17 FEB 2026 · Terzo episodio di “Olimpia racconta”, il podcast che ti accompagna alla riscoperta di alcune delle pagine più memorabili dei primi cento anni delle Olimpiadi invernali. Nell’episodio precedente ti avevo fatto una promessa: ti avrei raccontato alcune delle imprese azzurre più emozionanti ai Giochi invernali… e, siccome ogni promessa è debito, sono pronto A raccontarti tutto… In un secolo di Olimpiadi invernali, i nostri campioni sono stati tantissimi, hanno scritto il loro nome a caratteri cubitali sul grande albo olimpico, e più scorrevo la lista, più pensavo: “Come faccio a lasciarne fuori qualcuno?”. Alla fine però una selezione l’ho dovuta fare: otto nomi, otto storie, otto imprese che per me rappresentano un piccolo, grande Pantheon olimpico azzurro. ho scelto quattro donne e quattro uomini… sei pronto? : chiudi gli occhi… Immagina il freddo pungente dell’aria di montagna, il rumore degli sci sulla neve… il ghiaccio che scricchiola sotto i pattini… il brusio del pubblico che piano piano si spegne… e quel silenzio, denso, che precede il via… Il primo protagonista non è semplicemente un campione: è una leggenda. Si chiama Eugenio Monti, ed è diventato, nel mondo del bob, un vero e proprio monumento. Ai Giochi invernali il suo palmares fa paura: 6 medaglie, divise in 2 ori, 2 argenti e 2 bronzi. Ma la cosa sorprendente è che il mito del “rosso volante” – così lo battezzò Gianni Brera, per quella sua chioma rossa e per la grinta feroce con cui affrontava ogni gara – nasce da un infortunio. Siamo a gennaio del 1951. Eugenio Monti ha 23 anni, è uno sciatore di slalom gigante, ha la carriera davanti, i sogni in testa… e durante un allenamento succede l’impensabile. Una brutta caduta… il silenzio intorno… l’attesa del responso: rottura dei legamenti della gamba. Per l’epoca è quasi una condanna, una frase che suona come “Game over”. Ma non per lui… Eugenio Monti non è uno che si arrende ad una diagnosi. Se la montagna gli blocca una discesa, lui ne cerca subito un’altra… e così decide si prendere la discesa del bob ... una scelta che cambia tutto, per lui e per lo sport italiano. Dopo 5 anni Eugenio Monti si ritrova a gareggiare a Cortina 1956, la prima olimpiade invernale italiana Il tifo, le bandiere, il boato lungo la pista. Monti sale sull’ice track e porta a casa due argenti, nel bob a due e nel bob a quattro. L’edizione successiva, quella a Squaw Valley del 1960, non prevede il bob per motivi finanziari: niente gara, niente medaglie, solo tanta frustrazione per il “rosso volante”. Ma nel 1964, a Innsbruck, il Eugenio Monti è di nuovo lì, al via. Altri due podi, altri due bronzi, ancora nel bob a due e nel bob a quattro. Eppure, la cosa più grande che fa Eugenio Monti non pesa in grammi d’oro o d’argento, ma in valore umano. Perché il suo gesto diventa uno dei momenti più belli della storia olimpica. Siamo Alle Olimpiadi del 1964, finale del bob a due … Monti è in coppia con Sergio Siorpaes, la gara sta per cominciare, i secondi scorrono, la tensione è altissima. A pochi metri da loro, l’equipaggio britannico di Nash e Dixon ha un problema tecnico: un bullone rotto sulla slitta. Vuol dire una cosa sola: niente finale... niente sogni… niente momenti di gloria… Come in una scena adrenolitica da film… si vivono momenti di panico…la pista, il pubblico, il gelo, i meccanici che corrono, lo sguardo disperato dei due britannici. E poi Monti… Lui che si avvicina, li guarda, capisce la difficoltà e non ci pensa due volte: prende un suo bullone e glielo presta. Rimette in pista, letteralmente, i suoi avversari. E sai qual è il colpo di scena? A vincere l’oro sono proprio gli inglesi con Nash e Dixon, mentre Monti e Siorpaes si accontenteranno del bronzo. In Italia qualcuno lo critica, gli rimprovera quel gesto: “Hai regalato l’oro agli inglesi!”. Ma lui, con quella calma che racconta esattamente chi è, risponde: «Nash non ha vinto perché gli ho dato il bullone. Ha vinto perché è andato più veloce». Ecco, questo è lo spirito olimpico. A 36 anni, con due argenti e due bronzi, sembra che la sua storia olimpica sia già tutta scritta. E invece, ancora una volta, Eugenio Monti sorprende tutti. A Grenoble nel 1968, Eugenio Monti è vicino ai quarant’anni, età in cui molti si sono già ritirati da un pezzo. Ma non Lui. Si presenta al via di quell’edizione e fa quello che sa fare meglio per vincere l’oro. Anzi, ne vince due: uno nel bob a due e uno nel bob a quattro. È la consacrazione definitiva, il coronamento di una carriera enorme. La sua vita, purtroppo, si chiude in modo tragico il 1º dicembre 2003. Ma il suo nome continua a correre sul ghiaccio: a lui è dedicata la pista olimpica di bob e slittino di Cortina d’Ampezzo. Ogni discesa, lì, è un omaggio al “rosso volante”. Restiamo sulla neve, ma cambiamo attrezzo. Dallo slittino e dal bob torniamo agli sci. E qui troviamo un altro mito: Gustav Thöni. Negli anni Settanta, Thöni è il volto nuovo dello sci azzurro. all’Italia regala un oro nello slalom gigante Sapporo 1972… e due argenti nello slalom speciale prima a Sapporo e poi a Innsbruck 1976. Quando si ritira, però, non si allontana dalla neve: resta in pista, ma a bordo tracciato, come primo allenatore di un giovane bolognese che farà esplodere l’Italia davanti alla tv. Quel ragazzo si chiama Alberto Tomba. E ora preparati… perché questa è una di quelle storie in cui lo sport entra con prepotenza nella vita quotidiana del nostro Paese. “Tomba la bomba”: già il soprannome è un programma. Un talento stratosferico, estro, qualche colpo di testa, ma soprattutto un modo di sciare che è uno spettacolo puro. C’è una sera, una in particolare, in cui riesce a fermare un’intera Nazione. E non solo: riesce addirittura a fermare il Festival di Sanremo. È il 27 febbraio del 1988, siamo a Calgary… Canada. In programma c’è la finale dello slalom speciale. Alberto è reduce dall’oro nello slalom gigante e ha in testa un’idea sola: fare il bis. C’è però un “piccolo” dettaglio: l’orario. La seconda manche è prevista alle 21 italiane… esattamente mentre, all’Ariston di Sanremo, va in onda la serata finale del Festival della canzone italiana. Se chiudi gli occhi sono sicuro che riesci ad immaginare la scena: da una parte i fiori, le canzoni, l’orchestra lo spettacolo sanremese che ogni inizio anno siamo abituati a vedere; dall’altra, immagina una pista di neve oltre oceano. Neve… Pendenza… Paletti… Ci sei? Mentre stai ascoltando una canzone italiana del festival di Allora, Perdere l’Amore di massimo ranieri… a fine eseibizione, Miguel Bosé e Gabriella Carlucci, fermano il festival, guardano in camera e… danno la linea a Calgary. Sanremo si interrompe. L’Italia intera passa dal palco dell’Ariston di sanremo alla pista Men's Olympic Slalom di Nakiska Sta per scendere Alberto Tomba. Tomba la bomba ha chiuso la prima manche al terzo posto: è lì, vede il podio, ma vuole solo l’oro. Parte dal cancelletto, prende di petto la pista. La sua è una sciata grintosa ma pulita, precisa, quasi chirurgica. Ogni porta superata è un brivido che corre lungo le case, i bar, i salotti italiani. Quando taglia il traguardo, mette un tempo che fa tremare gli avversari. Ma restano due sciatori. Il primo, lo svedese Jonas Nilsson, sente il peso della rimonta di Tomba: spinge, rischia… e cade. Rimane il tedesco Frank Wörndl, leader provvisorio. Anche lui Si lancia, cerca di difendere il vantaggio, ma la tensione è altissima, ogni curva può essere quella decisiva. Arriva al traguardo… e il cronometro dice che è dietro Alberto Tomba di sei centesimi. L’Italia è di nuovo oro. Dall’Ariston esplode un boato che attraversa il Paese, dai teatri alle case, dai bar alle caserme. In quell’istante, diventa il primo italiano capace di vincere due ori nella stessa edizione dei Giochi invernali. Ed è solo l’inizio… In carriera, Alberto Tomba, aggiungerà un altro oro nello slalom gigante ad Albertville 1992 e due argenti nello slalom speciale, sempre ad Albertville e poi a Lillehammer 1994. Dalla neve e le discese ora entriamo alle emozioni sul ghiaccio… immaginati sdraiato sulla schiena a pochi centimetri dal suolo, e andare oltre 130 all’ora. Ci riesci a sentire, quella scarica di adrenalina che attraversa tutto il corpo? No… Nessun problema… perché quello è il mondo di Armin Zöggeler, il re indiscusso dello slittino. Per sei edizioni consecutive dei Giochi invernali, da Lillehammer 1994 a Sochi 2014, Armin sale sempre sul podio… vent’anni ai massimi livelli, senza mai sbagliare l’appuntamento più importante. Nel suo palmares ci sono due ori, a Salt Lake City 2002 e Torino 2006, un argento e tre bronzi… Ora se puoi immagina la sua visuale: sdraiato, il casco che sfiora l’aria gelida, la pista che scorre velocissima, curve che devi sentire più che vedere. In un mondo in cui tutto si decide in un soffio, Armin Zöggeler diventa una certezza… Run dopo run, Olimpiade dopo Olimpiade, dimostra che la continuità può essere spettacolare quanto l’exploit. Se i nostri uomini ci hanno regalato emozioni fortissime, le nostre atlete non sono state da meno. E una delle culle delle loro imprese è lo sci di fondo, una disciplina di fatica, resistenza, testa e cuore. Nel Pantheon azzurro del fondo ci sono due regine: Stefania Belmondo e Manuela Di Centa. Partiamo da Stefania Belmondo… Dieci medaglie olimpiche: un numero che fa impressione solo a pronunciarlo. È la seconda donna atleta invernale di sempre per numero di medaglie vinte, dietro soltanto alla norvegese Marit Bjørgen. Nel suo bottino troviamo 3 argenti, 5 bronzi e 2 ori, conquistati nella 30 km ad Albertville 1992 e nella 15 km a Salt Lake City 2002. Stefania diventa l’immagine della tenacia. Una che cade, si fa male, viene data per finita… e poi torna. La vedi spingere, in salita, con il viso contratto dalla fatica, gli occhiali appannati, ma lo sguardo fisso sul traguardo. Ogni sua gara sembra un romanzo di resistenza e orgoglio. Acca Questo episodio include contenuti generati dall’IA.