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Condivido le omelie delle messe che presiedo durante la settimana nelle parrocchie di Sant'Andrea e Beata Vergine Immacolata di Bologna
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8 DEC 2025 · Nella Annunciazione, restiamo colpiti dallo stupore di Maria. È la prima a meravigliarsi per tutto ciò che Dio compie per lei. Al saluto dell’angelo — “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te” — il suo stupore diventa persino turbamento. La vedo lì, nella sua casa di Nazareth, raggiunta da un messaggero di Dio che le annuncia parole enormi: ha trovato grazia, concepirà un figlio, lo chiamerà Gesù, e sarà Figlio dell’Altissimo.
La grandezza della chiamata e la piccolezza di Maria
Mi immagino Maria mentre sente parlare del trono di Davide, di un regno eterno. Lei, così consapevole della sua piccolezza, non può che restare sorpresa. Non è solo la famosa frase “Non conosco uomo” a emergere, ma la percezione profonda di essere visitata da qualcosa di immensamente più grande di lei. L’angelo insiste: lo Spirito Santo scenderà su di lei e la potenza dell’Altissimo la coprirà con la sua ombra. E poi le annuncia anche il segno di Elisabetta. Davanti a tutto questo, Maria capisce che Dio sta intervenendo nella sua vita in modo totale.
Dio prepara Maria fin dal suo concepimento
La festa dell’Immacolata mi fa meditare su come Dio non abbia iniziato ad agire in Maria solo a Nazareth. La sua cura la accompagna fin dal primo istante della sua esistenza. La Chiesa celebra proprio questo: un concepimento immacolato, senza peccato, perché Maria fosse degna dimora per il Figlio. Così, dall’inizio della sua vita fino al giorno dell’Annunciazione, tutto è preparato con amore.
Una vita piena: dall’accoglienza alla croce e oltre
Arrivata a Nazareth, Maria comprende che tutta la sua vita sarà segnata da questa chiamata: diventare madre, accogliere quel bambino, crescerlo, accompagnarlo fino alla croce e oltre, per sempre. L’intervento di Dio su di lei riguarda ogni suo passo e riguarda anche l’umanità intera. Lo dirà lei stessa nel Magnificat.
Il “sì” di Maria e l’importanza dell’Annunciazione
Dopo le domande e lo stupore, Maria pronuncia il suo “Eccomi”: “Sono la serva del Signore, avvenga per me quello che hai detto”. È un sì che permette a tutte quelle parole dell’angelo di compiersi. Per me, questo Vangelo dell’Annunciazione è forse il più importante di tutti, perché guardando Maria comprendo la cura che Dio ha anche per me. Diversa, certo, ma nella sostanza simile: ciò che Dio fa per lei lo fa per tutti i suoi figli.
Dio che cerca l’uomo: Adamo ed Eva
La Genesi me lo ricorda. Adamo ed Eva avevano ricevuto ogni cosa: il giardino, gli alberi, gli animali. Tutto era stato donato loro. Eppure non hanno custodito la parola di Dio. E cosa fa il Signore? Li cerca: “Adamo, dove sei?”. Li soccorre, li veste, li rimette in cammino. Eva diventa madre di tutti i viventi. Se Dio ha fatto questo per loro, i peccatori primordiali, quanto più lo fa per noi.
La nostra storia: scelti prima della creazione del mondo
Noi non siamo stati concepiti senza peccato, ma nel Battesimo tutto è stato cancellato. E nella lettera agli Efesini scopro qualcosa di incredibile: in Cristo Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati nella carità. Ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi, eredi della sua gloria. A volte mi viene da pensare che tutto questo non valga per me — povero don Andrea, direbbe qualcuno — e invece sì. Vale per ciascuno di noi, per tutte le creature che Dio ama da sempre.
La chiamata alla conversione
Ieri Giovanni Battista, nel Vangelo, ci diceva: “Convertitevi, il regno dei cieli è vicino”. E capisco che devo sempre convertirmi a questo amore di Dio, che mi ha scelto da sempre. Questa è la vera conversione: tornare a Lui, con il cuore aperto, qualunque sia la mia situazione.
Dio dentro le nostre storie concrete
Penso alle storie quotidiane in cui vedo questo disegno d’amore. Sabato ho celebrato un matrimonio: una lunga storia personale dei due sposi, che culmina in una grazia che però parte da lontano. Ieri ancora, l’ingresso di Pietro Giuseppe nella sua nuova parrocchia: anche lì un cammino preparato da Dio. Lo stesso per Elisabetta, ormai anziana, eppure visitata dal miracolo. Nulla è impossibile a Dio. Anche tra guai, acciacchi e lutti, riconosco che la nostra vita ha un significato nelle mani di Dio, dall’inizio alla fine dei tempi.
La gioia nel sentirsi amati da Dio
Quando mi sento avvolto dall’amore di Dio, esplode la gioia. È per questo che la festa di oggi è così importante: contemplando Maria e il modo in cui accoglie il disegno su di lei, imparo a dire anche io “Sì, avvenga per me quello che hai detto”. Una preghiera che amo dice che dobbiamo contemplare il mistero con sguardo puro e accoglierlo con degno affetto. È il mistero della vita di Dio in noi.
L’Eucaristia ci rimette dentro questo mistero
Ogni volta che celebro l’Eucaristia, quando ascolto la Parola e ricevo il Corpo e il Sangue del Signore, vengo reimmesso in questa dinamica d’amore. E allora dico: grazie, Signore. Concedi anche a noi, per intercessione della nostra patrona, di venire incontro a Te in santità e purezza di cuore. Vogliamo abbracciarti, vogliamo dire il nostro “sì”.
Maria, un modello che ci riguarda davvero
Maria resta il nostro modello. Non un modello lontano e irraggiungibile, ma qualcuno che ci riguarda profondamente, perché ciò che Dio ha fatto in lei parla anche di noi. Come comunità, come famiglia, come Chiesa, ci riconosciamo in questa stessa storia d’amore che Dio tesse per ogni suo figlio.
7 DEC 2025 · Quando ho riletto l’appello di Giovanni Battista – “Convertitevi perché il Regno dei Cieli è vicino” – mi sono sentito colto un po’ alla sprovvista. Durante la settimana ci eravamo già trovati con gli altri preti per leggere le letture della domenica, e invito sempre tutti a farlo: è importante prepararsi un po’ prima. Ma nonostante questo, quell’appello mi ha sorpreso, come se mi dicesse direttamente: “Andrea, convertiti.”
E subito mi sono chiesto che cosa significhi davvero convertirsi. Anche perché, come quei farisei e sadducei, io spesso mi sento “a posto”. Non ho l’impressione di dover cambiare chissà cosa. Aspettiamo il Natale, qualcuno prepara il presepe, io no perché dove sono c’è già chi lo fa… Ma quali segni concreti di attesa e di conversione stiamo vivendo?
La risposta della gente a Giovanni Battista
Il Vangelo racconta di una risposta enorme da parte della gente: da Gerusalemme, da tutta la Giudea, dalla zona del Giordano. Tutti accorrevano da quest’uomo un po’ strano, vestito come un antico profeta, per farsi battezzare e confessare i peccati. E io confesso che a volte mi sento lontano da questo slancio.
Mi è tornata alla mente la domenica scorsa, quando parlavamo di Noè. Noè costruiva l’arca sotto gli occhi di tutti, annunciava il diluvio, ma nessuno si accorgeva di nulla. Anche noi oggi, forse, ci accorgiamo “un po’” soltanto. Ma il Vangelo ci spinge a un cammino più forte e più coinvolgente: convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino.
Il Regno dei Cieli è vicino: non una semplice confessione
Questa frase – “il Regno dei Cieli è vicino” – mi ha colpito profondamente. Non parla solo di andare a confessarsi, che è comunque importante (anche se non abbiamo mai lunghe file, e forse è anche colpa nostra perché proponiamo poco questo appuntamento). La conversione non è un atto estemporaneo.
Quando Giovanni Battista dice che il Regno dei Cieli è vicino, ci invita ad aprire il cuore: cambiare mente, fare penitenza, alzare lo sguardo verso la speranza. Il Regno dei Cieli non è un regno come quelli terreni, quelli segnati da guerre, divisioni, isolamento. È un regno che si avvicina proprio mentre noi facciamo fatica a vederlo.
La sferzata di Giovanni a farisei e sadducei
Giovanni Battista non risparmia una durissima sgridata a farisei e sadducei – e a tratti mi ci riconosco – chiamandoli “razza di vipere”. Vipere che scappano per non essere disturbate. E li ammonisce: non illudetevi che basti dire “abbiamo Abramo per padre”; non basta sentirsi già a posto.
Poi però aggiunge una frase che per me è stata fondamentale: “Fate un frutto degno di conversione.” Non una buona azione isolata, ma un frutto, qualcosa che richiede tempo, semina, preparazione. Come insegna Gesù nelle parabole: portare frutto è un lavoro.
Il virgulto dal tronco di Iesse: il segno della speranza
Nella prima lettura troviamo l’immagine straordinaria del virgulto che spunta dal ceppo di Iesse, quel tronco morto dopo l’esilio, quando tutto sembrava finito: città distrutta, re falliti, una storia spezzata. Un ceppo secco, come quelli su cui inciampiamo nei boschi.
Eppure da lì nasce qualcosa di nuovo. Su questo virgulto si posa lo Spirito del Signore, e i segni del Regno sono sorprendenti: il lupo che vive con l’agnello, il leopardo con il capretto, il vitello con il leoncello, la mucca con l’orsa. La natura stessa sembra pacificata per la comunione.
E ancora: “Non agiranno più iniquamente, né saccheggeranno in tutto il mio santo monte.” Una visione di convivenza che parla al nostro presente.
Il frutto richiesto: l’accoglienza reciproca
Allora penso che il frutto degno di conversione che ci viene chiesto oggi sia proprio questo: accoglienza. Anche Paolo lo ribadisce: “Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi.”
Non si tratta soltanto di generosità, ma di viverci con rispetto nelle nostre diversità, accogliendoci reciprocamente. E qui il lavoro è tanto: in famiglia, tra fratelli, tra amici, sul posto di lavoro. È una palestra continua, forse più impegnativa del convivere tra lupi e capretti.
Ma questo è il segno del Regno che arriva: il Messia verrà a battezzarci in Spirito Santo e fuoco. Non solo per convertirci, ma per darci la vita eterna. Il suo Regno sarà di pace e giustizia per sempre. Ma perché questo accada, anche noi dobbiamo prepararci offrendo i nostri piccoli frutti.
Convertirci agli altri per costruire la comunione
Convertirsi agli altri significa cambiare mentalità, mettersi nei loro panni, ascoltarli, cercare insieme il bene comune. Il Regno dei Cieli non può trovarci isolati o indifferenti: deve trovarci già in cammino verso una comunione concreta, quella che già sperimentiamo nella comunità, nelle famiglie, nella vita di tutti i giorni.
Un esempio semplice: la comunione vissuta attorno a un piatto
L’altro giorno sono stato a mangiare da Antenore un ottimo piatto di spaghetti con il pesce. E mentre scherzavamo – “il Regno dei Cieli è vicino, e anche il limoncello… anzi, il nocino!” – mi rendevo conto che anche in questi gesti semplici c’è un’anticipazione del Regno: la gioia di stare insieme, la fraternità, la comunione.
Mi sono sentito un po’ come un’orsa dentro quella piccola casa, ma felice: perché è in questi rapporti che impariamo l’accoglienza e ci prepariamo al Signore che viene.
Accodarci al popolo in cammino verso Giovanni Battista
E così desidero accodarmi a quella folla che andava da Giovanni Battista, non per isolarmi, ma per portare frutti di conversione. Per prepararmi ad accogliere il Signore che viene, con la mia piccola parte nella grande comunione che già oggi possiamo costruire e gustare.
6 DEC 2025 · Inizio riconoscendo quanto siano belli gli sposi. Li guardo e vedo che risplendono, e questo loro splendore rende felici anche noi. Certo, loro lo sono più di tutti, ma anche noi ci sentiamo partecipi della loro gioia e della loro luce. Osservando le famiglie, soprattutto i genitori, percepisco che oggi i figli sono davvero la loro gloria, molto più del solito, e allo stesso tempo diventano anche la gloria degli amici, dei colleghi e di tutte le persone vicine.
Sottolineo che la liturgia di oggi non è un punto isolato, ma il compimento di una storia lunga e ricca di bene: la loro storia personale e quella vissuta insieme. Non si sono conosciuti ieri; hanno già camminato molto. È questo cammino che oggi li rende ancor più belli.
La Bellezza che Viene da Dio
Riprendo il Salmo: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo… la figlia del re è tutta splendore”. Ma leggo nel Vangelo qualcosa di ancora più profondo: la loro bellezza ha un tratto divino. La gloria di cui parla Gesù, nella sua preghiera del capitolo 17 di Giovanni, è una gloria che riguarda il Padre e il Figlio, ed è sorprendente pensare che questa gloria oggi riguardi anche loro.
Nella preghiera di Gesù scopro verbi meravigliosi riferiti ai discepoli: “Ho fatto conoscere loro il tuo nome”, “erano tuoi e tu li hai dati a me”, “hanno accolto la mia parola”, “hanno creduto”. Oggi queste parole descrivono gli sposi: anche loro si riconoscono come doni scambiati tra il Padre e il Figlio, come persone che hanno ascoltato e accolto la sua parola nella loro storia e nelle loro comunità.
Ma ciò che mi colpisce di più è quando Gesù dice: “Io sono glorificato in loro”. Penso alla grandezza di questo: normalmente il Padre e il Figlio si glorificano a vicenda, nel mistero della croce e della risurrezione. Eppure, oggi Irene e Alberto ricevono questo compito: con il loro “per sempre”, con il loro offrirsi reciprocamente la vita, glorificheranno il Figlio.
La gloria che il Padre ha dato a Gesù, Gesù la dona a loro affinché siano “una cosa sola”, “perfetti nell’unità”. La loro vocazione è diventare uno, non perdendo la propria bellezza personale, ma facendola risplendere nell’unità. E questo è possibile perché Dio ama glorificare i piccoli, i fragili, come ha fatto con Israele: lo prende, lo rinnova, lo fa risplendere nonostante i suoi limiti. È la sua attività preferita: trasformare, coronare, ridare nome, gioia e dignità.
Oggi lo fa anche con Irene e Alberto, rendendo evidente a tutti la loro bellezza trasfigurata.
Custodire la gloria... nel tempo
Mi chiedo come faranno, da domani, a custodire questa gloria. La risposta la trovo nella seconda lettura: l’amore. San Paolo nella sua meravigliosa pagina sulla carità dice chiaramente che tutti i successi, tutte le capacità, tutti i talenti che gli sposi possiedono – e ne hanno tanti – non valgono nulla senza l’amore. Sarebbero solo rumore, bronzo che risuona.
Ma grazie al sacramento del matrimonio ricevono un dono concreto: la possibilità reale di mettere l’amore sempre al primo posto. Oggi, nel dire “sì”, affermano proprio questo: “Mettiamo l’amore al primo posto, e possiamo farlo perché tu, Signore, ce ne dai la forza”.
Tutta la loro vita – scelte lavorative, casa, eventuali figli, vecchiaia – sarà un continuo atto di questo amore che glorifica il Figlio. E non partono da zero: hanno esempi splendidi, i loro genitori, i nonni, i fratelli. E poi, in fondo, amare è ciò che rende felici, ciò che riempie, ciò che fa risplendere. È ciò che li renderà veramente belli e gloriosi.
Oggi, con il loro patto, accettano l’invito di Gesù: lasciar risplendere in loro la gloria che viene da Dio.
Una Vita Luminosa
Concludo riconoscendo che Irene e Alberto portano con sé una grande responsabilità, ma ancora di più un dono immenso: vivere una vita luminosa, piena, perché immersa in Dio e nella sua gloria. Li ringrazio perché, attraverso il loro amore, oggi ci mostrano la bellezza della gloria del Signore.
4 DEC 2025 · Riflettendo sul canto di Isaia, mi colpisce l’immagine di una “città forte” proclamata proprio nella terra di Giuda, una terra che è reduce dall’esilio, segnata dalla distruzione di Gerusalemme. Mi chiedo allora da dove venga davvero questa forza nuova, questa possibilità di rialzarsi. Isaia dice che le mura e i bastioni sono posti “a salvezza”: sembrerebbero fortificazioni militari, ma subito il profeta aggiunge: “Aprite le porte”. Capisco allora che non si tratta di una città chiusa, che si difende con la sua potenza, ma di una città che si fonda sull’apertura.
Una nazione giusta e fedele
L’invito “aprite le porte” mi appare come un criterio spirituale: entra solo una nazione giusta, che si mantiene fedele, con una volontà salda. Mi risuona la consapevolezza che proprio giustizia e fedeltà erano ciò che il popolo aveva smarrito lungo la strada dell’alleanza con il Signore. E riconosco che anche nella mia vita la sicurezza non nasce dalle mie capacità di imporre, di dominare, di convincere con forza gli altri, ma dalla fedeltà, dalla semplicità, da quel cammino umile in cui mi rimetto alla santità di Dio. Non è facile: spesso mi sento lontano, in difficoltà, ma la parola del profeta insiste. È Dio a garantire la pace a chi confida in Lui.
La pace come dono dall’alto
Mi fermo allora sul tema della pace. Isaia dice che la pace non è qualcosa da conquistare con sforzi umani, ma un dono che viene dall’alto. Certo, richiede il mio cammino nella giustizia, ma prima di tutto è il frutto della fedeltà di Dio, del suo patto che non viene mai meno. Mi incoraggia l’invito: “Confidate nel Signore sempre, perché Egli è una roccia eterna”. Sento la forza di questa promessa: qualunque sia la mia situazione — peccato, lontananza, smarrimento, silenzio interiore, solitudine, incapacità — la Scrittura mi dice che posso sempre confidare nel Signore. È una roccia che non cede, come quella evocata nel Vangelo quando Gesù descrive l’uomo saggio che ascolta la parola e la mette in pratica.
Gli oppressi e i poveri: i veri cittadini della città di Dio
Un dettaglio mi sorprende e mi spiazza: chi calpesta questa città? Non un esercito potente, ma i piedi degli oppressi, i passi dei poveri. Gli abitanti veri di questa città non sono i forti, ma coloro che portano davanti a Dio la propria povertà, il proprio limite, la propria oppressione. Penso allora ai passi del Messia: Gesù stesso, che sulla croce ha vissuto l’umiliazione. Apparentemente sconfitto, in realtà ne è uscito vincitore proprio grazie alla sua umiltà, alla sua fiducia nel Padre, alla sua giustizia.
Il cammino spirituale: piccoli gesti che aprono alla pace
Questo diventa anche per me un’indicazione chiara nel tempo di Quaresima: riscoprire i piccoli gesti di fedeltà, di cura, di attenzione alla Parola. Sono questi gesti che mi rendono stabile, che mi radicano in Dio e mi dispongono a ricevere il suo dono di pace. Ed è ai piccoli, ai poveri, agli umili che questo dono viene offerto, mentre “i potenti sono rovesciati dal trono”, come dice Maria nel Magnificat.
Rinnovare l’impegno
Alla fine, sento il bisogno di raccogliermi nel silenzio e rinnovare il mio impegno: ascoltare, seguire con umiltà il Vangelo, rimettermi con fiducia su quella roccia eterna che non vacilla.
1 DEC 2025 · Quanto siamo fortunati ad essere qui, insieme, come comunità! Mi rendo conto che poter vivere l’inizio dell’Avvento in comunione, in semplicità e nella quotidianità, è un dono enorme, tutt’altro che scontato. Essere qui a condividere l’attesa del Signore è una grazia che desidero custodire.
Il Vangelo ci ricorda che la venuta del Signore sarà come ai tempi di Noè: la gente mangiava, beveva, si sposava, lavorava, senza accorgersi di nulla, nemmeno del diluvio imminente. Questa incapacità di “accorgersi” mi colpisce profondamente. Anche noi, presi dal lavoro, dagli impegni, dallo stress quotidiano, rischiamo di perdere la consapevolezza che il Signore sta venendo: oggi, a Natale, alla fine dei tempi. Tutto è un arrivo. Ma come viviamo questa attesa? La temiamo? La rimandiamo?
In realtà, l’incontro con Lui è un incontro bello, e poterlo vivere insieme, domenica dopo domenica, è ciò che ci prepara il cuore.
Il pellegrinaggio a Montesole e la testimonianza delle comunità martirizzate
Ricordo poi il pellegrinaggio a Montesole, dove abbiamo ascoltato la storia delle stragi di quelle comunità annientate da una violenza terribile e cieca. Due parenti dei sopravvissuti ci hanno raccontato come quelle persone, pur senza sapere che cosa accadrà, si erano radunate in chiesa a pregare. Don Ubaldo stesso è stato ucciso sull’altare mentre cercava di salvare le ostie.
Quelle comunità erano pronte all’incontro con il Signore, non perché consapevoli, forse, ma perché abituate a camminare insieme, a volersi bene, a incontrarsi, a condividere la fede. Una comunità vera, che ha affrontato la prova unita.
Colpisce anche la figura di Antonietta Benni, la maestra che, finita la guerra, è tornata a ricostruire quelle comunità che molti volevano dimenticare o minimizzare. Lei invece è tornata a fare comunità, a rimettere insieme ciò che la violenza aveva spezzato.
La preziosità del camminare insieme
Non è retorica dire che la comunità è un dono prezioso. Attendere da soli sarebbe più difficile. Isaia oggi insiste molto sul valore comunitario dell’attesa: alla fine dei tempi molti popoli diranno “Venite, saliamo al monte del Signore”. È un invito rivolto a tanti, un cammino condiviso.
Da Sion esce la parola del Signore, la sua legge. Saliamo insieme perché Lui ci insegni le sue vie e ci conduca nei suoi sentieri. Il profeta annuncia la fine dell’arte della guerra, persino le armi si trasformano in strumenti di lavoro. Questa visione di pace ci chiama.
Anche il salmo ci invita alla fraternità: “Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: su di te sia pace”. I nostri fratelli e amici sono quelli che camminano con noi: le nostre famiglie, certo, ma anche la nostra comunità riunita qui. Per questo dobbiamo custodire questo dono grande: il Signore è in arrivo.
La consapevolezza del momento secondo san Paolo
La Lettera ai Romani mi colpisce per un passaggio forte: “Questo voi farete, consapevoli del momento”. Essere consapevoli significa sapere che il tempo si è fatto breve, che il Signore si avvicina. Ma cosa dobbiamo fare?
I versetti precedenti parlano chiaro: la pienezza della legge è l’amore. “Volerci bene”: ecco il comando essenziale per vivere l’attesa. Per risvegliarci dal sonno, dice Paolo, dobbiamo gettare via le opere delle tenebre e indossare le armi della luce.
Le opere delle tenebre sono tante: orge, ubriachezze, lussurie, impurità, litigi, gelosie. Cose che spengono il cuore, che tolgono lucidità, che ci fanno perdere consapevolezza. Anche un litigio o una gelosia accendono in noi qualcosa che ci annebbia.
Per questo dobbiamo indossare le armi della luce: illuminarci reciprocamente, volerci bene, vivere l’attesa con uno stile luminoso. Ieri con i bambini abbiamo acceso la prima candela dell’Avvento al buio: un segno semplice ma potente.
Essere pronti all’incontro
Il Vangelo parla di due persone che fanno la stessa cosa, una viene presa e una lasciata. La differenza non è ciò che fanno, ma la luce con cui vivono ciò che fanno. Chi vive la vita ordinaria con speranza e attesa, quando il Signore arriva, depone gli strumenti e apre subito il cuore.
Noi possiamo essere pronti grazie alla comunità e all’amore reciproco. Ringrazio il Signore in questa domenica di Avvento per la nostra comunità e per le nostre famiglie, che ci mantengono svegli, consapevoli, grati.
Così possiamo attendere il Signore senza paura, ma con gioia, e dire davvero: Vieni, Signore, ti aspettiamo a braccia aperte. Tu non sei un ladro, ma il nostro sposo, il nostro Signore.
28 NOV 2025 · Ci facciamo guidare ancora una volta dalla figura di Daniele, un testimone straordinario di fedeltà a Dio. Riflettendo su di lui, vedo un uomo stimato, riconosciuto, ma proprio per questo oggetto di invidie e malizie. I suoi accusatori agiscono con cattiveria, cercano il suo punto debole — la sua fedeltà — e lo trasformano in un’arma contro di lui. Manipolano il re, sfruttano i meccanismi del potere e insinuano che Daniele sia irrispettoso, per ottenere una condanna esemplare e durissima.
Di fronte a tutto questo, ciò che mi colpisce è la serenità interiore di Daniele: lui rimane saldo, non si nasconde, continua a pregare tre volte al giorno. La sua preghiera è identità, respiro quotidiano, non un gesto privato o timoroso. Daniele vive alla luce del sole ciò che per lui è essenziale.
Il dramma del re Dario e le sue ambiguità
Mentre penso a Daniele, percepisco che la figura forse più tragica di tutta questa storia è quella del re Dario. È affascinato da Daniele, vorrebbe salvarlo, ma non ci riesce: è prigioniero delle sue leggi, dei suoi funzionari, del ruolo che deve recitare. È tormentato, non dorme, digiuna, si agita… eppure rimane legato a quell’ambiguità che lo blocca.
In lui riconosco tante situazioni della mia vita: momenti in cui credo di avere potere, ma in realtà non sono davvero fedele al Signore, bensì a me stesso, alla mia immagine, al ruolo che devo mantenere. Il re è l’uomo che vorrebbe convertirsi, ma non riesce a rompere la gabbia che lui stesso ha costruito.
La fossa dei leoni: luogo di morte che diventa notte pasquale
Quando Daniele viene gettato nella fossa dei leoni, tutto sembra perduto. È un luogo senza ritorno, sigillato. Eppure ciò che dovrebbe essere morte certa si trasforma in una notte pasquale: un angelo lo custodisce, lo salva, lo tiene al riparo dal male.
La sua innocenza è proclamata, ma comunque deve passare attraverso quella fossa. E una volta che ne esce, il giudizio cade su chi lo aveva accusato. Il re, invece, sembra mostrare segni di un cambiamento: forse è un po’ ipocrita, ma in qualche modo anche lui viene liberato dalla sorte di Daniele. La sua confessione di fede è sorprendente: riconosce che il Dio di Daniele è vivo, eterno, liberatore. E addirittura decreta che tutti debbano rispettare quel Dio.
La mia chiamata a una fedeltà quotidiana
Alla luce di questa storia, sento rivolto anche a me l’invito alla fedeltà: una fedeltà quotidiana, concreta, non nascosta, come quella di Daniele. Una fedeltà che non scende a compromessi con ciò che mi distrae, mi affascina o mi tenta.
Sono chiamato a confidare nel Signore anche nelle prove, senza paura dei “leoni” che possono apparire sulla mia strada, perché la speranza che Lui dona illumina sempre l’oscurità.
La conversione del re mi insegna che chiunque può diventare annunciatore della salvezza, anche chi sembra debole, incoerente o ostinato.
Per questo chiedo al Signore di prendermi per mano nella mia fragilità, di aiutarmi a custodire quei piccoli segni di preghiera, di attenzione e di fedeltà quotidiana. Solo così posso diventare luce per le persone che vivono accanto a me.
26 NOV 2025 · In questi giorni mi lascio accompagnare dal libro di Daniele, che la liturgia ci propone nell’ultima settimana del Tempo Ordinario, alle soglie dell’Avvento. Rimango colpito dalla scena del grande banchetto organizzato dal re Baldassàr: un’immagine di opulenza eccessiva, quasi il simbolo di una civiltà che non riconosce più i propri limiti. È un potere che si autocelebra, autosufficiente, incapace di rendere conto a qualcuno che sia al di sopra di sé.
Mi impressiona soprattutto il gesto sacrilego di prendere i vasi sacri del Tempio e usarli per bere il vino. È come se ogni senso del sacro fosse svanito: ciò che appartiene a Dio viene ridotto a oggetto di divertimento. Addirittura vengono lodati gli idoli di legno, metallo e pietra, divinità senza vita, che rivelano la profondità della corruzione religiosa. In tutto questo sento che c’è un avvertimento anche per me: il rischio di banalizzare ciò che è sacro non è così lontano come potrei pensare.
Proprio mentre il potere si ubriaca di sé stesso, ecco comparire una mano misteriosa che scrive sulla parete. È un messaggio di Dio che irrompe e fa crollare ogni sicurezza. Vedo il re impallidire, spaventato: è l’effetto che la Parola di Dio ha quando smaschera l’illusione del potere umano.
L’ingresso di Daniele: la voce della verità
A questo punto entra in scena Daniele. Lo riconosco come un uomo di Dio: fedele, sapiente, integro. Lo abbiamo visto rifiutare il cibo del re pur di non contaminarsi, e ora lo vediamo parlare senza paura, denunciando l’arroganza di Baldassàr, la sua idolatria e la sua inconsapevolezza riguardo alla propria fragilità.
Daniele interpreta le tre parole misteriose scritte dalla mano:
Mene: numerato. Il re viene avvertito che i suoi giorni sono contati, che il suo potere non è eterno.
Tekel: pesato. Egli è stato trovato leggero, inconsistente, vuoto.
Peres: diviso. Il suo regno è spezzato e sarà consegnato ad altri.
In questo giudizio severo sento la forza della Parola di Dio: essa non accarezza, ma smaschera, illumina, raddrizza.
I “vasi sacri” della mia vita
Di fronte a questa scena mi chiedo quali siano i “vasi sacri” che Dio ha affidato anche a me. Ogni persona, ogni relazione, la fede, il tempo, il linguaggio… tutto ciò che compone la mia vita è prezioso. Eppure posso usarlo male, con superficialità o mancanza di cura. La tentazione di banalizzare il sacro è reale.
Eppure, la mano che scrive non è solo minaccia. La Parola di Dio non viene per condannarmi senza scampo, ma per salvarmi. Il giudizio di Dio è una luce che apre alla conversione, che mi ricorda quanto sono preziose le cose che Lui ha messo nella mia vita. È un invito a ritrovare la sacralità del quotidiano, a custodire con amore ciò che non è mio ma Suo.
L’impegno che voglio rinnovare
Davanti a questa pagina rinnovo il mio impegno: desidero essere un custode fedele dei vasi sacri che Dio mi affida. Non voglio essere trovato leggero, inconsistente, ma saldo e perseverante nella cura del bene che mi è stato consegnato.
Il Vangelo mi ricorda che nessun capello del mio capo andrà perduto e che sarà la perseveranza a salvare la mia vita. Anche se non mancano difficoltà, prove o persecuzioni, la via della cura e dell’attenzione è quella che il Signore mi chiede e che Lui stesso ha percorso, dando la vita per ogni persona, anche per chi è peccatore, ma ai suoi occhi preziosissimo.
23 NOV 2025 · Quando ascoltiamo il titolo “Gesù, re dell’universo”, sentiamo che potrebbe diventare qualcosa di astratto, quasi distante dalla nostra vita. Le letture della festa elencano grandezze e potenze che sembrano portarci lontano: Gesù come principio, primizia, al centro di ogni cosa. È un inno splendido, ma può far pensare a un re che abita solo nell’altezza.
Invece, guardando il mondo, sperimento ben altri regni: poteri che schiacciano, guerre, violenze sui poveri, mancanza di rispetto per la vita e per la dignità dei piccoli. Davanti a tutto questo mi chiedo: come posso celebrare un re che sembra così distante? Il Vangelo di Luca, proprio raccontando la crocifissione, mi aiuta a dare concretezza a questa domanda.
Un Re deriso e impotente
Nella scena della croce Gesù appare come un re che tutti deridono. Lo insultano, lo scherniscono, lo umiliano. La sua è la forma più radicale dell’impotenza: non reagisce, non scende dalla croce, non oppone resistenza al potere degli uomini che si accaniscono contro di lui. I capi, i soldati, il potere politico e religioso: tutti hanno esercitato la loro forza su di lui e sembrano aver vinto.
Le loro parole sono sempre le stesse: “Salva te stesso”. Come se la grandezza fosse misurabile solo dal potere di sfuggire alla sofferenza. Perfino la scritta sul capo, “re dei giudei”, mostra il paradosso: il potere umano si ritiene forte perché decide della vita e della morte.
Mi vengono in mente i bambini del catechismo, quando parlavamo di Erode: un uomo che, minacciato da un bambino re, scatena la paura più feroce, quella che uccide gli innocenti. È il volto del potere umano: dominare attraverso la morte. Un volto che riconosco anche nei nostri dibattiti sulla morte programmata, come se l’ultima parola sulla vita fosse nostra.
Eppure Gesù accetta di stare dentro questo meccanismo senza fuggire. Rimane, affronta il potere e lo smaschera non opponendo violenza a violenza, ma scegliendo la via dell’amore.
La croce come incontro
Il perdono come chiave
Pochi istanti prima di essere inchiodato, Gesù dice: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Sente che chi lo sta uccidendo non ha piena coscienza di ciò che accade. E già questo mi sorprende: nel momento del massimo dolore, pensa al perdono.
Non è solo: i due malfattori
La cosa che più mi colpisce è che Gesù non muore da solo. Accanto a lui ci sono due malfattori. Immagino i loro sguardi durante la salita al Calvario, la condivisione della paura e della sofferenza. Forse hanno persino ascoltato le sue parole di perdono.
In quel momento, la croce diventa per Gesù una grande occasione di incontro. Non solo ha salvato molti lungo il suo cammino, ora sceglie di morire insieme a due persone che portano dentro colpe vere. E proprio quella vicinanza fa scattare qualcosa nel cuore del ladrone che la tradizione chiama Disma.
La scoperta del ladrone
Questo uomo riconosce l’innocenza di Gesù e, nel riconoscerla, capisce che la sua presenza accanto a lui non è casuale. Si sente visto, conosciuto. Sente che quel Gesù sta condividendo con lui l’ultimo tratto della vita.
Le sue parole sono un’invocazione ripetuta: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Non chiede un miracolo, non pretende di scendere dalla croce. Accetta che moriranno insieme. Ma vuole essere ricordato. “Di me”, ripete. Con il suo volto, la sua storia, la sua colpa.
Ed è significativo che lo chiami per nome: è l’unica volta nel Vangelo di Luca in cui qualcuno dice semplicemente “Gesù”. Quel nome significa “Dio salva”: forse il ladrone lo sta invocando senza nemmeno saperlo pienamente.
La forza dell’“oggi”
La promessa immediata
La risposta di Gesù è tra le più sconvolgenti di tutto il Vangelo: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”.
Questo “oggi” è decisivo. Nel Vangelo di Luca ogni “oggi” annuncia una salvezza immediata: ai pastori di Betlemme, a Zaccheo, e ora al ladrone. Non è una promessa rimandata al futuro lontano. È un dono che inizia lì, nella sofferenza condivisa, nel morire insieme.
Oggi sarai con me. E in un certo senso lo è già. Gesù lo porta con sé, lo tiene accanto, gli apre uno spazio nella sua relazione d’amore col Padre.
Un Re che vuole relazione
La vicinanza agli ultimi
Gesù mostra di essere un re che cerca relazione. Non domina, non guadagna potere, ma si avvicina a chi è considerato perduto, malfattore, ultimo. È un re che sceglie di stare con chi non ha più nulla da offrire.
Un regno condiviso
Trasferiti nel suo regno
San Paolo lo dice con un’immagine bellissima: il Padre ci ha liberati dal potere delle tenebri e ci ha trasferiti nel regno del Figlio. È un regno che comincia già ora. Non è un luogo lontano, ma una condizione di vita in cui Gesù ci fa entrare attraverso la sua croce.
In questo regno sperimento perdono, riconciliazione, accoglienza. Mi sento parte di qualcosa che non mi spetterebbe, eppure mi viene donato perché lui ha scelto di scendere fino alla morte con noi.
Un re con molti re
La sua è una regalità che si moltiplica. Non è un re solitario: vuole farci re con lui. Come Davide nella prima lettura, anche Gesù può dirci: “Siamo ossa delle tue ossa e carne della tua carne”. Con lui condividiamo luce, forza, amore, morte e risurrezione.
Celebrare la nostra partecipazione
Alla fine, celebrare Cristo Re significa celebrare la nostra partecipazione alla sua vita: la sua vicinanza, la sua scelta di condividere tutto, la sua capacità di trasformare la morte in un luogo di comunione.
E io voglio ringraziarlo per questo. Perché oggi — davvero oggi — mi trasferisce nel suo regno.
20 NOV 2025 · Il dolore di un giorno che sconvolge la vita
Oggi siamo davanti alla vicenda di una madre che vive un giorno terribile, forse il più tremendo che un cuore umano possa sopportare: perdere in un solo giorno tutti e sette i suoi figli. In un momento preciso della sua storia, della sua vicenda umana, lei incontra un tiranno spietato e in quell'incontro perde tutto ciò che aveva di più prezioso.
Mi ha colpito profondamente il modo in cui questa madre si rapporta a ciò che sta accadendo. Di fronte al dono dei suoi figli, lei riconosce con umiltà e stupore il mistero della vita: «Non so come siate apparsi nel mio seno, non vi ho dato il respiro e la vita, né io ho dato forme alle membra di ciascuno di voi». È come se dicesse: “Siete nati da me, ma io non sono l’autrice del mistero che vi ha generati”.
Il riconoscimento del dono ricevuto
Pur essendo lei la loro madre, riconosce con chiarezza che non è stata lei la fonte della vita: i figli sono doni troppo grandi per potersene attribuire il merito. Il respiro, la vita, la forma del corpo… tutto viene dall’alto, dal Creatore. Lei stessa afferma che è Dio, il creatore dell’universo, che ha provveduto alla generazione di tutti.
La generazione è un atto misterioso, immenso, un’opera creativa che ha trovato in lei solo una porta, un passaggio attraverso cui queste creature sono entrate nel mondo. E tuttavia, parlando al figlio più giovane, non dimentica il suo ruolo concreto: gli chiede addirittura pietà per averlo portato in grembo nove mesi, per averlo allattato tre anni, allevato, accompagnato nella crescita, nutrito in ogni senso. In quella relazione bella e vissuta, c’è tutta la concretezza dell’amore materno.
Il dramma della morte e la certezza della misericordia
Poi però arriva la morte, improvvisa, violenta, ingiusta. La madre lo sa. Eppure, di fronte a questa tragedia, conserva una speranza incrollabile: Dio glieli riconsegnerà. Al figlio più giovane dice:
«Non temere questo carnefice, mostrati degno dei tuoi fratelli, accetta la morte perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia».
Nel cuore del dramma, questa madre contempla le opere di Dio: dalla creazione, al respiro, alle membra del corpo, fino alla promessa della vita eterna. Lei sa che la comunione non sarà spezzata per sempre, che la morte non ha l’ultima parola. È una donna che riconosce di essere stata un’umile collaboratrice di Dio nell’opera della vita, e continua a confidare che nessuna crudeltà umana potrà distruggere quel dono.
Ed è grazie alla sua fedeltà — alla fede, alla rettitudine, al non cedere alle lusinghe del tiranno — che può custodire questa speranza.
Una domanda che tocca anche la mia vita
Tutto questo mi interroga profondamente. Anche io, come lei, sono inserito nel disegno di Dio da sempre. Anche a me è stato dato il respiro, la vita, le membra. E anche io devo fare i conti con la morte, con gli strappi, con le ferite della storia. A volte, persino i nostri figli o le relazioni più care possono essere colpite duramente. Eppure la Scrittura mi insegna oggi che tutto è nelle mani di Dio, che la sua visione supera il giorno terribile della prova.
Il legame con la parabola dei talenti
Questa prospettiva si collega alla parabola del re che affida i talenti ai suoi servi. Come la madre, anche i servi non devono nascondere il dono, ma curarlo, farlo crescere, lavorarci. Ogni dono richiede impegno, responsabilità, creatività, e poi viene riconsegnato al Signore che lo fa fruttificare ancora di più. La vita stessa è un talento ricevuto, affidato, coltivato e infine restituito.
La storia della madre e quella dei talenti si intrecciano: entrambe parlano di un disegno più grande, di un percorso che attraversa la vita e la morte, ma che sboccia nella comunione eterna.
Affidare la vita al Re che dona tutto
E allora sento che posso affidare davvero tutta la mia vita — e quella dei miei cari — al Signore che è il vero Re, Colui che distribuisce i doni e che gioisce per ciò che gli riportiamo. Lui mi affida nuove responsabilità, nuove possibilità, nuovi frutti.
Tutto questo è possibile perché il suo Figlio vero, Gesù, si è consegnato per amore, ha dato la vita per portare frutto. Io desidero seguirlo, imitarlo, e vivere nella certezza che anche per me ci sarà un frutto buono, abbondante, eterno.
20 NOV 2025
Condivido le omelie delle messe che presiedo durante la settimana nelle parrocchie di Sant'Andrea e Beata Vergine Immacolata di Bologna
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| Author | Andres Bergamini |
| Organization | andres bergamini |
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