta e magicamente svaniscono: è una persona veramente invisibile o siamo noi a definire che non merita nessuna attenzione? Cosa ha fatto il migrante per diventare invisibile? L’invisibilità pertanto è un’azione soggettiva, siamo sempre a noi a definire chi o cosa sia invisibile.<br />Lo stesso virus che per sua natura è talmente impercettibile da definirsi invisibile, in realtà porta con sé effetti a catena che generano altre reazioni di invisibilità: le conseguenze della pandemia sono invisibili o sono io che decido di non vederle? Probabilmente serve un atto di fede, verso tutti coloro che quotidianamente lavorano per mantenere visibili tali conseguenze.<br />Possiamo rimanere ciechi di fronte a tutto ciò? Siamo noi ad essere ciechi o è l’oggetto osservato, gli effetti del virus, ad essere invisibile? Avere fiducia significa proprio affidare la nostra vita, in questo caso la vita della collettività, a tutti coloro che cercano di rendere visibile ciò che pochi ignorano o vogliono non vedere. La scienza cerca di mostrarci una strada per la salvezza, a noi la scelta di renderla invisibile oppure di percorrerla.<br />la fidanza diventa l’azione con cui affrontiamo l’invisibile e lo trasformiamo in un agire insieme, in un atto di fede collettivo.<br />Che sia il 2022 un anno carico di fiducia perchè solo insieme possiamo superare l’invisibile]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/47976881</guid><pubDate>Sat, 18 Dec 2021 17:03:45 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/47976881/piv_28.mp3" length="7345258" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. 
Sono tempi sempre più difficili e delicati: siamo protagonisti di un evento che sta cambiando e ha cambiato per sempre la storia, l’avvento di un virus in grado di incrinare ogni tipo di modo di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. <br />Sono tempi sempre più difficili e delicati: siamo protagonisti di un evento che sta cambiando e ha cambiato per sempre la storia, l’avvento di un virus in grado di incrinare ogni tipo di modo di vivere. Un impercettibile organismo ha messo in crisi il più sofisticato sistema evoluto, evoluto ma a quanto pare non abbastanza, visto che un virus invisibile ha messo in dubbio la fiducia verso gli altri e verso la scienza.<br />Fiducia e invisibile, due parole che meritano uno spazio, perché raccontano il mondo da una prospettiva molto particolare.<br />La radice latina fidere, avere fede, definisce la fiducia come un importante atto verso l’altra persona, la si carica di una responsabilità, di qualcosa che noi non riusciamo da soli a risolvere. Spesso, a un primo impatto aver fede rimanda a un’entità che va oltre l’aspetto umano, chiediamo l’intervento divino perché ci sentiamo incapaci di affrontare il futuro. È un atto di fede verso qualcosa che non possiamo vedere, che però siamo sicuri o perlomeno speriamo possa intervenire nella nostra vita.<br />Affidiamo il compito ad altri, in sintesi potremmo dire così. Eppure, in altre lingue neolatine, il concetto è ancora più coinvolgente: confiance in francese e confianza in spagnolo introducono il prefisso cum che ci ricorda un atto collettivo. Non sono più io a delegare l’altro, bensì diventa un’azione congiunta, un fidarsi insieme.<br />Tornando alla nostra lingua, esiste un sinonimo di fiducia, molto meno usato, più arcaico, quasi medievale, la fidanza, sempre dal latino fidere, da cui deriva fidanzamento, come promessa di vita di coppia, dove è evidente che l’azione, la promessa, è la sintesi di un percorso di entrambi i fidanzati, non è una delega, ma un mettersi in gioco reciproco.<br />In altre parole, quando io mi fido dell’altro, decido che una parte di me venga messa nelle mani di un’altra persona, che se ne prenderà cura, diventa una specie di tacito accordo. Infatti, dalla stessa radice deriva anche foedus, ovvero il patto, proprio a enfatizzare questo concetto di accordo: io affido a te una parte della mia vita perché sono sicuro che saprai accoglierla e curarla. Non è un patto sottoscritto, o firmato, non c’è nessun obbligo, nessuna coercizione, ma semplicemente la volontà, il desiderio, è una scelta spontanea che si fa verso qualcosa che al momento è invisibile<br />  <br />Invisibile è la nostra seconda parola di oggi: se proviamo a pensare alla versione positiva, visibile, sempre dal latino, la sua etimologia richiama video, l’azione del vedere, e bilem, la capacità, la possibilità. Visibile quindi come atto o capacità che lo rende manifesto<br />Invisibile di conseguenza è il suo opposto, che non può essere veduto, capacità tale da non essere visto.<br />Ma Chi è il soggetto dell’azione? L’osservatore cieco o l’osservato invisibile? Sembra un dettaglio irrilevante, eppure se ci pensiamo bene, decidere cosa vedere e cosa non vedere, è una caratteristica intrinseca della persona invisibile o è una prerogativa di chi guarda?<br />Il punto di vista diventa un elemento essenziale, perché definisce le regole del contesto. Provo a fare un esempio per spiegarmi meglio<br />Se penso alla nostra società, non posso non pensare agli invisibili: chi sono? Sono tutte quelle persone che per vari motivi non compaiono, non rientrano nei discorsi della gente, non fanno notizia, esistono ma hanno un ruolo considerato secondario. Eppure esistono. Chi definisce le regole dell’invisibilità? Facciamo l’esempio del migrante, coloro che abbandonano tutto, raggiungono una nuova meta e magicamente svaniscono: è una persona veramente invisibile o siamo noi a definire che non merita nessuna attenzione? Cosa ha fatto il migrante per diventare invisibile? L’invisibilità pertanto è un’azione soggettiva, siamo sempre a noi a definire chi o cosa sia invisibile.<br />Lo stesso virus che per sua natura è talmente impercettibile da definirsi...]]></itunes:summary><itunes:duration>460</itunes:duration><itunes:keywords>fiducia,invisibile</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/dc0bf0a5bbdb86b07714d9ae3104f22e.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. 
Sono tempi sempre più difficili e delicati: siamo protagonisti di un evento che sta cambiando e ha cambiato per sempre la storia, l’avvento di un virus in grado di incrinare ogni tipo di modo di vivere. Un impercettibile organismo ha messo in crisi il più sofisticato sistema evoluto, evoluto ma a quanto pare non abbastanza, visto che un virus invisibile ha messo in dubbio la fiducia verso gli altri e verso la scienza.
Fiducia e invisibile, due parole che meritano uno spazio, perché raccontano il mondo da una prospettiva molto particolare.
La radice latina fidere, avere fede, definisce la fiducia come un importante atto verso l’altra persona, la si carica di una responsabilità, di qualcosa che noi non riusciamo da soli a risolvere. Spesso, a un primo impatto aver fede rimanda a un’entità che va oltre l’aspetto umano, chiediamo l’intervento divino perché ci sentiamo incapaci di affrontare il futuro. È un atto di fede verso qualcosa che non possiamo vedere, che però siamo sicuri o perlomeno speriamo possa intervenire nella nostra vita.
Affidiamo il compito ad altri, in sintesi potremmo dire così. Eppure, in altre lingue neolatine, il concetto è ancora più coinvolgente: confiance in francese e confianza in spagnolo introducono il prefisso cum che ci ricorda un atto collettivo. Non sono più io a delegare l’altro, bensì diventa un’azione congiunta, un fidarsi insieme.
Tornando alla nostra lingua, esiste un sinonimo di fiducia, molto meno usato, più arcaico, quasi medievale, la fidanza, sempre dal latino fidere, da cui deriva fidanzamento, come promessa di vita di coppia, dove è evidente che l’azione, la promessa, è la sintesi di un percorso di entrambi i fidanzati, non è una delega, ma un mettersi in gioco reciproco.
In altre parole, quando io mi fido dell’altro, decido che una parte di me venga messa nelle mani di un’altra persona, che se ne prenderà cura, diventa una specie di tacito accordo. Infatti, dalla stessa radice deriva anche foedus, ovvero il patto, proprio a enfatizzare questo concetto di accordo: io affido a te una parte della mia vita perché sono sicuro che saprai accoglierla e curarla. Non è un patto sottoscritto, o firmato, non c’è nessun obbligo, nessuna coercizione, ma semplicemente la volontà, il desiderio, è una scelta spontanea che si fa verso qualcosa che al momento è invisibile
  
Invisibile è la nostra seconda parola di oggi: se proviamo a pensare alla versione positiva, visibile, sempre dal latino, la sua etimologia richiama video, l’azione del vedere, e bilem, la capacità, la possibilità. Visibile quindi come atto o capacità che lo rende manifesto
Invisibile di conseguenza è il suo opposto, che non può essere veduto, capacità tale da non essere visto.
Ma Chi è il soggetto dell’azione? L’osservatore cieco o l’osservato invisibile? Sembra un dettaglio irrilevante, eppure se ci pensiamo bene, decidere cosa vedere e cosa non vedere, è una caratteristica intrinseca della persona invisibile o è una prerogativa di chi guarda?
Il punto di vista diventa un elemento essenziale, perché definisce le regole del contesto. Provo a fare un esempio per spiegarmi meglio
Se penso alla nostra società, non posso non pensare agli invisibili: chi sono? Sono tutte quelle persone che per vari motivi non compaiono, non rientrano nei discorsi della gente, non fanno notizia, esistono ma hanno un ruolo considerato secondario. Eppure esistono. Chi definisce le regole dell’invisibilità? Facciamo l’esempio del migrante, coloro che abbandonano tutto, raggiungono una nuova meta e magicamente svaniscono: è una persona veramente invisibile o siamo noi a definire che non merita nessuna attenzione? Cosa ha fatto il migrante per diventare invisibile? L’invisibilità pertanto è un’azione soggettiva, siamo sempre a noi a definire chi o cosa sia invisibile.
Lo stesso virus che per sua natura è talmente impercettibile da definirsi invisibile, in realtà porta con sé effetti a catena che generano...</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/dc0bf0a5bbdb86b07714d9ae3104f22e.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in Viaggio - puntata #27</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/piv-27</link><description><![CDATA[Bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. il periodo non è certo dei migliori, siamo chiamati nuovamente a far fronte a questa emergenza che non vuole lasciarci, un'emergenza unica nella storia recente dell'umanità, un'emergenza che costringe L'essere umano a ripensare alcuni suoi comportamenti.<br />E tra tutti sicuramente c’è L'arte di saper aspettare, L'arte di saper attendere che qualcosa accada. usiamo spesso questi due verbi come sinonimi, aspettare e attendere, quando invece analizzando un po' più nel profondo la loro etimologia, scopriamo che sono due modalità completamente diverse di far fronte alla realtà, di affrontare le cose di tutti i giorni con uno spirito ben diverso. <br />Aspettare Richiama il latino aspicere, dove è evidente l'azione del guardare verso, dell'osservare, sembra quasi che il soggetto che guarda sia chiamato a rimanere immobile controllando e aspettando per l'appunto che l'oggetto osservato arrivi nel suo campo visivo. Essenziale è l'immobilità dell'osservatore che utilizza tutte le sue energie per osservare qualcosa o qualcuno che sta arrivando. Completamente diversa invece è la prospettiva di chi attende: l'attesa richiama sempre il latino attendere, dove è forte la componente del movimento, della tensione, di qualcosa che si muove verso. Un insieme di dinamiche che in qualche modo smuovono L'Osservatore: anche se in apparenza rimane comunque fermo, immobile, in realtà al suo interno è stata innescata un’azione e reazione di pensieri, aspettative, sogni, desideri, paure, tensioni, emozioni. Potremmo definire L'attesa come quel turbinio di movimenti interiori che smuovono l'essere alla ricerca di una meta, di un orizzonte, di una luce che possa in qualche modo illuminare e mostrare ciò che sta attendendo. Potrebbe sembrare un Verbo statico, quella predisposizione ad accogliere qualcosa che da fuori va verso L'Osservatore, in realtà è un viaggio, un cammino dell'osservatore che attraverso un percorso intricato arriva a raggiungere la sua meta, dall’interno verso l’esterno, Arriva a scoprire ciò che stava attendendo. <br />E questi sono effettivamente i due atteggiamenti principali tra cui l'uomo può scegliere durante questo periodo di emergenza: scegliere se aspettare passivamente qualcosa che dall'esterno possa entrare nel campo visivo della propria vita, oppure avviare un movimento dall'interno, un movimento fatto di tensioni, che porta come conclusione la scoperta.<br />In un periodo di emergenza sta a noi decidere se aspettare o attendere... come D'altra parte sta a noi capire se l'attuale momento sia veramente un'emergenza oppure no. Forse vale proprio la pena approfondire il significato di emergenza, perché da troppi mesi, ma storicamente da tempo immemore, nella lingua italiana è stata utilizzata la parola emergenza con una connotazione decisamente negativa. <br />Eppure, il latino ci restituisce una visione di questa parola leggermente diversa: e-mergere, richiama sì l'azione del mergere, del immergere, dell’affondare, dell’annegare, dell’andare a fondo, dell’essere tirati verso gli abissi. Se fosse così, effettivamente la connotazione negativa ci sta tutta, emergenza come una caduta verso il basso, una caduta che non lascia nessuna speranza di sopravvivenza. Ma il verbo in questione è anticipato dal prefisso“e” che inverte il movimento, dall'alto verso il basso si trasforma in uno spostamento dal basso verso l'alto, dagli Inferi verso il cielo, è una emersione, un tentativo di liberarsi dal peso che ci tira verso in basso per riuscire a raggiungere la superficie, una liberazione se così vogliamo chiamarla. Potremmo definirla come l'azione di salvataggio, il momento in cui sentiamo la paura dell'affogamento, quella tensione che ci spinge a liberarci dalla zavorra che ci trattiene, a risalire la superficie e a respirare a pieni polmoni una volta raggiunta l'aria, dovrebbe essere proprio quella forza che spinge l'uomo a salvarsi, a ritrovare quell'ambiente in cui sta bene. <br />E con questi nuovi riferimenti forse è anche più semplice affrontare il periodo che stiamo vivendo: dinanzi a un virus che non accenna a fermarsi, come intendiamo vivere? aspettiamo o attendiamo? e soprattutto, diventa una vera  emergenza, cioè una spinta a raggiungere la superficie? Ci sentiamo più tirati verso il fondo o questa attesa ci riempie di una forza salvifica, di un rinnovato slancio vitale? A volte anche le parole aiutano ad affrontare la realtà! E per concludere, vi lascio in compagnia delle parole di Giorgio Gaber<br /> <br />“Perché da sempre l'attesa è il destino, Di chi osserva il mondo, Con la curiosa sensazione, Di aver toccato il fondo Senza sapere, Se sarà il momento, Della sua fine, O di un neo rinascimento”<br /><br />in ordine di esecuzione abbiamo ascoltato<br />Wait for her - Roger Waters<br />L’attesa di Giorgio Gaber<br />tutte le riproduzioni musicali coperte da diritto d’autore sono state eseguite per fini didattici e senza scopo di lucro, secondo la legge 633 del 1941]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/43872420</guid><pubDate>Sat, 13 Mar 2021 18:26:49 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/43872420/piv_27.mp3" length="8016874" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. il periodo non è certo dei migliori, siamo chiamati nuovamente a far fronte a questa emergenza che non vuole lasciarci, un'emergenza unica nella storia recente dell'umanità, un'emergenza che costringe...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. il periodo non è certo dei migliori, siamo chiamati nuovamente a far fronte a questa emergenza che non vuole lasciarci, un'emergenza unica nella storia recente dell'umanità, un'emergenza che costringe L'essere umano a ripensare alcuni suoi comportamenti.<br />E tra tutti sicuramente c’è L'arte di saper aspettare, L'arte di saper attendere che qualcosa accada. usiamo spesso questi due verbi come sinonimi, aspettare e attendere, quando invece analizzando un po' più nel profondo la loro etimologia, scopriamo che sono due modalità completamente diverse di far fronte alla realtà, di affrontare le cose di tutti i giorni con uno spirito ben diverso. <br />Aspettare Richiama il latino aspicere, dove è evidente l'azione del guardare verso, dell'osservare, sembra quasi che il soggetto che guarda sia chiamato a rimanere immobile controllando e aspettando per l'appunto che l'oggetto osservato arrivi nel suo campo visivo. Essenziale è l'immobilità dell'osservatore che utilizza tutte le sue energie per osservare qualcosa o qualcuno che sta arrivando. Completamente diversa invece è la prospettiva di chi attende: l'attesa richiama sempre il latino attendere, dove è forte la componente del movimento, della tensione, di qualcosa che si muove verso. Un insieme di dinamiche che in qualche modo smuovono L'Osservatore: anche se in apparenza rimane comunque fermo, immobile, in realtà al suo interno è stata innescata un’azione e reazione di pensieri, aspettative, sogni, desideri, paure, tensioni, emozioni. Potremmo definire L'attesa come quel turbinio di movimenti interiori che smuovono l'essere alla ricerca di una meta, di un orizzonte, di una luce che possa in qualche modo illuminare e mostrare ciò che sta attendendo. Potrebbe sembrare un Verbo statico, quella predisposizione ad accogliere qualcosa che da fuori va verso L'Osservatore, in realtà è un viaggio, un cammino dell'osservatore che attraverso un percorso intricato arriva a raggiungere la sua meta, dall’interno verso l’esterno, Arriva a scoprire ciò che stava attendendo. <br />E questi sono effettivamente i due atteggiamenti principali tra cui l'uomo può scegliere durante questo periodo di emergenza: scegliere se aspettare passivamente qualcosa che dall'esterno possa entrare nel campo visivo della propria vita, oppure avviare un movimento dall'interno, un movimento fatto di tensioni, che porta come conclusione la scoperta.<br />In un periodo di emergenza sta a noi decidere se aspettare o attendere... come D'altra parte sta a noi capire se l'attuale momento sia veramente un'emergenza oppure no. Forse vale proprio la pena approfondire il significato di emergenza, perché da troppi mesi, ma storicamente da tempo immemore, nella lingua italiana è stata utilizzata la parola emergenza con una connotazione decisamente negativa. <br />Eppure, il latino ci restituisce una visione di questa parola leggermente diversa: e-mergere, richiama sì l'azione del mergere, del immergere, dell’affondare, dell’annegare, dell’andare a fondo, dell’essere tirati verso gli abissi. Se fosse così, effettivamente la connotazione negativa ci sta tutta, emergenza come una caduta verso il basso, una caduta che non lascia nessuna speranza di sopravvivenza. Ma il verbo in questione è anticipato dal prefisso“e” che inverte il movimento, dall'alto verso il basso si trasforma in uno spostamento dal basso verso l'alto, dagli Inferi verso il cielo, è una emersione, un tentativo di liberarsi dal peso che ci tira verso in basso per riuscire a raggiungere la superficie, una liberazione se così vogliamo chiamarla. Potremmo definirla come l'azione di salvataggio, il momento in cui sentiamo la paura dell'affogamento, quella tensione che ci spinge a liberarci dalla zavorra che ci trattiene, a risalire la superficie e a respirare a pieni polmoni una volta raggiunta l'aria, dovrebbe essere proprio quella forza che spinge l'uomo a salvarsi, a ritrovare quell'ambiente in cui sta bene. <br...]]></itunes:summary><itunes:duration>501</itunes:duration><itunes:keywords>aspettare,attendere,emergenza</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ac57c5d49c74af2e2943ae943ee2d398.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. il periodo non è certo dei migliori, siamo chiamati nuovamente a far fronte a questa emergenza che non vuole lasciarci, un'emergenza unica nella storia recente dell'umanità, un'emergenza che costringe L'essere umano a ripensare alcuni suoi comportamenti.
E tra tutti sicuramente c’è L'arte di saper aspettare, L'arte di saper attendere che qualcosa accada. usiamo spesso questi due verbi come sinonimi, aspettare e attendere, quando invece analizzando un po' più nel profondo la loro etimologia, scopriamo che sono due modalità completamente diverse di far fronte alla realtà, di affrontare le cose di tutti i giorni con uno spirito ben diverso. 
Aspettare Richiama il latino aspicere, dove è evidente l'azione del guardare verso, dell'osservare, sembra quasi che il soggetto che guarda sia chiamato a rimanere immobile controllando e aspettando per l'appunto che l'oggetto osservato arrivi nel suo campo visivo. Essenziale è l'immobilità dell'osservatore che utilizza tutte le sue energie per osservare qualcosa o qualcuno che sta arrivando. Completamente diversa invece è la prospettiva di chi attende: l'attesa richiama sempre il latino attendere, dove è forte la componente del movimento, della tensione, di qualcosa che si muove verso. Un insieme di dinamiche che in qualche modo smuovono L'Osservatore: anche se in apparenza rimane comunque fermo, immobile, in realtà al suo interno è stata innescata un’azione e reazione di pensieri, aspettative, sogni, desideri, paure, tensioni, emozioni. Potremmo definire L'attesa come quel turbinio di movimenti interiori che smuovono l'essere alla ricerca di una meta, di un orizzonte, di una luce che possa in qualche modo illuminare e mostrare ciò che sta attendendo. Potrebbe sembrare un Verbo statico, quella predisposizione ad accogliere qualcosa che da fuori va verso L'Osservatore, in realtà è un viaggio, un cammino dell'osservatore che attraverso un percorso intricato arriva a raggiungere la sua meta, dall’interno verso l’esterno, Arriva a scoprire ciò che stava attendendo. 
E questi sono effettivamente i due atteggiamenti principali tra cui l'uomo può scegliere durante questo periodo di emergenza: scegliere se aspettare passivamente qualcosa che dall'esterno possa entrare nel campo visivo della propria vita, oppure avviare un movimento dall'interno, un movimento fatto di tensioni, che porta come conclusione la scoperta.
In un periodo di emergenza sta a noi decidere se aspettare o attendere... come D'altra parte sta a noi capire se l'attuale momento sia veramente un'emergenza oppure no. Forse vale proprio la pena approfondire il significato di emergenza, perché da troppi mesi, ma storicamente da tempo immemore, nella lingua italiana è stata utilizzata la parola emergenza con una connotazione decisamente negativa. 
Eppure, il latino ci restituisce una visione di questa parola leggermente diversa: e-mergere, richiama sì l'azione del mergere, del immergere, dell’affondare, dell’annegare, dell’andare a fondo, dell’essere tirati verso gli abissi. Se fosse così, effettivamente la connotazione negativa ci sta tutta, emergenza come una caduta verso il basso, una caduta che non lascia nessuna speranza di sopravvivenza. Ma il verbo in questione è anticipato dal prefisso“e” che inverte il movimento, dall'alto verso il basso si trasforma in uno spostamento dal basso verso l'alto, dagli Inferi verso il cielo, è una emersione, un tentativo di liberarsi dal peso che ci tira verso in basso per riuscire a raggiungere la superficie, una liberazione se così vogliamo chiamarla. Potremmo definirla come l'azione di salvataggio, il momento in cui sentiamo la paura dell'affogamento, quella tensione che ci spinge a liberarci dalla zavorra che ci trattiene, a risalire la superficie e a respirare a pieni polmoni una volta raggiunta l'aria, dovrebbe essere proprio quella forza che spinge l'uomo a salvarsi, a ritrovare quell'ambiente in cui sta bene. 
E con questi nuovi...</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ac57c5d49c74af2e2943ae943ee2d398.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in Viaggio - puntata #26</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/piv-26</link><description><![CDATA[Buonasera a tutti e ben ritrovati sulle frequenze di Parole in Viaggio.<br />Sono circa otto mesi che i media mantengono costante la notizia principale: tutto ruota attorno al Covid e alle sue conseguenze. Ritengo fondamentale mantenere alta l’attenzione su un argomento così delicato, sebbene temo si vada incontro a un problema molto grave, a un effetto collaterale più che un problema: l’essere umano per natura tende ad abituarsi. In alcune circostanze è decisamente un fattore positivo, pensiamo alla capacità di adattamento dimostrata negli ultimi millenni dalla nostra specie. Non c’è ombra di dubbio che sia una risorsa straordinaria. Purtroppo presenta anche qualche imperfezione e pertanto è fondamentale attivare un’altra grande risorsa che è l’atteggiamento di solidarietà, di mutuo aiuto o di semplice conservazione della specie. Tocca all’essere umano supportare il suo simile se uno dei due cade vittima dell’abitudine.<br />Abitudine è una parola speciale, racchiude l’habitus latino ed entrambe le parole richiamano il verbo habere. I latini descrivono l’habitus come tutto ciò che siamo soliti avere con noi, tutto ciò che siamo soliti portarci dietro con noi, di conseguenza pensando al contesto romano  il primo riferimento è proprio l’abito, il vestito, ciò che sempre abbiamo e che in un certo modo ci presenta agli altri, l’elemento che ci introduce agli altri nella connessione con gli altri. L’abito era, e molto spesso è ancora, il biglietto da visita, uno strumento che tutti hanno a disposizione per farsi un’opinione dell’altro prima ancora di aver sentito la sua voce.<br />E il passaggio  da abito ad abitare è praticamente automatico: il riferimento è sempre il verbo habere con un’accezione particolare. Abitare diventa l’azione che dura nel tempo, nel senso di continuare ad avere. Ed ecco spiegato perchè la casa diventa il luogo dove abitiamo, diventa il luogo dove ripetiamo la nostra azione di avere, ripetiamo azioni e gesti, giorno dopo giorno, tanto da dimenticare, o meglio dire dare per scontato che quello è il luogo dove noi ripetiamo e ripetiamo il nostro habitus. L’abitare diventa abitudine, diventa normalità, diventa semplice ripetizione senza costante consapevolezza del valore delle nostre scelte e dei nostri gesti. La forza delle abitudini sta proprio qui, ridurre al minimo lo sforzo, la fatica da parte del cervello, del corpo e anche delle emozioni, ridurre al minimo l’attenzione perchè la ripetizione ci rassicura, ci crea delle mura attorno ai nostri averi, attorno al nostro habitus, delle mura che diventano una casa, ovvero il luogo dove possiamo abitare. E se è vero che nella nostra dimora l’abitudine ci aiuta a vivere con meno paure, altrettanto non vale se l’abitazione si estende a ciò che è fuori dalle nostre mura di casa, se si estende ai vicini, alla città, al mondo. <br />Ed è per questo che l’abitudine può diventare un alleato del covid e un nemico per le nostre difese: sentendo e risentendo le notizie, noi pensiamo di abitare sereni, in realtà proprio per un meccanismo naturale ci stiamo abituando e alcuni di noi possono non  vedere il rischio costante dell’abitudine, della ripetizione di gesti senza consapevolezza.<br />Ma nel caso del covid, una possibile soluzione sta proprio nella parola habitus, l’abito, perchè se riusciamo a inserire nel nostro abito quotidiano l’uso corretto della mascherina, una buona parte dei problemi è risolta alla radice. <br />E mascherina, una maschera piccola, racchiude un dettaglio molto particolare: l’etimologia di maschera è molto ambigua, trova radici e definizioni molto varie e diverse, quasi ad indicare che questo oggetto nasce molto prima di ogni lingua recente, si potrebbe quasi azzardare che ha da sempre accompagnato la presenza dell’uomo su questo pianeta. Non è un aspetto secondario, sapere che in un certo senso la maschera fa parte dell’habitus dell’uomo, ci ricorda che tra le potenzialità dell’essere umano c’è anche quella di essere diverso, di mostrarsi in un modo diverso, di trasformarsi all’occorrenza. E il covid ci ricorda questo nostro talento, sapersi adattare, sapersi trasformare, abitare in modo diverso, indossare un habitus nuovo, saperci mascherare quando serve.<br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br />in ordine di esecuzione abbiamo ascoltato<br />nubi di ieri sul nostro domani odierno di Elio e le storie tese<br />esseri umani di Marco Mengoni<br />tutte le riproduzioni musicali coperte da diritto d’autore sono state eseguite per fini didattici e senza scopo di lucro, secondo la legge 633 del 1941]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/41289159</guid><pubDate>Sun, 04 Oct 2020 09:50:19 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/41289159/piv_26.mp3" length="7349811" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Buonasera a tutti e ben ritrovati sulle frequenze di Parole in Viaggio.
Sono circa otto mesi che i media mantengono costante la notizia principale: tutto ruota attorno al Covid e alle sue conseguenze. Ritengo fondamentale mantenere alta l’attenzione...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Buonasera a tutti e ben ritrovati sulle frequenze di Parole in Viaggio.<br />Sono circa otto mesi che i media mantengono costante la notizia principale: tutto ruota attorno al Covid e alle sue conseguenze. Ritengo fondamentale mantenere alta l’attenzione su un argomento così delicato, sebbene temo si vada incontro a un problema molto grave, a un effetto collaterale più che un problema: l’essere umano per natura tende ad abituarsi. In alcune circostanze è decisamente un fattore positivo, pensiamo alla capacità di adattamento dimostrata negli ultimi millenni dalla nostra specie. Non c’è ombra di dubbio che sia una risorsa straordinaria. Purtroppo presenta anche qualche imperfezione e pertanto è fondamentale attivare un’altra grande risorsa che è l’atteggiamento di solidarietà, di mutuo aiuto o di semplice conservazione della specie. Tocca all’essere umano supportare il suo simile se uno dei due cade vittima dell’abitudine.<br />Abitudine è una parola speciale, racchiude l’habitus latino ed entrambe le parole richiamano il verbo habere. I latini descrivono l’habitus come tutto ciò che siamo soliti avere con noi, tutto ciò che siamo soliti portarci dietro con noi, di conseguenza pensando al contesto romano  il primo riferimento è proprio l’abito, il vestito, ciò che sempre abbiamo e che in un certo modo ci presenta agli altri, l’elemento che ci introduce agli altri nella connessione con gli altri. L’abito era, e molto spesso è ancora, il biglietto da visita, uno strumento che tutti hanno a disposizione per farsi un’opinione dell’altro prima ancora di aver sentito la sua voce.<br />E il passaggio  da abito ad abitare è praticamente automatico: il riferimento è sempre il verbo habere con un’accezione particolare. Abitare diventa l’azione che dura nel tempo, nel senso di continuare ad avere. Ed ecco spiegato perchè la casa diventa il luogo dove abitiamo, diventa il luogo dove ripetiamo la nostra azione di avere, ripetiamo azioni e gesti, giorno dopo giorno, tanto da dimenticare, o meglio dire dare per scontato che quello è il luogo dove noi ripetiamo e ripetiamo il nostro habitus. L’abitare diventa abitudine, diventa normalità, diventa semplice ripetizione senza costante consapevolezza del valore delle nostre scelte e dei nostri gesti. La forza delle abitudini sta proprio qui, ridurre al minimo lo sforzo, la fatica da parte del cervello, del corpo e anche delle emozioni, ridurre al minimo l’attenzione perchè la ripetizione ci rassicura, ci crea delle mura attorno ai nostri averi, attorno al nostro habitus, delle mura che diventano una casa, ovvero il luogo dove possiamo abitare. E se è vero che nella nostra dimora l’abitudine ci aiuta a vivere con meno paure, altrettanto non vale se l’abitazione si estende a ciò che è fuori dalle nostre mura di casa, se si estende ai vicini, alla città, al mondo. <br />Ed è per questo che l’abitudine può diventare un alleato del covid e un nemico per le nostre difese: sentendo e risentendo le notizie, noi pensiamo di abitare sereni, in realtà proprio per un meccanismo naturale ci stiamo abituando e alcuni di noi possono non  vedere il rischio costante dell’abitudine, della ripetizione di gesti senza consapevolezza.<br />Ma nel caso del covid, una possibile soluzione sta proprio nella parola habitus, l’abito, perchè se riusciamo a inserire nel nostro abito quotidiano l’uso corretto della mascherina, una buona parte dei problemi è risolta alla radice. <br />E mascherina, una maschera piccola, racchiude un dettaglio molto particolare: l’etimologia di maschera è molto ambigua, trova radici e definizioni molto varie e diverse, quasi ad indicare che questo oggetto nasce molto prima di ogni lingua recente, si potrebbe quasi azzardare che ha da sempre accompagnato la presenza dell’uomo su questo pianeta. Non è un aspetto secondario, sapere che in un certo senso la maschera fa parte dell’habitus dell’uomo, ci ricorda che tra le potenzialità dell’essere umano c’è anche quella di essere diverso, di...]]></itunes:summary><itunes:duration>460</itunes:duration><itunes:keywords>abitare,abito,abitudine,maschera</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/842ee77586cb276f56c23abb8d4e9090.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Buonasera a tutti e ben ritrovati sulle frequenze di Parole in Viaggio.
Sono circa otto mesi che i media mantengono costante la notizia principale: tutto ruota attorno al Covid e alle sue conseguenze. Ritengo fondamentale mantenere alta l’attenzione su un argomento così delicato, sebbene temo si vada incontro a un problema molto grave, a un effetto collaterale più che un problema: l’essere umano per natura tende ad abituarsi. In alcune circostanze è decisamente un fattore positivo, pensiamo alla capacità di adattamento dimostrata negli ultimi millenni dalla nostra specie. Non c’è ombra di dubbio che sia una risorsa straordinaria. Purtroppo presenta anche qualche imperfezione e pertanto è fondamentale attivare un’altra grande risorsa che è l’atteggiamento di solidarietà, di mutuo aiuto o di semplice conservazione della specie. Tocca all’essere umano supportare il suo simile se uno dei due cade vittima dell’abitudine.
Abitudine è una parola speciale, racchiude l’habitus latino ed entrambe le parole richiamano il verbo habere. I latini descrivono l’habitus come tutto ciò che siamo soliti avere con noi, tutto ciò che siamo soliti portarci dietro con noi, di conseguenza pensando al contesto romano  il primo riferimento è proprio l’abito, il vestito, ciò che sempre abbiamo e che in un certo modo ci presenta agli altri, l’elemento che ci introduce agli altri nella connessione con gli altri. L’abito era, e molto spesso è ancora, il biglietto da visita, uno strumento che tutti hanno a disposizione per farsi un’opinione dell’altro prima ancora di aver sentito la sua voce.
E il passaggio  da abito ad abitare è praticamente automatico: il riferimento è sempre il verbo habere con un’accezione particolare. Abitare diventa l’azione che dura nel tempo, nel senso di continuare ad avere. Ed ecco spiegato perchè la casa diventa il luogo dove abitiamo, diventa il luogo dove ripetiamo la nostra azione di avere, ripetiamo azioni e gesti, giorno dopo giorno, tanto da dimenticare, o meglio dire dare per scontato che quello è il luogo dove noi ripetiamo e ripetiamo il nostro habitus. L’abitare diventa abitudine, diventa normalità, diventa semplice ripetizione senza costante consapevolezza del valore delle nostre scelte e dei nostri gesti. La forza delle abitudini sta proprio qui, ridurre al minimo lo sforzo, la fatica da parte del cervello, del corpo e anche delle emozioni, ridurre al minimo l’attenzione perchè la ripetizione ci rassicura, ci crea delle mura attorno ai nostri averi, attorno al nostro habitus, delle mura che diventano una casa, ovvero il luogo dove possiamo abitare. E se è vero che nella nostra dimora l’abitudine ci aiuta a vivere con meno paure, altrettanto non vale se l’abitazione si estende a ciò che è fuori dalle nostre mura di casa, se si estende ai vicini, alla città, al mondo. 
Ed è per questo che l’abitudine può diventare un alleato del covid e un nemico per le nostre difese: sentendo e risentendo le notizie, noi pensiamo di abitare sereni, in realtà proprio per un meccanismo naturale ci stiamo abituando e alcuni di noi possono non  vedere il rischio costante dell’abitudine, della ripetizione di gesti senza consapevolezza.
Ma nel caso del covid, una possibile soluzione sta proprio nella parola habitus, l’abito, perchè se riusciamo a inserire nel nostro abito quotidiano l’uso corretto della mascherina, una buona parte dei problemi è risolta alla radice. 
E mascherina, una maschera piccola, racchiude un dettaglio molto particolare: l’etimologia di maschera è molto ambigua, trova radici e definizioni molto varie e diverse, quasi ad indicare che questo oggetto nasce molto prima di ogni lingua recente, si potrebbe quasi azzardare che ha da sempre accompagnato la presenza dell’uomo su questo pianeta. Non è un aspetto secondario, sapere che in un certo senso la maschera fa parte dell’habitus dell’uomo, ci ricorda che tra le potenzialità dell’essere umano c’è anche quella di essere diverso, di mostrarsi in un modo diverso, di...</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/842ee77586cb276f56c23abb8d4e9090.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in Viaggio - puntata #25</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/piv-25</link><description><![CDATA[Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio! abbiamo vissuto dei mesi molto particolari, unici, o forse potremmo definirli provocatori. Provocatori nel senso che ci hanno offerto una possibilità magica: fermarsi, interrogarci sul mondo e su noi, prendere una decisione e ripartire. Sembra un passaggio scontato, ma il più delle volte ci manca il tempo o la volontà per farlo: di fronte a uno stimolo arriviamo presto a una decisione, saltando la fase della pausa, del tempo necessario per osservare e osservarci. Ci lasciamo prendere dalle tante e veloci cose che ogni giorno dobbiamo fare e di conseguenza è diventato normale non fermarsi. Invece, questi mesi ci hanno aiutato a riscoprire un altro sistema che da sempre appartiene all’uomo: prendersi il giusto tempo prima di scegliere e ripartire.<br />Uno degli aspetti che più ci hanno colpiti nel profondo è stata la distanza, il dover prima rimanere completamente separati, chiusi in casa, e successivamente mantenere le distanze di sicurezza. Distanza, dal latino distare, indica l’essere disgiunto da altre persone o luoghi. Un distaccamento fisico, una lontananza. E’ curioso che il suo opposto, la vicinanza, ha un significato molto particolare. Vicino richiama il latino vicus, ovvero il quartiere, il rione, il borgo. Forse è quello che la lingua vuole comunicarci in questo momento storico: sentirsi vicino a qualcuno significa appartenere allo stesso quartiere, sensazione in parte vissuta durante il lockdown, quando molti italiani hanno scoperto e conosciuto il nome del vicino, hanno dato un volto alle case, alle porte, alle finestre. Alla fine vicus, il rione, è proprio l’insieme delle case, delle dimore ma anche delle infinite sensazioni di sentirsi a casa. Un mondo globale e interconnesso non ha più bisogno delle mura per identificare il luogo, ma preferisce le relazioni.<br />Relazione, la relatio latina, non ha un unico significato, anzi. Sicuramente richiama il riportare, l’azione del portare di nuovo qualcosa, ma è anche la proposta da portare in senato, come è anche il racconto, il saper narrare. Arriva solo alla fine l’attinenza, il legame con qualcosa. In una parola si nasconde un mondo di significati ed effettivamente, anche al giorno d’oggi, avere una relazione o riuscire a mantenere una relazione, che sia affettiva, di amicizia, di lavoro o qualsiasi altra forma, prevede sicuramente un legame, ma anche il racconto, inteso come non nascondere le proprie sensazioni, le proprie emozioni, ma volerle condividere con l’altro. E soprattutto la relazione è riportare qualcosa, non basta consegnare un’unica volta, ma significa impegnarsi a ritornare, prendere e portare continuamente le nostre cose all’altro.<br />Ora che sta per ripartire una nuova fase, il lavoro che riprende, le scuole che riaprono, le attività che ripartono, come la affronteremo? Saremo in grado prenderci il giusto spazio e tempo per affrontare la realtà? Oppure torneremo a dividerci noi per primi, senza bisogno di nessun decreto, di nessun lockdown, ma spontaneamente sceglieremo di separarci dalla relazione con l’altro.?<br />Perchè c’è grande differenza tra separazione e divisione, c’è un grado di consapevolezza alle spalle che determina alcune scelte importanti. Separare significa prendere ciò che è pari, ciò che è uguale e posizionarlo in modo segregato, spaiato. Divisione invece prevede un’azione di vidus, di visione, di conoscenza, di ragionamento, di giudizio per poi rompere l’unione, perchè si è consapevoli del beneficio che tale divisione porterà. Sono modi diversi di intendere, sono modi diversi di vedere cosa ci succede attorno. Perchè se per il bene collettivo si divide le persone, significa che c’è stato un ragionamento e una consapevolezza tale che hanno portato a questa scelta. E chi subisce l’effetto può leggere la situazione come una separazione, come un rompere ciò che era normale e pertanto viverlo come un sopruso. Ma la stessa persona può vedere le cose come una divisione, come un allontanamento delle persone ma non delle relazioni. Perchè la relazione, per definizione tende a ritornare, a riportare continuamente le cose all’origine; perchè la relazione è un racconto e come tale qualsiasi esperienza si vive, ingloba tutto in questa narrazione di vissuti; perchè la relazione è legame che va oltre il confine del muro o del distanziamento.<br />E’ sempre questione di punti di vista, ognuno è libero di vivere le esperienze con i suoi occhi.<br />buona ripresa a tutti!<br /><br /><br />in ordine di esecuzione abbiamo ascoltato<br />Good Times di Ghali<br />Marooned dei Pink Floyd<br />Balla per me di Tiziano Ferro e Jovanotti<br />tutte le riproduzioni musicali coperte da diritto d’autore sono state eseguite per fini didattici e senza scopo di lucro, secondo la legge 633 del 1941]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/40726551</guid><pubDate>Sun, 06 Sep 2020 09:21:02 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/40726551/piv_25.mp3" length="7859303" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio! abbiamo vissuto dei mesi molto particolari, unici, o forse potremmo definirli provocatori. Provocatori nel senso che ci hanno offerto una possibilità magica: fermarsi, interrogarci...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio! abbiamo vissuto dei mesi molto particolari, unici, o forse potremmo definirli provocatori. Provocatori nel senso che ci hanno offerto una possibilità magica: fermarsi, interrogarci sul mondo e su noi, prendere una decisione e ripartire. Sembra un passaggio scontato, ma il più delle volte ci manca il tempo o la volontà per farlo: di fronte a uno stimolo arriviamo presto a una decisione, saltando la fase della pausa, del tempo necessario per osservare e osservarci. Ci lasciamo prendere dalle tante e veloci cose che ogni giorno dobbiamo fare e di conseguenza è diventato normale non fermarsi. Invece, questi mesi ci hanno aiutato a riscoprire un altro sistema che da sempre appartiene all’uomo: prendersi il giusto tempo prima di scegliere e ripartire.<br />Uno degli aspetti che più ci hanno colpiti nel profondo è stata la distanza, il dover prima rimanere completamente separati, chiusi in casa, e successivamente mantenere le distanze di sicurezza. Distanza, dal latino distare, indica l’essere disgiunto da altre persone o luoghi. Un distaccamento fisico, una lontananza. E’ curioso che il suo opposto, la vicinanza, ha un significato molto particolare. Vicino richiama il latino vicus, ovvero il quartiere, il rione, il borgo. Forse è quello che la lingua vuole comunicarci in questo momento storico: sentirsi vicino a qualcuno significa appartenere allo stesso quartiere, sensazione in parte vissuta durante il lockdown, quando molti italiani hanno scoperto e conosciuto il nome del vicino, hanno dato un volto alle case, alle porte, alle finestre. Alla fine vicus, il rione, è proprio l’insieme delle case, delle dimore ma anche delle infinite sensazioni di sentirsi a casa. Un mondo globale e interconnesso non ha più bisogno delle mura per identificare il luogo, ma preferisce le relazioni.<br />Relazione, la relatio latina, non ha un unico significato, anzi. Sicuramente richiama il riportare, l’azione del portare di nuovo qualcosa, ma è anche la proposta da portare in senato, come è anche il racconto, il saper narrare. Arriva solo alla fine l’attinenza, il legame con qualcosa. In una parola si nasconde un mondo di significati ed effettivamente, anche al giorno d’oggi, avere una relazione o riuscire a mantenere una relazione, che sia affettiva, di amicizia, di lavoro o qualsiasi altra forma, prevede sicuramente un legame, ma anche il racconto, inteso come non nascondere le proprie sensazioni, le proprie emozioni, ma volerle condividere con l’altro. E soprattutto la relazione è riportare qualcosa, non basta consegnare un’unica volta, ma significa impegnarsi a ritornare, prendere e portare continuamente le nostre cose all’altro.<br />Ora che sta per ripartire una nuova fase, il lavoro che riprende, le scuole che riaprono, le attività che ripartono, come la affronteremo? Saremo in grado prenderci il giusto spazio e tempo per affrontare la realtà? Oppure torneremo a dividerci noi per primi, senza bisogno di nessun decreto, di nessun lockdown, ma spontaneamente sceglieremo di separarci dalla relazione con l’altro.?<br />Perchè c’è grande differenza tra separazione e divisione, c’è un grado di consapevolezza alle spalle che determina alcune scelte importanti. Separare significa prendere ciò che è pari, ciò che è uguale e posizionarlo in modo segregato, spaiato. Divisione invece prevede un’azione di vidus, di visione, di conoscenza, di ragionamento, di giudizio per poi rompere l’unione, perchè si è consapevoli del beneficio che tale divisione porterà. Sono modi diversi di intendere, sono modi diversi di vedere cosa ci succede attorno. Perchè se per il bene collettivo si divide le persone, significa che c’è stato un ragionamento e una consapevolezza tale che hanno portato a questa scelta. E chi subisce l’effetto può leggere la situazione come una separazione, come un rompere ciò che era normale e pertanto viverlo come un sopruso. Ma la stessa persona può vedere le cose come una...]]></itunes:summary><itunes:duration>492</itunes:duration><itunes:keywords>distanza,divisione,relazione,separazione,vicinanza</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3ba1e5985a0f881f24fc9c40bdf5d343.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio! abbiamo vissuto dei mesi molto particolari, unici, o forse potremmo definirli provocatori. Provocatori nel senso che ci hanno offerto una possibilità magica: fermarsi, interrogarci sul mondo e su noi, prendere una decisione e ripartire. Sembra un passaggio scontato, ma il più delle volte ci manca il tempo o la volontà per farlo: di fronte a uno stimolo arriviamo presto a una decisione, saltando la fase della pausa, del tempo necessario per osservare e osservarci. Ci lasciamo prendere dalle tante e veloci cose che ogni giorno dobbiamo fare e di conseguenza è diventato normale non fermarsi. Invece, questi mesi ci hanno aiutato a riscoprire un altro sistema che da sempre appartiene all’uomo: prendersi il giusto tempo prima di scegliere e ripartire.
Uno degli aspetti che più ci hanno colpiti nel profondo è stata la distanza, il dover prima rimanere completamente separati, chiusi in casa, e successivamente mantenere le distanze di sicurezza. Distanza, dal latino distare, indica l’essere disgiunto da altre persone o luoghi. Un distaccamento fisico, una lontananza. E’ curioso che il suo opposto, la vicinanza, ha un significato molto particolare. Vicino richiama il latino vicus, ovvero il quartiere, il rione, il borgo. Forse è quello che la lingua vuole comunicarci in questo momento storico: sentirsi vicino a qualcuno significa appartenere allo stesso quartiere, sensazione in parte vissuta durante il lockdown, quando molti italiani hanno scoperto e conosciuto il nome del vicino, hanno dato un volto alle case, alle porte, alle finestre. Alla fine vicus, il rione, è proprio l’insieme delle case, delle dimore ma anche delle infinite sensazioni di sentirsi a casa. Un mondo globale e interconnesso non ha più bisogno delle mura per identificare il luogo, ma preferisce le relazioni.
Relazione, la relatio latina, non ha un unico significato, anzi. Sicuramente richiama il riportare, l’azione del portare di nuovo qualcosa, ma è anche la proposta da portare in senato, come è anche il racconto, il saper narrare. Arriva solo alla fine l’attinenza, il legame con qualcosa. In una parola si nasconde un mondo di significati ed effettivamente, anche al giorno d’oggi, avere una relazione o riuscire a mantenere una relazione, che sia affettiva, di amicizia, di lavoro o qualsiasi altra forma, prevede sicuramente un legame, ma anche il racconto, inteso come non nascondere le proprie sensazioni, le proprie emozioni, ma volerle condividere con l’altro. E soprattutto la relazione è riportare qualcosa, non basta consegnare un’unica volta, ma significa impegnarsi a ritornare, prendere e portare continuamente le nostre cose all’altro.
Ora che sta per ripartire una nuova fase, il lavoro che riprende, le scuole che riaprono, le attività che ripartono, come la affronteremo? Saremo in grado prenderci il giusto spazio e tempo per affrontare la realtà? Oppure torneremo a dividerci noi per primi, senza bisogno di nessun decreto, di nessun lockdown, ma spontaneamente sceglieremo di separarci dalla relazione con l’altro.?
Perchè c’è grande differenza tra separazione e divisione, c’è un grado di consapevolezza alle spalle che determina alcune scelte importanti. Separare significa prendere ciò che è pari, ciò che è uguale e posizionarlo in modo segregato, spaiato. Divisione invece prevede un’azione di vidus, di visione, di conoscenza, di ragionamento, di giudizio per poi rompere l’unione, perchè si è consapevoli del beneficio che tale divisione porterà. Sono modi diversi di intendere, sono modi diversi di vedere cosa ci succede attorno. Perchè se per il bene collettivo si divide le persone, significa che c’è stato un ragionamento e una consapevolezza tale che hanno portato a questa scelta. E chi subisce l’effetto può leggere la situazione come una separazione, come un rompere ciò che era normale e pertanto viverlo come un sopruso. Ma la stessa persona può vedere le cose come una divisione, come un...</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3ba1e5985a0f881f24fc9c40bdf5d343.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in viaggio - puntata #24</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/piv-24</link><description><![CDATA[Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio.<br />è iniziato un vero e proprio viaggio, non ci sono tante altre parole per descrivere la situazione in cui il nostro Paese insieme a tutti gli altri stati del mondo si trova. Un viaggio particolare, un viaggio che non ha meta ben definita se non la salvaguardia della salute. E per far questo, è giunto il momento di rivedere le priorità, di fermare il modello socio-economico che da decenni marciava ininterrotto: ci hanno provato in tanti, studiosi, luminari, pensatori, ma le loro parole non sono state sufficientemente convincenti a trovare una strada alternativa per rimodulare i modelli di sviluppo globale.<br />In realtà questi giorni non possono essere usati per sterili polemiche contro amministratori e politici. Questo è il nostro tempo dell’attesa, dell’osservare, del guardare il mondo con quell’atteggiamento del servo umile, attento al suo padrone: ob servare. E il nostro padrone, o più che padrone il nostro punto di riferimento oggi come oggi devono essere tutte quelle persone che non possono rimanere chiuse in casa per mantenere elevato il livello della nostra  sicurezza, per garantirci un elevato standard di benessere.<br />Perchè forse non riusciamo a cogliere bene lo stato delle cose: abbiamo una casa, abbiamo uno spazio in cui muoverci liberamente, abbiamo una tecnologia tale da tenerci collegati con tutte le altre case, abbiamo un tempo che troppo a lungo non abbiamo potuto assaporare; e infine, se manteniamo tutte le precauzioni, siamo anche in buona salute. Questa è la realtà, uno spazio, un tempo, la salute. Certo, è strano aprire la finestra, vedere la natura che ci chiama con i suoi panorami, i suoi tramonti, le sue montagne, i suoi cieli incantati. Ma in questo momento dobbiamo guardare al nostro spazio e imparare a dire grazie.<br />Grazie è una parola meravigliosa. Ci ricorda innanzitutto le tre grazie, le tre figlie di Giove che diventano il simbolo della bellezza, della gioia e della fioritura. E sono tre concetti che sempre quando pronunciamo questa parola magica  inondano di profondità ciò che ci circonda. E devono essere le nostre guide quando pensiamo a tutti quelli che in questi giorni stanno lavorando per noi: rappresentano la bellezza del nostro Paese, una bellezza che rimane altissima anche quando sembra sprofondare negli abissi. Sono portatori di gioia, perchè stanno dimostrando a tutto il mondo quanto amano il loro lavoro, quanto valga quel senso di sentirsi parte a un sistema dove ognuno ha un ruolo fondamentale e prezioso. Infine sono come i fiori, sanno che il loro compito è ora di mantenere sana la pianta, curarla dalle infestazioni, dalle malattie, tenere vivo il cuore perchè arriverà il giorno in cui il fiore tornerà a mostrare la sua parte migliore, quel colore, quella luce, quel profumo che tutti noi conosciamo.<br />Quando pronunciamo un grazie, ricordiamoci tutto questo, ricordiamoci anche che di solito diciamo grazie quando riceviamo un dono. Sembra strano, ma osserviamo bene il nostro stare a casa, il poter stare a casa in uno spazio nostro, con un tempo nostro, con i nostri cari vicini o facilmente raggiungibili con le nuove tecnologie, questo lo possiamo definire un dono straordinario. E come tale, va portato rispetto per chi ce lo dona, quotidianamente. <br />E allora, a voi che state lavorando, che state rischiando le vostre vite, che state usando il vostro tempo per noi, vi diciamo  Grazie, per la bellezza, per la gioia, per i fiori che ogni giorno ci portate nelle nostre case.<br /><br />e la bellezza della parola grazie, non si ferma solo alla lingua italiana. Se prendiamo il corrispondente verbo inglese to Thank scopriamo un altro interessante aspetto: alla base di tutto ritorna il verbo latino tongere, che significa conoscere, sapere. Inizialmente pertanto il grazie corrispondeva all’azione di consapevolezza, coincideva con il pensiero razionale di gratitudine, rendo grazie perchè riconosco il tuo gesto. E’ un po’ quello che ci sentiamo di dire oggi a tutti i lavoratori che affrontano l’emergenza virus, a tutti i volontari: riconosciamo le vostre azioni, siamo consapevoli di quello che fate e per questo vi diciamo thank you! Ogni lingua va bene per manifestare la nostra gratitudine agli eroi che silenziosamente lavorano, dimostrano la loro forza, eroi dal sanscrito vira, da cui la forza vis latina, uomini vigorosi che non si tirano indietro di fronte alle necessità.<br />grazie, a voi possiamo solo dire grazie!]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/24184477</guid><pubDate>Sun, 22 Mar 2020 21:44:59 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/24184477/piv_24.mp3" length="7217318" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio.
è iniziato un vero e proprio viaggio, non ci sono tante altre parole per descrivere la situazione in cui il nostro Paese insieme a tutti gli altri stati del mondo si trova. Un...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio.<br />è iniziato un vero e proprio viaggio, non ci sono tante altre parole per descrivere la situazione in cui il nostro Paese insieme a tutti gli altri stati del mondo si trova. Un viaggio particolare, un viaggio che non ha meta ben definita se non la salvaguardia della salute. E per far questo, è giunto il momento di rivedere le priorità, di fermare il modello socio-economico che da decenni marciava ininterrotto: ci hanno provato in tanti, studiosi, luminari, pensatori, ma le loro parole non sono state sufficientemente convincenti a trovare una strada alternativa per rimodulare i modelli di sviluppo globale.<br />In realtà questi giorni non possono essere usati per sterili polemiche contro amministratori e politici. Questo è il nostro tempo dell’attesa, dell’osservare, del guardare il mondo con quell’atteggiamento del servo umile, attento al suo padrone: ob servare. E il nostro padrone, o più che padrone il nostro punto di riferimento oggi come oggi devono essere tutte quelle persone che non possono rimanere chiuse in casa per mantenere elevato il livello della nostra  sicurezza, per garantirci un elevato standard di benessere.<br />Perchè forse non riusciamo a cogliere bene lo stato delle cose: abbiamo una casa, abbiamo uno spazio in cui muoverci liberamente, abbiamo una tecnologia tale da tenerci collegati con tutte le altre case, abbiamo un tempo che troppo a lungo non abbiamo potuto assaporare; e infine, se manteniamo tutte le precauzioni, siamo anche in buona salute. Questa è la realtà, uno spazio, un tempo, la salute. Certo, è strano aprire la finestra, vedere la natura che ci chiama con i suoi panorami, i suoi tramonti, le sue montagne, i suoi cieli incantati. Ma in questo momento dobbiamo guardare al nostro spazio e imparare a dire grazie.<br />Grazie è una parola meravigliosa. Ci ricorda innanzitutto le tre grazie, le tre figlie di Giove che diventano il simbolo della bellezza, della gioia e della fioritura. E sono tre concetti che sempre quando pronunciamo questa parola magica  inondano di profondità ciò che ci circonda. E devono essere le nostre guide quando pensiamo a tutti quelli che in questi giorni stanno lavorando per noi: rappresentano la bellezza del nostro Paese, una bellezza che rimane altissima anche quando sembra sprofondare negli abissi. Sono portatori di gioia, perchè stanno dimostrando a tutto il mondo quanto amano il loro lavoro, quanto valga quel senso di sentirsi parte a un sistema dove ognuno ha un ruolo fondamentale e prezioso. Infine sono come i fiori, sanno che il loro compito è ora di mantenere sana la pianta, curarla dalle infestazioni, dalle malattie, tenere vivo il cuore perchè arriverà il giorno in cui il fiore tornerà a mostrare la sua parte migliore, quel colore, quella luce, quel profumo che tutti noi conosciamo.<br />Quando pronunciamo un grazie, ricordiamoci tutto questo, ricordiamoci anche che di solito diciamo grazie quando riceviamo un dono. Sembra strano, ma osserviamo bene il nostro stare a casa, il poter stare a casa in uno spazio nostro, con un tempo nostro, con i nostri cari vicini o facilmente raggiungibili con le nuove tecnologie, questo lo possiamo definire un dono straordinario. E come tale, va portato rispetto per chi ce lo dona, quotidianamente. <br />E allora, a voi che state lavorando, che state rischiando le vostre vite, che state usando il vostro tempo per noi, vi diciamo  Grazie, per la bellezza, per la gioia, per i fiori che ogni giorno ci portate nelle nostre case.<br /><br />e la bellezza della parola grazie, non si ferma solo alla lingua italiana. Se prendiamo il corrispondente verbo inglese to Thank scopriamo un altro interessante aspetto: alla base di tutto ritorna il verbo latino tongere, che significa conoscere, sapere. Inizialmente pertanto il grazie corrispondeva all’azione di consapevolezza, coincideva con il pensiero razionale di gratitudine, rendo grazie perchè riconosco il tuo...]]></itunes:summary><itunes:duration>452</itunes:duration><itunes:keywords>eroe,grazie,thank</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/6065c71dc845e8af082479c6977d5c93.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio.
è iniziato un vero e proprio viaggio, non ci sono tante altre parole per descrivere la situazione in cui il nostro Paese insieme a tutti gli altri stati del mondo si trova. Un viaggio particolare, un viaggio che non ha meta ben definita se non la salvaguardia della salute. E per far questo, è giunto il momento di rivedere le priorità, di fermare il modello socio-economico che da decenni marciava ininterrotto: ci hanno provato in tanti, studiosi, luminari, pensatori, ma le loro parole non sono state sufficientemente convincenti a trovare una strada alternativa per rimodulare i modelli di sviluppo globale.
In realtà questi giorni non possono essere usati per sterili polemiche contro amministratori e politici. Questo è il nostro tempo dell’attesa, dell’osservare, del guardare il mondo con quell’atteggiamento del servo umile, attento al suo padrone: ob servare. E il nostro padrone, o più che padrone il nostro punto di riferimento oggi come oggi devono essere tutte quelle persone che non possono rimanere chiuse in casa per mantenere elevato il livello della nostra  sicurezza, per garantirci un elevato standard di benessere.
Perchè forse non riusciamo a cogliere bene lo stato delle cose: abbiamo una casa, abbiamo uno spazio in cui muoverci liberamente, abbiamo una tecnologia tale da tenerci collegati con tutte le altre case, abbiamo un tempo che troppo a lungo non abbiamo potuto assaporare; e infine, se manteniamo tutte le precauzioni, siamo anche in buona salute. Questa è la realtà, uno spazio, un tempo, la salute. Certo, è strano aprire la finestra, vedere la natura che ci chiama con i suoi panorami, i suoi tramonti, le sue montagne, i suoi cieli incantati. Ma in questo momento dobbiamo guardare al nostro spazio e imparare a dire grazie.
Grazie è una parola meravigliosa. Ci ricorda innanzitutto le tre grazie, le tre figlie di Giove che diventano il simbolo della bellezza, della gioia e della fioritura. E sono tre concetti che sempre quando pronunciamo questa parola magica  inondano di profondità ciò che ci circonda. E devono essere le nostre guide quando pensiamo a tutti quelli che in questi giorni stanno lavorando per noi: rappresentano la bellezza del nostro Paese, una bellezza che rimane altissima anche quando sembra sprofondare negli abissi. Sono portatori di gioia, perchè stanno dimostrando a tutto il mondo quanto amano il loro lavoro, quanto valga quel senso di sentirsi parte a un sistema dove ognuno ha un ruolo fondamentale e prezioso. Infine sono come i fiori, sanno che il loro compito è ora di mantenere sana la pianta, curarla dalle infestazioni, dalle malattie, tenere vivo il cuore perchè arriverà il giorno in cui il fiore tornerà a mostrare la sua parte migliore, quel colore, quella luce, quel profumo che tutti noi conosciamo.
Quando pronunciamo un grazie, ricordiamoci tutto questo, ricordiamoci anche che di solito diciamo grazie quando riceviamo un dono. Sembra strano, ma osserviamo bene il nostro stare a casa, il poter stare a casa in uno spazio nostro, con un tempo nostro, con i nostri cari vicini o facilmente raggiungibili con le nuove tecnologie, questo lo possiamo definire un dono straordinario. E come tale, va portato rispetto per chi ce lo dona, quotidianamente. 
E allora, a voi che state lavorando, che state rischiando le vostre vite, che state usando il vostro tempo per noi, vi diciamo  Grazie, per la bellezza, per la gioia, per i fiori che ogni giorno ci portate nelle nostre case.

e la bellezza della parola grazie, non si ferma solo alla lingua italiana. Se prendiamo il corrispondente verbo inglese to Thank scopriamo un altro interessante aspetto: alla base di tutto ritorna il verbo latino tongere, che significa conoscere, sapere. Inizialmente pertanto il grazie corrispondeva all’azione di consapevolezza, coincideva con il pensiero razionale di gratitudine, rendo grazie perchè riconosco il tuo gesto. E’ un po’ quello che ci sentiamo di...</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/6065c71dc845e8af082479c6977d5c93.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in viaggio - puntata #23</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/piv-23</link><description><![CDATA[Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio<br />Stiamo vivendo giorni molto particolari, giorni in cui il concetto di tempo e di spazio lasciano posto a una nuova concezione di vita. La diffusione di questo virus ha sconvolto non tanto la paura e l’angoscia di esserne vittima, quanto invece ha rivoluzionato le nostre abitudini. C’è una duplice prospettiva, da un lato purtroppo le persone che stanno vivendo il contatto con la malattia, da chi è vittima del virus a chi cerca di rendere la guarigione più veloce e sicura possibile ( e a tutte queste persone va il nostro pensiero, il nostro supporto e il nostro ringraziamento), dall’altro invece la gran parte della popolazione che è costretta a rivedere tutto ciò che prima era scontato e abituale.<br />Una quarantena forzata per chi ha conosciuto il virus, una quarantena forzata anche per chi fortunatamente non l’ha incontrato.<br />Quarantena è una parola che in questi giorni viene spesso usata, l’isolamento, l’abbattimento dei contatti tra persone. Il concetto di quarantena nasce in pieno medioevo, quando a Venezia, la Serenissima Repubblica di Venezia, nel suo periodo di splendore, gestiva contatti mercantili e non con tutte le terre allora note, tutto il mondo conosciuto era in contatto con Venezia. E anche per questo non di rado arrivavano con merci e persone, anche malattie. Una volta Scoperto che il contatto era la causa, obbligarono l’equipaggio delle navi che sbarcavano a passare un periodo di isolamento prima di girare liberamente per calli e campielli, un periodo durante il quale se non comparivano strani sintomi o segni nel corpo, identificava la persona come non portatrice di malanni. Un periodo di quaranta giorni, una quarantina di giorni da cui la nostra parola… <br /><br />e di eventi catastrofici, purtroppo, ne è piena la storia dell’uomo; ancor  di più da quando l’uomo ha iniziato a documentare ciò che succedeva: la parola ha trasformato i fatti in memoria collettiva, sebbene non sempre la memoria collettiva rappresenta quell’archivio che  tutti siamo invitati a consultare. Non sempre gli esempi del passato sono elemento sufficiente per considerare i fatti del presente. Forse per pigrizia, perchè in fin dei conti è una delle caratteristiche umane più innate, affrontare un compito usando il minor sforzo possibile. Consultare le fonti del passato, analizzarle, compararle con i dati attuali, fornire diverse prospettive di lettura, scegliere la strategia risolutiva: sono tutte azioni che richiedono sforzo e energia, non sempre facilmente disponibili. Un esempio l’abbiamo davanti agli occhi, in queste due-tre settimane abbiamo sentito usare la parola virus e relative conseguenze in mille modi diversi, anche dalla medesima persona. E pazienza se il racconto viene da l’uomo che ne discute a tavola con la sua famiglia, è più che legittimo cambiare opinione; mi lascia molto più perplesso se questa mutazione di pensiero avviene dai vertici, da governatori che hanno in mano la salute dei loro cittadini… e purtroppo qualche esempio, senza fare nomi, li abbiamo sentiti: un giorno è influenza, un giorno bisogno chiudere tutto, il giorno dopo le scuole vanno riaperte, un altro giorno va estesa la zona rossa, un altro ancora il servizio sanitario è pronto, il giorno appresso la sanità è al collasso, un giorno è colpa dei topi o di chi li mangia, un giorno è pandemia.<br />Siamo tutti esseri umani, in fin dei conti è una delle verità che questo virus ogni giorno ci ricorda. Siamo tutti esseri umani, con le medesimi fragilità, e possiamo tutti sbagliare, soprattutto nel valutare, nel dare un’opinione.<br />E siamo così umani che infatti le parole scritte 200 anni fa calzano ancora perfettamente, mi riferisco agli ultimi paragrafi del capitolo 31 dei Promessi Sposi che raccontano come anche medici, giudici, governatori dell’epoca adattarono il loro pensiero sulla peste, a quella malattia che nessuno inizialmente voleva chiamare con il suo nome. <br /><br />In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.<br />Non è, credo, necessario d’esser molto versato nella storia dell’idee e delle parole, per vedere che molte hanno fatto un simil corso. Per grazia del cielo, che non sono molte quelle d’una tal sorte, e d’una tale importanza, e che conquistino la loro evidenza a un tal prezzo, e alle quali si possano attaccare accessòri d’un tal genere. Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare.<br />Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire.<br /><br />straordinariamente attuali le parole del Manzoni,<br />l’uomo agisce con semplicità, con rapidità, scegliendo spesso la strada più facile e meno faticosa.<br />Eppure, in questi giorni è chiamato a fare un grandissimo sforzo, forse il più imponente sforzo che si possa chiedere a un essere umano: cambiare le sue abitudini. Non c’è richiesta più pesante che si possa fare a un uomo se non quella di cambiare, cambiare l’ora della sveglia, cambiare punto di vista, cambiare ristorante, cambiare strada, cambiare lavoro, cambiare compagnia, cambiare quando i figli crescono, il cambiamento è spesso uno sforzo enorme. Uno sforzo che porta con sè anche grandi vantaggi se è accompagnato da un’attesa.<br />Cambiamento e attesa possono essere considerati due componenti di uno stesso elemento. E se c’è attesa, anche lo sforzo vien più facile.<br />E attesa, l’abbiamo già raccontata in un’altra puntata, è una parola che ci racconta come non è una questione di tempo, il tempo necessario per aspettare qualcosa, la sua durata. L’attesa è una questione di sguardi, attesa richiama il verbo latino attendere, prestare attenzione, osservare, dedicarsi a.<br />Ed ecco la chiave di lettura di questo periodo complesso: se siamo chiamati a cambiare le nostre abitudini, senza sentire un’attesa, saranno giorni infiniti, pesanti e difficili da sopportare. Se invece, affianco al cambiamento, sentiamo forte un’attesa, uno sguardo verso qualcosa che ci interessa, un’attenzione a qualcosa, una dedizione, ecco che il tempo sarà solo il mezzo per raggiungere quello che noi desideriamo<br />E prendendo in prestito le parole di Nicolò Fabi<br />come fare un viaggio al centro della terra<br />o a ritrovare sulla luna un senno nuovo<br />come cambia il peso delle cose<br />il valore del denaro<br />della forza delle braccia<br />del sonno e del risveglio<br />del pianto del sorriso<br />dell'aria che respiri<br /><br />Buona attesa a tutti… andrà tutto bene!]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/23908869</guid><pubDate>Sun, 15 Mar 2020 20:05:30 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/23908869/piv_23.mp3" length="9760599" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio
Stiamo vivendo giorni molto particolari, giorni in cui il concetto di tempo e di spazio lasciano posto a una nuova concezione di vita. La diffusione di questo virus ha sconvolto non...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio<br />Stiamo vivendo giorni molto particolari, giorni in cui il concetto di tempo e di spazio lasciano posto a una nuova concezione di vita. La diffusione di questo virus ha sconvolto non tanto la paura e l’angoscia di esserne vittima, quanto invece ha rivoluzionato le nostre abitudini. C’è una duplice prospettiva, da un lato purtroppo le persone che stanno vivendo il contatto con la malattia, da chi è vittima del virus a chi cerca di rendere la guarigione più veloce e sicura possibile ( e a tutte queste persone va il nostro pensiero, il nostro supporto e il nostro ringraziamento), dall’altro invece la gran parte della popolazione che è costretta a rivedere tutto ciò che prima era scontato e abituale.<br />Una quarantena forzata per chi ha conosciuto il virus, una quarantena forzata anche per chi fortunatamente non l’ha incontrato.<br />Quarantena è una parola che in questi giorni viene spesso usata, l’isolamento, l’abbattimento dei contatti tra persone. Il concetto di quarantena nasce in pieno medioevo, quando a Venezia, la Serenissima Repubblica di Venezia, nel suo periodo di splendore, gestiva contatti mercantili e non con tutte le terre allora note, tutto il mondo conosciuto era in contatto con Venezia. E anche per questo non di rado arrivavano con merci e persone, anche malattie. Una volta Scoperto che il contatto era la causa, obbligarono l’equipaggio delle navi che sbarcavano a passare un periodo di isolamento prima di girare liberamente per calli e campielli, un periodo durante il quale se non comparivano strani sintomi o segni nel corpo, identificava la persona come non portatrice di malanni. Un periodo di quaranta giorni, una quarantina di giorni da cui la nostra parola… <br /><br />e di eventi catastrofici, purtroppo, ne è piena la storia dell’uomo; ancor  di più da quando l’uomo ha iniziato a documentare ciò che succedeva: la parola ha trasformato i fatti in memoria collettiva, sebbene non sempre la memoria collettiva rappresenta quell’archivio che  tutti siamo invitati a consultare. Non sempre gli esempi del passato sono elemento sufficiente per considerare i fatti del presente. Forse per pigrizia, perchè in fin dei conti è una delle caratteristiche umane più innate, affrontare un compito usando il minor sforzo possibile. Consultare le fonti del passato, analizzarle, compararle con i dati attuali, fornire diverse prospettive di lettura, scegliere la strategia risolutiva: sono tutte azioni che richiedono sforzo e energia, non sempre facilmente disponibili. Un esempio l’abbiamo davanti agli occhi, in queste due-tre settimane abbiamo sentito usare la parola virus e relative conseguenze in mille modi diversi, anche dalla medesima persona. E pazienza se il racconto viene da l’uomo che ne discute a tavola con la sua famiglia, è più che legittimo cambiare opinione; mi lascia molto più perplesso se questa mutazione di pensiero avviene dai vertici, da governatori che hanno in mano la salute dei loro cittadini… e purtroppo qualche esempio, senza fare nomi, li abbiamo sentiti: un giorno è influenza, un giorno bisogno chiudere tutto, il giorno dopo le scuole vanno riaperte, un altro giorno va estesa la zona rossa, un altro ancora il servizio sanitario è pronto, il giorno appresso la sanità è al collasso, un giorno è colpa dei topi o di chi li mangia, un giorno è pandemia.<br />Siamo tutti esseri umani, in fin dei conti è una delle verità che questo virus ogni giorno ci ricorda. Siamo tutti esseri umani, con le medesimi fragilità, e possiamo tutti sbagliare, soprattutto nel valutare, nel dare un’opinione.<br />E siamo così umani che infatti le parole scritte 200 anni fa calzano ancora perfettamente, mi riferisco agli ultimi paragrafi del capitolo 31 dei Promessi Sposi che raccontano come anche medici, giudici, governatori dell’epoca adattarono il loro pensiero sulla peste, a quella malattia che nessuno inizialmente voleva chiamare con il suo nome. <br /><br...]]></itunes:summary><itunes:duration>610</itunes:duration><itunes:keywords>attesa,quarantena</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/362cc7363855650ac7fa8217aa56d24c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio
Stiamo vivendo giorni molto particolari, giorni in cui il concetto di tempo e di spazio lasciano posto a una nuova concezione di vita. La diffusione di questo virus ha sconvolto non tanto la paura e l’angoscia di esserne vittima, quanto invece ha rivoluzionato le nostre abitudini. C’è una duplice prospettiva, da un lato purtroppo le persone che stanno vivendo il contatto con la malattia, da chi è vittima del virus a chi cerca di rendere la guarigione più veloce e sicura possibile ( e a tutte queste persone va il nostro pensiero, il nostro supporto e il nostro ringraziamento), dall’altro invece la gran parte della popolazione che è costretta a rivedere tutto ciò che prima era scontato e abituale.
Una quarantena forzata per chi ha conosciuto il virus, una quarantena forzata anche per chi fortunatamente non l’ha incontrato.
Quarantena è una parola che in questi giorni viene spesso usata, l’isolamento, l’abbattimento dei contatti tra persone. Il concetto di quarantena nasce in pieno medioevo, quando a Venezia, la Serenissima Repubblica di Venezia, nel suo periodo di splendore, gestiva contatti mercantili e non con tutte le terre allora note, tutto il mondo conosciuto era in contatto con Venezia. E anche per questo non di rado arrivavano con merci e persone, anche malattie. Una volta Scoperto che il contatto era la causa, obbligarono l’equipaggio delle navi che sbarcavano a passare un periodo di isolamento prima di girare liberamente per calli e campielli, un periodo durante il quale se non comparivano strani sintomi o segni nel corpo, identificava la persona come non portatrice di malanni. Un periodo di quaranta giorni, una quarantina di giorni da cui la nostra parola… 

e di eventi catastrofici, purtroppo, ne è piena la storia dell’uomo; ancor  di più da quando l’uomo ha iniziato a documentare ciò che succedeva: la parola ha trasformato i fatti in memoria collettiva, sebbene non sempre la memoria collettiva rappresenta quell’archivio che  tutti siamo invitati a consultare. Non sempre gli esempi del passato sono elemento sufficiente per considerare i fatti del presente. Forse per pigrizia, perchè in fin dei conti è una delle caratteristiche umane più innate, affrontare un compito usando il minor sforzo possibile. Consultare le fonti del passato, analizzarle, compararle con i dati attuali, fornire diverse prospettive di lettura, scegliere la strategia risolutiva: sono tutte azioni che richiedono sforzo e energia, non sempre facilmente disponibili. Un esempio l’abbiamo davanti agli occhi, in queste due-tre settimane abbiamo sentito usare la parola virus e relative conseguenze in mille modi diversi, anche dalla medesima persona. E pazienza se il racconto viene da l’uomo che ne discute a tavola con la sua famiglia, è più che legittimo cambiare opinione; mi lascia molto più perplesso se questa mutazione di pensiero avviene dai vertici, da governatori che hanno in mano la salute dei loro cittadini… e purtroppo qualche esempio, senza fare nomi, li abbiamo sentiti: un giorno è influenza, un giorno bisogno chiudere tutto, il giorno dopo le scuole vanno riaperte, un altro giorno va estesa la zona rossa, un altro ancora il servizio sanitario è pronto, il giorno appresso la sanità è al collasso, un giorno è colpa dei topi o di chi li mangia, un giorno è pandemia.
Siamo tutti esseri umani, in fin dei conti è una delle verità che questo virus ogni giorno ci ricorda. Siamo tutti esseri umani, con le medesimi fragilità, e possiamo tutti sbagliare, soprattutto nel valutare, nel dare un’opinione.
E siamo così umani che infatti le parole scritte 200 anni fa calzano ancora perfettamente, mi riferisco agli ultimi paragrafi del capitolo 31 dei Promessi Sposi che raccontano come anche medici, giudici, governatori dell’epoca adattarono il loro pensiero sulla peste, a quella malattia che nessuno inizialmente voleva chiamare con il suo nome. 

In principio dunque, non peste,...</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/362cc7363855650ac7fa8217aa56d24c.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in viaggio - puntata #22</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/piv-22</link><description><![CDATA[Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio<br />Sono giorni molto delicati questi in Italia e nel mondo. il Covid19, comunemente chiamato Coronavirus si sta purtroppo diffondendo non solo in Cina, ma anche nel nostro Paese.<br />Prendo in prestito le parole che spesso sentiamo nei notiziari in questi giorni, delegando agli esperti invece tutto ciò che riguarda il trattamento e la prevenzione da questo virus.<br />La paura di contagio dal virus è giustamente elevata. In effetti, anche la parola virus porta con sè un significato chiaro, ovvero il concetto di veleno che ci assale, di una sostanza velenosa che in modo costante prova ad aggredire. Un po’ diversa invece è la situazione per l’influenza, dal latino in fluere, richiama lo scorrere dentro, insinuarsi all’interno.<br />Sono due modalità diverse di possedere l’altro: una molto aggressiva, un operare alacremente, un’azione che senza pausa ci assale, un movimento dall’esterno verso l’interno; l’altra invece prevede che siamo noi ad aprire un pertugio, e per quanto piccolo, in fisica la regola dei fluidi è molto chiara<br /> “I fluidi si adattano alla forma del recipiente che li contiene. Questo avviene perché i fluidi non sono in grado di opporre resistenza ad una forza applicata tangenzialmente alla loro superficie”<br />cosa significa? semplicemente che se lasciamo un fluido entrare nel nostro corpo, nella nostra vita, si adatterà alla nostra forma, riempiendo ogni nostro spazio vuoto. Noi crediamo di controllare tutto ciò che entra, perchè in realtà non deforma la nostra struttura, è <br />semplicemente un liquido che segue la nostra forma. Forse è per questo che non ci accorgiamo di essere immersi in informazioni, credenze, idee, pensieri che non sono nostri; pensiamo di avere costantemente in mano le redini del nostro pensiero perchè il liquido inserito si adatta a noi, ma non ci accorgiamo che per quanto la struttura esterna ancora ci assomigli, il contenuto ormai è invaso giorno dopo giorno da questo fluido che si insinua in ogni angolo all’interno di noi. <br />osa ne consegue? forse che crediamo di avere un pensiero soggettivo, quando invece a parlare è la contaminazione del liquido con la nostra essenza, ne siamo talmente immersi che non distinguiamo il pensiero altrui dal nostro. E il tutto accade ricordiamo con un movimento di apertura dall’interno verso l’esterno: non è l’aggressione velenosa di un virus dall’esterno, è una scelta più o meno consapevole di tenere aperto un passaggio, di lasciare un fluido esterno scorrere dentro di noi.<br />Alla fine, il lavoro dell’influencer è proprio questo: mettere a disposizione parole, immagini, modi di fare, pensieri, scelte, paure, desideri, tutto questo a disposizione di chiunque decida di tenere aperto un pertugio. L’influencer non ci assale come un virus, non ci chiede di seguirlo, siamo noi ad aprire un passaggio e lasciare che entri. Avviene così la contaminazione del pensiero. E anche contaminazione ha una sua specifica radice, “tag”, sia di tangere, sia di tagmen, sia quindi di entrare a contatto con, sia di malattia contagiosa: ne deriva un contatto con qualcosa di sporco, con qualcosa che lascia il segno, che modifica la sua purezza.<br />La nostra purezza di pensiero in cambio di sentirsi inondati da una forza esterna. E’ proprio cambiato il modo di agire, una volta erano i predicatori, gli oratori ad andare alla ricerca di un pubblico, a portare il loro pensiero, a tentare di influenzare le folle. Oggi invece la folla è seduta comoda sul divano, nella sicurezza della propria casa, lontana dalle piazze, dai pulpiti da dove un tempo si ascoltavano i relatori, e in questo comfort apre una porta ad altre persone che senza la fatica di girare le città, le piazze, le folle, riescono a insinuarsi nelle menti delle persone e senza alcuna aggressione ne contaminano il pensiero, cioè riducono quel grado di purezza, lasciando tracce di inconsapevole impurità]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/23175465</guid><pubDate>Tue, 25 Feb 2020 15:41:11 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/23175465/piv_22.mp3" length="7627754" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio
Sono giorni molto delicati questi in Italia e nel mondo. il Covid19, comunemente chiamato Coronavirus si sta purtroppo diffondendo non solo in Cina, ma anche nel nostro Paese.
Prendo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio<br />Sono giorni molto delicati questi in Italia e nel mondo. il Covid19, comunemente chiamato Coronavirus si sta purtroppo diffondendo non solo in Cina, ma anche nel nostro Paese.<br />Prendo in prestito le parole che spesso sentiamo nei notiziari in questi giorni, delegando agli esperti invece tutto ciò che riguarda il trattamento e la prevenzione da questo virus.<br />La paura di contagio dal virus è giustamente elevata. In effetti, anche la parola virus porta con sè un significato chiaro, ovvero il concetto di veleno che ci assale, di una sostanza velenosa che in modo costante prova ad aggredire. Un po’ diversa invece è la situazione per l’influenza, dal latino in fluere, richiama lo scorrere dentro, insinuarsi all’interno.<br />Sono due modalità diverse di possedere l’altro: una molto aggressiva, un operare alacremente, un’azione che senza pausa ci assale, un movimento dall’esterno verso l’interno; l’altra invece prevede che siamo noi ad aprire un pertugio, e per quanto piccolo, in fisica la regola dei fluidi è molto chiara<br /> “I fluidi si adattano alla forma del recipiente che li contiene. Questo avviene perché i fluidi non sono in grado di opporre resistenza ad una forza applicata tangenzialmente alla loro superficie”<br />cosa significa? semplicemente che se lasciamo un fluido entrare nel nostro corpo, nella nostra vita, si adatterà alla nostra forma, riempiendo ogni nostro spazio vuoto. Noi crediamo di controllare tutto ciò che entra, perchè in realtà non deforma la nostra struttura, è <br />semplicemente un liquido che segue la nostra forma. Forse è per questo che non ci accorgiamo di essere immersi in informazioni, credenze, idee, pensieri che non sono nostri; pensiamo di avere costantemente in mano le redini del nostro pensiero perchè il liquido inserito si adatta a noi, ma non ci accorgiamo che per quanto la struttura esterna ancora ci assomigli, il contenuto ormai è invaso giorno dopo giorno da questo fluido che si insinua in ogni angolo all’interno di noi. <br />osa ne consegue? forse che crediamo di avere un pensiero soggettivo, quando invece a parlare è la contaminazione del liquido con la nostra essenza, ne siamo talmente immersi che non distinguiamo il pensiero altrui dal nostro. E il tutto accade ricordiamo con un movimento di apertura dall’interno verso l’esterno: non è l’aggressione velenosa di un virus dall’esterno, è una scelta più o meno consapevole di tenere aperto un passaggio, di lasciare un fluido esterno scorrere dentro di noi.<br />Alla fine, il lavoro dell’influencer è proprio questo: mettere a disposizione parole, immagini, modi di fare, pensieri, scelte, paure, desideri, tutto questo a disposizione di chiunque decida di tenere aperto un pertugio. L’influencer non ci assale come un virus, non ci chiede di seguirlo, siamo noi ad aprire un passaggio e lasciare che entri. Avviene così la contaminazione del pensiero. E anche contaminazione ha una sua specifica radice, “tag”, sia di tangere, sia di tagmen, sia quindi di entrare a contatto con, sia di malattia contagiosa: ne deriva un contatto con qualcosa di sporco, con qualcosa che lascia il segno, che modifica la sua purezza.<br />La nostra purezza di pensiero in cambio di sentirsi inondati da una forza esterna. E’ proprio cambiato il modo di agire, una volta erano i predicatori, gli oratori ad andare alla ricerca di un pubblico, a portare il loro pensiero, a tentare di influenzare le folle. Oggi invece la folla è seduta comoda sul divano, nella sicurezza della propria casa, lontana dalle piazze, dai pulpiti da dove un tempo si ascoltavano i relatori, e in questo comfort apre una porta ad altre persone che senza la fatica di girare le città, le piazze, le folle, riescono a insinuarsi nelle menti delle persone e senza alcuna aggressione ne contaminano il pensiero, cioè riducono quel grado di purezza, lasciando tracce di inconsapevole impurità]]></itunes:summary><itunes:duration>477</itunes:duration><itunes:keywords>contaminazione,influenza,virus</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/250346b9b9fed8e8bffb0e84d9772116.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio
Sono giorni molto delicati questi in Italia e nel mondo. il Covid19, comunemente chiamato Coronavirus si sta purtroppo diffondendo non solo in Cina, ma anche nel nostro Paese.
Prendo in prestito le parole che spesso sentiamo nei notiziari in questi giorni, delegando agli esperti invece tutto ciò che riguarda il trattamento e la prevenzione da questo virus.
La paura di contagio dal virus è giustamente elevata. In effetti, anche la parola virus porta con sè un significato chiaro, ovvero il concetto di veleno che ci assale, di una sostanza velenosa che in modo costante prova ad aggredire. Un po’ diversa invece è la situazione per l’influenza, dal latino in fluere, richiama lo scorrere dentro, insinuarsi all’interno.
Sono due modalità diverse di possedere l’altro: una molto aggressiva, un operare alacremente, un’azione che senza pausa ci assale, un movimento dall’esterno verso l’interno; l’altra invece prevede che siamo noi ad aprire un pertugio, e per quanto piccolo, in fisica la regola dei fluidi è molto chiara
 “I fluidi si adattano alla forma del recipiente che li contiene. Questo avviene perché i fluidi non sono in grado di opporre resistenza ad una forza applicata tangenzialmente alla loro superficie”
cosa significa? semplicemente che se lasciamo un fluido entrare nel nostro corpo, nella nostra vita, si adatterà alla nostra forma, riempiendo ogni nostro spazio vuoto. Noi crediamo di controllare tutto ciò che entra, perchè in realtà non deforma la nostra struttura, è 
semplicemente un liquido che segue la nostra forma. Forse è per questo che non ci accorgiamo di essere immersi in informazioni, credenze, idee, pensieri che non sono nostri; pensiamo di avere costantemente in mano le redini del nostro pensiero perchè il liquido inserito si adatta a noi, ma non ci accorgiamo che per quanto la struttura esterna ancora ci assomigli, il contenuto ormai è invaso giorno dopo giorno da questo fluido che si insinua in ogni angolo all’interno di noi. 
osa ne consegue? forse che crediamo di avere un pensiero soggettivo, quando invece a parlare è la contaminazione del liquido con la nostra essenza, ne siamo talmente immersi che non distinguiamo il pensiero altrui dal nostro. E il tutto accade ricordiamo con un movimento di apertura dall’interno verso l’esterno: non è l’aggressione velenosa di un virus dall’esterno, è una scelta più o meno consapevole di tenere aperto un passaggio, di lasciare un fluido esterno scorrere dentro di noi.
Alla fine, il lavoro dell’influencer è proprio questo: mettere a disposizione parole, immagini, modi di fare, pensieri, scelte, paure, desideri, tutto questo a disposizione di chiunque decida di tenere aperto un pertugio. L’influencer non ci assale come un virus, non ci chiede di seguirlo, siamo noi ad aprire un passaggio e lasciare che entri. Avviene così la contaminazione del pensiero. E anche contaminazione ha una sua specifica radice, “tag”, sia di tangere, sia di tagmen, sia quindi di entrare a contatto con, sia di malattia contagiosa: ne deriva un contatto con qualcosa di sporco, con qualcosa che lascia il segno, che modifica la sua purezza.
La nostra purezza di pensiero in cambio di sentirsi inondati da una forza esterna. E’ proprio cambiato il modo di agire, una volta erano i predicatori, gli oratori ad andare alla ricerca di un pubblico, a portare il loro pensiero, a tentare di influenzare le folle. Oggi invece la folla è seduta comoda sul divano, nella sicurezza della propria casa, lontana dalle piazze, dai pulpiti da dove un tempo si ascoltavano i relatori, e in questo comfort apre una porta ad altre persone che senza la fatica di girare le città, le piazze, le folle, riescono a insinuarsi nelle menti delle persone e senza alcuna aggressione ne contaminano il pensiero, cioè riducono quel grado di purezza, lasciando tracce di inconsapevole impurità</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/250346b9b9fed8e8bffb0e84d9772116.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in Viaggio - puntata #21</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/piv-21</link><description><![CDATA[buonasera a tutti! bentornati sulle frequenze di parole in viaggio!<br />ascoltando un po’ di musica in questi giorni, mi son imbattuto in una frase che mi ha fatto un po’ riflettere e mi ha ispirato ad approfondire alcune parole. La canzone è molto conosciuta, Shallow, a un certo punto Lady Gaga chiede “Non sei stanco di cercare di riempire quel vuoto?” <br />ad una prima lettura, può sembrare una semplice esternazione di uno stato di insoddisfazione, la mancanza di qualcosa che ci spinge all’azione di riempire, di compensare la parte mancante.<br />Provando invece ad approfondire i singoli termini, ne esce una considerazione leggermente diversa.<br />Iniziamo con la parola stanco. Ha visto alcune modifiche nel tempo, ma l’origine rimane il verbo latino stagnare che significa far rimanere fermo. Infatti lo stagnum si riferisce proprio all’acqua ferma, immobile, da cui il verbo stagnare, ovvero l’impossibilità per l’acqua di scorrere. Diventa stanco colui a cui manca quella leggera pendenza che permette all’acqua di muoversi. Stanca è la persona che si ferma, immobile, senza le forze necessarie per spostarsi.<br />vuoto invece è un’altra parola interessante: l’etimologia in questo caso è un po’ più discussa, i più si concentrano sul verbo latino vacuare che significa vuotare, letteralmente rovesciare, sgomberare da cose e persone, e altri sull’aggettivo viduus, essere privo di, da cui anche deriva vedovo. In entrambi i casi siamo in presenza di un’azione di sottrazione di qualcosa, si rovescia un contenitore che rimane privo di qualcosa. La Treccani infatti definisce vuoto come ciò che non contiene quello che dovrebbe o potrebbe contenere..<br />infine, l’ultima parola, riempire richiama sempre il latino implere che significa oltre al classico colmare, anche condurre a termine, saziare, conseguire pienamente.<br />Con queste piccole informazioni dalla storia delle parole, assume anche un altro significato il testo della canzone. “Non sei stanco di cercare di riempire quel vuoto?” <br />la possiamo rivisitare come un “non hai più le forze per vincere l’immobilità e tentare di saziare le tue giornate evitando che altri rovescino la tua vita?”<br />cambia la prospettiva, cambia che il riempimento diventa una piena realizzazione di sè, dinnanzi a un vuoto che è semplicemente la sensazione di sentirsi privati di qualcosa perchè qualcuno ha rovesciato la nostra pienezza, le nostre ambizioni. Semplicemente non conteniamo più quello che dovremmo o potremmo contenere. Da qui deriva la stanchezza, una mera stagnazione, le nostre giornate si fermano, diventano immobili come l’acqua di uno stagno. <br />E per muovere l’acqua stagnante serve una piccola inclinazione, quella leggera pendenza che rende lo spostamento del liquido naturale. Inclinare in latino significa piegare, ma anche travolgere, far cadere oppure tendere. Questo è quello che ci serve, quando ci sentiamo immobili, quando per quanta acqua inseriamo, il vuoto non si riempie. Forse è perchè ci manca qualcosa a cui tendere, qualcosa che travolge le nostre giornate e al tempo stesso ci riempie.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/22833807</guid><pubDate>Sun, 16 Feb 2020 09:44:53 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/22833807/piv_21.mp3" length="7317628" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>buonasera a tutti! bentornati sulle frequenze di parole in viaggio!
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ascoltando un po’ di musica in questi giorni, mi son imbattuto in una frase che mi ha fatto un po’ riflettere e mi ha ispirato ad approfondire alcune parole. La canzone è molto conosciuta, Shallow, a un certo punto Lady Gaga chiede “Non sei stanco di cercare di riempire quel vuoto?” 
ad una prima lettura, può sembrare una semplice esternazione di uno stato di insoddisfazione, la mancanza di qualcosa che ci spinge all’azione di riempire, di compensare la parte mancante.
Provando invece ad approfondire i singoli termini, ne esce una considerazione leggermente diversa.
Iniziamo con la parola stanco. Ha visto alcune modifiche nel tempo, ma l’origine rimane il verbo latino stagnare che significa far rimanere fermo. Infatti lo stagnum si riferisce proprio all’acqua ferma, immobile, da cui il verbo stagnare, ovvero l’impossibilità per l’acqua di scorrere. Diventa stanco colui a cui manca quella leggera pendenza che permette all’acqua di muoversi. Stanca è la persona che si ferma, immobile, senza le forze necessarie per spostarsi.
vuoto invece è un’altra parola interessante: l’etimologia in questo caso è un po’ più discussa, i più si concentrano sul verbo latino vacuare che significa vuotare, letteralmente rovesciare, sgomberare da cose e persone, e altri sull’aggettivo viduus, essere privo di, da cui anche deriva vedovo. In entrambi i casi siamo in presenza di un’azione di sottrazione di qualcosa, si rovescia un contenitore che rimane privo di qualcosa. La Treccani infatti definisce vuoto come ciò che non contiene quello che dovrebbe o potrebbe contenere..
infine, l’ultima parola, riempire richiama sempre il latino implere che significa oltre al classico colmare, anche condurre a termine, saziare, conseguire pienamente.
Con queste piccole informazioni dalla storia delle parole, assume anche un altro significato il testo della canzone. “Non sei stanco di cercare di riempire quel vuoto?” 
la possiamo rivisitare come un “non hai più le forze per vincere l’immobilità e tentare di saziare le tue giornate evitando che altri rovescino la tua vita?”
cambia la prospettiva, cambia che il riempimento diventa una piena realizzazione di sè, dinnanzi a un vuoto che è semplicemente la sensazione di sentirsi privati di qualcosa perchè qualcuno ha rovesciato la nostra pienezza, le nostre ambizioni. Semplicemente non conteniamo più quello che dovremmo o potremmo contenere. Da qui deriva la stanchezza, una mera stagnazione, le nostre giornate si fermano, diventano immobili come l’acqua di uno stagno. 
E per muovere l’acqua stagnante serve una piccola inclinazione, quella leggera pendenza che rende lo spostamento del liquido naturale. Inclinare in latino significa piegare, ma anche travolgere, far cadere oppure tendere. Questo è quello che ci serve, quando ci sentiamo immobili, quando per quanta acqua inseriamo, il vuoto non si riempie. Forse è perchè ci manca qualcosa a cui tendere, qualcosa che travolge le nostre giornate e al tempo stesso ci riempie.</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8241cfec06d02bdb177acb111f1f88db.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in Viaggio - puntata #20</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/piv-20</link><description><![CDATA[Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio.<br />è ripartito il nuovo anno, il mese di gennaio ci ha già salutati. Eppure, camminando per le strade non si respira aria di grandi cambiamenti… come spesso accade. dopo l’euforia e i buoni propositi di capodanno, tutto rimane pressoché inalterato. In modo particolare un dettaglio mi cattura spesso l’attenzione: l’essere umano è sempre più attratto da una condizione di tristezza, di inappagamento, di insoddisfazione. è come se l’animo umano fosse facilitato a mostrare il suo lato triste anzichè quello più radioso. Come se la malinconia fosse la parte principale delle nostre vite. <br />Eppure Ippocrate ancora 2400 anni fa ci aveva invitati a porre la giusta attenzione alle dosi di malinconia da usare ogni giorno. O meglio ancora aveva sottolineato l’importanza di generare un equilibrio. Nella sua opera, “La natura dell’uomo”, affermava che <br />“«Il corpo dell'uomo ha in sé sangue, flegma, bile gialla e nera; questi costituiscono la natura del suo corpo e per causa loro soffre od è sano. È dunque sano soprattutto quando questi componenti si trovino reciprocamente ben temperati per proprietà e quantità, e la mescolanza sia completa. Soffre invece quando uno di essi sia in difetto o in eccesso, o si separi nel corpo e non sia temperato con tutti gli altri»<br />il segreto secondo Ippocrate sta dunque nella mescolanza, nella sintesi finale dei vari elementi. E mi permetto di aggiungere che oltre alla mescolanza, l’ideale sarebbe prima sviluppare una sorta di consapevolezza di queste emozioni, perchè in questo modo si può assaporarne ogni minimo aspetto, compreso quello stato di tristezza che spesso vagheggia per le strade.<br />Ippocrate la chiama bile nera che altro non è che la traduzione dal greco di malinconia, la bile nera, ciò che spegne il sorriso, raffredda ogni forma di energia e tende a concentrare la prospettiva su pochi elementi. Poche cose che sottraggono l’attenzione e non corrispondono però un compenso di felicità.<br />Anche perchè felicità è un’altra parola magica, ricca di significati: non a caso  deriva dal latino felix con il quale ci si riferisce a qualcosa che è fecondo, che è fertile. Essere felici diventa l’azione con cui produciamo qualcosa, con cui non subiamo gli effetti della bile nera, della malinconia, ma decidiamo di essere noi gli attori del nostro operato.<br />e la semplice felicità si tramuta in eudemonia quando non è un fatto isolato, ma diviene come dice la TReccani, lo scopo fondamentale della vita. C’è un cambiamento essenziale tra subire passivamente i momenti di malinconia e felicità e percorrere invece la strada in modo consapevole, non sentendoci più parte isolata, ma quasi supportati da un demone. <br />mentre la felicità, rappresenta un elemento instabile, come cantava Battisti “Felicità, Ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già”,  Eudemonia invece è la dimostrazione che esiste un demone, una presenza divina, dentro di noi che ci spinge a fare costantemente il bene… un demone buono che ci guida!<br /><br />e allora l’augurio per la continuazione di questo nuovo anno sia davvero di incontrare un cambiamento, un cambiamento autentico, accogliere con consapevolezza le nostre emozioni, trovare il giusto equilibrio e soprattutto lasciare che un demone entri dentro di noi e ci conduca alla felicità come scopo della vita, per noi e per chi ci sta attorno.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/22557646</guid><pubDate>Sat, 08 Feb 2020 18:05:28 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/22557646/piv_20.mp3" length="8297742" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio.
è ripartito il nuovo anno, il mese di gennaio ci ha già salutati. Eppure, camminando per le strade non si respira aria di grandi cambiamenti… come spesso accade. dopo l’euforia e i...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio.<br />è ripartito il nuovo anno, il mese di gennaio ci ha già salutati. Eppure, camminando per le strade non si respira aria di grandi cambiamenti… come spesso accade. dopo l’euforia e i buoni propositi di capodanno, tutto rimane pressoché inalterato. In modo particolare un dettaglio mi cattura spesso l’attenzione: l’essere umano è sempre più attratto da una condizione di tristezza, di inappagamento, di insoddisfazione. è come se l’animo umano fosse facilitato a mostrare il suo lato triste anzichè quello più radioso. Come se la malinconia fosse la parte principale delle nostre vite. <br />Eppure Ippocrate ancora 2400 anni fa ci aveva invitati a porre la giusta attenzione alle dosi di malinconia da usare ogni giorno. O meglio ancora aveva sottolineato l’importanza di generare un equilibrio. Nella sua opera, “La natura dell’uomo”, affermava che <br />“«Il corpo dell'uomo ha in sé sangue, flegma, bile gialla e nera; questi costituiscono la natura del suo corpo e per causa loro soffre od è sano. È dunque sano soprattutto quando questi componenti si trovino reciprocamente ben temperati per proprietà e quantità, e la mescolanza sia completa. Soffre invece quando uno di essi sia in difetto o in eccesso, o si separi nel corpo e non sia temperato con tutti gli altri»<br />il segreto secondo Ippocrate sta dunque nella mescolanza, nella sintesi finale dei vari elementi. E mi permetto di aggiungere che oltre alla mescolanza, l’ideale sarebbe prima sviluppare una sorta di consapevolezza di queste emozioni, perchè in questo modo si può assaporarne ogni minimo aspetto, compreso quello stato di tristezza che spesso vagheggia per le strade.<br />Ippocrate la chiama bile nera che altro non è che la traduzione dal greco di malinconia, la bile nera, ciò che spegne il sorriso, raffredda ogni forma di energia e tende a concentrare la prospettiva su pochi elementi. Poche cose che sottraggono l’attenzione e non corrispondono però un compenso di felicità.<br />Anche perchè felicità è un’altra parola magica, ricca di significati: non a caso  deriva dal latino felix con il quale ci si riferisce a qualcosa che è fecondo, che è fertile. Essere felici diventa l’azione con cui produciamo qualcosa, con cui non subiamo gli effetti della bile nera, della malinconia, ma decidiamo di essere noi gli attori del nostro operato.<br />e la semplice felicità si tramuta in eudemonia quando non è un fatto isolato, ma diviene come dice la TReccani, lo scopo fondamentale della vita. C’è un cambiamento essenziale tra subire passivamente i momenti di malinconia e felicità e percorrere invece la strada in modo consapevole, non sentendoci più parte isolata, ma quasi supportati da un demone. <br />mentre la felicità, rappresenta un elemento instabile, come cantava Battisti “Felicità, Ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già”,  Eudemonia invece è la dimostrazione che esiste un demone, una presenza divina, dentro di noi che ci spinge a fare costantemente il bene… un demone buono che ci guida!<br /><br />e allora l’augurio per la continuazione di questo nuovo anno sia davvero di incontrare un cambiamento, un cambiamento autentico, accogliere con consapevolezza le nostre emozioni, trovare il giusto equilibrio e soprattutto lasciare che un demone entri dentro di noi e ci conduca alla felicità come scopo della vita, per noi e per chi ci sta attorno.]]></itunes:summary><itunes:duration>519</itunes:duration><itunes:keywords>eidemonia,felicità,malinconia</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/6050e8696b1432a72f255d8d47b29ee9.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio.
è ripartito il nuovo anno, il mese di gennaio ci ha già salutati. Eppure, camminando per le strade non si respira aria di grandi cambiamenti… come spesso accade. dopo l’euforia e i buoni propositi di capodanno, tutto rimane pressoché inalterato. In modo particolare un dettaglio mi cattura spesso l’attenzione: l’essere umano è sempre più attratto da una condizione di tristezza, di inappagamento, di insoddisfazione. è come se l’animo umano fosse facilitato a mostrare il suo lato triste anzichè quello più radioso. Come se la malinconia fosse la parte principale delle nostre vite. 
Eppure Ippocrate ancora 2400 anni fa ci aveva invitati a porre la giusta attenzione alle dosi di malinconia da usare ogni giorno. O meglio ancora aveva sottolineato l’importanza di generare un equilibrio. Nella sua opera, “La natura dell’uomo”, affermava che 
“«Il corpo dell'uomo ha in sé sangue, flegma, bile gialla e nera; questi costituiscono la natura del suo corpo e per causa loro soffre od è sano. È dunque sano soprattutto quando questi componenti si trovino reciprocamente ben temperati per proprietà e quantità, e la mescolanza sia completa. Soffre invece quando uno di essi sia in difetto o in eccesso, o si separi nel corpo e non sia temperato con tutti gli altri»
il segreto secondo Ippocrate sta dunque nella mescolanza, nella sintesi finale dei vari elementi. E mi permetto di aggiungere che oltre alla mescolanza, l’ideale sarebbe prima sviluppare una sorta di consapevolezza di queste emozioni, perchè in questo modo si può assaporarne ogni minimo aspetto, compreso quello stato di tristezza che spesso vagheggia per le strade.
Ippocrate la chiama bile nera che altro non è che la traduzione dal greco di malinconia, la bile nera, ciò che spegne il sorriso, raffredda ogni forma di energia e tende a concentrare la prospettiva su pochi elementi. Poche cose che sottraggono l’attenzione e non corrispondono però un compenso di felicità.
Anche perchè felicità è un’altra parola magica, ricca di significati: non a caso  deriva dal latino felix con il quale ci si riferisce a qualcosa che è fecondo, che è fertile. Essere felici diventa l’azione con cui produciamo qualcosa, con cui non subiamo gli effetti della bile nera, della malinconia, ma decidiamo di essere noi gli attori del nostro operato.
e la semplice felicità si tramuta in eudemonia quando non è un fatto isolato, ma diviene come dice la TReccani, lo scopo fondamentale della vita. C’è un cambiamento essenziale tra subire passivamente i momenti di malinconia e felicità e percorrere invece la strada in modo consapevole, non sentendoci più parte isolata, ma quasi supportati da un demone. 
mentre la felicità, rappresenta un elemento instabile, come cantava Battisti “Felicità, Ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già”,  Eudemonia invece è la dimostrazione che esiste un demone, una presenza divina, dentro di noi che ci spinge a fare costantemente il bene… un demone buono che ci guida!

e allora l’augurio per la continuazione di questo nuovo anno sia davvero di incontrare un cambiamento, un cambiamento autentico, accogliere con consapevolezza le nostre emozioni, trovare il giusto equilibrio e soprattutto lasciare che un demone entri dentro di noi e ci conduca alla felicità come scopo della vita, per noi e per chi ci sta attorno.</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/6050e8696b1432a72f255d8d47b29ee9.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in viaggio - puntata #19</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/piv-19</link><description><![CDATA[Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. <br />si chiude un altro anno, ne inizia uno nuovo. il ciclo delle stagioni si ripete inesorabilmente. tutto ha un inizio, tutto ha una fine. la parola inizio ci torna particolarmente interessante; dal latino initium significa sicuramente l'inizio, l'origine ma rappresenta anche Un'occasione. E se ci pensiamo bene Ogni ciclo che inizia porta con sé un'occasione speciale, porta con sé la possibilità di meditare su quello che si sta concludendo e su ciò che sta per iniziare. <br />è un'occasione, Non è un obbligo: La differenza è molto esile Ma come spesso accade sta noi assegnare il giusto valore all'evento, sta noi cogliere la pienezza di ciò che sta per iniziare. in un momento come il capodanno forse viene spontaneo pensare, elaborare buoni propositi,, stabilire alcuni obiettivi Che si desiderano raggiungere. purtroppo sappiamo bene che quando il periodo è lungo vengono spesso meno alcuni di quei buoni propositi. Infatti l’inizio ci consegna un occasione da sfruttare o meno, un'occasione che non dovrebbe coincidere solamente con i primi giorni di gennaio per poi dissolversi nel nulla. <br /><br />allora Qual è il modo per non perdere anche questa nuova occasione? trasformare l'inizio in un desiderio, nel senso più profondo del termine: <br /><br /><br />desiderare in latino significa contemplare le stelle, fissare lo sguardo verso l'alto, quindi non un semplice sogno che col tempo sfuma, ma un vero desiderio, uno sguardo costante verso quella fonte di luce che ci guida nella notte. perché il desiderio non si esprime di giorno, quando tutto è chiaro e limpido, Ma si aspetta la notte, quando un po' ci sentiamo più persi, alla ricerca di un aiuto, di un supporto Che infonda tranquillità all'anima. Il desiderio è una faccenda notturna, quando il tuo io è spogliato di tutto e reso invisibile agli altri. nasce In quel momento il desiderio, quando lasci andare i pensieri e rimani solo nel buio della notte. <br /><br />e non a caso la parola desiderio, oltre a indicare l'azione di contemplazione degli Astri celesti, porta con sé anche una piccola preposizione, il de che rappresenta proprio quel vuoto, quella distanza che ci separa dalle stelle. e dentro a questa lontananza risiede il vero desiderio, quella nostra aspirazione a raggiungere quanto prima la stella tanto contemplata. un vuoto da riempire, non con buoni ma fugaci propositi, ma con azioni vere sfruttando al massimo l'occasione che l'initium ci offre. E allora Il mio augurio Non può essere diverso, che sia un 2020 ricco di desideri, di autentiChe contemplazioni delle Stelle, per riempire quel vuoto che spesso ci invita ad alzare lo sguardo al cielo e sognare qualcosa di magnifico per la nostra vita.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/21227129</guid><pubDate>Tue, 31 Dec 2019 18:00:09 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/21227129/piv_19.mp3" length="6561958" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. 
si chiude un altro anno, ne inizia uno nuovo. il ciclo delle stagioni si ripete inesorabilmente. tutto ha un inizio, tutto ha una fine. la parola inizio ci torna particolarmente...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. <br />si chiude un altro anno, ne inizia uno nuovo. il ciclo delle stagioni si ripete inesorabilmente. tutto ha un inizio, tutto ha una fine. la parola inizio ci torna particolarmente interessante; dal latino initium significa sicuramente l'inizio, l'origine ma rappresenta anche Un'occasione. E se ci pensiamo bene Ogni ciclo che inizia porta con sé un'occasione speciale, porta con sé la possibilità di meditare su quello che si sta concludendo e su ciò che sta per iniziare. <br />è un'occasione, Non è un obbligo: La differenza è molto esile Ma come spesso accade sta noi assegnare il giusto valore all'evento, sta noi cogliere la pienezza di ciò che sta per iniziare. in un momento come il capodanno forse viene spontaneo pensare, elaborare buoni propositi,, stabilire alcuni obiettivi Che si desiderano raggiungere. purtroppo sappiamo bene che quando il periodo è lungo vengono spesso meno alcuni di quei buoni propositi. Infatti l’inizio ci consegna un occasione da sfruttare o meno, un'occasione che non dovrebbe coincidere solamente con i primi giorni di gennaio per poi dissolversi nel nulla. <br /><br />allora Qual è il modo per non perdere anche questa nuova occasione? trasformare l'inizio in un desiderio, nel senso più profondo del termine: <br /><br /><br />desiderare in latino significa contemplare le stelle, fissare lo sguardo verso l'alto, quindi non un semplice sogno che col tempo sfuma, ma un vero desiderio, uno sguardo costante verso quella fonte di luce che ci guida nella notte. perché il desiderio non si esprime di giorno, quando tutto è chiaro e limpido, Ma si aspetta la notte, quando un po' ci sentiamo più persi, alla ricerca di un aiuto, di un supporto Che infonda tranquillità all'anima. Il desiderio è una faccenda notturna, quando il tuo io è spogliato di tutto e reso invisibile agli altri. nasce In quel momento il desiderio, quando lasci andare i pensieri e rimani solo nel buio della notte. <br /><br />e non a caso la parola desiderio, oltre a indicare l'azione di contemplazione degli Astri celesti, porta con sé anche una piccola preposizione, il de che rappresenta proprio quel vuoto, quella distanza che ci separa dalle stelle. e dentro a questa lontananza risiede il vero desiderio, quella nostra aspirazione a raggiungere quanto prima la stella tanto contemplata. un vuoto da riempire, non con buoni ma fugaci propositi, ma con azioni vere sfruttando al massimo l'occasione che l'initium ci offre. E allora Il mio augurio Non può essere diverso, che sia un 2020 ricco di desideri, di autentiChe contemplazioni delle Stelle, per riempire quel vuoto che spesso ci invita ad alzare lo sguardo al cielo e sognare qualcosa di magnifico per la nostra vita.]]></itunes:summary><itunes:duration>411</itunes:duration><itunes:keywords>desiderio,inizio</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1d7336f91072e9678bacd4a4c7b5634c.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. 
si chiude un altro anno, ne inizia uno nuovo. il ciclo delle stagioni si ripete inesorabilmente. tutto ha un inizio, tutto ha una fine. la parola inizio ci torna particolarmente interessante; dal latino initium significa sicuramente l'inizio, l'origine ma rappresenta anche Un'occasione. E se ci pensiamo bene Ogni ciclo che inizia porta con sé un'occasione speciale, porta con sé la possibilità di meditare su quello che si sta concludendo e su ciò che sta per iniziare. 
è un'occasione, Non è un obbligo: La differenza è molto esile Ma come spesso accade sta noi assegnare il giusto valore all'evento, sta noi cogliere la pienezza di ciò che sta per iniziare. in un momento come il capodanno forse viene spontaneo pensare, elaborare buoni propositi,, stabilire alcuni obiettivi Che si desiderano raggiungere. purtroppo sappiamo bene che quando il periodo è lungo vengono spesso meno alcuni di quei buoni propositi. Infatti l’inizio ci consegna un occasione da sfruttare o meno, un'occasione che non dovrebbe coincidere solamente con i primi giorni di gennaio per poi dissolversi nel nulla. 

allora Qual è il modo per non perdere anche questa nuova occasione? trasformare l'inizio in un desiderio, nel senso più profondo del termine: 


desiderare in latino significa contemplare le stelle, fissare lo sguardo verso l'alto, quindi non un semplice sogno che col tempo sfuma, ma un vero desiderio, uno sguardo costante verso quella fonte di luce che ci guida nella notte. perché il desiderio non si esprime di giorno, quando tutto è chiaro e limpido, Ma si aspetta la notte, quando un po' ci sentiamo più persi, alla ricerca di un aiuto, di un supporto Che infonda tranquillità all'anima. Il desiderio è una faccenda notturna, quando il tuo io è spogliato di tutto e reso invisibile agli altri. nasce In quel momento il desiderio, quando lasci andare i pensieri e rimani solo nel buio della notte. 

e non a caso la parola desiderio, oltre a indicare l'azione di contemplazione degli Astri celesti, porta con sé anche una piccola preposizione, il de che rappresenta proprio quel vuoto, quella distanza che ci separa dalle stelle. e dentro a questa lontananza risiede il vero desiderio, quella nostra aspirazione a raggiungere quanto prima la stella tanto contemplata. un vuoto da riempire, non con buoni ma fugaci propositi, ma con azioni vere sfruttando al massimo l'occasione che l'initium ci offre. E allora Il mio augurio Non può essere diverso, che sia un 2020 ricco di desideri, di autentiChe contemplazioni delle Stelle, per riempire quel vuoto che spesso ci invita ad alzare lo sguardo al cielo e sognare qualcosa di magnifico per la nostra vita.</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1d7336f91072e9678bacd4a4c7b5634c.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in viaggio - puntata #18</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/puntata-18</link><description><![CDATA[Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio,  la trasmissione che prova a ritrovare il significato di alcune parole che ogni giorno usiamo.<br />In questo periodo di riflessione ho passato un po’ di tempo ad osservare le persone, come corrono, come parlano, come cambiano, come di fronte ad una sollecitazione si agitano facilmente e non tollerano quasi più niente. Già, il livello di tolleranza è veramente basso, molto ridotto, o forse è meglio dire che tra tutte le caratteristiche dell’essere umano la capacità di adattarsi potrebbe giocare brutti scherzi, nel bene e nel male. <br /><br />IL GRIDO<br />E voi che pretendete che tutto vi sia dovuto<br />con la scusa infantile che nessuno mi ha mai capito<br /><br />In questo caso, focalizziamo l’attenzione sull’adattamento negativo, cioè sulla presunzione che ogni avvenimento dovrebbe avvenire in funzione solo ed esclusivamente di noi stessi. Se un treno arriva in ritardo ce la prendiamo con l’intera società ferroviaria, se al bar ci portano il caffè senza la bustina dello zucchero ci vien quasi da boicottare il bar stesso, se la macchina davanti a noi non parte immediatamente al verde del semaforo non esitiamo a far sentire la nostra premura col clacson… e gli esempi potrebbero essere migliaia e migliaia… di sicuro ogni giorno ci capitano decine di episodi che mettono alla prova la nostra tolleranza. Perchè tollerare raccoglie nella sua essenza un segreto che in parte spiega la nostra fatica a tollerare. Infatti tollerare deriva dal latino tolere che significa sollevare e quindi anche sopportare; entrambe le traduzioni però fanno riferimento ad un peso, cioè lo sforzo che siamo chiamati a fare, l’energia necessaria per alzare un peso, una cosa che dal nostro punto di vista è appunto pesante. Riconoscere un peso e utilizzare la nostra energia per sollevarlo, riconoscere che una cosa, un comportamento, un evento è per noi un peso. Di conseguenza sollevare il peso diventa sopportazione del peso, diventa una fatica, perchè in fin dei conti resta comunque un peso. <br /><br /><br />Ad esempio, cosa si intende quando si parla di tolleranza delle religioni diverse dalla nostra? è sottintesa la fatica che dobbiamo sostenere per riconoscere l’esistenza di un altra fede, di persone che credono ad altre divinità. Tollerare le religioni significa riconoscere il peso. Non è facile liberarsi di questo peso, finchè tolleriamo significa che con fatica sopportiamo e solleviamo questo peso.<br />il peso rimane peso fino a quando non cominceremo ad accogliere quel peso: cosa cambia? una piccola particella contenuta nella parola accogliere, perchè i latini credevano profondamente ai dettagli. Accogliere come cum legere, cioè raccogliere insieme; si tratta sempre di uno sforzo, di alzare un peso, però lo si fa insieme, cioè ci si mette in gioco in prima persona; inoltre la particella a, posta all’inizio ricorda il fine, lo scopo, cioè in altre parole siamo chiama ti non solo a sollevare insieme il peso, ma farlo con l’intenzione, con la consapevolezza dell’azione, del sentirsi parte attiva, il peso diventa parte di noi, perde la sua identificazione esterna da noi per diventare parte della nostra vita. Accogliere diventa quindi l’opposto di tollerare, non serve più quella fatica ingiustificata a sopportare un peso, perchè il peso fa parte di noi, diventa una normale azione da svolgere senza fatica.<br /><br />IL PESO DEL CORAGGIO<br />Che ognuno ha la sua parte in questa grande scena<br />Ognuno ha i suoi diritti<br />Ognuno ha la sua schiena<br />Per sopportare il peso di ogni scelta<br />Il peso di ogni passo<br />Il peso del coraggio<br /><br />Certo, non è poi così facile in ogni momento passare da un piano di tolleranza a quello di accoglienza, di accettazione dell’evento, della persona, della difficoltà. Quello che ci vien chiesto è il cambio di osservazione, cambiare il punto di vista, da dove noi guardiamo. Infatti, proprio il guardare fa parte della terza parola di oggi, Rispetto. Rispetto come re  spicere , un semplice sguardo che però è chiamato a fare un movimento. Infatti, solitamente noi guardiamo davanti a noi, per natura abbiamo uno sguardo frontale, controlliamo ciò che succede di fronte ai nostri occhi. La chiave di tutto invece sta proprio nello spostamento dello sguardo, da una direzione frontale verso uno sguardo dietro a noi. Si torna sempre al concetto di fatica, quello sforzo necessario per rivolgere lo sguardo in una direzione non naturale, però al tempo stesso questo sforzo ci permette di vedere le cose da un’altra angolatura e soprattutto dimostrare all’altro che siamo disposti a cambiare. <br />La tolleranza è la semplice fatica per sopportare un peso; portare rispetto verso qualcuno o qualcosa significa invece accettare un punto di vista diverso da quello che naturalmente rivolgo in avanti. Anche perchè come cantano Elisa e De Gregori “Più di una volta sei andato avanti dritto    dritto sparato contro un muro   Ma ti sei fatto ancora più male aspettando qualcuno”<br /><br />L’accoglienza del diverso, delle nostre paure, inizia proprio da qui, da un piccolo sforzo per girarci, per vedere come gli altri guardano, sparirà ogni peso, perchè nell’accoglienza il peso lo portiamo insieme.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/18725841</guid><pubDate>Mon, 05 Aug 2019 09:36:33 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/18725841/puntata_18.mp3" length="7414177" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio,  la trasmissione che prova a ritrovare il significato di alcune parole che ogni giorno usiamo.
In questo periodo di riflessione ho passato un po’ di tempo ad osservare le persone,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio,  la trasmissione che prova a ritrovare il significato di alcune parole che ogni giorno usiamo.<br />In questo periodo di riflessione ho passato un po’ di tempo ad osservare le persone, come corrono, come parlano, come cambiano, come di fronte ad una sollecitazione si agitano facilmente e non tollerano quasi più niente. Già, il livello di tolleranza è veramente basso, molto ridotto, o forse è meglio dire che tra tutte le caratteristiche dell’essere umano la capacità di adattarsi potrebbe giocare brutti scherzi, nel bene e nel male. <br /><br />IL GRIDO<br />E voi che pretendete che tutto vi sia dovuto<br />con la scusa infantile che nessuno mi ha mai capito<br /><br />In questo caso, focalizziamo l’attenzione sull’adattamento negativo, cioè sulla presunzione che ogni avvenimento dovrebbe avvenire in funzione solo ed esclusivamente di noi stessi. Se un treno arriva in ritardo ce la prendiamo con l’intera società ferroviaria, se al bar ci portano il caffè senza la bustina dello zucchero ci vien quasi da boicottare il bar stesso, se la macchina davanti a noi non parte immediatamente al verde del semaforo non esitiamo a far sentire la nostra premura col clacson… e gli esempi potrebbero essere migliaia e migliaia… di sicuro ogni giorno ci capitano decine di episodi che mettono alla prova la nostra tolleranza. Perchè tollerare raccoglie nella sua essenza un segreto che in parte spiega la nostra fatica a tollerare. Infatti tollerare deriva dal latino tolere che significa sollevare e quindi anche sopportare; entrambe le traduzioni però fanno riferimento ad un peso, cioè lo sforzo che siamo chiamati a fare, l’energia necessaria per alzare un peso, una cosa che dal nostro punto di vista è appunto pesante. Riconoscere un peso e utilizzare la nostra energia per sollevarlo, riconoscere che una cosa, un comportamento, un evento è per noi un peso. Di conseguenza sollevare il peso diventa sopportazione del peso, diventa una fatica, perchè in fin dei conti resta comunque un peso. <br /><br /><br />Ad esempio, cosa si intende quando si parla di tolleranza delle religioni diverse dalla nostra? è sottintesa la fatica che dobbiamo sostenere per riconoscere l’esistenza di un altra fede, di persone che credono ad altre divinità. Tollerare le religioni significa riconoscere il peso. Non è facile liberarsi di questo peso, finchè tolleriamo significa che con fatica sopportiamo e solleviamo questo peso.<br />il peso rimane peso fino a quando non cominceremo ad accogliere quel peso: cosa cambia? una piccola particella contenuta nella parola accogliere, perchè i latini credevano profondamente ai dettagli. Accogliere come cum legere, cioè raccogliere insieme; si tratta sempre di uno sforzo, di alzare un peso, però lo si fa insieme, cioè ci si mette in gioco in prima persona; inoltre la particella a, posta all’inizio ricorda il fine, lo scopo, cioè in altre parole siamo chiama ti non solo a sollevare insieme il peso, ma farlo con l’intenzione, con la consapevolezza dell’azione, del sentirsi parte attiva, il peso diventa parte di noi, perde la sua identificazione esterna da noi per diventare parte della nostra vita. Accogliere diventa quindi l’opposto di tollerare, non serve più quella fatica ingiustificata a sopportare un peso, perchè il peso fa parte di noi, diventa una normale azione da svolgere senza fatica.<br /><br />IL PESO DEL CORAGGIO<br />Che ognuno ha la sua parte in questa grande scena<br />Ognuno ha i suoi diritti<br />Ognuno ha la sua schiena<br />Per sopportare il peso di ogni scelta<br />Il peso di ogni passo<br />Il peso del coraggio<br /><br />Certo, non è poi così facile in ogni momento passare da un piano di tolleranza a quello di accoglienza, di accettazione dell’evento, della persona, della difficoltà. Quello che ci vien chiesto è il cambio di osservazione, cambiare il punto di vista, da dove noi guardiamo. Infatti, proprio il guardare fa parte della terza parola di...]]></itunes:summary><itunes:duration>464</itunes:duration><itunes:keywords>accogliere,rispetto,tollerare</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/bc42fd916ff80183a415789e155fb3f3.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio,  la trasmissione che prova a ritrovare il significato di alcune parole che ogni giorno usiamo.
In questo periodo di riflessione ho passato un po’ di tempo ad osservare le persone, come corrono, come parlano, come cambiano, come di fronte ad una sollecitazione si agitano facilmente e non tollerano quasi più niente. Già, il livello di tolleranza è veramente basso, molto ridotto, o forse è meglio dire che tra tutte le caratteristiche dell’essere umano la capacità di adattarsi potrebbe giocare brutti scherzi, nel bene e nel male. 

IL GRIDO
E voi che pretendete che tutto vi sia dovuto
con la scusa infantile che nessuno mi ha mai capito

In questo caso, focalizziamo l’attenzione sull’adattamento negativo, cioè sulla presunzione che ogni avvenimento dovrebbe avvenire in funzione solo ed esclusivamente di noi stessi. Se un treno arriva in ritardo ce la prendiamo con l’intera società ferroviaria, se al bar ci portano il caffè senza la bustina dello zucchero ci vien quasi da boicottare il bar stesso, se la macchina davanti a noi non parte immediatamente al verde del semaforo non esitiamo a far sentire la nostra premura col clacson… e gli esempi potrebbero essere migliaia e migliaia… di sicuro ogni giorno ci capitano decine di episodi che mettono alla prova la nostra tolleranza. Perchè tollerare raccoglie nella sua essenza un segreto che in parte spiega la nostra fatica a tollerare. Infatti tollerare deriva dal latino tolere che significa sollevare e quindi anche sopportare; entrambe le traduzioni però fanno riferimento ad un peso, cioè lo sforzo che siamo chiamati a fare, l’energia necessaria per alzare un peso, una cosa che dal nostro punto di vista è appunto pesante. Riconoscere un peso e utilizzare la nostra energia per sollevarlo, riconoscere che una cosa, un comportamento, un evento è per noi un peso. Di conseguenza sollevare il peso diventa sopportazione del peso, diventa una fatica, perchè in fin dei conti resta comunque un peso. 


Ad esempio, cosa si intende quando si parla di tolleranza delle religioni diverse dalla nostra? è sottintesa la fatica che dobbiamo sostenere per riconoscere l’esistenza di un altra fede, di persone che credono ad altre divinità. Tollerare le religioni significa riconoscere il peso. Non è facile liberarsi di questo peso, finchè tolleriamo significa che con fatica sopportiamo e solleviamo questo peso.
il peso rimane peso fino a quando non cominceremo ad accogliere quel peso: cosa cambia? una piccola particella contenuta nella parola accogliere, perchè i latini credevano profondamente ai dettagli. Accogliere come cum legere, cioè raccogliere insieme; si tratta sempre di uno sforzo, di alzare un peso, però lo si fa insieme, cioè ci si mette in gioco in prima persona; inoltre la particella a, posta all’inizio ricorda il fine, lo scopo, cioè in altre parole siamo chiama ti non solo a sollevare insieme il peso, ma farlo con l’intenzione, con la consapevolezza dell’azione, del sentirsi parte attiva, il peso diventa parte di noi, perde la sua identificazione esterna da noi per diventare parte della nostra vita. Accogliere diventa quindi l’opposto di tollerare, non serve più quella fatica ingiustificata a sopportare un peso, perchè il peso fa parte di noi, diventa una normale azione da svolgere senza fatica.

IL PESO DEL CORAGGIO
Che ognuno ha la sua parte in questa grande scena
Ognuno ha i suoi diritti
Ognuno ha la sua schiena
Per sopportare il peso di ogni scelta
Il peso di ogni passo
Il peso del coraggio

Certo, non è poi così facile in ogni momento passare da un piano di tolleranza a quello di accoglienza, di accettazione dell’evento, della persona, della difficoltà. Quello che ci vien chiesto è il cambio di osservazione, cambiare il punto di vista, da dove noi guardiamo. Infatti, proprio il guardare fa parte della terza parola di oggi, Rispetto. Rispetto come re  spicere , un semplice sguardo che però è chiamato a fare un movimento....</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/bc42fd916ff80183a415789e155fb3f3.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in viaggio - puntata #17</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/parole-in-viaggio-puntata-17</link><description><![CDATA[Bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio, la trasmissione che prova a ritrovare il significato di alcune parole che quotidianamente usiamo.<br />Oggi voglio ripartire dall’ultimo approfondimento, perchè ritengo meriti un ulteriore spazio. Grazie al consiglio di un’attenta ascoltatrice, desidero condividere con voi il senso ancora più radicato della parola idiota. Nella precedente trasmissione avevo definito idiota chi si dedica alla s  fera privata e delega gli altri ad operare per lui; in realtà l’idiota non è solo colui che si astiene, perchè la parola trova la sua radice anche nel greco eidon, che è il passato del verbo orao, che significa vedere. Si crea quindi un legame tra l’azione dell’osservare e la conseguente decisione ad agire o meno: chi non vuole vedere, chi si priva anche della facoltà sensoriale della vista, di conseguenza non può che lasciare ad altri il compito di agire. Idiota nel senso di non voler vedere, proprio come dice Daniele Silvestri “dovevo proprio avere gli occhi bendati per non vedere tutti i giorni passati, sprecati, buttati consacrati al niente” Idiota nel senso di non voler conoscere la realtà che sta attorno, di non voler incontrare.<br />anche perchè la parola incontro nasconde un piccolo dettaglio: noi solitamente la usiamo per definire una situazione in cui non è presente un elemento di discordia. In realtà, la sua origine racconta dell’unione di due parti, in e contro che definiscono invece tutta un’altra tipologia di circostanze.<br />contro richiama il latino contra, ovvero qualcosa o qualcuno che si trova in una posizione opposta alla mia. La parte più interessante però è racchiusa proprio nella parola in, perchè esprime come ci sia un movimento, come la situazione non sia statica, radicata o irremovibile. In rappresenta il verso, l’azione di andare verso qualcuno. Nel momento in cui decido di incontrare l’altro, ho lasciato la mia posizione originale e sono già in movimento verso l’altro. La magia dell’incontro è la direzione, l’intenzione di movimento, l’intenzione di non voler aspettare le mosse dell’altro. Sono io che ho deciso, che sento il desiderio di muovermi, sebbene sono consapevole che l’altro si trova comunque in una posizione opposta.<br />Ma forse ho deciso di muovermi verso l’altro perchè mi interessa, perchè sento che la rigidità delle posizioni potrebbe danneggiarmi più che giovarmi. Sento che potrei trarre un beneficio dall’incontro, sebbene questo mi costringerà a prendermi cura dell’altro e di me stesso. E uso la parola cura non a caso, in quanto tra i suoi significati va ad attingere dalla radice latina KU che significa battere, nel senso proprio di martellare. Infatti, l’incudine è proprio l’attrezzo che serve per battere. La cura diventa quindi una modalità per colpire in due direzioni: sicuramente quando ci prendiamo cura di qualcuno è sempre un’azione di invasione dell’intimità dell’altro, è come se in un certo senso creassimo un’apertura nella sfera personale, a volte anche percotendo, battendo, martellando. Sebbene il nostro possa essere un buon intento, in ogni caso prendersi cura dell’altro significa colpirlo. E in secondo luogo colpiamo anche noi stessi, martelliamo anche sul nostro sistema difensivo: perchè il prendersi cura ha bisogno di un canale diretto tra me e l’altro, non devono porsi ostacoli, nulla deve intromettersi nella relazione tra i due. E per far questo abbiamo bisogno di un elevatissimo livello di attenzione, di osservazione: non a caso il secondo significato di cura ritrova la radice nel latino KAU che significa osservare, guardare.Ecco allora che quando mi prendo cura dell’altro sono chiamato a osservarlo con attenzione, i suoi bisogni, i suoi sentimenti, le sue emozioni, e al tempo stesso non posso dimenticare di osservare anche me stesso, osservare come cambia il mio modo di essere, osservare come si modellano i miei pensieri quando mi prendo cura dell’altro. Anche perchè cura trova la sua terza radice nel sanscrito Kavi, che significa saggio: infatti prendersi cura di sè stessi coincide esattamente con il prendersi cura dell’altro, come dice il Roshi Suzuki “quando voi siete voi, vedete le cose così come sono e diventate un tutt’uno con ciò che vi circonda”. Nel pensiero buddista la cura del sè coincide con la cura dell’altro, saper osservare, guardare, e con saggezza battere per entrare nella sua vita, per trasformare due vite in un’unica stessa vita. E per terminare questo concetto, per ricordare che l’idiota è colui che non vuole vedere, non vuole incontrare e di conseguenza non vuole prendersi cura dell’altro e di sè stesso, perchè chi supera lo stadio dell’idiozia, supera il suo egoismo e riesce ad andare verso l’altro, anche il più distante da sè, superando anche i pregiudizi della gente, le abitudini che rendono sedentario l’essere umano. E allora per salutarvi riprendo le parole di Antonio Prestieri che a mio avviso riassumono l’essenza del prendersi cura, dell’altro e di sè. “Ama le mani dell'uomo che è stato capace d'andare e non tornare più”<br /><br /><br />in ordine di esecuzione abbiamo ascoltato<br />Idiota di Daniele Silvestri<br />Abbi cura di te di Maldestro<br />tutte le riproduzioni musicali coperte da diritto d’autore sono state eseguite per fini didattici e senza scopo di lucro, secondo la legge 633 del 1941]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/13099333</guid><pubDate>Sun, 22 Oct 2017 18:09:03 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/13099333/piv_17.mp3" length="8829386" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio, la trasmissione che prova a ritrovare il significato di alcune parole che quotidianamente usiamo.
Oggi voglio ripartire dall’ultimo approfondimento, perchè ritengo meriti un ulteriore spazio. Grazie al...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio, la trasmissione che prova a ritrovare il significato di alcune parole che quotidianamente usiamo.<br />Oggi voglio ripartire dall’ultimo approfondimento, perchè ritengo meriti un ulteriore spazio. Grazie al consiglio di un’attenta ascoltatrice, desidero condividere con voi il senso ancora più radicato della parola idiota. Nella precedente trasmissione avevo definito idiota chi si dedica alla s  fera privata e delega gli altri ad operare per lui; in realtà l’idiota non è solo colui che si astiene, perchè la parola trova la sua radice anche nel greco eidon, che è il passato del verbo orao, che significa vedere. Si crea quindi un legame tra l’azione dell’osservare e la conseguente decisione ad agire o meno: chi non vuole vedere, chi si priva anche della facoltà sensoriale della vista, di conseguenza non può che lasciare ad altri il compito di agire. Idiota nel senso di non voler vedere, proprio come dice Daniele Silvestri “dovevo proprio avere gli occhi bendati per non vedere tutti i giorni passati, sprecati, buttati consacrati al niente” Idiota nel senso di non voler conoscere la realtà che sta attorno, di non voler incontrare.<br />anche perchè la parola incontro nasconde un piccolo dettaglio: noi solitamente la usiamo per definire una situazione in cui non è presente un elemento di discordia. In realtà, la sua origine racconta dell’unione di due parti, in e contro che definiscono invece tutta un’altra tipologia di circostanze.<br />contro richiama il latino contra, ovvero qualcosa o qualcuno che si trova in una posizione opposta alla mia. La parte più interessante però è racchiusa proprio nella parola in, perchè esprime come ci sia un movimento, come la situazione non sia statica, radicata o irremovibile. In rappresenta il verso, l’azione di andare verso qualcuno. Nel momento in cui decido di incontrare l’altro, ho lasciato la mia posizione originale e sono già in movimento verso l’altro. La magia dell’incontro è la direzione, l’intenzione di movimento, l’intenzione di non voler aspettare le mosse dell’altro. Sono io che ho deciso, che sento il desiderio di muovermi, sebbene sono consapevole che l’altro si trova comunque in una posizione opposta.<br />Ma forse ho deciso di muovermi verso l’altro perchè mi interessa, perchè sento che la rigidità delle posizioni potrebbe danneggiarmi più che giovarmi. Sento che potrei trarre un beneficio dall’incontro, sebbene questo mi costringerà a prendermi cura dell’altro e di me stesso. E uso la parola cura non a caso, in quanto tra i suoi significati va ad attingere dalla radice latina KU che significa battere, nel senso proprio di martellare. Infatti, l’incudine è proprio l’attrezzo che serve per battere. La cura diventa quindi una modalità per colpire in due direzioni: sicuramente quando ci prendiamo cura di qualcuno è sempre un’azione di invasione dell’intimità dell’altro, è come se in un certo senso creassimo un’apertura nella sfera personale, a volte anche percotendo, battendo, martellando. Sebbene il nostro possa essere un buon intento, in ogni caso prendersi cura dell’altro significa colpirlo. E in secondo luogo colpiamo anche noi stessi, martelliamo anche sul nostro sistema difensivo: perchè il prendersi cura ha bisogno di un canale diretto tra me e l’altro, non devono porsi ostacoli, nulla deve intromettersi nella relazione tra i due. E per far questo abbiamo bisogno di un elevatissimo livello di attenzione, di osservazione: non a caso il secondo significato di cura ritrova la radice nel latino KAU che significa osservare, guardare.Ecco allora che quando mi prendo cura dell’altro sono chiamato a osservarlo con attenzione, i suoi bisogni, i suoi sentimenti, le sue emozioni, e al tempo stesso non posso dimenticare di osservare anche me stesso, osservare come cambia il mio modo di essere, osservare come si modellano i miei pensieri quando mi prendo cura dell’altro. Anche perchè cura trova la sua terza radice nel sanscrito Kavi, che...]]></itunes:summary><itunes:duration>552</itunes:duration><itunes:keywords>cura,idiota,incontro</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/fcf98e969b10bdd9d6081259f7052cb4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio, la trasmissione che prova a ritrovare il significato di alcune parole che quotidianamente usiamo.
Oggi voglio ripartire dall’ultimo approfondimento, perchè ritengo meriti un ulteriore spazio. Grazie al consiglio di un’attenta ascoltatrice, desidero condividere con voi il senso ancora più radicato della parola idiota. Nella precedente trasmissione avevo definito idiota chi si dedica alla s  fera privata e delega gli altri ad operare per lui; in realtà l’idiota non è solo colui che si astiene, perchè la parola trova la sua radice anche nel greco eidon, che è il passato del verbo orao, che significa vedere. Si crea quindi un legame tra l’azione dell’osservare e la conseguente decisione ad agire o meno: chi non vuole vedere, chi si priva anche della facoltà sensoriale della vista, di conseguenza non può che lasciare ad altri il compito di agire. Idiota nel senso di non voler vedere, proprio come dice Daniele Silvestri “dovevo proprio avere gli occhi bendati per non vedere tutti i giorni passati, sprecati, buttati consacrati al niente” Idiota nel senso di non voler conoscere la realtà che sta attorno, di non voler incontrare.
anche perchè la parola incontro nasconde un piccolo dettaglio: noi solitamente la usiamo per definire una situazione in cui non è presente un elemento di discordia. In realtà, la sua origine racconta dell’unione di due parti, in e contro che definiscono invece tutta un’altra tipologia di circostanze.
contro richiama il latino contra, ovvero qualcosa o qualcuno che si trova in una posizione opposta alla mia. La parte più interessante però è racchiusa proprio nella parola in, perchè esprime come ci sia un movimento, come la situazione non sia statica, radicata o irremovibile. In rappresenta il verso, l’azione di andare verso qualcuno. Nel momento in cui decido di incontrare l’altro, ho lasciato la mia posizione originale e sono già in movimento verso l’altro. La magia dell’incontro è la direzione, l’intenzione di movimento, l’intenzione di non voler aspettare le mosse dell’altro. Sono io che ho deciso, che sento il desiderio di muovermi, sebbene sono consapevole che l’altro si trova comunque in una posizione opposta.
Ma forse ho deciso di muovermi verso l’altro perchè mi interessa, perchè sento che la rigidità delle posizioni potrebbe danneggiarmi più che giovarmi. Sento che potrei trarre un beneficio dall’incontro, sebbene questo mi costringerà a prendermi cura dell’altro e di me stesso. E uso la parola cura non a caso, in quanto tra i suoi significati va ad attingere dalla radice latina KU che significa battere, nel senso proprio di martellare. Infatti, l’incudine è proprio l’attrezzo che serve per battere. La cura diventa quindi una modalità per colpire in due direzioni: sicuramente quando ci prendiamo cura di qualcuno è sempre un’azione di invasione dell’intimità dell’altro, è come se in un certo senso creassimo un’apertura nella sfera personale, a volte anche percotendo, battendo, martellando. Sebbene il nostro possa essere un buon intento, in ogni caso prendersi cura dell’altro significa colpirlo. E in secondo luogo colpiamo anche noi stessi, martelliamo anche sul nostro sistema difensivo: perchè il prendersi cura ha bisogno di un canale diretto tra me e l’altro, non devono porsi ostacoli, nulla deve intromettersi nella relazione tra i due. E per far questo abbiamo bisogno di un elevatissimo livello di attenzione, di osservazione: non a caso il secondo significato di cura ritrova la radice nel latino KAU che significa osservare, guardare.Ecco allora che quando mi prendo cura dell’altro sono chiamato a osservarlo con attenzione, i suoi bisogni, i suoi sentimenti, le sue emozioni, e al tempo stesso non posso dimenticare di osservare anche me stesso, osservare come cambia il mio modo di essere, osservare come si modellano i miei pensieri quando mi prendo cura dell’altro. Anche perchè cura trova la sua terza radice nel sanscrito Kavi, che significa saggio:...</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/fcf98e969b10bdd9d6081259f7052cb4.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in viaggio - puntata #16</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/parole-in-viaggio-puntata-16</link><description><![CDATA[Bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio. L’abbiamo appena ascoltato dalla voce di Emiliano Merlin “è un tempo perfetto per vivere da idioti”. Il cantautore veronese con poche parole è riuscito a condensare il significato che il concetto di idiota dovrebbe riprendersi. Siamo tutti soliti usare questa parola nella sua inclinazione offensiva e quasi sempre è abbinata all’uso del verbo essere: sei un idiota! E all’udire una tale affermazione, pochi riuscirebbero a immaginare un intento non offensivo; non ci sono molte interpretazioni di fronte a queste tre parole: sei     un    idiota. “Sei” connota definitivamente uno stato della realtà, il tuo modo di essere, “sei” nel senso che fa proprio parte del tuo modo di vivere. L’articolo indeterminativo “un” ti ricorda che non sei da solo in questo mondo, o meglio ancora che non sei l’unico a detenere tale qualità, fai parte di un gruppo allargato. E infine “idiota” esprime la tua vocazione, il modo che hai scelto per interagire con la realtà, con la collettività, con la res publica. Perchè, se andiamo ad analizzare l’etimologia di idiota scopriamo che già i latini la usavano con un’accezione negativa, ma la sua origine risale al greco “idiotes”, ovvero l’uomo privato. Privato nel senso che non interagisce con la sfera pubblica, con tutto ciò che riguarda la società, il bene per la collettività. L’uomo inesperto, che non aveva le qualità per affrontare la vita politica, l’autentica polis intendo, quell’uomo veniva etichettato come incapace, come idiota appunto. Ma la linea di demarcazione tra il bene privato e il bene pubblico è ben diversa da ciò che invece intendiamo oggi per idiota, ovvero la persona che rivela stupidità o incompetenza. L’accezione che oggi noi usiamo del termine idiota si è allontanato dal suo significato originale: non siamo più di fronte a colui che non è portato a gestire incarichi pubblici e che di conseguenza preferisce l’idios, la sfera privata. Oggi idiota definisce in modo chiaro il comportamento, la concezione di stupidità, i parametri per essere accettato come normale o bollato come diverso. <br />E la parola normale nasconde un altro piccolo segreto: siamo soliti pensare a ciò che fanno tutti, normale come indice di confronto tra ciò che è lecito fare perchè la maggior parte di noi fa e ciò che invece non è lecito fare e che è tipico dei pochi, dei diversi, degli anormali. Ma chi tra noi è pronto ad accogliere la norma? La norma in latino si riferisce alla squadra, allo strumento utilizzato dai manovali per costruire muri perpendicolari. La norma in principio è un attrezzo che funziona per posizionare due lati in modo perpendicolare tra loro, formando un angolo retto. Stiamo parlando di uno strumento pensato dall’uomo per realizzare creazioni che in natura raramente esistono: non mi è ancora capitato di incontrare oggetti naturali che seguono fedelmente un andamento perpendicolare tra di loro. I rami seguono il vento, la roccia si inclina, la stessa terra non è una superficie piatta. E’ come se la natura ci volesse raccontare che alcune regole non le ha imposte lei, alcune scelte sono completamente un prodotto della fantasia umana. La norma, la squadra perpendicolare,  non è un elemento comune in natura; eppure l’essere umano ha deciso di assegnare un valore notevole, perché dalla norma, da ciò che crea andamenti retti nasce la rettitudine, l’ordinarietà delle cose e delle persone. Da un concetto inesistente in natura l’uomo ha creato uno dei presupposti per l’evoluzione della sua specie. Normale oggi è chi segue ciò che i più fanno, anormale o diverso è chi invece non segue la retta via, chi esce dall’ordinarietà, chi inclina leggermente la propria vita verso altre aspirazioni, verso comportamenti che non sono ben visti. Ma se proviamo a guardare la situazione con uno sguardo più attento, normale oggi è chi non partecipa attivamente alla vita pubblica, al bene comune, al bene degli altri perchè tende  preferire l’ambito privato, preferisce stare a casa, preferisce commentare gli eventi comodamente dal suo divano, non è partigiano, nel senso che non prende una parte, delega altri a operare per lui. In altre parole oggi è normale chi dedica la propria vita al privato, se gli antichi greci potessero postare un loro commento sui nostri social, sicuramente sarebbe scritto così “oggi è normale essere idioti”<br /><br /><br />in ordine di esecuzione abbiamo ascoltato<br />Il demone meridiano di Unorsominore<br />NOrmalità di Bocchimpani<br />quando è moda è moda di Gaber]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/12977936</guid><pubDate>Fri, 06 Oct 2017 22:39:07 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/12977936/piv_16.mp3" length="7081899" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio. L’abbiamo appena ascoltato dalla voce di Emiliano Merlin “è un tempo perfetto per vivere da idioti”. Il cantautore veronese con poche parole è riuscito a condensare il significato che il concetto di...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio. L’abbiamo appena ascoltato dalla voce di Emiliano Merlin “è un tempo perfetto per vivere da idioti”. Il cantautore veronese con poche parole è riuscito a condensare il significato che il concetto di idiota dovrebbe riprendersi. Siamo tutti soliti usare questa parola nella sua inclinazione offensiva e quasi sempre è abbinata all’uso del verbo essere: sei un idiota! E all’udire una tale affermazione, pochi riuscirebbero a immaginare un intento non offensivo; non ci sono molte interpretazioni di fronte a queste tre parole: sei     un    idiota. “Sei” connota definitivamente uno stato della realtà, il tuo modo di essere, “sei” nel senso che fa proprio parte del tuo modo di vivere. L’articolo indeterminativo “un” ti ricorda che non sei da solo in questo mondo, o meglio ancora che non sei l’unico a detenere tale qualità, fai parte di un gruppo allargato. E infine “idiota” esprime la tua vocazione, il modo che hai scelto per interagire con la realtà, con la collettività, con la res publica. Perchè, se andiamo ad analizzare l’etimologia di idiota scopriamo che già i latini la usavano con un’accezione negativa, ma la sua origine risale al greco “idiotes”, ovvero l’uomo privato. Privato nel senso che non interagisce con la sfera pubblica, con tutto ciò che riguarda la società, il bene per la collettività. L’uomo inesperto, che non aveva le qualità per affrontare la vita politica, l’autentica polis intendo, quell’uomo veniva etichettato come incapace, come idiota appunto. Ma la linea di demarcazione tra il bene privato e il bene pubblico è ben diversa da ciò che invece intendiamo oggi per idiota, ovvero la persona che rivela stupidità o incompetenza. L’accezione che oggi noi usiamo del termine idiota si è allontanato dal suo significato originale: non siamo più di fronte a colui che non è portato a gestire incarichi pubblici e che di conseguenza preferisce l’idios, la sfera privata. Oggi idiota definisce in modo chiaro il comportamento, la concezione di stupidità, i parametri per essere accettato come normale o bollato come diverso. <br />E la parola normale nasconde un altro piccolo segreto: siamo soliti pensare a ciò che fanno tutti, normale come indice di confronto tra ciò che è lecito fare perchè la maggior parte di noi fa e ciò che invece non è lecito fare e che è tipico dei pochi, dei diversi, degli anormali. Ma chi tra noi è pronto ad accogliere la norma? La norma in latino si riferisce alla squadra, allo strumento utilizzato dai manovali per costruire muri perpendicolari. La norma in principio è un attrezzo che funziona per posizionare due lati in modo perpendicolare tra loro, formando un angolo retto. Stiamo parlando di uno strumento pensato dall’uomo per realizzare creazioni che in natura raramente esistono: non mi è ancora capitato di incontrare oggetti naturali che seguono fedelmente un andamento perpendicolare tra di loro. I rami seguono il vento, la roccia si inclina, la stessa terra non è una superficie piatta. E’ come se la natura ci volesse raccontare che alcune regole non le ha imposte lei, alcune scelte sono completamente un prodotto della fantasia umana. La norma, la squadra perpendicolare,  non è un elemento comune in natura; eppure l’essere umano ha deciso di assegnare un valore notevole, perché dalla norma, da ciò che crea andamenti retti nasce la rettitudine, l’ordinarietà delle cose e delle persone. Da un concetto inesistente in natura l’uomo ha creato uno dei presupposti per l’evoluzione della sua specie. Normale oggi è chi segue ciò che i più fanno, anormale o diverso è chi invece non segue la retta via, chi esce dall’ordinarietà, chi inclina leggermente la propria vita verso altre aspirazioni, verso comportamenti che non sono ben visti. Ma se proviamo a guardare la situazione con uno sguardo più attento, normale oggi è chi non partecipa attivamente alla vita pubblica, al bene comune, al bene degli altri perchè tende  preferire l’ambito privato, preferisce...]]></itunes:summary><itunes:duration>443</itunes:duration><itunes:keywords>idiota,normale</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a21d6c77c8d5bd800d50211ee7347228.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio. L’abbiamo appena ascoltato dalla voce di Emiliano Merlin “è un tempo perfetto per vivere da idioti”. Il cantautore veronese con poche parole è riuscito a condensare il significato che il concetto di idiota dovrebbe riprendersi. Siamo tutti soliti usare questa parola nella sua inclinazione offensiva e quasi sempre è abbinata all’uso del verbo essere: sei un idiota! E all’udire una tale affermazione, pochi riuscirebbero a immaginare un intento non offensivo; non ci sono molte interpretazioni di fronte a queste tre parole: sei     un    idiota. “Sei” connota definitivamente uno stato della realtà, il tuo modo di essere, “sei” nel senso che fa proprio parte del tuo modo di vivere. L’articolo indeterminativo “un” ti ricorda che non sei da solo in questo mondo, o meglio ancora che non sei l’unico a detenere tale qualità, fai parte di un gruppo allargato. E infine “idiota” esprime la tua vocazione, il modo che hai scelto per interagire con la realtà, con la collettività, con la res publica. Perchè, se andiamo ad analizzare l’etimologia di idiota scopriamo che già i latini la usavano con un’accezione negativa, ma la sua origine risale al greco “idiotes”, ovvero l’uomo privato. Privato nel senso che non interagisce con la sfera pubblica, con tutto ciò che riguarda la società, il bene per la collettività. L’uomo inesperto, che non aveva le qualità per affrontare la vita politica, l’autentica polis intendo, quell’uomo veniva etichettato come incapace, come idiota appunto. Ma la linea di demarcazione tra il bene privato e il bene pubblico è ben diversa da ciò che invece intendiamo oggi per idiota, ovvero la persona che rivela stupidità o incompetenza. L’accezione che oggi noi usiamo del termine idiota si è allontanato dal suo significato originale: non siamo più di fronte a colui che non è portato a gestire incarichi pubblici e che di conseguenza preferisce l’idios, la sfera privata. Oggi idiota definisce in modo chiaro il comportamento, la concezione di stupidità, i parametri per essere accettato come normale o bollato come diverso. 
E la parola normale nasconde un altro piccolo segreto: siamo soliti pensare a ciò che fanno tutti, normale come indice di confronto tra ciò che è lecito fare perchè la maggior parte di noi fa e ciò che invece non è lecito fare e che è tipico dei pochi, dei diversi, degli anormali. Ma chi tra noi è pronto ad accogliere la norma? La norma in latino si riferisce alla squadra, allo strumento utilizzato dai manovali per costruire muri perpendicolari. La norma in principio è un attrezzo che funziona per posizionare due lati in modo perpendicolare tra loro, formando un angolo retto. Stiamo parlando di uno strumento pensato dall’uomo per realizzare creazioni che in natura raramente esistono: non mi è ancora capitato di incontrare oggetti naturali che seguono fedelmente un andamento perpendicolare tra di loro. I rami seguono il vento, la roccia si inclina, la stessa terra non è una superficie piatta. E’ come se la natura ci volesse raccontare che alcune regole non le ha imposte lei, alcune scelte sono completamente un prodotto della fantasia umana. La norma, la squadra perpendicolare,  non è un elemento comune in natura; eppure l’essere umano ha deciso di assegnare un valore notevole, perché dalla norma, da ciò che crea andamenti retti nasce la rettitudine, l’ordinarietà delle cose e delle persone. Da un concetto inesistente in natura l’uomo ha creato uno dei presupposti per l’evoluzione della sua specie. Normale oggi è chi segue ciò che i più fanno, anormale o diverso è chi invece non segue la retta via, chi esce dall’ordinarietà, chi inclina leggermente la propria vita verso altre aspirazioni, verso comportamenti che non sono ben visti. Ma se proviamo a guardare la situazione con uno sguardo più attento, normale oggi è chi non partecipa attivamente alla vita pubblica, al bene comune, al bene degli altri perchè tende  preferire l’ambito privato, preferisce stare a...</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/a21d6c77c8d5bd800d50211ee7347228.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in viaggio - puntata #15</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/parole-in-viaggio-puntata-15</link><description><![CDATA[Bentornati sulle Frequenze di Parole in viaggio, la trasmissione dedicata all’approfondimento dei significati di alcune parole che ogni giorno pronunciamo.<br />C’è un verbo che più di tutti sta dominando la scena delle vicende internazionali: la Corea del Nord sembra essere pronta a lanciare missili intercontinentali, mentre di risposta il presidente americano Trump sembra essere pronto a reagire annientando la stessa Corea. La situazione sembra giorno dopo giorno precipitare in un cunicolo senza possibilità di ritorno. Il verbo precipitare entra nell’uso sempre più quotidiano per descrivere situazioni che all’apparenza sembrano irreversibili. Precipitare nel senso di cadere in quella voragine da cui è impossibile risalire. Precipitare però pone le sue radici nel latino praecipitem, colui che cade con la testa in avanti: l’elemento caratteristico di questa parola è proprio la testa, una testa che viene descritta come ciò che si sposta dalla sua normale posizione e di conseguenza modifica anche il consueto movimento del corpo. La testa rappresenta ciò che controlla il nostro corpo, il nostro essere: nel momento in cui perde l’equilibrio e si sposta fuori dall’asse del corpo determina un incontrollabile mutamento della parte rimanente. Un corpo senza testa non ha ragione di esistere, oltre il controllo di sè perde soprattutto la possibilità di rendersi utile agli altri e a sè. <br />Una nazione che è parte attiva nel far precipitare le cose, perde il controllo della situazione, ma soprattutto perde la possibilità di garantire al suo popolo la sicurezza. <br />Non c’è sofferenza più grande di patire per una scelta imposta da altri: quando è qualcuno esterno da me a scegliere cosa e come devo vivere, è esattamente il momento in cui le cose iniziano a precipitare, iniziano a spostare la testa, la mia testa lontana dal corpo. la sofferenza è veramente grande perchè non devo soffrire, sub fero, per ciò che io ho deciso di portare sulle mie spalle. Devo invece caricarmi di un peso che non è mio, anzi, che probabilmente non avrei mai portato. La sofferenza mi costringe ad allenare la pazienza, quella virtù che chiede all’uomo di affrontare il pathos delle cose. Non si tratta di essere indifferenti al dolore, di lasciarlo scorrere sulla pelle: la pazienza è una dote che va ben oltre. Ci chiede di guardare il faccia il dolore, guardare negli occhi coloro che ci caricano di pesi indesiderati, guardarci allo specchio mentre la sofferenza tenta di schiacciarci: anche perchè se non affrontiamo direttamente la situazione rischiamo di precipitare, di mettere cioè la testa in avanti, di perdere l’equilibrio e rimanere definitivamente torchiati dalla massa sovrastante. <br />La pazienza può divenire una strada risolutiva, la pazienza è l’arte di accogliere il dolore, come fa il salice quando nevica, non usa tutta la sua forza per sopportarlo e rischiare quindi di spezzarsi dal peso. Il salice accoglie la neve sui suoi rami, si flettono, si piegano fino a far cadere la stessa neve a terra: non usa la forza per contrastare il dolore, ma lo sa accogliere, lo porta con sè e lo accompagna verso la sua strada.<br />Forse è questo uno dei doni più significativi che la natura ci mostra: saper accogliere, saper essere flessibili dinnanzi a ciò che è doloroso, senza accorrere, senza precipitare, senza lasciarsi travolgere dall’impeto della sua forza. E forse non a caso l’uomo li chiama salici piangenti, non solo perché la forma richiama le lacrime che cadono. Piangenti anche perchè quando accogli il dolore non puoi rimanere indifferente, il dolore entra e fa parte di te: piangere è un’azione naturale dell’essere umano, e piangere richiama il plangere latino che significa percuotere, battere, colpire. Per ogni lacrima che lasciamo cadere corrisponde un colpo subito. L’indifferenza è scappare di fronte al dolore, la pazienza è aprire il proprio cuore alle percosse che ogni giorno incontriamo. Ma è anche scoprire che in questo pathos risiede un’energia  infinita, se veramente siamo in grado di accogliere il dolore, sarà il dolore stesso a donarci la forza per portare il peso senza spezzare il ramo, senza precipitare, ma semplicemente accompagnando la neve a terra e ritornare più vigorosi alla posizione originale. Davanti a qualsiasi forza che vuole scuoterci, se non vogliamo inutilmente spezzarci, non ci resta che vivere intensamente l’esperienza e alzare le mani<br /><br />in ordine di esecuzione abbiamo ascoltato<br />Precipito di Giorgio Canali e Rosso fuoco<br />the weight dei the band<br />Alzo le mani di Fabi, Gazzè, Silvestri]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/12883011</guid><pubDate>Mon, 25 Sep 2017 16:19:56 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/12883011/piv_15.mp3" length="6851603" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Bentornati sulle Frequenze di Parole in viaggio, la trasmissione dedicata all’approfondimento dei significati di alcune parole che ogni giorno pronunciamo.
C’è un verbo che più di tutti sta dominando la scena delle vicende internazionali: la Corea del...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Bentornati sulle Frequenze di Parole in viaggio, la trasmissione dedicata all’approfondimento dei significati di alcune parole che ogni giorno pronunciamo.<br />C’è un verbo che più di tutti sta dominando la scena delle vicende internazionali: la Corea del Nord sembra essere pronta a lanciare missili intercontinentali, mentre di risposta il presidente americano Trump sembra essere pronto a reagire annientando la stessa Corea. La situazione sembra giorno dopo giorno precipitare in un cunicolo senza possibilità di ritorno. Il verbo precipitare entra nell’uso sempre più quotidiano per descrivere situazioni che all’apparenza sembrano irreversibili. Precipitare nel senso di cadere in quella voragine da cui è impossibile risalire. Precipitare però pone le sue radici nel latino praecipitem, colui che cade con la testa in avanti: l’elemento caratteristico di questa parola è proprio la testa, una testa che viene descritta come ciò che si sposta dalla sua normale posizione e di conseguenza modifica anche il consueto movimento del corpo. La testa rappresenta ciò che controlla il nostro corpo, il nostro essere: nel momento in cui perde l’equilibrio e si sposta fuori dall’asse del corpo determina un incontrollabile mutamento della parte rimanente. Un corpo senza testa non ha ragione di esistere, oltre il controllo di sè perde soprattutto la possibilità di rendersi utile agli altri e a sè. <br />Una nazione che è parte attiva nel far precipitare le cose, perde il controllo della situazione, ma soprattutto perde la possibilità di garantire al suo popolo la sicurezza. <br />Non c’è sofferenza più grande di patire per una scelta imposta da altri: quando è qualcuno esterno da me a scegliere cosa e come devo vivere, è esattamente il momento in cui le cose iniziano a precipitare, iniziano a spostare la testa, la mia testa lontana dal corpo. la sofferenza è veramente grande perchè non devo soffrire, sub fero, per ciò che io ho deciso di portare sulle mie spalle. Devo invece caricarmi di un peso che non è mio, anzi, che probabilmente non avrei mai portato. La sofferenza mi costringe ad allenare la pazienza, quella virtù che chiede all’uomo di affrontare il pathos delle cose. Non si tratta di essere indifferenti al dolore, di lasciarlo scorrere sulla pelle: la pazienza è una dote che va ben oltre. Ci chiede di guardare il faccia il dolore, guardare negli occhi coloro che ci caricano di pesi indesiderati, guardarci allo specchio mentre la sofferenza tenta di schiacciarci: anche perchè se non affrontiamo direttamente la situazione rischiamo di precipitare, di mettere cioè la testa in avanti, di perdere l’equilibrio e rimanere definitivamente torchiati dalla massa sovrastante. <br />La pazienza può divenire una strada risolutiva, la pazienza è l’arte di accogliere il dolore, come fa il salice quando nevica, non usa tutta la sua forza per sopportarlo e rischiare quindi di spezzarsi dal peso. Il salice accoglie la neve sui suoi rami, si flettono, si piegano fino a far cadere la stessa neve a terra: non usa la forza per contrastare il dolore, ma lo sa accogliere, lo porta con sè e lo accompagna verso la sua strada.<br />Forse è questo uno dei doni più significativi che la natura ci mostra: saper accogliere, saper essere flessibili dinnanzi a ciò che è doloroso, senza accorrere, senza precipitare, senza lasciarsi travolgere dall’impeto della sua forza. E forse non a caso l’uomo li chiama salici piangenti, non solo perché la forma richiama le lacrime che cadono. Piangenti anche perchè quando accogli il dolore non puoi rimanere indifferente, il dolore entra e fa parte di te: piangere è un’azione naturale dell’essere umano, e piangere richiama il plangere latino che significa percuotere, battere, colpire. Per ogni lacrima che lasciamo cadere corrisponde un colpo subito. L’indifferenza è scappare di fronte al dolore, la pazienza è aprire il proprio cuore alle percosse che ogni giorno incontriamo. Ma è anche scoprire che in questo pathos risiede un’energia...]]></itunes:summary><itunes:duration>429</itunes:duration><itunes:keywords>pazienza,precipitare,sofferenza</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/e1e3aaaf75c076e75fc25c53f8071ef4.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Bentornati sulle Frequenze di Parole in viaggio, la trasmissione dedicata all’approfondimento dei significati di alcune parole che ogni giorno pronunciamo.
C’è un verbo che più di tutti sta dominando la scena delle vicende internazionali: la Corea del Nord sembra essere pronta a lanciare missili intercontinentali, mentre di risposta il presidente americano Trump sembra essere pronto a reagire annientando la stessa Corea. La situazione sembra giorno dopo giorno precipitare in un cunicolo senza possibilità di ritorno. Il verbo precipitare entra nell’uso sempre più quotidiano per descrivere situazioni che all’apparenza sembrano irreversibili. Precipitare nel senso di cadere in quella voragine da cui è impossibile risalire. Precipitare però pone le sue radici nel latino praecipitem, colui che cade con la testa in avanti: l’elemento caratteristico di questa parola è proprio la testa, una testa che viene descritta come ciò che si sposta dalla sua normale posizione e di conseguenza modifica anche il consueto movimento del corpo. La testa rappresenta ciò che controlla il nostro corpo, il nostro essere: nel momento in cui perde l’equilibrio e si sposta fuori dall’asse del corpo determina un incontrollabile mutamento della parte rimanente. Un corpo senza testa non ha ragione di esistere, oltre il controllo di sè perde soprattutto la possibilità di rendersi utile agli altri e a sè. 
Una nazione che è parte attiva nel far precipitare le cose, perde il controllo della situazione, ma soprattutto perde la possibilità di garantire al suo popolo la sicurezza. 
Non c’è sofferenza più grande di patire per una scelta imposta da altri: quando è qualcuno esterno da me a scegliere cosa e come devo vivere, è esattamente il momento in cui le cose iniziano a precipitare, iniziano a spostare la testa, la mia testa lontana dal corpo. la sofferenza è veramente grande perchè non devo soffrire, sub fero, per ciò che io ho deciso di portare sulle mie spalle. Devo invece caricarmi di un peso che non è mio, anzi, che probabilmente non avrei mai portato. La sofferenza mi costringe ad allenare la pazienza, quella virtù che chiede all’uomo di affrontare il pathos delle cose. Non si tratta di essere indifferenti al dolore, di lasciarlo scorrere sulla pelle: la pazienza è una dote che va ben oltre. Ci chiede di guardare il faccia il dolore, guardare negli occhi coloro che ci caricano di pesi indesiderati, guardarci allo specchio mentre la sofferenza tenta di schiacciarci: anche perchè se non affrontiamo direttamente la situazione rischiamo di precipitare, di mettere cioè la testa in avanti, di perdere l’equilibrio e rimanere definitivamente torchiati dalla massa sovrastante. 
La pazienza può divenire una strada risolutiva, la pazienza è l’arte di accogliere il dolore, come fa il salice quando nevica, non usa tutta la sua forza per sopportarlo e rischiare quindi di spezzarsi dal peso. Il salice accoglie la neve sui suoi rami, si flettono, si piegano fino a far cadere la stessa neve a terra: non usa la forza per contrastare il dolore, ma lo sa accogliere, lo porta con sè e lo accompagna verso la sua strada.
Forse è questo uno dei doni più significativi che la natura ci mostra: saper accogliere, saper essere flessibili dinnanzi a ciò che è doloroso, senza accorrere, senza precipitare, senza lasciarsi travolgere dall’impeto della sua forza. E forse non a caso l’uomo li chiama salici piangenti, non solo perché la forma richiama le lacrime che cadono. Piangenti anche perchè quando accogli il dolore non puoi rimanere indifferente, il dolore entra e fa parte di te: piangere è un’azione naturale dell’essere umano, e piangere richiama il plangere latino che significa percuotere, battere, colpire. Per ogni lacrima che lasciamo cadere corrisponde un colpo subito. L’indifferenza è scappare di fronte al dolore, la pazienza è aprire il proprio cuore alle percosse che ogni giorno incontriamo. Ma è anche scoprire che in questo pathos risiede un’energia  infinita, se veramente...</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/e1e3aaaf75c076e75fc25c53f8071ef4.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>parole in viaggio - puntata #14</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/piv-14</link><description><![CDATA[buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio, la rubrica dedicata all’approfondimento di alcune parole che tutti i giorni usiamo ma di cui spesso trascuriamo la storia e il significato originario.<br />oggi desidero soffermarmi su un’azione che quotidianamente eseguiamo: ogni mattina, appena scesi dal letto, inizia per noi una giornata caratterizzata da molti spostamenti, siamo chiamati a muovere le gambe e camminare. Il primo approfondimento riguarda proprio l’utilizzo del verbo camminare anziché alcuni suoi sinonimi, tipo deambulare o incedere. Merita un minuto di attenzione questo dettaglio perché una lingua come l’italiano per alcune parole ha deciso di trascurare l’importanza del latino scritto, per dare invece spazio alla tradizione orale. Nelle fonti romane altre parole ricoprono il significato di cammino, ambulatio, cursus, iter, ma nessuna di queste richiama l’usuale cammino. Infatti, la radice cam era propria di terre oltre il confine romano, o meglio tipiche di popoli come i celti conquistati durante l’impero. Ma perchè allora hanno scelto di accogliere tale parola in una forma non completa? Probabilmente perché i celti erano nemici, forse perché l’orgoglio è più forte della mera accettazione. In ogni caso i latini ci hanno lasciato questa eredità, accogliere il nemico come un in amicus, come un “non amico”. Alla fine, se ci pensiamo bene, nemico o non nemico, dentro questa parola è comunque contenuto il segreto dell’amicizia, una non amicizia parte dal presupposto che sia esistita prima un’amicizia. Quando l’essere umano sa di avere un nemico, sa anche di avere un non amico, sa che per alcune caratteristiche quella persona altra da sé non coinciderà con i canoni dell’amico. Per altre caratteristiche, molto spesso poche, probabilmente invece potrebbe anche essere amico. Sta sempre a noi valutare se dare maggior peso alle inclinazioni che non ci rispecchiano oppure alle qualità simili a noi. Alla fine è sempre una scelta personale, di ciascuno di noi, che di fronte ad un non amico è chiamato a domandarsi quale parte desidera assecondare. La storia ci insegna che sebbene noi ignoriamo l’altro e la sua cultura, rimarrà comunque impresso dentro di noi, resterà in ogni caso una parola anche se non è scritta, anche se semplicemente parlata,  e quella parola soverchierà le sue simili, prenderà il loro posto e si insedierà nella vita quotidiana. <br />anche perché amico porta dentro di sé la medesima radice di amare, quando si parla di amico si parla di amore; quando si parla di nemico, di non amico, si parla di non amore: è umanamente possibile non amare completamente l’altro? ci sarà sempre un dettaglio che noi apprezzeremo, per quanto malvagio sia l’altro. E se proprio volessimo approfondire anche il concetto di malvagio, dal momento che per i più il nemico ricopre perfettamente tale aggettivo, ci sono un paio di interpretazioni etimologiche a riguardo: il latino malifatius, che richiama colui cha ha cattivo fato, un destino praticamente già proiettato verso la negatività; oppure altri storici lo collegano a male levatus, ovvero colui che è stato allevato male. In entrambi i casi è abbastanza evidente che colui che noi consideriamo malvagio, dal nostro punto di vista ha una strada ben delineata: per forza di cose finirà a fare del male, perché il suo destino è un essere cattivo e lo diventerà perché qualcuno a suo tempo lo ha allevato con uno stile negativo. Cosa possiamo aspettarci da un essere umano, da un non amico come questo? Nulla di più, a meno che noi per primi non iniziamo a cambiare punto di vista e considerare quello che di solito non vediamo, a usare parole che magari non sono ancora scritte nel dizionario ma che comunque sentiamo nostre. Il vero cammino inizia anche così, immaginare che anche un nemico possa essere amato, che anche un non amico possa comunque amarci, perché la sua malvagità altro non è che il frutto di un’educazione diversa dalla nostra e di un destino che lui da solo non potrà modificare.<br />Buon cammino a tutti noi...]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/12760339</guid><pubDate>Sat, 09 Sep 2017 08:56:47 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/12760339/piv_14.mp3" length="8768782" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio, la rubrica dedicata all’approfondimento di alcune parole che tutti i giorni usiamo ma di cui spesso trascuriamo la storia e il significato originario.&#13;
oggi desidero soffermarmi su...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio, la rubrica dedicata all’approfondimento di alcune parole che tutti i giorni usiamo ma di cui spesso trascuriamo la storia e il significato originario.<br />oggi desidero soffermarmi su un’azione che quotidianamente eseguiamo: ogni mattina, appena scesi dal letto, inizia per noi una giornata caratterizzata da molti spostamenti, siamo chiamati a muovere le gambe e camminare. Il primo approfondimento riguarda proprio l’utilizzo del verbo camminare anziché alcuni suoi sinonimi, tipo deambulare o incedere. Merita un minuto di attenzione questo dettaglio perché una lingua come l’italiano per alcune parole ha deciso di trascurare l’importanza del latino scritto, per dare invece spazio alla tradizione orale. Nelle fonti romane altre parole ricoprono il significato di cammino, ambulatio, cursus, iter, ma nessuna di queste richiama l’usuale cammino. Infatti, la radice cam era propria di terre oltre il confine romano, o meglio tipiche di popoli come i celti conquistati durante l’impero. Ma perchè allora hanno scelto di accogliere tale parola in una forma non completa? Probabilmente perché i celti erano nemici, forse perché l’orgoglio è più forte della mera accettazione. In ogni caso i latini ci hanno lasciato questa eredità, accogliere il nemico come un in amicus, come un “non amico”. Alla fine, se ci pensiamo bene, nemico o non nemico, dentro questa parola è comunque contenuto il segreto dell’amicizia, una non amicizia parte dal presupposto che sia esistita prima un’amicizia. Quando l’essere umano sa di avere un nemico, sa anche di avere un non amico, sa che per alcune caratteristiche quella persona altra da sé non coinciderà con i canoni dell’amico. Per altre caratteristiche, molto spesso poche, probabilmente invece potrebbe anche essere amico. Sta sempre a noi valutare se dare maggior peso alle inclinazioni che non ci rispecchiano oppure alle qualità simili a noi. Alla fine è sempre una scelta personale, di ciascuno di noi, che di fronte ad un non amico è chiamato a domandarsi quale parte desidera assecondare. La storia ci insegna che sebbene noi ignoriamo l’altro e la sua cultura, rimarrà comunque impresso dentro di noi, resterà in ogni caso una parola anche se non è scritta, anche se semplicemente parlata,  e quella parola soverchierà le sue simili, prenderà il loro posto e si insedierà nella vita quotidiana. <br />anche perché amico porta dentro di sé la medesima radice di amare, quando si parla di amico si parla di amore; quando si parla di nemico, di non amico, si parla di non amore: è umanamente possibile non amare completamente l’altro? ci sarà sempre un dettaglio che noi apprezzeremo, per quanto malvagio sia l’altro. E se proprio volessimo approfondire anche il concetto di malvagio, dal momento che per i più il nemico ricopre perfettamente tale aggettivo, ci sono un paio di interpretazioni etimologiche a riguardo: il latino malifatius, che richiama colui cha ha cattivo fato, un destino praticamente già proiettato verso la negatività; oppure altri storici lo collegano a male levatus, ovvero colui che è stato allevato male. In entrambi i casi è abbastanza evidente che colui che noi consideriamo malvagio, dal nostro punto di vista ha una strada ben delineata: per forza di cose finirà a fare del male, perché il suo destino è un essere cattivo e lo diventerà perché qualcuno a suo tempo lo ha allevato con uno stile negativo. Cosa possiamo aspettarci da un essere umano, da un non amico come questo? Nulla di più, a meno che noi per primi non iniziamo a cambiare punto di vista e considerare quello che di solito non vediamo, a usare parole che magari non sono ancora scritte nel dizionario ma che comunque sentiamo nostre. Il vero cammino inizia anche così, immaginare che anche un nemico possa essere amato, che anche un non amico possa comunque amarci, perché la sua malvagità altro non è che il frutto di un’educazione diversa dalla nostra e di un destino che lui da...]]></itunes:summary><itunes:duration>548</itunes:duration><itunes:keywords>amico,camminare,malvagio</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0e7a4e6ae31c03dd432b845d1aa5fa03.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio, la rubrica dedicata all’approfondimento di alcune parole che tutti i giorni usiamo ma di cui spesso trascuriamo la storia e il significato originario.&#13;
oggi desidero soffermarmi su un’azione che quotidianamente eseguiamo: ogni mattina, appena scesi dal letto, inizia per noi una giornata caratterizzata da molti spostamenti, siamo chiamati a muovere le gambe e camminare. Il primo approfondimento riguarda proprio l’utilizzo del verbo camminare anziché alcuni suoi sinonimi, tipo deambulare o incedere. Merita un minuto di attenzione questo dettaglio perché una lingua come l’italiano per alcune parole ha deciso di trascurare l’importanza del latino scritto, per dare invece spazio alla tradizione orale. Nelle fonti romane altre parole ricoprono il significato di cammino, ambulatio, cursus, iter, ma nessuna di queste richiama l’usuale cammino. Infatti, la radice cam era propria di terre oltre il confine romano, o meglio tipiche di popoli come i celti conquistati durante l’impero. Ma perchè allora hanno scelto di accogliere tale parola in una forma non completa? Probabilmente perché i celti erano nemici, forse perché l’orgoglio è più forte della mera accettazione. In ogni caso i latini ci hanno lasciato questa eredità, accogliere il nemico come un in amicus, come un “non amico”. Alla fine, se ci pensiamo bene, nemico o non nemico, dentro questa parola è comunque contenuto il segreto dell’amicizia, una non amicizia parte dal presupposto che sia esistita prima un’amicizia. Quando l’essere umano sa di avere un nemico, sa anche di avere un non amico, sa che per alcune caratteristiche quella persona altra da sé non coinciderà con i canoni dell’amico. Per altre caratteristiche, molto spesso poche, probabilmente invece potrebbe anche essere amico. Sta sempre a noi valutare se dare maggior peso alle inclinazioni che non ci rispecchiano oppure alle qualità simili a noi. Alla fine è sempre una scelta personale, di ciascuno di noi, che di fronte ad un non amico è chiamato a domandarsi quale parte desidera assecondare. La storia ci insegna che sebbene noi ignoriamo l’altro e la sua cultura, rimarrà comunque impresso dentro di noi, resterà in ogni caso una parola anche se non è scritta, anche se semplicemente parlata,  e quella parola soverchierà le sue simili, prenderà il loro posto e si insedierà nella vita quotidiana. &#13;
anche perché amico porta dentro di sé la medesima radice di amare, quando si parla di amico si parla di amore; quando si parla di nemico, di non amico, si parla di non amore: è umanamente possibile non amare completamente l’altro? ci sarà sempre un dettaglio che noi apprezzeremo, per quanto malvagio sia l’altro. E se proprio volessimo approfondire anche il concetto di malvagio, dal momento che per i più il nemico ricopre perfettamente tale aggettivo, ci sono un paio di interpretazioni etimologiche a riguardo: il latino malifatius, che richiama colui cha ha cattivo fato, un destino praticamente già proiettato verso la negatività; oppure altri storici lo collegano a male levatus, ovvero colui che è stato allevato male. In entrambi i casi è abbastanza evidente che colui che noi consideriamo malvagio, dal nostro punto di vista ha una strada ben delineata: per forza di cose finirà a fare del male, perché il suo destino è un essere cattivo e lo diventerà perché qualcuno a suo tempo lo ha allevato con uno stile negativo. Cosa possiamo aspettarci da un essere umano, da un non amico come questo? Nulla di più, a meno che noi per primi non iniziamo a cambiare punto di vista e considerare quello che di solito non vediamo, a usare parole che magari non sono ancora scritte nel dizionario ma che comunque sentiamo nostre. Il vero cammino inizia anche così, immaginare che anche un nemico possa essere amato, che anche un non amico possa comunque amarci, perché la sua malvagità altro non è che il frutto di un’educazione diversa dalla nostra e di un destino che lui da solo non...</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/0e7a4e6ae31c03dd432b845d1aa5fa03.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in viaggio - puntata #13</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/parole-in-viaggio-puntata-13</link><description><![CDATA[Goodmorning everybody and welcome back to Parole in Viaggio. Yes, one whole year has already gone from the last broadcasting, 12 months of journeys and meetings, sharing and requests. Indeed nothing has changed in all this time, if I look at who is around me, the situation is very similar, nothing of new, we are all attached to our habits.<br />It’s not simply to try to change, the necessary effort is very big; and if we could try, the change of an habit takes a lot, a lot of time. But why is so hard to change? Maybe is simpler to deepen its meaning, that literally shows us that habit comes from latin Habitus, simply the clothes, the dress. Now, it’s not about how many clothes we change in a day, but the first reference is more conceptual: how many of us are ready to modify our style of clothes? I suppose few, very few. And why? because the clothes represent us, or maybe it’s better saying that we project on the clothes our idea and we desire  that the other could understand who we are from a first panoramic look. He doesn’t know us but he already knows something about us. We are the clothes and they drive every day of our life. After waking up it’s time to go out, using a protecting defense created exactly by clothes. It’s when we entrust to an object what we are not able to face up to alone: the fear, the fear of judgement. And the fear is the engine that makes us running to protect us, with clothes and habits: more we create them, more we control the fear. More clothes are definite, more we suppress the sense of perturbation that persecutes us. Same path by car, same bar, same time, same market, same restaurant, same friends, same actions repeated till the end. And what happens if we don’t repeat an action? We feel guilty, “perhaps I should have done that stuff…” roles reverse, habits control our life, we can’t live without them, every one of us has an habit, as Elio e le storie tese says “I’m full of habits, don’t judge me, you are like me!”<br /><br />And if it’s true that we are so attached to our habits, instead of changing them, maybe it’s better beginning to know them, understand why we behave in a certain way and why we are so tied to them. that’s attachement and its meaning is very interesting. Attachment, from the verb to attach, has its origin in the celtic-german language tac, that means attach, fix, grapple. In other languages the same root is about the nail, the tack and also the latin tangere is touch but also to unite, to join. Attachment therefore is a simple nail we used to fix on us one of many things we are tied to, habits included. And when we use a nail on us there is a double meaning: when we attach something on us we are getting hurt, because the nail must soak in to hold the object to us. But at the same time if we decide to remove we have to to a big effort to extract the nail.<br />If we look around us we understand how many things we are tied to, many, maybe too many. And if we would think to a dear object, were we able to live without it? Or were we able to donate it to the less pleasant person? More we are tied to something, more we understand that we haven’t beaten only one nail, but a box of nails. And what have we to do to free us? What kind of inhuman effort have we to use?<br />Nevertheless every day, everyone of us ties to something new, without release old connection. Every day a new nail, new habits, new ties.<br />Is there a remedy  for this? I don’t know, maybe no, or maybe yes, trying to receive the Nickelback’s suggestion: “If today was your last day, Leave old pictures in the past<br />Donate every dime you have?” <br />Or perhaps more simply it’s time to start to be aware, without forcing too much. We could think about what we own and what owns us. And then understand that we can let it go, freely, without expectations. We could think that we are not alone in this world and the biggest difficulty we have is to not think to the other, to the neighbour, to the friend, to someone we meet walking on the street. We don’t think because our habit doesn’t let us to observe, we like the others observe our clothes, but we don’t observe the others nor we want to change. We don’t do it because if we try we feel the nail that stop us, and if we force we feel a lot of pain. Nevertheless it wouldn’t be so hard to observe us, simply we look at us and then to try to change. Every big transformation, every big invention begins from a change. We should try to change small things and maybe we will discover that we can change everything, we can change the world too.<br /><br /><br /><br /><br />Buongiorno a tutti e ben ritrovati sulle frequenze di Parole in viaggio. Eh sì, è già passato un intero anno dall’ultima trasmissione, 12 mesi di viaggi ed incontri, condivisioni e richieste. In realtà non è cambiato molto in tutto questo tempo, nel senso che se guardo chi mi sta intorno la situazione è veramente molto simile, niente di nuovo, siamo tutti attaccati alle nostre abitudini.<br />Non è facile provare a cambiare, lo sforzo necessario è decisamente enorme; e se anche riuscissimo a provare, il cambiamento di un'abitudine richiede molto, molto tempo. Ma perchè è così difficile cambiare? Forse è più semplice approfondire il suo significato, che letteralmente ci mostra come abitudine deriva dal latino habitus, semplicemente l’abito, il vestito. Ora, non si tratta di quanti vestiti cambiamo in un giorno, bensì il primo riferimento è più concettuale: quanti di noi sono pronti a modificare il proprio stile di abbigliamento? Temo pochi, molto pochi. E chiediamoci anche perché... Perché l’abito ci rappresenta, o forse è meglio dire che proiettiamo noi nell’abito una nostra idea e desideriamo che l’altro possa intendere chi siamo da una prima occhiata panoramica. Non ci conosce eppure sa già qualcosa di noi. L’abito siamo noi e ci accompagna ogni giorno della nostra vita. Dopo la sveglia arriva il momento di uscire dalle mura di casa, attraverso una difesa protettiva creata appunto dall’abito. E’ il momento in cui affidiamo ad un oggetto ciò che non siamo in grado di affrontare da soli: la paura, la paura del giudizio. Ed è la paura il motore che ci fa correre a proteggerci, con l’abito e con le abitudini: più ne creiamo, più controlliamo la paura. Più gli abiti sono definiti, più soffochiamo il senso di turbamento che ci perseguita. Stesso percorso in auto, stesso bar, stessi orari, stesso supermercato, stesso ristorante, stessi amici, stesse azioni ripetute fino alla fine. E se per caso non ripetiamo un’abitudine? Sensi di colpa, forse avrei dovuto fare quella cosa…. i ruoli si invertono, le abitudini comandano la nostra vita, non possiamo più vivere senza di esse. Tutti noi abbiamo un’abitudine, come dicono gli Elio e le storie tese  “Sono abitudinario, non mi giudicate, siete come me”<br /><br />E se è vero che siamo così attaccati alle nostre abitudini, invece di cambiarle, forse vale la pena iniziare a conoscerle, capire perché ci comportiamo in un certo modo e perchè ne siamo così legati. Si chiama appunto attaccamento e anche il suo significato è alquanto interessante. Attaccamento, dal verbo attaccare, trova la sua origine nella lingua celto-germanica tac, che significa appunto agganciare, fermare. In altre lingue la stessa radice richiama il chiodo e lo stesso latino tangere è il toccare ma anche unire. L'attaccamento pertanto altro non è che un semplice chiodo che abbiamo usato per affiggere su di noi una delle molteplici cose a cui siamo legati, abitudini comprese. E l'azione di usare un chiodo su di noi ha un  duplice significato: da un lato quando attacchiamo qualcosa su di noi ci stiamo facendo del male, il chiodo deve in qualche modo infilarsi per tenere stretto a noi l'oggetto del desiderio. Ma allo stesso tempo se noi decidessimo di liberarci dobbiamo eseguire un grande sforzo per estrarre il chiodo. <br />Se ci guardiamo attorno capiamo a quante cose siamo strettamente legati, molte, troppe forse. E se provassimo solo a pensare ad un oggetto a noi caro, saremmo in grado di farne a meno? O ancora di più, saremmo in grado di donare quell'oggetto alla persona che meno ci sta simpatica? Più siamo legati a qualcosa, più ci accorgiamo che non abbiamo piantato un solo chiodo, bensì un'intera scatola di chiodi. E per liberarci? Quale sforzo disumano ci è richiesto? Eppure ogni giorno, ciascuno di noi si lega continuamente a qualcosa di nuovo, senza mai liberare vecchi legami. Ogni giorno un chiodo nuovo, nuove abitudini, nuovi legami.<br />Esiste forse un rimedio a tutto questo? Non lo so, forse no, o forse si provando ad accogliere il suggerimento dei Nickelback “Se oggi fosse il tuo ultimo giorno, lasceresti ogni ricordo nel passato? doneresti ogni centesimo? ameresti il tuo nemico?” <br />o forse più semplicemente iniziare a prendere consapevolezza, senza sforzarsi troppo. Iniziare a pensare a cosa possediamo e cosa invece ci possiede. E magari poi percepire che ciò che è di troppo possiamo anche lasciarlo andare, liberamente, senza aspettative. Iniziare a pensare che non siamo soli in questo mondo e che la difficoltà più grande che abbiamo è non pensare all'altro, al vicino, all'amico, alla persona che incontriamo per strada. Non ci pensiamo perché la nostra abitudine ci porta a non osservare, ci piace che gli Altri osservino il nostro abito, ma non noi osservare gli altri e tantomeno  cambiare. Non lo facciamo perché appena ci proviamo ci accorgiamo che un chiodo non ci lascia liberi, e se sforziamo è il dolore a farsi avanti. Eppure non sarebbe così difficile osservarci, semplicemente guardarci e poi provare a cambiare. Ogni grande trasformazione, ogni grande invenzione parte da un cambiamento. Proviamo a cambiare le piccole cose e forse scopriremo che tutto, anche il mondo si può cambiare.<br /><br />in ordine di esecuzione abbiamo ascoltato<br />nubi di ieri sul nostro domani odierno di elio e le storie tese<br />If Today Was Your Last Day di Nickelback<br />Cambio di Negrita]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/12595806</guid><pubDate>Thu, 17 Aug 2017 18:40:05 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/12595806/puntata_13_2017.mp3" length="9810754" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Goodmorning everybody and welcome back to Parole in Viaggio. Yes, one whole year has already gone from the last broadcasting, 12 months of journeys and meetings, sharing and requests. Indeed nothing has changed in all this time, if I look at who is...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Goodmorning everybody and welcome back to Parole in Viaggio. Yes, one whole year has already gone from the last broadcasting, 12 months of journeys and meetings, sharing and requests. Indeed nothing has changed in all this time, if I look at who is around me, the situation is very similar, nothing of new, we are all attached to our habits.<br />It’s not simply to try to change, the necessary effort is very big; and if we could try, the change of an habit takes a lot, a lot of time. But why is so hard to change? Maybe is simpler to deepen its meaning, that literally shows us that habit comes from latin Habitus, simply the clothes, the dress. Now, it’s not about how many clothes we change in a day, but the first reference is more conceptual: how many of us are ready to modify our style of clothes? I suppose few, very few. And why? because the clothes represent us, or maybe it’s better saying that we project on the clothes our idea and we desire  that the other could understand who we are from a first panoramic look. He doesn’t know us but he already knows something about us. We are the clothes and they drive every day of our life. After waking up it’s time to go out, using a protecting defense created exactly by clothes. It’s when we entrust to an object what we are not able to face up to alone: the fear, the fear of judgement. And the fear is the engine that makes us running to protect us, with clothes and habits: more we create them, more we control the fear. More clothes are definite, more we suppress the sense of perturbation that persecutes us. Same path by car, same bar, same time, same market, same restaurant, same friends, same actions repeated till the end. And what happens if we don’t repeat an action? We feel guilty, “perhaps I should have done that stuff…” roles reverse, habits control our life, we can’t live without them, every one of us has an habit, as Elio e le storie tese says “I’m full of habits, don’t judge me, you are like me!”<br /><br />And if it’s true that we are so attached to our habits, instead of changing them, maybe it’s better beginning to know them, understand why we behave in a certain way and why we are so tied to them. that’s attachement and its meaning is very interesting. Attachment, from the verb to attach, has its origin in the celtic-german language tac, that means attach, fix, grapple. In other languages the same root is about the nail, the tack and also the latin tangere is touch but also to unite, to join. Attachment therefore is a simple nail we used to fix on us one of many things we are tied to, habits included. And when we use a nail on us there is a double meaning: when we attach something on us we are getting hurt, because the nail must soak in to hold the object to us. But at the same time if we decide to remove we have to to a big effort to extract the nail.<br />If we look around us we understand how many things we are tied to, many, maybe too many. And if we would think to a dear object, were we able to live without it? Or were we able to donate it to the less pleasant person? More we are tied to something, more we understand that we haven’t beaten only one nail, but a box of nails. And what have we to do to free us? What kind of inhuman effort have we to use?<br />Nevertheless every day, everyone of us ties to something new, without release old connection. Every day a new nail, new habits, new ties.<br />Is there a remedy  for this? I don’t know, maybe no, or maybe yes, trying to receive the Nickelback’s suggestion: “If today was your last day, Leave old pictures in the past<br />Donate every dime you have?” <br />Or perhaps more simply it’s time to start to be aware, without forcing too much. We could think about what we own and what owns us. And then understand that we can let it go, freely, without expectations. We could think that we are not alone in this world and the biggest difficulty we have is to not think to the other, to the neighbour, to the friend, to someone...]]></itunes:summary><itunes:duration>614</itunes:duration><itunes:keywords>abitudine,attaccamento,attachment,habit</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/cede24e287a09d3752a125329a014c0e.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Goodmorning everybody and welcome back to Parole in Viaggio. Yes, one whole year has already gone from the last broadcasting, 12 months of journeys and meetings, sharing and requests. Indeed nothing has changed in all this time, if I look at who is around me, the situation is very similar, nothing of new, we are all attached to our habits.
It’s not simply to try to change, the necessary effort is very big; and if we could try, the change of an habit takes a lot, a lot of time. But why is so hard to change? Maybe is simpler to deepen its meaning, that literally shows us that habit comes from latin Habitus, simply the clothes, the dress. Now, it’s not about how many clothes we change in a day, but the first reference is more conceptual: how many of us are ready to modify our style of clothes? I suppose few, very few. And why? because the clothes represent us, or maybe it’s better saying that we project on the clothes our idea and we desire  that the other could understand who we are from a first panoramic look. He doesn’t know us but he already knows something about us. We are the clothes and they drive every day of our life. After waking up it’s time to go out, using a protecting defense created exactly by clothes. It’s when we entrust to an object what we are not able to face up to alone: the fear, the fear of judgement. And the fear is the engine that makes us running to protect us, with clothes and habits: more we create them, more we control the fear. More clothes are definite, more we suppress the sense of perturbation that persecutes us. Same path by car, same bar, same time, same market, same restaurant, same friends, same actions repeated till the end. And what happens if we don’t repeat an action? We feel guilty, “perhaps I should have done that stuff…” roles reverse, habits control our life, we can’t live without them, every one of us has an habit, as Elio e le storie tese says “I’m full of habits, don’t judge me, you are like me!”

And if it’s true that we are so attached to our habits, instead of changing them, maybe it’s better beginning to know them, understand why we behave in a certain way and why we are so tied to them. that’s attachement and its meaning is very interesting. Attachment, from the verb to attach, has its origin in the celtic-german language tac, that means attach, fix, grapple. In other languages the same root is about the nail, the tack and also the latin tangere is touch but also to unite, to join. Attachment therefore is a simple nail we used to fix on us one of many things we are tied to, habits included. And when we use a nail on us there is a double meaning: when we attach something on us we are getting hurt, because the nail must soak in to hold the object to us. But at the same time if we decide to remove we have to to a big effort to extract the nail.
If we look around us we understand how many things we are tied to, many, maybe too many. And if we would think to a dear object, were we able to live without it? Or were we able to donate it to the less pleasant person? More we are tied to something, more we understand that we haven’t beaten only one nail, but a box of nails. And what have we to do to free us? What kind of inhuman effort have we to use?
Nevertheless every day, everyone of us ties to something new, without release old connection. Every day a new nail, new habits, new ties.
Is there a remedy  for this? I don’t know, maybe no, or maybe yes, trying to receive the Nickelback’s suggestion: “If today was your last day, Leave old pictures in the past
Donate every dime you have?” 
Or perhaps more simply it’s time to start to be aware, without forcing too much. We could think about what we own and what owns us. And then understand that we can let it go, freely, without expectations. We could think that we are not alone in this world and the biggest difficulty we have is to not think to the other, to the neighbour, to the friend, to someone we meet walking on the street. We don’t...</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/cede24e287a09d3752a125329a014c0e.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole In Viaggio - Finisterre - Puntata #12</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/parole-in-viaggio-puntata-12</link><description><![CDATA[For the 2nd time we broadcast from Spain, today we are in Finisterre. As it is written in the name, Finis Terrae represented the border of known land, no one could go further. Today it represents the place where some Santiago 's pilgrims go to burn one of their objects and Pick up a shell at the beach, the sign which confirms their pilgrimage. Today, as one thousand years ago, it isn't changed the sensation you can feel when the ocean is all around your sight and it slowly becomes red while the sun sunsets beyond the horizon. And horizon is our first word for today. In Greek HORIZÓN means circle which delimits our sight in every side . It's a circle, it's a line. For sure it's an imaginary line which can divide the sky from the earth, or from the sea in our case. But this line is very  important for us because it takes the shape of a circle, of a circle which sorrounds the observer: the horizon remembers us that we are in the center of all, it remembers me that I'm the true observer and the main protagonist of this wonderful show, for me now it's the ocean, but I'm sure everyone of us has his favourite horizon,  that place which can hug the observer and welcome him, as of the landscape, the panorama, is exclusively for him. And the word panorama hides a little but important detail: always in Greek, PAN means all and ORÁO   means I see. It's very simple to understand that when you look at an horizon, which encloses you with its circolar hug, the panorama you are watching is simply  the sensation, the pleasant sensation that makes you see everything for some instants , you can have a full sight about what you see and overall what you feel. Nature wants to give is this wonderful gift, it lets us the possibility to see everything. And after 900 km of Camino, this is the biggest gift I wish to everyone of us.<br /><br />"We are the greatest show after Big   Bang, you and me"               <br />With these words the Italian singer Jovanotti  shows us an other important detail: extraordinary events have at least two actors, panorama and observer,horizon between sky and sea, sun and horizon when it sunsets. And the sunset hasn't got a negative meaning, sunset (tramonto in Italian) means go beyond the mountains, TRANS MONTES, it doesn't mean that everything is over or that light turns off definitely. The sunset is simply a greeting, it's the way nature chose to show us how we can greet someone when it's time to divide. And there isn't a more complete and simpler model than the sunset, overall if the sun greets us beyond the horizon of the sea, or of a mountain we like. It goes slowly down and when disappears it gives us the most beautiful  part, all that we didn't know he had, the light, the colours, the memory of what we lived together. And the sun goes down away, beyond that horizon which doesn't let us alone because it's a circle, an hug which let us in front of an unrepeatable panorama,  in front of all we can see and feel.<br />And with this image I stop here my Camino and with my heart I desire to thank all the pilgrims I met in this days. <br />Buen Camino Hermanos Queridos]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/9078897</guid><pubDate>Thu, 28 Jul 2016 17:36:34 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/9078897/draft_1469542800630825.mp3" length="0" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>For the 2nd time we broadcast from Spain, today we are in Finisterre. As it is written in the name, Finis Terrae represented the border of known land, no one could go further. Today it represents the place where some Santiago 's pilgrims go to burn...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[For the 2nd time we broadcast from Spain, today we are in Finisterre. As it is written in the name, Finis Terrae represented the border of known land, no one could go further. Today it represents the place where some Santiago 's pilgrims go to burn one of their objects and Pick up a shell at the beach, the sign which confirms their pilgrimage. Today, as one thousand years ago, it isn't changed the sensation you can feel when the ocean is all around your sight and it slowly becomes red while the sun sunsets beyond the horizon. And horizon is our first word for today. In Greek HORIZÓN means circle which delimits our sight in every side . It's a circle, it's a line. For sure it's an imaginary line which can divide the sky from the earth, or from the sea in our case. But this line is very  important for us because it takes the shape of a circle, of a circle which sorrounds the observer: the horizon remembers us that we are in the center of all, it remembers me that I'm the true observer and the main protagonist of this wonderful show, for me now it's the ocean, but I'm sure everyone of us has his favourite horizon,  that place which can hug the observer and welcome him, as of the landscape, the panorama, is exclusively for him. And the word panorama hides a little but important detail: always in Greek, PAN means all and ORÁO   means I see. It's very simple to understand that when you look at an horizon, which encloses you with its circolar hug, the panorama you are watching is simply  the sensation, the pleasant sensation that makes you see everything for some instants , you can have a full sight about what you see and overall what you feel. Nature wants to give is this wonderful gift, it lets us the possibility to see everything. And after 900 km of Camino, this is the biggest gift I wish to everyone of us.<br /><br />"We are the greatest show after Big   Bang, you and me"               <br />With these words the Italian singer Jovanotti  shows us an other important detail: extraordinary events have at least two actors, panorama and observer,horizon between sky and sea, sun and horizon when it sunsets. And the sunset hasn't got a negative meaning, sunset (tramonto in Italian) means go beyond the mountains, TRANS MONTES, it doesn't mean that everything is over or that light turns off definitely. The sunset is simply a greeting, it's the way nature chose to show us how we can greet someone when it's time to divide. And there isn't a more complete and simpler model than the sunset, overall if the sun greets us beyond the horizon of the sea, or of a mountain we like. It goes slowly down and when disappears it gives us the most beautiful  part, all that we didn't know he had, the light, the colours, the memory of what we lived together. And the sun goes down away, beyond that horizon which doesn't let us alone because it's a circle, an hug which let us in front of an unrepeatable panorama,  in front of all we can see and feel.<br />And with this image I stop here my Camino and with my heart I desire to thank all the pilgrims I met in this days. <br />Buen Camino Hermanos Queridos]]></itunes:summary><itunes:duration>395</itunes:duration><itunes:keywords>orizzonte,panorama,tramonto</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/b09443b9eefc2966033781014065e7da.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>For the 2nd time we broadcast from Spain, today we are in Finisterre. As it is written in the name, Finis Terrae represented the border of known land, no one could go further. 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But this line is very  important for us because it takes the shape of a circle, of a circle which sorrounds the observer: the horizon remembers us that we are in the center of all, it remembers me that I'm the true observer and the main protagonist of this wonderful show, for me now it's the ocean, but I'm sure everyone of us has his favourite horizon,  that place which can hug the observer and welcome him, as of the landscape, the panorama, is exclusively for him. And the word panorama hides a little but important detail: always in Greek, PAN means all and ORÁO   means I see. It's very simple to understand that when you look at an horizon, which encloses you with its circolar hug, the panorama you are watching is simply  the sensation, the pleasant sensation that makes you see everything for some instants , you can have a full sight about what you see and overall what you feel. Nature wants to give is this wonderful gift, it lets us the possibility to see everything. And after 900 km of Camino, this is the biggest gift I wish to everyone of us.

"We are the greatest show after Big   Bang, you and me"               
With these words the Italian singer Jovanotti  shows us an other important detail: extraordinary events have at least two actors, panorama and observer,horizon between sky and sea, sun and horizon when it sunsets. And the sunset hasn't got a negative meaning, sunset (tramonto in Italian) means go beyond the mountains, TRANS MONTES, it doesn't mean that everything is over or that light turns off definitely. The sunset is simply a greeting, it's the way nature chose to show us how we can greet someone when it's time to divide. And there isn't a more complete and simpler model than the sunset, overall if the sun greets us beyond the horizon of the sea, or of a mountain we like. It goes slowly down and when disappears it gives us the most beautiful  part, all that we didn't know he had, the light, the colours, the memory of what we lived together. And the sun goes down away, beyond that horizon which doesn't let us alone because it's a circle, an hug which let us in front of an unrepeatable panorama,  in front of all we can see and feel.
And with this image I stop here my Camino and with my heart I desire to thank all the pilgrims I met in this days. 
Buen Camino Hermanos Queridos</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/b09443b9eefc2966033781014065e7da.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole In Viaggio - Puntata #11</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/parole-on-viaggio-puntata-11</link><description><![CDATA[Direttamente dal cammino di Santiago trasmetto l'undicesima puntata... con i semplici mezzi tecnologici a disposizione]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/8975889</guid><pubDate>Wed, 13 Jul 2016 18:35:20 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/8975889/draft_1468434128885337.mp3" length="0" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Direttamente dal cammino di Santiago trasmetto l'undicesima puntata... con i semplici mezzi tecnologici a disposizione</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Direttamente dal cammino di Santiago trasmetto l'undicesima puntata... con i semplici mezzi tecnologici a disposizione]]></itunes:summary><itunes:duration>340</itunes:duration><itunes:keywords>entusiasmo,pellegrino</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d2debf94cc621b99df14a8f44406b097.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Direttamente dal cammino di Santiago trasmetto l'undicesima puntata... con i semplici mezzi tecnologici a disposizione</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/d2debf94cc621b99df14a8f44406b097.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in viaggio - puntata #10</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/parole-in-viaggio-puntata-10</link><description><![CDATA[in onda anche la puntata di aprile... buon ascolto!<br /><br />Buongiorno a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. Ci eravamo lasciati il mese scorso parlando di tolleranza e di amicizia e in modo particolare ci eravamo soffermati sulla necessità di saper osservare per coltivare al meglio l’amicizia. Osservare è una parola un po’ particolare, perché nasconde dentro un concetto che a prima vista non è per nulla legato all’azione del guardare, del vedere. Osservare deriva dal latino ob servo, gli antichi latini avevano già diviso il concetto di guardare da quello di osservare. Osservare significa proprio porsi nell’atteggiamento del servo che sa controllare il padrone, che cerca di intravedere i bisogni della persona che gli sta davanti, per poterlo servire e assecondare. Il servo compie tutto questo in piena fedeltà, non è lo schiavo che era costretto a farlo, che era costretto di fronte alla scelta tra la vita e la morte; il servo viveva in una condizione diversa, il servo viveva la sua vita in funzione del padrone. E l’amico alla fine è semplicemente un servo che non ha padrone ma che decide di vivere la sua vita verso l’altro, verso la persona che ha davanti. L’amico come l’innamorato decide che la vita va condivisa con quella dell’altro, decide che non esiste l’amore se non l’esistenza di due persone che sentono di voler camminare insieme, non c’è costrizione, non c’è obbligo, non c’è aspettativa, non c’è nulla se non le semplici vite che vivono insieme… d’altra parte, come dicono Gazzè Fabi e Silvestri, L'amore non ha casa, non ha un'orbita terrestre, non risponde ai più banali meccanismi tra le forze<br /><br />E se non esiste l’amore, se non esiste una casa, se non esiste nulla al di fuori del legame, dell’invisibile forza che unisce due persone, come può un uomo ad essere sicuro, a capire se questa è la strada da intraprendere? Beh, non c’è risposta, se non lasciarsi andare a un idea di fiducia nella propria scelta. Fiducia nel senso di aver fede, di credere che effettivamente c’è una forza che ti sta trascinando. E penso che quasi tutti noi quando abbiamo fiducia in qualcosa in un certo senso portiamo anche una dose di speranza, speriamo cioè che la nostra scelta sia quella giusta, fiducia alimentata anche da una nostra speranza. E se è vero che nella nostra lingua questi due concetti sono stati tenuti separati, due differenti parole per indicare fiducia da una parte e speranza dall’altra, è altrettanto vero che esistono lingue in cui i due concetti sono espressi da un’unica parola. Sto parlando ad esempio della lingua Bemba in Zambia, in cui la parola Cicetekelo ha esattamente questi due significati. Partendo dal contesto in cui è usato questo termine, è abbastanza evidente che avere fiducia nel prossimo, significa anche sperare che questa persona possa davvero aiutarci, proprio perché quello che può succedere non è prevedibile. <br />E anche l’iconologia, l’utilizza delle immagini per raffigurare alcuni concetti, Speranza è spesso rappresentata da una donna che tiene in mano un fiore, talvolta un giglio o comunque in ogni caso un fiore. La scelta del fiore ricade proprio per sottolineare come spesso quando il nostro sguardo incrocia un fiore, nella mente già ci si aspetta che quel fiore prima o poi diventerà un frutto, noi speriamo che avvenga questa trasformazione. E non a caso il colore della donna Speranza è il verde, per rendere più facile questa trasformazione, perchè attraverso la presenza della natura attorno a quel fiore sarà molto più semplice svilupparsi in un coloratissimo frutto.<br />E con questa immagine vi saluto e non mi resta che augurarvi un mese ricco di fiducia e speranza verso il prossimo a voi più vicino!<br /><br />in ordine di esecuzione abbiamo ascoltato<br />L’amore non esiste di Gazzè, Fabi e Silvestri<br />wind of change dei Scorpions<br />tutte le riproduzioni musicali coperte da diritto d’autore sono state eseguite per fini didattici e senza scopo di lucro, secondo la legge 633 del 1941]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/8289359</guid><pubDate>Mon, 18 Apr 2016 17:24:17 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/8289359/piv_10.mp3" length="0" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>in onda anche la puntata di aprile... buon ascolto!

Buongiorno a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. Ci eravamo lasciati il mese scorso parlando di tolleranza e di amicizia e in modo particolare ci eravamo soffermati sulla...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[in onda anche la puntata di aprile... buon ascolto!<br /><br />Buongiorno a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. Ci eravamo lasciati il mese scorso parlando di tolleranza e di amicizia e in modo particolare ci eravamo soffermati sulla necessità di saper osservare per coltivare al meglio l’amicizia. Osservare è una parola un po’ particolare, perché nasconde dentro un concetto che a prima vista non è per nulla legato all’azione del guardare, del vedere. Osservare deriva dal latino ob servo, gli antichi latini avevano già diviso il concetto di guardare da quello di osservare. Osservare significa proprio porsi nell’atteggiamento del servo che sa controllare il padrone, che cerca di intravedere i bisogni della persona che gli sta davanti, per poterlo servire e assecondare. Il servo compie tutto questo in piena fedeltà, non è lo schiavo che era costretto a farlo, che era costretto di fronte alla scelta tra la vita e la morte; il servo viveva in una condizione diversa, il servo viveva la sua vita in funzione del padrone. E l’amico alla fine è semplicemente un servo che non ha padrone ma che decide di vivere la sua vita verso l’altro, verso la persona che ha davanti. L’amico come l’innamorato decide che la vita va condivisa con quella dell’altro, decide che non esiste l’amore se non l’esistenza di due persone che sentono di voler camminare insieme, non c’è costrizione, non c’è obbligo, non c’è aspettativa, non c’è nulla se non le semplici vite che vivono insieme… d’altra parte, come dicono Gazzè Fabi e Silvestri, L'amore non ha casa, non ha un'orbita terrestre, non risponde ai più banali meccanismi tra le forze<br /><br />E se non esiste l’amore, se non esiste una casa, se non esiste nulla al di fuori del legame, dell’invisibile forza che unisce due persone, come può un uomo ad essere sicuro, a capire se questa è la strada da intraprendere? Beh, non c’è risposta, se non lasciarsi andare a un idea di fiducia nella propria scelta. Fiducia nel senso di aver fede, di credere che effettivamente c’è una forza che ti sta trascinando. E penso che quasi tutti noi quando abbiamo fiducia in qualcosa in un certo senso portiamo anche una dose di speranza, speriamo cioè che la nostra scelta sia quella giusta, fiducia alimentata anche da una nostra speranza. E se è vero che nella nostra lingua questi due concetti sono stati tenuti separati, due differenti parole per indicare fiducia da una parte e speranza dall’altra, è altrettanto vero che esistono lingue in cui i due concetti sono espressi da un’unica parola. Sto parlando ad esempio della lingua Bemba in Zambia, in cui la parola Cicetekelo ha esattamente questi due significati. Partendo dal contesto in cui è usato questo termine, è abbastanza evidente che avere fiducia nel prossimo, significa anche sperare che questa persona possa davvero aiutarci, proprio perché quello che può succedere non è prevedibile. <br />E anche l’iconologia, l’utilizza delle immagini per raffigurare alcuni concetti, Speranza è spesso rappresentata da una donna che tiene in mano un fiore, talvolta un giglio o comunque in ogni caso un fiore. La scelta del fiore ricade proprio per sottolineare come spesso quando il nostro sguardo incrocia un fiore, nella mente già ci si aspetta che quel fiore prima o poi diventerà un frutto, noi speriamo che avvenga questa trasformazione. E non a caso il colore della donna Speranza è il verde, per rendere più facile questa trasformazione, perchè attraverso la presenza della natura attorno a quel fiore sarà molto più semplice svilupparsi in un coloratissimo frutto.<br />E con questa immagine vi saluto e non mi resta che augurarvi un mese ricco di fiducia e speranza verso il prossimo a voi più vicino!<br /><br />in ordine di esecuzione abbiamo ascoltato<br />L’amore non esiste di Gazzè, Fabi e Silvestri<br />wind of change dei Scorpions<br />tutte le riproduzioni musicali coperte da diritto d’autore sono state eseguite per fini didattici e senza scopo di lucro, secondo...]]></itunes:summary><itunes:duration>494</itunes:duration><itunes:keywords>fiducia,osservare,speranza</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ed69139ed25ba37492af20d81c2a7b12.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>in onda anche la puntata di aprile... buon ascolto!

Buongiorno a tutti e bentornati sulle frequenze di parole in viaggio. Ci eravamo lasciati il mese scorso parlando di tolleranza e di amicizia e in modo particolare ci eravamo soffermati sulla necessità di saper osservare per coltivare al meglio l’amicizia. Osservare è una parola un po’ particolare, perché nasconde dentro un concetto che a prima vista non è per nulla legato all’azione del guardare, del vedere. Osservare deriva dal latino ob servo, gli antichi latini avevano già diviso il concetto di guardare da quello di osservare. Osservare significa proprio porsi nell’atteggiamento del servo che sa controllare il padrone, che cerca di intravedere i bisogni della persona che gli sta davanti, per poterlo servire e assecondare. Il servo compie tutto questo in piena fedeltà, non è lo schiavo che era costretto a farlo, che era costretto di fronte alla scelta tra la vita e la morte; il servo viveva in una condizione diversa, il servo viveva la sua vita in funzione del padrone. E l’amico alla fine è semplicemente un servo che non ha padrone ma che decide di vivere la sua vita verso l’altro, verso la persona che ha davanti. L’amico come l’innamorato decide che la vita va condivisa con quella dell’altro, decide che non esiste l’amore se non l’esistenza di due persone che sentono di voler camminare insieme, non c’è costrizione, non c’è obbligo, non c’è aspettativa, non c’è nulla se non le semplici vite che vivono insieme… d’altra parte, come dicono Gazzè Fabi e Silvestri, L'amore non ha casa, non ha un'orbita terrestre, non risponde ai più banali meccanismi tra le forze

E se non esiste l’amore, se non esiste una casa, se non esiste nulla al di fuori del legame, dell’invisibile forza che unisce due persone, come può un uomo ad essere sicuro, a capire se questa è la strada da intraprendere? Beh, non c’è risposta, se non lasciarsi andare a un idea di fiducia nella propria scelta. Fiducia nel senso di aver fede, di credere che effettivamente c’è una forza che ti sta trascinando. E penso che quasi tutti noi quando abbiamo fiducia in qualcosa in un certo senso portiamo anche una dose di speranza, speriamo cioè che la nostra scelta sia quella giusta, fiducia alimentata anche da una nostra speranza. E se è vero che nella nostra lingua questi due concetti sono stati tenuti separati, due differenti parole per indicare fiducia da una parte e speranza dall’altra, è altrettanto vero che esistono lingue in cui i due concetti sono espressi da un’unica parola. Sto parlando ad esempio della lingua Bemba in Zambia, in cui la parola Cicetekelo ha esattamente questi due significati. Partendo dal contesto in cui è usato questo termine, è abbastanza evidente che avere fiducia nel prossimo, significa anche sperare che questa persona possa davvero aiutarci, proprio perché quello che può succedere non è prevedibile. 
E anche l’iconologia, l’utilizza delle immagini per raffigurare alcuni concetti, Speranza è spesso rappresentata da una donna che tiene in mano un fiore, talvolta un giglio o comunque in ogni caso un fiore. La scelta del fiore ricade proprio per sottolineare come spesso quando il nostro sguardo incrocia un fiore, nella mente già ci si aspetta che quel fiore prima o poi diventerà un frutto, noi speriamo che avvenga questa trasformazione. E non a caso il colore della donna Speranza è il verde, per rendere più facile questa trasformazione, perchè attraverso la presenza della natura attorno a quel fiore sarà molto più semplice svilupparsi in un coloratissimo frutto.
E con questa immagine vi saluto e non mi resta che augurarvi un mese ricco di fiducia e speranza verso il prossimo a voi più vicino!

in ordine di esecuzione abbiamo ascoltato
L’amore non esiste di Gazzè, Fabi e Silvestri
wind of change dei Scorpions
tutte le riproduzioni musicali coperte da diritto d’autore sono state eseguite per fini didattici e senza scopo di lucro, secondo la legge 633 del 1941</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/ed69139ed25ba37492af20d81c2a7b12.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in viaggio - puntata #9</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/parole-in-viaggio-puntata-9</link><description><![CDATA[Di nuovo collegati con le frequenze di Parole in viaggio... oggi tocca a tolleranza e amicizia... buon ascolto<br /><br />Buonasera a tutti i nostri ascoltatori e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio. Sono giorni purtroppo in cui le notizie principali si concentrano ancora una volta sulle rotte dei migranti. La notizia di per sè non porta nulla di nuovo, nel senso che nessuna istituzione finora ha trovato un sistema adeguato per far fronte alla continua emergenza dei profughi. Cambiano solo i luoghi di sbarco, le mete scelte per entrare nell’Unione Europea, dai mari del sud ai nuovi confini verso l’est. E se tutto questo non ha cambiato il senso del migrare, è altrettanto vero che non è cambiato l’atteggiamento di accoglienza verso l’altro. I giornali ma anche parte della politica stessa sottolineano come sia sempre più necessaria una forma di tolleranza di fronte a questo fenomeno migratorio. Tolleranza nel senso proprio di accettazione dell’altro. E forse un’interpretazione di tale fenomeno è nascosta proprio nell’uso di questa parola, tolleranza. Tolleranza ha un suo significato ben specifico, deriva dal latino tollere nel senso di sostenere, tenere sollevato, sopportare. è chiaro che il riferimento va subito al peso, a qualcosa di pesante che per far sì che non cada, va sostenuto, non va lasciato andare, va proprio tenuto su. è una delicatissima sottigliezza, ma se ci pensiamo bene è proprio vero: tollerare non è un’azione  semplice, anzi piuttosto è evidente che si porta  un peso ma ci si sente quasi obbligati a farlo. Manca cioè l’aspetto spontaneo nell’azione. Può essere la legge, può essere l’etica, qualunque cosa sia noi non sentiamo una spinta da dentro a sollevare questo peso ma sentiamo piuttosto questo peso schiacciarci e ci chiediamo in continuazione perchè dobbiamo portarlo. Un altro esempio può essere la tolleranza religiosa, essere costretti a sapere che ci sono altre religioni, o la tolleranza dei vicini o di qualsiasi altra categoria di persone. Tolleranza come sopportazione di un peso che non desideriamo portarlo con gioia. e come afferma Marracash Quanto puoi ingoiarne ancora di peso?<br />Come ogni cosa, l’imposizione da una parte o la libertà dall’altra sono le chiavi di successo nella relazione con l’altro: obbligare qualcuno a fare un’azione condizionerà per forza di cose l’azione stessa. <br />E come si può a rendere più spontaneo un gesto? diciamo che quando alla base c’è un’amicizia tutto diventa più facile. Ma cos’ha di così straordinario questa amicizia? Non esiste certo un momento preciso in cui è stata creata, l’amicizia fa parte della natura dell’essere umano. Empedocle nel mondo greco la chiama filìa (φιλία) e nei suoi racconti  la definisce come quella forza in grado di unire i 4 elementi, aria acqua terra e fuoco, come una forza cosmica, quasi divina che li lega tra loro. Una forza invisibile agli occhi e in grado di unire due persone, senza dover ricorrere all’obbligo o alla costrizione. La sua energia travolgente sorge proprio grazie alla spontaneità, alla naturalezza con cui una persona sente un’attrazione verso l’altro. Non a caso la radice della parola amicizia riprende esattamente la radice di amore, come per ricordare che l’origine dei due sentimenti è uguale. Amicizia come derivato di amore o forse amore come espressione di amicizia. Perchè alla fine nel momento in cui si vive basandosi sull’amore, l’amicizia altro non è che la forma pura dell’amore, una forma incondizionata, libera, che sa rigenerare l’essere umano.<br />L’amicizia diventa insieme alla sua naturalezza la soluzione per affrontare al meglio il tema della tolleranza, del peso che ci schiaccia quando ci sentiamo obbligati. Per non sentire il peso basta solo vedere l’altro come uomo prima che come possibile problema. E più che vedere l’altro sarebbe meglio iniziare ad osservare l’altro, osservare nel suo significato originale… ma questo lo scopriremo nella prossima puntata.<br />Prima di salutarci, vi dedico pochi versi di un noto poeta libanese:  <br />"Il vostro amico è il vostro bisogno saziato. <br />E' il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza. <br />E' la vostra mensa e il vostro focolare.<br />Poiché nella rugiada delle piccole cose<br />il cuore ritrova il suo mattino e si ristora"<br />Da parole in viaggio è tutto, grazie per l’ascolto e buona serata!]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/8000932</guid><pubDate>Mon, 14 Mar 2016 17:00:23 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/8000932/piv_9.mp3" length="0" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Di nuovo collegati con le frequenze di Parole in viaggio... oggi tocca a tolleranza e amicizia... buon ascolto

Buonasera a tutti i nostri ascoltatori e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio. Sono giorni purtroppo in cui le notizie...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Di nuovo collegati con le frequenze di Parole in viaggio... oggi tocca a tolleranza e amicizia... buon ascolto<br /><br />Buonasera a tutti i nostri ascoltatori e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio. Sono giorni purtroppo in cui le notizie principali si concentrano ancora una volta sulle rotte dei migranti. La notizia di per sè non porta nulla di nuovo, nel senso che nessuna istituzione finora ha trovato un sistema adeguato per far fronte alla continua emergenza dei profughi. Cambiano solo i luoghi di sbarco, le mete scelte per entrare nell’Unione Europea, dai mari del sud ai nuovi confini verso l’est. E se tutto questo non ha cambiato il senso del migrare, è altrettanto vero che non è cambiato l’atteggiamento di accoglienza verso l’altro. I giornali ma anche parte della politica stessa sottolineano come sia sempre più necessaria una forma di tolleranza di fronte a questo fenomeno migratorio. Tolleranza nel senso proprio di accettazione dell’altro. E forse un’interpretazione di tale fenomeno è nascosta proprio nell’uso di questa parola, tolleranza. Tolleranza ha un suo significato ben specifico, deriva dal latino tollere nel senso di sostenere, tenere sollevato, sopportare. è chiaro che il riferimento va subito al peso, a qualcosa di pesante che per far sì che non cada, va sostenuto, non va lasciato andare, va proprio tenuto su. è una delicatissima sottigliezza, ma se ci pensiamo bene è proprio vero: tollerare non è un’azione  semplice, anzi piuttosto è evidente che si porta  un peso ma ci si sente quasi obbligati a farlo. Manca cioè l’aspetto spontaneo nell’azione. Può essere la legge, può essere l’etica, qualunque cosa sia noi non sentiamo una spinta da dentro a sollevare questo peso ma sentiamo piuttosto questo peso schiacciarci e ci chiediamo in continuazione perchè dobbiamo portarlo. Un altro esempio può essere la tolleranza religiosa, essere costretti a sapere che ci sono altre religioni, o la tolleranza dei vicini o di qualsiasi altra categoria di persone. Tolleranza come sopportazione di un peso che non desideriamo portarlo con gioia. e come afferma Marracash Quanto puoi ingoiarne ancora di peso?<br />Come ogni cosa, l’imposizione da una parte o la libertà dall’altra sono le chiavi di successo nella relazione con l’altro: obbligare qualcuno a fare un’azione condizionerà per forza di cose l’azione stessa. <br />E come si può a rendere più spontaneo un gesto? diciamo che quando alla base c’è un’amicizia tutto diventa più facile. Ma cos’ha di così straordinario questa amicizia? Non esiste certo un momento preciso in cui è stata creata, l’amicizia fa parte della natura dell’essere umano. Empedocle nel mondo greco la chiama filìa (φιλία) e nei suoi racconti  la definisce come quella forza in grado di unire i 4 elementi, aria acqua terra e fuoco, come una forza cosmica, quasi divina che li lega tra loro. Una forza invisibile agli occhi e in grado di unire due persone, senza dover ricorrere all’obbligo o alla costrizione. La sua energia travolgente sorge proprio grazie alla spontaneità, alla naturalezza con cui una persona sente un’attrazione verso l’altro. Non a caso la radice della parola amicizia riprende esattamente la radice di amore, come per ricordare che l’origine dei due sentimenti è uguale. Amicizia come derivato di amore o forse amore come espressione di amicizia. Perchè alla fine nel momento in cui si vive basandosi sull’amore, l’amicizia altro non è che la forma pura dell’amore, una forma incondizionata, libera, che sa rigenerare l’essere umano.<br />L’amicizia diventa insieme alla sua naturalezza la soluzione per affrontare al meglio il tema della tolleranza, del peso che ci schiaccia quando ci sentiamo obbligati. Per non sentire il peso basta solo vedere l’altro come uomo prima che come possibile problema. E più che vedere l’altro sarebbe meglio iniziare ad osservare l’altro, osservare nel suo significato originale… ma questo lo scopriremo nella prossima puntata.<br />Prima di salutarci, vi...]]></itunes:summary><itunes:duration>512</itunes:duration><itunes:keywords>amicizia,tolleranza</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/16df3e8fb34559ac46267871b6d75769.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Di nuovo collegati con le frequenze di Parole in viaggio... oggi tocca a tolleranza e amicizia... buon ascolto

Buonasera a tutti i nostri ascoltatori e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio. Sono giorni purtroppo in cui le notizie principali si concentrano ancora una volta sulle rotte dei migranti. La notizia di per sè non porta nulla di nuovo, nel senso che nessuna istituzione finora ha trovato un sistema adeguato per far fronte alla continua emergenza dei profughi. Cambiano solo i luoghi di sbarco, le mete scelte per entrare nell’Unione Europea, dai mari del sud ai nuovi confini verso l’est. E se tutto questo non ha cambiato il senso del migrare, è altrettanto vero che non è cambiato l’atteggiamento di accoglienza verso l’altro. I giornali ma anche parte della politica stessa sottolineano come sia sempre più necessaria una forma di tolleranza di fronte a questo fenomeno migratorio. Tolleranza nel senso proprio di accettazione dell’altro. E forse un’interpretazione di tale fenomeno è nascosta proprio nell’uso di questa parola, tolleranza. Tolleranza ha un suo significato ben specifico, deriva dal latino tollere nel senso di sostenere, tenere sollevato, sopportare. è chiaro che il riferimento va subito al peso, a qualcosa di pesante che per far sì che non cada, va sostenuto, non va lasciato andare, va proprio tenuto su. è una delicatissima sottigliezza, ma se ci pensiamo bene è proprio vero: tollerare non è un’azione  semplice, anzi piuttosto è evidente che si porta  un peso ma ci si sente quasi obbligati a farlo. Manca cioè l’aspetto spontaneo nell’azione. Può essere la legge, può essere l’etica, qualunque cosa sia noi non sentiamo una spinta da dentro a sollevare questo peso ma sentiamo piuttosto questo peso schiacciarci e ci chiediamo in continuazione perchè dobbiamo portarlo. Un altro esempio può essere la tolleranza religiosa, essere costretti a sapere che ci sono altre religioni, o la tolleranza dei vicini o di qualsiasi altra categoria di persone. Tolleranza come sopportazione di un peso che non desideriamo portarlo con gioia. e come afferma Marracash Quanto puoi ingoiarne ancora di peso?
Come ogni cosa, l’imposizione da una parte o la libertà dall’altra sono le chiavi di successo nella relazione con l’altro: obbligare qualcuno a fare un’azione condizionerà per forza di cose l’azione stessa. 
E come si può a rendere più spontaneo un gesto? diciamo che quando alla base c’è un’amicizia tutto diventa più facile. Ma cos’ha di così straordinario questa amicizia? Non esiste certo un momento preciso in cui è stata creata, l’amicizia fa parte della natura dell’essere umano. Empedocle nel mondo greco la chiama filìa (φιλία) e nei suoi racconti  la definisce come quella forza in grado di unire i 4 elementi, aria acqua terra e fuoco, come una forza cosmica, quasi divina che li lega tra loro. Una forza invisibile agli occhi e in grado di unire due persone, senza dover ricorrere all’obbligo o alla costrizione. La sua energia travolgente sorge proprio grazie alla spontaneità, alla naturalezza con cui una persona sente un’attrazione verso l’altro. Non a caso la radice della parola amicizia riprende esattamente la radice di amore, come per ricordare che l’origine dei due sentimenti è uguale. Amicizia come derivato di amore o forse amore come espressione di amicizia. Perchè alla fine nel momento in cui si vive basandosi sull’amore, l’amicizia altro non è che la forma pura dell’amore, una forma incondizionata, libera, che sa rigenerare l’essere umano.
L’amicizia diventa insieme alla sua naturalezza la soluzione per affrontare al meglio il tema della tolleranza, del peso che ci schiaccia quando ci sentiamo obbligati. Per non sentire il peso basta solo vedere l’altro come uomo prima che come possibile problema. E più che vedere l’altro sarebbe meglio iniziare ad osservare l’altro, osservare nel suo significato originale… ma questo lo scopriremo nella prossima puntata.
Prima di salutarci, vi dedico pochi versi di un noto...</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/16df3e8fb34559ac46267871b6d75769.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in viaggio - puntata #8</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/parole-in-viaggio-puntata-8</link><description><![CDATA[Per la trasmissione di oggi tocca alla parola humus insieme a tutti i suoi derivati... buon ascolto!<br /><br />Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio. Per questo nuovo appuntamento iniziamo la trasmissione accogliendo una delle richieste degli ascoltatori, la parola di oggi pertanto è stata scelta direttamente attraverso il pubblico. Ricordo infatti che è possibile richiedere particolari approfondimenti semplicemente lasciando un commento sulla pagina ufficiale di Parole in viaggio su facebook e google plus.<br />Le giornate cominciano ad allungarsi, anche l’inverno ha ormai i giorni contati: è questo il periodo della terra, della preparazione del suolo, pronto ad accogliere l’esplosione primaverile. E ogni terriccio che si rispetti, non può fare a meno di una componente essenziale, l’humus appunto. Partendo dalla definizione, la Treccani lo sintetizza come “Complesso di sostanze organiche presenti nel suolo, di fondamentale importanza per la nutrizione dei vegetali, derivato dalla decomposizione di residui vegetali e animali, e dalla sintesi di nuove molecole organiche, ad opera di vari organismi”. In altre parole, l’humus è ciò che nel tempo si decompone trasformandosi in nutriente per le future piante. Rappresenta pertanto quell’infinito ciclo naturale per cui ogni resto apparentemente inutile può divenire col passare del tempo e con l’intervento di agenti esterni un elemento nutriente. E forse non a caso i latini pensarono di ricorrere a questo elemento per sintetizzare in una parola l’essere umano. Uomo deriva appunto da humus, l’uomo rappresenta proprio questo ciclo naturale di trasformazione. L’uomo deriva dalla terra e in qualche modo ritorna ad esserlo alla fine di ogni esistenza. Ma la terra oltre ad essere l’inizio e la fine di ogni uomo, porta con sè anche un’altra analogia: l’uomo è chiamato per la sua natura a ripercorrere la vita della terra, cioè a nascere come creatura, richiedere attenzioni a chi ci sta intorno, crescere usando tutto ciò che gli altri preparano per noi, raggiungere il massimo sviluppo per essere pronti poi a generare una propria creatura, un piccolo seme pronto a germogliare… e come se non bastasse, una volta appassiti, riuscire ad essere ugualmente utili al seme, perché ogni scarto vegetale ritorna infine humus. Non c’è immagine migliore per definire come la natura aveva pensato l’essere umano, l’uomo come humus.<br /><br />E se l’uomo effettivamente ha molteplici similitudini con la terra, non a caso è stata coniata molto tempo fa un’altra parola che rispecchia perfettamente la condizione dell’uomo nei confronti della terra. Stiamo parlando di umile, dell’umiltà. Anche in questo caso la radice è la stessa di humus, derivano entrambe dal sanscrito Bhumi, cioè la terra. Umiltà diventa quindi il legame che unisce l’uomo alla terra, che lo rende semplice, è quell’elemento che tiene legato l’uomo alla realtà. E di contro invece ciò che rompe questo legame con la terra, con la semplicità, ciò che fa volare l’uomo distante dalla terra è proprio il suo opposto, la superbia, intesa come super-bios, come azione di crescita sopra, quasi un volo aereo senza contatto con l’elemento della terra. Essere umili pertanto non significa solo lavorare la terra, com’era per i primi schiavi contadini, bensì racchiude in sè un’incredibile forza, un legame speciale con la terra, con l’essenza della vita, proprio a ricordare che chi si dimentica questo legame è destinato a volare, a sentirsi completamente estraneo alla vita, a sentirsi quindi superbo.<br /><br />La terra diviene pertanto un luogo speciale, un luogo dove l’uomo è chiamato a incontrare sè stesso e gli altri. Anche perchè la definizione di humus ci ricorda che la trasformazione degli scarti vegetali in nuove molecole organiche avviene per opera di vari organismi. Il nostro rinnovamento pertanto non può avvenire esclusivamente attraverso il nostro individuale contributo, non è sufficiente: la terra ci ricorda che noi da soli non possediamo tutto ciò che serve per rinnovare la nostra vita. E’ necessario lasciarsi un po’ andare, soprattutto quando ci sentiamo come degli scarti, come degli inutili avanzi, ci lasciamo un po’ andare e permettiamo che altri inizino la loro opera di trasformazione. Lasciamo spazio ai batteri e infine ai lombrichi presenti nella terra, che letteralmente ci inghiottiranno e ci arricchiranno  con quelle qualità che avevamo perso nel tempo e che ora fanno nuovamente parte di noi. I lombrichi sono l’intestino del mondo secondo il filosofo Aristotele e sono anche tra gli animali più importanti per la storia del pianeta secondo Charles Darwin. E se la terra è la nostra vita, allora vale proprio la pena dare una particolare attenzione a tutti gli esseri che ci vivono dentro, a tutte quelle persone che ci girano attorno: se pensiamo che le persone meno belle, quelle che non si presentano bene, a volte difficile da guardare e da capire, in realtà se sono lì nella nostra terra, se sono qui nella nostra vita è perché noi abbiamo bisogno di rinnovarci, di arricchirci, e non possiamo mai permetterci di eliminarle, anzi, più ne conosciamo, più ne accogliamo, più il nostro humus sarà migliore, più la nostra vita prenderà una nuova direzione. <br />In vista dell’imminente primavera, vi auguro un’attenta e accurata preparazione del vostro terreno,<br />da Parole in Viaggio è tutto… alla prossima puntata di marzo!]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/7788877</guid><pubDate>Mon, 15 Feb 2016 17:00:07 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/7788877/piv_8.mp3" length="0" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Per la trasmissione di oggi tocca alla parola humus insieme a tutti i suoi derivati... buon ascolto!

Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio. Per questo nuovo appuntamento iniziamo la trasmissione accogliendo una delle...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Per la trasmissione di oggi tocca alla parola humus insieme a tutti i suoi derivati... buon ascolto!<br /><br />Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio. Per questo nuovo appuntamento iniziamo la trasmissione accogliendo una delle richieste degli ascoltatori, la parola di oggi pertanto è stata scelta direttamente attraverso il pubblico. Ricordo infatti che è possibile richiedere particolari approfondimenti semplicemente lasciando un commento sulla pagina ufficiale di Parole in viaggio su facebook e google plus.<br />Le giornate cominciano ad allungarsi, anche l’inverno ha ormai i giorni contati: è questo il periodo della terra, della preparazione del suolo, pronto ad accogliere l’esplosione primaverile. E ogni terriccio che si rispetti, non può fare a meno di una componente essenziale, l’humus appunto. Partendo dalla definizione, la Treccani lo sintetizza come “Complesso di sostanze organiche presenti nel suolo, di fondamentale importanza per la nutrizione dei vegetali, derivato dalla decomposizione di residui vegetali e animali, e dalla sintesi di nuove molecole organiche, ad opera di vari organismi”. In altre parole, l’humus è ciò che nel tempo si decompone trasformandosi in nutriente per le future piante. Rappresenta pertanto quell’infinito ciclo naturale per cui ogni resto apparentemente inutile può divenire col passare del tempo e con l’intervento di agenti esterni un elemento nutriente. E forse non a caso i latini pensarono di ricorrere a questo elemento per sintetizzare in una parola l’essere umano. Uomo deriva appunto da humus, l’uomo rappresenta proprio questo ciclo naturale di trasformazione. L’uomo deriva dalla terra e in qualche modo ritorna ad esserlo alla fine di ogni esistenza. Ma la terra oltre ad essere l’inizio e la fine di ogni uomo, porta con sè anche un’altra analogia: l’uomo è chiamato per la sua natura a ripercorrere la vita della terra, cioè a nascere come creatura, richiedere attenzioni a chi ci sta intorno, crescere usando tutto ciò che gli altri preparano per noi, raggiungere il massimo sviluppo per essere pronti poi a generare una propria creatura, un piccolo seme pronto a germogliare… e come se non bastasse, una volta appassiti, riuscire ad essere ugualmente utili al seme, perché ogni scarto vegetale ritorna infine humus. Non c’è immagine migliore per definire come la natura aveva pensato l’essere umano, l’uomo come humus.<br /><br />E se l’uomo effettivamente ha molteplici similitudini con la terra, non a caso è stata coniata molto tempo fa un’altra parola che rispecchia perfettamente la condizione dell’uomo nei confronti della terra. Stiamo parlando di umile, dell’umiltà. Anche in questo caso la radice è la stessa di humus, derivano entrambe dal sanscrito Bhumi, cioè la terra. Umiltà diventa quindi il legame che unisce l’uomo alla terra, che lo rende semplice, è quell’elemento che tiene legato l’uomo alla realtà. E di contro invece ciò che rompe questo legame con la terra, con la semplicità, ciò che fa volare l’uomo distante dalla terra è proprio il suo opposto, la superbia, intesa come super-bios, come azione di crescita sopra, quasi un volo aereo senza contatto con l’elemento della terra. Essere umili pertanto non significa solo lavorare la terra, com’era per i primi schiavi contadini, bensì racchiude in sè un’incredibile forza, un legame speciale con la terra, con l’essenza della vita, proprio a ricordare che chi si dimentica questo legame è destinato a volare, a sentirsi completamente estraneo alla vita, a sentirsi quindi superbo.<br /><br />La terra diviene pertanto un luogo speciale, un luogo dove l’uomo è chiamato a incontrare sè stesso e gli altri. Anche perchè la definizione di humus ci ricorda che la trasformazione degli scarti vegetali in nuove molecole organiche avviene per opera di vari organismi. Il nostro rinnovamento pertanto non può avvenire esclusivamente attraverso il nostro individuale contributo, non è sufficiente: la terra ci ricorda che noi da...]]></itunes:summary><itunes:duration>511</itunes:duration><itunes:keywords>humus,superbo,terra,umile,uomo</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/2366bfbe9c55e6effd0640bf7c4c9edd.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Per la trasmissione di oggi tocca alla parola humus insieme a tutti i suoi derivati... buon ascolto!

Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio. Per questo nuovo appuntamento iniziamo la trasmissione accogliendo una delle richieste degli ascoltatori, la parola di oggi pertanto è stata scelta direttamente attraverso il pubblico. Ricordo infatti che è possibile richiedere particolari approfondimenti semplicemente lasciando un commento sulla pagina ufficiale di Parole in viaggio su facebook e google plus.
Le giornate cominciano ad allungarsi, anche l’inverno ha ormai i giorni contati: è questo il periodo della terra, della preparazione del suolo, pronto ad accogliere l’esplosione primaverile. E ogni terriccio che si rispetti, non può fare a meno di una componente essenziale, l’humus appunto. Partendo dalla definizione, la Treccani lo sintetizza come “Complesso di sostanze organiche presenti nel suolo, di fondamentale importanza per la nutrizione dei vegetali, derivato dalla decomposizione di residui vegetali e animali, e dalla sintesi di nuove molecole organiche, ad opera di vari organismi”. In altre parole, l’humus è ciò che nel tempo si decompone trasformandosi in nutriente per le future piante. Rappresenta pertanto quell’infinito ciclo naturale per cui ogni resto apparentemente inutile può divenire col passare del tempo e con l’intervento di agenti esterni un elemento nutriente. E forse non a caso i latini pensarono di ricorrere a questo elemento per sintetizzare in una parola l’essere umano. Uomo deriva appunto da humus, l’uomo rappresenta proprio questo ciclo naturale di trasformazione. L’uomo deriva dalla terra e in qualche modo ritorna ad esserlo alla fine di ogni esistenza. Ma la terra oltre ad essere l’inizio e la fine di ogni uomo, porta con sè anche un’altra analogia: l’uomo è chiamato per la sua natura a ripercorrere la vita della terra, cioè a nascere come creatura, richiedere attenzioni a chi ci sta intorno, crescere usando tutto ciò che gli altri preparano per noi, raggiungere il massimo sviluppo per essere pronti poi a generare una propria creatura, un piccolo seme pronto a germogliare… e come se non bastasse, una volta appassiti, riuscire ad essere ugualmente utili al seme, perché ogni scarto vegetale ritorna infine humus. Non c’è immagine migliore per definire come la natura aveva pensato l’essere umano, l’uomo come humus.

E se l’uomo effettivamente ha molteplici similitudini con la terra, non a caso è stata coniata molto tempo fa un’altra parola che rispecchia perfettamente la condizione dell’uomo nei confronti della terra. Stiamo parlando di umile, dell’umiltà. Anche in questo caso la radice è la stessa di humus, derivano entrambe dal sanscrito Bhumi, cioè la terra. Umiltà diventa quindi il legame che unisce l’uomo alla terra, che lo rende semplice, è quell’elemento che tiene legato l’uomo alla realtà. E di contro invece ciò che rompe questo legame con la terra, con la semplicità, ciò che fa volare l’uomo distante dalla terra è proprio il suo opposto, la superbia, intesa come super-bios, come azione di crescita sopra, quasi un volo aereo senza contatto con l’elemento della terra. Essere umili pertanto non significa solo lavorare la terra, com’era per i primi schiavi contadini, bensì racchiude in sè un’incredibile forza, un legame speciale con la terra, con l’essenza della vita, proprio a ricordare che chi si dimentica questo legame è destinato a volare, a sentirsi completamente estraneo alla vita, a sentirsi quindi superbo.

La terra diviene pertanto un luogo speciale, un luogo dove l’uomo è chiamato a incontrare sè stesso e gli altri. Anche perchè la definizione di humus ci ricorda che la trasformazione degli scarti vegetali in nuove molecole organiche avviene per opera di vari organismi. Il nostro rinnovamento pertanto non può avvenire esclusivamente attraverso il nostro individuale contributo, non è sufficiente: la terra ci ricorda che noi da soli non possediamo tutto ciò che...</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/2366bfbe9c55e6effd0640bf7c4c9edd.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in viaggio - puntata #7</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/parole-in-viaggio-puntata-7</link><description><![CDATA[Prima puntata del 2016 dedicata al rispetto e all'egomania... buon ascolto!<br /><br /><br />Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio. Anche per questo mese siamo arrivati al terzo lunedì, giorno ufficiale per il nostro appuntamento radiofonico.<br />un anno si è da poco concluso, un altro è in attesa di mostrarci le sue novità: il 2016 oltre a regalarci un giorno in più, sarà l’anno dell’apertura verso l’altro, o almeno dell’apertura di tutte le porte sante. Sarà l’anno del cambio di presidente degli USA, forse  arriverà la prima donna della storia, di sicuro ci sarà spazio per qualche novità e inaspettate invenzioni.<br />Di sicuro ciò che non è cambiato è il modo di atteggiarsi di tanta gente verso altre persone. Parlo di rispetto, e non è il semplice valore ma il pensiero che sorge nella mente umana quando trova davanti un individuo della propria specie.<br />“mi raccomando, porta rispetto alla maestra”  dice sempre la mamma al figlio prima di mandarlo a scuola… “le regole vanno rispettate” urla l’allenatore ai calciatori… “devi portare rispetto al tuo superiore” afferma con tono acceso il capo reparto all’operaio… <br />il rispetto spesso è collegato ad una sua accezione passiva, è così punto e basta… il rispetto verso l’altro invece è un processo, è un’azione in continua evoluzione, è tutto fuorché una regola matematica da applicare nella realtà di tutti i giorni. <br />Il rispetto nasce da un semplicissimo verbo latino spicere, che significa guardare, osservare, unito al suffisso re che invita a ripetere nuovamente l’azione. Rispetto come osservare di nuovo,  ancora una volta, come se i latini volessero ricordarci che per rispettare l’altro non è mai sufficiente un unico sguardo, ma forse è sempre meglio riguardare chi abbiamo davanti. E se vogliamo essere ancora più precisi, non è un semplice osservare passivo: il verbo spicere racchiude la radice spic, cioè la punta, che serve per pungere, per penetrare l’altro, per non rimanere semplicemente su un livello superficiale quanto piuttosto entrare dentro per conoscere al meglio la persona. E se ci pensiamo il rispetto è proprio questo, la semplice azione di osservazione attenta dell’altro per capire quali elementi possano creargli disagio. Rispetto come osservazione appuntita che penetra la barriera della superficie.<br /><br />Il rispetto dunque diventa un atto di attenzione verso l’altro. E perchè oggi c’è una sempre più diffusa tendenza al non rispetto verso l’altro? un disinteressamento dello stato del prossimo? è una prassi ormai riversata in ogni angolo di quotidianità… dal non fermarsi sulle strisce pedonali, dal superare con disinvoltura le persone in fila in cassa, dal negare il saluto al vicino, dal fumare in qualsiasi luogo, dal tono aggressivo verso camerieri e baristi, dal sfruttare il collega che non sa mai dire di no, dall’abbagliare con  i fari la macchina in terza corsia in autostrada che non ti fa passare, dal non saper più attendere il giusto tempo per qualsiasi tipo di richiesta. Il rispetto  sta svanendo, o forse più semplicemente come afferma Bauman per la società liquida vale anche per i valori umani: anche il rispetto sta cambiando forma, si sta velocemente adattando allo stile di vita di tanti uomini. Se fino a poco tempo fa il rispetto era legato al concetto di altro, cioè non esiste rispetto se non c’è un’altra persona verso cui portarlo, oggi la società moderna ha dirottato il destinatario del rispetto dall’altro verso sè stessi, siamo divenuti noi l’oggetto del nostro stesso rispetto, trascurando in toto l’altro.<br />In ogni azione della giornata, fatta forse esclusione per i figli, tutti gli altri sono invisibili conviventi di questo mondo che in nessun modo devono interferire con le mie finalità, prima di tutto ci sono io. O forse l’egoismo si è trasformato in una forma ancora peggiore, che non tende a ignorare l’altro, ma a costringerlo in qualche modo a piegarsi al nostro volere. Già Oscar Wilde l’aveva preannunciato affermando che “L'egoismo non consiste nel vivere secondo i propri desideri, ma nel pretendere che gli altri vivano a quel modo che noi vogliamo.”<br />La società moderna sta piegando verso una sacralizzazione del sè. Ma di quale rispetto stiamo parlando? Cosa guardiamo di nuovo con attenzione appuntita? semplicemente la nostra immagine, senza accorgersi però che è solo una povera ombra di ciò che invece la realtà potrebbe essere.<br />senza una rivalutazione dell’altro non può esserci rispetto, e senza rispetto siamo destinati a diventare un’ombra, una leggera, oscura, impalpabile ombra.<br />E desidero  concludere con le parole dell’autore del primo brano ascoltato, che in pochi versi racchiudono un semplice suggerimento per riscoprire il senso del rispetto.<br />“E tu, tu puoi essere mediocre<br />E io, io berrò tutto il tempo  <br />Perché noi siamo amanti, e questo è un fatto<br />Si noi amiamo, è proprio così”<br /><br />Da Parole in viaggio è tutto, il prossimo appuntamento è per lunedì 15 febbraio<br />Se avete qualche richiesta particolare, qualche parola che vi incuriosisce, qualche argomento che vi piacerebbe fosse trattato in questa trasmissione, lasciate un commento sulla pagina facebook...<br />grazie per l’ascolto e buona serata]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/7580703</guid><pubDate>Mon, 18 Jan 2016 17:00:50 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/7580703/piv_7.mp3" length="0" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Prima puntata del 2016 dedicata al rispetto e all'egomania... buon ascolto!


Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio. Anche per questo mese siamo arrivati al terzo lunedì, giorno ufficiale per il nostro appuntamento...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Prima puntata del 2016 dedicata al rispetto e all'egomania... buon ascolto!<br /><br /><br />Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio. Anche per questo mese siamo arrivati al terzo lunedì, giorno ufficiale per il nostro appuntamento radiofonico.<br />un anno si è da poco concluso, un altro è in attesa di mostrarci le sue novità: il 2016 oltre a regalarci un giorno in più, sarà l’anno dell’apertura verso l’altro, o almeno dell’apertura di tutte le porte sante. Sarà l’anno del cambio di presidente degli USA, forse  arriverà la prima donna della storia, di sicuro ci sarà spazio per qualche novità e inaspettate invenzioni.<br />Di sicuro ciò che non è cambiato è il modo di atteggiarsi di tanta gente verso altre persone. Parlo di rispetto, e non è il semplice valore ma il pensiero che sorge nella mente umana quando trova davanti un individuo della propria specie.<br />“mi raccomando, porta rispetto alla maestra”  dice sempre la mamma al figlio prima di mandarlo a scuola… “le regole vanno rispettate” urla l’allenatore ai calciatori… “devi portare rispetto al tuo superiore” afferma con tono acceso il capo reparto all’operaio… <br />il rispetto spesso è collegato ad una sua accezione passiva, è così punto e basta… il rispetto verso l’altro invece è un processo, è un’azione in continua evoluzione, è tutto fuorché una regola matematica da applicare nella realtà di tutti i giorni. <br />Il rispetto nasce da un semplicissimo verbo latino spicere, che significa guardare, osservare, unito al suffisso re che invita a ripetere nuovamente l’azione. Rispetto come osservare di nuovo,  ancora una volta, come se i latini volessero ricordarci che per rispettare l’altro non è mai sufficiente un unico sguardo, ma forse è sempre meglio riguardare chi abbiamo davanti. E se vogliamo essere ancora più precisi, non è un semplice osservare passivo: il verbo spicere racchiude la radice spic, cioè la punta, che serve per pungere, per penetrare l’altro, per non rimanere semplicemente su un livello superficiale quanto piuttosto entrare dentro per conoscere al meglio la persona. E se ci pensiamo il rispetto è proprio questo, la semplice azione di osservazione attenta dell’altro per capire quali elementi possano creargli disagio. Rispetto come osservazione appuntita che penetra la barriera della superficie.<br /><br />Il rispetto dunque diventa un atto di attenzione verso l’altro. E perchè oggi c’è una sempre più diffusa tendenza al non rispetto verso l’altro? un disinteressamento dello stato del prossimo? è una prassi ormai riversata in ogni angolo di quotidianità… dal non fermarsi sulle strisce pedonali, dal superare con disinvoltura le persone in fila in cassa, dal negare il saluto al vicino, dal fumare in qualsiasi luogo, dal tono aggressivo verso camerieri e baristi, dal sfruttare il collega che non sa mai dire di no, dall’abbagliare con  i fari la macchina in terza corsia in autostrada che non ti fa passare, dal non saper più attendere il giusto tempo per qualsiasi tipo di richiesta. Il rispetto  sta svanendo, o forse più semplicemente come afferma Bauman per la società liquida vale anche per i valori umani: anche il rispetto sta cambiando forma, si sta velocemente adattando allo stile di vita di tanti uomini. Se fino a poco tempo fa il rispetto era legato al concetto di altro, cioè non esiste rispetto se non c’è un’altra persona verso cui portarlo, oggi la società moderna ha dirottato il destinatario del rispetto dall’altro verso sè stessi, siamo divenuti noi l’oggetto del nostro stesso rispetto, trascurando in toto l’altro.<br />In ogni azione della giornata, fatta forse esclusione per i figli, tutti gli altri sono invisibili conviventi di questo mondo che in nessun modo devono interferire con le mie finalità, prima di tutto ci sono io. O forse l’egoismo si è trasformato in una forma ancora peggiore, che non tende a ignorare l’altro, ma a costringerlo in qualche modo a piegarsi al nostro volere. Già Oscar Wilde l’aveva...]]></itunes:summary><itunes:duration>540</itunes:duration><itunes:keywords>egoismo,egomania,rispetto</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1d4b575e5ee2be729cf0d1838c3e8564.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Prima puntata del 2016 dedicata al rispetto e all'egomania... buon ascolto!


Buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in viaggio. Anche per questo mese siamo arrivati al terzo lunedì, giorno ufficiale per il nostro appuntamento radiofonico.
un anno si è da poco concluso, un altro è in attesa di mostrarci le sue novità: il 2016 oltre a regalarci un giorno in più, sarà l’anno dell’apertura verso l’altro, o almeno dell’apertura di tutte le porte sante. Sarà l’anno del cambio di presidente degli USA, forse  arriverà la prima donna della storia, di sicuro ci sarà spazio per qualche novità e inaspettate invenzioni.
Di sicuro ciò che non è cambiato è il modo di atteggiarsi di tanta gente verso altre persone. Parlo di rispetto, e non è il semplice valore ma il pensiero che sorge nella mente umana quando trova davanti un individuo della propria specie.
“mi raccomando, porta rispetto alla maestra”  dice sempre la mamma al figlio prima di mandarlo a scuola… “le regole vanno rispettate” urla l’allenatore ai calciatori… “devi portare rispetto al tuo superiore” afferma con tono acceso il capo reparto all’operaio… 
il rispetto spesso è collegato ad una sua accezione passiva, è così punto e basta… il rispetto verso l’altro invece è un processo, è un’azione in continua evoluzione, è tutto fuorché una regola matematica da applicare nella realtà di tutti i giorni. 
Il rispetto nasce da un semplicissimo verbo latino spicere, che significa guardare, osservare, unito al suffisso re che invita a ripetere nuovamente l’azione. Rispetto come osservare di nuovo,  ancora una volta, come se i latini volessero ricordarci che per rispettare l’altro non è mai sufficiente un unico sguardo, ma forse è sempre meglio riguardare chi abbiamo davanti. E se vogliamo essere ancora più precisi, non è un semplice osservare passivo: il verbo spicere racchiude la radice spic, cioè la punta, che serve per pungere, per penetrare l’altro, per non rimanere semplicemente su un livello superficiale quanto piuttosto entrare dentro per conoscere al meglio la persona. E se ci pensiamo il rispetto è proprio questo, la semplice azione di osservazione attenta dell’altro per capire quali elementi possano creargli disagio. Rispetto come osservazione appuntita che penetra la barriera della superficie.

Il rispetto dunque diventa un atto di attenzione verso l’altro. E perchè oggi c’è una sempre più diffusa tendenza al non rispetto verso l’altro? un disinteressamento dello stato del prossimo? è una prassi ormai riversata in ogni angolo di quotidianità… dal non fermarsi sulle strisce pedonali, dal superare con disinvoltura le persone in fila in cassa, dal negare il saluto al vicino, dal fumare in qualsiasi luogo, dal tono aggressivo verso camerieri e baristi, dal sfruttare il collega che non sa mai dire di no, dall’abbagliare con  i fari la macchina in terza corsia in autostrada che non ti fa passare, dal non saper più attendere il giusto tempo per qualsiasi tipo di richiesta. Il rispetto  sta svanendo, o forse più semplicemente come afferma Bauman per la società liquida vale anche per i valori umani: anche il rispetto sta cambiando forma, si sta velocemente adattando allo stile di vita di tanti uomini. Se fino a poco tempo fa il rispetto era legato al concetto di altro, cioè non esiste rispetto se non c’è un’altra persona verso cui portarlo, oggi la società moderna ha dirottato il destinatario del rispetto dall’altro verso sè stessi, siamo divenuti noi l’oggetto del nostro stesso rispetto, trascurando in toto l’altro.
In ogni azione della giornata, fatta forse esclusione per i figli, tutti gli altri sono invisibili conviventi di questo mondo che in nessun modo devono interferire con le mie finalità, prima di tutto ci sono io. O forse l’egoismo si è trasformato in una forma ancora peggiore, che non tende a ignorare l’altro, ma a costringerlo in qualche modo a piegarsi al nostro volere. Già Oscar Wilde l’aveva preannunciato affermando che “L'egoismo non consiste nel...</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/1d4b575e5ee2be729cf0d1838c3e8564.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in Viaggio - puntata #6</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/parole-in-viaggio-puntata-6</link><description><![CDATA[il Natale è alle porte... è meglio fermarsi e parlare un po' di regali...<br />Buon ascolto della puntata #6<br /><br />buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio. Siamo ormai giunti alla sesta puntata, siamo già al primo traguardo, mezzo anno di questa particolare trasmissione radiofonica dedicata all’approfondimento delle parole. E siamo ormai a pochissimi giorni dall’ultima importante festività dell’anno, il Natale è sulla bocca di tutti, ha invaso le strade di luci e con un incessante traffico che a volte paralizza l’intera circolazione stradale. Il Natale è fatto di tanti momenti particolari, il legame con le persone care, le notti fredde, le strade illuminate a festa, il pranzo o cena con i familiari e anche i regali. Non c’è Natale in cui non ci sono regali, i regali sono una parte caratteristica di questa festa.<br />A volte però vale la pena riprendere in mano il significato di questa parola, capire quando è nata e a cosa faceva riferimento all’epoca della sua nascita.<br />I romani non conoscevano l’esistenza della parola regalo e per loro esisteva solo il dono, il donum appunto. Ma quando nasce allora questo termine così natalizio? all’incirca alla fine dell’impero romano e con la nascita dell’impero di Carlo Magno. Infatti è proprio con la diffusione di vari re barbari che nasce l’esigenza da parte del sovrano di ricevere dai suoi sudditi dei segni della loro amicizia: niente di più, il regalo era proprio la manifestazione del rapporto di amicizia tra due sovrani, tra due re da cui deriva la parola regali, ovvero ciò che spetta al re.<br />E la storia di Carlo Magno racconta alcuni simpatici aneddoti che spiegano meglio l’importanza e il significato di queste gesta, i regali appunto. Possiamo prendere come esempio chiarificatore il rapporto che l’imperatore dei Franchi aveva con il califfo di Bagdad Harun al Rashid, un’amicizia, un patto di non belligeranza che prevedeva per l’appunto lo scambio di regali. Sebbene Carlo Magno avesse ricreato un impero, culturalmente e tecnologicamente era ancora molto arretrato rispetto all’avanguardia del regno arabo. Pertanto i regali molto semplici sfiguravano di fronte alla maestosità di alcuni oggetti che le delegazioni arabe portavano a Carlo: i biografi del tempo raccontano di aver visto scimmie, tessuti preziosi, aromi orientali e perfino un orologio meccanico. Ma il regalo più strabiliante fu di certo l’elefante, questo animale mitologico di cui si narra nei testi classici ma che in Europa probabilmente non aveva mai messo piede. Abu al Abbas, questo il nome del pachiderma, raggiunse la capitale Aquisgrana e fu poi trasportato da Carlo in vari luoghi dell’impero. Da sottolineare però c’è un dettaglio tutt’altro che irrilevante: i regali che i sovrani si scambiavano erano delle vere e proprie dimostrazioni di potenza di un re verso l’altro, e come tali divenivano delle armi a doppio taglio, perché più lussuoso era il regalo più metteva in evidenza il donatore, l’intenzione non era di esaltare tanto colui che riceveva. Inoltre, la differenza culturale e tradizionale tra i due regni metteva in evidenza un ulteriore elemento che riguardava l’interpretazione sul regalo ricevuto. Probabilmente ne Carlo Magno ne qualunque altro suo suddito non avrebbe mai immaginato che l’elefante fatto arrivare in Francia nella cultura araba era un regalo di seconda categoria, dedicato ai sovrani meno importanti.<br />Da una parte pertanto vige il concetto di dominio, di desiderio ad apparire più importanti della persona che riceve. Dall’altra parte diventa evidente che il concetto di spontaneità non è mai stato legato al regalo, anzi, il regalo è esattamente un obbligo, un gesto che va per forza di cose eseguito.<br />Da qui il passaggio al Natale è fin troppo palese: quante volte dovendo fare un pensiero ad una persona facciamo un regalo, cioè ci costringiamo a dovergli comprare per forza qualcosa? E la spontaneità in tutto questo? molto spesso non esiste, molto spesso prevale la necessità di farlo. Proprio perchè non stiamo facendo un donum, bensì un regalo. <br />E se volessimo fare un dono autentico? come si potrebbe fare? forse la risposta più semplice rimane la persona che riceverà, perchè è lei il fulcro di tutto, è lei che avrà la chiave risolutiva.E il segreto è semplicemente la meraviglia, non tanto come lo stupore della grandezza del donatore, cioè di quanto è in grado di spendere l’artefice del regalo. Vale la pena invece soffermarsi sul significato di meraviglia, dal latino mirabilia, di quel qualcosa che desta l’ammirazione in chi riceve. E non è l’ammirazione per la magnificenza, ma semplicemente l’attenzione che il donatore ha posto sull’altro per trovare, realizzare o scegliere il dono giusto, perchè prima di tutto il dono è un gesto di ricollocazione della persona al centro della scena, non del proprio ego che desidera mettersi in prima fila. Prima viene l’altro, prima bisogna far sentire l’altro al centro. E il centro non è costituito di oggetti, di prodotti materiali; il centro è fatto di un’altra sostanza, il centro è fatto di un invisibile filo che lega due persone. Fare un dono all’altro è prima di tutto donarsi pienamente all’altro, in modo tale che questo si meravigli, desti un’ammirazione per te prima che per il dono. Il Natale alla fine è proprio così, scoprire quel filo che ci lega, tessere un legame con chi riteniamo parte della nostra vita.<br />Parole in viaggio vi augura un Natale povero di regali, ma ricco di doni.<br />Buon natale a tutti i nostri ascoltatori.]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/7405786</guid><pubDate>Mon, 21 Dec 2015 17:00:31 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/7405786/piv_6.mp3" length="0" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>il Natale è alle porte... è meglio fermarsi e parlare un po' di regali...
Buon ascolto della puntata #6

buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio. Siamo ormai giunti alla sesta puntata, siamo già al primo traguardo, mezzo...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[il Natale è alle porte... è meglio fermarsi e parlare un po' di regali...<br />Buon ascolto della puntata #6<br /><br />buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio. Siamo ormai giunti alla sesta puntata, siamo già al primo traguardo, mezzo anno di questa particolare trasmissione radiofonica dedicata all’approfondimento delle parole. E siamo ormai a pochissimi giorni dall’ultima importante festività dell’anno, il Natale è sulla bocca di tutti, ha invaso le strade di luci e con un incessante traffico che a volte paralizza l’intera circolazione stradale. Il Natale è fatto di tanti momenti particolari, il legame con le persone care, le notti fredde, le strade illuminate a festa, il pranzo o cena con i familiari e anche i regali. Non c’è Natale in cui non ci sono regali, i regali sono una parte caratteristica di questa festa.<br />A volte però vale la pena riprendere in mano il significato di questa parola, capire quando è nata e a cosa faceva riferimento all’epoca della sua nascita.<br />I romani non conoscevano l’esistenza della parola regalo e per loro esisteva solo il dono, il donum appunto. Ma quando nasce allora questo termine così natalizio? all’incirca alla fine dell’impero romano e con la nascita dell’impero di Carlo Magno. Infatti è proprio con la diffusione di vari re barbari che nasce l’esigenza da parte del sovrano di ricevere dai suoi sudditi dei segni della loro amicizia: niente di più, il regalo era proprio la manifestazione del rapporto di amicizia tra due sovrani, tra due re da cui deriva la parola regali, ovvero ciò che spetta al re.<br />E la storia di Carlo Magno racconta alcuni simpatici aneddoti che spiegano meglio l’importanza e il significato di queste gesta, i regali appunto. Possiamo prendere come esempio chiarificatore il rapporto che l’imperatore dei Franchi aveva con il califfo di Bagdad Harun al Rashid, un’amicizia, un patto di non belligeranza che prevedeva per l’appunto lo scambio di regali. Sebbene Carlo Magno avesse ricreato un impero, culturalmente e tecnologicamente era ancora molto arretrato rispetto all’avanguardia del regno arabo. Pertanto i regali molto semplici sfiguravano di fronte alla maestosità di alcuni oggetti che le delegazioni arabe portavano a Carlo: i biografi del tempo raccontano di aver visto scimmie, tessuti preziosi, aromi orientali e perfino un orologio meccanico. Ma il regalo più strabiliante fu di certo l’elefante, questo animale mitologico di cui si narra nei testi classici ma che in Europa probabilmente non aveva mai messo piede. Abu al Abbas, questo il nome del pachiderma, raggiunse la capitale Aquisgrana e fu poi trasportato da Carlo in vari luoghi dell’impero. Da sottolineare però c’è un dettaglio tutt’altro che irrilevante: i regali che i sovrani si scambiavano erano delle vere e proprie dimostrazioni di potenza di un re verso l’altro, e come tali divenivano delle armi a doppio taglio, perché più lussuoso era il regalo più metteva in evidenza il donatore, l’intenzione non era di esaltare tanto colui che riceveva. Inoltre, la differenza culturale e tradizionale tra i due regni metteva in evidenza un ulteriore elemento che riguardava l’interpretazione sul regalo ricevuto. Probabilmente ne Carlo Magno ne qualunque altro suo suddito non avrebbe mai immaginato che l’elefante fatto arrivare in Francia nella cultura araba era un regalo di seconda categoria, dedicato ai sovrani meno importanti.<br />Da una parte pertanto vige il concetto di dominio, di desiderio ad apparire più importanti della persona che riceve. Dall’altra parte diventa evidente che il concetto di spontaneità non è mai stato legato al regalo, anzi, il regalo è esattamente un obbligo, un gesto che va per forza di cose eseguito.<br />Da qui il passaggio al Natale è fin troppo palese: quante volte dovendo fare un pensiero ad una persona facciamo un regalo, cioè ci costringiamo a dovergli comprare per forza qualcosa? E la spontaneità in tutto questo? molto spesso non esiste, molto...]]></itunes:summary><itunes:duration>523</itunes:duration><itunes:keywords>dono,meraviglia,regali</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3b219835f429afb0026b2fcc6244e83d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>il Natale è alle porte... è meglio fermarsi e parlare un po' di regali...
Buon ascolto della puntata #6

buonasera a tutti e bentornati sulle frequenze di Parole in Viaggio. Siamo ormai giunti alla sesta puntata, siamo già al primo traguardo, mezzo anno di questa particolare trasmissione radiofonica dedicata all’approfondimento delle parole. E siamo ormai a pochissimi giorni dall’ultima importante festività dell’anno, il Natale è sulla bocca di tutti, ha invaso le strade di luci e con un incessante traffico che a volte paralizza l’intera circolazione stradale. Il Natale è fatto di tanti momenti particolari, il legame con le persone care, le notti fredde, le strade illuminate a festa, il pranzo o cena con i familiari e anche i regali. Non c’è Natale in cui non ci sono regali, i regali sono una parte caratteristica di questa festa.
A volte però vale la pena riprendere in mano il significato di questa parola, capire quando è nata e a cosa faceva riferimento all’epoca della sua nascita.
I romani non conoscevano l’esistenza della parola regalo e per loro esisteva solo il dono, il donum appunto. Ma quando nasce allora questo termine così natalizio? all’incirca alla fine dell’impero romano e con la nascita dell’impero di Carlo Magno. Infatti è proprio con la diffusione di vari re barbari che nasce l’esigenza da parte del sovrano di ricevere dai suoi sudditi dei segni della loro amicizia: niente di più, il regalo era proprio la manifestazione del rapporto di amicizia tra due sovrani, tra due re da cui deriva la parola regali, ovvero ciò che spetta al re.
E la storia di Carlo Magno racconta alcuni simpatici aneddoti che spiegano meglio l’importanza e il significato di queste gesta, i regali appunto. Possiamo prendere come esempio chiarificatore il rapporto che l’imperatore dei Franchi aveva con il califfo di Bagdad Harun al Rashid, un’amicizia, un patto di non belligeranza che prevedeva per l’appunto lo scambio di regali. Sebbene Carlo Magno avesse ricreato un impero, culturalmente e tecnologicamente era ancora molto arretrato rispetto all’avanguardia del regno arabo. Pertanto i regali molto semplici sfiguravano di fronte alla maestosità di alcuni oggetti che le delegazioni arabe portavano a Carlo: i biografi del tempo raccontano di aver visto scimmie, tessuti preziosi, aromi orientali e perfino un orologio meccanico. Ma il regalo più strabiliante fu di certo l’elefante, questo animale mitologico di cui si narra nei testi classici ma che in Europa probabilmente non aveva mai messo piede. Abu al Abbas, questo il nome del pachiderma, raggiunse la capitale Aquisgrana e fu poi trasportato da Carlo in vari luoghi dell’impero. Da sottolineare però c’è un dettaglio tutt’altro che irrilevante: i regali che i sovrani si scambiavano erano delle vere e proprie dimostrazioni di potenza di un re verso l’altro, e come tali divenivano delle armi a doppio taglio, perché più lussuoso era il regalo più metteva in evidenza il donatore, l’intenzione non era di esaltare tanto colui che riceveva. Inoltre, la differenza culturale e tradizionale tra i due regni metteva in evidenza un ulteriore elemento che riguardava l’interpretazione sul regalo ricevuto. Probabilmente ne Carlo Magno ne qualunque altro suo suddito non avrebbe mai immaginato che l’elefante fatto arrivare in Francia nella cultura araba era un regalo di seconda categoria, dedicato ai sovrani meno importanti.
Da una parte pertanto vige il concetto di dominio, di desiderio ad apparire più importanti della persona che riceve. Dall’altra parte diventa evidente che il concetto di spontaneità non è mai stato legato al regalo, anzi, il regalo è esattamente un obbligo, un gesto che va per forza di cose eseguito.
Da qui il passaggio al Natale è fin troppo palese: quante volte dovendo fare un pensiero ad una persona facciamo un regalo, cioè ci costringiamo a dovergli comprare per forza qualcosa? E la spontaneità in tutto questo? molto spesso non esiste, molto spesso prevale la necessità di farlo....</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3b219835f429afb0026b2fcc6244e83d.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in viaggio - puntata #5</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/parole-in-viaggio-puntata-5</link><description><![CDATA[dopo gli orribili attacchi a Parigi di venerdì 13 novembre 2015, forse vale la pena rivisitare il significato di fanatismo e le sue inarrestabili conseguenze.<br />Buon ascolto]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/7163307</guid><pubDate>Mon, 16 Nov 2015 17:00:27 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/7163307/piv_5.mp3" length="0" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>dopo gli orribili attacchi a Parigi di venerdì 13 novembre 2015, forse vale la pena rivisitare il significato di fanatismo e le sue inarrestabili conseguenze.
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Buon ascolto</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3b219835f429afb0026b2fcc6244e83d.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in viaggio - puntata #4</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/parole-in-viaggio-puntata-4</link><description><![CDATA[Continua la rubrica radiofonica dedicata all'approfondimento delle parole. La puntata di oggi affronta il delicato tema della morte e l'umano desiderio di rendere la vita immortale.<br />Buon ascolto!]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/6866841</guid><pubDate>Mon, 19 Oct 2015 16:00:46 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/6866841/piv_4.mp3" length="0" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Continua la rubrica radiofonica dedicata all'approfondimento delle parole. La puntata di oggi affronta il delicato tema della morte e l'umano desiderio di rendere la vita immortale.
Buon ascolto!</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Continua la rubrica radiofonica dedicata all'approfondimento delle parole. La puntata di oggi affronta il delicato tema della morte e l'umano desiderio di rendere la vita immortale.<br />Buon ascolto!]]></itunes:summary><itunes:duration>562</itunes:duration><itunes:keywords>immortalità,morte</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3b219835f429afb0026b2fcc6244e83d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Continua la rubrica radiofonica dedicata all'approfondimento delle parole. La puntata di oggi affronta il delicato tema della morte e l'umano desiderio di rendere la vita immortale.
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Buon ascolto!</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Continua la rubrica radiofonica dedicata al viaggio nel mondo delle parole.<br />Buon ascolto!]]></itunes:summary><itunes:duration>539</itunes:duration><itunes:keywords>crisi,eretico,viaggio</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3b219835f429afb0026b2fcc6244e83d.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Continua la rubrica radiofonica dedicata al viaggio nel mondo delle parole.
Buon ascolto!</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/3b219835f429afb0026b2fcc6244e83d.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item><item><title>Parole in Viaggio - puntata #1</title><link>https://www.spreaker.com/user/4387851/parole-in-viaggio-puntata-1</link><description><![CDATA[Inizia la rubrica radiofonica "Parole in Viaggio". L'intento è di approfondire puntata dopo puntata alcuni termini attraverso la loro storia, il significato, l'evoluzione e l'attuale utilizzo. <br />Iniziamo oggi proprio con i due termini del titolo, parola e viaggio.<br />Buon Ascolto!]]></description><guid isPermaLink="false">https://api.spreaker.com/episode/6377771</guid><pubDate>Mon, 20 Jul 2015 16:45:18 +0000</pubDate><enclosure url="https://api.spreaker.com/download/episode/6377771/piv_1.mp3" length="0" type="audio/mpeg"/><itunes:author>Parole in Viaggio</itunes:author><itunes:subtitle>Inizia la rubrica radiofonica "Parole in Viaggio". L'intento è di approfondire puntata dopo puntata alcuni termini attraverso la loro storia, il significato, l'evoluzione e l'attuale utilizzo. 
Iniziamo oggi proprio con i due termini del titolo,...</itunes:subtitle><itunes:summary><![CDATA[Inizia la rubrica radiofonica "Parole in Viaggio". L'intento è di approfondire puntata dopo puntata alcuni termini attraverso la loro storia, il significato, l'evoluzione e l'attuale utilizzo. <br />Iniziamo oggi proprio con i due termini del titolo, parola e viaggio.<br />Buon Ascolto!]]></itunes:summary><itunes:duration>560</itunes:duration><itunes:keywords>parole,viaggio</itunes:keywords><itunes:explicit>clean</itunes:explicit><itunes:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8c54a6ad77607ccbddb1f606ac493f43.jpg"/><itunes:episodeType>full</itunes:episodeType><googleplay:author>Parole in Viaggio</googleplay:author><googleplay:description>Inizia la rubrica radiofonica "Parole in Viaggio". L'intento è di approfondire puntata dopo puntata alcuni termini attraverso la loro storia, il significato, l'evoluzione e l'attuale utilizzo. 
Iniziamo oggi proprio con i due termini del titolo, parola e viaggio.
Buon Ascolto!</googleplay:description><googleplay:image href="https://d3wo5wojvuv7l.cloudfront.net/t_rss_itunes_square_1400/images.spreaker.com/original/8c54a6ad77607ccbddb1f606ac493f43.jpg"/><googleplay:explicit>No</googleplay:explicit></item></channel></rss>
